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La concorrenza tra le università non deve sparire

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5 gennaio 2011
La concorrenza tra le università non deve sparire
di Guido Tabellini In questi giorni il Governo Monti si sta mobilitando per liberalizzare i servizi e introdurre più concorrenza nell'economia italiana. Saranno provvedimenti cruciali, perché una migliore allocazione delle risorse è fondamentale per stimolare la crescita della produttività e rilanciare lo sviluppo economico. Sorprendentemente tuttavia, in questi stessi giorni la politica della ricerca sta andando nella direzione opposta: la nuova procedura per l'assegnazione dei finanziamenti alla ricerca universitaria sembra fatta apposta per peggiorare l'allocazione delle risorse, distribuendole a pioggia e annacquando la competizione tra istituti di ricerca. Le nuove procedure per l'assegnazione dei fondi per la ricerca di base (i cosiddetti Prin) e per l'inserimento dei giovani nelle università prevedono stringenti limiti numerici alle proposte che possono essere presentate da ogni ateneo, in proporzione al suo organico. Inoltre, sono ammessi al finanziamento esclusivamente progetti che prevedono la collaborazione di almeno cinque "unità di ricerca", cioè almeno cinque distinti gruppi di ricercatori appartenenti a dipartimenti diversi. Sono invece esclusi dal finanziamento i progetti di ricerca individuali o promossi da un numero più basso di ricercatori. Come hanno giustamente osservato Fabio Beltram e Chiara Carrozza sul Sole 24 Ore (3 gennaio 2012), sono norme incomprensibili e che non trovano alcun riscontro nelle migliori prassi internazionali. Nell'intervista rilasciata ieri a questo giornale, il ministro Francesco Profumo ha osservato che con questa procedura si vuole innalzare la qualità media della ricerca, evitando di sostenere singole eccellenze, e invitando invece gli atenei migliori a mettersi a disposizione e a collaborare su grandi progetti. Purtroppo è facile prevedere come andrà a finire: pur di non essere esclusi i ricercatori saranno costretti a formare cordate che esistono sulla carta e per i burocrati del ministero, ma che poi non interagiranno tra loro se non per dividere il tempo perso a dare l'apparenza della collaborazione. E le risorse saranno distribuite a pioggia indipendentemente da chi sa farne il miglior uso. Il problema centrale della politica della ricerca in Italia non è che il sostegno va esclusivamente alle singole eccellenze. Il problema è l'esatto opposto: le eccellenze italiane, e ci sono, non sono adeguatamente sostenute, né sono concentrate in modo da creare davvero massa critica. Può essere utile un confronto. Nel 2005 la National Science Foundation americana ha finanziato circa 100 progetti nelle scienze economiche. I vincitori appartenevano a solo 42 università in tutti gli Stati Uniti; cioè, in media ognuna di queste università ha vinto un po' più di due progetti. Le università migliori quindi hanno fatto la parte del leone. Nello stesso anno e nella stessa area disciplinare, in Italia su 51 progetti finanziati sono risultate vincitrici 54 università. Cioè quasi tutte le università italiane hanno ottenuto un finanziamento. È probabile che questa ripartizione a pioggia tipica del nostro sistema rifletta due problemi: l'incapacità di selezionare in base al merito; e il fatto che le eccellenze italiane sono spesso disperse in molte sedi diverse, nessuna delle quali è in grado di raggiungere una massa critica. La rilevanza del secondo problema è spesso sottostimata: un bravo ricercatore è molto più produttivo se è circondato da altri talenti, e questa è la ragione per cui molti dei nostri migliori ricercatori oggi sono all'estero. La concentrazione delle eccellenze è un passaggio inevitabile se vogliamo davvero alzare la qualità media della ricerca in Italia. Purtroppo, le nuove procedure per l'assegnazione dei fondi alla ricerca e per i giovani contribuiranno ad aggravare ulteriormente la situazione. Il ministro Profumo ha implicitamente suggerito una seconda ragione per cui sono state adottate queste nuove norme: per semplificare e accorciare le procedure di selezione tra progetti, in previsione di un numero molto elevato di domande. Questo motivo, seppure comprensibile, rivela in realtà un problema più serio. In Italia i finanziamenti alla ricerca sono erogati dal ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Regole e procedure sono scelte dalla burocrazia del ministero, che a sua volta è organizzata secondo criteri arcaici e poco flessibili, e spesso è poco consapevole di quali sono le esigenze e le migliori prassi della comunità scientifica internazionale. In altri Paesi avanzati, invece, i finanziamenti alla ricerca sono erogati da un'agenzia indipendente, organizzata per settori disciplinari, e con forti legami con la comunità scientifica. Se vogliamo davvero rendere più efficaci le procedure di erogazione dei finanziamenti alla ricerca, la prima cosa da fare è attribuire questo compito a un'agenzia indipendente, lasciando al ministero solo il compito strategico di stabilire gli importi aggregati e la suddivisione per aree disciplinari. La priorità di questo Governo è affrontare l'emergenza economica, non riformare scuola e università. Tuttavia, evitiamo quantomeno che la politica universitaria faccia passi indietro. C'è bisogno di più concorrenza e di una migliore allocazione delle risorse anche nelle scuole e nelle università italiane, non solo nell'economia privata. Guido Tabellini
5 gennaio 2011
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