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Obesità, oltre il farmaco: la sfida tra cure, equità e stigma

farmaci usati nel trattamento dell obesita

Le nuove linee guida dell’OMS segnano una svolta nel trattamento dell’obesità, introducendo i farmaci GLP-1 come opzione terapeutica per gli adulti. Ma la loro diffusione solleva interrogativi su accesso, sostenibilità e appropriatezza clinica. L’obesità resta una malattia complessa, che richiede approcci integrati e personalizzati. Tra innovazione farmacologica, disuguaglianze e stigma persistente, la sfida è costruire percorsi di cura realmente centrati sulla persona.

Tempo di lettura: 7 mins

Nel febbraio 2026, il Journal of Medical Association (JAMA) ha pubblicato le linee guida per il trattamento dell’obesità, elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a fine 2025. La terapia che l’OMS raccomanda per gli adulti - donne in gravidanza escluse - si basa sui farmaci GLP-1 agonisti, come la semaglutide o la liraglutide. Una svolta non da poco, se si considera che il World Obesity Atlas mostra che entro il 2030 un miliardo di persone nel mondo vivrà con l’obesità. In Italia, in particolare, l’Italian Barometer Obesity Report, realizzato dalla IBDO Foundation, indica che circa 6 milioni di adulti (l’11.8% della popolazione) convive con l’obesità, un valore cresciuto del 38% rispetto al 2003. 

L’obesità è un problema sanitario globale, ma non è immediato comprenderla nella sua interezza. L’OMS specifica che si tratta di una malattia cronica e recidivante, collegata a molti fattori, come quelli genetici, neurobiologici e ambientali. Non può e non deve essere considerata, secondo errate convinzioni o pregiudizi radicati, una condizione volontaria, una precisa scelta di vita o una debolezza personale. Va fatto un cambio di prospettiva non banale, da porre alla base di qualsiasi intervento strategico che miri ad affrontare e gestire sia il trattamento che la prevenzione dell’obesità. Il farmaco, da solo, non basta.

I farmaci come risorsa, non panacea

I farmaci GLP-1 agonisti, già usati per trattare il diabete di tipo 2, aumentano il senso di sazietà, riducono l’appetito e consentono una perdita di peso (variabile da persona a persona)  mai raggiunta con i soli approcci clinici o comportamentali tradizionali. Le raccomandazioni dell’OMS sono due: si possono usare terapie GLP-1 come trattamento a lungo termine per l’obesità negli adulti, in modo continuativo per almeno 6 mesi; queste possono essere integrate da una terapia comportamentale intensiva, che include una dieta sana, un’attività fisica strutturata, e un supporto psicologico di tipo cognitivo-comportamentale. Si tratta però di raccomandazioni condizionali, poiché le evidenze a favore sono solide, ma non definitive. Mancano dati completi sul lungo periodo; i costi complessivi, tanto del farmaco quanto del monitoraggio e del supporto psicologico e nutrizionale, sono elevati; i sistemi sanitari non sono tutti attrezzati; restano rischi di diseguaglianze d’accesso e variabilità legate alle persone e ai contesti.

Anche nello scenario più ottimistico, la produzione globale di GLP-1 potrebbe coprire circa 100 milioni di persone entro il 2030, cioè meno del 10%  di chi vive con obesità. Una riflessione sulle priorità di accesso è inevitabile. Parlare di accesso equo a terapie efficaci ed economicamente sostenibili, universale per chi ne ha bisogno e inserito in percorsi centrati sulla persona, si scontra inevitabilmente con vincoli concreti. La prioritizzazione è necessaria, ma decidere cosa, per chi, e come resta tutto da definire.

Riccardo Dalle Grave, medico e psicoterapeuta, specializzato in endocrinologia e in scienza dell'alimentazione, e responsabile scientifico dell’Associazione Italiana Disturbi dell'Alimentazione e del Peso (AIDAP), spiega: «Questi farmaci sono molto potenti, utili se dati bene». I benefici documentati dalla letteratura sono numerosi: possono ridurre il rischio di patologie cardiache, epatiche e, in alcuni casi, tumorali, ma possono avere effetti collaterali, per esempio su alcune patologie gastrointestinali. «L’OMS ha evitato un entusiasmo acritico. Parlare di equità sapendo che non c’è una reale equità è complicato. La prioritizzazione va fatta, ma con cautela. L’obesità è complessa: ci sono tantissime forme di obesità, anche con disturbi di salute mentale gravi», continua Dalle Grave. «I farmaci possono aiutare in questi casi, come per chi ha avuto un infarto o da ictus. Va fatta più attenzione quando ci sono già disturbi alimentari, come il binge-eating disorder. Ma soprattutto bisogna che ci sia una formazione adeguata, soprattutto nei sistemi sanitari. La prescrizione del farmaco andrebbe gestita da esperti».

In un contesto in cui i farmaci GLP-1 possono essere prescritti da diverse figure mediche, e persino online, ci si chiede come riuscire a garantire approcci davvero centrati sulla persona, che tengano conto del quadro sanitario e psicologico complessivo. A questo si aggiunge che la terapia comportamentale intensiva raccomandata dalle linee guida in Italia non è ancora applicata in modo strutturato. 

«Il farmaco non cura da solo», ribadisce Dalle Grave. «Bisogna gestire l’alimentazione, strutturare un programma di attività fisica, fornire supporto per i problemi psicologici, come i disturbi da stress e del sonno».

La narrativa dominante tende a ridurre l’obesità alla perdita di peso, e il farmaco alla soluzione. Ma affrontare l’obesità significa anche lavorare su autostima, difficoltà interpersonali, immagine corporea, e tenere conto dei fattori socioculturali che possono gravare su chi vive questa condizione. 

Lo stigma del peso: un problema a più livelli

Una recente revisione narrativa pubblicata su Current Obesity Reports esplora l’impatto dei farmaci GLP-1 agonisti sullo stigma legato al peso. Il quadro che emerge è stratificato. La disponibilità del farmaco può generare un doppio stigma: da un lato, la pressione sociale del “devo prenderlo, ora che esiste ed è raccomandato”, dall’altro l’impossibilità, per molte persone, di accedervi. Poi: se il farmaco non viene assunto, la responsabilità può ricadere di nuovo sulla persona; se viene assunto, può essere percepito come una scorciatoia, una via più facile o una mancanza di disciplina per pigrizia (un atteggiamento tra l’altro già visto verso la chirurgia bariatrica).

A questi stigmi esternalizzati si sommano quelli interiorizzati: la persona può convincersi di aver fallito, provare vergogna, arrivare a evitare cure e controlli per timore del giudizio altrui. Molte celebrità cercano di contrastare questa narrativa, normalizzando l’uso dei GLP-1 quando necessario, ma una visione del farmaco come soluzione, soprattutto da parte di chi può permetterselo senza difficoltà, rischia di rendere invisibili le disuguaglianze reali. Il nodo dello stigma è di essere un problema sistemico, che richiede di cambiare il modo in cui la società guarda, giudica e racconta l’obesità e chi la vive. 

Come spiega Daniele Di Pauli, psicoterapeuta della Società Italiana Obesità (SIO), «Si continua a cadere in atteggiamenti semplicistici, in un “Mangia di meno e muoviti di più”, e moralistici, cioè “È colpa tua se non lo fai”, sia da parte del pubblico che, talvolta, all’interno del sistema sanitario».

Il problema è che «Molte persone non comprendono ancora quanto sia complessa l'obesità. Non è una scelta. Si narra l’obesità solo come perdita di peso ma è molto di più: intraprendere un percorso di cura comporta un cambiamento radicale, che coinvolge il lavoro su se stessi, sullo stile di vita, sull’atteggiamento mentale. Non si tratta di un numero su una bilancia: farlo capire anche a chi convive con l’obesità non è semplice», continua Di Pauli.

Ritorna così una narrativa che spesso non aiuta a collocare lo stigma nella società e nei nostri stessi ambienti di cura, né a smantellarlo con i fatti e il rispetto dovuto all’obesità come a qualsiasi altra malattia cronica. «Il farmaco, tra l’altro, è un aiuto che, per chi ne trae beneficio, dovrebbe poter accompagnare il percorso di cura a lungo termine», conclude Di Pauli. 

Le voci dall’interno: tra speranza e scetticismo

La legge 3 ottobre 2025, n. 149 - la cosiddetta legge Pella, entrata in vigore il 24 ottobre -  ha rappresentato una tappa fondamentale: riconosce l’obesità come malattia cronica, definisce principi per prevenzione e cura, stanzia fondi dedicati. L’Italia è stato il primo Paese al mondo ad approvare una legge quadro nazionale che la riconosca come tale dal punto di vista formale. L’attuazione però è ancora in corso: percorsi di cura definiti, distribuzione dei fondi regionali e inserimento effettivo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) richiedono tempo.

«Speriamo non troppo», commenta Iris Zani, presidente della Federazione Italiana Associazioni Obesità (FIAO) e dell’associazione Amici Obesi ONLUS, che lavora da anni per far emergere la voce di chi vive con l’obesità, in un contesto che richiede informazioni corrette, tutela dei diritti e riconoscimento della malattia. «I pazienti sono combattuti. Alcuni ci sperano. Vorrebbero i farmaci gratuiti, ma sanno che non è possibile averli per tutti. Sarebbero preferibili forme di rimborsabilità non solo per i casi più gravi, ma anche come azione di prevenzione. Poi c’è chi è più scettico e timoroso, spesso perché poco informato sulla letteratura scientifica. Il farmaco aiuta, e molto. È giusto che la persona sia istruita, abbia un quadro chiaro, e sia aiutata».

Un cambio di paradigma

«Per capire cosa succederà dovremo aspettare una decina di anni», commenta Dalle Grave. «È indispensabile non solo curare, ma limitare alla radice il problema, con prevenzione ed educazione. Serve una correzione a livello ambientale». Serve insomma un reset del paradigma, una rieducazione che scardini pregiudizi e cerchi di promuovere ambienti protettivi - ma anche pronta a scontrarsi con narrative sociali e meccanismi economici consolidati, come quelli alla base della produzione di cibo ultra-processato. 

Più che una medicalizzazione risolutiva, il lavoro da fare è integrato e su più livelli: coinvolge istituzioni, ricerca, società civile, persone con obesità e chi le cura e le supporta in un percorso lungo e complesso. Partire da informazione corretta e approccio integrato che include, ma non si fonda totalmente, sul farmaco è il primo passo.  
 


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