La datazione di punte di lancia in pietra scoperte in un sito in Sudafrica sposta all'indietro di 200 mila anni il momento in cui i nostri lontani antenati iniziarono a sviluppare tale sistema di caccia.
L'idea corrente, basata sui ritrovamenti di utensili preistorici, era quella che l'uomo preistorico avesse iniziato a potenziare i suoi strumenti di caccia circa 300 mila anni fa. Risale a quel periodo, infatti, una diffusa presenza negli insediamenti preistorici di punte di lancia ricavate dalla lavorazione della selce, un sistema per rendere i rudimentali bastoni appuntiti fino ad allora utilizzati nelle battute di caccia di gran lunga più micidiali.
Nei primi anni Ottanta, gli scavi effettuati da Peter Beaumont del McGregor Museum di Kimberly (Sudafrica) nel sito sudafricano di Kathu Pan 1 portavano alla luce esemplari di punte in pietra. Trent'anni dopo, utilizzando sofisticati metodi di datazione, Michael Chazan (Università di Toronto) riusciva a stabilire che i reperti risalivano a 500 mila anni fa. Inevitabile la necessità di verificare se quei manufatti fossero generici utensili o punte realizzate appositamente per una lancia.
In uno studio, pubblicato su Science nei giorni scorsi, Jayne Wilkins (Università di Toronto), lo stesso Chazan e altri due ricercatori valutano con estrema attenzione la morfologia e la tecnica costruttiva di quelle punte di selce. Tali accurate analisi li portano a concludere che le punte in pietra di Kathu Pan 1 sono state proprio realizzate per essere collocate su una lancia. Questo comporta, dunque, che gli antichi umani erano in grado di costruire simili strumenti di caccia già nel periodo solitamente assegnato all'Homo heidelbergensis, l'ultimo antenato comune tra i Neanderthal e gli uomini moderni.
Arizona State University
Le prime punte di lancia
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Il CREA rischia una grave perdita di autorevolezza scientifica

In una lettera aperta un gruppo di ricercatori, fra i quali il Nobel Giorgio Parisi, Elena Cattaneo e Paola Bonfante, esprime la preoccupazione per le nuove nomine di direttori del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), l'ente nazionale di ricerca vigilato dal Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Le nomine sembrano infatti «trascurare l’attinenza fra la carriera scientifica dei prescelti come direttori e le aree di ricerca dei Centri». Alcuni profili dei nuovi direttori mostrano curricula da «giovane borsista» più che da ricercatore maturo».In conclusione: «Chiediamo quindi che le procedure di nomina dei Direttori dei Centri CREA siano rese pienamente trasparenti, verificabili e fondate su criteri scientifici chiari, comparabili e coerenti con la missione dei singoli Centri. Il Paese ha bisogno di un CREA forte, autorevole e rispettato a livello internazionale. Per esserlo, deve essere guidato da figure scientificamente riconosciute nei settori che sono chiamate a rappresentare».
Il CREA è il principale ente pubblico italiano di ricerca in agricoltura e scienze agroalimentari. Per questo, le recenti nomine da parte della dirigenza dei 12 Direttori dei suoi Centri di ricerca non possono essere considerate una vicenda interna all’Ente, ma riguardano la credibilità stessa della ricerca pubblica nazionale in un settore strategico per il Paese.