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Il caso Martone e la piaga dei concorsi

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L'uscita di Michel Martone (''Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato'') ha finito per spostare su di lui i riflettori dei media. Pur potendo vantare una carriera a dir poco fulminante, avendo vinto un concorso a cattedra universitario alla tenera età di 29 anni, l'esame degli atti del suo concorso mostra qualche anomalia. Infatti, per le due idoneità a professore ordinario messe a concorso nel 2003 dall'Università di Siena, i candidati si ridussero da otto a due; gli altri sei, una volta resa nota la commissione esaminatrice, ritirarono la domanda nonostante avessero un buon numero di lavori (tre candidati con almeno 50 lavori). Martone non si ritirò e vinse presentando come titoli due monografie, di cui una in edizione provvisoria ( vedi gli Atti del concorso disponibili qui).

Qualcuno potrebbe obbiettare che non è il numero che conta e che anche un solo lavoro eccellente può valere ben più di molti lavori mediocri. Tuttavia, dal giudizio di due commissari, i professori Liso e Sciarra, si evince che i due lavori presentati da Martone, lungi dall'essere eccellenti, erano appena sufficenti. Perciò, sorge spontanea la domanda: perchè gli altri candidati si ritirarono, nonostante, almeno sulla carta, avessero titoli non inferiori a quelli di Martone?

Ora, l'aspetto più grave di un fatto come questo, che scandalizza il cittadino comune e fa tremare i polsi ad alcuni nostri meritevoli ricercatori, è che, lungi dall'essere un'eccezione, fu, con l'entrata in vigore della legge 210/1998, almeno in certi settori disciplinari, la regola.

Il caso Martone, quindi, più che un caso personale, è un caso generale e un'occasione per aprire un dibattito sul reclutamento dei docenti universitari.

In Italia, il perno del reclutamento è, da sempre, il concorso. Questa modalità è stata declinata in vario modo nel corso degli anni ma consiste fondamentalmente nel bando di un posto di docente (ricercatore, associato, ordinario) da parte di ciascuna Università e dalla formazione di una commissione esaminatrice che sceglie tra una rosa di candidati. Se questo è lo schema di base, i risultati del concorso possono essere molto diversi a seconda del metodo attraverso cui viene formata la commissione esaminatrice. Per un certo periodo (anni '80) la commissione veniva formata attraverso una prima elezione tra i docenti del settore disciplinare, seguita da un sorteggio. Poi si invertì il sistema, facendo prima il sorteggio e quindi l'elezione e infine si eliminò del tutto il sorteggio. Solo recentemente (dal 2009) l'elezione ha assunto un peso praticamente nullo cosicché la composizione delle commissioni dei concorsi è basata sul sorteggio.

A seconda dei rapporti di forza all'interno del settore disciplinare, lo svolgimento e il risultato finale del concorso sono pesantemente influenzati dal peso relativo dei due metodi, elezione o sorteggio, utilizzati per la selezione della commissione. L'elezione, infatti consente la stipula di accordi e la formazione di cordate: in questo caso saranno le cordate più numerose, e non necessariamente quelle più valide scientificamente, a imporre i loro commissari e quindi a pre-figurare il risultato del concorso. Il sorteggio introduce un elemento di imprevedibilità nella composizione della commissione, dato che, pur favorendo statisticamente i gruppi più numerosi, non permette un preciso pre-confezionamento della commissione.

Ora si dà il caso che il concorso di Martone cada proprio in quel periodo, lungo circa 10 anni, nel quale le commissioni furono costituite su base puramente elettiva, salvo per il commissario locale, nominato dalla Facoltà. In questo modo si costituirono grandi cordate costituite da un numero di docenti che, per essere efficace, doveva superare necessariamente quello dei docenti appartenenti alle tradizionali ''scuole''.

Il concorso veniva acceso con il bando di un posto da parte di una sede universitaria ma questo consentiva la selezione di altri due idonei (per i primi due anni dall'entrata in vigore della legge, poi solo per un altro idoneo) che potevano venir chiamati da altre università. In pratica l'università che bandiva un posto ne trainava altri due (o un altro) che potevano essere utilizzati per favorire la chiamata di docenti da parte di Facoltà che difficilmente avrebbero bandito un posto. Il meccanismo delle idoneità serviva quindi a esercitare una sorta di pressione morale sulle Facoltà a chiamare docenti di settori già ben fornite di docenti o di settori marginali. Come si può negare la chiamata a un docente dichiarato eccellente da una commissione esterna alla Facoltà? Alcune università contingentarono le chiamate degli idonei, scaglionandole nel corso di vari anni; altre invece chiamarono gli idonei immediatamente, creando in molti casi forti squilibri tra i vari settori disciplinari nella copertura degli insegnamenti.

Questo meccanismo perverso potrebbe in parte riproporsi con la nuova normativa introdotta dalla legge Gelmini. Secondo questa legge infatti, le università devono attingere, per la copertura delle loro esigenze didattiche, da una lista nazionale di idonei selezionati da apposita commissione ministeriale. Dato che la presenza di un ricercatore o di un professore associato nelle liste degli idonei costituisce un irresistibile fattore di pressione e un potente incentivo alla chiamata da parte della Facoltà di appartenenza, il difetto di questo sistema è che un abbassamento della livello qualitativo della selezione comporterà inevitabilmente un abbassamento degli standard qualitativi del settore disciplinare.

Ritornando al modello di reclutamento utilizzato ai tempi del concorso di Martone, l'accensione di un concorso da parte di una sede universitaria dipendeva essenzialmente dalla sicurezza del risultato finale, la vittoria del candidato locale. Questa assicurazione, tanto più necessaria quanto più debole il candidato locale, poteva essere fornita solo da cordate capaci, per numero dei componenti e per loro interna coesione, di assicurare l'elezione di una commissione assolutamente blindata.

Chi fosse stato fuori dalla cordata e avesse voluto bandire un posto, avrebbe dovuto mettere in campo candidati di prim'ordine, ma non sarebbe stato comunque sicuro del risultato del concorso. In conseguenza di questo sistema, più del 97% dei concorsi banditi dalle università in quel periodo si sono risolti con la chiamata di un candidato locale.

E' chiaro che, con questo sistema, ciascuno guadagnava qualcosa: la sede che bandiva e la cordata che le forniva una copertura. Date le dimensioni della cordata, la distribuzione delle idoneità tra i partecipanti alla cordata avveniva su scala nazionale e l'abbondanza delle idoneità manteneva relativamente basso il livello di conflittualità tra le scuole componenti la cordata.

Ora che abbiamo chiarito il meccanismo, possiamo rispondere alla domanda iniziale. Perché i candidati al concorso di Martone si ritirarono tutti, salvo due, numero corrispondente alle idoneità disponibili? Una prima ipotesi è che i candidati ritiratisi non avevano fiducia nei loro titoli; ma allora, perché fecero domanda? Questo, e il fatto che i candidati si siano ritirati solo dopo aver conosciuto la composizione della commissione rafforza l'ipotesi alternativa, e cioè che erano convinti di non essere loro i vincitori predestinati da quella commissione. Si tratta di un'ipotesi, ma la sua plausibilità è rafforzata dall'osservazione che, con quella legge sul reclutamento, il ritiro dei candidati ''in eccesso'' rispetto al numero dei posti disponibili era la regola piuttosto che l'eccezione. Paradossalmente, a ritirasi non erano i candidati peggiori, ma i migliori, un fatto dovuto solo in minima parte alla possibilità di poter vincere in altra sede.

Ma la controprova che il ritiro dei candidati derivasse dalla loro convinzione che, vista la composizione della commissione, il risultato del concorso non potesse prevedere la loro selezione, è il fatto che, con l'introduzione nel 2009 del sorteggio al posto dell'elezione dei commissari, i ritiri dei candidati sono diminuiti drasticamente. Come mai? Forse perché il sorteggio introduce un elemento di imponderabilità e un pluralismo nella composizione della commissione che rende i giochi aperti fino alla fine del concorso?

La legge 240/2010 modifica radicalmente la procedura del reclutamento, affidando ai Dipartimenti il bando dei posti da ricoprire, la formazione della commissione esaminatrice e la chiamata dei docenti. Secondo la nuova legge possono accedere alla selezione solo gli studiosi che sono stati giudicati idonei da una commissione nazionale. Questo meccanismo ricorda quello in uso in altri paesi europei, nei quali tuttavia, è reso virtuoso dal fatto che la possibilità di bandire posti di docente è strettamente legata alla produttività del Dipartimento e dei suoi docenti. Perciò, l'efficacia del nuovo sistema è strettamente dipendente dall'efficienza della valutazione, un aspetto che, finora è stato, nel nostro paese, una vera e propria chimera. Visto che non siamo stati capaci di attuare una razionale valutazione dei progetti nazionali di ricerca (PRIN) nutriamo forti dubbi che questo possa funzionare per le Università. Tuttavia siamo pronti a ricrederci, se ci verrà dimostrato il contrario.


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Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

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