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Hantavirus e piano pandemico: siamo davvero pronti?

Hantavirus

Le nozze coi proverbiali fichi secchi il Piano pandemico approvato, in ritardo, il 30 aprile scorso, proprio un paio di giorni prima la scoperta del focolaio di hantavirus. Non resta che confidare che il rischio in Italia sia davvero molto limitato. 

Crediti dell'immagine di copertina: CDC/Cynthia Goldsmith 

Tempo di lettura: 11 mins

Partiamo da un comunicato stampa dell’Istituto superiore di sanità con dati aggiornati al 12 maggio: «Il 2 maggio 2026 l'Organizzazione mondiale della sanità ha segnalato un focolaio di gravi malattie respiratorie a bordo di una nave da crociera con 147 tra passeggeri e membri dell'equipaggio. Al 10 maggio 2026 sono stati identificati undici casi, tra cui tre decessi. Il virus è stato identificato come hantavirus delle Ande. Per gli ultimi aggiornamenti sulla situazione e sulla risposta internazionale consulta le pagine dedicate dell'Oms  e dell'Ecdc». (Come in tutte le crisi, le cose si muovono in fretta, perciò questa è la precisazione sul sito Ecdc: «Questa pagina viene aggiornata una volta al giorno, inclusi i fine settimana. La situazione è in rapida evoluzione e tutti i dati riflettono la situazione alle 14 del giorno di pubblicazione». Si tratta, comunque dei dati certi più recenti disponibili).

Siccome da giorni circola anche la bozza del nuovo Piano pandemico 2025-2029 vale la pena di porsi la domanda se il Servizio sanitario nazionale sia pronto ad affrontare una nuova situazione pandemica, domanda cui avevo cercato di dare una risposta giusto un anno fa qui su Scienza in rete. Al momento non sembra esserci un rischio di questo genere, ma meglio seguire il consiglio attribuito a Benjamin Franklin «If you fail to plan, you are planning to fail» (Se fallisci nel pianificare, stai pianificando di fallire).

Qualcosa è cambiato?

Di hantavirus non parlo (lo stanno già facendo in moltissimi) e mi concentro invece sulle modifiche che il SSN ha introdotto dopo la pandemia nella sua struttura (e quindi nelle sue scelte programmatorie e organizzative) e nel suo funzionamento per far fronte all’impatto di un nuovo eventuale evento pandemico. In Italia, non sono stati fatti molti tentativi di ricostruire le dinamiche della pandemia in modo da identificare le variabili su cui lavorare e nessuno di quelli che ho trovato è istituzionale (ministero della Salute, Agenas e Istituto superiore di sanità). Quanto al nuovo Piano pandemico in sé, la sua bozza ha già avuto diversi commenti  e consiste in un corposo testo in cui non ho trovato che pochi cenni a quello che mi interessa esaminare: come è cambiato il SSN negli anni che sono passati dalla fine della emergenza pandemica, che in Italia è stata decretata il 31 marzo 2022.

Salterò qui i dati sull’impatto della pandemia sulla salute degli italiani e sul prezzo pagato dagli operatori sanitari del nostro paese in termini di vite umane, come pure eviterò di ricordare i molti ricordi tragici legati a quel periodo e l’inevitabile retorica che si è riaffacciata il 12 maggio in occasione della giornata mondiale dell’infermiere. Per comodità e soprattutto per esigenze di spazio, do per scontato che fosse chiaro a tutti che il Paese avrebbe dovuto imparare la “lezione della pandemia” e che si sarebbe quindi dovuto mettere il SSN in condizione di essere pronto e resiliente in caso di una nuova situazione pandemica. Ma questo concretamente in cosa si sarebbe dovuto tradurre?  Proverò a rappresentare, a costo di qualche semplificazione di troppo, le scelte e quindi i cambiamenti che era legittimo aspettarsi in modo da confrontarli con quanto poi avvenuto.

Quello che ci servirebbe

Per quanto riguarda la struttura generale del SSN i punti critici che la pandemia aveva fatto emergere con forza particolare riguardavano il suo finanziamento, la politica del personale e le diseguaglianze in termini di offerta di servizi e quindi di salute. Purtroppo rispetto a queste tre dimensioni la situazione non è cambiata o non è cambiata abbastanza. Per quanto riguarda il Fondo sanitario nazionale (FSN) in un commento alla manovra di bilancio 2026 Banchieri e D’Innocenzo (https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/analisi-manovra-2026-per... ) hanno fatto presente che «L’incremento del FSN è significativo in termini assoluti, ma resta inferiore alla crescita del PIL nominale e all’inflazione cumulata. Il rapporto spesa sanitaria/PIL rimane tra i più bassi del G7. Non si colma il gap con le esigenze reali del sistema».  Per quanto riguarda le politiche del personale rimangono irrisolti problemi enormi quali ad esempio la carenza di infermieri, la carenza di medici di medicina generale e quella di alcune figure come gli specialisti nell’area dell’emergenza-urgenza e dell’anestesia e rianimazione. Da segnalare che a tutt’oggi rimangono i tetti di spesa del personale, che hanno subito solo ritocchi marginali, per cui la disponibilità dei professionisti sanitari per le funzioni e le attività da potenziare in caso di crisi si può ottenere solo attraverso un diverso utilizzo del personale o una diversa organizzazione del lavoro. Per quanto riguarda le diseguaglianze in offerta di servizi e di salute, queste permangono se non addirittura si accentuano, come dimostrano ad esempio i dati sulla mobilità sanitaria e sulla rinuncia alle prestazioni.

Quanto all’organizzazione dei servizi, le indicazioni che emergevano dalla pandemia erano molte e riguardavano la necessità di:

  • investire sulla prevenzione e la promozione della salute sia attraverso il potenziamento dei Dipartimenti di prevenzione sia in quella ottica one health che tutti hanno richiamato
  • potenziare la rete epidemiologica
  • potenziare l’assistenza territoriale in modo da rendere operativi i percorsi di presa in carico della patologia cronica, che costituisce il primo problema di sanità pubblica in Paesi come l’Italia, e da garantire il massimo di risposta a livello domiciliare
  • migliorare l’offerta residenziale in termini di standard organizzativi e territoriali, visto il tragico impatto della pandemia in questa tipologia di strutture
  • aumentare la capacità di risposta ai bisogni dell’area della salute mentale a tutte le età, problemi che la pandemia ha accentuato o comunque fatto emergere
  • mettere la rete ospedaliera in grado di aumentare l’offerta di posti letto di area medica, subintensiva e intensiva, in caso di pressione pandemica
  • creare percorsi in Pronto Soccorso in grado di separare i pazienti potenzialmente infetti dagli altri e di ridurre gli afflussi di casi non infettivi di minore urgenza
  • pur in presenza di una pressione pandemica mantenere a livello adeguato le prestazioni programmate, sia di tipo preventivo (come gli screening dei tumori) che diagnostico e terapeutico.

Insomma, una rapida lettura di queste indicazioni porta a questa sintesi: misure specifiche a parte (quelle oggetto del Piano pandemico) il SSN per essere pronto a fronteggiare una situazione pandemica dovrebbe uscire dalla crisi in cui versa e avere, oltre alla normale capacità di erogare i Livelli essenziali di assistenza (LEA) in modo adeguato, anche una riserva di operatività in grado di rispondere a un aumento improvviso e potenzialmente enorme della domanda. 

L’esempio più semplice è quello dei posti letto intensivi e semi-intensivi da tenere come riserva in caso di evento epidemico. Purtroppo, nelle condizioni in cui versa attualmente, il SSN risulta già fortemente inadeguato rispetto alla normale erogazione dei LEA, figuriamoci quanto può essere in grado di far fronte a un’emergenza pandemica quale quella vissuta nel 2020-2022. Disomogeneità regionali e quindi divario Nord-Sud a parte (che purtroppo sono un problema strutturale non solo irrisolto, ma si può dire nemmeno affrontato), gran parte delle criticità di cui al precedente elenco sono rimaste lettera morta.

Del resto, a parte alcune misure straordinarie relative per esempio all’assunzione di personale, di misure strutturali, e quindi non contingenti, in grado di innovare e irrobustire il SSN ce ne sono state veramente poche e cioè: il Decreto legge 34 del 2020, che ha potenziato i posti letto di terapia intensiva e semintensiva e il sistema dell’emergenza ospedaliera e territoriale, e altri due provvedimenti, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del 2021 e il Decreto ministeriale 77 del 2022, che assieme avrebbero dovuto contribuire al tanto atteso potenziamento del territorio. Vediamoli.

Quello che invece abbiamo

Il DL 34 del 2020, che poi ha dato luogo a una circolare esplicativa del ministero della Salute che ne ha chiarito il razionale e definito le modalità operative, ha previsto e finanziato un aumento dei posti letto di terapia intensiva e semintensiva portando i primi a 0,14 posti letto ogni 1.000 abitanti (3.500 posti letto in più a livello nazionale) e prevedendo per i secondi una riconversione di 4225 posti letto attualmente esistenti. Ma se gli interventi strutturali e l’acquisizione di tecnologie sono stati finanziati, le misure relative al personale sono state solo di carattere temporaneo legate all’emergenza pandemica, tanto che nella circolare si legge: «Si sottolinea, pertanto, la necessità del mantenimento di una quota di personale medico e infermieristico, altrimenti impegnato per altri tipi di assistenza, prontamente impiegabile per rafforzare la dotazione degli organici di terapia intensiva o semintensiva. A questo fine corsi a cadenza periodica e di aggiornamento sul campo in terapia intensiva permetteranno di mantenere nel tempo le competenze intensivologiche di base del personale dedito di norma ad altre attività». Per avere una idea delle dimensioni del personale “riservista” necessario teniamo conto che dovrebbe far fronte a un aumento di oltre il 60% dei posti letto di terapia intensiva e di oltre il 40% di quelli di terapia semintensiva. Una verifica di quante Regioni e Aziende abbiano fatti i corsi di cui parla il Decreto darebbe con ogni probabilità risultati sconfortanti.

Sempre il DL 34 ha poi previsto che: «dovranno essere riorganizzati e ristrutturati i Pronto Soccorso con l’obiettivo prioritario di separare i percorsi e creare aree di permanenza dei pazienti in attesa di diagnosi che garantiscano i criteri di separazione e sicurezza. Il tempo di permanenza in attesa di ricovero deve essere ridotto al minimo, anche in considerazione alle esigenze di distanziamento tra i pazienti durante le procedure diagnostico-terapeutiche, al fine di evitare il sovraffollamento e di non provocare rallentamento o ritardi della gestione della fase pre- ospedaliera del soccorso sanitario». Anche per i Pronto Soccorso si ribadisce l’opportunità «del mantenimento di una quota di personale medico e infermieristico, altrimenti impegnato per altri tipi di assistenza, prontamente impiegabile per rafforzare la dotazione degli organici in particolari situazioni emergenziali. A questo fine, corsi a cadenza periodica e di aggiornamento sul campo permetteranno di mantenere nel tempo le competenze di base del personale dedito di norma ad altre attività». Leggere queste frasi oggi con i Pronto Soccorso assediati da pazienti in attesa di ricovero e spesso puntellati da medici non specializzati messi a disposizione delle cooperative o con un rapporto libero-professionale non so se faccia più tenerezza o rabbia (direi la seconda, purtroppo).

Il PNRR e il DM 77 del 2020 hanno introdotto importanti novità rendendo teoricamente possibile l’affermarsi nei servizi territoriali di un approccio finalmente adeguato alla presa in carico proattiva della cronicità, quella che in teoria aveva previsto anni prima il Piano nazionale della cronicità del 2016. Con il PNRR si sono finanziate soprattutto le strutture e le funzioni che poi il DM 77 ha regolamentato: Case della comunità, Ospedali di comunità, Centrali operative territoriali, telemedicina e infermieri di famiglia e di comunità. Ma anche qui, di nuovo con tutte le solite differenze tra Regioni, il problema è che il poco personale finanziato ad hoc e fuori dal tetto di spesa non basta a far funzionare le nuove strutture, ammesso che vengano realizzate nei tempi previsti dalle regole del PNRR. E poi c’è il nodo sempre più aggrovigliato dell’inquadramento dei medici di medicina generale, tanto aggrovigliato che me la cavo con un mio personale consiglio di lettura, anzi di consultazione (il blog di Giuseppe Belleri, un medico di medicina generale).  Nella pratica ci sono enormi ritardi nella attivazione delle strutture e delle funzioni previste da PNRR e DM 77, come documenta lo stesso monitoraggio ministeriale (in base ai dati aggiornati al secondo semestre 2025, solo 66 Case della comunità su 1715 erano operative). Anche quando i dati sembrano confortanti, come l’incremento della assistenza domiciliare, a leggerli bene si scopre che in alcune Regioni come le Marche (https://francopesaresi.blogspot.com/2025/04/marche-per-gli-anziani-solo-... ) si seguono a domicilio più anziani perché si assistono con meno ore. Fra l’altro ci sono ritardi anche negli interventi strutturali, tanto che per le strutture finanziate col PNRR si prevede una autorizzazione e un accreditamento sulla fiducia, in attesa dei tempi della verifica definitiva da parte degli organi preposti. E non è chiaro che cosa potrà succedere se le strutture non passeranno le verifiche.

Noi, speriamo che ce la caviamo

Quindi se Sparta piange con gli ospedali che non sono in grado di reggere l’urto pandemico qualora si traducesse in quella pressione esercitata in occasione della pandemia da Covid-19, Atene non ride con il territorio che non riesce a fare la sua parte con la inevitabile ricaduta su Pronto Soccorso e ospedali. D’altra parte a livello territoriale l’assistenza nell’area della salute mentale a tutte le età è in gravissime difficoltà e l’assistenza residenziale per gli anziani, compresi quelli affetti da demenza, aspetta ancora di essere regolamentata e comunque ha gravi problemi di liste di attesa e di standard assistenziali insufficienti.

In questa purtroppo lunga lagnanza rimangono da trattare la promozione della salute, la prevenzione e l’epidemiologia. Anche qui, nonostante il fiume in piena delle parole sull’approccio One health, rimane la realtà di servizi cui il Piano nazionale di prevenzione (è in discussione la bozza 2025-2029) dà grandi prospettive, mentre il SSN riesce a dargli poca attenzione e ancor meno risorse, come lo stesso ministro Schillaci tra le righe riconosce quando dice che vorrebbe dare alla prevenzione più del 5% del FSN, quando in realtà gli si dà molto meno. Purtroppo non credo sia un caso che  nel recente disegno di legge sul riordino del SSN il ministro e il governo siano riusciti persino a non nominarla mai la “povera” prevenzione, come si può leggere qui.

In una situazione quale quella qui ricostruita una pandemia troverebbe di certo fortemente inadeguato il SSN e prepararlo sarà utile, ma totalmente insufficiente. Del resto l’attuale governo giusto un anno fa non ha voluto firmare l'accordo pandemico dell'Oms e in una Commissione che si occupa di vaccini aveva proposto due componenti che l'epidemiologa Stefania Salmaso ha elegantemente definito come «persone che, senza particolari esperienze nel merito, in passato hanno assunto posizioni scettiche o di aperta critica verso le vaccinazioni, o almeno alcune di esse»

Per concludere, in questo quadro è difficile dare ragione al ministro Schillaci quando, intervistato, afferma a proposito dell’hantavirus che «Per l’Italia il rischio è molto basso, ma noi siamo pronti». Io sarei piuttosto per la citazione cinematografica «Prega per il meglio, preparati per il peggio», mi rassicura di più.

 

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