Il segreto dell'incredibile successo nella cattura delle prede di una varietà di meduse starebbe nella capacità di nascondere alla perfezione i loro movimenti in acqua.
Le meduse della specie Mnemiopsis leidyi sono ben note soprattutto per la loro voracità. Alla base della loro alimentazione vi è lo zooplankton, che le meduse divorano in gran quantità. Poiché tra le prede figurano anche i Copepodi, minuscoli crostacei che hanno sviluppato una particolare abilità a rilevare anche i più piccoli disturbi nell'acqua intorno a loro, ci si è sempre chiesto come le meduse potessero avvicinarsi indisturbate alle loro prede. Ricorrendo a sofisticate tecniche video, un team di ricercatori ha studiato i flussi d'acqua intorno alle meduse riuscendo a scoprire il loro segreto – lo studio è stato pubblicato su PNAS.
Sean P. Colin (Dipartimento di Biologia marina presso la Roger Williams University) e i suoi collaboratori hanno potuto osservare come le meduse utilizzino le microscopiche ciglia di cui sono muniti i loro lobi per generare un flusso costante d'acqua che riesce a mascherare i loro spostamenti. Poiché l'acqua viene sospinta a bassa accelerazione e in modo continuo, il flusso non mette in allarme le potenziali prede; purtroppo per loro, però, impedisce anche di rilevare il movimento della medusa. Con tragiche conseguenze.
La medusa stealth
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Nella bella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola. Non si tratta di una COP, e nemmeno di una semiCOP, ma di un processo previsto a Belem, che vede riuniti chi ci crede e pensa a come fare. Magari partendo dall'affrontare la questione del debito dei paesi che sono ricchi solo di queste fonti e non hanno altre risorse per ripagarlo.
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica, e dunque la necessità della transizione.