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La COP17 di Yerevan sulla biodiversità alla prova dei risultati

Panoramica della città di Yerevan con montagne sullo sfondo

La COP17 della Convenzione ONU sulla diversità biologica si svolge a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026. La riunione sarà la prima revisione globale dei progressi collettivi nell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal, adottato nel 2022 con 23 obiettivi di conservazione della biodiversità al 2030. Il confronto decisivo sarà su come accelerare l’attuazione e garantire risorse adeguate, sulla qualità della protezione e sulla destinazione dei benefici economici dell’uso delle risorse genetiche. La cerimonia di apertura è prevista il 18 ottobre: ecco i dossier più importanti che saranno discussi nelle prossime due settimane. Crediti immagine: Serouj Ourishian / Wikimedia Commons, CC BY

Tempo di lettura: 8 mins

Il 19 dicembre 2022, a Montreal, i governi di 196 Paesi hanno concordato 23 obiettivi per arrestare e invertire la perdita di biodiversità globale entro il 2030. A quattro anni dalla scadenza, il rapporto di monitoraggio dei primi 8 obiettivi della Convenzione per la Diversità Biologica offre un quadro netto: i Paesi hanno intrapreso azioni su tutti i 23 obiettivi, ma meno della metà dei target nazionali risulta in traiettoria.

Nella classificazione a semaforo della revisione, solo il Target 8, ridurre gli impatti del cambiamento climatico e dell’acidificazione degli oceani sulla biodiversità e rafforzarne la resilienza, è nella categoria verde; la maggior parte degli obiettivi resta nelle categorie che segnalano progressi insufficienti o lacune rilevanti. E meno dell’uno per cento dei rapporti nazionali espone i dati necessari per poter monitorare nel tempo la superficie degli ecosistemi naturali.

Dal 19 al 30 ottobre la COP17 della Convenzione sulla diversità biologica, che si tiene a Yerevan, in Armenia, dovrà fare i conti con questa situazione, in occasione della prima revisione globale dei progressi collettivi sul Quadro di Kunming-Montreal. Il rapporto State of Biodiversity Action, presentato il 15 ottobre, è il punto di partenza del confronto. Va letto tenendo separate due cose che spesso si confondono: la diffusione delle politiche e i risultati ecologici.

Sul primo fronte i numeri sono incoraggianti. Centosessantadue Paesi hanno già redatto il proprio rapporto, e 172 hanno comunicato almeno gli obiettivi nazionali. Per tutti i 23 obiettivi sono state avviate azioni, ma il livello di impegno è ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi globali. Per esempio, l’obiettivo clima e resilienza degli ecosistemi è incluso nei piani di oltre l’80% dei Paesi, ma le relative misure sono state attuate pienamente solo nel 2% dei casi. L’impegno più noto è il 30×30: conservare efficacemente almeno il 30% delle terre e delle acque interne e il 30% dei mari e delle coste entro il 2030, e avviare il ripristino efficace di almeno il 30% degli ecosistemi degradati. Secondo il 30×30 Global Assessment 2026, un’analisi indipendente coordinata da Campaign for Nature, oggi siamo intorno al 20% sulla terraferma e al 10% negli oceani. Anche se tutti gli impegni quantificati venissero mantenuti, nel 2030 arriveremmo a circa il 27% e il 12%. Il buco più grande, quindi, è in mare.

Ma il problema non è solo la percentuale di aree protette. Trasformare una promessa in una rete di aree protette vuol dire decidere dove intervenire, chi ne è responsabile e come garantire la loro gestione negli anni. La stessa analisi rileva che meno di venti Paesi dispongono di piani dettagliati per la realizzazione di questo obiettivo con costi, tempi, governance e finanziamenti. Conta anche che cosa si protegge. Tutelare pezzi isolati di foresta può lasciare irrisolto il problema della frammentazione ecologica, o impedire alle specie di spostarsi verso condizioni climatiche più adatte mentre il clima cambia. Un’area marina protetta senza regole effettive sulle pressioni che si dovrebbero ridurre rischia di esistere solo sulla mappa. Per giudicare il 30×30 bisognerà guardare quali ecosistemi entrano nella rete e come vengono governati: la semplice somma degli ettari lascia fuori metà della storia. E conta con chi si protegge. Il coinvolgimento delle comunità e il rispetto dei loro diritti sono spesso la condizione perché una gestione efficace duri nel tempo.

Undici dollari di sussidi alimentano il danno, contro uno che conserva

Il divario globale di finanziamento per la biodiversità è stato stimato dalla Convenzione sulla Diversità Biologica in 700 miliardi di dollari all’anno. Il Target 19 prova a colmarne una parte, mobilitando almeno 200 miliardi l’anno entro il 2030. Di questi, i flussi internazionali dai Paesi sviluppati e da altri contributori volontari verso i Paesi in via di sviluppo dovrebbero raggiungere almeno 30 miliardi annui nel 2030, dopo un traguardo intermedio di 20 miliardi nel 2025.

Bisognerebbe anche trovare una soluzione per il fiume di denaro che si muove nella direzione sbagliata. Il rapporto UNEP State of Finance for Nature 2026 stima 2.400 miliardi di dollari erogati ogni anno in sussidi pubblici dannosi per l’ambiente, contro 220 miliardi di finanziamenti per soluzioni basate sulla natura. Le due categorie non sono perfettamente sovrapponibili (le seconde includono interventi su clima, acqua e altri problemi ambientali, e non esauriscono la finanza per la biodiversità), ma l’ordine di grandezza è eloquente: per ogni dollaro che conserva e ripara gli ecosistemi, quasi undici continuano ad alimentarne il danno. Per questo il Target 18 chiede di ridurre gli incentivi dannosi di almeno 500 miliardi l’anno entro il 2030. La prima tappa, identificarli entro il 2025, non è stata raggiunta, e solo un quarto degli obiettivi nazionali è in linea con la traiettoria. Non sorprende: toccare un sussidio significa toccare redditi e interessi. Servono alternative praticabili e misure di accompagnamento per chi deve cambiare il proprio lavoro o ripensare un’attività imprenditoriale.

A Yerevan si discuterà in particolare del ruolo della Global Environment Facility, il meccanismo finanziario della Convenzione, e del Global Biodiversity Framework Fund, istituito al suo interno: quanto dotarli, come facilitarne l’accesso, se allargare la platea dei contributori. Sono domande meno astratte di quanto sembrino. Un finanziamento troppo lento o difficile da ottenere rischia di arrivare quando la capacità amministrativa si è dispersa, o quando la finestra per intervenire si è già chiusa.

Nei negoziati preparatori di Nairobi i Paesi latinoamericani e caraibici, India e Indonesia hanno chiesto risorse adeguate e prevedibili dai Paesi sviluppati, accesso più semplice ai fondi e condizioni agevolate. La parola chiave è prevedibili. Un’amministrazione che lavora sulla conservazione deve poter mantenere personale e competenze tra un finanziamento e il successivo.

Il valore dei genomi

Esiste un valore della biodiversità che è molto difficile vedere o anche solo immaginare: l’informazione contenuta nei genomi. Le sequenze genetiche alimentano la ricerca su farmaci, varietà agricole e processi industriali. Quando quell’informazione è digitale e scaricabile da una banca dati, chi la usa non ha bisogno di prelevare un campione nel Paese d’origine, e il filo che lega i profitti ai luoghi e alle comunità che custodiscono quelle risorse si spezza. Il Cali Fund nasce per riannodarlo.

Istituito da una decisione della COP16 e lanciato durante la sessione di Roma nel 2025, dovrebbe raccogliere contributi dalle grandi imprese che traggono benefici commerciali dall’informazione digitale sulle sequenze genetiche in settori come farmaceutica, cosmetica e biotecnologie. Almeno metà delle risorse è destinata ai bisogni indicati dai popoli indigeni e dalle comunità locali. Il 14 ottobre Reuters riportava che il fondo aveva ricevuto contributi per appena 6.000 dollari. Lo snodo non è solo la volontà delle aziende, ma la fiducia in chi gestisce il denaro. A Nairobi il gruppo africano ha chiesto trasparenza e chiarezza sulla governance; i piccoli Stati insulari hanno chiesto dati distinti sulle assegnazioni a loro favore e a favore dei Paesi meno sviluppati, oltre alla verifica della quota riservata alle comunità indigene e locali. Con queste questioni ancora irrisolte sul tavolo, l’Unione Europea sostiene la raccolta ma ha chiesto più tempo. L’Australia teme che alle imprese disposte a contribuire vengano inviati segnali scoraggianti, e il Giappone ha osservato che la disputa rischia di far sembrare il fondo afflitto da problemi strutturali.

Per convincere le aziende a versare, il fondo dovrebbe prima convincere i governi dei Paesi che ne beneficeranno. In parallelo alla COP17 si riuniranno per la sesta volta le Parti del Protocollo di Nagoya, che regola l’accesso alle risorse genetiche fisiche (e alle conoscenze tradizionali associate) e la condivisione equa dei benefici. Non va confuso con il Cali Fund: quest’ultimo riguarda l’informazione digitale ed è stato istituito con una decisione separata della COP16. La valutazione preparata per Nairobi, basata su informazioni relative a 142 Paesi aggiornate al 9 marzo 2026, mostra un sistema che cresce soprattutto nelle procedure. Centodieci Paesi (il 78%) hanno adottato misure legislative, amministrative o politiche in materia; sessantaquattro (il 45%) dichiarano di aver rilasciato permessi o equivalenti, anche se in qualche caso si tratta di semplici permessi di esportazione; trentaquattro (il 24%) hanno pubblicato certificati di conformità riconosciuti a livello internazionale, per un totale di 6.269. I benefici monetari dichiarati dall’entrata in vigore del Protocollo ammontano a circa 53 milioni di dollari, e l’82% è concentrato in tre Paesi: India, Costa Rica e Sudafrica. La cifra va presa con cautela, perché deriva dai dati numerici di soli 23 Paesi, talvolta aggregati tra risorse genetiche e conoscenze tradizionali, e non cattura i benefici non monetari come formazione, cooperazione e condivisione dei risultati. Due questioni negoziali rimangono aperte. La prima è il meccanismo multilaterale globale previsto dall’articolo 10. Dovrebbe affrontare casi in cui le risorse genetiche si trovano in più Paesi o non è possibile individuare o ottenere il consenso preventivo necessario per applicare il normale sistema bilaterale tra fornitore e utilizzatore. La seconda riguarda I casi in cui un regime internazionale specializzato, applicabile a una specifica risorsa genetica e a un determinato scopo, disciplini accesso e condivisione dei benefici per le Parti che ne fanno parte, secondo l’articolo 4(4) del Protocollo. Le parti hanno riconosciuto divergenze su questo punto nelle riunioni precedenti; l’obiettivo è evitare vuoti o sovrapposizioni tra regimi diversi.

Oltre i negoziati

Dai negoziati, però, le decisioni devono tornare ai luoghi in cui si conserva e si usa la biodiversità. L’attuazione coinvolgerà città e amministrazioni locali, cooperazione scientifica, educazione e comunicazione. È a questi livelli che molti impegni incontrano scelte concrete sull’uso del suolo o sulla gestione degli ecosistemi. Conservare la biodiversità richiede che i ministeri delle finanze, dell’agricoltura e delle infrastrutture assumano responsabilità verificabili, e che le comunità possano partecipare alle decisioni che le riguardano. La cooperazione scientifica può sostenere questo lavoro rendendo disponibili metodi di rilievo e strumenti per interpretare i dati. Per le amministrazioni con meno risorse, l’accesso alle tecnologie deve accompagnarsi alla possibilità di utilizzarle e mantenerle. Sono condizioni necessarie per trasformare un sistema di rendicontazione in una base utile alle decisioni.

La proposta di Yerevan Pathway prova a dare seguito alla revisione globale: completare piani e obiettivi nazionali, rafforzare risorse e cooperazione, coordinare le amministrazioni, migliorare partecipazione e dati. È una proposta negoziale, non una decisione già concordata. Il suo valore dipenderà dalle responsabilità, dalle scadenze e dai mezzi che i governi accetteranno di assumere. Anche in Italia potremo cercarne gli effetti nei bilanci e nelle decisioni di gestione. Un progetto di ripristino richiede di sapere chi continuerà a monitorarlo quando il finanziamento sarà terminato. Un corridoio ecologico richiede accordi tra amministrazioni e proprietari. Sono le stesse condizioni da cui dipende la possibilità di misurare i progressi.

Nei quattro anni rimasti, la revisione di Yerevan potrà aiutare a concentrare risorse e responsabilità dove servono, e a tornare sul terreno per verificare che cosa è cambiato.


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