fbpx 2030: la fine dell'artico | Page 2 | Scienza in rete

2030: la fine dell'artico

Primary tabs

Read time: 2 mins

Neppure i modelli climatici più pessimisti l'avevano previsto, ma sta succedendo: la superficie dei ghiacci artici, uno dei principali indicatori dei cambiamenti climatici, ha raggiunto un nuovo record negativo. Con questo ritmo, nella stagione estiva i ghiacci  potrebbero sparire del tutto entro il 2030. 

Come riportato di recente da Nature, le analisi dello US National Snow and Ice Data Center (Colorado) mostrano che la superficie dei ghiacci già il 26 agosto “si era ridotta a 4,10 milioni di chilometri quadrati, 70.000 in meno del valore più basso registrato nel 2007”. Due mesi più tardi il valore si è ridotto di un altro 14%, fino ad arrivare a 3,52 milioni di chilometri quadrati.

“Siamo entrati in un regime interamente nuovo – ha dichiarato Mark Serreze, direttore del centro di ricerca americano – il ghiaccio marino è in condizioni talmente cattive che non è più in grado di sopravvivere allo scioglimento che avviene in estate. Persino in mancanza di condizioni meteo estreme”.

I modelli computerizzati utilizzati oggi dai climatologi prevedono la fine del ghiaccio artico durante la stagione “calda” fra il 2040 e il 2100, eppure i dati registrati non combaciano. “C'è un'enorme differenza il modello e le osservazioni – continua Serreze – e potrebbe essere dovuta a una variabilità naturale più alta di quanto avevamo stimato. Oppure sono gli stessi modelli ad essere errati, e per questo non riescono a stimare il modo in cui si evolve lo spessore dei ghiacci”.

Autori: 
Sezioni: 
Dossier: 
Clima

prossimo articolo

Il mare sempre più caldo cambia sotto i nostri occhi

Immagine di una caravella portoghese (Physalia physalis) su fondo azzurro

Un nuovo studio di World Weather Attribution mostra che il cambiamento climatico di origine umana ha reso le recenti ondate di calore marine molto più intense e frequenti, e che il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile. Tra gli effetti visibili figurano la diffusione di organismi gelatinosi, anche molto urticanti come la caravella portoghese (nella foto), nel quadro di una progressiva tropicalizzazione della fauna marina. Le conseguenze pesano anche sulla terraferma, con maggiore umidità, precipitazioni estreme e rischi sanitari. Le misure di adattamento possono limitare i danni, ma per contenere gli impatti è indispensabile ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili. Immagine: rielaborazione grafica da Wikimedia Commons

Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato per gli oceani del pianeta (dato Copernicus ). Sulle coste europee, e in particolare nel Mediterraneo occidentale, le temperature superficiali del mare hanno toccato record assoluti: fino a 6°C sopra la norma a giugno, con una boa al largo di Maiorca che ai primi di agosto ha misurato 33°C.