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I microbi mangia petrolio

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Il petrolio sparso a volontà dalla Deep Water Horizon nel Golfo del Messico si starebbe degradando a ritmi più rapidi del previsto grazie alle popolazioni locali di batteri mangia-olio. La ricerca, condotta da diverse università americane e pubblicata a fine agosto su Science Express, ha trovato un tasso di batteri all'opera nel demolire le catene di idrocarburi molto maggiore nelle aree inquinate rispetto alle altre aree. Segno che la presenza di grandi quantità di petrolio a varie centinaia di metri di profondità ha stimolato la formazione di colonie di proteobatteri specializzati in questo compito. Ciò che ha colpito i ricercatori è la rapidità della degradazione dei pennacchi di petrolio sottomarino; il che fa sperare davvero nella strada della "bioremediation" anche attraverso organismi appositamente ingegnerizzati, come sogna di fare Craig Venter. L'attività dei batteri, inoltre, non inciderebbe troppo sulla deprivazione di ossigeno lungo queste colonne di petrolio, il vero rischio (per il resto della fauna marina) dell'attività dei microbi spazzini.

La notizia arriva una settimana dopo un'altra ricerca, sempre pubblicata su Science, che ha riscontrato con un rover sottomarino il persistere di colonne di petrolio fino a 1.100 metri di profondità. E' vero - dicono questi secondi ricercatori - che i batteri distruggono abbastanza in fretta alcune componenti del petolio, come le corte catene alcaniche. Più dura è con gli idrocarburi monoaromatici e altri ingredienti più tenaci (e tossici) dell'oro nero.

 

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