Il rischio di diluire i fondi se i Prin hanno troppi ricercatori
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Il rischio di diluire i fondi se i Prin hanno troppi ricercatori
Il recente bando dei Prin parte, a detta del ministro, dall'ipotesi che dal 2020 il grosso della ricerca in Italia dovrà essere finanziato con canali europei e che occorre raggiungere l'eccellenza per prepararsi alla competizione internazionale. Il che entra in conflitto con ciò a cui si assiste: Prin formati da 10-12 unità per un numero di partecipanti oscillante tra 60 e 120 persone. Ciò implica che il finanziamento pro capite diviene risibile e non è in grado di assicurare la sussistenza, figurarsi l'eccellenza. Inoltre, in qualunque altro Paese europeo, i finanziamenti nazionali sono cruciali per assicurare visibilità e credibilità dei gruppi di ricerca e l'idea che in un futuro vicino i contributi nazionali siano annullati appare perdente. Un secondo problema è l'incompatibilità della partecipazione a un Prin con quella ad altri finanziamenti (ad esempio, Prin Inaf). In questo modo le UdR sono costrette a fare giochi di prestigio distribuendo le competenze su più progetti e non riescono a raggiungere la massa critica necessaria ad assicurare il completamento del lavoro. Un terzo aspetto su cui vale la pena soffermarsi è l'esistenza di molti canali di finanziamento riservato a giovani (in vario modo definiti). Così, non si combatte la baronia (basta avere nel proprio gruppo un ricercatore giovane) degli ordinari né si premia l'innovazione. Si delinea uno scenario in cui la ricerca, soprattutto quella realmente innovativa, è fortemente inibita. Non basta avere un'idea – seppure rivoluzionaria – o un buon progetto; occorre far parte di cordate (e le cordate si possono aggregare intorno a domini di ricerca standard) e ridimensionare i propri obiettivi in funzione di quella convergenza di interessi che è il fattore aggregante delle suddette cordate. Mi pare che questi meccanismi perversi siano da ricondurre alla mancanza di competenza, serietà e affidabilità dei meccanismi di valutazione e selezione. Chiunque (come me) abbia fatto parte dei comitati di esperti che valutano i Prin sa bene di che parlo: telefonate, condizionamenti esterni, affinità di ricerca si sommano per far sì che raramente le proposte vengano valutate in base al solo merito. Il risultato è che la capacità d'innovare viene sacrificata al quieto vivere, all'incapacità di operare scelte basate sui contenuti e, soprattutto, su un'assunzione di responsabilità individuale da parte dei valutatori.
Giuseppe Longo Università Federico II Napoli California Institute of Technology
Il rischio di diluire i fondi se i Prin hanno troppi ricercatori
Il recente bando dei Prin parte, a detta del ministro, dall'ipotesi che dal 2020 il grosso della ricerca in Italia dovrà essere finanziato con canali europei e che occorre raggiungere l'eccellenza per prepararsi alla competizione internazionale. Il che entra in conflitto con ciò a cui si assiste: Prin formati da 10-12 unità per un numero di partecipanti oscillante tra 60 e 120 persone. Ciò implica che il finanziamento pro capite diviene risibile e non è in grado di assicurare la sussistenza, figurarsi l'eccellenza. Inoltre, in qualunque altro Paese europeo, i finanziamenti nazionali sono cruciali per assicurare visibilità e credibilità dei gruppi di ricerca e l'idea che in un futuro vicino i contributi nazionali siano annullati appare perdente. Un secondo problema è l'incompatibilità della partecipazione a un Prin con quella ad altri finanziamenti (ad esempio, Prin Inaf). In questo modo le UdR sono costrette a fare giochi di prestigio distribuendo le competenze su più progetti e non riescono a raggiungere la massa critica necessaria ad assicurare il completamento del lavoro. Un terzo aspetto su cui vale la pena soffermarsi è l'esistenza di molti canali di finanziamento riservato a giovani (in vario modo definiti). Così, non si combatte la baronia (basta avere nel proprio gruppo un ricercatore giovane) degli ordinari né si premia l'innovazione. Si delinea uno scenario in cui la ricerca, soprattutto quella realmente innovativa, è fortemente inibita. Non basta avere un'idea – seppure rivoluzionaria – o un buon progetto; occorre far parte di cordate (e le cordate si possono aggregare intorno a domini di ricerca standard) e ridimensionare i propri obiettivi in funzione di quella convergenza di interessi che è il fattore aggregante delle suddette cordate. Mi pare che questi meccanismi perversi siano da ricondurre alla mancanza di competenza, serietà e affidabilità dei meccanismi di valutazione e selezione. Chiunque (come me) abbia fatto parte dei comitati di esperti che valutano i Prin sa bene di che parlo: telefonate, condizionamenti esterni, affinità di ricerca si sommano per far sì che raramente le proposte vengano valutate in base al solo merito. Il risultato è che la capacità d'innovare viene sacrificata al quieto vivere, all'incapacità di operare scelte basate sui contenuti e, soprattutto, su un'assunzione di responsabilità individuale da parte dei valutatori.
Giuseppe Longo Università Federico II Napoli California Institute of Technology
Il Sole 24 Ore
Autore:
Giuseppe Longo | Allegato | Dimensione |
|---|---|
| sole_2012_02_07_longo.pdf | 171.91 KB |
7 febbraio, 2012



















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