Nei giorni di Fukushima non si debbono dimenticare i giorni di Cernobil. Riporto allora un brano da un mio romanzo (La gerarchia di Ackermann, Mobydick editore, Faenza, 1998, cap. 3).
Che spossatezza. E' cominciato tutto con Cernobil. Lo dice anche mia madre, dopo Cernobil non sono più stata la stessa, le gambe non mi reggono, vado per strada e ho paura di cadere, il marciapiede mi sembra vicino e lontanissimo, ho paura di capovolgermi, ho la testa troppo pesante rispetto alle gambe, tutte quelle radiazioni, mi sento ancora addosso i nanocurì.
Strane sonorità avevano i nomi di queste unità di misura. Becquerel sa un po' di diarrea, di oca e insieme di pretesco, di canonico, ma anche di acquerello, dunque è azzurrino e verdognolo come un paesaggio sereno, sempre identico a sé stesso. Curie ha un suono vescovile ed ecclesiastico, sarebbe anzi proprio intonato all'elegante palazzo di via Cavana se non fosse per il viso dolce e pensoso, certamente polacco, di Maria Sklodowska che appare come in una trasparenza acquea, incorniciato dai folti capelli, biondi prima e poi bianchi, nelle foto prese a distanza di anni. Ancora giovane, per esempio, nella foto del Congresso Solvay del 1911 a Bruxelles, dove sta osservando qualcosa che le mostra Poincaré, dall'altra parte c'è Perrin, dietro di lui Wien, seduti o in piedi intorno al gran tavolo ventitré pensosi maestri della fisica mondiale, Planck, de Broglie, Lorentz, Rutherford alto imponente coi baffi nerissimi, e c'è anche Einstein giovane e un po' assente, lo sguardo delirante, una sigarettina nella sinistra, tutti uomini tranne lei, la sua bianca fronte di donna è la più vasta, tanto che deve sorreggersi il capo con la mano per sopportarne il peso. Oppure la pagina intera che le dedicò l'Excelsior, Journal Illustré Quotidien, il 9 gennaio 1911 per annunciarne la candidatura al premio Nobel, dove appaiono la physionomie et l'écriture de Mme Curie, curiosità che avrebbero certo interessato i lettori, se non fosse che il suo viso appare troppo largo, troppo polacco il naso, specie di profilo, come nelle foto posteriori, della maturità e della vecchiaia, impietose, troppo crespi e scompigliati i capelli, pur castigati in uno stretto chignon, troppo sottili le labbra, quasi crudeli, piccolo il mento, stanchi e un po' infossati gli occhi. Maria Curie Sklodowska era più bella di quanto appaia nei disegni dell'Excelsior, anche se dai suoi abiti sempre accollatissimi spunta come un fiore pallido solo il viso: ma la sua bellezza non si è trasmessa all'unità di misura, si è totalmente vaporizzata, forse per troppo calore, ne resta un sublimato corrosivo, color ruggine, un colame rappreso che da un momento all'altro può diventare tossico e anche mortale, come il fiore maligno da lei scoperto.
L'altra unità, rem, è un po' come om. La parola talismano om induce nella glottide e nel torace e anche più giù maestose vibrazioni viscerogastriche amministrabili in lunghezza intensità e profondità, provare per credere, omm oommm ooommmm, che possono far sperare in una salvazione tantrica, e che comunque un certo effetto placatorio ipnotico rilassativo ce l'hanno, mentre quella erre iniziale di rem si erge subito irosa, affrettata e convulsa, irta di presagi non proprio benigni, perché induce vibrazioni velopalatali troppo acute quasi uccellesche.
Quanto poi alle grandezze che queste unità dovrebbero misurare, la confusione, a quel tempo, fu grandissima nel pubblico e, spiace dirlo, anche nei mezzi d'informazione più qualificati, tanto che ci furono fervide consultazioni dei fisici a portata di mano, colleghi d'università o vicini di casa, o insegnanti dei figli liceali, i quali però non sempre ricordavano con precisione le sottili distinzioni tra densità, intensità, dosi e via dicendo, una terminologia che l'evento, come lo si chiamava con anglosassone e un po' perfida ipocrisia, aveva scaraventato dai limbi delle teorie astratte e dimenticabili alla concretezza di un'angosciosa quotidianità. Alcuni poeti dedicarono versi ai nanocurì, feroci omiciattoli di probabile origine siciliana, fu proibito mangiare funghi, il consumo di latte e insalata diminuì drasticamente, un po' dovunque si chiusero porte e finestre, alcuni parlamenti nazionali decretarono la fine dell'avventura nucleare, ma restarono i morti, gli sfollati, i contaminati, gli ustionati, restarono i tumori i mostri gli aborti, restò sulla verdenera terra ucraina la maledizione del fuoco completo, che gnomi industriosi avevano tratto con disinvolta temerità dalle viscere della materia, restò nel cuore dell'umanità una cicatrice. I secoli la trasformeranno in un mito che si chiamerà prometeico.