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Filosofia e scienze della vita

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Recensioni
Scheda della recensione
Titolo: 
Filosofia e scienze della vita. Un’analisi dei fondamenti della biologia e della biomedicina
Autore: 
Giovanni Boniolo, Stefano Giaimo
Editore: 
Bruno Mondadori
Data di pubblicazione: 
2008
Pagine: 
383
Prezzo: 
32,00

Per gran parte del XX secolo, la filosofia della scienza ha riservato le sue maggiori attenzioni alla fisica, spesso considerata la scienza-paradigma con la quale le altre discipline si dovevano misurare. Il venir meno del consenso attorno all’empirismo logico – i cui fondamenti teorici erano largamente tarati sulla fisica – ha contribuito negli ultimi decenni all’approfondimento della riflessione filosofica su altri ambiti disciplinari, quali biologia, medicina, psicologia e scienze economico-sociali.
La filosofia della biologia è il campo che ha visto l’espansione maggiore, e costituisce oggi un terreno di grande fermento. L’odierna centralità di quest’area di ricerca è da ascriversi alle implicazioni metodologiche delle scienze della vita – in parte eccentriche rispetto a quelle classiche derivanti dalla fisica – e all’esistenza di una serie di questioni al loro interno che ben si prestano ad analisi teorico-concettuali e ad un’interazione proficua tra filosofi e scienziati. Alla vasta gamma di ripercussioni etiche delle scienze della vita si aggiungono poi le implicazioni relative all’estensione di metodi biologico-evoluzionistici alla psicologia e alle scienze sociali.

Alla luce di ciò, il fatto che nel panorama intellettuale italiano la filosofia della biologia occupi ancora una posizione marginale è piuttosto sorprendente. Il volume Filosofia e scienze della vita intende porre fine a tale marginalizzazione, e in ciò risiede la sua importanza. L’opera è curata da Giovanni Boniolo e Stefano Giaimo ed è suddivisa in capitoli, ognuno scritto da un autore o da un team d’autori diversi (gli autori sono sia filosofi che scienziati). Essa mostra in maniera accessibile ma rigorosa cos’è e cosa può essere la filosofia delle scienze della vita.

La prima parte del testo affronta questioni teoriche e concettuali all’interno delle scienze della vita – in particolare la biologia evoluzionista – quali quelle relative alle nozioni di gene, adattamento, fitness, specie, selezione naturale ed epigenesi. La seconda parte affronta invece le questioni più genuinamente filosofiche, vale a dire metodologiche ed epistemologiche, relative allo status scientifico delle discipline biologiche e biomediche, con domande del tipo ‘Esistono vere leggi nelle scienze della vita?’, ‘Qual’è il ruolo della probabilità in biologia?’, ‘Qual è la forma logica della spiegazione nelle scienze della vita?’
L’opera mostra una felice commistione tra approccio storico e approccio analitico. Il capitolo d’apertura, ad esempio, chiarisce come i concetti di gene oggi in uso nelle diverse discipline biologiche e mediche – genetica di popolazione, biologia molecolare, biologia evoluzionista, medicina molecolare – emergano da tradizioni scientifiche distinte e come, anche per ciò, tali nozioni non siano interamente riducibili l’una all’altra (1). Ma l’opera esibisce anche un’attenzione particolare al rapporto tra filosofia della biologia e problemi classici della filosofia della scienza (2), mostrando efficacemente come la prima debba essere intesa, tra le altre cose, anche come un’opportunità di rileggere in chiave nuova temi vecchi, ma non per questo risolti o non più importanti. Mi riferisco ad argomenti quali riduzione, spiegazione, leggi, realismo e, perché no, anche il celeberrimo problema della demarcazione tra scienza e non scienza. Argomenti rispetto ai quali le discipline della vita possono anche far valere un certo vantaggio prospettico, costituendo esse un ‘ponte’ tra le scienze psicologico-sociali e le scienze ‘dure’ (3).

(1) Una tensione fondamentale, sottolineata nel capitolo, è quella tra il concetto di gene come semplice sequenza molecolare (tipicamente di DNA), codificante o meno, e il concetto di gene per un determinato fenotipo – derivante dalla biometria e in uso oggi in biologia evoluzionista e nella genetica di popolazione – dove il rapporto tra il fenotipo e la sua base molecolare rimane sostanzialmente indeterminato.

(2) Questo è un dato non del tutto scontato – e a mio avviso positivo. Esistono infatti ragioni di frizione specifiche tra la filosofia della biologia e la filosofia della scienza classica, tarata sulla fisica. Una per tutte, le discipline della vita non sembrano possedere quel carattere assiomatico, quell’eleganza deduttiva e quell’esattezza predittiva tipici della fisica. E’ da ricordare, a riguardo, come Popper avesse annoverato la teoria della selezione naturale tra le verità tautologiche, in un primo momento, e poi tra le teorie metafisiche, e quindi non scientifiche, proprio a causa della sua (supposta) mancanza di predittività.

(3) A riguardo di tale carattere ‘ponte’ delle scienze della vita, sarebbe estremamente opportuno dare un seguito a Filosofia e scienze della vita, con la pubblicazione di un testo simile ma centrato su i fondamenti degli approcci biologico-evoluzionistici alla psicologia e alle scienze sociali. Anche questa è un’area in notevole espansione, sia sul versante empirico che su quello filosofico, nel quale l’interazione tra filosofi e scienziati sta dando frutti importanti, e sul quale esistono pochissime pubblicazioni in lingua italiana.
È proprio l’ultimo capitolo di Filosofia e scienze della vita  – sulla trattabilità scientifica del concetto di innatezza – a suggerire la connessione con la psicologia e le scienze sociali. Attorno alla nozione di innato, opposta a quella di acquisito, sono ruotate dispute anche veementi, di natura sia metodologica che etica. Le controversie tra costruttivisti sociali e sociobiologi intorno alla dicotomia tra nature e nurture (natura e cultura/educazione) ritornano ciclicamente sotto nomi diversi. Inoltre, il termine ‘innato’ continua ad avere un ruolo centrale nelle scienze cognitive, dalla psicolinguistica di matrice Chomskyiana alla psicologia evoluzionista alla teoria della mente modulare. Ebbene, è possibile che tale concetto risulti, al vaglio critico, più un retaggio della nostra psicologia del senso comune (folk psychology) che non un termine dalla reale pregnanza scientifica. Il capitolo mostra quanto sia difficile associare al concetto di innato una qualche proprietà – ad esempio, l’avere una determinata base genetica, o l’essere il risultato di un adattamento, o l’essere ‘robusto’ e modulare durante lo sviluppo – che possa risultare utile nello studio scientifico dello sviluppo fenotipico. Questa critica ha importanti implicazioni per i fondamenti delle prospettive cognitive innatiste e modulari.

14 marzo, 2009 da Paolo Mantovani


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Scienze sociali
King’s College London

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