Contraddizioni scientifiche
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CONTRADDIZIONI scientifiche
di Elena Comelli
Cosa succede quando un premio Nobel per la fisica ruba il lavoro di un suo allievo morto per acquisire un vantaggio competitivo sui rivali in affari, pavoneggiandosi poi nel suo ruolo di salvatore dell'umanità dall'olocausto ambientale? Succede che un maestro della scrittura inglese, Ian McEwan, ha creato un'icona della sua epoca, non più il sapiente nella torre d'avorio dei tempi di Galileo o lo scienziato pazzo della guerra nucleare, ma la star della conoscenza, corteggiata dai media, intossicata dal potere e dal denaro fino a perdere la bussola dei valori di base della ricerca più autentica. Solar (Einaudi) ci racconta un tipo paradigmatico di scienziato disorientato, ma esempi reali di questa stessa sindrome sono sotto gli occhi di tutti: è di poche settimane fa il caso di Marc Hauser, professore di psicologia a Harvard e star mondiale della neuropsicologia cognitiva comparata (la disciplina che confronta le prestazioni cognitive di umani e animali), riconosciuto colpevole dalla sua università di aver manomesso per ben otto volte i dati di alcuni test, con cui aveva dimostrato come le scimmie siano in grado di comprendere semplici regole algebriche. Ma non è il primo e non sarà certo l'ultimo. È altrettanto famosa la storia di Hwang Woo-Suk, il genetista sudcoreano considerato un pioniere della ricerca sulle staminali, finché nel 2007 fu espulso dalla sua università per frodi analoghe e condannato a due anni con la condizionale. Si potrebbe citare anche il caso di Myron Scholes, Nobel canadese per l'economia e genio dei derivati, fallito per ben due volte, la prima nel '98 con il colossale buco di Ltcm e di nuovo l'anno scorso con il suo ultimo hedge fund, Platinum Grove, trascinando sul lastrico migliaia di risparmiatori: non rientra precisamente nella stessa fattispecie, ma ci assomiglia. La vita del sapiente, insomma, è sempre più difficile. Ammantati del lustro di premi e cattedre prestigiose, alcuni si lasciano tentare da allettanti scorciatoie e nella migliore delle ipotesi finiscono poi per diventare solo uno specchietto per le allodole puntato ad attirare finanziamenti. «Il fatto è che gli scienziati stanno vivendo sulla propria pelle una contraddizione sempre più marcata fra la nuova ricchezza piovuta loro sulla testa in anni recenti e il sistema di valori cui la scienza da sempre fa riferimento», commenta Pietro Greco, giornalista scientifico e autore con Nico Petrelli di Scienza e media ai tempi della Globalizzazione (Codice). «Per 350 anni i sapienti sono vissuti in una comunità chiusa, una "repubblica della scienza" dove si confrontavano fra loro, avevano pochi soldi e pochi contatti con il resto della società – precisa Greco –. Nei primi 200 anni erano costretti a finanziare le proprie ricerche trovandosi un mecenate, poi hanno cominciato a essere inquadrati nelle università, dov'erano pagati per formare le nuove classi dirigenti dei vari Paesi. E già qui la vita è diventata più comoda. Ma la vera svolta, quella che ha determinato la situazione in cui ci troviamo oggi, è avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale», fa notare Greco. Basta andare a guardare i numeri per capire l'entità della svolta: nel 1930 gli Stati Uniti stanziavano 1 miliardo e mezzo di dollari (di oggi) all'anno per la ricerca scientifica. Nel 1950 erano 30 miliardi. Oggi sono 400 miliardi. Una progressione più o meno anloga si ritrova in tutti i Paesi industrializzati. Ma anche le imprese private investono sempre di più: il rapporto fra soldi pubblici e privati era di 2 a 1 nel 60, di 1 a 1 nell'80 e oggi si è capovolto, con 2 dollari privati per ogni dollaro pubblico alla ricerca (lo stesso rapporto è valido in tutto il mondo industrializzato, tranne in Italia, dove il pubblico è ancora prevalente sul privato in una relazione di tre a due). Vannevar Bush, l'organizzatore del Manhattan Project, diede come obiettivo di finanziamento per la ricerca americana l'1% del Pil, che fu raggiunto già negli anni Cinquanta. Ora l'obiettivo per tutti è il 3 per cento. Negli ultimi vent'anni l'economia mondiale è raddoppiata, ma i finanziamenti alla ricerca scientifica sono più che triplicati. In Cina, addirittura, aumentano del 20-25% ogni anno: non a caso Pechino è già oggi il primo esportatore al mondo di beni ad alta tecnologia. In pratica, nel secondo
dopoguerra la ricerca scientifica è diventata il principale impulso per lo sviluppo economico, sociale, civile e militare del mondo. Di conseguenza, anche gli scienziati oggi sono di più: 7 milioni a livello globale, un numero superiore a tutti i loro colleghi delle epoche precedenti messi assieme. Ma sia lo Stato sia le imprese private hanno cessato di essere dei mecenati per diventare dei committenti. «E così la posizione del ricercatore è radicalmente cambiata: ha più risorse ma meno libertà. In aperta contraddizione rispetto ai valori del passato, secondo i quali la scienza era nell'interesse di tutti», sostiene Greco. Non c'è da stupirsi, quindi, che sia molto spaesato. Per non parlare della crisi del modello paternalistico, che lo costringe a confrontarsi con un'opinione pubblica sempre più informata e critica. Un dialogo spesso difficile, ma ineludibile se la comunità scientifica vuole mantenere viva la fiducia che le ha permesso di crescere fino a oggi.
16 settembre 2010
CONTRADDIZIONI scientifiche
di Elena Comelli
Cosa succede quando un premio Nobel per la fisica ruba il lavoro di un suo allievo morto per acquisire un vantaggio competitivo sui rivali in affari, pavoneggiandosi poi nel suo ruolo di salvatore dell'umanità dall'olocausto ambientale? Succede che un maestro della scrittura inglese, Ian McEwan, ha creato un'icona della sua epoca, non più il sapiente nella torre d'avorio dei tempi di Galileo o lo scienziato pazzo della guerra nucleare, ma la star della conoscenza, corteggiata dai media, intossicata dal potere e dal denaro fino a perdere la bussola dei valori di base della ricerca più autentica. Solar (Einaudi) ci racconta un tipo paradigmatico di scienziato disorientato, ma esempi reali di questa stessa sindrome sono sotto gli occhi di tutti: è di poche settimane fa il caso di Marc Hauser, professore di psicologia a Harvard e star mondiale della neuropsicologia cognitiva comparata (la disciplina che confronta le prestazioni cognitive di umani e animali), riconosciuto colpevole dalla sua università di aver manomesso per ben otto volte i dati di alcuni test, con cui aveva dimostrato come le scimmie siano in grado di comprendere semplici regole algebriche. Ma non è il primo e non sarà certo l'ultimo. È altrettanto famosa la storia di Hwang Woo-Suk, il genetista sudcoreano considerato un pioniere della ricerca sulle staminali, finché nel 2007 fu espulso dalla sua università per frodi analoghe e condannato a due anni con la condizionale. Si potrebbe citare anche il caso di Myron Scholes, Nobel canadese per l'economia e genio dei derivati, fallito per ben due volte, la prima nel '98 con il colossale buco di Ltcm e di nuovo l'anno scorso con il suo ultimo hedge fund, Platinum Grove, trascinando sul lastrico migliaia di risparmiatori: non rientra precisamente nella stessa fattispecie, ma ci assomiglia. La vita del sapiente, insomma, è sempre più difficile. Ammantati del lustro di premi e cattedre prestigiose, alcuni si lasciano tentare da allettanti scorciatoie e nella migliore delle ipotesi finiscono poi per diventare solo uno specchietto per le allodole puntato ad attirare finanziamenti. «Il fatto è che gli scienziati stanno vivendo sulla propria pelle una contraddizione sempre più marcata fra la nuova ricchezza piovuta loro sulla testa in anni recenti e il sistema di valori cui la scienza da sempre fa riferimento», commenta Pietro Greco, giornalista scientifico e autore con Nico Petrelli di Scienza e media ai tempi della Globalizzazione (Codice). «Per 350 anni i sapienti sono vissuti in una comunità chiusa, una "repubblica della scienza" dove si confrontavano fra loro, avevano pochi soldi e pochi contatti con il resto della società – precisa Greco –. Nei primi 200 anni erano costretti a finanziare le proprie ricerche trovandosi un mecenate, poi hanno cominciato a essere inquadrati nelle università, dov'erano pagati per formare le nuove classi dirigenti dei vari Paesi. E già qui la vita è diventata più comoda. Ma la vera svolta, quella che ha determinato la situazione in cui ci troviamo oggi, è avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale», fa notare Greco. Basta andare a guardare i numeri per capire l'entità della svolta: nel 1930 gli Stati Uniti stanziavano 1 miliardo e mezzo di dollari (di oggi) all'anno per la ricerca scientifica. Nel 1950 erano 30 miliardi. Oggi sono 400 miliardi. Una progressione più o meno anloga si ritrova in tutti i Paesi industrializzati. Ma anche le imprese private investono sempre di più: il rapporto fra soldi pubblici e privati era di 2 a 1 nel 60, di 1 a 1 nell'80 e oggi si è capovolto, con 2 dollari privati per ogni dollaro pubblico alla ricerca (lo stesso rapporto è valido in tutto il mondo industrializzato, tranne in Italia, dove il pubblico è ancora prevalente sul privato in una relazione di tre a due). Vannevar Bush, l'organizzatore del Manhattan Project, diede come obiettivo di finanziamento per la ricerca americana l'1% del Pil, che fu raggiunto già negli anni Cinquanta. Ora l'obiettivo per tutti è il 3 per cento. Negli ultimi vent'anni l'economia mondiale è raddoppiata, ma i finanziamenti alla ricerca scientifica sono più che triplicati. In Cina, addirittura, aumentano del 20-25% ogni anno: non a caso Pechino è già oggi il primo esportatore al mondo di beni ad alta tecnologia. In pratica, nel secondo
dopoguerra la ricerca scientifica è diventata il principale impulso per lo sviluppo economico, sociale, civile e militare del mondo. Di conseguenza, anche gli scienziati oggi sono di più: 7 milioni a livello globale, un numero superiore a tutti i loro colleghi delle epoche precedenti messi assieme. Ma sia lo Stato sia le imprese private hanno cessato di essere dei mecenati per diventare dei committenti. «E così la posizione del ricercatore è radicalmente cambiata: ha più risorse ma meno libertà. In aperta contraddizione rispetto ai valori del passato, secondo i quali la scienza era nell'interesse di tutti», sostiene Greco. Non c'è da stupirsi, quindi, che sia molto spaesato. Per non parlare della crisi del modello paternalistico, che lo costringe a confrontarsi con un'opinione pubblica sempre più informata e critica. Un dialogo spesso difficile, ma ineludibile se la comunità scientifica vuole mantenere viva la fiducia che le ha permesso di crescere fino a oggi.
16 settembre 2010
Il Sole 24 Ore Nova
Autore:
Elena Comelli | Allegato | Dimensione |
|---|---|
| Sole_Nova_2010_09_16_Comelli.pdf | 69.96 KB |
16 settembre, 2010



















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