Il peso dei combustibili fossili sul sistema finanziario

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Finanziare la transizione energetica verso fonti rinnovabili: quanto c'è di concreto? Nella mani del sistema bancario c'è il destino del pianeta (o almeno della nostra specie): purtroppo, le iniziative procedono lentamente, e le società finanziarie sono troppo coinvolte per schierarsi contro i colossi petroliferi.
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Investire sostenibile e finanziare la transizione energetica, why not? Il motto della più grande società di gestione del risparmio, BlackRock, non può che essere apprezzato e condiviso dagli addetti del settore, in un momento storico in cui tutti gli attori finanziari sono attivamente impegnati nella ridefinizione dei propri modelli di sostenibilità. Ma siamo davvero sicuri che dietro le parole ci siano concretamente dei fatti o sarebbe più corretto, ancora una volta, parlare di fenomeno di greenwashing?

Partiamo dai recenti avvenimenti: la Banca Europea degli Investimenti ha annunciato che dalla fine del 2021 non finanzierà più alcun progetto basato su combustibili fossili ma si concentrerà esclusivamente su efficientamento energetico e rinnovabili, seguendo cinque principi: decarbonizzazione, decentralizzazione della produzione energetica, mobilità elettrica, investimenti in reti e infrastrutture, rafforzamento delle facilities transfrontaliere. Il problema climatico verrebbe posto finalmente al centro. Ma, andando più a fondo, le cose non stanno proprio così.

Secondo l’ong Bankwatch, la BEI avrebbe sborsato di tasca propria circa 12 miliardi di euro in 4 anni (dal 2013 al 2017) a favore di progetti di combustibili fossili. Verso quali investimenti sarà dirottato il trilione di investimenti della BEI nel prossimo decennio? L’energia nucleare sembrerebbe la principale candidata, considerata l’esenzione accordata. Spuntano poi nuovi standard di emissione, una sorta di scappatoia per i produttori di gas, poiché i finanziamenti saranno accordati alle aziende che riusciranno a produrre un chilowattora di energia emettendo non più di 250 g di CO2. Non finisce qui, perché se da un lato si bloccano i finanziamenti ai combustibili fossili a partire dal 2021, non vi è alcun rimando alla situazione attuale che vede coinvolti progetti altamente inquinanti quali i gasdotti Tap e Poseidon.

Analizzata la nuova politica energetica della BEI, passiamo ad altri e non meno importanti intrecci tra sistema finanziario e compagnie petrolifere/carbonifere. Il giornalista Bill McKibben li definisce in un articolo pubblicato sul New Yorker (e tradotto su Internazionale) "i padroni del pianeta" e i numeri non lo smentiscono affatto. Parliamo del sistema bancario, delle società di investimento e delle compagnie assicurative che finanziano i maggiori responsabili dell’inquinamento che respiriamo quotidianamente.

JPMorgan Chase è la banca con maggiore capitalizzazione su scala globale e dal 2015 al 2018 ha agito in direzione diametralmente opposta rispetto a quanto stabilito dagli Accordi di Parigi, destinando oltre 196 miliardi di dollari a favore di progetti di combustibili fossili. Una cifra astronomica, che metterebbe in imbarazzo li valore di mercato delle aziende di fracking o di colossi energetici come la British Petroluem, ma che rappresenta meno del 7% delle attività di sottoscrizione titoli e prestito del pilastro bancario americano.

Non è da meno la società di gestione del risparmio Blackrock, che fa da paladina dell’investimento “green” ma che, al contempo, gestisce i fondi previdenziali della British Petroleum, della Exxon e della Chevron, meritandosi di diritto il titolo di più grande investitore al mondo in aziende carbonifere, petrolifere, di gas e di deforestazione. Troppo coinvolta per riuscire a gestire un disinvestimento totale da combustibili fossili e troppo grande per non avere ricadute a cascata sull’intero sistema finanziario, con una capitalizzazione che segue quella delle due superpotenze mondiali, USA e Cina.

Se pensiamo al potere del sistema bancario capiamo subito che è nelle loro mani tanto la capacità di distruzione del Pianeta quanto la sua salvezza. Basterebbe limitare gli investimenti in determinati settori, quelli dei combustibili fossili, e offrire al cliente un’alternativa energetica rinnovabile. Questo smuoverebbe il mercato e il motore di tutto il sistema finanziario, gli investitori finali. Perché puntare su prodotti altamente volatili e poco performanti (a dirlo è uno studio della IEEFA) che mettono a rischio la nostra salute e la nostra sopravvivenza quando il mercato è in grado di offrire alternative energetiche pulite, caratterizzate da bilanci trasparenti e da prezzi competitivi (giù del 70-90% rispetto a 10 anni fa)?

Qualcuno sta iniziando a porsi la domanda e l’imminente quotazione del più grande gruppo petrolifero al mondo, Saudi Aramco, ne è la prova: valore dell’operazione compresa tra i 1.600 e i 1.700 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 2.000 miliardi di dollari sperati dal principe Mohammed bin Salman e conseguenza diretta del calo della domanda globale. 6 trilioni di dollari è il patrimonio totale che circa 837 istituzioni stanno disinvestendo, da quelle religiose e filantropiche ai fondi pensione e istituti sanitari. Effetti concreti frutto di numerose campagne lanciate da organizzazioni quali la Rainforest Action Network o la 350.org, che nel giro di poco tempo ha guidato verso il fallimento la più grande azienda americana del carbone, la Peabody Energy.

Le iniziative ci sono ma procedono a ritmo lento, le società finanziarie sono troppo coinvolte per schierarsi contro i colossi petroliferi. Toccherà a noi comuni cittadini dare l’esempio, provando a indirizzare i risparmi verso nuove fonti energetiche pulite. I grandi investitori saranno anche i padroni del clima ma al cospetto di una protesta di massa riusciranno ancora a mantenere un atteggiamento inerte? 58.000 individui hanno già fatto la propria scelta, schierandosi con le future generazioni e disinvestendo oltre 5 miliardi di dollari da investimenti in fonti fossili.

 

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