Dunque, il problema è quello di fare una vera analisi di qualità che corrisponda alla gestione reale del sistema universitario. La mia impressione più netta riguarda i seguenti fatti: 1) per stimolare i corpi accademici dei vari settori disciplinari a collaborare bisogna introdurre incentivi che rendano utile farlo e non solo regole che lo impongano; 2) bisogna trovare il modo di valutare sia la ricerca che la didattica facendo dei medaglioni puntuali delle figure individuali degli aspiranti a posizioni accademiche e non solo copie-carbone di impact factors e citation indexes; 3) bisogna preoccuparsi della interattività del rapporto studenti-docenti nei singoli corsi; non si possono ammettere corsi che siano conferenze-monologhi in cui il docente non dia spazio agli interrogativi dei suoi studenti; 4) bisogna ripristinare un rapporto diretto tra l'università e la scuola, dalla primaria alla secondaria superiore, in modo che le discipline vengano coltivate correttamente sin dall'inizio delle carriere scolastiche in una didattica che percore gradini evolutivi riconoscibili. Mi sembra che il sistema italiano (ma non è il solo) sia capace di fare queste cose in alcuni settori che godono di una grande tradizione e che lo si veda dai risultati in quei settori. Forse sarebbe anche meglio riflettere sulla proliferazione delle sedi universitarie periferiche senza però dimenticare che assolvono alla funzione di attenuare i disagi degli studenti fuori sede: periferico non vuol dire necessariamente scadente se incentivi e reclutamento non sono scadenti in quanto periferici. Ma è indispensabile uscire dalla rete di luoghi comuni morbosamente diffusi da persone insoddisfatte che magari vengono da esperienze in cui il mercato ha già avuto l'effetto devastante che potrebbe avere anche da noi se continua così: lo slogan che deve campeggiare sull'Università italiana è: "La cultura superiore è il più importante investimento di una democrazia avanzata e il nostro mondo deve accettare una volta per tutte, come diceva il compianto Antonio Ruberti, che i beni immateriali portano più benessere, felicità e consapevolezza dei beni materiali".
L’Università: ne parliamo correttamente?
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La Valle dei dinosauri ritrovata nel Parco dello Stelvio

Nel cuore delle Alpi, a 2500 metri di quota, si conserva la memoria di un mondo perduto. Pareti quasi verticali di Dolomia Principale, un tipo di roccia sedimentaria, custodiscono migliaia di impronte lasciate 210 milioni di anni fa da dinosauri erbivori che camminavano lungo le rive di un mare tropicale ormai scomparso. Una scoperta eccezionale, avvenuta nel Parco Nazionale dello Stelvio, che apre una finestra senza precedenti sul Triassico europeo e sulla vita sociale dei primi grandi dinosauri.
Prima della formazione delle Alpi, qui esisteva un paesaggio incredibilmente differente. Immaginate una distesa tropicale pianeggiante, lambita dalle acque di un oceano poco profondo e ormai scomparso che oggi chiamiamo Tetide, con un clima che non aveva nulla a che vedere con le vette gelide di oggi. Proprio in questo luogo tanto diverso dall’attualità, 210 milioni di anni fa, il fango soffice ha registrato il passaggio di svariati giganti: si trattava di prosauropodi, dinosauri erbivori dal collo lungo, che si muovevano in branchi lungo le rive di un'antica piattaforma carbonatica.