Darwinismo, streghe e MacDonald

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A un anno dalla pubblicazione del mio libro con Jerry Fodor, avendo noi via via risposto puntualmente alle molte (e spesso feroci) critiche, colgo ora il gentile invito dell’amico Ernesto Carafoli a scrivere una riflessione più generale.

Una nuova teoria dell’evoluzione

Jerry ed io non ci aspettavamo, e ancor meno ci aspettiamo oggi, che mai, proprio mai, i neo-Darwiniani ammettano, seppur tra anni ed anni, non dico di essersi sbagliati, ma neppure di aver esagerato nella loro difesa a oltranza del credo selezionista. Mano a mano che verranno alla luce nuovi processi evolutivi estranei alla selezione naturale (ne esponiamo un buon numero nella Parte Prima del nostro libro e negli aggiornamenti all’edizione inglese) si dirà tranquillamente che il Darwinismo viene “allargato” e si procederà senza sussulti. Già ci è stato detto e ridetto che tutti questi meccanismi sono perfettamente compatibili con la teoria dell’evoluzione. Certo che lo sono! Presi insieme e integrati sono l’inizio della nuova teoria dell’evoluzione (sottolineo nuova). Lo stratagemma retorico, esplicito in Jerry Coyne, ma molto spesso implicito, è di considerare evoluzione e Darwinismo come sinonimi, quindi tutto ciò che è compatibile con, o conferma positivamente, la realtà dell’evoluzione, ipso facto, conferma (a detta loro) la validità della teoria della selezione naturale. Sarebbe come dire che il motore economico ineliminabile del libero mercato è un “allargamento” del Marxismo, oppure che la necessità ineliminabile degli psicofarmaci nella terapia delle nevrosi è un “allargamento” della teoria Freudiana. L’analogia non mi sembra affatto forzata.

Quale ruolo per la selezione naturale?

Progressivamente e senza commenti, ma di fatto, il meccanismo della selezione naturale verrà relegato in posizione sempre più marginale, fino a diventare, sempre di fatto, seppur non di diritto, poco pertinente. Ci aspettiamo di vederlo, se vivremo abbastanza a lungo, e ce lo auguriamo. È lungi da noi attendere tardivi riconoscimenti e apprezzamenti. Ci basta che questa transizione avvenga silenziosamente. Su questa linea, cito un curioso aneddoto. Diciamo esplicitamente nel libro che un buon numero di biologi da noi citati (ma non tutti, per fortuna) pur presentando meccanismi decisamente non darwiniani, si inchinano formalmente di fronte alla selezione naturale, in ossequio a un dogma che è rischiosissimo contraddire (ben lo sappiamo, a nostre spese). Abbiamo ritenuto che rendere esplicita la distanza delle loro dalle nostre posizioni fosse elementare onestà e che, francamente, fosse notata. Invece, il biologo americano Robert J. Richards in American Scientist (Richards 2010) sentenzia che squalifichiamo in partenza tutta la Parte Prima, squalificando proprio gli autori che citiamo a sostegno. Evidentemente, Richards ritiene che sia impossibile (autocontraddittorio e autodistruttivo) interpretare dei dati in modo diverso da come li interpretano gli autori. Ignora, per esempio, le assai diverse interpretazioni di Einstein dei dati sulla radiazione del corpo nero di Wien e Planck, della contrazione delle distanze formulata da Lorenz e dell’esperimento di Michelson e Morley. La scienza è piena di episodi di radicale re-interpretazione di dati, in pieno rispetto degli autori e senza mettere in alcun modo in dubbio la validità dei dati stessi. Per carità, non vogliamo nemmeno per celia paragonarci ad Einstein, ma critiche come quella di Richards sono talmente insensate da giustificare l’impiego dei grossi calibri.

La “relatività” della teoria della selezione naturale

Un punto che ha suscitato frequenti fraintendimenti è quanto ammettiamo che resti valido nella teoria della selezione naturale. Anche commentatori benevoli come i filosofi Marco Santambrogio e Christopher Maloney, ci hanno rimproverato di dire, in un passaggio del libro, che è una teoria vuota, ma, in un altro, che è parte delle scienze naturali (quindi non vuota). Ci scusiamo di aver ingenerato confusione, probabilmente avremmo dovuto essere più chiari. Cercherò di esserlo ora.

Prendiamo, a un estremo, il principio di esclusione di Pauli (due elettroni nello stesso atomo non possono mai avere tutti i loro numeri quantici identici). Non ammette eccezioni e, grazie ai lavori pionieristici di Linus Pauling, spiega la natura e la struttura del legame chimico. All’altro estremo, prediamo il principio economico e pratico “compra a poco, vendi a molto” (buy low, sell high). Sarebbe insensato dire che non esprime niente di vero e di pertinente, nelle transazioni economiche quotidiane. Ma certo non si può, da questo principio, concludere (che so io): “non comprare a piu’ di 7,75 e non vendere a meno di 8,90”. A un livello, molto, molto generico e soggetto a molte eccezioni (vendere sotto costo per attirare nuovi clienti, o per liquidare una partita, o per acquistare nuovi modelli ecc.) dice il vero. Ma tra il principio generico e le sue applicazioni concrete intercorrono innumerevoli fattori contingenti, variabili da prodotto a prodotto, da periodo a periodo.
Ebbene, la legge della selezione naturale è come il “compra a poco, vendi a molto”, non come il principio di Pauli o qualsiasi altra legge universale. È vuota come legge, perché ammette innumerevoli eccezioni e perché si applica solo episodicamente a tratti specifici, in specie specifiche, integrandola con innumerevoli conoscenze di svariate contingenze (biochimiche, genetiche, di sviluppo, ecologiche e così via). Per ammissione anche di alcuni neo-Darwiniani non spiega la speciazione, nè i grandi cambiamenti morfologici. Spiega, quando ci riesce, solo l’affinamento progressivo di alcuni tratti o comportamenti innati, e fenomeni di sotto-speciazione. Sarebbe insensato dire che non ha mai alcun impatto sulle spiegazioni evoluzionistiche, proprio come sarebbe insensato dire che “compra a poco, vendi a molto” non dice mai niente sulle transazioni economiche. Sono ambedue vuote come leggi, ma fanno parte del bagaglio eteroclito della pratica economica e (rispettivamente) delle scienze naturali, combinandosi con altri ingredienti esplicativi, diversi da caso a caso. Non pensavamo fosse oscuro quanto diciamo, ma forse ora è più chiaro. Un altro parallelo: in un’ipotetica scienza generale delle battaglie (c’è chi ci si è provato a costruirla, la “polemologia”, da Von Clausewitz a Gaston Bouthoul) non è certo insensato e privo di pertinenza il principio che ambedue i belligeranti cercano di vincere. Beh, a meno che non si tratti di una manovra diversiva, o di una campagna di rallentamento, o di una campagna di attrito, volta a sedersi al tavolo delle trattative. Va poi precisato cosa conta come vittoria e vanno specificate, di caso in caso, mille e mille circostanze specifiche. La (cosiddetta) legge della selezione naturale è di questa natura. Al vaghissimo livello cui dovrebbe mantenersi, poi integrandosi intimamente con svariatissime altre conoscenze contingenti, il difetto di cui dico tra un momento ha scarsa importanza. Questo difetto diventa, invece, esiziale quando la si vuol far assurgere a una legge universale di enorme potere esplicativo.

“Gli scienziati hanno una mente, ma la natura no”

Vengo adesso alla parte più fraintesa del nostro saggio. Speravamo mostrare, in dettaglio e con buone argomentazioni, che c’è un vizio profondo nella teoria della selezione naturale, un vizio insanabile: una confusione tra proprietà (e quindi spiegazioni) estensionali e proprietà (e quindi spiegazioni) intensionali (con la esse, non con la zeta). Siamo stati accusati (tra altre accuse) di gabellare al lettore che non c’è differenza obiettiva tra un tratto biologico che causa maggiore fitness biologica e un tratto che, invece, per caso, lo accompagna, ma non causa alcuna differenza di fitness. La differenza c’è, eccome, ed è massiccia. I biologi evoluzionisti si guadagnano (talvolta) onestamente lo stipendio stabilendo questa differenza, con difficili e ingegnosi esperimenti e con puntigliose ricostruzioni naturalistiche. Il punto fondamentale è che la selezione naturale non può stabilire questa differenza. Per questo la teoria è difettosa. Non lo sarebbe se non ci fosse questa differenza. Come potremmo accusare una teoria di essere difettosa se fosse incapace di rintracciare una differenza che non c’è? È difettosa perché è incapace di rintracciare una differenza che c'è. I biologi, dotati di una mente acuta, capaci di ragionare per contro fattuali, per ipotesi e contro-ipotesi, ricchi di svariati strumenti intellettuali e di laboratorio, possono (talvolta in pratica, sempre in linea di principio) rintracciare la differenza, ma la selezione naturale non può farlo, non può averlo fatto. È illusione attribuire alla selezione naturale il potere esplicativo faticosamente conquistato dagli scienziati. Gli scienziati hanno una mente, ma la natura no. La mente umana padroneggia del tutto naturalmente proprietà e spiegazioni intensionali e può fare responsabilmente un va-e-vieni tra queste e quelle, invece, estensionali. La natura non può farlo. Il va-e-vieni, nel caso della teoria della selezione naturale, ha creato un ingorgo. Mi spiego.

Chiarendoci sulle proprietà: estensionali o intensionali?

Proprietà estensionali sono tutte e solo quelle che si possono fotografare, misurare, far rivelare a un apparato, indicare col il dito, attribuire alle cose stesse. L’elettrone ha una carica elettrica negativa. Questo è vero, ed è sempre stato vero, fino dall’origine del cosmo, anche quando nessuno aveva la nozione di elettrone e di carica elettrica e continuerà ad esserlo anche quando l’umanità sarà estinta. Questa è una proprietà estensionale. All’estremo opposto, invece, la proprietà di essere una strega è nata solo quando delle menti umane perverse hanno cominciato a concepirla e attribuirla a delle sventurate donne. La sua applicazione ha avuto, purtroppo, effetti ben tangibili, estensionali, ma è una proprietà quintessenzialmente intensionale, cioè una proprietà che viene costituita da quanto la mente umana pensa, suppone, sa e inferisce. E’ una proprietà che dipende per la sua stessa esistenza da come ci rappresentiamo qualcosa. “Margaret Jones di Charlestown”, “quella donna” e “una delle streghe di Salem” sono attributi che si riferiscono alla stessa persona, ma, nel terzo caso, solo una rappresentazione mentale deviata può generarlo. Noi sappiamo che non corrisponde a niente di obiettivo, di estensionale, eppure è stata la causa della sua morte sul rogo. La tragedia di Edipo è interamente giocata sull’ambiguità tra la proprietà estensionale “quella donna” (Giocasta) e la proprietà intensionale “sua madre, ma a sua insaputa”. “Quel gatto” (lo indico con un dito) è una proprietà estensionale, ma “l’animale cui mia zia è allergica” e “l’unico figlio del mio precedente gatto” sono proprietà intensionali. Fanno riferimento allo stesso oggetto, sono vere dello stesso oggetto (quel gatto), ma sono di natura distinta. Ebbene, veniamo ora alla selezione naturale.

Correlazione e causa non sono la stessa cosa

La proprietà “essere stato selezionato” è estensionale. Una telecamera abbinata a un contatore di corpi vivi e di corpi morti, a sua volta abbinato a un contatore di frequenze relative, la può (idealmente) rivelare. La natura seleziona estensionalmente, in questo senso, qualunque siano le cause. Questo è vero, ma privo di interesse, a meno che non sia connesso a delle cause. Quello che la teoria della selezione naturale pretende di fornire sono proprio delle cause. È per questo, e non per una conta bruta di corpi vivi e morti, che viene presentata come una delle più grandi idee scientifiche di ogni tempo (se non La più grande, secondo alcuni). Ma per passare dalla conta bruta a una spiegazione evoluzionistica occorre far intervenire la proprietà “selezionato per”. E questa, proprio questa è una proprietà, invece, intensionale. Lo scienziato può formularla, ma la natura no. È (mutatis mutandis) nella classe delle proprietà “essere una strega” non nella classe delle proprietà “ha carica elettrica negativa”. Strano, ma vero. Un esempio reale e avrò finito. La frequenza relativa (casi per abitante) di asma tra le popolazioni umane della Terra ha una correlazione positiva quasi incredibile con la densità (per abitante) dei ristoranti fast food MacDonald. Anche qui, idealmente, una scansione delle mappe colorate (esistono e sono pubblicate) dell’incidenza di asma e della densità di MacDonald, abbinata a un analizzatore di sovrapposizioni, rivelerebbe questa notevole correlazione. Questa è, quindi, una proprietà estensionale. È un fatto (per quanto complesso) che sussiste “là fuori” in natura. Ma nessun epidemiologo, genetista o immunologo, nemmeno per un attimo, suppone che i MacDonald siano la causa dell’asma. La loro densità per abitante è solo un indice di un certo stile di vita (urbano, industrializzato, con pasti consumati fuori casa ecc.). E qui siamo già in pieno nell’intensionale. Ci si è chiesti, ovviamente, che cosa causi l’asma in questo stile di vita. Molti anni di pazienti, ricerche cliniche, epidemiologiche, immunologiche, genetiche hanno infine individuato la causa: eccessiva igiene durante la gravidanza e nel primo anno di vita. Meglio detto, la frequentazione degli animali da stalla e dei loro parassiti naturali, durante la gravidanza e il primo anno di vita, ha un effetto protettivo contro l’insorgenza dell’asma. Lo stile di vita agricolo protegge, mentre quello urbano industrializzato non protegge più. Si tratta, ovviamente, di fenomeni biologici del tutto naturali, ricostruiti fino alle molecole e alle sequenze del DNA. Un’orgia di proprietà estensionali, tutte accuratamente misurate. Ma queste relazioni causali nessuna bancata di scanner e di calcolatori avrebbe potuto rivelarla. Fa perfino ridere supporlo. La selezione naturale produce frequenze differenziali di sopravvivenza (di asma si muore, seppur per fortuna non sempre e non subito) e produce differenze tra popolazioni della stessa specie. Seleziona. Niente di più, ma niente di meno. Per sua natura, però, non avendo una mente, si correla ai MacDonald altrettanto bene quanto si correla all’immunità data dalle stalle o a qualunque altro fattore che co-vari. Seleziona, ma non seleziona per. Una correlazione, ovviamente, è tutt’altro che una causa. Il passaggio dall’una all’altra, dalla bruta conta dei sopravviventi a una spiegazione evoluzionistica, può solo essere fatto introducendo la “selezione per”, passando, quindi, da proprietà estensionali a proprietà intensionali. Noi possiamo fare il passaggio, ma la selezione naturale (insistiamo “naturale”) non può. È un errore concettuale, epistemologico e scientifico attribuire a un processo naturale qualcosa che è costituito dalla nostra mente. Il punto, qui, non è che noi potremmo esserci sbagliati e aver creduto che i MacDonald causino l’asma, che noi avremmo potuto pubblicare una ricostruzione evoluzionista basata su una selezione per l’assenza dei MacDonald. In ogni scienza si possono fare errori, anche madornali. Il punto è che non appartiene ai poteri causali della natura, non appartiene al fenomeno naturale della selezione, poter discriminare tra la densità di MacDonald e il potere protettivo delle stalle durante la gravidanza e il primo anno di vita.
Dopo anni di ricerche noi possiamo dire, in questo caso (che potrebbe essere generalizzato a mille altri) che il fattore causale selettivo è il potere protettivo delle stalle e non la frequenza dei MacDonald. La differenza è reale, importante e ricca di conseguenze. Per questo, e non perché la differenza non sussiste, è sbagliato attribuire il potere discriminatorio tra questi due fattori alla selezione naturale. Sarebbe come cercare nelle sequenze di DNA la prova che le streghe non esistono e non sono mai esistite. Questo è vero, ma non può dircelo la biologia, né alcun altro dato estensionale.

Se il lettore o la lettrice pensano che queste siano tutte analogie tirate per i capelli, li invito a leggere con una certa attenzione e con animo aperto la Parte Seconda del nostro libro. Pochi l’hanno capita. Molti hanno concluso che, se anche avessimo (dico avessimo) ragione, ai biologi poco importerebbe. Cosa può fare un ragionamento filosofico contro una montagna di lavori di biologia evoluzionistica? In queste brevi note spero solo aver dato l’idea che il problema è grave, proprio per la biologia. In quella montagna di lavori, un certo numero di dati aspettano solo di essere intelligentemente re-interpretati.

Richards JR. Darwin tried and true. American Scientist 2010; 238.

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