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La mummia del Similaun non è stata inumata sul ghiacciaio

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Comunicato stampa del Museo Archeologico dell’Alto Adige  Data:       30.08.2010  Tema:   parere sulla teoria della sepoltura di Ötzi formulata da A. Vanzetti su  “Antiquity”  Informazioni:     Katharina Hersel, ufficio stampa del Museo Archeologico dell’Alto Adige  Tel.:      +39 0471 320114  E‐mail:     katharina.hersel@iceman.it; press@iceman.it 
  La mummia del Similaun non è stata inumata sul ghiacciaio 
Parere del Museo Archeologico dell’Alto Adige sulla “teoria della sepoltura” di Ötzi, formulata da A.  Vanzetti, M. Vidale, M. Gallinaro, D.W. Frayer e L. Bondioli e pubblicata sulla rivista specializzata  “Antiquity” 84/2010. 
La teoria, apparsa sui media la settimana scorsa, secondo la quale la mummia del Similaun  non perse la vita sul ghiacciaio, bensì vi fu trasferita più tardi per la sepoltura, non è condivisa  dai ricercatori sull’Iceman.  Nell’articolo “The Iceman as a burial” (apparso sul numero 84/2010 di “Antiquity”), l’archeologo  Alessandro Vanzetti dell’Università “La Sapienza” di Roma e i co‐autori rianalizzano l’ubicazione  spaziale dell’Uomo venuto dal ghiaccio nel luogo del suo ritrovamento sul Giogo di Tisa (Alto  Adige/Italia). Dalla posizione della mummia e da ricerche botaniche, Vanzetti è giunto alla  conclusione che il decesso di Ötzi non avvenne nel luogo dell’incidente, bensì in primavera  nell’ambito della comunità valligiana e fu trasferito e inumato sul Giogo di Tisa solo nel  settembre successivo.  Lo scenario ipotizzato da Vanzetti, discusso più volte in passato, presenta alcuni fondamentali  punti deboli nelle argomentazioni e nella localizzazione archeologica, tanto che le sue  affermazioni non possono essere condivise dalla maggior parte dei ricercatori sull’Iceman. Essi  ritengono che i pollini e la distribuzione dei reperti nel luogo di ritrovamento non siano  elementi idonei a dimostrare le cause del decesso, eventuali cambiamenti corporei post  mortem o rituali di sepoltura.   Dal punto di vista archeologico è opportuno sottolineare l’eccezionalità del ritrovamento sul  Giogo di Tisa di una mummia risalente all’era del rame. Sebbene nelle culture sudamericane 
esistano luoghi di sepoltura sulle montagne e ad alta quota, nell’arco alpino non sono noti casi  analoghi. Al contrario, durante l’era del rame, i cimiteri erano ubicati di norma nei pressi degli  insediamenti e, anche in caso d’inumazioni molto complesse (tombe singole, collettive,  sepolture primarie o secondarie, tumulazioni o cremazioni), non esistono indicazioni su tombe  lontane dagli insediamenti.  Gli archeologi vogliono ricordare che l’argomentazione etno‐storica di Vanzetti, secondo la  quale in Tirolo i defunti venivano conservati dopo la morte e portati oltre i passi per la sepoltura  nei cimiteri solo dopo lo scioglimento delle nevi, va ricondotta al sistema delle chiese cimiteriali  cristiane e alle strutture del dominio feudale medievali. In quel periodo, infatti, i defunti  venivano sepolti prima possibile, in base al diritto canonico, nel cimitero di competenza, allo  scopo di riportarli al villaggio e non dal villaggio alla montagna. L’analogia con l’epoca cristiana  si limita, dunque, alla conservazione dei corpi. All’epoca di Ötzi (età del rame), invece, l’analogia  relativa al trasferimento può essere ritenuta solo una speculazione.    Se, come descritto nell’articolo di Vanzetti, l’uomo venuto dal ghiaccio fosse effettivamente  deceduto a valle in aprile e sepolto solo a settembre in montagna, nonostante i tentativi di  mummificazione avrebbe dovuto presentare forti segni di decomposizione e d’infestazione da  insetti. Poiché questi elementi sono assenti, si dà per assodato che il cadavere abbia sì perso  gran parte dell’umidità corporea, ma che si sia congelato in brevissimo tempo, protetto da una  coltre di neve e ghiaccio.  Questa particolare situazione ha indotto la mummificazione unica al  mondo dell’Uomo venuto dal ghiaccio, conservando l’umidità all’interno dei tessuti. Tale  processo di conservazione dell’umidità si basa sulla liofilizzazione e non può essere spiegato con  una mummificazione a secco, come presume Vanzetti.   La prova forense più importante a dimostrazione che la perdita d’umidità corporea può essere  avvenuta solo nel luogo di ritrovamento è la posizione del braccio sinistro e il flusso sanguigno  ininterrotto, fuoriuscente dall’arteria recisa attraverso il canale d’ingresso della freccia fino alla  cute. Ciò comprova, senza alcun dubbio, che il braccio era in tale posizione esattamente al  momento del decesso, quando il sangue era ancora in circolo. Con l’affievolirsi della rigidità  cadaverica sarebbe stato facile riposizionare il braccio lungo il corpo.  Vanzetti afferma, invece, che il corpo sia stato inumato intatto sul ghiacciaio e che sia scivolato  lungo il pendio durante lo scioglimento dei ghiacci, facendo ruotare il braccio, come noto,  davanti al petto. Ciò è impensabile se, come gli stessi autori hanno affermato, Ötzi fosse  deceduto e mummificato mesi prima. Il braccio irrigidito, infatti, non sarebbe potuto essere  spostato senza provocare notevoli danni all’arto stesso o alla spalla. Per contro, tutte le 
articolazioni dell’Uomo venuto dal ghiaccio sono anatomicamente nella posizione corretta. Un  trasporto della mummia intatta sul ghiaccio è pertanto da escludere completamente.  Una parte importante dell’argomentazione di Vanzetti a favore di una inumazione autunnale in  montagna è costituita anche dalle analisi dei pollini di Ötzi effettuata dall’Università di  Innsbruck. Vi sono tuttavia delle incongruenze nel decorso temporale della procedura di  inumazione da lui supposta. Un solo dettaglio: l’analisi di pollini su ghiaccio disciolto non può  essere utilizzata come prova di una inumazione autunnale. Infatti, se, come ammesso anche  dagli autori, l’area del ritrovamento ha subito un disgelo, i pollini non si trovano più nella  stratificazione originaria, ma sono mischiato con il contenuto pollinico di strati più recenti.  Le argomentazioni di Vanzetti e dei co‐autori e la presunta inumazione sul ghiacciaio risultano  pertanto poco convincenti sia dal lato archeologico che da quello naturalistico‐scientifico.  Risposte dettagliate dal punto di vista archeologico e naturalistico‐scientifico, che hanno come  scopo la discussione con gli autori, verranno pubblicate prossimamente su riviste specializzate.     
Dott. Eduard Egarter Vigl, ex‐primario di patologia presso l’Ospedale regionale di Bolzano e conservatore  dell’Uomo venuto dal ghiaccio (I)  Dott.ssa Angelika Fleckiger, archeologa e direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano  Dott. Paul Gostner, radiologo, ex‐primario di radiologia presso l’Ospedale regionale di Bolzano (I)  Dott. Günther Kaufmann, archeologo e conservatore del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano (I)  Prof. univ. straordinario dott. Walter Leitner, archeologo, direttore dell’Istituto di archeologia dell’Università di  Innsbruck (A)  Prof. univ. straordinario dott. Klaus Oeggl, botanico, Istituto di botanica dell’Università di Innsbruck (A)  Docente privato dott. Albert Zink, biologo molecolare e paleopatologo, direttore dell’Istituto per le mummie e  l’Iceman dell’EURAC, Bolzano (I) 
  Foto: l’utilizzo delle foto è gratuito se esse sono corredate del copyright © Museo Archeologico  dell’Alto Adige  Soggetti: L’Uomo venuto dal ghiaccio durante una visita, L’Uomo venuto dal ghiaccio nella sua  cella, il luogo del ritrovamento sul giogo di Tisa  Bolzano, 30.08.2010    Museo Archeologico dell’Alto Adige  Via Museo 43  39100 Bolzano  www.iceman.it   
Museo Archeologico dell’Alto Adige
Autore: 
AAVV
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3 settembre, 2010 da redazione


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