Galileo Galilei, che fisico!

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Read time: 3 minsSubmitted by Pietro Greco on 15 April, 2009 - 22:43
Scienziati italiani

(Pisa, 15.02.1564 - Arcetri, 08.01. 1642)

Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 febbraio 1564 da Vincenzo Galilei, liutista e teorico della musica, e da Giulia Ammannati. Dopo essersi trasferito a Firenze, tornò nella città natale per intraprendervi nel 1581 gli studi di medicina, che non portò a termine, per poter coltivare i suoi interessi di matematica e di fisica. Galileo tornò una terza volta a Pisa nel 1589 quale docente di matematica presso l'università. Tre anni dopo ottenne una cattedra di matematica presso l'Università di Padova, così nel 1592 si trasferì nella città veneta dove rimase per diciotto anni.

Nel 1609 a Padova sviluppò la tecnologia del cannocchiale e, soprattutto, utilizzò il nuovo strumento per osservare il cielo. I risultati di queste osservazioni - la superficie scabra della Luna, le quattro lune di Giove, le innumerevoli stelle non osservabili a occhio nudo - furono resi pubblici in un libro, il Sidereus Nuncius, stampato a Venezia il 12 marzo 1610.

Da quel momento Galileo cessò di essere un matematico e un fisico noto soltanto agli esperti e assunse una fama davvero senza confini: conosciuto in ogni paese d'Europa e, ben presto, anche in India e in Cina.

In quel medesimo 1610 Galileo tornò a Firenze come matematico e filosofo presso la corte del Granduca di Toscana. Qui Galileo continuò la sua osservazione dei cieli, descrivendo la particolare forma di Saturno e scoprendo le fasi di Venere. Galileo interpretò queste sue osservazioni come una prova della validità del modello astronomico di Copernico. Nel 1611 fu benevolmente accolto a Roma sia dal Papa e dai gesuiti del Collegio Romano, sia dai membri dell'Accademia dei Lincei, di cui divenne membro.

Ma in capo a pochi mesi il clima intorno a Galileo iniziò a mutare. Le opposizioni alla visione copernicana del mondo aumentarono. E nel 1614 un frate, Tommaso Caccini, denunciò dal pulpito di Santa Maria Novella il suo ormai celeberrimo concittadino, colpevole di sostenere contrariamente a quanto è scritto nelle Sacre Scritture che la Terra si muove.

Nel 1616 Galileo, tornato a Roma, fu informalmente ammonito dal cardinale Roberto Bellarmino a non sostenere né insegnare la teoria copernicana, perché contraria alla verità delle Sacre Scritture.

Nel 1622 Galileo scrisse, dopo regolare approvazione delle autorità ecclesiastiche, Il Saggiatore.

Nel 1624 mise a punto un nuovo occhiale, il microscopio.

Nel 1630 tornò a Roma per perorare l'approvazione alla pubblicazione di un nuovo libro, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano che fu stampato a Firenze nel 1632. Ma nel mese di ottobre di quel medesimo anno gli fu ordinato di tornare a Roma. Condotto davanti al tribunale dell'Inquisizione e processato, fu condannato al carcere e costretto all'abiura delle sue convinzioni.

Gli furono così concessi gli arresti domiciliari prima a Siena e poi ad Arcetri, nei pressi di Firenze. Nel 1638, ormai quasi completamente cieco, Galileo scrisse i Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze poi pubblicate a Leida. Galileo morì ad Arcetri l'8 gennaio 1642.

Galileo è considerato non solo l'astronomo che ha dimostrato la validità fisica del modello copernicano, ma anche il filosofo naturale che, con il combinato disposto delle sensate esperienze e delle certe dimostrazioni, ha contribuito forse più di ogni altro alla nascita della fisica e, più in generale, della scienza moderna.

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Galileo: cose mai viste prima

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Galileo Gali

Il sistema dei pianeti “l’ho fatto con perfetto telescopio toccar con mano a chiunque l’ha voluto vedere”, diceva di sé Galileo Galilei nel Saggiatore (1623: citiamo dall’Edizione Nazionale delle Opere, viii, p. 233). Qualche secolo dopo, non troppo diversamente si esprimerà un poeta (ma anche filosofo e scienziato) come Johann Wolfgang Goethe: “Vedo con occhio che sente” – ma alludeva alle belle forme di una fanciulla oggetto del suo desiderio e che lui “spiava” nelle ore notturne (e intanto “mi erudisco”, confessa), con una passione non meno intensa di quella che aveva spinto “l’artista toscano” – così John Milton chiama Galileo nel Paradiso perduto – a spiare la Luna (1610) o “la madre degli amori”, cioè il pianeta Venere (1611). C’è un singolare intreccio di due sensi, il tatto e la vista, e della volontà – o se si preferisce del desiderio. Non diversamente da Aristotele o da Berkeley, Goethe capiva come quella che chiamiamo anima altro non è che l’estensione del corpo fino alla stella più lontana che riusciamo a scorgere. Di suo, Galileo aveva mostrato come uno strumento – il suo “tubo ottico” o “cannocchiale”, che poi i Gesuiti del Collegio Romano ribattezzeranno telescopio – si rivelasse una protesi meravigliosa che ingigantiva quel tipo di anima!

La scienza di oggi, con microscopi, camere a bolle e sistemi che ci permettono di raffigurare quel che avviene nel nostro cervello, gli ha dato sostanzialmente ragione. Nel luglio del 1609 un amico aveva informato Galileo, allora “filosofo e matematico” dell’Università di Padova, che un “occhiale che fa vedere le cose lontane” era reperibile in varie città d’Europa (compresa Milano). Da millenni, per osservare a occhio nudo un oggetto lontano senza farsi confondere dalla luce si ricorreva a un tubo; da qualche secolo si usavano lenti per correggere i difetti della vista; ma mettere “due dischi di vetro alle estremità di un tubo di piombo” fu la novità della fine del Cinquecento. Nel suo Vedere per credere (Einaudi, Torino 2000), Richard Panek ci racconta dei due Digges, il matematico e ribelle Leonard e suo figlio, il copernicano Thomas, che avevano pensato di sfruttare quei “cannoni” per guardare non visti “ciò che avveniva in alcune case private a sette miglia di distanza.” I voyeur dell’epoca pare li usassero per contemplare impunemente le ragazze che si spogliavano ai piani alti delle locande; ma in quella stessa Inghilterra c’era chi aveva cominciato a servirsene per scrutare la superficie lunare. Il 24 agosto Galileo faceva sapere al Doge della Serenissima di possedere uno di quei “tubi” che permetteva di scorgere le navi nemiche prima che le si vedesse a occhio nudo. Qualche giorno dopo, Giambattista Della Porta, “mago” che si riteneva esperto di ottica, liquidava l’intero affare come “coglionaria”, mentre Galileo dedicava l’estate e l’autunno a migliorare il suo apparecchio. Il 30 novembre si collocava con cannocchiale e attrezzi da pittore nel giardino sul retro di casa, accingendosi a studiare anche lui la Luna e altri astri. Nel marzo del 1610, nel Sidereus Nuncius, dichiarava la natura stellare della Via Lattea, rendeva pubblica la scoperta di quattro “lune” o satelliti di Giove, descriveva la superficie della nostra Luna come fatta di valli e di montagne non diversamente dalla Terra. Alla lettera, il titolo del testo vuol dire “messaggio proveniente dalle stelle”; presto, però, venne interpretato come “messaggero celeste”. Più di un decennio dopo i colleghi dell’Accademia dei Lincei, nel dedicare il Saggiatore a papa Urbano viii (Maffeo Barberini, anch’egli cultore di astronomia), definivano l’autore come “il fiorentino scopritore non di nuove terre, ma di non vedute parti del cielo”. (Opere, vi, p. 201) Quello che rappresentavano le navi nella conquista del Nuovo Mondo circa un secolo prima, ora lo erano gli strumenti a rifrazione per modellare una nuova immagine del cosmo.

Galileo, però, non solo descriveva, come aveva fatto prima di lui Thomas Harriot, ma spiegava i nuovi fenomeni che lo strumento via via gli rivelava. Il terminatore, cioè la linea che separa la parte oscura da quella illuminata della Luna, era già apparso frastagliato negli schizzi dell’inglese. Ma il nostro “navigatore fiorentino” era adesso in grado di renderne ragione perché interpretava la cosa come una conseguenza della struttura scabra della Luna, irta di monti e di valli non meno della Terra. Così, assumendo che valessero per il cielo le stesse leggi fisiche che valgono per il nostro Globo, Galileo si sentiva autorizzzato a mandare in pezzi la tradizionale cosmologia aristotelica. La spiegazione della maggior forza esplicativa del suo approccio rispetto a quello di Harriot ci è stata fornita, guarda caso, da uno storico dell’arte. In un pregevole testo dal titolo Galileo critico delle arti Erwin Panofsky (1892-1968), lo studioso della “prospettiva come forma simbolica”, mostrava come Galileo fosse capace di risalire da un gioco di chiaro e scuro, che appariva piatto nell’oculare del telescopio, alla struttura tridimensionale che lo aveva generato proprio per la sua dimestichezza con la pittura. Come scrive Panofsky, Galileo era anche grande esperto di arti figurative e “sia come scienziato che come critico d’arte si può dire che egli abbia obbedito alla stessa inclinazione al controllo.” (Citiamo dalla versione italiana a cura di M.C. Mazzi, Cluva editrice, Venezia 1985). A buon diritto lo storico dell’arte insiste sull’amicizia tra Galilei e il pittore e critico Lodovico Cigoli, e si basa su una lettera del primo al secondo del 26 giugno 1612, ove col consueto impeto lo scienziato si getta nella controversia se la palma dell’eccellenza debba spettare alla scultura o alla pittura: “È tanto falso che la scultura sia più mirabile della pittura, per la ragione che quella abbia il rilevo e questa no, che per questa medesima ragione viene la pittura a superar di meraviglia la scultura: imperciocché quel rilevo che si scorge nella scultura, non lo mostra come scultura, ma come pittura. Mi dichiaro. Intendesi per pittura quella facoltà che col chiaro e con lo scuro imita la natura.” (Opere, xi, p. 340)

Si spiega così l’apparente confusione di vista e tatto nella straordinaria battuta del Saggiatore da cui abbiamo preso le mosse. Qualche studioso ha messo in dubbio l’autenticità della lettera al Cigoli. Ma poco importa, perché su tale questione Galileo ritorna nella grandiosa chiusa della Giornata prima del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), dove il personaggio di Sagredo, commentando “l’acutezza dell’ingegno umano” e passando in rassegna le “tanto maravigliose invenzione trovate da gli uomini, sì ne le arti come ne le lettere”, dà nuovamente il primato alla pittura che imita in piano una struttura tridimensionale contro la scultura che riproduce le forme restando nelle tre dimensioni. Salvo poi, con un colpo di genio, concludere che “sopra tutte le invenzioni stupende” spicca “quella di colui che si immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo.” Qui la nuova protesi è niente di meno che la parola scritta, se non addirittura la carta stampata. Ed è questa che ci consente di “parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni”. E tutto grazie ai “vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta” (Opere, vii, p. 130).

Mi sia lecito riprendere un’affermazione del mio maestro Ludovico Geymonat, che al “navigatore fiorentino” dedicò non pochi studi. Sembra naturale pensare che scrittura alfabetica e arte della stampa includessero, per l’autore del Dialogo, anche la notazione matematica della quale, nel Saggiatore, era stato tracciato l’elogio come chiave interpretativa dell’Universo e strunento di critica. Il punto è che con Galileo l’emancipazione del corpo (il potenziamento dei sensi) va di pari passo con la liberazione della mente, grazie al carattere generativo del calcolo aritmetico e alla capacità rappresentativa della geometria. Il Galileo pittore, che aveva fornito al tipografo del Sidereus Nuncius le sue raffigurazioni della Luna, cede al Galileo che utilizza il diagramma geometrico per illustrare le concezioni della nuova filosofia matematica. Non c’è contraddizione in tutto questo, bensì lo sviluppo di un programma di ricerca imperniato sull’eccellenza dei “caratteri geometrici” con i quali è scritto il Libro del mondo. Che ce lo abbia fatto capire uno storico dell’arte non è che una prova ulteriore della vanità dei cosiddetti confini disciplinari. Faccio mia una battuta di uno studioso di fisica quantistica e teoria della computazione del nostro tempo (Ignazio Licata, La logica aperta della mente, Codice, Torino 2008): “L’unità tra arte, scienza e filosofia non è una conquista postmoderna. C’è sempre stata ed è la radice di ogni conoscenza.” Occorreva proprio guardare la Luna, “la cui orbita attraverso il vetro ottico osserva l’artista toscano la sera dalla vetta di Fiesole o in Valdarno, a distinguere nel globo maculato nuove terre, nuove montagne o fiumi.” (Milton, Paradiso perduto, i, 287-291).

Questo testo è una rielaborazione del discorso tenuto in occasione dell’apertura della mostra Guarda che Luna… a cura di Anna Maria Lombardi e Agnese Mandrino, organizzata da INAF – Osservatorio Astronomico di Brera presso la Biblioteca Braidense. Desidero ringraziare, in particolare, Luca Guzzardi, Tommaso Maccacaro, Alessandro Manara, Giovanni Paresch

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Serve un nuovo Galileo

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Galileo Gali

È il 1609. Galileo alza al cielo il cannocchiale che si è da poco costruito, avendo saputo di tale strumento sviluppato indipendentemente da altri in Olanda. Se avesse avuto alle spalle una Agenzia ben organizzata e dotata di un ufficio per le relazioni pubbliche, questa gli avrebbe suggerito di pronunciare una frase del tipo: "È un piccolo gesto per l'Uomo, ma è un grande gesto per l'Umanità". Nessuno glielo suggerisce e lui non lo dice ma, nei fatti, per l'umanità, più che un grande gesto, quel momento è addirittura una rivoluzione. Galileo osserva infatti, nel giro di poco tempo, le irregolarità del terminatore (guardando la Luna),  i satelliti di Giove e le fasi di Venere. Quanto basta per scombussolare la concezione corrente dell'Universo e consacrare a modello fisico il sistema del timido Copernico che si trovava, con migliori condizioni al contorno, a riproporre un'idea che Aristarco da Samo aveva avanzato due secoli prima di Cristo. La Terra non è più al centro dell'Universo, la perfezione celeste diventa un concetto astratto e superato, comincia l'astronomia moderna basata sulla mediazione strumentale tra noi e il Cosmo. Galileo passerà anche guai giudiziari a conseguenza del suo aver stabilito che le osservazioni vincevano sul dogma. Certo che se non avesse abiurato ci sarebbe stato più simpatico; Giordano Bruno era di altra pasta, ma questo concetto  lo svilupperemo in un'altra occasione.

È il 1609. Comincia l'astronomia moderna. Da allora abbiamo fatto notevoli progressi culturali, scientifici e  tecnologici: abbiamo oggi telescopi di dieci metri di diametro (quello di Galileo era di 3 centimetri) situati nei siti della terra più inospitali (per l'uomo, ma ottimi per i telescopi) o addirittura in orbita intorno alla terra.  Approfittando della conquista dello spazio l'astronomia si è impadronita di tutto lo spettro elettromagnetico per lo studio dell'Universo - e oltre. Dispone infatti di sensori sensibili alle onde radio, agli infrarossi, al visibile, alla radiazione X e gamma, per non parlare di attrezzature per la rilevazione di neutrini e dei raggi cosmici e della  insistente ricerca delle onde gravitazionali. Abbiamo visto l'invisibile, scoperto le "singolarita'" e i fenomeni più estremi che la mente riesce a concepire. L'astronomia oggi dispone di laboratori (gratuiti) al confronto dei quali l'LHC è un costoso gioco da ragazzi. Sono i quasar, le pulsar, i resti di supernovae, dove particelle e radiazione raggiungono energie inimmaginabili.

In quattrocento anni l'astronomia e l'astrofisica hanno fatto progressi che quattrocento anni fa sarebbero stati inimmaginabili. Nei crateri lunari, acquarellati nel Sidereus Nuncius, ci abbiamo camminato - ormai quarant'anni fa - e sui satelliti di Giove e di Saturno abbiamo inviato sonde.

Il nostro pianeta, non più centro dell’universo ma insignificante quanto apparentemente unico
centro culturale cosmico, lo abbiamo fotografato con il Voyager da una distanza di 6 miliardi di chilometri. È un punto di luce debole, come infiniti altri, che induce tenerezza solo a chi ci abita.

Eppure, come quattrocento anni fa, siamo incredibilmente ignoranti e - forse - solo un po' più consapevoli di ciò. Il nostro modello corrente dell'Universo ci dice che dell'Universo conosciamo si e no il 5% (la materia "normale" o barionica), essendo un buon 20% costituito da materia "oscura" (che conosciamo attraverso i suoi effetti gravitazionali ma di cui non sappiamo ancora la vera natura), per non parlare dell'energia "oscura" (oscura vuol dire che non abbiamo la più pallida idea di cosa sia) che costituisce circa il 75% dell'intero Universo.

Serve un altro Galileo, che ci proponga una nuova rivoluzione, che ci liberi dagli attuali vincoli culturali, che ci apra nuovi orizzonti.

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Un toscano a Padova

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Quando, nel 1592, Galileo viene chiamato sulla cattedra di Matematica dello Studio di Padova ha 28 anni, e qui rimane fino al 1610: diciotto anni di insegnamento e ricerche fondamentali che gli forniscono ampio materiale per le sue opere della maturità, da Il Saggiatore (1623) al Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) fino ai Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze (1638).

Nella chiusa di una lettera scritta da Galileo a Fortunio Liceti, si legge: "Non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consumai li diciotto anni migliori di tutta la mia età. Goda di cotesta libertà e delle tante amicizie che ha contratto costì e nell'alma città di Venezia." La lettera è scritta il 23 giugno 1640 da Arcetri, dove Galileo è ormai vecchio, praticamente cieco e agli arresti domiciliari. E sicuramente l'enfasi della frase è influenzata dalla situazione in cui si trova. Cionondimeno il periodo patavino di Galileo fu veramente fecondo.

È a Padova che Galileo si convince della giustezza della proposta copernicana che non la Terra ma il Sole sia il corpo celeste intorno al quale si muovono i pianeti. Sempre a Padova conduce una serie di esperimenti su piani inclinati e pendoli ricavando la legge di caduta dei gravi, comunicata per la prima volta in una lettera a Paolo Sarpi del 1604, e congetturando quello che Einstein chiamerà "principio di equivalenza", e cioè il fatto che in assenza di resistenza del mezzo tutti i corpi, qualunque sia la loro costituzione, cadono con la medesima accelerazione. E ancora al periodo patavino risalgono le esperienze che confermano la correttezza della legge del moto parabolico dei proiettili da lui formulata: il moto parabolico è il risultato della composizione di un moto orizzontale rettilineo uniforme con un moto verticale uniformemente accelerato.

A Padova Galileo frequenta assiduamente l'Arsenale di Venezia, come ricorderà nei "Discorsi". Proprio nei "Discorsi" Galileo evidenzia come le discussioni con i "proti" (i capomastri) dell'Arsenale siano state per lui essenziali a capire che i manufatti che si producono nelle botteghe artigiane non hanno solo il fine di soddisfare bisogni primari ma sono pieni di conoscenza ancora non sistematizzata e possono produrre nuova conoscenza. Questa consapevolezza si era andata lentamente affermando nel periodo dell'Umanesimo e del Rinascimento, ma con Galileo sembra ormai pienamente acquisita, tanto da fare di lui il simbolo di quella saldatura tra tecnica e scienza che connota la scienza moderna. E senza questa consapevolezza che rompe una tradizione millenaria non si potrebbe comprendere il gesto da lui compiuto verso la fine del 1609 di puntare un cannocchiale verso il cielo: in quel gesto era racchiusa l'idea che uno strumento costruito da artigiani potesse essere utilizzato come strumento scientifico per produrre conoscenza.

Su questa base Galileo effettua le prime osservazioni sui corpi celesti sorretto anche dalla convinzione, maturata a Padova, che la fisica dei cieli e quella della Terra siano in realtà un'unica fisica. Solo così è in grado di riconoscere quello che vede (a differenza di Thomas Harriot): una superficie lunare che, come quella della Terra, manifesta valli e montagne; le costellazioni che sono fatte non solo dalle stelle visibili a occhio nudo, ma anche da miriadi di stelle meno luminose visibili solo con l'ausilio del nuovo strumento; un pianeta (Giove) che trasporta quattro "lune" nel suo moto di rotazione intorno al Sole, come la Terra la Luna. Galilei pubblicherà queste osservazioni nel Sidereus Nuncius del marzo 1610, subito prima di lasciare Padova per Firenze. Esse sanciscono una svolta nella ricerca di una fisica per il copernicanesimo, confermando in Galileo la convinzione della stretta relazione tra le sue indagini sperimentali sui moti degli oggetti sulla Terra e le sue osservazioni astronomiche

Se in generale la rivalutazione dei manufatti a fini conoscitivi, la stretta relazione tra osservare e sperimentare, la consapevolezza del nuovo metodo scientifico sono elementi che da Galileo in poi diventeranno caratteri della Nuova Scienza, i suoi risultati sui moti locali e quelli sulle osservazioni astronomiche saranno essenziali per gli sviluppi della meccanica che troveranno nell'opera di Newton la prima mirabile sintesi.

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Galileo, secondo Leopardi

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Galileo Gali

C’è un filo rosso  che lega la storia della grande letteratura italiana, da Dante a Galileo fino a Giacomo Leopardi. Questo filo rosso – anzi questa «vocazione profonda» – diceva Italo Calvino, è la filosofia naturale. Qui tre grandi – e poi lo stesso Calvino – hanno considerato «l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile».

Cosicché tra la grande letteratura e la scienza, in Italia, non c’è mai stata quella separazione denunciata cinquant’anni fa da Charles Percy Snow nel suo famoso libro sulle «due culture». Ma c’è stata una reciproca influenza? Quanto la figura di Dante ha contato per Galileo? E quanto Galileo ha pesato su Leopardi?

Alla prima domanda si può rispondere di sì: chi è venuto dopo si è lasciato influenzare dal grande che lo ha preceduto. Basti ricordare, per quanto riguarda Galileo, che la sua carriera accademica è iniziata virtualmente nel 1588, con le “ Due lezioni all’Accademia Fiorentina circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante”, il ventiquattrenne figlio del musicista Vincenzio dimostra di essere sia un valente matematico che un profondo conoscitore del Sommo Poeta.

Per quanto riguarda l’influenza che lo stesso Galileo avrà su Leopardi abbiamo prove meno evidenti. Nelle sue opere il poeta nato a Recanati non cita spesso lo scienziato nato a Pisa. Eppure è possibile dimostrare che «la figura e l’opera di Galileo [hanno un ruolo decisivo] sulla filosofia di Leopardi e sul suo stile» [Gaspare Polizzi, Galileo in Leopardi, Le Lettere, 2008].

Malgrado il nome dell’Artista Toscano (le definizione è del poeta John Milton) ricorra relativamente poco negli scritti di Leopardi la presenza di Galileo nel pensiero e persino nello stile del poeta di Recanati non solo c’è, ma è addirittura decisiva.

Leopardi, infatti, non solo ha letto Galileo e le opere su Galileo. Ma lo considera: il più grande fisico di tutti i tempi; un filosofo di primaria importanza nella storia del pensiero umano; e, insieme a Dante, appunto, il più grande rappresentante della letteratura italiana. Galileo è «per la sua magnanimità nel pensare e nello scrivere» un (forse “il”) modello per Leopardi.

Nella giovanile Storia dell’Astronomia (1813) scrive: «L’anno 1564 sarà sempre memorabile per la nascita accaduta in esso dell’immortale Galileo Galilei, celeberrimo astronomo e matematico». Dello scienziato toscano il quindicenne Leopardi in questa sua storia parla a lungo, limitandosi a ricostruirne la biografia scientifica. Tuttavia ci sono alcune caratterizzazioni interessanti. Per esempio quando dice che: «Galilei era filosofo, era matematico; due prerogative, che lo resero abilissimo a porre i fondamenti della scienza del moto».

Il tema della complessità e pienezza della figura di Galileo ritorna negli scritti dello Zibaldone, dove il poeta di Recanati esalta in Galileo lo scienziato: «forse il più gran fisico e matematico del mondo» (20 agosto 1821); il  filosofo: per Leopardi, Galileo è «il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano» (1 dicembre 1828); e, infine, lo scrittore: per la sua «precisa efficacia e scolpitezza evidente» (1818) e per la «magnanimità e di pensare e di scrivere» (1827).

Ma è nella Crestomazia della Prosa (scritto nel 1827), che Leopardi parla più a lungo e diffusamente di Galileo, raccogliendo in un’antologia molto meditata diciassette diversi brani dello scienziato toscano sulla natura e sulla conoscenza.

Leopardi ha dunque per tutta la sua vita una sintonia di fondo con Galileo. Ciò non toglie che il poeta modifica, aggiorna e affina nel tempo i suoi giudizi sullo scienziato toscano. Col passare degli anni Leopardi scopre aspetti nuovi e sempre più profondi di Galileo.

Ma, per quanto grande e addirittura decisiva sia l’influenza che Galileo esercita su Leopardi, l’epistemologia del poeta di Recanati non si esaurisce totalmente in quella dello scienziato pisano. Anzi, vi sono talvolta delle differenze. Entrambi, certo, considerano lo studio della natura, attraverso certe dimostrazioni e sensate esperienze, il nuovo modo, superiore, di filosofare intorno ai fatti del mondo fisico. Ed entrambi credono nella “potenza della ragione”, capace di leggere il libro della natura e superare le false credenze degli antichi. Tuttavia Leopardi insiste molto più di Galileo sui limiti della conoscenza umana anche sui fatti della natura e, dunque, sulla relatività delle verità scientifiche. Ha un’attenzione per la matematica e per il suo valore epistemologico molto meno marcata dello scienziato toscano. E, più di Galileo, focalizza la sua attenzione sulla complessità del mondo. Anzi, per dare risalto a questa sua visione molto articolata del mondo fisico – dove piccole cause all’apparenza insignificanti possono produrre grandi effetti – Leopardi non esita a “tirare” fino a distorcere il pensiero di Galileo.

Galileo, dunque, ha una grande influenza su Leopardi. Ma, come sempre accade con i giganti che salgono sulle spalle di giganti, Leopardi ha una lettura critica e personale di Galileo.

C’è, infine, una ultima considerazione sottolineata anche da Gaspare Polizzi e che ha un qualche riverbero nell’attualità. Nei suoi scritti Leopardi mostra una certa riluttanza a parlare della teoria copernicana e opera delle censure abbastanza sistematiche sul “processo a Galileo”. Uno dei motivi è da attribuire al conflitto a distanza con il padre intorno alla legittimità della proposta galileiana. Ma, probabilmente, c’è anche una certa ritrosia – forse un vero e proprio timore – del giovane di Recanati ad assumere posizioni non conformi alla lettura che la Chiesa cattolica a due secoli di distanza ancora fa del «processo a Galileo».

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Galileo, secondo Calvino

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È il 24 dicembre 1967. Da una decina di anni sonde e satelliti artificiali solcano lo spazio fuori dalla Terra. Italo Calvino ha appena pubblicato Ti con zero. E Anna Maria Ortese sulle pagine del Corriere della Sera gli scrive una lettera, datata 24 dicembre 1967.

Caro Calvino,
non c'è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c'è del timore, nel fastidio dell'irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché.

La scrittrice, autrice di un acuto e indimenticabile Il mare non bagna Napoli  con cui ha vinto il Premio Viareggio, è angosciata dal nuovo mondo tecnologico, che trova una clamorosa rappresentazione nei razzi che sfrecciano nello spazio.

La risposta, immediata, di Italo Calvino viene pubblicata quello stesso giorno sulle pagine del medesimo giornale e giunge forse inaspettata ad Anna Maria Ortese. Certo contiene un'impegnativa serie di giudizi su Galileo Galilei, su Giacomo Leopardi e sull'influenza del primo sul secondo.

Cara Anna Maria Ortese,

guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il suo discorso alle estreme conseguenze, si finirebbe per dire: continui pure la terra ad andare di male in peggio, tanto io guardo il firmamento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore. Non le pare di "strumentalizzarlo" malamente, questo cielo?

Io non voglio però esortarla all'entusiasmo per le magnifiche sorti cosmonautiche dell'umanità: me ne guardo bene. Le notizie di nuovi lanci  spaziali sono episodi  d'una lotta di supremazia terrestre e come tali interessano solo la storia dei modi sbagliati con cui ancora i governi e gli stati maggiori pretendono di decidere le sorti del mondo passando sopra la testa dei popoli.

[...] Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un'immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa ad un grado di precisione e di evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare...

Per Calvino, dunque, Galileo non è solo un grande scienziato e un grande filosofo. È anche un grande scrittore. Anzi, il più grande scrittore della letteratura italiana.

Carlo Cassola è tra i primi a reagire alla provocazione di Calvino. Non passa una settimana che il Corriere della Sera pubblica (31 dicembre 1967) un articolo molto duro a firma dello scrittore romano: «Domenica scorsa, su questo giornale Italo Calvino ha affermato che Galilei è il più grande scrittore italiano di ogni secolo. Io credevo che Galilei fosse il più grande scienziato, ma che la palma di massimo scrittore spettasse a Dante».

Non si tratta di un'improbabile gara a chi meriti la palma del migliore scrittore. Ma  dei fondamenti stessi della letteratura e della cultura. «Mentirei - scrive Cassola - se dicessi che l'affermazione di Calvino mi ha scandalizzato. Lo spirito di dimissioni di molti miei colleghi è giunto a un punto tale che non mi scandalizzo più di niente. L'augurio che rivolgo loro è di liberarsi del complesso di inferiorità nei confronti della cultura scientifica e della tecnologia. E se no, che cambino mestiere».

Carlo Cassola, dunque, pone due temi. Il primo è un assoluto: scienza e letteratura sono dimensioni incomunicanti. Hanno nulla da dire l'una all'altra. Irrimediabilmente: Galileo è uno scienziato, dunque non è uno scrittore. Il secondo tema è più contingente: gli scrittori italiani son subalterni alla cultura umanistica. Una tesi che ha una versione speculare negli ambienti scientifici, secondo cui in Italia sarebbe egemone una cultura umanistica di impronta crociana e gentiliana che impedisce alla cultura scientifica di diffondersi nel paese sia tra le grandi masse, sia tra le classi dirigenti.

Calvino risponde a Cassola qualche settimana dopo, con intervento su L'Approdo letterario. In primo luogo:

Intendevo dire scrittore di prosa; e allora lì la questione si pone tra Machiavelli e Galileo, e anch'io sono nell'imbarazzo perché amo molto pure Machiavelli. Quel che posso dire è che nella direzione in cui lavoro adesso, trovo maggior nutrimento in Galileo, come precisione di linguaggio, come immaginazione scientifico-poetica, come costruzione di congetture.

Infatti:

Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione  espressiva, immaginativa, addirittura lirica.

Una coscienza letteraria che Galileo raggiunge soprattutto quando parla della Luna:

Leggendo Galileo mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci si innalza in un'incantata sospensione.

Tutto questo giustifica il giudizio su Galileo scrittore.  In particolare sul Galileo scrive della Luna dopo averla osservata, nell'autunno 1609, col nuovo occhiale.

Tuttavia Galileo non rappresenta una singolarità nella letteratura italiana. Al contrario ne incarna la più intima vocazione. E la dimostrazione l'abbiamo proprio partendo da Dante. Cosa fa il poeta fiorentino, sostiene l'autore di Ti con zero, se non realizzare con un'opera enciclopedica e cosmologica una mappa del mondo e dello scibile e costruire, attraverso la parola letteraria, un'immagine dell'universo?

Non c'è dunque davvero nessuno scandalo nell'accostare Galileo a Dante. Perchè

Questa è una vocazione profonda della letteratura italiana che passa da Dante a Galileo: l'opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile, lo scrivere mosso da una spinta conoscitiva che è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria.

La scienza e la filosofia naturale sono, dunque, la vocazione profonda della letteratura italiana. Una vocazione profonda, che coinvolge altri grandi autori - da Ariosto a Leopardi, entrambi «gran poeti lunari». E che deve essere riscoperta, se vogliamo rinnovare la grandezza passata della nostra letteratura.

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Galileo, come lo celebra Firenze

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Galileo. Immagini dell'universo dall'antichità al telescopio. È con questa mostra a carattere storico, aperta a Palazzo Strozzi dal 13 marzo al 30 agosto 2009 e curata da Paolo Galluzzi, direttore del Museo di Storia delle Scienze, che Firenze celebra l'Anno internazionale dell'astronomia in occasione dei 400 anni dalle prime osservazioni del cielo da parte di uno dei suoi figli più celebri, Galileo Galilei.

La mostra propone - come si può leggere nella presentazione sulla Home page del sito http://www.galileofirenze.it/ - un viaggio nell'immagine del cielo che nel corso del tempo l'uomo si è dato. Si inizia con le visioni mistiche e poetiche dell'antico Egitto e della Mesopotamia; si prosegue con le cosmogonie greche caratterizzate dalle geniali sfere omocentriche di Eudosso, si attraversano le architetture planetarie di Tolomeo e dell'astronomia araba, si rievocano le rielaborazioni cristiane, si approda infine alle tesi eliocentriche di Copernico che ispirarono Galileo e Keplero, gli studiosi che offrirono un contributo determinante all'affermazione definitiva, con Newton, di una nuova concezione dell'universo.

La mostra è arricchita da applicazioni multimediali e filmati divulgativi. Il percorso tra scienza e arte è illustrato da reperti archeologici, strumenti scientifici di eccezionale bellezza e ingegnosità, atlanti celesti, disegni, dipinti (spettacolari affreschi pompeiani inediti, oltre a Botticelli, Rubens, Guercino), sculture, preziosi codici miniati e straordinari modelli cosmologici funzionanti realizzati per la circostanza. Tra gli oggetti più spettacolari il monumentale arazzo astronomico di Toledo, l'Atlante Farnese, il misterioso dipinto Linder Gallery Interior esposto per la prima volta e il cannocchiale di Galileo.

La mostra si addentra anche nell'universo delle paure e speranze del genere umano, descrivendo i rapporti tra astronomia e astrologia, le relazioni che l'immaginazione da sempre suggerisce tra le configurazioni degli astri, da un lato, e il potere, la musica, la medicina, la formazione del carattere e delle inclinazioni, fino al fascino straordinario che la cosmologia ha esercitato sull'architettura e sull'arte, dall'altro.

Il convegno su Galileo

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1. Come era logico attendersi, sulle vicende dei due processi a Galileo il convegno ha registrato contributi interessanti di contestualizzazione e di affinamento delle principali tesi interpretative già da tempo formulate. Lo scenario delle conoscenze acquisite non è tuttavia mutato significativamente. Alcuni interventi hanno comunque contribuito a far crescere la consapevolezza circa il significato delle Lettere Copernicane, approfondendo, in particolare, la concezione galileiana del rapporto tra natura e scrittura.

2. Un numero significativo di interventi si è concentrato sulla nascita, evoluzione e tramonto dei numerosi "miti" di Galileo, che si sono manifestati dal tempo del processo allo scienziato pisano fino ai giorni nostri. Su questo tema, sono stati presentati al Convegno contributi originali, sostenuti spesso da documentazione inedita e caratterizzati da raffinate analisi interpretative, dai quali emerge una dinamica dell'utilizzazione mitica, iconica e simbolica di Galileo, puntualmente speculare al dibattito sul rapporto tra scienza e fede che attraversa l'intera storia dell'età moderna, non solo italiana. Se la costruzione del mito di un Galileo sinceramente pentito dei propri errori e redento dall'abiura nasce con gli allievi di Galileo (in particolare, nella Vita di Galileo di Viviani) a quell'immagine interessata si sono succedute raffigurazioni e miti spesso radicalmente diversi. All'immagine dell'eroe e/o martire della fede è stata talora contrapposta quella del temerario e aggressivo sostenitore di teorie non dimostrate, o del "sonnambulo" che crede di essere sveglio pur muovendosi nelle tenebre della conoscenza; contro il mito del fondatore del metodo sperimentale è stata proposta la visione di uno scienziato che fraintese gli elementi essenziali del vero metodo della scienza, la sua natura  e i suoi fini; al profilo eroico del difensore coraggioso della libertas philosophandi, e spesso contrastata la fisionomia dell'eversore che vuole irresponsabilmente sbarazzarsi delle tradizioni più solide e rassicuranti.

L'età barocca, quella dei Lumi, il Risorgimento, la Restaurazione, il Positivismo, l'Idealismo, la Fenomenologia trascendentale, così come ideologie e movimenti sociali e politici, quali la massoneria, il fascismo, il marxismo, ecc., hanno fabbricato ognuno un'immagine speculare del contributo di Galileo.

Si può insomma affermare che esiste una cronologia e una geografia dei "miti" del caso Galileo, la quale illumina puntualmente fasi importanti della storia dell'età moderna. Questo scenario è caratterizzato da continue tensioni tra scienza e teologia, da motivazioni e proposti civili, da prese di posizione filosofiche ed epistemologiche, da riflessioni sulla natura e i fini della scienza e dell'uomo. In questo complesso di attività, si osserva il ricorso a diversi linguaggi di comunicazione: non solo testi, ma statue e monumenti celebrativi, opere grafiche e pittoriche che veicolano idee non disinteressate.

3. Un altro punto importante è rappresentato dalla presentazione al Convegno di un gran numero dei contributi che documentano la presenza di un vivace dibattito internamente al corpo della Chiesa sul modo di affrontare le questioni poste dal "caso Galileo".

Ciò appare evidente non solo nel contesto dei 2 processi allo scienziato pisano, ma anche negli episodi più rilevanti dello storico  riaffacciarsi del caso Galileo fino ai giorni nostri: l'edizione delle opere dello scienziato pisano promossa da Toaldo del 1744; il processo che portò al ritiro dall'Indice dei libri proibiti delle opere che sostengono l'ipotesi copernicana (1758), ma con l'esclusione dei lavori di Galileo, Keplero, Foscarini ecc.; il caso Settele (1820) e il ritiro definitivo dall'Indice nel 1835 della proibizione dei libri di Galileo, Keplero, Foscarini; l'evocazione continua del caso Galileo nelle discussioni che scandirono il processo al Modernismo; la pubblicazione postuma, e con pesanti e non dichiarate manipolazioni, della Vita di Galileo di Monsignor Paschini; le vivaci discussioni nel Concilio Vaticano II su come la Chiesa avrebbe dovuto atteggiarsi davanti ai nuovi potenziali casi Galileo, prospettati dal poderoso avanzamento della ricerca scientifica nell'Età Contemporanea; le vicende confuse e contraddittorie che caratterizzano la cosiddetta "riabilitazione" di Galileo (1979-1992), conclusa dal discorso ambiguo, pieno di reticenze e di gravi imprecisioni, di Giovanni Paolo II nel 1992.

Il Convegno ha confermato che il caso Galileo, così come si è venuto sviluppando attraverso l'intera Età Moderna, rappresenta uno dei luoghi privilegiati del confronto, e talvolta dello scontro, all'interno della Chiesa tra i sostenitori della necessità di un adeguamento dell'atteggiamento del Magistero in modo da favorire il dialogo con la cultura moderna, e la componente, finora sistematicamente vittoriosa, che considera viceversa necessaria la più strenua difesa della tradizione.

4. Molti altri temi interessanti sono stati trattati nel Convegno, che oltre agli interventi degli studiosi invitati, si è arricchito del contributo del vivace dibattito alla fine delle singole sessioni.

Gli Atti, che saranno pubblicati con la massima tempestività, metteranno a disposizione materiali di grande interesse - un serio bilancio del punto al quale sono oggi arrivati gli studi - arricchito peraltro da una serie di contributi proposti da giovani studiosi, che non è stato possibile inserire nel programma del Convegno.

Galileo, come lo celebra Padova

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È dalla città di Padova che Galileo Galilei, nell'autunno del 1609, punta verso il cielo il cannocchiale da lui perfezionato e vede cose mai viste prima da essere umano: montagne, valli e ombre sulla Luna che fanno del satellite naturale un oggetto «della stessa specie della Terra»; innumerevoli stelle, molte di più di quanto se ne vedono a occhio nudo; quattro diverse lune che orbitano intorno al pianeta Giove. Il mondo intero ricorda quell'avvenimento che costituisce addirittura uno spartiacque tra le epoche, eleggendo il 2009 ad Anno Internazionale dell'Astronomia. Ma anche la città di Padova ha inteso celebrare l'evento che l'ha vista protagonista, grazie a una serie di iniziative che hanno l'apice nella mostra Il futuro di Galileo. Curata da Giulio Peruzzi e Sofia Talas, promossa dal Comune, in collaborazione con l'Università, la Provincia e la Regione, allestita presso il Centro Culturale Altinate, la mostra è stata inaugurata il 27 febbraio scorso e sarà aperta al pubblico fino al 14 giugno. Se ne può avere un'idea in rete, visitandola all'indirizzo http://www.ilfuturodigalileo.it/ Vi si possono ammirare - tra l'altro - la copia esatta del cannocchiale che Galileo puntò verso il cielo (prestata dall'Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze) e la prima edizione del Sidereus Nuncius. Ma la mostra non guarda solo al grande passato, di Galileo e dell'astronomia. Avrà uno sguardo rivolto al futuro, come è nello spirito scientifico. E questa sua propensione la dimostrerà in sette diverse sezioni: dal cannocchiale di Galileo ai telescopi di oggi e di domani; il moto da Galileo a Einstein; scienza dei materiali: da galileo alle nanotecnologie; dal vuoto seicentesco al vuoto quantistico; la luce da galileo a oggi, una finestra sul cosmo; dal microscopio di Galileo agli acceleratori di particelle; dai quark ai misteri del cosmo. La mostra è, dunque, storica ma anche interattiva; ha molti exhibit e laboratori hands on, dove gli spettatori potranno diventare attori e compiere esperimenti in prima persona. Accanto a questa mostra Padova offre un'intera costellazione di iniziative per celebrare al meglio uno dei più straordinari eventi nella storia della cultura umana. Il 28 febbraio, infatti, è stata inaugurata presso i Musei Civici agli Ermitani anche un'altra mostra - Lo spirito e il corpo. 1550-1650. Cento anni di ritratti a Padova nell'età di Galileo - che, per la cura di Davide Banzato e Franca Pellegrini e con opere di Tiziano, Tintoretto e tanti altri cerca di ricreare il clima nella Padova in cui Galileo spese 18 anni: «i più felici della mia vita». Ma della costellazione di eventi fanno parte anche l'inaugurazione di una parte del Museo di Geologia e di Paleontologia e la terza edizione del "Premio Galileo" per la divulgazione della scienza. Quest'anno la giuria scientifica è presieduta da un'astronoma d'eccezione, Margherita Hack. La giuria ha già selezionato i cinque libri che partecipano alla gara finale. Sono: Vito Volterra, di Angelo Guerraggio e Gianni Paoloni (Franco Muzzio Editore, 2008); Keplero. Una biografia scientifica, di Anna Maria Lombardi (Codice Edizioni, 2008); Energia per l'astronave terra, di Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani (Zanichelli, 2008); L'Immagine del mondo nella testa, di Valentino Braitenberg (Adelphi, 2008); L'eleganza della verità. Storia della simmetria, di Ian Stewart (Einaudi, 2008). Il prossimo 7 maggio nel salone pensile di Palazzo della Ragione a Padova è prevista la cerimonia finale, che sancirà l'opera vincitrice.

Il Futuro di Galileo

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Un motivo del tutto particolare per cui sono contento che il sindaco Zanonato abbia vinto la competizione elettorale a Padova è che la capacità di propulsione culturale che questo sindaco ha avuto nella sua città è straordinaria. Se posso dirlo con una frase sintetica che poi cercherò di spiegare meglio: Zanonato ha capito che le città e i cittadini non hanno solo bisogno di eventi effimeri benché brillanti, di punti di esibizione di ospiti di passaggio (come i famosi Festival tanto di moda), ma anche e soprattutto di eventi culturali che lasciano un segno nella storia e nella cultura nazionale. L'idea, perciò, di prendere due veri esperti come Giulio Peruzzi e Sofia Talas per mettere in piedi una mostra memorabile su Galilei e sulle ricadute del suo grande pensiero, "Il futuro di Galileo", è un esempio di politica illuminata che prevale sui piccoli e meschini interessi spesso pilotati da esigenze di mercato locale o di grossi gruppi produttori (editori, industrie, ecc.). Perché vuol dire rendersi conto del fatto che la celebrazione dell'anno dell'astronomia e delle osservazioni astronomiche galileiane non è uno stanco rituale, un giubileo qualsiasi che tra un anno si può dimenticare; ma è un tentativo di riappropriarsi di qualcosa che nessuna altra civiltà ha posseduto come la nostra.

La mostra, disseminata con larghezza di spazi e strumenti illustrativi in sontuose sale di un imponente edificio cittadino, fa capire che l'amalgama di storia e scienza necessario per riportare in vita gli ultimi 400 anni della cultura del nostro paese in un settore un po' trascurato dalla cultura dominante, è assolutamente eccezionale. Questa galleria di strumenti, ricostruiti con precisione e fedeltà da artigiani sempre più rari che ancora sopravvivono nelle nostre officine e nei nostri laboratori accademici, porta alla luce la continuità prodigiosa del pensiero galileiano dal '600 ai giorni nostri. Basta da sola a fare percepire visivamente il rischio che l'umanità ha corso quando forze retrive quanto assurdamente bigotte hanno tentato di cancellare la nascita del pensiero moderno. Si contrappone positivamente, perciò, alle iniziative di altri studiosi, un po' consumati dalle cattive abitudini accademiche, di riesumare polemiche e processi che non hanno più alcun senso e alcuna ragion d'essere.

Da Galileo si arriva ai giorni nostri: emoziona vedere nelle teche, lì a piccola distanza dal nostro occhio moderno, un manoscritto con disegni e calcoli del Grande. Per poi passare a tecnologie sempre più evolute e più difficili da spiegare al visitatore, ma di tale impatto concreto da attirare l'attenzione di adulti o scolaretti attraverso una salutare eccitazione della curiosità. Nella mia lunga vita ho visto esposizioni di paesi che sembravano più capaci di noi di decantare apprezzabilmente le proprie virtù. Questa mostra ci riscatta: sarebbe bello che non si muovesse più da lì  e che contribuisse alle visite a Padova non meno del pelleginaggio al santuario: forse pretendo troppo, ma non c'è niente di male a sperare in un riscatto della scienza che auspichiamo invano da anni. Un elegante volume di Skirà, intitolato come la mostra, provvede alla memoria cartacea.

Il cannocchiale e il pennello.

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Galileo Galilei è il pioniere della nuova scienza, tra i massimi artefici di quella rivoluzione scientifica iniziata nel Seicento in Europa e di cui tutti noi, oggi, siamo figli. Per tutto quello che ha fatto è giustamente considerato il più grande e famoso scienziato italiano di ogni tempo.

Per questo è tanto più significativo il rapporto, strettissimo, che Galileo ha avuto con l'arte e la letteratura. Italo Calvino e Giacomo Leopardi lo consideravano non solo il più grande fisico italiano, ma anche il più grande scrittore della letteratura italiana. Galileo d'altra parte è stato un colto critico letterario. Ha chiosato con ammirazione Dante e Ariosto, ha ferocemente criticato Torquato Tasso. Egli stesso ha scritto poesie e tra i suoi amici ha annoverato molti poeti.

In musica Galileo non era da meno. Suonava il liuto, si dice, meglio del padre Vincenzio: che di quello strumento era maestro. Ma soprattutto dalla musica e dal padre, autore di una rivoluzione nell'arte dei suoni paragonabile a quella del figlio nella scienze fisiche, ha avuto una sorta di doppio imprimatur epistemologico: il padre gli ha dimostrato quanto siano importanti nelle scienze naturali le "sensate esperienze" e lo ha aiutato a modulare il rapporto fine tra fisica e matematica nello studio della natura.

Ma Galileo non si è limitato a frequentare la letteratura e la musica. Ha avuto rapporti anche con le arti figurative. Galileo ha usato l'immagine e ha contribuito a far sì che questo mezzo di espressione entrasse da protagonista nella comunicazione della scienza. Quando nel 1609, quattrocento anni fa, ebbe l'idea di puntare il cannocchiale verso il cielo, a iniziare dalla Luna, non si limitò a scrivere ciò che aveva visto, ma cercò anche di raffigurarlo. Dandoci immagini molto precise e ben dettagliate soprattutto della Luna. Il suo Sidereus Nuncius è diventato un libro spartiacque nella storia dell'uomo (la definizione è di Ernst Cassirer) non solo per il suo contenuto e per come è stato scritto, ma anche per come è stato raffigurato.

Ma il rapporto con la pittura di Galileo non si limita alla sua capacità di disegnare. Le sue scoperte sono diventate uno tra i soggetti più frequentati dalla nuova arte del Seicento, in particolare del naturalismo barocco. Adam Elsheimer pochi mesi dopo la pubblicazione del Sidereus ha rappresentato il cielo galileiano nella sua Fuga in Egitto.

Fuga in Egitto

E Ludovico Cardi detto il Cigoli ha rappresentato più e più volte la Luna descritta da Galileo e ormai visibile a tutti col cannocchiale. La pittura ha dato un formidabile contributo all'affermazione della nuova visione dei cieli e, in definitiva, della nuova scienza nel Seicento.

Cigoli

Di più, come ha rilevato Erwin Panofsky, Galileo è stato un grande critico d'arte e, in particolare, delle arti figurative. Al suo amico, il Cigoli, Galileo non ha fornito solo suggestioni, ma anche precise indicazioni di estetica. E il Cigoli guardava a Galileo non solo come al suo maestro di astronomia, ma anche di arte.  

In definitiva, Galileo Galilei è stato uno dei maggiori protagonisti della grande rivoluzione culturale del Seicento che ha prodotto e la nuova scienza e la nuova arte. Per questo assume particolare significato il fatto che la città natale di Galileo, Pisa, ha voluto dedicare al grande scienziato nell'anno internazionale dell'astronomia una mostra, Il cannocchiale e il pennello, curata da Lucia Tongiorgi Tomasi e Alessandro Tosi che tra il 9 maggio il 19 luglio ha restituito ai suoi visitatori la complessità e la ricchezza di rapporti tra nuova scienza e nuova arte nell'età di Galileo.

La mostra ha ricostruito con grande organicità i rapporti con le arti di Galileo. Ha ricostruito la diffusione dei concetti scientifici galileiani e la figura stessa di Galileo nei primi nuclei di cultura di massa che si andavano condensando nel Seicento. Ha ricostruito con sapienza l'ambiente culturale, italiano ed europeo, in cui la vicenda galileiana si è svolta.

Davvero interessante.

Per chi non l'avesse vista, infine, consigliamo il catalogo che non è (solo) un catalogo, Il cannocchiale e il pennello, che Lucia Tongiorgi Tomasi e Alessandro Tosi hanno curato per l'editore Giunti (pagg. 414, euro 35,00). Nel volume, come in tutti i cataloghi che si rispettino, troverete le immagini della mostra. Ma troverete anche una serie di saggi molto approfonditi, firmati da grandi esperti, sullo straordinario rapporto tra Galileo, le arti e le rivoluzione culturali del Seicento. Per chi crede che la schisi tra le due culture sia del tutto innaturale, come diceva Primo Levi, è un volume da non perdere.