Parità di genere, tra sogno e opportunità

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Le donne sono il segmento più preparato della popolazione italiana - con curricula scolastici migliori e migliori performance lavorative (+7% di produttività rispetto agli uomini) - ma il tasso di occupazione femminile si attesta a poco più del 46% ed è uno dei più bassi d’Europa. In Italia la disoccupazione femminile è più alta di quella maschile (11,4% contro 9,8%) anche se con la crisi attuale l’occupazione femminile è diminuita in misura minore. Forse perché a parità di titolo di studio le donne guadagnano meno degli uomini, oppure perché sono più disposte a svolgere lavori non adeguati al livello d’istruzione raggiunto (40% delle laureate contro 31% dei maschi) o rispetto alle competenze acquisite (del 75% di donne occupate nella Pubblica Amministrazione, solo il 40% raggiunge posizioni apicali).

Demografa sociale, esperta di problemi di genere e di lavoro femminile, Rossella Palomba - ricercatrice dell’IRPPS (Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR) - nel suo saggio “Sognando Parità” (Ponte alle Grazie, 2013) indaga la misura e la qualità della partecipazione femminile in tutti gli ambiti della vita sociale: famiglia, formazione, lavoro, relazioni, potere.
Uno dei fili rossi di cui è intessuta la trama del saggio attraversa l’attuale crisi economico-finanziaria. Apparentemente una crisi tutta maschile, posto che in oltre il 60% delle aziende italiane quotate in borsa (escluse banche e assicurazioni) su oltre 2200 consiglieri di amministrazione solo 110 sono donne; e che il 72% dei consigli di amministrazione delle banche non conta neppure una donna, benché queste raggiungano il 40% del totale dei loro dipendenti.  “Studi recenti – scrive Rossella Palombo - ci dicono però che le donne potrebbero dimostrarsi più adatte degli uomini nella gestione della finanza e del mondo delle banche e soprattutto più prudenti negli investimenti. Anzi, l’esclusione delle donne dalle posizioni di vertice nelle banche avverrebbe proprio per questa ragione, dato che si ritiene che nei consigli di amministrazione le decisioni siano rischiose, ma necessarie, per il successo degli investimenti. In sostanza poco adatte alle donne.” 

La minor propensione delle donne al rischio finanziario è provata anche dall’esperienza del microcredito. La Grameen Bank è l’unica banca al mondo che presta soldi senza richiedere garanzie a gruppi organizzati di donne. “Il banchiere Muhammad Yunus - scrive la ricercatrice - non ha distribuito soldi ai poveri, ma ha cercato fra i poveri coloro che erano pronti e disponibili a diventare artefici in prima persona di un nuovo progetto di vita. E ha scelto le donne. Le ha scelte perché, dice: «Avete mai visto una donna che usi i suoi soldi al bar o che se li giochi? Una donna penserà prima di tutto ai suoi figli e alla sua casa». E i soldi che ha prestato alle donne, li ha sempre riavuti indietro. Con un onesto tasso d’interesse, s’intende!”

Le donne sanno dunque gestire meglio la scarsità di risorse e una loro partecipazione al mondo del lavoro determinerebbe un considerevole aumento del PIL (+32% in Italia). Inoltre la vera e propria emergenza del fenomeno del “femminicidio”, la violenza psicologica e le molestie sulle donne si alimentano anche nella/della dipendenza economica delle donne dai loro partner ed ex-partner. La domanda ineludibile allora è: la parità, se non ora quando?
Le previsioni di Rossella Palomba per l’Italia sono disarmanti: 2037 l’anno della parità numerica tra i dirigenti dei ministeri, 2052 nell’amministrazione degli atenei, 2087 nel servizio sanitario nazionale, 2138 tra i professori universitari ordinari (alla Bocconi nel 2114 ma alla Sapienza di Roma nel 2487, meglio alla Federico II di Napoli, nel 2092). Il 2425 è l’anno della parità ai vertici della magistratura e 2660 nella carriera diplomatica (in cui le donne sono state ammesse solo dal 1964). Questo per quanto attiene il settore pubblico. E nel privato? “Per il settore privato – scrive la ricercatrice - dove criteri di efficienza e produttività dovrebbero prevalere su tutto, compresa l’appartenenza di genere, le donne manager continuano a dover fare i conti con il netto divario che le separa dai colleghi maschi.” Nei consigli di amministrazione la parità è prevista per il 2143.
E' un libro sicuramente da leggere, quello di Rossella Palomba, denso e articolato e in cui ciascuno può trovare il proprio filo rosso. Perché, come ci spiega l'autrice, “il problema è che di solito se ne guarda un pezzetto mentre io ho cercato, magari in maniera non sempre approfondita, di far capire che la parità riguarda tanti aspetti e che anche cercare di affrontarne uno seriamente non risolve il problema, dal momento che il sistema si riassesta su equilibri sbagliati. Il mio tentativo è stato di dare evidenza della complessità di questo grande tema, che riguarda tutti, anche se in particolar modo le donne”. 

Il problema della parità di genere, che l’Italia risolve con maggiore lentezza rispetto all’Europa, è tuttavia un problema internazionale. Problema che lei ritiene si possa risolvere solo con le “quote”. 

Mi rendo conto che le quote sono invise anche alle donne, che rifiutano di essere protette, che vogliono essere apprezzate per le loro capacità. Se fossimo inserite in una società meritocratica, nella quale è riconosciuta e valorizzata la capacità e la professionalità, non ci sarebbe bisogno delle quote. Ma noi siamo in una situazione molto lontana da questa, ecco perché servono le quote e perché credo che alla fine anche le donne lo capiranno e le accetteranno.

Se con le quote potesse iniziare a “passare” ai posti di comando un certo numero di donne, allora si potrebbero creare le condizioni per una società più paritaria?

Si tratta della cosiddetta massa critica. In un’organizzazione quale che sia, se la parte svantaggiata riesce a essere almeno il 30% - meglio sarebbe il 40 - questa presenza minoritaria ma vicina alla parità cambia il modo di comportarsi dell’organizzazione in cui ciò avviene. Questo spiega la necessità e anche l’urgenza di stabilire una presenza femminile nei posti in cui le donne possono cambiare una cultura dominante.

Dalle recenti elezioni sono uscite percentuali di donne elette che si assestano tra il 30 e il 40% circa. Dobbiamo considerarlo un segnale?

Bisogna fare attenzione sul fatto che questo evento si è realizzato in una situazione di crisi conclamata e quando il sistema mostra qualche fragilità di solito le donne vanno avanti. Si è visto soprattutto nei paesi in via di sviluppo, che non è il nostro caso, ma non si può non rilevare che mai le donne avevano raggiunto oltre il 30% di presenza in parlamento. Forse questa è la cartina di tornasole della situazione drammatica che stiamo attraversando. 

Nel suo saggio si dà evidenza alla lentezza, spesso allo stallo, di normative nazionali e internazionali per il contrasto la disparità di genere che non riescono a progredire: politiche attive, introduzione dei reati penali per lo stalking e la violenza alle donne, per non parlare dell’evidente necessità di un cambio culturale. Come mai secondo lei sembra che non si riesca neppure a percepire che la parità di genere è diventata una vera e propria emergenza?

Perché si prendono dei piccoli pezzi e non si arriva ad avere una visione completa del problema. Un progetto o un sogno, che consentirebbe di adottare diversi singoli provvedimenti orientati al raggiungimento di un obiettivo. Se questo progetto non c’è, come si fa a fare cultura dentro un’azienda? Impongo le quote. Dentro un parlamento? Imponiamo delle norme ai partiti perché considerino importante la rappresentanza femminile, e facciamo sì che questo sia il primo punto dell’agenda con cui si presentano agli elettori.  Io credo che si debba fare cultura dal grande - la politica, al piccolo - la scuola.

In questo modo le donne potrebbero dunque aspirare anche a professioni diverse da quelle che rimandano solo alla 'cura', in medicina, pediatria o ginecologia? Ci sono esempi di magistrati (come Ilda Bocassini o Patrizia Todisco) che confermano quanto le donne possano fare la differenza anche in altri ambiti.

Quando una donna è brava, capace e decisa, alla fine emerge. Le pari opportunità invece consentono che le persone siano valutate in base alle loro capacità e che pertanto le donne non siano considerate meno brave dei loro colleghi maschi. Senza che debbano essere eroine.

Nel suo saggio lei fa anche cenno alla disparità di genere nell’ambito della ricerca scientifica, e cita studi secondo cui a una donna occorrono 2,6 volte il numero di pubblicazioni di un uomo per fare carriera. Un dato anomalo, se non curioso...

Non si tratta di un fatto curioso. C’è uno stereotipo molto forte per cui la ricerca, in particolare nelle scienze esatte, è degli uomini, anche se le ragazze sono molto brave. Uno stereotipo che non solo allontana alcune da scelte che sarebbero invece a loro congeniali ma, una volta che sono entrate in queste discipline fortemente “maschiliste” non riescono ad emergere. E’ un mondo durissimo per le donne, che rimangono in situazioni di precariato un tempo doppio degli uomini, per ragioni che nulla c’entrano con la loro attività. Le pubblicazioni sono valutate meno di quelle degli uomini. Si tratta di uno dei settori in cui la differenza di genere è maggiore. Occorre poi considerare che la ricerca non è neutra e che la presenza di un diverso occhio, quello femminile, può portare lo sviluppo della ricerca scientifica verso una direzione diversa da quella attuale.

Ho fatto solo un rapido cenno alla questione in “Sognando parità” perché ad aprile uscirà un nuovo libro dedicato all’argomento. Durante la sua stesura, le farmacologhe mi hanno detto che la parità sarebbe raggiunta se ci fossero nelle farmacie espositori di farmaci per le donne e per gli uomini. Vorrebbe dire che non sarebbero più testati prevalentemente sugli uomini con probabili effetti collaterali negativi per le donne. E’ un grosso problema, cui ho ritenuto di dover dedicare un intero libro. S’intitola “Manuale per ragazze in gamba. Come fare ricerca e vivere felici”.

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Crediti: Etereuti/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Un'indagine commissionata da Fondazione Bracco a Eumetra per captare gli orientamenti degli opinion leader sui temi di Unione europea e ricerca scientifica ha mostrato che chi dovrebbe orientare l’opinione pubblica in realtà si allinea quasi perfettamente a essa: poco più della metà degli intervistati pensa che l'Italia non abbia beneficiato dall'ingresso in UE, e ben il 32% ritiene che l'Europa non sia essenziale per lo sviluppo scientifico del nostro Paese. Quest'idea può derivare dal fatto che l'Italia, negli ultimi anni, ha contribuito in media per il 9,47% del bilancio europeo della ricerca ma ne ha riportato a casa l’8,27%. Bisogna però tener conto della crescita in termini di competenze e di collaborazione transnazionale che queste risorse hanno generato e che vanno a riverberare su altri ambiti, principalmente innovazione ed economia