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Home » Blog » Blog di Ernesto Carafoli e Laura Fedrizzi

Parliamo tanto di valutazione...

  • Blog di Ernesto Carafoli e Laura Fedrizzi
  • 1052 letture

Da molto mi ronzava in testa l’idea di aprire un discorso sulla valutazione: direi da poco dopo il mio rientro definitivo in Italia 7 od 8 anni fa. Dove stavo prima, di valutazione non si parlava più di quanto non si parlasse del cambio di stagione o delle tasse da pagare. La valutazione c’era, era seria, ed era un normale dato di fatto. Quindi perché parlarne? Poi sono tornato, ed anche qui all’inizio non sentivo parlare di valutazione. Eccetto che era per il motivo opposto, perché non c’era proprio, ed anche questo era un normale dato di fatto. La parola, ed il concetto che le stava sotto, iniziarono dopo un po’, chissà come, a fare capolino, e ne seguirono timidi tentativi di applicazione. E poi, al solito, fiumi di parole, fino a farla diventare, oggi, una parola inflazionata. Pareva, all’inizio, che i sia pur timidi tentativi di applicazione, anche forse sulla spinta di “charities” private come la Fondazione Telethon, fossero un buon avvio. Ma , vedi un po’ l’inesauribile inventiva Italiana, a raffiche di “eccellente” distribuiti a pioggia, la valutazione - di cui però ora è politicamente corretto riempirsi la bocca- ha finito con il divenire una farsa. Almeno se misurata sul metro dei paesi con cui dobbiamo confrontarci. So bene che alcuni colleghi che stimo , e che si sono, ad esempio, dati molto da fare con il CIVR, saranno meno pessimisti di me, ma tant’è, questo  è quello che penso. Ma ecco che ora, di colpo, com’è come non è, il caso valutazione esplode su tutti i giornali, per via di una lettera che una Ricercatrice Pavese, in procinto di andarsene dall’Italia sbattendo la porta, scrive addirittura al Presidente della Repubblica. E tutti, ma proprio tutti, giù a prendere posizione, e ad emettere giudizi, neanche si stesse parlando dell’acqua su Marte e non di una cosa che più ovvia non potrebbe essere…

Vabbè, cerchiamo di riportare il discorso all’inizio: di dire, per esempio, che è persino deprimente star qui, nell’anno 2009, in un paese cosiddetto civile, a parlare di valutazione come se fosse la scoperta del secolo. Ma poi diciamo chiaro e tondo che la valutazione in Italia non esiste. Il perché non è chiaro: che sia per il fatto che in tutti noi, sin da piccini, viene inculcato e ribadito il concetto che l’unica valutazione è quella finale, quella della Valle di Giosofat? E che nell’attesa di essa possiamo peccare, e pentirci, naturalmente, quanto ci pare e piace? Mah, non lo so. So però che qui da noi l’idea dominante, per dirla volgarmente è “prendi i soldi e scappa”, che tanto nessuno ti chiederà mai conto di come li avrai spesi. E qui non si tratta solo di finanziamenti: la valutazione ha a che fare con ben altro,  con i concorsi, i mitici concorsi, con la progressione di carriera , con il concetto base che tutti, e lo voglio dire con forza, dal Dottorando al Professore, devono essere valutati. E pagare, se trovati scarsi. Ecco un concetto che mi pare rivoluzionario, qui in Italia: Punizioni anziché premi. Deprimente sin che si vuole, ma chissà, magari potrebbe funzionare. Chiaro, e sento già le critiche e i distinguo, che il difetto sta nel manico, e cioè nella credibilità dei valutatori. Qui abbiamo una sorta di Comma 22, e se lasciamo che a valutare siano quelli che a loro volta verranno poi valutati, si cade non solo nel nefasto intreccio delle raffiche di “eccellente” ex ante, ma  anche in una analoga spirale nella valutazione, che a me pare appunto la più importante , ex-post. Ma come, sento già dire, non è questo il tanto decantato sistema di peer-review che funziona così bene altrove? Certo che lo è, ma vogliamo dimenticare il Fattore I (I come Italia, naturalmente)?  Qui tutto, in qualche modo, viene astutamente stravolto, dimodochè iniziative che sarebbero perfette, che so, negli Stati Uniti o in Germania,  qui risultano sic et simpliciter nella preservazione dello status quo. Dico chiaro e forte: lasciamo fare la valutazione agli stranieri. Un piccolo segnale in questa direzione c’è, ed è la decisione del Ministero della Salute di far giudicare le domande di finanziamento dei giovani ricercatori nell’area delle Scienze della vita all’NIH di Bethesda (Nature 459, 900 (2009): …“The funding at stake will provide about  €29 million to support 50 to 60 projects from young Italian researchers…”). Certo che così si dichiara di fatto la sfiducia nel sistema Italia, ma quando ci vuole ci vuole…

Ho detto prima parere mio, e naturalmente penso che sia un parere giusto. Ma è pur sempre il parere di un Professore a fine carriera, e quindi per chissà quanti motivi parziale. Inoltre è un Professore che ha passato tutta la vita lavorativa in paesi dove queste cose sono tanto ovvie che non se ne parla proprio. Magari, chissà, la mia ottica è un poco distorta. Vediamo, per iniziare, che cosa ne pensa la mia co-blogger, che è una giovane Ricercatrice rampante all’inizio della carriera.

__________________

Ernesto Carafoli
Biochimica, Università di Padova

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8 luglio, 2009 da Ernesto Carafol...


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#1 valutiamo, valutiamo...

ritratto di Laura Fedrizzi
8 luglio, 2009 - 16:43 da Laura Fedrizzi

La valutazione. Come parlare della base di tutto…è essenziale in qualsiasi settore, non si capisce come il mondo accademico abbia potuto farne a meno fino a questo momento.

E poi, la fuga di cervelli…sarà proprio una fuga o una saggia scelta di vita?

Cercherò di toccare questi due temi arrivandoci per gradi con la mia personale vicenda.

Sono una giovane ricercatrice italiana, che ha conseguito la laurea nello stesso ateneo in cui lavora da 6 anni. A parte un brevissimo soggiorno all’estero non mi sono mai “immolata” seriamente nella fuga dall’Italia, anche se solo in parte ho vissuto con questo spirito il pensiero di lavorare all’estero. Da una parte c’era la frustrazione di cui tanto si parla, quella di barcamenarsi per anni senza una prospettiva di libertà, più che di stabilità. La libertà di sentirsi integrati in un sistema che funziona, anche se precario almeno dinamico, con l’occupazione giusta per ognuno (“mica possiamo essere tutti professori ordinari!”) con una retribuzione adeguata alla formazione e all’esperienza, con la possibilità di avere un sostegno statale nel caso si decidesse di metter su famiglia. Prima di far figli bisogna pensarci su ben più di due volte…

Dall’altra, nel tempo ho preso coscienza dell’importanza della flessibilità del pensiero e della mobilità in questo lavoro. Sono caratteri che dipendono uno dell’altro, che io ho avuto modo di apprendere solo attraverso il contatto diretto con la realtà internazionale: negli incontri con gli altri studenti ai congressi, nelle discussioni per le collaborazioni con gruppi di ricerca stranieri, nei dialoghi con gli ospiti di seminari. Sono sempre stati momenti di confronto dai quali all’inizio sarei scappata volentieri (oltre ai problemi con la lingua inglese che abbiamo in 8 casi su 10, la formazione in questo Paese non ci abitua al raffronto e al dialogo, piuttosto alla sudditanza…), ma ora so quanto fondamentali siano per questo mondo. La ricerca non può non essere internazionale: lavoriamo per condividere con tutti ciò che riusciamo a scoprire per primi, ci confrontiamo con chiunque lavori nel nostro campo in qualsiasi parte del mondo. L’entusiasmo che sento nello scrivere queste parole mi ricorda la passione per questo lavoro e i motivi per cui l’ho scelto. E la consapevolezza, spesso assopita, che cambiare sede è solo parte del percorso verso una visione più ampia delle cose, e quindi di un pensiero scientifico più completo.

Considerato tutto questo, per ora ho deciso di restare, (abbastanza) cosciente di quello che mi aspetta. Scelte di vita e vicende personali mi hanno fatto fermare qui, ma nulla mi impedisce di pensare che potrei cambiare idea tra qualche anno.

Parlo di quello che mi aspetta e mi riferisco in modo forse superficiale a quel poco che so del mondo accademico vero e proprio, non quello di cui faccio parte io: votare, prender parte alle decisioni dei dipartimenti, concorrere all’attribuzione della maggior parte dei fondi ministeriali…sono tutti aspetti importanti della vita accademica ai quali non ho accesso.

Ma torniamo a noi, al problema di fondo, la valutazione. Conosco abbastanza bene la realtà italiana del sistema di valutazione della ricerca: nel periodo di riforme della fine del 2008 ho fatto parte di un gruppo di assegnisti e dottorandi di ricerca di Padova, unitisi spontaneamente per studiare la situazione dell’università italiana, analizzare le linee guida del Governo e pensare alle proposte per creare una riforma valida. Ciò di cui mi sono occupata principalmente è stata proprio la valutazione, sentivo che era il punto critico risolto il quale tutti gli altri problemi si sarebbero almeno appianati. La necessità di attivare un nuova ed efficiente agenzia di valutazione è impellente, spero che le promesse recenti del nostro Ministro dell’Istruzione siano reali (Corriere della Sera, 4 luglio 2009). Di sicuro, in un contesto di comodo e di valutazioni fittizie (tangibili ed evidenti agli occhi di chiunque lavori qui dentro) come quello dell’Università italiana sarà difficile uscire dal circolo vizioso del bisogno reciproco di benevolenza…non so se mi spiego. Altrettanto sicuro, la scelta di una quota importante di revisori stranieri, concedetemi la metafora, comincerebbe a sfrondare i rami secchi lasciando spazio a nuovi e rigogliosi germogli. Mi trova perciò molto favorevole la tosta iniziativa del peer-review dell’NIH. In sostanza, si alla valutazione di tutti e si ad una presa di posizione per tutti.

Accenno solo brevemente al caso di Rita Clementi, lo scalpore mi sembra essere suscitato dal caso umano più che dalla situazione di per sé. Non è un dramma cambiare città, e tra Pavia e Boston c’è un mondo di destinazioni intermedie accessibili. Al di là delle scelte personali e del suo effettivo merito nella ricerca, questa ricercatrice ci comunque ha fornito lo spunto per sollevare ancora una volta l’annosa questione del malfunzionamento delle università italiane e dell’(in)efficienza della valutazione dei risultati di ricerca.

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#2 La partita di calcetto

ritratto di Ernesto Carafoli
8 luglio, 2009 - 23:00 da Ernesto Carafoli

Il caso Clementi, il modo come lo ha ripreso ieri nel nostro Blog Laura Fedrizzi, e le prese di posizione di cui si è letto sulla stampa e che ci siamo scambiati nei giorni scorsi noi del Gruppo 2003, hanno riportato in primo piano il problema dell’andarsene (dall’Italia, si capisce). Ed è un problema sicuramente legato al tema della valutazione, dato che chi se ne va, nella maggior parte dei casi lo fa perché si è stufato del sistema di carriera che qui da noi non premia in base al merito. Cose che sappiamo. Vediamo se riesco a fare un discorso che esuli dalla retorica e, fatemelo dire, dal provincialismo. Forse risulterò polemico, ma lo farò a bella posta, perché vorrei provocare almeno gli amici del Gruppo 2003.

Quasi tutti gli interventi che mi sono giunti sott’occhio in questi giorni avevano in comune il giudizio, talvolta esplicito, talaltra sub-liminale, sostanzialmente negativo su chi aveva deciso di andarsene. Inclusa, naturalmente, la povera Clementi. Ma tra le tante cose che ho letto, una mi ha colpito in modo particolare: diceva che in nessun paese serio si sarebbe dedicata una riga ad un caso come questo. Verissimo. A nessuno verrebbe in mente, negli Stati Uniti per esempio, di alzare il sopracciglio se uno si sposta, che so, dal Maryland alla California. O se decide di andarsene in Olanda. E’ nella logica delle cose, anzi, è l’essenza delle cose nel pianeta ricerca. Eccetto che qui da noi in Italia l’idea non è purtroppo ancora entrata in testa a molti colleghi anche stimabili. Che dimenticano -ma come fanno ? - la cosa più importante: se uno va dal Maryland in Olanda, il Maryland non ci perde nulla, perché nell’osmosi che è la regola nel mondo della ricerca qualcun altro si muoverà dall’Olanda nel Maryland. E’ proprio questo il gran problema. Qui ci stracciamo le vesti, ed urliamo alti lai, se uno bravo, o anche solo bravino, se ne va, perché tutti sappiamo che nessuno verà mai a lavorare da noi da un paese serio per rimpiazzarlo.

E perché nessuno viene a lavorare da noi? Ho sentito e letto un sacco di cose in questi giorni sulla mancanza di fondi come elemento principe nella cosa. Ma vogliamo smetterla? Vogliamo levare la testa fuori dalla sabbia? Chissenefrega dei fondi. Crediamo veramente che la gente verrebbe da noi da Boston o da Cambridge se i fondi fossero copiosi? Da noi dove esiste un sistema di reclutamento di cui dire borbonico è dire poco? Da noi dove si passa l’intera vita, dal Dottorato alla pensione, nello stesso posto? Da noi dove nessuno è mai seriamente valutato? Dove se uno propone (io l’ho fatto) che anche i professori siano valutati, rischiando il posto, minimo minimo gli danno del provocatore? Da noi dove, nei corridoi o nelle riunioni non si parla che di concorsi e di carriere, e mai, neanche per caso, di scienza? Ma per favore…

E poi un’ultima cosa (ho promesso che sarei stato polemico). Viene in mente a nessuno di quelli che appiccicano l’etichetta di transfuga addosso a chi decide di andarsene che, per andarsene, occorrono gli attributi? A quelli che appiccicano etichette vorrei dire che è molto, ma molto più facile restarsene qui, nel confortevole grembo materno, circondandosi di alibi se le cose non vanno come dovrebbero, urlando, magari, che mancano i fondi etc. etc.. Eh, lo so bene che è più rilassante restarsene tutta la vita nello stesso posto, lamentandosi tanto per lamentarsi, tra il pranzo domenicale dai genitori (fin che ci sono) e la partita di calcetto con gli amici il Sabato… Ma che non venga mai in mente, a questi, che l’orizzonte del mondo non è limitato al posto dove sono nati? Che c’è forse, nel loro modo di vedere le cose, un pizzico di provincialismo? E che forse, se avessero gli attributi… Basta così. E adesso, coraggio, datemi addosso.

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#3 La ricerca in Italia dopo il rientro

ritratto di Vincenzo Bronte
27 luglio, 2009 - 11:44 da Vincenzo Bronte

Mi inserisco volentieri nel dibattito, con l'auspicio di apportare un contributo alla discussione. Vorrei però fare una premessa. Il 2 Luglio scorso ho inviato una lettera al Corriere della Sera in cui ho espresso alcune considerazioni in merito allo sfascio del sistema ricerca in Italia. Vista la successione temporale, la lettera è stata considerata come una risposta all'amaro sfogo della Ricercatrice italiana Rita Clementi, da lei rivolto al Presidente della Repubblica a pubblicato il 1 Luglio dal giornale La Repubblica. La mia lettera non voleva, nel modo più assoluto, contrapporre la mia esperienza a quella della Clementi ma semplicemente analizzare con obiettività gli elementi positivi e negativi del sistema Ricerca in Italia, cosa che vorrei riprendere in questo mio intervento. Non conosco a fondo il caso della ricercatrice Italiana ma ritengo che la decisone di lasciare l'Italia sia stata sofferta e ponderata. Anche se al momento sono soddisfatto di quello che ho realizzato in questo paese dopo il mio rientro dagli USA, potrei anch'io accettare offerte provenienti dall'estero qualora dovessi accorgermi di non essere più in grado di assicurare un passabile livello di qualità e produttività scientifica. Come mi disse un importante immunologo internazionale: in questo lavoro, come in molti altri, i treni su cui saltare passano sempre e le offerte arrivano se si hanno esperienza ed idee da offrire. Altra necessaria premessa è che non faccio parte del mondo accademico italiano per cui non mi sento qualificato a discuterne. La mia analisi guarderà, pertanto, alla ricerca scientifica in generale senza toccare, se non marginalmente, l'annoso problema del riordino delle Università Italiane. Lascio ad altri, ben più esperti, tale compito.

La mia mancata collocazione nell'Università è stata, per certi versi, un bene. Quando sono tornato dagli USA, infatti, mi sono trovato di fronte all'imperativo di recuperare finanziamenti ove possibile per continuare la mia ricerca. Non potendo contare sulle risorse accademiche (ad ogni buon conto piuttosto scarse, ad essere onesti), ho provato di tutto, in Italia ed all'estero, e non posso assolutamente dire che i finanziamenti siano arrivati per donazione o favore personale. Le agenzie private che hanno finanziato i nostri studi negli ultimi anni (come AIRC, le Fondazioni bancarie, e FISM) si sono dotate da molto tempo di un sistema di revisione internazionale. Abbiamo ricevuto finanziamenti da USA ed Inghilterra, competendo con altri ricercatori da tutto il mondo. Quello che è arrivato attraverso finanziamenti pubblici italiani è andato soprattutto all'Istituzione di cui sono dipendente ovvero l'Istituto Oncologico Veneto, parte un sistema di centri ospedalieri sotto la coordinazione diretta del Ministero della Sanità e Regione Veneto.

Ho fatto parte di "Study sections" del National Institutes of Health (NIH, cui alcuni vorrebbero affidare la valutazione dei progetti italiani) per la revisione di richieste di finanziamento di ricercatori statunitensi (i progetti denominati "RO1") ed ho rivisto richiestedi finanziamenti per Enti che operano sia in paesi Europei (Inghilterra, Spagna, Israele) che all'esterno della comunità (Singapore, Taiwan). Penso, quindi, di poter esprimere un parere motivato sulla valutazione scientifica.

Il problema della valutazione è tanto evidente da sembrare scontato. Mi sono spesso chiesto come un'esigenza così semplice e palese non abbia potuto trasformarsi in una realtà consolidata in Italia, al pari di quanto avviene in altri paesi. Le cause sono molteplici e riflettono, prima ancora che la volontà politica, aspetti sociali, culturali e storici propri del nostro paese. Gli italiani sono allergici a forme di controllo che vengono viste come un'insopportabile limitazione delle libertà individuali. Ho sempre pensato, comunque, che il nostro paese avrebbe dovuto fare i conti con questa necessità, prima o poi. Cosa che dovrà succedere anche per l'evasione fiscale. Ma queste considerazioni ci portano lontano e non giovano alla discussione. Quando sono rientrato dall'Italia ho spesso dibattuto della mancanza di una valutazione seria ed ho suggerito il ricorso ad esperti stranieri come unica misura per una valutazione obiettiva, almeno in una fase iniziale di transizione. La logica era semplice: in un sistema in cui la distribuzione delle risorse avviene, a causa di una lunga consuetudine, a pioggia o per conoscenza diretta, solo revisori esterni possono garantire la necessaria discontinuità, eliminando anche il potenziale conflitto di interessi innescato dal fatto che i revisori spesso sono anche responsabili di progetti in concorrenza per lo stesso finanziamento. A queste considerazioni, molti sono insorti adducendo motivazioni degne di attenzione. La prima motivazione è che anche negli altri paesi gli stessi scienziati rivedono i propri pari senza che questo crei imbarazzo o preoccupazione per potenziali conflitti d'interesse. Inoltre, l'Italia vanta scienziati di prim'ordine in diversi settori scientifici, perché essere sempre esterofili? Infine, esistevano già allora (e si sono consolidati ancor di più oggi) sistemi di "peer review", sia per i finanziamenti privati che, soprattutto, per la valutazione del lavoro scientifico. Ogni pubblicazione nel curriculum di un ricercatore è un'inequivocabile attestazione che il lavoro in questione è stato soggetto ad una valutazione internazionale.

Difficile controbattere queste argomentazioni. Allora perchè il problema esiste? La risposta è molto semplice, a mio avviso. Non è mai stato un problema di criteri di valutazione, ogni attività umana può essere quantificata in termini di costi e benefici. I parametri ed i periodi temporali analizzati possono variare ma, trovato un accordo sui criteri, il problema reale è come fare rispettare le valutazioni senza edulcorarle o stravolgere, come procedere ai necessari aggiustamenti, che implicano la premiazione dei meritevoli e la penalizzazione dei negligenti. Quando ho discusso, diversi anni addietro, con un direttore di dipartimento della meritocrazia mi è stato risposto: mi sta bene la meritocrazia, ma poi cosa me ne faccio? Licenzio i nullafacenti? Come? Quali strumenti ho in mano? Anche queste argomentazioni sono difficili da controbattere. Definire questi aspetti con serietà ed accettarli come regola e non come eccezione sarà la vera e più grande rivoluzione in questo paese, che avrà conseguenze non solo sul mondo accademico ma sull'intero sistema produttivo.

Aggiungo solo due cose: oltre che scarsi i finanziamenti italiani arrivano a singhiozzo. Le scadenze per le "applications" non esistono, gli stessi fondi istituzionali possono saltare per qualche tempo o scomparire del tutto, determinando periodi di vacche magre e vacche grasse che non permettono ad un gruppo di ricerca una pianificazione temporale delle proprie necessità. Inoltre, ho l'impressione che un vero programma di finanziamenti non sia mai stato nella mente dei nostri governi, a prescindere dalla collocazione politica.

Rilancio anche in questa sede un'idea semplice (perfino banale) per incentivare la ricerca, almeno fornire una boccata d'aria in attesa di una migliore e più decisa programmazione degli investimenti: la riduzione dell'IVA sugli acquisti effettuati con fondi assegnati a progetti di ricerca. Questo renderebbe utilizzabili, immediatamente, cospicue risorse per chi gode dei suddetti finanziamenti, servirebbe a premiare i più meritevoli (chi ha più finanziamenti avrà anche maggiori risorse) ed andrebbe nel solco dell'attuale tendenza già recepita da diversi paesi della Comunità Europea.

Chiuderei con un consiglio pratico. Se si intende affidare al NIH la revisione dei progetti italiani, ammesso che questo sia fattibile, bisognerà istruire i partecipanti su come scrivere i progetti. Il sistema americano è molto diverso dagli standard italiani ed europei. Si corre il rischio che molti progetti buoni siano scartati per problemi formali. Pensiamoci prima, questa volta.

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