
La recente vittoria di Alexander Zverev al Roland Garros dimostra che una malattia cronica non è necessariamente incompatibile con lo sport di alto livello. Dal diabete alla celiachia, fino ad alcune cardiopatie, i progressi della medicina stanno ridefinendo i confini dell'attività agonistica. Ma regolamenti e criteri di idoneità non sembrano evolvere con la stessa rapidità.
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Si è conclusa da pochi giorni l’ultima edizione del torneo Roland Garros, che dal 1891 richiama sulla terra rossa di Parigi i più grandi tennisti mondiali. Contrariamente a molte delle previsioni della vigilia, la vittoria è andata al tennista tedesco Alexander “Sascha” Zverev, che ha superato l’italiano Flavio Cobolli al termine di una battaglia durata quasi quattro ore e conclusasi soltanto al quinto set. Durante i cambi di campo, mentre i giocatori solitamente si limitano a bere, asciugarsi il sudore o ricevere indicazioni dal proprio team, Zverev ha fatto una cosa apparentemente insolita: si è controllato la glicemia e, quando necessario, si è somministrato insulina. Lo ha fatto anche a Parigi, sul palcoscenico più prestigioso del tennis mondiale.
Per il campione tedesco si tratta di una routine che lo accompagna dall'età di quattro anni, quando gli fu diagnosticato il diabete di tipo 1. A differenza del più diffuso diabete di tipo 2, questa malattia autoimmune è causata dalla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina, l'ormone che consente all'organismo di utilizzare il glucosio come fonte di energia e di mantenerne sotto controllo la concentrazione nel sangue. Senza una terapia sostitutiva adeguata, i livelli di glucosio aumentano progressivamente e l'organismo può andare incontro a una grave e potenzialmente pericolosa crisi metabolica. Per chi convive con il diabete di tipo 1, l'insulina rappresenta quindi una necessità quotidiana.
Atleti e malati: la doppia sfida
Nel caso di un atleta professionista, tuttavia, la gestione della malattia diventa ancora più complessa. Allenamenti intensi, stress fisico, alimentazione e durata delle competizioni possono infatti influenzare in modo significativo i livelli di glucosio, richiedendo continui aggiustamenti della terapia e un monitoraggio costante.
Quando venne formulata la diagnosi, ai genitori di Zverev fu suggerito di orientarlo verso attività sportive meno impegnative. Oggi, a distanza di oltre vent'anni, il tennista tedesco rappresenta una delle più evidenti smentite di quella previsione. Ogni volta che scende in campo affronta infatti una doppia sfida: quella contro il proprio avversario e quella contro una malattia cronica che richiede attenzione continua. A Parigi, almeno per un giorno, le ha vinte entrambe.
La vicenda di Zverev mostra come i progressi della medicina permettano anche ad atleti con diabete di tipo 1 di essere competitivi ai massimi livelli dello sport mondiale. In Italia, tuttavia, esiste ancora una situazione paradossale: un atleta con diabete può rappresentare il proprio Paese in competizioni internazionali, a patto che non gli serva dover competere per i gruppi sportivi militari, in quanto il diabete continua a rappresentare un ostacolo all’accesso.
Uno dei casi più noti è quello della mezzofondista italiana Anna Arnaudo, che da anni gareggia ad alto livello convivendo con il diabete di tipo 1. Per un atleta di endurance questo significa trasformare ogni giornata in una continua attività di monitoraggio: comprendere come reagisce l'organismo a un allenamento prolungato, come varia la glicemia dopo una serie di ripetute, quando alimentarsi prima di una gara e come modulare la terapia insulinica per ridurre il rischio di ipoglicemie. Nonostante queste difficoltà, il diabete non le ha impedito di ottenere risultati di rilievo, conquistare medaglie e stabilire record.
Lo sguardo limitante del 1932
L’aspetto che colpisce è che le norme che oggi fanno considerare atlete del calibro di Anna Arnaudo non idonee ai gruppi sportivi militari affondano le proprie radici in un impianto legislativo elaborato nel 1932 in un contesto medico e scientifico profondamente diverso da quello attuale. Il risultato è che atleti pienamente idonei dal punto di vista clinico e sportivo possono essere esclusi sulla base della diagnosi di diabete, senza che vengano considerate le loro reali condizioni di salute o le effettive capacità di prestazione.
Si tratta di una situazione che coinvolge numerosi atleti italiani con diabete, molti dei quali competono già a livello nazionale e internazionale senza poter accedere al sostegno economico e organizzativo che i gruppi sportivi militari garantiscono. In molti sport, infatti, questi gruppi costituiscono il principale strumento di sostegno economico e organizzativo per gli atleti di alto livello. Come ha osservato lo schermidore della nazionale Giulio Gaetani, l'impossibilità di accedervi rende più difficile trasformare l'attività agonistica in una professione e limita le opportunità di crescita sportiva.
La questione non riguarda soltanto il diabete. In Italia anche la celiachia rappresenta tuttora una causa di esclusione dall'accesso ai gruppi sportivi militari. La celiachia è una malattia autoimmune cronica che interessa circa l'1% della popolazione. La terapia disponibile consiste nell'adozione di una dieta priva di glutine. Una volta eliminato il glutine, il paziente recupera il proprio stato di salute e può svolgere attività fisica e sportiva senza particolari limitazioni. Non sorprende quindi che numerosi atleti celiaci abbiano raggiunto risultati di assoluto livello internazionale. Tuttavia, se atlete del calibro di Jenn Suhr, campionessa olimpica di salto con l'asta a Londra 2012, oppure la triatleta professionista Desiree Ficker avessero dovuto confrontarsi con le stesse regole previste nel nostro Paese, il loro essere celiache avrebbe impedito in Italia di gareggiare come invece hanno fatto.
Le ragioni che hanno portato nel 1985 all'inserimento della celiachia tra le condizioni incompatibili con il servizio militare erano principalmente di natura logistica. Negli anni Ottanta la malattia era considerata rara, la disponibilità di alimenti senza glutine era limitata e le mense collettive non disponevano delle conoscenze e delle procedure necessarie per prevenire la contaminazione crociata. Garantire pasti sicuri ai militari celiaci risultava quindi particolarmente complesso.
Oggi il quadro è radicalmente cambiato. Gli alimenti senza glutine sono ampiamente disponibili e la gestione della sicurezza alimentare nelle mense è regolata da protocolli consolidati. Eppure, la normativa continua a riflettere un contesto che non esiste più.
I Vigili del fuoco no
L'aspetto più singolare è che, per il personale già in servizio nelle Forze Armate e nei Corpi di Polizia, una diagnosi di celiachia successiva all'arruolamento non comporta automaticamente l'allontanamento dal servizio. In altre parole, un atleta che scopra di essere celiaco dopo l'ingresso in un gruppo sportivo militare può continuare a gareggiare, mentre un atleta con una diagnosi già nota non viene neppure ammesso ai gruppi sportivi militari.
Che si tratti soprattutto di un problema normativo e organizzativo più che medico è suggerito anche dall'esperienza del Gruppo sportivo Fiamme Rosse dei Vigili del fuoco. A differenza delle Forze Armate e dei Corpi di Polizia, il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è una struttura civile e non militare. Questa diversa collocazione giuridica ha consentito alle Fiamme Rosse di accogliere anche atleti con diagnosi di celiachia. Tra questi vi è il ginnasta celiaco della nazionale Tommaso Brugnami, che continua a competere ad alto livello nonostante una condizione che, in altri gruppi sportivi istituzionali, rappresenterebbe ancora una causa di esclusione.
Le malattie metaboliche non sono però l'unico esempio di come l'evoluzione della medicina stia modificando il rapporto tra salute e sport agonistico.
Le regole non sono uguali per tutti
Le recenti vicende dei calciatori Edoardo Bove e Christian Eriksen mostrano come anche alcune patologie cardiovascolari possano oggi essere gestite attraverso soluzioni tecnologiche che, in determinati contesti, consentono lo svolgimento di attività sportiva ad alto livello.
In entrambi i casi, il dibattito si è concentrato sul ruolo dei defibrillatori impiantabili e sulle differenti interpretazioni normative adottate dai vari Paesi. In Italia, infatti, le linee guida attualmente in vigore non consentono l'attività agonistica agli atleti portatori di defibrillatore, mentre altri sistemi sportivi e sanitari adottano approcci differenti, basati su una valutazione individuale del rischio. Queste situazioni evidenziano una questione più generale che va oltre il singolo caso clinico. Da un lato vi è la responsabilità del medico di tutelare la salute dell'atleta e ridurre il rischio di eventi potenzialmente fatali, dall'altro emerge il principio di autodeterminazione di persone pienamente consapevoli che desiderano continuare a praticare sport a livello professionistico.
I progressi della cardiologia e delle tecnologie di monitoraggio hanno modificato profondamente lo scenario rispetto a pochi decenni fa, rendendo possibili percorsi che in passato sarebbero stati impensabili. La domanda che ne deriva non riguarda soltanto ciò che la medicina è oggi in grado di fare, ma anche quale equilibrio debba essere ricercato tra protezione della salute, valutazione del rischio residuo e libertà dell'atleta di scegliere se proseguire la propria carriera agonistica.
Cosa ci insegnano allora le storie di Zverev, Arnaudo, Brugnami, Bove ed Eriksen? Che una diagnosi non coincide necessariamente con un limite invalicabile. Grazie ai progressi della medicina, molte condizioni che fino a pochi decenni fa avrebbero escluso un atleta dall'attività agonistica possono oggi essere gestite in modo efficace. La sfida non è ignorare il rischio, ma imparare a valutarlo alla luce delle conoscenze attuali. Nell'era delle malattie croniche gestibili, il confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è non può essere tracciato soltanto da una diagnosi. Deve invece evolvere insieme alle conoscenze scientifiche, ridefinendo nel tempo il concetto stesso di idoneità sportiva.