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CNR: riscopriamo il piacere di fare ricerca

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Cari Amici, sin dal primo annuncio della mia nomina a Presidente del CNR ho iniziato a ricevere messaggi di auguri e attestati di stima. Mi hanno particolarmente colpito quelli provenienti dalla comunità scientifica e dai giovani ricercatori precari. Il livello di aspettativa e di attenzione è decisamente alto, forse anche troppo, rispetto alle reali possibilità del ruolo oltre che personali. Dal canto mio, sono ben consapevole delle difficoltà del mandato e dei suoi limiti, così come dei problemi del CNR e più in generale della ricerca nel nostro Paese. Ma sono ottimista e fiducioso. La mobilitazione di entusiasmi e credito espressi può diventare patrimonio comune con il quale costruire una più solidale e presente comunità scientifica sui territori e nelle istituzioni. I laboratori vanno aperti, liberati dai vincoli di burocrazie miopi e mortificanti.
Va riscoperto il piacere di fare e far fare ricerca, di condividerla, confutarla, migliorarla. Ma soprattutto di sceglierla come attività lavorativa, possibile e qualificante, perché socialmente riconosciuta e apprezzata, e non mortificata dalle precarietà, dai tempi dilatati per le stabilizzazioni, da contratti risicati e risibili per importo economico, da fondi insufficienti e apparecchiature obsolete.
Creatività e vocazione da sole non possono più bastare, occorre altro. E di questo altro deve farsi carico l’intera collettività comprendendo che la Scienza è una delle forme più inclusive di solidarietà che l’umanità possa esprimere. Per questo sarà necessario fare rete e usare tutte le nuove e possibili forme di comunicazione per rendere sempre più familiare e prossima la Scienza, soprattutto ai non addetti ai lavori. Riducendo le distanze impareremo a conoscerci e farci conoscere, e questo potrà aiutarci anche a cambiare in meglio. Ma occorre sapersi incontrare e comprendersi.
Purtroppo, proprio in questo campo, registriamo luoghi comuni e ritardi sanati in parte solo grazie alle capacità comunicative e creative di singoli ricercatori. Ma se davvero si vuole essere incisivi occorrerà agire come sistema e saper valorizzare e capitalizzare tutte le migliori esperienze. Confido nel prezioso aiuto di Scienza in rete che nel corso di questi anni è diventata una vetrina e un riferimento importante, non solo per il Gruppo 2003 e il suo numeroso seguito, ma anche per tanti cittadini. 

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Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.