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La Valle dei dinosauri ritrovata nel Parco dello Stelvio

parete di roccia

Nel cuore delle Alpi, a 2500 metri di quota, si conserva la memoria di un mondo perduto. Pareti quasi verticali di Dolomia Principale, un tipo di roccia sedimentaria, custodiscono migliaia di impronte lasciate 210 milioni di anni fa da dinosauri erbivori che camminavano lungo le rive di un mare tropicale ormai scomparso. Una scoperta eccezionale, avvenuta nel Parco Nazionale dello Stelvio, che apre una finestra senza precedenti sul Triassico europeo e sulla vita sociale dei primi grandi dinosauri.

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Prima della formazione delle Alpi, qui esisteva un paesaggio incredibilmente differente. Immaginate una distesa tropicale pianeggiante, lambita dalle acque di un oceano poco profondo e ormai scomparso che oggi chiamiamo Tetide, con un clima che non aveva nulla a che vedere con le vette gelide di oggi. Proprio in questo luogo tanto diverso dall’attualità, 210 milioni di anni fa, il fango soffice ha registrato il passaggio di svariati giganti: si trattava di prosauropodi, dinosauri erbivori dal collo lungo, che si muovevano in branchi lungo le rive di un'antica piattaforma carbonatica. Quelle che allora erano semplici impronte impresse su una spiaggia preistorica oggi sono diventate migliaia di orme fossili incastonate in pareti di dolomia quasi verticali, a 2.500 metri di quota. È un "fermo immagine" mozzafiato che trasforma il cuore del Parco Nazionale dello Stelvio nel più importante giacimento di tracce del Triassico in Europa: migliaia di orme in sette crinali diversi e distribuite per una distanza di quasi 5 km.


Particolare dell’orma di un piede. La somiglianza con l’icnogenere Pseudotetrasauropus è forte ma non totale, per cui è possibile che le orme dello Stelvio appartengano a un’altra icnospecie o addirittura a una finora mai trovata in altre parti del mondo. In ogni caso l’autore doveva essere un dinosauro erbivoro simile a Plateosaurus engelhardti. Foto di Elio Della Ferrera, Arch. PaleoStelvio (PNS, MSNM, SABAP CO-LC)

​​Il ritrovamento è avvenuto tra le pieghe scoscese della montagna, precisamente nella Valle di Fraele tra Livigno e Bormio, in un punto che sfida la gravità. Qui, le pareti di Dolomia Principale (un particolare tipo di roccia sedimentaria) hanno custodito per millenni il tesoro inaspettato delle impronte, rimasto invisibile fino a poco tempo fa. La scoperta è stata possibile solo grazie all'occhio esperto del fotografo naturalista Elio Della Ferrera che, nel settembre scorso, durante un'escursione, ha individuato le tracce scrutando le pareti quasi verticali con il suo binocolo. Quello che inizialmente poteva sembrare una semplice irregolarità della roccia si è rivelato essere uno dei più significativi giacimenti di tracce fossili del Triassico: si tratta delle prime orme di dinosauro scoperte in Lombardia e delle uniche rinvenute a nord della Linea Insubrica, una faglia cruciale per la storia delle Alpi. Secondo alcune prime analisi del Museo di Storia Naturale di Milano, condotte in collaborazione con il MUSE di Trento e il Dipartimento di Scienze della Terra "Ardito Desio" dell’Università degli Studi di Milano, per conto della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Como, Lecco, Sondrio e Varese, e in accordo con il Parco Nazionale dello Stelvio, l’importanza del giacimento è di rilevanza mondiale. 

Questo sito è unico anche per altri motivi, come la densità di impronte senza precedenti: i ricercatori hanno riscontrato una concentrazione altissima, con punte di 4-6 orme per metro quadrato. Inoltre, il ritrovamento ci permette anche di fare importantissime deduzioni sul comportamento di questi dinosauri. Le tracce appartengono a branchi di prosauropodi, dinosauri erbivori caratterizzati dal collo lungo e simili ai plateosauri. Questi animali potevano raggiungere i dieci metri di lunghezza e pesare fino a quattro tonnellate, lasciando impronte larghe fino a 40 centimetri in cui sono ancora visibili i dettagli delle dita e degli artigli. La disposizione delle orme suggerisce movimenti sincronizzati di grandi gruppi e ci offre uno sguardo raro e prezioso sulla socialità di questi animali e forse anche su possibili cure parentali che questi animali riservavano ai cuccioli. 

La scoperta è solo il punto di partenza: data l'eccezionale estensione del sito, si stima che geologi e paleontologi saranno impegnati nello studio dell'area per decine di anni. Ci sono però evidenti difficoltà che dipendono dall'inaccessibilità delle pareti e per questo ci si avvarrà di tecnologie innovative come i droni per il telerilevamento e la mappatura digitale, coordinati dal Nucleo Carabinieri Parco dello Stelvio. A partire dal prossimo anno le attività di campo permetteranno di analizzare i diversi strati rocciosi sovrapposti e questo consentirà agli scienziati di seguire l'evoluzione di questi animali e del loro ambiente nel tempo. L'obiettivo finale di questo grande progetto non è solo la ricerca scientifica, ma anche la tutela e la valorizzazione di un patrimonio che possiede un'immensa valenza didattica per le future generazioni.
 


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