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Comunicare la ricerca: istruzione per l'uso

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Si è discusso, presso la prestigiosa Maison Internationale della Cité Universitarie di Parigi, il tema complesso e pressante dei legami intercorrenti tra scienza e politica. La Conferenza ‘Sharing a vision for environment and health research in Europe’ promossa dalla Rete ERA-ENVHEALTH, ha visto nella seconda giornata una sessione dedicata a questa questione, talmente attuale che ne troviamo costantemente traccia nei nostri giornali.

Sono di questi giorni, per esempio, le notizie dei miticoltori tarantini che lamentano un silenzio troppo lungo seguito dall'assenza di informazioni comprensibili relative ai risultati delle analisi chimiche per comprendere lo stato di contaminazione delle loro colture, accompagnati dalle associazioni di tutela della salute e dell'ambiente decise ad approfondire gli eventuali impatti sulla salute umana. Esperienze reali come questa sono esemplificative di una serie di criticità che caratterizzano le dinamiche di interazione e comunicazione tra diversi attori: ricercatori, decisori pubblici, portatori d'interessi economici e cittadinanza. Appaiono critici per i ricercatori aspetti quali: mantenere aperto un canale costante di comunicazione o comprendere i tempi con cui diffondere informazioni, essere capaci di produrre elaborazioni dei risultati “accessibili” che permettano la costruzione e condivisione di una maggiore consapevolezza sui temi trattati e risultino utili come base per scegliere tra alternative.

Quelli sopra elencati sono alcuni dei punti da cui è partito il lavoro di approfondimento e ricerca di tre gruppi di lavoro della Rete ERA-ENVHEALTH. Il loro contributo alla discussione sul tema “scienza e politica” è ricco di spunti di discussione, anche grazie alla scelta di metodologie d'indagine diverse: analisi del database ERA-ENVHEALTH delle ricerche sul tema “ambiente e salute” per il gruppo tedesco (Federal Environment Agency – UBA), analisi della letteratura scientifica e somministrazione di questionari a rappresentanti dei principali attori interessati alle dinamiche illustrate per il gruppo belga (Belgian Science Policy Office – BELSPO), analisi di esperienze concrete di trasferimento di conoscenze in politiche per il gruppo italiano (Istituto di Fisiologia Clinica - IFC del Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR).

L'esito della condivisione, discussione e integrazione dei risultati del lavoro ha portato all'elaborazione di un documento finale che raccoglie una serie di raccomandazioni per ricercatori e knowledge-broker (quelli che devono “collocare” le conoscenze). Allo scopo di contribuire a migliorare le dinamiche intercorrenti tra i vari attori nel modo più concreto possibile, il documento ha preso la forma di una check-list dalla facile lettura e dall'estrema usabilità: di pagina in pagina vengono messi in evidenza gli aspetti ritenuti più importati per facilitare la traduzione del proprio lavoro in conoscenze di base per la decisione pubblica. A scienziato o ricercatore sono poste questioni sulle quali interrogarsi per comprendere, fin dalle fasi iniziali del lavoro di ricerca, se si è tenuto conto di attori ed aspetti che possono influenzare, facilitare od ostacolare comunicazione, relazione e uso dei propri risultati.

Idee e raccomandazioni proposte sono state raccolte in quattro macro-categorie, a seconda che riguardassero le fasi preparatorie della ricerca, le sue fasi finali, la strategia di comunicazione o la questione dei costi e degli strumenti economici per valutarli e comunicarli. Ad ognuno degli interrogativi proposti per ciascun ambito è stata associata una serie di risposte possibili, allo scopo di permetterne un uso contestuale, adatto alla circostanza specifica e applicabile in una varietà di situazioni.

Con la scelta di un documento finale così “pragmatico”, non si è voluto minimizzare, ma al contrario valorizzare, il peso della complessità della realtà, che ogni ricercatore dovrebbe essere in grado di riportare nel suo lavoro per renderlo il più possibile traducibile in decisioni e azioni concrete.


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Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.