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Lettera aperta al Prof. Fantoni, Presidente dell'ANVUR

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Egr. Prof. Fantoni,

premesso il riconoscimento per l’estrema fatica che il suo compito richiede, vorremmo farle presente alcune obiezioni circa le modalità di valutazione e di formazione delle graduatorie per l’abilitazione a professore di I e II fascia. Siamo certi che il problema le è ben noto, ma non è possibile, riteniamo, eluderlo ulteriormente. Il riferimento è al fatto che l’uso esclusivo, o in gran parte prevalente, dei criteri bibliometrici sia una forma non del tutto corretta e spesso ingiusta di selezione.

In questi decenni, i ricercatori si sono dovuti quantomeno sdoppiare per svolgere i propri compiti di ricerca perché, al tempo stesso, sono stati reclutati per compiti didattici e, laddove indispensabile per lo svolgimento delle attività universitarie legate alle discipline mediche, per compiti di assistenza. Ma è anche evidente che il ruolo universitario presenta delle sfaccettature che altri settori non hanno. E così un universitario, finora, ha dovuto fare ricerca, didattica e assistenza e questo ha sempre distinto il ricercatore universitario, qui inteso in senso lato, da quello, ad esempio, dell’industria privata. Molte delle funzioni suddette, non erano opzioni, o meglio, lo erano solo sulla carta: chi vive da molti anni all’interno degli Atenei lo sa benissimo. Si aggiunga a ciò che una quota consistente di docenti ha svolto per anni, se non decenni, compiti istituzionali legati alla partecipazione in commissioni, senati accademici, consigli di amministrazione, presidenze di corsi di studio, di specializzazioni, ecc., che, seppure non obbligatori, hanno fatto parte dell’impegno profuso per il funzionamento dell’università.

Ma allora come è possibile che si possa cancellare, con un colpo di spugna, l'importanza di tali attività indispensabili per la vita degli atenei, all’interno dei criteri di valutazione? E' chiaro che esistono situazioni differenti e casi limite all’interno della nostra istituzione e, senza voler dare alcun giudizio di valore, esiste chi ha scelto di seguire la propria vocazione di pura ricerca, magari in una università prestigiosa straniera, e chi ha scelto di lavorare tra i "miasmi" burocratici dell'amministrazione universitaria, penalizzando così il proprio curriculum scientifico. C’è chi svolge il proprio lavoro all’interno di uno studio con l’unica necessità di un computer, chi invece nello studio non riesce neanche ad entrare perché oberato continuamente da compiti didattici (che necessariamente non si limitano alle sole lezioni), attività di ricerca e compiti istituzionali.

Ora è certo che la vita riserva a ciascuno di noi il proprio cammino ma, all’interno di qualunque carriera possibile, bisogna assolutamente riconoscere il lavoro, l’impegno e la fedeltà profusi in favore e all'interno dell’Università italiana. E tutto questo dovrebbe essere considerato con attenzione da coloro i quali sono a capo dell’istituzione universitaria, pena la demotivazione o, peggio ancora, lo snaturamento delle funzioni istituzionali all'interno degli atenei. Purtroppo è proprio il contrario ciò che è già sotto i nostri occhi: articolifici, esasperate cordate alla ricerca dell'ultima citazione, una sorta di ultima Thule nella quale riciclarsi con una nuova "verginità" mostrando però quella profonda debolezza dei singoli e di tutto il sistema che, ancora una volta, non apprezza quasi per nulla chi ha lavorato per esso, ma premia soprattutto chi è molto furbo e lavora solo per sé, con tutti i distinguo del caso.

E’ proprio impossibile fare diversamente da quanto si è fatto e si continua a fare? Forse sarà difficile, ma fare le cose giuste non è mai stata cosa facile.

Annalisa Monaco e Marco Merafina - CNRU (Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari)


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