fbpx L’ IA e la crisi del lavoro umano: alcuni aspetti da considerare | Scienza in rete

L’ IA e la crisi del lavoro umano: alcuni aspetti da considerare

immagine ad acquarello di ufficio vuoto

Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, l’IA sta ridefinendo il rapporto tra l'individuo, il lavoro e il suo ruolo sociale aprendo nuove questioni sul presente e sul futuro della nostra esistenza.

Tempo di lettura: 6 mins

Nel Capitale. Critica dell’economia politica (1867), Karl Marx fornisce una delle prime teorie sistematiche sulla struttura del capitalismo. La seconda fase della rivoluzione industriale fu per il filosofo tedesco terreno fertile di osservazione e analisi di quel cambiamento che avrebbe trasformato non solo nell’immediato la società dell’epoca, ma anche quelle future, perché aprì una crisi tra l’essere umano e il lavoro. Senza entrare nell’esegesi dell’opera, è importante però far riferimento a uno degli assunti cardine del Capitale, ossia il concetto di alienazione. L’alienazione è quel sentimento di estraneazione che l'operaio vive durante i processi di produzione e che Marx riconosce come un fatto reale di natura socio-economica che si identifica con la condizione storica del lavoratore salariato nella società capitalistica. Il lavoratore, dunque, si aliena dal prodotto del suo lavoro, dal processo produttivo stesso, dalla propria essenza umana perché prende coscienza della sua importanza solo per la produzione capitalistica. L’operaio diventa strumento di ricchezza altrui. Inoltre, l’introduzione di macchinari contribuiva ulteriormente a questo stato perché la produzione diventava una questione di pura competizione e selezione. 

Per Marx, il lavoro è ciò che definisce la specificità degli esseri umani, attraverso il lavoro infatti l’individuo trasforma determinate materie in beni che rispondono ai suoi bisogni, produce quindi le condizioni materiali della sua esistenza. Per l’essere umano però il lavoro non è soltanto necessario ai fini del proprio sostentamento ma è una metafora che ben veicola la nostra esistenza e la nostra essenza sociale, in quanto noi siamo per natura esseri sociali, cioè politici. Il lavoro quindi tiene insieme molte dimensioni, perché mettendo in rapporto l’individuo con gli altri individui relaziona la trama della struttura economica, politica e sociale, dando in ogni sua forma riconoscimento e valore all’individuo.
 
Oggi, a oltre centocinquant'anni da quelle osservazioni, ci troviamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale, quella contraddistinta dall’intelligenza artificiale (IA) e dalla tecnologia più avanzata. L’IA sta aprendo una frattura profonda nel legame simbiotico tra l’individuo e la sua essenza sociale, mettendo in crisi il valore di molte attività umane, oggi sempre più percepite come sostituibili anche per la capacità che ha di simulare alcuni processi cognitivi tipicamente umani. L’IA è figlia del capitalismo, e per questo il grande impero tecnologico rappresentato da NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta, sta transvalutando il potere umano riconvertendolo in potere artificiale. In questa nuova ottica l’individuo rischia di subire passivamente questa metamorfosi e di non avere sufficiente forza per contrastarla.

L’impatto dell’IA sul lavoro emerge con chiarezza anche dai dati riportati nell’ultimo report del McKinsey Global Institute, pubblicato a maggio 2026, Agents, robots, and us: How AI reshapes work and skills in Europe. Il 58% delle ore di lavoro oggi svolte potrebbe essere teoricamente automatizzato con tecnologie già disponibili. Di questa quota, il 44 % riguarda attività non fisiche, affidabili a sistemi software e agenti AI, mentre il 14 % riguarda attività fisiche, più adatte a robot e automazione industriale. A rischiare di più sarebbe chi ha competenze nei settori come quelli della programmazione, della contabilità e delle attività di monitoraggio in generale. Inoltre, nel documento è possibile leggere dettagliatamente anche le analisi di mercato circa il valore economico potenziale dei nuovi ruoli professionali legati all’IA e il profitto guadagnato in questo investimento. Chi perde il lavoro non perde soltanto un reddito: perde un ruolo. E la psicologia sociale ha ampiamente documentato come la perdita dell'occupazione sia correlata a depressione, isolamento, perdita di autostima e di alienazione. Il tema della 114ª sessione della Conferenza internazionale del lavoro, Una scelta cruciale. L’intelligenza artificiale al servizio del lavoro dignitoso, programmata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) pone l’attenzione sugli effetti del cambiamento messo in atto dall’IA e di come di fronte a queste trasformazioni sia importante che la politica sviluppi un approccio centrato sulla persona, elaborando strategie di sviluppo economico volte alla creazione di occupazione di qualità. Inoltre, secondo le stime del World Economic Forum, nei prossimi anni potrebbero verificarsi 85 milioni di perdite di posti di lavoro a livello globale, ma allo stesso tempo le nuove tecnologie potrebbero crearne fino a 97 milioni. Questo significa che a cambiare saranno le competenze richieste, sempre più specializzate nella gestione di sistemi di IA.  

Senza voler demonizzare l’utilità e le innovazioni apportate dell’IA, è necessario siano tracciati alcuni limiti, perché ci troviamo esposti a dei rischi che possono influenzare negativamente l’impianto delle nostre vite. L’accelerazione dell’IA sta riformulando quel concetto di alienazione caro ai marxisti perché i cambiamenti che stanno prendendo piede possono amplificare lo stato di alienazione del lavoratore, specialmente in relazione al suo ruolo sociale. Il punto forse che può stimolare una riflessione è che l’IA non è un agente sociale così come lo siamo noi e per questo non ha le nostre stesse responsabilità che abbiamo nei confronti della società. Interviene, agisce nel mondo, lavora per e con noi ma a differenza nostra non deve contribuire per esempio al mantenimento dello stato sia familiare sia sociale. Se occupa il nostro posto, come possiamo assolvere, in termini economici, ai compiti che ci vengono richiesti?

Se i large language model (LLM), come per esempio ChatGPT, sono strumenti che vengono percepiti come fonte di guadagno in termini di tempo, perché ci permettono di alleggerire il carico di lavoro e di sembrare più performanti nei task, nonostante l’uso costante abbia risvolti negativi sullo sviluppo delle competenze - e sulla sfera del pensiero critico, come riportato in questo studio, a rivoluzionare concretamente il mondo del lavoro sono i robot umanoidi. Nel recente articolo “Il futuro è già arrivato”, all’interno del n. 1663 di Internazionale, si riporta che entro la metà degli anni 2030 gran parte dei compiti di assemblaggio nelle fabbriche cinesi saranno completamente automatizzati e che attualmente in Cina ci sono 330 diversi tipi di robot umanoidi.

Un'intelligenza costruita anche per il profitto capitalistico riproduce la logica del dominio e in questa struttura si rivede quella hegeliana del servo-padrone. Per rendere bene l’idea di quanto detto, facciamo riferimento a uno dei film (2025) del regista sudcoreano Park Chan-wook, che rappresenta efficacemente il corso degli attuali eventi e degli scenari futuri: No Other choice - Non c’è altra scelta. Il protagonista perde improvvisamente il lavoro e si ritrova, insieme alla sua famiglia, a vivere uno stravolgimento non solo economico ma anche sociale. Trovare un altro lavoro sarà l’unica opzione e fare di tutto per ottenerlo sarà l’unica scelta possibile. Il finale del film riassume tutta la vicenda umana facendo entrare, ancora di più, nella realtà delle nostre vite quello che alcuni già stanno vivendo e che altri vivranno. Alcuni Stati hanno avviato delle sperimentazioni di reddito di base universale (UBI) per garantire un sostentamento causato dalla perdita di lavoro, e di recente Elon Musk ha proposto l’introduzione di questo strumento per contenere l’ondata di disoccupazione di massa che sarà causata dall’IA. Ma questa strategia può essere sufficiente? Può essere una valida alternativa per salvaguardare la dignità delle persone e ridimensionare l’intromissione dell’IA nelle nostre vite che non sono artificiali?
 
 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

"Noi persone con sclerosi multipla vogliamo essere parte della ricerca"

Immagine di Rachele Michelacci che interviene al convegno della AISM

Nel corso del congresso scientifico annuale dell'Associazione italiana sclerosi multipla (AISM) e della sua fondazione, la vicepresidente Rachele Michelacci  ha rivendicato la centralità delle persone malate nella ricerca. Lo ha detto in un contesto favorevole, visto che che il programma di engagement dei pazienti, le loro famiglie e i caregiver è stato preso a modello dalle altre società scientifiche e dalla comunità europea. Riportiamo in italiano il discorso di Rachele Michelacci in occasione della Giornata della sclerosi multipla (30 maggio) che vedrà 200 monumenti in tuta Italia colorarsi di rosso.
Immagine  di copertina e traduzione di Luca Carra

A un certo punto del congresso scientifico annuale dell'Associazione italiana sclerosi multipla e della sua fondazione, che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 maggio scorsi, Rachele Michelacci, vicepresidente dell'Associazione, ha preso il centro della scena, salendo sul palco, e ha raccontato il suo bisogno, il bisogno di tante persone ammalate, di prendere parte alla ricerca, non solo di esserne oggetto.