L’elefante nella stanza del clima

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The Elephant in the Room, Banksy. Foto di Bit Boy/Flickr.

Nella lingua inglese, l’“elefante nella stanza” è una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata: un pachiderma accoccolato nel salotto non rappresenterebbe solamente un evento insolito ma un fenomeno impossibile da ignorare se voi foste gli inquilini. Eppure, i miliardi di persone seduti sulla poltrona planetaria negli ultimi decenni hanno negato la presenza e la crescita serrata del nostro personale pachiderma demografico.

L’escalation demografica nell'ultimo secolo

Nel 1900 la Terra ospitava infatti 1.6 miliardi di esseri umani, divenuti in mezzo secolo 2.5 miliardi, per raggiungere quindi i 4 miliardi nel 1975, i 6 miliardi nel 2000 e infine i 7 miliardi nel 2011. Il contenimento della popolazione non ha mai attirato la simpatia delle confessioni religione né tanto meno voti in campagna elettorale. Limitare la libertà di scelta su temi intimamente personali, quanto la decisione di avere dei figli e in che numero, hanno regolarmente fatto naufragare questo tipo di politiche governative, tanto che la stessa Cina nel 2013 ha abbandonato il diktat del figlio unico. Per oltre due secoli il timore del sovraffollamento si è basato, e in parte si basa ancora, sulla sicurezza alimentare: la popolazione cresce mentre il pianeta e le sue risorse rimangono le stesse. Tuttavia, la necessità aguzza l’ingegno, soprattutto quando è minacciata la propria sopravvivenza.

Le previsioni errate di Malthus ed Ehrlich

Tanto le previsioni di Malthus a inizio dell’Ottocento quanto quelle di Ehrlich un secolo e mezzo più tardi furono infatti sconfessate dai progressi in ambito agronomico, capaci di moltiplicare la resa delle principali colture e prolungare lo slancio demografico. Fino a quando? Una relazione del 2012 delle Nazioni Unite ha stimato la dimensione massima di popolazione in 65 diversi scenari sostenibili. La dimensione più ricorrente è di otto miliardi di individui ma l’intervallo è compreso tra un minimo di due miliardi e un massimo di 1024 miliardi. È difficile sbilanciarsi su quale di queste sia la più prossima al valore effettivo. Il fattore determinante è il modello che le nostre società sceglieranno di adottare e, in particolare, la quantità di risorse consumate pro capite. E così, proprio il consumo di risorse, e soprattutto le emissioni derivate dalla loro produzione, hanno riacceso nell’ultimo decennio il dibattito demografico, coniugato questa volta in ambito climatico.

Demografia e clima

In uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Environmental Research Letters, Seth Wynes e Kimberly Nicholas del Centre for Sustainability Studies dell’Università di Lund hanno esaminato quali, tra le scelte individuali, contribuiscano maggiormente a mitigare gli effetti del cambiamento climatico. La sostituzione di una lampadina tradizionale con una a basso consumo pesa per lo 0,10% sulle tonnellate equivalenti (t.e.) di CO2 prodotte in un anno. Il riciclo dei rifiuti vale lo 0,21% mentre l’abbandono dell’automobile a benzina in favore di una ibrida fino a 0,52%. Ben poca cosa, sottolineano gli autori secondo i quali si tratta di correttivi insufficienti a contenere l’aumento di temperatura sotto i 2°C. Le quattro azioni più efficaci per la salute del pianeta consistono nel rinunciare alla carne (0,8%), ai viaggi aerei (1,6%) e all’automobile (2,4%). Ma soprattutto, dovremmo rinunciare o quanto meno ridurre il numero di figli, che impattano fino al 58,6% di t.e. in meno. Una risoluzione drasticamente efficace i cui effetti si avvertiranno tuttavia tra decine di anni: la percentuale è calcolata sulle ipotetiche emissioni del nascituro e dei suoi discendenti dividendo il totale per la durata di vita media dei genitori. A ognuno di essi è attribuita la metà delle emissioni del figlio, il 25% delle emissioni dei nipoti e via dicendo. Ovviamente la percentuale varia molto da Paese a Paese, ed è tanto maggiore quanto più le persone conducono uno stile di vita energivoro. Uno statunitense produce circa 15 t.e. di CO2 all’anno, un italiano 9 t.e. mentre un abitante dell’Africa sub-sahariana non raggiunge la t.e.. Tuttavia, è proprio in Africa che si sta registrando il maggiore incremento demografico, tanto da costringere nel 2014 gli esperti delle Nazioni Unite a rivedere al rialzo i modelli che negli ultimi vent'anni anni avevano goduto di ampio consenso.

Calo della natalità e inerzia demografica

Nonostante il tasso di crescita sia oggi (+1,18% annuo) quasi dimezzato rispetto all’apice raggiunto nel 1964 (+2,19% annuo), è quasi certo che entro la fine del secolo la popolazione mondiale sarà ben oltre i 9 miliardi di individui storicamente previsti e potrebbe superare persino gli 11 miliardi. La diffusa convinzione che il problema della crescita della popolazione mondiale si risolva con il progressivo calo della natalità, non tiene conto della cosiddetta inerzia demografica: una volta innescato, l’incremento si ferma solo lentamente. In Africa, anche a causa dello scarso accesso ai metodi contraccettivi e alle ancora radicate resistenze culturali e religiose, le famiglie continuano a essere numerose, con una media di 4,6 figli per coppia. Allo stesso tempo la mortalità per malattie, come per esempio quella dovuta all'infezione da HIV, è in costante diminuzione, contribuendo alla crescita della popolazione che nel 2100 potrebbe raggiungere i 4.3 miliardi. In Asia, dove oggi abitano circa 4.4 miliardi di persone, l’incremento dovrebbe toccare un picco nel 2050 per poi diminuire. La popolazione di Nord America, Europa e America Latina e Caraibi dovrebbe rimanere al di sotto del miliardo di abitanti.

Stili di vita sostenibili

Uno scenario probante per la sopravvivenza dell’uomo e dello stesso pianeta, ma probabilmente ancora sostenibile attingendo, distribuendo e riutilizzando oculatamente le risorse naturali. Purché nel frattempo si battano tre diverse strade: una rapida e completa transizione alle fonti di energia rinnovabile; un programma capillare che promuova l'empowerment femminile, determinante per la pianificazione familiare; l’abbandono dell’insostenibile stile di vita occidentale, troppo spesso visto dai governi dei Paesi emergenti come un modello da imitare. Una corsa contro il tempo per evitare che miliardi di persone mangino, consumino ed emettano quanto gli europei, o peggio, gli statunitensi. Insomma, il pachiderma demografico rimane saldamente ancorato al salotto ma finalmente abbiamo iniziato a guardarlo. Sulla sua pelle leggiamo non solo il futuro della nostra specie ma quello dell’intero pianeta.

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Le notizie di scienza della settimana

Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

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