fbpx Colpire le "code" del DNA per combattere i tumori | Page 30 | Scienza in rete

Colpire le "code" del DNA per combattere i tumori

Primary tabs

Read time: 2 mins

La prestigiosa rivista Nature Cell Biology ha pubblicato i risultati di uno studio che identifica in una proteina telomerica il possibile bersaglio per terapie contro i tumori. La parte terminale del DNA è molto instabile: si degrada chimicamente ed è soggetta a ricombinazioni più frequenti del resto della molecola.
La funzione dei telomeri è quella di impedire all’elica di sfibrarsi e per la loro funzione possono essere considerati come l’orologio biologico della cellula.
Si accorciano costantemente a ogni duplicazione finché, divenuti criticamente corti, inducono un blocco della duplicazione e avviano la cellula verso un processo di senescenza
Mentre le cellule sane ricorrono l’invecchiamento cellulare, quelle tumorali impiegano un sistema diverso: attivano la telomerasi. L’espressione di questo enzima è repressa nelle cellule somatiche a contrario delle cellule germinali e staminali che possiedono una regolazione specie-specifica. La riattivazione della telomerasi in cellule in cui normalmente è repressa porta a trasformazioni neoplastiche dovute a un incontrollata aggiunta di sequenze telomeriche. Assente quindi nelle cellule somatiche ma attiva, però, nell'80% di quelle tumorali. “Il gruppo da me coordinato – spiega Annamaria Biroccio del laboratorio di Chemioterapia Sperimentale del Regina Elena - studia i telomeri e i suoi componenti, telomerasi e proteine telomeriche, quali potenziali bersagli terapeutici per il trattamento dei tumori umani.”
L’attenzione dell’équipe di Birocco si è soffermata sul complesso proteico Shelterin. Tre componenti di questo complesso, TRF1, TRF2 e POT1 riconoscono in maniera specifica la sequenza TTAGGG impedendo alla telomerasi di accedere al DNA, salvaguardando così l'integrità dei telomeri. 
“La novità dello studio – prosegue Biroccio - è legata al meccanismo d’azione attraverso cui TRF2 modula la tumorigenicità. Abbiamo dimostrato che l’inibizione di TRF2 è in grado di bloccare la crescita tumorale, non attraverso meccanismi intrinseci legati alla disfunzione del telomero (attivazione di apoptosi o induzione di senescenza), ma attivando le difese immunitarie e in particolare le cellule natural killer. Pertanto TRF2 può avere funzioni non-telomeriche implicate nella tumorigenesi ed essere un importante bersaglio molecolare per terapie antitumorali.”

Lo studio multidisciplinare ha visto la collaborazione del gruppo di Carlo Leonetti sempre Regina Elena e di Antonella Stoppacciaro dell’Università di Roma.
“Questo studio – sottolinea Ruggero De Maria, Direttore Scientifico dell’IRE - è un chiaro esempio di come la ricerca di base possa fornire informazioni preziose per la conoscenza dei meccanismi responsabili di importanti patologie, contribuendo in modo decisivo al miglioramento delle strategie terapeutiche.”
La ricerca è stata possibile grazie ai fondi messi a disposizione dall’AIRC.

Autori: 
Cancro

prossimo articolo

ISPRA: quali sono le minacce principali per gli uccelli

Un uccello vola accanto a un cavo elettrico

Un’analisi condotta da ISPRA su 623 esemplari appartenenti a 21 specie, nell’arco di 17 anni, rivela che le morti dell’avifauna provocate dall’essere umano sono quasi il doppio di quelle dovute a cause naturali. Elettrocuzione, collisioni con infrastrutture energetiche e bracconaggio sono le cause principali. La localizzazione dei singoli individui - e quando possibile la causa delle loro morti - è stata consentita dagli strumenti di tracciamento satellitare, diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi. Crediti immagine: Kaitlan Balsam/Unsplash

Dalla gravina di Matera - un profondo canyon nel Parco della Murgia Materana - a Campobello di Mazara sono circa 700 chilometri, se si va via terra. Tra le due località c'è anche lo stretto di Messina. Tra planate e volteggi, i chilometri diventano molti di più. È più o meno questo il percorso che ha fatto, in appena due settimane, una giovane femmina di capovaccaio, come raccontato dai suoi tracciati di monitoraggio. Rilasciata nell'ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, è morta dopo sette mesi di vita in libertà in Sicilia a causa di un'infrastruttura elettrica.