fbpx Ricerca e industria: la soluzione c’è, e si chiama Volta Society | Scienza in rete

Giorgio Metta: per la ricerca industriale la soluzione si chiama Volta Society

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Sul modello del Fraunhofer tedesco, l'Alessandro Volta Society è la proposta del direttore dell'Istituto Italiano di Tecnologia, Giorgio Metta, per assicurare i fondi per la ricerca applicata, renderli produttivi e creare un sistema della ricerca che esprima il suo potenziale di applicazione industriale in termini di brevetti, start up innovazione e lavoro. L'intervista di Luca Carra.

Crediti immagine: Louis Reed/Unsplash

Tempo di lettura: 4 mins

Pur depotenziata dalla spirale inflazionistica indotta dalla guerra, la missione 4 del PNRR dedicata a Università e ricerca rappresenta un’opportunità eccezionale per il rilancio della ricerca italiana, notoriamente debole e sottofinanziata. Si potrebbe fare il gioco di elencare i punti che non vanno del PNRR. Ma anche no. Intelligentemente il direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia Giorgio Metta guarda al bicchiere mezzo pieno, o meglio crede come si potrebbe riempirlo ancora un po’ e soprattutto far durare l’acqua oltre la scadenza del Recovery Plan del 2026. La soluzione avrebbe già un nome: Alessandro Volta Society. Luca Carra ne parla con Giorgio Metta.

Di cosa si tratta?

«È un’Agenzia di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno per assicurare i fondi per la ricerca applicata, renderli produttivi e creare finalmente un sistema della ricerca che esprima il suo potenziale di applicazione industriale in termini di brevetti, start up innovazione e lavoro. Eliminare, insomma quella “valle della morte” che da sempre separa la ricerca dell’accademia dagli impieghi industriali».

Quindi un nuovo ente. Non ne abbiamo già troppi?

Non dovrebbe essere un nuovo ente ma un’agenzia che coordini e federi i molti centri di ricerca e atenei impegnati nella ricerca applicata sui grandi temi dei programmi di ricerca nazionali ed europei: salute, intelligenza artificiale, robotica, transizione ecologica, cybersecurity e altro ancora. Il modello c’è già: il Fraunhofer tedesco che guarda caso è stato istituito nel 1949 dopo la seconda guerra mondiale con i fondi del Piano Marshall, con il compito di far lavorare insieme, i ricercatori di enti, università e delle aziende su un ampio ventaglio di progetti al fine di promuovere quelli più promettenti per le possibili applicazioni. Oggi il Fraunhofer ha 30mila dipendenti, 79 sedi distribuite sul territorio, con diverse specializzazioni, ma afferenti a 9 aree tematiche. Deposita circa 600 brevetti e crea 20 novi spin-off all’anno.

Che ruolo avrebbe il PNRR in questo progetto?

Per la prima volta abbiamo una massa di investimenti notevole, al momento ci sono quattro bandi che finanziano dalla ricerca di base a quella più vicina al mercato, ma in modo frammentario e senza un coordinamento globale. Da qui la nostra proposta di federare questi progetti, pensando anche loro sviluppi futuri, sotto la guida di una agenzia, o società, plasmata sul modello del Fraunhofer. Abbiamo tre anni di tempo per configurare un soggetto di questo tipo, che a regime dovrà essere finanziato per un terzo dallo Stato, un terzo dalla partecipazione a progetti nazionali e internazionali, e per un terzo dall’industria. Quindi tutti i centri nazionali, le numerose infrastrutture della ricerca sparse sul territorio che si stanno creando ora sotto l’impulso del PNRR dovrebbero essere coordinati dalla Volta Society con una governance condivisa fra i vari enti e università ma con un forte board che indirizzi il lavoro dei vari centri con lo scopo di valorizzare al massimo la ricerca industriale.

Qual è il vantaggio rispetto al sistema attuale?

Ce ne sono vari: una focalizzazione sulle due missioni della ricerca (sia essa di base o applicata, sempre che abbia senso questa distinzione) e del trasferimento tecnologico, in modo da selezionare via via i progetti che hanno più possibilità di portare i loro risultati sul mercato; un reclutamento teso a reclutare i ricercatori migliori in un programma di tenure track, che vengono valutati durante il loro percorso e fino a 7 anni dal loro ingresso per promuovere l’eccellenza; la possibilità di dotare la struttura di infrastrutture e strumentazioni di punta che attirino i migliori, e un lavoro assiduo fianco a fianco con la R&S industriale.

Ma l’industria italiana è pronta a questa collaborazione?

È pronta e ne ha bisogno. L’industria investe se ci sono capacità tecniche convincenti. È un dato di fatto che su molti progetti di salute, intelligenza artificiale, sostenibilità ed energia le aziende già oggi cercano, per esempio, l’IIT, che per certi versi ispira questo modello. Un interlocutore nel mondo della ricerca con grande competenze su brevetti, start up, industrializzazione è quello che ancora manca a livello nazionale, e che una Società di questo genere potrebbe garantire unendo tutte le forze, nostre, del CNR, degli altri enti di ricerca e delle università.

Cosa pensa il governo di questo progetto?

Credo (e spero) che ci sia un’attenzione positiva. Il momento è propizio, sia per la sensibilità nei confronti della ricerca da parte dell’attuale governo, composto anche da ricercatori di livello, sia per le risorse messe in campo dal PNRR. La stessa strategia nazionale sull’intelligenza artificiale indica che la strada giusta è un forte coordinamento fra ricerca e industria.

Che costi avrebbe la Volta Society?

A regime 2,4 miliardi di euro l’anno: il che comporta 800 milioni di investimento pubblico, altrettanti privati e da progetti. Ma sarebbe meglio chiedere quali ricavi porterà la Volta Society. L’ultimo finanziamento pubblico del Fraunhofer è stato di 1,1 miliardi di euro e ha fruttato 20 miliardi di PIL, e 4 miliardi di tasse.

Ma è la Germania. Per noi è una missione ambiziosa.

Ma non impossibile, e direi a questo punto necessaria per fare la nostra parte nel rilancio europeo. Abbiamo una qualità della ricerca misurata per numero di ricercatori molto elevata, dobbiamo a questo punto metterla a frutto.

 

 

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