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L'Italia nello spazio

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Era il 4 ottobre del 1957 e il primo satellite artificiale veniva messo in orbita intorno alla Terra dall'Unione Sovietica. Cominciava da quel momento l'era dello spazio e la sfida per la sua conquista tra le due superpotenze mondiali. A partire dallo shock procurato in tutto il mondo da quell lancio, Italy in Space, a cura di Michelangelo De Maria e Lucia Orlando (volume collettaneo con contributi dei curatori e di Lorenzo Sebesta, Alberto Traballesi, Filippo Pigliacelli e Maria Pia Bumbaca), pubblicato in inglese da Beauchesne Editeur (Parigi 2008; pp. 265; 59,00 euro), ci racconta in che modo la corsa spaziale coinvolse anche altri paesi e l'Italia in particolare.

Da quel momento infatti anche in Europa si cominciò a immaginare di acquisire capacità e tecnologie per l'esplorazione e le ricerche spaziali e l'Italia, grazie all'opera del fisico Edoardo Amaldi e dell'ingegnere aerospaziale e colonnello dell'aeronautica Luigi Broglio, diede un impulso decisivo a questo progetto europeo, ma allo stesso tempo intraprese sui temi della ricerca spaziale un programma nazionale di tutto rispetto. Mentre lo sforzo di Amaldi culminava nel 1962 nella fondazione dell'Organizzazione Europea per la Ricerca Spaziale (ESRO), la sinergia tra ricercatori e l'Aeronautica militare aveva condotto un anno prima all'approvazione da parte del governo di un programma tutto italiano, il progetto San Marco.

Nel 1964 il lancio del San Marco I, da una base di lancio ancorata al largo della costa somala, portava l'Italia nello spazio, primo paese (dopo le due superpotenze) a mettere in orbita un proprio satellite, anche se per mezzo di lanciatori Scout statunitensi.

Era un'impresa storica, anche perchè i lanci successivi qualificarono definitivamente la capacità autonoma acquisita dall'Italia di lanciare piccoli satelliti dalla propria base equatoriale. Era inoltre un vero e proprio "miracolo italiano", considerate la scarsità delle risorse e l'incertezza dell'assetto strategico e istituzionale del sistema della ricerca in generale, e di quella spaziale in particolare. Questo vuoto politico e strategico giocò però un ruolo decisivo nell'incapacità italiana di trarre da quel successo i suoi possibili frutti. Il principale promotore del San Marco, Luigi Broglio, si ritrovò sempre più isolato in Europa e, nonostante i significativi risultati dei programmi di ricerca partiti dalla base equatoriale sull'astronomia dei raggi gamma e X, il progetto andò lentamente esaurendosi.

Ma la storia e il controverso destino delle prime pionieristiche ricerche spaziali nel nostro Paese non finiva così. Il principale obiettivo degli investimenti italiani nel settore spaziale, con un significativo coinvolgimento dell'industria aerospaziale, si indirizzò infatti dalla fine degli anni '60 e per tutti i '70 nella costruzione di un satellite per le telecomunicazioni con il progetto Sirio. Anche in questo caso, nonostante la crisi economica e l'instabilità politica, lo sforzo italiano fu coronato dal successo e Sirio venne lanciato nell'agosto '77 dalla base Nasa di Cape Canaveral, alcuni mesi prima dell'europeo OTS. Se il progetto San Marco rappresentò soprattutto un miracolo scientifico e tecnologico, Sirio era un miracolo industriale ed era il primo successo nel settore spaziale di marchi italiani, come Selenia, Aeritalia e Galileo.

Le tracce di queste storie straordinarie e istruttive sono però progressivamente sparite dalla memoria collettiva del nostro Paese. Il merito di Italy in Space è non solo quello di aver scritto un primo capitolo della storia spaziale dell'Italia ma di "aver analizzato attentamente le complesse circostanze politiche, scientifiche e istituzionali, a livello nazionale e internazionale, che fecero partire e crescere l'attività spaziale dell'Italia", come scrive nella prefazione al volume uno dei suoi protagonisti più recenti, Antonio Rodotà, scomparso nel 2006, presidente dell'Esa e padre del progetto di posizionamento satellitare Galileo.

Italy in Space quindi ricostruisce come le relazioni internazionali e i successi italiani furono ottenuti grazie alle capacità e al valore di singoli scienziati e ingegneri, piuttosto che da una politica di ricerca e da una visione strategica coerenti, che mancarono quasi completamente sia a livello nazionale che internazionale.

Non è un caso che la data scelta per chiudere il racconto di questa fase della storia spaziale dell'Italia (e dell'Europa) sia il 1975, l'anno di nascita dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). L'analisi di quell'epoca pionieristica ci può guidare però ad affrontare le sfide odierne con maggiore consapevolezza, ricavandone la conferma, come scrive Rodotà, "che in tempi di transizione avere tutte le competenze tecniche e le risorse finanziarie adeguate non è essenziale quanto avere delle persone con una visione strategica e la capacità di guardare al futuro" . Una visione e una capacità che siano però sostenute in modo coerente dalla volontà politica, come la storia della ricerca italiana amaramente insegna.


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