<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Scienza in rete — politica + società</title><link>https://www.scienzainrete.it/</link><description>Articoli della sezione politica + società su Scienza in rete</description><generator>Hugo</generator><language>it-IT</language><lastBuildDate>Wed, 21 Oct 2026 08:25:00 +0200</lastBuildDate><item><title>Definisci malattia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/definisci-malattia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/definisci-malattia/</guid><pubDate>Wed, 21 Oct 2026 08:25:00 +0200</pubDate><dc:creator>Stefano Cagliano</dc:creator><category>salute</category><description>Stabilire dove finisce la salute e dove comincia la patologia non è mai stato semplice, e la risposta cambia con le conoscenze mediche, con la società e con le tecnologie. Dall’epidemiologia alla sovradiagnosi fino all’intelligenza artificiale, un percorso tra i criteri con cui si decide chi è malato, mentre le notizie di queste settimane mostrano quanto questa scelta pesi su chi cura e su chi è curato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/definisci-malattia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/definisci-malattia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 16 ottobre Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, <a href="https://www.vaticannews.va/en/pope/news/2026-10/pope-leo-xiv-update.html" rel="noopener">ha telefonato al presidente russo Vladimir Putin</a> dal Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da tre giorni. Parlando della popolazione di Oleshky, nella regione di Kherson, ha chiesto un cessate il fuoco per consentire aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione sicura della popolazione civile. Non è la prima telefonata tra i due, ma questa è partita da un letto d’ospedale: il 13 ottobre il papa era stato operato e gli era stato asportato il lobo inferiore del polmone destro.</p>
<p>La storia ci aveva consegnato per la prima volta un pontefice statunitense, dall’8 maggio 2025, papa Leone XIV. Ma un disturbatore martellante ha colpito il polmone destro, ha mosso le carte della biologia e ha creato disordine nel caos ordinato trovato dinanzi al DNA di Leone. Era l’ingresso dalla salute alla malattia, in particolare all’<a href="https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-10/papa-leone-xiv-operazione-nodulo-polmone-gemelli-vaticano.html" rel="noopener">adenocarcinoma del polmone</a>, una delle tante malattie che conosciamo.</p>
<h2 id="anne-carson-e-la-scrittura">Anne Carson e la scrittura</h2><p>E poi, quasi fosse stata una simmetria cronologica, per il 2026 il <a href="https://it.euronews.com/2026/10/08/la-poetessa-canadese-anne-carson-vince-il-nobel-2026-per-la-letteratura" rel="noopener">Premio Nobel per la letteratura</a> è stato vinto da Anne Carson, poeta e classicista canadese. Si tratta di una vicenda autobiografica raccontata da Carson sulla <a href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v47/n04/anne-carson/beware-the-man-whose-handwriting-sways-like-a-reed-in-the-wind" rel="noopener">London Review of Books</a> nel 2025. Carson iniziò a scrivere in modo strano, così che la mano ondeggiava in modo curioso, con onde piccole, lente, ma strane. Era uno dei primi segni della malattia di Parkinson. </p>
<p>In qualche modo, come scrivere fu per Carson segno premonitore di cosa scrivere. Perché le malattie non sono tutte uguali. Anche se ce ne sono moltissime che peggiorano, non lo fanno tutte allo stesso modo. Se una malattia resta, chiedete: che cosa vuol dire? Per quanto tempo? In quali condizioni? Quanto mi costa?</p>
<h2 id="aterosclerosi-silente">Aterosclerosi silente</h2><p>Una novità dell’anno si chiama REACT, uno studio pubblicato sul <a href="https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2609059" rel="noopener">NEJM</a> che ha interessato quasi 17.000 persone tra 18 e 70 anni e ha individuato l’aterosclerosi silente nel 57,1 per cento dei partecipanti. Lo studio mostra che l’aterosclerosi silente si trova già nella prima età adulta, «con un aumento della prevalenza correlato all’età e al sesso nei diversi distretti arteriosi e un marcato incremento del volume della placca».</p>
<h2 id="una-nuova-definizione-di-infarto">Una nuova definizione di infarto</h2><p>E poi una notizia bomba: l’European Heart Journal pubblica la <a href="https://academic.oup.com/eurheartj/advance-article/doi/10.1093/eurheartj/ehag101/8766309" rel="noopener">quinta definizione d’infarto cardiaco</a>, sviluppata da società cardiologiche al top nel mondo (la European Society of Cardiology, l’American College of Cardiology, l’American Heart Association e la World Heart Federation). </p>
<p>Scompare la classificazione in cinque tipi, sostituita da tre categorie: infarto primario, secondario e correlato a procedura. L’infarto primario compare spontaneamente per una patologia coronarica acuta, che comprende ora anche la dissezione spontanea delle coronarie, lo spasmo e l’embolia coronarica. L’infarto secondario dipende invece da un’altra condizione acuta che crea squilibrio tra richiesta e disponibilità di ossigeno.</p>
<p>Può anche accadere, però, che l’infarto sia la complicanza di procedure cardiache percutanee o chirurgiche (infarto correlato a procedura), entro 30 giorni dall’intervento.<br>
Dalle notizie sul papa a quelle cardiologiche, non c’è da stare allegri. Il tempo corre e lo spazio della nostra vita si riduce. Che fare? Forse, per cominciare, chiedersi che cos’è una malattia.</p>
<h2 id="che-cosè-una-malattia">Che cos’è una malattia</h2><p>Alla domanda cos’è una malattia qualcuno ha già dato una risposta, addirittura nel 2012. In un <a href="https://bmjopen.bmj.com/content/2/6/e001632" rel="noopener">sondaggio di BMJ Open</a> gli autori, visto che non c’era accordo su cosa fosse la malattia, avevano identificato 60 modelli di malattia e preparato due domande per 6.000 persone. </p>
<p>La prima, da presentare a ogni persona, era «questo stato d’animo è una malattia» e la seconda «questo stato d’animo dovrebbe essere trattato con fondi pubblici». Conclusione: niente da fare. Ma questo nel 2012. Da allora sembra sia cambiato qualcosa.</p>
<p>Se oggi chiediamo a Internet quante sono le malattie, ne vengono fuori più di 20.000, in crescita continua. Ma noi non siamo sempre gli stessi: se oggi siamo 8,3 miliardi, nel 1970 eravamo la metà. Le malattie sono aumentate per mille ragioni, anche in seguito alle guerre, arrivate al numero più alto mai registrato dal 1946.</p>
<p>Se volgiamo occhi e orecchie al mondo, dovremo allargare la definizione di malattia che abbiamo. Intervistato dal giornalista Antonio Gnoli sull’inserto culturale <em>Robinson</em> del 27 settembre, il giurista Luigi Ferrajoli, autore di <em>Per una federazione della Terra</em>, ha descritto tre flagelli: la guerra, le condizioni di vita sempre più degradate del pianeta per effetto del riscaldamento climatico e l’enorme aumento delle disuguaglianze, tra sfruttamento del lavoro e dramma dei migranti, per i quali «è nata una nuova figura: “la persona illegale”».</p>
<p>Su un altro versante il problema è tutto diverso e lo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/alcol-lepidemia-fa-rumore/">abbiamo già detto in passato su queste pagine</a>. «Fra tutte le minacce alla salute, quella che fa più danni è l’alcol», spiega l’epidemiologo Geoffrey Rose. «Abbrevia la vita ed è ritenuto responsabile dall’1 al 10 per cento di tutti i decessi avvenuti nei Paesi industrializzati» (<em>Le strategie della medicina preventiva</em>).</p>
<p>Le malattie colpiscono persone di ogni età e di ogni esperienza. Ma in ogni caso la malattia insegna qualcosa. Negli ultimi 39 dei suoi 76 anni di vita, nel corpo del fisico Albert Einstein c’era stato un curioso litigio tra cervello che sfornava idee una dopo l’altra e il resto del corpo braccato da malattie croniche. Era sofferente il fegato, la centrale chimica del corpo, ed era infiammata la cistifellea, la sua centrale di rifornimento. Erano danneggiati anche lo stomaco, lesionato da un’ulcera, e gli intestini. L’ipertensione, non ben documentata, avrebbe poi colpito le arterie e, forse per questo o per ragioni genetiche, il 13 aprile 1955 un aneurisma avrebbe smontato parte della parete di un’arteria, portando il messaggio ferale il 18 aprile 1955.</p>
<p>E tra le cose che lo scrittore Ennio Flaiano lascia in <em>Diario degli errori</em> c’è questa malinconica: «Ricordo della clinica pediatrica [&hellip;] Nel mezzo della corsia c’è un tavolo con un mazzo di fiori. Stanotte è morto un bambino. Adesso viene un inserviente a portarselo via. È un uomo grosso, serio. Fa un pacchetto del piccolo cadavere e lo porta via, con quella delicatezza di cui soltanto gli uomini molto forti sono capaci. Vicino al tavolo, quasi senza fermarsi, toglie un fiore e lo infila nel pacchetto».</p>
<h2 id="la-varietà-delle-malattie">La varietà delle malattie</h2><p>C’è insomma l’impressione che la medicina vada a caccia di malattie trascurando un po’ i malati. Non si è ancora trovato l’equilibrio magico di un quadrato con ai vertici malattia-malato-cura-significato sociale della malattia. Ogni entità forza il poligono a suo vantaggio o trasformandolo in un triangolo malattia-malato-cura, senza la quarta forza scomoda. </p>
<p>Quella che uccide di più risulta la cardiopatia ischemica con circa 9 milioni di decessi l’anno, circa il 13-15 per cento del totale mondiale.</p>
<p>Quella con la terapia più cara è l’emofilia B, con il farmaco più costoso di sempre, Hemgenix, 3,5 milioni di dollari negli Stati Uniti, approvato dalla Commissione europea dopo il parere dell’EMA (Agenzia europea per i medicinali).</p>
<p>Descritto ancora come il peggiore disastro chimico della storia, quello di Bhopal, in India, avvenne il 3 dicembre 1984 nello stabilimento della multinazionale Union Carbide. Causò 20.000 vittime e centinaia di migliaia di intossicati negli anni. Inoltre, comportò l’uscita di 40 tonnellate di vapori di isocianato di metile, una sostanza estremamente tossica.</p>
<p>La prevenzione è incompatibile con la malattia? Basta intendersi. Anche se è dimostrato che impiegare le cinture di sicurezza dimezza il rischio di morte per il conducente, sono una contro parecchie centinaia le probabilità che un conducente ne abbia benefici. Rose lo ha definito il paradosso della prevenzione perché «una misura che apporta grandi benefici alla comunità, offre poco a ogni singola persona che vi partecipa». Il danno che gli incidenti stradali causano ogni anno per morti è molto maggiore di quello causato dagli aeroplani che precipitano, ha sostenuto Rose, ma non si capisce perché solo per questo secondo caso si facciano inchieste pubbliche.</p>
<h2 id="le-malattie-quali-sono">Le malattie: quali sono</h2><p>Su indicazione e sotto il controllo dell’OMS, funziona la <em>Classificazione internazionale delle malattie</em> (ICD), uno strumento per rendere comparabili le statistiche sulle cause di mortalità e morbilità tra diverse aree geografiche e nel tempo. Nata nel XIX secolo, la rapidità non sembra la sua principale virtù sicché la sua ultima versione, l’ICD-11, adottata dalla LXXII Assemblea mondiale della sanità nel 2019, è entrata in vigore il primo gennaio 2022.</p>
<p>Come nasce la nozione di malattia? Sino agli anni cinquanta del Novecento è risultata dominante una logica poco razionale di malattia, quasi più centrata sulla diagnosi che sulla risoluzione del problema alle persone. Poi le cose son cambiate. «Se la persona viene in ambulatorio lamentandosi di un dolore addominale», scrive l’epidemiologo Rose, «il medico deve prendere in considerazione una serie di possibili diagnosi [&hellip;] e per ciascuna di esse deve dare un giudizio semplice: sì o no [&hellip;] questo è il procedimento diagnostico». </p>
<p>Tutte considerazioni che nascevano dagli studi del medico inglese George Pickering quando cercava di curare, per anni, l’ipertensione essenziale. «Malattia non riconosciuta dalla medicina nella quale il difetto è di tipo quantitativo, non qualitativo» scriveva Pickering. Aggiungeva che «è difficile per i medici capire questo concetto perché si discosta dal normale processo binario al quale sono abituati». </p>
<p>Rose scrive amaramente che «Pickering può aver vinto la battaglia, ma perso la guerra» perché non si rese conto delle implicazioni di quelle conclusioni «anche in altri settori sanitari». Ma questa era solo la prima tappa di una lunga guerra.</p>
<p>Nella seconda, la medicina utilizzò gli studi epidemiologici sull’acqua di Londra: il medico inglese John Snow dimostrò che il colera si trasmetteva attraverso i rifornimenti d’acqua perché «era riuscito a localizzare e contare i casi di colera e quindi a calcolare la percentuale degli attacchi risalendo all’origine della fornitura d’acqua». Il colera non era venuto per una maledizione del Signore, ma solo perché le persone bevevano da fonti inquinate. </p>
<p>Nella terza tappa, quanto Pickering aveva scoperto per l’ipertensione valse anche per il cancro, descritto nella sua progressione biologica: inizia con anomalie cellulari minori (metaplasie) che possono trasformarsi in una formazione precancerosa (displasia), poi in un tumore maligno localizzato (in situ) e infine in un cancro metastatico. Nella quarta tappa è emersa una relazione tra il valore della pressione arteriosa e il rischio di ictus e d’infarto cerebrale.</p>
<p>In questo modo si è potuto superare la logica essenzialista delle malattie e arrivare a una visione razionalista delle stesse. Per esempio, nelle pagine del Malato immaginato, il cardiologo Marco Bobbio ha osservato che «La malattia rappresenta una caratteristica della natura umana e può diventare l’occasione per recuperare il senso di sé e della vita, il rapporto con le persone che ci circondano e una dimensione emozionale». Per questo aggiunge «Noi medici sappiamo che, di fronte a una persona che non sta bene, il nostro compito non può essere solo quello di capire cosa ha provocato il guasto: non disponiamo di un quadro elettrico con le spie che si accendono per segnalarne l’origine». </p>
<p>E la sua conclusione è che «La diagnosi utilizza esami di laboratorio e strumentali, le cui risposte non rientrano nei termini dicotomici acceso/spento, sano/malato, ma vanno valutate nel contesto del singolo paziente. La malattia è una condizione strettamente individuale e come tale andrebbe affrontata».</p>
<h2 id="le-malattie-dove-sono">Le malattie: dove sono</h2><p>Da qualche anno stiamo assistendo a una sorta di brutta metamorfosi climatica. «Il cambiamento climatico rappresenta una grave minaccia per la salute umana» ha scritto l’ONU in un <a href="https://www.un.org/en/climatechange/science/causes-effects-climate-change" rel="noopener">documento</a>. «Ogni anno, i fattori ambientali causano la morte di circa 13 milioni di persone. I cambiamenti climatici stanno diffondendo le malattie e gli eventi meteorologici estremi aumentano i decessi e rendono difficile per i sistemi sanitari far fronte alla situazione».</p>
<p>Nulla di sorprendente se aumentano sempre più i portatori di malattia in un pronto soccorso. «L’urbanizzazione implica la concentrazione in uno spazio determinato di numerose persone» sostengono Mark Curato, Kaushal Shah e Christopher Reisig, medici del Weill Cornell Medicine di New York, nel volume Urban Emergency Medicine, pubblicato nel 2023 dalla Cambridge University Press. «Di conseguenza, si possono trovare numerose patologie legate ad aspetti sociali oltre che fisiologici, in grado di determinare particolari minacce sul piano della salute e che possono diffondersi rapidamente, mettendo a repentaglio l’intero sistema sanitario».</p>
<p>Un territorio particolare è quello delle reazioni avverse ai farmaci (ADR). Nell’articolo <a href="https://www.ovid.com/jnls/adversedrugreactbull/abstract/10.1097/fad.0000000000000050~adverse-drug-reactions-five-historical-scandals" rel="noopener"><em>Reazioni avverse: cinque scandali memorabili</em></a>, uscito su <em>Adverse Drug Reaction Bulletin</em> nell’ottobre 2020, si legge che «Nel 1961 l’ostetrico australiano William McBride [&hellip;] scoprì una correlazione tra la grave malformazione della focomelia e l’esposizione in utero alla talidomide». Il farmaco era in commercio dal 1957 e in pochi anni i bambini malformati furono oltre 10.000. </p>
<p>Lo scandalo è diventato, scrivono ancora gli autori, «la pietra miliare della farmacologia come la conosciamo oggi». E ancora: «Gli scandali di ADR relative ai farmaci in fase di sviluppo o già in commercio si verificano con una certa regolarità. Circa il tre per cento di tutti i farmaci approvati viene in seguito ritirato a causa di gravi ADR».</p>
<p>Se i medici fossero bravi nel curare le malattie quanto sono prolifici nell’inventarne, godremmo di una salute sorprendente. Per identificare una malattia occorre sapere cosa cercare, occorre conoscere e, con il permesso del tenente Colombo e del creatore dell’abduction filosofica, il filosofo Charles Sanders Peirce, occorre metodo. </p>
<p>Per esempio, in <em>Per capire l’arte ci vuole l’occhio clinico</em>, uscito su la Repubblica il 10 febbraio 2022, lo storico dell’arte Enrico Maria Dal Pozzolo ricorda che «Più di una volta Federico Zeri, illustre critico d’arte italiano, ha raccontato che tra le tante collezioni private testate nel corso della sua lunga carriera, quelle dei medici erano fra le migliori». «Ricordava orrori visti in case di categorie professionali assai abbienti, ma di aver spesso ammirato quanto raccolto, con sensibilità e gusto, dai seguaci di Ippocrate. Il motivo è semplice: per forma mentis, costoro sono abituati a focalizzare i sintomi e a concatenarli in un insieme per pervenire a una sintesi diagnostica, esattamente come fa uno storico dell’arte capace di interrogare le opere e non solo i libri».</p>
<h2 id="sovradiagnosi-e-intelligenza-artificiale">Sovradiagnosi e intelligenza artificiale</h2><p>Le malattie sono difficili da rappresentare per le loro diverse caratteristiche biologiche. Nel libro <em>La malattia</em>, pubblicato nel 1984, il medico e politico Giovanni Berlinguer distinse i vari aspetti del problema e li trattò in capitoli diversi per valorizzare le loro differenze: Sofferenza, Diversità, Pericolo, Contagio, Segnale, Stimolo. A rileggerlo oggi se ne vedono il valore ma anche i limiti: al testo mancano l’intelligenza artificiale (IA) e la sovradiagnosi. </p>
<p>«La sovradiagnosi è uno dei problemi più dannosi e costosi dell’assistenza sanitaria moderna» concludeva l’<a href="https://ebm.bmj.com/content/23/1/1" rel="noopener">editoriale</a> di BMJ Evidence Based Medicine nel 2017. Il problema di partenza è che «Probabilmente per l’opinione pubblica ricevere una diagnosi, specie in anticipo, è ormai diventato sinonimo di guarigione» scriveva l’economista sanitario Gianfranco Domenighetti nella sua presentazione al libro <em>Sovradiagnosi</em> del medico statunitense Gilbert Welch, pubblicato in Italia nel 2013, che parla di «un’epidemia di diagnosi».</p>
<p>Un esempio di sovradiagnosi è l’uso crescente di tecnologie ad alta risoluzione, come l’angio-TC, per individuare piccole embolie polmonari subsegmentali che potrebbero non necessitare di trattamento. La sovradiagnosi identifica anomalie che non avrebbero mai causato danni, o che progrediscono troppo lentamente per causare sintomi durante la vita di una persona, o che si risolvono spontaneamente.</p>
<p>L’altra assente nel libro di Berlinguer è l’IA. Tra il 2000 e il 2022 sono stati pubblicati 397.967 articoli scientifici sull’IA nelle scienze della vita, con una crescita di circa il 20 per cento l’anno dal 2010, secondo uno studio di <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-51714-x" rel="noopener">Nature Communications</a> del 2024. </p>
<p>Sono emersi diversi problemi: il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, il bisogno di energia e di acqua e i conflitti politici dietro quelli esibiti come tecnologici. Ma ci sono anche contesti d’uso una volta impensabili.</p>
<p>Quando inizia a cantare Patrick Darling, musicista e compositore di Bristol, il pubblico è in lacrime, ma non è solo emozione. Per la prima volta Darling sale sul palco con i suoi compagni di band da quando aveva perso la capacità di cantare due anni prima. Non è stato a Lourdes però. «L’intelligenza artificiale mi ha restituito la voce» ha dichiarato alla giornalista della BBC Bea Swallow l’11 febbraio 2026. </p>
<p>Al 32enne è stata diagnosticata la SLA a 29 anni. Con l’IA ha creato una copia digitale della sua voce parlata e, da registrazioni di vecchie esibizioni, una voce cantata con cui compone nuovi pezzi: preda solo della malattia, Patrick avrebbe smesso di comunicare. Ma non è stato il solo, naturalmente. <br>
Per esempio, il 23 settembre il consorzio statunitense PsychAD ha pubblicato su Nature una <a href="https://www.thetransmitter.org/transcriptomics/prefrontal-cortex-has-three-transcriptomic-acts-across-human-lifespan-new-atlas-suggests/" rel="noopener">mappa completa</a> di dove lavorano i geni nella corteccia prefrontale umana, l’area con cui decidiamo cosa fare nella vita. È costruita con i dati di oltre 6 milioni di cellule prelevate da circa 1.500 persone ed è utile per studiare cos’accade nelle malattie neurodegenerative e psichiatriche. E intanto, in un’intervista a NBC il 27 settembre 2026, il cofondatore di Microsoft Bill Gates denuncia che «l’IA è abbastanza potente da poter provocare miliardi di morti». E le malattie?</p>
<p>Considerato come vanno le cose del mondo attuale, forse non si può che ritornare a quanto suggeriva Albert Einstein nelle pagine del Lato umano: «il nazionalismo è una malattia infantile, è il morbillo della razza umana». Curioso solo che il morbillo stia aumentando nel nostro paese. Forse un altro segno che non prestiamo la dovuta attenzione alle malattie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>LabPolk: la conoscenza per orientare il futuro del Paese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese/</guid><pubDate>Wed, 14 Oct 2026 14:12:00 +0200</pubDate><dc:creator>Rino Falcone</dc:creator><description>Nasce il 16 ottobre con un primo incontro alla Fondazione Basso a Roma il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza , LabPolK . Nelle intenzioni non l’ennesimo luogo nel quale gli addetti ai lavori discutono esclusivamente dei problemi dell’università e della ricerca, bensì uno spazio permanente di elaborazione e confronto nel quale mondo scientifico, formazione, cultura, società e istituzioni possano interrogarsi insieme sul ruolo della conoscenza nel futuro del Paese. Ne scrive qui no dei fondatori, Rino Falcone.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo una contraddizione che rischia di diventare una delle grandi questioni politiche del nostro tempo. Mai come oggi la conoscenza scientifica e tecnologica ha avuto la capacità di trasformare rapidamente la società; eppure raramente la politica è sembrata così poco attrezzata a <em>comprenderne</em> fino in fondo la portata, ad <em>anticiparne</em> le conseguenze e a <em>inserirla</em> in un progetto complessivo di sviluppo sociale. Intelligenza artificiale, biotecnologie, neuroscienze, robotica, tecnologie quantistiche e transizione energetica non stanno semplicemente mettendo a nostra disposizione <em>strumenti più potenti</em>. Stanno <em>rivoluzionando</em> il lavoro, la produzione, la medicina, l’educazione, la comunicazione, le relazioni sociali e persino i modi attraverso cui produciamo e condividiamo conoscenza.</p>
<p>In alcuni casi entrano in territori che consideravamo prerogative tipicamente umane: apprendere, decidere, creare, comunicare, cooperare. E nel fare questo rischiano di trasformare profondamente le nostre più essenziali capacità cognitive: le nostre attitudini di criticità e di giudizio. Pensiamo all’intelligenza artificiale generativa. Nel giro di pochi anni, sistemi capaci di produrre testi, immagini, software e analisi si stanno diffondendo negli uffici, nelle scuole, nelle università e nelle professioni. Nelle nostre più intime consuetudini.</p>
<p>In tal modo permettono di liberare le persone da compiti ripetitivi e ampliare enormemente l’accesso alla conoscenza. Ma possono, per converso, sostituire gli umani in alcune mansioni, modificare la distribuzione delle competenze e soprattutto concentrare poteri enormi nelle imprese che controllano modelli, dati e capacità di calcolo. La stessa tecnologia può dunque produrre opportunità ma anche accrescere o creare disuguaglianze. <em>Chi decide quale direzione debba prevalere?</em> È questa la domanda che riporta la conoscenza nel cuore della politica.</p>
<h2 id="una-società-più-potente-non-è-necessariamente-una-società-migliore">Una società più potente non è necessariamente una società migliore</h2><p>Per molto tempo abbiamo implicitamente identificato il progresso scientifico e tecnologico con il progresso sociale. Ma una società può diventare enormemente più potente senza diventare più giusta. Un algoritmo può aiutarci ad individuare precocemente una patologia, ma può anche riprodurre discriminazioni, eventualmente presenti nei dati con cui è stato addestrato, nel selezionare candidati per un impiego. Una piattaforma digitale può consentire a milioni di persone di accedere gratuitamente a conoscenze, in passato difficilmente raggiungibili, ma può sfruttare quegli strumenti per orientare su interessi commerciali l’attenzione degli utenti. Una tecnologia di riconoscimento facciale può facilitare l’identificazione di una persona scomparsa o diventare strumento di sorveglianza sistematica.</p>
<p>La tecnologia <em>non contiene in se stessa</em> il criterio che permette di scegliere fra questi usi. La scienza può dirci che cosa è tecnicamente possibile, quali conseguenze sono prevedibili, quali rischi possiamo stimare. Non può però stabilire da sola quali obiettivi una società debba perseguire, quali rischi debba essere disposta ad accettare o come distribuire costi e benefici. Queste sono scelte che riguardano gli orientamenti che una società vuole darsi. Sono, nel senso più pieno del termine, scelte politiche. <em>Il problema nasce quando la velocità dell’innovazione supera quella che le istituzioni impiegano ad adeguarsi ai cambiamenti</em>. Le trasformazioni avvengono comunque, ma in assenza di una capacità pubblica di orientamento, sono soprattutto gli attori che possiedono conoscenze, infrastrutture tecnologiche, dati e risorse economiche a poter incidere sulla loro direzione. Oppure semplicemente l’impatto emerge al di fuori di ogni disegno previsionale. Il punto, dunque, non è rallentare la conoscenza, cosa tra l’altro quasi impossibile da realizzare. È <em>aumentare la capacità collettiva di governarla</em>.</p>
<h2 id="chi-possiede-la-conoscenza">Chi possiede la conoscenza?</h2><p>Quando parliamo di politiche della ricerca e dell’università siamo abituati a discutere di finanziamenti, numero dei ricercatori, brevetti, trasferimento tecnologico, competitività. Sono questioni essenziali, ma non esauriscono più il problema. In una società nella quale la conoscenza è diventata una delle principali risorse economiche e strategiche, dobbiamo porci domande più radicali: <em>chi possiede la conoscenza? Chi può accedervi? Chi controlla i dati necessari a produrla? Chi stabilisce gli obiettivi dell’innovazione? Chi beneficia dei suoi risultati? Chi ne sostiene rischi e costi?</em></p>
<p>Prendiamo ancora l’intelligenza artificiale. Un numero enorme di persone contribuisce ogni giorno, direttamente o indirettamente, alla produzione dei dati sui quali si sviluppano i sistemi digitali. Ma la capacità di costruire i modelli più potenti richiede infrastrutture computazionali accessibili a un numero molto ristretto di soggetti. Quella conoscenza, diffusa nella sua origine, viene concentrata nelle mani di pochi e trasformata in un enorme potere economico e tecnologico. Oppure consideriamo la transizione energetica. La scelta di abbandonare progressivamente determinate fonti non è soltanto una questione di efficienza tecnologica. Implica decidere chi finanzia la trasformazione, quali territori ne sopportano i costi, quali professionalità rischiano di scomparire, quali nuove competenze devono essere costruite. Anche qui una questione scientifico-tecnologica diventa immediatamente una questione sociale e politica.</p>
<p>Per questo le <em>politiche della conoscenza non possono coincidere semplicemente con le politiche della ricerca e della formazione</em>.</p>
<h2 id="la-conoscenza-come-infrastruttura-civile">La conoscenza come infrastruttura civile</h2><p>C’è poi una seconda ragione per cui ricerca, scuola, università e formazione devono tornare al centro di un progetto politico. <em>La conoscenza non produce soltanto innovazione. Produce capacità sociale</em>**.** Una società scientificamente e culturalmente attrezzata dispone di maggiori strumenti per distinguere fatti e opinioni, interpretare fenomeni complessi, valutare rischi, confrontare spiegazioni alternative e prendere decisioni in condizioni di incertezza. Lo abbiamo visto durante la pandemia. Per comprendere perché una raccomandazione sanitaria potesse cambiare nel tempo bisognava possedere almeno un’idea elementare del funzionamento della conoscenza scientifica: una conclusione è formulata sulla base delle evidenze disponibili e può essere modificata quando emergono nuovi dati. Senza questa consapevolezza, la revisione può apparire come contraddizione; mentre è intrinseca alla natura della conoscenza l’essere sottoposta a revisione e controllo continuo.</p>
<p>Lo stesso vale per il cambiamento climatico, per le statistiche economiche o per le risposte prodotte dall’intelligenza artificiale. Non è necessario che ogni cittadino diventi climatologo, economista o informatico. È necessario, però, che disponga degli strumenti culturali per comprendere che cosa significhi un dato, una probabilità, un margine di errore, una previsione, una correlazione. Seppure ad un livello di interpretazione non necessariamente approfondita. Scienza, scuola, università e ricerca costituiscono perciò una vera <em>infrastruttura civile</em>. Costruiscono quella che potremmo chiamare <em>la capacità cognitiva di una società</em>. E una democrazia è tanto più vulnerabile quanto minore è questa capacità.</p>
<h2 id="non-una-tecnocrazia-ma-una-politica-della-conoscenza">Non una tecnocrazia ma una politica della conoscenza</h2><p>Affermare che la politica deve utilizzare meglio la conoscenza scientifica non significa sostenere che gli scienziati debbano governare. Questo punto è decisivo. Supponiamo che la scienza ci dica che una determinata politica ambientale ridurrebbe significativamente le emissioni, ma avrebbe costi economici elevati nel breve periodo. La conoscenza scientifica può aiutarci a stimare emissioni, costi e scenari. Non può decidere quale sacrificio sia socialmente accettabile, come distribuirlo fra gruppi diversi o quanto peso attribuire alle generazioni future. Allo stesso modo, un epidemiologo può valutare gli effetti probabili di una misura sanitaria. Ma la decisione pubblica deve considerare anche conseguenze economiche, educative e sociali. <em>La buona politica non è quella che delega le decisioni agli esperti. È quella che sa utilizzare competenze diverse per rendere le proprie decisioni più consapevoli, trasparenti e responsabili</em>.</p>
<p>La scienza deve conservare autonomia nella produzione della conoscenza; la politica deve conservare responsabilità nella definizione degli obiettivi collettivi. Il problema è costruire un’interfaccia stabile tra questi due mondi. È precisamente qui che emerge la necessità di una <em>politica della conoscenza</em>. Essa comprende certamente finanziamenti alla ricerca, reclutamento, università, enti pubblici di ricerca e innovazione industriale. Ma deve comprendere anche scuola, formazione permanente, comunicazione scientifica, infrastrutture digitali, accesso ai dati, open science, diffusione territoriale delle competenze e capacità delle amministrazioni pubbliche di utilizzare conoscenza qualificata.</p>
<p>Significa, per esempio, domandarsi non soltanto quanti specialisti di intelligenza artificiale formiamo, ma se cittadini, lavoratori e amministratori dispongano delle competenze necessarie per comprenderne possibilità e limiti. Non soltanto quante ricerche finanziamo sul clima, ma come quelle conoscenze entrino nelle decisioni urbanistiche, energetiche e industriali. Non soltanto quanti dati pubblici raccogliamo, ma se siano interoperabili, accessibili e realmente utilizzabili nell’interesse collettivo. Serve quindi un cambiamento di scala: dalla gestione dei singoli settori alla costruzione di una visione complessiva.</p>
<h2 id="perché-un-laboratorio-per-le-politiche-della-conoscenza">Perché un Laboratorio per le politiche della conoscenza</h2><p>È da questa esigenza che nasce il <em>Laboratorio per le Politiche della Conoscenza</em>, LabPolK (<a href="http://www.labpolk.it" rel="noopener">www.labpolk.it</a>). Labpolk non vuole essere l’ennesimo luogo nel quale gli addetti ai lavori discutono esclusivamente dei problemi dell’università e della ricerca. L’ambizione è differente: costruire uno spazio permanente di elaborazione e confronto nel quale mondo scientifico, formazione, cultura, società e istituzioni possano interrogarsi insieme sul ruolo della conoscenza nel futuro del Paese. <em>Un laboratorio, appunto</em>: non un luogo che pretende di possedere soluzioni già confezionate, ma uno spazio nel quale problemi diversi possano essere messi in relazione.</p>
<p>Perché il problema dell’<em>intelligenza artificiale</em> riguarda contemporaneamente ricerca, lavoro, scuola, informazione, diritti e potere economico. Il problema della <em>transizione ecologica</em> riguarda scienze del clima, tecnologie, modelli produttivi, comportamenti individuali, equità sociale. Il problema della <em>fiducia nella scienza</em> riguarda qualità della ricerca, comunicazione, istituzioni, conflitti di interesse e partecipazione dei cittadini. Affrontare separatamente questi aspetti significa perdere proprio ciò che li rende politicamente decisivi: <em>le loro relazioni</em>.</p>
<p>Il LabPolK vuole contribuire a ricostruire questa interfaccia. Chiedere alla comunità scientifica di interrogarsi maggiormente sulle conseguenze sociali delle trasformazioni che contribuisce a produrre; aiutare la società a comprendere processi scientifici sempre più complessi, anche direttamente impegnandosi in processi partecipativi; sollecitare le istituzioni a dotarsi di strumenti adeguati per utilizzare conoscenze qualificate; <em>riportare la conoscenza dentro la progettazione politica del futuro</em>.</p>
<p>Non si tratta di sostituire la politica con la scienza né la democrazia con la competenza tecnica.È vero esattamente il contrario. Quanto più le trasformazioni diventano complesse, tanto più la democrazia ha bisogno di capacità di comprenderle e discuterle. E quanto più la conoscenza diventa potente, tanto più è necessario che le finalità del suo impiego siano oggetto di confronto pubblico. La grande questione dei prossimi anni non sarà soltanto quanta nuova conoscenza saremo capaci di produrre. Sarà <em>quale società vogliamo costruire con quella conoscenza</em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La guerra colpisce di più chi è vicino?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-colpisce-piu-chi-vicino/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-colpisce-piu-chi-vicino/</guid><pubDate>Wed, 14 Oct 2026 08:14:00 +0200</pubDate><category>economia</category><description>La guerra in Ucraina ha avuto effetti economici in tutta Europa, ma non in modo uniforme. Un recente studio propone un modello gravitazionale applicato ai conflitti, mostrando come la vicinanza geografica alla guerra abbia amplificato gli effetti negativi su crescita economica e inflazione: lo raccontano i suoi autori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-colpisce-piu-chi-vicino-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-colpisce-piu-chi-vicino-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla della guerra in Ucraina, si tende spesso a pensare alle sue conseguenze come a un fenomeno globale: aumento dei prezzi energetici, inflazione, instabilità finanziaria e tensioni geopolitiche diffuse in tutta Europa. Ma questi effetti hanno colpito davvero tutti allo stesso modo?</p>
<p>Secondo un recente <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s11067-025-09699-7" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Networks and Spatial Economics</em>, la risposta è no. La distanza geografica dal conflitto ha avuto un ruolo centrale nel determinare l’intensità dell’impatto economico sui diversi Paesi europei. </p>
<p>L’idea alla base della ricerca è semplice ma potente: proprio come nella fisica la forza gravitazionale diminuisce con la distanza, anche gli effetti economici di una guerra tendono a ridursi man mano che ci si allontana dal suo epicentro.</p>
<h2 id="dalla-gravità-ai-mercati">Dalla gravità ai mercati</h2><p>Il modello utilizzato nello studio si ispira alla teoria gravitazionale applicata all’economia internazionale. Da decenni gli economisti utilizzano il cosiddetto «modello gravitazionale» per spiegare i flussi commerciali: economie grandi e vicine tendono a commerciare di più, mentre la distanza aumenta i costi e riduce gli scambi. </p>
<p>Lo studio sviluppa ulteriormente questo approccio introducendo il conflitto come una sorta di «massa negativa» capace di destabilizzare il mercato europeo. </p>
<p>Secondo questa prospettiva, la guerra non agisce soltanto attraverso i combattimenti diretti, ma altera anche reti commerciali, prezzi energetici, fiducia degli investitori e aspettative economiche. E questi effetti tendono a propagarsi con maggiore intensità nei Paesi più vicini al conflitto.</p>
<h2 id="leuropa-vista-come-un-campo-gravitazionale">L’Europa vista come un campo gravitazionale</h2><p>Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno analizzato i dati economici di 42 Paesi europei tra il 2018 e il 2022, confrontando crescita del prodotto interno lordo, inflazione e distanza geografica dall’Ucraina. </p>
<p>I risultati mostrano una relazione sorprendentemente chiara. Nel 2022, i Paesi più vicini all’Ucraina hanno registrato un rallentamento economico significativamente più forte rispetto a quelli più lontani. Al contrario, stati situati nell’Europa occidentale o periferica hanno subito effetti mediamente più contenuti. Secondo lo studio, ogni aumento della distanza geografica dal conflitto è associato, in media, a una minore perdita di crescita economica. </p>
<p>In altre parole, la guerra ha generato una sorta di «campo destabilizzante» che si attenua progressivamente con la distanza.</p>
<h2 id="perché-la-vicinanza-conta">Perché la vicinanza conta</h2><p>La spiegazione non riguarda soltanto la geografia fisica. I Paesi dell’Europa orientale risultano spesso più integrati nelle reti energetiche, commerciali e logistiche collegate all’area del conflitto. Inoltre, la vicinanza aumenta l’incertezza politica, il rischio percepito dagli investitori e la vulnerabilità ai flussi migratori e ai problemi infrastrutturali. </p>
<p>Anche i mercati finanziari tendono a reagire in modo diverso a seconda della posizione geografica. Secondo lo studio, la guerra ha colpito soprattutto le aree economicamente più esposte ai rapporti commerciali e strategici con Russia e Ucraina, generando effetti più intensi sui prezzi energetici, sui costi industriali e sull’inflazione. </p>
<h2 id="linflazione-aumenta-vicino-ai-conflitti">L’inflazione aumenta vicino ai conflitti</h2><p>Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio l’inflazione. I dati mostrano che i Paesi più vicini alla guerra hanno registrato aumenti dei prezzi mediamente più elevati rispetto ai Paesi più lontani. </p>
<p>La spiegazione principale riguarda il peso dell’energia. L’interruzione delle relazioni economiche con la Russia, le tensioni sulle forniture di gas e petrolio e l’aumento dei costi logistici hanno colpito in modo particolarmente intenso l’Europa centro-orientale.</p>
<p>La guerra ha quindi funzionato come uno shock economico asimmetrico: pur coinvolgendo tutto il continente, ha avuto conseguenze differenti a seconda della posizione geografica e del livello di esposizione economica dei singoli Paesi.</p>
<h2 id="non-è-soltanto-un-effetto-della-pandemia">Non è soltanto un effetto della pandemia</h2><p>Per capire se questa relazione fosse davvero legata alla guerra e non semplicemente alle conseguenze della pandemia, i ricercatori hanno confrontato anche gli anni precedenti al conflitto. <br>
Tra il 2018 e il 2020, infatti, la distanza geografica dall’Ucraina non mostrava alcuna relazione significativa con la crescita economica dei Paesi europei. </p>
<p>È solo nel 2022, dopo l’invasione russa, che emerge chiaramente una correlazione tra prossimità geografica e peggioramento economico. Secondo gli autori, questo rafforza l’idea che il conflitto abbia agito come un nuovo fattore strutturale capace di modificare temporaneamente il «campo economico» europeo.</p>
<h2 id="il-ruolo-della-nato">Il ruolo della NATO</h2><p>Lo studio evidenzia inoltre un altro elemento interessante: i Paesi appartenenti alla NATO sembrano aver mostrato una maggiore capacità di resistenza economica rispetto ai Paesi non membri. </p>
<p>Secondo i ricercatori, questo potrebbe dipendere dalla maggiore stabilità geopolitica percepita dagli investitori e dalla capacità di coordinamento politico e strategico garantita dall’alleanza.<br>
Al contrario, la semplice appartenenza all’Unione europea non sembra aver prodotto effetti statisticamente significativi nel mitigare l’impatto economico del conflitto. </p>
<h2 id="le-guerre-moderne-non-restano-mai-locali">Le guerre moderne non restano mai locali</h2><p>Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è il tentativo di leggere le guerre contemporanee non solo come eventi militari, ma come fenomeni capaci di alterare interi sistemi economici regionali. In un’economia altamente integrata, infatti, i conflitti producono effetti che si propagano ben oltre i confini geografici del campo di battaglia.<br>
Energia, commercio, trasporti, investimenti e finanza diventano tutti canali attraverso cui la guerra si diffonde economicamente.</p>
<p>La distanza continua quindi a contare molto più di quanto spesso si immagini nell’epoca della globalizzazione.</p>
<h2 id="una-nuova-economia-della-geopolitica">Una nuova economia della geopolitica</h2><p>Lo studio si inserisce in un filone crescente di ricerche che cercano di integrare economia internazionale, geografia economica e studi sui conflitti.</p>
<p>L’idea centrale è che la posizione geografica continui a influenzare profondamente la vulnerabilità economica degli Stati, soprattutto in contesti di forte instabilità geopolitica.<br>
La guerra in Ucraina rappresenta, da questo punto di vista, un caso emblematico: un conflitto regionale capace di produrre effetti sistemici sull’intero mercato europeo.<br>
Insomma, anche nell’economia globale, la geografia non è affatto scomparsa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Congedi paritari: dove sbaglia la ministra Roccella?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella/</guid><pubDate>Mon, 12 Oct 2026 08:22:00 +0200</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>Il congedo di maternità si chiama obbligatorio perché la legge vieta al datore di lavoro di far lavorare la madre, non perché obblighi qualcuno a stare a casa: è un diritto. Chiarire questo equivoco, emerso nelle parole della ministra Roccella contro i congedi paritari, aiuta a capire che estenderlo ai padri vuol dire condividere un diritto, con effetti positivi, secondo gli studi, sul divario di genere e sul benessere di figli e figlie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le parole della ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità pronunciate durante un’<a href="https://www.lastampa.it/politica/2026/10/01/news/le_famiglie_sono_insostituibili_meloni_e_un_sogno_femminista_realizzato-15753672/" rel="noopener">intervista</a> al quotidiano la <em>Stampa</em> con le quali prende posizione anche contro l’ipotesi di rendere obbligatoriamente paritari i congedi parentali, hanno suscitato grande clamore. Parte delle critiche si è <a href="https://www.today.it/opinioni/congedo-parentale-ministra.html" rel="noopener">concentrata</a> sul cambiamento di posizione di una ministra con un passato femminista, maturato negli anni e consolidato come parte dell’esecutivo. Altre hanno evidenziato che questa uscita rientra in un più ampio disegno di <a href="https://www.fanpage.it/politica/non-disturbiamo-i-padri-i-figli-sono-un-problema-da-donne-cosi-roccella-offende-anche-gli-uomini/" rel="noopener">ripristino di ruoli di genere tradizionali</a>, che alcuni commentatori attribuiscono alle destre al governo. Altri ancora hanno sostenuto che si tratta di una sortita funzionale alla campagna elettorale che il governo gioca in competizione con il partito Futuro Nazionale. </p>
<p>Tutte interpretazioni valide e che condivido. Ma in questo dibattito forse si è sorvolato troppo sull’interpretazione delle norme proposta dalla ministra, che per molti aspetti richiama un’errata percezione di alcune tutele da parte di tutto il corpo sociale.</p>
<p>Parto dalla mia esperienza personale. Per oltre un decennio mi sono dedicata ad assistere donne lavoratrici e padri lavoratori a sbrogliarsi nella complessa rete della tutela individuale dei loro diritti lavorativi e sociali. Ho avuto a che fare con numerosi datori e datrici di lavoro. In ognuna di queste occasioni il primo passaggio è sempre stato il dover spiegare la ratio delle leggi e il rimettere in fila le ragioni che sottostanno ai diritti e agli obblighi. Solo dopo aver compreso il senso dell’impianto normativo le persone che ho assistito hanno potuto esercitare in piena libertà e consapevolezza i loro diritti. </p>
<p>Cercherò nel breve spazio di questo articolo di fornire una più corretta interpretazione di alcune norme che disciplinano i diritti legati alla genitorialità, a uso della ministra, di altri politici, di molti commentatori e anche del senso comune.</p>
<h2 id="il-contesto-italiano">Il contesto italiano</h2><p>I dati mostrano quanto per le donne lo svantaggio lavorativo in conseguenza della nascita di un figlio resti concreto. Nel 2025 il <a href="https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2026/Goal5-2026.pdf" rel="noopener">tasso di occupazione delle donne</a> tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era del 58,1 per cento, contro il 77,4 per cento delle coetanee senza figli. Rispetto al 2014, l’indicatore è migliorato soltanto nel Mezzogiorno, mentre è peggiorato nelle altre ripartizioni geografiche. </p>
<p>È una delle forme della cosiddetta child penalty, la penalizzazione che la maternità continua a produrre sul lavoro femminile. Secondo i <a href="https://demografica.adnkronos.com/popolazione/festa-della-mamma-2025-child-penalty-report-quilibriste/" rel="noopener">dati raccolti da Save the Children</a> il 20 per cento delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre.</p>
<h2 id="che-cosa-ha-detto-la-ministra">Che cosa ha detto la ministra</h2><p>«Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni», afferma Roccella sulla <em>Stampa</em>. «Dobbiamo far sì che la genitorialità non svantaggi né le aziende né le famiglie. Se resta uno svantaggio, suddividerlo non risolve il problema, semmai lo moltiplica». È sulla base di quest’asimmetria che la ministra motiva la propria contrarietà a rendere obbligatorio il congedo paritario. La sua posizione poggia sulla convinzione che esista una differenza tra maternità e paternità legata a gravidanza, parto e allattamento. </p>
<p>Già nei mesi scorsi, nella trasmissione <em>Ping Pong</em> su Rai Radio 1 <a href="https://demografica.adnkronos.com/famiglia/roccella-differenza-biologica-madre-padre-congedo-parentale/" rel="noopener">aveva sostenuto</a> che la condivisione dei carichi di cura non potesse essere costruita trattando i due ruoli come perfettamente sovrapponibili: «Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga. Le donne hanno la gravidanza, il parto e l’allattamento. Mirare a una condivisione paritaria del lavoro di cura va benissimo, ma non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa». <br>
Le dichiarazioni della ministra giungevano in seguito alla <a href="https://demografica.adnkronos.com/welfare/congedo-parentale-paritario-bocciato-riforma-inidonea-schlein-maggioranza/" rel="noopener">bocciatura della proposta di legge delle opposizioni</a> alla Camera in cui si puntava a introdurre un modello paritario con 5 mesi di congedo obbligatorio e non trasferibile riconosciuti a ciascun genitore, retribuiti al 100 per cento dello stipendio. </p>
<p>Quello che Eugenia Roccella afferma nell’intervista a la <em>Stampa</em> si colloca chiaramente all’interno di una visione ideologica dei ruoli genitoriali segnata da un biologismo forzato che finisce per tradurre differenze fisiologiche legate a gravidanza, parto e allattamento in una divisione stereotipata dei ruoli di genere. </p>
<p>Ma in quelle dichiarazioni c’è un dato che rimane sullo sfondo: la ministra sembra non tenere conto della norma che, per competenze dicasteriali, dovrebbe conoscere a fondo, nella lettera e nella ratio. E non è la sola, visto che politici e media continuano a parlare di congedi parentali in modo indiscriminato, mentre <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2000;53" rel="noopener">la legge 53 del 2000</a>, che introduce e norma la disciplina, distingue tra congedi obbligatori e congedi parentali facoltativi, normandoli con articoli differenti.</p>
<h2 id="obbligo-per-chi">Obbligo per chi?</h2><p>La ministra fa intendere che esista un obbligo di astensione dal lavoro in caso di nascita di un figlio, ma in realtà non è così. Non si tratta di una quisquilia semantica ma di un equivoco che confonde le carte. L’astensione dall’attività lavorativa in conseguenza della nascita di un figlio per un periodo di 5 mesi da suddividersi in diverse opzioni tra i mesi a cavallo del parto è un diritto. Pertanto si tratterebbe di condividere un diritto e non un obbligo. </p>
<p>Si chiama obbligatorio perché la legge stabilisce che il <em>datore di lavoro è obbligato</em> al «divieto di adibire alla mansione». Questo perché storicamente senza l’obbligo al divieto, e la conseguente sanzione prevista in caso di mancata applicazione, i datori di lavoro tendevano a imporre alle donne di continuare a lavorare. </p>
<p>La legge 53 del 2000 <em>Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città</em>, inserendo invece l’obbligo in capo alla parte datoriale ha reso effettivamente agibile il diritto al riposo lavorativo. A conferma di quanto espresso basta rivolgere lo sguardo al cosiddetto <a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/attivit--di-ricerca/collaborazioni-e-partnership/congedo-obbligatorio-e-facoltativo-per-padri-dipendenti--settore.html" rel="noopener">congedo obbligatorio per i padri</a>, consistente in 10 giorni e non 5 mesi. </p>
<p>In questo caso non vi è alcun obbligo in capo al datore di lavoro in tema di divieto alla mansione. Nel 2024 ne hanno usufruito <a href="https://www.9colonne.it/600550/nearly-200-000-italian-fathers-take-paternity-leave-in-2024" rel="noopener">181.777 padri lavoratori dipendenti</a>, poco più del 64 per cento degli aventi diritto. Il ricorso alla misura cambia molto in base al territorio e al tipo di occupazione: il 59 per cento dei beneficiari vive al Nord e l’utilizzo è più frequente tra chi ha un contratto stabile e un impiego full time. </p>
<p>Anche su questo fronte la forbice tra diritto formale e utilizzo effettivo resta ampia: <a href="https://demografica.adnkronos.com/famiglia/congedo-parentale-padri-lavoratori-italia-dati-festa-del-papa/" rel="noopener">solo un quarto dei padri</a> utilizza il congedo per la sua intera durata. L’analisi dei profili sociodemografici rivela che la possibilità di dedicarsi ai figli appena nati è fortemente influenzata dalla stabilità lavorativa e dall’età. Il 52 per cento dei padri che hanno usufruito della misura ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Ciò mette in evidenza come nel caso dei padri il congedo obbligatorio non sia in realtà un obbligo. Al contrario, l’uso improprio del termine da parte della ministra non solo rovescia il senso della legge, ma favorisce un’errata costruzione del senso comune.</p>
<h2 id="chi-cè-al-centro-del-diritto">Chi c’è al centro del diritto?</h2><p>Dalla corretta interpretazione della legge, <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2001-03-26;151!vig=2025-11-15" rel="noopener">testo unico sulla maternità e la paternità</a> (decreto legislativo 151 del 2001) compreso, emerge che, per il congedo obbligatorio, il soggetto principale portatore di diritto è il figlio nascituro. È suo il diritto alla salute, alla cura, all’accudimento che impongono l’astensione. Non a caso le stesse disposizioni impongono che, nel caso di una determinata serie di attività lavorative, esplicitamente individuate, anche in assenza di gravidanze patologiche il congedo obbligatorio anticipato parta dal momento della comunicazione dello stato di gravidanza e permanga fino al settimo mese di vita del bambino in virtù del cosiddetto <a href="https://www.inca.it/images/PDF/Guida_CGIL_INCA_Genitori_che_lavorano_ed._2026.pdf" rel="noopener">rischio biologico</a>. </p>
<p>Il rischio biologico riguarda il nascituro e il bambino, giacché la madre, senza lo stato di gravidanza, può svolgere quelle attività lavorative senza nocumento. Appare dunque singolare che la ministra, vicina da anni ai movimenti cosiddetti pro vita, non riconosca che alla base della legge sulla tutela della maternità, in primis nel congedo obbligatorio, ci siano il diritto della madre a conservare il posto di lavoro alle condizioni pre-gravidanza e quello del nascituro a essere accudito. </p>
<h2 id="dai-diritti-nascono-nuove-società">Dai diritti nascono nuove società</h2><p>La richiesta che viene da anni da parte della <a href="https://4e-parentproject.eu/" rel="noopener">società civile</a> organizzata, dei movimenti e delle organizzazioni sindacali sull’estensione del congedo obbligatorio di 5 mesi anche ai padri avrebbe diversi effetti socioculturali. In un testo ormai famoso della giornalista Caroline Criado Perez, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/invisibili-caroline-criado-perez-9788806244132/" rel="noopener"><em>Invisibili</em></a>, del 2020, questo processo virtuoso viene teorizzato e spiegato a partire dal caso studio dei paesi scandinavi. </p>
<p>Secondo Criado Perez il congedo obbligatorio per i padri è uno degli strumenti più efficaci per abbattere il gender gap nel mondo del lavoro, riducendo in modo significativo il divario salariale tra generi. Partendo dal caso della Svezia, mostra come il reddito futuro di una madre aumenti del 7 per cento in media per ogni mese di congedo obbligatorio di cui usufruisce il padre. Mostra, inoltre, come i padri utilizzino il congedo solo quando la legge prevede delle quote di congedo obbligatorio specifico per loro, separato da quello delle madri. </p>
<p>Inoltre la scelta di avere figli, in piena autodeterminazione e non per destino, non farebbe più considerare un investimento rischioso l’assunzione delle donne né gli sviluppi delle loro carriere. Criado Perez sostiene che l’assenza obbligatoria anche per i padri in conseguenza della nascita di un figlio imporrebbe alle aziende e al mondo del lavoro di modificare quelle dinamiche lavorative storicamente penalizzanti per le donne e che per estensione migliorerebbe la vita lavorativa di ogni persona. </p>
<p>Non da ultimo, in <em>Invisibili</em> sostiene che il congedo obbligatorio per i padri modifichi permanentemente i comportamenti futuri dei padri, che si farebbero carico in modo pieno del lavoro di cura in condivisione con l’altro genitore. Il libro presenta dati che mostrano che i padri in caso di congedo obbligatorio continuino a dedicare nel futuro molte più ore settimanali alla cura dei figli. La chiave sta proprio nel coinvolgimento precoce e nell’eliminazione dello stigma del mammo, nel condividere pienamente il carico di cura. </p>
<p>Si può supporre che le parole della ministra Roccella, travisando le finalità della legge, rischino di ostacolare proprio la trasformazione sociale che vede nel congedo obbligatorio per i padri un catalizzatore culturale capace di scardinare l’idea che la cura sia prerogativa delle donne, della loro natura femminile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Navi Pillay: non c'è pace senza giustizia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia/</guid><pubDate>Sun, 11 Oct 2026 08:39:00 +0200</pubDate><dc:creator>Sofia Carra</dc:creator><description>Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, giurista che ha giudicato il genocidio in Ruanda e guidato la commissione ONU su Gaza, premia il diritto internazionale. Gli USA reagiscono con nuove sanzioni alla Corte Penale Internazionale, già criticata per selettività e per i mandati d’arresto non eseguiti. Il Premio ribadisce il principio secondo il quale « un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere e le vittime degli abusi vedono giustizia resa è precondizione di un mondo in pace».</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 ottobre 2026 è stato assegnato il premio Nobel per la pace a Navanethem &lsquo;Navi’ Pillay, giurista sudafricana dalla lunga carriera internazionale. Giudice di diversi tribunali internazionali e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dal 2020 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta dell&rsquo;ONU sui Territori Palestinesi Occupati. È in quest’ultima veste che, nel settembre 2025, ha firmato il rapporto in cui la Commissione ha concluso, per la prima volta formalmente in sede ONU, che Israele stava commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza.</p>
<p>L’assegnazione del premio, motivata con l’impegno della giurista “<a href="https://www.nobelprize.org/prizes/peace/2026/press-release/" rel="noopener">per promuovere la pace e il diritto internazionale</a>”, arriva in un momento storico in cui il diritto internazionale è sotto attacco, da anni oggetto di critiche che ne hanno messo in discussione non solo l&rsquo;efficacia ma la stessa legittimità. Il Comitato per il Nobel lo riporta al centro del discorso pubblico, sottolineando che “il diritto internazionale non è più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza: è una necessità assoluta”, e aggiungendo che il premio è un messaggio a chi cerca di minare il sistema internazionale.</p>
<p>Non sono mancate reazioni ostili alla decisione del Comitato norvegese. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato la giurista di aver “<a href="https://x.com/IsraeliPM/status/2108558443548201050?s=20" rel="noopener">costruito un falso caso contro Israele</a>”, e il Presidente statunitense Donald Trump ha affermato che “il Premio Nobel per la Pace è stato screditato per sempre da una manciata di ideologi radicali, antidemocratici e nemici della civiltà”. Inoltre, poche ore dopo l’annuncio, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno sanzioni alla Corte Penale Internazionale, che ha definito una “corte canaglia” a causa dei mandati di arresto emessi contro esponenti israeliani e dell’indagine sui presunti crimini di guerra commessi da militari statunitensi in Afghanistan.</p>
<h2 id="il-lavoro-di-navi-pillay-contro-il-crimine-di-genocidio">Il lavoro di Navi Pillay contro il crimine di genocidio</h2><p>Nata nel 1941 a Durban in una famiglia di origini tamil indiane, Pillay è cresciuta sotto il regime di apartheid sudafricano. Laureatasi in giurisprudenza presso l’Università di Natal, ha poi conseguito un master in diritto e un dottorato in scienze giuridiche alla <em>Harvard Law School</em>. È stata la prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella sua provincia, e, come avvocata, ha difeso attivisti e oppositori politici del regime di segregazione razziale come Nelson Mandela.</p>
<p>Nel 1995 è diventata giudice dell’Alta Corte sudafricana, e, lo stesso anno, l&rsquo;Assemblea generale delle Nazioni Unite l&rsquo;ha eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Il Tribunale è stato istituito nel novembre 1994 in seguito a diversi rapporti di esperti che <a href="https://digitallibrary.un.org/record/197589?v=pdf" rel="noopener">avevano documentato un genocidio in corso in Ruanda</a>. Gli attacchi di Israele nella Striscia di Gaza, infatti, non sono né la prima né l’ultima volta che il diritto internazionale si è trovato a indagare un genocidio: tra aprile e luglio 1994, in circa cento giorni, in Ruanda furono uccise tra le 800.000 e un milione di persone, in grandissima parte della minoranza Tutsi e Hutu moderati, massacrati dalle milizie statali e da civili Hutu aizzati dal regime.</p>
<p>Nei suoi vent’anni di attività il Tribunale ha incriminato <a href="https://unictr.irmct.org/en/cases/key-figures-cases" rel="noopener">93 persone</a>, in gran parte alti esponenti politici, militari e dei media ruandesi. Di questi, 61 sono stati condannati e 14 assolti, cinque casi sono stati rinviati a giurisdizioni nazionali, e un piccolo numero di latitanti è ancora ricercato.</p>
<p>È stato il primo tribunale internazionale della storia a pronunciare una condanna per il crimine di genocidio. Il termine genocidio, infatti, è stato codificato solo nel 1948 come reato autonomo nel diritto internazionale. È definito nella <a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/convention-prevention-and-punishment-crime-genocide" rel="noopener">Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio</a> come «ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».</p>
<p>La definizione, però, lascia aperti nodi importanti: esclude i gruppi politici e il cosiddetto &ldquo;genocidio culturale&rdquo;, ossia la distruzione di una lingua o di una religione, e richiede la prova di un intento specifico di distruggere il gruppo, un elemento soggettivo spesso difficilissimo da dimostrare in giudizio. Anche l’espressione “in tutto o in parte” ha sollevato dubbi: quanto deve essere ampia la &ldquo;parte&rdquo; per configurare genocidio?</p>
<p>In quanto giudice del Tribunale per il Ruanda, Navi Pillay ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della definizione di genocidio, stabilendo che lo stupro e la violenza sessuale, quando commessi con l&rsquo;intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo protetto, possono essere considerati atti costitutivi di genocidio.</p>
<h2 id="pillay-giudice-della-corte-penale-internazionale">Pillay giudice della Corte penale internazionale</h2><p>Dal 2003 al 2008 Pillay è stata giudice della Corte Penale Internazionale, il primo tribunale penale internazionale permanente della storia. Istituita nel 1998 da un trattato a cui oggi aderiscono 125 Stati, e operativa dal 2003, la Corte ai sensi del suo <a href="https://www.icc-cpi.int/sites/default/files/2024-05/Rome-Statute-eng.pdf" rel="noopener">Statuto</a> può processare individui per «i crimini seguenti: a) crimine di genocidio; b) crimini contro l’umanità; c) crimini di guerra; d) crimine di aggressione». Grandi potenze come Stati Uniti, Russia, Cina e India non ne fanno parte, ma la Corte può esercitare la propria giurisdizione sui cittadini di questi Paesi quando i crimini sono commessi nel territorio di uno Stato che fa parte della Corte, o quando il Consiglio di Sicurezza dell&rsquo;ONU le deferisce una situazione.</p>
<p>L’unico caso di genocidio arrivato finora davanti alla Corte riguarda i mandati di arresto emessi nel 2009 e nel 2010 contro <a href="https://www.icc-cpi.int/darfur/albashir" rel="noopener">Omar Hassan Ahmad Al Bashir</a>, Presidente del Sudan dal 1989 al 2019. L’ex Presidente è accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi omicidio, tortura, sterminio, deportazione forzata e stupro, e di aver perpetrato un genocidio contro i gruppi etnici non arabi dei Fur, Massalit e Zaghawa durante il conflitto in Darfur. Il conflitto era esploso nel 2003 quando due gruppi armati non arabi avevano lanciato una ribellione contro il governo, e ha causato circa 200.000 morti.</p>
<p>Inoltre, nel novembre 2024 la Corte ha emesso due <a href="https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges" rel="noopener">mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani</a> Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a Gaza. L’ipotesi di genocidio, tuttavia, non figura nel capo di imputazione dei mandati.</p>
<p>Dal 2008 al 2014 la giurista ha ricoperto l’incarico di Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e dal 2020 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Si tratta della prima commissione d’inchiesta ONU senza un termine temporale prefissato, caratteristica che Israele ha contestato fin dall’inizio come segnale di parzialità, rifiutando ogni cooperazione.</p>
<p>In <a href="https://digitallibrary.un.org/record/4051243?v=pdf" rel="noopener">precedenti rapporti</a> la Commissione aveva documentato crimini di guerra sia da parte di Israele sia da parte di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi. La svolta è arrivata a settembre 2025, quando la Commissione ha pubblicato un <a href="https://www.ohchr.org/en/press-releases/2025/09/israel-has-committed-genocide-gaza-strip-un-commission-finds" rel="noopener">rapporto</a> in cui ha concluso per la prima volta che Israele ha commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza. Ha inoltre concluso che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Presidente Isaac Herzog e l&rsquo;ex Ministro della Difesa Yoav Gallant hanno incitato al genocidio.</p>
<p>Oggi, a 85 anni, Pillay siede come giudice <em>ad hoc</em> della Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, nel <a href="https://www.icj-cij.org/case/178" rel="noopener">processo contro lo Stato del Myanmar</a> per genocidio contro la minoranza Rohingya. Il caso nasce nel 2019, quando il Gambia, per conto dei 57 Stati dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ha intentato una causa contro il Myanmar davanti alla Corte, accusandolo di aver perseguitato e sterminato i Rohingya, minoranza musulmana indo-ariana del Paese. Dal 1982 ai Rohingya viene negata la cittadinanza dal Myanmar sulla base della distinzione fra “razze nazionali” riconosciute e gruppi “estranei”. Per decenni sono stati soggetti a violenza, restrizioni dei movimenti, limiti all&rsquo;accesso all&rsquo;istruzione e alla sanità, e dal 2017 l’esercito birmano ha condotto una campagna di pulizia etnica, uccidendo decine di migliaia di Rohingya e costringendone circa 740.000 a fuggire in Bangladesh.</p>
<p>Davanti alla Corte è attualmente in corso anche un <a href="https://www.icj-cij.org/case/192" rel="noopener">caso intentato dal Sudafrica</a> contro Israele per la presunta violazione della Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio.</p>
<h2 id="le-critiche-e-le-sanzioni-contro-la-corte-penale-internazionale">Le critiche e le sanzioni contro la Corte Penale Internazionale</h2><p>L&rsquo;assegnazione del Nobel per la pace a Pillay ha scatenato dure reazioni soprattutto da parte degli Stati Uniti, che poche ore dopo l’annuncio hanno reso note <a href="https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesman/2026/10/imposing-sanctions-on-the-international-criminal-court/" rel="noopener">nuove sanzioni contro la Corte Penale Internazionale</a>. Il provvedimento, destinato a entrare pienamente in vigore tra sei mesi, vieterà alle persone fisiche e giuridiche statunitensi la gran parte delle transazioni con la Corte, tagliandone di fatto una parte sostanziale delle risorse operative.</p>
<p>Non è la prima volta che gli USA prendono di mira la Corte: già nel settembre 2020 Trump aveva imposto sanzioni all’allora Procuratrice Capo Fatou Bensouda per l&rsquo;indagine della Corte su possibili crimini di guerra commessi dal personale statunitense in Afghanistan. In seguito, nel febbraio 2025, la seconda amministrazione Trump ha <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/02/imposing-sanctions-on-the-international-criminal-court/" rel="noopener">sanzionato il Procuratore Capo della Corte Karim Khan</a>. Da allora la lista si è allungata, e sono stati sanzionati tredici giudici e procuratori, compresa, ad agosto 2026, la Presidente della Corte Tomoko Akane. Di conseguenza, questi esponenti della Corte non potranno entrare negli Stati Uniti, né utilizzare servizi finanziari e commerciali offerti da aziende statunitensi.</p>
<p>Tali misure hanno fortemente inciso sul funzionamento della Corte, dato che diversi fornitori di servizi, consulenti e organizzazioni non governative, anche non statunitensi, hanno sospeso la cooperazione o ridotto i finanziamenti all’istituzione. Le nuove sanzioni ora annunciate alla Corte nel suo complesso rischiano di aggravare drasticamente il quadro. L’obiettivo è quello esposto dal Segretario di Stato Rubio: «gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la CPI mattone dopo mattone, finché gli americani non saranno più minacciati».</p>
<p>Pillay ha reagito alla notizia affermando che “stiamo vivendo un’epoca in cui il diritto internazionale e i diritti umani sono sotto un significativo attacco politico. Questa realtà, che peggiora di giorno in giorno, è particolarmente visibile negli attacchi contro la Corte Penale Internazionale”.</p>
<p>Sul piano giuridico, le sanzioni unilaterali di uno Stato contro altri Stati o persone sono uno strumento consolidato della politica estera, non vietate in sé dal diritto internazionale, anche se da anni se ne discute la legittimità nel caso in cui, per esempio, colpiscano in modo massivo popolazioni civili. Diverso è il caso di sanzioni rivolte contro la Corte Penale Internazionale o suoi giudici o procuratori, che <a href="https://verfassungsblog.de/international-law-violations-trump-administration/" rel="noopener">secondo alcuni giuristi</a> contrastano con l’obbligo di cooperazione con la Corte e con le Nazioni Unite, con il divieto di interferire con procedimenti giudiziari internazionali e con l’immunità di cui gode il Procuratore Capo.</p>
<p>Le misure statunitensi si inseriscono in un più ampio contesto di critiche alla Corte. Fin dai suoi primi anni di attività, è stata accusata da diversi Stati membri dell’Unione Africana di esercitare la propria giurisdizione in modo selettivo: dei circa quaranta individui incriminati dalla Corte nei suoi primi quindici anni di attività, pressoché tutti erano cittadini di Stati africani. Il culmine del dissenso è arrivato con il caso Al-Bashir: dopo i mandati di arresto del 2009 e del 2010, diversi Stati africani hanno accolto il presidente sudanese sul proprio territorio senza arrestarlo, pur essendo parti dello Statuto della Corte.</p>
<p>Tuttora diversi Stati parte dello Statuto si rifiutano di eseguire i mandati di arresto emessi contro leader politici in carica: nel settembre 2024 la Mongolia ha accolto in visita ufficiale Vladimir Putin, e nell’aprile 2025 Netanyahu è stato accolto in Ungheria con onori militari.</p>
<p>Nonostante le pressioni a cui la Corte è sottoposta, l&rsquo;assegnazione del Nobel a Navi Pillay riporta sotto i riflettori un’idea semplice ma, al giorno d’oggi, necessaria da ribadire: «un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere e le vittime degli abusi vedono giustizia resa», ha scritto il Comitato per il Nobel, «è precondizione di un mondo in pace».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>«La scienza è con noi», dicono i ProVita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-noi-dicono-provita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-noi-dicono-provita/</guid><pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><description>A Strasburgo una mostra di ProVita e Famiglia ha portato nel Parlamento europeo pannelli e video sullo sviluppo embrionale, presentati come prova scientifica che la vita è persona fin dal concepimento. Ma dietro il linguaggio scientifico si porta avanti una tesi filosofica, non biologica. Il caso è espressione di un fenomeno più ampio: un ecosistema di riviste, studi e sondaggi che cercano di costruire autorevolezza per posizioni ideologiche, confondendo vita umana e persona.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scienza-noi-dicono-provita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scienza-noi-dicono-provita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un tempo, chi erigeva la morale sessuale tradizionale a verità indiscutibile diceva «Dio è con noi». Nella nostra società secolarizzata, però, i richiami alla religione non sono più tanto efficaci, così chi si riconosce in quella visione ha dovuto cambiare strategia e richiamarsi a fantomatiche e inappellabili leggi di natura. Oggi sta tentando un salto di qualità: presentarsi come legittimo interlocutore nel dibattito scientifico, proclamando «la scienza è con noi» mentre si fa portatore di istanze che sono prive di fondamento o estranee al dominio della scienza.<br>
L’obiettivo è quello di fare breccia nelle istituzioni, come si è tentato di recente a Strasburgo, dove Paolo Inselvini, europarlamentare di Fratelli d’Italia, ha portato negli spazi della sede del Parlamento Europeo una <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/inaugurata-al-parlamento-europeo-a-strasburgo-la-mostra-di-pro-vita-famiglia-sullo-sviluppo-dellembrione" rel="noopener">mostra</a> realizzata dall’associazione ProVita e Famiglia dal titolo <em>Just EUman. Come nasce un cittadino europeo</em>, che documenta le diverse fasi dello sviluppo prenatale, dalla fecondazione al parto, affinché «chi deve legiferare possa prima guardare e toccare con mano cosa dimostra la scienza» e cioè che l’aborto non è «la soppressione di un grumo di cellule, ma di un essere umano».</p>
<h2 id="14-pannelli-e-un-video">14 pannelli e un video</h2><p>Oggi i progressi della medicina e della biologia permettono di descrivere con estrema accuratezza il processo di sviluppo e crescita dell’embrione e poi del feto durante la gravidanza. I 14 pannelli esposti a Strasburgo riportano questa descrizione, ma utilizzano espressioni evocative come, per esempio, «il dialogo nascosto con la mamma» per illustrare lo scambio di messaggi chimici tra l’embrione e l’endometrio durante l’impianto nell’utero. L’espressione è legittima ed è presente anche nella letteratura scientifica come metafora, ma bisogna essere chiari sul suo significato: si tratta di un meccanismo fisiologico che non comporta una comunicazione intenzionale dell’embrione con la donna, né che la gestante lo riconosca coscientemente.</p>
<p>Di simili stratagemmi retorici abbonda il filmato <em>Baby Oliver</em>, che è stato proiettato a ciclo continuo alla mostra di Strasburgo, realizzato dall’organizzazione antiabortista statunitense <em>Live Action</em>. <br>
Una precedente versione meno dettagliata, <em>Baby Olivia</em>, è stata tradotta in italiano alcuni anni fa da ProVita e Famiglia e mostrata nel corso di eventi e conferenze nel nostro Paese. <br>
North Dakota, Tennessee e altri Stati USA hanno approvato <a href="https://www.theguardian.com/us-news/article/2024/may/21/meet-baby-olivia-anti-abortion-sex-ed" rel="noopener">leggi</a> che ne impongono la proiezione nelle scuole, iniziativa che ProVita e Famiglia vorrebbe <a href="https://www.provitaefamiglia.it/petizione/la-scuola-insegni-nel-programma-di-scienze-le-fasi-dello-sviluppo-umano-durante-la-gravidanza-firma-ora" rel="noopener">importare</a> anche da noi.</p>
<p>Baby Oliver è un’animazione in 3D estremamente realistica, costruita sulla base di dati anatomici e fisiologici dello sviluppo prenatale. Buona parte del suo contenuto è scientificamente corretta, ma il linguaggio e la forma narrativa adottata sono chiaramente mirati a personalizzare l’embrione, che fin dallo stadio di zigote viene presentato con le parole «lui è Oliver». <br>
I movimenti fetali spontanei o riflessi vengono descritti con termini che suggeriscono intenzionalità, come «Oliver gioca, esplora il suo ambiente, sospira». </p>
<p>Si parla di battito cardiaco a soli 22 giorni dal concepimento, quando è già effettivamente riscontrabile la pulsazione delle cellule che formano il tubo cardiaco primitivo, ma il cuore non si è ancora formato. E si parla di attività del cervello a sei settimane, quando i neuroni cominciano a scambiare i primi segnali elettrici, ma la corteccia cerebrale è ancora di là da venire.</p>
<p>Il filmato parte quindi da un dato biologico, il fatto che con la fecondazione inizia lo sviluppo di un organismo umano. Con una scelta narrativa personificante si attribuisce un nome a questo organismo, Oliver. Ne conseguirebbe, secondo gli autori e i promotori del video, che l’embrione di nome Oliver è una persona titolare di diritti che devono essere tutelati dalla legge. Quest’ultima, però, è chiaramente una proposizione filosofica, estranea al campo della scienza.</p>
<p>Tutto il processo appena descritto è esemplificato nella frase che campeggia su uno dei pannelli della mostra: «I diritti nascono quando nasce la persona, e la persona nasce quando viene a esistere un nuovo organismo umano, unico e irripetibile nella storia dell’umanità: per la scienza, al momento del concepimento». </p>
<h2 id="il-95-per-cento-dei-biologi">«Il 95 per cento dei biologi»</h2><p>Già nel 2024 ProVita e Famiglia aveva lanciato in Italia una campagna di affissioni e una <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/per-il-96-dei-biologici-la-vita-inizia-dal-concepimento-ecco-lo-studio" rel="noopener">petizione</a> per chiedere il riconoscimento giuridico del concepito, dal momento che il 95 per cento dei biologi riconosce il concepimento come atto di inizio della vita umana. </p>
<p>Il dato citato dall’associazione viene da un <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3211703" rel="noopener">articolo</a> postato in rete nel 2018 da Steven Andrew Jacobs, giurista e ricercatore di scienze sociali statunitense, che ha condotto un sondaggio su migliaia di biologi, ponendo loro tre affermazioni da approvare o respingere. Prima affermazione: «Il prodotto finale della fecondazione nei mammiferi è un uovo fecondato (zigote), un nuovo organismo di mammifero, nella prima fase del ciclo vitale della sua specie e con il genoma della sua specie». Il 91 per cento degli intervistati ha approvato. </p>
<p>La seconda affermazione, «Lo sviluppo di un mammifero inizia con la fecondazione, quando un gamete maschile e un gamete femminile si uniscono dando origine a un nuovo organismo, lo zigote», ha raccolto l’88 per cento di consensi. <br>
Infine, il 75 per cento ha approvato la terza: «Dal punto di vista della biologia dello sviluppo, la fecondazione segna l&rsquo;inizio della vita di un essere umano, perché produce un organismo con un genoma umano che ha iniziato a svilupparsi nella prima fase del ciclo vitale umano». </p>
<p>Poiché il 95 per cento degli interpellati ha risposto di sì ad almeno una di queste tre affermazioni, l’autore conclude che quella è la percentuale dei biologi secondo i quali la vita inizia con la fecondazione. Attenzione, però, affermare che all’atto del concepimento si forma un nuovo organismo che appartiene alla specie umana, dal momento che possiede DNA umano, non vuol dire attribuire lo status di persona a quello stesso organismo fin dal concepimento. Quest’ultimo giudizio non attiene alla sfera della scienza, ma a quelle della filosofia, della morale, della religione. Non a caso, nel suo sondaggio Jacobs non ha interpellato i biologi su questo aspetto e citare il suo articolo confondendo “vita umana” e “persona umana” è un espediente retorico.</p>
<h2 id="una-macchina-per-costruire-autorevolezza">Una macchina per costruire autorevolezza </h2><p>Nel 2021 l’articolo è stato pubblicato come studio peer-reviewed da <em><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36629778/" rel="noopener">Issues in Law &amp; Medicine</a></em>, la rivista ufficiale della Alliance for Hippocratic Medicine, un’organizzazione statunitense che riunisce associazioni mediche pro-life. I revisori anonimi che valutano i lavori per la pubblicazione, compreso quello di Jacobs, vengono selezionati dal comitato editoriale, che è formato da dirigenti di organizzazioni anti-abortiste. </p>
<p>Nel tempo la rivista ha pubblicato articoli che definiscono apertamente l’aborto “male morale”, che prospettano gravi rischi per la salute fisica e mentale della donna che si sottopone a interruzione volontaria di gravidanza, che associano l’assunzione di contraccettivi ormonali a un maggior rischio di aborto spontaneo nelle successive gravidanze.</p>
<p>Ci sembra un chiaro esempio di una tendenza in atto da alcuni anni: intorno alle organizzazioni anti-scelta si sta progressivamente costruendo un ecosistema della produzione di autorevolezza. Riviste peer-reviewed, società professionali, centri di ricerca, gruppi di esperti e conferenze adottano il linguaggio e le forme della scienza per sostenere posizioni prive di solide basi empiriche, oppure che appartengono al terreno dell’etica, della filosofia e della politica. </p>
<p>Il funzionamento di questa macchina è sottile: selezionare determinate evidenze, il cosiddetto <em>cherry picking</em>, interpretarle in una direzione precisa, presentare come consenso ciò che è oggetto di discussione e soprattutto far apparire come conclusione scientifica ciò che la scienza, da sola, non può determinare. </p>
<p>Occorre prestare attenzione, allora, a come si riferiscono queste voci. Il resoconto oggettivo di un dibattito scientifico non deve dare a tutte le parti coinvolte la stessa visibilità, una fallacia nota come <em>false balance</em>. La ricerca scientifica è fondata sulle evidenze e non tutte le opinioni hanno lo stesso grado di fondamento nella scienza. Nel giornalismo scientifico, lo spazio e il peso attribuiti alle diverse posizioni devono tenere conto della solidità delle evidenze che le sostengono.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La scuola non si misura con le percentuali: servono insegnanti, strumenti e sostegno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno/</guid><pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Borrata</dc:creator><description>La quota del 30 per cento può essere uno strumento di programmazione, ma non può diventare la risposta politica ai problemi della scuola. Prima dei numeri vengono le persone, le risorse, la sicurezza degli edifici e il riconoscimento del lavoro di chi ogni giorno tiene aperte le aule.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 24 settembre il governo Meloni ha approvato un <a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-190/32660" rel="noopener">decreto</a> che fissa al 30 per cento il limite per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime, a partire dall’anno scolastico 2027/28. Evitare che le difficoltà linguistiche si concentrino tutte nella stessa aula è un obiettivo serio. Fare di una percentuale il centro della risposta all’integrazione, però, è una priorità sbagliata e una scelta politica comoda. Si annuncia in pochi secondi; molto più difficile è garantire ciò che serve il giorno dopo, davanti a una classe.</p>
<p>Occorre essere precisi: il limite non riguarda indistintamente tutti gli studenti privi di cittadinanza italiana. Nella primaria il decreto considera la nascita in Italia e la frequenza della scuola dell’infanzia; nella secondaria, il percorso già compiuto con esito positivo nel sistema scolastico nazionale. Il governo prevede inoltre una distribuzione tra scuole vicine quando le iscrizioni non consentono di rispettare la soglia. Proprio per questo va discusso il merito della misura.</p>
<p>La cifra del 30 per cento, comunque, compariva già, di norma e con possibili deroghe, nella <a href="https://1.flcgil.stgy.it/files/pdf/20100108/circolare-ministeriale-2-dell-8-gennaio-2010-integrazione-alunni-con-cittadinanza-non-italiana-4591861.pdf" rel="noopener">circolare ministeriale n. 2 del 2010</a>. Il decreto introduce criteri diversi e una disciplina nuova, ma non risponde alla domanda decisiva: quante persone e quante ore in più saranno presenti nelle scuole quando un ragazzo o una ragazza avranno bisogno di imparare l’italiano?</p>
<h2 id="dietro-il-numero-le-persone">Dietro il numero, le persone</h2><p>Immaginiamo una studentessa arrivata da poco. Il primo giorno entra in un’aula dove non conosce nessuno, capisce solo alcune parole e rinuncia a fare una domanda per paura di sbagliare. Non le basta sapere che nella sua classe la soglia è rispettata. Ha bisogno di qualcuno che le insegni la lingua, di un insegnante che abbia il tempo di ascoltarla e di compagni con cui costruire fiducia. Dietro quel numero c’è anche il momento in cui decide se alzare la mano o restare in silenzio.</p>
<p>Il decreto prevede risorse per attività extracurricolari di potenziamento dell’italiano. È un intervento da valutare concretamente, ma i bisogni linguistici non aspettano la fine delle lezioni. Si manifestano mentre si legge un problema di matematica, si comprende una consegna o si prova a raccontare cosa è successo a casa. Servono percorsi di italiano L2 durante la giornata scolastica, mediatori quando necessari e un’organizzazione che non lasci il docente solo a improvvisare.</p>
<p>La sfida non è trovare un numero facile da ripetere. È mettere un insegnante nelle condizioni di seguire chi è appena arrivato senza sottrarre attenzione agli altri venti o venticinque ragazzi. Per farlo bisogna ridurre le classi troppo numerose nei contesti più difficili, assicurare organici stabili e rafforzare il personale ATA, cioè l’insieme del personale non docente. Chi parla di integrazione dovrebbe dire anche con quante ore di lavoro qualificato intende finanziarla.</p>
<p>La continuità educativa dipende da chi insegna. Ogni anno docenti precari cambiano scuola e studenti fragili devono ricominciare a fidarsi di un adulto nuovo. Retribuzioni adeguate, reclutamento meno tortuoso e percorsi di abilitazione economicamente accessibili non sono rivendicazioni lontane dai bambini e le bambine: incidono sulla possibilità di avere professionisti preparati e presenti nel tempo.</p>
<p>Edifici da mettere in sicurezza, spazi insufficienti, servizi territoriali che faticano a dialogare con le scuole. Se un ufficio distribuisce gli iscritti tra istituti limitrofi, bisogna sapere se lì esistono posti, collegamenti e condizioni per accoglierli. Il principio di prossimità scritto nel provvedimento è importante; alle famiglie occorre garantire che sia praticabile.</p>
<h2 id="una-scuola-oltre-la-percentuale">Una scuola oltre la percentuale</h2><p>Anche il criterio scelto va verificato sul campo. Cittadinanza e padronanza dell’italiano non coincidono; gli anni di frequenza aiutano a distinguere situazioni diverse, ma non sostituiscono una valutazione dei bisogni individuali. Un ragazzo può conoscere la lingua e avere bisogno di sostegno per altre ragioni; un altro può faticare nello studio pur non rientrando nel conteggio. Una politica pubblica deve vedere entrambi.</p>
<p>Quante ore di italiano L2 saranno garantite durante l’orario scolastico, quanti docenti e mediatori saranno disponibili nelle scuole che ne hanno più bisogno e quali risorse permetteranno di ridurre le classi sovraffollate? È su questi impegni, e sui loro risultati, che il governo dovrebbe accettare di essere giudicato.</p>
<p>La scuola è spesso l’ultimo luogo in cui una persona giovane può incontrare un adulto che non lo consideri un problema da spostare altrove. Difenderla significa dare a quell’adulto tempo, colleghi e strumenti, e a quel ragazzo la possibilità di sentirsi parte della classe. Una soglia può distribuire gli iscritti. Da sola non insegna una parola, non costruisce una relazione e non salva chi sta smettendo di credere di avere un posto tra i banchi. </p>
<p>Io, da docente, questi ragazzi non li ho mai guardati attraverso il passaporto o il cognome. Ho visto ragazze e ragazzi con una storia, delle difficoltà, ma soprattutto con sogni, idee e ambizioni enormi. Ho visto studenti che chiedevano soltanto una possibilità: imparare, crescere, sentirsi parte di una comunità.</p>
<p>La scuola è questo: è il luogo dove un ragazzo o una ragazza possono trasformare il proprio futuro, dove una fragilità può diventare una forza, dove si costruiscono cittadini e cittadine prima ancora che studenti. È una delle più importanti alternative alla solitudine, all’emarginazione e a quei percorsi di disagio che una società dovrebbe prevenire prima ancora di doverli affrontare.<br>
Per questo il dibattito sulla scuola non può fermarsi a una percentuale. Dietro ogni numero c’è una persona. E ogni persona merita una scuola che abbia gli strumenti per accompagnarla.</p>
<p>Alla politica spetta una scelta: continuare a inseguire soluzioni che entrano nei titoli dei giornali oppure affrontare ciò che gli insegnanti vedono ogni giorno nelle aule. La scuola non ha bisogno soltanto di nuove regole: ha bisogno di essere messa nelle condizioni di funzionare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il bugiardino digitale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bugiardino-digitale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bugiardino-digitale/</guid><pubDate>Wed, 23 Sep 2026 00:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><description>Lo scorso 17 settembre la Commissione europea ha formalizzato l&amp;amp;rsquo;EU Kids Act, una proposta legislativa per governare nel tempo e nei modi l’utilizzo dei social da parte delle persone più giovani. Nel frattempo l’Associazione culturale pediatri e la Società italiana di pediatria propongono un foglio di istruzioni per l’uso per qualsiasi device. Uno strumento rivolto alla comunità educante, tutta, perché nessuna tecnologia può sostituire un adulto informato e presente. Leggi e scarica il bugiardino.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bugiardino-digitale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bugiardino-digitale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come in ogni confezione di un farmaco troviamo un foglio che spiega come utilizzarlo, quali effetti indesiderati può provocare e quali precauzioni adottare, allo stesso modo, nella confezione di uno smartphone, di un tablet o di un computer dovrebbe esserci un foglio semplice e comprensibile che spieghi: a quale età utilizzarlo, per quanto tempo, con quali modalità, quali precauzioni adottare e quali possono essere le conseguenze di un uso eccessivo o non appropriato.</p>
<p>Esattamente come un farmaco può essere prezioso se utilizzato nella dose e nel modo corretto, ma può diventare dannoso se usato male, anche un device deve essere gestito, accompagnato e utilizzato con consapevolezza.</p>
<p>Non semplicemente consegnato</p>
<p>Il bugiardino digitale potrebbe diventare uno strumento concreto per aiutare le famiglie a fare proprio questo. E allora il nostro appello è rivolto non soltanto a Meta, ma anche a tutte le aziende che producono e vendono device digitali: inserire il bugiardino digitale nelle confezioni dei device e accompagnarlo con una comunicazione ampia, chiara e continua.</p>
<p>Ma il nostro appello è rivolto anche ai pediatri, agli insegnanti, agli allenatori, agli educatori, ai parroci e a tutta la comunità educante: leggiamolo insieme alle famiglie, spieghiamolo e aiutiamole a trasformare quelle indicazioni in comportamenti quotidiani. Il bugiardino digitale, proprio come quello che tutti noi conosciamo e consultiamo prima di somministrare un farmaco a nostro figlio, potrebbe essere una soluzione semplice, concreta e utile.</p>
<p>Perché la tecnologia non va demonizzata, ma uno strumento potente richiede conoscenza, consapevolezza e responsabilità.</p>
<p>Una multa può chiudere un processo. Un divieto può limitare un comportamento.<br>
Un algoritmo può essere modificato.</p>
<p>Ma nessuna tecnologia potrà mai sostituire completamente un adulto informato, consapevole e presente. Senza demonizzare la tecnologia, insegniamo a utilizzarla bene. Perché proteggere i nostri ragazzi non significa semplicemente tenerli lontani dagli schermi.</p>
<p>Significa insegnare loro a vivere anche dentro il mondo digitale senza esserne dominati.</p>
<p><strong><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bugiardino-digitale-allegato-1.pdf">Scarica il pdf</a></strong>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bugiardino-digitale-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/bugiardino-digitale-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bugiardino-digitale-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Il foglio illustrativo del bugiardino digitale: contenuti, come e quando usare i device per fascia d’età, avvertenze, effetti indesiderati, approvato da SIP e ACP" width="2234" height="6775" loading="lazy" decoding="async">

<em>Il bugiardino digitale di Associazione culturale pediatri e Società italiana di pediatria</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ritorno al focolare: tra estetica, narrativa e progetto politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico/</guid><pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><description>Dall’estetica tradwife e MAGA al romanzo Yesteryear, fino alle convention americane e alla proposta di voto ponderato di Futuro nazionale: un filo ideologico comune attraversa estetica, cultura pop e proposte legislative. Non si tratta di nostalgia, ma di un progetto preciso: spostare la rappresentanza politica dalla persona alla famiglia, riducendo la cittadinanza delle donne a un attributo del nucleo domestico anziché un diritto personale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, fenomeni apparentemente distanti: le <em>tradwives</em> e l’estetica MAGA, il Summit 2026 guidato dalla vedova di Charlie Kirk sul “voto familiare”, il successo del romanzo <em>Yesteryear</em> e la proposta italiana di un voto legato al quoziente familiare, stanno componendo un quadro coerente. Un quadro che parla di restaurazione dei ruoli di genere, di rigerarchizzazione della famiglia e di una ridefinizione della cittadinanza che passa attraverso la sottrazione di diritti alle donne. </p>
<h2 id="lestetica-come-leva-politica">L’estetica come leva politica</h2><p>Accanto all’estetica <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica/">tradwife</a>, negli Stati Uniti si è via via andata consolidando un’altra grammatica visiva che funziona come dispositivo politico: l’estetica MAGA femminile, quella che ruota attorno a figure come Melania Trump, costruisce una femminilità ipercurata, levigata, disciplinata. È una femminilità che non deve sembrare naturale, ma costruita, come se la donna fosse un’opera d’arte che testimonia la grandezza dell’uomo che rappresenta. </p>
<p>La <em>tradwife</em>, invece, è la donna che non appare accanto al leader, ma dentro la casa. È la femminilità che non deve rappresentare il potere, ma deve giustificarlo: se l’uomo è forte, dominante, protettivo, è perché la donna è dolce, rassicurante, domestica. La donna MAGA è statua vivente, la <em>tradwife</em> la custode del focolare immaginario. Nella loro apparente diversità il nucleo ideologico è identico: la donna come simbolo, non come cittadina. </p>
<p>L’estetica MAGA femminile e quella <em>tradwife</em> sono complementari. La prima dice: «Guarda quanto è grande il potere che rappresento». La seconda risponde: «Guarda quanto è naturale il potere che sostengo». La donna MAGA è l’icona pubblica. La <em>tradwife</em> è la giustificazione privata. Una estetica orna il patriarcato. L’altra lo normalizza. Insieme costruiscono un mondo dove la donna è sempre bella, ma mai libera; sempre ordinata, ma mai autonoma; sempre presente, ma mai centrale. Insieme costruiscono un immaginario che rende coerente e desiderabile la sottrazione di autonomia femminile. </p>
<p>Questo fenomeno, apparentemente di lifestyle ma in realtà politico, è diffuso sui social prevalentemente americani, soprattutto su TikTok e Instagram. Indica un modello di femminilità ipertradizionale: donne che rinunciano alla carriera, dipendono economicamente dal marito, si dedicano alla casa come destino naturale. Dietro l’estetica patinata si nasconde una narrazione politica: la rinuncia volontaria alla cittadinanza attiva. La <em>tradwife</em> non vota, non rivendica, non partecipa. </p>
<p>Normalizza l’idea che la libertà femminile sia un ostacolo alla stabilità sociale. L’estetica <em>tradwife</em> è, prima di tutto, un racconto. Un racconto che dice: «C’era un tempo in cui tutto era più semplice. Le donne erano felici, gli uomini erano forti, le famiglie erano unite». È una narrazione che non descrive il passato: lo inventa. E lo fa attraverso immagini, colori, gesti, abiti. La casa, nell’estetica tradwife, non è solo il luogo dove si vive: è il luogo dove si mostra di vivere. </p>
<p>Ogni stanza è curata come se dovesse essere fotografata per un catalogo: fiori freschi, stoviglie retrò, colori pastello, ordine maniacale. La tradwife non comunica solo «mi prendo cura della casa», ma «la casa è la mia identità». E questo è il punto: la domesticità non è un’attività, è un ruolo. La <em>tradwife</em> deve essere bella, ma non troppo. Curata, ma non ambiziosa. Elegante, ma non competitiva. La sua bellezza non deve disturbare l’ordine patriarcale: deve confermarlo. ll cuore dell’estetica tradwife è la nostalgia. Una nostalgia che non riguarda solo gli oggetti o gli abiti, ma i ruoli sociali. </p>
<p>L’estetica MAGA, per parte sua, è sessualmente dimorfica: propone un modello per le donne e uno per gli uomini, complementari e gerarchici. Melania Trump è il modello originario di questa estetica: pelle levigata, trucco professionale, silhouette impeccabile, abiti che oscillano tra lusso vistoso e sobrietà strategica. Melania non rappresenta solo la versione femminile dell’estetica MAGA: è la figura che la definisce. </p>
<p>L’estetica MAGA femminile non è semplicemente «stile conservatore»: è un codice visivo disciplinato che costruisce un modello di donna funzionale all’immaginario trumpiano. È glamour, ma non liberatorio; è curato, ma non emancipatorio; è potente, ma solo come ornamento del potere maschile. Il corpo femminile MAGA è levigato, scolpito, controllato. </p>
<p>L’abbigliamento è un linguaggio politico. Le sue caratteristiche sono una silhouette anni cinquanta: vita stretta, gonne strutturate, eco del New Look di Dior, abiti aderenti, colori patriottici (rosso, bianco, blu), tacchi alti, manicure perfetta, accessori coordinati, abiti di lusso che comunicano élite, ma con un’estetica tradizionale. </p>
<p>La femminilità non è espressione personale: è uniforme. Serve a comunicare ordine, tradizione, appartenenza. Secondo <a href="https://www.vanityfair.it/article/radical-chic-come-il-movimento-maga-sta-stravolgendo-il-mondo-della-moda" rel="noopener"><em>Vanity Fair</em></a>, questa estetica «fa sembrare naturale ciò che è profondamente politico». Il potere del messaggio MAGA non sta nella profondità dei contenuti, ma nella capacità di rendere desiderabile un immaginario di ordine, virilità e tradizione. E soprattutto, è un’estetica che normalizza la gerarchia di genere: la donna appare come custode della casa, sostenitrice silenziosa, figura decorativa di un patriottismo domestico; l’uomo come protagonista della storia, del conflitto, della decisione.</p>
<h2 id="come-sempre-la-letteratura-anticipa">Come sempre la letteratura anticipa</h2><p>Come per i romanzi di Margaret Atwood la letteratura riesce a inquadrare, interpretare e raccontare dei fenomeni prima di vederli arrivare. Questo è anche il caso del romanzo <a href="https://neripozza.it/blog/1212/yesteryear-di-caro-claire-burke-dal-libro-al-film-con-anne-hathaway" rel="noopener"><em>Yesteryear</em></a> di Caro Claire Burke (Alfred A. Knopf, 2026). È un libro che mescola satira, thriller psicologico e critica sociale, centrato sul fenomeno delle <em>tradwives</em>. </p>
<p>È diventato rapidamente un caso editoriale internazionale e soggetto di un film con Anne Hathaway. Il cuore del libro è una domanda: che cosa succede quando l’estetica del “passato perfetto” diventa realtà materiale? <em>Yesteryear</em> è un romanzo che lavora su una premessa narrativa molto forte, ma ciò che conta davvero non è la trama in sé: è l’atmosfera che costruisce e il modo in cui usa la narrativa per interrogare la nostalgia conservatrice. </p>
<p>I temi che attraversano il libro sono tutti contemporanei: la costruzione dell’identità online, la performatività dei ruoli di genere, la nostalgia come ideologia, il lavoro invisibile delle donne che viene romanticizzato sui social. Il romanzo insiste sulla distanza tra ciò che si mostra e ciò che si vive, tra l’estetica del “ritorno al passato” e la realtà storica di quel passato. </p>
<p>È un testo che non ha paura di essere polemico, che prende posizione e lo fa con una certa eleganza narrativa. La nostalgia, nel libro, non è un sentimento innocuo: è un meccanismo di disciplinamento, la nostalgia come dispositivo di controllo. La domesticità idealizzata diventa una gabbia: ciò che appare protezione si rivela controllo, ciò che sembra amore diventa gerarchia. La casa diventa un luogo di disciplina, non di libertà. </p>
<p>La coppia come microcosmo politico, dove la relazione del romanzo rispecchia la logica del voto familiare: un capofamiglia che decide, una donna che obbedisce. L’uscita italiana del romanzo, a cura di <a href="https://neripozza.it/blog/1212/yesteryear-di-caro-claire-burke-dal-libro-al-film-con-anne-hathaway" rel="noopener">Neri Pozza</a> a novembre 2026, arriva in un momento in cui il dibattito sul voto familiare è particolarmente acceso in USA come in Italia: il libro offre una cornice culturale che permette di leggere questi fenomeni come parte di una narrazione globale.</p>
<h2 id="la-convention-americana-del-2026-il-laboratorio-del-voto-familiare">La convention americana del 2026: il laboratorio del voto familiare</h2><p>Il potere politico a cui queste due estetiche sono funzionali è un tipo di potere che non si fonda sul consenso ma sul proselitismo. Proprio come le Chiese che lo alimentano. Sia la donna MAGA che la tradwife sono destinate nel loro proselitismo a confermare l’ordine patriarcale. </p>
<p>Margaret Atwood ha raccontato e spiegato nel suo <em>Racconto dell’ancella</em> questo corto circuito giocato dalle donne contro le donne. Serena Joy Waterford, la moglie del Comandante Fred, la <em>tradwife</em> distopica del libro, è una delle antagoniste più complesse, perché incarna allo stesso tempo il potere e la frustrazione, la complicità e la sofferenza. Ex volto pubblico della destra cristiana pre Gilead nel romanzo è una telepredicatrice. È complice attiva del sistema che ha tolto diritti alle donne, pur essendo lei stessa vittima delle sue regole. È un personaggio costruito per mostrare come il patriarcato utilizza anche le donne per autoperpetuarsi. </p>
<p>Il personaggio di Serena Joy è ispirato a una donna realmente esistita: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Phyllis_Schlafly" rel="noopener">Phyllis Schlafly</a>, una delle figure più influenti e controverse della destra conservatrice americana del secondo Novecento. Schlafly è stata la donna che ha guidato la più potente mobilitazione contro i diritti delle donne negli Stati Uniti, trasformando la retorica domestica in un’arma politica. Schlafly fu la guida del movimento STOP ERA, nato nel 1972 per impedire la ratifica dell’emendamento costituzionale che avrebbe garantito pari diritti tra uomini e donne. </p>
<p>Le <em>tradwives</em> riprendono questa retorica, ma la spostano su Instagram e TikTok: Schlafly è la loro antenata ideologica. E non solo loro. Anche le donne dei movimenti anti choice, delle destre suprematiste e evangeliche lo sono. E in questa favorevole fase storica si organizzano assieme come molte convention e summit dimostrano. </p>
<p>Erika Kirk, per esempio, vedova di Charlie Kirk, fondatore di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Turning_Point_USA" rel="noopener">Turning Point USA</a> e figura centrale del conservatorismo giovanile americano, è la nuova portavoce di un progetto politico che punta a ridefinire il ruolo delle donne nella democrazia statunitense. Ha dominato e condotto il <a href="https://wls2026.com/" rel="noopener">Women’s Leadership Summit 2026</a> a San Antonio, Texas. Il Summit era nato come incontro per la “leadership femminile cristiana” ma si è trasformato in un laboratorio politico dove influencer del movimento <em>tradwife</em> e attiviste conservatrici hanno sostenuto la necessità di «ripristinare l’ordine naturale della famiglia». Una delle relatrici era Savanna Faith Stone nota influencer <em>tradwife</em>. </p>
<p>L’evento è stato un ibrido tra conferenza politica, raduno religioso e festival lifestyle: panel con giuristi conservatori, workshop su «ruoli biblici della donna», influencer <em>tradwife</em> che spiegavano come «costruire una casa centrata sul marito». Il Summit ha avuto tre effetti principali: rendere dicibile una proposta che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata impensabile, creare un linguaggio comune tra movimenti religiosi, influencer e attivisti e influenzare dibattiti internazionali, compresi quelli europei, dove proposte di voto familiare o ponderato sono riemerse nel 2026. </p>
<p>Il focus non è cambiare la legge, ma presentare la famiglia come «unità naturale della società» e la democrazia liberale come un sistema «troppo frammentato». La proposta centrale: un solo voto per nucleo familiare, espresso dal capofamiglia. Gli argomenti: proteggere le donne dalla «corrosione della politica», recuperare l’ordine naturale, contrastare la «frammentazione democratica». </p>
<p>Il summit ha presentato il <a href="https://english.elpais.com/usa/2026-08-02/one-family-one-vote-the-men-and-women-seeking-to-revoke-womens-suffrage-in-the-united-states.html" rel="noopener">Family Vote Act</a>, un’idea più che una bozza di legge che prevede un solo voto per famiglia, espresso dal «membro economicamente responsabile», i punteggi aggiuntivi per famiglie numerose, gli incentivi fiscali per modelli tradizionali. La sostanza: escludere le donne dal suffragio e ridurre la cittadinanza a un attributo della struttura familiare. </p>
<h2 id="eco-italiana-o-strategia-internazionale">Eco italiana o strategia internazionale?</h2><p>In Italia, la proposta di <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/seconda-parte-programma-futuro-nazionale-elezioni-2027" rel="noopener">Futuro nazionale</a> di introdurre un voto ponderato in base alla composizione familiare si inserisce perfettamente in questo quadro. Più figli, più peso elettorale: una visione che sposta il baricentro della democrazia dalla persona alla famiglia. </p>
<p>Il Family <em>First Democracy Summit</em> e la proposta di Futuro nazionale non sono identici né nascono nello stesso ecosistema politico. Tuttavia, condividono una matrice ideologica comune: la volontà di spostare il baricentro della rappresentanza politica, riducendo la centralità della cittadinanza personale. La proposta ha un obiettivo dichiarato: premiare le famiglie numerose attraverso un sistema di voto ponderato. Pur non eliminando formalmente il voto individuale lo diluisce attribuendo più peso ai nuclei con più figli. La famiglia diventa un moltiplicatore di rappresentanza. </p>
<p>C’è una evidente convergenza tra i due progetti: entrambi emergono in un momento storico in cui movimenti conservatori cercano di ridefinire il ruolo delle donne, della famiglia e della democrazia liberale. C’è un filo che unisce tutte queste questioni: la restaurazione dell’autorità patriarcale e di un presunto ordine naturale e sociale. Questi fenomeni convergono verso un obiettivo comune: ridefinire il ruolo delle donne nella sfera pubblica, riportandolo a una dimensione subordinata. La strategia è duplice: da un lato culturale, cioè rendere desiderabile la rinuncia alla libertà, da un lato politica, cioè proporre modelli di voto che riducono la cittadinanza femminile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Medici, inchieste, CPR, due idee opposte della cura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura/</guid><pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>salute</category><description>È l&amp;amp;rsquo;ultima polemica in ordine di tempo e vede contrapposti chi concepisce una gestione muscolare del fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, e chi si riconosce comunque e prima di tutto in una deontologia e una diversa idea dei doveri di cura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 16 settembre scorso la polizia ha perquisito le abitazioni di 23 medici in nove città italiane, da Bari a Milano, da Roma a Biella, su disposizione della Procura di Ravenna. Cellulari e computer sequestrati. L&rsquo;accusa, per ora rivolta a un solo nuovo indagato, l&rsquo;infettivologo Nicola Cocco, è pesante: associazione a delinquere finalizzata alla produzione di falsi certificati medici, in concorso con altre tre persone già indagate nei mesi precedenti. Il reato contestato non riguarda farmaci, ricette o frodi assicurative. Riguarda un giudizio clinico: l&rsquo;idoneità o meno di una persona straniera a essere reclusa in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR).</p>
<p>La vicenda nasce, però, a febbraio 2026, quando la Squadra mobile perquisisce il reparto di Malattie infettive dell&rsquo;ospedale di Ravenna. Otto medici finiscono indagati per falso ideologico: su 64 persone visitate tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano state giudicate non idonee al trattenimento. Il gip dispone misure cautelari: interdizione dalla professione per tre di loro, divieto di occuparsi di certificazioni per gli altri cinque, sulla base di una <a href="https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/cosi-e-esploso-il-caso-0ad49865" rel="noopener">bozza di modulo</a> per la valutazione di non idoneità, elaborata a Ravenna e poi ritrovata, secondo gli inquirenti, in altri ospedali italiani. </p>
<p>A settembre l&rsquo;inchiesta si allarga: 23 infettivologi e psichiatri perquisiti, l&rsquo;ipotesi non più di episodi isolati ma di una rete organizzata su scala nazionale. </p>
<p>Al di là di alcune facili condanne a priori, mediatiche e politiche, la vicenda è ancora del tutto aperta: nessuno dei fatti contestati è stato provato in giudizio, e la stessa gip che ha firmato le prime <a href="https://www.ildubbio.news/news/home/52404/cpr-inchiesta-certificati-idoneita-sanitaria-migranti.html" rel="noopener">misure cautelari</a> ha precisato che le opinioni politiche dei medici, compresa la loro adesione a un possibile movimento contrario ai CPR, restano libertà di espressione legittima. Ma la vicenda giudiziaria, di per sé, dice relativamente poco su una questione più ampia, che riguarda la natura di queste strutture e il ruolo che la legge chiede ai medici di svolgere al loro interno.</p>
<h2 id="perché-i-cpr-costano-così-tanto-per-così-poco">Perché i CPR costano così tanto per così poco?</h2><p>I CPR non sono un carcere, almeno non sulla carta. Sono luoghi di detenzione amministrativa: una misura cautelare, non una pena per un reato, prevista dall&rsquo;art. 14 del Testo Unico Immigrazione quando non è possibile eseguire subito l&rsquo;espulsione di una persona straniera. </p>
<p>Introdotti nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano con un limite di 30 giorni, hanno visto la durata massima crescere nel tempo fino agli attuali 18 mesi, un tetto fissato dalla direttiva europea sui rimpatri e adottato, con soglie diverse, in quasi tutta l&rsquo;Unione. </p>
<p>Non è solo una specificità italiana, dunque: anche Germania, Francia e Paesi Bassi trattengono richiedenti asilo e persino minori non accompagnati per periodi lunghi, e nel Regno Unito (che non è vincolato dalla direttiva UE) la detenzione può protrarsi a tempo indeterminato, con casi storici fino a otto anni.</p>
<p>Tuttavia, il caso italiano mette bene in evidenza quanto il rapporto tra costi e risultati sia estremamente sfavorevole. Secondo i dati raccolti dalla piattaforma «<a href="https://trattenuti.actionaid.it/" rel="noopener">Trattenuti</a>», realizzata da <a href="https://www.actionaid.it/" rel="noopener">ActionAid</a> Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell&rsquo;Università di Bari con il coordinamento di Giuseppe Campesi, tra il 2014 e il 2023 sono passate nei CPR italiani circa 50.000 persone, a un costo di 39 milioni di euro nel solo biennio 2022-2023. </p>
<p>Il tasso di rimpatrio effettivo, la ragione per cui questi centri esistono, si è fermato al 10,4 per cento dei provvedimenti di espulsione nel 2023 e 2024: cioè, su dieci persone per cui un&rsquo;espulsione viene disposta, una sola viene davvero rimpatriata attraverso il CPR. </p>
<p>Il costo medio per posto letto sfiora i 29.000 euro l&rsquo;anno, con punte di 71.000 euro a Brindisi. Il caso limite è il centro di Gjader, in Albania: operativo per cinque giorni nel 2024, costato 570.000 euro, 114.000 euro al giorno, per venti persone, tutte poi rilasciate. </p>
<p>Nello stesso periodo, sottolinea il rapporto, è cresciuta la quota di richiedenti asilo trattenuti pur non avendo alcun provvedimento di espulsione a proprio carico: un uso dei CPR che si allontana dalla loro funzione dichiarata. </p>
<p>Sul fronte dei controlli, un&rsquo;<a href="https://altreconomia.it/le-prefetture-non-controllano-i-cpr-inchiesta-su-appalti-e-gestione/" rel="noopener">inchiesta del giornale Altreconomia</a> ha contato appena 33 ispezioni prefettizie in cinque anni sull&rsquo;intero sistema. Sono numeri che chiunque, indipendentemente dalla propria opinione sulle politiche migratorie, può leggere come l&rsquo;indicazione di uno strumento poco efficiente rispetto al proprio scopo dichiarato.</p>
<h2 id="il-rischio-per-la-salute-cosa-dice-la-letteratura-scientifica">Il rischio per la salute: cosa dice la letteratura scientifica</h2><p>Il secondo terreno riguarda gli effetti della detenzione amministrativa sulla salute. La fonte più solida è un <em>evidence brief</em> pubblicato dall&rsquo;<a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240119444" rel="noopener">Organizzazione mondiale della sanità</a> il 22 gennaio 2026, realizzato dal <a href="https://www.globaldetentionproject.org/" rel="noopener"><em>Global Detention Project</em></a> sulla base di una rassegna sistematica della letteratura 2011-2025. </p>
<p>Il documento riporta tassi di ansia tra il 54 e il 65 per cento e di depressione tra il 68 e il 74 per cento fra le persone detenute, significativamente più alti di quelli osservati nella popolazione migrante non detenuta; segnala, inoltre, che il rischio di autolesionismo cresce con la durata del trattenimento; e osserva che il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie carenti dei centri sono associati a un aumento di malattie infettive come scabbia e tubercolosi. </p>
<p>È un documento cauto, che correttamente denuncia i propri limiti: scarsità di dati, governi poco trasparenti, letteratura concentrata sui paesi ricchi. Descrive un&rsquo;associazione statistica, non un rapporto di causa-effetto univoco e automatico per ogni singolo caso. Ma descrive anche una realtà inadeguata anche per le fonti di informazione.</p>
<p>Diversa è la posizione espressa da alcuni dei medici coinvolti nella vicenda italiana. Lo stesso Nicola Cocco, insieme ad altri sei colleghi della Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM), ha pubblicato il 6 aprile 2026 sulla rivista <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S266677622600092X" rel="noopener"><em>The Lancet Regional Health Europe</em></a> una lettera in cui sostiene che certificare «idonea» alla detenzione una persona che si sa esposta a un ambiente dannoso costituisce un «paradosso clinico», in conflitto con il principio del <em>primum non nocere</em>.</p>
<p>Sul piano dei fatti concreti, in Italia si contano almeno tre morti recenti che hanno avuto risonanza pubblica. <a href="https://lavialibera.it/it-schede-2162-cpr_morti_moussa_balde_ousmane_sylla_processo" rel="noopener">Moussa Balde</a>, 23 anni, morto nel maggio 2021 nel CPR di Torino dopo essere stato isolato nell&rsquo;infermeria a seguito di un&rsquo;aggressione subita. </p>
<p>Il 4 febbraio 2024 muore Ousmane Sylla, 22 anni, impiccandosi nel CPR di Ponte Galeria a Roma, dopo aver lasciato un messaggio scritto sul muro della propria camerata. Una <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2024/07/09/la-morte-di-ousmane-sylla_3ba744f1-837e-4e4d-af13-461e943f6ee6.html" rel="noopener">ricostruzione dell&rsquo;ANSA</a>, basata sull&rsquo;accesso agli atti, ha documentato che nei quattro mesi successivi alla sua morte si sono verificati almeno 21 «eventi critici» nello stesso centro, la metà dei quali tentativi di suicidio per impiccagione. </p>
<p>Il caso più recente riguarda Lassoued Dhoui, 30 anni, di origine tunisina, morto il 10 agosto 2026 nel <a href="https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2026/08/17/morte-cpr-palazzo-san-gervasio-italia" rel="noopener">CPR di Palazzo San Gervasio</a> (Potenza): secondo la ricostruzione giornalistica, l&rsquo;uomo, descritto dagli altri trattenuti come bisognoso di attenzione costante per gravi problemi psichiatrici, dormiva da diversi giorni all&rsquo;aperto su un materasso vicino al campo da calcio del centro, ed è caduto mentre si arrampicava sulla grata dell&rsquo;impianto sportivo poche ore dopo aver appreso, in udienza davanti al giudice di pace, la convalida del proprio trattenimento per altri novanta giorni. </p>
<p>Non è la prima morte in quello stesso centro: nell&rsquo;agosto 2024 vi era già deceduto Oussama Darkaoui, un altro giovane marocchino, e sulla gestione del CPR di Palazzo San Gervasio negli anni 2018-2022 è in corso un <a href="https://altreconomia.it/al-cpr-di-palazzo-san-gervasio-si-continua-a-morire-ma-tutto-va-avanti-come-se-niente-fosse/" rel="noopener">processo</a>, aperto nel 2025, che vede imputati medici, ispettori e personale di polizia per maltrattamenti, frode e corruzione: solo nel periodo gennaio 2025-giugno 2026, secondo il monitoraggio di attivisti indipendenti, nello stesso centro si sono verificati 280 nuovi eventi critici. </p>
<p>Anche il <a href="https://www.giustiziainsieme.it/print/articolo_pdf?id=3658" rel="noopener">Consiglio di Stato</a>, con una sentenza dell&rsquo;ottobre 2025 poi confermata a luglio 2026, ha riconosciuto carenze concrete della gestione dei CPR, annullando parte del capitolato con cui il ministero dell&rsquo;Interno ne affida in appalto la gestione, per l&rsquo;insufficiente tutela della salute e la mancata prevenzione del rischio suicidario, imponendo al Viminale di correggerlo.</p>
<h2 id="il-medico-tra-legge-e-deontologia-un-conflitto-già-visto">Il medico tra legge e deontologia: un conflitto già visto</h2><p>Il nodo più delicato, e quello su cui la vicenda di Ravenna si gioca davvero, riguarda il ruolo che la legge chiede al medico di svolgere. Una direttiva del ministero dell&rsquo;Interno del 2022 stabilisce che il medico debba valutare, dopo una visita approfondita, la compatibilità tra le condizioni di salute di una persona e la permanenza, nel breve come nel lungo periodo, in una struttura con regole restrittive come un CPR. </p>
<p>È un compito clinico, non amministrativo: il medico, come ha ricordato la <a href="https://portale.fnomceo.it/cpr-gli-ordini-dei-medici-chiedono-una-revisione-della-procedura-la-valutazione-clinica-deve-riguardare-lo-stato-di-salute-e-non-costituire-atto-autorizzativo/" rel="noopener">Federazione degli Ordini dei Medici</a> (FNOMCeO), «non autorizza» il trattenimento, si limita ad attestare l&rsquo;esistenza o meno di condizioni di incompatibilità sanitaria. Ma proprio qui nasce la frizione: se la letteratura scientifica descrive la detenzione stessa come un fattore di rischio per la salute, dove finisce la valutazione clinica del singolo caso e dove comincia un giudizio, più o meno esplicito, sulla struttura in sé?</p>
<p>Non è la prima volta che un governo italiano prova a coinvolgere i medici in un ruolo di controllo estraneo alla cura. Nel 2008-2009, il “pacchetto sicurezza” del ministro dell&rsquo;Interno Roberto Maroni introdusse il reato di soggiorno irregolare e, in una prima versione, l&rsquo;obbligo per il personale sanitario di segnalare alle autorità gli stranieri irregolari che si presentavano in ospedale. <br>
La mobilitazione dei medici, con slogan come «Noi non segnaliamo» e «Io curo non denuncio», insieme a una giornata di protesta in circa 50 città il 17 marzo 2009, portò allo stralcio della norma. </p>
<p>Più di recente, nell&rsquo;ottobre 2024, la modifica dell&rsquo;articolo 12 della legge 40 che dichiara la gestazione per altri un «reato universale» (legge 169/2024) ha riacceso lo stesso scontro: la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha sostenuto che il medico, come ogni pubblico ufficiale, sia «<a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/10/21/gestazione-per-altri-e-scontro-medici-roccella-noi-curiamo-siamo-esonerati_087fc10d-0c21-48f1-b3f4-777fa9865637.html" rel="noopener">tenuto a segnalare</a>» alla Procura i casi sospetti di GPA. Il presidente FNOMCeO Filippo Anelli ha risposto che «il medico ha il dovere di curare» ed è esonerato dall&rsquo;obbligo di denuncia nei confronti del proprio paziente. </p>
<p>Nei tre episodi, 2009, 2024, 2026, la struttura del conflitto è identica: un provvedimento prova a spostare sul medico un compito di controllo estraneo al mandato clinico, e la risposta della categoria si organizza sempre attorno alla stessa distinzione, cura sì, delazione no.</p>
<p>Su questo conflitto ha preso posizione, senza essere coinvolto nella vicenda specifica, il nefrologo Giuseppe Remuzzi, accademico dei Lincei e membro del Consiglio Superiore di Sanità, in un&rsquo;intervista al quotidiano il Manifesto del 18 settembre scorso. Remuzzi evita di giudicare l&rsquo;operato della Procura, ma osserva che «è possibile che tra l&rsquo;applicazione di una legge e la tutela della salute della persona nasca un conflitto», e propone che la sede più adatta per dirimerlo non sia un&rsquo;aula di tribunale ma il Consiglio Superiore di Sanità stesso. </p>
<p>Per sostenere l&rsquo;idea che il dovere di cura preceda ogni altra considerazione, richiama la storia di Ferdinando Palasciano, il chirurgo dell&rsquo;esercito borbonico che nel 1848 disobbedì all&rsquo;ordine di non soccorrere i feriti «ribelli» durante i moti di Messina, e che il re Ferdinando, pur condannandolo, graziò per il coraggio dimostrato.</p>
<h2 id="chi-decide-se-un-certificato-è-falso">Chi decide se un certificato è falso?</h2><p>È qui che la vicenda di Ravenna pone la domanda più difficile da districare. Il reato contestato è il falso ideologico: dichiarare, in un atto pubblico, qualcosa che non corrisponde al vero. Ma «idoneità» e «non idoneità» non sono misurazioni oggettive come una temperatura corporea: sono un giudizio clinico che tiene conto, peraltro per esplicita previsione della direttiva ministeriale, non solo dello stato di salute della persona, ma anche della compatibilità di quello stato con «la natura della struttura stessa» in cui verrà trattenuta. </p>
<p>Su questo punto specifico, che spesso circola in forma semplificata nel dibattito pubblico, la procedura effettiva è più articolata. La <a href="https://cild.eu/blog/2022/08/08/la-nuova-direttiva-lamorgese-sui-modi-del-trattenimento-nei-cpr/" rel="noopener">direttiva del ministero dell&rsquo;Interno</a> del 19 maggio 2022 prevede due passaggi distinti. Il primo è la visita di idoneità alla vita in comunità ristretta, svolta da un medico dell&rsquo;azienda sanitaria locale prima dell&rsquo;ingresso nel centro: deve accertare l&rsquo;assenza di malattie infettive pericolose, disturbi psichiatrici e patologie incompatibili con la detenzione, tenendo conto, per previsione esplicita della direttiva, delle specificità di ciascun centro, compresa la distanza dal pronto soccorso più vicino. </p>
<p>Il secondo passaggio è uno screening svolto, questa volta sì all&rsquo;interno della struttura, dal medico dell&rsquo;ente gestore, ma, come rileva una <a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2023/02/Scheda-la-valutazione-idoneita-CPR_rev.pdf" rel="noopener">scheda tecnica di ASGI</a> (l’Associazione per gli studi giuridici sulla migrazione), si tratta di una valutazione «anamnestica e sintomatologica», priva di esami specifici: se un accertamento del sangue rivela valori alterati, la visita deve essere rimandata di nuovo all&rsquo;ASL esterna.</p>
<p>Il punto critico, quindi, non è che il medico non visiti mai il paziente, lo visita, con un esame clinico vero e proprio, ma che, soprattutto quando la certificazione avviene in una regione diversa da quella del centro di destinazione, chi firma il certificato di idoneità raramente ha conoscenza diretta e aggiornata delle condizioni concrete della struttura specifica in cui la persona sarà reclusa: affollamento, presenza di uno psichiatra, distanza dai servizi di emergenza. </p>
<p>È un problema che la stessa FNOMCeO ha messo nero su bianco, chiedendo a febbraio 2026 una revisione della procedura perché, scrivono i presidenti degli Ordini, la valutazione clinica «deve riguardare lo stato di salute e non costituire atto autorizzativo» di una struttura di cui il medico non ha conoscenza diretta.</p>
<p>Sul fatto che le verifiche successive funzionino, inoltre, ci sono dubbi documentati: la Corte d&rsquo;appello di Roma, con un decreto del 7 luglio 2025, ha disposto la scarcerazione immediata di un trattenuto rilevando che, a fronte di 44 episodi di autolesionismo registrati nel registro degli eventi critici di un centro, nella stragrande maggioranza dei casi non erano seguite le nuove visite di idoneità previste dalla stessa direttiva del 2022: le verifiche, insomma, quando previste, spesso restano sulla carta.</p>
<h2 id="i-luoghi-idonei-un-problema-più-opaco-dei-cpr">I «luoghi idonei»: un problema più opaco dei CPR</h2><p>Un ultimo elemento complica il quadro. Accanto ai CPR esiste un sistema di detenzione informale, i cosiddetti «luoghi idonei»: camere di sicurezza nelle questure, uffici di frontiera, aeroporti, introdotto nel 2018 e usato quando i CPR sono saturi. </p>
<p>Secondo una mappatura della rivista lavialibera, ripresa in un <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2026/09/luoghi-idonei-oltre-la-crudelta-dei-cpr/" rel="noopener">articolo su Salute Internazionale</a> a firma dello stesso Nicola Cocco insieme a due giornaliste, tra il 2023 e il 2025 sono state oltre 2.500 le persone trattenute in questi locali, attivi a fine 2025 in circa 60 questure italiane. </p>
<p>A differenza dei CPR, dove l&rsquo;ente gestore è comunque vincolato da capitolato a un presidio medico, nei «luoghi idonei» la legge non prevede alcuno screening sanitario: secondo la ricostruzione, l&rsquo;idoneità al trattenimento vi sarebbe valutata dagli stessi agenti di polizia, non da personale medico. Insomma, un paradosso ancora più netto di quello dei CPR: uno spazio dove la domanda sollevata dall&rsquo;inchiesta di Ravenna, quale ruolo debba avere la valutazione medica nella detenzione amministrativa, semplicemente non si pone, perché la valutazione medica lì non esiste affatto.</p>
<h2 id="un-bilancio-con-cautela">Un bilancio, con cautela</h2><p>Restano, per ora, più domande aperte che risposte definitive. Ma alcuni fatti sono difficilmente contestabili: i CPR rimpatriano una quota minoritaria e in calo delle persone per cui l&rsquo;espulsione viene disposta, a un costo pubblico elevato e con controlli scarsi; la letteratura scientifica descrive la detenzione amministrativa come un fattore di rischio per la salute, soprattutto mentale, tanto più quanto più si protrae nel tempo; i meccanismi di verifica previsti dalla legge stessa, dalle visite di idoneità ripetute alle ispezioni prefettizie, risultano applicati in modo carente e discontinuo. </p>
<p>In questo contesto, il richiamo dei medici alla propria deontologia, curare prima di tutto, «non nuocere» prima di ogni altra considerazione, non è un argomento estraneo alla vicenda giudiziaria.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Armi nello spazio: la prima ammissione degli Stati Uniti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/armi-spazio-stati-uniti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/armi-spazio-stati-uniti/</guid><pubDate>Fri, 18 Sep 2026 12:33:24 +0200</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>pace</category><description>Per la prima volta gli Stati Uniti hanno ammesso pubblicamente di disporre di «armi per il controllo dello spazio» già operative in orbita. Il segretario dell’Aeronautica Troy Meink non ha rivelato di quali sistemi si tratti, ma la Space Force parla di capacità sia offensive sia difensive, cinetiche e non cinetiche. Lo spazio è da tempo anche un dominio militare, ma ora Washington lo dice apertamente, mentre Cina e Russia protestano. E torna lo spettro di una corsa agli armamenti sopra le nostre teste.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/armi-spazio-stati-uniti.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/armi-spazio-stati-uniti.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chissà cosa avranno pensato i partecipanti alla Air, Space, Cyber Conference quando, lunedì 14 settembre, Troy Meink, Segretario dell’Aeronautica statunitense, nel suo intervento ha annunciato che Washington dispone di armi attive «in orbita», il cui compito è «il controllo dello spazio». Aggiungendo anche che «Oggi continuiamo a garantire di essere pronti ad affrontare le sfide poste dalle minacce in continua evoluzione, ovunque esse si manifestino».</p>
<p>Qualcuno deve essere caduto dalla sedia, perché si trattava della prima ammissione pubblica su un tema generalmente coperto da segreto militare.</p>
<p>Meink ha affermato che non sarebbe sceso nei «dettagli» riguardo a tali armi. Tuttavia, un portavoce della US Space Force ha spiegato che il controllo dello spazio può riferirsi all’«impiego di mezzi cinetici [leggi: missili che distruggono l’obiettivo] e non cinetici [leggi: laser, microonde o disturbo elettronico che danneggiano senza distruggere l’obiettivo] per incidere sulle capacità avversarie».</p>
<p>Per evitare fraintendimenti, il portavoce ha aggiunto che «Tali capacità possono essere impiegate per scopi offensivi e difensivi». Per completezza bisognerebbe aggiungere che le capacità di cui sopra possono essere utilizzate anche a scopo dimostrativo, come è successo nel corso di esperimenti di guerre stellari noti come DA-ASAT (Direct Ascent Anti-Satellite), durante i quali un missile lanciato da terra distrugge un satellite in disuso della stessa nazione che funge da bersaglio. Questo esercizio di precisione non può passare inosservato, perché produce una nube di detriti che continuano a muoversi seguendo l’orbita del satellite dal quale provengono. Nel corso degli anni, queste azioni dimostrative sono state condotte dalla Cina (nel 2007), dagli USA (nel 2008), dall’India (nel 2019) e dalla Russia (nel 2021). Tecnicamente non è un atto bellico perché le varie nazioni hanno colpito dei loro satelliti, ma il grafico dei detriti in orbita bassa in funzione del tempo mostra chiaramente gli aumenti improvvisi dovuti a questi tiri al bersaglio spaziali.</p>
<p>La crescita più evidente è quella dovuta al test cinese del 2007 che, distruggendo un satellite a 700 km di altezza, ha prodotto 2000 frammenti, gran parte dei quali sono ancora pericolosamente in orbita, obbligando la Stazione Spaziale Internazionale a effettuare manovre per schivarli. Per contro, i test antisatellite eseguiti da USA e India hanno distrutto oggetti a meno di 300 km di altezza e i detriti sono stati ripuliti dall’atmosfera.</p>
<p>Diversa è la storia del DA-ASAT russo del novembre 2021, che è avvenuto a un’altezza compatibile con quella della Stazione Spaziale e ha generato un serio stato di allerta a bordo. Mentre lo U.S. Space Command cercava di tracciare l’orbita dei 1.500 detriti che erano improvvisamente comparsi sugli schermi, gli occupanti della ISS (astronauti e cosmonauti) sono stati svegliati, hanno dovuto indossare la tuta di volo e imbarcarsi sulle navette Crew-Dragon e Soyuz, che erano state attivate per essere pronte a staccarsi in caso di impatto. Dopo qualche ora l’allerta è rientrata, ma la cosa ha creato non poche frizioni tra russi e americani. Alla fine è emerso che nemmeno Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, era stata informata del test deciso dal Ministero della Difesa senza tenere in nessuna considerazione l’incolumità dei cosmonauti russi. Senza contare gli altri occupanti della ISS e i taikonauti cinesi a bordo della stazione Tiangong.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/armi-spazio-stati-uniti-2.png.webp" alt="Grafico del numero di oggetti in orbita terrestre monitorati dal 1960 a oggi, suddivisi per tipologia" width="644" height="448" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Numero degli oggetti monitorati in funzione del tempo: in blu i satelliti attivi (con la salita molto pronunciata degli ultimi anni), in rosso quelli morti, in verde avanzi di varia natura, per lo più pezzi di lanciatori, in grigio i detriti spaziali ed in nero la curva totale. La curva dei detriti mostra come il loro numero sia decisamente preponderante rispetto a tutte le altre componenti della popolazione degli oggetti orbitanti. Tratto da <a href="https://www.ulricohoepli.it/varia/articolo/ecologia-spaziale-patrizia-caraveo/9788836016112/3025" rel="noopener">Ecologia Spaziale</a> (Hoepli 2024)</p>

<p>È in questo quadro che si è inserito l’annuncio della vice-presidente USA Kamala Harris che, il 18 aprile 2022, parlando alla base della Space Force a Vandenberg, ha detto che gli Stati Uniti avevano deciso di sospendere i test anti-satellite per evitare la proliferazione dei detriti che renderebbero meno fruibili le orbite basse a detrimento delle attività svolte dai satelliti. Al momento si tratta di una decisione unilaterale ed è, più che altro, una dichiarazione di principio, dal momento che l’ultimo test DA-ASAT americano è del 2008, ma certo rivela la preoccupazione dell’amministrazione USA sul sovraffollamento delle orbite circumterrestri.</p>
<p>Per questo è ragionevole pensare che le armi evocate da Meink siano di tipo non cinetico e che utilizzano laser, fasci di microonde o qualche disturbo elettronico capace di accecare momentaneamente oppure di mettere definitivamente fuori uso i satelliti avversari. Chi controlla il traffico orbitale ha anche rivelato movimenti sospetti di satelliti che manovrano per avvicinarsi ad altri, magari per intercettare le trasmissioni. Attenzione, perché l’attacco non deve necessariamente essere diretto contro satelliti militari. Mettere fuori uso, o anche solo disturbare, i satelliti per le comunicazioni, per esempio, creerebbe danni per tutti gli utilizzatori. Starlink sostiene di avere più volte sventato attacchi russi, senza però dare dettagli. Da notare che sono tecniche che rendono inoffensivo un satellite senza farlo esplodere evitando di produrre una nuvola di pericolosi detriti, che è facilmente rivelabile.</p>
<p>Di fronte alle parole di Meink, la Cina ha invitato a non militarizzare lo spazio e martedì la Russia ha risposto attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, affermando che «Lo spazio deve essere libero da qualsiasi arma». Belle parole, ma che purtroppo non corrispondono alla realtà: è ben noto che tutte le grandi potenze spaziali dispongono di sistemi difensivi che, all’occorrenza, possono diventare offensivi. Quello delle armi spaziali era un segreto di Pulcinella, ma la prima conferma pubblica dell’esistenza di tali capacità in orbita potrebbe accelerare una pericolosa corsa agli armamenti.</p>
<p>Per chi si interrogasse sugli aspetti legali collegati alla messa in orbita di armi di offesa e difesa, occorre precisare che lo Outer Space Treaty del 1967 non vieta categoricamente di mettere in orbita qualsiasi tipo di armi. Quello che è proibito è l’utilizzo di armi nucleari o di altre armi di distruzione di massa, vuoi in orbita terrestre vuoi nello spazio. Per questo la pratica annunciata dal segretario della Air Force non viola il diritto internazionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’ONU propone di usare proiezioni più realistiche di quella di Mercatore</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore/</guid><pubDate>Fri, 18 Sep 2026 08:03:00 +0100</pubDate><category>terra</category><description>Creare una carta geografica trasferendo la superficie curva della Terra su un piano senza deformarla è geometricamente impossibile. La proiezione di Mercatore, a cui siamo tutti abituati, è nata per favorire la navigazione e dilata progressivamente le superfici all’aumentare della latitudine. Risultato: la Groenlandia risulta grande come l’Africa, che nella realtà la supera in dimensioni di ben 15 volte. L’ONU ha recentemente approvato una risoluzione che invita a privilegiare proiezioni cartografiche equivalenti, cioè capaci di conservare le proporzioni tra le aree.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una carta geografica è sempre, in una certa misura, una approssimazione. Non perché i cartografi vogliano ingannarci, ma perché trasferire la superficie curva della Terra su un piano senza deformarla è geometricamente impossibile.</p>
<p>Per costruire una carta geografica, stampata o visualizzata sullo smartphone, si ricorre a una proiezione cartografica: un insieme di operazioni matematiche e geometriche che permette di rappresentare il globo su una superficie piana, introducendo inevitabilmente delle deformazioni. È un po’ come tagliare un pallone da calcio o un palloncino e cercare di stenderne la superficie su un tavolo. Da qualche parte il materiale dovrà strapparsi, sovrapporsi, stropicciarsi o essere stirato.</p>
<p>Allo stesso modo, ogni proiezione cartografica sacrifica qualcosa nel passaggio dalla realtà alla rappresentazione: deforma le superfici, le distanze oppure gli angoli.</p>
<h2 id="la-proiezione-di-mercatore">La proiezione di Mercatore </h2><p>La storia della cartografia è anche la storia dei molti tentativi di scegliere quale deformazione accettare in funzione dello scopo della carta.</p>
<p>Una delle proiezioni più celebri è quella proposta nel 1569 dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator, in olandese Gerhard Kremer. Mercatore (come lo chiamiamo in Italia) voleva produrre una carta geografica utile alla navigazione attorno al globo. La sua soluzione aveva infatti una proprietà straordinaria per i marinai: una rotta mantenuta a direzione costante poteva essere rappresentata come una linea retta. Per ottenere questo risultato, però, la proiezione dilata progressivamente le superfici all’aumentare della latitudine. In questo modo, le carte geografiche basate sulla proiezione di Mercatore mostrano deformazioni limitate vicino all’Equatore che diventano sempre maggiori procedendo verso i poli.</p>
<p>Le conseguenze diventano evidenti quando confrontiamo la Groenlandia con l’Africa. Sulle carte di Mercatore la Groenlandia sembra avere dimensioni paragonabili a quelle dell’Africa. In realtà l’Africa, con circa 30,2 milioni di km², è quasi quindici volte più grande della Groenlandia, che supera di poco i 2 milioni di km². Anche il confronto con l’Europa è significativo: il nostro continente occupa circa 10,2 milioni di km², appena un terzo dell’Africa. Eppure, nell’immagine mentale costruita da generazioni di planisferi scolastici, questa differenza appare assai meno evidente.</p>
<h2 id="la-risoluzione-dellonu-sulle-mappe">La risoluzione dell&rsquo;ONU sulle mappe</h2><p>È proprio su questo punto che interviene la recente decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il 4 settembre 2026, con 164 voti favorevoli e uno contrario (quello degli Stati Uniti), l’ONU ha approvato una risoluzione che invita governi, scuole, organizzazioni internazionali e aziende tecnologiche a privilegiare, quando conta il confronto tra le dimensioni dei territori, proiezioni cartografiche equivalenti, cioè capaci di conservare le proporzioni tra le aree.</p>
<p>La risoluzione non “proibisce” Mercatore e non stabilisce che da domani tutte le carte utilizzate dall’ONU debbano avere un’unica forma. È piuttosto un invito a usare la proiezione giusta per lo scopo giusto e, soprattutto, a rendere esplicite le distorsioni che ogni planisfero porta con sé, anche per riflettere e comprendere meglio il mondo in cui viviamo.</p>
<p>Tra le alternative indicate vi è la Equal Earth, una proiezione sviluppata nel 2018 dai cartografi Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. Equal Earth conserva le aree relative: se due regioni hanno la stessa superficie sulla Terra, avranno proporzionalmente la stessa superficie anche sulla carta.</p>
<p>Naturalmente il prezzo da pagare esiste ancora, perché nessuna proiezione può conservare contemporaneamente tutte le proprietà geometriche del globo. Le forme vengono in parte deformate, specialmente alle alte latitudini. Ma se lo scopo è confrontare l’estensione dei continenti, una carta equivalente racconta il pianeta in modo molto più fedele.</p>
<p>La questione è particolarmente significativa per l’Africa. Chi viaggia nel continente spesso sperimenta fisicamente qualcosa che una carta di Mercatore tende a nascondere: l’enormità delle distanze. Dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza si attraversa uno spazio continentale immenso, nel quale potrebbero essere contenuti contemporaneamente Stati Uniti, Cina, India e buona parte dell’Europa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2061" height="2716" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’Africa possiede una superficie sufficientemente estesa da contenere Stati Uniti, Argentina, India, Messico, Italia, Spagna, Francia e Germania (immagine realizzata dagli Autori, generata con AI).</p>
<h2 id="modificare-la-nostra-immagine-del-mondo">Modificare la nostra immagine del mondo</h2><p>Non è soltanto una curiosità geometrica. Le mappe contribuiscono a costruire la nostra immagine del mondo, e le dimensioni che attribuiamo visivamente ai territori finiscono inevitabilmente per influenzare la percezione della loro centralità o marginalità.</p>
<p>Sarebbe però ingiusto trasformare Mercatore nel responsabile di una visione coloniale del pianeta. La sua proiezione nacque quasi tre secoli prima della spartizione coloniale dell’Africa e rispondeva a un problema tecnico ben preciso.</p>
<p>È stato piuttosto l’uso indiscriminato di quella proiezione, nata per navigare e poi diventata un’immagine apparentemente neutrale del mondo, a produrre conseguenze culturali che oggi possiamo riconoscere meglio.</p>
<p>Una carta non è mai semplicemente “vera” o “falsa”: è uno strumento costruito per uno scopo. Ed è forse questo il valore più interessante della decisione dell’ONU. Non si tratta soltanto di rendere l’Africa più grande su un foglio. L’Africa non diventa più grande: lo è sempre stata. Si tratta di ricordarci che anche un oggetto familiare come il planisfero è il risultato di una scelta scientifica, tecnica e culturale. Cambiare proiezione significa, in questo caso, cambiare punto di vista. E qualche volta basta cambiare il modo in cui disegniamo il mondo per accorgerci che il mondo reale è diverso da come avevamo imparato ad immaginarlo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fauci, i diari e il processo politico alla scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fauci-diari-processo-politico-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fauci-diari-processo-politico-scienza/</guid><pubDate>Thu, 10 Sep 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Roberto Battiston</dc:creator><category>salute</category><description>Accusato al Senato di aver creato il virus, occultato l&amp;amp;rsquo;origine e mentito sulle mascherine, Fauci è stato messo sotto processo politico. I suoi diari, quasi mezzo milione di parole, raccontano errori, sicurezze eccessive e un sistema di controllo che fallì, non il complotto criminale che gli viene attribuito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fauci-diari-processo-politico-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fauci-diari-processo-politico-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 29 luglio Anthony Fauci, per quasi quarant’anni direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere scientifico degli Stati Uniti durante il Covid, prima con Trump e poi con Biden,  è comparso davanti alla Commissione del Senato per la sicurezza interna. Convocato con un ordine di comparizione, ha letto una dichiarazione iniziale e poi, seguendo i suoi legali, ha ripetutamente invocato il Quinto Emendamento per non rilasciare dichiarazioni. Il 6 agosto la maggioranza repubblicana della Commissione lo ha accusato di oltraggio al congresso  e il presidente Rand Paul ha trasmesso il dossier al Dipartimento di Giustizia.</p>
<p>Occorre partire  da un fatto elementare: Fauci non è stato incriminato né condannato. Si può discutere se abbia esteso troppo il diritto a non rispondere, soprattutto dopo il perdono preventivo concessogli da Joe Biden. Non si può però trasformare una garanzia costituzionale, quella di utilizzare il Quinto emendamento,  in una confessione. Eppure l’audizione è stata costruita come l’ultimo atto di un verdetto politico già pronunciato: Fauci avrebbe finanziato la creazione del virus, occultato l’origine, mentito sulle mascherine, chiuso l’America e guadagnato grazie alla pandemia.</p>
<p>Per verificare queste affermazioni ho analizzato il materiale disponibile nel cosiddetto archivio dei <a href="https://www.faucisdiary.com/" rel="noopener">Fauci Diaries</a>: 1.889 voci riferite a 1.803 giornate, circa 487 mila parole, dal 2001 al febbraio 2025, oltre a email e documenti amministrativi. È un corpus straordinario, ma occorre ricordare che non è neutrale: un diario seleziona la realtà e l’archivio è presentato dalla maggioranza che conduce l’indagine. Non è una Bibbia per l’accusa o la difesa, ma consente di mettere alla prova le accuse che sono formulate.</p>
<p>Bisogna separare ciò che Fauci scrisse da ciò che gli viene attribuito; le conoscenze di allora da quelle emerse dopo; le raccomandazioni scientifiche dalle decisioni politiche; la responsabilità amministrativa dall’intenzione criminale. Emerge così un Fauci diverso sia dal santo laico della pandemia sia dal criminale dipinto oggi: un funzionario competente e influente, talvolta troppo sicuro nella comunicazione, responsabile di errori e inserito in sistemi che in alcuni passaggi fallirono. Non emerge però assolutamente  la catena criminale che gli viene attribuita.</p>
<p>Percorriamo assieme questa documentazione. I primi mesi del 2020 sono decisivi. Il 26 gennaio Fauci annota che la possibile trasmissione da persone senza sintomi può cambiare la risposta sanitaria. Dubita dei dati cinesi e chiede verifiche dirette. Il 31 gennaio riceve la segnalazione di caratteristiche insolite del virus, compreso il sito di clivaggio della furina. Non liquida l’ipotesi di laboratorio come complottismo: chiede di riunire virologi e biologi evoluzionisti. Nella teleconferenza del 1° febbraio alcuni propendono per l’evoluzione naturale, altri considerano possibili scenari legati ad attività di laboratorio. Il 6 febbraio non emergono prove chiare di ingegnerizzazione intenzionale, ma vengono  raccomandate altre verifiche.</p>
<p>Questa cronologia contraddice l’accusa secondo cui Fauci avrebbe conosciuto l’origine laboratoriale e organizzato un insabbiamento. Mostra una preoccupazione seria, una discussione fra specialisti e un cambiamento delle valutazioni. Nella scienza cambiare opinione non è una confessione: accade quando un’ipotesi incontra nuovi dati. Per dimostrare un complotto occorrerebbe provare che il cambiamento fu imposto da ordini, minacce o ricompense. I documenti pubblici non lo provano.</p>
<p>Ciò non significa che la comunicazione fu impeccabile. L’articolo The Proximal Origin of SARS-CoV-2, al quale Fauci non partecipò come autore ma la cui genesi contribuì ad avviare, offriva argomenti seri contro l’ingegnerizzazione intenzionale. Si spinse però troppo oltre nel presentare come implausibile qualunque scenario collegato a un laboratorio. Messaggi privati mostrano che alcuni autori conservarono dubbi maggiori di quelli espressi nel testo. Fauci partecipò alla discussione, ricevette almeno una bozza e citò pubblicamente il lavoro. Avrebbe dovuto chiarire il proprio ruolo e, ad esempio,  la differenza tra “virus intenzionalmente costruito” e “virus uscito accidentalmente da un laboratorio”. Trasparenza incompleta non significa però conoscenza segreta; comunicazione categorica non significa falsificazione deliberata.</p>
<p>Ancora oggi l’origine del SARS-CoV-2 non è stabilita definitivamente. Le prove favoriscono un passaggio tra specie, spillover, ma i dati cinesi mancanti non consentono di escludere un incidente di laboratorio. Non possiamo retrodatare al febbraio 2020 certezze che non possediamo neppure oggi.</p>
<p>Il punto più vulnerabile riguarda forse la vicenda EcoHealth Alliance e la questione del  potenziamento delle funzioni. Il NIAID diretto da Fauci finanziò EcoHealth nel 2015,  che trasferì parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology come previsto. Nel progetto furono costruiti coronavirus chimerici e alcuni mostrarono proprietà accresciute in topi transgenici con recettore umano ACE2. EcoHealth consegnò con quasi due anni di ritardo un rapporto; il NIH non lo sollecitò tempestivamente; i dati originali richiesti non furono mai  messi a disposizione. È un grave fallimento di controllo della ricerca.</p>
<p>Anche la risposta data da Fauci al Congresso nel 2021 fu troppo assoluta. Quando disse che il NIH non aveva mai finanziato potenziamento delle funzioni  a Wuhan, usava la definizione regolatoria ristretta, relativa a potenziali patogeni pandemici altamente trasmissibili e virulenti nell’uomo. Rand Paul usava invece il significato biologico generale: un esperimento che aumenta una funzione. Fauci avrebbe dovuto spiegare la distinzione, non rispondere con un “no” che sembrava negare qualunque aumento sperimentale. Fu una risposta tecnicamente difendibile nel quadro regolatorio, ma comunicativamente fuorviante.</p>
<p>Da questo però non discende che il progetto abbia creato SARS-CoV-2. I virus documentati sono troppo lontani filogeneticamente per esserne i progenitori diretti. Non è provato che Fauci abbia approvato i singoli esperimenti, conosciuto in anticipo i risultati o finanziato consapevolmente il virus pandemico. La sequenza accusatoria — controllo insufficiente, esperimento rischioso, creazione del Covid, conoscenza personale, occultamento, crimine — passa da fatti reali a conclusioni non dimostrate. È qui che un’inchiesta necessaria sulla biosicurezza diventa un processo politico per estrapolazione.</p>
<p>Sulle mascherine Fauci commise degli errori. L’8 marzo 2020 disse che non vi era ragione perché una persona sana circolasse con una mascherina. Sapeva già che la trasmissione da persone senza sintomi era possibile, anche se non ne conosceva l’importanza quantitativa; sapeva inoltre che negli ospedali mancavano questi dispositivi. Mescolò l’incertezza sulla protezione individuale, la sottovalutazione del controllo della sorgente e la necessità di riservare le mascherine migliori ai sanitari. Ne uscì una formula paternalistica e troppo netta.</p>
<p>Ma il diario registra la correzione. Il 30 marzo Fauci porta alla task force il problema delle particelle emesse parlando; il giorno successivo scrive che le autorità erano state troppo forti nel dire che le mascherine non funzionavano. Il 3 aprile il CDC cambia raccomandazione alla luce della trasmissione presintomatica. Questo non rende giusta la frase iniziale. Mostra però il meccanismo, imperfetto, con cui la scienza corregge se stessa. Per parlare di menzogna occorrerebbe provare che Fauci conoscesse già l’efficacia del mascheramento comunitario e volesse ingannare il pubblico. I diari mostrano invece incertezza, scarsità di materiali e cattiva comunicazione.<br>
Anche sulle restrizioni la lettura deve essere onesta. Fauci non fu marginale. Nei diari rivendica un ruolo nelle raccomandazioni sulla chiusura delle scuole di New York, di bar e ristoranti e nell’estensione delle misure federali. Nel marzo 2020, con test insufficienti, nessun vaccino, nessuna terapia specifica e ospedali a rischio, una riduzione drastica e temporanea dei contatti aveva una motivazione epidemiologica razionale, così come del resto fu fatto in Italia e in altri paesi. Ciò non significa che ogni misura successiva sia stata proporzionata, né che siano stati valutati adeguatamente i danni all’istruzione, alla salute mentale e alle diseguaglianze. Il campo visivo di Fauci era quello dell’infettivologo; spettava alla politica integrare gli altri interessi. Ma Fauci consigliava: non aveva il potere giuridico di chiudere gli Stati Uniti. Attribuirgli tutte le decisioni di presidenti, governatori, sindaci e autorità scolastiche significa costruire un capro espiatorio.</p>
<p>Persino il dossier sui premi, usato in audizione per dipingerlo come un uomo arricchitosi sui morti, racconta una storia diversa dalla corruzione. Fauci coltivava candidature a premi e personale del NIAID contribuì in un caso alla preparazione di un  dossier per il Dan David Prize. È un comportamento discutibile per vanità, opportunità e uso di risorse pubbliche. Il premio principale, quasi 900 mila dollari, proveniva però da una fondazione privata, non da fondi Covid o dal NIAID. Fu sottoposto a una procedura etica formale che durò a lungo; altri premi in denaro per Fauci furono vietati perché gli enti erogatori avevano rapporti con l’istituto. Non vi è la prova di uno scambio di favori o di appropriazione di denaro pubblico. Accostare “un milione di morti” e “un milione di dollari” è un montaggio emotivo che può avere efficacia oratoria, non un nesso causale.</p>
<p>La trasparenza resta un dovere. David Morens, già consigliere del NIAID, ha appena ammesso di avere cospirato per sottrarre alcune mail alle regole federali di accesso agli atti. È un fatto grave. Ma Fauci non è accusato in quel procedimento: la responsabilità non è contagiosa per prossimità, deve essere individuale e provata.</p>
<p>Che cosa resta, dopo migliaia di pagine? Un  ritratto di un Fauci non infallibile: ambizioso, consapevole del proprio ruolo, talvolta difensivo, troppo categorico su questioni incerte e responsabile, come direttore, di un sistema di supervisione che almeno in un caso fallì. Ma anche uno scienziato che riconobbe errori nei propri appunti, contestò modelli catastrofici quando li riteneva inadeguati, prese sul serio l’ipotesi di laboratorio e cercò di proteggere la popolazione del suo paese in una crisi senza precedenti. Dai documenti emerge materia per critica, riforme e responsabilità amministrativa. Non emerge la prova che abbia creato il virus, conosciuto segretamente la sua origine o organizzato un inganno criminale.</p>
<p>Definire “sciacallaggio politico” ciò che sta accadendo non significa quindi  sottrarre Fauci alle domande. Significa osservare il metodo con cui fatti parziali vengono selezionati, privati del contesto e collegati fino a produrre una colpa totale. L’errore diventa frode; la revisione di una raccomandazione diventa menzogna; l’influenza scientifica diventa potere dittatoriale; un premio autorizzato diventa tangente; il silenzio costituzionalmente protetto diventa confessione. È una tecnica di demolizione personale, non un controllo parlamentare equilibrato.</p>
<p>Il danno supera il destino di Fauci. Se chi serve lo Stato durante un’emergenza sa che anni dopo ogni esitazione o correzione potrà essere reinterpretata come indizio criminale da una maggioranza ostile, i migliori scienziati impareranno a tacere o a non entrare nelle istituzioni. La prossima crisi troverà governi più soli e cittadini ancora più diffidenti.</p>
<p>Una democrazia deve giudicare severamente i propri esperti. Deve pretendere dati accessibili, conflitti dichiarati, email conservate e decisioni motivate. Ma deve sapere distinguere l’errore dalla frode, la responsabilità amministrativa dal crimine, l’incertezza dalla menzogna. Le controversie scientifiche si risolvono con dati e confronto tra ipotesi; le responsabilità penali con prove, contraddittorio e giudici indipendenti. Quando la politica decide prima la colpa e poi cerca nei documenti frammenti utili a sostenerla, non difende la verità: la sostituisce con una narrazione.</p>
<p>I nuovi Bellarmino possono vincere un’audizione. Ma il futuro delle democrazie dipende ancora dal metodo di Galileo: osservare, dubitare, correggere, distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo. Difenderlo non significa assolvere ogni scelta di Fauci, ma preservare la possibilità che domani uno scienziato competente metta il proprio sapere al servizio dell’interesse pubblico.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/files/Analisi_Fauci_Diari_e_Documenti_v2_2026-08-23_0.pdf">Scarica l&rsquo;analisi completa dei diari di Fauci.</a></p>
<p>Articolo pubblicato il 25 agosto su <em><a href="https://www.iltquotidiano.it/articoli/anthony-fauci-nel-mirino-maga-lanalisi-del-fisico-battiston-sulle-quasi-500-mila-parole-dei-diari-un-processo-alla-scienza/" rel="noopener">il T Quotidiano</a></em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Deumanizzare, violentare, prostituire: lo sfruttamento sessuale delle donne migranti tra Tunisia e Libia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia/</guid><pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>societa</category><description>Trentatré testimonianze raccolte da un gruppo internazionale di ricercatrici e ricercatori ricostruiscono una serie di arresti, espulsioni, detenzione e sfruttamento sessuale. Al centro di queste vicende ci sono le donne migranti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«(A Sfax) i poliziotti sono venuti a prenderci dopo aver rotto tutto. Non so come sia successo, ci hanno violentato, capisci. Durante un&rsquo;irruzione della polizia nelle <em>zitounes</em>*, la polizia ha violentato le donne, compresa mia figlia, che è rimasta incinta… Sì, ti arrivano addosso, sì&hellip; non sapevo cosa fare, mi hanno picchiato e volevo difendere mia figlia che è stata violentata».</p>
<p>Questa è la testimonianza di FTM, che racconta di essere stata portata in una struttura a Characharah, in Libia, dove donne e bambini vivono in condizioni estreme e dove carcerieri e acquirenti dispongono dei loro corpi.</p>
<p>Il processo di negoziazione e di scambio tra guardie e soggetti esterni è chiamato <em>barnamiche</em>, ma è solo uno degli ultimi passaggi ai quali uomini e donne detenute sono sottoposti. Comincia tutto molto prima: con un arresto, una perquisizione, un documento distrutto, un viaggio dentro camion per il bestiame.</p>
<p>Quella di FTM non è una storia isolata: è uno dei 33 racconti raccolti da dicembre 2024 a febbraio da RR[X] - gruppo internazionale di ricerca che ha scelto di rimanere anonimo per proteggere ricercatori e ricercatrici, collaboratori e testimoni - in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Il rapporto <a href="https://statetrafficking.net/WomenStateTrafficking_IT.pdf" rel="noopener"><em>Women State Trafficking</em></a>, in cui sono raccolte queste storie, denuncia violenze di genere,  tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia e sfruttamento sessuale.</p>
<p>Secondo RR[X], tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone sarebbero state vittime della tratta di Stato: una stima per difetto, calcolata sulle 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia alla Libia che il gruppo dichiara di avere documentato attraverso le testimonianze.</p>
<p>Il <a href="https://statetrafficking.net/StateTrafficking_IT_light.pdf" rel="noopener">primo rapporto</a> aveva individuato cinque passaggi: arresto in Tunisia, trasporto verso il confine, detenzione nelle aree di frontiera, passaggio e vendita a gruppi armati libici e, infine, detenzione nelle prigioni libiche fino al pagamento di un riscatto. Il nuovo rapporto aggiunge a questa sequenza una domanda: cosa succede alle donne quando il riscatto non può essere pagato?</p>
<p>Diciannove delle persone intervistate sono donne, tre delle quali minorenni; tredici sono madri di bambini piccoli o neonati e cinque erano incinte al momento dell&rsquo;arresto e dell&rsquo;espulsione.</p>
<p>Le interviste, condotte da una ricercatrice con esperienza nei servizi antitratta, non raccontano soltanto singoli episodi di violenza, ricostruiscono una sequenza: dall&rsquo;arresto e dal trasferimento forzato dalla Tunisia alla detenzione in Libia, fino al sequestro e allo sfruttamento. In alcuni casi, le testimoni e i testimoni hanno condiviso con RR[X] immagini audio e video che, secondi i ricercatori e le ricercatrici, hanno permesso di ricostruire i tempi e i luoghi delle violenze.</p>
<p>Le testimonianze sono organizzate attorno a tre verbi: deumanizzare, violentare, prostituire.</p>
<h2 id="deumanizzare-da-persona-a-corpo-prigioniero">Deumanizzare: da persona a corpo prigioniero</h2><p>Nelle aree di frontiera tra Tunisia e Libia, le persone vengono rinchiuse in spazi che le testimonianze descrivono come gabbie o recinti metallici. Alcuni hangar sono sovraffollati, privi di ventilazione e di servizi igienici; in alcuni casi l&rsquo;acqua distribuita sarebbe salata o destinata agli animali.</p>
<p>Le pratiche raccontate dalle persone migranti mostrano «una progressiva distruzione della dignità personale, attraverso la cancellazione di status, diritti e umanità. L’arresto arbitrario, la distruzione dei documenti, le perquisizioni pubbliche, il trasporto in condizioni degradanti, la reclusione in spazi assimilati a gabbie e, infine, la cessione a soggetti armati terzi non sono dunque episodi isolati, ma si configurano come segmenti di una medesima filiera, finalizzata alla trasformazione delle persone in merci. Da soggetti titolari di diritti a corpi trattenuti, trasferibili e scambiabili liberamente», si legge nel report.</p>
<p>Anche la cura si trasforma in uno strumento di coercizione. Le testimonianze descrivono la privazione di acqua e cibo e il diniego di assistenza sanitaria. Tra le violenze subite dalle donne detenute ci sono anche numerosi casi di aborti indotti dalle condizioni di deprivazione. Inoltre, neonati e bambini piccoli sono stati trattenuti in condizioni igieniche estremamente precarie.</p>
<p>La gravidanza diventa un&rsquo;ulteriore vulnerabilità: le donne sono costrette ad affrontare da sole emergenze mediche, gravidanze indesiderate e aborti spontanei all’interno delle celle, in totale assenza di personale medico e con l’unico supporto delle altre recluse. Come viene ribadito più volte nel report, non è soltanto l&rsquo;assenza di un medico a rendere queste condizioni particolarmente gravi. È il fatto che, secondo le testimonianze, la richiesta di aiuto rimanga senza risposta anche quando le conseguenze sono evidenti. «L’assenza di cure mediche non si configura come una conseguenza involontaria di una disattenzione o come il prodotto di una più generale condizione di inefficienza, bensì come una tecnica di coercizione, al limite della tortura, nei confronti di un soggetto razzializzato, il cui genere delinea una condizione di ulteriore vulnerabilità», spiega RR[X].</p>
<h2 id="violentare-le-dinamiche-del-potere">Violentare: le dinamiche del potere</h2><p>Il rapporto raccoglie racconti di ispezioni corporali invasive effettuate da uomini in uniforme, anche in luoghi esposti alla vista degli altri detenuti. In alcuni casi, le perquisizioni sarebbero sfociate in veri e propri abusi sessuali. Una delle testimonianze raccolte nel rapporto racconta di oltre 70 persone trasferite dalla Tunisia alla Libia. Secondo la donna, al confine sarebbe avvenuto uno scambio tra i due gruppi: «Ci hanno venduto in cambio di taniche di carburante». Dopo lo scambio, uomini e donne sarebbero stati trasferiti in diverse strutture detentive.</p>
<p>Le violenze non si interrompono una volta attraversato il confine. In Libia, raccontano le donne intervistate, gli stupri possono diventare quotidiani. Le guardie entrano nelle strutture detentive, scelgono alcune donne e le portano fuori, talvolta con il pretesto di un lavoro. In altri casi le donne vengono trasferite in edifici abbandonati nei pressi delle prigioni, dove subiscono violenze e poi vengono riportate in cella. Una testimone racconta di donne selezionate quotidianamente e portate fuori dalla prigione per essere violentate. Un&rsquo;altra descrive perquisizioni intime ripetute e la selezione di donne per lavori che si rivelano poi essere violenza sessuale.</p>
<p>Lo stupro non è soltanto una forma di violenza individuale, ma uno strumento di potere usato anche contro chi assiste. Il rapporto denuncia anche episodi di violenza sessuale compiuti davanti ad altri detenuti, compresi mariti, padri e figli. La donna diventa il bersaglio diretto; la sua famiglia, quello indiretto. La minore età non costituisce una protezione dalla violenza fisica e i bambini possono essere costretti ad assistere alle violenze subite dalle madri.</p>
<p>Il corpo, a questo punto, non è più soltanto prigioniero, è un corpo sul quale il potere può esercitarsi senza limiti.</p>
<h2 id="prostituire-quando-la-prigione-diventa-mercato">Prostituire: quando la prigione diventa mercato</h2><p>Le testimonianze permettono, secondo RR[X], di ricostruire il passaggio dalla prigione al lavoro forzato e, per molte donne, dalla prigione alla prostituzione forzata. Il meccanismo funziona così: chi non può pagare il riscatto resta detenuto. Per le donne che non dispongono di una rete familiare in grado di procurare il denaro, il lavoro sessuale forzato diventa in alcuni casi il modo imposto per estinguere il debito. Tra le 19 intervistate, 7 sono state avviate al lavoro sessuale forzato nelle cosiddette “case della prostituzione”, ulteriori luoghi di detenzione e sfruttamento.</p>
<p>Nel report si accenna anche al processo di negoziazione e scambio delle donne facendo riferimento a dei “cataloghi”. Una delle testimonianze, infatti, racconta di essere stata fotografata dalle guardie. Gli uomini arrivano nelle strutture, osservano le fotografie, scelgono le donne e trattano con le guardie.</p>
<p>Una delle donne intervistate racconta di essere stata venduta da una guardia libica, portata in un bordello e costretta alla prostituzione. Dice di non avere avuto scelta sui clienti né sul prezzo: il denaro veniva incassato dai proprietari. Il lavoro poteva inoltre estendersi fuori dal bordello, con trasferimenti nelle case dei clienti o per lavori domestici. Il debito, alla fine, era considerato saldato e solo allora arrivava la possibilità di uscire.</p>
<p>Una testimone racconta di essere stata venduta in due bordelli diversi mentre aveva con sé la sorella di otto anni, costretta ad assistere a ogni abuso. Quando la testimone si rifiutava di<br>
prostituirsi, veniva costretta sotto minaccia di sottoporre la sorella alla stessa violenza.</p>
<p>RR[X] parla di “schiavitù per debito”, temporanea nella durata ma imprevedibile nella sua fine, e capace di trasferire le donne dalle prigioni alle case di prostituzione forzata o al lavoro domestico.</p>
<h2 id="le-responsabilità-delleuropa">Le responsabilità dell’Europa</h2><p>«Dal 2023 a oggi, la Tunisia, grazie all’impiego di ingenti fondi europei, ha costruito un sistema di intercettazioni in mare, arresti ed espulsioni collettive verso la Libia che colpisce migliaia di migranti e rifugiati di origine subsahariana, fra cui numerose donne, famiglie, minori e bambini», denuncia RR[X] in apertura del rapporto.</p>
<p>Nel febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato l&rsquo;inserimento della Tunisia nell&rsquo;elenco UE dei Paesi di origine sicuri. Una scelta contestata da numerose organizzazioni non governative e associazioni per i diritti umani.</p>
<p>Ripercorrendo quanto successo prima di questi eventi, nel febbraio 2025, dopo la pubblicazione del primo rapporto, il Ministero degli Esteri tunisino aveva respinto le denunce definendole «accuse calunniose» e basate su «notizie false e fuorvianti». Nella risposta del marzo 2025 a una comunicazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, la missione tunisina a Ginevra aveva sostenuto di non avere ricevuto denunce relative al coinvolgimento delle autorità tunisine nella tratta e di non avere quindi avviato indagini.</p>
<p>RR[X] cita inoltre un rapporto del 2025 del Dipartimento di Stato statunitense sulla tratta di esseri umani con delle segnalazioni secondo cui alcuni funzionari tunisini avrebbero “venduto” migranti alle autorità libiche e a gruppi armati per sfruttarli nel traffico di manodopera e nel traffico sessuale.</p>
<p>Sul piano giudiziario, con il supporto legale di Asgi, due ricorsi sono stati depositati contro la Tunisia alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Si fondano sulle testimonianze di due sopravvissuti oggi in Italia e mirano a far emergere la responsabilità dello Stato tunisino per «detenzione arbitraria, violenza, espulsione collettiva e vendita di esseri umani a reti di sfruttamento libiche».</p>
<p>Nelle raccomandazioni finali di <em>Women State Trafficking</em> si chiede protezione immediata per le vittime e i testimoni, accesso pieno alle strutture della Guardia nazionale tunisina al porto di Sfax e nelle aree di frontiera tra El Meguissem (Tunisia) e Al Assah (Libia), un’indagine internazionale indipendente anche sulle fosse comuni e la sospensione di ogni nuovo finanziamento europeo per le politiche di frontiera verso Tunisia e Libia finché non saranno chiarite le responsabilità.</p>
<p>*<em>Derivato dalla parola araba che significa “olive” (zaytoun), questo termine è usato per descrivere accampamenti informali all’aperto o rifugi di fortuna nascosti tra gli uliveti o nei campi.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Abbiamo ormai perso le speranze per restare sotto 1, 5°C?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5/</guid><pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ci vuole una certa pazienza a fare comunicazione climatica se bisogna continuare a ripetere ossessivamente quali sono le cose da fare per arrivare a zero emissioni nette e per adattarsi al clima che cambia. Questa volta la strigliata arriva dall’UNEP che ci dice che non è affatto detto che l’umanità riuscirà a restare sotto 1,5°C per fine secolo. Che serve usare tutte le tecnologie in campo, compresa la rimozione artificiale di CO 2 dall’atmosfera. Che serve – udite udite – darsi una mossa. Il nuovo rapporto identifica un pacchetto di azioni climatiche che devono servire per contenere il sorpasso di 1,5°C il più possibile e favorire un rientro veloce e sicuro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È uscito il 2 settembre un nuovo <a href="https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/unep-world-set-cross-15degc-global-warming-can-still-limit-adapt-and" rel="noopener">report</a> dell’UNEP dal titolo <em>Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return</em>. Il messaggio principale è che il superamento temporaneo di 1,5°C è ormai inevitabile date le traiettorie di emissioni e le politiche attuali. Ricordiamo sempre che stiamo parlando dell’aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali. La questione per i decisori politici non è più solo come evitare il sorpasso, ma come comprendere, prepararsi e navigare un futuro in cui le temperature globali superano il limite minimo sancito dall’Accordo di Parigi. L’altro messaggio importante è che ogni frazione di grado evitata riduce i rischi climatici, quindi di certo – come tutti quelli che si occupano di clima ripetono – non ha senso parlare di sconfitta o resa. Non è che sotto i 1,5°C c’è l’eden e sopra c’è l’inferno.</p>
<p>Nello scenario più ottimistico ritorna un numero che già da qualche anno avevamo iniziato a leggere: 1,8°C. Comunque sotto i 2°C, che sono l’altra famosa soglia, più “permissiva”, dell’Accordo di Parigi. Il rapporto delinea il percorso da intraprendere per ridurre i danni a barriere coralline, ghiacciai, evitare <em>tipping point</em>, assicurare sicurezza alimentare e idrica, salute, ridurre gli impatti nelle città, negli oceani, e via dicendo. Il percorso, appunto, è &ldquo;<em>overshoot, peak and decline</em>&rdquo; (superamento, picco, declino) e prevede tre fasi: risposta immediata, contenimento, resilienza di lungo periodo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="percorso per contenere il sorpasso del 1,5°C" width="1654" height="2339" loading="lazy" decoding="async">
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<p>«Il report UNEP ci mette davanti a una dura realtà, quella del previsto sforamento di uno dei due obiettivi-limite dell&rsquo;Accordo di Parigi», ci ha detto Jacopo Bencini, Presidente di Italian Climate Network. «La notizia non arriva sicuramente a freddo, anzi, i dati confermano un trend già ampiamente anticipato e che conferma la potenza distruttiva dell&rsquo;inazione politica. A portarci sulla strada di 1,8°C sono infatti le politiche insufficienti dei governi e dei loro piani clima, gli NDC [gli obiettivi climatici ufficiali dei singoli paesi], ancora ampiamente inadatti (e spesso sottofinanziati a livello nazionale) rispetto alla sfida».</p>
<p>La noia mortale è il sentimento che chi parla di clima (e chi lo studia) prova nel ripetere ossessivamente le soluzioni da mettere in campo. Sono sempre quelle e servono sostanzialmente a ridurre le emissioni da un lato e adattarsi agli impatti climatici crescenti dall’altro. Come noto, NON sono una alternativa all’altra. Il report è categorico: mitigazione e adattamento sono fondamentalmente interconnessi e devono avanzare insieme in tutte le fasi. Non c&rsquo;è gerarchia netta tra le due. Una mitigazione debole aumenta gli impatti e rischia di dirottare fondi verso risposte di emergenza invece che verso l&rsquo;azione climatica, creando un circolo vizioso. Riduzioni rapide di CO₂, metano e altri gas serra restano la priorità immediata. Contemporaneamente, anche la mitigazione di maggior successo non eliminerà il bisogno di adattamento: 1,5°C non è considerato sicuro per la maggior parte di nazioni, comunità, ecosistemi e settori. Serve un adattamento &ldquo;trasformazionale&rdquo;, non incrementale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-2.png.webp 947w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="soluzioni per ridurre le emissioni" width="947" height="712" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ecco quindi che serve mettere in campo tutti gli strumenti necessari, e un ruolo dovrà averlo anche la rimozione di CO₂ dall’atmosfera, ma con limiti forti e una governance robusta, scrive l’UNEP. Messaggio alle multinazionali fossili: rimuovere gas serra dall’atmosfera NON serve per continuare a estrare gas, petrolio e carbone, che vanno eliminati in ogni caso. L’altro tema di cui non ci si deve dimenticare è che equità e giustizia devono essere al centro della transizione, perché ci sono paesi che hanno responsabilità storiche maggiori di altri (per essere concisi: l’occidente, il G20, noi, quelli ricchi) e che hanno il compito di aiutare il resto del mondo.</p>
<p>Il pacchetto d’azione dell’UNEP ci dice che dopo un certo periodo di “overshooting”, di superamento del 1,5°C, si potrà tornare sottosoglia, ma questo purtroppo non elimina molte delle perdite che si registreranno, che saranno irreversibili e permanenti comunque. Questo percorso si estende verosimilmente fino a fine secolo, con gli scenari più ottimistici che vedono un ritorno sotto 1,5°C entro qualche decennio.</p>
<blockquote>
<p>Anche in scenari in cui le emissioni nette negative di CO₂ raggiungano le 10 GtCO₂ [miliardi di tonnellate di anidride carbonica] all’anno, ovvero circa un quarto delle emissioni attuali di CO₂, il riscaldamento potrebbe ridursi solo di circa 0,05 °C per decennio. In altre parole, un decennio di riscaldamento globale al ritmo attuale di circa 0,25 °C per decennio potrebbe richiedere circa 50 anni per essere invertito, anche ipotizzando scenari ottimistici di CDR [<em>Carbon Dioxide Removal</em>, rimozione dell’anidride carbonica]. L’impiego attuale di queste tecnologie rimane ben al di sotto di tali livelli: nell’ultimo decennio, la rimozione durevole della CO₂ basata sul suolo ha raggiunto in media circa 2 GtCO₂ all’anno, mentre i nuovi metodi di CDR, che utilizzano tecnologie per catturare e stoccare il carbonio, hanno rimosso quantità pari a circa un millesimo di tale valore.</p></blockquote>
<p>Sia la possibilità che la velocità di tornare sotto i 1,5°C una volta superati dipende da vari fattori: la riduzione delle emissioni a breve termine, mantenimento nel tempo di basse emissioni, uso massimo sostenibile di rimozione di CO₂, risposta climatica del sistema Terra (e qui c’è più incertezza dovuta anche ai noti <em>tipping point</em>), capacità di <em>governance</em> globale (una volta arrivate le &ldquo;condizioni di picco&rdquo;, dice l’UNEP, lo spazio politico per costruire politiche climatiche si restringe), l&rsquo;entità del livello di picco raggiunto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="unep tabella strategia" width="1454" height="1082" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="unep tabella strategia rimozione co2" width="1416" height="1111" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Immagini tratte dal rapporto UNEP e tradotte</p>
<p>Ciò non toglie che il superamento diventi da temporaneo a permanente. Dipende, appunto, da quanto decisamente agiremo. Oltre circa 1,8°C, il declino verso 1,5°C entro il ventunesimo secolo diventa sempre più difficile, perché la capacità naturale di rimozione e trattenimento del carbonio si degraderebbe e la competizione con altri obiettivi di sviluppo sostenibile limiterebbe la fattibilità di strategie di mitigazione ad alta intensità di suolo. In altre parole, se per ridurre le emissioni instauro una fantastica dittatura climatica, andrò a comprimere diritti sociali e civili, partecipazione politica, e così via. Per quanto riguarda poi i <em>tipping point</em>, evidenze crescenti indicano che un riscaldamento sostenuto sopra 1,5°C aumenta il rischio di innescarne uno o più (vedi calotte antartica occidentale e groenlandese, AMOC, foresta amazzonica, ecc.).</p>
<p>Conclude Bencini: «Sta ora sempre più alla società civile, alla scienza, ai partiti politici spingere i governi a non vedere quella del clima come una partita persa in partenza verso le prossime COP, piuttosto, a prendere i lati – se così possiamo dire – positivi del report, ossia il fatto che esiste ancora tecnicamente la possibilità di contenere il danno». Ecco perché, alla prossima COP31 di novembre ad Antalya in Turchia «si dovrà avviare al meglio il percorso che porta al secondo check-up climatico previsto per il 2028, probabilmente in quella che sarà la COP della Cina, dove i governi dovranno necessariamente proporre strumenti per blindare Parigi mentre agiscono, secondo schemi plurilaterali e per piccoli gruppi, al di fuori delle sale negoziali».</p>
<p>Nel report ci sono un paio di focus sui costi economici e sulle ripercussioni legali che è interessante leggere. Li riassumiamo qui sotto.</p>
<ul>
<li>Lo stress da calore riduce la produttività, soprattutto in agricoltura (le stime indicano una perduta al 2050 in Ghana dell’8,5%, in Sri Lanka del 6/8%, in Guinea-Bissau del 9,5%), colpendo più i lavoratori manuali che quelli d&rsquo;ufficio.</li>
<li>Cali di resa agricola e di disponibilità idrica si traducono in perdite economiche più ampie. In Argentina l’assenza di misure può portare a compromettere il 25% dell&rsquo;attuale superficie irrigata, causando perdite annuali per circa 837 milioni di dollari, danni ingenti sono previsti anche Ghana, Iraq, Pakistan, con impatti aggravati su Piccoli Stati Insulari (come la pesca alle Maldive).</li>
<li>Eventi estremi generano danni economici crescenti e a cascata su trasporti e reti (in Pakistan le alluvioni del 2022 hanno causato oltre 30 miliardi di dollari di danni).</li>
<li>Gli impatti climatici aumentano la povertà e colpiscono in modo sproporzionato i più poveri, spesso senza copertura sociale adeguata.</li>
</ul>
<p>Molto interessanti anche le implicazioni legali che si presenterebbero in caso di superamento di 1,5°C.</p>
<ul>
<li>Il quadro giuridico internazionale (UNFCCC, Accordo di Parigi, UNCLOS - la convenzione sul diritto del mare - e i vari obblighi consuetudinari) resta imperniato su 1,5°C e continuerà a guidare gli obblighi degli Stati anche in caso di superamento: un percorso di <em>overshoot</em> non sostituisce questo quadro legale, ne cambia solo le circostanze applicative.</li>
<li>In un <a href="https://www.icj-cij.org/case/187" rel="noopener">parere consultivo 2025</a>, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha stabilito che 1,5°C è l&rsquo;obiettivo primario concordato dalle parti dell&rsquo;Accordo di Parigi, e che gli Stati devono esercitare una <em>due diligence</em> rigorosa nel preparare NDC coerenti con questo obiettivo. Il <a href="https://www.itlos.org/en/main/cases/list-of-cases/request-for-an-advisory-opinion-submitted-by-the-commission-of-small-island-states-on-climate-change-and-international-law-request-for-advisory-opinion-submitted-to-the-tribunal/" rel="noopener">Tribunale internazionale per il diritto del mare</a> ha analogamente legato gli obblighi di mitigazione alla soglia di 1,5°C e alle «migliori conoscenze scientifiche disponibili».</li>
<li>Gli Stati devono regolare rigorosamente le emissioni di gas serra, incluse quelle di attori privati; l&rsquo;ICJ ha identificato la produzione e il consumo di combustibili fossili, le licenze di esplorazione per idrocarburi e i sussidi alle fonti fossili come aree giuridiche dove l&rsquo;inazione può costituire un illecito internazionale.</li>
<li>La rimozione di carbonio è legalmente trattata come complementare alla mitigazione, non sostitutiva, e resta soggetta a vincoli su biodiversità, ambiente marino, diritti umani e interessi di altri Stati.</li>
<li>Gli obblighi di adattamento acquistano importanza crescente sotto <em>overshoot</em>: gli Stati devono pianificare e agire con <em>due diligence</em> e alla luce delle «migliori conoscenze scientifiche», anche per i danni che persistono dopo il declino delle temperature.</li>
<li>Gli Stati devono cooperare tramite finanza, trasferimento tecnologico, <em>capacity-building</em> e condivisione di dati scientifici, specie a beneficio degli Stati vulnerabili in via di sviluppo con minore accesso a informazioni tecniche.</li>
</ul>
<p>Anche dal punto di vista giuridico, quindi, sembra esserci una sostanziale certezza sul fatto che il diritto internazionale riconosca e tuteli gli obblighi della transizione ecologica e punisca i trasgressori. Non sarebbe male, già che ci siamo, che <a href="https://www.ibanet.org/ecocide-rome-statute" rel="noopener">l’ecocidio</a> diventi finalmente il quinto reato internazionale presso la Corte Penale Internazionale.</p>
<p>Ora, ai Master di comunicazione della scienza insegnano che non si deve terrorizzare il pubblico (non si deve dire al fumatore/fumatrice che se continuerà a fumare morirà molto probabilmente di cancro ai polmoni in atroci sofferenze), perché questo produce una risposta di rigetto. La psicologia ha indagato ormai i vari <em>bias</em> comunicativi a cui prestare attenzione: non dare la soluzione magica, non guardare solo il proprio cortile, non fidarsi della prima impressione, ecc. (ne avevamo parlato anche nei <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/okclima/" rel="noopener">corsi di formazione Ok!Clima</a>). Ecco, le soluzioni le abbiamo date (anche questo è un imperativo della comunicazione climatica), e le ricordiamo a ogni santo articolo di clima che scriviamo. Sfugge, tuttavia, come in presenza di questi scenari ci si possa ancora concedere il lusso di non spaventare troppo le persone tranquillizzandole che tanto andrà tutto bene. Non è così, l’abbiamo visto anche stavolta. E come ogni volta ricordiamo che le scelte politiche climatiche dei governi (e dei parlamenti) passano innanzitutto attraverso il nostro voto alle urne elettorali, attraverso la partecipazione politica attiva e attraverso l’adesione collettiva alle azioni di mitigazione e adattamento climatico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Afghanistan, lo sguardo miope (e colpevole) dell'Occidente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente/</guid><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 07:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><description>Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, l&amp;amp;rsquo;Afghanistan resta terra di repressione sistematica e collasso sanitario, aggravato dai tagli USAID. Mentre la Corte penale internazionale è sotto attacco e l&amp;amp;rsquo;Europa negozia rimpatri con un regime che non riconosce, la resistenza delle donne afghane, dalle scuole clandestine di Herat alle dottoresse rimaste sul campo, continua a chiedere al mondo di non guardare altrove. U.S. Marine Corps foto del sergente Victor Mancilla - Wikimedia Commons</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 15 agosto i media hanno ricordato e, in qualche misura celebrato, il quinto anniversario della nuova presa di potere dei talebani a Kabul. Ma, a mio parere, l&rsquo;immagine che racconta davvero il cambio di regime non è quella della vittoria dei miliziani entrati nel palazzo presidenziale, ma quella dei giorni successivi, all&rsquo;aeroporto Hamid Karzai, con la folla afghana schiacciata contro le reti, i bambini passati di mano in mano oltre il filo spinato verso sconosciuti in uniforme, nella speranza che almeno loro avessero un futuro.</p>
<p>Erano bastati dieci giorni, tra il 6 e il 15 agosto 2021, perché cadessero tutti i 34 capoluoghi di provincia afghani: un collasso a catena che ha travolto il Paese da Zaranj, al confine iraniano, fino a Kabul, mentre l&rsquo;esercito addestrato ed equipaggiato dall&rsquo;Occidente per vent&rsquo;anni si dissolveva quasi senza combattere e il 30 agosto, a cinque anni da oggi, l&rsquo;ultimo C-17 americano decollava da Kabul poco prima di mezzanotte.</p>
<p>Sono tutti lì, in quelle scene, i segni della sconfitta: il tramonto di un disegno di democrazia, l&rsquo;abbandono delle persone che ci avevano creduto e ci si erano impegnate, la ricaduta verso una teocrazia soffocante e intransigente, la rete di confine che mette da una parte il mondo occidentale e dall&rsquo;altra ancora una volta la vecchia Asia o il Medio Oriente delle contrapposizioni geopolitiche.</p>
<p>Francesco Talò, allora ambasciatore italiano alla Nato e tra gli ultimi diplomatici occidentali a visitare Kabul prima del crollo, <a href="https://www.avvenire.it/mondo/agosto-2021-quel-ritiro-dallafghanistan-di-cui-porto-ancora-il-peso_112026" rel="noopener">ricorda</a> una frase che i talebani ripetevano ai negoziatori occidentali durante i colloqui di pace: «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo». Frase icastica quanto non mai e ormai ben nota. Avevano ragione: sapevano di avere il tempo dalla loro parte, mentre l&rsquo;Occidente aveva solo gli orologi di un ciclo elettorale.</p>
<h2 id="un-paese-cuscinetto-da-sempre">Un Paese cuscinetto, da sempre</h2><p>Tuttavia quella dell&rsquo;Afghanistan non è una storia di pace che si interrompe nel 2021, il Paese conosce piuttosto una storia di potenze esterne che se ne sono servite più volte per poi lasciarlo alle proprie macerie. Nell&rsquo;Ottocento è stato terreno di scontro tra l&rsquo;impero britannico e quello russo, il cosiddetto «Grande Gioco», e ha ottenuto la piena indipendenza solo nel 1919. Dopo un periodo di modernizzazione moderata sotto la monarchia, il colpo di Stato comunista del 1978 e l&rsquo;invasione sovietica dell&rsquo;anno successivo hanno aperto un decennio di guerra contro i mujaheddin, armati e finanziati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan.</p>
<p>Al ritiro sovietico del 1989 segue una sanguinosa guerra civile, poi l&rsquo;ascesa dei talebani, che prendono Kabul nel 1996, dando ospitalità ad al-Qaeda. Dopo l'11 settembre, l&rsquo;invasione a guida statunitense rovescia il primo Emirato e per vent&rsquo;anni successivi supporta una repubblica Islamica fragile ma reale, con una Costituzione, elezioni, e progressi concreti, specie nelle aree urbane, sull&rsquo;istruzione e sui diritti delle donne. La repubblica che il 15 agosto 2021 si è dissolta come neve al sole.</p>
<h2 id="centoquaranta-ordini-e-non-solo-contro-le-donne">Centoquaranta ordini, e non solo contro le donne</h2><p>Dal 2021 i talebani hanno imposto oltre 140 tra ordini e restrizioni, secondo il conteggio delle organizzazioni della diaspora afghana come <a href="https://rawadari.org/" rel="noopener">Rawadari</a>. Alle ragazze è vietato l&rsquo;accesso all&rsquo;istruzione oltre la sesta elementare; dal dicembre 2022 sono chiuse le università; dal dicembre 2024 anche gli ultimi corsi rimasti aperti alle donne, infermieristica e ostetricia, sono stati vietati. Una <a href="https://kritica.it/politica/il-regime-dei-talebani-vuole-normalizzarsi-la-societa-afghana-glielo-impedira/" rel="noopener">testimone</a> di RAWA, l&rsquo;associazione rivoluzionaria delle donne afghane, racconta cosa significhi oggi la parola apartheid di genere: esclusione sistematica dall&rsquo;istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica; il controllo di movimenti, abbigliamento, persino della voce per strada.</p>
<p>Il ministero del Vizio e della Virtù, istituito nel luglio 2024, ha vietato la musica, i saloni di bellezza e qualunque attività produttiva femminile, dentro o fuori le mura domestiche. Il regime usa il controllo delle SIM biometriche per identificare chi partecipa alle proteste, e secondo le testimonianze raccolte da RAWA gli operatori di telecomunicazione forniscono registrazioni vocali alle autorità quando richiesto, in particolare nelle province dove si sono svolte manifestazioni, come Herat e il Badakhshan.</p>
<p>Ma la repressione non colpisce solo le donne, per quanto siano il bersaglio principale. Il regime, per esempio, ha più volte tentato di spegnere del tutto internet, l&rsquo;ultima volta a fine settembre, salvo fare marcia indietro in 48 ore quando l&rsquo;economia, già in ginocchio, ha rischiato il collasso. Sulle attività economiche di ogni tipo, dal venditore ambulante ai matrimoni, pesano tangenti sistematiche, in un regime che le stesse fonti della diaspora descrivono ormai come apertamente mafioso. Le minoranze religiose ed etniche non sono risparmiate: nel Badakhshan i talebani combattono la popolazione ismailita per costringerla a convertirsi; a Herat, nel quartiere hazara di Jebrail, le proteste contro gli arresti per motivi di abbigliamento sono sfociate in scontri aperti con l&rsquo;esercito.</p>
<p>Eppure la società afghana non si è arresa. A Herat, un gruppo di 49 giovani insegnanti che si definiscono “i tulipani rossi”, coordinate da una donna che chiamano Leila per proteggerne l&rsquo;identità, ha continuato clandestinamente a far studiare 900 ragazze dopo che la loro prima scuola, <a href="https://www.avvenire.it/mondo/gul-mahdia-leil-e-le-altre-la-resistenza-delle-donne-afghane-passa-dalle-scuole-invisibili_111831" rel="noopener">sostenuta anche da una campagna di raccolta fondi</a> del quotidiano <em>Avvenire</em>, è stata chiusa e le coordinatrici arrestate e interrogate per settimane. Le lezioni si tengono dentro stanze minuscole, spesso all&rsquo;alba per non dare nell&rsquo;occhio, se un talebano chiede cosa vi si insegni, la risposta pronta è sempre la stessa: il Corano.</p>
<p>Il racconto sul quotidiano cattolico si arricchisce di testimonianze: una delle allieve porta in classe la figlia neonata perché non ha nessuno a cui lasciarla. Un&rsquo;altra racconta che aveva completato un corso di ostetricia, l&rsquo;unico ancora aperto alle donne fino al 2024, ma poi il ministero della Salute talebano si è rifiutato di rilasciarle l&rsquo;attestato: ha pagato le tasse, ma non può esercitare.</p>
<h2 id="un-sistema-sanitario-allo-sbando-un-mondo-che-stacca-la-spina">Un sistema sanitario allo sbando, un mondo che stacca la spina</h2><p>I numeri restituiscono la scala del problema, e vanno letti su due piani: quello che riguarda in modo specifico le donne, e quello che riguarda l&rsquo;intera popolazione afghana rispetto al resto del mondo. Sul primo piano, il dato più eloquente resta la mortalità materna: nel 2024 l&rsquo;Afghanistan ha registrato 638 morti materne ogni 100.000 nati vivi, il tasso più alto dell&rsquo;Asia, più del triplo della media mondiale (197 su 100.000). È un dato che nasce da una causa precisa: il divieto, imposto nel dicembre 2024, di formare nuove ostetriche e infermiere, sommato all&rsquo;obbligo del tutore maschio per il personale sanitario femminile, che nella pratica dimezza le squadre mediche disponibili nei villaggi.</p>
<p>È quello che <a href="https://rukhshana.com/en/behind-every-door-a-story-of-pain-one-of-afghanistans-few-female-doctors-reflects-on-her-work/" rel="noopener">racconta Manizha</a> (un nome di fantasia) una delle poche dottoresse rimaste attive nel Paese, la cui squadra è passata da 14 a 7 componenti per la mancanza di tutori maschi disposti ad accompagnarle nei villaggi rurali. esattamente la stessa carenza di personale sanitario femminile che pesa ogni giorno sul lavoro. </p>
<p>È un dato che segna un&rsquo;inversione di rotta, perché durante la fragile repubblica la mortalità materna afghana era scesa di quasi il 60%, da circa 1.600 morti ogni 100.000 nati vivi nel 2002 a 620 nel 2020. Il progresso più solido di vent&rsquo;anni di presenza occidentale.</p>
<p>Sul piano della popolazione nel suo complesso, il quadro è più sfumato di quanto ci si aspetterebbe. L&rsquo;<a href="https://ourworldindata.org/profile/health/afghanistan" rel="noopener">aspettativa di vita alla nascita</a> resta bassissima rispetto alla media dei Paesi OCSE: circa 66 anni contro oltre 81, ma il divario di genere al suo interno non è quello che si potrebbe immaginare: nel 2023 le donne afghane vivevano in media 67,5 anni contro i 64,5 degli uomini, un vantaggio femminile in linea, anche se ridotto, con quello osservato quasi ovunque nel mondo. Lo stesso vale per la mortalità sotto i cinque anni: nel 2024 era di 48,9 morti ogni 1.000 nati vivi tra le bambine e di 57 tra i bambini, di nuovo coerente con il pattern biologico globale. </p>
<p>Il vero differenziale di genere in Afghanistan, insomma, non emerge nell&rsquo;infanzia ma più avanti, nell&rsquo;età adulta e riproduttiva: è lì, nell&rsquo;accesso alle cure ostetriche e nella libertà di movimento necessaria per raggiungerle, che si concentra la discriminazione.<br>
A peggiorare le cose, dal 2025, si è aggiunto il ritiro degli aiuti americani. Gli Stati Uniti, attraverso USAID, coprivano oltre il 40% di tutti gli aiuti umanitari afghani. Dopo lo stop firmato dall&rsquo;amministrazione Trump, secondo l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità oltre 200 strutture sanitarie hanno chiuso nel solo Afghanistan, e l&rsquo;<a href="https://www.unfpa.org/afghanistan" rel="noopener">UNFPA</a> (l&rsquo;agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione) stima che la sola interruzione dei servizi materno-infantili possa causare 1.200 morti materne aggiuntive entro il 2028.</p>
<p>Anche la <a href="https://ourworldindata.org/grapher/share-of-children-immunized-dtp3" rel="noopener">copertura vaccinale infantile</a> (DTP3, terza dose) pur non disaggregata per sesso nei dati ufficiali, racconta la stessa traiettoria spezzata: era salita dal 27% del 1999 fino a un picco del 68% nel 2018, per poi scendere e stabilizzarsi attorno al 60% nel 2023, contro una media OCSE che sfiora il 95%.</p>
<p>Non esiste, in Afghanistan, un registro tumori nazionale né una sorveglianza sistematica della mortalità cardiovascolare, tantomeno disaggregata per sesso. Mentre nei Paesi OCSE la sopravvivenza a cinque anni per i tumori più comuni supera spesso il 60-70%, in Afghanistan questo dato semplicemente non viene misurato: le diagnosi arrivano quasi sempre in stadio avanzato, e per le donne pesano barriere aggiuntive di accesso alle diagnosi e alle cure. </p>
<h2 id="gli-orologi-il-tempo-e-ciò-che-si-sarebbe-potuto-fare">Gli orologi, il tempo, e ciò che si sarebbe potuto fare</h2><p>Negli anni Ottanta gli Stati Uniti finanziarono generosamente i mujaheddin afghani in funzione anti-sovietica, senza tuttavia la capacità o la volontà di trasformare questo sforzo in un impegno sul futuro. Lo racconta molto bene il film La guerra di Charlie Wilson (2007), con Tom Hanks nel ruolo del deputato che ottenne miliardi di dollari per armare la resistenza. <br>
Nel finale del film, a ritiro sovietico avvenuto, Wilson prova a far stanziare dal Congresso anche solo un milione di dollari per ricostruire scuole e infrastrutture afghane: non trova alcun sostegno politico. L&rsquo;interesse era tutto nella sconfitta di Mosca, nessuno nel dopoguerra.</p>
<p>È lo stesso schema che si è ripetuto quarant&rsquo;anni dopo, su scala molto più grande: vent&rsquo;anni di presenza occidentale, con investimenti reali su istruzione e diritti delle donne (Talò ricorda gli incontri con le delegazioni istituzionali afghane a Kabul, dove di fronte ai diplomatici italiani, tutti uomini, sedeva sempre almeno una donna, a rappresentare una società capace di coltivare valori universali) interrotti di colpo per un calcolo di politica interna occidentale ben poco lungimirante.</p>
<p>Talò definisce il ritiro del 2021 una delle pagine della sua vita professionale di cui si sente più responsabile: sapeva che si trattava di una scelta sbagliata, ma la posizione intransigente dell&rsquo;amministrazione Biden fu decisiva. E avverte che il segnale dato al mondo, l&rsquo;Occidente non mantiene i propri impegni, potrebbe aver contribuito alla decisione di Putin, pochi mesi dopo, di invadere l&rsquo;Ucraina.</p>
<h2 id="la-nuova-vergogna-dei-rimpatri">La nuova vergogna dei rimpatri</h2><p>Cinque anni dopo le immagini dei bambini issati oltre il filo spinato dell&rsquo;aeroporto di Kabul, la direzione del flusso migratorio si è invertita: si discute apertamente di come rimandare in Afghanistan chi ne è fuggito. </p>
<p>Il 23 giugno 2026 una <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/afghanistan-rimpatri-unione-europea-incontro-bruxelles-commissione-talebani-iyiqn3qg" rel="noopener">delegazione di cinque rappresentanti dell&rsquo;Emirato ha incontrato a porte chiuse, a Bruxelles, funzionari della Commissione europea</a> e di quindici Stati membri per discutere di rimpatri. Un incontro presentato come puramente tecnico, ma che i talebani stessi hanno definito storico, rivendicando la ripresa di servizi consolari e l&rsquo;invio di nuovi diplomatici in Europa. </p>
<p>La Germania è il Paese capofila: ha già deportato almeno 200 migranti afghani. Diversi governi, incluso quello italiano, hanno sollecitato formalmente la Commissione ad aprire un dialogo sui rimpatri con un regime che la stessa Unione Europea non riconosce, i cui vertici sono soggetti a mandati d&rsquo;arresto della Corte penale internazionale.</p>
<p>Dodici giorni prima dell&rsquo;incontro, l'11 giugno 2026, il <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/il-tribunale-permanente-dei-popoli-chiede-allunione-europea-di-ritirare-linvito-rivolto-ai-talebani/" rel="noopener">Tribunale permanente dei popoli ha chiesto</a> formalmente all’Unione Europea di ritirare l’invito ai talebani, definendo la mossa «un pericoloso passo verso la normalizzazione del regime». L&rsquo;appello, come quelli delle organizzazioni per i rifugiati, non è riuscito a fermare l&rsquo;incontro di Bruxelles.<br>
Le organizzazioni per i rifugiati denunciano l&rsquo;assenza di qualunque garanzia: non esiste un sistema indipendente per monitorare cosa accada a chi viene rimpatriato, e le testimonianze di chi è stato espulso da Iran e Pakistan raccontano di controlli dei telefoni, interrogatori, in alcuni casi persone uccise al ritorno.</p>
<p>Il Relatore speciale ONU sui diritti umani in Afghanistan <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/afghanistan-cinque-anni-oscurantismo-europa-normalizza-talebani-pe6l0ish" rel="noopener">parla apertamente</a> di una tendenza generale alla normalizzazione del regime: repressione e discriminazione introdotte gradualmente, per non allarmare la comunità internazionale, mentre i talebani aspettano solo un pretesto, anche minimo, come un accenno di riapertura delle scuole superiori, per ottenere dall&rsquo;Europa quella legittimazione che finora nessuno, salvo la Russia di Putin, ha concesso formalmente.</p>
<p>In questo quadro, l&rsquo;unico strumento di giustizia rimasto alle donne afghane rischia a sua volta di sparire. La Corte penale internazionale, che nel 2025 ha emesso mandati d&rsquo;arresto contro il leader supremo Hibatullah Akhundzada e il capo della magistratura Abdul Hakim Haqqani per persecuzione di genere, è ora sotto attacco diretto dell&rsquo;amministrazione Trump, che <a href="https://www.ft.com/content/d7eb9cd2-7eb9-4c31-8f8d-59446f0f1743" rel="noopener">ha promesso</a> di «smantellarla mattone dopo mattone» dopo aver già sanzionato giudici e procuratori.</p>
<p>Per l&rsquo;avvocata per i diritti umani Binaifer Nowrojee, che ha condotto le prime indagini internazionali sullo stupro come crimine di genocidio durante il conflitto ruandese, il collasso della Corte non farebbe piacere solo ai talebani, ma anche a Putin, alla giunta birmana e a tutti i leader che oggi temono di dover rispondere dei propri crimini: senza quella Corte, per le donne afghane non resterebbe alcuna sede, nemmeno simbolica, a cui rivolgersi.<br>
Un altro tentativo, anche se privo di potere coercitivo, è arrivato ancora una volta dal Tribunale permanente dei popoli: la sua 55ª sessione, dedicata alle donne afghane e richiesta da quattro organizzazioni della società civile (Rawadari, AHRDO, DROPS e HRD+), ha tenuto udienze pubbliche a Madrid dall'8 al 10 ottobre 2025, raccogliendo la testimonianza di 24 donne. La <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/la-sentenza-del-tpp-sulle-donne-dellafghanistan/" rel="noopener">sentenza</a>, letta l'11 dicembre 2025 all&rsquo;Aja, ha condannato le autorità talebane per un sistema di persecuzione di genere che i giudici hanno definito una forma di «cancellazione dell&rsquo;umanità».</p>
<p>L&rsquo;Occidente, tuttavia, guarda altrove. Miope e colpevole.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un appello per la scienza nella televisione pubblica. Lettera aperta della comunità scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica/</guid><pubDate>Thu, 27 Aug 2026 22:07:00 +0100</pubDate><description>La chiusura di Rai Scuola è una ferita per la cultura italiana e un danno diretto alla scienza pubblica. Chi firma questa lettera ricercatrici e ricercatori,&amp;amp;hellip;</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La chiusura di Rai Scuola è una ferita per la cultura italiana e un danno diretto alla scienza pubblica.</p>
<p>Chi firma questa lettera (ricercatrici e ricercatori, docenti universitari, e lavoratori degli enti di ricerca) ha sostenuto a lungo Rai Scuola, partecipando spesso ai suoi programmi. E lo ha apprezzato come spazio di libertà: Rai Scuola sfugge alle logiche pubblicitarie e ai dettami della televisione commerciale. È pubblica, è di tutti e per tutti, giustifica e dà senso al canone pagato da ogni cittadino. E dà senso anche al nostro lavoro.<br>
Alle università e agli enti di ricerca, infatti, la legge chiede di restituire alla società la conoscenza prodotta con denaro pubblico. Ma perché la ricerca arrivi ai cittadini servono professionisti capaci di mediare, di trasformare un risultato scientifico in un racconto comprensibile senza tradirlo. Rai Scuola era uno di quei pochi luoghi. Senza mediazione pubblica non c&rsquo;è terza missione. Senza Rai Scuola alla ricerca italiana restano l&rsquo;occasione episodica e la comunicazione dei singoli enti: che non è la stessa cosa, perché il racconto pubblico della scienza comprende anche l&rsquo;incertezza, l&rsquo;errore, il conflitto tra ipotesi, e per questo ha bisogno di essere indipendente.</p>
<p>Il fatto che i passati contenuti siano riorganizzati e resi ben visibili su RaiPlay (dove già sono), come ha comunicato la Rai, è sicuramente una buona notizia. Ma in questo modo si costruisce un archivio mentre la scienza evolve di continuo e ha bisogno di continui aggiornamenti e contenuti nuovi. Con Rai Scuola però non chiude solo un canale: chiude una redazione di professionisti della televisione che negli anni si erano specializzati in scienza, una competenza rara, che non si improvvisa e non si ricostruisce in pochi mesi. Ed è il fatto più grave. Perché non si tratta di una riorganizzazione: si sostituisce una rete dedicata alla scuola, e più in generale alla formazione scientifica del pubblico, con una rete dedicata al racconto del &ldquo;territorio&rdquo; e dell&rsquo;identità nazionale. È un cambio di missione al ribasso, che impoverisce l&rsquo;intera televisione pubblica italiana.</p>
<p>Si dirà che gli ascolti erano bassi. Ma quei numeri (comunque non bassissimi, e con un gradimento alto) resistevano ad anni di prosciugamento delle risorse, anni di repliche, che hanno prevedibilmente condannato la rete ben prima della chiusura. E soprattutto sono numeri che non misurano quello che più conta.</p>
<p>La fruizione da parte degli insegnanti avveniva in larga parte su RaiPlay, spesso in orario scolastico: un uso che sfugge all&rsquo;Auditel, di cui, oggi, nessuno conosce l&rsquo;entità. Rimane comunque aperta la vera domanda: davvero un servizio pubblico si valuta con le percentuali dello share? Qui si tratta d&rsquo;altro: si tratta della cerniera tra ricerca pubblica e scuola pubblica, e di un pubblico di adulti, spesso anziani, per i quali il canale lineare era un accesso quotidiano ai documentari scientifici di qualità, e ai quali, in cambio, si darà una replica di un programma di racconto “del territorio”, già visto su uno dei canali principali della Rai.</p>
<p>Ma anche la scienza è un’eccellenza di questo paese, e il racconto pubblico della scienza è parte della missione del servizio pubblico e non una voce di spesa da comprimere.</p>
<p>Non ci interessa difendere un numero sul telecomando. Se quelle competenze e quelle risorse trovassero casa altrove andrebbe bene lo stesso. Quello che non può sparire è il luogo dove quel lavoro si fa. Chiediamo dunque:</p>
<ul>
<li>che la redazione scientifica sia ricostituita e adeguatamente finanziata</li>
<li>che si finanzi e si potenzi la produzione di contenuti originali, e non solo la messa in ordine dell&rsquo;archivio</li>
<li>che l&rsquo;offerta su RaiPlay sia un&rsquo;aggiunta e non un sostituto della programmazione</li>
<li>che si apra un confronto con la comunità scientifica, con la scuola e con l&rsquo;università sulla missione formativa del servizio pubblico</li>
</ul>
<p>Le decine di migliaia di firme raccolte in pochi giorni, e le centinaia di migliaia di persone che ne hanno parlato in rete, dicono una cosa semplice: c&rsquo;è un pubblico che chiede alla Rai più cura, non meno. Chiediamo che venga ascoltato.</p>
<h4 id="alessandro-amato-sismologo-ingv-chair-del-sistema-di-allerta-tsunami-dellatlantico-ne-e-del-mediterraneo-unesco-marco-bindi-professore-ordinario-università-di-firenze-presidente-della-società-italiana-di-agronomia-presidente-della-società-europea-di-agronomia-e-presidente-dellassociazione-italiana-società-scientifiche-agrarie-paola-bonfante-professoressa-emerita-università-di-torino-silvia-casu-prima-ricercatrice-inaf-responsabile-della-divulgazione-e-didattica-per-inaf-cagliari-e-srt-patrizia-caraveopresidente-società-astronomica-italiana-e-dirigente-di-ricerca-inaf-maria-chiara-carrozza-professoressa-ordinaria-di-bioingegneria-università-degli-studi-di-milano---bicocca-alessandro-chiarucci-professore-ordinario-di-botanica-ambientale-università-di-bologna-cesare-chiosi-professore-emerito-di-astrofisica-teorica-università-degli-studi-di-padova-eugenio-coccia-professore-ordinario-di-astrofisica-ed-exrettore-del-gran-sasso-science-institute-fiorenzo-conti-professore-ordinario-di-fisiologia-alluniversità-politecnica-delle-marche-direttore-scientifico-dellebri-rocco-de-nicola-presidente-gruppo-2003-per-la-ricerca-scientifica-carlo-doglioni-professore-ordinario-di-geodinamica-e-geologia-strutturale-alla-sapienza-università-di-roma-presidente-della-classe-di-scienze-fisiche-matematiche-e-naturali-dellaccademia-dei-lincei-giovanni-dosi-professore-emerito-scuola-superiore-santanna-pisa-susanna-esposito-professoressa-ordinaria-di-pediatria-università-di-parma-filippo-frontera-professoreuniversità-di-ferrara-dipartimento-di-fisica-e-scienze-della-terra-silvio-garattinipresidente-e-fondatore-dellistituto-di-ricerche-farmacologiche-mario-negri-cecilia-garlanda-professore-ordinario-humanitas-university-laura-gasco-professoressa-ordinaria-di-zoocoltureuniversità-degli-studi-di-torino-claudio-gentili-professore-ordinario-di-psicologia-clinica-direttore-del-centro-di-ateneo-per-i-servizi-clinici-universitari-psicologici-scup-università-di-padova-piero-papik-genovesi-dirigente-ispra-responsabile-fauna-e-monitoraggio-biodiversità-presidente-emerito-delliucn-ssc-invasive-species-specialist-group-vittorio-lingiardi-professore-ordinario-psicologia-dinamica-università-roma-la-sapienza-giorgio-manzi-professore-ordinario-università-di-roma-la-sapienza-bruno-mezzetti-professore-ordinario-università-politecnica-delle-marche-andrea-moro-professore-ordinario-di-linguistica-generale-scuola-normale-di-pisa-e-iuss-pavia-accademia-dei-lincei-antonio-musarò-professore-ordinario-di-istologia-ed-embriologia-sapienza-università-di-roma-lorenzo-nigro-professore-ordinario-di-archeologia-e-storia-dellarte-dellasia-occidentale-e-del-mediterraneo-orientale-antichi-sapienza-università-di-roma-lucia-pallottino-professoressa-ordinaria-ingegneria-dellinformazione-università-di-pisa-giorgio-parisi-nobel-per-la-fisica-università-la-sapienza-accademia-dei-lincei-riccardo-pietrabissa-professore-di-bioingegneria-già-rettore-dello-iuss-di-pavia-alessandro-reali-rettore-delluniversità-degli-studi-di-pavia-andrea-scozzafava-professore-emerito-università-di-firenze-giorgio-vallortigara-professore-di-neuroscienze-università-di-trento-tiziano-verri-professore-ordinario-di-fisiologia-università-del-salento-paolo-vineis-professore-di-sanità-pubblica-imperial-college-londra-lucia-votano-fisica-astroparticellare-dirigente-di-ricerca-infn-ex-direttrice-dei-laboratori-nazionali-del-gran-sasso-paolo-zimmaro-professore-associato-di-geotecnica-alluniversità-della-calabria-e-research-affiliate-presso-il-b-john-garrick-institute-for-the-risk-sciences-university-of-california-los-angeles"><strong>Alessandro Amato</strong>, sismologo INGV, Chair del Sistema di Allerta Tsunami dell&rsquo;Atlantico NE e del Mediterraneo (UNESCO) <strong>Marco Bindi,</strong> professore ordinario Università di Firenze, presidente della Società Italiana di Agronomia, presidente della Società Europea di Agronomia e presidente dell&rsquo;Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie <strong>Paola Bonfante,</strong> professoressa emerita Università di Torino <strong>Silvia Casu</strong>, prima ricercatrice Inaf, responsabile della divulgazione e didattica per Inaf Cagliari e SRT <strong>Patrizia Caraveo</strong>, presidente Società Astronomica Italiana e Dirigente di Ricerca INAF <strong>Maria Chiara Carrozza</strong>, professoressa ordinaria di Bioingegneria, Università degli Studi di Milano - Bicocca <strong>Alessandro Chiarucci,</strong> professore ordinario di botanica ambientale, Università di Bologna <strong>Cesare Chiosi,</strong> professore emerito di astrofisica teorica, Università degli studi di Padova <strong>Eugenio Coccia</strong>, professore ordinario di astrofisica ed ex Rettore del Gran Sasso Science Institute  <strong>Fiorenzo Conti</strong>, professore ordinario di fisiologia all’Università Politecnica delle Marche, direttore scientifico dell&rsquo;EBRI <strong>Rocco De Nicola,</strong> presidente Gruppo 2003 per la ricerca scientifica <strong>Carlo Doglioni</strong>, professore ordinario di geodinamica e Geologia strutturale alla Sapienza Università di Roma, Presidente della Classe di Scienze Fisiche Matematiche e Naturali dell&rsquo;Accademia dei Lincei <strong>Giovanni Dosi,</strong> professore emerito, Scuola Superiore Sant&rsquo;Anna, Pis<strong>a Susanna Esposito,</strong> professoressa ordinaria di pediatria, Università di Parma <strong>Filippo Frontera,</strong> professore Università di Ferrara,  Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra <strong>Silvio Garattini</strong>, presidente e fondatore dell&rsquo;Istituto di ricerche farmacologiche &ldquo;Mario Negri&rdquo; <strong>Cecilia Garlanda,</strong> professore ordinario, Humanitas University <strong>Laura Gasco,</strong> professoressa ordinaria di zoocolture, Università degli Studi di Torino <strong>Claudio Gentili</strong>, professore ordinario di psicologia clinica, direttore del Centro di Ateneo per i Servizi Clinici Universitari Psicologici (SCUP) Università di Padova  <strong>Piero Papik Genovesi</strong>, dirigente ISPRA, responsabile fauna e monitoraggio biodiversità, presidente emerito dell&rsquo;IUCN SSC Invasive species specialist group <strong>Vittorio Lingiardi,</strong> professore ordinario psicologia dinamica, Università Roma La Sapienza <strong>Giorgio Manzi,</strong> professore ordinario, Università di Roma La Sapienza <strong>Bruno Mezzetti,</strong> professore ordinario, Università Politecnica delle Marche <strong>Andrea Moro,</strong> professore ordinario di linguistica generale, Scuola Normale di Pisa e IUSS Pavia; Accademia dei Lincei <strong>Antonio Musarò</strong>, professore ordinario di Istologia ed Embriologia, Sapienza Università di Roma  <strong>Lorenzo Nigro</strong>, professore ordinario di Archeologia e Storia dell&rsquo;Arte dell&rsquo;Asia Occidentale e del Mediterraneo Orientale antichi, Sapienza Università di Roma <strong>Lucia Pallottino</strong>, professoressa ordinaria Ingegneria dell&rsquo;Informazione, Università di Pisa <strong>Giorgio Parisi,</strong> Nobel per la fisica, Università La Sapienza; Accademia dei Lincei <strong>Riccardo Pietrabissa, p</strong>rofessore di bioingegneria, già rettore dello IUSS di Pavia. <strong>Alessandro Reali</strong>, rettore dell&rsquo;Università degli Studi di Pavia <strong>Andrea Scozzafava,</strong> professore emerito Università di Firenze <strong>Giorgio Vallortigara,</strong> professore di neuroscienze, Università di Trento <strong>Tiziano Verri</strong>, professore ordinario di fisiologia, Università del Salento <strong>Paolo Vineis,</strong> professore di sanità pubblica, Imperial College, Londra <strong>Lucia Votano</strong>, fisica astroparticellare, dirigente di ricerca INFN, ex direttrice dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso <strong>Paolo Zimmaro</strong>, professore associato di geotecnica all&rsquo;Università della Calabria e Research Affiliate presso il B. John Garrick Institute for the Risk Sciences University of California, Los Angeles. </h4><p><strong><a href="https://forms.gle/yVxsTEiuiLBJ5AQE9" rel="noopener">Per firmare vai qui.</a><br>
<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vTLxckTQ7nN3ZK30qDYuCl-jd2NFOQ-QeZ0WtCfkirShpQjL91-BkMl5PrLSZAxC4encCD1JDedlBY0/pubhtml?gid=1610278609&amp;single=true" rel="noopener">Elenco dei firmatari.</a></strong></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il futuro è per tutti? Le nostre considerazioni sul manifesto di Zuckerberg</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg/</guid><pubDate>Tue, 18 Aug 2026 10:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>AlgoRadar</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nel suo nuovo manifesto sull’intelligenza artificiale, Mark Zuckerberg promette un futuro di superintelligenza personale, agenti sempre presenti, tutor su misura e nuove opportunità per tutti. Ma dietro la visione ottimistica emergono interrogativi che non possono essere affidati soltanto alle Big Tech. Soprattutto, prima di costruire macchine “oltre l’umano”, non dovremmo chiederci quale progresso umano vogliamo davvero?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come gruppo indipendente di monitoraggio e ricerca sull’intelligenza artificiale, sentiamo il dovere di commentare il recente manifesto di Mark Zuckerberg, <a href="https://about.fb.com/news/2026/08/the-future-is-for-everyone/" rel="noopener"><em>The Future is for Everyone: The Path to a Positive AI Future</em></a>, perché tocca direttamente molte delle tematiche che hanno portato alla nostra stessa nascita. Amiamo il progresso autentico, ma temiamo un futuro distopico: il nostro compito è promuovere un monitoraggio continuo dei limiti tecnologici, degli annunci iperbolici e delle possibili conseguenze indesiderate. Qui presentiamo una valutazione preliminare; l’analisi integrale, più tecnica e specialistica, è disponibile <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-allegato.pdf">in allegato</a>.</p>
<h2 id="dietro-la-retorica-delloltre-umano">Dietro la retorica dell’“oltre umano”</h2><p>Il manifesto di Meta può in larga misura essere letto come una mossa per tenere il passo con gli altri leader dell’IA “di frontiera”, da Anthropic a OpenAI, da Google DeepMind ai principali attori cinesi. Ma mostra anche i segni di quello che potremmo chiamare un “transumanesimo di livello 1”. Zuckerberg scrive: “Il futuro è per tutti. Le persone potranno utilizzare una superintelligenza oltre la capacità umana.” È un tono impostato fin dall’inizio come eccessivamente positivo, quasi propagandistico. E la domanda che ci poniamo è preliminare a tutto il resto: l’intelligenza artificiale è davvero comparabile all’intelligenza umana (per non parlare della “mente” umana, concetto ben più ampio) al punto da poter essere misurata sulla stessa scala, giustificando l’uso della parola “oltre”?</p>
<p>Per anni abbiamo vissuto in un ecosistema digitale in cui gli algoritmi raccolgono dati, apprendono dalle nostre preferenze, costruiscono profili, influenzano ciò che vediamo e scegliamo. Non è una dinamica nuova né esclusiva di Meta. Anche l’idea di “agente intelligente” non nasce oggi: era già oggetto di studio nel secolo scorso, mancava solo l’infrastruttura computazionale e una base di utenti adeguata. La vera discontinuità non è quindi il concetto, ma la combinazione di scala, infrastruttura e sostenibilità economica che oggi la rende possibile, e che permette il passaggio dal chatbot che risponde all’agente che ricorda, pianifica ed esegue azioni per nostro conto.</p>
<p>Condividiamo l’obiettivo dichiarato di “empowerment” individuale. Ma essere più capaci grazie alla tecnologia non significa automaticamente essere più autonomi. Un’IA che ci conosce sempre meglio può anticipare i nostri bisogni, orientare le nostre scelte e, nel tempo, influenzare il nostro comportamento. Il problema, per noi, non riguarda quindi solo cosa succede ai nostri dati, ma il confine tra assistenza e influenza, tra delegare un compito e delegare una decisione. Con l’IA agentica dovremmo porci domande molto concrete: cosa dovrebbe sapere un sistema su di noi? Cosa dovrebbe poter inferire? Cosa dovrebbe poter fare in autonomia, e dove dovrebbe fermarsi?</p>
<h2 id="occhiali-ia-e-privacy-nelle-relazioni-personali">Occhiali IA e privacy nelle relazioni personali</h2><p>Uno dei passaggi che ci ha colpito di più riguarda la promessa di interagire con il proprio agente «attraverso qualsiasi dispositivo, compresi gli occhiali, per restare presenti nel momento con le persone a cui teniamo». Ma si è davvero “presenti” in una stanza, con le persone a cui si tiene, mentre si interagisce contemporaneamente con un agente tramite un dispositivo indossabile?</p>
<p>A differenza di un laptop o di uno smartphone, un paio di occhiali con IA può mediare, registrare o elaborare una conversazione senza rendere questa mediazione visibile agli altri. Quando siamo con le persone a cui teniamo, ci sentiamo in un ambiente protetto in cui ciò che diciamo liberamente non verrà usato contro di noi. Cosa succede se quello che diciamo viene invece catturato dall’agente incorporato negli occhiali di un amico, ed eventualmente condiviso con altri, magari senza che chi li indossa ne sia pienamente consapevole? È un problema di privacy e fiducia che rischia di incidere in profondità sui rapporti tra le persone, e che il manifesto non affronta.</p>
<p>Più avanti Zuckerberg promette che le persone avranno «una modalità completamente privata per gli agenti personali, nella quale nemmeno Meta o qualsiasi altro fornitore possa vedere o concedere accesso alle informazioni». È uno dei pochi punti in cui il tema cruciale della privacy viene affrontato esplicitamente, e lo apprezziamo. Ma restano aperte le domande operative: come verrà garantita questa modalità, chi la verificherà, e come potrà una superintelligenza operare su dati privati mentre interagisce con migliaia di altri sistemi e agenti?</p>
<h2 id="i-limiti-del-tutor-ia-rispetto-alla-relazione-docente-discente">I limiti del tutor IA rispetto alla relazione docente-discente</h2><p>Zuckerberg immagina che «tutti avranno un tutor e un coach personalizzati con un PhD in ogni disciplina». Questi sistemi possono essere utili in alcuni contesti, ma non sono indispensabili, e possono diventare dannosi se incoraggiano una dipendenza crescente dall’IA. Non è un dettaglio che un buon insegnante non debba necessariamente avere “pazienza illimitata”: un membro del nostro gruppo ricorda che fu proprio l’impazienza del proprio relatore di dottorato, in attesa della bozza del capitolo successivo, a fornire uno stimolo intellettuale decisivo per completare il lavoro.</p>
<p>Equiparare un agente IA a un tutor o a un insegnante umano è, a nostro avviso, una distorsione pericolosa: significa sostituire figure che, pur non essendo onniscienti, condividono la propria esperienza vissuta, con intelligenze prive di un fondamento cognitivo diretto nel mondo reale. Ed è un’equiparazione che incoraggia implicitamente l’idea, scientificamente e filosoficamente fuorviante, che l’IA funzioni in modi paragonabili al cervello umano.</p>
<h2 id="accesso-gratuito-e-divario-digitale-globale">Accesso gratuito e divario digitale globale</h2><p>Il manifesto promette che tutti avranno accesso libero o economico a questi strumenti. Non ci facciamo illusioni: l’accesso gratuito sarà disponibile solo in modalità ridotta, utile a catturare l’attenzione del grande pubblico; i sistemi più capaci resteranno probabilmente a pagamento. Meta, in fondo, è un’azienda, non un ente di beneficenza. La formula scelta, «per chi desidera pagare per usare più capacità di calcolo ci sarà un meccanismo di asta dinamica», non maschera l’asimmetria di potere di mercato tra chi produce e chi consuma questi servizi.</p>
<p>Qui si intrecciano due divari distinti. Il primo è geografico: nei paesi ad alto reddito l’uso di internet è vicino alla copertura universale (94% della popolazione online), mentre nei paesi a basso reddito la quota scende al 23%. Il secondo è interno a ciascun paese: il divario tra chi può permettersi l’accesso a servizi IA potenti e costosi e chi resta confinato a modelli gratuiti più semplici rischia di diventare sempre più marcato.</p>
<h2 id="occupazione-e-impatto-energetico-dei-data-center">Occupazione e impatto energetico dei data center</h2><p>Zuckerberg si dice ottimista sul fatto che in futuro ci sarà «abbondanza di posti di lavoro». Riteniamo che questa affermazione non sia sostenuta da evidenze empiriche sufficienti. Proprio perché l’IA è una rivoluzione dal ritmo di crescita senza precedenti, con sviluppi persino imprevedibili, i rischi occupazionali, sia in termini di numero di posti di lavoro sia di qualità del lavoro, ci sembrano elevati. Non si può inoltre ragionare solo a partire dal contesto della Silicon Valley: basti guardare alla Cina, che sta diventando essa stessa un leader tecnologico nell’IA, per capire quanto il quadro globale sia più complesso di come viene presentato.</p>
<p>Anche sul fronte dei data center, le “intenzioni eccellenti” dichiarate da Meta (costruire l’infrastruttura IA “con le comunità”) vanno lette insieme ai dati più recenti. Studi aggregati sugli Stati Uniti mostrano che fino al periodo 2019-2023 la crescita dei data center era associata a tariffe elettriche medie più basse, perché l’alto volume di vendite aiutava a distribuire i costi fissi della rete su una base più ampia. I dati del 2025-2026, però, mostrano che questa dinamica si sta frammentando nelle aree ad alta concentrazione, dove i vincoli locali di capacità stanno iniziando a far salire i prezzi.</p>
<h2 id="lequilibrio-di-potere-come-sostituto-dellallineamento-tecnico">L’equilibrio di potere come sostituto dell’allineamento tecnico</h2><p>Zuckerberg respinge l’idea di poter “perfezionare o allineare la tecnologia per produrre una singola superintelligenza benevola”, proponendo invece di affidarsi a un “giusto equilibrio di potere” tra persone e istituzioni con interessi concorrenti. È un approccio che ci convince solo in parte, anche se relativamente originale.</p>
<p>Crediamo davvero che persone e istituzioni con interessi diversi si controllino e bilancino naturalmente in modi che portano a esiti positivi? Notiamo, tra l’altro, che dall’elenco dei soggetti in gioco manca proprio un attore cruciale: le aziende. E più in profondità, questa impostazione sembra trascurare la condizione minima perché i controlli reciproci funzionino, cioè che gli attori coinvolti dispongano di forme di potere sufficientemente bilanciate. Possiamo seriamente assumere che le grandi aziende hi-tech, i singoli governi nazionali e i singoli utenti abbiano un potere comparabile?</p>
<p>C’è poi un aspetto che riguarda più da vicino la nostra competenza. Se, come prevede lo stesso Zuckerberg, diversi “allineamenti” saranno in competizione tra loro, siamo sicuri che gli agenti più eticamente rigorosi (quelli che, per usare il suo esempio, “rifiutano di aiutare a redigere una lettera ai futuri genitori in una scuola”) prevarranno su quelli meno scrupolosi? La teoria evolutiva dei giochi mostra che, all’interno di una popolazione, l’evoluzione di comportamenti altruistici rispetto a quelli egoistici può produrre esiti molto diversi, e spesso non ottimali dal punto di vista sociale. Affidarsi al solo bilanciamento spontaneo di interessi concorrenti, senza un monitoraggio costante e una funzione pubblica indipendente di informazione, ci sembra quindi una scommessa rischiosa.</p>
<p>Da qui nasce, a nostro avviso, l’urgenza per l’Europa, e per chiunque voglia mantenere la possibilità di decisioni basate sul pensiero critico, di sviluppare una propria infrastruttura digitale pubblica indipendente, senza affidarsi interamente alle aziende Big Tech.</p>
<h2 id="cosa-manca-progresso-umano-prima-della-superintelligenza">Cosa manca: progresso umano prima della superintelligenza</h2><p>Non siamo né contro l’innovazione né contro l’IA agentica. Ma una trasformazione di questa portata non dovrebbe essere definita esclusivamente da chi sviluppa la tecnologia. Condividiamo in pieno le parole di Alberto Carrara, presidente dell’International Institute of Bioethics, in una sua lettera aperta a Zuckerberg: una persona può diventare più informata senza diventare più saggia, più produttiva senza sentirsi realizzata, più connessa senza diventare capace di relazioni più profonde, più potente senza diventare più responsabile.<br>
E condividiamo anche l’intuizione di Federico Faggin: se siamo soltanto macchine, una macchina può superarci; ma se siamo qualcosa di più, con proprietà che non coincidono con quelle di una macchina, allora possiamo trovare un modo per lavorare insieme. Come Faggin, non critichiamo la ricerca della superintelligenza in sé, ma riteniamo che non debba essere l’obiettivo finale. È più urgente fare prima progressi sul lato umano, un compito che riguarda l’etica non meno della tecnologia.</p>
<p>Se l’IA deve servire l’umanità, il dibattito non può essere lasciato soltanto a prestazioni, scalabilità e competizione di mercato. Deve includere autonomia, responsabilità, e una riflessione seria su cosa significhi davvero il progresso umano. Questi temi sono ampi, e ci riserviamo il diritto di tornarvi con analisi più approfondite.</p>
<p><em>L’analisi integrale di AlgoRadar è disponibile <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-allegato.pdf">in allegato</a>.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Se la scuola tace, educano i social: perché serve l’educazione sessuo-affettiva</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo/</guid><pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Borrata</dc:creator><category>societa</category><description>Dal 7 luglio è in vigore la legge n. 104 del 2026 e ora una raccolta firme chiede un referendum abrogativo. La riflessione di un docente veronese: coinvolgere le famiglie è indispensabile, ma rendere opzionali conoscenze su rispetto, consenso e prevenzione rischia di lasciare sole proprio le persone più fragili</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è davvero bisogno di un’autorizzazione scritta per parlare a scuola di corpo, relazioni, consenso e sessualità? La domanda non è più teorica. Dal 7 luglio è in vigore la <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/06/22/26G00121/SG" rel="noopener">legge 9 giugno 2026, n. 104</a>, sul consenso informato in ambito scolastico; mentre scrivo, è appena partita <a href="https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/7500000" rel="noopener">la raccolta di almeno 500.000 firme</a> per un referendum che ne chiede l’abrogazione integrale. È un confronto che merita serietà, perché riguarda il confine tra il ruolo delle famiglie, l’autonomia della scuola e il diritto di ragazzi e ragazze a ricevere informazioni corrette.</p>
<p>La legge prevede che, nelle scuole secondarie, la partecipazione alle attività extracurricolari e a quelle di ampliamento dell’offerta formativa su temi attinenti alla sessualità richieda il consenso preventivo scritto dei genitori, o dello studente se maggiorenne, dopo la visione dei materiali, degli obiettivi e degli eventuali esperti coinvolti. Se l’adesione manca, lo studente non partecipa oppure riceve un’attività alternativa. Per la scuola dell’infanzia e la primaria sono escluse le ulteriori attività didattiche e progettuali su questi temi, ferme restando le <a href="https://www.mim.gov.it/pubblicazioni/-/asset_publisher/6Ya1FS4E4QJw/content/indicazioni-nazionali-per-il-curricolo-della-scuola-dell-infanzia-e-del-primo-ciclo-d-istruzione" rel="noopener">Indicazioni nazionali</a>.</p>
<p>Proprio l’esclusione della scuola primaria è uno dei punti più delicati. Le indicazioni congiunte di UNESCO, OMS, UNICEF e altre agenzie delle Nazioni Unite raccomandano infatti un percorso graduale già dai cinque anni, adeguato allo sviluppo, anche perché norme e stereotipi di genere cominciano a radicarsi molto presto. A quell’età non si tratta di anticipare contenuti propri dell’adolescenza, ma di aiutare bambini e bambine a conoscere il corpo e le emozioni, rispettare i confini propri e altrui, riconoscere bullismo, violenza o abuso e sapere a chi chiedere aiuto. Escludere in blocco queste attività nella primaria rischia quindi di rinunciare proprio alla fase in cui si costruiscono le basi del rispetto e della sicurezza.</p>
<p><a href="https://www.mim.gov.it/pubblicazioni/-/asset_publisher/6Ya1FS4E4QJw/content/indicazioni-nazionali-per-il-curricolo-della-scuola-dell-infanzia-e-del-primo-ciclo-d-istruzione" rel="noopener">Collaborazione non è autorizzazione</a></p>
<p>Informare le famiglie è giusto. Rendere trasparenti materiali, finalità e competenze degli esperti è doveroso. La scuola non deve agire alle spalle dei genitori e nessuno può pensare di sostituirsi al loro compito educativo. Ma informare non è la stessa cosa che attribuire un potere di esclusione su conoscenze che riguardano salute, sicurezza e dignità. Il punto critico, a mio avviso, è proprio qui: quando la collaborazione diventa autorizzazione, un diritto formativo comune rischia di trasformarsi in un’opportunità facoltativa, diversa da famiglia a famiglia.</p>
<p>L’espressione “temi attinenti all’ambito della sessualità” è ampia, mentre nella vita reale della scuola il confine tra lezione curricolare, laboratorio interdisciplinare e ampliamento dell’offerta formativa non è sempre netto. Il rischio non è soltanto il contenzioso: è che, per prudenza, qualche scuola rinunci in partenza ad affrontare questioni complesse ma necessarie.</p>
<p>Del resto, l’educazione sessuo-affettiva è già dentro i libri che usiamo. È in Freud, nella libido, nelle pulsioni e nel complesso di Edipo; è nella Lisistrata di Aristofane, in Saffo, Catullo e Ovidio. Attraversa Paolo e Francesca, il Decameron, Angelica e Medoro, La Lupa, Il piacere, La coscienza di Zeno, Gli indifferenti, Ragazzi di vita e L’isola di Arturo. Sono opere che parlano di desiderio, gelosia, potere, tradimento, identità, libertà e responsabilità. Non leggerle in questa profondità significherebbe svuotarle della loro umanità.</p>
<p>Lo stesso vale per l’arte: la Nascita di Venere, il David e il Giudizio Universale, Apollo e Dafne, Amore e Psiche, Paolina Borghese o Il bacio di Klimt non sono immagini da coprire, ma occasioni per comprendere il corpo, il mito, il desiderio e perfino la sopraffazione. Vale per la storia, quando si studiano la condizione femminile, il patriarcato, gli stupri di guerra, le persecuzioni e le discriminazioni. Vale per le scienze, quando si parla di pubertà, apparato riproduttivo, gravidanza, prevenzione e infezioni sessualmente trasmissibili. La cultura non è asessuata e la scuola non può trattarla come un campo minato.</p>
<p>Nel dibattito pubblico sono state evocate anche drag queen e attori pornografici nelle aule. Ma non risultano progetti nazionali, linee ministeriali o una pratica diffusa che affidino l’educazione sessuo-affettiva alle drag queen. È legittimo pretendere che ogni soggetto esterno abbia competenze adeguate, obiettivi chiari e materiali trasparenti; peraltro la legge prevede già la deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio d’istituto. Ma una politica educativa non dovrebbe essere costruita attorno a immagini estreme usate come se descrivessero la normalità.</p>
<h2 id="un-percorso-graduale-evidence-e-adeguato-alletà">Un percorso graduale, <em>evidence</em> e adeguato all’età</h2><p>Che cosa dovrebbe essere, allora, l’<a href="https://www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.pdf" rel="noopener">educazione sessuo-affettiva</a>? Non una lezione su come vivere la propria intimità e non un invito ad anticipare esperienze. L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce un percorso graduale, adeguato all’età e fondato su informazioni scientifiche. Significa imparare a riconoscere i confini del proprio corpo, comprendere che un “no” va rispettato, distinguere l’affetto dal possesso, gestire un rifiuto senza trasformarlo in rabbia, chiedere aiuto davanti a un abuso e sapere che condividere l’immagine intima di un’altra persona senza consenso è una forma di violenza, non uno scherzo da chat.</p>
<p>Serve a riconoscere il controllo travestito da gelosia, la pressione del gruppo, il ricatto emotivo, lo stalking e la violenza digitale. Serve a chi vive conflitti o silenzi in famiglia e non sa a quale adulto affidarsi; a chi subisce bullismo per il proprio corpo o per il modo in cui viene percepito; a chi cerca risposte sulla pubertà e finisce per riceverle dalla pornografia, dagli algoritmi o da coetanei altrettanto disorientati. Serve anche a prevenire comportamenti sessuali a rischio, gravidanze indesiderate e infezioni, senza confondere la prevenzione con l’incoraggiamento. Le evidenze richiamate da OMS e UNESCO mostrano infatti che programmi di qualità non anticipano l’attività sessuale e possono ridurre i comportamenti a rischio.</p>
<p>Non sarebbe serio sostenere che qualche ora a scuola possa, da sola, fermare la violenza contro le donne o guarire ogni ferita affettiva. La prevenzione non è una formula magica: è un lavoro lungo che coinvolge famiglie, scuola, servizi, cultura e responsabilità individuale. Ma imparare presto che l’amore non giustifica il controllo, che la paura non è una prova d’affetto e che il consenso può essere ritirato è una parte concreta di quel lavoro. Togliere questi strumenti non rende ragazzi e ragazze più innocenti, li rende soltanto più soli davanti a problemi che esistono già.</p>
<p>C’è poi una questione di uguaglianza. Non tutti i genitori hanno le stesse conoscenze, lo stesso tempo o la stessa serenità per affrontare questi temi. Non ogni mancato consenso nasconde un disagio, naturalmente; ma un sistema basato sull’esclusione non può sapere se sta lasciando fuori proprio la giovane persona che avrebbe più bisogno di incontrare un adulto competente. La scuola non deve prendere il posto della famiglia: deve garantire che il silenzio di una famiglia non diventi il destino educativo di un figlio o una figlia.</p>
<h2 id="perché-non-sia-mero-adempimento-burocratico">Perché non sia mero adempimento burocratico</h2><p>Avrei preferito una scelta diversa: linee guida nazionali chiare, contenuti differenziati per età, docenti formati, collaborazione con psicologi, consultori e professionisti qualificati, materiali accessibili alle famiglie, monitoraggio e risorse dedicate. La legge, invece, introduce nuovi passaggi, attività alternative e verifiche, ma si chiude con una clausola di invarianza finanziaria. Chiede quindi alle scuole più organizzazione senza attribuire nuovi fondi. Anche questo rischia di trasformare un tema educativo in un adempimento burocratico.</p>
<p>Per queste ragioni considero la raccolta firme per il referendum una legittima occasione democratica per riaprire il confronto. Il quesito chiede di abrogare interamente la legge n. 104 del 2026. Sostenerlo non significa essere contro le famiglie: significa chiedere un equilibrio diverso, fondato su informazione preventiva, competenza e trasparenza, ma senza trasformare la formazione su salute, rispetto e sicurezza in un percorso a cui ciascuno accede solo se arriva una firma.</p>
<p>Da docente penso che la scuola non debba dire a ragazzi e ragazze chi amare o come vivere la propria identità. Deve però insegnare che nessuno può possedere il corpo, la voce o la libertà di un’altra persona. Educare non è indottrinare e tacere non è neutralità. Se la scuola arretra, il vuoto viene riempito dai social, dalla pornografia, dagli stereotipi e dalla violenza del gruppo. E questi cattivi maestri, a differenza della scuola, non mostrano prima i loro materiali e non chiedono il consenso a nessuno.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Meningioma e contraccettivi: il rischio dei titoli sul rischio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio/</guid><pubDate>Fri, 07 Aug 2026 18:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><description>Un aggiornamento di farmacovigilanza su due progestinici, desogestrel ed etonogestrel, associati a un piccolo aumento del rischio di meningioma, è diventato sui giornali un titolo allarmante sul «rischio di tumore al cervello». Il caso mostra quanto la sintesi giornalistica possa distorcere un dato di per sé rassicurante (la farmacovigilanza funziona) e perché comunicare bene il rischio conti quanto misurarlo correttamente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 6 agosto, il quotidiano <em>Open</em> ha pubblicato un articolo dal titolo decisamente allarmante: «Contraccettivi, scatta l’allerta Aifa: rischio di tumore al cervello». È il genere di lancio acchiappa-click che può trasformare un aggiornamento di farmacovigilanza in una tempesta mediatica, con il pericolo di alimentare paure sproporzionate rispetto alle evidenze scientifiche e allontanare tante donne da una contraccezione sicura. Esperienze già fatte in passato.</p>
<p>A cosa si riferisce la notizia? Il 10 luglio l’AIFA, l’Agenzia del farmaco, ha riportato sul <a href="https://www.aifa.gov.it/-/aggiornamenti-prac-riunione-6-9-luglio-2026" rel="noopener">suo sito</a> un <a href="https://www.ema.europa.eu/en/news/meeting-highlights-pharmacovigilance-risk-assessment-committee-prac-6-9-july-2026" rel="noopener">comunicato</a> del Comitato per la valutazione dei rischi in farmacovigilanza dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA), che aggiorna controindicazioni e avvertenze di alcuni contraccettivi ormonali. I prodotti coinvolti sono i contraccettivi orali progestinici e quelli combinati estro-progestinici che contengono il progestinico desogestrel e gli anelli vaginali e gli impianti sottocutanei che contengono etonogestrel. Quest’ultimo è il metabolita attivo del desogestrel, cioè la molecola in cui il desogestrel si trasforma una volta metabolizzato dall’organismo.</p>
<h2 id="cosa-dicono-i-dati">Cosa dicono i dati</h2><p>Da uno <a href="https://www.bmj.com/content/389/bmj-2024-083981" rel="noopener">studio francese</a> pubblicato nel 2025 è risultato infatti che l’assunzione prolungata, per più di un anno, di desogestrel o etonogestrel comporta un piccolo rischio aggiuntivo di <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10477988/" rel="noopener">meningioma intracranico</a>, un tumore per lo più benigno che si sviluppa a partire dalle meningi, le membrane che rivestono cervello. L’incidenza annua del meningioma intracranico è bassa, pari a 8-9 casi ogni 100 mila persone. </p>
<p>Secondo i risultati dello studio francese, ogni 67.300 donne che assumono desogestrel o etonogestrel per più di un anno, si stima un caso aggiuntivo di meningioma intracranico che richiede un intervento chirurgico, rispetto a una popolazione simile che non assume farmaci con questi principi attivi. Si tratta quindi di un piccolo aumento del rischio assoluto. Una <a href="https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2851077" rel="noopener">ricerca danese</a> pubblicata il 2 luglio scorso ha confermato le conclusioni degli autori francesi.</p>
<p>Pur essendo nella maggioranza dei casi benigno, il meningioma intracranico può espandersi nel tempo e comprimere il cervello, provocando mal di testa e, a seconda dell’area in cui si sviluppa, alterazioni della vista, dell’udito o dell’odorato, crisi epilettiche, perdita della sensibilità o debolezza agli arti. Poiché la sua crescita di solito è molto lenta, però, spesso la sua presenza viene scoperta casualmente nel corso di esami eseguiti per altre ragioni quando è ancora piccolo e asintomatico e richiede solo monitoraggio nel tempo.</p>
<p>L’aggiornamento delle indicazioni e delle avvertenze disposto dalle autorità regolatorie prevede di interrompere l’assunzione dei farmaci che contengono i due principi attivi in caso di diagnosi di meningioma intracranico, poiché l’esposizione a questi principi attivi può accelerare la crescita del tumore, e la controindicazione per chi ha ricevuto in passato una diagnosi di meningioma intracranico. La sospensione non è raccomandata a tutte le altre persone che assumono questi farmaci, in considerazione del fatto che l’aumento di rischio evidenziato è piccolo, ma le autorità regolatorie invitano i loro medici curanti a monitorare eventuali sintomi che possono suggerire l’insorgenza del tumore.</p>
<h2 id="la-comunicazione-del-rischio">La comunicazione del rischio</h2><p>Nel testo dell’articolo pubblicato da <em>Open</em> i dati vengono riportati correttamente. È il titolo, ripreso il giorno dopo anche dal <em>Messaggero</em>, a suonare allarmista e purtroppo sono i titoli più degli articoli a suscitare l’attenzione del pubblico. «Usa le parole “tumore al cervello” che spaventano, fanno subito pensare a tumori maligni, mentre in questo caso parliamo di una patologia che è quasi sempre di natura benigna, a crescita molto lenta», osserva la ginecologa Valeria Dubini, presidente dell’Associazione ginecologi territoriali. «Inoltre parla genericamente di contraccettivi, mentre la questione riguarda nello specifico solo due principi attivi. Come Associazione dei ginecologi territoriali, che svolgono quotidianamente attività di counseling sui mezzi contraccettivi, abbiamo particolarmente a cuore la correttezza della comunicazione del rischio e abbiamo notato con preoccupazione questi lanci della notizia».</p>
<p>La nota diffusa dall’EMA e ripresa dall’AIFA non segnala alcun allarme per la salute generale, ma applica correttamente i risultati di studi di farmacovigilanza. «In medicina non esiste il rischio zero. Tutti i farmaci comportano effetti indesiderati e sono indicati quando il loro rapporto tra rischi e benefici è favorevole», spiega Dubini. «Altri contraccettivi ormonali, che contengono principi attivi diversi da desogestrel ed etonogestrel, comportano effetti indesiderati di altro tipo. Per esempio, i combinati estro-progestinici aumentano il rischio trombo-embolico. </p>
<p>Il counseling deve essere personalizzato: bisogna aiutare ciascuno a scegliere lo strumento più adatto alle sue esigenze, condizioni di salute e fattori di rischio. Come indicato da EMA e AIFA, non è opportuno prescrivere desogestrel ed etonogestrel a chi ha ricevuto una diagnosi di meningioma, ha una storia clinica di meningioma o altri fattori di rischio per questa patologia. A loro possiamo consigliare altri mezzi contraccettivi. D’altro canto, il desogestrel ha basso impatto metabolico, dunque per alcune persone è preferibile rispetto ad altri principi attivi».</p>
<p>È noto da tempo che le cellule del meningioma possono esprimere recettori del progesterone, pertanto la crescita di questo tumore può in alcuni casi essere favorita sia dall’ormone naturale che dai progestinici, molecole sintetiche progettate per produrre nell’organismo gli stessi effetti del progesterone. «Fino a poco tempo fa, però, si riteneva che occorressero dosi elevate di progesterone o progestinici per agire sulle cellule del meningioma», osserva la ginecologa. </p>
<p>«I due studi recenti, quello francese e quello danese, hanno evidenziato questi effetti anche a dosi più basse, quelle che si assumono normalmente con l’utilizzo dei contraccettivi ormonali. Ma i loro risultati, che dovranno comunque essere confermati da ulteriori indagini, suggeriscono un aumento del rischio minimo e limitato a due soli principi attivi. Infine ricordiamo che la stessa gravidanza, caratterizzata da un aumento massiccio della concentrazione del progesterone, può favorire la crescita del meningioma, come pure il rischio trombo-embolico, ben più dei contraccettivi estro-progestinici».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mio ritratto di Anthony Fauci, inquisito dal partito della anti-scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza/</guid><pubDate>Sun, 02 Aug 2026 16:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Guido Poli</dc:creator><description>Anthony Fauci, a 85 anni, si trova a dover testimoniare davanti alla Commissione del Senato per accertare l&amp;amp;rsquo;origine della pandemia di Covid-19, in un&amp;amp;rsquo;atmosfera da resa dei conti da parte del partito che ai tempi suggeriva di difendersi con la clorochina. Il grande medico è di nuovo al centro delle polemiche anche per aver scelto di non rispondere alle domande invocando il quinto emendamento. Il medico immunologo del San Raffaele e presidente di Patto Trasversale per la Scienza Guido Poli, che ha a lungo lavorato con lui, ricorda in questo articolo le battaglie di Tony Fauci nella storia della sanità statunitense e internazionale, dall’AIDS alla pandemia. L’immagine è tratta dal filmato (public domain) della audizione di A. Fauci del 29 luglio 2026 davanti al Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni, è tornata prepotentemente sui media internazionali, e in parte anche in Italia, la figura di Anthony (“Tony”) Fauci, il medico-scienziato tra i principali responsabili della sanità pubblica negli USA che tutto il mondo ha conosciuto nei momenti più bui della recente pandemia di COVID-19. Avendo avuto l’opportunità e la fortuna di lavorare con lui dal 1986 al 1993, desidero condividere una mia testimonianza personale sullo scienziato e sull’uomo. Anticipo che non intendo intervenire nella questione aperta dell’origine del virus SARS-CoV-2 (se “naturale”, emerso da un serbatoio animale peraltro mai identificato, o “di laboratorio”, sfuggito dal centro di Wuhan dove si studiavano coronavirus dei pipistrelli), oggetto principale delle accuse di alcuni senatori repubblicani a Fauci, secondo loro responsabile di aver finanziato, come Direttore del NIAID (National Institute of Allergy and Infectious Diseases), ricerche collaborative tra USA e Cina sul potenziale pandemico del virus dei pipistrelli.</p>
<p>Tony Fauci è tra i medici-scienziati più famosi al mondo. Nato a Brooklyn, New York, dopo aver studiato dai Gesuiti, ha avuto una carriera talmente brillante come medico e scienziato da essere nominato a soli 43 anni, nel 1984, il più giovane direttore di uno degli istituti pubblici governativi con sede a Bethesda, cittadina del Maryland a circa mezz’ora d’auto da Washington, D.C., sede della Casa Bianca e del Governo USA. Questi istituti, noti come NIH (National Institutes of Health), costituiscono il più grande centro di ricerca pubblica al mondo ospitando circa 18.000 scienziati, molti provenienti da altri paesi. Da allora, Fauci è stato Direttore del NIAID per i 38 anni successivi. Contemporaneamente, è rimasto capo del Laboratory of Immunoregulation, dove io arrivai nel 1986 e vi lavorai per 7 anni prima di rientrare in Italia. Erano gli anni ruggenti dell’AIDS e Fauci riuscì a moltiplicare gli scarsi finanziamenti per le malattie infettive (da meno di 400 milioni a oltre 6 miliardi di dollari nel 2023) trasformando il NIAID in uno dei centri di ricerca più importante al mondo (non solo per gli studi su HIV/AIDS).</p>
<p>La mia carriera di ricercatore iniziò nel 1983 nel laboratorio di Alberto Mantovani all’Istituto Mario Negri di Milano, con cui pubblicammo alcuni tra i primi contributi italiani sul coinvolgimento del sistema immunitario nell’AIDS, studi che mi hanno permesso di essere accettato nel laboratorio di Fauci. Da Fauci, oltre che da Mantovani, ho imparato tutto quello che mi ha permesso di crescere professionalmente: come scrivere un lavoro scientifico, come presentarlo an un congresso di esperti, come comunicarlo a chi non è esperto, ecc. La mia stima e riconoscenza nei loro confronti è assoluta!</p>
<p>Fauci era (e probabilmente ancora è) un <em>workaholic</em>, un lavoratore incredibile… Era in ufficio alle 7 del mattino e non mollava fino a sera quando spesso, prima di tornare a casa, incontrava importanti membri del congresso americano. Più di una volta è successo che, durante un incontro di aggiornamento scientifico del gruppo che dirigevo all’interno del sul laboratorio ricevesse una telefonata e dicesse: “scusatemi, ma devo andare alla Casa Bianca”…A proposito, del mio gruppo ha fatto parte per un paio d’anni un giovane Drew Weissman, proveniente da Harvard, futuro vincitore del Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina insieme a Katalin Karikò nel 2023 per la scoperta di come modificare la molecola di RNA messaggero per renderla sfruttabile come farmaco o vaccino, da cui sono stati derivati i prestigiosi vaccini anti-COVID-19. Queste ricerche Drew le ha condotte successivamente alla sua esperienza nel laboratorio di Fauci, a Philadelphia, ma l’amicizia tra noi e rimasta (gli abbiamo conferito la laurea honoris causa in Biotecnologie dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano nel 2024).</p>
<p>Come si può leggere nel suo avvincente <a href="https://www.scienceopen.com/document?vid=3a834ea0-6b6f-458a-b047-354f5692cc06" rel="noopener">libro autobiografico <em>On call</em></a>, l’impatto di Tony Fauci sulla pandemia da HIV/AIDS è andato molto oltre i suoi pur importanti contributi scientifici. Per citare i contributi più importanti, è stato il precursore di un’alleanza tra medici e pazienti che protestavano vivamente (chiamandolo <em>Fauci murderer</em>, assassino) perché non avevano accesso ai farmaci sperimentali anti-HIV, sfociata nel modello definito <em>parallel track</em>, ovvero nella possibilità di rendere disponibili farmaci sperimentali in modo compassionevole ai pazienti mentre proseguiva il percorso di approvazione da parte della FDA (“Food and Drug Administration”) (leggi <a href="https://www.nytimes.com/1989/06/26/us/aids-researcher-seeks-wide-access-to-drugs-in-tests.html" rel="noopener">qui</a>). Ricordo che solo dal 1996 la somministrazione di una combinazione di farmaci antiretrovirali (cART) ha dimostrato di salvare la vita e ricostituire il sistema immunitario delle persone altrimenti votate a morte quasi certa in 8-10 anni a causa dell’AIDS (c<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/8656507/" rel="noopener">ome testimoniato su JAMA nel 1996)</a>.</p>
<p>Un altro contributo storico di Fauci alla lotta all’AIDS fu il lancio del programma PEPfAR (“President&rsquo;s Emergency Plan for AIDS Relief”), lanciato nel 2003 dal Presidente George Bush e di cui Tony fu il principale architetto, con lo scopo di portare la cART nei paesi più poveri del mondo. Cumulativamente, è stimato che <a href="https://www.state.gov/pepfar" rel="noopener">PEPfAR</a> abbia distribuito farmaci per ca. 120 miliardi di dollari e che abbia salvato la vita di oltre 20 milioni di persone (soprattutto giovani).</p>
<p>Probabilmente è meno noto che Fauci abbia giocato un ruolo fondamentale nella lotta al bioterrorismo negli USA contribuendo a creare il <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Project_Bioshield" rel="noopener">programma Bio-Shield</a> nel 2004. Quando vi furono lettere contenenti la tossina dell’antrace spedite a diverse persone di prestigio (lui stesso credette di esserne vittima, come racconta nel libro, anche se la polvere presente nella busta si rivelò poi innocua).</p>
<p>Venendo ai giorni nostri e alla pandemia di COVID-19, oltre al supporto fondamentale allo sviluppo dei vaccini a mRNA modificato, è stato il volto rassicurante nei momenti più difficili della pandemia, negli USA e nel mondo. Ha commesso errori, come gli viene oggi rinfacciato? Certamente, lui stesso l’ha più volte riconosciuto, per esempio sull’uso delle mascherine inizialmente ristrette al personale sanitario (va anche ricordato che inizialmente non ve ne sarebbero state comunque a sufficienza per tutti), ma questo sottolinea semplicemente il fatto che la scienza non ha certezze (a differenza dell’ignoranza), ma che aggiusta il tiro imparando dai propri errori.</p>
<p>Come anticipato, non desidero entrare nel merito del cuore dell’attacco che Fauci sta subendo da parte di alcuni senatori repubblicani, Rand Paul in particolare, col supporto del Presidente Trump (che avrebbe voluto trattare la COVID-19 con idrossiclorochina, un farmaco anti-malarico che non ha mai dimostrato efficacia come antivirale). La scelta di non rispondere alle domande invocando il quinto emendamento della costituzione degli USA (finalizzato ad impedire che una frase possa essere incriminante per chi la pronuncia), dopo decine di audizioni pubbliche e private, è stata una scelta tattica dei suoi legali basandosi sulla considerazione che qualsiasi risposta avesse dato sarebbe stata ritorta contro di lui.</p>
<p>Con tutto il cuore, ricordando che Fauci, a 85 anni, avrebbe diritto a godersi un po&rsquo; di tranquillità, mi auguro che Tony possa uscire a testa alta da questo tunnel distopico e che l’enorme contributo che ha dato alla scienza e alla medicina possa essere apprezzato universalmente come merita e che eventuali errori commessi nella gestione della pandemia rientrino in una valutazione serena dell’operato di un uomo straordinario che, tra altre cose, ha contribuito alla carriera di tantissimi medici e scienziati nel mondo, tra cui il sottoscritto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ho 14 anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta/</guid><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><description>In Italia le politiche rivolte agli adolescenti seguono la cronaca invece dei dati. Dall&amp;amp;rsquo;imputabilità immediata al divieto dei cellulari a scuola, alle politiche sul lavoro, le risposte istituzionali sono parziali e repressive, e non affrontano le cause. Intanto i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sull&amp;amp;rsquo;infanzia e l’adolescenza restano largamente disattesi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Siamo in attesa non tanto che qualcuno descriva, come fece Paul Nizan in <em>Aden Arabia</em>, il senso di solitudine, le incomprensioni, le difficoltà o la totale mancanza di comunicazione con il mondo degli adulti, ma che qualcuno, come fece Nuto Revelli ne <em>Il mondo dei vinti</em>, raccolga le testimonianze dell’attuale cultura adolescenziale. In mancanza dei risultati di questi lavori formali, scientifici (perché rimandano a un metodo di lavoro e alle conseguenti azioni), con finalità conoscitive per poi pianificare iniziative di miglioramento, sono la propaganda, la scelta ideologica e gli interventi inefficaci (perché parziali, inappropriati, arbitrari) a caratterizzare il dibattito sociale e i provvedimenti istituzionali sul mondo adolescenziale. </p>
<p>Nel frattempo l’attenzione all’età evolutiva è testimoniata da azioni occasionali, estemporanee, associate a fatti di cronaca con finalità politiche di parte (quindi ideologiche) e non come iniziative di un percorso educativo, culturale, sociale condiviso e partecipato, di accompagnamento alla genitorialità. Interventi repressivi e di contenimento in risposta a fenomeni anche gravi, ma che non intaccano (anche perché le ignorano) le possibili cause. </p>
<p>Così è stato con il <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2023-09-15;123" rel="noopener">Decreto Caivano</a> che ha reso più difficile l’accesso alla messa alla prova, una misura alternativa alla pena, che permette all&rsquo;imputato minorenne di essere sospeso dal procedimento penale per svolgere un periodo di prova con attività di riabilitazione.<br>
La <a href="https://www.ragazzidentro.it/" rel="noopener">presenza media giornaliera</a> di ragazzi detenuti nelle carceri minorili è passata da 425,1 a 556,3, con un aumento del 30,9 per cento. Gli ingressi in carcere sono aumentati di oltre il 10%, mentre quelli nelle comunità penali del 21%. Aumentato del 34,3 per cento anche l’ingresso nei Centri di prima accoglienza (Cpa), che ospitano i ragazzi appena arrestati fino all’udienza di convalida e per un massimo di quattro giorni. </p>
<p>Ingressi che hanno causato un sovraffollamento e limitato il trend positivo in un quadro internazionale in cui l&rsquo;Italia è tra i paesi europei con <a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/ottavorapportominoriCS.pdf" rel="noopener">i tassi di minorenni denunciati più bassi</a>: 363,4 denunce per centomila abitanti, poco più della metà della media europea di 647,9.</p>
<h2 id="limputabilità-a-14-anni">L’imputabilità a 14 anni</h2><p>Si replica con il <a href="https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/58519.pdf" rel="noopener">DDL S. 1236</a> «Operazione maranza» orientando sempre più il sistema della giustizia minorile verso l<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili/">a punizione e la repressione</a> e verso l’abbassamento dell’età imputabile, invece che potenziare la funzione educativa e sulla responsabilizzazione. La norma di anticipare la punizione è inutile e contraria all’interesse del minore. A fronte delle migliaia di procedimenti, solo in pochissimi casi (1 su 5000 a Milano in un anno) i minori sono prosciolti per immaturità. Quindi il lavoro dei giudici, coadiuvati al bisogno da professionisti, comprende anche l’accertamento della «maturità comportamentale» dell’accusato minorenne. </p>
<p>Lo sviluppo biologico del cervello umano termina attorno ai 30 anni, la sua plasticità continua anche oltre, così come le competenze o abilità decisionali. La fase discriminante è attorno ai 20 anni. Il disegno di legge, invece, la maturità la presume già a 14 anni, a meno che non sia la difesa a dimostrare il contrario. Un provvedimento non basato su conoscenze scientifiche e quindi, forse, anche incostituzionale.</p>
<p>«È chiaro, la norma da sola non risolve il problema» ha commentato il capo del governo, ma cosa e come si risolve il problema? Perché creare una norma consapevoli della sua inefficacia? </p>
<h2 id="diritti-disattesi">Diritti disattesi</h2><p>Nel dicembre 2000 si è costituito (anche) in Italia il <a href="https://gruppocrc.net/" rel="noopener">Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza</a> (Gruppo CRC), un network composto da più di 100 esponenti del terzo settore, con la finalità di ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi protocolli opzionali, attraverso un sistema di monitoraggio indipendente, permanente, condiviso e aggiornato. Da allora il network redige regolarmente Rapporti di aggiornamento annuali e periodici: materiale supplementare a quello presentato dal governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. </p>
<p>La fotografia che ci propone il <a href="https://gruppocrc.net/tipo-documento/pubblicazioni/" rel="noopener">XIII Rapporto</a> ritrae una realtà in cui le ragazze e i ragazzi che vivono in Italia manifestano un malessere diffuso, che si esprime in diversi modi, ma riguarda tutte le sfere dell’esistenza e coinvolge le diverse fasce d’età. Pesa la percezione di un futuro incerto: crisi economiche ricorrenti, crescenti disuguaglianze, pandemia, guerre anche ai confini dell’Europa. Indicazioni che confermano quelle degli anni precedenti e che segnalano che la <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione dei diritti dell’infanzia</a> e dell’adolescenza è sì stata ratificata dall&rsquo;Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176, ma la sua attuazione è ancora largamente inevasa. «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema»</p>
<h2 id="il-cellulare-a-scuola">Il cellulare a scuola</h2><p>Con l’entrata in vigore della <a href="https://www.mim.gov.it/-/disposizioni-in-merito-all-uso-degli-smartphone-nel-secondo-ciclo-di-istruzione-1" rel="noopener">circolare ministeriale n. 3392</a> del 16 giugno 2025, nell’anno scolastico appena terminato, è stato esteso il divieto di utilizzo dei cellulari, anche per scopi educativi e didattici, agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. In particolare, è vietato l’uso di smartphone durante tutto l’orario scolastico, non solo durante le lezioni, ma anche nei momenti di pausa, spostamenti e attività didattiche. Non è consentito l’uso neanche per fini didattici, salvo eccezioni specifiche. Il divieto riguarda tutti i dispositivi elettronici personali, se non previsti dal piano didattico. Le eccezioni previste includono: i piani educativi individualizzati per studenti con disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento; le motivate necessità personali; gli indirizzi di studio specifici, dove l’uso dei dispositivi è funzionale al percorso formativo.</p>
<p>Tra le motivazioni del provvedimento: lo smartphone è una fonte di distrazione (notifiche, social network e giochi attirano), sottraendo l’attenzione delle ragazze e dei ragazzi allo studio e alle attività in classe; l’uso non controllato dei cellulari aumenta l’esposizione a fenomeni dannosi (cyberbullismo, molestie digitali, condivisione impropria di contenuti); la continua connessione, l’abitudine a controllare lo schermo di frequente, la difficoltà a staccarsi dai social possono alimentare ansia, stress e scarso autocontrollo (dipendenza); non tutti gli studenti hanno accesso a dispositivi aggiornati o a connessioni stabili con il rischio di accentuare le disuguaglianze già presenti. </p>
<p>Ma questi sono rischi esclusivi delle ore scolastiche? No, sono i potenziali rischi quotidiani comuni a tutta la popolazione, con intensità diversa a seconda dell’età. Gli esperti del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità hanno stilato <a href="https://www.doctor33.it/articolo/65339/salute-a-scuola-iss-cinque-consigli-per-gestire-luso-dello-smartphone-tra-gli-adolescenti" rel="noopener">raccomandazioni</a> per aiutare i ragazzi e le famiglie a gestire in modo consapevole l’uso del cellulare, che non sono basate sul divieto assoluto, come previsto dal ministero dell’Istruzione e del Merito. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione/">Educare a un uso consapevole</a> (anche) delle risorse tecnologiche dovrebbe essere parte della programmazione didattica. Educare alla cittadinanza digitale in cui oggi ragazze e ragazzi vivono, insegnare gestire invece che a proibire vuol dire accompagnare all’acquisizione di autonomia e fiducia (responsabilità e autocontrollo personale): tutte responsabilità degli educatori, in particolare genitori e insegnanti.   </p>
<p>Risposte parziali e repressive, perché non comprese, in ambito adolescenziale non possono che alimentare azioni oppositive, così molti studenti continuano a usare di nascosto lo smartphone a scuola, sfidando i controlli dei docenti e rischiando sanzioni disciplinari come note, richiami o sospensioni. I risultati di una survey indicano che tre studenti su quattro continuano a usarlo nonostante il divieto e che l’8 per cento degli alunni confessa di utilizzarlo anche più di prima «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema»</p>
<h2 id="il-lavoro-minorile">Il lavoro minorile</h2><p>In Italia si può lavorare dai 16 anni per tutti i cittadini italiani o stranieri. La legge prevede che la ragazza o il ragazzo abbiano frequentato la scuola per almeno 10 anni (5 anni di scuola primaria, 3 di scuola secondaria di 1° grado e 2 anni di scuola superiore) o abbiano ottenuto la licenza media e completato un corso di formazione riconosciuto dallo Stato. Tuttavia, chi non ha ancora completato un corso di formazione e quindi non ha ottenuto una qualifica professionale, può comunque lavorare con il contratto di Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale (decreto legislativo 167/2011).</p>
<p>I <a href="https://www.datocms-assets.com/30196/1781250491-unicef_report_lavorominorile_2026.pdf" rel="noopener">lavoratori minorenni di 15-17 anni</a> nel 2025 erano 81.565, ma le <a href="https://www.openpolis.it/numeri/nel-2020-rilevate-127-violazioni-della-legge-sul-lavoro-minorile/" rel="noopener">violazioni della legge</a> persistono e solo una minoranza dei casi viene rilevata. In riferimento ai lavoratori entro i 19 anni di età, nel periodo compreso tra il 2020 e il 2024 a livello nazionale sono state presentate all’Inail 330.890 denunce di infortunio per lavoratori diciottenni o di età inferiore.  Nello specifico, 205.804 (62 per cento) riguardavano i minorenni entro i 14 anni di età. Le denunce di infortunio con esito mortale per i minorenni sono state in totale 92 nel periodo preso in esame: 14 denunce per gli under 14.  «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema». </p>
<p>Sinora nessuno, neanche un parlamentare, ha richiamato alla memoria la giustificazione di Indro Montanelli per aver comprato in Etiopia nel 1935 la dodicenne Destà, originaria di Segheneiti, in Eritrea, una sposa bambina («Era una bellissima ragazza di dodici anni&hellip; Scusatemi, ma in Africa è un&rsquo;altra cosa») per sostenere che i diritti umani sono sì una prerogativa che spetta a ogni persona, ma la loro garanzia dipende da una potenziale serie di cause e contesti, anche temporali. Un pensiero estremo? Forse, ma non casuale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Punire prima? I quattordicenni subito imputabili</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili/</guid><pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><description>Il governo ha presentato un disegno di legge che inverte l’onere della prova per i minori tra i 14 e i 18 anni: non sarà più il giudice a dover dimostrare la loro capacità di intendere e volere, ma la difesa a dover provare il contrario. Una misura che non abbassa l’età imputabile, ma che secondo molti giuristi tradisce la logica educativa su cui si fonda da trent’anni il sistema penale minorile italiano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel pomeriggio di giovedì 23 luglio 2026, seduta n.182, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge recante modifiche in materia di imputabilità del minore. Si conoscerà il testo del D.d.l. non appena sarà trasmesso al Parlamento e per ora occorrerà accontentarsi del <a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-182/32393" rel="noopener">comunicato stampa</a> pubblicato sul sito del Governo e del testo attuale degli artt. 98 co. 1 c.p. e 9 d.P.R. 448/1998, entrambi interessati dal disegno di legge. </p>
<p>Il processo penale minorile, in vigore dal 1° gennaio 1989 in attuazione del D.p.r. n. 448 del 1988, ha storicamente rappresentato un terreno di sperimentazione per scelte ispirate a istanze di abolizionismo, rieducazione, al reinserimento sociale e alla diversion, cioè all’obiettivo di tenere il ragazzo o la ragazza fuori dal circuito penale ogni volta che sia possibile. Per questo, osservarne l’evoluzione ha offerto a lungo spunti preziosi su come perseguire in modo efficace le finalità della giustizia minorile: recupero, responsabilizzazione, reinserimento.</p>
<p>L’idea di modificarne impianto e visione invece tenta la destra da tempo. Una prima proposta di legge in Senato, sul tema, è stata avanzata nel 2001 da Giuseppe Consolo, allora Alleanza Nazionale, che voleva portare il limite di età per l’imputabilità del minore <a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=14&amp;tipodoc=DDLPRES&amp;id=8786&amp;idoggetto=0&amp;part=doc_dc-articolato_ddl" rel="noopener">da 14 a 12 anni</a>. Nel 2006 ci provò Alfredo Biondi, Forza Italia, che voleva portarla <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/2026/01/26/presentata-una-proposta-di-legge-sullabbassamento-delleta-dellimputabilita-a-13-anni/" rel="noopener">da 14 a 13 anni</a>. La Lega insiste sul tema dal 2019, con una proposta di legge presentata a firma dell’onorevole <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/2019/07/11/la-proposta-di-legge-sullabbassamento-del-limite-di-eta-dellimputabilita-da-14-a-12-anni/" rel="noopener">Gianluca Cantalamessa</a>. Dal 2019 sono molto numerosi gli interventi di Matteo Salvini sul tema, con un crescendo a partire dal 2023. L’ultima proposta a essere stata presentata in Parlamento è quella a firma di Marta Fascina, che ha iniziato il suo iter in Commissione Giustizia proprio una manciata di giorni fa, il 7 luglio, con relatore Pietro Pittalis. La proposta è nuovamente quella di abbassare l’età imputabile da 14 a 13 anni. </p>
<h2 id="come-il-sistema-italiano-protegge-i-minori">Come il sistema italiano protegge i minori</h2><p>Nel diritto italiano, l&rsquo;età minima di imputabilità penale è fissata tassativamente a 14 anni. Questo principio, sancito dal codice penale (<a href="https://www.adir.unifi.it/rivista/2002/adduci/cap1.htm" rel="noopener">articolo 97</a>), si articola su tre livelli rigidamente definiti dall&rsquo;età del minore. I minori di 14 anni sono considerati per legge del tutto privi della capacità di intendere e di volere al momento del fatto. Non possono mai essere imputati, sottoposti a processo o condannati a una pena detentiva, indipendentemente dalla gravità del reato commesso. Se il ragazzo (o la ragazza) viene ritenuto socialmente pericoloso, per esempio per aver commesso un reato grave, il giudice per i minorenni può applicare misure civili o di sicurezza non punitive, come la libertà vigilata o il collocamento in una comunità educativa. Il minore che ha compiuto 14 anni ma non ancora i 18, non è comunque automaticamente imputabile. Spetta al giudice l&rsquo;onere di dimostrare, attraverso perizie psicologiche e sociali, che possiede la maturità e il discernimento necessari per comprendere il valore illecito del suo gesto (articolo 98 c.p.). Se dichiarato imputabile, l’adolescente viene processato dal tribunale per i minorenni e beneficia di una pena diminuita rispetto a quella prevista per gli adulti. </p>
<p>In questo quadro legislativo si inserisce l’istituto della <a href="https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/pubblicazioni_studi_ricerche_testo_selezionato?contentId=SPS327765" rel="noopener">messa alla prova</a> che rappresenta lo strumento centrale e più innovativo della giustizia minorile in Italia. Interviene come una causa di estinzione del reato permettendo di sospendere il processo e affidare il minore ai servizi sociali per un percorso educativo; se il percorso si conclude con esito positivo, il reato si estingue senza alcuna condanna. Regolata dagli articoli 28 e 29 del D.P.R. 448/1988 questa misura punta al recupero dell’adolescente e ha un iter ben delineato: il giudice ferma il procedimento penale per un periodo massimo di tre anni per i reati più gravi o di un anno per gli altri e i servizi sociali creano un programma su misura che può includere obblighi legati allo studio, al lavoro, ad attività sportive o di volontariato. L’adolescente viene seguito passo dopo passo dagli operatori della giustizia minorile per verificarne i progressi e la crescita personale. Se il giovane rispetta il programma e dimostra di essere cambiato, il giudice dichiara il reato estinto in un&rsquo;apposita udienza. Se il ragazzo viola le regole o interrompe il percorso, il processo penale riprende dal punto in cui era stato interrotto.</p>
<h2 id="lo-standard-internazionale-14-anni-non-meno">Lo standard internazionale: 14 anni, non meno</h2><p>Nel diritto internazionale, l&rsquo;età minima di imputabilità penale non è fissa in un unico trattato globale, ma il <a href="https://www.ohchr.org/en/treaty-bodies/crc" rel="noopener">Comitato ONU sui Diritti dell&rsquo;Infanzia</a> raccomanda di fissarla ad almeno 14 anni, considerando questa soglia come lo standard internazionale ideale di giustizia minorile. L<a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/convention-rights-child" rel="noopener">&lsquo;articolo 40 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo</a> del 1989 chiede agli Stati di stabilire un&rsquo;età minima sotto la quale i minori sono presunti non capaci di violare la legge penale, senza però indicare un numero preciso. Il Comitato ONU ha <a href="https://www.right-to-education.org/sites/right-to-education.org/files/resource-attachments/RTE_International_Instruments_Minimum_Age_Criminal_Responsability_2014.pdf" rel="noopener">esortato gli Stati membri a innalzare l&rsquo;età minima di responsabilità penale</a> a 14 anni, lodando i Paesi che adottano questa soglia o una superiore (come 15 o 16 anni) e vietando i sistemi con età inferiori ai 12 anni.<br>
In ambito europeo, la valutazione della capacità di intendere e di volere per i minori nella fascia d&rsquo;età intermedia (generalmente tra i 14 e i 18 anni) si fonda sul principio della valutazione individualizzata caso per caso. I paesi dell&rsquo;Unione Europea gestiscono l&rsquo;onere e le modalità di questa valutazione principalmente attraverso <a href="https://archive.crin.org/en/home/ages/europe.html" rel="noopener">due approcci</a>: Il modello della &ldquo;presunzione di incapacità&rdquo; (Italia, Romania) e Il modello della &ldquo;flessibilità per reato&rdquo; (Germania, Francia, Polonia). La Direttiva UE 2016/800 impone a tutti gli Stati membri <a href="https://fra.europa.eu/en/content/fra-opinions-minimum-age-justice" rel="noopener">tutele ferree</a> durante questa valutazione. L&rsquo;esame della personalità deve essere tempestivo, non deve traumatizzare l’adolescente e richiede obbligatoriamente l&rsquo;assistenza di un legale e dei genitori (o tutori) sin dalle prime fasi di raccolta delle informazioni utili alla perizia.</p>
<h2 id="il-decreto-caivano-quando-la-repressione-prende-il-sopravvento">Il Decreto Caivano: quando la repressione prende il sopravvento</h2><p>In Italia il modello della presunzione di incapacità è stato messo sotto accusa dalla destra negli ultimi venti anni ma solo nel 2023 con il cosiddetto &ldquo;Decreto Caivano&rdquo; (D.L. 123/2023, convertito nella Legge 159/2023) si incrina la visione generale. Il decreto, infatti, modifica profondamente l&rsquo;istituto della messa alla prova minorile, introducendo un approccio più severo e rompendo il principio storico secondo cui la messa alla prova era applicabile a qualsiasi tipo di reato commesso da minori. </p>
<p>Questa modifica ha sollevato forti e quasi unanimi critiche da parte di giuristi, magistrati minorili, avvocati, tra cui l&rsquo;<a href="https://www.camerepenali.it/public/file/Oss_Corte_Costituzionale/UCPI_Opinione-amicus-curiae.pdf" rel="noopener">Unione delle Camere Penali Italiane</a>, e associazioni per i diritti dei detenuti come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AJL5dQd13jc" rel="noopener">Antigone</a>. I dati dell’associazione denunciano la mancata funzione di deterrenza di questi inasprimenti, che si traducono solo di aumento della detenzione. </p>
<p>La critica principale contesta l&rsquo;introduzione dei reati ostativi (il divieto automatico di messa alla prova per reati gravi come l&rsquo;omicidio o la violenza sessuale aggravata). Il sistema penale minorile italiano (<a href="https://www.camerepenali.it/public/file/Oss_Corte_Costituzionale/UCPI_Opinione-amicus-curiae.pdf" rel="noopener">D.P.R. 448/1988</a>) si basava sul principio che il percorso di recupero dovesse essere modellato sulla personalità del ragazzo e non sul titolo di reato commesso. Il Decreto Caivano, invece, sostituisce la <a href="https://www.osservatorioaic.it/images/rivista/pdf/2025_3_15_Piccolo.pdf" rel="noopener">logica educativa e riabilitativa</a> con una puramente repressiva e &ldquo;carcerocentrica&rdquo;, allineando il trattamento dei minori a quello degli adulti.</p>
<h2 id="lonere-della-prova-si-ribalta">L’onere della prova si ribalta</h2><p>Finora, nel diritto penale minorile la questione centrale che viene prioritariamente affrontata, è verificare se il ragazzo o la ragazza possano essere ritenuti responsabili. Questa responsabilità non dipende tanto dal reato o fatto commesso ma dall’età e dalla maturità del giovane. Questo significa che il giudice deve valutare se il minore era in grado di comprendere il disvalore del fatto e di autodeterminarsi. </p>
<p>Il disegno di legge del Governo interviene introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto quattordici anni e non ancora diciotto. Muta così il criterio di accertamento: la capacità non deve più essere positivamente verificata caso per caso, ma si presume fino a prova contraria, restando ferma la possibilità di escludere l’imputabilità quando risulti, sulla base degli elementi acquisiti nel procedimento, che l’adolescente ne fosse privo al momento del fatto.</p>
<p>Non si tratta, quindi di far scendere l’età dell’imputabilità (come si legge su alcuni titoli), che rimane fissata al compimento dei 14 anni (sotto i 14 si rimane non imputabili). Scatta, però, l’inversione dell’onere della prova: finora, per i minori tra i 14 e i 18 anni valeva una sostanziale presunzione di incapacità. Spettava al giudice e alla procura accertare e dimostrare, caso per caso, che vi fosse la presenza della capacità di intendere e di volere al momento del reato. La nuova regola stabilita nel disegno di legge introduce la presunzione relativa di imputabilità: significa che, tra i 14 e i 18 anni ragazzi e ragazze saranno considerate di regola capaci di intendere e di volere, salvo che la difesa dimostri il contrario o emerga il contrario dalle indagini. Resta <a href="https://www.sistemapenale.it/it/notizie/presunzione-di-imputabilita-per-i-minori-infradiciottenni-il-consiglio-dei-ministri-approva-un-disegno-di-legge" rel="noopener">ferma</a> la diminuzione della pena prevista per i minori imputabili. </p>
<h2 id="chi-difende-la-riforma">Chi difende la riforma</h2><p>Ovviamente il Governo e la sua maggioranza lodano e sostengono questo provvedimento. Il mondo della Giurisprudenza attende il testo per rilasciare commenti. Tra tutte le voci favorevoli ripotiamo il commento del Guardasigilli per competenza e ruolo, cioè il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che durante la <a href="https://www.laleggepertutti.it/817086_imputabilita-dei-minori-cosa-cambia-col-nuovo-ddl-del-governo" rel="noopener">conferenza stampa</a> al termine del Consiglio dei Ministri afferma che il provvedimento rappresenta il tassello che completa il percorso normativo avviato con il Decreto Caivano: «Non abbiamo abbassato l’età di imputabilità a 13 anni, come si era ipotizzato guardando ad altri Paesi. Abbiamo mantenuto la soglia dei 14 e non c’è un inasprimento delle pene. Abbiamo invece invertito l’onere della prova per adeguarci all’evoluzione della società: partiamo dal presupposto che un sedicenne oggi sia in grado di comprendere il significato dei propri gesti, salvo prova contraria». </p>
<h2 id="chi-la-contesta-e-perché">Chi la contesta, e perché</h2><p>Le critiche alla visione e alla strategia di questo governo in materia di diritto penale minorile sono emerse già nel 2023. In merito alla modifica della messa alla prova ci furono critiche di incostituzionalità. La Costituzione, infatti, impone alla Repubblica di proteggere la maternità, l&rsquo;infanzia e la gioventù. </p>
<p>Molti tribunali hanno sollevato dubbi di legittimità costituzionale tra cui il <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/2024/05/17/decreto-caivano-e-messa-alla-prova-il-tribunale-per-i-minori-di-bari-solleva-questione-di-legittimita-costituzionale/" rel="noopener">tribunale per i minorenni di Bari</a>, evidenziando come sbarrare la strada alla riabilitazione violi il dovere dello Stato di proteggere e recuperare i giovani devianti. La violazione riguarderebbe anche la legislazione europea: bloccando la messa alla prova e aumentando la custodia cautelare, la <a href="https://www.camerepenali.it/public/file/Oss_Corte_Costituzionale/UCPI_Opinione-amicus-curiae.pdf" rel="noopener">norma è in contrasto con la Direttiva UE 2016/800</a>, la quale sancisce che per i minorenni la privazione della libertà deve essere una misura di estrema ratio e di durata minima possibile. </p>
<p>Nonostante le critiche sul funzionamento dei tribunali minorili e  le denunce sulle <a href="https://www.antigone.it/news/3628-carceri-presunte-violenze-e-torture-all-ipm-di-casal-del-marmo-antigone-avevamo-presentato-un-esposto-e-allertato-le-istituzioni" rel="noopener">violenze accertate nelle carceri minorili</a>, che ne dimostravano tutta la inadeguatezza, Il sostegno alla visione vigente dell’ordinamento in tema di diritto penale minorile, prima delle modifiche introdotte dall’attuale governo, è stato ampio sia nel mondo della giurisprudenza che della società civile organizzata. Come sostiene <a href="https://www.avvocatiroma.net/2025/06/03/imputabilita-del-minore-quando-si-puo-essere-responsabili-penalmenteavvocati-roma-minore-14-anni/" rel="noopener">l’avvocata Silvia Lucarelli</a>: «La legge riconosce che non tutti i quattordicenni sono uguali, e che la responsabilità penale deve fondarsi su una valutazione concreta e individualizzata. Questa impostazione non è segno di debolezza del sistema, ma un’affermazione forte di civiltà giuridica, perché mette al centro la persona, la sua consapevolezza e possibilità di recupero». </p>
<p>Oggi di fronte alla comunicazione della Presidente del Consiglio sull’approvazione di un disegno di legge recante modifiche in materia di imputabilità del minore, pur in attesa del testo definitivo, sono già molte le voci contrarie. Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, elenca ragioni culturali e ragioni pratiche per dire no a una ipotesi che a una riflessione obiettiva non può che dimostrare la sua inconsistenza di <a href="https://www.vita.it/minori-piu-facilmente-imputabili-di-reato-una-norma-manifesto-non-una-risposta/" rel="noopener">norma “manifesto”</a>. Una scelta che rappresenterebbe un ulteriore passo nella trasformazione della giustizia minorile italiana da sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione a un sistema sempre più orientato alla punizione e alla repressione. </p>
<p>Anche Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’<a href="https://www.antigone.it/" rel="noopener">osservatorio minori</a> dell’Associazione Antigone, respinge la bontà del provvedimento e soprattutto la sua visione: «Rischia di essere la pietra tombale di un’idea di giustizia minorile che il nostro Paese aveva costruito con fatica. La domanda non dovrebbe essere come punire prima, ma come intervenire prima: prima che un ragazzo venga abbandonato, prima che la scuola lo perda, prima che i servizi sociali non riescano a intercettare il disagio, prima che una situazione di marginalità diventi una storia criminale. La risposta alla devianza minorile deve essere costruita intorno alla responsabilizzazione e all’educazione, non alla mera anticipazione della sanzione». </p>
<p>Un’altra critica investe la questione che limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase vuol dire snaturare la specializzazione del sistema penale minorile, che è stato invece creato proprio per rispondere alle <a href="https://www.savethechildren.it/press/imputabilita-minori-no-ad-adultizzazione-del-sistema-di-giustizia-minorile" rel="noopener">esigenze evolutive dei giovanissimi</a>. Il nostro ordinamento non mira e non deve mirare a punire il ragazzo come un adulto in miniatura, ma lavora per comprenderne il percorso, responsabilizzarlo e favorirne il reinserimento nella società.  Una risposta che penalizza i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze senza affrontare le radici della violenza semplicemente non funziona.  </p>
<h2 id="staremo-a-vedere">Staremo a vedere</h2><p>A parere di chi scrive è proprio la Presidente Meloni nel suo <a href="https://www.governo.it/en/node/32389" rel="noopener">video comunicato</a> a fornire una interpretazione più politica del provvedimento, ad evidenziarne la natura securitaria e la limitatezza della sua capacità di azione. Non tanto quando dice: «Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti al giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità», ma quando afferma che di fronte ad altri soluzioni possibili sceglie in primis questa: «Questo provvedimento è un tassello, in un percorso molto più difficile e spesso silenzioso. Perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo: c’è spesso una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che lo ha perso, un quartiere senza nulla da offrire la sera».</p>
<p>Staremo a vedere in questo ultimo anno di legislatura se questo Governo realizzerà tutti gli altri tasselli, che in quattro anni non ha realizzato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fine vita: fare leggi è meglio che costruire macchine</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine/</guid><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>societa</category><description>Quando il parlamento non legifera su questioni etiche controverse, il conflitto si sposta nei tribunali e nei laboratori. Lo dimostra il paradosso del dispositivo costruito dal CNR (e negato) per consentire il suicidio assistito, mentre la Francia risolve liberando finalmente una legge sul suicidio assistito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono voluti due anni, di sofferenze fisiche e psicologiche, una questione di legittimità costituzionale, un&rsquo;ordinanza della Consulta, un mandato del Tribunale di Firenze e un prototipo costruito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche perché una donna di cinquantacinque anni, paralizzata dal collo in giù da una sclerosi multipla, potesse esercitare un diritto che la Corte costituzionale le aveva riconosciuto nel 2019. Libera, il nome di fantasia che si era scelta, è morta a casa sua il 25 marzo, attivando con lo sguardo una pompa infusionale. Quattordicesima persona in Italia ad accedere al suicidio medicalmente assistito, prima a farlo con un comando oculare.<br>
La discussione che ne è seguita e intesa a cercare di dotare il paese di una legge per superare o per restringere i limiti politici e giuridici di una sentenza ritagliata sul caso  Cappato/Fabiano, si è incagliata nella macchina: forse per evitare di fare una legge, e di ammettere che ci si è comunque infilati in un vicolo cieco politico e giuridico. Disquisizioni vuote: se esista un dispositivo certificato CE per l&rsquo;autosomministrazione, chi abbia chiesto al Consiglio Nazionale delle Ricerche di fabbricarlo, se sia giusto che un ente pubblico di ricerca progetti una tecnologia per morire, se il CNR abbia oltrepassato i propri compiti…</p>
<p>Quel dispositivo non è nato da un&rsquo;esigenza clinica: le interfacce a puntamento oculare e le pompe infusionali esistono da decenni e si comprano: qualunque ingegnere biomedico saprebbe assemblarle. È nato da un&rsquo;esigenza giuridica, cioè dalla necessità di rispettare la distinzione normativa tra autosomministrazione ed etero-somministrazione. La macchina del CNR è una protesi giuridica, non una protesi medica. Non cura nulla e non risolve alcun problema terapeutico: serve a soddisfare una definizione legale dell&rsquo;atto finale. È la prova materiale dell&rsquo;incapacità del legislatore di decidere in forme congruenti con i diritti costituzionali dei cittadini italiani.<br>
Che il bersaglio sia sbagliato lo dimostra la piega surreale presa dalle audizioni parlamentari, dove il presidente dell&rsquo;Istituto Superiore di Sanità ha detto l&rsquo;ovvio, che non esiste una macchina certificata CE per il suicidio assistito di una persona paralitica, mentre il presidente del CNR Andrea Lenzi <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/792222/2a-giustizia-e-10a-affari-sociali-sanita-lavoro-pubblico-e-privato-previdenza-sociale" rel="noopener">ha sostenuto di non essere al corrente</a> di ciò che si faceva in un suo dipartimento. Il direttore di quel dipartimento, Emilio Campana, <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/793413/1a-aff-costituzionali-e-2a-giustizia-del-senato-riunite-ufficio-di-presidenza" rel="noopener">ha portato le prove</a> documentali che Lenzi sapeva tutto e ora, per essersi comportato con correttezza etica e istituzionale, pare sotto attacco dai vertici. </p>
<p>Il problema della certificazione, comunque, si confuta da solo, non perché sia falso di fatto, ma perché lo è sul piano categoriale. La marcatura CE la rilasciano gli organismi notificati ai sensi del regolamento 2017/745 sui dispositivi medici, e nessun organismo notificato certificherà mai una macchina il cui scopo dichiarato non è diagnostico né terapeutico. Chiedere la certificazione di un dispositivo che per definizione non è un dispositivo medico non è una cautela regolatoria: è la forma tecnica dell&rsquo;ostruzione. E che Lenzi, dopo aver chiesto al ministero della Salute un&rsquo;«autorizzazione preventiva» giudicata superflua tanto dal Tribunale di Firenze quanto dall&rsquo;Avvocatura dello Stato, dichiari oggi di non sapere, aggiunge imbarazzo, non informazione. L&rsquo;ostruzione è il sintomo di una malattia dall&rsquo;eziologia nota.</p>
<h2 id="la-storia-di-libera">La storia di Libera</h2><p>Ricordiamo la vicenda, perché la si racconta spesso al contrario. Il giudice fiorentino non ha aggirato la questione costituzionale: l&rsquo;ha sollevata. Davanti a una donna che soddisfaceva tutti i requisiti fissati dalla <a href="https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2019/242" rel="noopener">sentenza 242 del 2019</a>: patologia irreversibile, sofferenza intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, piena capacità di decidere, ma che non poteva premere alcun pulsante, ha sollevato questione di legittimità sull&rsquo;articolo 579 del Codice penale, l&rsquo;omicidio del consenziente, perché è in quella fattispecie che sarebbe ricaduta la somministrazione da parte del medico. È stata la Corte, nel luglio 2025, a rispondere chiedendo con urgenza di verificare, in Italia e all&rsquo;estero, se esistessero dispositivi idonei all&rsquo;autosomministrazione. Quando è emerso che non esistevano, nel novembre 2025 il tribunale ha dato mandato al CNR di costruirne uno. A marzo il collaudo, la consegna, il decesso.<br>
La protesi giuridica, dunque, non è l&rsquo;espediente di un magistrato che schiva la domanda difficile: è stata prescritta dalla Corte costituzionale come alternativa a decidere sull&rsquo;articolo 579. Il custode della Costituzione, messo di fronte a un diritto che aveva riconosciuto e che risultava ineseguibile, ha preferito ordinare un&rsquo;ispezione del mercato mondiale della strumentazione biomedica piuttosto che dire se quel diritto valga anche per chi non può muovere un dito. Una questione di principio retrocessa a problema di ingegneria.</p>
<h2 id="un-diritto-che-non-si-può-esercitare">Un diritto che non si può esercitare</h2><p>Se una persona soddisfa tutte le condizioni fissate dalla Consulta ma non è in grado di compiere il gesto finale che la legge richiede, il sistema entra in contraddizione con sé stesso: riconosce un diritto e ne rende impossibile l&rsquo;esercizio, non per ragioni sostanziali ma per la descrizione dell&rsquo;ultimo movimento. Non è una questione che si liquidi con slogan libertari né con richiami astratti alla sacralità della vita, perché non riguarda se il diritto ci debba essere - quello lo ha già stabilito la Corte - ma se possa dipendere dalla motilità residua del titolare. La soluzione attuale è affidarsi a eccezioni, ricorsi, ordinanze e dispositivi costruiti caso per caso: costruire una nuova macchina ogni volta che si presenta un nuovo corpo. Un modello giuridico difficile da difendere.<br>
L&rsquo;imbarazzo cresce nel confronto con ciò che il nostro ordinamento già ammette. Consideriamo legittimo accompagnare alla morte un paziente sospendendo i trattamenti di sostegno vitale e, nei casi previsti, con la sedazione profonda continua fino al decesso: procedure in cui il medico agisce, a volte d&rsquo;accordo con il paziente, non di rado senza che questi lo sappia, cioè per pietà o d&rsquo;intesa con i soli familiari, sapendo quale sarà l&rsquo;esito e mettendolo in conto. Continuiamo però a impedire che lo stesso medico dia esecuzione alla richiesta consapevole di una persona completamente paralizzata che possiede tutti i requisiti riconosciuti dalla Corte. La differenza non è facilmente difendibile sul piano etico: lo è solo appellandosi a un&rsquo;etica ipocrita. È il prodotto di una particolare costruzione giuridica dell&rsquo;agire e del lasciar accadere. E invece di discutere apertamente quella costruzione, si fabbricano macchine, si convocano comitati, si coinvolgono enti di ricerca.</p>
<h2 id="la-svolta-francese-del-2026">La svolta francese del 2026</h2><p>Chi pensa che questo sia un vizio italiano dovrebbe guardare alla Francia, dove lo stesso meccanismo ha lavorato per cinquant&rsquo;anni, se non altro con maggiore eleganza. Il dibattito sull&rsquo;eutanasia nasceva nei primi anni Settanta: Jacques Monod, premio Nobel per la medicina e figura centrale dell&rsquo;intellettualità francese, sosteneva pubblicamente il diritto all&rsquo;eutanasia; nasceva un movimento culturale, e persino il quotidiano Le Monde difese l&rsquo;eutanasia come diritto (1979). Si sarebbe potuto immaginare un percorso simile a quello olandese o belga. È accaduto l&rsquo;opposto, e non per un rifiuto frontale. La risposta francese è stata sofisticata: a ogni ondata di domanda sociale ha corrisposto una controproposta tecnica. Alla richiesta di legalizzare l&rsquo;eutanasia si è risposto con il rafforzamento delle cure palliative (legge Kouchner, 1999). Alla pressione dei casi emblematici (quello di Vincent Humbert su tutti, con la lettera a Chirac del 2002) con la legge Leonetti del 2005, che riconosceva il laisser mourir, interrompere trattamenti sproporzionati, continuando a vietare il faire mourir. Al riemergere del dibattito, la <a href="https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000031970048" rel="noopener">legge Claeys-Leonetti</a> del 2016: sedazione profonda e continua su richiesta del paziente terminale. Ogni volta veniva concesso qualcosa, mai ciò che era richiesto; ogni volta la sofferenza riceveva una risposta tecnica che lasciava al medico il governo del processo del morire. Il Comitato consultivo nazionale di etica ha assecondato a lungo questa linea, prima di aprire con l&rsquo;<a href="https://www.ccne-ethique.fr/fr/publications/avis-139-questions-ethiques-relatives-aux-situations-de-fin-de-vie" rel="noopener"><em>avis 139</em></a> del 2022 all&rsquo;aiuto attivo a morire.</p>
<p>In Francia la controproposta tecnica era clinica, e serviva a preservare la giurisdizione medica sul morire. In Italia è stata ingegneristica, e serve a preservare la giurisdizione del diritto penale sulla descrizione dell&rsquo;atto finale. In entrambi i casi si offre un dispositivo per non pronunciare una norma. E gli Ordini dei medici? In Italia la Federazione degli Ordini dei medici tutela gli interessi della categoria, mediandoli con la politica, con i pazienti ridotti a materiale di lavoro. In Francia il Conseil national de l&rsquo;Ordre des médecins ha progressivamente abbandonato l&rsquo;interdetto deontologico fino a rendersi disponibile a contribuire all&rsquo;attuazione del nuovo quadro. I veri fattori di rallentamento, oltralpe, sono stati il calendario politico, le resistenze parlamentari (soprattutto al Sénat) e una lunga strategia istituzionale. La professione medica non ha difeso un principio immutabile: ha difeso una giurisdizione.</p>
<p><a href="https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/16/textes/l16t0484_texte-adopte-seance" rel="noopener">La legge adottata il 15 luglio 2026</a> segna una svolta. Il testo di Olivier Falorni è stato approvato in lettura definitiva dall&rsquo;Assemblée nationale con 291 voti contro 241 e 29 astensioni, dopo che il 7 luglio il Sénat lo aveva respinto con una <em>question préalable</em>, rifiutandosi cioè perfino di esaminarlo. Il 16 luglio il presidente del Senato ha adito il Conseil constitutionnel, perciò la legge non è ancora promulgata. Il contenuto: l&rsquo;aiuto a morire è fondato sull&rsquo;autosomministrazione, ma prevede che, quando la persona non sia fisicamente in grado di compierla, la sostanza sia somministrata da un medico o da un infermiere. Una riga di testo, e il problema che ha impegnato per due anni la Corte costituzionale italiana, il Tribunale di Firenze e i laboratori del CNR semplicemente smette di esistere.</p>
<h2 id="soglie-e-criteri">Soglie e criteri</h2><p>Non è, quella francese, una liberalizzazione senza riserve. I criteri restano stretti: affezione grave e incurabile in fase avanzata o terminale, sofferenza refrattaria o insopportabile, volontà libera e informata, La legge esclude che la sola sofferenza psichica possa dare titolo all&rsquo;accesso. Scelta che riflette prudenza clinica e politica, e che apre una questione di uguaglianza per cui nessuno ha una buona risposta: perché una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle/">sofferenza psichiatrica cronica</a>, resistente ai trattamenti e vissuta come intollerabile, dovrebbe contare meno di una sofferenza fisica? Mah. La distinzione non si lascia fondare su un principio morale: recluta pregiudizi quasi animistici, il timore vago degli abusi e la difficoltà di valutare la capacità decisionale di quei pazienti.</p>
<p>Il che dice qualcosa di generale sulle soglie fissate dalle diverse giurisdizioni. Non sono dedotte da alcuna dottrina etica: l&rsquo;Oregon ammette solo il suicidio assistito e pretende che sia il paziente a compiere l&rsquo;atto (i paralitici completi come Libera, poveretti, devono continuare a partire). I Paesi Bassi e il Belgio, così come la Spagna, consentono l&rsquo;eutanasia praticata dal medico e includono, entro limiti, alcune forme di sofferenza psichiatrica e lì il problema dell&rsquo;autosomministrazione non esiste. La Svizzera costruisce tutto sull&rsquo;assenza di motivazioni egoistiche in chi assiste, più che su criteri clinici, e anche lì Libera sarebbe stata esclusa per un capzioso requisito tecnico-giuridico. La Francia ha scelto una via intermedia. Sono compromessi storici, rinegoziati di continuo, che dipendono dagli equilibri fra parlamento, magistratura, professioni sanitarie e opinione pubblica.</p>
<p>Da questo, però, non discende che valga tutto: che un assetto valga l&rsquo;altro. Al contrario: proprio perché le soglie non si deducono da alcuna verità morale e vanno negoziate, conta dove le si negozia. L&rsquo;Italia è un caso quasi unico non perché abbia scelto una soglia più restrittiva, ma perché non ha scelto. Ha lasciato che la soglia precipitasse fuori dal luogo deputato a fissarla, e quando il legislatore rinuncia a disciplinare un conflitto etico quel conflitto non scompare: si sposta. Finisce nelle aule dei tribunali, nei comitati etici, negli ordini professionali, nei laboratori di ricerca, dove il diritto continua a essere costruito pezzo dopo pezzo fino al caso successivo. La macchina del CNR, in fondo, non dice nulla sul fine vita. Dice molto sul modo in cui, in una democrazia, chi rappresenta gli elettori e si impegna a tutelarne i diritti costituzionali, sceglie di non scegliere.</p>
<p>Cosa accadrà è difficile prevedere. In Italia la discussione sul fine vita è recentissima: in teoria comincia nel 1984, con la proposta di legge sull&rsquo;eutanasia di Loris Fortuna, morto l&rsquo;anno dopo, e per un ventennio ne parla quasi solo il Partito Radicale. Sul piano politico-giuridico la questione emerge con i casi Welby (2006) ed Englaro (2008-2009); poi arriva l&rsquo;<a href="https://www.associazionelucacoscioni.it/" rel="noopener">Associazione Luca Coscioni</a> a fare sul serio, con le battaglie di disobbedienza civile condotte da Marco Cappato e Filomena Gallo. </p>
<p>Oggi chi lavora più decisamente in parlamento per una legge che recepisca la sentenza della Corte («no eutanasia» resta il mantra di quasi tutti gli attori politici) è la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi, dentro uno scenario parlamentare frammentato al di là delle posizioni ufficiali dei partiti. Una cosa sembra certa: se si farà una legge, sarà molto restrittiva, e per tipico moralismo ipocrita italiota si cercherà di ridurre al minimo il coinvolgimento del Servizio Sanitario Nazionale nell&rsquo;erogazione della prestazione. Ma a pseudosoluzioni punitive, intese a ostacolare l&rsquo;accesso a un diritto costituzionale pur riconosciuto, i cittadini di questo paese paiono assuefatti. Almeno dalla legge 40 in poi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Degenerati al potere e la psichiatrizzazione del nemico politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico/</guid><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:57:00 +0200</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>libri</category><description>Il pamphlet antinazista dello psichiatra Arthur Kronfeld “Degenerati al potere&amp;amp;quot; mostra come anche uno scienziato possa cedere alla tentazione di trasformare la diagnosi in propaganda. È una storia che interroga anche il presente, perché il problema non è la psiche dei leader, ma la forza delle istituzioni che ne limitano il potere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico-v2-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico-v2-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«La &ldquo;realtà psichica&rdquo; non corrisponde alla &ldquo;realtà storica&rdquo;», scrive Luciano Mecacci nella nota al testo dell&rsquo;edizione italiana di <a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/arthur-kronfeld-degenerati-al-potere-9788833946450/" rel="noopener"><em>Degenerati al potere</em></a>, un pamphlet di propaganda antinazista del 1941, redatto dallo psichiatra tedesco Arthur Kronfeld (1886-1941). E nemmeno alla &ldquo;realtà politica&rdquo;, si potrebbe aggiungere. Di questi tempi circolano con frequenza, nei media, commenti sulla salute mentale di figure che ricoprono posizioni di potere o sono molto visibili: psichiatri e psicologi clinici discutono i profili psicopatologici di Trump e di Putin, così come - va detto - sono chiamati a diagnosticare qualunque fenotipo umano che si comporti in modi difformi rispetto a una norma sociale, morale o legale. La tentazione di tradurre in patologia ciò che disturba è forse “innata” e quindi trasversale.</p>
<p>Nel 1973 l&rsquo;American Psychiatric Association istituì la regola di Goldwater, che negli USA stigmatizza eticamente gli psichiatri che formulino e diffondano diagnosi su figure pubbliche senza averle visitate e senza il loro consenso. La regola è stata riaffermata ed estesa nel 2017, in piena discussione sulla mente di Trump. Il nome proviene dal candidato presidenziale Barry Goldwater, che nel 1964 fu oggetto di un&rsquo;iniziativa della rivista <em>Fact</em>: interpellati 12.356 psichiatri sulla sua idoneità psicologica alla presidenza, risposero in 2.417, e di questi 1.189 lo dichiararono &ldquo;psicologicamente inadatto&rdquo;. Goldwater perse le elezioni, ma vinse la causa per diffamazione e la rivista chiuse.</p>
<p>Contrariamente a un luogo comune, la psichiatrizzazione del nemico politico non è prerogativa delle dittature. È una tentazione costante anche per le democrazie. La differenza è che una democrazia possiede alcuni anticorpi, finché fa i richiami vaccinali - la deontologia professionale, i tribunali, il pluralismo della stampa - per circoscriverla e disinnescarla. Una dittatura la eleva a strumento di Stato.</p>
<p>Che un tiranno soffra di una “malattia dell&rsquo;anima” lo scriveva già Platone, nel libro IX della <em>Repubblica</em>. Gli storici romani &ldquo;psichiatrizzarono&rdquo; diversi imperatori. In età moderna la lettura dei despoti come malati rimase sottotraccia, per esplodere in età positivista, soprattutto con Cesare Lombroso. Il testo chiave è del 1890: <em>Il delitto politico e le rivoluzioni</em>, scritto con Rodolfo Laschi: vi si trovano le categorie del &ldquo;mattoide politico&rdquo; e del &ldquo;delinquente politico&rdquo;, lette alla luce della teoria della degenerazione - le devianze come regressioni ataviche - e un campionario di figure positive (Garibaldi e Washington), ma soprattutto negative, come i protagonisti giacobini del Terrore, un certo numero di regicidi, Davide Lazzaretti, ecc.</p>
<p>Il testo curato da Mecacci intercetta una fenomenologia tragica, ed è interessante perché mostra la &ldquo;promiscuità&rdquo; di un concetto chiave della psicopatologia positivista, la degenerazione, e gli esiti imprevisti della propaganda fondata sulla pseudoscienza. L&rsquo;autore era una figura di spicco della psichiatria tedesca e uno dei tre fondatori dell&rsquo;Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld (1868-1935), padre della sessuologia scientifica. Aveva avuto in cura Zinaida Volkova, la figlia maggiore di Trotsky, suicida a Berlino nel gennaio 1933. Gli fu vietato l&rsquo;insegnamento nel 1935, riparò in Svizzera, dove l&rsquo;asilo gli fu negato, e nel 1936 si rifugiò a Mosca per sfuggire alle persecuzioni naziste.</p>
<p>L&rsquo;Institut, creato da Hirschfeld nel 1919, che godeva di una rinomanza scientifica ed era il luogo in cui lo psichiatra omosessuale aveva sottratto l&rsquo;omosessualità alla spiegazione degenerativa ma sulla base di una “biologizzazione”, fu devastato il 6 maggio 1933 da studenti nazisti e dalla SA. Biblioteca e archivi finirono nel rogo dei libri dell&rsquo;Opernplatz. Hirschfeld era all&rsquo;estero per un tour di conferenze e vide i propri libri bruciare in un cinegiornale. Non tornò più in Germania. Morì a Nizza il 14 maggio 1935.</p>
<p>A Mosca Kronfeld tornò a esercitare e, dopo l&rsquo;invasione hitleriana dell&rsquo;Unione Sovietica, si diede all&rsquo;attività politica: trasmissioni radiofoniche, riunioni con scienziati sovietici e l’opuscolo - forse redatto in origine per il Comitato Centrale del PCUS - in cui presentava i gerarchi nazisti come &ldquo;degenerati&rdquo;: facendo i nomi e rivelando dettagli intimi su Hitler e il suo entourage. Il 16 ottobre 1941, durante l&rsquo;offensiva autunnale della Wehrmacht su Mosca, si tolse la vita insieme alla moglie Lydia. Nella prefazione di Alexander Etkin si avanza il sospetto che sia stato assassinato perché sapeva troppo.</p>
<p>La struttura del libello è quella di una galleria di ritratti clinico-sessuologici preceduta da una premessa metodologica. Kronfeld dichiara che le sue fonti sono osservazioni personali e racconti di membri del partito, suoi pazienti in psicoterapia, i cui nomi non può citare. Vale a dire: un testo del tutto inattendibile, fondato sul sentito dire, eretto a perizia. Di Hitler, che dice di aver osservato da vicino nel maggio 1932 a Monaco - dove fu testimone-perito nel processo per diffamazione intentato da Hitler contro Werner Abel - traccia un profilo di &ldquo;primitività degenerativa&rdquo;, con tanto di stigmate fisiche e di una genealogia morbosa, e prosegue con l’eziologia sessuale: l’enfasi è sui pettegolezzi circa la sua presunta omosessualità. Göring è ridotto a un disturbo ghiandolare congenito, ai ricoveri psichiatrici svedesi del 1924-26, all&rsquo;abuso di morfina; Goebbels, &ldquo;degenerato e storpio&rdquo;, ricadrebbe - annota con compiacimento - sotto i paragrafi della legge sulla sterilizzazione coatta dei minderwertig, gli inferiori; e così via, fino a Himmler, “mistico schizofrenico&quot;. Bastano questi esempi: il metodo è sempre lo stesso, e conta più dei singoli verdetti. Conclude denunciando la &ldquo;marmaglia&rdquo; sanguinaria portata al potere dalla disoccupazione e dalla crisi, dal fronte di Harzburg, da Hugenberg, Papen e Hindenburg, con il sostegno dell&rsquo;industria e delle banche che la usarono come arma contro la Repubblica. Slogan finale: &ldquo;La verità trionferà!&rdquo;.</p>
<p>Il testo colpisce per la sua connotazione pseudoscientifica, che contraddice la fama dell’autore. Il progetto di Kronfeld, coltivato fino agli ultimi anni, era quello di fondare la psichiatria e la psicologia come scienze rigorose. Aveva combattuto la teoria della degenerazione e il determinismo biologico, quest’ultimo implicito anche nell’approccio di Hirschfeld. Lo stesso uomo chiudeva la propria esistenza imbracciando l&rsquo;arma della degenerazione e del determinismo, cioè l&rsquo;arsenale pseudoscientifico che i nazisti riversavano contro ebrei, oppositori, scienziati e artisti non indottrinati, omosessuali, disabili.</p>
<p>Kronfeld sapeva di contraddirsi? I più dicono di sì: spense consapevolmente lo scienziato e accese il propagandista. Lo scenario - la guerra totale, la disperazione personale, il rischio concreto di cadere nelle mani dei nazisti - gli fece perdere il controllo, e &ldquo;scelse&rdquo; di usare in modo strumentale un apparato concettuale che aveva in prima persona screditato. La domanda interessante non è però se fosse consapevole, ma: cosa resta dell&rsquo;integrità etico-epistemica di un ricercatore quando l&rsquo;unica arma retorica a portata di mano è quella dei suoi persecutori, e l&rsquo;alternativa è il silenzio davanti a Hitler?</p>
<p>Nei decenni intorno al 1900, la teoria della degenerazione attraversava tutte le ideologie, dal cattolicesimo integralista al socialismo al liberalismo: una visione deterministica dello sviluppo umano, costruita su dati osservazionali sparsi e privi di valenza esplicativa, manipolati con teorie fantasiose ma intuitive, che promettevano di progettare società ideali. Ne vennero incubi. È la macchina che Lombroso, socialista moderato, aveva puntato contro i rivoluzionari - giacobini, regicidi, Lazzaretti - e che Kronfeld punta contro i controrivoluzionari nazisti. O che il liberale e sionista Max Nordau (1849-1923), amico di Lombroso, indirizzò contro correnti le artistiche e letterarie innovative, salvo che il suo concetto di “arte degenerata” (o cultura degenerata) fu assunto dai nazisti per perseguire intellettuali ebrei e critici del nazismo.</p>
<p>Identico strumentario diagnostico, vettore politico rovesciato: esattamente la plasticità ideologica che rende la degenerazione una forma vuota, riempibile da qualsiasi progetto normativo. Il rovesciamento si sigilla da sé, perché quella grammatica era stata raffinata anche da scienziati ebrei ed emancipazionisti - Hirschfeld, mentre Kronfeld la combatteva - prima di diventare arma nazista contro di loro, e infine arma di un ebreo disperato contro i nazisti.</p>
<p>Di questa ambiguità si è recentemente servito Peter Kratz - psicologo e polemista militante, presidente del fantomatico BIFFF (Berliner Institut für Faschismus-Forschung und Antifaschistische Aktion), un&rsquo;associazione berlinese da lui fondata, attiva soprattutto tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila nella ricerca e nell&rsquo;attivismo contro l&rsquo;estrema destra.  Del testo di Kronfeld ha curato la traduzione tedesca nel 2012 per attaccare gli approcci biologizzanti all&rsquo;omosessualità, difesi da Hirschfeld come strategia emancipativa: se l&rsquo;omosessualità è naturale, allora non va moralizzata né perseguita. Kratz ribalta la lettura e sostiene che quello era &ldquo;il contrario del pensiero emancipativo&rdquo;. Era un pensiero “disumano”. E usa Kronfeld come grimaldello contro Hirschfeld. La Magnus-Hirschfeld-Gesellschaft lo ha accusato apertamente, con solide prove, di citazioni manipolate e di libere associazioni.</p>
<p>Resta la lezione di fondo, che è al tempo stesso epistemica e politica. Sul piano epistemico, la diagnosi a distanza è priva di valore: si fonda sul sentito dire, non è falsificabile, e - Kronfeld lo prova suo malgrado - è disponibile a chiunque, per qualunque bersaglio. Ma supponiamo pure che una diagnosi sia accurata: resterebbe politicamente irrilevante. In una democrazia costituzionale non conta se un leader presenti tratti riconducibili a questa o a quella categoria, ma se i suoi comportamenti producono effetti dannosi per le istituzioni, lo stato di diritto e il funzionamento del sistema. Quando ciò accade, la questione cessa di essere clinica e diventa politica. A quel punto non servono diagnosi migliori, ma argini più solidi: la capacità degli altri organi costituzionali, delle forze politiche, delle stesse strutture di governo di limitare e correggere il danno. Una democrazia non si difende psichiatrizzando il capo, ma costruendo contrappesi che funzionano a prescindere dalla sua psiche. Il problema politico non è la salute mentale del leader: è la robustezza delle istituzioni chiamate a mitigare gli effetti delle sue decisioni. È precisamente quello che a Kronfeld, nella Mosca del 1941, mancava del tutto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il prezzo della salute: come la povertà economica genera la povertà sanitaria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria/</guid><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 07:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Paolucci</dc:creator><category>salute</category><description>Universalità, equità e uguaglianza: sono questi i tre pilastri su cui poggia il nostro Servizio sanitario nazionale, fondato nel 1978. Negli ultimi anni, tuttavia, questo modello si è progressivamente allontanato dalla sua ispirazione originaria, scivolando verso una logica puramente prestazionale. Sulla carta, la salute è ancora un diritto di tutti, nei fatti, sta diventando un lusso per pochi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di dover scegliere, arrivati a metà mese, se riempire il carrello della spesa o andare in farmacia a ritirare l’antibiotico per vostro figlio. O di dover rinunciare a quella visita cardiologica che aspettate da mesi perché l’alternativa pubblica ha una lista d’attesa di un anno e quella privata costa quanto mezza bolletta della luce. Questa è la quotidianità per i quasi 6 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta, con un trend in costante aumento nell’ultimo decennio (Istat). «In questo scenario di “permacrisi”, caratterizzato dal susseguirsi e dall’intrecciarsi di tensioni economiche, sociali e geopolitiche, la povertà ha smesso di essere un fenomeno eccezionale e temporaneo, trasformandosi in una condizione di strutturale normalità per una quota crescente della popolazione», si legge.  <br>
L’ultimo <a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/06/Sintesi_report-statistico-Caritas-_2026.pdf" rel="noopener">identikit sociologico</a> tracciato da Caritas Italiana lancia un allarme chiaro sulla natura multidimensionale del disagio: quando si è poveri, non manca mai una cosa sola. Nel 2025 la rete Caritas ha accompagnato 282.539 persone (il valore più alto mai registrato), in crescita del 48% nel decennio 2015–2025. Più della metà di chi si rivolge ai centri d’ascolto (55,6%) chiede aiuto per almeno due ambiti di supporto contemporaneamente.<br>
Ai bisogni primari legati a lavoro, casa e bollette si affianca un’autentica emergenza sanitaria e psicologica, le cui richieste d’aiuto hanno registrato un’impennata del 69,4% nell’ultimo decennio. Solo nel 2025, Caritas ha erogato oltre 76.000 prestazioni in ambito sanitario, tra visite mediche, esami clinici e distribuzione di farmaci. I dati dimostrano che la fragilità medica viaggia quasi sempre insieme all’isolamento sociale e all’indigenza: il 59,7% delle persone con problemi di salute sperimenta tre o più ambiti di bisogno, una percentuale che sfiora l’80% nel caso di patologie psichiatriche.</p>
<h2 id="gratis-ma-non-per-tutti-la-crisi-delluniversalismo-sanitario">Gratis ma non per tutti: la crisi dell’universalismo sanitario</h2><p>Secondo i <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/fr/publications/reports/2025/12/country-health-profile-2025-country-notes_7e72146d/italy_1a019ab7/74a3ce22-fr.pdf" rel="noopener">dati</a> dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), sono 5,8 milioni gli italiani che hanno dovuto rinunciare almeno una volta a visite specialistiche o accertamenti diagnostici pur avendone bisogno. Il report evidenzia come circa il 3,8% degli adulti italiani non sia riuscito a ottenere le cure necessarie a causa di costi, distanze o tempi d’attesa, un dato in linea con la media europea (3,6%), ma che nasconde profonde disuguaglianze interne.<br>
Questa rinuncia forzata segue una faglia geografica netta che spacca il Paese. Nonostante l’aumento di utenti assistiti dalla Caritas al Nord (+61,8% nell’ultimo decennio, segno che la povertà intercetta ormai anche le aree tradizionalmente più ricche), il tasso di limitazione e rinuncia alle cure tocca i picchi più drammatici nel Mezzogiorno. In regioni come Puglia e Calabria la percentuale di chi è costretto a ridurre le spese sanitarie oscilla tra il 35% e il 38%, a fronte di un ben più contenuto 8% registrato in alcune zone del Nord. Anche la spesa per i farmaci originali ricalca questo divario: la spesa pro capite passa dai 13,3 euro del Nord ai 23,5 euro del Sud.<br>
I tempi d’attesa continuano a rappresentare la barriera principale, un ostacolo che da solo ha interessato 2,7 milioni di persone. I ritardi si concentrano soprattutto nei punti di primo accesso: le visite iniziali e gli esami diagnostici rappresentano oltre il 60% dei blocchi legati alle tempistiche.<br>
«Le liste d’attesa chilometriche stanno distruggendo la prevenzione nel nostro Paese», affermano i sindacati dei medici di medicina generale. «Dire a un paziente oncologico o cardiopatico che per un esame diagnostico deve aspettare un anno equivale a dirgli di pagarselo da solo o di rinunciare. Il risultato è che vediamo arrivare nei pronto soccorso pazienti con patologie gravissime che si sarebbero potute bloccare mesi prima con una semplice visita».<br>
È in questo vuoto che si consuma la frattura della doppia povertà: chi ha le risorse economiche scavalca l’ostacolo pagando di tasca propria, chi non le ha rinuncia a curarsi.<br>
Il <a href="https://www.opsan.it/cm-files/2025/12/02/xii-rapporto-sulla-poverta%CC%80-sanitaria.pdf" rel="noopener">dodicesimo rapporto</a> del Banco Farmaceutico scatta una fotografia nitida delle coperture finanziarie sanitarie nel nostro Paese. In Italia la spesa sanitaria è sostenuta per circa il 74% da fondi pubblici e per il 26% da fonti private, di cui il 23–24% è pagato direttamente “out of pocket” dai cittadini. Se la sanità pubblica copre egregiamente la spesa ospedaliera (96% contro il 91% della media UE), mostra invece vistose crepe nei servizi ambulatoriali, dove il pubblico finanzia solo il 58% dei costi contro il 77% della media europea, e nell’assistenza odontoiatrica, che resta di fatto un servizio privato per chi ha superato i 14 anni. Non a caso, il 12,5% delle persone a rischio povertà segnala un bisogno odontoiatrico insoddisfatto, contro il 4,6% della popolazione generale.<br>
Il divario economico influenza non solo la quantità, ma la qualità stessa delle cure, dando vita a una vera e propria “tassa sulla povertà”. Le famiglie povere destinano alla sanità appena il 2,1% del loro budget mensile (contro il 4,4% delle famiglie non povere) e sono costrette a rimodulare drasticamente i propri consumi: tagliano la prevenzione e le visite specialistiche e concentrano la quasi totalità della loro ridotta capacità di spesa sui farmaci, che assorbono il 58,6% del budget sanitario (contro il 39,6% dei non poveri).<br>
Anche il mercato farmaceutico riflette questa crisi. Mentre la spesa pubblica per i medicinali è rimasta stabile, la quota a carico dei cittadini è cresciuta costantemente, arrivando a coprire il 45% della spesa farmaceutica totale. Nel 2023 i cittadini hanno pagato di tasca propria circa 7,1 miliardi di euro per farmaci non rimborsabili (classe C) e oltre un miliardo solo per coprire la differenza di prezzo tra il farmaco originale e il generico.</p>
<h2 id="la-salute-è-un-diritto-costituzionale-che-va-difeso">La salute è un diritto costituzionale che va difeso</h2><p>L’articolo 32 della Costituzione italiana recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Difendere l’universalismo del nostro SSN non è solo una scelta economica, ma una necessità sociale. La solidarietà, per quanto straordinaria, non può e non deve diventare un ammortizzatore sociale sostitutivo. È il cuore della “povertà sanitaria assistita” denunciata dalla Fondazione Banco Farmaceutico. «La salute non può essere legata al censo. Quando una madre deve chiederci gratuitamente l’ibuprofene o lo sciroppo per la tosse per il figlio perché non ha quei cinque o dieci euro in tasca, capiamo che la soglia della dignità è stata superata. La donazione del farmaco non è più un atto di carità, ma la sostituzione di un pezzo di Stato che non c’è più».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>«Sarei andato a scuola»</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sarei-andato-scuola/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sarei-andato-scuola/</guid><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 06:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>scuola</category><description>L’attrazione delle baby gang, sembra crescere, soprattutto al Sud. Proviamo a chiederci dove stiamo sbagliando. Che cosa riusciamo a proporre alle persone più giovani che non sia repressione, divieti, assenza di spazi e tempi? Serve una scuola più, non meno inclusiva.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sarei-andato-scuola-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sarei-andato-scuola-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Alcune settimane fa la Fondazione I figli degli altri, che opera a Napoli dal giugno 2022, ha reso noti i risultati di un’<a href="https://ifiglideglialtri.it/donations/parla-il-progetto-di-ascolto/" rel="noopener">indagine</a> che ha coinvolto 1.500 ragazzi tra i 13 e i 18 anni di diverse scuole napoletane. Il 7<a href="https://www.orizzontescuola.it/baby-gang-sexting-e-bullismo-il-70-degli-studenti-delle-medie-vuole-il-branco-per-sentirsi-accettato-sondaggio-choc-in-otto-scuole-tra-napoli-e-caserta/" rel="noopener">0 per cento degli adolescenti intervistati</a> ha dichiarato che vorrebbe affiliarsi a una baby gang per sentirsi accettato.<br>
Si tratta di risultati certamente preoccupanti, perché ci dicono che nell’educazione e nella crescita dei nostri ragazzi stiamo sbagliando qualcosa. Preoccupano e stridono con i dati sulla diminuzione della dispersione scolastica in Campania, spesso sbandierati come un grande successo. <br>
Il prefetto di Napoli in commissione antimafia il 16 giugno ha dichiarato che sulla devianza giovanile, «i social, senza dare giudizi di merito, incidono in maniera molto forte: ragazzi anche molto piccoli, di 11, 12, 13 anni, se vogliono legittimarsi agli occhi dei più grandi ed entrare in una baby-gang, devono avere tutta una serie di requisiti: lo smartphone, un coltello, la capacità di attentare alla salute altrui».</p>
<p>Che cosa non va, allora? Perché le baby gang sono così attrattive? Perché i ragazzi scelgono la violenza e la sopraffazione? <br>
Forse non sanno che quella strada li porterà, prima o poi, in carcere e che è sempre una strada senza uscita? Forse pensano che ciò che vivono sui social o nei videogiochi sia la realtà?<br>
Proviamo a chiederci dove stiamo sbagliando e, soprattutto, cosa possiamo fare per invertire questa tendenza.</p>
<h2 id="da-dove-ripartire">Da dove ripartire</h2><p>Al primo posto credo sia necessario un approccio porta a porta rivolto alle nuove famiglie: un’accoglienza capace di orientare i neo-genitori e di diffondere una vera <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sguardo-altrove-adolescence-verbi-dimenticati-genitorialita/">cultura della genitorialità</a>. Al secondo posto, una grande riforma della scuola, a partire dagli asili nido di qualità per almeno il 33 per cento dei bambini, soprattutto nei quartieri più a rischio, come era previsto dal PNRR, ormai chiuso. Ma scopriremo che non sono stati superati i divari territoriali. Il Sud resta ancora oggi indietro rispetto al Centro-Nord, con gravi discriminazioni per i bambini della Campania, Calabria e Sicilia.<br>
Per tanti bambini, bambine e adolescenti oggi la scuola non è più sufficientemente attrattiva.</p>
<h2 id="una-scuola-diversa-un-tempo-più-lungo">Una scuola diversa, un tempo più lungo</h2><p>Per la prima volta nella storia, quando un insegnante entra in classe, i suoi studenti, grazie alla velocità e all’accessibilità dell’intelligenza artificiale, conoscono già molte delle informazioni che il docente si appresta a spiegare. Oggi serve una scuola diversa, serve formare gli insegnanti alle nuove tecnologie, retribuirli meglio e aumentare il tempo scuola.<br>
Prolungare l’orario scolastico non solo sottrae tempo ai social e alla strada, riducendo quindi il contatto con le baby gang, ma può contribuire a migliorare i livelli di apprendimento degli alunni e delle alunne.<br>
Le ore aggiuntive possono essere utilizzate anche per promuovere attività extracurricolari gratuite, come la musica, l’arte e lo sport.<br>
Sembra inutile ribadire ancora una volta che il tempo pieno contribuisce allo sviluppo delle competenze non cognitive, sociali ed emotive, fondamentali per crescere e vivere da protagonisti in un mondo in costante cambiamento. Se garantito soprattutto ai minori più svantaggiati, rappresenta una delle misure più efficaci per contrastare la dispersione scolastica, togliere attrattività alle baby gang e questa è una certezza che non necessita di ulteriori dimostrazioni.</p>
<h2 id="la-lezione-di-don-milani">La lezione di don Milani</h2><p>I ragazzi degli anni Settanta e Ottanta, formati alla scuola di don Lorenzo Milani, lo avevano intuito. Non sapevano ancora che le ricerche scientifiche lo avrebbero confermato, ma avevano compreso che quei bambini avevano bisogno di più scuola e, soprattutto, di una scuola diversa, con un tutor che li seguisse da vicino.<br>
In un’intervista realizzata alcuni anni fa a ragazzi detenuti in un Istituto penale per i minorenni per reati gravissimi, fu posta una domanda: «Che cosa cambieresti della tua vita?». Tutti risposero: «Sarei andato a scuola».</p>
<h2 id="una-scuola-aperta-e-inclusiva">Una scuola aperta e inclusiva</h2><p>Su questo tema dovrebbe aprirsi una riflessione seria. Serve una scuola più aperta e inclusiva e in linea con i tempi, non una scuola che vieti, per esempio, qualsiasi progetto, laboratorio o attività dedicata alla sessualità e all’affettività, anche quando è condotta da esperti esterni. Così si finisce per lasciare la formazione dei ragazzi, su temi tanto delicati, ai device e ai social.<br>
In attesa che tutte le scuole siano dotate di mense e siano pronte al tempo pieno, è davvero un’utopia immaginare scuole a tempo pieno flessibili, capaci di costruire accordi con le associazioni del territorio? Associazioni che, nel pomeriggio, possano accogliere i ragazzi nelle proprie sedi e offrire attività di sostegno scolastico per chi deve recuperare (il vecchio doposcuola) insieme ad attività extrascolastiche come sport, teatro, musica, laboratori sulle nuove tecnologie e sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, con momenti programmati di confronto tra scuola e associazioni per rendere omogeneo l’intervento educativo.<br>
Utopia? Sogno? O possibile realtà?</p>
<h2 id="costruire-comunità-educanti">Costruire comunità educanti</h2><p>È proprio da questa domanda che dovremmo ripartire. Perché, se vogliamo sottrarre i ragazzi all’attrazione delle baby gang, non basta reprimere, non servono soltanto più controlli, più telecamere o pene più severe, serve costruire comunità educanti capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza. Serve offrire alternative credibili, educative e affascinanti. <br>
Dobbiamo restituire ai giovani luoghi, relazioni e opportunità capaci di farli sentire accolti, valorizzati e protagonisti del loro futuro.<br>
E allora la domanda non è perché i ragazzi scelgono le baby gang. La vera domanda è: siamo ancora capaci di offrire loro un’alternativa migliore?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le sentinelle anti-educazione sessuale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sentinelle-anti-educazione-sessuale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sentinelle-anti-educazione-sessuale/</guid><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 07:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><description>L’educazione sessuale e affettiva non solo aiuta le persone giovani a vivere al meglio una sfera cruciale dell’esistenza, ma offre a bambini, bambine e adolescenti gli strumenti per riconoscere la violazione dei confini e la consapevolezza necessaria per difendersi e chiedere aiuto se necessario. Ma le solerti sentinelle sono impegnate a sventare questo diabolico piano. E non ne fanno mistero.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sentinelle-anti-educazione-sessuale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sentinelle-anti-educazione-sessuale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Sotto il suo Occhio» è il saluto che si scambiano i cittadini di Gilead, la teocrazia distopica del romanzo <em>Il racconto dell’ancella</em> di Margaret Atwood. L’Occhio a cui si riferiscono non è solo quello divino, ma un corpo di polizia incaricato di controllare che tutti si attengano alle regole del regime. Nessuno sa chi ne faccia parte. Potrebbe essere un vicino di casa, un negoziante, un collega, persino un amico o un familiare. L’incertezza fa sì che le persone si censurino da sole, il sospetto diventa strumento di controllo.</p>
<p>In un <a href="https://www.nonsitoccalafamiglia.org/approvato-consenso-informato-preventivo-a-scuola/" rel="noopener">comunicato</a> apparso il 4 giugno sul sito web dell’associazione Non si Tocca la Famiglia per celebrare l’approvazione della legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico, si legge: «Hanno vinto le famiglie! Hanno vinto, in particolare, quei genitori che ci piace definire “sentinella”, dei veri e propri eroi che in questi lunghi anni hanno vigilato con responsabilità e coraggio affinché fosse rispettato il primato educativo della famiglia». Ora queste sentinelle chiedono al ministro Valditara di assumere ufficialmente il ruolo di guardiani.</p>
<p>In occasione del <a href="https://www.suitetti.org/progetti/festival-umano-tutto-intero" rel="noopener">Festival dell’Umano Tutto Intero</a>, un evento organizzato a Roma il 16 e 17 giugno dalla rete di associazioni anti-scelta Ditelo sui Tetti, a cui hanno preso parte diversi esponenti del governo, Giusi D’Amico, presidente di Non si Tocca la Famiglia, ha interpellato direttamente il ministro dell’Istruzione: «Noi ci offriamo per un servizio come Osservatorio Nazionale per l’applicazione corretta di questa legge con tanti genitori sentinella che nelle scuole osserveranno, vigileranno perché sia rispettato questo diritto che ormai è legge dello Stato italiano».</p>
<p>La stessa richiesta arriva da ProVita &amp; Famiglia, altra nota associazione che ha promosso la nuova norma con le sue campagne. «La legge non basta», ha <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/legge-valditara-vittoria-storica-per-famiglie-ora-osservatorio-su-liberta-educativa-e-stop-carriera-alias" rel="noopener">dichiarato</a> il suo portavoce Jacopo Coghe, «chiediamo al ministero di istituire un Osservatorio permanente sul consenso informato, per garantirne la corretta applicazione e impedire che la norma sia sabotata sui territori camuffando i progetti per farli apparire estranei all’ambito sessuo-affettivo».</p>
<h2 id="deterrenti">Deterrenti</h2><p>La <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01507967.pdf" rel="noopener">legge</a> Valditara vieta per la scuola dell’infanzia e la primaria «le attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità». Per la secondaria, stabilisce invece che «le istituzioni scolastiche sono tenute a richiedere il consenso informato preventivo dei genitori o degli studenti, se maggiorenni, per la partecipazione a eventuali attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità».</p>
<p>Se lo svolgimento di queste attività è programmato durante l’orario scolastico: «l’istituzione scolastica garantisce, mediante i propri strumenti di flessibilità e di autonomia didattica e organizzativa, la fruizione di attività formative alternative, comunque comprese nel Piano triennale dell’offerta formativa. L’istituzione scolastica comunica ai genitori o agli studenti, se maggiorenni, la natura delle attività formative alternative, contestualmente alla richiesta di consenso per la partecipazione alle attività riguardanti temi attinenti all’ambito della sessualità».</p>
<p>Cioè ogni volta che è in programma una lezione su temi attinenti alla sessualità, oltre a domandare il consenso dei genitori, la scuola deve predisporre un’attività alternativa contestualmente alla richiesta di autorizzazione. Deve trovare un docente che la segua e individuare uno spazio, senza ricevere risorse aggiuntive, perché l’articolo 3 della legge recita: «Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni competenti provvedono all’attuazione degli adempimenti ivi previsti con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente».</p>
<p>Non è difficile immaginare che tanti istituti scolastici, già costretti a far fronte a carenza di personale, di aule e di fondi, escluderanno dai loro programmi qualunque riferimento alla sessualità per non affrontare ulteriori incombenze. Senza contare il timore di segnalazioni, ispezioni ministeriali e scandali. Come <a href="http://www.editorialedomani.it/idee/commenti/legge-valditara-caccia-streghe-isolare-bersagli-autunno-lotta-educazione-sessuo-affettiva-ciofgsfb" rel="noopener">osserva</a> sulle pagine del quotidiano <em>Domani</em> Monica Pasquino, cofondatrice della rete Educare alle Differenze, a cui partecipano decine di associazioni impegnate nell’educazione affettiva e sessuale in tutta Italia, il messaggio del ministero alle scuole è «attenzione, se collaborate con loro [le associazioni che si occupano di educazione sessuale] qualcuno potrà accusarvi di manipolare i minori, chiedere accesso ai materiali non per comprenderli, ma per estrarne una parola, deformarla e usarla contro di voi, danneggiando la vostra credibilità e la fiducia nella scuola. (…) Molte dirigenze scolastiche e consigli di istituto potrebbero scegliere di non esporsi, non perché questi temi siano illegittimi o secondari, ma perché il rischio di campagne politiche o social potrebbe apparire troppo alto».</p>
<h2 id="le-sentinelle">Le sentinelle</h2><p>Da anni ormai le organizzazioni anti-scelta hanno messo in atto questa strategia intimidatoria. «E allora intervenivamo noi: lettere ai dirigenti scolastici mettendo in copia gli Uffici scolastici regionali, gli Uffici scolastici provinciali e spesso anche il ministro, richieste di ispezioni, segnalazioni formali, casi portati sui giornali quando non c’era altro modo per accendere i riflettori», <a href="https://www.nonsitoccalafamiglia.org/13-anni-di-battaglie-una-vittoria-per-tutte-le-famiglie/" rel="noopener">scrive</a> Giusy D’Amico di Non si Tocca la Famiglia. «La nostra equipe scuola non si è mai fermata. E lo diciamo con orgoglio, perché dietro ogni intervento c’erano ore di lavoro, energia, e la consapevolezza di fare qualcosa che contava davvero (…) Abbiamo convinto tanti genitori a candidarsi come rappresentanti di classe e di istituto, per fare da “sentinella” dall’interno delle istituzioni scolastiche. Piccoli gesti, che nel tempo hanno prodotto risultati enormi».<br>
ProVita &amp; Famiglia ha pubblicato un <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/come-diventare-protagonisti-nella-scuola" rel="noopener">opuscolo</a> per i suoi attivisti che hanno figli in età scolare. Sollecita i genitori a candidarsi per il ruolo di rappresentanti di classe e di istituto, a consegnare al dirigente scolastico fin dall’inizio dell’anno una lettera in cui si segnala la sensibilità di alcuni argomenti, a chiedere che venga protocollata, per poterla utilizzare in seguito per eventuali azioni contro la scuola, a coinvolgere altri genitori potenzialmente interessati, ad attivarsi non appena viene proposto un progetto sgradito e chiederne la sospensione. Se il dirigente non collabora, l’opuscolo consiglia di rivolgersi agli Uffici scolastici regionali e provinciali. </p>
<p>Le due associazioni chiedono ora che questa esperienza venga messa a frutto nell’ambito di un Osservatorio che abbia peso istituzionale. Obiettivo dichiarato: difendere il primato educativo della famiglia. Posto che l’<a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-30" rel="noopener">articolo 30</a> della nostra Costituzione stabilisce il «dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli» e non certo quello di decidere cosa possono apprendere e cosa no, è poi vero che lo scopo delle organizzazioni anti-scelta e dei loro alleati politici è quello di dare la parola alle famiglie?</p>
<p>Nel 2024, l’associazione <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/gli-adolescenti-e-la-sessualita-indagine-ipsos-e-save-children?__cf_chl_f_tk=MEf01tG_s8mHiURE8Yh.t8.4lvi_mcXIj2WeEFEj8KI-1783443890-1.0.1.1-9vCIUM4MHmF5dlkUZxss7KWMNjhpmtZQ9fSedlAXHPc" rel="noopener">Save the Children</a> ha interpellato 400 genitori residenti in Italia con almeno un figlio nella fascia di età tra 14 e 18 anni. Il 95 per cento degli intervistati si è dichiarato d’accordo con l’affermazione «ritengo sia utile fare educazione affettiva e sessuale a scuola, dando la giusta attenzione alle diverse fasce d’età», il 91 per cento con l’affermazione «ritengo utile l’istituzione di un’educazione affettiva e sessuale come materia obbligatoria per i giovani». La maggioranza delle famiglie italiane, quindi, è favorevole all’educazione sessuale e lo sarebbe persino alla sua integrazione come materia obbligatoria nel curriculum scolastico. Chi ha promosso la legge Valditara non ne tiene conto. Mira piuttosto scoraggiare e ostacolare qualunque progetto di educazione sessuale, contro l’opinione della maggioranza dei genitori.</p>
<h2 id="panico-morale">Panico morale</h2><p>Da una parte, dunque, le organizzazioni anti-scelta chiedono di attivare meccanismi di controllo che generano sospetto e autocensura, dall’altra alimentano una narrazione che trasforma l’educazione sessuale in «propaganda gender», per spaventare i genitori prospettando loro dolorosi percorsi ormonali e chirurgici a cui farebbero ricorso i giovani irretiti dalla «lobby LGBT» tra i banchi di scuola. È l’approccio adottato dallo stesso ministro Valditara, ospite al Festival dell’Umano Tutto Intero: «Non possiamo immaginare che l’identità sessuale sia sganciata dalla naturalità e sia esclusivamente un fenomeno culturale. Se noi pensiamo che essere maschio o femmina sia un fatto culturale, io credo che mettiamo in discussione innanzi tutto la naturalità dell’essere umano. E questo è un passaggio chiave, un passaggio importante. Si devono rispettare tante idee, così come a maggior ragione le persone che le portano, ma credo che sia fondamentale ripristinare proprio quei principi che appartengono alla naturalità dell’essere umano e ripristinare anche quella centralità che la famiglia deve svolgere nell’educazione dei propri figli. (…) Il patto educativo tra scuola e famiglia passa innanzi tutto dal rispetto della sensibilità dei genitori su temi così stringenti, così delicati come l’identità di genere. Difendere la Costituzione, difendere il ruolo educativo dei genitori, difendere anche l’idea che l’identità sessuale, l’essere maschio o l’essere femmina non è riconducibile esclusivamente a un dato culturale».</p>
<p>Da anni ProVita &amp; Famiglia raccoglie le segnalazioni dei suoi “genitori sentinella” e le riporta in un <a href="https://www.provitaefamiglia.it/media/userfiles/files/dossier-gender-maggio-2026.pdf" rel="noopener">opuscolo</a> che consegna periodicamente al ministero dell’Istruzione, dal titolo <em>Progetti applicati nelle scuole italiane ispirati alla teoria gender</em>. Contiene nomi e indirizzi di istituti scolastici che hanno attuato programmi di educazione sessuale, date, descrizioni dei contenuti. Scorrendolo, è evidente quale sia la «propaganda gender» a cui si oppone l’associazione. Si scopre, per esempio, che lo scorso aprile in una scuola primaria in provincia di Lecce è stato presentato il libro <em>Storie spaziali per maschi del futuro</em> dell’autrice Francesca Cavallo (Undercats, 2024) che «decostruisce la tradizione familiare e l’autorità paterna», «normalizza modelli familiari fuori dall’alveo costituzionale e critica l’eroismo e la mascolinità». Si apprende inoltre che «in numerosi istituti secondari di secondo grado si sta diffondendo la prassi di assegnare letture di narrativa contemporanea con contenuti afferenti alla sfera affettiva e sessuale».</p>
<p>Tra i programmi presi di mira nel testo c’è <em>W l’Amore</em>, già attivo in diverse regioni, introdotto anche in Liguria nel 2025. «Prevede percorsi rivolti agli studenti su tematiche quali emozioni, relazioni, sessualità, identità e prevenzione, con il coinvolgimento diretto di operatori esterni nelle attività scolastiche. Il progetto introduce contenuti afferenti alla sfera affettivo-sessuale e relazionale all’interno del contesto scolastico, con possibili criticità in merito al ruolo delle famiglie, alla trasparenza dei contenuti e all’adeguatezza rispetto alle diverse fasce d’età», si legge nell’opuscolo. Giusto pochi giorni prima dell’approvazione della legge Valditara, la <em>Gazzetta di Parma</em> <a href="http://www.gazzettadiparma.it/home/2026/05/19/news/sono-stata-molestata-a-10-anni-la-confessione-choc-durante-l-esame-di-terza-media-943881/" rel="noopener">ha citato</a> <em>W l’Amore</em> raccontando la storia di Maya, una tredicenne che dopo avere partecipato all’iniziativa con la sua classe ha trovato la forza di denunciare il cugino trentenne, condannato poi per violenza sessuale. «A scuola ho avuto l’ascolto che a casa non ho mai avuto», ha detto la ragazza, «per questo ho deciso di parlare».</p>
<p>L’educazione sessuale e affettiva offre a bambini, bambine e adolescenti gli strumenti per riconoscere la violazione dei confini e la consapevolezza necessaria per difendersi e chiedere aiuto nelle situazioni di pericolo, ma le solerti sentinelle sono impegnate a sventare questo diabolico piano. Sotto il suo Occhio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le liste d'attesa spiegate al popolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/liste-dattesa-spiegate-popolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/liste-dattesa-spiegate-popolo/</guid><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 06:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>Qualche settimana fa l’annuncio trionfante di un miglioramento delle liste d’attesa, cui non sembra tuttavia corrispondere l’esperienza di tante persone. Il fatto è che ci si riferisce alle sole liste d’attesa per le prestazioni diagnostiche e ambulatoriali, mentre rimangono sterminati i tempi per esempio per le ammissioni alle strutture socioassistenziali o per la definizione delle disabilità. E comunque appare evidente che molto c’è da migliorare nella raccolta e trasferimento dei dati su quel che succede per davvero.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’interesse per il tema delle liste di attesa non si attenua mai, ma ogni tanto questo interesse ha dei picchi come avvenuto di recente quando in base ai dati del primo quadrimestre 2026 confrontati con quelli del 2025 è sembrato che finalmente qualcosa si stesse muovendo, tanto da far titolare il Sole24 Ore “<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/liste-d-attesa-risposte-migliori-urgenze-ma-24-mln-cure-fuori-tempo-inizio-anno-AI8X2CMD" rel="noopener">Liste di attesa, miglioramenti in 16 Regioni</a>”. Ma a raffreddare gli entusiasmi sono arrivati subito dopo i dati dell’ultimo <a href="https://www.forumterzosettore.it/2026/06/11/cittadinanzattiva-trentanni-di-tutela-il-rapporto-pit-salute-2026/" rel="noopener">Rapporto PiT Salute</a> di Cittadinanzattiva che documentano come uno su due fra i 14.176 cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva nel 2025 denuncia difficoltà nell’accedere alle prestazioni sanitarie pubbliche (48,2 per cento). Proviamo allora a capirci qualcosa nel proliferare di dati e commenti su quello che viene ripetutamente citato come il problema dei problemi in sanità pubblica, anche dallo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che lo ha di recente messo al centro di un <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/meloni-sulla-sanita-rivendico-lazione-del-governo-su-liste-dattesa-tempi-ancora-troppo-lunghi-ma-alle-regioni-dico-facciamo-squadra/" rel="noopener">suo accorato appello</a> alle Regioni invitate a fare squadra per vincere la sfìda delle liste di attesa, rivendicando così che per la prima volta il suo governo non ha scaricato il problema alle sole Regioni, ma facendosene esso stesso carico.</p>
<h2 id="di-che-cosa-stiamo-parlando">Di che cosa stiamo parlando</h2><p>Cosa sia il tempo di attesa per una prestazione sanitaria è intuitivo: il tempo che passa dalla richiesta di una prestazione alla data in cui la stessa prestazione viene prenotata per essere eseguita. Così definito il tempo di attesa può riguardare qualunque tipologia di prestazione sanitaria, ma nei fatti quando si parla di liste di attesa il pensiero di tutti va a quelle ambulatoriali, sia di visita specialistica che di accertamento strumentale (radiologico, endoscopico, eccetera). In realtà, il Piano Nazionale per il Governo delle Liste di Attesa (PNGLA), di cui è in corso di approvazione il nuovo relativo al <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/06/10290.pdf" rel="noopener">periodo 2026-2028</a>, si occupa anche di liste di attesa dei ricoveri, che sono però in larga misura meno considerate. </p>
<p>Vi sono però altre liste di attesa, per certi versi molto più rilevanti almeno per le persone e le famiglie interessate, come quelle per l’inserimento nelle strutture socioassistenziali delle persone anziane (attesa che condiziona anche la possibilità di dimettere molti pazienti destinati a queste strutture ricoverate in ospedale) e quelle per la valutazione dei minori disabili da parte dei servizi a questa deputate, e cioè le Unità multidisciplinari dell’età evolutiva, UMEE). Ma il discorso non cambia se pensiamo ai problemi di liste di attesa o di accesso ai servizi nell’area della salute mentale e delle demenze. Si tratta in tutti questi casi di situazioni drammatiche per chi le vive, ma che non riusciranno mai ad avere un impatto quantitativo pari a quello della attesa di una prestazione ambulatoriale, un fenomeno con cui in pratica quasi ogni famiglia italiana ha spesso a che fare. </p>
<h2 id="delle-infinite-regole-in-tema-di-liste-di-attesa-delle-prestazioni-ambulatoriali">Delle infinite regole in tema di liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali</h2><p>Per ragionare sulle liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali, occorre disporre di un insieme di informazioni di tipo amministrativo, indispensabili per dare un senso ai dati che le riguardano. Innanzitutto le prestazioni ambulatoriali sottoposte a monitoraggio dal ministero della Salute e oggetto del frenetico dibattito sono solo alcune visite specialistiche e alcune prestazioni strumentali ricomprese nel Nomenclatore tariffario nazionale la cui <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2024&amp;codLeg=104476&amp;parte=1%20&amp;serie=null" rel="noopener">ultima versione</a> risale al novembre 2024. Il monitoraggio ministeriale in applicazione del PNGLA <a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/imported/C_17_pubblicazioni_2824_allegato.pdf" rel="noopener">in vigore 2019-2021</a>  riguarda 69 prestazioni ambulatoriali (14 visite specialistiche e 55 prestazioni strumentali) riportate in un <a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/imported/C_17_pagineAree_4975_listaFile_itemName_0_file.pdf" rel="noopener">apposito elenco</a>. Da notare che il primo PNGLA risale al 2006 e riguarda il <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=23985" rel="noopener">triennio 2006-2008</a>.</p>
<p>Le prestazioni ambulatoriali possono essere prescritte solo dai medici di fiducia (medici di medicina generale e pediatri di libera scelta) e dai medici specialisti dipendenti o convenzionati attraverso la cosiddetta impegnativa. I medici specialisti possono effettuare la prescrizione per una prestazione a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) solo quando operano in regime istituzionale, mentre in caso di prestazione in regime libero professionale lo specialista può solo proporre la prescrizione al medico curante o farla su ricetta bianca con cui il cittadino può ottenere la prestazione in regime privato, pagando di tasca propria o con una copertura di tipo assicurativo o di tipo neomutualistico, termine il cui significato qui saltiamo a piè pari. </p>
<p>I medici che lavorano nel privato non possono prescrivere su impegnativa né farmaci né prestazioni specialistiche. La prestazione specialistica a carico del SSN (che prevede una compartecipazione alla spesa, il ticket, a meno di esenzioni per reddito, patologie o condizioni sociali come la gravidanza o una invalidità) può essere erogata da qualunque struttura (ospedale o struttura ambulatoriale) pubblica o privata accreditata con un contratto con il SSN. <br>
Nella impegnativa il medico deve indicare accanto al tipo di prestazione richiesta anche le motivazioni cliniche, il tipo di accesso e in caso di primo accesso la classe di priorità attribuita alla prestazione, che andrebbe definita in base ad un sistema di classificazione condiviso.</p>
<p>Siccome ogni singolo componente della prescrizione è rilevante, per non perdersi nell’ingorgo di dati, vediamo di dare un senso ai termini “tipo di accesso” e “classe di priorità”. Le prestazioni di primo accesso sono le visite specialistiche e le prestazioni diagnostico strumentali durante le quali avviene il primo contatto del paziente con il sistema sanitario per un determinato problema di salute. Rientrano in questa categoria, per esempio, le visite e gli esami che il medico di medicina generale richiede per un suo assistito che accusa sintomi o disturbi nuovi di cui vuole accertare la natura. Per prestazioni di accesso successivo si intendono invece le visite o gli esami chiesti per approfondire o riverificare un problema già noto. Ricomprendono le prestazioni richieste per monitorare l’evoluzione di malattie croniche (per esempio uno scompenso cardiaco) e le prestazioni richieste dopo una prima serie di esami che non hanno portato a un esito definitivo. </p>
<h2 id="come-nascono-dovrebbero-nascere-le-priorità">Come nascono (dovrebbero nascere) le priorità</h2><p>Questa distinzione tra prestazioni di primo accesso e di accesso successivo è fondamentale per diversi motivi: la classe di priorità va indicata solo per le prestazioni di primo accesso; il monitoraggio ministeriale si fa solo sulle prestazioni di primo accesso; le prestazioni di accesso successivo vanno prescritte dal medico pubblico che le decide. Quest’ultimo punto vuol dire due cose che nella pratica non sempre si verificano: nel caso che uno specialista pubblico decida una visita specialistica o una prestazione specialistica strumentale di approfondimento o di controllo deve essere lui (o lei), con il supporto della sua organizzazione, a prescriverla e prenotarla. In altri termini, la struttura specialistica pubblica prende in carico il o la paziente che non si deve preoccupare di nulla da un punto di vista burocratico. Nella versione vigente del PNGLA, Regioni e Aziende sarebbero tenute a garantire attraverso dei Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA) dedicati la presa in carico delle patologie cardiovascolari e oncologiche.  </p>
<p>In caso di prestazione di primo accesso l’impegnativa dovrebbe riportare la classe di priorità attribuita alla prestazione: </p>
<ul>
<li>Classe U (Urgente), prestazioni da eseguire nel più breve tempo possibile e, comunque, entro 72 ore</li>
<li>Classe B (Breve), prestazioni da eseguire entro 10 giorni</li>
<li>Classe D (Differibile), prestazioni da eseguire entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli accertamenti diagnostici</li>
<li>Classe P (Programmata), prestazioni da eseguire entro 120 giorni.</li>
</ul>
<p>L’attribuzione della classe di priorità dovrebbe avvenire con riferimento a sistemi di classificazione condivisi almeno a livello regionale, come per esempio il modello dei “Raggruppamenti di attesa omogenei” (RAO) per il quale è disponibile un <a href="https://openssn.marcopingitore.it/wp-content/uploads/2025/04/Manuale_RAO_13_gen.pdf" rel="noopener">Manuale</a> predisposto dalla Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AgeNaS).</p>
<h2 id="ma-non-basta">Ma non basta</h2><p>Purtroppo lo spiegone deve includere alcune informazioni aggiuntive. Sulla base della propria capacità di offerta, le Regioni costruiscono le agende di prenotazione gestite con un proprio Centro unico di prenotazione (CUP), agende distinte tra primi accessi e accessi successivi. Nel sistema CUP dovrebbe confluire tutta l’offerta pubblica e privata, oltre alla offerta di prestazioni in regime libero professionale delle strutture pubbliche. Le prestazioni possono essere richieste con le stesse modalità anche alle strutture delle altre Regioni senza alcun vincolo autorizzativo. L’offerta delle strutture private è limitata dai budget loro assegnati dalle Aziende sanitarie pubbliche, mentre quella delle strutture pubbliche risente ovviamente dalle risorse di cui le Aziende stesse dispongono, ma anche dalla loro razionale distribuzione ed efficienza organizzativa. </p>
<p>I cittadini debbono segnalare per tempo l’impossibilità di onorare la prenotazione ottenuta e allo stesso tempo le Aziende debbono dare comunque una garanzia di risposta ai cittadini con percorsi di tutela ad hoc che prevedono per esempio, come si legge in <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/tema/liste-di-attesa/piano-nazionale-governo-liste-di-attesa/?paragraph=2" rel="noopener">una pagina</a> del sito del Ministero della Salute,  che l’Azienda possa scegliere di incrementare le ore di attività del proprio personale, in intramoenia o con prestazioni aggiuntive, o di aumentare il monte ore degli specialisti ambulatoriali interni. Tra queste misure è ricompreso anche l’aumento delle prestazioni richieste alle strutture private accreditate. In tutti questi casi, il cittadino potrà fruire della prestazione offerta corrispondendo esclusivamente l’importo del ticket, se previsto.</p>
<p>Da ultimo, le Aziende sanitarie territoriali, cui spetta la competenza di garantire una offerta adeguata, non possono chiudere le agende di prenotazione e dovrebbero comunque prenotare le prestazioni richieste in overbooking, in modo da poter stimare la domanda di prestazioni non soddisfatta nei tempi giusti. In realtà, questa disposizione non è adeguatamente presidiata né in termini di regole né di controlli. Nei fatti, una volta saturata la disponibilità di posti nelle agende, nella grande maggioranza delle Regioni e delle Aziende si iscrivono i richiedenti cui non si riesce a garantire la prenotazione nei tempi previsti in apposite liste dalla varia denominazione (per esempio “di presa in carico” o “di garanzia”). Poi il CUP dovrebbe richiamare, ma non sempre questo avviene. </p>
<h2 id="e-adesso-i-dati-del-ministero-sulle-liste-di-attesa-delle-prestazioni-ambulatoriali">E adesso i dati del ministero sulle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali</h2><p>Come supporto e stimolo al governo delle liste di attesa l’AgeNaS per conto del ministero della salute ha messo a punto un sistema informativo che di recente ha dato luogo alla pubblicazione di alcuni dati utili su cui riflettere. L’occasione è stata la presentazione alla stampa della nuova Piattaforma nazionale delle liste di attesa, definita dal ministero come «un importante passo avanti nel percorso di monitoraggio, trasparenza e governo dei tempi di attesa delle prestazioni sanitarie, attraverso uno strumento digitale nazionale a supporto delle Regioni e dei cittadini». <br>
I materiali utilizzati nella presentazione sono reperibili <a href="https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/comunicazione/primo-piano/2774-presentazione-della-nuova-piattaforma-nazionale-delle-liste-di-attesa" rel="noopener">qui</a>. Dalle slide utilizzate dall’AgeNaS ne estrapolo tre particolarmente utili per qualche riflessione. La Tabella 1 riporta la percentuale delle prime visite specialistiche prenotate nei territori di competenza (di solito la Azienda sanitaria di residenza) entro i tempi previsti dalle richieste nel primo quadrimestre 2025 e nel primo quadrimestre 2026. Questa tabella ha fatto gridare al miracolo visto che 16 tra Regioni e Province hanno migliorato la loro performance nel periodo considerato. Analogo andamento è stato rilevato per le prestazioni diagnostiche. Il dato complessivo di prestazioni di prima visita prenotate nei tempi giusti è molto alta (78,7 per cento) con punte che arrivano al 98,8 per cento. È evidente che i dati sono incoerenti con la realtà che racconta tutta un’altra storia. I dati sono influenzati dal fatto che si riferiscono alle sole prestazioni che hanno dato luogo alla prenotazione e quindi sono buoni in modo fallace. La stessa variabilità tra Regioni è difficile da interpretare visto che la politica di gestione delle agende è diversa da Regione e Regione e chi le tiene aperte di più fa brutta figura (vedi l’Abruzzo), mentre chi le chiude fa un figurone (vedi le Marche).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1475" height="834" loading="lazy" decoding="async">
L’uso di questa tabella per confronti e pagelle pertanto è rischioso, come è poco ragionevole esultare per questi dati se andiamo a guardare quelli della Figura 1 che evidenziano come nel 2025 solo metà delle prescrizioni per una prima visita si sono tradotte in una prenotazione con una percentuale appena più alta nel caso della prescrizione di esami diagnostici. La variabilità tra regioni anche in questo caso è elevata con la Provincia di Bolzano in testa in entrambe le classifiche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-2.png.webp 1219w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. TS: tessera sanitaria" width="1219" height="693" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. TS: tessera sanitaria</p>

<p>Un terzo dato su cui ragionare riguarda la variabilità nella quantità di prestazioni prescritte nelle diverse Regioni, riportata nella Figura 2, con il Lazio che prescrive più del doppio degli esami diagnostici rispetto al Piemonte. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1280" height="724" loading="lazy" decoding="async">
È lecito immaginare che ci siano ancora molti problemi di comparabilità dei dati tra Regioni, perché differenze di questo livello non sono riconducibili facilmente a forti variabilità epidemiologiche o di stile prescrittivo, ma piuttosto di raccolta e comunicazione delle informazioni.</p>
<p>Se i dati sulle liste di attesa sono di non facile interpretazione, sono a loro volta tanti quelli che mancano. Mancano dati sulle prestazioni di accesso successivo, mancano dati sui percorsi di presa in carico coi PDTA di area cardiovascolare e oncologica, mancano dati sulla fine che fanno le prestazioni prescritte, ma non prenotate. Queste possono portare a prenotazioni fuori zona non rilevate (ad esempio in altre Regioni), al ricorso al privato o alla rinuncia della prestazione (sulla cosiddetta “rinuncia alle cure” rimando a un mio precedente <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rinuncia-cure-italiani-italiane-davvero-cosi/">intervento</a> su <em>Scienza in rete</em>). </p>
<h2 id="e-quindi-come-stiamo-messi-con-le-liste-di-attesa-per-le-prestazioni-ambulatoriali">E quindi come stiamo messi con le liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali?</h2><p>Sulle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali siamo messi male, visto che a distanza di venti anni dal primo Piano nazionale per il governo delle liste di attesa siamo in una situazione in cui quasi la metà delle prestazioni prescritte non dà luogo ad una prenotazione. Non è chiaro se ci sia un problema di domanda in eccesso da controllare sul piano della appropriatezza della richiesta o se ci sia un problema di inadeguatezza della offerta o entrambi. Forse il modo migliore di trattare le liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali è considerarle come il sintomo di una patologia di sistema, una patologia in cui si mescolano più fattori, a partire dalla crisi della medicina generale e delle cure primarie in generale, incapaci di una gestione proattiva della cronicità che potrebbe partire dalle Case della comunità se mai queste si riuscirà a farle funzionare. In questa crisi pesano la burocratizzazione della medicina generale e la mancata adozione di strumenti in grado di favorire la capacità diagnostica delle cure primarie (telemedicina e diagnostica strumentale di base). Pesano anche sulle liste di attesa in sanità fattori socioculturali come la privatizzazione del mercato e la mercificazione delle prestazioni. Per cui anziché inseguire il riequilibrio tra domanda e offerta conviene forse partire da più lontano, e cioè da una riflessione profonda e operativa sulla crisi del SSN. </p>
<p>E se poi si volesse dare una priorità a qualcuno dei tanti problemi che stanno dentro al grande tema delle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali si potrebbe partire dall’ultima slide della presentazione dell’AgeNaS: «L’obiettivo ultimo è quello di costruire una sanità più accessibile, più digitale, più responsabile e capace di orientare e non lasciare sole le persone fragili. Dobbiamo andare verso un sistema in cui l’anziano e la persona già presa in carico non dovrebbero andare al CUP, perché il sistema li conosce e li accompagna». Nella matassa intrecciata delle liste di attesa questo è forse il filo da tirare per primo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>A cosa servono le città</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-servono-citta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-servono-citta/</guid><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>A lungo le città sono state considerate soprattutto motori della crescita economica o, al contrario, luoghi in cui si concentrano disuguaglianze, traffico e inquinamento. Oggi, però, una nuova prospettiva sta prendendo forma: proprio le aree urbane, dove vive oltre metà della popolazione mondiale, potrebbero diventare gli attori più efficaci nella lotta al cambiamento climatico. Grazie alla loro capacità di sperimentare politiche innovative e di intervenire con rapidità, le grandi città sono sempre più in grado di colmare i ritardi dei governi nazionali, trasformandosi da semplici centri di sviluppo economico a laboratori di sostenibilità ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-servono-citta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-servono-citta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le città, soprattutto quelle di grandi dimensioni, possono fare molto di più per contenere il cambiamento climatico di quanto generalmente si pensi. È questa l’idea che si sta gradualmente affermando e che potrebbe aprire nuove prospettive. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Cinquant’anni fa, con uno <a href="https://www.jstor.org/stable/2777096" rel="noopener">scritto</a> che ha avuto molto successo, la città è stata concepita come una macchina per produrre crescita economica: una macchina che generando crescita porta benefici a chi opera nell’edilizia, nella finanza, nel commercio e (a quel tempo ancora) nell’industria. E porta lavoro e benessere per gli abitanti, il cui numero aumenta. Certo, non tutti erano d’accordo: i critici osservavano che la crescita porta benefici solo a una piccola parte dei residenti, mentre gli altri ne sopportano le conseguenze negative: inquinamento, traffico, rumore.</p>
<p>Passano vent&rsquo;anni, c’è la globalizzazione e una sociologa ed economista argentina, Saskia Sassen, ha introdotto la categoria delle città globali: sono città divenute centri per la crescita non dell’economia del territorio in cui si trovano, ma dell’economia globale. Dapprima New York, Londra e Tokyo, poi si sono aggiunte Hong Kong e Shanghai, poi il fulcro degli Emirati Arabi Uniti Dubai, e infine in tempi più recenti Mexico City e Sao Paulo. Tutte queste città sono sempre più connesse tra di loro e sempre più disconnesse fisicamente e socialmente con il territorio in cui si trovano, al punto che per queste entità non ha più senso parlare di città nel senso abituale del termine.</p>
<p>Facciamo un altro salto in avanti nel tempo. Due libri in rapida successione, <em>Miti e realtà dell’ambientalismo</em> di David Owen (Green Metropolis Igea, 2010) e <em>Il trionfo della città</em> di Edward Glaeser (Bompiani, 2013) smentiscono l’idea, assai diffusa, che le città tradizionali, quelle dove si concentra la maggior parte degli abitanti del pianeta, siano rese inutili da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Nel contempo affermano che le città siano macchine, ma per la tutela dell’ambiente: le città sono il risultato dell’accumularsi nel corso del tempo di sistemi sempre più efficienti di uso del territorio, degli spazi abitativi, dell’energia, delle risorse naturali. Se per fare la spesa, comprare un libro o un vestito, portare i figli a scuola o andare dal medico si va a piedi o con un mezzo pubblico e non si deve usare l’automobile come accade a chi vive in campagna, si pongono in essere comportamenti ambientalmente sostenibili inconsci, quelli più semplici da realizzare.</p>
<p>Siamo giunti all’ultima tappa di questa rassegna: una tappa che riprende sia l’idea della città come macchina di Molotch, sia quella delle città globali di Sassen, collegandosi alle considerazioni di Owen e Glaeser.</p>
<p>Partendo da un’analisi di New York, le autrici (ricercatrici alla New York University) <a href="https://www.cambridge.org/core/books/local-greens/9E1383B9157CDD29B60B29679C1DEDA0" rel="noopener">osservano</a> che le grandi città, soprattutto (ma non solo) quelle globali, sono efficienti macchine di politica ambientale e di contenimento del cambiamento climatico che sviluppano e applicano conoscenze accumulate nel tempo per adottare misure volte alla riduzione delle emissioni di gas serra, compensando l’inefficienza o l’incapacità di agire dei governi statali. Queste conclusioni sono state anticipate dalle stesse autrici con una <a href="https://www.jstor.org/stable/jj.8784638" rel="noopener">raccolta di saggi</a> dedicata appunto alle città globali sostenibili. Sono prese in considerazione sette grandi città (Londra, New York, Berlino, Abu Dhabi, Pechino, Delhi, e Shanghai) e dalla comparazione delle diverse realtà emerge che ciascuna, con proprie modalità, ha sviluppato meccanismi di contenimento delle emissioni che si integrano con le normative nazionali, ma spesso le sostituiscono.</p>
<p>Se si considera che più della metà della popolazione del pianeta vive nelle città, l’indicazione che sorge è quella di ripensare la politica di adattamento e di contenimento climatico, affidandone la progettazione non a governi e istituzioni centrali, ma alle entità che sono più in grado e più disponibili a realizzarla: le città.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Prendersi una pallottola in testa è un rischio quotidiano per i bambini di Gaza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza/</guid><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><description>I medici a Gaza hanno osservato un pattern inquietante: bambini e bambine con una singola ferita da arma da fuoco alla testa o al torace, segno che sono stati deliberatamente presi di mira. Risultati di un’inchiesta giornalistica, confermati da due studi e ripresi dalle Nazioni Unite nella loro relazione del 18 giugno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il prestigioso premio europeo per la stampa, Distinguished Reporting Award 2026, che riconosce, onora e incoraggia il giornalismo di qualità in tutta Europa, è stato assegnato a «<a href="https://www.europeanpressprize.com/article/what-the-wounds-are-telling-us/" rel="noopener">Cosa ci dicono le ferite</a>» di Maud Effting e Willem Feenstra, pubblicato da <em>De Volkskrant</em>, Paesi Bassi, il 13 settembre 2025. In Italia ne hanno dato conto poche testate, per lo più on line. Attraverso testimonianze mediche e documentazione clinica, i due giornalisti hanno ricostruito 114 casi di ragazzi e ragazze di età inferiore ai 15 anni colpiti da un singolo proiettile alla testa o al torace nella Striscia di Gaza, molti dei quali non sono sopravvissuti. Sono stati esclusi i casi incerti e quelli colpiti anche in altre parti del corpo, perché è più difficile sostenere l&rsquo;ipotesi di un colpo mirato. <br>
Effting e Feenstra hanno trascorso mesi a raccogliere testimonianze, fotografie e referti medici da operatori sanitari, anche stranieri provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Paesi Bassi, che lavoravano negli ospedali e nelle cliniche di Gaza dall&rsquo;ottobre 2023. Molti avevano esperienza in altre zone di crisi, tra cui Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia ed Erzegovina, Ruanda e Ucraina. Secondo gli intervistati e gli esperti consultati, la regolarità di questo tipo di ferite indica colpi mirati, non lesioni casuali. L&rsquo;uccisione di civili da parte di cecchini riflette una condotta sistematica che costituisce grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani: un <a href="http://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/rome-statute-international-criminal-court" rel="noopener">crimine di guerra</a>.<br>
Uccisioni che riguardano i quasi 1.000 palestinesi morti a Gaza e gli oltre 3.100 feriti in poco più di sette mesi dall&rsquo;inizio del <a href="https://news.un.org/en/story/2026/06/1167760" rel="noopener">cessate il fuoco</a>, il 9 ottobre 2025. Dal <a href="https://www.unicef.org/sop/reports/unicef-state-palestine-humanitarian-situation-update" rel="noopener">7 ottobre 2023 al 3 febbraio 2026</a>, sono stati segnalati 71.803 palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, tra cui almeno 21.289 bambini. <br>
Dati ripresi anche da Save the Children in un <a href="https://www.savethechildren.it/press/gaza-dopo-1000-giorni-di-guerra-quasi-l80-dei-minori-della-striscia-sono-sfollati-almeno" rel="noopener">rapporto</a> pubblicato in occasione dei 1.000 giorni di guerra: «Dal 7 ottobre 2023 a oggi, nella <a href="https://www.editorialedomani.it/tag/striscia%20di%20gaza" rel="noopener">Striscia di Gaza</a> sono stati uccisi almeno 21mila minori, ma la cifra reale probabilmente è molto più alta, dato l’ignoto numero di sepolti sotto le macerie». <br>
Ancora una volta, e più che mai, le <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">vittime della guerra sono i civili</a>, soprattutto i bambini e le bambine.</p>
<h2 id="non-lo-dice-solo-la-stampa">Non lo dice solo la stampa</h2><p>Contemporaneamente all&rsquo;assegnazione del premio della Stampa europea, sono usciti su <em>Jama</em> i dati di uno <a href="https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2849103?__cf_chl_f_tk=oH7Ar00EKwJxRNYoDhPyiVv10NvWCpj8Q.5X1JvS04c-1783243544-1.0.1.1-ZGmZR0Ht._iIngEauUb2iZN00XLvu65t2PCaBu9np3E" rel="noopener">studio di coorte</a> condotto presso il Dipartimento di neurochirurgia dell&rsquo;Ospedale europeo di Gaza e del Complesso medico Nasser dal primo gennaio 2025 al 30 settembre 2025. Lo studio ha incluso 719 pazienti con trauma cranico penetrante (TBI), caratterizzato da una lesione della dura madre causata da un proiettile o un frammento. «Tra i 719 pazienti con trauma cranico penetrante nel periodo di studio di 273 giorni, 321 (45%) avevano 18 anni o meno (età mediana 13 anni, con la metà centrale tra 8 e 16 anni). 229, pari al 72%, erano maschi. Il tasso medio di ricoveri giornalieri per trauma cranico penetrante in età pediatrica era di 1,18 pazienti», si legge.</p>
<p><img src="files/radiografia.png" alt="" loading="lazy" decoding="async">
<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza-body-1.png.webp" alt="" width="613" height="320" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’immagine radiografica di un proiettile nel cranio di un bambino di dieci anni. (B’Tselem, che ha diffuso questa e altre immagini, è il <a href="https://www.btselem.org/" rel="noopener">Centro israeliano di informazione</a> per i diritti umani nei territori occupati. Si impegna per un futuro in cui i diritti umani, la libertà e l&rsquo;uguaglianza siano garantiti a tutte le persone, palestinesi ed ebrei, che vivono tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.)</p>
<p>I meccanismi di lesione includevano schegge (292 pazienti, 91 per cento) e ferite da arma da fuoco (29 pazienti, 9 per cento). Esiti favorevoli sono stati osservati in 154 pazienti (49 per cento), mentre 94 pazienti (30 per cento) non sono sopravvissuti. L&rsquo;esito in termini di mortalità e morbilità per queste vittime innocenti è stato drammatico.<br>
Risultati simili quelli ottenuti da un altro <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12512489/" rel="noopener">studio di coorte</a> condotto nella Striscia di Gaza meridionale su 244 pazienti (età mediana di 21 anni, di cui il 74,5 per cento maschi) pubblicati nel 2025. Il tasso di mortalità a 30 giorni è risultato del 26,2 per cento ed è stato associato alla gravità del trauma cranico, all&rsquo;età, all&rsquo;estrusione di sostanza cerebrale, all&rsquo;emorragia intraventricolare e all&rsquo;emorragia subdurale.</p>
<h2 id="non-solo-a-gaza">Non solo a Gaza</h2><p>Bambini e bambine nella Striscia di Gaza continuano a soffrire di traumi fisici e psicologici a causa della guerra di Israele, così come in Cisgiordania e in Libano, dove i <a href="https://www.unicef.org/press-releases/bloodied-bruised-and-broken-more-690-children-reportedly-injured-lebanon-last-six" rel="noopener">bambini</a>, dall&rsquo;ottobre 2024, vivono nell&rsquo;insicurezza e a rischio di traumi permanenti. Ma fino alla recente documentazione su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, la maggior parte delle segnalazioni raccolte (anche grazie a <a href="https://emj.bmj.com/content/42/4/231.long" rel="noopener">Emergency</a>) che documentavano TBI nei bambini proveniva dall&rsquo;Afghanistan.  <br>
Lo spettro degli effetti di un trauma cranico sui sopravvissuti è estremamente ampio e spesso si traduce in <a href="https://journals.lww.com/jcraniofacialsurgery/abstract/2026/01000/beyond_today_s_global_wars_of_mass_destruction_.81.aspx" rel="noopener">disabilità a lungo termine e disagio psicologico</a>. Ovviamente, una delle variabili associate all&rsquo;esito non solo del trauma cranico è la distribuzione delle risorse, la pianificazione chirurgica e la gestione generale delle lesioni traumatiche nelle zone di conflitto, durante e dopo la guerra.<br>
Recentemente sono state prodotte <a href="https://journals.lww.com/neurosurgery/fulltext/2026/03001/brain_trauma_foundation_guidelines_for_the.4.aspx" rel="noopener">linee guida</a> basate sull&rsquo;evidenza per supportare la moderna gestione medica e chirurgica di queste lesioni complesse, sebbene la documentazione sui bambini feriti nelle zone di guerra sia ancora limitata.</p>
<h2 id="parole-forti-dallonu">Parole forti dall’Onu</h2><p>Nella <a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session62/a-hrc-62-crp-2.pdf" rel="noopener">relazione finale</a> della commissione d&rsquo;inchiesta indipendente delle Nazioni Unite nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e in Israele, presentata al Consiglio dei diritti umani il 18 giugno 2026, si afferma che Israele ha deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, causando genocidio, crimini contro l&rsquo;umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, nonché crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.<br>
 «La Commissione ha esaminato l&rsquo;uso della tortura, trattamenti inumani e degradanti, inclusa la violenza sessuale e di genere, contro i bambini palestinesi, in particolare durante gli arresti di massa e la detenzione. Ha analizzato il modello di Israele che prende di mira infrastrutture critiche essenziali per i bambini, come le strutture sanitarie e le sue conseguenze a breve e lungo termine, nonché l&rsquo;impatto della violenza riproduttiva sui neonati, che si traduce in una cattiva salute neonatale ed esiti del parto; attacchi a orfanotrofi e scuole, che incidono sulla perdita di cure per gli orfani e i minori non accompagnati e che causano danni scolastici e interruzioni dell&rsquo;apprendimento. La Commissione ha esaminato l&rsquo;impatto delle condizioni di vita imposte da Israele a Gaza che si traducono in mortalità infantile prevenibile, aggravamento della morbilità e gravi traumi mentali derivanti dagli attacchi incessanti e diffusi di Israele per oltre due anni. Nel complesso, ciò rivela gravi danni a più livelli per la sopravvivenza, la salute e lo sviluppo dei bambini palestinesi», si legge nella relazione. <br>
Inoltre nel capitolo Testimonianze di professionisti medici e prove visive si riporta che: «La Commissione ha intervistato un totale di 17 medici impiegati in diversi ospedali di Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il luglio 2025, i quali hanno segnalato un modello ricorrente di bambini con ferite da arma da fuoco singole, causate da droni o cecchini. L&rsquo;uccisione di un bambino con una singola ferita da arma da fuoco indica un alto grado di precisione nell&rsquo;uso della forza, suggerendo che il colpo sia stato mirato con cura piuttosto che accidentale o frutto di fuoco indiscriminato. In tali casi, questo modello è indicativo del mirare deliberatamente alla vittima minorenne, in particolare laddove le circostanze non indichino fuoco incrociato o altre condizioni di ostilità (vedere i paragrafi 71-75 per l&rsquo;analisi militare della Commissione sull&rsquo;uso delle armi da parte delle forze di sicurezza israeliane e i paragrafi 48-62 per i casi indagati)».</p>
<p>Data la portata della violenza permanente nella Striscia di Gaza, in Libano e nel resto del mondo, il trauma cranico, in quanto non evento acuto, isolato, ma condizione neurologica che perdura nel tempo che colpisce anche i bambini nelle zone di conflitto dove le risorse scarseggiano, deve ricevere la dovuta attenzione da parte della comunità sanitaria.<br>
Saranno necessari <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">diversi decenni</a> per ripristinare il benessere dei bambini e delle bambine nella Striscia di Gaza al <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare/">livello</a> di cui godevano prima del genocidio perpetrato dall&rsquo;esercito israeliano. Porre fine e prevenire gravi violazioni contro bambini e bambine rimane un mandato delle istituzioni internazionali. Proteggere i bambini, tuttavia, richiede di affrontare le cause profonde del conflitto, garantire la responsabilità per le violazioni e investire in iniziative di protezione, recupero e reintegrazione dell&rsquo;infanzia. Questa è responsabilità di tutti i cittadini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Italia e Cuba: il diritto alla salute principio fondante comune</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune/</guid><pubDate>Wed, 01 Jul 2026 07:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>salute</category><description>Dall’articolo 32 della Costituzione italiana all’articolo 72 della Costituzione cubana, il diritto universale alla salute rappresenta il terreno comune su cui Italia e Cuba hanno costruito, pur in contesti politici ed economici profondamente diversi, modelli di assistenza fondati sulle cure primarie, sulla prevenzione e sulla prossimità. Modelli che, tra ritardi e criticità attuali, portano a riflettere su come la tutela della salute resti uno dei più importanti indicatori di civiltà, giustizia sociale e qualità della democrazia. Lee la versión en español . Read the English version . Vai alla registrazione del webinar Cuba isla bella.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-32" rel="noopener">comma 1 dell’articolo 32 della Costituzione</a> della Repubblica Italiana sancisce che: la salute è un diritto fondamentale e collettivo, la Repubblica garantisce l’accesso alle cure; il diritto alla salute non può essere trasferito o ceduto: è inalienabile e irrinunciabile; è un diritto universale, spetta a tutti, senza discriminazioni; è un diritto soggettivo del singolo individuo; è irriducibile ed essenziale. Ci sono voluti poi trent’anni e una partecipazione e disponibilità trasversali tra tutti i partiti politici per stilare una norma così rivoluzionaria come la legge n. 833 del 1978 per l’attuazione dell’art.32.</p>
<p>L’articolo 72 della <a href="https://italiacuba.it/wp-content/uploads/2019/07/CostituzCuba2019.pdf" rel="noopener">Costituzione della Repubblica di Cuba</a> sancisce che: la salute pubblica è un diritto di tutte le persone ed è responsabilità dello Stato di garantire l&rsquo;accesso a titolo gratuito e la qualità dei servizi di attenzione, di protezione e di recupero. Lo Stato, per rendere effettivo questo diritto, istituisce un sistema di salute a tutti i livelli accessibile alla popolazione e sviluppa programmi di prevenzione e di educazione, ai quali contribuiscono la società e le famiglie.</p>
<p>Testi simili per definire e riconoscere il diritto universale alla salute.  </p>
<p>Con analoga volontà, nel 1978 sia l’Italia che Cuba decisero di adottare, con altri 132 Stati e 67 agenzie internazionali, l&rsquo;epocale <a href="https://www.who.int/publications-detail-redirect/declaration-of-alma-ata" rel="noopener">Dichiarazione di Alma Ata</a> sull’assistenza sanitaria primaria (la primary health care) come prospettiva di riferimento per raggiungere “la salute per tutti” nell’anno 2000. Un impegno che coniugava la salute ai diritti umani e alla giustizia sociale per rendere universalmente accessibili i servizi sanitari essenziali. Un impegno politico, sociale e professionale, individuale e istituzionale, nell’area della salute e della sanità, del sociale e del sanitario, dello star bene e meglio (welfare) nell’ambiente di vita e di lavoro. Un impegno oneroso e ambizioso come tutti quelli volti alla garanzia dei diritti umani, dei diritti di una collettività e non solo e tanto quelli delle singole persone. Un percorso simile che sia l’Italia che Cuba avevano intrapreso molto prima, perché <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/la-salute-e-una-parola/?srsltid=AfmBOooEMqxwPcrGRwOSUrnxWlv9wfhxCwjy1lbIeGgvRRS1SjFmGJL-" rel="noopener">la salute è anche un progetto</a>, una finalità, un obiettivo da raggiungere e mantenere, specie se deve essere per tutti. Salute e sanità sono concetti distinti, ma con evidenti interconnessioni: non puoi garantire un benessere completo, se non organizzi un sistema (un Servizio) adeguato e appropriato a tutela. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2339" height="1654" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="cuba">Cuba</h2><p>Lo sviluppo di una profonda rivoluzione sociale e la volontà politica hanno portato, a partire dal 1959 con l’abbattimento del regime di Fulgencio Batista e la proclamazione della Repubblica, a basare l’assistenza sanitaria principalmente su un approccio di assistenza primaria orientato all&rsquo;equità. Tuttavia i cambiamenti demografici e le modifiche nei modelli di morbilità e mortalità della popolazione, l&rsquo;innalzamento del suo livello culturale, l&rsquo;emergere di un pensiero medico orientato verso un approccio clinico, epidemiologico e sociale e la necessità di raggiungere un miglioramento qualitativo della salute della popolazione, hanno comportato, anche per Cuba, la necessità di introdurre cambiamenti nel sistema sanitario affinché potesse raggiungere e garantire il diritto all’universalità della salute. È stato quindi avviato il modello di medicina di famiglia che mirava a rispondere alle esigenze del profilo epidemiologico della popolazione e al suo livello di soddisfazione.</p>
<h3 id="plan-del-médico-de-las-120-familias">Plan del Médico de las 120 Familias</h3><p>Il 4 gennaio 1984, presso il Policlinico Lawton nel comune 10 de Octubre dell&rsquo;Avana, capitale del Paese, fu lanciato questo modello, noto anche come Plan del Médico de las 120 Familias (Piano del medico delle 120 famiglie), Medico di famiglia o Medico di comunità. Il programma iniziò con dieci coppie di medici e infermieri, che formarono le prime dieci équipe sanitarie di base (ESC) operanti negli ambulatori dei medici di famiglia (MFC). Ciascuna di queste équipe forniva assistenza medica completa a una media di 600-700 persone, circa 120 famiglie, da cui il nome iniziale. L&rsquo;obiettivo principale del programma era quello di migliorare lo stato di salute della popolazione attraverso interventi globali rivolti alla persona, alla famiglia, alla comunità e all&rsquo;ambiente, in stretta collaborazione con la comunità. Oggi le ESC sono 15.000, si prendono cura di 140-180 famiglie, senza eccedere i 1500 assistiti, sono distribuite su tutto il territorio nazionale e costituiscono la spina dorsale del sistema sanitario cubano.</p>
<p>All&rsquo;interno di queste strutture, gli operatori sanitari sono responsabili dell&rsquo;assistenza medica primaria della popolazione e si occupano in particolare delle categorie più vulnerabili, ovvero bambini, anziani e donne in gravidanza. Particolare enfasi è posta sulla medicina preventiva, l&rsquo;igiene, l&rsquo;alimentazione, la pratica sportiva e la lotta contro i fattori di rischio. La prevenzione è la &ldquo;pietra miliare&rdquo; del sistema sanitario cubano. L&rsquo;assistenza domiciliare è fornita dalla ESC a domicilio del paziente, quando quest&rsquo;ultimo necessita di valutazione quotidiana, riposo, riposo a letto o isolamento, ma non richiede ricovero ospedaliero. La ESC gestisce le cartelle cliniche dei propri assisti secondo un processo organizzato, continuo e dinamico che consente una valutazione e un intervento pianificati e programmati con una frequenza minima in base al gruppo di appartenenza dell’assistito (presumibilmente sani, a rischio, malati e disabili). </p>
<p>Il secondo livello di cura è rappresentato dai 436 poliambulatori comunitari. Ogni poliambulatorio serve una popolazione di 30.000-60.000 persone e collabora strettamente con 20-40 ESC. Un poliambulatorio offre in media una ventina di servizi diversi: riabilitazione, radiologia, ecografia, endoscopia, pronto soccorso, traumatologia, laboratorio di analisi cliniche, pianificazione familiare, trombolisi, pronto soccorso medico-odontoiatrico, assistenza materno-infantile, vaccinazioni e cura del diabete, geriatria, dermatologia, psichiatria, cardiologia, medicina generale e medicina interna, pediatria, ostetricia e ginecologia.</p>
<p>Per garantire la continuità assistenziale per la popolazione il Programma di assistenza familiare integrata prevede, come indica il nome, la valutazione e lo sviluppo di azioni tra i componenti delle ESC e il gruppo di lavoro di base del poliambulatorio e degli ospedali di riferimento. </p>
<p>Per raggiungere l&rsquo;obiettivo prefissato, era fondamentale disporre di professionisti formati per svolgere le nuove missioni del sistema di erogazione dei servizi. Ciò ha portato al miglioramento della formazione delle risorse umane attraverso l&rsquo;implementazione di un nuovo curriculum per la facoltà di medicina, basato sull&rsquo;identificazione dei problemi di salute della popolazione e con un profilo di laurea orientato all&rsquo;assistenza sanitaria di base e lo sviluppo di una nuova specializzazione, la medicina generale integrata. I primi specialisti in questa disciplina si sono laureati nel 1987.</p>
<h2 id="italia">Italia</h2><p>Dopo 50 anni la legge n. 833, complessiva dell’intero e complesso Servizio sanitario nazionale, necessita di un ampio aggiornamento. Ancora una volta, si prospettano interventi che arrivano in ritardo, non condivisi, parziali e settoriali. Gli ultimi due interventi sono rappresentati dal <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:ministero.salute:decreto:2015-04-02;70!vig=" rel="noopener">DM 70/2015</a> e dal <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/22/22G00085/SG" rel="noopener">DM 77/2022</a>. Il primo definisce gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell&rsquo;assistenza ospedaliera. Il secondo definisce i modelli e gli standard per lo sviluppo dell&rsquo;assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale ed è strettamente legato al PNRR.</p>
<p>Per l’attuazione di entrambi i decreti si è in ritardo per la carenza di personale, per la storia pregressa della governance a livello regionale, per le incertezze e criticità nell’area della medicina generale e per l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia/">ipertrofia e frammentazione</a> della rete ospedaliera. L’applicazione del DM 77 necessariamente deve prevedere l’applicazione del DM 70 e quindi o si sanano i ritardi già accumulati o non potranno che aumentare, come sta accadendo.</p>
<h3 id="case-della-comunità">Case della comunità</h3><p>Uno degli elementi essenziali del <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=87801" rel="noopener">disegno attuativo della riforma</a> del 2022 è la Casa della comunità, così definita: «il luogo fisico e di facile individuazione al quale i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza sanitaria, socio-sanitaria a valenza sanitaria e il modello organizzativo dell’assistenza di prossimità per la popolazione di riferimento». Ma <a href="http://www.ricercaepratica.it/archivio/4681/articoli/46946/" rel="noopener">di quale Casa</a> c’è bisogno, per quali bisogni, per quale comunità, con quale funzionalità… questo non è definito.</p>
<p>Il decreto ha individuato gli standard organizzativi per una Casa della comunità hub ogni 40.000-50.000 abitanti, con 7-11 Infermieri, 1 assistente sociale, 5-8 unità di personale di supporto (sociosanitario, amministrativo). I servizi presenti nella Casa di comunità sono distribuiti tra gli obbligatori, i facoltativi e i raccomandati. I principali ed essenziali sono i servizi di cure primarie erogati attraverso équipe multiprofessionali (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali, infermieri di comunità, ecc).</p>
<p>Le Case della comunità da 1.715, dopo l’intesa con la Ue, sono state fissate in un numero minimo di 1.038 utilizzando, entro il 30 giugno 2026, i fondi del PNRR per nuove strutture o riconversione di quelle esistenti (come ospedali, poliambulatori, locali di Asl). Una frenetica attività, quella della fine del PNRR per l’apposizione di targhe e cartelli all’ingresso di poliambulatori esistenti, anche in aree ospedaliere, con la dizione “Casa di comunità”. L’idea prevalente è infatti quella che le Case della comunità siano invece Case di comunità, cioè sia lo standard a prevalere (il “di” invece del “della”), che il <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4016/articoli/39922/" rel="noopener">bene comune</a> da perseguire come primario sia la sanità e non la salute, e che quindi le Case della comunità <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4681/articoli/46946/" rel="noopener">siano poliambulatori</a>, delle Case della sanità, e non sempre in modo efficiente.</p>
<h2 id="italia-e-cuba">Italia e Cuba</h2><p>I servizi sanitari dei due Paesi hanno molto in comune. I principi e le finalità sono identici. La governance è ovviamente diversa, in considerazione delle risorse disponibili delle politiche attuate e anche subite, in particolare <em>el bloqueo</em> quando dal 7 febbraio 1962, con il &ldquo;Proclama 3447”, l’allora presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy impose l&rsquo;embargo commerciale, economico e finanziario con l’isola di Cuba. L&rsquo;inasprimento dell&rsquo;embargo economico durante la prima amministrazione Trump, il Covid-19 e, dal gennaio 2026, il blocco quasi totale delle forniture energetiche conseguente alla crisi venezuelana hanno privato l&rsquo;isola di carburante, elettricità e accesso ai mercati internazionali dei farmaci e dei dispositivi medici. Il crollo di un sistema sanitario non è soltanto una tragedia locale: è una violazione dei diritti umani fondamentali che richiede una <a href="https://www.scienzainrete.it/appelli/lettera-aperta-per-cuba/">risposta della comunità globale</a>, al di là di ogni valutazione politica sul regime cubano. </p>
<p>La comunanza dell’articolo 32 della Costituzione italiana e dell’articolo 72 della Costituzione cubana, l’attenzione e priorità per le cure primarie, l’individuazione e indicazione della comunità come spazio e collettivo basico degli interventi sociali e sanitari, il Plan del Médico de las 120 Familias e le Case della comunità come modelli di intervento, le équipe sanitarie di base cubane e le équipe multiprofessionali italiane indicano che una maggior collaborazione, condivisione e solidarietà tra i due Paesi sarebbe utile ad entrambi i popoli. <br>
L&rsquo;Italia, inoltre, è debitrice verso Cuba per l&rsquo;aiuto ricevuto durante la pandemia Covid-19 e per l&rsquo;attuale lavoro dei medici cubani in Regione Calabria a garanzia del funzionamento del Servizio sanitario locale.</p>
<p>L&rsquo;organizzazione dei servizi sanitari a garanzia del diritto alla salute costituisce un potente indicatore del progresso o dell&rsquo;arretramento di un Paese e il livello raggiunto dall’Italia e da Cuba li accomuna. Il fatto che un servizio sanitario di qualità come quello di Cuba sia costretto a non adempiere alle proprie funzioni deve preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto universale alla salute e alle cure.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il fenomeno tradwife tra marketing e geopolitica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica/</guid><pubDate>Mon, 29 Jun 2026 07:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>Dietro le immagini di pane fatto in casa, bambini sorridenti e fattorie da cartolina si nasconde uno dei fenomeni culturali più controversi degli ultimi anni: le tradwives, influencer che celebrano il ritorno ai ruoli di genere tradizionali e alla dedizione esclusiva alla famiglia. Raccolgono milioni di follower sui social, ma il loro successo non racconta soltanto una nostalgia per la vita domestica. Perché il modello della “moglie tradizionale” è di fatto un progetto culturale e politico che rimette al centro il controllo del corpo femminile e della famiglia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, le piattaforme social come TikTok e Instagram hanno assistito alla proliferazione di un trend culturale: il movimento delle <em>tradwives</em>, abbreviazione di <em>traditional wives</em>, mogli tradizionali. Questo fenomeno vede giovani donne promuovere il ritorno a una rigida divisione dei ruoli di genere, alla sottomissione volontaria al marito e alla dedizione esclusiva alla cura della casa e della prole.</p>
<p>Per comprendere la radice ideologica del fenomeno, assumiamo l&rsquo;<a href="https://www.linkedin.com/posts/shirley-osborne-mba-01a7b54_getuncoopted-activity-7440148428866883585-gJfY" rel="noopener">analisi</a> proposta dall&rsquo;attivista e saggista Shirley Osborne in <em>The Women the Patriarchy Co-opted</em> (2026). Osborne inquadra il movimento delle tradwives non come una legittima scelta di libertà individuale, bensì come un esempio perfetto di cooptazione patriarcale. Il patriarcato, inteso come sistema invisibile di strutture di potere, opera convincendo le donne a firmare un &ldquo;contratto sociale&rdquo; che agisce contro i loro stessi interessi.</p>
<p>Il movimento tradwife <a href="https://www.ais-sociologia.it/wp-content/uploads/2025/03/AIS-Gender-Studies-2024_Book-of-Abstract.pdf" rel="noopener">spinge</a> le donne ad abbandonare i tavoli decisionali ed economici per ripiegare nella sfera domestica, neutralizzando il potenziale di emancipazione collettiva, cancella il rischio sistemico della perdita di indipendenza economica oscurando come senza reale capacità di autodeterminazione ci si espone a gravi rischi in caso di crisi coniugale e di violenza domestica. In ultimo, quello che viene presentato come un idillio domestico è, a tutti gli effetti, lavoro di cura non retribuito. Sian Norris <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/may/31/white-supremacy-trad-wives-far-right-feminist-politics" rel="noopener">svela</a> anche come il meccanismo agisca a livello psicologico offrendo una ricompensa fittizia: «Chi non vuole essere una dea, specialmente quando l&rsquo;alternativa è lavorare dalle nove alle cinque in un ufficio noioso o in fabbrica [&hellip;]? Per essere la donna ideale [&hellip;] non devi combattere o lavorare [&hellip;] diventi speciale solo per il fatto di avere un grembo materno funzionante. Devi semplicemente essere, perché il tuo valore esiste unicamente in virtù del fatto di avere un corpo femminile».</p>
<p>La tradwife più famosa è Hannah Neeleman, nota come “Ballerina Farm”. Ex ballerina della Juilliard e madre di otto figli, Neeleman incarna <a href="https://www.repubblica.it/design/2021/04/20/news/tendenza_interior_design_arredare_in_stile_cottagecore-297220353/" rel="noopener">l&rsquo;estetica del <em>cottagecore</em></a> e dell&rsquo;autosufficienza rurale. Tuttavia, un celebre <a href="https://www.thetimes.com/magazines/the-sunday-times-magazine/article/meet-the-queen-of-the-trad-wives-and-her-eight-children-plfr50cgk" rel="noopener">articolo</a> pubblicato da <em>The Sunday Times</em> ha squarciato il velo di perfezione digitale mettendo in luce come quello stile di vita sia possibile grazie all&rsquo;immensa ricchezza della famiglia del marito. Non siamo dunque di fronte a una scelta di vita rurale ma a un &ldquo;cosplay della povertà&rdquo;. L&rsquo;articolo ha sollevato dubbi sul reale grado di spontaneità della sua scelta. La successiva <a href="https://www.instagram.com/p/C-H73jSIoRE/" rel="noopener">replica pubblica</a> di Hannah Neeleman – che ha accusato la stampa di aver manipolato l&rsquo;intervista per adattarla a un&rsquo;agenda predeterminata e ha riaffermato il suo ruolo di &ldquo;co-CEO&rdquo; della propria vita – evidenzia il grande paradosso del fenomeno.</p>
<p>Ma questo modello è realmente considerato un&rsquo;opzione nella società? Se da un lato i contenuti social accumulano centinaia di milioni di visualizzazioni e le influencer muovono community da oltre 11 milioni di follower, i dati demografici reali ci dicono altro. <a href="https://www.kcl.ac.uk/news/the-tradwife-phenomenon-isnt-a-return-to-tradition-its-a-plea-for-balance" rel="noopener">Secondo gli esperti</a> del Global Institute for Women’s Leadership del King&rsquo;s College London, «Il fenomeno tradwife non è un ritorno alla tradizione, è una richiesta di equilibrio. La ricerca suggerisce che si tratta del riflesso delle pressioni moderne piuttosto che di una nostalgia per la domesticità». Secondo gli stessi esperti, il 59% delle giovani donne (18-34 anni) <a href="https://www.unlv.edu/news/release/positive-views-tradwife-movement-linked-higher-levels-sexism-among-men" rel="noopener">giudica negativamente</a> il trend, ritenendolo dannoso per la società.</p>
<p>Resta però un dato allarmante sulla polarizzazione di genere: <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/03616843261442447" rel="noopener">ricerche</a> pubblicate su <em>Psychology of Women Quarterly</em> dimostrano che gli uomini con alti livelli di &ldquo;sessismo ostile&rdquo; sono i principali consumatori e sostenitori di questo trend, vedendovi una legittimazione del potere maschile. Questa strategia <a href="https://www.researchgate.net/publication/379942208_Tradwives_Right-Wing_Social_Media_Influencers" rel="noopener">avrebbe una funzione</a> di stabilizzazione interna per la cosiddetta manosphere, l&rsquo;universo online dei movimenti maschili risentiti, dagli incel ai teorici della mascolinità alfa. Mostrare profili di donne attraenti, colte e disposte a subordinare la propria esistenza alla soddisfazione biologica ed economica del partner maschile serve come strumento di propaganda e rassicurazione.</p>
<p>I sondaggi <a href="https://it.euronews.com/cultura/2024/02/28/ecco-le-trad-wives-le-influencer-antifemministe-che-promuovono-i-valori-tradizionali" rel="noopener">descrivono</a> una popolazione europea non attratta da questo modello. Nonostante questo, l’Europa presenta una caratterizzazione più politica del fenomeno, come dimostra la figura dell&rsquo;attivista, giurista e opinionista olandese <a href="https://www.theguardian.com/uk-news/2026/jan/15/dutch-far-right-influencer-eva-vlaardingerbroek-banned" rel="noopener">Eva Vlaardingerbroek</a>, che rappresenta l&rsquo;evoluzione dottrinale e ideologica del fenomeno tradwife. L&rsquo;uso dell’estetica iper-femminile e la difesa della famiglia tradizionale diventano ariete politico all&rsquo;interno dei movimenti della destra identitaria europea. Vlaardingerbroek non si limita a mostrare la cucina ma partecipa a convention politiche internazionali (come il CPAC), si scaglia contro le istituzioni europee e lega in modo inscindibile la difesa dei ruoli tradizionali di genere a tesi ultra-nazionaliste, come la teoria complottista della &ldquo;Grande Sostituzione&rdquo;. In questo contesto europeo, la tradwife si trasforma in uno strumento di propaganda collettiva. Il corpo femminile e l&rsquo;utero, per riprendere la tesi di Norris, <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/08912416241246273" rel="noopener">tornano a essere politicizzati in chiave nazionalista</a>. Non solo in Europa.</p>
<p>La strategia dunque è la <a href="https://benjamins.com/catalog/jlac.00142.koc?srsltid=AfmBOorstxAB2IlbWbr7C3nDBjfHRO_ZeVQaTWJj-LOlLMUDJcIBexH1" rel="noopener">politicizzazione dell&rsquo;intimità domestica</a>: siamo di fronte a una delle operazioni di ingegneria culturale più deliberate del XXI secolo.</p>
<p>Il fenomeno tradwife è funzionale alle <a href="https://www.researchgate.net/publication/374478241_Trad_Culture_Reproducing_Whiteness_and_Neo-Fascism_through_Gendered_Discourse_Online" rel="noopener">agende strategiche della galassia conservatrice</a> globale: le chiese evangeliche ultra-ortodosse e le destre identitarie e nazionaliste. Per le comunità evangeliche e mormone fondamentaliste, la frammentazione identitaria della modernità rappresenta una minaccia teologica esistenziale. La diffusione dei canali social gestiti da tradwives esplicitamente confessionali risponde alla necessità di <a href="https://uvadoc.uva.es/bitstream/handle/10324/63927/TFG_F_2023_233.pdf" rel="noopener">tradurre dogmi rigidi in formati digitali digeribili</a> e desiderabili dai giovani. Dal punto di vista teologico, l&rsquo;asse portante di queste comunità è la dottrina del complementarismo: la convinzione che Dio abbia istituito una gerarchia biologica e spirituale in cui l&rsquo;uomo detiene l&rsquo;autorità legale e decisionale, mentre la donna è chiamata alla sottomissione e alla cura della sfera riproduttiva. Nelle produzioni digitali di influencer evangeliche, questa sottomissione <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/03616843261442466" rel="noopener">viene depurata</a> da qualsiasi connotazione coercitiva o patriarcale. Attraverso i social la rinuncia alla carriera <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14647001251371971" rel="noopener">viene riscritta</a> come un atto di pura elevazione spirituale e di &ldquo;dolce sollievo&rdquo; dalla frenesia del lavoro salariato.</p>
<p>Un secondo livello strategico risiede nella promozione dell&rsquo;<em>homesteading</em>, cioè la gestione della fattoria autosufficiente, e dell&rsquo;<em>homeschooling</em>, l&rsquo;istruzione parentale domestica. Spingendo le famiglie a rendersi autonome dalle istituzioni pubbliche — giudicate secolarizzate e progressiste — le chiese evangeliche mirano a recidere i legami sociali dei singoli con lo Stato. La tradwife cessa di essere una semplice casalinga per tramutarsi nel pilastro logistico e operativo della comunità: è lei a sottrarre i figli all&rsquo;istruzione pubblica, a indottrinarli secondo i precetti della chiesa e a garantire la sussistenza alimentare del nucleo, realizzando un ecosistema economico e sociale chiuso e impermeabile. </p>
<p>Per i movimenti della destra radicale e della galassia nazionalista il fenomeno tradwife assume le caratteristiche di un&rsquo;arma geopolitica. All&rsquo;interno della retorica della destra identitaria, dominata dall&rsquo;ossessione per il declino demografico dell&rsquo;Occidente e da teorie complottiste come la &ldquo;Grande Sostituzione&rdquo;, la figura della donna viene <a href="https://bristoluniversitypressdigital.com/view/journals/ejpg/7/1/article-p83.xml" rel="noopener">rigidamente nazionalizzata</a>. Il corpo della tradwife diventa il veicolo principale della sopravvivenza biologica della nazione.</p>
<p>Tutto questo avviene utilizzando la <a href="https://www.socialsciencespace.com/2025/10/the-tradwife-to-far-right-pipeline" rel="noopener">prassi del <em>soft-pilling</em></a> (o <em>pink-pilling</em>): l&rsquo;introduzione graduale di utenti moderati a ideologie estremiste per il tramite di contenuti apparentemente innocui e politicamente neutri. Un utente che ricerca tutorial sulla panificazione a lievitazione naturale o sull&rsquo;agricoltura biologica <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1600910X.2025.255" rel="noopener">viene agganciato</a> da profili di tradwives caratterizzati da un&rsquo;altissima qualità estetica. Successivamente, la dinamica degli algoritmi di raccomandazione delle piattaforme social tende a creare camere dell&rsquo;eco (<em>echo chambers</em>), associando la nostalgia per la natura a una più profonda e radicale nostalgia per un ordine sociale gerarchico, patriarcale e monoculturale, fungendo da vero e proprio <a href="https://www.uva.nl/en/shared-content/faculteiten/en/faculteit-der-maatschappij-en-gedragswetenschappen/news/2024/07/tradwives.html" rel="noopener">canale di reclutamento</a> verso i forum dell&rsquo;estremismo politico. L’abbraccio delle tesi nazionaliste <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/03616843261442466" rel="noopener">viene descritto</a> come l&rsquo;unica via per restaurare l&rsquo;autorità patriarcale e l&rsquo;obbedienza all&rsquo;interno delle mura domestiche. La casa della tradwife diventa una trincea domestica in cui la sottomissione volontaria della donna viene venduta come l&rsquo;ultimo baluardo di stabilità di fronte alla complessità del mondo contemporaneo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Terapie riparative? No grazie: non c’è niente da riparare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare/</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 17:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Le cosiddette terapie riparative dell’omosessualità e delle identità transgender, sono pratiche condannate dalla comunità scientifica internazionale, ma un’offerta persiste in diversi Paesi, tra cui l’Italia. La UE non è riuscita a vietarle. La strada verso l’accettazione degli orientamenti di genere è ancora lunga, come ci indica drammaticamente la cronaca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nodo è venuto al pettine: più di un milione di cittadini dell’UE ha chiesto alla Commissione Europea di vietare in tutti gli Stati membri le cosiddette terapie riparative dell’omosessualità e delle identità transgender, interventi medici e psicologici che la comunità scientifica internazionale da tempo ha giudicato inutili e nocivi, ma che vengono ancora praticati e tollerati in alcuni Paesi. Al momento, però, non esistono le condizioni politiche per raggiungere l’unanimità del Consiglio dell’Unione Europea, che occorre per approvare una decisione in tal senso. La Commissione Europea ha stabilito quindi di adottare entro il 2027 una raccomandazione che non obbligherà ma inviterà gli Stati membri a vietare le terapie riparative.</p>
<h2 id="una-vittoria-a-metà-per-la-scienza-e-per-i-diritti">Una vittoria a metà per la scienza e per i diritti</h2><p>Nel 2024 l’associazione francese Act (Against Conversion Therapy) ha lanciato una <a href="https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2024/000001_en" rel="noopener">Iniziativa dei Cittadini Europei</a>, uno strumento che consente ai cittadini di chiedere alla Commissione Europea di proporre atti legislativi, a condizione di raccogliere almeno un milione di firme da almeno sette Stati membri. L’Iniziativa, dal titolo <em>Ban on conversion practices in the European Union</em> chiede che in tutti i Paesi dell’UE siano vietati gli interventi mirati a modificare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere delle persone LGBTQI+. Il 16 maggio 2025 è stato raggiunto l’obiettivo del milione di firme, validate e consegnate alla Commissione Europea il successivo 17 novembre.<br>
Il 29 aprile del 2026 il Parlamento Europeo ha pubblicato il <a href="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2026-0146_EN.pdf" rel="noopener">Rapporto</a> sulla situazione dei diritti fondamentali nell’UE nel biennio 2024-2025 che, al paragrafo 57, condanna le pratiche di conversione «in quanto violazioni dei diritti fondamentali, e sollecita la Commissione ad affrontarle mediante azioni concrete; esorta inoltre, a questo riguardo, la Commissione a presentare una <a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/752385/IPOL_STU%282023%29752385_EN.pdf" rel="noopener">proposta di atto giuridico</a> che istituisca un divieto dell’UE delle pratiche di conversione in tutti gli Stati membri in risposta all’Iniziativa dei Cittadini Europei Ban on conversion practices in the European Union».<br>
La parola è passata così alla Commissione Europea. Presentare una proposta legislativa vincolante come richiesto dai cittadini avrebbe voluto dire l’approvazione unanime dei membri del Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce i ministri competenti in materia di tutti gli Stati membri, un obiettivo difficilmente realizzabile nell’attuale panorama politico, così la Commissione ha ripiegato su una <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_1070" rel="noopener">raccomandazione non vincolante</a>, che non richiede l’approvazione del Consiglio. La sua adozione è prevista per il 2027. Una vittoria a metà per la scienza e per i diritti.<br>
Quale sia l’opinione dei rappresentanti dei partiti di destra sulle terapie di conversione è evidente dagli interventi dei commissari che hanno preso la parola il 25 marzo scorso durante la <a href="https://www.europarl.europa.eu/plenary/en/vod.html?mode=chapter&amp;vodLanguage=EN&amp;playerStartTime=20260325-18:51:49&amp;playerEndTime=20260325-19:48:42#" rel="noopener">discussione</a> dell’Iniziativa dei Cittadini: la spagnola Margarita De La Pisa Carriòn, di Vox, l’italiano Paolo Inselvini, di Fratelli d’Italia, il romeno Cristian Terhes, del Partito Nazionale Conservatore e altri dello stesso orientamento politico si sono succeduti al podio invocando il diritto delle famiglie di educare i figli secondo i propri principi. Vietare le pratiche di riparazione dell’omosessualità e dell’identità transgender equivale, secondo le loro dichiarazioni, ad abbandonare gli adolescenti confusi nelle mani della “lobby LGBT” determinata a traviarli. È la stessa narrazione dei movimenti anti-scelta che in Italia hanno sostenuto la recente approvazione della <a href="https://www.mim.gov.it/web/guest/-/consenso-informato-via-libera-definitivo-del-senato-valditara-tuteliamo-i-bambini-ridiamo-voce-ai-genitori-obbligatoria-l-educazione-al-rispetto-alle-" rel="noopener">legge Valditara</a> sull’obbligo di consenso informato scritto da parte dei genitori per la partecipazione degli studenti ad attività scolastiche dedicate ai temi della sessualità. Con una derapata semantica a 180° la “libertà educativa” delle famiglie viene così contrapposta all’evidenza scientifica ed è sancito il diritto inalienabile dei genitori di lasciare i figli nell’ignoranza e tentare di forzare il loro orientamento sessuale e la loro identità ed espressione di genere. Purtroppo anche di recente fatti di cronaca drammatici, come l’omicidio e il femminicidio di Camaiore, dove un uomo ha ucciso il figlio gay e la moglie, testimoniano quanto è lunga la strada verso l’accettazione degli orientamenti di genere.</p>
<h2 id="illegittime-inefficaci-dannose">Illegittime, inefficaci, dannose</h2><p>Le cosiddette terapie riparative o pratiche di conversione hanno origine tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, quando l’omosessualità che fino ad allora era considerata una devianza morale venne riclassificata come malattia mentale. «Per decenni sono state formulate teorie scientificamente non dimostrate ma basate su pregiudizi e preconcetti, o derivanti dall’esperienza clinica con pazienti omosessuali condizionati dall’ostilità sociale interiorizzata, la cosiddetta omofobia interiorizzata», osserva Vittorio Lingiardi, professore ordinario di Psicologia dinamica della Sapienza Università di Roma. «Nonostante già Freud affermasse che il tentativo di trasformare una persona omosessuale in una eterosessuale è sempre destinato al fallimento, nel secolo scorso non sono mancati i tentativi di “curare” l’omosessualità, ormai <a href="https://www.wpanet.org/wp-content/uploads/2025/09/2.GA23.10.2-Gender-identity-Position-Statement-10.8.23.pdf" rel="noopener">banditi dalla comunità scientifica internazionale</a> perché inefficaci e dannosi, se non altro perché non si può curare qualcosa che patologia non è».<br>
L’omosessualità è stata <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4695779/" rel="noopener">derubricata dai manuali psichiatrici</a> a partire dal 1973. In seguito, anche l’identità transgender è stata depatologizzata: dall’American Psychiatric Association nel 2013 e dall’OMS nel 2018. <br>
C’è chi obietta che un adulto, nell’esercizio della sua libertà personale, abbia il diritto di chiedere un intervento di conversione a un professionista della salute mentale, se vive con sofferenza il proprio orientamento sessuale, la propria identità o espressione di genere perché non sono conformi agli standard del suo ambiente sociale o delle sue convinzioni morali. «Nel rispetto delle norme deontologiche e delle evidenze scientifiche disponibili, un professionista non può offrire trattamenti volti a modificare caratteristiche o condizioni che non siano riconosciute come patologiche, anche quando tali interventi siano richiesti dalla persona stessa. Tali pratiche non hanno dimostrato efficacia terapeutica e possono esporre l&rsquo;individuo a rischi significativi per la salute psicologica», risponde Roberto Baiocco, ordinario di Psicologia dello sviluppo della Sapienza Università di Roma e direttore del <a href="https://dppss.web.uniroma1.it/it/orientamenti-sessuali-e-identita-di-genere" rel="noopener">Servizio “6 come sei</a>”, centro clinico e di ricerca su orientamenti sessuali e identità di genere. «Quello che la psicologia può fare è accompagnare una persona che vive una situazione di sofferenza nell’indagare la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale. È un percorso spesso lungo e impegnativo, volto ad aiutare la persona a riconoscere e affermare se stessa. Affermare vuol dire anche, eventualmente e non necessariamente, modificare il proprio aspetto fisico per adeguarlo alla rappresentazione di sé, non diversamente da quanto fa, per esempio, una donna cisgender quando ricorre alla chirurgia estetica per adeguare l’aspetto del seno all’immagine in cui si riconosce».<br>
Accompagnare verso la conoscenza di sé è anche la missione dei genitori che crescono un figlio o una figlia. La loro libertà educativa, rivendicata da alcuni, non può essere interpretata come diritto di plasmare l’identità di figli e figlie secondo le proprie preferenze e convinzioni. «Pensiamo a un adolescente maschio che ha cominciato a frequentare una ragazza e lo annuncia ai genitori», dice Baiocco. «Questi saranno contenti per lui, si complimenteranno. Difficilmente gli diranno che forse è confuso, che forse il suo orientamento eterosessuale è una fase dello sviluppo e che dovrebbe provare a frequentare anche dei ragazzi per averne la certezza. Perché allora, a parti invertite, i genitori di un ragazzo che li informa di provare attrazione per un altro ragazzo dovrebbero cercare di dissuaderlo, se non per un loro pregiudizio su quale sia un orientamento sessuale “preferibile” e quale invece non lo sia?»</p>
<h2 id="la-situazione-in-europa-e-in-italia">La situazione in Europa e in Italia</h2><p>Nonostante la condanna della comunità scientifica internazionale, ancora oggi c’è chi mette in atto questi interventi, combinando psicoterapia, pressione sociale e talvolta riti religiosi. Secondo i dati pubblicati nel 2024 dalla <a href="https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/fra-2024-lgbtiq-equality_en.pdf" rel="noopener">European Union Agency for Fundamental Rights</a> il 24% delle persone LGBT residenti nell’UE ha subito almeno un tentativo di modificare, reprimere o sopprimere il proprio orientamento sessuale o identità di genere. Il 76% di loro non aveva dato il proprio consenso, il 13% lo aveva dato a causa di pressioni o minacce. In Italia, il 18% delle persone LGBT è stato sottoposto a tentativi di conversione, percentuale che sale al 37% tra le donne transgender e al 48% tra gli uomini transgender. Il 69% di loro non aveva dato il proprio consenso, il 15% lo aveva dato a causa di pressioni o minacce.<br>
Negli ultimi anni, diversi Stati membri dell’Unione Europea <a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2022/733521/EPRS_BRI%282022%29733521_EN.pdf" rel="noopener">hanno bandito questi interventi</a>, che siano attuati da professionisti della salute mentale o da consulenti senza qualifica professionale. Sono Malta, Germania, Francia, Grecia, Spagna, Belgio, Cipro e Portogallo. Malta, Germania e Grecia vietano la pratica delle terapie riparative solo nei confronti di minorenni e di adulti privi di capacità di agire.<br>
Nel nostro Paese non esiste al momento una legge che proibisca o limiti le pratiche di conversione. «Negli anni 2000 la formazione dei professionisti della salute mentale presentava ancora importanti lacune. Condizionati da questi bias, c’erano psicoterapeuti e psicoanalisti che guardavano all’omosessualità come qualcosa da riparare o, più semplicemente, consideravano l’eterosessualità come una posizione più matura e preferibile. E lavoravano clinicamente in tal senso», spiega Lingiardi. «Questa rilevazione ci ha spinto a condurre una ricerca sugli atteggiamenti degli psicologi verso l’omosessualità in collaborazione con altre cattedre universitarie e alcuni Ordini degli psicologi (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia) a cui hanno partecipato oltre tremila iscritti. Nonostante l’omosessualità sia stata riconosciuta come una variante normale e non patologica della sessualità umana almeno da oltre il 75% dei partecipanti, circa il 60% riteneva di dover ricorrere a interventi volti alla modifica dell’orientamento sessuale in presenza di pazienti che non accettavano la propria omosessualità. Ma emergeva in maniera netta anche un altro dato importante: il bisogno di ricevere maggiore formazione sul tema. Nel 2010, a seguito di un crescente numero di testimonianze di “terapia riparativa” nel nostro paese, autorevoli rappresentanti del mondo accademico e professionale hanno redatto un documento intitolato “L’omosessualità non è una malattia da curare”, sottoscritto da oltre duemila professionisti nel campo della salute mentale e della formazione». <br>
Nel 2018 la Società italiana di psichiatria ha fatto propria la <a href="https://psichiatria.it/wpa-position-statement-on-gender-identity-and-same-sex-orientation-attraction-and-behaviours" rel="noopener">posizione</a> della World Psychiatric Association sulla loro inutilità e pericolosità. «Nel 2023, insieme a Nicola Nardelli, Guido Giovanardi e Anna Maria Speranza, abbiamo pubblicato le linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e non binarie (Raffaello Cortina Editore)», prosegue Lingiardi. «All’interno della comunità dei professionisti della salute mentale, negli anni i pregiudizi e i preconcetti hanno lasciato il posto alla conoscenza scientifica e all’ascolto rispettoso. Tuttavia, a causa del vuoto normativo, capita che questi interventi vengano offerti al di fuori dei contesti sanitari ed è sempre importante promuovere conoscenza, confronto e formazione. Proprio pochi giorni fa il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi ha manifestato la propria adesione al Roma Pride poiché «salute psicologica, benessere delle persone e tutela dei diritti sono temi profondamente intrecciati». Come leggiamo nella <a href="https://www.psy.it/il-cnop-ti-informa-09062026/%5D," rel="noopener">newsletter</a>: «le discriminazioni, lo stigma, l’isolamento sociale e la negazione della propria identità possono produrre conseguenze significative sulla salute mentale e sulla qualità della vita delle persone».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Doping: cosa c'è dietro una positività e cosa insegna il caso legato ad Alex Schwazer?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso/</guid><pubDate>Thu, 25 Jun 2026 07:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mauro Mandrioli</dc:creator><category>salute</category><description>La positività all’eritropoietina contestata a Schwazer ha riportato al centro del dibattito pubblico il funzionamento dei controlli antidoping. Come si costruisce una prova scientifica nello sport? E quale ruolo hanno campioni biologici, controanalisi, catena di custodia e procedure di verifica?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A chi legge quotidianamente la cronaca sportiva capita spesso di imbattersi in notizie tutt&rsquo;altro che inattese. Non è certo una sorpresa che nei giorni scorsi l&rsquo;Argentina abbia superato l&rsquo;Austria grazie a due gol di Lionel Messi. Una sensazione analoga l&rsquo;ho provata quando ho letto dell&rsquo;ennesimo caso di positività a sostanze dopanti in una competizione internazionale di atletica. Sarà il solito maratoneta keniano, ho pensato, considerando che con oltre 140 atleti sospesi negli ultimi anni il Kenya è uno dei Paesi più frequentemente coinvolti in vicende antidoping.</p>
<p>La notizia ha però assunto un significato completamente diverso quando è emerso che l&rsquo;atleta accusato di aver fatto uso di eritropoietina (EPO) era il marciatore altoatesino Alex Schwazer. Non perché si trattasse di un atleta italiano, ma perché se mi avessero chiesto quale atleta avesse oggi meno probabilità di essere coinvolto in un nuovo caso di doping, avrei senza alcun dubbio risposto proprio Schwazer. La sua carriera è stata infatti segnata tanto da straordinari successi agonistici quanto da sospensioni per violazione delle norme antidoping.</p>
<p>Secondo quanto <a href="https://www.nada.de/en/service/news/news-detail/nada-initiates-proceedings-against-alex-schwazer" rel="noopener">comunicato</a> dall&rsquo;agenzia antidoping tedesca, il marciatore altoatesino sarebbe risultato positivo all&rsquo;eritropoietina in occasione dei Campionati tedeschi di marcia su strada disputati nell&rsquo;aprile 2026. La sostanza vietata sarebbe stata rilevata sia in un campione urinario sia in un campione ematico raccolti durante il controllo anti-doping.</p>
<p>Per Schwazer si tratta del terzo procedimento antidoping della carriera. Il primo risale al 2012, quando l&rsquo;atleta ammise l&rsquo;assunzione di eritropoietina prima dei Giochi Olimpici di Londra. Il secondo si aprì nel 2016, dopo la positività all&rsquo;EPO rilevata in un controllo effettuato alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, dando origine <a href="https://www.wada-ama.org/en/news/wada-statement-alex-schwazer-case" rel="noopener">a uno dei più controversi contenziosi</a> della storia recente dell&rsquo;antidoping internazionale.</p>
<p>Il caso Schwazer è oggi interessante non tanto per alimentare l&rsquo;ennesimo processo mediatico a carico di un atleta, quanto perché offre l&rsquo;occasione per riflettere sulla qualità delle procedure che regolano i controlli antidoping. Nel dibattito pubblico si tende infatti a passare rapidamente dalla notizia di una positività al giudizio finale. In mezzo, però, esiste un passaggio fondamentale: la costruzione della prova scientifica.</p>
<p>La credibilità del sistema antidoping non dipende, infatti, soltanto dalla capacità di individuare una sostanza vietata. Dipende anche dalla solidità delle procedure che accompagnano il campione biologico dal momento del prelievo fino al laboratorio e dalla presenza di adeguate garanzie per l&rsquo;atleta nel caso in cui emergano errori analitici, anomalie procedurali o contestazioni tecnicamente fondate.</p>
<h2 id="come-vengono-raccolti-i-campioni-antidoping-dal-prelievo-allanalisi">Come vengono raccolti i campioni antidoping: dal prelievo all&rsquo;analisi</h2><p>Per comprendere perché una positività antidoping possa trasformarsi in una sanzione sportiva è necessario capire come vengono raccolti, conservati e analizzati i campioni biologici degli atleti. La procedura segue <a href="https://www.wada-ama.org/en/athletes-support-personnel/anti-doping-process" rel="noopener">protocolli internazionali</a> definiti dalla World Anti-Doping Agency (WADA) e applicati dalle organizzazioni antidoping nazionali. L&rsquo;obiettivo è garantire che il campione analizzato dal laboratorio provenga effettivamente dall&rsquo;atleta controllato e che non possa essere alterato durante le fasi di raccolta, conservazione, trasporto e analisi.</p>
<p>Nel caso delle urine, l&rsquo;atleta produce il campione sotto osservazione diretta da parte di un incaricato del controllo antidoping. L&rsquo;urina viene raccolta in un contenitore apposito e successivamente suddivisa in due flaconi sigillati, identificati come campione A e campione B. Il primo è destinato all&rsquo;analisi iniziale, mentre il secondo viene conservato per un&rsquo;eventuale apertura e analisi successiva. Una volta completata la procedura, i flaconi vengono sigillati e contrassegnati con codici identificativi univoci, in modo che il laboratorio non conosca l&rsquo;identità dell&rsquo;atleta.</p>
<p>La raccolta del sangue segue una logica analoga. Il prelievo viene effettuato da personale qualificato mediante kit certificati e anche in questo caso i campioni vengono identificati tramite codici univoci. Da quel momento entra in funzione una rigorosa catena di custodia che documenta ogni passaggio, dal luogo del prelievo fino al laboratorio accreditato dalla WADA.</p>
<p>Se il laboratorio rileva nel campione A una sostanza vietata o un marker compatibile con il suo utilizzo, viene notificato un risultato analitico avverso. A questo punto si apre la fase di gestione del risultato: l&rsquo;atleta può chiedere l&rsquo;apertura e l&rsquo;analisi del campione B, presentare osservazioni e sollevare eventuali contestazioni procedurali. L&rsquo;esito finale non dipende quindi da un singolo dato analitico, ma dall&rsquo;insieme delle verifiche scientifiche e procedurali che accompagnano il controllo.</p>
<p>È importante sottolineare che, ai fini dell&rsquo;accertamento antidoping, gli unici campioni ufficialmente riconosciuti sono il campione A e il campione B raccolti, sigillati, identificati e conservati secondo gli standard internazionali. Eventuali campioni residui o altri materiali biologici conservati al di fuori della catena di custodia ufficiale non possono sostituire l&rsquo;analisi del campione B prevista dalla procedura, poiché non ne è garantita e documentata la tracciabilità lungo tutte le fasi di conservazione, trasporto e custodia.</p>
<p>Questo aspetto è particolarmente rilevante nel caso Schwazer, nel quale il dibattito pubblico si è concentrato su un campione residuo, identificato come campione C, che la difesa dichiara sia stato conservato da Sandro Donati, ex allenatore di Schwazer e protagonista di numerose battaglie contro il doping nello sport italiano. Questo materiale potrebbe eventualmente essere usato come elemento tecnico o difensivo, ma non ha lo stesso valore procedurale dei campioni A e B previsti dalla normativa antidoping internazionale.</p>
<p>Ciò che colpisce non è tanto l&rsquo;uso che può essere fatto di tale campione, ma il fatto stesso che esista. Gli standard internazionali WADA sulla raccolta delle urine prevedono infatti che, una volta riempiti correttamente i contenitori A e B e completate le verifiche richieste sul campione, l&rsquo;urina residua non destinata all&rsquo;analisi venga eliminata, con possibilità per l&rsquo;atleta di assistere allo smaltimento. Se una parte di quel residuo è stata effettivamente conservata al di fuori del circuito ufficiale, si porrebbe quindi un interrogativo sulla corretta applicazione della procedura di raccolta. Questo non implica automaticamente alcuna invalidità dei campioni ufficiali, ma rappresenta comunque un elemento che merita chiarimento.</p>
<h2 id="una-positività-può-derivare-da-unalterazione-del-campione-o-da-un-errore">Una positività può derivare da un&rsquo;alterazione del campione o da un errore?</h2><p>Nella conferenza stampa seguita alla notizia della nuova positività, uno degli aspetti emersi ha riguardato la possibilità che il campione biologico di Schwazer possa essere stato alterato o che il risultato possa essere errato. È un dubbio legittimo, anche alla luce del precedente contenzioso che ha coinvolto il marciatore altoatesino. Tuttavia, per affrontare la questione è necessario fare alcune precisazioni.</p>
<p>Manipolare deliberatamente un campione antidoping non è semplice. I campioni di sangue e di urina vengono raccolti seguendo procedure standardizzate, identificati tramite codici, sigillati e accompagnati da una rigorosa catena di custodia che documenta ogni passaggio dal prelievo fino al laboratorio. Nel caso del sangue, in particolare, l&rsquo;intervento umano sulle provette dopo il prelievo è estremamente limitato e qualsiasi alterazione intenzionale richiederebbe il superamento di numerosi controlli procedurali e tecnici.</p>
<p>Ciò non significa tuttavia che il sistema sia infallibile. Nessun metodo scientifico lo è. Errori analitici, problemi procedurali, contaminazioni o interpretazioni controverse dei risultati rappresentano eventualità rare ma teoricamente possibili. È proprio per questo motivo che il sistema antidoping internazionale non si basa esclusivamente sull&rsquo;analisi di laboratorio, ma prevede una serie di garanzie aggiuntive, tra cui il campione B, la documentazione della catena di custodia, il diritto alla controanalisi e la possibilità di contestare eventuali anomalie procedurali.</p>
<p>Non mancano, infatti, precedenti che mostrano come una positività iniziale possa essere successivamente corretta o ridimensionata. Il caso più noto degli ultimi anni è quello dell&rsquo;australiano Peter Bol, inizialmente indicato come positivo all&rsquo;EPO sintetica e successivamente scagionato dopo ulteriori verifiche. A ciò si aggiunge la letteratura scientifica che ha segnalato, in condizioni particolari, la possibilità di risultati falsamente positivi nei test urinari per eritropoietina. Si tratta di eventi rari, ma proprio la loro esistenza giustifica l&rsquo;adozione di procedure di verifica e controverifica particolarmente rigorose.</p>
<p>La credibilità dell&rsquo;antidoping moderno nasce quindi dall&rsquo;equilibrio tra due esigenze complementari: da un lato la capacità di individuare chi viola le regole, dall&rsquo;altro la capacità di dimostrare in modo trasparente, verificabile e riproducibile come si è arrivati a quella conclusione.</p>
<h2 id="tra-giustizia-sportiva-e-tribunali-civili">Tra giustizia sportiva e tribunali civili</h2><p>Un aspetto spesso poco compreso nei casi di positività al doping riguarda il rapporto tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. Le procedure antidoping internazionali sono costruite attorno a standard tecnici e regolamentari rigorosi e tendono a valutare i casi sulla base della conformità delle procedure e dell&rsquo;evidenza analitica disponibile. Per questo motivo le conclusioni raggiunte da tribunali ordinari e organismi sportivi non necessariamente coincidono.</p>
<p>Lo stesso caso Schwazer rappresenta un esempio significativo. Nonostante le conclusioni del Tribunale di Bolzano avessero sollevato dubbi sulla gestione dei campioni relativi alla positività del 2016, la squalifica sportiva rimase in vigore e le decisioni assunte dagli organismi antidoping internazionali non furono modificate.</p>
<p>Come finirà l’attuale caso Schwazer? Al momento è impossibile dirlo. Tuttavia, al di là dell&rsquo;esito specifico della vicenda, il cosiddetto campione C ha già riportato al centro del dibattito una questione più generale: quanto possiamo fidarci delle procedure che regolano i controlli antidoping?</p>
<p>La risposta non è semplice. Da un lato, il sistema costruito negli ultimi decenni dalla WADA e dalle organizzazioni antidoping nazionali rappresenta uno dei più sofisticati esempi di integrazione tra scienza, regolamentazione internazionale e controllo di qualità. Dall&rsquo;altro, proprio perché le conseguenze di una positività possono essere enormi per la carriera e la reputazione di un atleta, ogni dubbio procedurale finisce inevitabilmente per alimentare interrogativi sulla solidità dell&rsquo;intero sistema. Ed è proprio questa fiducia, più ancora del destino sportivo di Alex Schwazer, a essere oggi nuovamente sotto esame.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>The sea: il mare come diritto e come sogno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/the-sea-mare-diritto-sogno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/the-sea-mare-diritto-sogno/</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Il dodicenne palestinese Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché ha partecipato a una manifestazione: per lui quel giorno sarà impossibile vedere il mare. Ma il desiderio rimane, potente, come racconta il regista Shai Carmeli-Pollak nel film The Sea . Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, girato da un israeliano e da una troupe mista e prodotto dal palestinese Baher Agbariya.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/the-sea-mare-diritto-sogno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/the-sea-mare-diritto-sogno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><strong>Un bambino al mare</strong></p>
<p>Conosco un bambino così povero<br>
che non ha mai veduto il mare.<br>
A Ferragosto lo vado a prendere<br>
in treno a Ostia lo voglio portare.</p>
<p>“Ecco, guarda”, gli dirò<br>
“questo è il mare, pigliatene un po’!”.</p>
<p>Col suo secchiello, fra tanta gente,<br>
potrà rubarne poco o niente:<br>
ma con gli occhi che sbarrerà<br>
il mare intero si prenderà.</p>
<p><em>Gianni Rodari</em></p></blockquote>
<p>Rodari ha usato il mare come metafora della bellezza, immaginata e fantasticata, del mondo, che solo l’ingenua osservazione, perché vera e primaria, di un bambino può valorizzare. Lo stupore, determinato dalla ricchezza dell&rsquo;immaginazione e dalla determinazione di perseguire un fine, anche in condizioni di povertà, rimanda a una immensità fantasiosa in cui c’è spazio anche per un futuro migliore. <br>
Questa filastrocca, pubblicata per la prima volta in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Filastrocche_in_cielo_e_in_terra" rel="noopener">Filastrocche in cielo e in terra</a> nel 1960, rimanda a tante altre esperienze simili e che fanno della “scoperta del mare”, della prima gita al mare, un passaggio importante nel percorso di crescita e sviluppo di un bambino. <br>
Nell’agosto 2017 l’<a href="https://www.associazionesalam.org/" rel="noopener">associazione Salam</a> di Taranto ha offerto a dieci bambini saharawi la possibilità di lasciare i campi profughi nei quali vivevano per trascorrere un periodo in Italia.  Il progetto prevedeva momenti dedicati ai controlli medici, allo svago e alla scoperta di un mondo diverso dal loro attraverso attività didattiche. Tra le attività svolte, i bambini sono stati accompagnati al Centro Recupero Tartarughe Marine “Luigi Cantoro”, e <a href="https://www.riservaditorreguaceto.it/index.php/en/component/k2/item/58-dieci-bambini-saharawi-a-torre-guaceto-l-emozione-della-scoperta-del-mare" rel="noopener">come testimoniato da un educatore</a> «Appena arrivati nei pressi della Torre Aragonese un piccolo ha visto il mare. Ha guardato l’operatore del Consorzio e ha preso a mimare il movimento delle braccia in nuoto. Voleva tuffarsi. Era la prima volta che quel bambino vedeva il mare. L’emozione che si leggeva nei suoi occhi racchiudeva in un solo sguardo la forza di chi non si arrende alle brutture della vita, anche quando queste sono tanto forti da essere inimmaginabili per chi vive al riparo dalla guerra, e la gioia della scoperta di una cosa nuova». <br>
Il mare, come “scoperta di una cosa nuova che genera gioia”, accomuna i dieci ragazzi saharawi a molti coetanei italiani e al potenziale educativo, formativo, esperienziale di una gita, magari scolastica (oggi definita “viaggio di istruzione” e normata da apposita <a href="https://www.mim.gov.it/-/il-ministro-valditara-ha-firmato-una-nuova-direttiva-per-promuovere-la-partecipazione-piu-ampia-degli-studenti-e-delle-studentesse-ai-viaggi-di-istruz" rel="noopener">direttiva</a> firmata dal ministro dell’Istruzione e del Merito). Imparare divertendosi in un ambiente naturale, che diventa un’aula a cielo aperto, dove conoscere le caratteristiche dell’ecosistema marino, attraverso attività esplorative, sensoriali e interattive (fare il bagno e giocare liberamente con i propri compagni di classe) può rappresentare un’esperienza unica (un’immersione educativa) anche per molti studenti italiani. </p>
<h2 id="da-qui-non-passi">Da qui non passi</h2><p>Una gita scolastica è quindi fonte e causa di numerose e complesse reazioni, risposte (emozioni) associate al vissuto di ciascun partecipante. È quanto accaduto a Khaled e ai suoi compagni di classe, partiti da Ramallah in pullman per una gita scolastica al mare nei pressi di Tel Aviv, un viaggio di circa 70 km. Tuttavia il dodicenne Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché sprovvisto di permesso. É stato identificato tra i partecipanti a una manifestazione antisraeliana, perciò non gli hanno rilasciato il permesso. Per superare la “barriera di separazione” che divide Israele dalla West Bank (la Cisgiordania il territorio palestinese parzialmente occupato da Israele) i palestinesi necessitano di un permesso, solo verso la Giordania non è loro necessario. Khaled non ha mai visto il mare, se non quando era ancora un feto nel ventre di sua madre Jasmine, morta precocemente (una fotografia appesa sopra il suo letto); ora vive con la nonna, i fratelli e il padre che lavora come muratore clandestino in Israele.  <br>
Khaled ha nello zaino una fionda e dopo che è stato fatto scendere dal pullman, triste e rabbioso, la fa roteare e scaglia sassi nell&rsquo;aria. Azione simbolo del sumud, la resistenza incrollabile, un’azione radicata quella del lancio di sassi contro l’oppressore israeliano tra i giovanissimi palestinesi, ben rappresentata dalla <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Faris_Odeh#/media/File:Faris_odeh03a.jpg" rel="noopener">famosa foto</a>, scattata il 29 ottobre 2000 da Laurent Rebours dell&rsquo;Associated Press, del quattordicenne palestinese Faris Odeh che lancia una pietra a un enorme carro armato israeliano di fronte a lui durante la seconda Intifada. Dieci giorni dopo quella fotografia, Faris sarà ucciso da un soldato israeliano in un carro armato mentre lanciava pietre contro le truppe. </p>
<h2 id="davide-contro-golia">Davide contro Golia</h2><p>Davide contro Golia, torti ingiustamente subiti, rabbia e resistenza: sono i temi associati alle immagini delle sequenze iniziali di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Sea_%282025_film%29" rel="noopener">The sea</a>, il prologo alla gita cinematografica a cui il regista israeliano Shai Carmeli-Pollak accompagna lo spettatore. Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, anche con momenti di suspense. Girato da un israeliano, un “nemico interno” per il ministro israeliano della cultura Miki Zohar, e da una troupe mista, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya ed è distribuito da Mescalito Film, specializzata soprattutto nella diffusione di documentari e di opere indirizzate al racconto di realtà &ldquo;marginali&rdquo;, con l’apporto di Pueblo Unido, community media nata dall’esperienza della giornalista d’inchiesta Giulia Innocenzi e Food for Profit. Il film ha vinto cinque premi Ophir, l’equivalente dei nostri David di Donatello, al Jerusalem Film Festival. Candidato anche agli Oscar, ma non arrivato alla cinquina finale.</p>
<blockquote>
<p>Più di vent’anni fa entrai nei Territori Occupati durante la Seconda Intifada. Quell’incontro con una realtà diversa da come la immaginavo mi sconvolse e cambiò la mia vita. Tornai più volte in luoghi che molti israeliani tendono a rimuovere; imparai l’arabo e nacquero relazioni profonde con persone che, sulla carta, avrebbero dovuto essere nemici. Mi colpì, in uno dei miei viaggi, quel diffuso desiderio del mare, di andare oltre il muro che separa West Bank e Israele.<br>
Shai Carmeli-Pollak</p></blockquote>
<h2 id="il-desiderio-del-mare">Il desiderio del mare</h2><p>Khaled (Mohammad Ghazawi) non desiste, al mare ci vuole andare, ha anche maschera e boccaglio, dono del padre Ribhi (l’arabo israeliano Khalifa Natour). Al ritorno dalla gita i suoi compagni di classe gli hanno descritto entusiasti e felici la giornata trascorsa al mare. Esce di casa all’alba e riesce a passare in Israele con alcuni operai, raggiungendo e disperdendosi in una Tel Aviv immensa e sconosciuta, per lui che non parla l’ebraico e ci giunge per la prima volta. Un operaio gli dà i soldi per l’autobus, alcuni passanti lo aiutano a dirigersi verso il mare, alcuni sono gentili, altri sospettosi o scontrosi. Scoperta la scomparsa di Khaled, la nonna avvisa il padre che lascia il cantiere e inizia a vagare alla ricerca del figlio. Un peregrinare parallelo, estraneo a entrambi per le strade di una città ostile a entrambi. Un road movie che narra di un viaggio che, sebbene destinato al fallimento sin dall’inizio, comunque consente di raggiungere la meta, con complicità e condivisione tra padre e figlio, e la speranza sorridente di conquistare una libertà negata.<br>
Militari e poliziotti sono rappresentati per ciò che sono: uomini in divisa duri e inclementi. Così come la fauna umana delle vie di Tel Aviv tra fiumi di auto: donne in short con cani al guinzaglio, bulli o alternativi tatuati, osservatori impassibili all’arresto di Khaled e di Ribhi seduti ai tavolini di un café. Forse la sequenza tecnicamente migliore del film.  <br>
Ma quello di Shai Carmeli-Pollak è cinema e così non c’è solo l’Odissea di Khaled dell’infrangersi dei suoi sogni adolescenziali, si racconta anche quella di Ribhi, piccola e semplice, ormai passata: mentre si avvia verso la spiaggia alla ricerca di Khaled capita nel negozio di Sara (Hila Surjon), ex amore reciso dal padre di lei, finita sposata a Shlomo, con figli.</p>
<p>Come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/">Hind Rajab</a>, anche Khaled è un bambino, è palestinese ed è un nemico. Voleva vedere, per la prima volta nella vita, il mare, così desiderato, così vicino geograficamente, ma geopoliticamente lontano. A entrambi, tanti e troppi bambini, è impedito di sognare e di desiderare. Khaled viene arrestato, Hind muore, a sei anni. Khaled può essere ancora aiutato a scoprire il mare, a vivere i sogni, ad abitare anche luoghi immaginari, ad alimentare desideri… a crescere e divertirsi in una Palestina libera.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>God bless America, l’abbraccio mortale tra fondamentalismo e politica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica/</guid><pubDate>Wed, 17 Jun 2026 10:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><description>Il cristianesimo conservatore ha modificato l&amp;amp;rsquo;impianto culturale del partito repubblicano fino a farlo divenire teocratico, come il regime iraniano. Trump è al tempo stesso il prodotto e l&amp;amp;rsquo;acceleratore di una progressiva crisi identitaria e di un declino inarrestabile. Il telepredicatore Joel Osteen a Lakewood Church, Justin Brackett - Opera propria CC BY-SA 4.0</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1925, a Dayton, una cittadina del Tennessee di meno di 2.000 abitanti, si aprì il processo al professor John Scopes, un supplente liceale di biologia accusato di aver violato il Butler Act, la nuova legge che vietava nelle scuole di ogni ordine e grado l&rsquo;insegnamento di teorie che negassero la creazione divina dell&rsquo;Uomo, narrata dalla Bibbia, postulando la sua discendenza da un ordine inferiore di animali. Nel &ldquo;processo delle scimmie&rdquo; (come lo chiamarono i media) la difesa di Scopes fu curata dall&rsquo;American Civil Liberty Union, un&rsquo;organizzazione laica che cercava di rinvigorire il principio di separazione tra Stato e confessioni religiose (garantito dal Primo emendamento della Costituzione, spesso però contraddetto da una politica plasmata sulla tradizione giudaico-cristiana). Ciononostante, il professore fu condannato e multato. Questa vicenda è remota solo apparentemente: ancora oggi <a href="https://news.gallup.com/poll/261680/americans-believe-creationism.aspx" rel="noopener">il 40% degli americani</a> continua a credere nella creazione, nonostante due sentenze della Corte Suprema abbiano sancito la liceità dell&rsquo;insegnamento delle teorie darwiniane. Inoltre, quel processo ha gettato le prime ombre su quel rapporto tra scienza e potere che oggi ha toccato il nadir con il ministero della salute e dei servizi umani affidato a Robert Kennedy jr e con i definanziamenti punitivi delle università che non sottostanno agli ordini esecutivi del governo.</p>
<h2 id="dal-creazionismo-a-trump">Dal creazionismo a Trump</h2><p>Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza Università di Roma, nel suo libro <em><a href="https://www.claudiana.it/scheda-libro/paolo-naso/dio-benedica-lamerica-9788868984656-2689.html" rel="noopener">Dio benedica l&rsquo;America</a></em> (il titolo riprende quello della canzone di Irving Berlin <em>God bless America</em>) riepiloga, con dovizia di documentazione, la storia del fondamentalismo cristiano dal creazionismo a Donald Trump. Durante la presentazione del volume nella sede milanese della casa editrice, Ferruccio De Bortoli ne ha sollecitato la lettura da parte di chi cerca una risposta, almeno parziale, alla domanda che tutti tormenta: «Come siamo potuti arrivare a questo punto?».</p>
<p>Si può aggiungere un altro interrogativo: esiste davvero un&rsquo;America mitologica cui è possibile tornare con un ribaltamento elettorale o Trump è al tempo stesso il prodotto e l&rsquo;acceleratore di una progressiva crisi identitaria di massa e di un declino inarrestabile, come <a href="http://www.sp.unipi.it/it/discussione-con-mario-del-pero-sciences-po-paris-buio-americano-gli-stati-uniti-e-il-mondo-nellera-trump/" rel="noopener">sostiene</a> l&rsquo;americanista Mario Del Pero nel suo libro <em>Buio americano</em> ?</p>
<p>Naso spiega come dal secondo dopoguerra si sia affermata negli USA una sorta di &ldquo;religione civile&rdquo;, con il presidente per sommo sacerdote che guida il popolo nella celebrazione della nazione, spesso di concerto con la religione vera e propria.</p>
<p>Il mito fondante di ogni civiltà di successo - scrive - è la convinzione del proprio eccezionalismo e della necessità di difendere il proprio canone civico dai “nemici” e dagli “incivili” che non vi si adeguano. Fin dall’alba della nazione, gli Stati Uniti si sono percepiti <a href="https://www.limesonline.com/rivista/la-citta-sulla-collina-imperituro-mito-d-america-14634931/" rel="noopener">città sulla collina</a> edificata per dominare l’ecumene, come prediceva John Wintrop, sbarcato a Salem nel 1630 per diventare governatore della colonia: «Saremo una città sulla collina. Gli occhi di tutte le persone del mondo sono su di noi. Se tradiremo Dio nell’opera che abbiamo intrapreso, egli ritirerà l’aiuto che ci ha dato».</p>
<p>Nel 1961, 331 anni dopo l&rsquo;approdo dell&rsquo;Arabelh nel Nuovo Mondo, il democratico John F. Kennedy, riferendosi alla missione antisovietica degli Usa, nell&rsquo;assumere la presidenza diceva: «Oggi gli occhi di tutte le persone del mondo sono davvero su di noi e il nostro governare, in ogni ramo, a ogni livello, nazionale, statale e locale deve essere come una città sulla collina». Vent&rsquo;anni più tardi, fu il repubblicano Ronald Reagan, nel discorso del suo primo insediamento, a ribadire: «Gli americani sono ancora impegnati a costruire una splendente città sulla collina».</p>
<h2 id="i-presupposti-per-legemonia-planetaria">I presupposti per l’egemonia planetaria</h2><p>L&rsquo;<em>american exceptionalism</em> ha giustificato dapprima l&rsquo;espansione della nazione, sottraendo lo spazio vitale ai barbari nemici (autoctoni) e poi la sua egemonia planetaria. La sua prima esplicitazione è stata la dottrina formulata nel 1823 dal presidente James Monroe: l&rsquo;America latina non sarebbe caduta in mano europea né avrebbe avuto in mano propria il suo destino, ma sarebbe stata il cortile di casa degli Stati Uniti.  Oggi, in un&rsquo;epoca in cui più che mai (e in tutto il mondo) è la religione a spronare le armi, il controllo dell&rsquo;America latina è affidato anche al missionarismo <em>evangelical</em> che intende scalzare il cattolicesimo, reo di propagare la dottrina della giustizia sociale, occupando i posti chiave nei governi di Stati come Guatemala, Brasile e Argentina. Il presidente argentino Milei ha trovato l&rsquo;appoggio degli <em>evangelical</em> in cambio della defiscalizzazione dei proventi delle chiese e l&rsquo;atteggiamento antiscientifico del brasiliano Bolsonaro espresso nel negazionismo del coronavirus, «strategia di Satana e dei media per creare il panico tra la gente», era ispirato ad argomenti del fondamentalismo cristiano.</p>
<p>Se ci s&rsquo;interroga sulle origini del fervore religioso negli Stati Uniti, si deve chiamare in causa la progressiva perdita di peso della classe media bianca (che incolpa la globalizzazione di aver trasformato il futuro da una frontiera da conquistare a un assillo quotidiano) e il definitivo fallimento del <em>melting pot</em>, uniti al calo della centralità americana nel mondo. In tale smarrimento, accentuato dalla pervasiva comunicazione via social, in cui si perde il valore oggettivo della verità, un appiglio identitario è offerto dalla religione e dal valore &ldquo;inerrante&rdquo; delle parole della Bibbia, che permette di rifuggire dalla complessità. Le conseguenze per la democrazia sono gravi, prima fra tutte il baratto della libertà con la sicurezza e il benessere.</p>
<h2 id="la-teologia-della-prosperità">La teologia della prosperità</h2><p>C&rsquo;è chi, come David Campbell, politologo dell&rsquo;Università di Notre Dame e studioso della secolarizzazione, ritiene solo apparente la rinascita del cristianesimo che Donald Trump si è intestata nel suo discorso sullo Stato dell&rsquo;Unione e vede i parcheggi gremiti delle chiese gigantesche e la virale predicazione televisiva come «&hellip;una goccia in un oceano le cui correnti da decenni allontanano le persone dalla religione». Se è vero - <a href="https://www.pewresearch.org/religion/2010/12/16/american-grace-how-religion-divides-and-unites-us/" rel="noopener">argomenta Campbell</a>- che per il terzo anno consecutivo è diminuita la percentuale di chi si dichiara non religioso, nei decenni precedenti circa 40 milioni di americani hanno abbandonato la chiesa, cambiando il modo di riunirsi, di votare, di fare volontariato e di trovare un senso nella loro vita: un nuovo ribaltamento di tendenza richiederebbe tempi lunghi.</p>
<p>Trump, tuttavia, è intenzionato ad accorciare questi tempi, saldando l&rsquo;alleanza della sua amministrazione con il cristianesimo conservatore, come dimostra la collocazione di Paula White-Cain a capo del neonato Ufficio per la Fede della Casa Bianca. La signora (un assaggio delle cui performance <a href="https://www.youtube.com/shorts/dQKOp3Fb2dE" rel="noopener">si può vedere qui</a>) è un&rsquo;esponente di spicco del Prosperity Gospel (il filone &ldquo;teologico&rdquo; che in Brasile ha sostenuto Bolsonaro) che ha fatto presa negli ambienti elitari (dai miliardari della Silicon Valley alle pop star) anche perché non è poi così estraneo alla mentalità americana, se si pensa che su tutta la valuta statunitense è apposto il motto <em>In God we trust</em> .</p>
<p>Theodore Roosvelt vi aveva rintracciato una sfumatura di blasfemia, dal momento che il danaro era la ragion d&rsquo;essere della criminalità, ma le sue ragioni morali non convinsero il Congresso e il motto divenne definitivo grazie a una legge firmata da Dwight D. Eisenhower nel 1955.</p>
<p>La teologia della prosperità (se sei povero è perché sei un peccatore, se sei ricco è perché Dio ti ama) fa a pugni non solo con le Scritture («È più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», Matteo 19, 24; Marco 10, 25; Luca 18, 25 ) ma anche con la predicazione delle chiese protestanti storiche, dal pauperismo di Valdo, che ispirò san Francesco, fino al metodismo di John Wesley, schierato dalla parte dei proletari nella prima rivoluzione industriale (le <em>Trade Unions</em> inglesi ne furono molto influenzate) o di Nelson Mandela.</p>
<h2 id="la-bible-belt-cintura-dellanchilostomiasi-e-dei-linciaggi">La bible belt, cintura dell&rsquo;anchilostomiasi e dei linciaggi</h2><p>Oggi, però, le <em>mainline churches</em> protestanti vivono negli Stati Uniti una profonda crisi, dovuta al sorpasso attuato dagli evangelici alla Billy Graham (<em>new born in Christ</em>) e dai veri e propri fondamentalisti cristiani, gli <em>evangelical</em>, radicati soprattutto nella cosiddetta America profonda, che giura fedeltà alla bandiera recitando il <em>Pledge of Allegiance</em>, in cui risuonano le parole <em>One Nation under God</em> (aggiunte durante la guerra fredda, in opposizione all&rsquo;ateismo di stato dei Paesi comunisti). I sentimenti di questa parte della nazione, non decifrabili dalla cultura liberal e quindi non intercettabili dagli oppositori di Trump (con l&rsquo;eccezione di Obama che controllava perfettamente il linguaggio biblico e, perciò, buona parte dell&rsquo;elettorato devoto) sono magistralmente espressi nel best seller autobiografico <em>Elegia americana</em> di James D. Vance. Nel titolo originale <em>Hillbilly</em> <em>Elegy</em>, il primo termine indica le popolazioni dell’area dei monti Appalachi.</p>
<p>Scritto dall&rsquo;attuale vicepresidente nel 2016, il libro racconta la storia della sua famiglia a partire dai nonni materni, che alla fine degli anni Quaranta lasciarono il Kentucky per l&rsquo;Ohio per impiegarsi nell’industria metallurgica, fino al riscatto di JD che, entrato nei marines, diventa cattolico e studia a Yale. Dal libro emerge come la <em>Rust Belt</em> (cintura della ruggine) piagata dal declino dell’industria pesante e in cerca di un&rsquo;identità, si appelli alla <em>old time religion</em> trasformandosi nella <em>Bible Belt</em>, nome coniato dispregiativamente nel 1925 dal giornalista HL. Mencken che la faceva coincidere con la cintura dell&rsquo;anchilostomiasi e dei linciaggi.</p>
<p>La Bible Belt include gran parte degli Stati del sud: Mississippi, Utah, Alabama, Louisiana, Arkansas, Carolina del Sud, Tennessee, Carolina del Nord, Georgia e Oklahoma; è politicamente conservatrice e i suoi abitanti hanno la maggiore frequenza negli USA ai luoghi di culto e la minore ai college.</p>
<p>Dalla Bible Belt (Georgia) proveniva Jimmy Carter, che fu il primo candidato alla Casa Bianca a parlare esplicitamente della propria fede, professandosi cristiano &ldquo;nato di nuovo&rdquo; ed <em>evangelical</em> durante la campagna per le presidenziali del 1976.</p>
<p>Bisogna peraltro riconoscere che nel corso del suo mandato egli tenne saldo il principio della separazione tra Stato e confessioni religiose e che, col tempo, la sua interpretazione del cristianesimo cambiò, plasmata dal movimento per i diritti civili, tanto che l&rsquo;appoggio dal mondo <em>evangelical</em> gli venne ritirato per le sue posizioni possibiliste nei confronti dell&rsquo;interruzione di gravidanza e delle unioni omosessuali e, non da ultimo, per aver definito <em>apartheid</em> la condizione dei palestinesi nei territori occupati da Israele.</p>
<h2 id="quei-teocratici-dei-repubblicani">Quei teocratici dei repubblicani</h2><p>La successiva elezione di Reagan nel 1980 riportò in auge il fondamentalismo, all&rsquo;epoca impersonato dal pastore battista Jerry Falwell, originario della Virginia, che, come altri pastori battisti e pentecostali, varò l&rsquo;era delle telepredicazioni e delle <em>megachurch</em>.</p>
<p>Il fondamentalismo modificò l&rsquo;impianto culturale del partito repubblicano fino a farlo divenire teocratico: come disse nel 1995 Newt Gingrich, oggi convinto sostenitore di Trump, «In quasi tutti i Paesi il potere appartiene allo Stato ed è occasionalmente delegato agli individui. In America, il potere viene da Dio, va agli individui ed è occasionalmente delegato allo Stato».</p>
<p>George W Bush è stato il presidente che più insistentemente ha parlato della sua fede e della sua condizione di cristiano <em>born again</em> (si veda il documentario <em><a href="https://www.imdb.com/it/title/tt0464806/" rel="noopener">Faith in the White House</a></em> di D.W. Balsiger, disponibile su YouTube), virando su toni apocalittici dopo l'11 settembre e durante l&rsquo;operazione <em>Iraqi Freedom</em>. La chiesa metodista, cui Bush era formalmente affiliato, <a href="https://www.foxnews.com/story/methodist-bishops-repent-iraq-war-complicity" rel="noopener">criticò severamente</a> l&rsquo;intervento armato in Iraq, invitando il presidente a pentirsi della sua politica estera incompatibile con l&rsquo;insegnamento di Cristo, ma nel frattempo l'11 settembre aveva compattato il fronte dell&rsquo;evangelismo conservatore.</p>
<p>Su questo fronte era schierato anche il cosiddetto sionismo cristiano, la lobby tuttora più attiva nel sostegno alla politica israeliana e persino più influente sul Congresso della stessa lobby ebraica, <a href="https://www.pewresearch.org/short-reads/2013/10/03/more-white-evangelicals-than-american-jews-say-god-gave-israel-to-the-jewish-people/" rel="noopener">secondo un sondaggio del Pew Research Center</a>, un centro di studi demografici di Washington.</p>
<p>Il <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/2018-12-09/ty-article-magazine/.premium/inside-the-evangelical-money-flowing-into-the-west-bank/0000017f-f4b0-d460-afff-fff6add90000" rel="noopener">quotidiano <em>Haaretz</em></a> ha calcolato che, negli anni, il sionismo cristiano ha riversato tra i 50 e i 65 milioni di dollari in Israele, in buona parte per finanziare gli insediamenti in Cisgiordania  e non va dimenticato il suo ruolo nella decisione di Trump di spostare l&rsquo;ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.</p>
<h2 id="adultero-ma-vicino-al-cuore-di-dio">Adultero, ma vicino al cuore di Dio</h2><p>Il fondamentalismo ha trovato i propri campioni nei candidati alla presidenza repubblicani del dopo-Obama. Tra questi, Trump era il peggio messo quanto a indice di religiosità e di moralità: di remota discendenza presbiteriana, si era poi avvicinato alla Marble Collegiate Churh di New York di orientamento calvinista e vicina a quel <a href="https://www.npr.org/2016/08/03/488513585/how-positive-thinking-prosperity-gospel-define-donald-trumps-faith-outlook" rel="noopener">vangelo della prosperità</a> che ben si attagliava al tycoon, ma un sondaggio del Pew del gennaio 2016 rilevava che solo il 30% degli americani lo considerava &ldquo;molto&rdquo; o &ldquo;abbastanza&rdquo; religioso, mentre il 60% lo riteneva &ldquo;non troppo&rdquo; o &ldquo;per niente&rdquo; religioso.</p>
<p>Eppure Trump vinse: lo fece grazie al suo stile brutale (che culminerà in <em>Capitol Hill</em>) in grado di interpretare la rabbia che covava nella nazione e grazie al credito apertogli dai suoi sostenitori fondamentalisti: il pastore Jerry Falwell lo presentò come un &ldquo;figliol prodigo&rdquo;, paragonandolo al re David, vicino al cuore di Dio anche se era un adultero e un assassino.</p>
<p>La vittoria di Trump coronava la trasformazione del fondamentalismo religioso in una lobby politica in grado di condizionare la democrazia americana.</p>
<p>Nella sua seconda campagna presidenziale, Trump ha saputo far fruttare questo credito, invitando ripetutamente la gente ad acquistare la Bibbia da lui pubblicata, sottotitolata <em>God bless the USA Bible</em> e corredata dei testi sacri della religione civile americana (Dichiarazione d&rsquo;indipendenza, Costituzione e Giuramento alla bandiera) e rivolgendosi al popolo cristiano con appelli che i commentatori secolarizzati del mondo occidentale hanno fatto l&rsquo;errore di considerare ridicoli. La vittoria di Trump non è stata solo il risultato della debolezza della proposta democratica - scrive Paolo Naso - ma l&rsquo;epilogo di un processo culturale di lungo periodo che ha spostato a destra importanti settori della classe media e persino di lavoratori impoveriti, catturati dalla suggestione MAGA che si contrapponeva alla <em>leadership</em> <em>liberal</em> responsabile del fallimento etico e morale della nazione.</p>
<p>Ne è uscita stravolta l&rsquo;anima dello stesso partito repubblicano, non più legato al capitalismo manifatturiero, ma ormai preda di due gruppi dominanti: da una parte, le élites finanziarie e tecnocratiche e, dall&rsquo;altra, il popolo della destra religiosa.</p>
<p>A tale proposito, vale la pena di riportare <a href="https://www.amazon.it/democrazia-Dio-religione-americana-dellimpero-ebook/dp/B010NL2198" rel="noopener">le parole</a> dello storico del fascismo Emilio Gentile: «Quando religione e politica congiungono le loro forze nell&rsquo;esercizio del potere, sacralizzando la politica o politicizzando la religione, per la libertà e la dignità umana, nel campo della politica come in quello della religione si annuncia una stagione incerta e insicura».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Eutanasia: rispettare le volontà, anche quando è difficile riconoscerle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle/</guid><pubDate>Fri, 12 Jun 2026 20:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><description>Nel dibattito sul fine vita le decisioni più difficili da accettare sono quelle che provengono dal disagio mentale. Ma proprio su questi temi è bene che le discussioni siano il più possibile ancorate ai fatti e le scelte informate e consapevoli siano riconosciute e rispettate. Ulisse e le Sirene , dipinto di John William Waterhouse , The Art History Archive</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una ricerca su PubMed e su Ngram Viewer mostra che la frequenza del termine eutanasia, nel lessico generale e in quello medico in lingua inglese, è più o meno costante fino al 1960, poi cresce esponenzialmente fino al 2000 e declina in modo relativamente lento. In Italia, il picco è spostato in avanti di circa dieci anni e negli ultimissimi il declino si è invertito. Una spiegazione plausibile della crescita esponenziale è che si parli di più di eutanasia perché, anche se si vive più a lungo, si muore peggio che in passato: la morte degenerativa ha sostituito quella acuta. Ci vuole molto più tempo a morire di cancro o di altre condizioni per cui esistono trattamenti che prolungano la vita, al costo però di dolore e sofferenza morale. Ciò che nella percezione della persona viene chiamato perdita di dignità. Altri fattori hanno probabilmente contribuito a sdoganare l’eutanasia, soprattutto dopo il nazismo, come l&rsquo;istituzionalizzazione della bioetica come disciplina, la secolarizzazione del dibattito pubblico, l&rsquo;espansione generale del linguaggio dei diritti individuali, etc. ma il cambiamento nella fenomenologia clinica della morte resta, a mio parere, il substrato senza il quale la discussione non sarebbe esplosa.</p>
<p>Alla base delle decisioni personali di fine vita, in un contesto di valori democratici e liberali, sta la &ldquo;volontarietà&rdquo;. Al di fuori di questo quadro etico-politico non conta nulla, a meno che non coincida con il volere di Dio o dello Stato. Cosa significhi prendere una decisione &ldquo;volontaria&rdquo;, ognuno crede di saperlo, soprattutto quando riguarda gli altri, e lo pensa su basi puramente intuitive. Non disponendo di indicatori quantitativi né di correlati neurobiologici causalmente controllati del concetto filosofico e giuridico di volontarietà, facciamo valere quasi sempre l&rsquo;intuizione.</p>
<h2 id="ma-lo-vuole-davvero">Ma lo vuole davvero?</h2><p>Abbiamo strumenti, certo, come i test strutturati <em>MacArthur Competence Assessment Tool</em> e i colloqui clinici strutturati, che consentono di stabilire in modo accettabile quando mancano le capacità di intendere o di volere, o entrambe. È bene essere precisi su ciò che questi strumenti fanno: misurano la capacità di comprendere l&rsquo;informazione, di apprezzarne la rilevanza per la propria situazione, di ragionare sulle opzioni e di esprimere una scelta. Non misurano, e non hanno la pretesa di farlo, la &ldquo;volontarietà&rdquo; nel senso filosofico più ambizioso che il dibattito pubblico di norma evoca: l&rsquo;autenticità di una scelta rispetto ai valori più stabili della persona, o la sua indipendenza da una sofferenza che potrebbe alterare temporaneamente le preferenze. Nondimeno, l’autenticità, come definita filosoficamente, non esiste. Ogni scelta è condizionata. Ma la nostra intuizione è fatta per credere a una sorta entità immateriale chiamata volontà, quindi per impicciarsi o mettere in discussione le decisioni altrui.</p>
<p>Quando si usa il termine &ldquo;eutanasia&rdquo; in un sistema che non sia uno stato etico o totalitario, esso si accompagna, senza bisogno di precisarlo, all&rsquo;aggettivo &ldquo;volontaria&rdquo;. Nelle discussioni generiche, politiche, filosofiche, giornalistiche, questa condizione viene però trattata come una qualità metafisica e indefinibile. Chi è contrario alla legalizzazione delle scelte eutanasiche, senza ricorrere alla tagliola religiosa o comunitarista (la vita non ci appartiene, perché è un dono di Dio o è vincolata da doveri verso lo Stato) mette in discussione la realtà effettiva della volontarietà individuale in tutte le condizioni in cui ritiene che esista un&rsquo;incertezza irriducibile. E molti tra coloro che si dichiarano favorevoli alla legalizzazione ne limitano la portata alla presenza di una volontarietà non discussa su basi psichiatriche o neurologiche. Ma cosa succede quando la psichiatria o la neurologia sono chiamate in causa per parlare di malattie clinicamente di loro pertinenza, come le demenze o le malattie mentali o i disturbi della coscienza?</p>
<h2 id="un-malato-di-mente-dispone-di-volontà">Un malato di mente dispone di volontà?</h2><p>Alcuni Paesi in cui l&rsquo;eutanasia è legale ammettono che la scelta possa essere effettuata tramite dichiarazioni anticipate di trattamento da parte di chi sarà colpito da perdita di capacità decisionali, e, in alcuni casi, anche direttamente da chi soffre di disturbi mentali, in particolare depressione unipolare o bipolare e disturbi della personalità. Il tema di fondo resta, in ogni caso, la presenza o l&rsquo;assenza di volontarietà attuale, e il modo di gestire una decisione assunta in piena capacità che, nel contesto concreto successivo, può essere messa in discussione come non più attendibile, quasi sempre su basi intuitive.</p>
<p><a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/la-volonta-fragile/?srsltid=AfmBOoqm9A7kf82XT6hoZih5kixZZ2h_2dZ-_oE9UVFYXjBHOJLL4pVC" rel="noopener">La volontà fragile. Dal caso Margo alle sfide morali dell&rsquo;autodeterminazione</a>, di Massimo Sartori e Carlo Pasetti, affronta proprio questo nodo nel contesto delle demenze. Gli autori scrivono con provate competenze un testo accessibile a tutti, e utilissimo per operatori sanitari, giuristi, familiari e studenti di medicina; per il triplice registro (caso clinico, teoria filosofica, diritto positivo) della discussione.</p>
<p>Il filo conduttore è il caso di Margo, una donna di 55 anni affetta da Alzheimer, descritta nel 1991 da uno studente di medicina come &ldquo;felice&rdquo;, che, prima di ammalarsi, aveva espresso chiaramente la volontà di non ricevere trattamenti salvavita in quella condizione. Il filosofo del diritto <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ronald_Dworkin" rel="noopener">Ronald Dworkin</a> analizzò il paradosso in termini di volontà precedente (<em>critical interests</em>) contro il benessere attuale (<em>experiential interests</em>): il possibile conflitto tra le decisioni espresse nel pieno delle facoltà cognitive, che sono quelle della persona autentica, e la vita vissuta dopo, quando l&rsquo;identità originaria, in senso filosoficamente rilevante, non esiste più. La tesi di Dworkin continua a essere oggetto di discussione, ma in astratto.</p>
<p>Un caso più rappresentativo delle difficoltà reali è quello, molto meno raccontato, della donna che nel 2016 nei Paesi Bassi fu sottoposta a eutanasia sulla base di una dichiarazione anticipata di trattamento, ma al momento dell&rsquo;iniezione si oppose fisicamente e dovette essere immobilizzata dai familiari. Fu aperta un&rsquo;inchiesta, e nel 2019 la dottoressa che si era occupata del caso fu assolta: la Corte Suprema olandese confermò che, in determinate circostanze, una direttiva anticipata può sostituire una richiesta attuale quando la demenza avanzata rende impossibile confermare la volontà. È un caso che mostra il conflitto teorico discusso a partire da Margo <em>in azione</em>, con tutta la sua durezza, e che forse avrebbe meritato un ruolo più centrale nell&rsquo;argomentazione del libro.</p>
<h2 id="decidere-per-gli-altri-sulla-base-dei-propri-bias">Decidere per gli altri sulla base dei propri bias</h2><p>Tornando a Margo, l’elemento che colpisce sul piano intuitivo è che chi l’osservò la descrisse &ldquo;felice&rdquo;. Gli studi sull&rsquo;affettività nella demenza mostrano che stati d&rsquo;umore positivi sostenuti sono presenti in una quota di pazienti con Alzheimer moderato, ma depressione, ansia e apatia sono complessivamente più frequenti: l&rsquo;apatia colpisce il 50-70% dei pazienti in qualche fase della malattia. La &ldquo;felicità&rdquo; osservata in Margo è inoltre una descrizione comportamentale. Ciò che corrisponde a quel comportamento sul piano soggettivo (quello che le neuroscienze della coscienza chiamano <em>qualia)</em>, rimane opaco e lo giudichiamo sulla base dei nostri bias soggettivi, ignorando la condizione emotiva reale della persona. Questa opacità è simmetrica e l&rsquo;assenza di segni esterni corrisponde all&rsquo;assenza di esperienza interiore. Ma quello di cui siamo sicuri è che l’autonomia non c’è più e abbiamo una testimonianza autentica delle preferenze della persona quando era capace di esprimere le sue preferenze.</p>
<p>Il punto di arrivo degli autori è una posizione relazionale-contestuale: la volontà anticipata è vincolante in linea di principio, ma la sua applicazione richiede un&rsquo;interpretazione che tenga conto della trasformazione identitaria prodotta dalla demenza. È buon senso che non richiede una sofisticata filosofia analitica, ma solo la riflessione sull&rsquo;individualità di ogni caso clinico.</p>
<p>Se la &ldquo;felicità&rdquo; osservata non è prova sufficiente di benessere soggettivo genuino, una possibile risposta è quella delle <em>Ulysses directives</em>, dal mito di Ulisse che si fa legare all&rsquo;albero maestro, ordinando ai marinai di non obbedirgli quando supplicherà di essere liberato: sono clausole nelle DAT (le direttive anticipate di trattamento) che specificano di rispettare le proprie volontà precedenti, a prescindere dall&rsquo;apparenza osservata in seguito. La legge 219/2017 è ambigua su questo punto: l&rsquo;art. 4 stabilisce che il medico è tenuto a rispettare le DAT, ma può disattenderle qualora «appaiano non conformi alla volontà del disponente», una clausola di salvaguardia che apre la porta proprio al ragionamento che la direttiva ulisseana vorrebbe escludere.</p>
<h2 id="la-sofferenza-nelle-parti-alte-della-mente">La sofferenza nelle parti alte della mente</h2><p>Casi di eutanasia richiesta per disturbi mentali sono stati registrati in Belgio, Olanda e Canada; in Svizzera è possibile accedere al suicidio medicalmente assistito per sofferenze psicologiche. Le condizioni per cui è stata approvata includono disturbi di personalità borderline, disturbo post-traumatico da stress, depressione unipolare e bipolare farmacoresistente, che comportano grave sofferenza psichica cronica.</p>
<p>L&rsquo;argomento principale contro è che una richiesta di eutanasia da parte di un malato di mente non può essere volontaria, poiché la condizione clinica compromette, per definizione, le capacità decisionali. Il &ldquo;per definizione&rdquo; che spesso accompagna questa obiezione meriterebbe di essere argomentato. Chi non ha sofferto di dolore psicologico tende a sottovalutarlo, e scrittori come David Foster Wallace, che aveva esperienza diretta del dolore psichico e si è suicidato, lo hanno descritto con una precisione che la letteratura clinica fatica a eguagliare. Il filosofo e psicologo William James, che soffriva di gravi episodi depressivi, parlava di &ldquo;nevralgia psichica&rdquo;: un dolore acuto e insopportabile per il quale non esistono farmaci paragonabili agli analgesici.</p>
<p>Il problema di fondo è che il dolore psichico non ha una scala di misura diretta paragonabile a quelle del dolore fisico. Le scale analogico-visive, le scale numeriche, persino i biomarcatori periferici dell&rsquo;infiammazione oggi usati per correlare stati affettivi a parametri biologici non catturano la dimensione soggettiva del dolore psichico, con l&rsquo;approssimazione necessaria per renderlo confrontabile e quindi per decidere quando è &ldquo;abbastanza grave&rdquo; e persistente da giustificare una scelta eutanasica. Esistono strumenti psicometrici come la Psychache Scale di Holden o la Orbach &amp; Mikulincer Mental Pain Scale, che tentano di misurare ciò che il tanatologo Edwin Shneidman definì «dolore psicologico insopportabile, la sofferenza nelle parti alte della mente». Queste scale misurano l&rsquo;intensità soggettiva riferita dal paziente, non un parametro biologico indipendente: dipendono dalla capacità e dalla volontà di comunicare, il che le rende meno affidabili nelle fasi più acute della malattia, quando il paziente è meno capace di articolare la propria esperienza, e, paradossalmente, più affidabili nelle fasi di relativa stabilità, quando la domanda di eutanasia è anche più plausibilmente espressione di una scelta ponderata.</p>
<h2 id="laccettazione-sociale-del-dolore-non-è-simmetrica">L’accettazione sociale del dolore non è simmetrica</h2><p>Su quali basi si giustifica la disparità di trattamento nei confronti del dolore fisico? Se siamo disposti ad ammettere che un paziente oncologico terminale con dolore refrattario può richiedere sedazione palliativa profonda fino alla morte, come si può giustificare la negazione che una sofferenza psichica altrettanto refrattaria e documentata nel tempo possa raggiungere la stessa soglia di insopportabilità? Si risponde che la sedazione palliativa profonda si applica in genere a pazienti con una prognosi di giorni o settimane, in cui la morte è già in corso per cause indipendenti, mentre l&rsquo;eutanasia psichiatrica riguarda persone che, salvo la malattia mentale, potrebbero vivere decenni; ovvero l&rsquo;irreversibilità della morte richiederebbe una soglia di certezza prognostica diversa da quella richiesta per una sedazione in un paziente già morente.</p>
<p>C’è chi sostiene che questa distinzione, per quanto intuitivamente solida, non sia in realtà ancorata a una differenza moralmente rilevante nella natura della sofferenza, ma rifletta piuttosto un&rsquo;asimmetria nella legittimazione sociale dei diversi tipi di dolore e un disagio istituzionale di fronte a una malattia il cui substrato biologico resta parzialmente opaco.</p>
<p>Il problema è che di norma chi ne discute non ha esperienza, ma discetta senza poter immaginare la condizione di una persona stramazzata sul letto in una stanza buia, che non riesce a interrompere una sofferenza psichica intollerabile.</p>
<p>Come distinguere la richiesta volontaria di accedere all&rsquo;eutanasia dall&rsquo;ideazione suicidaria patologica che accompagna le fasi più acute della malattia? Gli psichiatri seguono i pazienti per anni, ne osservano le richieste in diverse fasi e in risposta ai trattamenti disponibili, e, in linea di principio, sono in grado di distinguere il pensiero suicidario sintomatico da una richiesta strutturata e persistente. Vale anche la pena ricordare che il pensiero del suicidio in un contesto depressivo grave non è necessariamente irrazionale in ogni sua componente: se la sofferenza è continua, gli attacchi di panico incessanti, il sonno impossibile, e nessun argomento razionale, nemmeno quello delle persone più care, riesce a interrompere il flusso di pensieri negativi, l&rsquo;uscita dalla sofferenza può essere vissuta come l&rsquo;unica parte lucida di un quadro altrimenti incontrollabile. Una malattia mentale grave e incurabile può essere percepita come peggiore di un cancro terminale, con la differenza che quest&rsquo;ultimo è almeno silenziabile con la morfina, e ne è prevedibile una fine naturale.</p>
<p>Il rischio di abusi si controlla con la legge non con il paternalismo</p>
<p>Si obietta talvolta che non sia certo che gli psichiatri abbiano tentato tutti i trattamenti disponibili prima di valutare una richiesta di eutanasia. Le relazioni diagnostiche redatte in Olanda e in Belgio, lette senza pregiudizio, confutano questo argomento. E i dati sui trattamenti farmacoresistenti sono chiari: la terapia elettroconvulsivante ha tassi di risposta soddisfacenti nelle depressioni resistenti, ma le ricadute sono frequenti; con la ketamina la risposta è spesso temporanea; per una quota di pazienti non esiste ancora una soluzione terapeutica stabile.</p>
<p>L&rsquo;eutanasia psichiatrica viene regolarmente citata come esempio di &ldquo;china scivolosa&rdquo; lungo cui ci si incamminerebbe se si legalizzasse l&rsquo;eutanasia. La china scivolosa è una fallacia argomentativa (se fosse vera nessuno sarebbe al sicuro) e l&rsquo;espansione dei criteri osservata in Belgio e Olanda (dalla malattia terminale alla sofferenza psichica, e in alcuni casi dagli adulti ai minori) non è un fallimento nell&rsquo;applicazione delle norme, ma la conseguenza, in qualche misura prevedibile, della logica interna del principio di autonomia una volta che questo viene riconosciuto come criterio sufficiente. Non si può impedire che intuitivamente il fenomeno sia letto in senso negativo, ma gli abusi si controllano con la legge, non con i divieti paternalisti o sulla base dell’assunzione che la libertà individuale sia un valore nazista.</p>
<p>I disturbi della coscienza sono il campo più difficile da analizzare. Alcune ricerche indicano percentuali di errore diagnostico sorprendentemente elevate nella distinzione tra stato vegetativo e stato di minima coscienza. Se confermato su popolazioni ampie questo avrebbe conseguenze profonde per qualsiasi decisione di fine vita basata su tale diagnosi. Le tecniche di neuroimaging funzionale stanno aprendo la possibilità di comunicare con pazienti in stati di minima coscienza o di coma apparente attraverso il controllo volontario di aree cerebrali la cui attività è rilevabile radiologicamente. I casi documentati sono ancora pochissimi, ma il principio è stabilito. In questi casi, le DAT dovrebbero poter specificare se e in quali condizioni di disturbo della coscienza si accetta di essere mantenuti in vita. E come usare le indicazioni ottenute tramite neuroimaging.</p>
<p>Non esistono conclusioni. Solo l’auspicio che le discussioni su questi temi siano il più possibile ancorate a fatti e che l&rsquo;obiettivo condiviso sia creare le condizioni affinché le decisioni, qualunque sia la scelta, assunte nei momenti in cui le persone sono consapevoli e informate siano rispettate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gloriosa in battaglia: vivere nello spettro della divergenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza/</guid><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>arte</category><description>Una giovane con una grave disabilità, una famiglia che le gravita attorno, imparando momento dopo momento come orientarsi e modificare lo sguardo sul mondo per accoglierla. &amp;amp;ldquo;The wonderers&amp;amp;rdquo;, il film di Joséphine Japy presentato a Cannes lo scorso anno, ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile al Milano film festival .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mettere in scena senza catarsi, lezioni morali o rivendicazioni per diritti negati; raccontare la consistenza della vita com’è <em>con</em> e <em>per</em> un figlio o una figlia, un fratello o una sorella neurodivergente non è impresa semplice. Il docufilm forse favorisce registi e attori, ma cimentarsi in un lungometraggio implica maestria, sensibilità e un vissuto sinora visti raramente sullo schermo. Vivere nello spettro della divergenza è un modo diverso di percepire il mondo. È quindi necessario modificare il proprio sguardo, cambiare attitudine e linguaggio, per vedere <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/attraverso-lo-schermo/?srsltid=AfmBOooil_ddHBn00s-KKK_W-tHPNR4iCq_hji2XkUStPszYezMXoAPW" rel="noopener">attraverso lo schermo</a>. <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Wonderers" rel="noopener"><em>The wonderers</em></a> è un prezioso e piacevole invito a intraprendere questo cambiamento.</p>
<p>Bertille, cioè “colei che brilla in battaglia” (è il significato etimologico del nome di origine germanica) è una tredicenne (Sarah Pachoud) che vive con i genitori Madeleine (Mélanie Laurent) e Gilles (Pierre-Yves Cardinal) e la sorella Marion (Angelina Woreth) a Nizza. La famiglia Roussier vive in un fragile equilibrio costruito intorno alla ragazzina, affetta da una grave disabilità dagli esiti incerti. Madeleine, Gilles e Marion fanno del loro meglio per affrontare i propri dubbi e le necessità della figlia minore, che potrebbe morire da un momento all’altro, fino a quando non emergerà una nuova diagnosi e inaspettati orizzonti si apriranno.</p>
<h2 id="la-malattia-senza-filtri">La malattia, senza filtri</h2><p>Esordio da regista dell’attrice Joséphine Japy (nel 2014 ha interpretato il ruolo principale di Charlie nel film <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Respire" rel="noopener">Respire</a></em>, con la regia di Mélanie Laurent, la quale in <em>The wonderers</em> interpetra la mamma di Bertille) con un film ispirato alla propria esperienza personale, uno sguardo su sé stessa e il relazionarsi con i famigliari e con gli altri: sul “crescere”. «Volevo qualcosa di discreto ma che non distogliesse lo sguardo»: con tocco delicato e al tempo incisivo, evitando la facile retorica e il sensazionalismo spicciolo, Joséphine Japy tratteggia il quotidiano di una famiglia sospesa in un limbo e afflitta dal peso della responsabilità, della colpa e dell’inadeguatezza. Sentimenti scomodi, che ogni componente affronta a suo modo: la madre vive esclusivamente in funzione della figlia disabile, la sorella prova a costruirsi una vita normale tra scuola, cotte e una relazione tossica con un uomo molto più grande, il padre compensa con il lavoro. Emergono così caratterizzazioni pudiche e appassionate che costruiscono un quadro intimamente realistico della malattia e delle sue conseguenze.</p>
<p>Bertille è affetta dalla sindrome di Phelan-McDermid, una rara condizione genetica della quale sono noti poco più di 600 casi al mondo. Si manifesta fin dall’infanzia con una serie di disfunzioni correlate allo sviluppo cognitivo, motorio e del linguaggio. «Ci sono voluti 22 anni per diagnosticare la malattia di mia sorella. Per quasi un quarto di secolo siamo stati persi», ha dichiarato Joséphine Japy. Sino ad allora, per i medici consultati Bertille era affetta dalla sindrome di Rett, una malattia genetica rara e grave del neurosviluppo, caratterizzata da rapida regressione dello sviluppo nella prima infanzia, perdita parziale o completa dei movimenti intenzionali delle mani, perdita del linguaggio, anomalie dell&rsquo;andatura e movimenti stereotipati delle mani, di solito associati alla decelerazione della crescita del cranio, disabilità intellettiva grave, crisi epilettiche e anomalie del respiro. La malattia ha un decorso clinico progressivo.</p>
<p>La nuova diagnosi, il riconoscimento tardivo di un diritto, genera speranza di cambiamento ed esalta non solo la tenacia, ma anche e soprattutto i momenti di debolezza o indecisione dei singoli componenti famigliari.</p>
<p>Una costruzione filmica ben fatta con un cast impeccabile in cui spicca Mélanie Laurent (Austin Film Critics Association Award 2009 come miglior attrice per <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bastardi_senza_gloria" rel="noopener">Bastardi senza gloria</a></em>), ma anche la giovane Sarah Pachoud, in un&rsquo;interpretazione e presenza di intensità. Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione <em>Séances Spéciales</em> e al Milano Film Festival 2026. «Non volevo un film a tesi. Volevo che la disabilità diventasse materia cinematografica».</p>
<h2 id="unattenzione-che-non-si-interrompe-mai">Un’attenzione che non si interrompe mai</h2><p>Inizialmente il titolo era <em>Bertille</em>, ma la regista ha deciso di cambiarlo dopo aver scoperto il significato del nome: ha optato per <em>The wonderers</em> (gli esploratori) forse per rimandare o rimarcare quel lavoro faticoso, doloroso e quotidiano di analizzare e cercar di comprendere comportamenti neurodivergenti, cogliere e rispondere a emozioni che richiedono attenzioni continue quando si è da soli, abbandonati, se non addirittura contrastati, dai conoscenti, dalle istituzioni: è quindi una esplorazione in corso di battaglia.</p>
<p>Joséphine Japy ha preferito sottolineare la fiducia nel futuro, la tenacia e l’esito terapeutico dell’esplorazione, eppure Bertille &ldquo;brilla in battaglia&rdquo; e con lei ciascuno dei suoi familiari, singolarmente e insieme. La narrazione di una battaglia eroica quotidiana che spesso, per timore, fa girare lo sguardo altrove e che invece merita di essere vista sullo schermo e guardata e affrontata nella vita reale. Forse non è un caso che la regista e le protagoniste siano donne. E alle attrici che interpretano Bertille, la madre e la sorella è andato il premio per la migliore interpretazione femminile assegnato il 9 giugno al <a href="https://milanofilmfest.it/" rel="noopener">Milano film festival</a> «per la straordinaria forza dell’unità d’insieme espressa sullo schermo. Il grande lavoro di costruzione attoriale della giovane protagonista trova un perfetto contrappunto nell’interpretazione per sottrazione della madre. Tutte e tre le donne sfuggono costantemente alla prevedibilità e ai cliché, traducendo la sofferenza in un lavoro pulito, fatto di silenzi e sottintesi».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un’infanzia negletta, trascurata, negata</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/infanzia-negletta-trascurata-negata/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/infanzia-negletta-trascurata-negata/</guid><pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Bambini e bambine vittime quotidiane dei traumi delle guerre, la piccola seviziata e uccisa dai genitori, il riconoscimento dei crimini perpetrati dal potere coloniale in Canada, soprattutto verso i più piccoli. Notizie che si susseguono in poche ore e che ci danno conto di quanto ci sia da fare per i diritti di bambini, bambine e adolescenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/infanzia-negletta-trascurata-negata-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/infanzia-negletta-trascurata-negata-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><a href="https://open.spotify.com/intl-it/track/6LYL3xgEknVbBdlwaBtV6S" rel="noopener"><strong>Infanzia negata</strong></a></p>
<p><em>Qui muore Dio<br>
Formicai di case e sedie da impagliare<br>
E i ritorni ubriachi lungo le ringhiere<br>
Di quei padri senza stima e umanità<br>
Nessuno qui denuncerà</em></p>
<p><em>Bambini eroi<br>
Unghie sporche e compitini da finire<br>
Impauriti con l&rsquo;orecchio sulle scale<br>
Quella porta non dovrebbe aprirsi mai<br>
Nessuno qui denuncerà</em></p>
<p><em>Vivono gli amori a primavera<br>
Come noi questa sera<br>
Che non sembra cattivo il mondo<br>
E dirti &ldquo;Sei un regalo della vita&rdquo;<br>
Ma non andrebbe vissuta<br>
Quest&rsquo;infanzia negata e persa</em></p>
<p><em>Qui va così<br>
Ed intanto cresce l&rsquo;odio verso gli altri<br>
Loro sempre più da soli e più cattivi<br>
Da evitare come brutte malattie<br>
Nessuno qui denuncerà</em></p>
<p><em>Vivono gli amori a primavera<br>
Come noi questa sera<br>
Che non sembra cattivo il mondo<br>
E dirti &ldquo;Sei un regalo della vita&rdquo;<br>
Ma chi può averla umiliata<br>
Quest&rsquo;infanzia negata e persa</em></p>
<p><em>Qui c&rsquo;ero anch&rsquo;io<br>
Frettolosi accordi presi lungo i muri<br>
Nelle macchine truccate dei più duri<br>
E gli amici persi con rassegnazione<br>
Fortuna che stasera ho te</em></p>
<p>Michele Zarrillo</p></blockquote>
<p>La sequenza di tre notizie, a pochi minuti una dall’altra, alla fine di maggio, testimonia, ancora una volta, quanto siano <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4149/articoli/41459/" rel="noopener">disattesi i diritti</a> di bambini, bambine e adolescenti nel quotidiano. La difesa dei diritti o, al contrario, il facile dimenticare che questi diritti esistono, in nome di una supposta istanza superiore, segnano <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/troppe-battaglie-vita-bambini/">eventi diversi e su scale differenti</a>, ma accomunati dalla stessa mancanza di rispetto. Un’ infanzia negletta (dimenticata o lasciata all&rsquo;abbandono), trascurata (non presa in considerazione), negata (per abusi e violenze, esclusione sociale e analfabetismo, sfruttamento).</p>
<h2 id="lontano">Lontano</h2><p>In Libano i bambini continuano a essere le principali vittime della violenza, degli sfollamenti e dell&rsquo;esposizione a eventi traumatici. Nonostante il cessate il fuoco concordato il 17 aprile 2026, nella settimana successiva almeno <a href="https://www.unicef.org/press-releases/least-59-children-reportedly-killed-or-injured-lebanon-past-week-despite-ceasefire" rel="noopener">59 bambini sarebbero stati uccisi o feriti</a>. Per continuare poi a essere le prime vittime nell&rsquo;escalation di violenza. Nell’ultima settimana di maggio: «77 bambini son stati uccisi o feriti. Sono 11 bambini al giorno. I bambini non dovrebbero pagare il prezzo del conflitto. Devono essere protetti in ogni momento. Le ostilità devono finire», come hanno dichiarato <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_Gaza_war" rel="noopener">Unicef Lebanon</a> e <a href="https://www.savethechildren.net/country/lebanon" rel="noopener">Save the Children</a>. Dal 2 marzo, data di inizio della nuova fase della guerra, il ministero libanese della Salute ha contato 3.371 morti e 10.129 feriti. I bambini uccisi sono almeno 200.</p>
<p>Nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre, continuano le operazioni militari israeliane anche nella Striscia di Gaza.  Così, mentre giungono le ultime notizie dal Libano, nella stessa giornata di fine maggio in un attacco israeliano è stato colpito un appartamento a Gaza City e almeno dieci persone (quattro bambini) sono rimaste uccise e diciotto ferite. I bambini palestinesi sinora uccisi dall’ottobre 2023 sono <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_Gaza_war" rel="noopener">almeno 21.600</a>.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">Bambini e bambine sono tra i gruppi civili più vulnerabili</a> in tempo di guerra, esposti a uccisioni, mutilazioni, violenza sessuale, rapimenti e reclutamento armato, nonché ad attacchi contro case, scuole e ospedali. Al termine di un conflitto armato, deve trascorrere un lungo periodo, <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">anche 10 anni</a>,  prima che i fattori determinanti per la salute e il benessere dei bambini tornino ai livelli prebellici. Tutto questo viene ignorato negli accordi e nei trattati firmati al termine di un conflitto armato.</p>
<p>I bambini palestinesi sopravvissuti alla guerra nella Striscia di Gaza, così come i coetanei libanesi e tutti quelli vittime di guerra, dovranno aspettare almeno 10 anni per superare o contenere il trauma subito. Ma tutto questo la maggioranza delle persone lo ignora, spesso volutamente.</p>
<h2 id="vicino">Vicino</h2><p>L’orrore che ha suscitato la notizia dell’uccisione e delle violenze subite dalla piccola Beatrice non può o non dovrebbe limitarsi allo sdegno, al difendersi dietro lo scudo dell’impotenza. Lo sdegno e la vergogna dell’intera comunità dovrebbero essere, anche e principalmente, per la mancata attivazione di interventi protettivi a tutela della vita (e di tutti i diritti umani) di Beatrice e delle sue sorelle di poco più grandi. Della cronica e ripetuta ignavia generalizzata di una comunità, anche quella istituzionale. L’infanzia di Beatrice è stata contemporaneamente negletta, trascurata, negata, così come quella delle sue sorelle.  La commozione di circostanza, la cronaca di una narrazione tossica, la rapida dimenticanza sono fonte e forma di ulteriore violenza fatta all&rsquo;intera popolazione infantile. Perché Beatrice non è una vittima rara, ma una delle vittime di un drammatico mondo volutamente sommerso (per non essere visto, affinché non turbi le coscienze) che si è posta e imposta all&rsquo;attenzione di un momento.</p>
<p>Sono tante le occasioni di maltrattamento dei bambini che non godono dell’attenzione che sarebbe dovuta. Per esempio la <a href="https://www.sin-neonatologia.it/non-scuoterlo/" rel="noopener">sindrome del bambino scosso</a>  (<em>shaken baby syndrome</em>) è una delle forme più gravi di maltrattamento fisico del neonato e del lattante, prevalentemente intra-famigliare, e rappresenta la prima causa di morte per abuso. Il bambino viene scosso violentemente (per esempio per reazione al suo pianto inconsolabile), con conseguente trauma sull’encefalo e successive sequele neurologiche. I fattori di rischio possono essere molti associabili al contesto di vita e allo stato di benessere dei conviventi. Così come i segni e sintomi di violenze subite. La prevalenza della sindrome nei Paesi con elevate risorse è di 2 casi ogni 10.000 nati, quindi in Italia circa 70 casi all&rsquo;anno, dati non lontani da quanto stimato da una indagine pilota nazionale del 2023. Questi i casi diagnosticati, di varia gravità, ma reali e, comunque, sottostimati. Un fenomeno quindi che non si dovrebbe ignorare e non dovrebbe limitare gli interventi a progetti sperimentali, che mai vanno a regime a livello nazionale, di monitoraggio e accompagnamento dei <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3120_allegato.pdf" rel="noopener">primi 1000 giorni di vita</a>, e ancor prima dell&rsquo;intera gravidanza, che coinvolgano l&rsquo;intera comunità (gli operatori sanitari e sociali, ma anche la famiglia). La campagna NONSCUOTERLO! di <a href="https://nonscuoterlo.terredeshommes.it/la-campagna/" rel="noopener">Terre des Hommes</a> che dal 2024 promuove le Giornate nazionali di prevenzione della <em>Shaken Baby Syndrome</em>, e che per l’edizione 2026 ha ricevuto la medaglia del presidente della Repubblica, ha coinvolto 150 città: importante, ma insufficiente.</p>
<h2 id="nel-tempo">Nel tempo</h2><p>La 57ª sessione del Tribunale Permanente dei Popoli, riunito a Montreal, ha emesso la sua sentenza sui bambini indigeni scomparsi e le sepolture senza nome in Canada e pubblicato una <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/dichiarazione-preliminare-del-tpp-per-la-57a-sessione-sui-bambini-indigeni-scomparsi-e-le-sepolture-senza-nome-in-canada/" rel="noopener">dichiarazione preliminare</a> che riconosce i crimini commessi a danno dei nativi.</p>
<p><a href="https://permanentpeoplestribunal.org/" rel="noopener">Tribunale permanente dei popoli</a> è un tribunale internazionale d&rsquo;opinione fondato nel 1979 sulla base della Dichiarazione universale dei diritti dei popoli (Algeri, 1976). Fin dalla sua istituzione, ha rappresentato un forum indipendente per dare visibilità, testimonianza e giustizia ai popoli oggetto di gravi forme di repressione e di negazione dei loro diritti fondamentali all&rsquo;autodeterminazione, alla dignità e all&rsquo;esistenza collettiva, in particolare in situazioni in cui non erano disponibili meccanismi istituzionali competenti, accessibili o imparziali.</p>
<p>La 57ª sessione sui bambini e le bambine indigeni scomparsi, e sulle fosse comuni senza nome in Canada è stata convocata su richiesta del <em>Native Women’s Shelter</em> di Montréal, con il supporto di diverse organizzazioni e numerose persone, spinti dall&rsquo;urgente necessità di verità, visibilità e responsabilità riguardo agli abusi commessi contro i bambini indigeni, le loro famiglie e le loro comunità, e dalla determinazione a garantire che i sopravvissuti e le persone colpite venissero finalmente ascoltati e riconosciuti.</p>
<p>Il mandato del Tribunale permanente dei popoli era quello di esaminare, alla luce del diritto internazionale, la scomparsa di bambini e bambine indigeni, nonché le tombe senza nome e le sterilizzazioni forzate e coercitive delle donne. I testimoni hanno parlato della rimozione forzata, autorizzata dallo Stato, di bambini e bambine dalle loro comunità e famiglie, per essere trasferiti in istituti residenziali indiani gestiti dallo Stato e dalla Chiesa, e da lì, talvolta all&rsquo;insaputa e senza il consenso dei genitori, in altre istituzioni, tra cui riformatori, ospedali &ldquo;indiani&rdquo; e sanatori.</p>
<p>Si stima che tra i 4.000 e i 6.000 bambini e bambine siano morti in queste istituzioni, o poco dopo averle lasciate (a volte fuggendo), nel secolo e mezzo che ha preceduto la chiusura dell&rsquo;ultima struttura, <em>Kivalliq Hall</em> a Rankin Inlet, nel Nunavut, nel 1997. Il destino di molti bambini portati in queste istituzioni e scuole rimane ignoto, sebbene alcuni siano stati adottati. Molti testimoni hanno affermato che queste cifre sono probabilmente una grossa sottostima e che, senza ulteriori indagini, rimangono provvisorie e incomplete. «Non sappiamo quello che non sappiamo».</p>
<p>Il Tribunale, sulla base delle testimonianze e del materiale raccolto, ha stabilito che l’insieme degli atti commessi costituisce genocidio. Nel diritto internazionale, il genocidio non implica necessariamente uccisioni di massa: può essere un processo lento e continuo, che si protrae per secoli. In Canada, gli atti genocidari includono il trasferimento forzato di bambini e bambine da un gruppo a un altro; l&rsquo;imposizione di misure volte a impedire le nascite all&rsquo;interno del gruppo; e l&rsquo;inflizione di gravi danni fisici e mentali ai membri del gruppo, con l&rsquo;intento di distruggere il gruppo stesso. L&rsquo;intento genocida alla base della rimozione forzata dei bambini era esplicito: istituzioni come le <em>Indian Residential Schools</em> erano una manifestazione concreta delle politiche coloniali canadesi, espresse nell&rsquo;<em>Indian Act</em>, di eliminazione dell’appartenenza al popolo indigeno, che includevano la negazione della sovranità e dell&rsquo;identità nazionale nativa, l&rsquo;occupazione delle terre e la cancellazione degli ordinamenti giuridici, delle lingue e delle culture native. Le atrocità inflitte ai corpi e agli spiriti dei bambini e le bambine nelle scuole, alle giovani donne negli ospedali fanno parte di questa strategia. Le migliaia di morti accertate di bambini in ospedali e scuole segregate, le fosse comuni e le ceneri di neonati nei forni crematori sono la manifestazione fisica di un colonialismo genocida che, soprattutto, ha valorizzato, bramato e sottratto terre, territori e risorse locali. Atti che devono essere riconosciuti come crimini contro l&rsquo;umanità, secondo il diritto internazionale consuetudinario.</p>
<p>La responsabilità del Canada nei confronti dei suoi popoli nativi per il genocidio e i crimini contro l&rsquo;umanità non è solo storica, ma anche contemporanea e tuttora in corso. La prassi coloniale rimane il fondamento del rapporto del Canada con i popoli nativi. Questo trauma e il danno psicologico che ne deriva hanno una dimensione collettiva che colpisce generazioni successive di bambini, famiglie e comunità. Lo stigma, la vergogna culturale e il senso di colpa dei sopravvissuti li hanno ridotti al silenzio.</p>
<p>Lontani, vicini, perpetrati nel tempo, attuali… i crimini contro i bambini rimangono impuniti e non vengono efficacemente prevenuti.  Eppure sono passati 37 anni dall’adozione di quella convenzione che per la prima volta ha riconosciuto i bambini e le bambine come aventi diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici: la  <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione ONU sui diritti dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza</a>. Adottata nel 1989 e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991. Grazie all’adozione e ratifica di questo documento i bambini e le bambine non solo dovrebbero godere dei diritti fondamentali, ma anche essere protetti e tutelati. Purtroppo, ovunque, la Convenzione è largamente disattesa e… <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/I_bambini_ci_guardano" rel="noopener">i bambini ci guardano</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’ IA e la crisi del lavoro umano: alcuni aspetti da considerare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare/</guid><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 08:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marica Notte</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, l’IA sta ridefinendo il rapporto tra l&amp;amp;rsquo;individuo, il lavoro e il suo ruolo sociale aprendo nuove questioni sul presente e sul futuro della nostra esistenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel <em>Capitale. Critica dell’economia politica</em> (1867), Karl Marx fornisce una delle prime teorie sistematiche sulla struttura del capitalismo. La seconda fase della rivoluzione industriale fu per il filosofo tedesco terreno fertile di osservazione e analisi di quel cambiamento che avrebbe trasformato non solo nell’immediato la società dell’epoca, ma anche quelle future, perché aprì una crisi tra l’essere umano e il lavoro. Senza entrare nell’esegesi dell’opera, è importante però far riferimento a uno degli assunti cardine del Capitale, ossia il concetto di alienazione. L’alienazione è quel sentimento di estraneazione che l&rsquo;operaio vive durante i processi di produzione e che Marx riconosce come un fatto reale di natura socio-economica che si identifica con la condizione storica del lavoratore salariato nella società capitalistica. Il lavoratore, dunque, si aliena dal prodotto del suo lavoro, dal processo produttivo stesso, dalla propria essenza umana perché prende coscienza della sua importanza solo per la produzione capitalistica. L’operaio diventa strumento di ricchezza altrui. Inoltre, l’introduzione di macchinari contribuiva ulteriormente a questo stato perché la produzione diventava una questione di pura competizione e selezione. </p>
<p>Per Marx, il lavoro è ciò che definisce la specificità degli esseri umani, attraverso il lavoro infatti l’individuo trasforma determinate materie in beni che rispondono ai suoi bisogni, produce quindi le condizioni materiali della sua esistenza. Per l’essere umano però il lavoro non è soltanto necessario ai fini del proprio sostentamento ma è una metafora che ben veicola la nostra esistenza e la nostra essenza sociale, in quanto noi siamo per natura esseri sociali, cioè politici. Il lavoro quindi tiene insieme molte dimensioni, perché mettendo in rapporto l’individuo con gli altri individui relaziona la trama della struttura economica, politica e sociale, dando in ogni sua forma riconoscimento e valore all’individuo.</p>
<p>Oggi, a oltre centocinquant&rsquo;anni da quelle osservazioni, ci troviamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale, quella contraddistinta dall’intelligenza artificiale (IA) e dalla tecnologia più avanzata. L’IA sta aprendo una frattura profonda nel legame simbiotico tra l’individuo e la sua essenza sociale, mettendo in crisi il valore di molte attività umane, oggi sempre più percepite come sostituibili anche per la capacità che ha di simulare alcuni processi cognitivi tipicamente umani. L’IA è figlia del capitalismo, e per questo il grande impero tecnologico rappresentato da NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta, sta transvalutando il potere umano riconvertendolo in potere artificiale. In questa nuova ottica l’individuo rischia di subire passivamente questa metamorfosi e di non avere sufficiente forza per contrastarla.</p>
<p>L’impatto dell’IA sul lavoro emerge con chiarezza anche dai dati riportati nell’ultimo report del McKinsey Global Institute, pubblicato a maggio 2026, <a href="https://www.mckinsey.com/mgi/our-research/agents-robots-and-us-how-ai-reshapes-work-and-skills-in-europe" rel="noopener"><em>Agents, robots, and us: How AI reshapes work and skills in Europe</em></a>. Il 58% delle ore di lavoro oggi svolte potrebbe essere teoricamente automatizzato con tecnologie già disponibili. Di questa quota, il 44 % riguarda attività non fisiche, affidabili a sistemi software e agenti AI, mentre il 14 % riguarda attività fisiche, più adatte a robot e automazione industriale. A rischiare di più sarebbe chi ha competenze nei settori come quelli della programmazione, della contabilità e delle attività di monitoraggio in generale. Inoltre, nel documento è possibile leggere dettagliatamente anche le analisi di mercato circa il valore economico potenziale dei nuovi ruoli professionali legati all’IA e il profitto guadagnato in questo investimento. Chi perde il lavoro non perde soltanto un reddito: perde un ruolo. E la psicologia sociale ha ampiamente documentato come la perdita dell&rsquo;occupazione sia correlata a depressione, isolamento, perdita di autostima e di alienazione. Il tema della 114ª sessione della Conferenza internazionale del lavoro, <a href="https://www.ilo.org/it/international-labour-conference/114a-sessione-della-conferenza-internazionale-del-lavoro/una-scelta-cruciale-lintelligenza-artificiale-al-servizio-del-lavoro" rel="noopener"><em>Una scelta cruciale. L’intelligenza artificiale al servizio del lavoro dignitoso</em></a>, programmata dall’<a href="https://www.ilo.org/it" rel="noopener">Organizzazione Internazionale del Lavoro</a> (OIL) pone l’attenzione sugli effetti del cambiamento messo in atto dall’IA e di come di fronte a queste trasformazioni sia importante che la politica sviluppi un approccio centrato sulla persona, elaborando strategie di sviluppo economico volte alla creazione di occupazione di qualità. Inoltre, secondo le <a href="https://www.weforum.org/press/2020/10/recession-and-automation-changes-our-future-of-work-but-there-are-jobs-coming-report-says-52c5162fce/" rel="noopener">stime</a> del World Economic Forum, nei prossimi anni potrebbero verificarsi 85 milioni di perdite di posti di lavoro a livello globale, ma allo stesso tempo le nuove tecnologie potrebbero crearne fino a 97 milioni. Questo significa che a cambiare saranno le competenze richieste, sempre più specializzate nella gestione di sistemi di IA.  </p>
<p>Senza voler demonizzare l’utilità e le innovazioni apportate dell’IA, è necessario siano tracciati alcuni limiti, perché ci troviamo esposti a dei rischi che possono influenzare negativamente l’impianto delle nostre vite. L’accelerazione dell’IA sta riformulando quel concetto di alienazione caro ai marxisti perché i cambiamenti che stanno prendendo piede possono amplificare lo stato di alienazione del lavoratore, specialmente in relazione al suo ruolo sociale. Il punto forse che può stimolare una riflessione è che l’IA non è un agente sociale così come lo siamo noi e per questo non ha le nostre stesse responsabilità che abbiamo nei confronti della società. Interviene, agisce nel mondo, lavora per e con noi ma a differenza nostra non deve contribuire per esempio al mantenimento dello stato sia familiare sia sociale. Se occupa il nostro posto, come possiamo assolvere, in termini economici, ai compiti che ci vengono richiesti?</p>
<p>Se i large language model (LLM), come per esempio ChatGPT, sono strumenti che vengono percepiti come fonte di guadagno in termini di tempo, perché ci permettono di alleggerire il carico di lavoro e di sembrare più performanti nei task, nonostante l’uso costante abbia risvolti negativi sullo sviluppo delle competenze - e sulla sfera del pensiero critico, come riportato in questo <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666920X26000330" rel="noopener">studio</a>, a rivoluzionare concretamente il mondo del lavoro sono i robot umanoidi. Nel recente articolo “<a href="https://www.internazionale.it/magazine/chang-che/2026/04/29/il-futuro-e-gia-arrivato" rel="noopener">Il futuro è già arrivato</a>”, all’interno del n. 1663 di <em>Internazionale</em>, si riporta che entro la metà degli anni 2030 gran parte dei compiti di assemblaggio nelle fabbriche cinesi saranno completamente automatizzati e che attualmente in Cina ci sono 330 diversi tipi di robot umanoidi.</p>
<p>Un&rsquo;intelligenza costruita anche per il profitto capitalistico riproduce la logica del dominio e in questa struttura si rivede quella hegeliana del servo-padrone. Per rendere bene l’idea di quanto detto, facciamo riferimento a uno dei film (2025) del regista sudcoreano Park Chan-wook, che rappresenta efficacemente il corso degli attuali eventi e degli scenari futuri: <em>No Other choice - Non c’è altra scelta</em>. Il protagonista perde improvvisamente il lavoro e si ritrova, insieme alla sua famiglia, a vivere uno stravolgimento non solo economico ma anche sociale. Trovare un altro lavoro sarà l’unica opzione e fare di tutto per ottenerlo sarà l’unica scelta possibile. Il finale del film riassume tutta la vicenda umana facendo entrare, ancora di più, nella realtà delle nostre vite quello che alcuni già stanno vivendo e che altri vivranno. Alcuni Stati hanno avviato delle sperimentazioni di reddito di base universale (UBI) per garantire un sostentamento causato dalla perdita di lavoro, e di recente Elon Musk ha proposto l’introduzione di questo strumento per contenere l’ondata di disoccupazione di massa che sarà causata dall’IA. Ma questa strategia può essere sufficiente? Può essere una valida alternativa per salvaguardare la dignità delle persone e ridimensionare l’intromissione dell’IA nelle nostre vite che non sono artificiali?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La geografia capovolta delle competenze socio-emotive</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive/</guid><pubDate>Fri, 29 May 2026 07:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>scuola</category><description>Definire e mappare la povertà educativa in Italia è il primo passo per costruire interventi efficaci e favorire lo sviluppo di competenze fondamentali per la persona. Tra queste, quelle socio-emotive, come curiosità, empatia e resilienza, sono decisive per la crescita personale e professionale. Il progetto ENRICH le ha rilevate per la prima volta con un campione rappresentativo su scala nazionale, e i risultati fanno riflettere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la povertà educativa? Definirla non è mai stato semplice, complice il fatto che questo concetto ha spesso assunto significati diversi e che solo in tempi recenti ha acquisito attenzione sistematica a livello economico e sociologico. Storicamente, e come a volte permane nel senso comune, povertà educativa era sinonimo di analfabetismo. Un problema, quindi, da considerare marginale nei Paesi “avanzati” e risolvibile con una scolarizzazione di massa. Una prima svolta l’ha data l’UNESCO, con la sua definizione di <a href="https://databrowser.uis.unesco.org/resources/glossary/2030" rel="noopener">literacy funzionale</a>: non basta saper leggere, scrivere, calcolare; queste capacità devono essere usate in modo efficace nel proprio contesto sociale e continuare a svilupparsi nel tempo, per la crescita sia della persona che della comunità in cui è inserita. Nell’ultimo ventennio, la povertà educativa ha assunto la sua forma più complessa - quella di un fenomeno multidimensionale fondato sulla carenza di competenze individuali che stiano al passo dei cambiamenti culturali, sociali e tecnologici. Se prima tutta l’attenzione si poneva sulla scuola, oggi va anche a tutti i contesti che favoriscono lo sviluppo di queste competenze, usate per imparare e sviluppare nuove capacità lungo tutto il corso della vita.</p>
<p>Tra queste, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), identifica tre <a href="https://www.oecd.org/it/publications/indagine-sulle-competenze-degli-adulti-2023_e014fcfb-it/italia_859a992c-it.html" rel="noopener">competenze cognitive</a> di base per gli adulti: lettura e comprensione di testi scritti, uso e interpretazione di informazioni matematiche e numeriche, e problem solving adattivo - la capacità di trovare soluzioni in contesti dinamici quando la risposta non è immediata. Accanto a esse figurano abilità frutto dell’interazione tra predisposizione individuale e contesto di vita: chiamate in modi diversi, dalle soft skills a tratti della personalità o competenze trasversali, i contesti di ricerca tendono oggi a preferirle come <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/17_4_Falzetti_Longobardi_FIN.pdf" rel="noopener">competenze socio-emotive</a>. La loro rilevanza sta negli effetti positivi che hanno sulla coesione sociale, la crescita personale, il successo professionale e, più in generale, il benessere della persona.</p>
<p>A costruire una definizione condivisa e una misurazione della povertà educativa in Italia <a href="https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/la-poverta-educativa/" rel="noopener">ha lavorato</a>, per tre anni, la <a href="https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/la-poverta-educativa/la-commissione/" rel="noopener">Commissione scientifica interistituzionale</a> dell’Istat, composta da oltre 50 membri. La povertà educativa emerge come un fenomeno che va oltre il problema scolastico, e si delinea come una fragilità sistemica dipendente dal contesto sociale, familiare e territoriale in cui si cresce. La definizione dell’Istat si articola su due livelli: come condizione, quando bambini e ragazzi, per la rispettiva fascia d’età, non hanno raggiunto i livelli di istruzione e competenze necessari a evitare forme di esclusione sociale; come rischio, quando si cresce in territori deprivati di risorse e opportunità educative e culturali. Una differenza, in buona sostanza, tra un risultato mancato, cioè l’assenza di competenze, e un contesto che non ha fornito le risorse e gli strumenti per svilupparle. </p>
<h2 id="un-divario-territoriale-si-capovolge">Un divario territoriale si capovolge</h2><p>Tra i progetti che hanno approfondito aspetti legati alla povertà educativa, figura il <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/17_4_Falzetti_Longobardi_FIN.pdf" rel="noopener">progetto ENRICH</a>, finanziato nell’ambito del PNRR e coordinato dall’Università di Napoli Parthenope in partenariato con l’INVALSI. Il focus dell’iniziativa era la misurazione delle competenze socio-emotive di circa 6.000 studenti di prima media distribuiti sul territorio italiano. «Lo scopo era di integrarli ai punteggi che l’INVALSI raccoglie ogni anno per le competenze cognitive», spiega Sergio Longobardi, professore associato di Statistica Economica all’Università di Napoli Parthenope e coordinatore del progetto. La scelta dell’età non è casuale: è in questa fase che si inizia in modo più marcato a sviluppare l’identità, ci si interessa alle relazioni con i pari, e si sviluppano le capacità di leggere le emozioni proprie e degli altri. «L’idea non era di valutare queste competenze, ma di rilevare il loro stato attuale per fornire una base di partenza per docenti e dirigenti», continua Longobardi. D’altronde, eseguire una valutazione senza prevedere prima interventi o considerare fattori extrascolastici rischierebbe di favorire più stigma che consapevolezza.  </p>
<p>Le competenze misurate dal progetto ENRICH - tra le quali curiosità, creatività, persistenza, responsabilità, empatia, ottimismo - si fondano su un <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1467-6494.1992.tb00970.x" rel="noopener">framework</a> consolidato della psicologia della personalità, adattato per gli studenti preadolescenti. Longobardi precisa: «Queste competenze sono abilità malleabili, che possono essere coltivate o inibite dal contesto in cui si cresce. La letteratura ha mostrato che spesso chi le possiede in misura maggiore tende a ottenere risultati migliori anche sul piano cognitivo».</p>
<p>E proprio in questo ambito i dati di ENRICH hanno sorpreso. Per gli studenti del Sud Italia, infatti, gran parte delle competenze socio-emotive misurate mostrano punteggi più alti (se comparati alla media nazionale) rispetto a quelli dei coetanei del Nord. Il gap territoriale per una volta si capovolge: dove per le competenze cognitive il divario italiano Nord-Sud segue una direzione “attesa”, per quelle socio-emotive va nella direzione opposta.<br>
Come si può spiegare questa apparente indipendenza tra capacità socio-emotive e cognitive nel Sud Italia? «Crescere in un contesto più difficile o imprevedibile può affinare competenza come la resilienza, la capacità di arrangiarsi, l’empatia. Ma questo non implica che si sviluppano di pari passo anche le capacità cognitive» spiega Orazio Giancola, professore associato di Sociologia dei Sistemi Educativi all’Università La Sapienza. «Anzi, spesso condizioni strutturali, come la qualità della scuola, il tipo di indirizzo, il tessuto territoriale, possono ostacolare la traduzione di risorse socio-emotive in apprendimento», continua Giancola. A questo si aggiunge il contesto relazionale quotidiano: le interazioni con i compagni e il clima di classe non sono uno sfondo neutro, ma parte attiva del processo di apprendimento. In altre parole, sarebbe limitante ragionare sul tema nell’ottica del singolo studente, perché il contesto in cui quello studente è collocato ha un suo peso. </p>
<h2 id="proviamo-a-leggere-il-dato">Proviamo a leggere il dato</h2><p>Concentriamoci sul significato di queste rilevazioni. Una prima precisazione da fare è metodologica. Il progetto ENRICH ha usato questionari autosomministrati, che per loro natura possono indurre a risposte influenzate dal bisogno di apparire desiderabili. «Sarebbe interessante integrare i questionari con situazioni pratiche e reali, che permettono di osservare direttamente lo studente», chiarisce Longobardi. Giancola aggiunge un ulteriore elemento: «Dalle propensioni e dalle autovalutazioni che emergono dai questionari è difficile separare il contesto. Può esserci anche un bias culturale che può pesare sulla risposta. Diventa un rumore nella misurazione che dà comunque un tipo di informazione». Un’informazione meno evidente, che non va ad annullare la rilevazione, ma richiede di leggerla con cautela. </p>
<p>Tenendo a mente questo, identificare possibili punti di attenzione dietro questo risultato controintuitivo porta a spunti di riflessioni importanti. Il primo riguarda il contesto territoriale: crescere in ambienti sfidanti e imprevedibili potrebbe favorire comportamenti di resilienza spiegando quei casi di inversa proporzionalità tra background socio-economico e punteggi socio-emotivi. Un’ulteriore chiave interpretativa può trasparire dalla letteratura sul <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/italian-political-science-review-rivista-italiana-di-scienza-politica/article/robert-d-putnam-la-tradizione-civica-nelle-regioni-italiane-con-r-leonardi-e-ry-nanetti-milano-mondadori-1993-pp-279/5177F1C08016B7BFBCC676CF1703CDA6" rel="noopener">tessuto civico</a> nelle regioni italiane: dove le relazioni di fiducia e il senso di comunità sono più radicati, i bambini possono crescere in ambienti che, a prescindere dalle risorse economiche, ispirano senso di responsabilità e comportamenti pro-sociali. Il secondo punto di attenzione è il contesto familiare. «C&rsquo;è una correlazione non neutra tra alcune competenze socio-emotive e il background familiare», spiega Giancola. «Alcune fasce sociali sono più attrezzate di altre.» Nel Sud Italia, dunque, qualcosa a livello territoriale potrebbe compensare un possibile svantaggio familiare. Oppure il confronto tra Nord e Sud nasconde una complessità che i dati aggregati non restituiscono, confrontando popolazioni di studenti con diverse storie familiari, scolastiche, territoriali.</p>
<p>Infine, ragioniamo sulla scala di osservazione. «Il pattern nazionale potrebbe non cogliere quello che succede dentro ciascun territorio, o dentro ciascuna classe» conclude Giancola. <br>
In altre parole, aggregare dati su una scala più ampia può nascondere dinamiche locali.</p>
<h2 id="verso-lazione">Verso l’azione</h2><p>«Bene avere un panorama nazionale», osserva Giancola, «ma è solo un indicatore del lavoro da farsi.» Il lavoro della Commissione Istat ha fornito una <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/16_4_Pratesi_FIN.pdf" rel="noopener">mappa</a> della povertà educativa, che non indica soluzioni pronte o uniformi, ma ci mostra una fotografia del nostro territorio. Insomma, un punto da cui partire. I dati del progetto ENRICH hanno arricchito il quadro con la dimensione socio-emotiva per aprire la strada a interventi strategici calibrati su contesti diversi. Da queste e altre consapevolezze che la ricerca accademica mette in luce, lo scopo ultimo appare quasi scontato. Bisogna che si trasformino in decisioni, interventi, pratiche concrete. Forse il punto importante è proprio questo: capire dove siamo non basta. Quello che conta è agire per intaccare un problema troppo spesso rimasto invisibile, a stagnare, a spese dei futuri e dei diritti dei più giovani.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’economia europea ha un centro di gravità?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/economia-europea-centro-gravita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/economia-europea-centro-gravita/</guid><pubDate>Wed, 27 May 2026 07:56:00 +0100</pubDate><category>economia</category><description>Le guerre non colpiscono tutte allo stesso modo l’economia globale: molto dipende da dove esplodono. Un nuovo studio applica al commercio internazionale un modello ispirato alla fisica, interpretando i mercati europei come un vero e proprio “campo gravitazionale”. Le simulazioni mostrano che i conflitti localizzati nei nodi centrali delle reti produttive e commerciali europee — dal nord Italia al Benelux — possono generare effetti destabilizzanti molto più ampi rispetto a guerre periferiche. E propone quindi un approccio interdisciplinare che aiuta a leggere il legame sempre più stretto tra geopolitica, interdipendenza economica e stabilità del continente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/economia-europea-centro-gravita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/economia-europea-centro-gravita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le guerre e le tensioni geopolitiche non colpiscono tutti i mercati allo stesso modo. Alcuni conflitti producono effetti economici limitati, mentre altri possono destabilizzare intere aree commerciali. Un recente <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/crq.21455" rel="noopener">studio</a> che abbiamo pubblicato su <em>Conflict Resolution Quarterly</em> propone un modello interdisciplinare tra economia e fisica che interpreta i mercati internazionali come «campi gravitazionali». Attraverso simulazioni sulle regioni europee, il nostro lavoro mostra come i conflitti che interessano le aree centrali delle reti economiche europee abbiano effetti molto più intensi sulla stabilità commerciale rispetto ai conflitti periferici.</p>
<h2 id="esiste-una-gravità-economica">Esiste una gravità economica?</h2><p>Quando pensiamo alla gravità immaginiamo pianeti, stelle o galassie. Eppure, da decenni, economisti e studiosi di geografia economica utilizzano il concetto di gravità anche per spiegare il commercio internazionale.</p>
<p>L’idea è intuitiva: le economie più grandi tendono ad attrarre più commercio, investimenti e imprese, proprio come le masse più grandi in fisica esercitano una forza gravitazionale maggiore. Allo stesso tempo, la distanza riduce queste interazioni. Due Paesi vicini commerciano generalmente di più rispetto a due Paesi lontani, non solo per motivi geografici ma anche culturali, logistici e politici.</p>
<p>Questo approccio, noto come «modello gravitazionale del commercio», è stato sviluppato già negli anni cinquanta dall’economista Walter Isard, uno dei fondatori della <em>regional science</em>, disciplina che studia la dimensione spaziale dei fenomeni economici.</p>
<p>Nel nostro studio abbiamo cercato di estendere questa idea, integrandola con il tema dei conflitti geopolitici. La domanda di partenza era semplice: tutte le guerre hanno lo stesso impatto economico sui mercati internazionali?</p>
<p>La risposta, secondo le simulazioni sviluppate nel lavoro, è no.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/economia-europea-centro-gravita-body-1.png.webp" alt="" width="590" height="440" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Dove si concentra la «gravità» economica europea. La mappa mostra le regioni europee maggiormente integrate dal punto di vista economico e commerciale. Le aree in rosso rappresentano il cuore delle reti produttive e degli scambi del continente europeo. Secondo il modello sviluppato nello studio, conflitti localizzati vicino a queste aree centrali possono produrre effetti molto più destabilizzanti sull’intero mercato europeo. Fonte: Capoani L, Tudorache A, Barlese A, <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/crq.21455" rel="noopener">Exploring Economic Conflict Through the Gravitational Field Model of Trade: Markets, Wars, and Instability</a>, <em>Conflict Resolution Quarterly</em> (2025). Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<h2 id="leuropa-come-una-rete-gravitazionale">L’Europa come una rete gravitazionale</h2><p>L’economia europea può essere immaginata come una grande rete interconnessa. Alcune aree hanno un ruolo più centrale di altre perché concentrano una quantità molto elevata di produzione industriale, servizi, infrastrutture e scambi commerciali.</p>
<p>Nel nostro lavoro abbiamo rappresentato queste interazioni attraverso il concetto di «campo gravitazionale economico». In questo schema, ogni regione esercita una forza di attrazione proporzionale alla propria dimensione economica. Più un territorio è economicamente forte e integrato, maggiore sarà la sua capacità di attrarre flussi commerciali e attività produttive.<br>
Quando questi campi si sovrappongono, si formano aree ad alta intensità economica. Nel caso europeo, le simulazioni mostrano una forte concentrazione lungo quella che gli studiosi chiamano «Blue Banana»: un corridoio economico che collega storicamente il nord Italia, la Germania occidentale, il Benelux e parte della Francia e del Regno Unito.</p>
<p>Si tratta dell’area più densamente industrializzata e urbanizzata del continente europeo. Non è un caso che proprio qui si concentrino molti dei principali nodi logistici, finanziari e produttivi dell’Unione Europea.</p>
<p>Da un punto di vista economico, questa zona può essere interpretata come una sorta di «centro di gravità» del mercato europeo.</p>
<h2 id="perché-alcuni-conflitti-destabilizzano-più-di-altri">Perché alcuni conflitti destabilizzano più di altri</h2><p>Il punto centrale dello studio riguarda il ruolo della posizione geografica dei conflitti.</p>
<p>In fisica, una perturbazione vicina al centro di un sistema produce effetti più intensi rispetto a una perturbazione periferica. Applicando questo principio all’economia, abbiamo ipotizzato che un conflitto localizzato nelle aree centrali delle reti commerciali europee possa generare effetti molto più destabilizzanti rispetto a un conflitto distante dai principali poli economici.</p>
<p>Per verificare questa ipotesi abbiamo utilizzato dati economici regionali europei basati sulle regioni NUTS2, la classificazione territoriale utilizzata da Eurostat per analizzare le economie regionali europee. Le simulazioni hanno permesso di osservare come varia il «campo gravitazionale» europeo in presenza di scenari di crisi o conflitto.</p>
<p>I risultati mostrano un elemento interessante: quando il conflitto interessa aree periferiche del sistema economico europeo, gli effetti tendono a essere più contenuti e localizzati. Quando invece le tensioni colpiscono aree centrali e altamente integrate, le conseguenze si propagano molto più rapidamente all’intera rete commerciale.<br>
In altre parole, non conta soltanto l’intensità di una guerra, ma anche la sua posizione all’interno della rete economica.</p>
<h2 id="il-ruolo-delle-reti-commerciali">Il ruolo delle reti commerciali</h2><p>Negli ultimi decenni l’economia mondiale è diventata profondamente interdipendente. Le filiere produttive attraversano più Paesi, i componenti industriali vengono prodotti in regioni diverse e il commercio internazionale dipende da reti logistiche estremamente integrate.</p>
<p>Questo significa che la stabilità economica dipende sempre di più dalla stabilità delle connessioni.</p>
<p>Un blocco in un nodo strategico può produrre effetti a catena molto ampi. Lo abbiamo visto durante la pandemia, con le difficoltà nelle catene globali di approvvigionamento, ma anche con le tensioni geopolitiche recenti nel Mar Rosso e nell’Europa orientale.</p>
<p>Nel caso europeo, il legame economico tra Francia e Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa interdipendenza. Non è soltanto una relazione politica: è anche una struttura economica profondamente integrata, costruita attraverso decenni di cooperazione industriale e commerciale.</p>
<p>Nel nostro studio abbiamo simulato diversi scenari ipotetici di conflitto tra regioni europee. Le simulazioni mostrano che tensioni localizzate nel cuore economico dell’Europa tendono a modificare in modo significativo la struttura del mercato continentale.</p>
<p>Questo non significa che un conflitto periferico sia irrilevante. Tuttavia, la centralità economica di un’area amplifica gli effetti della crisi sull’intero sistema.</p>
<h2 id="cooperazione-economica-e-stabilità">Cooperazione economica e stabilità</h2><p>Uno degli aspetti più interessanti emersi dal lavoro riguarda il rapporto tra integrazione economica e pace.</p>
<p>Già negli anni Novanta molti studiosi sostenevano che il commercio internazionale potesse ridurre la probabilità di conflitti tra Stati economicamente interdipendenti. L’idea era semplice: più due economie sono integrate, più il costo economico di uno scontro aumenta per entrambe le parti.</p>
<p>L’integrazione europea nasce anche da questa intuizione storica. Dopo la Seconda guerra mondiale, la cooperazione economica tra Francia e Germania fu considerata uno strumento fondamentale per ridurre le tensioni e costruire stabilità politica nel continente.</p>
<p>La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1952 rappresentò uno dei primi tentativi concreti di trasformare la cooperazione economica in un meccanismo di prevenzione dei conflitti.</p>
<p>Le nostre simulazioni sembrano confermare questa logica. Maggiore è il livello di integrazione commerciale tra regioni e Paesi, maggiore tende a essere la resilienza del sistema economico complessivo.</p>
<p>In questo senso, il commercio internazionale non è soltanto un fenomeno economico, ma anche un elemento di stabilizzazione geopolitica.</p>
<h2 id="una-lettura-interdisciplinare-dei-conflitti">Una lettura interdisciplinare dei conflitti</h2><p>Naturalmente, un modello economico non può spiegare da solo fenomeni complessi come le guerre. Le cause dei conflitti includono elementi storici, politici, strategici e culturali che non possono essere ridotti a formule matematiche.</p>
<p>Tuttavia, l’approccio interdisciplinare può aiutare a comprendere alcuni meccanismi strutturali che spesso rimangono invisibili.</p>
<p>L’utilizzo di concetti ispirati alla fisica non implica che le società funzionino esattamente come sistemi meccanici. Piuttosto, offre strumenti utili per visualizzare reti economiche molto complesse e capire come shock geopolitici, crisi commerciali e tensioni internazionali possano propagarsi nello spazio economico europeo.</p>
<p>In particolare, il concetto di «campo gravitazionale» consente di rappresentare in modo intuitivo l’interdipendenza tra territori, mostrando come la stabilità di un mercato dipenda non solo dalla forza delle singole economie, ma anche dalla qualità delle loro connessioni.</p>
<h2 id="perché-tutto-questo-riguarda-il-futuro-delleuropa">Perché tutto questo riguarda il futuro dell’Europa</h2><p>Negli ultimi anni l’Europa ha affrontato una successione di shock: pandemia, crisi energetica, guerra in Ucraina, tensioni commerciali globali, problemi nelle catene di approvvigionamento.</p>
<p>Questi eventi hanno mostrato quanto le economie europee siano ormai strettamente collegate tra loro.</p>
<p>Comprendere la struttura spaziale di queste connessioni può diventare sempre più importante per la gestione dei rischi economici e geopolitici. Se alcune aree rappresentano veri e propri nodi centrali del sistema europeo, allora proteggerne la stabilità significa anche proteggere l’equilibrio economico dell’intero continente.</p>
<p>Il nostro studio propone quindi una prospettiva diversa sul rapporto tra economia e conflitti: le guerre non modificano soltanto gli equilibri politici, ma alterano anche la «geografia gravitazionale» dei mercati.</p>
<p>Ed è forse proprio questa la lezione più attuale: in un’economia sempre più interdipendente, stabilità politica e integrazione economica non possono più essere considerate separatamente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’essenzialità dell’inutile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/essenzialita-dell-inutile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/essenzialita-dell-inutile/</guid><pubDate>Mon, 11 May 2026 08:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Roberto Sitia</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Perché il nostro organismo produce miliardi di anticorpi apparentemente inutili? Per prepararsi a minacce che ancora non conosce. Da questa considerazione biologica, Roberto Sitia propone una riflessione sul valore della cultura, della ricerca e del sapere “senza applicazione immediata”. In un’epoca dominata dall’utilità e dal profitto rapido, investire in conoscenza significa costruire le difese del futuro: perché le crisi più decisive sono spesso quelle che non sappiamo ancora immaginare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/essenzialita-dell-inutile-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/essenzialita-dell-inutile-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Stupisce i non addetti ai lavori scoprire che la maggioranza degli anticorpi che produciamo siano diretti contro sostanze non presenti in natura.<br>
«Come è possibile tale spreco? Interrompiamolo immediatamente!», potrebbe pensare un politico alla ricerca di investimenti con un immediato ritorno. Il politico dimentica che l’evoluzione è tutt’altro che sprecona, e seleziona in base a rigorosissime analisi di costo-beneficio. Quindi, produrre migliaia di miliardi di anticorpi diversi - anche se apparentemente inutili - è un investimento che paga.</p>
<p>Tanto più numerose sono le difese immunologiche di un individuo, tanto maggiore è la sua capacità di sopravvivere. Ci vacciniamo contro patogeni che sappiamo rappresentare un pericolo (polio, Cov2, influenza, pneumococco). Ma virus e batteri mutano costantemente, eludendo le difese immunologiche. Per anticipare le loro mosse, il nostro organismo produce un ‘repertorio anticorpale’ il più vasto possibile. Non importa tanto il bersaglio di ciascun anticorpo, quanto la sua capacità di proteggerci dal patogeno, dalla tossina o dal cancro che potrebbe attaccare il nostro organismo.</p>
<p>Ci auguriamo pertanto di non dover utilizzare la maggior parte degli anticorpi che stiamo oggi producendo. Sarebbe però fatale smantellare questa fondamentale assicurazione sanitaria. Guai a trovarsene sprovvisti quando si incontra un patogeno…</p>
<p>Come il nostro organismo, la società in cui viviamo deve saper affrontare le crisi del momento; essa deve al tempo stesso non farsi trovare impreparata alle nuove sfide che ci attendono. Di quale repertorio deve dotarsi una società complessa, in analogia con il repertorio immunologico? Non riesco a vedere ingredienti più importanti di conoscenza e cultura per superare i problemi che ci affliggono e allo stesso tempo prepararsi al futuro.</p>
<p>La cultura (artistica, gastronomica, letteraria, paesaggistica, scientifica o sportiva che sia) è l’insieme dei saperi di una società e ne garantisce il benessere. I singoli contribuiscono con il proprio sapere e col proprio impegno al repertorio di conoscenza della società.</p>
<p>Accusato di aver affermato che «Con la cultura non si mangia», un ministro italiano smentì, correggendosi in «Con la cultura troppi mangiano». Restando in tema alimentare, entrambe le frasi sono difficili da digerire. Chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo sa che la cultura del nostro paese è invidiata in tutto il mondo. Tra l’altro, se il termine di riferimento è l’immediata produzione di sostanze commestibili, neppure con le acciaierie si mangia. E anche sulle acciaierie molti mangiano.</p>
<p>Probabilmente, all’origine di tale accanimento contro cultura e scienza contribuisce il progressivo utilitarismo che caratterizza la nostra epoca. Alle tre I maiuscole che il governo Berlusconi caldeggiava per la nostra scuola (Inglese, Informatica, Impresa) dovremmo aggiungerne almeno altre due, senza naturalmente dimenticare Geografia, Matematica e Storia. La prima I sta per Italiano. Forse quella I era data per implicita, anche se viene il sospetto che un elettorato poco (in)formato sia considerato da molti più facile a convincersi…</p>
<p>La seconda e altrettanto fondamentale I mancante è la I di Inutile (o apparentemente tale). Anche e forse soprattutto nei momenti di crisi, dobbiamo guardare avanti. Ognuno di noi sa che utile non è solo quanto produce un profitto immediato. Dobbiamo investire per il futuro. Le statistiche sono inclementi con il nostro paese. Reddito medio e salari sono cresciuti assai meno che nel resto d’Europa. Questa perdita di competitività deriva in larga misura dagli scarsi investimenti fatti in ricerca e educazione. Il magro 1.3% del PIL investito in ricerca ci pone fanalino di coda tra i paesi industrializzati. E le notizie che vengono dal settore automobilistico ci fanno temere di uscire da questa categoria, se non ci si rimboccano le maniche.</p>
<p>Il futuro è aperto e le sfide più importanti sono quelle che ancora non vediamo. Questa è la lezione degli anticorpi. Non dobbiamo esitare a produrre sapere che ci appare inutile perché non produce un immediato tornaconto. Se solide e ben documentate, le conoscenze prodotte ci offrono la capacità di affrontare problemi che non si sono ancora presentati. Trovarsi del tutto impreparati sarebbe disastroso. Ricordate le difficoltà dei paesi occidentali -incapaci di produrre mascherine - nelle prime fasi della pandemia?</p>
<p>Spesso ho l’onore di tenere la prima lezione del corso di Medicina negli stessi giorni in cui vengono attribuiti i premi Nobel. Faccio notare agli aspiranti dottori che tra i 15 vincitori dei ultimi cinque anni troviamo solo un medico. Tanti fisici, matematici, biologi e perfino un egittologo. In passato, sono stati premiati studi tesi a chiarire le ragioni per cui certi vermi scodinzolano meno di altri o perché un microbo dal buffo nome <em>Pirococco furioso</em> riesce a vivere felicemente nel cratere di un vulcano, a una temperatura con cui un uovo diventerebbe rapidamente sodo.  Non è facile neanche per molti addetti ai lavori comprendere come queste scoperte abbiano rivoluzionato l’oncologia. Eppure… Nel 2022 vinse Svante Päabo, che per studiare la storia dell’antico Egitto riuscì a sequenziare il genoma prima di alcuni faraoni e poi degli uomini di Neanderthal. Risultati che hanno avuto incredibili applicazioni in medicina e biotecnologia, difficilmente prevedibili quando Päabo si dedicò alla paleontologia molecolare.</p>
<p>Oggi ben poche agenzie nel mondo e probabilmente nessuna agenzia italiana finanzierebbero esperimenti di questo tipo: è infatti molto difficile immaginare a priori quali implicazioni possa avere quel che oggi ci appare ’inutile’. Ma è sempre stato così.  Nella prima metà del XIX secolo, Michael Faraday aprì la strada all’uso dell’elettricità. I suoi contributi avrebbero trasformato la vita sul pianeta. Interessato alle scoperte del grande scienziato, il Cancelliere dello Scacchiere della regina Vittoria lo convocò e gli chiese: «Interessante, dottor Faraday, ma a cosa serve tutto questo?». Al che Faraday rispose: «Non lo so, signore, né mi interessa: sicuramente però lei lo tasserà».</p>
<p>Specialmente in un momento di crisi, è importante ottimizzare i nostri investimenti. Naturalmente è essenziale insegnare alle nuove generazioni i fondamenti del sapere e concentrare le risorse sui problemi che richiedono soluzione urgente. Altrettanto essenziale, tuttavia, è garantire sostegno a coloro che - guidati dalla curiosità più che dalla soluzione di un problema – coltivano interessi e sviluppano conoscenze che oggi possono sembrare inutili. Così come il repertorio anticorpale garantisce la nostra salute, il repertorio culturale che costoro contribuiscono a creare è cruciale per la sopravvivenza e lo sviluppo di una società complessa ed esigente come la nostra.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Palantir e il governo dei dati: come gli algoritmi ridefiniscono la realtà</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta/</guid><pubDate>Tue, 05 May 2026 08:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Perin</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>L’azienda statunitense, finita al centro della cronaca per il suo ruolo nelle operazioni dell’ICE e nelle azioni militari statunitensi in Medio Oriente, è nota per sviluppare in modo innovativo tecnologie per l’integrazione, l’analisi e la visualizzazione di grandi quantità di dati. Le sue piattaforme, utilizzate da imprese, governi e apparati di sicurezza, influenzano in modo sempre più decisivo il modo in cui conosciamo e agiamo nella realtà.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel <em>Timeo</em>, Platone si interroga sull’origine dell’Universo. Secondo un <em>modus philosophandi</em> tipico del filosofo ateniese, per spiegare la realtà viene congegnato un mito, verosimile, che ha al suo centro la figura del demiurgo.</p>
<p>Il demiurgo è una sorta di Dio benevolo che prende la materia informe e disordinata (la sostanza) e, ispirandosi alle idee perfette e incorruttibili (la forma), la modella a loro immagine, dando corpo e struttura a un cosmo ordinato.</p>
<p>Nel corso della storia della filosofia, questa è solo la prima occorrenza del rapporto fra forma e sostanza, che in Kant si sposta dal piano della realtà a quello del soggetto, il quale filtra la “materia” della realtà con le “forme” dell’intelletto: “La forma del pensiero, senza materia, è vuota; la materia dell’esperienza, senza forma, è cieca”.</p>
<p>Ma come si connette questo grande tema filosofico a Palantir, l’azienda statunitense leader nell’intelligenza artificiale che fa capo a Peter Thiel e Alex Karp, e che in queste settimane riempie le pagine di cronaca e inchiesta dei giornali di tutto il mondo? La risposta è semplice: Palantir si occupa, attraverso le proprie piattaforme, di dare forma e senso a voluminose, variegate, eterogenee e caotiche quantità di dati, fornendo ai propri clienti sistemi di supporto decisionale.</p>
<p>Che sia per finalità commerciali, come aggiustare periodicamente i prezzi di un prodotto per ottimizzare i guadagni, come consente di fare la piattaforma Foundry.</p>
<p>Che sia per finalità organizzative, come costruire chatbot che possono essere addestrati sui dati interni di un’azienda e supportare i processi decisionali, come fa la Palantir Artificial Intelligence Platform.</p>
<p>Che sia per finalità militari, di sicurezza e sorveglianza, come individuare obiettivi militari con maggiore precisione o rintracciare più facilmente immigrati irregolari da deportare, come rende possibile la piattaforma Gotham.</p>
<p>È anche per queste ragioni che rispettivamente il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e l’ICE sono fra i principali committenti di Palantir. Anche solo soffermandoci sugli eventi più recenti, il <em>Financial Times</em> ha rivelato come il Pentagono abbia integrato estensivamente nelle sue operazioni in Iran il <a href="https://www.ft.com/content/palantir-turns-poisonous-on-the-midterms-campaign-trail" rel="noopener">Maven Smart System di Palantir</a>, una piattaforma che fornisce una dashboard di analisi dati in tempo reale.</p>
<p>Per ragioni come questa, l’azienda è oggi sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica internazionale.</p>
<h2 id="chi-è-palantir-e-perché-tutti-ne-parlano">Chi è Palantir e perché tutti ne parlano?</h2><p>Palantir Technologies nasce nel 2003 nella Silicon Valley. Tra i fondatori vi sono l’imprenditore e investitore Peter Thiel, già cofondatore di PayPal, e l’attuale CEO Alex Karp.</p>
<p>La società prende il suo nome dai <em>palantíri</em>, le “pietre veggenti” del <em>Signore degli Anelli</em>, strumenti magici che permettono di osservare eventi passati e predire quelli futuri, oltre che di comunicare a distanza con altri <em>palantíri</em>.</p>
<p>L’obiettivo è semplice: creare complessi sistemi di aggregazione ed elaborazione dei dati che forniscano informazioni utili a supporto dei processi decisionali.</p>
<p>La strada per realizzarlo è lunga e faticosa: tanto che per quasi dodici anni la società rimane nell’ombra del dibattito pubblico, un nome come tanti che circola fra gli affollati corridoi della Silicon Valley.</p>
<p>Poi, nel 2015, qualcosa cambia: un documento riservato, <a href="https://techcrunch.com/2015/01/11/leaked-palantir-doc-reveals-uses-specific-functions-and-key-clients/" rel="noopener">recapitato al blog <em>TechCrunch</em> e risalente al 2013</a>, rivela l’estesa rete di clienti di Palantir. Tra questi figurano diverse agenzie del governo statunitense, fra cui CIA, FBI e NSA, che la finanziano con centinaia di milioni di dollari. Già nelle fasi iniziali della sua storia, infatti, Palantir aveva ricevuto <a href="https://www.newsbytesapp.com/news/business/palantir-the-heavy-hitter-in-online-security" rel="noopener">un primo investimento di circa 2 milioni di dollari da In-Q-Tel</a>, il fondo di venture capital della CIA; negli anni successivi si sono aggiunti contratti con il Dipartimento della Difesa e altre agenzie federali, dai valori molto più elevati: singole commesse sono arrivate fino a <a href="https://www.cnbc.com/2019/03/27/palantir-in-multi-million-dollar-pentagon-deal-ipo-on-horizon.html" rel="noopener">800 milioni di dollari</a>, contribuendo a portare il totale delle forniture governative a <a href="https://fed-spend.com/blog/palantir-government-contracts-deep-dive" rel="noopener">diversi miliardi complessivi</a>. Accanto a queste istituzioni pubbliche si sono uniti negli anni attori privati attivi nella grande distribuzione, nella finanza e nell’industria (Walmart, Morgan Stanley, British Petroleum, solo per citarne alcuni), <a href="https://www.fool.com/investing/2025/07/18/palantirs-commercial-strategy-is-finally-paying-of" rel="noopener">che stanno contribuendo in modo crescente al fatturato dell’azienda</a>.</p>
<p>Palantir opera in modo trasversale su banche di dati estremamente sensibili dell’amministrazione statunitense: dai dati fiscali dell’IRS a quelli sanitari di enti come HHS, NIH e CDC, fino ai dati dei veterani (VA) e a quelli diplomatici del Dipartimento di Stato. Insomma: un unico soggetto privato che ha a disposizione porzioni così ampie e diverse di dati pubblici (una vera e propria ricca fonte di “materia grezza” per creare conoscenza), e che con i suoi mezzi li aggrega e rende interoperabili, spesso all’interno di <a href="https://www.markey.senate.gov/news/press-releases/markey-joins-wyden-ocasio-cortez-to-demand-answers-from-palantir-about-plans-to-build-irs-mega-database-of-american-citizens" rel="noopener">accordi poco trasparenti</a>.</p>
<p>Attraverso strumenti di ricerca semantica e ontologie computazionali, infatti, i dati vengono organizzati da Palantir non solo come tabelle o campi, ma come entità del mondo reale — persone, aziende, veicoli, eventi — di cui vengono mostrate le relazioni.</p>
<p>Il risultato è una rete di informazioni navigabile, spesso visualizzata sotto forma di grafi dinamici, in cui nodi e collegamenti rappresentano soggetti, luoghi, attività e connessioni tra di essi.</p>
<p>In piattaforme come Gotham o Foundry, l’analista può così esplorare visivamente queste relazioni: seguendo i legami tra più persone coinvolte nella stessa transazione, collegando un veicolo a una serie di spostamenti, individuando i punti di contatto tra eventi apparentemente distinti.</p>
<p>Allo stesso tempo, le piattaforme di Palantir non si limitano a rappresentare i dati, ma li strutturano e li integrano nei processi decisionali.</p>
<p>L’analisi diventa così uno strumento operativo: i sistemi permettono, per esempio, di simulare scenari, valutando come cambierebbero determinate situazioni se alcune variabili venissero modificate; oppure di coordinare interventi tra diversi attori sulla base delle informazioni aggiornate in tempo reale. In questo modo i dati non servono solo a descrivere ciò che è accaduto, ma anche a supportare decisioni e pianificazione operativa.</p>
<p>Per comprendere concretamente questo approccio, si può immaginare un’indagine su una rete criminale, in cui dati fra loro diversissimi vengono progressivamente integrati e messi in relazione per fornire un quadro generale intelligibile (vedi Figura 1).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-body-1.jpg.webp 820w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="820" height="649" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 1. Visualizzazione a grafo nella piattaforma Palantir Gotham: i dati vengono modellati come entità del mondo reale — persone, veicoli, eventi, organizzazioni — e collegati attraverso relazioni esplicite. In un contesto d’investigazione su una rete criminale, il sistema può aggregare simultaneamente registri di immatricolazione, tabulati telefonici, transazioni bancarie, geolocalizzazioni e immagini di videosorveglianza, evidenziando ricorrenze negli spostamenti, contatti indiretti tra individui e pattern di comportamento, fino a rendere visibile la struttura di una rete criminale. Fonte: Palantir Technologies (<a href="https://www.sec.gov/Archives/edgar/data/1321655/000119312520230013/d904406ds1.htm" rel="noopener">materiali di prodotto</a>), Securities and Exchange Commission.</p>
<h2 id="ridefinire-la-realtà">Ridefinire la realtà</h2><p>Quale che sia l’ambito di applicazione, quello che fa Palantir è sostanzialmente ridefinire la realtà.</p>
<p>Nell’opinione pubblica si è fatta strada la metafora di Palantir come di un “Grande Fratello” che sorveglia, controlla e predice. Con questo accostamento letterario si veicola tuttavia più l’idea di un’organizzazione che “osserva la realtà” come un attore passivo e si limita a riportarla a chi di interesse.</p>
<p>La metafora più calzante è forse quella di un Grande Architetto: Palantir non si limita a osservare la realtà, ma la costruisce, la rende intelligibile, “pronta all’uso”, funzionale agli interessi dei clienti.</p>
<h2 id="uno-strumento-per-il-dominio-statunitense">Uno strumento per il dominio statunitense</h2><p>Il sottotitolo di questo paragrafo è una <a href="https://www.internazionale.it/notizie/daniele-grasso/2026/03/31/palantir-investimenti-europei" rel="noopener">citazione di Alex Karp</a>: il quale crede fortemente che con l’aiuto della tecnologia questo dominio si possa realizzare.</p>
<p>Più con la tecnologia che con la democrazia: in modo più esplicito, questa posizione è stata in passato fortemente sostenuta da Thiel, che in passato si è più volte dimostrato ferocemente critico nei confronti della democrazia: celebre è il suo discorso del 2009, in cui venne pronunciata la frase “<a href="https://www.whiskeyleaks.org/democracy-and-freedom-are-incompatible-peter-thiel/" rel="noopener">Democracy and freedom are not compatible</a>”: nella visione di Thiel, la democrazia è vista come un fardello di procedure, burocrazia e gestione del consenso che rallenta quello che potrebbe essere il progresso, più rapido e razionale, della tecnologia.</p>
<p>La cosa emerge in modo sotteso anche in alcuni <a href="https://x.com/PalantirTech/status/2045574398573453312" rel="noopener">dei 22 punti della Repubblica della Tecnologia</a> recentemente pubblicati su X da Palantir stessa: «The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed». Dichiarazioni critiche e ambigue nei confronti della democrazia, e prepotenze in politica estera: elementi che sembrano accomunare i vertici di Palantir al presidente Donald Trump e al suo attuale governo (di cui Thiel, più ancora che Karp, si è <a href="https://www.lastampa.it/speciale/cultura/salone-del-libro/2025/05/17/news/peter_thiel_ombra_trump_chi_e-15150403/" rel="noopener">più volte confermato un convinto sostenitore</a>), che contribuisce per circa il <a href="https://fed-spend.com/blog/palantir-government-contracts-deep-dive" rel="noopener">41% ai ricavi dell’azienda</a>, con il Dipartimento della Difesa tra i maggiori committenti.</p>
<p>In particolare Thiel sembra infatti collaborare con Trump non solo “sul campo”, offrendo mezzi e supporti tecnologici, ma anche su un piano ideale: entrambi sono convinti sostenitori della supremazia statunitense nel mondo e del primato dei valori occidentali; entrambi ritengono legittimo imporli anche con la forza; entrambi giustificano il ricorso a misure antidemocratiche per fini superiori.</p>
<p>L’orizzonte ideologico che realtà come Palantir profilano è un mondo dove una tecnologia, presentata come politicamente neutra — un mero sistema di elaborazione di informazioni funzionali a una decisione — è in realtà profondamente politica, in quanto messa al servizio di finalità profondamente politiche.</p>
<p>E ciò si palesa laddove questi sistemi di elaborazione dei dati non servono solo a identificare trend di mercato, a ottimizzare la logistica dei trasporti e a gestire le giacenze di un magazzino, ma anche a identificare obiettivi militari, profilare individui potenzialmente pericolosi, sorvegliare grandi gruppi di persone.</p>
<p>Proprio la nutrita intersezione di questi vari ambiti (militare, civile, commerciale, finanziario), che cadono tutti sotto la lente di questa grande macchina di rielaborazione della realtà, rende possibile parlare di una crescente algocrazia.</p>
<p>Il termine algocrazia, coniato dal sociologo statunitense Aneesh Aneesh nel relativamente lontano 2006 (A. Aneesh, <em>Virtual Migration: The Programming of Globalization</em>, Duke University Press 2006), si riferisce all’affidamento dei processi decisionali agli algoritmi, che vedono connessioni, disegnano scenari e profilano orizzonti che gli esseri umani non vedono; spingendosi sempre di più al di là della funzione di mero supporto.</p>
<p>Il fatto che un tale termine risalga al 2006 ci racconta di un’infrastruttura che non è un mero epifenomeno dell’epoca trumpiana, ma un elemento strutturale della politica americana da molti anni a questa parte, Democratici e Repubblicani.</p>
<div id="palantir-chart-container" style="font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;max-width:920px;margin:2rem auto;padding:1.5rem 1.25rem;background:#fafaf7;border:1px solid #d8d4c8;color:#1a1a1a;">
<div style="margin-bottom:1rem;border-bottom:1px solid #d8d4c8;padding-bottom:0.75rem;">
<p style="margin:0;font-size:0.7rem;letter-spacing:0.18em;text-transform:uppercase;color:#6b6558;font-weight:bold;">Contratti federali · Stati Uniti</p>
<h3 style="margin:0.35rem 0 0.4rem 0;font-size:1.5rem;font-weight:bold;line-height:1.25;color:#1a1a1a;letter-spacing:-0.01em;">Palantir e il governo federale americano</h3>
<p id="palantir-subtitle" style="margin:0;font-size:0.85rem;color:#4a4538;font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;">Importo totale dei contratti per agenzia (in milioni di dollari) e numero di commesse</p>
</div>
<div aria-label="Vista del grafico" role="tablist" style="display:flex;gap:0;margin-bottom:1rem;border-bottom:2px solid #1a1a1a;"><button aria-controls="palantir-chart" aria-selected="true" id="palantir-tab-agency" role="tab" style="font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;font-size:0.8rem;padding:0.5rem 1rem;border:none;background:#1a1a1a;color:#fafaf7;cursor:pointer;border-radius:0;font-weight:bold;letter-spacing:0.03em;" type="button">Per agenzia</button><button aria-controls="palantir-chart" aria-selected="false" id="palantir-tab-year" role="tab" style="font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;font-size:0.8rem;padding:0.5rem 1rem;border:none;background:transparent;color:#1a1a1a;cursor:pointer;border-radius:0;letter-spacing:0.03em;" type="button">Per anno</button></div>
<div style="display:flex;gap:1.25rem;margin-bottom:1rem;font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;font-size:0.78rem;align-items:center;flex-wrap:wrap;">
<div style="display:flex;align-items:center;gap:0.4rem;">Importo (M$)</div>
<div style="display:flex;align-items:center;gap:0.4rem;">N. contratti</div>
</div>
<div id="palantir-chart-wrap" style="position:relative;height:620px;"><canvas id="palantir-chart" role="img"></canvas></div>
<p id="palantir-source" style="margin:1rem 0 0 0;padding-top:0.75rem;border-top:1px solid #d8d4c8;font-size:0.72rem;color:#6b6558;font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;line-height:1.5;">Fonte: <a href="https://sam.gov/" style="color:#6b6558;text-decoration:underline;">sam.gov</a>. Totale complessivo: 4,17 miliardi di dollari su 398 contratti, di cui circa il 59% concentrato nel Department of Defense.</p>
</div>
<script src="https://www.scienzainrete.it/vendor/chart-4.4.1.umd.min.js"></script>
<script>
(function(){
  function init(){
    if(typeof Chart === 'undefined'){ setTimeout(init, 100); return; }
    var canvas = document.getElementById('palantir-chart');
    if(!canvas) return;

    var byAgency = [
      {name:'Department of Defense', amount:2469.55, contracts:167},
      {name:'Department of Health and Human Services', amount:405.37, contracts:88},
      {name:'Department of Homeland Security', amount:325.26, contracts:16},
      {name:'Department of Justice', amount:213.01, contracts:56},
      {name:'Department of the Treasury', amount:184.88, contracts:27},
      {name:'Department of Veterans Affairs', amount:123.57, contracts:2},
      {name:'Department of Agriculture', amount:115.21, contracts:6},
      {name:'Department of State', amount:108.50, contracts:12},
      {name:'Department of Energy', amount:95.08, contracts:2},
      {name:'Department of Transportation', amount:58.40, contracts:6},
      {name:'Securities and Exchange Commission', amount:50.35, contracts:2},
      {name:'U.S. Int. Development Finance Corp.', amount:7.89, contracts:1},
      {name:'Department of Commerce', amount:4.48, contracts:2},
      {name:'NASA', amount:2.05, contracts:1},
      {name:'Department of the Interior', amount:1.85, contracts:3},
      {name:'General Services Administration', amount:1.30, contracts:5},
      {name:'Department of Housing and Urban Dev.', amount:0.40, contracts:1},
      {name:'Department of Labor', amount:0.08, contracts:1}
    ];

    var byYear = [
      {year:2008, amount:0.14, contracts:1},
      {year:2009, amount:6.08, contracts:5},
      {year:2010, amount:20.30, contracts:8},
      {year:2011, amount:13.78, contracts:16},
      {year:2012, amount:32.60, contracts:16},
      {year:2013, amount:61.40, contracts:25},
      {year:2014, amount:160.84, contracts:24},
      {year:2015, amount:139.20, contracts:13},
      {year:2016, amount:296.03, contracts:8},
      {year:2017, amount:83.71, contracts:16},
      {year:2018, amount:68.33, contracts:15},
      {year:2019, amount:115.40, contracts:12},
      {year:2020, amount:290.27, contracts:29},
      {year:2021, amount:465.15, contracts:14},
      {year:2022, amount:360.68, contracts:28},
      {year:2023, amount:367.55, contracts:33},
      {year:2024, amount:780.78, contracts:49},
      {year:2025, amount:781.04, contracts:76},
      {year:2026, amount:123.95, contracts:10}
    ];

    var fmt = function(v){
      if(v >= 1000) return (v/1000).toFixed(2) + ' Mld $';
      if(v >= 10) return v.toFixed(1) + ' M$';
      if(v >= 1) return v.toFixed(2) + ' M$';
      return (v*1000).toFixed(0) + ' k$';
    };

    var subtitle = document.getElementById('palantir-subtitle');
    var source = document.getElementById('palantir-source');
    var wrap = document.getElementById('palantir-chart-wrap');
    var chart = null;

    function buildAgency(){
      wrap.style.height = '620px';
      canvas.setAttribute('aria-label', "Grafico a barre orizzontali che mostra l'importo totale dei contratti tra Palantir e diciotto agenzie federali statunitensi. Il Department of Defense domina con 2.469,55 milioni di dollari distribuiti su 167 contratti, seguito a grande distanza dal Department of Health and Human Services con 405,37 milioni su 88 contratti, e dal Department of Homeland Security con 325,26 milioni su 16 contratti.");
      subtitle.textContent = 'Importo totale dei contratti per agenzia (in milioni di dollari) e numero di commesse';
      source.innerHTML = 'Fonte: <a href="https://sam.gov/" style="color:#6b6558;text-decoration:underline;">sam.gov</a>. Totale complessivo: 4,17 miliardi di dollari su 398 contratti, di cui circa il 59% concentrato nel Department of Defense.';

      var maxContracts = Math.max.apply(null, byAgency.map(function(d){ return d.contracts; }));

      return {
        type: 'bar',
        data: {
          labels: byAgency.map(function(d){ return d.name; }),
          datasets: [
            {
              label: 'Importo (M$)',
              data: byAgency.map(function(d){ return d.amount; }),
              backgroundColor: '#0072b2',
              borderColor: '#005a8e',
              borderWidth: 1,
              xAxisID: 'x',
              order: 2
            },
            {
              label: 'N. contratti',
              type: 'line',
              data: byAgency.map(function(d){ return d.contracts; }),
              backgroundColor: '#fafaf7',
              borderColor: '#d55e00',
              borderWidth: 0,
              pointBackgroundColor: '#fafaf7',
              pointBorderColor: '#d55e00',
              pointBorderWidth: 2.5,
              pointRadius: 6,
              pointHoverRadius: 8,
              showLine: false,
              xAxisID: 'x2',
              order: 1
            }
          ]
        },
        options: {
          indexAxis: 'y',
          responsive: true,
          maintainAspectRatio: false,
          interaction: { mode: 'index', intersect: false },
          plugins: {
            legend: { display: false },
            tooltip: {
              backgroundColor: '#1a1a1a', titleColor: '#fafaf7', bodyColor: '#fafaf7',
              titleFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 13, weight: 'bold' },
              bodyFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12 },
              padding: 10, cornerRadius: 2, displayColors: false,
              callbacks: {
                title: function(items){ return items[0].label; },
                label: function(ctx){
                  if(ctx.datasetIndex === 0) return 'Importo: ' + fmt(ctx.parsed.x);
                  var n = ctx.parsed.x;
                  return 'Contratti: ' + n + (n === 1 ? ' commessa' : ' commesse');
                }
              }
            }
          },
          scales: {
            x: {
              type: 'linear', position: 'bottom', min: 0,
              title: { display: true, text: 'Importo in milioni di dollari', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12, weight: 'bold' }, color: '#1a1a1a' },
              grid: { color: '#d8d4c8' },
              ticks: { color: '#1a1a1a', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 11 }, callback: function(v){ return fmt(v); } }
            },
            x2: {
              type: 'linear', position: 'top', min: 0, max: Math.ceil(maxContracts / 20) * 20,
              title: { display: true, text: 'Numero di contratti (marker arancioni)', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 10, style: 'italic' }, color: '#a04500' },
              grid: { display: false },
              ticks: { color: '#a04500', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 9 } }
            },
            y: {
              grid: { display: false },
              ticks: { color: '#1a1a1a', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 11 }, autoSkip: false }
            }
          }
        }
      };
    }

    function buildYear(){
      wrap.style.height = '480px';
      canvas.setAttribute('aria-label', "Grafico a barre verticali che mostra l'importo dei contratti tra Palantir e il governo federale statunitense per anno di inizio, dal 2008 al 2026. La traiettoria mostra una crescita modesta fino al 2019, una prima accelerazione tra 2020 e 2023, e un'esplosione nel 2024 e 2025 con valori vicini a 780 milioni di dollari. Il dato 2026 è parziale e copre solo i primi mesi dell'anno.");
      subtitle.textContent = 'Importo dei contratti per anno di inizio (in milioni di dollari) e numero di commesse';
      source.innerHTML = 'Fonte: <a href="https://sam.gov/" style="color:#6b6558;text-decoration:underline;">sam.gov</a>. Anno indicato come anno di inizio del contratto. Il dato 2026 si riferisce ai primi mesi dell&rsquo;anno e va letto come parziale. Totale complessivo: 4,17 miliardi di dollari su 398 contratti.';

      var maxContracts = Math.max.apply(null, byYear.map(function(d){ return d.contracts; }));

      return {
        type: 'bar',
        data: {
          labels: byYear.map(function(d){ return d.year === 2026 ? '2026*' : String(d.year); }),
          datasets: [
            {
              label: 'Importo (M$)',
              data: byYear.map(function(d){ return d.amount; }),
              backgroundColor: byYear.map(function(d){ return d.year === 2026 ? '#7faec9' : '#0072b2'; }),
              borderColor: byYear.map(function(d){ return d.year === 2026 ? '#5c93b3' : '#005a8e'; }),
              borderWidth: 1,
              yAxisID: 'y',
              order: 2
            },
            {
              label: 'N. contratti', type: 'line',
              data: byYear.map(function(d){ return d.contracts; }),
              backgroundColor: '#fafaf7', borderColor: '#d55e00', borderWidth: 0,
              pointBackgroundColor: '#fafaf7', pointBorderColor: '#d55e00',
              pointBorderWidth: 2.5, pointRadius: 6, pointHoverRadius: 8,
              showLine: false, yAxisID: 'y2', order: 1
            }
          ]
        },
        options: {
          responsive: true, maintainAspectRatio: false,
          interaction: { mode: 'index', intersect: false },
          plugins: {
            legend: { display: false },
            tooltip: {
              backgroundColor: '#1a1a1a', titleColor: '#fafaf7', bodyColor: '#fafaf7',
              titleFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 13, weight: 'bold' },
              bodyFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12 },
              padding: 10, cornerRadius: 2, displayColors: false,
              callbacks: {
                title: function(items){
                  var label = items[0].label;
                  if(label.indexOf('*') !== -1){ return label.replace('*','') + ' (parziale)'; }
                  return label;
                },
                label: function(ctx){
                  if(ctx.datasetIndex === 0) return 'Importo: ' + fmt(ctx.parsed.y);
                  var n = ctx.parsed.y;
                  return 'Contratti: ' + n + (n === 1 ? ' commessa' : ' commesse');
                }
              }
            }
          },
          scales: {
            x: {
              grid: { display: false },
              ticks: { color: '#1a1a1a', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 11 }, autoSkip: false, maxRotation: 0, minRotation: 0 }
            },
            y: {
              type: 'linear', position: 'left', min: 0,
              title: { display: true, text: 'Importo in milioni di dollari', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12, weight: 'bold' }, color: '#1a1a1a' },
              grid: { color: '#d8d4c8' },
              ticks: { color: '#1a1a1a', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 11 }, callback: function(v){ return fmt(v); } }
            },
            y2: {
              type: 'linear', position: 'right', min: 0, max: Math.ceil(maxContracts / 10) * 10,
              title: { display: true, text: 'Numero di contratti (marker arancioni)', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 10, style: 'italic' }, color: '#a04500' },
              grid: { display: false },
              ticks: { color: '#a04500', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 9 } }
            }
          }
        }
      };
    }

    function render(view){
      if(chart){ chart.destroy(); chart = null; }
      var cfg = (view === 'year') ? buildYear() : buildAgency();
      chart = new Chart(canvas, cfg);
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<p>In Europa, tuttavia, l’adozione di sistemi analoghi ha incontrato, nel corso del tempo, limiti giuridici più stringenti. Nel 2023 la Corte costituzionale federale tedesca <a href="https://algorithmwatch.org/en/algorithmic-policing-explained/" rel="noopener">ha giudicato incostituzionale</a> l’uso di sistemi di analisi predittiva dei dati di Palantir da parte della polizia in Assia e Amburgo, richiamando il principio di autodeterminazione informativa e i vincoli posti dal GDPR. Segno che approcci più cauti si possono prendere.</p>
<p>Immanuel Kant, nella <em>Critica della ragion pura</em>, sostiene che noi non vediamo mai la realtà per com’è in sé, ma sempre filtrata dalle categorie dell’intelletto: delle specie di “occhiali” che condizionano il modo in cui vediamo le cose e che rappresentano l’unica finestra da cui ci è possibile guardare il mondo.</p>
<p>Che queste siano solo fantasiose elucubrazioni di un grande intellettuale del Settecento, o intuizioni filosofiche precorritrici dei moderni sviluppi delle neuroscienze della percezione, non è questa la sede per chiarirlo.</p>
<p>Resta però il fatto che la riflessione kantiana è molto utile per capire il modo in cui gli algoritmi operano non solo sulla nostra percezione della realtà, ma anche sul nostro modo di agire su di essa e in essa.</p>
<p>Tuttavia, c’è un’importante differenza da tenere a mente: in Kant queste “categorie dell’intelletto” sono innate e universali, condivise da tutti gli esseri umani. Gli algoritmi, invece, non sono neutri: sono disegnati da persone che hanno le loro visioni politiche, i loro interessi, le loro concezioni. E chi decide di usarli e farli usare è anch’esso un essere umano.</p>
<p>Insomma, non sono occhiali universali. Sono prodotti da specifiche ottiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sanità: l'idea di riforma che fa tutti scontenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-riforma-scontenta-tutti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-riforma-scontenta-tutti/</guid><pubDate>Mon, 20 Apr 2026 07:53:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>La versione aggiornata del disegno di legge delega sulla riorganizzazione del SSN incassa la bocciatura delle Regioni, che chiedono di interrompere l&amp;amp;rsquo;iter.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sanita-riforma-scontenta-tutti.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sanita-riforma-scontenta-tutti.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>All&rsquo;inizio di quest&rsquo;anno ha cominciato a circolare un progetto di riforma della sanità proposto dal ministro Schillaci e fatto proprio dal Governo. A distanza di qualche mese, tre per la precisione, le Regioni <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/riforma-ssn-le-regioni-frenano-violato-il-principio-di-leale-collaborazione-e-mancano-le-risorse-economiche-chiesta-la-sospensione-dell-iter/" rel="noopener">hanno rispedito al mittente la proposta</a>, che del resto a fine gennaio avevo già commentato a caldo molto negativamente qui su <em>Scienza in rete</em> definendola una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale/">riforma spezzatino</a>.</p>
<p>Si trattava, e si tratta, di un disegno di legge delega con cui il Governo affida a se stesso, previa approvazione da parte del Parlamento, il compito di emanare entro fine 2026 dei provvedimenti legislativi (decreti) sul tema della &ldquo;Riorganizzazione e potenziamento dell&rsquo;assistenza territoriale e ospedaliera e revisione del modello organizzativo del servizio sanitario nazionale&rdquo;. Insomma, non una vera e propria riforma dell&rsquo;intero sistema, ma qualcosa che ci va molto vicino.</p>
<p>Il perimetro di questo ddl lascia fuori per esempio le regole generali di sistema sul rapporto tra livello centrale e livello regionale e sul ruolo dei fondi integrativi e delle assicurazioni, temi emergenti che attengono a quella che chiamiamo per semplicità privatizzazione della sanità pubblica.</p>
<h2 id="temi-non-da-poco">Temi non da poco</h2><p>Sin dalla lettura della prima versione della proposta di ddl, che non era accompagnata da alcuna relazione illustrativa, commentavo alcuni grossi limiti del disegno, resi evidenti dalla complessità del tema trattato e cioè la revisione del modello organizzativo del SSN. Prima di ricordarli, di rileggerli e di parlare di quella che è stata poi nei mesi successivi la storia del ddl, bisogna ricostruire il contesto in cui un ddl sul riordino organizzativo del SSN doveva e deve intervenire.</p>
<p>Consideriamo alcune fondamentali questioni di fondo della sanità pubblica italiana: il riequilibrio tra ospedale e territorio (quest&rsquo;ultimo nelle sue due componenti e cioè l&rsquo;assistenza distrettuale, la prevenzione e la promozione della salute), la ridefinizione del gioco dei ruoli tra componente pubblica e componente privata &ldquo;convenzionata&rdquo;, il riequilibrio tra Nord e Sud e le possibili innovazioni relative all&rsquo; organizzazione dell&rsquo;assistenza ai vari livelli (per esempio attraverso la digitalizzazione e l&rsquo;evoluzione dei vari ruoli professionali, a partire da quello dell&rsquo;infermiere). In ognuna di queste quattro aree il SSN accusa forti ritardi, sullo sfondo di una grossa variabilità tra Regioni.</p>
<p>Sul rapporto tra ospedale e territorio pesano ancora i gravi ritardi nella applicazione delle indicazioni del Decreto Ministeriale 70 del 2015 che doveva portare alla razionalizzazione della rete ospedaliera e quindi a una maggiore disponibilità di risorse per i servizi territoriali. L&rsquo;approvazione nel 2021 della Mission 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e del Decreto Ministeriale 77 del 2022 doveva portare investimenti e innovazione nella assistenza territoriale, ma, a dispetto del titolo del ddl, non si può potenziare contemporaneamente ospedale e territorio, specie a risorse invariate.</p>
<p>E così gli investimenti (a parte quelli strutturali legati al PNRR) e le innovazioni a livello territoriale rimangono spesso sulla carta, proprio perché le risorse, a partire da quelle umane, sono altrove. Basti guardare per esempio ai dati <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/03/report_nazionale_dm77_ii_semestre_2025_-_200326.pdf" rel="noopener">sul ritardo</a> nell&rsquo;attivazione delle Case della comunità e degli ospedali di Comunità, cui corrispondono analoghi ritardi e difficoltà nell&rsquo;introduzione degli infermieri di famiglia e di comunità (ritardo legato anche alle carenza generale di infermieri) e nello sviluppo dei <a href="https://panoramadellasanita.it/site/cosa-e-cambiato-e-cosa-manca-ancora/" rel="noopener">sistemi regionali di telemedicina</a>.</p>
<p>Analoghi ritardi si registrano nelle altre tre aree che ho indicato:</p>
<ul>
<li>
<p>la ridefinizione dei ruoli tra componente pubblica e componente privata convenzionata dove quasi tutti i bisogni assistenziali acuti di natura complessa e urgente sono a carico del servizio pubblico, mentre al privato sono consentite aree protette di attività programmata e selezionata, che favoriscono tra l&rsquo;altro la fuga dei professionisti dalle strutture pubbliche a quelle private</p>
</li>
<li>
<p>lo squilibrio nell&rsquo;offerta di servizi tra Nord e Sud, legato a una cronica carenza di proposte in grado di spostare servizi e risorse (basti pensare che la mobilità il Sud ogni anno la paga quasi tutta in anticipo al Nord sulla base dei dati storici)</p>
</li>
<li>
<p>le innovazioni organizzative legate ad esempio alla digitalizzazione (vedi i ritardi clamorosi di alcune Regioni nella messa a regime del <a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/03/fascicolo-sanitario-elettronico-cosa-cambia-da-oggi-per-medici-e-pazienti-8fb41024-a405-4a53-b44c-86d040d2f866.html" rel="noopener">fascicolo sanitario</a> elettronico) e alla innovazione nei ruoli professionali (si pensi alla difficoltà di introdurre la figura dell&rsquo;assistente infermiere e alla difficoltà di valorizzare autonomia e responsabilità degli infermieri nel sistema di soccorso territoriale).</p>
</li>
</ul>
<h2 id="superospedali-una-cattiva-idea">Superospedali: una cattiva idea</h2><p>A fronte di queste criticità, rese ancor più pressanti da un contesto di sottofinanziamento del SSN, il ddl appariva fortemente sbilanciato a sostenere la centralità della assistenza ospedaliera, cui si dedicava gran parte del testo e cui si dedicavano le sole indicazioni veramente specifiche, oltre che le uniche finanziate.</p>
<p>In particolare si proponeva l&rsquo;istituzione degli ospedali di terzo livello, riconoscibili in base alla loro attività di ricerca e assistenza a valenza nazionale e internazionale. Ospedali di cui si lasciava intendere che il loro governo come il loro finanziamento (simbolicamente fissato a 30 milioni di euro per il 2026) avrebbero potuto essere gestiti a livello centrale e per la cui identificazione si rimandava ai criteri di riconoscimento delle Aziende Ospedaliero-Universitarie e degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) pubblici e privati.</p>
<p>Di questa specie di super ospedali pure <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/progetto-ministeriale-super-ospedali-non-sembra-grande-idea/">avevo parlato</a> in tempi non sospetti qui su Scienza in rete identificandone tutti i limiti (vorrà dire che le mie scarse capacità divinatorie me le gioco tutte in queste pagine) a partire dal fatto che non risolvono i problemi delle diseguaglianze nella offerta delle alte specialità essendo tutti concentrati nel Centro-Nord e che non risolvono i gravi problemi della mancata applicazione del DM 70, di cui ho parlato.</p>
<p>Allo stesso tempo il testo del ddl prevedeva il riconoscimento degli ospedali elettivi, ospedali per acuti senza Pronto Soccorso di cui veniva poco e male chiarita la natura e il ruolo. Ma siccome questi ospedali già esistono, e sono per lo più case di cura private, c&rsquo;è il rischio che il ddl anziché riequilibrare il rapporto tra ospedalità pubblica e privata consolidi la natura protetta di quest&rsquo;ultima.</p>
<p>Su tutto il resto il ddl era discorsivo sulla parte territoriale, scritta sì con tutte le parole chiave giuste (integrazione socio-sanitaria, potenziamento dei servizi di salute mentale, investimento sulle cure palliative, valorizzazione del ruolo del medico di medicina generale, ecc.), ma senza alcuna specifica indicazione e senza alcun finanziamento. Da ultimo, prevenzione e promozione della salute non erano nemmeno nominate.</p>
<h2 id="meglio-sospendere">Meglio sospendere</h2><p>Dal tempo del mio primo intervento sono successe alcune cose. In primo luogo è uscita sul sito del Senato (che continuamente aggiorna la documentazione) la nuova versione, praticamente identica, del testo del ddl, questa volta assieme alla relazione illustrativa, che in realtà non offre alcun riferimento utile per inquadrare il razionale del ddl e si limita a chiarire (forse) alcuni punti.</p>
<p>Ma soprattutto è successo che ogni giorno si è andato allungando l&rsquo;elenco delle posizioni critiche, tra cui, come abbiamo visto, quella particolarmente pesante della <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/04/prot.-13.04.2026.0373571.e_all_n_2_all2.pdf" rel="noopener">Commissione salute delle Regioni</a>. Nel documento della Commissione si formulano tante osservazioni critiche a partire da alcune di carattere generale: il mancato coinvolgimento delle Regioni, la non comprensibilità di diversi passaggi e soprattutto la pretesa che il potenziamento della assistenza territoriale e della assistenza ospedaliera possa essere perseguito dentro la formula della &ldquo;neutralità finanziaria&rdquo; ovvero in assenza di finanziamenti dedicati.</p>
<p>Ma è la frase finale del documento che meglio sintetizza la posizione delle Regioni: «In conclusione, si auspica che possa esserci una interlocuzione diretta sugli obiettivi della riforma con l&rsquo;intento di trovare delle linee di miglioramento nel provvedimento di cui trattasi, cogliendone le criticità o producendo un documento davvero utile per il miglioramento del sistema complessivo nella materia della &ldquo;salute&rdquo; e, pertanto, che la base dei criteri direttivi sia davvero adeguata agli obiettivi condivisi che si intendono realizzare. Per tutto quanto sopra riportato si chiede di procedere alla sospensione dell&rsquo;iter procedurale in corso».</p>
<p>In sintesi, a me pare che questo ddl sia un tentativo di fine legislatura di dare nobiltà all&rsquo;azione di gestione della sanità dell&rsquo;attuale Governo e dell&rsquo;attuale ministro, che avevano ereditato nel 2022 sia il PNRR che il Decreto Ministeriale 77 e quindi tutta l&rsquo;impostazione della nuova assistenza territoriale. La sensazione è che questo tentativo possa finire allo stesso modo del recente Referendum sulla giustizia: rendere finalmente evidente l&rsquo;inadeguatezza di scelte su temi delicati mirate più al consenso (del tipo: ce la stiamo mettendo tutta per affrontare i problemi del Paese) che ad affrontare davvero quei problemi.</p>
<h2 id="troppi-tavoli">Troppi tavoli</h2><p>Mentre, come si diceva una volta, stavamo per andare in stampa il ministero della Salute, in risposta alla posizione delle Regioni, ha annunciato di aver già costituito e formalizzato un <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/riforma-ssn-il-ministero-replica-alle-regioni-istituito-il-tavolo-tecnico-sulla-delega-per-la-riorganizzazione-ospedali-e-territorio/" rel="noopener">tavolo tecnico</a> incaricato di definire gli schemi dei futuri decreti attuativi.</p>
<p>Conviene ricordare due cose. La prima: il tavolo è formato per la maggioranza dei componenti (sette su otto) da rappresentanti di quegli organi (ministero della Salute, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e Istituto superiore di sanità) che avrebbero già dovuto predisporre gli schemi su cui si lavorerà. La seconda: già nel luglio 2023 il ministero aveva istituito un <a href="https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/il-tavolo-per-la-revisione-del-dm-e-dm-ha-compiuto-un-anno-e-nessuno-gli-fa-gli-auguri/" rel="noopener">analogo tavolo</a> che era arrivato a contare 76 componenti senza poi produrre nulla.</p>
<p>Credo che con questo escamotage del tavolo tecnico si sfiori inconsapevolmente il ridicolo e si costringa a recuperare la quinta legge di Parkinson (la si può trovare <a href="https://noemalab.eu/org/sections/stuff/download/murphy.pdf" rel="noopener">qui</a>): se c&rsquo;è una maniera di rimandare una decisione importante, la buona burocrazia, pubblica o privata, la troverà. E poi ci scommetto: il numero dei componenti del tavolo aumenterà.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Farmaci sotto pressione: la crisi parte dallo Stretto di Hormuz</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz/</guid><pubDate>Thu, 16 Apr 2026 16:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>economia</category><description>Principi attivi sintetizzati in Asia, elio (necessario per le risonanze magnetiche) importato dal Qatar, rotte bloccate nello Stretto di Hormuz: la crisi in Medio Oriente mostra quanto la filiera produttiva europea dei farmaci dipenda strutturalmente, e su più livelli, dai combustibili fossili e si regga su equilibri geografici fragili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Di solito, non ci chiediamo da dove vengano i farmaci. Quando ingeriamo con un sorso d&rsquo;acqua una pillola di antibiotico, come l’amoxicillina, non viene immediato chiederci come quella capsula sia arrivata a casa nostra. La prendiamo per curare una cistite o un mal di gola di origini batteriche, spesso senza pensare che, prima ancora di essere nel suo blister e spedita sugli scaffali delle farmacie, ha già affrontato un processo fatto di viaggi lunghi e numerosi intermediari.</p>
<p>Pensiamoci adesso: per produrre un farmaco, occorre prima sintetizzare il suo principio attivo, l’API (<em>Active Pharmaceutical Ingredient</em>). Per l’amoxicillina, l’API si basa sul 6-APA (acido 6-aminopenicillanico), e per ottenerlo servono composti organici derivati dalla nafta e solventi di processo (metanolo, acetone o diclorometano) derivati dal gas naturale. Questi stessi solventi tornano indispensabili nelle fasi successive di estrazione e cristallizzazione del principio attivo, e anche il blister che accoglie le pillole è realizzato con il polietilene, anch’esso derivato della nafta.</p>
<p>È impossibile non notare quanto l’attuale filiera produttiva del farmaco dipenda strutturalmente, e su più livelli, dai combustibili fossili.</p>
<p>Ulteriori complicazioni arrivano dalla geografia. Il <em>Quotidiano della Sanità</em>, <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/farmaci-ecco-come-la-guerra-in-medio-oriente-potrebbe-trasformarsi-da-una-crisi-di-approvvigionamento-in-una-emergenza-globale/" rel="noopener">specifica</a> che «l’India rappresenta il 20 del cento della produzione mondiale di farmaci generici e importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, il 74 per cento dei quali dalla Cina».</p>
<p>L’Europa, con la sua <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=celex:52025PC0102" rel="noopener">proposta</a> di regolamento del <em>Critical Medicines Act</em> presentata a marzo 2025, mostra che quasi il 70 per cento dei farmaci dispensati nella regione è costituito da generici, e che la produzione dei loro ingredienti si è nel tempo spostata fuori dall’Unione. Secondo un’<a href="https://www.eesc.europa.eu/en/our-work/opinions-information-reports/opinions/securing-europes-medicine-supply-envisioning-critical-medicines-act" rel="noopener">analisi</a> del Comitato economico e sociale europeo, fino all’80 per cento degli API usati in Europa e circa il 40 per cento dei medicinali finiti venduti provengono da Cina o India. Oltre i farmaci generici - paracetamolo, antibiotici e alcuni antidiabetici come la metformina -, a essere interessati sono anche farmaci oncologici e biologici, a cui si aggiunge poi una <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/la-guerra-in-medio-oriente-ferma-un-terzo-della-produzione-mondiale-di-elio-ecco-come-le-risonanze-magnetiche-rischiano-di-spegnersi/" rel="noopener">vulnerabilità</a> meno visibile: circa un terzo della produzione mondiale di elio, indispensabile per eseguire risonanze magnetiche e produrre semiconduttori, proviene dagli impianti del Qatar.</p>
<p>Tutte queste evidenze convergono verso un unico punto: lo Stretto di Hormuz e, con una visione più ampia, l’incertezza globale del conflitto in Medio Oriente. Attraverso questo snodo passano le rotte su cui si appoggiano le spedizioni di materie prime, principi attivi e una quota parte di elio dall’Asia al resto del mondo. Comprendere le potenziali criticità derivanti da un’estensione prolungata del conflitto serve a sottolineare che il problema dello Stretto di Hormuz non è solo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi/">energetico</a>.</p>
<h2 id="questione-di-tempo-cali-e-punti-critici">Questione di tempo: cali e punti critici</h2><p>Il <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/farmaci-ecco-come-la-guerra-in-medio-oriente-potrebbe-trasformarsi-da-una-crisi-di-approvvigionamento-in-una-emergenza-globale/" rel="noopener">problema attuale</a> non riguarda scorte e magazzini; a sei settimane dall’inizio del conflitto non si registrano carenze a livello sistemico, e il margine di sicurezza standard dell’industria farmaceutica (due-tre mesi) regge. Secondo l’<a href="https://www.thinkglobalhealth.org/article/where-the-iran-war-could-disrupt-pharmaceutical-supply-chains" rel="noopener">analisi</a> pubblicata su <em>Think Global Health</em> «i rischi a breve termine di carenze di farmaci sono bassi nella maggior parte dei paesi grazie ai buffer di inventario esistenti». La falla, però, sta proprio nel ragionare solo a breve termine. A oggi, la cosiddetta riapertura dello stretto è ancora <a href="https://edition.cnn.com/2026/04/12/business/strait-hormuz-oil-exports" rel="noopener">lontana</a> dal ristabilire passaggi e spedizioni regolari in un clima che resta di sostanziale incertezza.</p>
<p>La vulnerabilità, inoltre, non è distribuita uniformemente. Secondo il rapporto di <em>Think Global Health</em>, a essere più esposti sono tre flussi principali che transitano per le rotte mediorientali: i farmaci generici provenienti da India e Asia meridionale, i biologici e le terapie avanzate da Europa e Stati Uniti, e gli API (tranne quelli che da Cina e Stati Uniti seguono il Pacifico e il Canale di Panama). Le filiere più fragili restano quelle che dipendono dalla <a href="https://www.sifoweb.it/images/pdf/pubblicazioni/altre-edizioni/la-catena-del-freddo/catena_del_freddo_2008.pdf" rel="noopener">catena del freddo</a>: ad esempio tutti i farmaci biologici o terapie oncologiche che richiedono temperature controllate durante tutto il transito per mantenere la qualità del prodotto.</p>
<p>I numeri sui trasporti relativi allo Stretto non sono rincuoranti. Via mare, i transiti giornalieri sono crollati da una media di 129 a febbraio a soli 6 a marzo, in base al <a href="https://unctad.org/system/files/official-document/osginf2026d2_en.pdf" rel="noopener">rapporto</a> della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD). Le vie aeree, con la chiusura parziale o totale degli hub di Dubai, Doha e Abu Dhabi, hanno <a href="https://www.xeneta.com/blog/middle-east-conflict-airspace-closures-to-cause-supply-chain-chaos-and-spiralling-freight-rates" rel="noopener">subìto</a> una riduzione tra il 16 e il 18 per cento della capacità cargo aerea globale nelle prime settimane del conflitto, secondo Xeneta. Una percentuale che, come media globale, può oscurare impatti molto più estesi sui singoli mercati. Le soluzioni per arginare non mancano: le aziende farmaceutiche <a href="https://www.thinkglobalhealth.org/article/where-the-iran-war-could-disrupt-pharmaceutical-supply-chains" rel="noopener">hanno reagito</a> deviando i carichi verso Singapore o la Cina e ricorrendo al trasporto su gomma tra aeroporti del Golfo, ma le deviazioni hanno un costo che può riversarsi a valle della filiera.</p>
<h2 id="un-problema-di-dipendenze-strutturali">Un problema di dipendenze strutturali</h2><p>L&rsquo;Italia, in questo scenario, occupa una posizione rilevante. Con <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/assemblea-farmindustria-il-pharma-italiano-da-record-con-produzione-a-mld-ed-export-a-mld-il-presidente-cattani-sui-farmaci-obiettivo-dazi-zero-aumentare-spesa-dell-con-riforme-e-pi-risorse-possiamo-d/" rel="noopener">56 miliardi di euro</a> di produzione, e un export di <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/assemblea-farmindustria-il-pharma-italiano-da-record-con-produzione-a-mld-ed-export-a-mld-il-presidente-cattani-sui-farmaci-obiettivo-dazi-zero-aumentare-spesa-dell-con-riforme-e-pi-risorse-possiamo-d/" rel="noopener">54 miliardi</a> nel 2024, è tra i paesi leader dell’industria farmaceutica in Europa, insieme a Germania e Francia. Nel 2025, l’export è salito a circa <a href="https://www.farmindustria.it/documenticategory/comunicati-e-dichiarazioni-new/" rel="noopener">69 miliardi</a> secondo dati ISTAT, la produzione a <a href="https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2026/04/14/farmindustria-nuovo-shock-con-la-guerra-aumenti-del-20-e-produzione-a-rischio_29a726c0-7b2c-4ab3-839a-5ea05c0a6534.html" rel="noopener">74 miliardi</a>. A livello europeo, Eurostat ha evidenziato <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=International_trade_in_medicinal_and_pharmaceutical_products#Highlights" rel="noopener">crescita</a> sia di import che di export, raggiungendo un surplus commerciale nel 2025 di 221 miliardi di euro, rispetto ai 195 del 2024.</p>
<p>Il grosso inghippo resta, però, nella dipendenza europea - diretta o indiretta - per il <a href="https://www.farmindustria.it/app/uploads/2022/03/IndicatoriFarmaceutici2025_Def_05082025.pdf" rel="noopener">74 per cento</a> di principi attivi e materie prime dalla Cina e dall&rsquo;India: non una scoperta arrivata con la crisi di Hormuz, ma già messa in risalto dalla pandemia di COVID-19 e dal conflitto in Ucraina. Per la <a href="https://health.ec.europa.eu/document/download/2abe4fc8-059e-47d9-a20a-d9e3bfc5dc2c_en?filename=mp_com2025_102_act_en.pdf" rel="noopener">Commissione Europea</a>: «Gli eventi globali recenti hanno esposto le vulnerabilità della filiera farmaceutica europea», e le sfide per assicurare una stabile e resiliente fornitura di farmaci non saranno poche per l’Europa.</p>
<p>Con il <em>Critical Medicines Act</em>,  approvato in sessione plenaria nel gennaio 2026, l’idea è di portare avanti progetti strategici per incentivare la rilocalizzazione interna della produzione di API e farmaci <a href="https://www.ema.europa.eu/en/human-regulatory-overview/post-authorisation/medicine-shortages-availability-issues/availability-medicines-during-crises/union-list-critical-medicines" rel="noopener">essenziali</a>, con criteri di appalto pubblico che privilegino sia la sicurezza di approvvigionamento che il prezzo. Senza un&rsquo;inversione di tendenza la dipendenza dell’Europa potrebbe diventare <a href="https://healthpolicy-watch.news/eu-parliament-backs-critical-medicines-act/" rel="noopener">doppia</a>: dalla Cina per i generici e gli API, da Stati Uniti per i farmaci innovativi. Una produzione più localizzata<a href="https://www.eca.europa.eu/en/publications?ref=SR-2025-19" rel="noopener"> comporterebbe</a> però costi più elevati rispetto agli attuali prezzi di acquisto dai paesi asiatici, aprendo interrogativi di equità per paesi a reddito basso e medio che dipendono dagli stessi hub di produzione. Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, ha <a href="https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2026/04/14/farmindustria-nuovo-shock-con-la-guerra-aumenti-del-20-e-produzione-a-rischio_29a726c0-7b2c-4ab3-839a-5ea05c0a6534.html" rel="noopener">definito</a> il momento attuale come «uno shock che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione», e che mette a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica. È vero che le prime potenziali carenze non si attendono nell’immediato, ma potrebbero subentrare dall’estate o nel periodo subito successivo.</p>
<h2 id="la-situazione-dellelio">La situazione dell&rsquo;elio</h2><p>Una seconda catena di vulnerabilità riguarda l’elio. Il suo legame con il sistema sanitario riguarda le risonanze magnetiche: queste, infatti, usano magneti superconduttori che devono essere raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto (-269°C). L&rsquo;unico agente in grado di <a href="https://theconversation.com/the-worlds-supply-of-helium-is-being-threatened-by-the-iran-war-278811" rel="noopener">mantenerle</a> nella pratica e a scala industriale è l&rsquo;elio (liquido), risorsa tra l’altro non rinnovabile e non recuperabile (una volta rilasciato in atmosfera allo stato gassoso, si disperde nello spazio).</p>
<p>Dopo gli Stati Uniti, è il Qatar a essere leader mondiale  della produzione dell’elio. Dopo gli attacchi iraniani alle strutture di Ras Laffan e Mesaieed, <em>QatarEnergy,</em> la compagnia statale del Paese che gestisce attività legate a petrolio e gas, ha sospeso la produzione di gas naturale liquefatto (GNL), e di conseguenza anche quella di elio (che ne è sottoprodotto). Le riparazioni potrebbero richiedere dai tre ai cinque anni.</p>
<p>La situazione è aggravata da una <a href="https://www.scientificamerican.com/article/the-iran-war-disrupts-global-helium-supply-and-artificial-intelligence-chip/" rel="noopener">specificità logistica</a>. Il settore dell&rsquo;elio si affida a circa 2.000 container criogenici (molti dei quali ora bloccati in Qatar) o a navi cargo in rotta. Container immobili possono significare elio evaporato e capacità di trasporto persa per l&rsquo;intera rete globale. Chiaramente, in situazioni di carenza l’allocazione medica non sarebbe casuale; si darebbe priorità ad applicazioni mediche e di difesa, tagliando i segmenti a minor valore, ma non sarebbe da sottovalutare un rincaro dei prezzi da parte dei fornitori.</p>
<p>Per gli ospedali italiani, Nicoletta Gandolfo, presidente della Società italiana di radiologia medica e interventistica (SIRM), vede sia un rischio immediato, per guasti improvvisi a macchinari che richiederebbero elio pronto a disposizione, sia uno indiretto, per i processi produttivi dei semiconduttori. Una crisi prolungata potrebbe tradursi in ritardi nella produzione e nella consegna di tecnologie e, inevitabilmente, a costi più elevati.</p>
<h2 id="una-catena-che-per-ora-tiene">Una catena che (per ora) tiene</h2><p>Quella pillola di amoxicillina è l’anello finale di una catena che attraversa dipendenze strutturali, risente di rischi su orizzonti temporali diversi, e rivela fragilità logistiche. Sul quanto a lungo ci si possa permettere di attendere prima che queste vulnerabilità si arricchiscano di problemi più concreti, è da vedere. Quello che è chiaro è che la catena produttiva farmaceutica (e il sistema sanitario di conseguenza) deve in questa fase storica tenere testa, dopo una pandemia, anche a una crisi geopolitica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Continua la guerra di Trump alla scienza: università, NASA ed EPA fra gli obiettivi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi/</guid><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 16:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il rapporto tra l’amministrazione Trump e la ricerca è tutt’altro che idilliaco.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto tra l’amministrazione Trump e la ricerca è tutt’altro che idilliaco. Il Presidente sa di non essere apprezzato dalla comunità scientifica e lui ricambia con la sua caratteristica attitudine a fare terra bruciata.</p>
<p>L’anno scorso aveva proposto un budget estremamente punitivo per tutte le agenzie federali che si occupano di ricerca, ma il Congresso <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche/">ha pressoché azzerato i tagli</a> ristabilendo lo status quo. È stata sicuramente una saggia decisione, ma che purtroppo non ha riportato indietro le lancette dell’orologio, dal momento che i vertici delle agenzie (scelti dall’amministrazione) avevano già iniziato a operare sul budget proposto dal Presidente senza aspettare la decisione del Congresso. Avevano quindi iniziato a ridurre il personale, con la tristemente famosa strage di San Valentino dei dottori di ricerca. È stato infatti a cavallo di San Valentino del 2025 che migliaia di dottori di ricerca freschi di selezione e di assunzione (ma ancora nel periodo di prova) <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa/">sono stati licenziati in tronco</a>. La moria non ha colpito solo i neo assunti: per esaudire il desiderio del Presidente di ridurre il numero degli impiegati federali, sono stati offerti scivoli ai senior per invogliarli ad andare in pensione (che nel sistema americano non ha date obbligatorie) con una buona dose di pressione psicologica se non lo avessero fatto. In parallelo, sono stati molti quelli che, non abbastanza giovani per essere licenziati né abbastanza senior per essere pensionati, hanno dato le dimissioni perché demoralizzati dalle condizioni di lavoro. Interi istituti sono rimasti senza una sede, con i ricercatori costretti a chiedere ospitalità a colleghi che avevano ancora un ufficio ma con zero possibilità di avere finanziamenti per le loro ricerche. Dopo manciate di richieste cadute nel vuoto hanno gettato la spugna. I più decimati sono stati gli scienziati del clima, ma anche quelli che studiano malattie e vaccini, quelli che si occupano di medicina di genere, tutti argomenti particolarmente invisi all’amministrazione. </p>
<p>Il dietro front ordinato dal Congresso non ha però spento l’avversione di Trump per la scienza e il budget 2027, presentato  il 3 aprile, è una copia conforme di quello dello scorso anno.<br>
 <br>
Nessuno si salva, nemmeno la NASA che ha appena vissuto il successo di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna/">Artemis II</a>. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi-body-1.png.webp" alt="" width="644" height="600" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Esattamente come l’anno scorso, i più colpiti sono la National Science Foundation, il National Institute for Standards e la Environmental Protection Agency (EPA), che vedono il loro budget dimezzato. I primi due sono evidentemente colpevoli di fare scienza pura, mentre l&rsquo;EPA mette i bastoni fra le ruota delle industrie che vengono obbligate a seguire regole per la protezione dell’ambiente.</p>
<p>La proposta copre anche aspetti amministrativi manageriali: vuole mettere un tetto del 15% ai costi di overhead che le università caricano sui fondi di ricerca per coprire le spese generali. Si tratta di una cifra molto inferiore al prelievo che viene fatto attualmente e questo tetto, già proposto l’anno scorso, è stato oggetto di cause in tribunali che hanno sempre dato ragione alle università. </p>
<p>Ma quest’anno viene toccato un altro tasto: le spese di pubblicazione, che sono diventate le dolenti note della ricerca. Per pubblicare in open access, cioè permettendo a tutti di accedere agli articoli, gli autori devono pagare le spese di pubblicazione. La proposta vorrebbe vietare l&rsquo;utilizzo di fondi federali per &ldquo;abbonamenti costosi a riviste accademiche e costi di pubblicazione eccessivamente elevati, a meno che non siano richiesti da una legge federale o approvati in anticipo da un&rsquo;agenzia federale&rdquo;. La proposta non definisce i termini &ldquo;costosi&rdquo; o &ldquo;eccessivamente elevati&rdquo; né specifica quali riviste sarebbero interessate. Afferma invece in modo generico che molte riviste &ldquo;addebitano al governo sia la pubblicazione che l&rsquo;accesso allo stesso studio di ricerca&rdquo;, aggiungendo che esistono numerose &ldquo;canali a basso costo&rdquo; per la pubblicazione di ricerche finanziate a livello federale. Inutile dire che è difficile fare di ogni erba un fascio; inoltre è evidente che i canali a basso costo non sono quelli ad alta visibilità e alto impatto che invece sono così importanti per la carriera degli scienziati. </p>
<p>Parlando di lavori ad alto impatto, sono rimasta colpita da un inciso all’interno di un&rsquo;<a href="https://www.science.org/content/article/nasa-administrator-talks-science-about-studying-moon-mars-and-earth" rel="noopener">intervista a <em>Science</em></a> di Jared Isaacman, nuovo NASA Administrator, che dice grossomodo che analizzare i dati (del cambiamento climatico) è cosa buona e giusta perché la NASA ha strumenti eccezionali, ma che non è costruttivo mettere nero su bianco i risultati ottenuti con pubblicazioni divisive. Queste le sue parole: «For NASA to assemble scientists and put out papers on politically charged issues, whether or not this is an impending climate catastrophe, is not helpful to the broader NASA mission».</p>
<p>Sempre Isaacman, quando alla NASA si è propagata la notizia del taglio del 24% al budget, taglio che è tutto concentrato sulle missioni scientifiche, molte delle quali dovrebbero essere chiuse, si è detto in piena sintonia con il Presidente e ha esortato i dipendenti a restare concentrati e lasciare la politica ai politici. <a href="https://nasawatch.com/ask-the-administrator/isaacman-letter-to-nasa-on-fy-2027-budget/" rel="noopener">Leggere per credere</a>. </p>
<p>Ora molti auspicano che i tagli vengano nuovamente annullati dal Congresso, ma sono anche tutti perfettamente consci che questo continuo antagonismo è deleterio per l’avanzamento della ricerca. Si direbbe che il Presidente che vuole sempre e comunque <em>America first</em> non si preoccupi affatto che gli USA stiano cedendo la loro posizione di leadership scientifica alla Cina. </p>
<p>Il 31 marzo è stato pubblicato un <a href="https://www.oecd.org/en/data/insights/statistical-releases/2026/03/oecd-overall-rd-growth-stable-government-rd-budgets-decline-and-reorient-towards-defence.html" rel="noopener">rapporto dell’OECD</a> (Organisation for Economic Co-operation and Development) che esamina tutte le spese governative, industriali e militari in ricerca e sviluppo. Nel 2024, la Cina ha aumentato i finanziamenti R&amp;D del 9,7%, quasi il triplo dell’aumento del 3,4% degli USA. Secondo l’OECD la Cina ha speso l’equivalente di 1,03 trilioni di dollari mentre gli Stati Uniti si sono fermati a quota 1,01. </p>
<p>Per la cronaca, secondo l’<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-00423-0" rel="noopener">Index del 2024 compilato da <em>Nature</em></a> utilizzando le 145 riviste più quotate del mondo in campo biomedico e delle scienze in generale, la Cina primeggia in modo eclatante rispetto agli USA.  In effetti, a fronte della crescita della Cina, Nature Index <a href="https://www.nature.com/nature-index/research-leaders/2025/nature-index-2025-research-leaders-united-states-losing-ground-as-chinas-lead-expands-rapidly.html" rel="noopener">evidenzia una riduzione</a> della percentuale degli articoli prodotti da ricercatori basati in istituzioni statunitensi. </p>
<p>E si parla del 2024, anno di tranquillità, prima della guerra alla scienza del Presidente Trump.</p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Clima, ambiente e conflitti: implicazioni etiche per la medicina e la garanzia della cura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura/</guid><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 08:05:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione. Tradizionalmente associata alla difesa militare degli Stati e alla protezione dei confini nazionali, oggi la sicurezza include dimensioni economiche, energetiche, ambientali e sanitarie. Le crisi globali contemporanee (<a href="https://www.who.int/europe/news-room/fact-sheets/item/climate-change" rel="noopener">cambiamento climatico</a>, degrado degli ecosistemi, pandemie, conflitti armati e disuguaglianze sociali in una popolazione mondiale che sta aumentando e invecchiando) mostrano con crescente risalto che la salute umana dipende da fattori sistemici che <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">trascendono il settore sanitario</a>.</p>
<p>La pandemia di COVID-19 ha reso evidente la vulnerabilità delle società contemporanee e ha contribuito a diffondere il concetto di “<a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/581661bd-f9c9-4ee1-967d-002e3b934275/content" rel="noopener">sicurezza sanitaria</a>”. Tuttavia, l’enfasi politica sulla preparazione alle pandemie e sulla biosicurezza rischia talvolta di restringere il campo della riflessione etica, spostando l’attenzione dalla tutela universale della salute verso una logica prevalentemente emergenziale e tecnologica.</p>
<p>Allo stesso tempo, i determinanti ambientali della salute stanno assumendo un peso crescente sul carico globale di malattia. L’inquinamento atmosferico, delle acque e dei suoli, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità rappresentano oggi alcune delle <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">principali minacce sanitarie</a> del XXI secolo. Si <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harm-to-human-health-from-air-pollution-burden-of-disease-status-2025" rel="noopener">stima</a> che in Europa che tali fattori contribuiscano ogni anno da 182.000 a 206.000 morti premature ascrivibili solo a PM2.5, considerando rispettivamente l’Europa a 27 o a 40 Paesi. </p>
<p>Parallelamente, il contesto geopolitico internazionale è caratterizzato da un aumento delle tensioni e da una <a href="https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf" rel="noopener">crescita significativa</a> della spesa militare. Questo scenario solleva interrogativi cruciali sul modo in cui i Paesi europei definiscono e perseguono la sicurezza collettiva.</p>
<p>In questo quadro emerge la necessità di ripensare il rapporto tra salute, sicurezza e politiche pubbliche. Il presente articolo propone una riflessione interdisciplinare che integri prospettive epidemiologiche, politiche ed etiche, con particolare attenzione al ruolo della professione medica nella promozione della salute pubblica e nella difesa del diritto alla cura.</p>
<h2 id="determinanti-ambientali-della-salute-in-europa">Determinanti ambientali della salute in Europa</h2><p>L’ambiente rappresenta uno dei <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">principali determinanti della salute umana</a>. L’esposizione cronica a inquinanti atmosferici è associata a un <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2901822-1/abstract?dgcid=tlcom_carousel1_lancetcountdown24_lancet" rel="noopener">aumento significativo</a> del rischio di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche.</p>
<p>Il particolato fine (PM₂.₅), prodotto principalmente da combustioni industriali, traffico e attività energetiche in genere, è considerato uno dei fattori di rischio ambientali più rilevanti. Secondo le <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harm-to-human-health-from-air-pollution-burden-of-disease-status-2025" rel="noopener">stime della European Environment Agency</a>, nell’Europa a 27 Paesi 182.000 e considerando l’Europa a 40 Paesi 206.000 morti premature ogni anno sono attribuibili all’esposizione a livelli di PM₂.₅ superiori alle ultime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2021.</p>
<p>Accanto all’inquinamento atmosferico occorre considerare anche quei determinanti di salute legati alle varie contaminazioni dei suoli e delle acque, anch&rsquo;esse oggetto di studio e di specifica normativa a tutela della salute umana. </p>
<p>Il cambiamento climatico amplifica ulteriormente questi rischi. L’aumento delle temperature medie globali favorisce l’intensificazione delle ondate di calore, con conseguenze particolarmente gravi per anziani, soggetti fragili e persone affette da patologie croniche.</p>
<p><a href="https://www.nature.com/articles/s41591-023-02419-z" rel="noopener">Studi epidemiologici</a> recenti stimano che le ondate di calore abbiano causato oltre 61.672 decessi in Europa durante l’estate del 2022 e circa 47.690 nel 2023, evidenziando l’impatto crescente delle temperature estreme sulla mortalità nel continente.</p>
<p>Eventi meteorologici estremi, come ondate di calore, alluvioni, piogge estreme, siccità e incendi boschivi, tornado e uragani, producono inoltre <a href="https://www.who.int/europe/news-room/fact-sheets/item/climate-change" rel="noopener">effetti indiretti</a> sulla salute attraverso l’interruzione delle catene alimentari, la contaminazione delle risorse idriche e l’aumento dei disturbi psicologici associati ai disastri ambientali. Dal punto di vista economico, i costi economici dei 1.670 disastri correlati ai cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 50 anni in Europa sono stati stimati pari a 477 miliardi di dollari.</p>
<p>Le proiezioni epidemiologiche indicano inoltre che, in assenza di efficaci politiche di mitigazione climatica, la mortalità associata al caldo <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2817%2930156-0/fulltext" rel="noopener">potrebbe aumentare significativamente</a> nelle prossime decadi in Europa.</p>
<h2 id="comparto-militare-conflitti-armati-militarizzazione-e-salute">Comparto militare, conflitti armati, militarizzazione e salute</h2><p>I conflitti armati provocano sempre una distruzione dell’ambiente fisico, oltre che sociale ed economico, per la distruzione di abitazioni e infrastrutture, di aree forestale e agricole.  E tali danni in genere persistono anche per molto tempo dopo la fine dei conflitti. I conflitti armati rappresentano quindi <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/guerra-o-salute/" rel="noopener">una delle più gravi minacce alla salute pubblica</a> globale: oltre alle vittime dirette, le guerre producono effetti sanitari di lungo periodo, tra cui la distruzione delle infrastrutture sanitarie, la contaminazione ambientale e l’interruzione dei servizi essenziali.</p>
<p>Anche in tempo di pace, il mantenimento degli eserciti, le esercitazioni militari, la produzione e sperimentazione di armi provocano sia un impoverimento delle risorse sia l’immissione di sostanze tossiche nell’ambiente.</p>
<p> Le crisi belliche inoltre <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2815%2900150-6/abstract" rel="noopener">generano</a> spesso migrazioni forzate su larga scala e aggravano condizioni di povertà e insicurezza alimentare. In tali contesti, la mancanza di accesso a cure mediche adeguate e a servizi igienico-sanitari favorisce la diffusione di malattie infettive e l’aumento della mortalità.</p>
<p>Negli ultimi anni la crescente instabilità geopolitica ha determinato un significativo incremento dei conflitti armati, come risulta dalle registrazioni dell’<a href="https://ucdp.uu.se/" rel="noopener">Uppsala Data Program</a>, il sistema di sorveglianza implementato dal Department of Peace and Conflict Research dell’Università di Uppsala che registra i conflitti armati dal 1975. Nel 2024 i conflitti attivi erano 185 e hanno prodotto 161.100 morti. I Paesi dell’Unione Europea proprio nel 2024 <a href="https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf" rel="noopener">hanno destinato</a> circa 343 miliardi di euro alla difesa, con una previsione di aumento a circa 381 miliardi nel 2025.</p>
<p>Sebbene la spesa sanitaria complessiva dell’Unione Europea sia significativamente superiore (circa 1.720 miliardi di euro nel 2023, pari a circa il 10% del PIL), <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/11/health-at-a-glance-europe-2024_bb301b77/b3704e14-en.pdf" rel="noopener">solo una quota relativamente limitata</a> di tali risorse è destinata alla prevenzione e alla tutela della salute ambientale.</p>
<p>Questa asimmetria evidenzia una possibile distorsione nelle priorità politiche: mentre i rischi ambientali e climatici rappresentano una delle principali cause di mortalità evitabile, gli investimenti nella prevenzione rimangono relativamente modesti.</p>
<h2 id="sicurezza-umana-e-salute-planetaria">Sicurezza umana e salute planetaria</h2><p>Negli ultimi decenni sono emersi nuovi quadri concettuali che propongono una visione più ampia della sicurezza. Il concetto di sicurezza umana, introdotto dal <a href="https://hdr.undp.org/content/human-development-report-1994" rel="noopener">Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo</a> nel 1994, pone al centro la protezione degli individui e delle comunità da minacce che compromettono la sopravvivenza, il benessere e la dignità.</p>
<p>Parallelamente, nell’ambito della salute globale, l’accento posto sui determinanti ecosistemici (Planetary health, One health) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">sottolinea l’interdipendenza</a> tra la salute umana e l’integrità dei sistemi naturali.</p>
<p>Secondo questa prospettiva, la salute delle popolazioni dipende dalla stabilità climatica, dalla biodiversità e dalla sostenibilità degli ecosistemi. Il degrado ambientale e il cambiamento climatico rappresentano quindi non solo problemi ecologici, ma anche gravi minacce sanitarie.</p>
<p>Integrare questi concetti nelle politiche europee si ritiene che contribuisca a sviluppare strategie più efficaci per affrontare le crisi contemporanee, promuovendo una visione della sicurezza centrata sulla protezione della vita e del benessere umano.</p>
<h2 id="dalla-sicurezza-sanitaria-alla-garanzia-della-cura">Dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura</h2><p>Nel dibattito politico contemporaneo la salute viene spesso interpretata principalmente in termini di “sicurezza sanitaria”, ovvero come capacità di prevenire e gestire minacce biologiche su larga scala, come pandemie o attacchi bioterroristici.</p>
<p>Questo approccio, pur importante, rischia di ridurre la sanità a una questione di biosicurezza e tecnologie, trascurando la dimensione sociale della cura.</p>
<p>È quindi necessario operare un salto semantico ed etico: passare dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura e del diritto alla salute, e ciò significa assicurare la continuità dell’assistenza sanitaria quotidiana, rafforzare la medicina territoriale, ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi e affrontare i determinanti della salute (sociali, economici, commerciali ed ecosistemici).</p>
<p>Un sistema sanitario sostenibile e resiliente non è soltanto capace di reagire alle emergenze, ma anche in grado di ridurre la domanda (agendo sui determinanti) e di mantenere la continuità delle cure essenziali anche durante le crisi.</p>
<p>Il Codice di Deontologia Medica della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri richiama esplicitamente il dovere del medico di tutelare la vita, la salute fisica e psichica e la dignità della persona, nonché di contribuire alla promozione della salute collettiva e alla riduzione delle disuguaglianze sanitarie.</p>
<h2 id="ridefinire-la-sicurezza">Ridefinire la sicurezza</h2><p>Le sfide sanitarie del XXI secolo richiedono una revisione profonda dei tradizionali modelli di sicurezza. Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, i conflitti armati e le disuguaglianze sociali rappresentano minacce interconnesse che incidono direttamente sulla salute delle popolazioni.</p>
<p>In questo contesto la sicurezza non può essere definita esclusivamente in termini militari o geopolitici. Essa deve includere la protezione della salute umana, la stabilità degli ecosistemi e la resilienza dei sistemi sanitari.</p>
<p>Investire nella sanità, nella prevenzione ambientale e nella riduzione delle disuguaglianze rappresenta non solo una scelta sanitaria, ma anche una strategia di sicurezza e di stabilità sociale.<br>
La professione medica ha la responsabilità etica di contribuire a questa trasformazione, promuovendo una visione della salute come bene pubblico fondamentale e come pilastro della democrazia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Parità a parole, divario nei fatti: il peso della maternità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parita-maternita-carriera/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parita-maternita-carriera/</guid><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 09:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>societa</category><description>A parole la parità è un valore condiviso, ma nei fatti la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico. Analisi su larga scala mostrano che le madri vedono ridursi redditi, produttività e opportunità di carriera, mentre i padri mantengono percorsi lineari. Anche dove esistono politiche di sostegno, il carico familiare resta sbilanciato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/maternita-parita-caraveo.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/maternita-parita-caraveo.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una decina di anni fa, preparando una conferenza sulle difficoltà incontrate dalle donne nelle loro carriere, sia in ambito industriale sia in ambito accademico, avevo trovato molte ricerche fatte in diverse nazioni del mondo che portavano tutte alla stessa ineluttabile conclusione: i figli fanno male alle carriere delle loro mamme. Per contro, le carriere dei papà non sembrano essere compromesse, anzi. Un uomo con figli è visto come una persona responsabile da considerare seriamente nel processo di selezione; per contro, una donna con figli scivola in fondo alle graduatorie perché tutti danno per scontato che sarà lei a doversi occupare dei pargoli, cosa che toglierà parte della sua attenzione e del suo tempo al lavoro. Dalla conferenza era nato un libro intitolato <a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/uomini-e-donne-stessi-diritti/" rel="noopener"><em>Uomini e donne; stessi diritti?</em></a> (Castelvecchi 2017), dove raccontavo queste tristi conclusioni.</p>
<h2 id="lo-studio-danese-sui-salari">Lo studio danese sui salari</h2><p>Poco dopo l&rsquo;uscita del libro avevo letto un lavoro intitolato <em><a href="https://www.henrikkleven.com/research/published/kleven-landais-sogaard_nber-w24219_jan2018.pdf" rel="noopener">Children and gender inequality: evidence from Denmark</a></em> pubblicato nel 2018 che, tra le altre cose, riportava i dati dei salari di uomini e donne dopo la nascita del primo figlio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/images/donne-danimarca1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Fonte: Children and gender inequality: evidence from Denmark" width="1622" height="1330" loading="lazy" decoding="async">

<em>Figura 1. Fonte: <a href="https://www.henrikkleven.com/research/published/kleven-landais-sogaard_nber-w24219_jan2018.pdf" rel="noopener">Children and gender inequality: evidence from Denmark</a></em></p>
<p>Ricordo quanto mi avesse colpita la discesa di oltre il 20% nello stipendio delle mamme in una nazione straordinariamente attenta al welfare, dove il congedo parentale già si applicava a entrambi i genitori. Di sicuro se lo studio fosse stato fatto in nazioni meno avanzate sarebbe ricaduto nella triste realtà della vita, ma in Danimarca mi sarei aspettata di meglio.</p>
<p>Non devo essere stata la sola a chiedermi il perché di questa plateale disuguaglianza e, forse per capire dove sarebbe meglio intervenire, in Danimarca si è continuato a monitorare la situazione.</p>
<h2 id="la-ricerca-della-european-sociological-review">La ricerca della European Sociological Review</h2><p>Uno <a href="https://academic.oup.com/esr/advance-article/doi/10.1093/esr/jcaf036/8326715?login=false" rel="noopener">studio</a> pubblicato a novembre dello scorso anno sulla <em>European Sociological Review</em> ha rilevato che, rispetto alle donne senza figli, in Danimarca le madri hanno perso, in media, complessivamente 120.000 dollari di reddito nei due decenni successivi alla nascita del primo figlio. Gli aiuti governativi, tra cui il congedo di maternità retribuito, gli assegni familiari e i sussidi per l&rsquo;alloggio, hanno contribuito a colmare l'80% di questa differenza. Ne consegue che nemmeno una nazione molto attenta alla parità di genere è immune dalla &ldquo;penalizzazione della maternità&rdquo; che si riscontra in tutto il mondo, ovviamente con impatto peggiore nei Paesi dove i genitori non possono fruire di un congedo retribuito per la cura dei figli.</p>
<h2 id="la-ricerca-del-centre-for-economic-performance">La ricerca del Centre for Economic Performance</h2><p>Un <a href="https://cep.lse.ac.uk/_new/publications/abstract.asp?index=12087" rel="noopener">altro studio</a>, pubblicato a marzo dal Centre for Economic Performance, presso la London School of Economics and Political Science, utilizza e incrocia diversi set di dati per indagare come l&rsquo;avere messo su famiglia influenzi i risultati della carriera accademica di entrambi i genitori. Sebbene l&rsquo;evoluzione della carriera di uomini e donne fosse simile prima di diventare genitori, i loro percorsi divergevano nettamente dopo la nascita del primo figlio.</p>
<p>Attingendo ai dati di diversi registri danesi, sono state esaminate le sorti di 13.347 genitori iscritti a un dottorato di ricerca presso un&rsquo;università danese tra il 1996 e il 2017, che avevano avuto il loro primo figlio dopo il primo anno di dottorato. I ricercatori hanno combinato questi dati con le pubblicazioni ricavate dal database di citazioni Scopus di Elsevier, nonché con le risposte a un sondaggio condotto nelle università danesi nel 2017 su argomenti quali aspirazioni di carriera, equilibrio tra vita professionale e privata e cura dei figli.</p>
<p>I risultati sono efficacemente riassunti nei grafici di <a href="https://cep.lse.ac.uk/pubs/download/dp2160.pdf" rel="noopener">Cairo et al. 2026</a>, dove risulta chiaro il diverso peso della genitorialità per le mamme e per i papà. Tutti i grafici partono da una situazione di parità a t-1 cioè a un anno prima della nascita del primo figlio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/images/donne-danimarca2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2. Fonte: Cairo et al. 2026" width="1892" height="1566" loading="lazy" decoding="async">

<em>Figura 2. Fonte: <a href="https://cep.lse.ac.uk/pubs/download/dp2160.pdf" rel="noopener">Cairo et al. 2026</a></em></p>
<p>Nel riquadro a) si vede che otto anni dopo la nascita del loro primo figlio le donne avevano il 29% di probabilità in meno di essere impiegate in un&rsquo;università, mentre per gli uomini il calo era del 14% (probabilmente questo numero è rappresentativo di una percentuale fisiologica di chi decide di cambiare carriera). Nel riquadro b) viene considerata la probabilità di ottenere una posizione permanente. È chiaro che, considerando solo chi decide di restare nell&rsquo;accademia, le prospettive sono decisamente diverse tra maschi e femmine. Mentre le probabilità di successo per i primi rimangono invariate, per le seconde il calo è del 30-40%. L&rsquo;abbassamento delle probabilità di ottenere un posto di professore in università è sicuramente legato alla minore produttività femminile in termini di pubblicazioni, ben evidenziata nel riquadro c). Mentre gli uomini continuano a pubblicare lo stesso numero di articoli dopo essere diventati padri, le donne subiscono un calo significativo nella produzione di ricerca (le madri hanno pubblicato il 31% in meno di articoli rispetto ai padri otto anni dopo la nascita del loro primo figlio).</p>
<h2 id="il-carico-di-lavoro-familiare">Il carico di lavoro familiare</h2><p>La ricerca della ragione di questa differenza è chiaramente da cercare nel carico di lavoro legato alla gestione della prole, ben riassunto in questi istogrammi sempre estratti da Cairo et al. 2026.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/images/donne-danimarca3.svg" alt="Figura 3. Fonte: Cairo et al. 2026" loading="lazy" decoding="async">

<em>Figura 3. Fonte: <a href="https://cep.lse.ac.uk/pubs/download/dp2160.pdf" rel="noopener">Cairo et al. 2026</a></em></p>
<p>A sinistra le ore di lavoro in una settimana per maschi e femmine con figli nelle scuole materne, in quelle elementari e senza figli. È chiaro che quasi tutti hanno una &ldquo;solida&rdquo; settimana con un carico tra 45 e 50 ore lavorative (solo le mamme con bimbi piccoli dichiarano 42 ore di lavoro, che non sono certo poche). Per contro, nell&rsquo;istogramma a destra si vede che le donne svolgono la gran parte del lavoro di gestione dei figli la notte, quando sono malati, quando devono fare controlli medici. L&rsquo;unica colonna dove il contributo paterno è leggermente superiore a quello materno è nel portare i figli a scuola (probabilmente sulla via del lavoro) mentre le mamme tornano a dominare quando si tratta di andare a prendere i figli, presumibilmente a metà pomeriggio quando magari i padri preferiscono restare in ufficio.</p>
<h2 id="il-divario-tra-atteggiamenti-e-comportamenti">Il divario tra atteggiamenti e comportamenti</h2><p>Mentre, a parole, la grande maggioranza delle coppie intervistate hanno dichiarato di essere convinte che i compiti dovessero essere equamente divisi, dimostrando di avere una attitudine paritaria, la realtà appare diversa. Secondo Sofie Cairo anche in una società molto attenta al problema della parità di genere, le abitudini cambiano molto più lentamente delle attitudini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dentro la stanza ginecologica: perché il design è anche una questione di salute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute/</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>libri</category><description>Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.  L’esperienza è condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica. C’è una differenza, però, rispetto al solito: infatti non siete lì in quanto paziente ma siete voi stesse la figura medica. Per una volta avete il potere e il privilegio di decidere: cosa cambiereste di questo ambiente per sentirvi più a vostro agio durante la visita?</p>
<p>Abbiamo fatto la stessa domanda a Chiara Alessi, che si occupa di cultura materiale e design, nello specifico di design come strumento critico di genere. Nel suo ultimo saggio, <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159828" rel="noopener"><em>La sedia del sadico - Il design sul corpo delle donne</em></a> (edito da Laterza), Alessi analizza come gli oggetti della pratica medica - dalla sedia ginecologica allo speculum - non siano strumenti neutri, ma dispositivi che riflettono e riproducono rapporti di potere, standard che si basano sul corpo maschile e una storica marginalizzazione dell’esperienza delle pazienti, con effetti concreti sull’accesso alle cure e sulla salute.</p>
<p>«Penserei a un lettino che non rinforzi l’idea di gerarchia e di subalternità del corpo della donna rispetto al medico. Uno spazio che permetta invece di stare di fianco, non uno di fronte all’altra: guardare insieme, nella stessa direzione, imparando anche a riconoscere il proprio corpo», spiega Alessi. L’autrice parla di una «forma di condivisione orizzontale: non più qualcuno che osserva e qualcuno che subisce, ma due soggetti che esplorano insieme».</p>
<p>Questa visione non è poi così assurda. Basta attingere all’immaginario femminista o guardare le immagini dei collettivi di self-help degli anni Settanta: le donne non sono mai davanti durante le visite, ma di fianco. In quel caso è la paziente stessa a governare la visita: può impugnare gli strumenti, guidare l’esplorazione del proprio corpo. «È un cambiamento che rivoluziona tutto senza, in realtà, cambiare quasi nulla. Se pensiamo la visita ginecologica come una performance, basta modificare alcune variabili - anche solo la posizione dei corpi nello spazio - perché cambi completamente il significato dell’esperienza», fa notare Alessi.</p>
<p>Questa idea di trasformare la visita si inserisce in una riflessione più ampia cui Alessi fa riferimento, quella della scrittrice e performer Terri Kapsalis. Negli anni Novanta, Kapsalis aveva proposto dei giochi di ruolo in cui la visita ginecologica veniva pensata come una vera e propria performance attoriale, con l’obiettivo di decostruire la nozione di “correttezza” clinica e immaginare un’esperienza radicalmente centrata sulla donna o meglio sulla singolarità di ogni donna.</p>
<p>In questa prospettiva, la visita non è un atto neutro e standardizzato, ma una scena costruita. Riprendendo Kapsalis: «Le pratiche ginecologiche sono ripetitive e strutturate al fine di situare il medico e l’oggetto dell’esame in modi molto specifici. In questo senso, la ginecologia è uno spettacolo ripetibile con ruoli, sceneggiature, scenografie, costumi e oggetti di scena specifici».<br>
È proprio qui che si apre lo spazio del possibile. Se la visita è una performance, allora basta modificare una variabile perché cambi l’intero significato dell’esperienza.</p>
<p>Alessi riporta un dato (indagine condotta con metodologia CAWI dall’istituto di ricerca Nomisma a inizio 2022 su un campione della popolazione italiana stratificato per età, sesso e area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli): il 24% delle donne indica tra le principali ragioni per sottrarsi alla visita ginecologica il “disagio”, segnalando come l’esperienza nella stanza ginecologica venga spesso vissuta come negativa. Questo è un elemento che, letto in chiave clinica, non può essere considerato secondario: se una pratica di prevenzione viene evitata, il problema riguarda direttamente la salute pubblica. Il disagio provato dalle donne resta ai margini del discorso medico: difficile da misurare, viene spesso normalizzato o ricondotto a fattori individuali come la soglia individuale del dolore, la sensibilità, o ancora fattori culturali o psicologici. A seguito di queste considerazioni, Chiara Alessi invita a spostare lo sguardo perché non basta chiedersi qual è il motivo per cui le donne evitano la visita, ma in che modo strumenti e spazi della pratica ginecologica contribuiscano a produrre quel disagio.</p>
<p>Se una procedura viene evitata, non è più solo un problema individuale: diventa un problema di salute pubblica e di accesso alle cure. Ciò può determinare conseguenze concrete come minore adesione agli screening, diagnosi più tardive, riduzione della fiducia nei confronti del sistema sanitario. Il punto, allora, non è soltanto capire perché le pazienti evitano i controlli, ma interrogarsi su cosa, nel contesto della visita, contribuisce a renderli evitabili.</p>
<p>Lo speculum rappresenta uno dei punti in cui questo disagio prende forma in modo più evidente. Nel libro, Alessi ne ricostruisce la storia mostrando come la sua introduzione e diffusione non siano avvenute in modo neutro, ma in un contesto in cui il corpo femminile veniva reso accessibile allo sguardo medico attraverso pratiche profondamente asimmetriche. Lo speculum, in questo senso, non è solo uno strumento che «serve a vedere meglio»: è un dispositivo che presuppone esposizione e immobilità e che organizza l’intera visita attorno a una logica in cui il corpo della paziente diventa oggetto di osservazione.</p>
<p>Questo assetto raramente viene messo in discussione. «La domanda che mi faccio nel libro», spiega Alessi, «è perché quel 24% di donne che non si sottopone alla visita per disagio non venga interrogato: c’è un problema con il lettino? Con il rumore dello speculum? Con il dolore o con ciò che rievoca?». Il punto, suggerisce, è che il disagio tende a essere interiorizzato. Il titolo del saggio <em>La sedia del sadico</em> richiama la caffettiera del masochista di Donald Norman, tra i più influenti studiosi di design contemporaneo, secondo cui quando un oggetto non funziona la responsabilità viene spesso attribuita all’utente, non al progetto. Così anche nella visita ginecologica, «Il problema viene riferito a se stesse», continua Alessi, rendendo difficile nominare un possibile limite del setting medico.</p>
<p>A rendere visibile quanto questa configurazione sia culturalmente costruita c’è anche l’Androchair, il prototipo che simula sul corpo maschile un’esperienza analoga a quella del lettino e della visita ginecologica. L’effetto è quello di un rovesciamento: ciò che per le donne è considerato normale viene percepito dagli uomini come inaccettabile. Non si tratta solo di una provocazione, ma di un dispositivo critico che svela il carattere non neutro di pratiche date per scontate. Questa apparente immutabilità degli strumenti ginecologici non è però inevitabile. Alessi cita l’esempio del water, dispositivo tutt’altro che ergonomico e che è rimasto sostanzialmente invariato per secoli. «Lo stesso vale per lo speculum e per molti strumenti ginecologici. La loro forma e il loro uso vengono percepiti come inevitabili e proprio per questo non vengono ripensati. C’è una risposta molto banale: la vagina è lì, non è cambiata la sua posizione nel corso della storia, la visita si fa in un certo modo e quindi gli strumenti sono sempre inevitabilmente quelli». In questa prospettiva, l’esperimento dell’Androchair non è solo una provocazione, ma un modo per riaprire il campo del possibile: mostrare che anche ciò che appare naturale e immutabile è in realtà il risultato di scelte progettuali e che quindi può essere modificato.</p>
<p>Se alcuni oggetti restano immobili perché non vengono messi in discussione, altri invece cambiano proprio quando entrano nel dibattito e vengono riappropriati da chi li usa. È il caso, come ricorda Alessi, del test di gravidanza, che segna un passaggio cruciale: per la prima volta una pratica medica esce dallo spazio clinico e diventa accessibile, gestibile in autonomia, sottraendo al medico il monopolio della diagnosi. È una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma la relazione con il proprio corpo. Lo stesso vale per le pratiche di self-help degli anni Settanta in cui strumenti semplici come lo specchio venivano utilizzati per osservare e conoscere direttamente il proprio apparato genitale. In questi contesti, la visita non è più qualcosa che “viene fatto” sul corpo, ma un processo attivo di esplorazione e apprendimento.</p>
<p>Un altro tema centrale è quello dello standard. Molti strumenti e protocolli medici si basano su un’idea implicita di corpo medio che si basa sul cosiddetto standard “dell’uomo medio” e che raramente corrisponde alla realtà. Questa semplificazione ha un costo e le conseguenze emergono ancora oggi e sono causa di differenze nella diagnosi, nei tempi di intervento, ma anche nella valutazione dei sintomi.</p>
<p>Il design non è estraneo a questo problema. Anche qui, la standardizzazione rischia di tradursi in esclusione o in adattamento forzato dei corpi reali. Scrive Alessi: «La progettazione, almeno quella in serie, a partire dall’epoca industriale è infatti tarata su un’unità di misura che si fa corrispondere all’“uomo medio”, con cui si intende individuo di sesso maschile, abile, occidentale e in buona salute, uno standard che ha prodotto in realtà molte più esclusioni, cioè individui difformi da quelle misure, che non corrispondenze».</p>
<p>Se il disagio nasce anche da strumenti e modelli pensati per un corpo astratto, la prospettiva futura non può limitarsi a migliorare l’esistente, ma richiede un cambio di sguardo più radicale. Non si tratta solo di progettare oggetti “più comodi”, ma di riconoscere la diversità dei corpi e delle esperienze come punto di partenza, non come eccezione da adattare a posteriori. Significa spostarsi da una medicina costruita su standard impliciti a una pratica capace di includere la variabilità, rendendo centrale l’esperienza di chi attraversa la visita. Alessi richiama una metafora efficace: quella di Starbucks, dove non esiste una misura unica ma ben 5 diverse misure di bicchiere per il caffè tra cui scegliere. «Non c’è un bicchiere giusto in assoluto», osserva, «ma una gamma di possibilità che tiene conto delle differenze». Applicata alla medicina, questa immagine suggerisce che non c’è un unico modello a cui conformarsi, ma un sistema capace di offrire alternative.</p>
<p>Poi Alessi conclude: «I clienti si portano addirittura le tazze da casa. E se anche le donne potessero andare alla visita ginecologica ciascuna munita del proprio speculum?».\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il cuore delle madri: uno splendido caos</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cuore-madri-splendido-caos/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cuore-madri-splendido-caos/</guid><pubDate>Fri, 27 Mar 2026 08:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>evoluzione</category><description>La maternità trova oggi differenti declinazioni (naturale, cosciente, sostitutiva, surrogata…) che si confrontano e si annodano a quelle della genitorialità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cuore-madri-splendido-caos-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cuore-madri-splendido-caos-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La maternità trova oggi differenti declinazioni (naturale, cosciente, sostitutiva, surrogata…) che si confrontano e si annodano a quelle della genitorialità. Processi e condizioni intesi anche come responsabilità civica, come atto politico e richiesta urgente di futuro condiviso.</p>
<p>La testimonianza di Reem al-Hajajreh e Yael Admi, in occasione della marcia silenziosa guidata da madri israeliane e palestinesi unite per la pace, la <em>Barefoot Walk,</em> tenutasi a Roma il 24 marzo è un esempio di queste declinazioni. Madri palestinesi e israeliane a camminare insieme, mano nella mano e a piedi nudi, per affermare: «<a href="https://www.avvenire.it/attualita/la-marcia-a-piedi-nudi-di-reem-e-yael-per-la-pace-contagia-litalia-e-non-solo_106300?fbclid=IwY2xjawQyAodleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR6qStE0tBaa_YimfyQMRG3hZhqqGcvDqE5Rm3oaNFCt8xtUnxaDgmCuDDWiAw_aem_PcOFAptrlwgxJfrjNEGYiQ" rel="noopener">Non vogliamo che i nostri bambini siano uccisi e non vogliamo che crescano per uccidere</a>». Il gesto simbolico del camminare a piedi nudi sul sampietrino romano per responsabilità materna non può che stimolare la riflessione sul cammino della maternità, sulle condizioni e nei contesti in cui si vive e condivide questo processo.</p>
<p>Anche la 98ª edizione dei premi Oscar 2026, al Dolby Theatre di Los Angeles, si è conclusa. Un po’ contenuta e costretta dall’immagine e dalle azioni statunitensi, senza criticità dirette all’amministrazione, all’impero o alla globalizzazione economica come in altre occasioni.</p>
<p>Il presentatore degli Oscar, Conan O&rsquo;Brien, ha fatto diverse battute politiche, brevi ma incisive, durante il suo monologo di apertura alla cerimonia di premiazione, così come il comico Donald Kimmel: «Ci sarà qualcuno furioso che sua moglie non sia stata nominata». Tutto controllato, come la scelta di affidare a Barbra Streisand l’elogio di Robert Redford, scomparso lo scorso settembre, invece che alla temibile (per quello che avrebbe potuto dire) Jane Fonda che con Redford aveva condiviso la partecipazione a quattro film. Politica lasciata alla sceneggiatura e alle emozioni degli spettatori, anche comprensibilmente essendosi celebrata la festa annuale dell’attività mercantile cinematografica più rinomata, dove la Warner Bros. è la vera vincitrice essendo la casa produttrice di film che hanno riscosso più favori dalle giurie e che le hanno consentito di chiudere la notte, in cui si era presentata con 30 nomination, con 11 statuette, un record nella storia dell’Academy, seguita da Netflix con 7: un distacco netto industriale. Un successo non secondario nel panorama degli studi cinematografici di Hollywood nel momento in cui Paramount Skydance ha messo sul tavolo 111 miliardi di dollari per l’acquisizione di Warner Bros.</p>
<h2 id="donne-che-vincono-madri-che-accompagnano">Donne che vincono, madri che accompagnano</h2><p>Comunque, tra le novità vanno sicuramente ricordate con piacere: la prima vittoria femminile per la migliore fotografia assegnata a Autumn Durald Arkapaw per <em>I peccatori</em> (<em>Sinners</em>) e il premio per il miglior corto live action all’unica italiana candidata, Valentina Merli, per*<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Two_People_Exchanging_Saliva" rel="noopener"> Two People Exchanging Saliva </a>*(ex aequo con <em>The singers</em>) che ha prodotto. Creola, filippina, classe 1979, <a href="https://www.elle.com/it/showbiz/cinema/a70751982/autumn-durald-arkapaw-oscar-chi-e/" rel="noopener">Autumn Durald Arkapaw</a> ha chiesto dal palco a tutte le donne di alzarsi dicendo: «Negli ultimi mesi ho imparato che ci vuole una comunità per far accadere cose come questa. Ma ormai non riguarda più solo me. Riguarda qualcosa di molto più grande, e lo so».</p>
<p>Le presenze femminili alle serate degli Oscar, ma anche dei festival internazionali o di eventi cinematografici importanti, si caratterizzano per una miriade di fattori non necessariamente legati al mondo del cinema, uno in particolare associato a candidati e vincitori. Succede spesso che le celebrità del momento del cinema americano siano accompagnate sul <em>red carpet</em> dalle mamme e così è accaduto anche nel 2026. Leonardo DiCaprio nel 2000 alla première di un film a Parigi era accompagnato dalla madre e dalla nonna.</p>
<p>Jacob Elordi è arrivato insieme alla madre Melissa, in occasione della prima candidatura come miglior attore non protagonista per <em>Frankenstein</em> (film che ha vinto per scenografia, costumi, trucco e acconciatura). Era una promessa fatta quando era adolescente: «Mia madre è stata l&rsquo;unica ad aver sempre creduto in me».</p>
<p>La giornata degli Oscar coincideva anche con la festa della mamma nel Regno Unito e in Irlanda (giornata che varia nel mondo con l’apertura dell’8 febbraio in Norvegia e la chiusura il 31 maggio in Francia, Marocco, Svezia, e Tunisia), quindi presenze che rimandano anche a messaggi indiretti. Forse più sensibili, recettive e grate le mamme irlandesi anche per la coincidenza della data, se si considerano le dichiarazioni dell’irlandese Jessie Buckley miglior attrice protagonista con <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale/"><em>Hamnet</em></a>, come ampiamente e giustamente previsto.</p>
<h2 id="dallamicizia-tra-madri-pacifiste-alla-festa-della-mamma">Dall’amicizia tra madri pacifiste alla festa della mamma</h2><p>Negli Stati Uniti la Festa della mamma (e non la festa delle mamme), che si celebra quest’anno il 10 maggio (anche in Italia) ha un suo momento d’origine negli anni &lsquo;60 e &lsquo;70 dell'800 per merito di una pacifista, Ann Reeves Jarvis e di sua figlia Anna. Al termine della Guerra civile americana, Jarvis aveva promosso una serie di feste per le mamme (picnic e altri incontri conviviali) per favorire l&rsquo;amicizia tra le madri di Nordisti e Sudisti. Inoltre, nel 1870, la poetessa americana Julia Ward Howe scrisse la <em>Mother&rsquo;s Day Proclamation</em>, nella quale esortava le donne e le madri ad assumere un ruolo attivo nel processo di pacificazione tra gli Stati americani. Gli eventi dedicati alle madri si susseguono con sempre maggiore seguito, finché il presidente Woodrow Wilson ufficializzò la festa nel 1914. Quindi non solo origini antiche (la dea Rea per i greci o le Matronalie romane) per celebrare la maternità e la fertilità, o motivi religiosi o commerciali, ma anche storici.</p>
<p>In Italia, i motivi sono quelli propagandistici del regime fascista che considerava importanti soltanto le donne prolifiche, meglio se di figli maschi (&ldquo;Dio, patria e famiglia&rdquo;) con la celebrazione il 24 dicembre della Giornata della madre e del fanciullo. Il carattere propagandistico è terminato da tempo, ma il mito della mamma italiana è rimasto, così come il “mammismo”, e ha contaminato il mondo.</p>
<h2 id="lincredibile-ruolo-delle-madri-nel-mondo">L’incredibile ruolo delle madri nel mondo</h2><p>Alle mamme e al loro lavoro silenzioso ha dedicato il premio Jessie Buckley, dopo aver mirabilmente interpretato, anche facendo commuovere, Agnes Hathaway, moglie di William Shakespeare che affronta la perdita del figlio <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale/">Hamnet</a> (che non esista, non solo in italiano, un termine specifico e univoco per definire una mamma che perde un figlio dovrebbe far riflettere sulla natura devastante di questo genere di lutto). Un ruolo impegnativo per la recitazione di Buckley che era incinta durante le riprese del film. La dedica è stata quindi «allo splendido caos che è il cuore di una madre», aggiungendo: «È un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è stata Agnes. E poi diventare madre io stessa e ricevere questo premio per l’incredibile ruolo che le madri svolgono nel mondo è qualcosa che non dimenticherò mai».  </p>
<p>L’esperienza della maternità è un evento speciale nella vita di una donna che dovrebbe essere vissuto in serenità e come risultato di una scelta partecipata. Purtroppo spesso è il caos che anticipa e accompagna una gravidanza, come per esempio nel caso delle mamme minorenni su cui si era riflettuto in occasione di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/giovani-madri-storie-difficolta-storie-speranza/">Giovani madri</a>, il film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiati a Cannes 2025 con il Prix du scénario (la miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale).</p>
<p>Parlare di mamme senza parlare di bambini è pressoché impossibile, sebbene quest’anno la première non si sia trasformata in evento di famiglia perché i bambini delle celebrità non hanno calcato il <em>red carpet</em>. Tuttavia i bambini erano presenti nei film e sono anche stati ricordati.</p>
<p>Joachim Trier regista di <em>Sentimental value</em>, miglior film internazionale, nel momento in cui ha ritirato il riconoscimento, ha citato James Baldwin (figura di culto negli Stati Uniti, intellettuale e attivista afroamericano, saggista, drammaturgo e romanziere): «Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini», aggiungendo che non dovremmo votare per i politici che non la pensano così. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/">La voce di Hind Rajab</a>, anche questa in concorso, non si è sentita, ma è stata, seppur sommessamente, così ricordata. Come un po’ sottovoce è stato il “<em>No war, Free Palestine</em>” dal palco di Javier Bardem con grande spilla pacifista sulla giacca.</p>
<p>Mamme e bambini, ma anche le nonne sul red carpet con la veterana settantacinquenne Amy Madigan, miglior attrice non protagonista in <em>Weapons</em> nella parte di una strega freak. Forse ingenuo aspettarsi di più da questi Oscar 2026 che tornano ogni anno, come la festa della mamma.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ora tocca a Cuba</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ora-tocca-cuba/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ora-tocca-cuba/</guid><pubDate>Mon, 23 Mar 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>salute</category><description>C’è un’emergenza in corso; dura da tempo e quindi la situazione è gravissima e incerta e c’è sempre qualcuno che cerca di trarne vantaggio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ora-tocca-cuba-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ora-tocca-cuba-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è un’emergenza in corso; dura da tempo e quindi la situazione è gravissima e incerta e c’è sempre qualcuno che cerca di trarne vantaggio, anche in modo indebito. È quanto sta avvenendo a Cuba a opera dei sempre più aggressivi e arroganti Stati Uniti d’America («Sì, prendere Cuba in qualche modo: prenderla o liberarla, penso che posso farci qualunque cosa voglio», <a href="https://www.lapresse.it/esteri/2026/03/17/cuba-trump-penso-di-poter-fare-cio-che-voglio-prenderla-o-liberarla/" rel="noopener">ha detto Trump</a>).</p>
<p>Se in Venezuela è stata l’operazione militare Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 con la cattura, l’arresto e la deportazione del presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e l’accordo con la vicepresidente traditrice Delcy Rodríguez (María Corina Machado, leader dell&rsquo;opposizione e premio Nobel per la pace 2025, era invisa a Trump), per Cuba è previsto un <em>friendly takeover</em>. Che genere di negoziato sia previsto, diretto e amichevole (?), è impossibile da prevedere con l’attuale presidenza statunitense; che debba essere (anche) un’operazione finanziaria, per esempio nell’area del turismo, è molto più probabile.</p>
<p>Nel 1962, dopo il clamoroso fallimento dell’invasione di Cuba dalla baia dei Porci per rovesciare il governo di Fidel Castro, con il Proclama 3447 gli Stati Uniti d’America hanno attivato, e ne hanno imposta l’osservanza anche ad altri Paesi, un embargo commerciale, economico e finanziario contro Cuba, <em>el bloqueo</em>. Una sanzione che si mantiene con altalenanti inasprimenti in diversi momenti storici, come l’attuale, e a cui l’Assemblea generale dell’ONU <a href="https://news.un.org/es/story/2025/10/1540649" rel="noopener">non è mai riuscita a porre fine</a>.</p>
<p>Sono 31 le nazioni <a href="https://ofac.treasury.gov/sanctions-programs-and-country-information" rel="noopener">sanzionate economicamente dagli USA</a>  con «programmi sanzionatori variabili: alcuni sono di ampia portata e orientati geograficamente (per esempio, Cuba e Iran), altri sono &ldquo;mirati&rdquo; (per esempio, antiterrorismo e antidroga) e si concentrano su individui ed entità specifici», illustra lo stesso Dipartimento del tesoro USA.</p>
<p>Le sanzioni economiche sono quindi varie e includono restrizioni finanziarie, divieti di viaggio e misure mirate, utilizzate come strumento di pressione politica. Mentre l&rsquo;embargo è una sanzione drastica che impone il blocco totale o parziale degli scambi commerciali con un Paese e mira a isolarlo economicamente, come nel caso di Cuba.</p>
<p>C’è poi la politica dei dazi attivata nel 2025 dall’amministrazione Trump, poco dopo essere entrata in carica, che si è abbattuta con maggior forza su 57 Paesi definiti <em>worst offenders</em>. Secondo la <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-dazi-di-trump-ce-una-logica-dietro-204765" rel="noopener">logica della reciprocità trumpiana</a>, se c’è un deficit commerciale USA questo è dovuto al fatto che vengono ingiustamente applicate barriere tariffarie (ovvero dazi) e barriere non tariffarie. Così, sebbene non abbia fondamento in economia e interessi 180 Paesi, il 2 aprile 2025 Trump ha emanato la Presidential Action.</p>
<p>Sono invece 33 le <a href="https://www.sanctionsmap.eu/#/main" rel="noopener">nazioni sanzionate dall’Unione Europea</a> (23 coincidono con quelle sanzionate dagli statunitensi). Nel quadro della politica estera e di sicurezza comune (PESC), «Le sanzioni sono uno strumento di natura diplomatica o economica che intende determinare un cambiamento per quanto riguarda attività o politiche, come le violazioni del diritto e della sicurezza internazionale, dei diritti umani, dello stato di diritto o dei principi democratici. Le misure restrittive imposte dall’UE possono essere dirette contro governi di Paesi terzi, nonché contro entità non statali e persone fisiche o giuridiche (come gruppi terroristici e singoli terroristi). Esse possono comprendere embarghi sulle armi, altre restrizioni commerciali specifiche o generali (divieti di importazione e di esportazione), restrizioni finanziarie, restrizioni all’ammissione (divieti di visto o di viaggio) o altre misure che appaiano opportune a seconda dei casi», recita in proposito la <a href="https://www.esteri.it/it/politica-estera-e-cooperazione-allo-sviluppo/politica_europea/politica-commerciale-internazionale/misure_deroghe/" rel="noopener">pagina della Farnesina</a>. </p>
<h2 id="gli-stessi-impatti-di-una-guerra">Gli stessi impatti di una guerra</h2><p>L’efficacia delle sanzioni è discutibile per la scarsa adesione dei singoli Paesi o per l’interpretazione e gestione che, comunque, devono garantire gli interessi dei singoli Stati. Le sanzioni hanno però <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/il-cronico-trauma-della-guerra/?srsltid=AfmBOopNCz8yKXWfNH0aEPUNR1VaU0OI5RoT4V_cugMU5iXeEQezmJMm" rel="noopener">drammatici effetti negativi sulla salute pubblica</a> che si protraggono anche per lungo tempo dopo la cessazione dei provvedimenti, con un bilancio di vittime <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2825%2900189-5/fulltext" rel="noopener">paragonabile a quello delle guerre</a>. Tra le priorità della politica internazionale si dovrebbe quindi contemplare la necessità di riconsiderare le sanzioni come strumento di politica estera, evidenziando l&rsquo;importanza di moderarne l&rsquo;uso e di considerare seriamente gli sforzi per riformarne la struttura. È quanto dovrebbe essere fatto contro l’embargo statunitense a Cuba, alla luce dei drammatici esiti che l’ulteriore inasprimento degli ultimi mesi ha comportato (anche) per la salute del popolo cubano.</p>
<p>Con la Rivoluzione cubana del 1959, istruzione e salute (pubblici, universali e gratuiti) sono i due diritti fondamentali garantiti al popolo cubano. L’embargo, sia direttamente che indirettamente, sta pregiudicando la loro garanzia, in particolare la prevenzione e l’assistenza sanitaria.</p>
<p>Nel 1962 l&rsquo;<a href="https://ourworldindata.org/life-expectancy" rel="noopener">aspettativa di vita alla nascita</a> (il numero di anni che una persona nata in un certo anno vivrebbe in media se avesse le stesse probabilità di morire a ogni età delle persone di quell&rsquo;anno) a Cuba era di 64,4 anni (in Italia 69,2 anni) e raggiunge il suo massimo nel 2012 con 78,2 anni (in Italia 82,3 anni) per poi diminuire fino a 73,2 anni nel 2021 (in Italia 82,9 anni): una discesa del 7% in 5 anni.</p>
<p>La <a href="https://ourworldindata.org/grapher/child-mortality" rel="noopener">mortalità infantile</a> nei primi cinque anni di vita nel 1962 era del 4,5% dei nati vivi (in Italia 4,8%) e raggiunge lo 0,62% nel 2012 (in Italia 0,38%), per risalire allo 0,83% nel 2023 (in Italia 0,28%): un incremento del 33% con 151 morti in più nell’ultima decade.</p>
<p>L’incidenza più bassa dei <a href="https://data.worldbank.org/indicator/SH.TBS.INCD" rel="noopener">casi di tubercolosi</a> a Cuba si è registrata nel 2021, con 5 casi ogni 100.000 abitanti (in Italia 4 per 100.000 abitanti); nel 2024 i casi erano saliti a 11 per 100.000 abitanti (in Italia 5 casi per 100.000 abitanti): più che raddoppiati.</p>
<p>Da alcuni mesi le infezioni dai virus di chicungunya, dengue e oropouche sono diventate epidemiche e l’arbovirosi combinata causata dalla zanzara <em>Aedes aegypti</em>, che a Cuba non è mai stata endemica, ha rappresentato un’emergenza pubblica che <a href="https://cubasiglo21.com/healthcare-collapse-in-cuba-3-million-sick-and-at-least-8700-deaths/" rel="noopener">potrebbe aver interessato 2,9 milioni di persone</a> e provocato fino a 8.700 morti.  La carenza di energia ha costretto a interrompere disinfestazione e raccolta di rifiuti e le zanzare si sono moltiplicate a dismisura con la conseguente eccessiva trasmissione dell’infezione.  </p>
<h2 id="sapere-come-farlo-ma-non-poterlo-fare">Sapere come farlo, ma non poterlo fare</h2><p>Uno scenario caratterizzato da carenze di beni primari a cui conseguono carenze assistenziali e un&rsquo;elevata incidenza di patologie e mortalità. Beni primari per la sussistenza, ma anche beni essenziali per produrre, in particolare in settori come farmaci, vaccini e biotecnologie in cui il know-how cubano è competitivo con quello internazionale. Avere strumentazione all’avanguardia, assicurare l’assistenza tecnica (compresi i ricambi in caso di rottura) e disporre di reagenti chimici sono gli elementi essenziali per garantire una ricerca e un’assistenza sanitaria appropriata, tutti aspetti che un embargo rigido non consente.</p>
<p>L&rsquo;esperienza cubana nella <a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/07cf904a-9f71-479b-a952-168a9cdb2aee/content" rel="noopener">produzione nazionale di farmaci</a> e il loro impatto sull&rsquo;accesso alla salute sottolineano non solo il perseguimento di uno dei principali obiettivi dello Stato (il miglioramento della salute della popolazione e della sua qualità di vita), ma anche il raggiungimento di obiettivi in materia di benessere, tecnologia industriale e proprietà intellettuale di rilevanza nazionale e internazionale. Si stima che siano necessari 300 milioni di dollari per importare le materie prime indispensabili alla produzione di centinaia di medicinali essenziali. La carenza di medicinali continua a crescere <a href="https://www.france24.com/en/live-news/20250709-bitter-pill-cuba-runs-low-on-life-saving-medicines" rel="noopener">alimentando un mercato nero</a>, in particolare per alcuni farmaci costosi e salvavita. Sebbene la <a href="https://www.who.int/publications/m/item/cuba--fcuadro-b-sico-de-medicamentos-y-productos-naturales-2018-%28spanish%29" rel="noopener">lista essenziale dei farmaci</a> che dovrebbero essere garantiti ne comprenda 651 e ottemperi le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relative all’accesso (disponibilità e produzione), molti di questi (antibiotici, antipiretici, gastrointestinali, respiratori), anche di basso costo e frequente richiesta, sono di difficile reperibilità sia in ospedale che nel territorio. Il 62% della lista (403 prodotti) corrisponde a farmaci che dovrebbero essere prodotti dall&rsquo;industria farmaceutica nazionale, il restante 38% viene importato. Alla <a href="https://translatingcuba.com/theft-within-cubas-public-health-system-aggravates-drug-shortages/" rel="noopener">carenza</a>, che nel 2024 era stimata nel 70% delle richieste e dei bisogni, potrebbe quindi far fronte la ripresa della produzione nazionale.</p>
<p>Tuttavia l’<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S014067369607376X" rel="noopener">esperienza del passato</a> con le impennate statunitensi nell’embargo, oggi più che mai protratte nel tempo, e le barriere e i deterrenti indotti dagli Stati Uniti al commercio di prodotti medicali con Cuba: il timore di ingenti sanzioni finanziarie e l&rsquo;incarcerazione dei dipendenti dell&rsquo;eventuale azienda coinvolta, l&rsquo;aumento delle spese legali, l&rsquo;azione penale da parte del governo statunitense per violazioni minori e involontarie dell&rsquo;embargo cubano e la successiva sollecitazione alla stampa a diffondere pubblicità negativa contro l&rsquo;azienda farmaceutica e i suoi dipendenti, le lungaggini e la complessità della burocrazia interna a Cuba… sono tutti fattori che riducono le speranze, mentre la ridotta partecipazione della cooperazione internazionale sull’isola contiene le speranze.  </p>
<h2 id="contraddizioni-drammatiche">Contraddizioni drammatiche</h2><p>Uno degli ambiti in cui emergono con maggiore evidenza le contraddizioni tra la capacità scientifica e le drammatiche restrizioni e sanzioni economiche è quello dei vaccini. <em>Streptococcus pneumoniae</em> rappresenta ancora oggi una delle <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/pneumonia" rel="noopener">principali cause di morte nei bambini</a> nei primi cinque anni di vita a livello globale, con centinaia di migliaia di decessi ogni anno, in gran parte prevenibili attraverso la vaccinazione. Tuttavia l’accesso ai vaccini pneumococcici coniugati rimane profondamente diseguale: nei Paesi con minori risorse la copertura vaccinale è spesso insufficiente e milioni di bambini restano esposti a infezioni gravi come polmonite, meningite e sepsi.</p>
<p>In questo contesto si inserisce l’esperienza cubana del <a href="https://www.ricercaepratica.it/r.php?v=4642&amp;a=46670&amp;l=362825&amp;f=allegati%2F00000__00%2Ffulltext%2F46670_Prevenzione_Chiodo-IT_R_P248.pdf" rel="noopener">vaccino pneumococcico coniugato QuimiVio</a>, sviluppato dall’<a href="https://www.finlay.edu.cu/" rel="noopener">Instituto Finlay de Vacunas</a> come risposta scientifica e sanitaria alle difficoltà di accesso ai vaccini commerciali, il cui costo può raggiungere centinaia di dollari per dose e risulta insostenibile per molti sistemi sanitari. Lo sviluppo dei vaccini cubani avviene, come abbiamo visto, in un contesto particolarmente complesso determinato dal blocco economico statunitense, che limita l’accesso a tecnologie, reagenti, apparecchiature scientifiche e canali finanziari necessari alla ricerca biotecnologica. Nonostante queste restrizioni, Cuba ha costruito negli anni un sistema di innovazione pubblica capace di produrre vaccini e farmaci biologici autonomamente. Gli studi clinici condotti con QuimiVio hanno coinvolto decine di migliaia di bambini e bambine e, dopo l’introduzione nel calendario vaccinale nazionale, l’incidenza delle infezioni pneumococciche invasive nei piccoli tra uno e quattro anni si è drasticamente ridotta fino ad azzerarsi. Questo risultato dimostra come la ricerca biotecnologica pubblica possa rappresentare uno strumento fondamentale di sovranità sanitaria e di equità nell’accesso alle vaccinazioni, anche in contesti caratterizzati da forti limitazioni economiche e politiche.</p>
<p>Purtroppo su Cuba (e Paesi limitrofi) si scagliano non solo le calamità umane ma anche quelle naturali, alcune ricorrenti, altre che potrebbero essere almeno in parte prevenibili limitandone gli effetti che sono enormi anche sul benessere, a breve e lungo tempo, delle popolazioni colpite. È quanto avvenuto lo scorso 29 ottobre quando, dopo 24 ore di pioggia e vento intensissimi, l’uragano Melissa, di categoria 3, ha colpito le province cubane di Holguin, Granma, Santiago e Guantanamo. Sono le regioni, in particolare le ultime due, ancora in forte difficoltà dopo il passaggio dell’uragano Oscar nel 2024 e figurano tra quelle più impoverite, socialmente ed economicamente, e dove gli <em>apagones</em> (i blackout dell’elettricità) durano più a lungo e sono più frequenti. L’uragano <a href="https://left.it/2025/11/03/un-uragano-che-scuote-il-sistema-cosa-cambia-a-cuba-dopo-melissa/" rel="noopener">ha provocato</a> almeno 735.000 persone evacuate e ha scosso il sistema Cuba.</p>
<p>Un sistema che necessita anche di rinnovamento, con l’adeguamento del <em>poder popular</em> ai tempi attuali e alla garanzia dei diritti negati. Per ora è stato ritirato il nome di Melissa e <a href="https://www.3bmeteo.com/giornale-meteo/meteo--melissa-fuori-dalla-lista--perch-eacute--i-nomi-degli-uragani-vengono-ritirati-756947" rel="noopener">sostituito con Molly</a> da parte dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, evento che avviene ogni qual volta l’intensità di un uragano è tale che per i danni arrecati (morti e costi) il riutilizzo del nome sarebbe inappropriato per motivi di sensibilità. Tra i più noti uragani molto distruttivi che hanno portato al ritiro del loro nome ci sono Katrina, Sandy e Maria.</p>
<p>Lo strangolamento energetico di cui è vittima il popolo cubano «peggiorerà, se non addirittura crollerà, se il suo fabbisogno petrolifero non verrà soddisfatto», <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2826%2900356-9/abstract" rel="noopener">secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite</a> António Guterres, mentre la crisi iraniana riduce ulteriormente le possibilità di avere qualche aiuto da Paesi favorevoli. La grave situazione del sistema sanitario necessita di una serie di misure di riorganizzazione e razionalizzazione dei servizi, offerti oggi in cliniche e ospedali privi di energia sufficiente, costretti a ridurre gli interventi chirurgici non urgenti e potenziare la telemedicina, come dichiarato dal ministro della Salute cubano, José Ángel Portal Miranda.</p>
<p>Non possiamo che condividere <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2026/03/cuba-la-crisi-umanitaria-voluta-da-trump/" rel="noopener">quanto scritto</a> dall’epidemiologo Benedetto Saraceno: «Ancora una volta il settore della salute costituisce un potente indicatore del progresso o del regresso di un Paese e il fatto che un sistema sanitario di altissima qualità come quello di Cuba sia costretto al regresso deve preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto universale alla salute e alle cure».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Disforia a esordio rapido: contagio sociale o panico morale?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/disforia-esordio-rapido-contagio-sociale-panico-morale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/disforia-esordio-rapido-contagio-sociale-panico-morale/</guid><pubDate>Fri, 20 Mar 2026 08:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Decine di ragazzi e ragazze che «hanno vissuto un’infanzia e un’adolescenza serene, senza sentimenti di incongruenza di genere»</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/disforia-esordio-rapido-contagio-sociale-panico-morale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/disforia-esordio-rapido-contagio-sociale-panico-morale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Decine di ragazzi e ragazze che «hanno vissuto un’infanzia e un’adolescenza serene, senza sentimenti di incongruenza di genere», bambine «tutte fiocchi e lustrini», che «amavano le gonnelline, i vestitini, i capelli lunghi, giocavano con le bambole», bambini «intelligentissimi, creativi, vivaci, mai preso un trucco o una bambola in mano», improvvisamente hanno comunicato ai genitori di non riconoscersi nel genere assegnato alla nascita, dopo avere seguito online «giovani influencer trans con migliaia di follower», oppure dopo avere legato con «un gruppo di ragazze che si definivano tutte non binarie», o anche solo dopo avere ascoltato musica k-pop «che è la porta di ingresso di questo processo». È il tenore delle testimonianze presentate <a href="https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM12/Audizioni/leg19.com12.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.76005.18-12-2025-12-07-42.549.pdf" rel="noopener">alla Commissione Affari Sociali della Camera</a> il 26 novembre dello scorso anno dall’associazione GenerAzioneD, audita in merito al Disegno di Legge <a href="https://documenti.camera.it/leg19/dossier/Pdf/AS0452.pdf" rel="noopener"><em>Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere</em></a>, tuttora in corso di esame da parte della Commissione. Nel documento consegnato dall’associazione non figura alcun racconto in prima persona, solo storie anonime riportate da familiari. </p>
<p><a href="https://www.generazioned.org" rel="noopener">GenerAzioneD</a>, fondata nel 2023, riunisce genitori che rigettano l’affermazione di genere dei propri figli e figlie. Raccontano che la loro incongruenza si è manifestata «da un giorno all’altro», senza precedenti segnali. Eppure nelle testimonianze si incontrano frasi come «ci dichiara di sentirsi donna in un corpo da uomo da sempre, dice lui (mah)». Sostengono che questa disforia a esordio rapido è frutto di contagio sociale, cioè dell’influenza esercitata su adolescenti fragili dal gruppo dei pari, dai social media, dalla visibilità di personaggi pubblici transgender. E che rispondere al disagio di questi giovani con un approccio affermativo porta ad affrettare il processo di transizione e a commettere errori di valutazione, di cui spesso i diretti interessati si pentono amaramente quando ormai è troppo tardi per tornare indietro.</p>
<p>È una narrazione che circola da qualche anno ma che negli ultimi mesi, proprio in concomitanza con la discussione sul Disegno di Legge sulla disforia, è promossa con particolare vigore da alcuni attori in Italia. Per esempio, il 3 dicembre scorso, l’eurodeputato Roberto Vannacci ha ospitato a Bruxelles un <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/nel-cuore-del-parlamento-europeo-pro-vita-famiglia-e-vannacci-hanno-dato-voce-al-detransitioner-daniel-black-distrutto-da-una-bugia" rel="noopener">evento</a> organizzato dall’associazione ProVita &amp; Famiglia per presentare la storia del detransitioner Daniel Black, un giovane ceco che dopo avere intrapreso un percorso di transizione al genere femminile ha cambiato idea ed è tornato al genere maschile, accusando la pressione sociale e l’approccio affermativo di averlo spinto sulla strada sbagliata. E ancora, il 14 gennaio e poi di nuovo il 28 gennaio del 2026 il settimanale <em>Panorama</em> ha dedicato la copertina a storie di disforia a esordio rapido, diagnosi affrettate e successivi pentimenti.</p>
<h2 id="unentità-clinica-inesistente">Un’entità clinica inesistente</h2><p>Di disforia a esordio rapido e di contagio sociale si parla dal 2018, quando la ginecologa statunitense Lisa Littman pubblicò uno <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0202330" rel="noopener">studio</a> condotto su un gruppo di genitori di adolescenti con disforia di genere. Aveva sottoposto i partecipanti a un questionario e la maggior parte di loro aveva risposto che il disagio di figli e figlie si era manifestato all’improvviso durante la pubertà, senza avvisaglie negli anni precedenti. I genitori interpellati avevano raccontato che ragazzi e ragazze all’epoca del coming out frequentavano altre persone transgender e che, dopo essere usciti allo scoperto, i loro rapporti con la famiglia e il loro benessere psicologico si erano rapidamente deteriorati. Sulla base di queste testimonianze, Littman definì una nuova entità clinica a cui diede il nome, appunto, di disforia di genere a esordio rapido, attribuendone l’origine a un fenomeno di imitazione sociale.</p>
<p>Non si fecero attendere le repliche della comunità scientifica che evidenziavano falle nella pubblicazione. L’editore della rivista avviò un processo di revisione che portò l’anno successivo alla <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0214157" rel="noopener">correzione dell’articolo</a>. Lo studio della Littman – spiega la nota che accompagna l’edizione corretta – si basa esclusivamente sui racconti dei genitori, senza alcuna verifica con le persone direttamente interessate, e non tiene in considerazione la possibilità di pregiudizi e conflitti familiari.</p>
<p>In particolare un aspetto del lavoro della ginecologa è stato oggetto di critiche: i rispondenti al questionario <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7012957/" rel="noopener">sono stati reclutati pubblicando annunci</a> su tre siti web «noti per incoraggiare i genitori a non credere che il proprio figlio sia transgender», infatti «il 76,5% di loro riteneva che l’identificazione come trans del proprio figlio o figlia non fosse corretta».</p>
<h2 id="ogni-persona-ha-la-propria-storia">Ogni persona ha la propria storia</h2><p>«Non mi sono mai imbattuta in un caso di adolescente che, al momento della richiesta di avviare un percorso affermativo, raccontasse di avere maturato la propria percezione di incongruenza di genere nell’arco di pochi mesi», osserva Maria Giuseppina Petruzzelli, professoressa associata di Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Bari. «La presa di coscienza della propria varianza di genere può richiedere più o meno tempo. A volte è chiara e netta fin dall’infanzia. A volte invece arriva con la pubertà, tra i 10 e i 12 anni. Di solito, però, la consapevolezza dell’incongruenza tra genere percepito e sesso assegnato alla nascita richiede almeno un paio d’anni per maturare. La velocità di questo percorso è diversa da persona a persona, perché ogni individuo ha la propria storia complessa, che non può essere semplificata. La mia esperienza è clinica e si basa sui casi che ho seguito di adolescenti con disforia di genere, cioè con una condizione di malessere associata all’incongruenza di genere. Sono persone che vivono una vita sospesa, in attesa di essere riconosciute per quello che sentono di essere. A volte la sofferenza di questi ragazzi e ragazze è dovuta anche a problematiche che non sono riconducibili all’incongruenza di genere e il neuropsichiatra infantile deve prendere in carico anche queste».</p>
<p>Nella complessità delle traiettorie individuali è compresa anche la possibilità di un ripensamento. «Il percorso di affermazione di genere non è una strada a senso unico con tappe obbligate e i professionisti della salute non fanno pressione in una direzione o in un’altra. Il loro compito è offrire sostegno a ciascuno nella sua personale ricerca di una condizione di benessere», spiega Petruzzelli. «C’è chi trova un miglior equilibrio identitario attraverso l’affermazione sociale, chi sceglie di intraprendere un iter medico o chirurgico e c’è anche chi desiste e torna a identificarsi con il genere attribuito alla nascita».</p>
<h2 id="guerra-culturale">Guerra culturale</h2><p>A distanza di otto anni dalla pubblicazione del lavoro di Lisa Littman non è emersa alcuna evidenza scientifica dell’esistenza di un fenomeno di emulazione sociale all’origine dell’incongruenza di genere. Ciò nonostante, questa narrazione è entrata a far parte del repertorio propagandistico dei movimenti anti scelta impegnati a ostacolare l’accesso dei minori alle cure di affermazione di genere.</p>
<p>Nelle testimonianze dei genitori angosciati proposte da GenerAzioneD riecheggiano i racconti riportati da <a href="http://www.genspect.org" rel="noopener">Genspect</a>, organizzazione statunitense che «difende il sesso biologico come reale, binario e immutabile». E in effetti GenerAzioneD <a href="https://www.generazioned.org/genspect-non-vuole-sostituire-la-wpath-vogliamo-proprio-chiuderla/" rel="noopener">si definisce</a> affiliata alla rete internazionale di Genspect. </p>
<p>Gli <a href="https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM12/Audizioni/leg19.com12.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.36674.17-05-2024-17-58-59.180.pdf" rel="noopener">strali di Rachele Ruiu</a>, portavoce di ProVita &amp; Famiglia, contro gli operatori sanitari che prendono in carico i giovani con disforia di genere, accusati di estorcere il consenso delle famiglie e di «mutilare un corpo sano per assecondare una mente sofferente», riflettono le <a href="https://givebutter.com/children-world?utm_source=EB251204FGM" rel="noopener">affermazioni di Brian Brown</a>, presidente dell’International Organization for the Family, che chiama il percorso affermativo «mutilazione di genere».</p>
<p>Anche il racconto del detransitioner ceco Daniel Black, ospitato a Bruxelles da Roberto Vannacci, ha seguito lo stesso copione delle testimonianze presentate al <a href="https://genspect.org/announcing-detrans-awareness-day-2025/" rel="noopener">Detrans Awarness Day</a>, organizzato a marzo del 2025 a Washington da Genspect per sostenere le iniziative anti-trans di Donald Trump.</p>
<p>«Questi personaggi, queste storie, sono modelli comunicativi riproposti più e più volte nel mondo da una rete di organizzazioni attive nel continente americano, in Europa, in Russia e non solo. Sono strumenti di una guerra culturale contro i sostenitori del diritto all’autodeterminazione», dice Kristina Stoeckl, professoressa ordinaria di Sociologia della LUISS di Roma e coautrice del saggio <em>L’Internazionale moralista: i conservatori russi e la conquista dell’Occidente</em> (LUISS University Press, 2024). «In Russia i racconti sul contagio sociale che spinge i giovani alla fluidità di genere sono funzionali alla propaganda della chiesa ortodossa sul collasso morale dell’Unione Europea, ma non hanno avuto origine lì. La loro fonte primaria sono i movimenti evangelici negli Stati Uniti. Così la disforia di genere a esordio rapido, la cui esistenza non è sostenuta da alcuna evidenza scientifica, è entrata nel dibattito politico e culturale dapprima negli Stati Uniti ed è poi approdata in Europa. Affermazione di genere, diritti LGBT, aborto, femminismo, sono tutti temi su cui queste organizzazioni fanno leva per promuovere un modello di società basato sulla disuguaglianza di genere e di classe, fortemente gerarchico, contrapposto al modello progressista di società basata sull’uguaglianza. Che cosa si può fare per contrastare le mire di quella che io chiamo <em>Internazionale moralista</em>? Innanzi tutto portare allo scoperto le sue strategie, diffondere consapevolezza sulla guerra culturale che si sta combattendo oggi a livello globale».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Padri assenti per legge: cosa perdiamo senza congedi più lunghi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/padri-assenti-legge-cosa-perdiamo-senza-congedi-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/padri-assenti-legge-cosa-perdiamo-senza-congedi-piu/</guid><pubDate>Thu, 19 Mar 2026 08:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Federica Salamino</dc:creator><category>societa</category><description>Miglior sviluppo cognitivo, ma soprattutto socio-relazionale: aumentano le competenze sociali, la capacità di stare con gli altri, di interagire.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/padri-assenti-legge-cosa-perdiamo-senza-congedi-piu-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/padri-assenti-legge-cosa-perdiamo-senza-congedi-piu-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Miglior sviluppo cognitivo, ma soprattutto socio-relazionale: aumentano le competenze sociali, la capacità di stare con gli altri, di interagire, di costruire relazioni». Ecco quali sono i vantaggi per bambini e bambine che, fin dalla nascita, hanno la possibilità di costruire una solida relazione anche con il loro papà, racconta Alessandro Volta, pediatra neonatologo e membro dell’<a href="https://acp.it/" rel="noopener">Associazione Culturale Pediatri</a> (ACP).</p>
<p>Eppure, il 24 febbraio 2026 la maggioranza alla Camera dei deputati ha respinto la proposta di legge delle opposizioni sull’estensione del congedo di paternità da 10 giorni a 5 mesi. La proposta mirava a equiparare il tempo a disposizione di madri e padri per la cura dei figli, in una delle fasi più delicate: l’arrivo di un nuovo componente in famiglia.</p>
<h2 id="la-situazione-in-italia">La situazione in Italia</h2><p>Nel nostro Paese i lavoratori con figli possono contare su tre strumenti: il congedo di maternità, quello di paternità e il congedo parentale. Il primo dura cinque mesi ed è retribuito all’80% dello stipendio; il secondo si limita a dieci giorni, retribuiti al 100%. Il congedo parentale, facoltativo e utilizzabile da entrambi i genitori, può arrivare fino a dieci mesi complessivi ma con un’indennità che nel tempo scende almeno al 30% della retribuzione.</p>
<p>Bastano pochi numeri per capire che l’esperienza della genitorialità parte da presupposti diversi per i due partner. Una madre può dedicarsi fin da subito e a tempo pieno alla relazione con il bambino o la bambina. Un neo papà, invece, deve tornare al lavoro pochi giorni dopo la nascita. Tuttavia nessun legame tra persone è automatico, e quelli con un figlio o una figlia non fanno eccezione: si costruiscono nel tempo, attraverso la presenza e la cura quotidiana. Ai padri quel tempo non viene concesso. Eppure anche loro dovrebbero poter costruire quella relazione, perché sono titolari del progetto di genitorialità tanto quanto le madri. «Ancora oggi nel percorso nascita si tutela, giustamente, la coppia madre-bambino o bambina, ma si tende a trascurare il ruolo del padre, che invece dovrebbe essere coinvolto nella cura fin dai primi istanti dopo il parto», dice Giovanna Bestetti, psicopedagogista dell’<a href="https://irisassociazione.it/chi-siamo/" rel="noopener">Associazione Iris</a>. Mamma e papà finiscono così per essere intrappolati nello stesso meccanismo: alla prima si assegna il ruolo di genitore principale, chiedendole di esserci sempre e comunque per mesi; al secondo si comunica invece che può tornare alla sua vita fuori casa come se nulla fosse cambiato. Il risultato è che un progetto genitoriale pensato insieme finisce per essere vissuto separatamente: quella che doveva essere un’esperienza condivisa si trasforma in due percorsi paralleli, rendendo difficile ristabilire un equilibrio.</p>
<h2 id="la-cura-come-relazione">La cura come relazione</h2><p>«Quando si parla di cura dei bambini, è utile pensare in termini di caregiver, cioè di adulti di riferimento», spiega Volta. Ognuno di questi porta un contributo diverso ed è importante che il ruolo di tutti sia realmente esercitato. Con le attuali leggi, però, si rischia che quella del padre resti una figura presente sulla carta ma marginale nella vita quotidiana del bambino.</p>
<p>Nei primi anni di vita i bambini hanno bisogno di adulti significativi che facciano da filtro con il mondo esterno, li aiutino a interpretare i propri bisogni e diano alla loro giornata un ritmo prevedibile e coerente. «Per questo è importante una certa diversificazione relazionale: il bambino beneficia della presenza di più figure adulte», aggiunge il neonatologo. Con il tempo questi ruoli possono essere svolti anche da altre persone – nonni, zii, educatori – ma all’inizio sono soprattutto i genitori a garantire quella presenza costante: di notte dopo un incubo, durante un mal di pancia o perché il buio fa troppa paura. Anche i gesti più semplici, come cambiare un pannolino, hanno un valore relazionale: sono momenti di contatto e conoscenza reciproca in cui il genitore osserva il bambino, gli parla, gli garantisce il ritorno al benessere; il bambino, a sua volta, impara a riconoscere quella presenza come affidabile. È in questo tipo di cura che si costruisce la relazione. Quando questo compito però ricade quasi esclusivamente sulla madre, la distanza tra le due figure genitoriali può allargarsi inesorabilmente.</p>
<p>Prosegue Volta: «Quando parliamo di “padri” e “madri” parliamo soprattutto di caregiver e della relazione tra due persone. Quello che diciamo vale anche per coppie di padri o di madri». Per un bambino che cresce con due genitori è positivo poter contare su entrambi: un padre dovrebbe poter svolgere il ruolo di cura non come semplice replica della madre, ma con una propria modalità. Osservando suo figlio, conoscendolo, esplorando le sue reazioni, anche il padre diventa un caregiver responsivo. Se invece si limita a imitare la madre o solo a sostituirla quando non c’è, resta una figura di mero supporto: il cosiddetto “padre feriale”, ricorda il pediatra, quello che gioca con il bambino, o se ne occupa, solo per qualche ora.</p>
<p>Gli <a href="https://4e-parentproject.eu/wp-content/uploads/2024/10/1.TAMBURLINI-VOLTA.pdf" rel="noopener">studi</a> indicano che il coinvolgimento precoce dei padri nella cura produce effetti positivi che si mantengono nel tempo. Bambini e bambine che crescono accanto non solo a una madre, ma anche a un padre attivo nelle cure mostrano in media risultati scolastici migliori e meno comportamenti antisociali durante l’adolescenza. Questo accade perché l’esperienza di cura nei primi mesi di vita è profondamente trasformativa: un’esperienza intima e corporea, fatta di accudimento quotidiano.</p>
<p>Tutto ciò, però, richiede tempo. E il tempo necessario si ottiene solo attraverso una presenza costante, resa possibile da strumenti come il congedo: un periodo in cui un padre può davvero stare con il proprio bambino e costruire con lui una relazione quotidiana.</p>
<h2 id="benefici-per-i-papà-e-per-la-società">Benefici per i papà e per la società</h2><p>Con la bocciatura della proposta di legge sui congedi paritari si è persa un’occasione per ampliare almeno quelli di paternità, se non per equipararli del tutto a quelli previsti per le madri. Una direzione indicata anche dal progetto <a href="https://4e-parentproject.eu/" rel="noopener">4e-parent</a>, finanziato dall’Unione Europea e che, tra i suoi obiettivi, aveva proprio quello di promuovere un maggiore coinvolgimento dei padri nella cura dei figli. La letteratura scientifica analizzata nell’ambito del progetto suggerisce che una presenza più attiva dei padri nei primi mesi di vita di bambini e bambine può contribuire anche a ridurre il conflitto e la violenza di genere, perché favorisce una diversa rappresentazione della maschilità, più orientata alla cura. «Parliamo di una maschilità accudente che trasforma il padre», spiega Volta. Una trasformazione che si manifesta anche sul piano biologico: nei padri impegnati attivamente nell’accudimento diminuiscono alcuni indicatori dello stress come il cortisolo e i livelli di testosterone, mentre aumentano l’ossitocina e la prolattina. Ormoni che in passato sono stati associati esclusivamente alla maternità, ma che in realtà entrano in gioco per tutti gli esseri umani che si prendono cura di qualcun altro: un bambino, un familiare anziano o una persona fragile.</p>
<p>Continua Alessandro Volta: «Sarebbe bello spiegarlo anche ai datori di lavoro: quando un padre sta a casa, ci può essere carenza, se vogliamo, di personale, ma quel padre tornerà al lavoro con una maggiore capacità di visione prospettica, più attenzione per la sostenibilità ambientale, maggior altruismo, capacità multitasking e competenze di autostima, empatia e autoefficacia». In questo senso il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli non produce benefici soltanto per bambini e bambine, ma può avere effetti positivi anche per gli stessi padri e, indirettamente, per le organizzazioni in cui lavorano e per la società intera.</p>
<h2 id="benessere-materno-occupazione-femminile-e-natalità">Benessere materno, occupazione femminile e natalità</h2><p>Il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli ha conseguenze positive anche sul benessere psicofisico delle madri. È associato, per esempio, a una riduzione del rischio di depressione perinatale e al miglioramento dei tassi di allattamento: quando il padre è attivo nella cura quotidiana dei figli, le madri riescono più facilmente ad allattare e tendono a farlo più a lungo.<br>
Il beneficio più rilevante riguarda però l’<a href="https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2024.pdf" rel="noopener">occupazione femminile</a>. Negli ultimi vent’anni nei Paesi europei è emersa una relazione chiara: dove lavorano più donne si fanno anche più figli. Il lavoro delle donne garantisce maggior sicurezza economica alle famiglie e rende più sostenibile la scelta di avere un figlio, soprattutto il secondo o il terzo. In Italia, invece, la nascita di un bambino spesso riduce o interrompe il lavoro delle madri, mentre il reddito dei padri tende ad aumentare, ampliando il divario di genere. Se concedessimo più permessi anche ai papà, assumere persone in base al genere, per esempio, smetterebbe di essere una scelta così conveniente per i datori di lavoro.</p>
<p>Ecco il circolo vizioso: meno occupazione femminile quindi meno autonomia economica e meno possibilità di allargare la famiglia. «Il problema», sottolinea Volta, «non è tanto convincere le coppie senza figli ad avere il primo, ma mettere nelle condizioni quelle che ne hanno già uno di poterne avere un secondo o un terzo». Nei Paesi dove la natalità è più alta – come Francia, Svezia o, più recentemente, Germania e Spagna – le giuste condizioni sono state create grazie a politiche familiari strutturali: congedi parentali più equilibrati tra madri e padri, sostegni economici stabili nel tempo e servizi per la prima infanzia diffusi. Interventi che rendono più compatibile la genitorialità con il lavoro, soprattutto per le donne, e che nel lungo periodo contribuiscono anche a <a href="https://4e-parentproject.eu/wp-content/uploads/2024/09/benefici.pdf" rel="noopener">sostenere la natalità</a>.</p>
<h2 id="il-pretesto-finanziario-e-la-cultura-degli-stereotipi">Il pretesto finanziario e la cultura degli stereotipi</h2><p>Secondo la Ragioneria di Stato, la misura per i congedi più equi avrebbe comportato costi sensibilmente più alti rispetto a quelli stimati dai proponenti; questo è il motivo ufficiale della bocciatura. Se però si fossero intravisti i vantaggi elencati fin qui, si sarebbe potuto optare per un’introduzione graduale, come già avvenuto in diversi Paesi europei. In Francia l’estensione dei congedi di paternità è stata introdotta progressivamente, e lo stesso in Spagna, dove l’ampliamento del sistema dei congedi parentali è passato attraverso varie tappe fino ad arrivare alle attuali 19 settimane complessive.</p>
<p>«La domanda di avere più tempo da dedicare alla cura è diffusa sia fra i padri che tra le madri, ma le mamme sono quelle che usano di più le misure di conciliazione offerte dalle aziende (principalmente il part time). La domanda di congedi meglio retribuiti ed estesi anche per i padri, preferibilmente di durata uguale, è diffusa sia fra uomini che fra donne», spiega Annina Lubbock, con riferimento alla necessità di assecondare un cambiamento già in atto: sempre più padri vogliono passare il giusto tempo con i propri figli.</p>
<p>«Non esiste un modo maschile o femminile di stare con un bambino: esiste piuttosto chi passa molto tempo con lui e chi ne passa poco», conclude Alessandro Volta.</p>
<p>Parecchi comportamenti che siamo abituati a considerare innati, come l’empatia per le femmine e l’aggressività per i maschi, sono appresi precocemente attraverso l’ambiente sociale. Inoltre, il modo in cui veniamo cresciuti determina, almeno in parte, quello in cui concepiremo noi stessi una volta adulti. In Italia abbiamo ancora difficoltà ad accettare l’idea di un bambino maschio che gioca con un passeggino, e questo va di pari passo col fatto che facciamo fatica a immaginare uomini adulti che si astengano dal lavoro per crescere i propri figli.</p>
<p>Dopo una bocciatura come quella dei congedi paritari, l’esercizio da fare è proprio questo: cercare di andare oltre gli stereotipi di genere in cui viviamo immersi per ricordarci che tutte le persone adulte che partecipano alla crescita di un bambino hanno il diritto di costruire con lui o con lei una relazione, indipendentemente dal loro sesso. E che i bambini e le bambine, la cui sopravvivenza dipende dall’esistenza di un legame di attaccamento con gli adulti che li accudiscono, a loro volta hanno diritto di beneficiare di quel legame, appieno e dal giorno zero.</p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/carcere-crisi-climatica-aggrava-pena-persone-detenute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/carcere-crisi-climatica-aggrava-pena-persone-detenute/</guid><pubDate>Mon, 09 Mar 2026 08:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>clima</category><description>Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/carcere-crisi-climatica-aggrava-pena-persone-detenute-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/carcere-crisi-climatica-aggrava-pena-persone-detenute-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa <a href="https://www.aljazeera.com/news/2023/8/28/like-being-inside-an-oven-extreme-weather-batters-imprisoned-people" rel="noopener">su <em>Al Jazeera</em></a> dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza. Il clima si è trasformato per Saavedra, ma anche per tutte le persone che vivono una condizione di privazione della libertà personale, in una forma di sofferenza aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza.</p>
<p>Quella di Saavedra non è solo una storia americana: è un esempio di ciò che accade quando la crisi climatica arriva in carcere, un luogo chiuso e spesso sovraffollato, dove chi è detenuto non può proteggersi, né scegliere come difendersi dal freddo o dal caldo estremo. Anche in Italia le condizioni climatiche negli istituti penitenziari fanno accendere dei campanelli di allarme che non andrebbero ignorati, ma che invece si ripropongono ciclicamente.</p>
<p>Secondo i <a href="https://www.antigone.it/news/3618-carceri-antigone-il-2025-ci-lascia-istituti-sempre-piu-fatiscenti-sovraffollati-e-disumani-si-registra-solo-l-inerzia-della-politica" rel="noopener">dati</a> (relativi al 2025) raccolti dall’Osservatorio sulle condizione di detenzione dell’associazione Antigone, «nel 10% degli istituti visitati (circa 120) il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) ha celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario ne preveda l’obbligatorietà».</p>
<p>Circa un mese fa a Firenze, nella casa circondariale di Sollicciano, in alcune celle la temperatura <a href="https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/freddo-carcere-sollicciano-h73fsdrg" rel="noopener">è scesa fino a due gradi</a>. «Il carcere di Sollicciano soffre da decenni di gravi carenze strutturali», spiega Giancarlo Parissi, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Firenze. Un progetto edilizio definito «disgraziato fin dall’origine», che dagli anni Novanta ha iniziato a mostrare tutti i suoi limiti: infiltrazioni, problemi di circolazione dell’acqua, impianti di riscaldamento malfunzionanti. Nel tempo si sono susseguiti interventi di manutenzione, cambi di caldaie, riparazioni, ma nessuno di questi è stato risolutivo. «Il risultato è una struttura che d’inverno non riesce a trattenere il calore e d’estate diventa una trappola di cemento». Una situazione che, secondo il garante di Firenze, non è più sanabile: servirebbero investimenti ingenti o una ricostruzione radicale, ipotesi che restano sul piano del dibattito teorico. E così si va avanti, di stagione in stagione, senza una soluzione.</p>
<h2 id="la-crisi-climatica-amplifica-i-rischi-sanitari">La crisi climatica amplifica i rischi sanitari</h2><p>Ma cosa significa vivere in carcere a due gradi? Dal punto di vista sanitario, le conseguenze sono tutt’altro che marginali. A spiegarlo è il dottor Sandro Libianchi, presidente del Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane (Co.N.O.S.C.I. - aps). «Il primo rischio è l’ipotermia, soprattutto per le persone più vulnerabili: anziani, detenuti con patologie croniche, chi soffre di disturbi respiratori o cardiovascolari. Il freddo aggrava bronchiti, asma, infezioni, dolori muscolari». A questo si aggiungono difficoltà igieniche evidenti: quando l’acqua è fredda ci si lava meno, aumenta il rischio di infezioni cutanee, peggiorano le condizioni generali di salute.</p>
<p>Ma, come sottolinea Libianchi, l’impatto più sottovalutato è quello sulla salute mentale, soprattutto per le persone esposte a queste situazioni per periodi lunghi: «Il freddo prolungato è stressante, ansiogeno, depressogeno. Aggrava i problemi di salute mentale, aumenta l’irritabilità, riduce la capacità di concentrazione». In questo contesto, anche il lavoro quotidiano di operatori sanitari, educatori e agenti penitenziari è reso più difficile.</p>
<p>Libianchi cita anche alcune vulnerabilità meno raccontate: le persone in sovrappeso, per esempio, che faticano a regolare la temperatura corporea; oppure i detenuti stranieri arrestati nei mesi estivi, che entrano in carcere con abiti leggeri e sono costretti a indossarli anche quando arriva l’inverno a causa dell’assenza di reti familiari che possano fornire vestiti adeguati. In molti istituti, come a Sollicciano, sono le associazioni e i volontari a intervenire con raccolte di indumenti e coperte.</p>
<h2 id="un-fenomeno-senza-dati">Un fenomeno senza dati</h2><p>In Italia non esiste un monitoraggio sistematico delle temperature nelle carceri. Non ci sono dati ufficiali, termometri, punti di osservazione, rilevazioni continue. Le criticità emergono solo quando diventano insostenibili, attraverso segnalazioni isolate di persone detenute, operatori e operatrici sanitari, associazioni o garanti delle persone private della libertà.</p>
<p>«Sono dati scomodi. Quando il problema esplode, si tenta di risolverlo localmente, senza allarmare, senza produrre numeri che possano diventare politicamente ingombranti», dice Libianchi. E così il fenomeno resta frammentato, invisibile e di conseguenza facilmente rimovibile.</p>
<p>I dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali (ASL), per legge, dovrebbero effettuare ispezioni periodiche negli istituti penitenziari, verificando le condizioni igieniche e microclimatiche interne. Ma nella pratica, racconta Libianchi, questi controlli sono rarissimi e quando vengono fatte segnalazioni, spesso non seguono iter efficaci, né verifiche successive.</p>
<p>Sebbene Sollicciano rappresenti uno dei casi più critici, il problema non è isolato. Molti istituti italiani sono vecchi e sovraffollati. Secondo i dati di Antigone, quasi il 40% degli istituti penitenziari italiani è stato costruito tra il 1980 e il 1999 e non sono stati pensati come strutture adatte a resistere a ondate di caldo estremo o a inverni sempre più rigidi.</p>
<p>Alle celle con scarsa ventilazione e isolamento termico inesistente si aggiunge il problema del sovraffollamento, che agisce da moltiplicatore del rischio: più corpi in spazi ridotti significano più caldo d’estate, più umidità, più difficoltà nel garantire condizioni minime di benessere.</p>
<h2 id="il-carcere-grande-assente-del-dibattito-climatico">Il carcere, grande assente del dibattito climatico</h2><p>Nel dibattito pubblico sulla crisi climatica, il carcere è quasi sempre assente. Non rientra nelle politiche di adattamento, non viene considerato quando si parla di ondate di calore, né quando si discute di tutela della salute delle persone vulnerabili.</p>
<p>Secondo Parissi, questo accade anche perché il carcere convive con disagi talmente profondi da rendere secondario tutto il resto e la crisi climatica non è tra le priorità. Libianchi, invece, afferma che clima e carcere sono due temi scomodi, che la politica preferisce non intrecciare.</p>
<p>In carcere il clima non è solo una condizione esterna, ma entra negli spazi e nelle vite delle persone, aggravando disuguaglianze strutturali. Ci sono alcuni interventi che potrebbero essere attuati a basso costo e con relativa semplicità, come la dotazione di ventilatori e frigoriferi o l’apertura delle porte esterne delle stanze di permanenza per favorire la circolazione d’aria; altri invece richiedono un impegno in più, per esempio l’isolamento termico degli edifici, le valutazioni ambientali istituto per istituto. «Queste operazioni, però, richiedono volontà politica e soprattutto il riconoscimento che la dignità e la salute delle persone detenute non sono negoziabili», conclude il garante di Firenze. Scontare una condanna non dovrebbe significare subire sofferenze aggiuntive, eppure quando il freddo o il caldo si intensificano, il carcere si trasforma in un luogo dove la pena si dilata, si inasprisce.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa possono aspettarsi i bambini di Gaza dal Board of Peace?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-possono-aspettarsi-bambini-gaza-board-of-peace/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-possono-aspettarsi-bambini-gaza-board-of-peace/</guid><pubDate>Fri, 06 Mar 2026 08:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Dopo il cosiddetto “cessate il fuoco” del conflitto palestinese, quella che in realtà sembra cessata è l’attenzione e la partecipazione agli eventi drammatici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-possono-aspettarsi-bambini-gaza-board-of-peace-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-possono-aspettarsi-bambini-gaza-board-of-peace-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il cosiddetto “cessate il fuoco” del conflitto palestinese, quella che in realtà sembra cessata è l’attenzione e la partecipazione agli eventi drammatici che sono successi e continuano a succedere, anche se forse con minore intensità, nella Striscia e sul nuovo fronte della guerra all’Iran. </p>
<p>La povertà affligge i palestinesi della Striscia di Gaza che vivono in condizioni di vita precarie per la mancanza di adeguati aiuti, di energia elettrica, di case, di ospedali. Le poche scuole non distrutte vengono utilizzate come rifugi per l’enorme massa di sfollati. Quindi la possibilità per i bambini e le bambine di tornare a scuola si allontana ulteriormente. Nel frattempo, anche perché molti sono orfani di famiglie in cui uno o entrambi i genitori sono stati uccisi nella guerra, <a href="https://www.aljazeera.com/features/2026/2/12/children-gaza-forced-focus-work-rather-school" rel="noopener">sono costretti a lavorare</a> vendendo il tè per le strade o a raccogliere oggetti che possono essere usati come combustibile. </p>
<p>Manca una visione a breve e a lunga distanza temporale sugli interventi essenziali e prioritari, anche associati agli impatti che questi interventi potranno avere sulla salute e le aspettative di vita, con particolare riguardo dei gruppi più fragili, tra cui i bambini e le bambine, come riporta uno <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">studio</a> appena pubblicato dal <em>British Medical Journal Paediatrics Open</em>. Tutti aspetti che non erano all’ordine del giorno del primo incontro del cosiddetto Board of Peace il 19 febbraio e che ancora meno pesano sulle scelte di guerra odierne, che considerano il bombardamento di una scuola un effetto collaterale. E non lo saranno neppure nella riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu <a href="https://news.un.org/en/story/2026/03/1167067" rel="noopener"><em>Bambini, tecnologia e istruzione nei conflitti</em></a>, presieduta da Melania Trump, per la costante e primaria ragione commerciale che «l&rsquo;apprendimento digitale è un&rsquo;ancora di salvezza vitale per i bambini in contesti di conflitto. Sono necessarie protezioni solide, investimenti costanti e, in ultima analisi, una pace duratura per salvaguardare il loro diritto all&rsquo;apprendimento».</p>
<h2 id="i-numeri-del-disastro">I numeri del disastro</h2><p>È difficile anche solo disporre di dati certi, ma tra il 7 ottobre 2023 e il 3 marzo 2026, <a href="https://www.aps.dz/en/world/arab-world/mmal9dkd-zionist-aggression-on-gaza-toll-hits-72-116-martyrs-171-798-wounded" rel="noopener">secondo il Ministero della Salute</a> palestinese, 72.116 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza e altri 171.798 sono rimasti feriti. Su 10 persone, nove sono sfollate. Nei primi tre mesi del cessate il fuoco, dall&rsquo;ottobre 2025, 492 palestinesi sono stati uccisi, 1.356 feriti e 715 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie. La guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza ha sconvolto la vita di 2,1 milioni di palestinesi residenti nel territorio e ne ha decimato l&rsquo;estensione. Su 10 edifici presenti a Gaza prima della guerra, otto sono danneggiati o rasi al suolo, e su 10 case, nove <a href="https://www.npr.org/2025/10/07/g-s1-92367/october-7-two-years-gaza-war-israel-hamas-palestinians" rel="noopener">sono distrutte</a>. Attaccare i centri sanitari e impedire l&rsquo;assistenza sanitaria <a href="https://www.bmj.com/content/391/bmj.r2153" rel="noopener">è una strategia di guerra</a> perpetrata anche nella Striscia di Gaza, così che solo 13 dei 36 ospedali dell&rsquo;enclave <a href="https://media.un.org/unifeed/en/asset/d345/d3458763" rel="noopener">sono rimasti parzialmente funzionanti</a>. </p>
<p>Nelle ultime settimane, anche a causa dell’aggravarsi delle condizioni meteorologiche, si è registrato un aumento significativo delle infezioni respiratorie acute, con 9.613 casi segnalati tra il 26 gennaio e il 1° febbraio, rispetto agli 8.963 casi della settimana precedente. Sono aumentati anche i casi di epatite A correlati all&rsquo;acqua contaminata: dal primo novembre 2025, ne sono stati segnalati oltre 480. La fame non si attenua, così come la disperazione, e oltre 2.000 persone in cerca di cibo sono state uccise dai militari israeliani durante le scarse e caotiche distribuzioni.</p>
<p>Anche <a href="https://rsf.org/en/over-210-journalists-killed-gaza-rsf-and-avaaz-call-media-worldwide-stage-major-operation-1" rel="noopener">giornalisti</a> (più di 210), <a href="https://news.un.org/en/story/2025/10/1166057" rel="noopener">operatori sanitari</a> (oltre 1.700) e <a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-update-329-gaza-strip" rel="noopener">operatori umanitari</a> (oltre 565) sono stati uccisi. Gli sfollamenti hanno separato intere famiglie, alcune più volte. <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2825%2902112-9/fulltext" rel="noopener">Si stima</a> che a Gaza siano andati persi oltre 3 milioni di anni di vita, e più di 1 milione di anni di vita riguardano bambini e bambine di età inferiore ai 15 anni. </p>
<blockquote>
<p>La Commissione conclude, sulla base di motivi ragionevoli, che le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere i seguenti atti di genocidio nei confronti dei palestinesi nella Striscia di Gaza:</p>
<ul>
<li>l&rsquo;uccisione di membri del gruppo </li>
<li>il causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo</li>
<li>l&rsquo;infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale  </li>
<li>l&rsquo;imposizione di misure volte a impedire le nascite all&rsquo;interno del gruppo</li>
</ul></blockquote>
<p>si legge nel <a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session60/advance-version/a-hrc-60-crp-3.pdf" rel="noopener">rapporto</a> della Commissione Internazionale Indipendente d&rsquo;Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est, e Israele.</p>
<p>I bambini e le bambine <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">sono sempre stati</a> le vittime più vulnerabili e innocenti di qualsiasi conflitto. A Gaza oltre 1.000 di loro <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/biliardini-striscia-gaza/">hanno perso un arto</a> dall&rsquo;ottobre 2023, a testimonianza dell’impatto devastante, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-fa-male-salute/">presente e futuro</a>, che un conflitto ha sulla loro vita. Un altro aspetto critico riguarda la salute mentale dei piccoli esposti a eventi traumatici: esperienze come violenza e sfollamento possono causare disagio psicologico a lungo termine e compromissione dello sviluppo emotivo e cognitivo, <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366%2824%2900036-1/fulltext" rel="noopener">anche dei bambini</a>. </p>
<h2 id="un-passo-indietro-lungo-15-anni">Un passo indietro lungo 15 anni</h2><p>Un&rsquo;analisi di tre conflitti storici (Bosnia ed Erzegovina, Siria e Ruanda) indica che, dopo la fase acuta di un conflitto armato, occorrono circa 15 anni per ripristinare, mantenere e riprendere il trend di miglioramento del tasso di mortalità dei primi cinque anni di vita (U5MR) ai livelli pre-conflitto. Sebbene la situazione sia diversa tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, l&rsquo;U5MR per la Palestina che nel 2022 era di 14,2 decessi ogni 1.000 nati vivi, nel 2023 era già salito a 26,3, riportando il tasso <a href="https://data.unicef.org/country/pse/" rel="noopener">a quello del 2004</a>, 19 anni prima. </p>
<p>Nel drammatico scenario emerso nella Striscia di Gaza è stato raggiunto un debole accordo per la sospensione del conflitto, sebbene ciò abbia portato solo a una sua diminuzione di intensità. Come per tutti gli accordi e i trattati del dopoguerra, l&rsquo;attenzione si concentra principalmente sulla ricostruzione degli edifici e non sulla qualità della vita delle vittime. Non vengono specificate date o tempi, né tanto meno sanzioni, per il ritorno alle condizioni di vita prebelliche e forse persino per il loro miglioramento. La mortalità infantile è un indicatore del benessere generale e un indicatore principale del progresso (o della sua mancanza). Quindi, i bambini e le bambine della Striscia di Gaza dovranno aspettare fino alla fine degli anni &lsquo;30 per vedere i loro già drammatici livelli di benessere ripristinati a quelli di prima degli attacchi dell&rsquo;esercito israeliano? Quali sono le tendenze nel tempo di specifici indicatori di salute dei bambini colpiti dalla guerra, oltre all&rsquo;U5MR? Ogni contesto di guerra è unico in termini di cause e impatto sulla salute della popolazione colpita.</p>
<h2 id="la-salute-di-bambini-e-bambine-dopo-la-fase-acuta-di-un-conflitto-armato">La salute di bambini e bambine dopo la fase acuta di un conflitto armato</h2><p>Un&rsquo;ampia gamma di determinanti (sociali, economici, commerciali) influenza la salute e il benessere delle persone. I fattori individuali non solo influenzano la salute direttamente, ma interagiscono anche tra loro. Alcuni sono più potenti di altri e, tra questi, la guerra è forse il più potente nei quattro livelli di determinanti secondo il <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S003335062100336X" rel="noopener">modello di Dahlgren e Whitehead</a>. Dietro ogni singolo numero c&rsquo;è una persona, dietro un&rsquo;aggregazione (tasso, indice) c&rsquo;è una comunità, una popolazione. Il modello a cinque livelli aiuta a descrivere e comprendere meglio le <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2900302-7/abstract" rel="noopener">relazioni tra salute e diritti</a>. Il secondo livello riconosce la salute, l&rsquo;alimentazione e l&rsquo;istruzione tra le necessità indispensabili affinché persone e comunità possano vivere in dignità e in benessere: tre obiettivi essenziali per lo sviluppo infantile.</p>
<p>Quindi tra le priorità su cui porre l’attenzione degli interventi, oltre alla mortalità infantile che i conflitti armati aumentano significativamente e persistentemente, ci sono: la copertura vaccinale infantile che <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2025.1604288/full" rel="noopener">diminuisce durante un conflitto</a>, aumentando il rischio di epidemie di malattie infettive a causa della devastazione delle infrastrutture sanitarie e igienico-sanitarie, dello sfollamento delle persone e del deterioramento delle condizioni di vita; <a href="http://article.sapub.org/10.5923.j.phr.20251501.01.html" rel="noopener">la malnutrizione e il deperimento</a> infantile aumentati a causa dell’insicurezza alimentare; l’istruzione formale, gli anni medi di istruzione conseguiti e il tasso di alfabetizzazione sui quali i conflitti armati hanno un impatto negativo per molto tempo. Il basso livello di istruzione persiste poiché bambini e bambine vittime di guerra generalmente non riprendono gli studi dopo un conflitto per raggiungere livelli di istruzione simili a quelli delle coorti non esposte. Questi anni di scolarizzazione persi riflettono <a href="https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000191304" rel="noopener">l&rsquo;eredità del conflitto</a> e le sue ripercussioni.</p>
<h2 id="la-lezione-di-altri-conflitti">La lezione di altri conflitti</h2><p>Lo studio sul <em>Bmj</em> riflette su quali considerazioni e riflessioni fare, andando oltre Gaza e guardando a tre diversi conflitti armati: Iraq, Repubblica Democratica del Congo e Haiti. Tutti e tre conflitti recenti o ancora in corso, ma con caratteristiche diverse, cause etniche o politiche e si verificano in tre Paesi con contesti geografici diversi. </p>
<h3 id="iraq">Iraq</h3><p>Nel marzo-aprile 2003, truppe congiunte di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno invaso l&rsquo;Iraq sconfiggendo rapidamente le forze militari e paramilitari irachene. Durante una seconda fase più lunga di occupazione statunitense, la violenza iniziò a diminuire nel 2007 e gli Stati Uniti ridussero gradualmente la loro presenza militare in Iraq, completando formalmente il ritiro nel dicembre 2011. Da marzo 2003 a metà 2011 i morti attribuiti al conflitto <a href="https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1001533" rel="noopener">sono stati 460.000</a>. Il tasso di mortalità U5MR è sceso da 36 decessi di bambini di età inferiore ai 5 anni ogni 1000 nati vivi nello stesso anno nel 1950 a 23 nel 2024, con una diminuzione del 93,8%. Tuttavia, durante la Guerra del Golfo del 1989-1990 aumentò di nuovo fino a 82. I livelli U5MR prebellici furono rapidamente raggiunti dopo la fine del conflitto (52 nel 1992), ma la successiva invasione americana ha fatto sì che il trend si stabilizzasse su un calo annuo dello 0,1%. L&rsquo;Iraq si colloca attualmente <a href="https://data.worldbank.org/indicator/SH.DYN.MORT" rel="noopener">al 124° posto</a> nella classifica mondiale U5MR. </p>
<p>Il picco più alto per la copertura vaccinale contro il morbillo (prima dose) è stato raggiunto nel 1987, con una copertura del 91%. A seguito dell’invasione ci sono voluti 33 anni per recuperare quel tasso, nel 2020. Nel frattempo, con l&rsquo;intensificarsi dei conflitti interni, le percentuali di copertura hanno continuato ad aumentare e diminuire, raggiungendo minimi del 62-63% nel 1993 e nel 2006. In media, ci sono voluti 10 anni per recuperare il precedente miglior livello di copertura tra un picco e il successivo. <br>
Il tasso di completamento dell&rsquo;istruzione primaria ha raggiunto il suo punto più basso in Iraq nel 2000, al 54,1%, dopo un declino iniziato nel 1990 con la Guerra del Golfo. È poi lentamente migliorato, ma solo alla fine dell&rsquo;occupazione americana (10 anni dopo) il trend si è stabilizzato, recuperando i livelli di 20 anni prima. Oggi il tasso è del 78,6%.</p>
<h3 id="repubblica-democratica-del-congo">Repubblica Democratica del Congo</h3><p>Dopo la prima guerra civile del 1996, la Repubblica Democratica del Congo, indipendente dalla colonizzazione belga dal 1961, interruppe la tendenza al ribasso del suo tasso di mortalità infantile che era sceso a 180. Solo alla fine della seconda guerra civile, dopo il 2003, il Paese <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S156949092500036X" rel="noopener">ha ripreso</a> questa tendenza con la stessa intensità. Tuttavia, anche la successione dei due conflitti ha richiesto un lungo periodo di tempo. Nello stesso periodo, la copertura vaccinale contro il morbillo ha raggiunto i livelli più bassi, rispettivamente al 15% e al 17%, durante il culmine del conflitto, prima di risalire al 69% 10 anni dopo, purtroppo solo per un breve periodo. </p>
<p>Il picco di malnutrizione, con il 15,9% di bambini deperiti, è stato raggiunto nel 2001, mentre il minimo del 6,4% nel 2017: 16 anni dopo e solo temporaneamente. </p>
<p>Un andamento sinusale, invece, per il tasso di completamento dell&rsquo;istruzione primaria, in linea con l&rsquo;andamento della guerra etnica: da un minimo di circa il 36% nel periodo 1996-2000, ha recuperato solo nel 2006 il valore del 42,1% del 1990, per poi risalire lentamente al 56,5% nel 2024.</p>
<h3 id="haiti">Haiti</h3><p>Haiti ha subito una serie di colpi di stato e l&rsquo;alternarsi di fazioni ribelli dal 1991. Le precarie condizioni di salute del popolo haitiano sono state ulteriormente aggravate dal terremoto del 2010, che ha causato 222.517 morti e circa 300.000 feriti. Dieci mesi dopo, la situazione è ulteriormente peggiorata con un&rsquo;epidemia di colera che si è diffusa tra la popolazione haitiana e <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S075549822200029X?via%3Dihub" rel="noopener">ha causato</a> 9.789 morti. Con l&rsquo;operazione Uphold Democracy, gli Stati Uniti hanno invaso Haiti nel 1994 e la loro presenza è rimasta massiccia fino a dopo le elezioni del 2011. Nel 2010, il tasso di mortalità infantile U5MR è salito da 81 dell&rsquo;anno precedente a 140, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0190740922001037?via%3Dihub" rel="noopener">lo stesso livello del 1990</a>. Il trend di riduzione è ripreso negli anni successivi, sebbene con minore intensità, raggiungendo quota 56 nel 2023. L&rsquo;anno successivo alla campagna vaccinale del 1988, che ha portato il 59% dei bambini a ricevere la prima dose di morbillo, il tasso è sceso drasticamente al 31%. Dal 1990, a un graduale aumento della copertura vaccinale è seguito un rallentamento, e persino un calo, in particolare nel periodo dal 1999 al 2005. Questa tendenza è ripresa solo nel 2014-2015, 10 anni dopo, ma ancora una volta non in modo definitivo. </p>
<p>L&rsquo;andamento del tasso di malnutrizione ad Haiti segue la curva di una lama di sega, con picchi (9,3% nel 1994, 10,2% nel 2006, 6,3% nel 2013) associati agli eventi più drammatici che hanno colpito la popolazione, con intervalli di 7-12 anni per il recupero ai livelli precedenti. Tuttavia, nel 2023, il tasso era ancora del 5%, a dimostrazione non solo dell&rsquo;instabilità, ma anche del livello persistentemente elevato di malnutrizione. </p>
<p>Per quanto riguarda l&rsquo;istruzione, l&rsquo;andamento del tasso di completamento dell&rsquo;istruzione primaria ha registrato un calo nel periodo 2004-2014, raggiungendo un valore del 49,6% nel 2024, che rappresenta un raddoppio rispetto al dato del 1993 ed è in costante aumento.</p>
<h2 id="le-pesanti-eredità-delle-guerre">Le pesanti eredità delle guerre</h2><p>Le guerre aggravano le disuguaglianze, colpendo in modo sproporzionato i più vulnerabili (bambini, donne e comunità emarginate) e lasciando ferite che durano per generazioni. Il conflitto nella Striscia di Gaza non fa eccezione.</p>
<p>Ci vogliono diversi anni dopo la fine di un conflitto armato affinché i valori dell&rsquo;U5MR tornino ai livelli prebellici, e il miglioramento è in ogni caso una tendenza <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/9/1/e003379" rel="noopener">a lunghissimo termine</a>.</p>
<p>Un bambino su sei vive attualmente in un&rsquo;area colpita da un conflitto attivo. Il benessere dei bambini e le bambine nel mondo è quindi una priorità che dovrebbe essere perseguita da tutti, nei modi più appropriati e secondo le proprie possibilità.</p>
<p>Poiché l&rsquo;U5MR, la copertura vaccinale, la malnutrizione e il livello di istruzione riflettono una combinazione di fattori sociali, economici, biologici, ambientali e comportamentali, il messaggio è che occorrono anni di interventi a più livelli e in diverse aree per recuperare e migliorare il benessere dei bambini vittime di conflitti armati, e di un’intera popolazione. Ciò dipende dal contesto, dal danno e dalle ragioni del conflitto, ma anche dagli aiuti e dai controlli da parte dell&rsquo;intera comunità internazionale, quindi da ciascuna persona in base alle proprie capacità, possibilità, competenze e volontà.</p>
<p>Particolare attenzione e risorse <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-025-31757-w" rel="noopener">dovrebbero essere dedicate</a> alla prevenzione e al contenimento adeguati e continui della salute mentale, affinché non si trasformi in disturbo da stress post-traumatico (PTSD). </p>
<p>Raccogliere dati affidabili relativi a un conflitto è un&rsquo;impresa ardua che richiede molto tempo. Sebbene i dati da soli non possano catturare appieno la complessa storia delle persone nel passato e nel presente, è essenziale raccoglierli e analizzarli per migliorare il benessere futuro delle vittime di guerra e comunque di tutti.</p>
<p>Il futuro prossimo non sembra promettente per il ripristino del benessere dei bambini e delle bambine nella Striscia di Gaza al livello di cui godevano prima del genocidio perpetrato dall&rsquo;esercito israeliano. Ci vorranno diversi decenni. Non sarà sufficiente ricostruire semplicemente case, scuole e ospedali, come richiesto da trattati e accordi dopo ogni guerra, anche con scadenze precise. Saranno necessari attenzione, monitoraggio, partecipazione e solidarietà costanti da parte di tutti, secondo le proprie competenze e capacità. Questi aspetti non sono previsti da trattati o accordi, ma sono responsabilità di ogni cittadino del mondo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza/</guid><pubDate>Tue, 03 Mar 2026 07:58:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali. Nella stessa direzione convergono le prese di posizione di importanti organizzazioni per i diritti umani e di autorevoli società scientifiche di salute pubblica, oltre agli allarmi di esperti ONU.</p>
<p>In questo quadro, la dimensione ambientale non è un elemento secondario, ma è essenziale per comprenderne fino in fondo la gravità della situazione. Ed è anche un modo per riportare sotto i riflettori una tragedia epocale che, spenta l’attenzione mediatica, rischia di diventare rumore di fondo. I conflitti occupano l’attenzione pubblica per un tempo limitato, ma i loro effetti ambientali e sanitari si protraggono ben oltre il ciclo delle notizie. Quando acqua, suolo, aria e sistemi biologici vengono compromessi in modo duraturo e in larga parte irreversibile, gli effetti della violenza sulla salute delle popolazioni sono destinati a perdurare nel tempo. C’è una parola che tiene insieme distruzione ecologica e sofferenza umana, nel presente e nel futuro: ecocidio.</p>
<p>Questo termine compare ufficialmente alla Conference on War and National Responsibility (Washington, D.C., febbraio 1970), per descrivere la distruzione intenzionale e su larga scala dell’ambiente naturale causata da operazioni militari, in particolare dall’uso massiccio di defolianti e bombardamenti durante la guerra del Vietnam. Negli ultimi anni il concetto è stato progressivamente precisato dal lavoro congiunto di studiosi delle scienze ambientali, esperti di diritto internazionale e centri di ricerca interdisciplinari. Nel 2021 una commissione indipendente ha proposto una definizione finalizzata all’inserimento dell’ecocidio tra i crimini perseguibili dalla Corte Penale Internazionale: un atto illecito o arbitrario compiuto nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare danni ambientali gravi, diffusi o duraturi, tali da compromettere la sopravvivenza delle popolazioni umane. In termini giuridici, l’accertamento ruota attorno a tre profili: la natura e l’entità del danno ambientale (actus reus), l’assenza di un vantaggio militare concreto e diretto e l’elemento soggettivo della condotta (mens rea).</p>
<p>Il concetto di ecocidio consente di leggere i crimini di guerra e contro l’umanità in una prospettiva più ampia, portando in primo piano una dimensione strutturale che può non essere evidente: il nesso tra distruzione ambientale, compromissione della salute e negazione del futuro delle comunità colpite. Quindi, riconoscere un ecocidio significa stabilire che la responsabilità giuridica non si esaurisce negli atti violenti commessi, ma si estende alle conseguenze che inevitabilmente ne derivano nel corso del tempo. </p>
<p>Guardando alla situazione della Striscia di Gaza, bisogna innanzitutto riconoscere che la distruzione non è iniziata il 7 ottobre 2023. Le sue radici sono più profonde e risalgono a decenni di occupazione militare. Restrizioni alla mobilità, controllo delle risorse idriche e progressivo impoverimento delle infrastrutture civili e ambientali hanno reso il territorio estremamente fragile, accentuando progressivamente le difficoltà e la precarietà delle condizioni di vita della popolazione. Processi analoghi, seppur con modalità diverse, hanno interessato anche la Cisgiordania, soprattutto sul piano agricolo, oltre che ecologico.</p>
<p>Dopo il disumano attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, questo quadro già critico ha subito un’accelerazione catastrofica. Il punto di partenza dell’analisi resta umano: decine di migliaia di morti, tra cui moltissimi bambini; un numero ancora maggiore di feriti e mutilati; sfollamenti di massa; carestia; collasso del sistema sanitario. Ma in questi stessi dati è già inscritta la dimensione ambientale del disastro. Come mostrano diverse analisi scientifiche, la distruzione delle infrastrutture per l’acqua, l’energia e la gestione dei rifiuti ha prodotto una contaminazione estesa di suoli, falde e aria. Macerie contenenti materiali tossici, residui bellici, incendi e il crollo delle attività agricole e di pesca configurano un danno ambientale massivo, destinato a produrre effetti duraturi e in larga parte irreversibili sulla salute umana e animale.</p>
<p>La comunità scientifica è chiamata quindi a prendere parola per testimoniare pubblicamente che quanto accade a Gaza e in Palestina va riconosciuto come un ecocidio. Da questa consapevolezza nasce la <a href="https://dba.web.uniroma1.it/it/lettera-aperta-sulla-situazione-umanitaria-gaza-approvata-dal-consiglio-del-dipartimento-di" rel="noopener">lettera aperta</a> <em>Disastro umanitario e ambientale nella Striscia di Gaza e necessità di una risposta scientifica e diplomatica</em>, sottoscritta da centinaia di ricercatrici e ricercatori italiani e da importanti società scientifiche, e inviata ai Ministri competenti negli ambiti della Ricerca, dell’Ambiente, degli Affari Esteri e dell’Agricoltura. La lettera è accompagnata da un <a href="https://dba.web.uniroma1.it/sites/default/files/news/allegati/2025-08/Dossier-tecnico-scientifico-a-supporto-della-Lettera-Aperta.pdf" rel="noopener">dossier scientifico</a>. </p>
<p>Documentare e misurare gli effetti è compito della comunità scientifica. Agire sulla base di queste evidenze richiede l’intervento della politica. Garantire un monitoraggio ambientale indipendente e avviare il recupero degli ecosistemi, come richiesto dai firmatari della lettera alle istituzioni di governo, è parte fondamentale della risposta alla crisi. Al contrario, la mancata attivazione di queste misure aggrava e protrae nel tempo i danni inferti alle popolazioni e ai loro ambienti. Riconoscere l’urgenza degli interventi, sollecitando anche i partner internazionali, non significa ignorare le difficoltà dell’emergenza ancora in corso, ma evitare che il vuoto creato oggi dall’assenza di iniziative politiche comprometta la possibilità di intervenire domani.</p>
<p>Accanto alla politica, anche la ricerca, l’educazione e l’informazione hanno un ruolo decisivo. Tenere insieme la dimensione umanitaria e quella ambientale e, più in generale, difendere la conoscenza come bene pubblico, non è un gesto marginale. In questi tempi sempre più difficili e instabili, rendere visibili e comprensibili le evidenze scientifiche, anche fuori dagli ambienti specialistici, è essenziale per dare ai cittadini strumenti per leggere i fatti e orientare le proprie scelte.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Biliardini nella Striscia di Gaza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/biliardini-striscia-gaza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/biliardini-striscia-gaza/</guid><pubDate>Mon, 02 Mar 2026 08:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>L&amp;amp;rsquo;assistenza specialistica in contesti di crisi umanitaria è difficile da garantire e molto impegnativa.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/biliardini-striscia-gaza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/biliardini-striscia-gaza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;assistenza specialistica in contesti di crisi umanitaria è difficile da garantire e molto impegnativa. Ostacoli nell&rsquo;accesso alle cure possono persistere per molto tempo. La situazione nella Striscia di Gaza è esemplare a tale proposito: dal 2006, il blocco israeliano limita gli spostamenti all’interno e attraverso i punti di ingresso, spingendo il sistema sanitario locale al collasso per la carenza di farmaci essenziali, di attrezzature e di personale sanitario, negando spesso ai pazienti i permessi necessari per cercare cure salvavita all&rsquo;estero. Diversi studi lo hanno  dimostrato <a href="https://gh.bmj.com/content/11/1/e015493" rel="noopener">per i bambini malati di cancro</a> a Gaza e per le loro famiglie, ma anche in <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S2352552525001744" rel="noopener">altri contesti</a> di crisi e per <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s44155-025-00345-8" rel="noopener">altri bisogni di cura</a>.  Ogni anno, in Palestina, circa 300 bambini e bambine ricevono una diagnosi di tumore. A Gaza, prima della guerra, erano circa 200 ogni anno. Oggi, molti di loro non hanno più un ospedale.</p>
<p>L’unico reparto di oncoematologia pediatrica è quello dell&rsquo;Istishari Arab Hospital, a Ramallah, dove si sta creando, attraverso un progetto italiano della <a href="https://soleterre.org/" rel="noopener">Fondazione Soleterre ETS</a>, un centro trapianti di midollo osseo, per garantire ai pazienti oncologici un accesso più equo alle cure avanzate. </p>
<p>La ricostruzione di un sistema sanitario devastato dalla guerra richiede tempo e sforzi costanti e duraturi, sostenendo le competenze locali, costruendo infrastrutture essenziali, fornendo supporto continuo e negoziando per allentare le misure restrittive che impediscono il diritto alle cure, diritto che dovrebbe essere garantito con l’appropriatezza e l’efficacia degli interventi. Purtroppo questo è spesso impossibile (anche nelle situazioni non di crisi o in Paesi con ampie risorse) e si deve sopperire alle necessità, anche con interventi e strumenti rimediati. </p>
<p>A questo proposito, in periodo di olimpiadi, con la coda lunga delle paraolimpiadi invernali, è inevitabile il confronto tra l’alta tecnologia degli strumenti impiegati per perseguire e ottenere una buona prestazione e il materiale disponibile per le cure in luoghi di crisi. Materiali e tecnologie avveniristici per le imprese sportive lo sarebbero anche per la creazione di protesi che potrebbero garantire una migliore qualità della vita a chi deve affrontare una sostituzione articolare (protesica). Leghe metalliche avanzate, ceramiche biocompatibili e polimeri di ultima generazione utilizzati per la personalizzazione delle protesi. Ma nelle realtà di crisi, durante e dopo i conflitti armati, quali sono le risorse disponibili per le vittime di guerra che hanno subito (anche) amputazioni? Le ferite di guerra sono solitamente dovute a traumi ad alta energia, forze miste, meccanismi misti, estesa lacerazione dei tessuti molli, contaminazione e morbilità, con tassi di sopravvivenza che oggi sono migliorati, ma comportano una maggiore incidenza di disabilità a lungo termine. Un rischio di disabilità che si può protrarre a lungo dopo la fine dei conflitti, fintanto che continueranno a essere usate le <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori/">mine antiuomo</a> che, comunque, non fanno distinzione tra un civile e un combattente. </p>
<h2 id="infanzia-amputata">Infanzia amputata</h2><p>Le mine antiuomo sono ancora utilizzate sia da eserciti regolari, come <a href="https://www.amnesty.org/en/wp-content/uploads/2024/07/EUR5083412024ENGLISH.pdf" rel="noopener">è stato in Ucraina</a>, che da gruppi armati, come <a href="https://backend.icblcmc.org/assets/reports/Landmine-Monitors/LMM2024/Downloads/Landmine-Monitor-2024-Final-Web.pdf" rel="noopener">è stato nel 2024</a> in Colombia, a Gaza, in India, in Myanmar e in Pakistan.<br>
Durante la guerra in Bosnia del 1992-1995, nella quale oltre 34.000 bambini e bambine furono feriti a causa di bombardamenti e mine antiuomo, circa 2.000 rimasero disabili; molti subirono amputazioni di arti. Il conflitto lasciò un&rsquo;eredità duratura di traumi fisici e psicologici, che richiesero anni di interventi sia preventivi (sminamento dei terreni) che riabilitativi (psicosociali, economici e fisici). </p>
<p>Il prolungato conflitto siriano (2011-2024) ha causato a sua volta centinaia di migliaia di morti e circa 3 milioni di feriti. Tra le conseguenze di questa violenza prolungata vi è stato un aumento considerevole delle amputazioni traumatiche. Si stima che circa 100.000 persone in Siria vivano con amputazioni di arti, 86.000 delle quali legate alla guerra (in particolare ai bombardamenti).</p>
<p> In Ucraina le necessità di assistenza hanno raggiunto un livello critico, con oltre 250.000 pazienti che necessitano di cure e trattamenti ogni anno. La guerra ha creato una domanda senza precedenti di protesi, ma anche di personale per la riabilitazione. Da febbraio 2022, oltre 1.000 bambini e bambine sono rimasti feriti, e un numero significativo ha richiesto amputazioni.</p>
<p>Oltre 71.000 palestinesi <a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-update-355-gaza-strip" rel="noopener">sono morti a Gaza</a> dal 7 ottobre 2023, con più di 171.000 feriti. Nei primi tre mesi dall&rsquo;accordo di cessate il fuoco dell&rsquo;ottobre 2025, almeno 500 persone, tra cui oltre 100 bambini, sono state uccise e 1.400 ferite. Oltre 21.000 bambini e bambine hanno riportato ferite legate alla guerra, tra cui la perdita di una o entrambe le gambe, e almeno 5.230 necessitano di riabilitazione. Nel settembre 2025, con 4.000 bambini e bambine amputati, la Striscia di Gaza rappresentava il territorio con <a href="https://www.unrwa.org/newsroom/official-statements/unrwa-commissioner-general-gaza-gaza-now-home-highest-number-child" rel="noopener">il numero più alto di bambini amputati pro capite</a> al mondo. L&rsquo;unico centro di ricostruzione e riabilitazione degli arti nella Striscia di Gaza, lo <a href="https://gazahcsector.palestine-studies.org/en/node/11" rel="noopener">Sheikh Hamad Prosthetics Hospital</a>, fondato nel 2016 con fondi del Qatar e operativo dal 2019, è stato distrutto. </p>
<h2 id="qualità-accessibilità-ma-anche-attrattività-delle-cure">Qualità, accessibilità, ma anche attrattività delle cure</h2><p>Dove molte delle moderne tecnologie non sono disponibili, in particolare in contesti svantaggiati o Paesi con scarse risorse, dove gli ospedali non hanno gli strumenti o le competenze, diventa quasi impossibile fornire protesi e garantire cure e riabilitazione, in particolare per i bambini e le bambine che crescono e <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2768276524003031#bb0055" rel="noopener">necessitano di una sostituzione protesica</a> ogni 6-12 mesi (mentre un adulto ogni 3-5 anni).  La cura per i bambini amputati non è solo medica, ma anche psicologica, educativa e sociale (evacuazione di emergenza, interventi chirurgici, protesi, riabilitazione, protezione della salute mentale). «Ogni amputazione è un’interruzione di percorso, prima ancora di essere una lesione fisica: un progetto di vita che viene deviato e ha bisogno di essere reimmaginato», <a href="https://ristretti.org/quei-popoli-amputati-dalle-guerre-fin-da-bambini" rel="noopener">ha scritto</a> Francesca Mannocchi. La finalità principale è che possano rapidamente ritornare nella propria comunità, essere accolti e partecipi, giocare e divertirsi. </p>
<p>Nell&rsquo;ambito della riabilitazione fisica degli amputati, durante la fisioterapia, i pazienti devono superare diversi ostacoli per eseguire un trattamento che risulti efficace. Per motivare le persone a impegnarsi nel trattamento adattivo, la tecnologia <a href="https://journals-sol.sbc.org.br/index.php/jis/article/view/4194/3044" rel="noopener">si è rivelata</a> un grande alleato nel favorire questo processo, anche attraverso la <em>gamification</em>, cioè il ricorso a giochi telematici che veicolano informazioni e comportamenti corretti. Tuttavia, nonostante il progresso tecnologico, esistono ancora poche soluzioni a basso costo per supportare la riabilitazione fisica.</p>
<p>A questo proposito il calcio balilla, detto anche biliardino o calcetto, nome ispanizzante che è il diminutivo di <em>balla</em> (&ldquo;palla” quindi &ldquo;pallina&rdquo;) nel dialetto genovese, è un gioco che simula una partita di calcio. Conosciuto da tutti e ovunque, può migliorare il coordinamento dei movimenti oculari e delle mani, lo sviluppo dei riflessi, migliorare l’autostima e la socializzazione. Oltre a essere un gioco per tutti, il calcio balilla è usato anche nei centri di riabilitazione psicomotoria per pazienti amputati, con patologie neurodegenerative o che hanno subito una lesione al midollo spinale. In Italia nel 2011 è stata anche istituita la <a href="https://www.fpicb.it/" rel="noopener">Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla</a>, per la gestione, l’organizzazione e lo sviluppo dell’attività sportiva del calcio balilla per gli atleti con disabilità. </p>
<h2 id="la-nascita-del-biliardino">La nascita del biliardino</h2><p>Sono molti i Paesi che hanno cercato nel tempo di rivendicare la paternità del calcio balilla.</p>
<p>Sebbene sia generalmente accettato che si tratti di un&rsquo;invenzione europea, gli Stati Uniti dichiarano un loro brevetto nel 1901, mentre gli inglesi registrarono il brevetto del <em>kicker</em> nel 1913. Circa le origini Francia e Germania si contendono il primato, ipotizzato tra il 1880 e il 1890. La prima produzione industriale è attribuita alla fabbrica dello svizzero Knicker, un marchio che esiste ancora oggi ed è diffuso in tutta Europa.</p>
<p>Una delle narrazioni storiche e magiche della nascita del biliardino è strettamente legata alla Guerra civile spagnola e ad Alejandro Campos Ramírez (cognome d’arte: Finisterre), nato nell’omonima città della Galizia, dove finisce il Cammino di Santiago, che lo brevettò nel 1937. Inventore, rivoluzionario, dirottatore di aerei, ballerino di tip tap, editore, poeta, accademico della lingua spagnola, anarchico e umanista, partecipò alla Guerra civile. La storia narra che rimase vittima di un bombardamento e, ferito, venne trasferito nell&rsquo;ospedale del Monastero di Montserrat dove, insieme ai numerosi feriti provenienti dal fronte, erano presenti molti bambini colpiti nel corso dei bombardamenti. Molti avevano ferite gravi, e spesso erano mutilati alle gambe. Alejandro pensò che non avrebbero più potuto fare molte cose, come giocare a calcio. Fu allora che gli venne l’idea, prendendo spunto dal ping-pong: creare un gioco di calcio “da tavolo” che potesse essere usato facilmente anche da chi aveva subito gravi mutilazioni. Il <a href="https://ilmanifesto.it/archivio/2003105849" rel="noopener"><em>futbolín</em></a> (biliardino in spagnolo): prodotto d&rsquo;ingegno per rispondere a una vera e propria tragedia, creando, con la collaborazione di un amico falegname, l&rsquo;opportunità di giocare ancora a calcio, ancorché per interposto omino.</p>
<p>Con l’avvicinarsi dell’epilogo della Guerra civile, Alejandro Finisterre scappò in Francia per sfuggire alla persecuzione franchista. Proprio mentre si spostava in Francia perse il brevetto del biliardino. Rimase per quattro anni detenuto in Marocco, poi venne liberato e partì alla volta del Guatemala, poi in Ecuador e in Messico. Nel &lsquo;54, rapito dalla CIA; mentre lo estradavano a Madrid, dirottò su Panama l&rsquo;aereo, minacciando l&rsquo;equipaggio con una saponetta spacciata per ordigno esplosivo. Fu uno dei primi dirottamenti aerei della storia. Dopo la morte di Franco, tornò in Spagna e fu membro dell’Accademia della Lingua Gallega. Morì nel 2007.</p>
<p>Il futbolín come una metafora della vita e dello stesso gioco del calcio, strumento di resistenza, di <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-spagnola-e-ibero-americana/futbol-osvaldo-soriano-9788806223168/" rel="noopener">storie &ldquo;tristi, solitarie e finali&rdquo;</a> è stato uno degli strumenti-personaggi delle storie raccontate da Osvaldo Soriano. Storie di calcio come quella della partita a futbolín di Alejardo Finisterre con Che Guevara in persona. «Avevamo stili simili. Non ho mai conosciuto nessuno che giocasse a futbolín meglio di me», commentò successivamente Alejandro.</p>
<h2 id="mettete-dei-fiori-nei-vostri-cannoni">Mettete dei fiori nei vostri cannoni</h2><p>Nonostante il celebrato <a href="https://docs.un.org/en/s/res/2803%282025%29" rel="noopener">cessate il fuoco</a> a Gaza dell’ottobre scorso, la situazione umanitaria continua a essere tanto incerta quanto disastrosa. Mentre a Gaza i raid non si fermano e in Cisgiordania proseguono confische e pogrom contro i palestinesi, è stato inaugurato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump il cosiddetto Board of Peace, &ldquo;Consiglio di pace&rdquo;, creato per supervisionare la ricostruzione della Striscia di Gaza. Una sorta di anti-ONU, concepita nella forma di un club privato, dotato di arma nucleare, di soci vassalli, di un comitato d’affari finalizzato a privatizzare le relazioni internazionali, nell’interesse di pochi a danno di molti. «Un’<a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/pizzaballa-board-peace-unoperazione-colonialista-2606373.html" rel="noopener">operazione colonialista</a>: altri decidono per i palestinesi», come l’ha definita il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.</p>
<p>Ed è proprio pensando alla Palestina che la finalità di questo “Consiglio di pace” sembra essere quella di una colossale speculazione per la costruzione di futuristici edifici sul lungomare per il “turismo costiero”, di hub di trasporti e di infrastrutture energetiche, di autostrade e, davanti alla costa, di isole artificiali per smaltire le macerie (sotto le quali oggi ci sono ancora <a href="https://www.unita.it/2026/02/18/oltre-70mila-morti-8mila-sotto-le-macerie-e-3mila-dispersi-gaza-cimitero-a-cielo-aperto/" rel="noopener">i corpi di almeno 8.000 palestinesi</a>). Già nell’aprile del 2002, intervenendo sul massacro di 52 palestinesi uccisi nel campo profughi (distrutto) di Jenin, in Cisgiordania, nel contesto dell&rsquo;Operazione Scudo difensivo durante la Seconda intifada a opera del delle forze di difesa israeliane, la poetessa Patrizia Valduga scriveva «L’invasione continua. Si edificherà la pace sui campi concimati dalla carne umana e dalla cenere?». Il progetto, rendering di Jared Kushner, genero del presidente americano, per la creazione della New Gaza, è stato illustrato in dettaglio al World Economic Forum di Davos nel gennaio scorso. Un’operazione principalmente commerciale che prevede investimenti e ritorni economici per gli investitori.</p>
<p>Membro del Board of Peace è anche l’italosvizzero Gianni Infantino, presidente della FIFA (Fédération Internationale de Football Association). La FIFA <a href="https://inside.fifa.com/organisation/media-releases/board-of-peace-strategic-partnership-recovery-peace-gaza?requester=MediaHub" rel="noopener">sosterrà la ricostruzione</a> delle infrastrutture calcistiche della Striscia di Gaza, gestendo parte del fondo da 75 milioni di dollari del Board, con la realizzazione di: 50 mini campi da calcio vicino a scuole e aree residenziali, da fare entro sei mesi; cinque campi da calcio a grandezza naturale per uso professionale entro dodici mesi; una FIFA Academy e un nuovo stadio nazionale da 20mila posti in tre anni. Sono 684 gli <a href="https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/stenografici/html/03/indag/c03_discriminazioni/2026/02/12/indice_stenografico.0040.html" rel="noopener">atleti uccisi nella Striscia di Gaza</a> dall’ottobre 2023. Tra loro, 178 sono ragazzi tra i 6 e i 20 anni e 143 tra i 20 e i 30 anni. La federazione più colpita è quella del calcio, con 367 morti tra giocatori, allenatori e arbitri. Sono stati demoliti 23 grandi stadi e campi sportivi, 12 campi da calcio omologati FIFA, 35 palestre indoor polivalenti e 60 sedi amministrative di club. È stato raso al suolo anche lo stadio Al-Yarmouk, inaugurato nel 1952 e luogo di partite internazionali e raduni olimpici, dopo essere stato trasformato dagli israeliani all’inizio del conflitto in campo di detenzione per prigionieri di guerra.</p>
<p>“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” è stato lo slogan di un’intera generazione di pacifisti, negli anni del Flower Power. Fiori, metafora di essenzialità, bellezza, attenzione, disponibilità, diritti e dignità. In Italia, al diciassettesimo Festival di Sanremo del 1967 (canzone vincitrice <em>Non pensare a me</em> cantata da Claudio Villa e Iva Zanicchi), l’edizione che fece da sfondo al suicidio del cantautore Luigi Tenco, presente alla gara con <em>Ciao amore ciao</em>, brano eliminato dopo la prima serata, la canzone <em>Proposta</em> dei Giganti, presentata in coppia con il gruppo irlandese The Bachelors, si classificò al terzo posto: «…Mettete dei fiori nei vostri cannoni perché non vogliamo mai nel cielo molecole malate, ma note musicali che formano gli accordi per una ballata di pace, di pace, di pace…». Come i fiori nei cannoni, i biliardini a Gaza possono essere note musicali che formano gli accordi per una delle ballate per la restituzione dei diritti negati e la loro garanzia nel tempo. \</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I social network sul banco degli imputati</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/social-network-banco-imputati/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/social-network-banco-imputati/</guid><pubDate>Mon, 23 Feb 2026 08:38:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Perin</dc:creator><category>salute</category><description>Il 28 gennaio scorso ha preso il via il primo di una serie di processi contro i colossi dei social network.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/social-network-banco-imputati-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/social-network-banco-imputati-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 28 gennaio scorso ha preso il via il primo di una serie di processi contro i colossi dei social network, accusati di aver progettato piattaforme finalizzate a creare dipendenza, specie nei più giovani. L’impostazione del processo richiama quello contro le industrie del tabacco, avvenuto negli anni 90, sia nelle strategie dell’accusa che nell’oggetto imputato: i social sono come le sigarette? Le aziende sapevano dei danni delle loro piattaforme sulla salute mentale?</p>
<p>Se l’accusa dovesse avere successo, i social network potrebbero essere in futuro riprogettati, in accordo con nuove regole che ne vincolino design e funzionalità.</p>
<h2 id="un-processo-ai-social-senza-precedenti">Un processo ai social senza precedenti</h2><p>Un processo «senza precedenti». Così Matthew Bergman, fondatore del Social Media Victims Law Center e avvocato dei querelanti, ha definito in conferenza stampa l’azione legale, iniziata a Los Angeles a fine gennaio, contro i colossi dei social media: TikTok, Snapchat, Meta, YouTube.</p>
<p>L’accusa, che coinvolge all’incirca 1.600 querelanti, 350 famiglie e 250 distretti scolastici, sostiene che le piattaforme siano state progettate con l’intenzione di creare dipendenza nei più giovani, causando danni alla loro salute mentale. Non solo si afferma che algoritmi, notifiche, design e user experience siano elementi pensati per tenere gli utenti “incollati allo schermo”, ma anche che le aziende stesse sarebbero ben consapevoli di questi effetti.</p>
<p>TikTok e Snapchat hanno già patteggiato un accordo extragiudiziale con l’accusa, mentre Meta e YouTube si sono presentate al banco degli imputati, decise a difendersi. La richiesta è di un ingente risarcimento economico, oltre che di una modifica strutturale del modo in cui queste piattaforme sono progettate. A seguito di questo processo, non si escludono ripercussioni giuridiche anche sulla regolamentazione del loro utilizzo (di cui, peraltro, <a href="https://www.ilpost.it/2025/12/09/australia-divieto-social-media-minori-16-anni/" rel="noopener">si è già occupata l’Australia</a> e <a href="https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/francia-divieto-di-social-agli-under-15-cosa-prevede-la-nuova-legge/" rel="noopener">si sta occupando la Francia</a>).</p>
<p>Questo primo processo apre la strada a una serie di procedimenti bellwether, ossia casi rappresentativi scelti che nel diritto americano vengono utilizzati all’interno di un contenzioso seriale (una serie di cause simili tra loro intentate contro lo stesso soggetto o per lo stesso tipo di danno), per capire come potrebbero reagire le giurie in situazioni analoghe e fornire alle parti un’indicazione sull’andamento generale della causa. KGM, la ragazza diciannovenne che viene identificata con queste iniziali nei documenti giudiziari, è solo la prima delle numerose adolescenti che denunciano ansia, depressione e problemi legati all’immagine del proprio corpo, indotti dall’uso dei social. L’esito è ancora incerto, ma se l’accusa dovesse vincere ci troveremmo davanti a qualcosa di storico: il riconoscimento giudiziario della natura potenzialmente dannosa dei social network e della loro passibilità a essere regolamentati, ridisegnati, limitati. Un primo - o forse un secondo – serio attacco alla loro libertà, dopo che lo scandalo Cambridge Analytica aveva innescato, in tutto il mondo, l’esigenza di una regolamentazione più stringente in materia di protezione dei dati. Quella stessa libertà di manovrare dati, disegnare algoritmi e gestire piattaforme che <a href="https://blog.connecttoindia.com/how-much-revenue-did-social-media-platforms-make-last-year?" rel="noopener">ha condotto queste realtà in cima alla piramide dell’economia mondiale</a>.</p>
<h2 id="social-network-come-le-sigarette">Social network come le sigarette?</h2><p>C’è un parallelo storico che si accosta a questo processo, a partire dalle strategie dell’accusa, ma estendibile all’oggetto stesso della vicenda: quello con le sigarette. Gli avvocati dei querelanti utilizzeranno, in sede processuale, una strategia simile a quella impiegata negli anni ‘90 contro le industrie del tabacco, che pur conoscendo i danni dei loro prodotti li negavano pubblicamente da decenni.</p>
<p>Julia Duncan, avvocata dell’American Association for Justice, ha dichiarato che alcuni documenti desecretati confermerebbero la consapevolezza, da parte dei dipendenti delle aziende, della natura “addictive” dei prodotti che stavano sviluppando. Secondo gli atti depositati in tribunale, questa dipendenza deriverebbe da funzionalità come lo scroll infinito, l’autoplay dei video e la progettazione degli algoritmi di raccomandazione. Ad esempio, ha riferito Duncan, in un documento interno ora desecretato si riporta una chat tra due dipendenti di Instagram, in cui uno definisce l’app una «droga», mentre un altro scrive: «Lol, siamo praticamente spacciatori».</p>
<p>Questa ammissione di consapevolezza è anche suffragata da un recente <a href="https://www.anses.fr/en/content/safeguard-social-media-use-protect-health-adolescents" rel="noopener">report dell’Anses</a> (France&rsquo;s National Agency for Food, Environmental and Occupational Health and Safety), che dopo 5 anni di indagine ha pubblicato un corposo report in cui si sottolinea come il design e la strutturazione algoritmica di queste piattaforme favoriscano la dipendenza.</p>
<p>«I social come le sigarette? Ci sono certamente delle similitudini», commenta Paolo Siani, medico e direttore del Dipartimento malattie rare e telemedicina dell’Azienda ospedaliera Santobono-Pausilipon di Napoli. «Da ormai vent’anni i social network sono entrati in modo permanente nella nostra vita quotidiana, ma solo negli ultimi tempi ci siamo resi conto della loro potenziale dannosità». Secondo Siani, i social rappresentano un pericolo a maggior ragione per adolescenti, il cui cervello è ancora in formazione e che, per crescere e svilupparsi da un punto di vista emotivo, relazionale e intellettuale, avrebbero maggiore bisogno di rapportarsi con i pari e con i propri genitori. «Come ho scritto su <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione/">Scienza in rete,</a> trent’anni fa un adolescente trascorreva in media tra le 10.000 e le 20.000 ore con adulti e coetanei. Oggi questa media si è ridotta a un intervallo compreso tra le 1.500 e le 5.000 ore. Ora, con ChatGPT e gli altri LLM, c’è un escamotage in più per rifuggire la socialità, lo stare insieme, il confronto».</p>
<h2 id="alla-ricerca-del-legame-causale-tra-social-e-malessere">Alla ricerca del legame causale tra social e malessere</h2><p>Se la percezione che i social network abbiano avuto un impatto sulla salute mentale è diffusa, più difficile è stabilire una causalità diretta (o addirittura bidirezionale) fra uso dei social ed effetti diretti sulla salute mentale. E ciò avviene per la difficoltà, ben nota nelle scienze sociali, di isolare due variabili e osservarne la reciproca influenza in modo diretto.</p>
<p>Tuttavia, la letteratura scientifica riporta numerose correlazioni significative, conferendo solidità empirica a quest’impressione diffusa: <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38401423/" rel="noopener">una meta-analisi del 2024</a> ha rilevato una correlazione positiva tra ansia sociale e uso problematico dei social media, suggerendo che chi ha livelli più elevati di ansia sociale tende a sviluppare comportamenti compulsivi e dipendenza da piattaforme digitali. In questo senso, i social agirebbero come “vie di fuga” e insieme “amplificatori” di queste fragilità: <a href="http://arxiv.org/abs/2510.06733?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">alcune analisi longitudinali</a> hanno evidenziato come adolescenti e giovani adulti che passano più tempo sulle piattaforme social riferiscano livelli più alti di solitudine, rispetto a quelli che svolgono qualsiasi altra attività online.</p>
<p>In accordo con la principale tesi dell’accusa, inoltre, <a href="https://www.thelancet.com/journals/eclinm/article/PIIS2589-5370%2818%2930060-9/fulltext" rel="noopener">uno studio su 10.904 adolescenti britannici</a> ha trovato che l’uso eccessivo dei social network è correlato a bassa autostima e scarsa accettazione di sé, con un aumento dei sintomi depressivi, specie fra le ragazze: assumendo un utilizzo medio dalle 1 alle 3 ore al giorno, fra le ragazze che usano i social dalle 3 alle 5 ore si riscontra un incremento del 26% dei sintomi depressivi, mentre per quelle che li usano per oltre 5 ore l’aumento arriva al 50%. Fra i ragazzi, gli incrementi sono leggermente più bassi: 21% in più per chi li usa dalle 3 alle 5 ore, e 35% per chi li usa oltre le 5 ore.</p>
<p>Il fenomeno è tutt’altro che isolato: <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33550200/" rel="noopener">una meta-analisi condotta su 32 Paesi</a> stima che circa un giovane su quattro presenti forme di dipendenza moderata da social media (25%), con una significativa variabilità culturale fino al 31% nei paesi collettivisti (come Cina e Giappone), rispetto al 14% di quelli individualisti (come USA ed Europa occidentale).</p>
<p>Tuttavia, secondo Siani, la soluzione non è vietare i social. «Con gli adolescenti funziona di più un discorso di “accordo” che di “divieto”. È come con le sigarette: si è visto che il semplice “Non fumare” funziona solo fino a un certo punto. Piuttosto, due azioni si impongono: da un lato dobbiamo passare più tempo con loro, creare e favorire spazi di incontro, confronto e aggregazione; stare più tempo con loro come genitori, ascoltarli e farci ascoltare. Dall’altro, è necessario ripensare il design dei social network, privandoli di quelle funzionalità - come lo scrolling infinito - che creano dipendenza. Vanno date regole stringenti a chi progetta queste tecnologie».</p>
<h2 id="libertà-e-responsabilità">Libertà e responsabilità</h2><p>Il cardine della difesa di Meta e YouTube punta sull’idea che il modo in cui si utilizzano i social dipende dalle persone. Il parallelo con le sigarette, infatti, regge fino a un certo punto: i social “in sé e per sé”, non sono qualcosa di intrinsecamente negativo - come lo sono invece le sigarette per la salute - e anzi, sono stati in diverse occasioni utilizzati come punto di partenza per creare luoghi di aggregazione offline, luoghi essi stessi di aggregazione, opportunità professionali, mezzi di divulgazione…<br>
Quello che si andrà a inscenare in questa serie di processi sarà, sul piano giuridico, ciò che sul piano filosofico è sempre stata la dicotomia fra libertà, responsabilità e autodeterminazione della persona e il condizionamento esterno che le strutture della società esercitano su di essa. Se, nel caso degli adolescenti, il discorso pende più facilmente a favore dell’accusa, perché un cervello in formazione non ha ancora raggiunto la piena maturità, quando si parla di adulti la bilancia delle responsabilità si sposta di più sul singolo: come per le sigarette - specie da quando siamo consapevoli dei danni che provocano - quanto è ampio il nostro margine di responsabilità rispetto ai danni che arrechiamo alla nostra salute? Una risposta definitiva, quantitativa, misurabile, certamente non c’è.<br>
Quello che non manca, tuttavia, è uno spazio per rifletterci.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una scuola dei sogni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-sogni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-sogni/</guid><pubDate>Mon, 23 Feb 2026 08:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>alimentazione</category><description>A conclusione dell’iniziativa Sogna e credici fino alle stelle, che ha visto la partecipazione della sua scuola.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-sogni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-sogni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><strong>Stelle senza nome</strong></p>
<p>I nomi delle stelle sono belli: Sirio, Andromeda, l’Orsa, i due Gemelli.<br>
Chi mai potrebbe dirli tutti in fila? Son più di cento volte centomila.<br>
In fondo al cielo, non so dove e come, c’è un milione di stelle senza nome:<br>
stelle comuni, nessun le cura, ma per loro la notte è meno scura.</p>
<p>Gianni Rodari</p></blockquote>
<p>A conclusione dell’iniziativa <em>Sogna e credici fino alle stelle</em>, che ha visto la partecipazione della sua scuola, un alunno della scuola primaria Monsignor Spirito Rocci di Almese (in provincia di Torino) si è rifiutato di portare a scuola la frutta per la merenda, come da sempre fatto, reclamando i biscotti Pan di Stelle.</p>
<p>Su segnalazione della mamma, la presidenza dell’<a href="https://omceo-to.it/areastampa/progetto-educativo-o-promozione-preoccupato-per-la-salute-dei-bambini-omceo-interpella-i-garanti-e-il-ministero-dellistruzione/" rel="noopener">Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino</a> (OMCeO) ha indirizzato al Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, al Garante della concorrenza e del mercato, al ministero dell’Istruzione e del Merito, all’Ufficio scolastico regionale, e al ministero della Salute la richiesta che le autorità preposte valutino se le azioni intraprese possano indurre i minori verso il consumo di prodotti industriali ad alto contenuto di zuccheri, contrastando in tal modo gli obiettivi di prevenzione e le raccomandazioni dell’<a href="https://www.who.int/tools/elena/interventions/ssbs-childhood-obesity" rel="noopener">Organizzazione mondiale della sanità</a> (OMS), in tema di protezione dei bambini e delle bambine dal rischio di sovrappeso, obesità e carie dentali.</p>
<p>L&rsquo;OMS raccomanda politiche più forti per proteggerli <a href="https://www.who.int/news/item/03-07-2023-who-recommends-stronger-policies-to-protect-children-from-the-harmful-impact-of-food-marketing" rel="noopener">dall&rsquo;impatto dannoso del marketing alimentare</a>. La richiesta dell’OMCeO Torino richiama, in accordo con le linee guida nazionali e internazionali di agenzie e <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1097/MPG.0000000000001733" rel="noopener">società scientifiche</a>, l’importanza di promuovere stili di vita sani fin dall’età scolare, con particolare attenzione alla riduzione del consumo di zuccheri semplici aggiunti agli alimenti e alle bevande dal produttore.</p>
<p>La promozione (anche con marketing pervasivo) da parte dell’industria alimentare di prodotti poco salutari per bambini e bambine, invitati a consumare prodotti ad alto contenuto calorico e a bassa densità nutrizionale, come snack o bibite zuccherate, rappresenta uno dei fattori associati al rischio di obesità che, comunque, è il risultato di una combinazione di fattori genetici, comportamentali e ambientali. In Europa il 29% dei bambini e delle bambine tra i 7 e i 9 <a href="https://www.epicentro.iss.it/obesita/cosi-2022" rel="noopener">presenta uno stato di sovrappeso od obesità:</a> 1 bambino su 3 vive con problematiche legate al peso corporeo con una prevalenza maggiore tra i maschi (31%) rispetto alle femmine (28%) e un&rsquo;aspettativa di ulteriore <a href="https://www.worldobesity.org/resources/resource-library/world-obesity-atlas-2023" rel="noopener">aumento nei prossimi anni</a>.</p>
<p>Per prevenire l’eccesso di peso corporeo sin dalla giovane età e instaurare regimi nutrizionali appropriati è fondamentale partire dalla scuola e dalla famiglia, come intrapreso anche a livello europeo attivando iniziative efficaci di prevenzione primaria. La richiesta presentata da OMCeO Torino è da applaudire anche perché pone all’attenzione dissonanze e incoerenze che non si limitano alla potenziale salute nutrizionale degli alunni, ma riguardano l’intera governance scolastica.</p>
<h2 id="la-colazione-per-non-smettere-di-sognare">La colazione per non smettere di sognare</h2><p>Mulino Bianco si era imposta nel mercato con le spighe e l’immagine del mulino, creata dal designer Giò Rossi nel 1975, evocando tradizione, naturalità, genuinità e salute attraverso i biscotti frollini: Galletti, Tarallucci, le Pale e le Campagnole. Nel 1983 nasce <a href="https://www.barillagroup.com/media/filer_public/8c/f7/8cf7f6dc-2bde-434e-a790-23ed03d0be3c/ita_barilla_group_rapporto_di_sostenibilita_2022_-_chi_siamo.pdf" rel="noopener">il biscotto da colazione Pan di Stelle</a> di Mulino Bianco. Oggi la linea Pan di Stelle è un brand autonomo con un fatturato di circa 100 milioni di euro annui, mentre l’intero gruppo Barilla ha un fatturato complessivo di poco meno di 5.000 milioni di euro annui.</p>
<p>I Pan di Stelle si distaccano dalla naturalità terrena del Mulino Bianco per innalzarsi al cielo stellato e immergersi in un mondo infantile di magia e sogni. Grazie allo sviluppo di una strategia di comunicazione efficace (fanpage, app, piattaforme di aggregazione), Pan di Stelle è diventato un <em>lovemark</em> (un marchio che instaura un legame emotivo con i propri consumatori). Non c’è quindi bisogno della pubblicità occulta (promozione in modo non dichiarato all’interno di contenuti mediatici) per influenzare il pubblico in modo subdolo, senza rivelare la sua natura commerciale, perché la penetranza della pubblicità tradizionale è stata talmente efficace che è sufficiente l’immagine del prodotto, anche stilizzata, per identificarlo chiaramente. Così gli arredi, le strumentazioni e i materiali didattici del progetto <em>Sogna e credici fino alle stelle</em> per colore, forma e immagini, rimandano ai prodotti Pan di Stelle.</p>
<p>Sarà l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) o l’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria (IAP) a definire se contenuti e modalità violano le indicazioni di comportamento etico da parte dei promotori dell’iniziativa. Così come la correttezza della comunicazione commerciale attraverso influencer (nel progetto chiamati dremears). Forme di pubblicità nascosta ampiamente utilizzata e in crescita in molte aree commerciali, spesso veicolata tramite influencer (per esempio i pharma-influencer per la promozione di farmaci) o con contenuti apparentemente editoriali sui social media. Nel caso del progetto <em>Sogna e credici fino alle stelle</em> forse è legittimo parlare di <em>product placement</em>: forma di comunicazione in cui i prodotti di marca (anche stilizzati) vengono posizionati in modo apparentemente naturale in una struttura pre-esistente. In questo caso si tratta di un’aula scolastica, anche senza avere in cambio (da parte della scuola) un corrispettivo monetario (<em>production fee</em>) o altra forma di compensazione. Gli alunni e il personale scolastico sono quindi vittime di un messaggio pubblicitario che, seppur non intrusivo, si impone.</p>
<h2 id="pan-di-stelle-a-scuola">Pan di Stelle a scuola</h2><p>Barilla G. e R. Fratelli s.p.a. di Parma, attraverso il proprio brand Pan di Stelle, ha affidato a Docenti e Formazione, marchio di d&amp;f srl, la realizzazione <a href="https://ascuolaconpandistelle.it/wp-content/themes/nl/pdf/regolamento.pdf" rel="noopener">di un progetto didattico gratuito</a>: «Un percorso coinvolgente per aiutare le nuove giovani generazioni a imparare a credere nei propri Sogni come cammino di scoperta e consapevolezza delle proprie potenzialità, risorse, interessi». L’iniziativa didattica, denominata <em>Sogna e credici fino alle stelle</em>, si inserisce nella programmazione di educazione civica ed è rivolta a tutte classi dalla I alla V delle scuole primarie ubicate nel territorio nazionale. «Pan di Stelle aiuta le scuole a creare ambienti aperti in cui nutrire interessi e condividere passioni. Tavoli, pouf, librerie, strumenti musicali, telescopi… Per vedere là dove gli occhi ancora non arrivano!». Nel 2025 sono stati allestiti 5 ambienti polifunzionali con la combinazione di arredi e materiali didattici brandizzati Pan di Stelle, per un valore totale di 15.000 euro (IVA esclusa). Dell’aula fanno parte librerie, tavoli, sedie, sedute morbide, tappeti, materiali didattici di vario tipo. Nessun onere è a carico della scuola se non l’individuazione dello spazio nel quale allestire l’aula. Il percorso è arricchito da un kit didattico e dalla partecipazione di quattro dreamers - Giulio Rosk, Clara Soccini, Jasmine Paolini e Linda Raimondo - che sono tornati nelle loro scuole di origine per incontrare alunne e alunni. Questo il percorso per sognare fino alle stelle che genera numerose riflessioni circa l’opportunità, l’appropriatezza e l’etica dell’iniziativa.</p>
<p>Secondo il <a href="https://www.mim.gov.it/scuola-primaria" rel="noopener">ministero dell’Istruzione e del Merito</a>: «La scuola primaria mira all’acquisizione degli apprendimenti di base come primo esercizio dei diritti costituzionali. Alle bambine e ai bambini che la frequentano offre l’opportunità di sviluppare le dimensioni cognitive, emotive, affettive, sociali, corporee, etiche e religiose e di acquisire i saperi irrinunciabili». Quindi è previsto che gli alunni siano educati a esperienze sensoriali, cognitive ed emozionali e quindi a sognare, cosa che avviene principalmente nel sonno, ma non solo, a seconda delle condizioni di coscienza. Sogno e fantasia, anche il pensiero magico, quali facoltà che permettono di costruire relazioni fra le immagini della mente e l’ambiente circostante, consentono a bambini e bambine di entrare in contatto con il mondo. Facoltà di un processo cognitivo infantile che inizialmente non funziona in modo deduttivo, consentendo di sognare e fantasticare senza limiti. Il tema del sogno come scenario narrativo e focus educativo per stimolare (anche) la creatività delle bambine e dei bambini delle primarie dovrebbe quindi essere già previsto tra le attività didattiche ad opera degli insegnanti (e non di dreamer o influencer) con il corrente materiale didattico, appropriato e aggiornato (e non il “kit didattico gratuito” o la “Guida docente” sponsorizzati previsti dal progetto).</p>
<h2 id="la-scuola-che-vorrei">La scuola che vorrei</h2><p><em>La scuola che vorrei</em> non è solo <a href="https://www.erickson.it/it/la-scuola-che-vorrei" rel="noopener">il titolo di un libro</a>, ma è forse il desiderio di tutte le bambine e di tutti i bambini (e genitori): scuole in sicurezza ambientale o ecosostenibile; scuole che non misurano (meriti o demeriti), ma accompagnano; scuole che nutrono di conoscenza, ma anche il corpo e a tempo pieno; scuole accoglienti che accolgono chi è in difficoltà; scuole aperte alla comunità per intraprendere percorsi di crescita condivisa; scuole dove prevale l’ascolto, l’attenzione, la creatività. Una scuola intesa come <a href="https://www.ricercaepratica.it/r.php?v=4607&amp;a=46492&amp;l=362553&amp;f=allegati%2F00000__00%2Ffulltext%2F46492_0203_Editoriale-ReP247_anticipazione.pdf" rel="noopener">comunità educante</a> alla cui governance contribuiscono docenti, studenti, personale non didattico, ma anche le famiglie.</p>
<p>Sogni che appagano desideri, purtroppo in modo occulto, stante la realtà della scuola italiana. I sogni e i desideri rappresentano oggi gli obiettivi di sviluppo sostenibile per fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, un’ opportunità di apprendimento per tutti come auspicato anche nell’ultimo <a href="https://s3-www.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/i-diritti-dellinfanzia-e-delladolescenza-italia-rapporto-crc-2023.pdf" rel="noopener">Rapporto sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza curato dal Gruppo CRC</a>:</p>
<ul>
<li>garantire entro il 2030 a ogni ragazza e ragazzo libertà, equità e qualità nel completamento dell’educazione primaria e secondaria che porti a risultati di apprendimento adeguati e concreti</li>
<li>garantire entro il 2030 che ogni ragazza e ragazzo abbiano uno sviluppo infantile di qualità, e un accesso a cure e istruzione prescolastiche così da essere pronti alla scuola primaria</li>
<li>garantire entro il 2030 a ogni donna e uomo un accesso equo a un’istruzione tecnica, professionale e terziaria - anche universitaria - che sia economicamente vantaggiosa e di qualità</li>
<li>eliminare entro il 2030 le disparità di genere nell’istruzione e garantire un accesso equo a tutti i livelli di istruzione e formazione professionale delle categorie protette, tra cui le persone con disabilità, le popolazioni indigene e i bambini in situazioni di vulnerabilità</li>
<li>garantire entro il 2030 che tutti i discenti acquisiscano la conoscenza e le competenze necessarie a promuovere lo sviluppo sostenibile, anche tramite un’educazione volta a uno sviluppo e uno stile di vita sostenibile, ai diritti umani, alla parità di genere, alla promozione di una cultura pacifica e non violenta, alla cittadinanza globale e alla valorizzazione delle diversità culturali e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile</li>
<li>costruire e potenziare le strutture dell’istruzione che siano sensibili ai bisogni dell’infanzia, alle disabilità e alla parità di genere e predisporre ambienti dedicati all’apprendimento che siano sicuri, non violenti e inclusivi per tutti.</li>
</ul>
<p>Il contesto, l’<a href="https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/ecosistema-scuola-2024-xxiv-rapporto/" rel="noopener">ecosistema scuola,</a> in Italia rimane un’emergenza infrastrutturale nazionale caratterizzata dal fatto che 1 scuola su 3 ha bisogno di interventi di manutenzione urgente (al Sud e nelle isole una scuola su due). Solo il 50% delle scuole ha tutte le garanzie (ossia i certificati di sicurezza) e il crollo dei solai rappresenta ancora oggi la principale causa di incidenti nelle scuole italiane. Ma anche sul fronte dei servizi il ritardo negli adeguamenti necessari è enorme, come per esempio sull’innovazione digitale con poco più di 1 scuola su 2 che dispone di reti cablate e wifi. Gli interventi per l’efficientamento energetico riguardano solo il 16% degli edifici e solo il 6,5% degli edifici con certificazione energetica risulta in classe A, il 66,6% si colloca nelle ultime tre classi energetiche (E, F, G).</p>
<p>La <a href="https://www.disuguaglianzesociali.it/glossario/?idg=40" rel="noopener">povertà alimentare</a> (l’incapacità delle persone di accedere ad alimenti sicuri, nutrienti e in quantità sufficiente per garantire una vita sana e attiva rispetto al proprio contesto sociale) è un fenomeno multidimensionale, legato anche alla qualità del cibo a cui si ha accesso. In Italia la presenza della mensa <a href="https://www.openpolis.it/il-profondo-divario-tra-nord-e-sud-sulle-mense-scolastiche/?utm_source=Newsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=poverta-educativa" rel="noopener">è dichiarata</a> per il 36,5% degli edifici scolastici statali. Quasi tutte le regioni con valori inferiori alla media nazionale sono del mezzogiorno. In Valle d’Aosta il 71,9% degli edifici scolastici dichiara di avere una mensa, in Sicilia solo il 14,4%. Spesso il pranzo scolastico rappresenta il pasto principale per molti alunni, che si aggiungono a quelli che si presentano a scuola senza aver fatto una colazione. Il ruolo della scuola diventa quindi fondamentale nella lotta alla povertà alimentare e al raggiungimento di buone abitudini alimentari.</p>
<p>La privazione della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni (la cosiddetta <a href="https://static.francoangeli.it/fa-contenuti/area_pdfdemo/1201.2_demo.pdf" rel="noopener">povertà educativa</a>) colpisce oltre 1,3 milioni di bambine, bambini e adolescenti (+47% negli ultimi dieci anni), manifestandosi con scarsi risultati scolastici, alti tassi di abbandono (10,5% tra 18-24 anni) e limitato accesso a libri, sport o cultura. Un italiano su 4 (23,1%) <a href="https://www.ambrosetti.eu/search/?search=poverta&#43;educativa" rel="noopener">è a rischio di povertà ed esclusione sociale,</a> uno dei valori più alti in Europa. La scuola non dovrebbe quindi essere un punto vendita per interessi diversi da quelli preposti dalla comunità, ma luogo di processi educativi e formativi allargati, democratici, accessibili, moderni e attivi. Luogo di sperimentazione sociale dove costruire, comprendere e gestire comportamenti relazionali; dove si impara che i processi cognitivi ed emozionali guidano il comportamento e il pensiero; dove si impara che l’educazione sessuale e affettiva è una risorsa, non un rischio. <a href="https://www.ricercaepratica.it/r.php?v=4607&amp;a=46492&amp;l=362553&amp;f=allegati%2F00000__00%2Ffulltext%2F46492_0203_Editoriale-ReP247_anticipazione.pdf" rel="noopener">Una casa educante della comunità</a>, dove si invita, si accoglie e ci si confronta. Una scuola che modula i percorsi didattici anche alle caratteristiche e ai bisogni della comunità.</p>
<p>È necessario (ri)scoprire un umanesimo scolastico, che renda le comunità scolastiche più accoglienti e capaci di rendere sovrani ragazze e ragazzi, accompagnandoli a essere autonomi e indipendenti, membri attivi e responsabili della propria comunità. Il livello di prevedibilità dei sogni è limitato, ma il desiderio di realizzarli può contribuire a modificare la realtà. Che a tutto questo possa contribuire un biscotto stellato c’è bisogno di molta immaginazione per crederlo. Meglio credere nei bei sogni.</p>
<blockquote>
<p><strong>Sulla luna</strong></p></blockquote>
<blockquote>
<p>Sulla luna, per piacere, non mandate un generale:<br>
ne farebbe una caserma con la tromba e il caporale.<br>
Non mandateci un banchiere sul satellite d’argento,<br>
o lo mette in cassaforte per mostrarlo a pagamento.<br>
Non mandateci un ministro col suo seguito di uscieri:<br>
empirebbe di scartoffie i lunatici crateri.<br>
Ha da essere un poeta sulla Luna ad allunare:<br>
con la testa nella luna lui da un pezzo ci sa stare…<br>
A sognar i più bei sogni è da un pezzo abituato:<br>
sa sperare l’impossibile anche quando è disperato.<br>
Or che i sogni e le speranze si fan veri come fiori,<br>
sulla luna e sulla terra fate largo ai sognatori!</p>
<p>Gianni Rodari</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>Adolescenti e dispositivi digitali: oltre i divieti, verso l'educazione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione/</guid><pubDate>Thu, 19 Feb 2026 09:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>societa</category><description>Trent’anni fa un adolescente trascorreva tra le 10.000 e le 20.000 ore in presenza di adulti e coetanei.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Trent’anni fa un adolescente trascorreva tra le 10.000 e le 20.000 ore in presenza di adulti e coetanei; oggi questa stima si riduce drasticamente, attestandosi tra le 1.500 e le 5.000 ore. Parallelamente, il 41,8% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni dichiara di essersi rivolto all’intelligenza artificiale nei momenti di tristezza, solitudine o ansia.</p>
<p>Da queste due considerazioni prende avvio una riflessione sull’uso eccessivo e intensivo dei dispositivi digitali da parte di bambini, bambine e adolescenti.</p>
<p>Numerosi studi mostrano come il tempo trascorso davanti agli schermi abbia ricadute significative sulla salute fisica e psicologica. In una <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/jpc.16726?af=R" rel="noopener">ricerca</a> che includeva bambini e adolescenti, un’esposizione superiore alle 2 ore quotidiane è risultata associata a un aumento del rischio di sovrappeso e obesità del 67% rispetto ai coetanei con un tempo di utilizzo inferiore. L’esposizione precoce e prolungata agli schermi è inoltre associata a un peggioramento del benessere psicologico negli adolescenti. Nei bambini più piccoli, l’uso precoce dei dispositivi digitali <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40010870/" rel="noopener">è correlato</a> a maggiore irritabilità, disattenzione, iperattività e difficoltà nella regolazione emotiva. Superare le 2–3 ore di schermo al giorno è associato a un minore benessere mentale, con un aumento dei sintomi ansiosi e depressivi.</p>
<p>Le ragazze appaiono particolarmente vulnerabili: mostrano una maggiore fragilità rispetto all’immagine corporea e all’autostima e sono più esposte a fenomeni come il FOMO (Fear Of Missing Out, la paura di essere esclusi) e la nomofobia, ossia l’ansia legata all’assenza del telefono o della connessione.</p>
<p>Nei bambini sotto i 13 anni, anche una sola ora serale di esposizione agli schermi può ridurre la durata e la qualità del sonno, con un conseguente aumento del rischio di disturbi dell’umore, ansia e un peggioramento del rendimento scolastico. A ciò si aggiunge il fenomeno del cyberbullismo, strettamente legato alla diffusione precoce di smartphone, social media e chat, che interessa soprattutto la fascia 13–18 anni e colpisce con maggiore frequenza le ragazze.</p>
<h2 id="le-iniziative-per-vietare-i-social">Le iniziative per vietare i social</h2><p>Negli ultimi anni anche la politica sembra aver preso maggiore consapevolezza del problema. A livello europeo sono in corso discussioni per rendere obbligatoria la verifica dell’età attraverso sistemi di identità digitale, con l’obiettivo di proteggere i minori online. In Australia, dal 10 dicembre 2025, è entrata in vigore una legge, la prima al mondo, che obbliga le piattaforme digitali (da Instagram a TikTok, da YouTube a Snapchat) a rimuovere gli account degli under 16 e a impedirne la creazione di nuovi. Le aziende sono tenute a utilizzare sistemi di verifica dell’età basati anche sul riconoscimento facciale, che tuttavia hanno mostrato limiti significativi: alcuni minorenni sono riusciti a superare i controlli, mentre utenti maggiorenni sono stati erroneamente identificati come troppo giovani.</p>
<p>Dopo l’Australia, anche Francia e Spagna stanno seguendo una linea simile. In Italia è stata depositata una proposta di legge bipartisan alla Camera e al Senato che mira a vietare l’iscrizione ai social media ai minori di 15 o 16 anni, a seconda delle versioni, senza il consenso dei genitori, prevedendo sistemi di verifica dell’età affidabili. </p>
<h2 id="ma-il-divieto-serve-a-poco-meglio-educare-alluso-consapevole">Ma il divieto serve a poco: meglio educare all’uso consapevole</h2><p>Ma è davvero questo l’approccio più efficace? Con gli adolescenti, più che il divieto, funziona l’accordo. È difficile pensare che un singolo provvedimento restrittivo possa arginare un fenomeno così complesso e pervasivo.</p>
<p>È certamente necessario superare l’anonimato in rete e introdurre forme di identità digitale obbligatoria per l’accesso ai social network. Allo stesso modo, è indispensabile che le piattaforme siano in grado di bloccare in tempo reale la diffusione di contenuti illegali attraverso strumenti efficaci di controllo e tracciabilità. La Commissione europea, per esempio, <a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/news/commission-preliminarily-finds-tiktoks-addictive-design-breach-digital-services-act" rel="noopener">ha richiamato</a> TikTok, la piattaforma più utilizzata dagli adolescenti, evidenziando come alcune sue caratteristiche progettuali (scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati) favoriscano meccanismi di assuefazione. In assenza di adeguati rimedi, l’azienda rischia sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale annuo.</p>
<p>Tuttavia, la strategia probabilmente più efficace resta l’educazione all’uso consapevole dei dispositivi digitali. E il luogo privilegiato per svolgere questo compito non può che essere la scuola. Ciò richiede formazione specifica per gli insegnanti e finanziamenti dedicati: una strada complessa, spesso trascurata dalle scelte politiche.</p>
<p>Occorre quindi ripensare i provvedimenti legislativi adottando una nuova prospettiva: la priorità deve diventare la sovranità digitale dei cittadini, a partire dai più piccoli. Serve uno sforzo collettivo e una raccomandazione forte ai sindaci affinché promuovano e facciano rispettare i patti digitali. È ormai evidente che, affinché bambini e adolescenti utilizzino i media digitali in modo positivo e consapevole, siano necessari accordi condivisi da tutta la comunità. L’impegno delle singole famiglie o della sola scuola non è sufficiente: occorre un’alleanza che coinvolga genitori, nonni, pediatri, scuola, oratori, società sportive, istituzioni e altri contesti educativi e di vita quotidiana.</p>
<h2 id="liberare-il-tempo-per-stare-con-figli-e-figlie">Liberare il tempo per stare con figli e figlie</h2><p>Non si tratta di vietare l’uso degli smartphone, né di negarne l’utilità, ma di stabilire regole chiare e condivise: niente dispositivi a tavola, nemmeno nei ristoranti, dove accanto alle aree Wi-Fi dovrebbero esistere zone “no cell”; spegnere lo smartphone almeno un’ora prima di andare a dormire; bloccare le applicazioni non idonee all’età; rafforzare il ruolo del parental control. Allo stesso tempo, è necessario offrire alternative concrete ai dispositivi, già a partire dalla prima infanzia: tornare a leggere favole, ascoltare musica, giocare insieme.</p>
<p>È fondamentale, soprattutto, tornare a trascorrere più tempo con i nostri figli e figlie. L’idea, a lungo accettata, che basti poco tempo purché “di qualità” si è rivelata sbagliata. Abbiamo lasciato bambini e adolescenti soli per troppo tempo, permettendo ai dispositivi digitali di occupare uno spazio sempre più totalizzante nelle loro vite.</p>
<p>I divieti, da soli, non bastano. Serve uno sforzo comune e una forte assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni locali. Intanto, abbiamo iniziative come i <a href="https://pattidigitali.it/cose-un-patto-digitale/" rel="noopener">patti digitali</a>, «un accordo informale tra famiglie che, per aiutarsi, scelgono di seguire nella quotidianità le stesse prassi con il desiderio di promuovere un utilizzo sicuro, attivo, creativo e consapevole della tecnologia»: oggi in Italia si stimano circa 35 patti digitali nel Sud, contro gli 86 del Nord e i 52 del Centro. È una strada impegnativa, forse la più difficile, ed è anche quella che la politica preferisce non vedere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Maternità trans: non più un desiderio proibito ma ancora un percorso a ostacoli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/maternita-trans-piu-desiderio-proibito-ancora-percorso-ostacoli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/maternita-trans-piu-desiderio-proibito-ancora-percorso-ostacoli/</guid><pubDate>Mon, 16 Feb 2026 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>«Uomo-madre», così si definisce Egon Botteghi, attivista, referente per la genitorialità delle persone transgender della Rete Genitori Rainbow.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/maternita-trans-piu-desiderio-proibito-ancora-percorso-ostacoli-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/maternita-trans-piu-desiderio-proibito-ancora-percorso-ostacoli-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Uomo-madre», così si definisce Egon Botteghi, attivista, referente per la genitorialità delle persone transgender della Rete Genitori Rainbow, nel libro <em>Storie di genitori trans*</em>, (Villaggio Maori Edizioni, 2024), in cui racconta del suo percorso di vita, del figlio e della figlia nati prima della sua affermazione di genere, con cui ha mantenuto un rapporto materno. Quello di uomo-madre è un concetto destabilizzante per una società che è ancora fortemente binaria: la maternità nella nostra cultura è associata alla femminilità, dunque una persona che partorisce è madre e una madre è donna. È stata a lungo impensabile l’idea di un uomo con fattezze maschili, che all’anagrafe risulta di genere maschile e che in passato ha partorito o addirittura che adesso, con queste sue fattezze maschili, sta portando avanti una gravidanza. </p>
<p>«La <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1982-04-14;164" rel="noopener">legge numero 164</a> del 1982 venne inizialmente interpretata come se la condizione necessaria per ottenere la rettifica dei documenti di una persona transgender fosse un intervento chirurgico demolitivo, per adeguare il suo corpo al genere di elezione», spiega Botteghi. «Alla base di questa interpretazione c’era la volontà di classificare il corpo e l’identità delle persone come maschili o come femminili. Ma c’era anche, io ritengo, la volontà di sterilizzare le persone trans, di cancellare la loro capacità procreativa, per il timore che riproducendosi possano perpetuare l’anomalia della loro esistenza, trasmettere alla prole un inesistente “gene trans”. È una considerazione eugenetica che qualcuno esprime apertamente e tanti probabilmente non esprimono ma condividono. Cancellando la capacità riproduttiva delle persone transgender con la chirurgia si aboliva anche l’idea che potessero avere un desiderio di genitorialità e di conseguenza loro stesse erano portate a considerare la paternità o la maternità non compatibili con la propria identità».</p>
<p>Nonostante la legge 164 sia tuttora in vigore, l’interpretazione riguardo l’obbligo di sottoporsi a un intervento chirurgico è venuta meno in virtù della sentenza della Corte Costituzionale <a href="https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2015/221" rel="noopener">numero 221</a> del 2015. Oggi quindi nel nostro Paese è possibile che una persona risulti all’anagrafe appartenente al genere maschile ma sia dotata di un apparato riproduttivo femminile, potenzialmente in grado di concepire e portare avanti una gravidanza. «Un tempo un uomo transgender poteva essere genitore solo se aveva messo al mondo figli o figlie prima della transizione, come nel mio caso. Oggi l’uomo gestante o l’uomo che partorisce non sono più concetti inconcepibili», osserva Botteghi, «sono progetti di vita realizzabili e in alcuni casi sono già realtà».</p>
<h2 id="preservare-la-fertilità">Preservare la fertilità</h2><p>«In seguito alla sentenza del 2015, non è obbligatorio neppure intraprendere un trattamento ormonale di affermazione di genere per ottenere la rettifica dei documenti, ma è prassi consolidata che la persona richiedente abbia conseguito dei mutamenti dei caratteri sessuali secondari, che si ottengono appunto con la terapia ormonale», spiega Roberta Parigiani, avvocata e portavoce del Movimento Identità Trans. «Sono rari i casi in cui un giudice ha dato il consenso alla rettifica anche senza il ricorso alla terapia ormonale».</p>
<p>Nella prospettiva di una gravidanza è d’obbligo chiedersi, allora: che impatto può avere la somministrazione di testosterone sull’apparato riproduttivo femminile e sulla sua funzionalità? «Il testosterone può causare infertilità temporanea sopprimendo l’attività ovulatoria, ma le evidenze disponibili indicano che non determina un danno irreversibile alla qualità degli ovociti», risponde Antonio Laganà, professore associato di Ginecologia dell’Università di Palermo. «Quelli recuperati dopo terapia ormonale mostrano competenza simile a quelli di soggetti non esposti e la riserva ovarica sembra relativamente preservata nella maggior parte dei casi. Non ci sono prove solide di insufficienza ovarica precoce indotta da testosterone. Tuttavia, i dati a lungo termine restano limitati. L’opzione più prudente è crioconservare una riserva di ovociti prima del trattamento ormonale. L’utilizzo di ovociti che non sono stati esposti al testosterone per una eventuale successiva gravidanza elimina ogni dubbio su effetti diretti del farmaco. È l’opzione con il profilo di sicurezza biologica più elevato».</p>
<p>Ben prima che in Italia fosse consentito alle persone transgender di ottenere la rettifica dei documenti senza rinunciare all’apparato riproduttivo, le <a href="https://amo_hub_content.s3.amazonaws.com/Association140/files/Standards%20of%20Care,%20V7%20Full%20Book.pdf" rel="noopener">linee guida internazionali</a> raccomandavano di offrire un counseling specifico sul tema della fertilità a chi si apprestava a intraprendere un percorso di affermazione di genere. Con la sentenza del 2015, il counseling è diventato una prassi anche nel nostro Paese e di solito si prospetta la possibilità di crioconservare i gameti per uso futuro.</p>
<p>«In questo caso, però, i costi del prelievo e della preservazione degli ovociti non sono rimborsati dal servizio sanitario pubblico, ma sono a carico dell’utente, al contrario di quello che è previsto per le pazienti oncologiche o per quelle affette da altre patologie come l’endometriosi, che si accingono a intraprendere terapie potenzialmente lesive per la loro fertilità. Per loro i costi sono rimborsati», dice Maria Cristina Meriggiola, professoressa associata di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Bologna.</p>
<h2 id="pma-o-gravidanza-spontanea">PMA o gravidanza spontanea</h2><p>La spesa per la conservazione è un ostacolo discriminatorio che fa il paio con quello che incontra un uomo transgender nel momento in cui vuole utilizzare i propri ovociti preservati per cercare una gravidanza con l’aiuto della procreazione medicalmente assistita. «In Italia la legge consente l’accesso alla PMA alle coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi. Teoricamente quindi una coppia formata da un uomo transgender e da una donna potrebbe usufruirne», spiega l’avvocata Parigiani. «Tuttavia di fatto nel nostro Paese in queste situazioni c’è una barriera che costringe le coppie a rivolgersi a strutture che operano all’estero».</p>
<p>D’altra parte, come abbiamo visto, l’assunzione di testosterone nella maggior parte dei casi non compromette la funzionalità delle ovaie e la riserva di ovociti. «Se il trattamento ormonale non è durato molto a lungo, i suoi effetti sull’apparato riproduttivo sono reversibili e di solito alla sua sospensione il ciclo ovulatorio riprende, consentendo la ricerca di una gravidanza spontanea. Tanti percorrono questa strada per realizzare i loro progetti riproduttivi», osserva la ginecologa Meriggiola. «Attenzione, non si può escludere l’eventualità di una gravidanza spontanea a seguito di un rapporto non protetto anche durante l’assunzione del testosterone, che riduce l’attività ovarica ma non la sopprime del tutto. Si sono verificati dei casi simili anche in Italia. È importante essere consapevoli di questo rischio e adottare un mezzo contraccettivo sicuro».</p>
<p>Se la terapia ormonale non si è protratta a lungo e viene interrotta prima di cercare una gravidanza, il rischio di complicazioni ostetriche durante l’attesa è sovrapponibile a quello delle gravidanze nelle donne cisgender. «La sospensione del testosterone prima del concepimento è cruciale perché l’ormone è teratogeno: può causare virilizzazione dei genitali esterni dei feti con cromosomi XX e anomalie dello sviluppo», spiega il ginecologo Laganà. «È associato anche a rischio aumentato di aborto».</p>
<h2 id="questione-di-codice-fiscale">Questione di codice fiscale</h2><p>«È consigliabile per le persone transgender che progettano una maternità rivolgersi a una struttura che abbia esperienza specifica, dove operi un’equipe multidisciplinare con competenze di ginecologia e di endocrinologia e, soprattutto, dove l’ambiente sia inclusivo e rispettoso e il personale preparato a gestire le complessità amministrative che possono emergere in questi casi», osserva Meriggiola.</p>
<p>L’accesso a tutte le prestazioni erogate dai Servizi Sanitari Regionali è legato al codice fiscale, che è rigorosamente binario: prevede solo utenti di genere maschile o femminile. «Per un utente che ha codice fiscale maschile è estremamente complicato, per esempio, sottoporsi ai test di screening per il tumore del collo dell’utero, pur avendo l’utero», spiega l’avvocata. «Oggi alcune aziende sanitarie locali, formate grazie all’impegno dell’attivismo, sanno come gestire questi meccanismi burocratici e sono pronte a offrire un’assistenza flessibile anche alle gravidanze transgender. Purtroppo sono distribuite a macchia di leopardo in un contesto generale di impreparazione».</p>
<p>Già nel 2023 il gruppo di lavoro sulle disuguaglianze di salute legate al genere dell’Istituto Superiore di Sanità aveva dedicato all’argomento un <a href="https://www.iss.it/documents/d/guest/linee-di-indirizzo-per-la-comunicazione-del-personale-sanitario-con-i-pazienti-lgbt-pdf" rel="noopener">documento di indirizzo</a>, mettendo l’accento sulle ricadute negative per la salute fisica e psicologica che questi ostacoli organizzativi comportano.</p>
<h2 id="madre-o-padre">Madre o padre</h2><p>Rigorosamente binario è anche il certificato di nascita italiano. «Non prevede la possibilità di identificare come padre la persona che ha dato alla luce il bambino o la bambina, ragione per cui un uomo transgender che partorisce nel nostro Paese viene iscritto nel certificato come madre, nonostante dai suoi documenti risulti di genere maschile, così come non è possibile al momento registrare una persona all’anagrafe con un terzo genere diverso da maschile o femminile. La Corte Costituzionale nel 2024 <a href="https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2024/143" rel="noopener">ha chiarito</a> che dell’argomento è necessario che si occupi il Parlamento», spiega Parigiani.</p>
<p>La scelta di una persona transgender se farsi chiamare mamma o papà, o in qualche altro modo ancora, è strettamente personale ed è legata al vissuto di chi porta la gravidanza e partorisce. «Io sono la madre dei miei figli e tale sono rimasto anche dopo la mia affermazione di genere. Sono un uomo-madre», dice Egon Botteghi. «C’è chi preferisce essere chiamato padre. Per chi decide di intraprendere una gravidanza dopo avere iniziato il trattamento ormonale, interrompere l’assunzione del testosterone e osservare i cambiamenti del proprio corpo può essere fonte di disagio o sofferenza, ma non sempre è così. La gravidanza per un uomo transgender non è necessariamente un ritorno al femminile. C’è chi la vive come l’esperienza di mettere al mondo un figlio o una figlia nel modo in cui il suo corpo gli consente di fare: semplicemente una persona che diventa genitore».</p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gli Usa sono fuori dall’Oms: che cosa succede ora?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/usa-fuori-dall-oms-cosa-succede-ora/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/usa-fuori-dall-oms-cosa-succede-ora/</guid><pubDate>Fri, 13 Feb 2026 08:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><category>salute</category><description>Che cosa succede all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/usa-fuori-dall-oms-cosa-succede-ora-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/usa-fuori-dall-oms-cosa-succede-ora-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa succede all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori?</p>
<p>Se ne discute da oltre un anno, ovvero da quando Trump ha annunciato il ritiro dall’organizzazione mondiale, diventato ufficiale il 26 gennaio 2026. Il 2 febbraio scorso il tema è stato affrontato anche dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha aperto i lavori della 158esima sessione del Consiglio Esecutivo dell’organizzazione presentando il 2025 come un anno “di contrasti netti”.</p>
<p>Da un lato – ha detto il presidente - l’anno trascorso ha visto molti successi: l’adozione dell’Accordo sulle Pandemie (su cui l’Italia però - vale la pena ricordare - si è astenuta), l’entrata in vigore dei Regolamenti Sanitari Internazionali emendati, l’approvazione di un nuovo aumento dei contributi obbligatori degli Stati membri e una dichiarazione politica delle Nazioni Unite su malattie non trasmissibili e salute mentale.</p>
<p>D’altro lato, è stato uno degli anni più difficili per i tagli ai finanziamenti che hanno costretto l’Oms a ridurre drasticamente il proprio organico.</p>
<p>Già a maggio 2025, Ghebrayesus aveva fatto sapere che l’annuncio del ritiro degli Stati Uniti, che da soli contribuivano per circa il 18% del budget dell’agenzia delle Nazioni Unite attraverso i contributi obbligatori e quelli volontari, insieme alle riduzioni dei finanziamenti da parte di alcuni paesi dovuti al contemporaneo aumento delle spese per la difesa, avevano reso la situazione particolarmente grave. Di fronte a un “buco” di 600 milioni di dollari per il 2025 e a una previsione di ulteriori decrementi per l’anno successivo, l’Oms aveva proposto di tagliare il budget per il 2026-27 del 21%, portandolo da 5,3 miliardi di dollari a 4,2 miliardi di dollari.</p>
<p>Sempre a maggio scorso, tuttavia, è stato approvato un aumento del 20% dei contributi obbligatori degli Stati membri che dovrebbe alleviare un po’ la sofferenza. Un piano per l’aumento in tappe successive dei contributi obbligatori, che verrebbero portati dal 14 al 50% del bilancio di base, era stato già approvato negli anni passati. Parallelamente, è stato avviato un processo per ampliare la base dei donatori, con la creazione della Who Foundation.</p>
<p>Proprio l’aumento dei contributi ha permesso di limitare l’impatto dei tagli. A gennaio scorso, il presidente ha infatti affermato che “Senza questo approccio avremmo dovuto tagliare circa 3.000 posti di lavoro nel mondo. Siamo invece riusciti a ridurre il numero a 1.241”.</p>
<h2 id="conseguenze-drammatiche-per-i-paesi-a-basso-reddito">Conseguenze drammatiche per i paesi a basso reddito</h2><p>Ma il problema non è solo quello dei posti di lavoro che saltano. Le conseguenze sulla salute possono essere drammatiche per i paesi a basso reddito, anche perché i tagli all’Oms si inseriscono in un più generale definanziamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo, come ad esempio la chiusura di USAID.</p>
<p>Secondo uno studio pubblicato su <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2826%2900008-2/fulltext" rel="noopener">The Lancet Global Health il 2 febbraio 2026</a>, in uno scenario di forte riduzione dei finanziamenti, il calo progressivo dei fondi destinati all&rsquo;aiuto pubblico allo sviluppo potrebbe causare, entro il 2030, 22,6 milioni di decessi aggiuntivi in tutte le fasce d&rsquo;età, di cui 5,4 milioni tra i bambini di età inferiore ai 5 anni.</p>
<p>In uno scenario di definanziamento moderato, definito come il proseguimento delle attuali tendenze al ribasso, il numero previsto di decessi in eccesso entro il 2030 sarebbe di 9,4 milioni complessivamente e di 2,5 milioni tra i bambini di età inferiore ai 5 anni. In particolare si prevede che alcuni interventi vitali contro polio, HIV/AIDS, malaria e tubercolosi subiranno gravi interruzioni. Si stima che solo per la malaria potrebbero verificarsi 15 milioni di casi aggiuntivi e oltre 100.000 decessi a causa della mancanza di diagnostica e farmaci.</p>
<h2 id="svantaggi-del-ritiro-dalloms-anche-per-i-paesi-ricchi">Svantaggi del ritiro dall&rsquo;Oms anche per i paesi ricchi</h2><p>Ma se i paesi a basso reddito piangono, i paesi ricchi non ridono, a cominciare proprio dagli Stati Uniti. “Questa è una delle mosse più stupide in cui per risparmiare un penny, alla fine perdi miliardi”, ha dichiarato Michael Osterholm, direttore del centro per le ricerche sulle malattie infettive dell’università del Minnesota in una intervista al Time, commentando il ritiro degli Usa dall’Oms. Una delle prime cose che potrebbero cambiare per gli scienziati statunitensi è il loro accesso alle banche dati che servono per il monitoraggio delle malattie infettive come l&rsquo;influenza, nonché delle minacce emergenti, come il COVID. Sebbene molte di queste fonti di dati siano pubbliche e gli scienziati statunitensi continueranno ad accedervi, potrebbero non avere la stessa comprensione di come i dati grezzi sono stati raccolti ed elaborati. Ciò potrebbe essere importante per comprendere come interpretare le informazioni e per anticipare potenziali epidemie di nuove malattie infettive.</p>
<p>Ci sono poi le conseguenze geopolitiche. Sebbene le politiche dell&rsquo;OMS siano determinate dal consenso di tutti gli Stati membri, l&rsquo;assenza degli Stati Uniti crea ora spazio affinché altri paesi esercitino una maggiore influenza, il che potrebbe influire sulle priorità sanitarie globali. Paesi come India, Arabia Saudita, Russia e Cina stanno già intervenendo per colmare parte del vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Ciò può avere conseguenze su come orientare le politiche e le linee guida dell’agenzia.</p>
<p>Infine, la riduzione delle risorse destinate alla salute dei paesi a basso e medio reddito, che fanno affidamento sull&rsquo;OMS per il sostegno finanziario e l&rsquo;orientamento in materia di politiche sanitarie e raccomandazioni, avrà conseguenze su tutti i paesi del mondo. “Mano a mano che i paesi registrano un peggioramento delle condizioni sanitarie, con un aumento della mortalità e della morbilità, le condizioni economiche peggiorano perché le popolazioni malate non possono lavorare e la situazione economica dei paesi già poveri si deteriora ulteriormente. Ne consegue l&rsquo;instabilità politica, con migrazioni di massa, guerre e conflitti, e la situazione inizia a riversarsi oltre i confini”, afferma Judd Walson, docente di salute internazionale presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, intervistato dal Time.</p>
<h2 id="le-mosse-delloms-per-fronteggiare-la-riduzione-degli-aiuti">Le mosse dell&rsquo;Oms per fronteggiare la riduzione degli aiuti</h2><p>Per fronteggiare la riduzione degli aiuti, ha detto Ghebreyesus pochi giorni fa, l’Oms sta aiutando molti paesi a sostenere i servizi essenziali e a passare dalla dipendenza dagli aiuti all’autosufficienza. Un ruolo chiave in questo processo potrebbe essere svolto dalle tasse sulla salute. L’iniziativa “3 by 35”, ad esempio, chiede a tutti i paesi di aumentare del 50% entro il 2035 i prezzi di tabacco, alcol e bevande zuccherate. Nel 2025, paesi come Malaysia, Mauritius e Vietnam hanno già introdotto o aumentato queste tasse; nel 2026 sono seguiti India e Arabia Saudita. Progressi si stanno facendo in diversi paesi anche contro i grassi trans e l’inquinamento atmosferico, con una nuova roadmap globale che punta a dimezzarne l’impatto sulla salute entro il 2040.</p>
<p>I tagli hanno reso ancora più urgente colmare il divario nell’accesso alle cure. Oltre 4,6 miliardi di persone non hanno accesso a servizi sanitari essenziali e oltre 2 miliardi hanno problemi ad accedere per l’elevato costo dei servizi. Inoltre c’è il problema della carenza degli operatori sanitari: si calcola che entro il 2030 nel mondo mancheranno all’appello 11 milioni di operatori sanitari. L’OMS ha sostenuto 11 paesi con le carenze più acute, contribuendo a creare quasi 100.000 nuovi posti di lavoro nel settore.</p>
<p>Il discorso di Ghebreyesus conteneva un forte appello per la stabilità finanziaria e l’indipendenza dell’Oms. Grazie all’aumento progressivo dei contributi obbligatori, l’Organizzazione ha coperto l’85% del budget base per il biennio 2026-27. “Se non aveste approvato quell’aumento, saremmo in una situazione molto peggiore”, ha affermato. Ma il restante 15% sarà difficile da mobilitare, e la maggior parte dei fondi volontari resta “vincolata”, creando “sacche di povertà” per priorità come la resistenza antimicrobica e il cambiamento climatico.</p>
<p>“Quando parlo di indipendenza – ha chiarito Ghebreyesus – non intendo indipendenza dagli Stati membri. Intendo non-dipendenza da una manciata di donatori. Una Oms che non sia più un appaltatore dei maggiori finanziatori. Un’organizzazione imparziale, basata sulla scienza, libera di dire ciò che dice l’evidenza, senza timori o favoritismi”. In trasparenza si legge la polemica con il segretario alla salute statunitense Robert F. Kennedy jr. che in poco tempo ha fatto carta straccia delle conoscenze e delle raccomandazioni dell’Oms su temi importanti per la salute come la piramide alimentare e i vaccini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gender equality nella ricerca: c'è ancora il soffitto di cristallo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gender-equality-ricerca-ce-ancora-soffitto-cristallo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gender-equality-ricerca-ce-ancora-soffitto-cristallo/</guid><pubDate>Wed, 11 Feb 2026 08:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Debora Serra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>L’11 febbraio, Giornata ONU dedicata alle ragazze e alle donne nella scienza, offre l’occasione per interrogarsi non solo sulla loro presenza nel settore della.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gender-equality-ricerca-ce-ancora-soffitto-cristallo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gender-equality-ricerca-ce-ancora-soffitto-cristallo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’11 febbraio, Giornata ONU dedicata alle ragazze e alle donne nella scienza, offre l’occasione per interrogarsi non solo sulla loro presenza nel settore della ricerca e dell’innovazione (R&amp;I), ma soprattutto sulla qualità di tale presenza: chi avanza di carriera, chi resta ai margini, chi abbandona e perché. Negli ultimi anni l’Unione europea ha fatto dell’uguaglianza di genere una priorità esplicita, integrando la <em>gender dimension</em> nei programmi quadro per la ricerca e promuovendo cambiamenti istituzionali attraverso strumenti come il Gender Equality Plan (Gep). Il rapporto della Commissione europea <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/document/download/a0467727-bb30-4a2f-ad06-f5b7d3b628bd_en" rel="noopener"><em>Promoting gender equality and institutional changes</em></a>, pubblicato a gennaio 2026, fotografa i progressi fatti ed evidenzia gli squilibri strutturali su cui è necessario intervenire con maggiore decisione.</p>
<p>I dati mostrano che le donne sono oggi più presenti nei gruppi consultivi, tra gli esperti e tra i coordinatori di progetto rispetto all’epoca di Horizon 2020. Tuttavia, la loro sottorappresentazione nelle posizioni apicali, la maggiore precarietà contrattuale e il peso sproporzionato del lavoro di cura continuano a frenare l’accesso a carriere scientifiche pienamente paritarie.</p>
<p>Il tema non è nuovo. L&rsquo;uguaglianza di genere e l&rsquo;integrazione della <em>gender dimension</em> sono stati considerati prioritari dallo Spazio europeo della ricerca sin dal 2012 e i dati dei programmi quadro di finanziamento in ambito R&amp;I varati dalla Commissione europea, Horizon 2020 (2014-2020) e Horizon Europe (2021-2027), mostrano segni tangibili di miglioramento. In particolare, la presenza femminile tra gli esperti e nei gruppi consultivi dei progetti è passata dal 43% di H2020 al 51% di HEurope, tra i valutatori dal 42% al 45%, e tra i coordinatori di progetto dal 24% al 31%. </p>
<h2 id="parità-di-genere-ma-solo-sino-a-un-certo-punto">Parità di genere, ma solo sino a un certo punto</h2><p>Nonostante questi dati certifichino il cambiamento in atto, ancora oggi le posizioni accademiche e di ricerca di alto livello e nei ruoli di leadership sono dominate dalla presenza maschile. Le donne ricoprono solo il 30% delle posizioni accademiche di grado A (top level): il 38% nelle discipline umanistiche e artistiche, il 35% nelle scienze sociali, il 33% nelle scienze mediche e sanitarie e il 20% nel campo delle scienze e dell&rsquo;ingegneria. Sono il 26% dei direttori degli istituti di istruzione superiore europei e solo il 22% delle presidenze universitarie, pur rappresentando il 39% dei membri dei consigli di amministrazione degli istituti accademici e di ricerca. Inoltre, tra il 2018 e il 2021, le donne hanno rappresentato solo il 9% dei richiedenti di brevetti (dato che non ha registrato miglioramenti nell&rsquo;ultimo decennio). </p>
<p>In linea con la Gender Equality Strategy 2020-2025, numerosi progetti finanziati nell’ambito di Horizon Europe hanno integrato in modo strutturale la parità di genere nelle proprie attività. È il caso, per esempio, del progetto HOLiFOOD, che ha adottato una <a href="https://holifoodproject.eu/holifood-gender-policies/" rel="noopener">prospettiva intersezionale</a>, affrontando il genere insieme ad altre disuguaglianze socioeconomiche sia nel reclutamento dei team sia nella costruzione di ambienti di lavoro inclusivi.<br>
I Gender Equality Plan sono oggi requisito per l’accesso ai finanziamenti europei. Alcuni esempi mostrano come questi strumenti possano tradursi in politiche concrete:</p>
<ul>
<li>il <a href="https://wereset.eu/wp-content/uploads/2022/09/GEP_U.Porto_signed.pdf" rel="noopener">Gep dell&rsquo;Università di Porto</a> si concentra sulla promozione delle pari opportunità nei processi di assunzione e sulla riduzione del divario retributivo di genere attraverso pratiche di reclutamento più inclusive;</li>
<li>nell’ambito del <a href="https://www.athenaequality.eu/gender-equality-plans/" rel="noopener">progetto Athena</a>, le università partner hanno introdotto misure per garantire l’equilibrio di genere nei processi di selezione e di sviluppo della carriera, promuovendo pari accesso ai ruoli accademici e ai processi decisionali.</li>
</ul>
<p>Queste iniziative mostrano che i Gep possono incidere non solo sulla composizione dei team, ma anche sulle dinamiche di carriera e sulle disuguaglianze salariali. Resta però aperta la questione della loro effettiva implementazione nel lungo periodo e della capacità di produrre cambiamenti strutturali duraturi.</p>
<h2 id="work-life-imbalance">Work-Life (im)balance</h2><p>Una sfida significativa per università e centri di ricerca è trattenere le donne, soprattutto tra i 30 e i 44 anni. In questo periodo, molte abbandonano a causa della mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata e di una cultura lavorativa non inclusiva:</p>
<ul>
<li>circa il 56% delle donne con figli di età inferiore ai 12 anni dedica loro almeno 5 ore al giorno (vs. 26% degli uomini)</li>
<li>all’interno delle coppie le donne sono più spesso le principali responsabili della cura dei figli (50% vs il 6% degli uomini) </li>
<li>la percentuale di donne che hanno la responsabilità della cura dei figli e hanno un&rsquo;occupazione retribuita è inferiore di 14 punti percentuali rispetto agli uomini (70% contro 84%) e di 19 punti percentuali quando si tratta di lavoro part-time (38% vs. 19%)</li>
<li>le donne che si occupano dei bambini hanno maggiori probabilità di essere genitori a tempo pieno (11% vs 1%).</li>
</ul>
<p>Strategie per migliorare il work-life balance per le donne che lavorano nel settore R&amp;I sono stati sviluppati da numerosi progetti. Vanno in questa direzione sia programmi previsti dal Gender Equality Plan <a href="https://zenodo.org/records/16032880" rel="noopener">dell&rsquo;Università della Repubblica Moldova</a>, sia le convenzioni con centri diurni, come asili nido, <a href="https://www.unito.it/servizi/genere-e-pari-opportunita/supporto-alla-genitorialita" rel="noopener">stipulate dall’Università di Torino</a> per i figli dei dipendenti. </p>
<h2 id="mind-the-gap">Mind the gap</h2><p>Le ricercatrici, e in particolare le madri, devono affrontare svantaggi sistemici che ostacolano l&rsquo;avanzamento di carriera. Secondo il rapporto <a href="https://projects.research-and-innovation.ec.europa.eu/en/knowledge-publications-tools-and-data/interactive-reports/she-figures-2024" rel="noopener"><em>She figures 2024</em></a>, le donne sono impiegate in modo sproporzionato con contratti precari, il che rafforza la loro posizione di svantaggio. Altre fonti mostrano che nell&rsquo;istruzione superiore europea, il 9% delle donne accademiche è assunta con contratti di un anno o meno (o senza alcun contratto) rispetto al 7,7% degli uomini. Nelle prime fasi della carriera il problema è ancora più marcato: il 40% delle donne ha un contratto temporaneo, contro il 31,8% degli uomini. Mentre per gli uomini i contratti migliorano con l&rsquo;avanzare della carriera, e la precarietà scende al 5,5% nella fase successiva, la percentuale di donne che occupano posizioni precarie rimane elevata (28,3%). </p>
<h2 id="oltre-i-numeri-verso-un-cambiamento-strutturale">Oltre i numeri: verso un cambiamento strutturale</h2><p>I dati europei raccontano una storia ambivalente. Da un lato, l’aumento della presenza femminile tra esperti, valutatori e coordinatori di progetto segnala che le politiche di genere stanno producendo effetti misurabili. Dall’altro, la persistenza di forti squilibri nelle posizioni apicali, l’elevata precarietà contrattuale e il peso sproporzionato del lavoro di cura indicano che il cambiamento è ancora parziale e fragile.</p>
<p>In particolare, la fase della vita compresa tra i 30 e i 44 anni continua a rappresentare un punto critico di uscita dal sistema della ricerca per molte donne, soprattutto madri. Senza interventi incisivi su work-life balance, stabilità occupazionale e progressione di carriera, il rischio è che l’aumento dell’accesso iniziale non si traduca in un reale riequilibrio del potere accademico.</p>
<p>I Gender Equality Plan e i progetti europei citati mostrano che esistono strumenti efficaci per intervenire, ma la loro portata resta limitata se non accompagnata da un impegno politico e istituzionale più ampio: criteri di valutazione meno penalizzanti per le interruzioni di carriera, maggiore trasparenza salariale, servizi per la conciliazione lavoro–cura e politiche attive contro la precarietà.</p>
<p>In questo senso, l’uguaglianza di genere nella ricerca è una questione che riguarda la qualità del sistema scientifico europeo nel suo complesso: un sistema che esclude o marginalizza una parte significativa dei suoi talenti è, inevitabilmente, un sistema meno innovativo, meno equo e meno competitivo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’incredibile e triste storia dei nuovi studi sul vaccino contro l’epatite B</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/incredibile-triste-storia-nuovi-studi-vaccino-contro-epatite/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/incredibile-triste-storia-nuovi-studi-vaccino-contro-epatite/</guid><pubDate>Thu, 05 Feb 2026 08:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Ettore Meccia</dc:creator><category>salute</category><description>Partiamo da qui per raccontare una storia lunga, che ancora non si è conclusa. È il 1991, la commissione per i vaccini dei Centers for Diseases Control (ACIP.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/incredibile-triste-storia-nuovi-studi-vaccino-contro-epatite-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/incredibile-triste-storia-nuovi-studi-vaccino-contro-epatite-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Partiamo da qui per raccontare una storia lunga, che ancora non si è conclusa.<br>
È il 1991, la commissione per i vaccini dei Centers for Diseases Control (ACIP, Immunization Practices Advisory Committee) <a href="https://www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/00033405.htm" rel="noopener">consiglia</a> per la popolazione degli Stati Uniti la prima dose di vaccino per il virus dell&rsquo;epatite B (HBV) alla nascita (che vuol dire entro 24 ore dalla nascita). Le successive due dosi dopo uno e sei mesi.</p>
<p>La vaccinazione per HBV alla nascita protegge completamente dal rischio di un&rsquo;infezione che nel bambino è particolarmente grave: nel 90% dei casi diventa cronica (il virus non verrà mai eliminato dall&rsquo;organismo) e a sua volta l&rsquo;infezione cronica si traduce in un rischio elevatissimo di sviluppare nel tempo cirrosi epatica e tumore del fegato. La vaccinazione alla nascita protegge anche dal rischio di trasmissione del virus durante il parto da parte della madre eventualmente positiva (in molti adulti l&rsquo;infezione è cronica ma asintomatica e quindi non consapevole).<br>
Il risultato è che in 19 anni (1990-2019) i casi di epatite B acuta nella fascia di età 0-19 anni <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/00333549231175548#bibr21-00333549231175548" rel="noopener">sono diminuiti</a> del 99% (da 2.180 a 13) e in quella 20-29 anni del 97% (da 7.261 a 218).<br>
Insomma, è andata molto bene.</p>
<p>Questo però succede negli Stati Uniti, e negli altri Paesi che hanno introdotto la stessa modalità di prevenzione. In quelli a basso reddito, come molti Paesi africani, invece le cose vanno diversamente.</p>
<p>«I bambini e le bambine in Africa hanno disperatamente bisogno di proteggersi dall&rsquo;infezione del virus dell&rsquo;epatite B. Globalmente, due terzi dei circa 1,5 milioni di nuove infezioni croniche da HBV nel 2019 sono state in Africa e la maggior parte nei bambini, specialmente nei neonati. Il 90% dei bambini e le bambine infettati alla nascita lo rimane, con un rischio del 25% di morte per cause legate al HBV, compreso il tumore del fegato. Nonostante questi rischi, meno del 10% dei nuovi nati in Africa riceve una dose di vaccino per HBV alla nascita, riporta un <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2821%2900415-0/fulltext" rel="noopener">articolo</a> sul <em>Lancet</em>.</p>
<p>Leggendo questi dati è difficile non pensare semplicemente che sarebbe importante aumentare la copertura vaccinale per l&rsquo;epatite B nei bambini e le bambine africani. E infatti un Paese dove l&rsquo;epatite B è endemica come la Guinea Bissau ha deciso di partire con le vaccinazioni alla nascita per HBV dal 2027, grazie al supporto di Gavi Alliance, l’organizzazione internazionale che promuove l’accesso ai vaccini.</p>
<h2 id="ma-questi-vaccini-son-proprio-necessari">Ma questi vaccini son proprio necessari?</h2><p>Ma qualcuno quei dati li ha letti con un occhio diverso. Infatti, proprio in quegli Stati Uniti che nel 1991 hanno introdotto con tanto successo le vaccinazioni per HBV alla nascita, è diventato presidente Donald Trump, che ha nominato Robert F. Kennedy a capo del Dipartimento per la Salute. E Kennedy ha una lunga storia di convinto sostenitore della pericolosità e non utilità dei vaccini, specialmente di quelli per l&rsquo;infanzia. E da Kennedy dipendono gli enti federali di sanità pubblica come i CDC, la FDA, gli NIH.</p>
<p>Per cui a capo di questi enti, o nelle commissioni che devono consigliare e decidere sui vaccini, Kennedy ha nominato persone di sua fiducia che, o per convinzione personale o per opportunismo politico, lo stanno aiutando attivamente a indebolire e rivedere le politiche vaccinali negli USA.</p>
<p>Per esempio, il 5 dicembre 2025 il nuovo ACIP di Kennedy e Trump ha rivisto le raccomandazioni per diversi vaccini, <a href="https://www.npr.org/sections/shots-health-news/2025/12/05/nx-s1-5634004/cdc-hepatitis-b-vaccine-acip-meeting" rel="noopener">compreso quello per HBV</a> somministrato alla nascita, la cui opportunità andrà eventualmente valutata in base al rischio di infezione stimato caso per caso. Il messaggio, chiaro e forte che arriva alla popolazione, è che i vaccini sono più pericolosi delle infezioni e delle malattie che dovrebbero prevenire, e quindi è meglio valutare se sia proprio il caso di correre il rischio.</p>
<p>Del resto, due protagonisti della rivoluzione in corso (Marty Makary, a capo della FDA, e Jay Bhattarachaya, a capo degli NIH) hanno in più occasioni criticato gli enti che ora guidano, accusandoli di essersi affidati a studi di scarso rigore scientifico, mentre loro ora stanno <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca/">ripristinando una Gold Standard Science</a> che servirà a riguadagnare la fiducia nella scienza e nella ricerca persa dagli americani durante la pandemia.</p>
<p>E allora, nel nome della Gold Standard Science, Robert Kennedy ha iniziato a perseguire attivamente un suo chiodo fisso, perché ora che è a capo del Dipartimento per la Salute finalmente può farlo: mettere su degli studi <a href="https://www.npr.org/sections/shots-health-news/2025/05/01/nx-s1-5383172/rfk-jr-placebo-vaccine-testing-studies" rel="noopener">disegnati appositamente</a> per dimostrare la pericolosità delle vaccinazioni per l&rsquo;infanzia, a partire dai nuovi vaccini. </p>
<h2 id="il-confronto-insensato-tra-vaccino-e-nessun-vaccino">Il confronto insensato tra vaccino e nessun vaccino</h2><p>Ovviamente, prima di essere autorizzato all&rsquo;uso, un vaccino nuovo viene sempre messo a confronto con quello precedente per valutarne l&rsquo;efficacia.  Quello che vuole Kennedy però è qualcosa di diverso: è il confronto tra il vaccino e nessun vaccino, perché non vuole valutarne l’efficacia ma la pericolosità. E questo crea dei problemi, perché implica un campione di bambini e bambine che ricevono il vaccino e uno che invece non lo riceve. </p>
<p>E agli occhi di Kennedy, bambini e bambine della Guinea Bissau, così poco vaccinati, saranno un ottimo campione per vedere che succede se il vaccino per HBV lo fai o non lo fai. O almeno non lo fai alla nascita ma più tardi, almeno sei settimane dopo. </p>
<p>Il tempo però stringe, bisogna agire prima che parta il nuovo calendario vaccinale. Per questo il Dipartimento per la Salute americano ha risposto affermativamente alla richiesta di finanziamento per 1,6 milioni di dollari, inoltrata direttamente da un team di ricercatori della University of Southern Denmark (SDU), per condurre uno studio che durerà 5 anni e che coinvolgerà 14.000 neonati di cui metà saranno vaccinati alla nascita e metà dopo sei settimane. </p>
<p>Il team è noto per aver condotto altre ricerche analoghe, sempre in Guinea Bissau, per essersi specializzato negli anni nella ricerca dei Non Specific Effects (NSE) dei vaccini, ovvero effetti diversi da quelli per cui un vaccino è stato messo a punto che in teoria spaziano da inattesi effetti benefici, come la copertura contro altri agenti infettivi, a tutte le possibili reazioni avverse.<br>
Peccato che queste ricerche siano state recentemente <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0264410X25012344?via%3Dihub" rel="noopener">oggetto di critica</a> per loro inconsistenza e parzialità.  Ed ecco la <a href="https://www.federalregister.gov/documents/2025/12/18/2025-23245/notice-of-award-of-a-single-source-unsolicited-grant-to-fund-university-of-southern-denmark-sdu" rel="noopener">descrizione del trial</a> clinico:</p>
<blockquote>
<p>Lo scopo di questo finanziamento è di valutare gli effetti della vaccinazione monovalente per l&rsquo;epatite B (HBV0) su mortalità e morbidità nelle prime fasi di vita, e anche gli effetti a lungo termine sul neurosviluppo, mediante uno studio randomizzato in Guinea-Bissau</p></blockquote>
<p>Da quello che possiamo leggere è chiaro che lo studio non vuole valutare l&rsquo;efficacia del vaccino per HBV (approvato ormai da molti anni), ma non vuole nemmeno confrontare l&rsquo;efficacia sulla popolazione di una vaccinazione perinatale con una fatta a sei settimane (per quello cinque anni di follow up sarebbero una finestra troppo corta) e non vuole cercare NSE nei bambini vaccinati. Lo studio vuole solo cercare di dimostrare gli effetti avversi del vaccino per HBV sul bambino, andando a confrontare mortalità, morbidità e disturbi del neurosviluppo tra bambini vaccinati e non vaccinati. </p>
<p>Robert F. Kennedy, del resto, <a href="https://publichealthcollaborative.org/alerts/hhs-secretary-falsely-links-the-hepatitis-b-vaccine-to-autism/" rel="noopener">ha già sostenuto</a> che ci sia un&rsquo;associazione tra vaccino per HBV e autismo tenuta nascosta dai CDC, e quindi i 5 anni previsti per lo studio sarebbero il tempo necessario a vedere confermate le sue aspettative.</p>
<p>Allo stesso tempo, sia Trump che Kennedy considerano trascurabile il rischio di contagio per epatite B nei bambini, sostenendo che la trasmissione dell&rsquo;HBV (che avviene tramite fluidi corporei) sia associata essenzialmente ai rapporti sessuali e all&rsquo;uso di stupefacenti in vena, che quindi non riguardano né neonati né i bambini in generale, che quindi non c’è motivo di vaccinare.</p>
<p>Non per niente il 5 gennaio scorso Donald Trump, con un post su Truth, ha esortato le mamme statunitensi a non vaccinare i propri bambini contro il virus dell&rsquo;epatite B, ma ad aspettare fino ai 12 anni, o anche oltre. </p>
<h2 id="che-fine-ha-fatto-letica-della-ricerca">Che fine ha fatto l’etica della ricerca?</h2><p>Purtroppo, la situazione in molti Paesi africani non è quella occidentale. La bassa copertura vaccinale, che rende i bambini della Guinea Bissau un buon campione per l&rsquo;esperimento di Kennedy, implica anche un&rsquo;alta diffusione del virus nella popolazione (un bambino su cinque è positivo), il che espone bambini e bambine che nasceranno e non saranno vaccinati a un rischio molto alto rispetto a quelli che invece lo saranno.</p>
<p>Ed ecco che, a prescindere dall&rsquo;utilità dello studio, iniziano a delinearsi chiaramente forti questioni etiche. Uno studio che espone in una fase critica e in modo deliberato una parte della popolazione a un rischio molto ben caratterizzato ed evitabile (visto che un vaccino esiste e funziona bene) è apertamente in contrasto con quanto afferma la <a href="https://www.wma.net/what-we-do/medical-ethics/declaration-of-helsinki/doh-oct2004/" rel="noopener">Dichiarazione di Helsinki</a>: </p>
<blockquote>
<p>I benefici, i rischi, gli oneri e l&rsquo;efficacia di un nuovo metodo dovrebbero essere valutati rispetto a quelli dei migliori metodi profilattici, diagnostici e terapeutici attualmente disponibili. Ciò non esclude l&rsquo;uso del placebo, o l&rsquo;assenza di trattamento, negli studi in cui non esistono metodi profilattici, diagnostici o terapeutici comprovati</p></blockquote>
<p>In questo caso infatti un vaccino esiste.</p>
<p>Ovviamente il sospetto è forte che questo studio venga effettuato in Guinea Bissau non solo perché ci sono molti bambini non vaccinati per HBV, ma perché né negli USA né in Danimarca un disegno di studio così concepito verrebbe mai approvato. Del resto, non risulta che il team danese abbia chiesto l’autorizzazione di un comitato etico oltre a quello della Guinea Bissau, mentre dovrebbe esserci sia quella dell’ente che finanzia che quella dell’ente finanziato.</p>
<p>Questo apre la porta su una seconda questione etica, relativa all’utilità effettiva dei risultati di uno studio che non ha avuto le necessarie autorizzazioni da parte dei vari comitati etici coinvolti e che pertanto non potranno essere né pubblicati su riviste valide, né citati ufficialmente, ma solo utilizzati per fare propaganda, non Gold Standard Science.</p>
<p>Per rendere la cosa ancora meno trasparente, una giornalista danese <a href="https://www.rollingstone.com/politics/politics-news/danish-vaccine-study-emails-hhs-rfk-jr-1235498456/" rel="noopener">avrebbe anche ottenuto</a> delle email scambiate tra i ricercatori danesi e funzionari del Dipartimento per la Salute USA che attesterebbero accordi e indicazioni precedenti la presentazione della domanda. Se questo fosse vero, Robert F. Kennedy avrebbe direttamente organizzato e combinato la concessione del finanziamento per uno studio essenzialmente di suo esclusivo interesse.</p>
<h2 id="lo-spettro-del-tuskegee-study">Lo spettro del Tuskegee Study</h2><p>Il giudizio della comunità scientifica quando la notizia dello studio si è diffusa è stato molto critico, e più d&rsquo;uno ha fatto immediatamente collegamenti con il famoso e famigerato esperimento di Tuskegee del 1932. Capire le criticità di quell&rsquo;esperimento ci può aiutare a capire le criticità dello studio attuale.</p>
<p>Il &ldquo;Tuskegee Study of Untreated Syphilis in the Negro Male&rdquo; rimane una pagina nera della storia della ricerca medica, che oggi qualsiasi comitato etico non prenderebbe nemmeno in considerazione. Scopo dell&rsquo;esperimento era studiare la progressione della sifilide, una malattia estremamente diffusa ai tempi e trattata con il Salvarsan, un composto a base di arsenico abbastanza tossico e poco efficace, anche perché difficile da gestire per il medico. Per lo studio fu individuato a Macon County, in Alabama (una zona estremamente povera, dalla popolazione essenzialmente nera e di basso livello socioeconomico impegnata in lavori di manovalanza agricola), un campione di 600 persone. Di queste 399 avevano contratto la sifilide, le rimanenti 201 erano il braccio di controllo. </p>
<p>I 600 soggetti parteciparono volontariamente allo studio, in cambio della promessa di qualche visita medica e pasto caldo. Ma nessuno chiese loro il consenso informato, ovvero nessuno li informò della loro condizione (che da soli non erano in grado di comprendere): gli fu detto semplicemente che avevano <em>bad blood</em>, sangue cattivo. Infine, e sicuramente l&rsquo;aspetto eticamente più critico dello studio, quando nel 1947 la penicillina divenne ufficialmente disponibile come rimedio anche per la sifilide, i partecipanti allo studio non vennero informati dell&rsquo;esistenza di una terapia efficace e non vennero trattati. Anzi lo studio continuò a lungo: fu interrotto ufficialmente solo nel 1972.</p>
<p>Per molti anni quindi le persone incluse nello studio morirono, contagiarono e fecero ammalare altre persone, nonostante dal 1947 fosse disponibile un trattamento che li avrebbe potuti curare in modo efficace.</p>
<p>La conclusione, che oggi dovrebbe essere scontata per tutti, è che non è etico non offrire un trattamento efficace se è disponibile, anche se questo compromette il rigore dello studio.<br>
Lo stesso principio viene applicato per esempio in alcuni trial clinici con pazienti oncologici in cui si confronta un trattamento sperimentale con lo standard of care, il trattamento approvato ufficialmente per quel tumore. Se nel corso dello studio emerge chiaramente che il trattamento sperimentale consente una sopravvivenza significativamente maggiore rispetto allo standard of care, verrà offerto anche al gruppo di controllo. L’aspetto etico prevale, anche se questo non consentirà di confrontare con precisione la sopravvivenza totale (<em>overall survival</em>) tra i due gruppi. <br>
Un esempio recente è il <a href="https://www.cancernetwork.com/view/osimertinib-shows-sustained-survival-benefit-in-egfr-mutant-nsclc" rel="noopener">trial clinico di fase 3 Laura</a> per Osimertinib nel tumore del polmone (NSCLC).</p>
<h2 id="se-un-trattamento-efficace-esiste-bisogna-offrirlo">Se un trattamento efficace esiste, bisogna offrirlo</h2><p>Lo stesso principio è stato applicato anche recentemente, nel 2021, con gli studi per l’approvazione dei nuovi vaccini per Covid-19. Quando dal confronto del numero di contagi e di decessi tra chi aveva ricevuto il vaccino e chi aveva ricevuto il placebo è emerso che i vaccini allo studio avevano un’efficacia compresa tra il 90 ed il 95%, una volta approvati per l&rsquo;uso in emergenza si è ritenuto inevitabile, per motivi etici, procedere all’<em>unblinding</em>, cioè all’interruzione della condizione di doppio cieco dello studio randomizzato per consentire a chi aveva ricevuto il placebo, se riteneva, di ricevere il vaccino. Scelta che è stata anche fortemente criticata da alcuni membri della comunità scientifica che ritenevano non più validi gli studi di efficacia e di sicurezza di quei vaccini perché di fatto il ramo placebo dello studio non c&rsquo;era più.</p>
<p>Ma sebbene le strategie dei produttori per consentire a chi aveva avuto il placebo di affrontare la pandemia vaccinato siano state diverse, il principio ispiratore è stato lo stesso: non è etico, per motivi di studio, non offrire un trattamento efficace, se è disponibile.</p>
<p>In nome della Gold Standard Science, anche per uno studio da portare avanti in un Paese africano si devono applicare le stesse rigide normative che valgono per americani e danesi. <br>
Alla data in cui scriviamo non è chiaro se lo studio sarà effettuato oppure no. Il 16 gennaio scorso si leggevano <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2026/jan/15/hepatitis-b-vaccines-study-africa-cancel" rel="noopener">sul <em>Guardian</em></a> le parole di Yap Boum, funzionario dell’Africa CDC (organizzazione non associata ai CDC statunitensi), che annuncia che lo studio è stato bloccato per evidenti questioni etiche (<em>It’s of importance for Africa CDC to have evidence that can be translated in policy, but this has to be done within the norm. So we are glad that at this point the study is being cancelled…</em>). Poche ore dopo <a href="https://www.scientificamerican.com/article/a-controversial-u-s-study-of-hepatitis-b-vaccines-will-continue-in-africa/" rel="noopener">su <em>Scientific American</em></a> viene pubblicata la smentita: lo studio andrà avanti regolarmente, come previsto. Da documenti diffusi sotto forma anonima dall’interno dei CDC e acquisiti dalla <a href="https://insidemedicine.substack.com/p/update-a-newly-revised-protocol-of" rel="noopener">newsletter <em>Inside Medicine</em></a> si evince che gli autori avrebbero apportato alcune modifiche al protocollo, presumibilmente nel tentativo di superare gli ostacoli etici. Ma senza affrontarli concretamente. </p>
<p>Il 23 gennaio, un <a href="https://www.theguardian.com/world/2026/jan/23/guinea-bissau-hepatitis-b-vaccine-study" rel="noopener">articolo sul <em>Guardian</em></a> riporta che il ministro della salute della Guinea Bissau, appena nominato dopo il colpo di stato dello scorso novembre, ha dichiarato che lo studio è stato interrotto. E ha chiesto la collaborazione di un team dell’Africa CDC per valutare gli aspetti etici. Il Dipartimento per la Salute degli Stati Uniti, finanziatore dello studio, <a href="https://futurism.com/health-medicine/trump-hhs-africa-cdc" rel="noopener">definisce</a> l’Africa CDC <em>a powerless, fake organization</em>, una falsa organizzazione, priva di potere. Nessun passo indietro, quindi.</p>
<h2 id="lombra-del-colonialismo-scientifico">L’ombra del colonialismo scientifico</h2><p>Si pone a questo punto un&rsquo;ulteriore questione etica: che diritto ha un Paese che quasi un anno fa ha interrotto ogni aiuto in campo sanitario a quelli a basso reddito <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-usaid-fine-epoca/">chiudendo di fatto USAID</a>, che ha appena ufficializzato la sua uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità perché non interessata a partecipare alla cooperazione internazionale in campo sanitario, di pretendere di portare avanti uno studio che coinvolgerà i bambini di una nazione a basso reddito senza portarle alcun vantaggio?</p>
<p>Della questione si interessa anche la rivista <em>Nature</em>, con un <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-00220-9" rel="noopener">articolo</a> in cui Boghuma Titanji, ricercatrice presso la Emory University ma originaria del Camerun, fa presente che le polemiche sollevate da uno studio fatto in un Paese povero che non sarebbe considerato accettabile in un Paese ricco rischiano di trasformarsi in una situazione di pericolo molto più vasta, perché non riguarda solo i bambini e le bambine che non saranno vaccinati nel corso dello studio, ma alimenta sfiducia e paura anche verso altri vaccini sia nella popolazione della Guinea Bissau che di altri Stati africani. Si avrebbe cioè l’effetto di contribuire a far crescere l’esitazione vaccinale in Paesi dove è già difficile raggiungere una buona copertura a causa delle difficoltà economiche.</p>
<p>E, più in generale, potrebbe crescere una reazione di sfiducia e di rifiuto per la scienza e la medicina portata dai Paesi occidentali, che sempre più spesso viene vista non come un aiuto ma come una forma di neocolonialismo scientifico, un approfittarsi della precarietà delle nazioni africane per fare studi e ricerche che non faremmo a casa nostra. </p>
<p>Un esempio recente è quello del Burkina Faso, in cui il nuovo governo di Ibrahim Traoré lo scorso settembre <a href="https://www.nature.com/articles/d44148-025-00286-z" rel="noopener">ha interrotto</a> bruscamente le ricerche della ONG Target Malaria basate sull’uso di zanzare geneticamente modificate come forma di controllo della malattia. <br>
<br>
L’insistenza del Dipartimento per la Salute statunitense, ma ovviamente di Robert F. Kennedy, nel voler portare avanti uno studio non utile né etico in un Paese che da questo studio non avrà alcun vantaggio, che allo studio ha già detto di no, al solo scopo di cercare evidenze utili a modificare il calendario vaccinale in America, è un ottimo esempio di cosa non è Gold Standard Science. <br>
«Gli africani vogliono risolvere i problemi africani, non soddisfare la curiosità di questo o quel finanziatore», è il commento del nigeriano Abdulhammad Babatunde, medico ed esperto in Global Health.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ddl stupri: senza il consenso che cosa cambia?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ddl-stupri-senza-consenso-cosa-cambia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ddl-stupri-senza-consenso-cosa-cambia/</guid><pubDate>Fri, 30 Jan 2026 08:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>La modifica proposta dalla maggioranza in Senato in materia di violenza sessuale sta dividendo l’opinione pubblica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ddl-stupri-senza-consenso-cosa-cambia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ddl-stupri-senza-consenso-cosa-cambia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La modifica proposta dalla maggioranza in Senato in materia di violenza sessuale sta dividendo l’opinione pubblica. Sullo sfondo di questa spaccatura c’è la codifica, nell’immaginario collettivo, di cosa sia uno stupro. Da decenni i movimenti si sono battuti per un cambio di paradigma interpretativo. Un <a href="https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2023/04/Scheda-report-GREVIO-2023.pdf" rel="noopener">report</a> del Parlamento europeo del gennaio 2023 denunciava che solo 21 dei 27 Stati membri avevano ratificato la Convenzione di Istanbul, e che di questi solo 14 avevano adeguato di conseguenza la disciplina nazionale, prevedendo il consenso come elemento essenziale del reato di violenza sessuale. Tra chi ha mancato questo adeguamento, l’Italia. Ai sensi dell’art. 36 della Convenzione, «il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona».</p>
<p>Attualmente il codice penale italiano, all’art. 609-bis, <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.versione=2&amp;art.idGruppo=61&amp;art.flagTipoArticolo=1&amp;art.codiceRedazionale=030U1398&amp;art.idArticolo=609&amp;art.idSottoArticolo=2&amp;art.idSottoArticolo1=10&amp;art.dataPubblicazioneGazzetta=1930-10-26&amp;art.progressivo=0" rel="noopener">qualifica</a> lo stupro in relazione all’uso della forza, della minaccia di forza o della coercizione, o dell’abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima. La riforma del 1996 ha finalmente riconosciuto i reati di violenza sessuale come reati contro la persona e non contro la morale pubblica, ma non ha prodotto alcuna modifica dell’art. 609-bis. L’esigenza della prova dell’uso della violenza è <a href="https://www.otto.unito.it/it/articoli/violenza-sessuale-la-riforma-introduce-il-consenso-ma-serve-un-cambiamento-culturale" rel="noopener">frutto di una cultura patriarcale</a> e maschilista, che parte dal presupposto che esista una sorta di violenza gradita alla vittima, la cosiddetta <em>vis grata puellae</em>. Solo grazie alla giurisprudenza, negli ultimi anni, l’elemento del consenso è stato valorizzato. Nel maggio scorso, per esempio, la Corte di cassazione <a href="https://ovd.unimi.it/sentenza/cass-pen-sez-iii-10-maggio-2023-n-19599/" rel="noopener">ha affermato</a> che «nei reati contro la libertà sessuale il dissenso è sempre presunto, salva prova contraria».  La giurisprudenza <a href="https://ilmanifesto.it/ddl-stupri-il-dissenso-stravolge-lorientamento-della-cassazione" rel="noopener">interpreta già</a> il reato di violenza sessuale sulla base del consenso esplicito.</p>
<h2 id="un-percorso-verso-il-dissenso">Un percorso verso il dissenso</h2><p>Il 19 novembre 2025 la Camera aveva approvato un <a href="https://temi.camera.it/leg19/provvedimento/modifica-dell-articolo-609-bis-del-codice-penale-in-materia-di-violenza-sessuale-e-di-libera-manifestazione-del-consenso.html" rel="noopener">testo di compromesso</a>, in virtù di un accordo politico di cui la presidente del Consiglio si era fatta garante, che operava un adeguamento alla Convenzione di Istanbul. Si trattava di ben più di un adeguamento normativo, significava un cambio di passo culturale ampiamente atteso che introduceva per l’appunto l’elemento del consenso. Secondo l’accordo, la legge sarebbe passata al Senato che l’avrebbe approvata subito e senza modifiche, in occasione del 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ma così non è stato. I partiti di maggioranza, capeggiati dalla Lega, <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/26/salvini-contro-il-ddl-stupro-legge-troppo-interpretabile-per-il-ministro-chiedere-il-consenso-lascia-spazio-alle-vendette-personali/8208456/" rel="noopener">hanno sollevato obiezioni</a>, chiedendo e ottenendo che il testo venisse modificato passando per la Commissione Giustizia del Senato. </p>
<p>La Commissione, presieduta da Giulia Bongiorno, ha avviato un ciclo breve di audizioni e <a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=19&amp;tipodoc=SommComm&amp;id=1492531&amp;idoggetto=0&amp;part=doc_dc_allegato_a;https://www.senato.it/showdoc?leg=19&amp;tipodoc=SommComm&amp;id=1492531&amp;idoggetto=0&amp;part=doc_dc_sedetit_isr" rel="noopener">operato uno stravolgimento</a> radicale rispetto al testo della Camera.  Nella seduta del 22 gennaio 2026, la presidente della Commissione giustizia del Senato ha presentato, in qualità di relatrice, una <a href="https://alleyoop.ilsole24ore.com/2026/01/28/ddl-stupri-protesta/?refresh_ce=1" rel="noopener">proposta di emendamento</a> che è stata votata al Senato il 27 gennaio, con molte contestazioni anche di piazza.</p>
<h2 id="che-cosa-cambia">Che cosa cambia?</h2><p>L’emendamento Bongiorno, in primis, abbandona il modello del consenso in favore del modello del dissenso. Il nuovo impianto <a href="https://www.sistemapenale.it/it/scheda/violenza-sessuale-il-modello-del-dissenso-nellemendamento-della-sen-bongiorno-al-disegno-di-legge-allesame-del-senato" rel="noopener">mette al centro</a> il concetto di “volontà contraria”, stabilendo che essa ricorre anche quando il fatto è commesso a sorpresa ovvero approfittando dell’impossibilità della persona offesa di esprimere il dissenso. Da notare che non si fa riferimento a un dissenso che può essere manifestato in ogni momento, anche dopo un iniziale consenso, come già riconosce peraltro la giurisprudenza.</p>
<p>Viene anche introdotto un aspetto estremamente controverso, cioè che la volontà contraria deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. Questo, in sede giudiziale, rischia di diventare un elemento in favore dell’aggressore. Inoltre, modula la pena diversamente per i fatti commessi contro la volontà da un lato e, dall’altro, per i fatti più gravi perché commessi con violenza o minaccia, abuso di autorità o approfittando di condizioni di inferiorità psicofisica. In modo eccezionale, non viene aumentato il massimo ma diminuito il minimo per alcuni reati sessuali, riducendo la pena da 4 a 10 anni in luogo dell’attuale previsione che è da 6 a 12. Da ultimo, viene abbandonato il riferimento alle condizioni di “particolare vulnerabilità” della persona offesa, diverse da quelle di vera e propria inferiorità psico-fisica, e viene modificata l’attenuante dei casi di minore gravità, facendola dipendere dalle modalità della condotta, dalle circostanze del caso concreto, nonché dal danno fisico o psichico arrecato alla persona offesa. </p>
<h2 id="impianti-antitetici-a-confronto">Impianti antitetici a confronto</h2><p>Tra le critiche più diffuse emerge quella secondo cui il testo, così come formulato, tutela l’aggressore al posto della vittima, aumentando il rischio di vittimizzazione secondaria dentro le aule dei tribunali per chi subisce violenza. La Camera e il Senato, dunque, hanno scelto come riferimento due modelli antitetici: il primo basato sul concetto che “Solo sì è sì”, riprendendo il modello francese, e il secondo sul concetto “No è no”, riprendendo il modello tedesco. Non si tratta, come può apparire, semplicemente di diverse locuzioni, ma di impianti giuridici e culturali completamente opposti. Analizzando la legge francese e tedesca possiamo capire meglio le differenze. La Francia <a href="https://www.sistemapenale.it/it/articolo/macri-la-centralita-del-consenso-nella-recente-riforma-francese-dei-reati-sessuali-una-svolta-importante-di-cui-il-legislatore-italiano-dovrebbe-tenere-conto" rel="noopener">ha operato una riforma</a> dei reati sessuali l’8 novembre 2025, sull’onda dello scandalo suscitato dal caso di Gisele Pelicot, optando, come quello spagnolo, per il modello del “consenso puro” anziché per quello “dissensuale” adottato nello Strafgesetzbuch tedesco. La riforma francese ha modificato radicalmente la disciplina delle aggressioni sessuali, incentrandone la tipicità sul concetto di “atto sessuale non consentito”, anziché sull’imposizione dell’attività sessuale mediante violenza. In Francia il legislatore ha definito lo stupro come qualsiasi atto sessuale compiuto in assenza del consenso espresso della persona, riconoscendo che l’assenza di opposizione non equivale a consenso </p>
<p>Diversamente, la legislazione tedesca si basa, come l’attuale testo approvato al Senato, sul modello “dissensuale”, dove la rilevanza penale della condotta sessuale <a href="https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/d/5067-la-riforma-dei-reati-sessuali-in-germania" rel="noopener">si fonda</a> sul mancato rispetto dell’opposizione altrui, cioè del dissenso, il quale ovviamente dovrà essere in qualche modo manifestato e comprensibile all’aggressore. </p>
<p>Va rilevato, sotto il profilo comparatistico, che la Germania <a href="https://www.sistemapenale.it/it/opinioni/cadoppi-violenza-sessuale-e-riconoscibile-mancanza-di-consenso-brevi-spunti-per-una-redazione-della-norma-in-linea-con-gli-obiettivi-politici-condivisi" rel="noopener">non è l’unico paese europeo</a> che ha adottato il modello del dissenso, ma anche Portogallo, Svizzera e Repubblica Ceca. Il modello del consenso, però, rimane quello più diffuso, essendo adottato in 20 legislazioni penali, tra le quali figurano gran parte degli Stati dell’Europa occidentale, e segnatamente la Spagna, l’Inghilterra ed ora la Francia. La proposta Bongiorno adotta il modello tedesco anche letteralmente, dando rilevanza penale agli atti sessuali compiuti “contro la volontà” della persona offesa. </p>
<h2 id="visioni-opposte-sullautodeterminazione-dei-corpi">Visioni opposte sull’autodeterminazione dei corpi</h2><p>Il dibattito su consenso <em>versus</em> dissenso evidenzia posizioni diverse sul carico della prova e sul rischio di vittimizzazione secondaria nel processo, ma soprattutto si divide sul concetto di autodeterminazione dei corpi, denunciando una cultura della sessualità predatoria. Ora il focus sarà sulla volontà, che non è consenso. Vince la resistenza culturale di una parte degli uomini della maggioranza, quella più retriva e reazionaria. Il consenso, come <a href="https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/violenza-stupro-dissenso-e-consenso-analisi-linguistica-nominare-ozzorxap" rel="noopener">afferma</a> Vera Gheno, è riconoscimento della libertà femminile come limite e come scelta libera e incondizionata, non come concessione. Con le modifiche proposte e difese da Giulia Bongiorno per il ddl sulla violenza sessuale, si passa dalla necessità di esprimere la volontà di compiere l’atto alla necessità di esprimere la non-volontà di compierlo, tolti casi specifici. Mettere il focus sul consenso significa educare a prestare attenzione ai segnali, tutti, che vengono dai corpi; significa educare alla relazione sessuale. </p>
<p>Inoltre, come <a href="https://ilmanifesto.it/ddl-stupri-il-dissenso-stravolge-lorientamento-della-cassazione" rel="noopener">affermato</a> da Elena Biaggioni, avvocata della rete Di.Re., per capire la portata di questa modifica non bisogna guardare a quello che attualmente dice il codice penale, ma a come la giurisprudenza l’ha interpretato negli ultimi decenni. Infatti, può succedere che si acconsenta a un approccio sessuale fino a un certo punto, ma poi si neghi il consenso quando c&rsquo;è la richiesta di ulteriori atti, e questo è un criterio sul quale la giurisprudenza è oramai consolidata. </p>
<p>Su questo aspetto <a href="https://www.sistemapenale.it/it/scheda/violenza-sessuale-il-modello-del-dissenso-nellemendamento-della-sen-bongiorno-al-disegno-di-legge-allesame-del-senato" rel="noopener">concorda</a> anche Gian Luigi Gatta, presidente dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale (AIPDP) e direttore della rivista <em>Sistema Penale</em>, secondo cui il nuovo disegno di legge non fa riferimento a un dissenso che può essere manifestato in ogni momento, anche dopo un iniziale consenso, come già riconosce la giurisprudenza. L’emendamento della Camera mette in discussione l’interpretazione giurisprudenziale, visto che cambia il riferimento normativo a cui dovranno riferirsi i giudici che valuteranno i casi. </p>
<p>Tra le critiche <a href="https://www.ilpost.it/2026/01/23/destra-modifica-legge-consenso-stupro-violenza-sessuale/" rel="noopener">viene rilevato</a> quanto la questione dei danni sia estremamente arbitraria e che diventerà il mezzo a cui i difensori degli imputati faranno appiglio per ottenere condanne inferiori ai due anni di reclusione, soglia oltre la quale si può ottenere la sospensione condizionale della pena e non andare in carcere. </p>
<h2 id="maggiore-spazio-allambiguità">Maggiore spazio all’ambiguità</h2><p>Le spontanee e recenti manifestazioni di piazza contro l’approvazione della proposta Bongiorno puntano il dito anche su un altro elemento del nuovo testo: il riferimento al contesto. Infatti, la volontà contraria andrà «valutata» tenendo conto della situazione e del contesto, il che significa aumentare la possibilità per il giudice di interpretare in modo favorevole all’imputato il suo comportamento violento. Infine, ci sono gli atti violenti compiuti «a sorpresa», quelli in cui la vittima, proprio perché “sorpresa”, non ha avuto il tempo di manifestare la propria volontà contraria, cioè il proprio dissenso. La “giustifica” della mancata espressione del dissenso, a causa della sorpresa, forse, è un’aberrazione ancora maggiore. Nella realtà dei tribunali, le donne che denunciano una violenza sono spesso costrette a spiegare perché non hanno resistito, perché non hanno gridato, perché non si sono opposte: solo il consenso libero e attuale <a href="https://www.womenews.net/dissenso-al-posto-di-consenso-perche-non-e-un-gioco-di-parole-a-proposito-della-legge-sullo-stupro/" rel="noopener">spazza via ogni ambiguità</a>. </p>
<p>Secondo coloro che rappresentano la voce a favore della proposta Bongiorno, la nuova versione elimina invece alcuni aspetti poco chiari del reato per come era stato formulato in precedenza, per esempio il concetto di condizione di «particolare vulnerabilità» della persona offesa, non meglio specificato nel testo. Più in generale, viene sostenuto che un modello di reato di violenza sessuale improntato sull’espressione del dissenso anziché su quella del consenso sia più aderente alle «indicazioni emerse in dottrina», cioè nel dibattito scientifico sull’argomento. </p>
<p>La stessa Bongiorno, nel promuovere questo emendamento, ha usato giustificazioni più tecniche, relative cioè allo svolgimento del dibattimento, che politiche. «La norma garantisce il massimo della tutela delle vittime in tutte le possibili situazioni, senza tuttavia pregiudicare le dinamiche probatorie tipiche del processo penale e il diritto di difesa dell&rsquo;imputato», <a href="https://www.marieclaire.it/attualita/news-appuntamenti/a70103077/ddl-stupri-modifica/" rel="noopener">ha detto</a> al Senato. </p>
<p>Tuttavia si può collegare questo colpo di mano sulla violenza sessuale ad altri provvedimenti di questo governo, come quello sulla limitazione di un’educazione sessuale affettiva nelle scuole, il consenso informato preventivo e l‘introduzione della norma sul femminicidio, per comprendere come ci sia una coerenza di fondo nell’attività legislativa. Di fatto, è difficile smentire chi afferma che questa maggioranza alimenti la persistenza di una mentalità patriarcale e maschilista che tende a preservare un presunto ordine naturale e tradizionale dei rapporti sociali. Il mondo dell’antiviolenza e dei femminismi e transfemminismi sta già preparando una lunga e articolata mobilitazione, costruendo una risposta collettiva che possa coinvolgere il paese. Vedremo se il Parlamento sarà all’altezza del momento.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La riforma spezzatino del Sistema Sanitario Nazionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale/</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2026 08:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>Partiamo dalla notizia così come è stata riportata in un comunicato stampa del ministero della Salute: Il Consiglio dei ministri ha approvato il 12 gennaio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Partiamo dalla notizia così come è stata riportata in un <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/servizio-sanitario-nazionale-libera-alla-legge-delega-il-rafforzamento-di/#:~:text=Il%20Consiglio%20dei%20Ministri%20ha,organizzativo%20del%20Servizio%20sanitario%20nazionale" rel="noopener">comunicato stampa</a> del ministero della Salute: «Il Consiglio dei ministri ha approvato il 12 gennaio 2026, su proposta del ministro della Salute Orazio Schillaci, il disegno di legge delega per la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e per la revisione del modello organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale». </p>
<p>Il disegno di legge (ddl) delega è lo strumento con cui viene affidato al Governo il compito di produrre decreti legislativi su temi complessi, sulla base di principi e criteri che il disegno di legge contiene e che il Parlamento deve approvare. Sulla base di quello di cui stiamo parlando, il ddl delega <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/01/Delega-assistenza-territoriale-.pdf" rel="noopener">sul riordino del Servizio Sanitario Nazionale</a> (SSN), nei prossimi 12 mesi il Governo emanerà provvedimenti di settore a elevato contenuto tecnico sotto forma di decreto legislativo (dlgs). In sostanza, il ministro della Salute Orazio Schillaci si vuole ascrivere la quarta riforma sanitaria in versione “spezzatino”. In questo intervento cercherò di illustrare perché questa iniziativa andrebbe bloccata o completamente ridisegnata.</p>
<h2 id="fare-qualcosa-non-vuol-dire-qualsiasi-cosa">Fare qualcosa non vuol dire qualsiasi cosa</h2><p>Diamo per scontato che per arginare la crisi del SSN bisogna “fare qualcosa” e bisogna farlo presto e in maniera organica e coerente. Per questo il ddl dovrebbe contenere indirizzi motivati, chiari e ragionevolmente dettagliati cui, previa approvazione da parte del Parlamento, i decreti legislativi conseguenti si dovranno attenere. Va subito anticipato che all’articolo 3 (in tutto gli articoli sono 4) si prevede che questa riforma rispetti il principio della «neutralità finanziaria» e cioè venga declinata e resa operativa nei limiti dell’attuale finanziamento del SSN. Sappiamo però che con la manovra 2026 vengono assegnati sì alla sanità 7,7 miliardi di euro in più per il triennio 2026-2028, ma, in rapporto al PIL, nel 2028 la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità, dopo un lieve aumento nel 2026, scenderà sotto la soglia limite del 6%. Questa percentuale è notoriamente al di sotto di quella destinata alla sanità negli altri maggiori Paesi europei, come si può leggere <a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-spesa-pubblica-sanitaria-italiana/" rel="noopener">qui</a>. Non a caso, sappiamo dall’ultimo recentissimo <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/01/IMDSS-RS2025.pdf" rel="noopener">Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato</a> con i dati del monitoraggio della spesa sanitaria che quella a carico diretto dei cittadini aumenta e che nel 2024 ha superato i 46 miliardi, confermando che una parte crescente della domanda di salute trova risposta al di fuori del nostro servizio sanitario.</p>
<p>Bisognerebbe partire dall&rsquo;analisi delle motivazioni del ddl delega ma, abbastanza incredibilmente, le motivazioni non ci sono o quantomeno non esiste alcun documento o relazione che fornisca una descrizione e interpretazione delle principali criticità del SSN e di conseguenza il razionale delle misure proposte. Ciò è in evidente contraddizione con l’articolo 76 della Costituzione: «l&rsquo;esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti». Purtroppo spesso le leggi delega approvate dal Parlamento assomigliano, <a href="https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/1_2019_Russo.pdf" rel="noopener">come qualcuno ha scritto</a>, a deleghe in bianco. </p>
<h2 id="comode-dimenticanze-e-inopportune-presenze">Comode dimenticanze e inopportune presenze</h2><p>In assenza di una relazione istruttoria del disegno di legge, si poteva comunque ragionevolmente presumere che tenesse conto di alcune delle principali criticità strutturali del SSN, quali il sottofinanziamento, il divario Nord-Sud nella quantità e qualità dei servizi, lo squilibrio tra l’offerta ospedaliera e l’offerta di assistenza territoriale comprensiva delle attività di promozione della salute e prevenzione delle malattie, le gravi carenze anche di vocazioni per alcune figure professionali, come gli infermieri, e il peso crescente della sanità privata sia accreditata che interamente privata.</p>
<p>Di fatto il ddl sceglie di concentrarsi solo su uno dei due punti esplicitati nel titolo, quello della «riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera», mentre l’altro, la «revisione del modello organizzativo», viene nel testo dimenticato. In questo modo il ddl non solo è neutrale rispetto al tema del finanziamento, ma lo è anche rispetto a gran parte delle criticità fondamentali. Il che è tanto comodo per il Governo quanto inaccettabile sul piano della logica. Dato il perimetro molto ristretto che il ddl si è dato, dalla sua lettura si dovrebbero quantomeno ricavare indicazioni su come riorganizzare e potenziare sia l&rsquo;assistenza territoriale che quella ospedaliera con risorse costanti e in modo da recuperare carenze di offerta e squilibri territoriali. Ma anche come rendere efficaci interventi di ridisegno dell&rsquo;assistenza territoriale e ospedaliera che erano già previsti da anni e senza dimenticare il ruolo attribuito alla prevenzione. </p>
<p>Dalla lettura (e rilettura) del ddl si ricava innanzitutto che le indicazioni fornite su questi temi sono vaghe e spesso incoerenti, e che la parte relativa all&rsquo;assistenza ospedaliera è circa il triplo di quella dedicata all&rsquo;assistenza territoriale. Un commento più approfondito merita una buona dose di fantasia interpretativa. In particolare, sull&rsquo;assistenza territoriale il ddl sembra riciclare come innovazioni strumenti e processi già previsti in atti vecchi anche di dieci anni, come il Piano nazionale cronicità del 2016 (nuovo ruolo dei medici e dei pediatri di famiglia, qualificazione della assistenza residenziale, garanzia della continuità assistenziale e potenziamento della assistenza domiciliare, potenziamento delle cure palliative, ecc.). Per contro, la prevenzione non viene nemmeno citata. </p>
<p>Sull&rsquo;assistenza ospedaliera si danno invece molte indicazioni, di cui alcune confuse sulla creazione di due nuove tipologie di strutture ospedaliere (gli ospedali di terzo livello e gli ospedali elettivi) e altre, ancora più confuse, sulla possibilità di dare una funzione ospedaliera ad alcuni ospedali di comunità e di mantenere nei piccoli ospedali un&rsquo;attività di bassa-media complessità.<br>
In aggiunta, nel ddl si buttano là la valorizzazione della bioetica clinica e il potenziamento del ruolo delle buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, che in assenza di una qualunque motivazione sembrano rispettivamente un assist a qualche carriera universitaria e a qualche agenzia governativa. Di fatto le uniche novità del ddl che sembrano meritare una analisi più approfondita sono gli ospedali di terzo livello e gli ospedali elettivi. </p>
<h2 id="il-ritorno-dei-super-ospedali">Il ritorno dei super ospedali</h2><p>Gli ospedali di terzo livello costituiscono il punto cui si dedicano più parole nel testo del ddl. Dalla lettura si ricava che si tratta di strutture ospedaliere di eccellenza a livello nazionale, con bacino di utenza nazionale e sovranazionale, anche private e anche religiose purché operanti esclusivamente senza scopo di lucro. Verrebbero individuate con le modalità attualmente in uso per il riconoscimento degli IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) e delle aziende ospedaliere universitarie integrate. Data la natura infungibile e quindi insostituibile delle loro attività, verrebbero destinate a queste strutture specifiche risorse a copertura degli oneri relativi allo svolgimento di funzioni assistenziali di livello nazionale. Il ddl chiarisce (si fa per dire) che nella loro individuazione si terrà conto della numerosità e complessità della casistica trattata, del possesso certificato di elevati standard di qualità, della loro mobilità attiva (cioè il flusso di pazienti che arriva da altre regioni) e dell’attività di ricerca svolta. Insomma, dei super ospedali.  </p>
<p>E questa dei super ospedali deve essere una fissa ministeriale, visto che da più di un anno e mezzo circola un <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/grandi-ospedali-ecco-top-20-cinque-lombardia-due-sud-AFo3eG4B" rel="noopener">loro elenco</a> di fonte ministeriale, 21 strutture con tanto di punteggio: nei primi tre posti ci sono tre IRCCS privati e nei primi 10 quattro IRCCS privati e 6 aziende ospedaliere. Ho già avuto modo di “parlare male” di questi super ospedali e rimando a <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/progetto-ministeriale-super-ospedali-sembra-grande-idea/">questo mio intervento</a> di qualche mese fa chi volesse approfondire. L’elenco dei 21 ospedali non ricomprende l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, di fatto un super ospedale già istituzionalizzato da quasi vent&rsquo;anni, con i suoi 120 milioni l’anno di finanziamento aggiuntivo presi dal fondo sanitario nazionale (70 sono stati aggiunti all’ultimo momento con una sorta di colpo di mano dalla manovra di bilancio 2026). Per saperne di più <a href="https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/se-occorre-un-ragionamento-complessivo-sullo-stato-della-assistenza-pediatrica-in-italia/" rel="noopener">leggere qui</a>.</p>
<p>Sui super ospedali i punti da chiarire sono tanti e io ne elenco sinteticamente solo alcuni.</p>
<ul>
<li>Il finanziamento. Dal testo del ddl si ricava che saranno finanziati dal livello centrale secondo il modello già in uso per l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Non si capisce se si creerà un fondo super ospedali ad hoc nel riparto del fondo sanitario nazionale gestito a livello centrale o se questa voce verrà declinata per singola Regione, come non si sa chi e come ne definirà l’importo.</li>
<li>Il numero e la distribuzione. Sembra di capire che parte della casistica trattata nei super ospedali attuali del Nord e del Centro sarà presa in carico dai nuovi super ospedali del Sud. Il che evidenzia una contraddizione: i super ospedali attuali verranno scelti in base alla loro mobilità attiva che però dovranno cedere ai super ospedali futuri perdendo quindi un requisito per il loro riconoscimento. E poi non si capisce come avverrà la transizione tra gli attuali maggiori super ospedali che dovranno sgonfiarsi e la comparsa di nuovi super ospedali che dovranno progressivamente crescere.</li>
<li>Il loro governo. Se li finanzia il centro per le loro funzioni di livello nazionale, non si capisce come avverrà il loro inserimento coerente nella programmazione e gestione regionale e quale sarà il gioco delle parti tra Stato e Regioni in questa partita.  </li>
</ul>
<h2 id="strane-creature-di-cui-si-sa-poco">Strane creature di cui si sa poco</h2><p>Non è meno confusa la questione degli ospedali elettivi, altra creatura nata con il ddl delega. Si parla di strutture ospedaliere per acuti, prive di Pronto soccorso, che (sembra) dovranno supportare le strutture di livello superiore in modo da evitare il sovraffollamento dei loro Pronto soccorso. Sarebbero insomma degli ospedali satelliti di altri ospedali vicini di maggiori dimensioni.  Oggi gli ospedali elettivi per acuti senza Pronto soccorso già esistono e sono rappresentati dalle numerosissime Case di cura private prive di Pronto soccorso (la maggioranza). Non è però chiaro se per il ddl questi ospedali elettivi saranno Case di cura private, oppure alcuni degli attuali ospedali pubblici per acuti riconvertiti, o anche alcuni piccoli ospedali già riconvertiti ad attività ambulatoriali e ora ritrasformati in ospedali o una varia combinazione di queste tre tipologie. Si tratta di opzioni molto diverse tra loro, su cui non c’è però nel ddl alcun cenno di chiarezza. </p>
<p>Anche per il resto delle reti ospedaliere e per il governo complessivo dell&rsquo;assistenza ospedaliera dal testo del ddl e dalle fonti ministeriali non arrivano segnali chiari. Appare in questo contesto inquietante una <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/schillaci-su-riforma-ssn-nessuna-chiusura-di-ospedali-stop-ai-viaggi-della-speranza-e-su-liste-dattesa-avvisa-regioni-basta-truccare-i-dati/" rel="noopener">dichiarazione</a> del ministro sui piccoli ospedali. In risposta alla domanda sulla preoccupazione dei cittadini circa la loro chiusura, ha detto: «Non è così. Anzi, il contrario». <br>
Frase di dubbia interpretazione, che peraltro poi prosegue parlando di tutt’altro.</p>
<p>Da questo quadro emerge un disegno di legge delega confuso, generico, contraddittorio e che potrebbe sottrarre ulteriori risorse al territorio per darle agli ospedali, a partire da quelli grandi, universitari e anche privati, oltre che a quelli piccoli, ma comunque grandi serbatoi di voti. Un ddl che rappresenta la tipica espressione di un approccio populista al governo della sanità pubblica: nessuna scelta esplicita, ma tanti interessi di parte che in modo implicito vengono privilegiati. </p>
<p>E poi un ddl scritto veramente male, un esempio di cattiva scrittura istituzionale, quella cui Gianrico Carofiglio, nella speranza di migliorarla ha dedicato il libro <em>Con parole precise: breviario di scrittura civile</em> (2015, aggiornato nel 2025 con la modifica significativa del sottotitolo: <em>Manuale di autodifesa civile</em>). Una cosa è sicura: chi ha scritto il ddl delega per il riordino del SSN non l’ha letto. \</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fascisti e antisemiti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fascisti-antisemiti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fascisti-antisemiti/</guid><pubDate>Tue, 27 Jan 2026 08:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>societa</category><description>Recentemente un&amp;amp;rsquo;esponente governativa ha messo in dubbio il valore delle visite scolastiche ad Auschwitz.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fascisti-antisemiti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fascisti-antisemiti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Recentemente un&rsquo;esponente governativa ha messo in dubbio il valore delle visite scolastiche ad Auschwitz, ritenute strumentali ad addebitare l&rsquo;antisemitismo al fascismo. Al contrario, chi scrive ritiene che per le scolaresche liceali la visione diretta dei campi di concentramento nazisti abbia una portata morale indiscutibile. Questo perché riesce a rendere reali le dimensioni dell&rsquo;orrore, ma allo stesso tempo dovrebbe essere integrata dall&rsquo;analisi storica del ruolo avuto in quelle vicende dall&rsquo;Italia fascista. Altrimenti, le visite ai Lager rischiano di addensare la memoria dello sterminio consumato in quegli anni nello stereotipo del «tedesco cattivo», ligio agli ordini e sanguinario, a cui è speculare quello del «bravo italiano», esitante nella violenza e nella sopraffazione, perché intimamente contrario alla guerra. <br>
 <br>
Nell&rsquo;immediato dopoguerra, tale stereotipo fu incoraggiato dalla duplice esigenza politica della neonata Repubblica di distanziarsi dai tedeschi nel rapporto con gli alleati e di chiudere i conflitti interni. In seguito, negli anni Novanta, con il dissolversi dei partiti costituenti e la rimonta della destra diretta erede del partito fascista, l&rsquo;invocata «pacificazione» delle parti sottintendeva la sospensione delle ricerche storiche sulla questione. In particolare quelle sul collaborazionismo e sui <a href="https://www.deportati.it/wp-content/static/EDU-KIT-Aned-Repressione-fascista-RSI.pdf" rel="noopener">crimini del regime fascista</a>, nonché l&rsquo;equiparazione di chi aveva combattuto nelle file della Repubblica Sociale Italiana con quanti ne avevano subito gli eccidi, avendo scelto la via della Resistenza, o le deportazioni, essendo nati ebrei.  </p>
<p>Nei primi anni Novanta, lo storico tedesco Lutz Klinkhammer  ha messo a disposizione fonti d&rsquo;archivio tedesche che provano il ruolo del fascismo repubblichino nella deportazione degli ebrei dall’Italia, documentato dopo il 2000 da molti altri lavori. Pochi giorni dopo la firma dell’armistizio, avvenuta l’8 settembre 1943, gruppi scelti di paracadutisti comandati da Herbert Kappler, Erich Priebke e Gerhard Köhler liberarono Mussolini da Campo Imperatore e lo portarono in Germania, dove fondò la Repubblica Sociale Italiana (RSI). </p>
<p>Riconosciuta solo da Germania e Giappone e da alcuni dei paesi firmatari dell’Asse o da esso controllati, la RSI, nominalmente uno Stato sovrano, era in realtà subordinata ai tedeschi che avevano occupato l&rsquo;Italia. Dal suo manifesto costitutivo, stilato a Verona il 14 novembre, esce estremizzata la componente razzista dell’ideologia fascista, con l’obiettivo dichiarato di giungere alla «risoluzione del problema ebraico», tramite una revisione e un completamento delle leggi razziali del 1938: «Gli ebrei sono stranieri. Durante questa guerra, appartengono a nazionalità nemica».</p>
<p>Due settimane dopo, l&rsquo;ordine di polizia numero 5 emanato dal ministro dell’Interno della RSI Guido Buffarini Guidi dispose l’arresto di tutti gli ebrei presenti sul territorio nazionale, esclusi gli ultrasettantenni e i malati. Allo stesso tempo si stabiliva la confisca dei loro beni e la messa sotto sorveglianza delle famiglie miste. Furono quindi istituiti ex novo 29 campi provinciali, mentre a Roma e a Milano furono adibiti a tale scopo sezioni delle carceri di Regina Coeli e San Vittore. </p>
<p>All’inizio di febbraio 1944, i tedeschi ottennero dalle autorità italiane la consegna degli ebrei arrestati, cui aggiunsero gli ultrasettantenni e gli ammalati, incuranti delle disposizioni italiane. Roma, Milano, Torino e Genova avevano importanti comunità ebraiche ed erano all’interno del territorio controllato dalla RSI. Fu pertanto in queste città e in generale nell’Italia nord-occidentale che si stabilì la principale «catena di comando» delle operazioni di polizia politica, antiebraica e antipartigiana. Figuravano personaggi del calibro di Albert Kesselring, che aveva garantito alle truppe tedesche l&rsquo;impunità per l’uso di violenza estrema contro i partigiani,  Karl Wolff, dello staff personale di Himmler, e di Wilhelm Harster, responsabile delle deportazioni dall’Olanda. La parte operativa era demandata a Walter Rauff, l&rsquo;ideatore dei camion a gas - i famigerati <em>Gaswagen</em> - e alle forze di polizia italiane. </p>
<p>Gli occupanti tedeschi avevano trovato in Italia un sistema repressivo radicato e ancora strutturalmente esistente, il cui organo principale era la Polizia di Stato, la cosiddetta Pubblica Sicurezza. Ogni Questura disponeva di un casellario politico provinciale, la lista aggiornata dei potenziali nemici del regime tra cui gli ebrei. Questo alimentava poi il casellario politico centrale del Ministero dell’Interno, vera e propria anagrafe generale degli oppositori del fascismo. Il sistema aveva suscitato l’ammirazione della Gestapo. </p>
<p>Organo a sé stante era la polizia politica, che si avvaleva delle informazioni delle Questure e dell&rsquo;OVRA (Opera per la vigilanza e la repressione dell&rsquo;antifascismo). Il corpo militare dei carabinieri controllava le zone al di fuori delle città, ma era visto con sospetto dalla RSI, dopo la sua partecipazione all&rsquo;arresto di Mussolini e all&rsquo;uccisione di Ettore Muti. I carabinieri considerati più «inaffidabili» furono deportati in campi di lavoro in Germania; gli altri, insieme alla milizia volontaria per la sicurezza nazionale e alla Polizia dell’Africa italiana (la PAI, che aveva in curriculum la deportazione degli ebrei libici nel 1942), furono incorporati nella Guardia Nazionale Repubblicana. Questa era formalmente dipendente dal Ministero dell&rsquo;Interno della RSI, ma in realtà agli ordini del comandante delle SS Karl Wolff.</p>
<p>La Guardia di Finanza, che ha goduto nel dopoguerra della reputazione di corpo compattamente antifascista, in realtà vide tra i suoi graduati inclinazioni variegate. Un paio di centinaia di finanzieri si arruolarono nelle SS in alternativa all&rsquo;internamento in Germania, alcuni collaborarono durante l’occupazione con le autorità della RSI e altri fecero il doppio gioco, passando informazioni alla Resistenza o evitando di arrestare gli ebrei. </p>
<p>Nelle ultime fasi della guerra, quest&rsquo;ultimo comportamento divenne frequente tra i funzionari delle varie forze di polizia, cui premeva di avere qualche credito da spendere all&rsquo;imminente arrivo degli alleati. Questo era molto chiaro ai tedeschi e aumentava il loro disprezzo e la diffidenza verso le forze dell&rsquo;ordine statali, alle quali preferirono le formazioni armate fasciste - le bande - per le operazioni di rastrellamento. Nelle principali città proliferarono le prigioni delle bande: la Koch ne ebbe due a Roma (la pensione Oltremare e la pensione Jaccarino) e poi una a Milano, in via Paolo Uccello. A Torino il GAG aveva la sua in via Galliari 28; a Milano, il luogo dove torturava la Muti era in via Rovello, dove ora ha sede il Piccolo teatro.</p>
<p>Tuttavia, collaborarono nella deportazione non soltanto criminali e degenerati, ma anche funzionari dello Stato, quadri del Partito, militari e semplici cittadini, convinti che denunciare gli ebrei fosse un dovere patriottico e/o un mezzo per arricchirsi. Nelle città le fucilazioni e le impiccagioni dei partigiani e le rappresaglie furono per lo più eseguite dagli italiani, con l’eccezione delle Fosse Ardeatine. Anche le incursioni nei conventi e negli edifici religiosi furono quasi sempre perpetrate da italiani, perché i tedeschi volevano evitare conflitti con il Vaticano.</p>
<p>I dirigenti politici e militari della RSI furono anche l&rsquo;anello di congiunzione tra il sistema concentrazionario nazista in Italia e quello nei territori del Reich. Si badi che i lager, in Italia, non furono istituiti dopo l’8 settembre 1943, in obbedienza all’occupante tedesco: ne erano stati aperti a decine fin dal 1940, per confinare oppositori politici, ebrei stranieri, cittadini di paesi nemici, romanì e sinti, nonché slavi provenienti dai territori occupati a est di Trieste. Dopo l’8 settembre, alcune di queste strutture diventarono «campi di transito» con la funzione di raggruppare i prigionieri fino al raggiungimento di un numero tale da rendere economicamente vantaggioso il trasporto verso Nord, dove il destino era segnato. Sono molte le prove che tra i vertici del governo italiano, già da prima dell’armistizio, circolavano notizie dettagliate sulla Shoah. </p>
<p>Il campo di transito più noto è quello di Fossoli di Carpi, che fino al 1942 rinchiuse i prigionieri di guerra inglesi e poi gli oppositori politici e gli ebrei. La maggioranza delle 5.500 persone che vi transitarono fu deportata nei territori del Terzo Reich. Quando il campo chiuse alla metà di agosto del 1944, con la liberazione di Firenze, restarono attivi i transiti di Borgo San Dalmazzo a Cuneo, di Bolzano e della Risiera di San Sabba a Trieste. La quasi totalità dei registri e degli elenchi di questi campi è stata distrutta. Della Risiera di San Sabba è stato raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/luoghi-rammentano-tramandano-ammoniscono/">su <em>Scienza in rete</em></a>.  </p>
<p>Il campo di concentramento nella caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo fu operativo dal settembre 1943 al febbraio 1944; nella prima fase, in cui fu controllato dai nazisti, vi passarono 349 persone, tra cui intere famiglie delle più diverse nazionalità europee, fuggite dalla Francia nel cuneese nella convinzione che, dopo l&rsquo;armistizio, l&rsquo;Italia fosse un territorio sicuro. All’esterno del campo si organizzò una rete di soccorso agli internati e di aiuto alle centinaia di fuggiaschi dispersi sul territorio, in collegamento con gruppi partigiani e con la collaborazione di parroci e viceparroci dei comuni montani, alcuni dei quali saranno dichiarati Giusti tra le Nazioni. La destinazione finale degli ebrei stranieri fu Auschwitz, dopo un passaggio dal campo di transito francese di Drancy. Solo 21 persone riuscirono a salvarsi, con la fuga o nascosti dalla popolazione.  Quando la caserma passò sotto il controllo della RSI, vi furono imprigionati 26 ebrei della provincia; con il loro invio a Fossoli per completare il convoglio del 22 febbraio - che trasportò anche Primo Levi - si chiuse il campo di Borgo San Dalmazzo. Tuttavia, nel cuneese venne perpetrato l’ultimo eccidio di ebrei sul territorio ormai liberato d’Europa: il 25 aprile 1945, i militi della Brigata Nera trovarono e fucilarono sei israeliti stranieri. </p>
<p>Oggi non resta più traccia del <em>Polizeihaftlager</em> di Borgo San Dalmazzo, ma nel piazzale della stazione è stato eretto un memoriale con i nomi delle vittime. Dopo la chiusura del campo di Fossoli e con i comandanti da lì trasferiti, il campo di transito e di lavoro di Bolzano-Gries organizzò 13 trasporti verso Ravensbrück, Flossenbürg, Dachau, Auschwitz e Mauthausen, fino all&rsquo;inizio di maggio del 1945, quando gli ultimi detenuti furono liberati e la documentazione sulla sua attività fu distrutta. Solo cinquant&rsquo;anni dopo è stato possibile processare almeno uno dei più feroci responsabili di torture e omicidi, l&rsquo;ucraino Michael Seifert. Fu condannato all&rsquo;ergastolo e morì nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nel 2010, grazie a un ritrovamento di documenti avvenuto nel 1994, nello scantinato della Procura Generale Militare a palazzo Cesi. In un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuso da una catena, erano stati occultati 695 fascicoli inerenti le stragi fasciste e naziste in Italia. Sul sito dell&rsquo;<a href="https://archivio.camera.it/" rel="noopener">Archivio storico della Camera dei deputati</a> è consultabile l&rsquo;elenco di tali documenti, declassificati dal 2016.</p>
<p>Il campo di Bolzano-Gries, con una decina di campi satellite, impiegò i prigionieri nel lavoro forzato per lo sgombero di macerie, lo sminamento o nei lavori agricoli. Erano antifascisti, partigiani, soldati alleati, disertori e renitenti alla leva di Salò, ebrei, zingari e criminali comuni. Anche in questo caso, una rete di sacerdoti, cittadini comuni e brigate partigiane aiutò gli internati sia per le necessità quotidiane sia nell&rsquo;organizzazione di fughe. Oggi del campo resta solo una parte del muro di cinta, sul quale sono stati posti dei pannelli esplicativi.</p>
<p>Secondo i dati raccolti dal Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC), annesso al Memoriale Binario 21 di Milano, gli ebrei arrestati da italiani furono 1.951, da tedeschi 2.444, da italiani con tedeschi 332 e da ignoti 2.079. I deportati dall&rsquo;Italia furono 7.579, di cui 837 sopravvissero; di 733 bambini, 121 tornarono dai campi. Per quasi tutti gli ebrei italiani, la destinazione fu il campo di Auschwitz-Birkenau; solo qualche centinaio fu deportato per ragioni particolari in altri campi (Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg). </p>
<p>Oltre che nei campi di concentramento italiani, le testimonianze storiche della collaborazione tra i repubblichini e i nazisti sono rintracciabili in tutta la penisola, con maggiore densità nei luoghi che i tedeschi occuparono durante la ritirata e che meriterebbero una ricognizione organizzata dalle scuole.  Per esempio, la provincia di Forlì Cesena era attraversata dalla Linea Gotica e molte località furono segnate da stragi di civili: nel 2001, l&rsquo;Istituto Storico di Forlì Cesena ha costituito un Coordinamento di 12 Comuni per valorizzare questi luoghi della memoria, facendone mete di visite scolastiche. </p>
<p>Quando, ai primi di giugno del 1944, le truppe tedesche avevano abbandonato Roma all’arrivo degli Alleati, una parte della polizia segreta di sicurezza fu trasferita a Forlì. Si trattava della famigerata <em>Sicherheitsdienst</em> (SD), responsabile delle torture di via Tasso, della deportazione degli ebrei del ghetto e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il reparto fu insediato nel palazzo dell’ex Brefotrofio, in via Salinatore. Agli ordini di Karl Schütz, vice di Kappler, e in stretta collaborazione con le Camicie nere, la SD operava nelle province di Forlì, Pesaro e Ravenna. Si occupava dei rastrellamenti dei partigiani, decideva le rappresaglie da attuare e formava plotoni di eliminazione. Molti dei suoi componenti si erano addestrati a queste attività nei paesi dell’Europa orientale, dove erano stati arruolati negli <em>Einsatzgruppe</em>.</p>
<p>Il percorso della memoria si dipana tra piccoli borghi dell&rsquo;Appennino, come Tavolicci dove, il 22 luglio del 1944, 64 persone (delle 84 che lo abitavano) vennero assassinate dal IV Battaglione di volontari della polizia italo-tedesca. Molte di loro avevano meno di dieci anni. I militari, dopo aver appiccato il fuoco alla casa dove erano state stipate le vittime, continuarono l&rsquo;eccidio in due frazioni vicine. <br>
Le ricerche su questa strage si erano basate soprattutto sul memoriale redatto, un anno dopo gli eventi, dal parroco di Pereto, don Giovanni Babini, sulla sentenza della Corte d&rsquo;Assise Straordinaria di Forlì del 1946 e sulle testimonianze delle donne e dei bambini che erano riusciti a mettersi in salvo, raccolte negli anni Settanta e Novanta e ora conservate presso l&rsquo;Istituto per la storia della Resistenza ed età contemporanea di Forlì Cesena. </p>
<p>Il ritrovamento dello scantinato di Palazzo Cesi permise poi di riaprire le indagini sui fatti, presto archiviate però per l&rsquo;avvenuto decesso di tutti gli imputati. Peraltro, nella maggior parte dei casi in cui, nel dopoguerra, si riuscì a perseguire gli autori delle stragi, le condanne scontate furono irrisorie: Albert Kesselring, per esempio, fu processato da un tribunale militare alleato per crimini di guerra e condannato a morte nel 1947, ma la pena fu successivamente commutata e nel 1952 venne rilasciato. La piega anticomunista presa a livello internazionale e la frattura tra le forze antifasciste a livello nazionale aveva ammorbidito i giudizi dei tribunali verso i combattenti di Salò. </p>
<p>Sulle vicende belliche del 1944, anche il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna ha allestito un lungo percorso naturalistico e di riflessione che ha chiamato Sentiero della libertà. Alle scuole ne viene consigliata la versione breve, di circa un&rsquo;ora e mezza, che parte da Biserno Santa Sofia e arriva a San Paolo in Alpe, dove sono visibili i ruderi delle case  e della chiesa incendiata dai tedeschi il 12 aprile del 1944. Vanno ricordati, ancora un volta, i molti parroci che pagarono con la vita la vicinanza alla popolazione, come don Ilario Lazzaroni, ucciso al passo del Carnaio insieme a 26 concittadini di San Pietro al Bagno, il 25 luglio del 1944.</p>
<p>Tra il giugno e il settembre del 1944, dentro l&rsquo;aeroporto di Forlì furono uccise e seppellite nei crateri scavati dalle bombe 52 persone, 18 delle quali di religione ebraica. Una stele in via Seganti e una lapide nel cimitero monumentale della città riportano i nomi delle vittime. Nel novembre del 1944 alcuni dei corpi furono esumati nel quadro dell’indagine condotta dallo <em>Special Investigation Branch</em> (SIB) dell&rsquo;esercito britannico per raccogliere le prove dei crimini commessi dalle SS tedesche nell’area forlivese. Il SIB stese i capi d’accusa almeno per gli esecutori materiali i cui nomi erano stati rivelati da un disertore, ma, per convenienza politica interna e internazionale, il fascicolo fu insabbiato e archiviato anch&rsquo;esso nell&rsquo;armadio «della vergogna», dove fu ritrovato nell’estate del 1994 dal procuratore generale militare Antonio Intelisano, incaricato dell&rsquo;indagine per l’estradizione di Priebke. Anche a margine di questa pratica fu annotato, nel 2003: «estinzione del reato per morte del reo».</p>
<p>Non devono però essere archiviati la consapevolezza e la memoria che senza la collaborazione della questura, della Guardia Nazionale Repubblicana, delle polizie, di gruppi e di singoli fascisti, i numerosi arresti e le deportazioni eseguite dalla SD di Forlì non sarebbero stati possibili. In Germania, la generazione colpevole o complice dei crimini contro gli oppositori politici, gli ebrei e gli altri <em>Untermenschen</em> è stata molto studiata: era quella sconvolta dalla sconfitta del 1918 e perciò facile preda dell&rsquo;indottrinamento nazista, che gli studiosi hanno chiamato <em>Generation des Unbedingten</em>, generazione dell’assoluto.</p>
<p>In Italia, i combattenti repubblichini appartenevano a tre fasce diverse d&rsquo;età: i più anziani avevano combattuto nella Prima guerra mondiale, aderito al fascismo delle origini e fatto esperienze brutalizzanti nelle campagne coloniali, in URSS e in Jugoslavia. Un secondo gruppo, il più numeroso, era rappresentato da individui fra i 20 e i 40 anni che non avevano vissuto il primo conflitto mondiale, ma avevano partecipato alle violenze squadriste dell’immediato dopoguerra, alle campagne coloniali e, talvolta, alla guerra civile spagnola. Essi erano l’ossatura delle Brigate Nere, della GNR e delle varie bande. Infine, c&rsquo;erano i giovani e giovanissimi che avevano conosciuto solo le organizzazioni e l&rsquo;ideologia del partito fascista e ne erano impregnati. </p>
<p>Tutte queste persone erano accomunate da un trauma: se quello da cui non riuscirono più a uscire i nazisti tedeschi era il novembre 1918, per i fascisti italiani era l’estate del 1943. La vittoria nella Prima guerra mondiale e il prolungamento del clima di guerra con le campagne in Africa e in Spagna avevano idealizzato le virtù militari. L&rsquo;illusione di essere uno degli eserciti più forti del mondo, che aveva conquistato un impero, crollò tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 in modo farsesco e inglorioso. Gli <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/laltra-memoria-militari-italiani-deportati/">800.000 prigionieri</a> catturati senza combattere dopo l’annuncio dell’armistizio e portati nei carri merce verso i Lager, mentre la flotta si consegnava nei porti britannici, incarnavano il fallimento e il disonore. </p>
<p>La ricerca di un capro espiatorio portò questi italiani, così come avevano fatto i tedeschi nel 1918, a vedere la causa di tale disfatta nel tradimento interno, i cui responsabili erano gli antifascisti e gli ebrei, corpi estranei che infettavano la nazione.</p>
<h4 id="per-la-scrittura-di-questo-articolo-sono-stati-consultati-i-seguenti-testi">Per la scrittura di questo articolo sono stati consultati i seguenti testi:</h4><ul>
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<h4 id="focardi-f-il-cattivo-tedesco-e-il-bravo-italiano-la-rimozione-delle-colpe-della-seconda-guerra-mondiale-roma-bari-laterza-2013">Focardi F. <em>Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2013.</h4></li>
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<h4 id="klinkhammer-l-loccupazione-tedesca-in-italia-1943-1945-bollati-boringhieri-torino-1993">Klinkhammer L. <em>L’occupazione tedesca in Italia 1943-1945</em>. Bollati Boringhieri: Torino, 1993</h4></li>
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<h4 id="collotti-e-il-fascismo-e-gli-ebrei-le-leggi-razziali-in-italia-laterza-roma-2008">Collotti E. <em>Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia.</em> Laterza: Roma, 2008. </h4></li>
<li>
<h4 id="di-sante-c-i-campi-di-concentramento-in-italia-dallinternamento-alla-deportazione-franco-angeli-milano-2001">Di Sante C. <em>I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione.</em> Franco Angeli; Milano, 2001.</h4></li>
<li>
<h4 id="osti-guerrazzi-a-tedeschi-italiani-ed-ebrei-le-polizie-nazi-fasciste-in-italia-1943-1945">Osti Guerrazzi A. <em>Tedeschi, italiani ed ebrei. Le polizie nazi-fasciste in Italia</em> 1943-1945.</h4></li>
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<h4 id="picciotto-l-il-libro-della-memoria-gli-ebrei-deportati-dallitalia-1943-1945-milano-mursia-2002">Picciotto L. <em>Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia</em> (1943-1945). Milano: Mursia, 2002.</h4></li>
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<h4 id="flamigni-v-et-al-luoghi-e-memorie-guida-per-riconoscere-segni-e-testimonianze-della-resistenza-e-della-lotta-di-liberazione-nel-forlivese-e-nel-cesenate-tipografia-valgrigna-di-bigatti-domenico-e-ottelli-pasina-riccardo-esine-2013">Flamigni V et al. <em>Luoghi e memorie: guida per riconoscere segni e testimonianze della Resistenza e della Lotta di liberazione nel forlivese e nel cesenate.</em> Tipografia Valgrigna di Bigatti Domenico e Ottelli Pasina Riccardo: Esine, 2013.</h4></li>
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<h4 id="renzi-m-appennino-1944-arrivano-i-lupi-atti-e-misfatti-del-4-battaglione-di-volontari-nazifascisti-tra-toscana-marche-e-romagna-cesena-società-editrice-il-ponte-vecchio-2008">Renzi M. <em>Appennino 1944, arrivano i lupi! Atti e misfatti del 4° battaglione di volontari nazifascisti tra Toscana, Marche e Romagna.</em> Cesena: Società Editrice Il ponte Vecchio, 2008.</h4></li>
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<h4 id="flamigni-v-aeroporto-di-forlì-settembre-1944-la-grande-strage-di-ebrei-e-antifascisti-cesena-società-editrice-il-ponte-vecchio-2015">Flamigni V. <em>Aeroporto di Forlì settembre 1944 La grande strage di ebrei e antifascisti.</em> Cesena: Società Editrice Il ponte Vecchio, 2015.</h4></li>
</ul>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa resta dopo il talk: perché valutare l’impatto dei festival scientifici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-resta-dopo-talk-perche-valutare-impatto-festival/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-resta-dopo-talk-perche-valutare-impatto-festival/</guid><pubDate>Mon, 26 Jan 2026 08:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Elena Panariello</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Mi siedo in poltrona, le luci si abbassano e lo spettacolo inizia. Dopo un’ora e mezza, anzi, facciamo un’ora e quarantacinque.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-resta-dopo-talk-perche-valutare-impatto-festival-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-resta-dopo-talk-perche-valutare-impatto-festival-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mi siedo in poltrona, le luci si abbassano e lo spettacolo inizia.<br>
Dopo un’ora e mezza - anzi, facciamo un’ora e quarantacinque, a causa delle domande sempre presenti dei più curiosi - il trambusto ricomincia.<br>
Prendo la mia borsa di tela. Vanto una collezione piuttosto fitta, proveniente da molti festival italiani. Sono tutte stropicciate, alcune sporche di terra, qualcuna ha macchie di inchiostro o di cibo. Eppure, le amo molto. Riempiono un’intera anta del mio armadio. Le indosso con fierezza, come un marchio identitario che mi fa sentire parte di un gruppo a cui tengo, una comunità fatta di persone curiose, sedute su sedie scomode, disposte a farsi venire dubbi.<br>
Mi alzo ed esco. Poi mi fermo. E mi chiedo come dire agli organizzatori di questo festival che il talk a cui ho appena assistito mi è piaciuto moltissimo, mentre quello precedente mi ha annoiata a morte. Come faccio a restituire questa sensazione, questo giudizio personale che forse, se condiviso da molti, potrebbe essere utile a migliorare le edizioni future?</p>
<p>Inizia così la mia riflessione sulla valutazione dell’impatto dei festival scientifici.</p>
<p>Quando ho cominciato a interessarmi a questo tema avevo molte domande, alcune molto ingenue: cos’è davvero l’impatto? Come si valuta? A cosa serve? I festival scientifici la fanno, questa valutazione? Durante la mia tesi di master in Comunicazione della Scienza alla SISSA sono riuscita a rispondere ad alcune di queste domande. Per altre ho scoperto che non esiste una risposta univoca e che va bene così. Nel corso dei mesi che hanno preceduto la mia “masterizzazione” ho intervistato i comparti organizzativi di diversi festival scientifici italiani, chiedendo se svolgessero o meno una valutazione dell’impatto delle loro attività. Nella stragrande maggioranza dei casi la risposta è stata no. A quel punto ho cercato di capire perché.</p>
<p>Le motivazioni emerse erano spesso molto concrete; tra queste, mancanza di tempo, di risorse economiche, di personale formato. Organizzare un festival è già di per sé una corsa a ostacoli. Strutturare un’indagine che si chieda davvero se il festival è piaciuto, cosa si può migliorare e quale potrebbe essere il suo impatto futuro sembra, a molti, un lusso.</p>
<p>E poi c’è la questione più spinosa, quella che riguarda il tipo di impatto che vogliamo misurare. Se Gianfilippo o Genoveffa partecipano a un festival scientifico, è più probabile che in futuro si iscrivano a una laurea STEM? Che sviluppino un rapporto più consapevole con la scienza? E soprattutto, come faccio a dimostrarlo? Come posso stabilire una relazione di causa-effetto?<br>
La verità è che non posso. O meglio, non posso farlo nel modo “pulito” a cui siamo abituati nelle scienze sperimentali. Il problema si chiama controfattuale, un concetto sociologico tanto affascinante quanto frustrante, che prova a rispondere alla domanda: cosa sarebbe successo se quel dato evento non fosse mai accaduto?</p>
<p>Provengo da una formazione microbiologica e so che, per valutare la crescita di una coltura, si prepara sempre un controllo, detto anche bianco. È un terreno sterile dove, in teoria, i microrganismi non dovrebbero crescere. Ma come faccio a creare il mio controllo quando lavoro con una popolazione umana? Dovrei quindi prendere gli stessi Gianfilippo e Genoveffa, impedirgli di partecipare al festival e poi seguirli per il resto della loro vita, confrontandoli con le loro versioni alternative che invece al festival ci sono andate. Un po’ impegnativo, a meno che io non sia il Grande Fratello di Orwell o non voglia essere denunciata per stalking.</p>
<p>Arrivata a questo punto ho deciso che non mi bastava sapere quanto fosse difficile organizzare una valutazione di impatto. Volevo sperimentare quella difficoltà in prima persona. Così ho provato a farne una durante il festival di scienza ed editoria organizzato dalla SISSA, <em>Scienza e Virgola</em>. Ho costruito questionari pensati per indagare aspetti diversi. La curiosità, la voglia di continuare a informarsi su temi scientifici, ma anche il senso di noia, di esclusione, di estraniazione.</p>
<p>Sono riuscita a raccogliere circa mille questionari. Ero sinceramente incredula che così tante persone avessero deciso di fermarsi e raccontarmi cosa ne pensavano. Diciamoci la verità: quanto ci piace compilare moduli? Probabilmente meno di zero. Per questo, per me, quella disponibilità era già un primo segnale di partecipazione attiva. Tralascio chi invece mi ha guardata con occhi quasi sfidanti e ha restituito il questionario dopo pochi nanosecondi.</p>
<p>Nei mesi successivi ho digitalizzato tutto e mi sono ritrovata davanti a una banca dati piena di “molto”, “poco”, “abbastanza”, scale da 0 a 5 con tanti 3. All’inizio non sapevo bene come trattarli, né cosa potessero davvero raccontarmi, finché non ho iniziato a considerarli per quello che erano: dati soggettivi. In quel periodo ho letto il libro di Donata Columbro <a href="https://www.lafeltrinelli.it/ti-spiego-dato-libro-donata-columbro/e/9788885546264" rel="noopener"><em>Ti spiego il dato</em></a>, che mi ha convinta ancora di più del fatto che i dati non siano mai neutri. Sono situati, contestuali e spesso, anche involontariamente, discriminanti. Chi sto escludendo con il mio festival? A chi mi sto rivolgendo davvero? Di chi sto raccogliendo l’opinione e, quando restituisco quei dati sotto forma di grafici e percentuali, quale narrazione sto costruendo?</p>
<p>Con queste consapevolezze sono riuscita a uscire dal baratro dei dati sterili e apparentemente oggettivi. Ho capito che molte cose non possono essere misurate ma che molte altre sì. E che la valutazione di impatto, se fatta con attenzione e onestà, può diventare non uno strumento di giudizio, ma di ascolto. È proprio qui che la valutazione di impatto smette di essere una questione tecnica e diventa una questione sociale. Perché valutare non significa solo misurare se è piaciuto, ma decidere di porgere un microfono.</p>
<p>Un festival scientifico non è mai neutro. Non lo è per i temi che sceglie, per il linguaggio che usa, per i luoghi che occupa, per il pubblico che riesce - o non riesce - a intercettare. Eppure, spesso lo raccontiamo come se fosse uno spazio aperto a tutti, accessibile per definizione, quasi naturalmente inclusivo. La valutazione di impatto serve anche a incrinare questa narrazione rassicurante.          Quando raccogliamo dati, anche quelli più semplici, anche un questionario compilato in fretta prima di correre a un altro evento, stiamo implicitamente decidendo cosa conta. Se chiedo solo se un evento è stato “interessante”, sto dando per scontato che tutti abbiano potuto seguirlo allo stesso modo. Se invece chiedo se qualcuno si è sentito escluso, spaesato, fuori posto, sto aprendo uno spazio diverso, meno comodo ma molto più informativo. In questo senso la valutazione di impatto è uno strumento profondamente democratico. Non perché produca verità assolute, ma perché può redistribuire la possibilità di parola. Può far emergere voci che normalmente restano ai margini. Chi non ha familiarità con il linguaggio scientifico, chi non si riconosce nei format tradizionali, chi entra in un festival sentendosi “non il pubblico giusto”.</p>
<p>Naturalmente non basta raccogliere i dati ma bisogna decidere cosa farne. Qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, la responsabilità. Valutare l’impatto significa assumersi il rischio di scoprire che qualcosa non funziona, che alcune scelte escludono invece di includere, che certi format parlano sempre alle stesse persone. Significa accettare che il successo non si misuri solo contando le presenze o i sold out, ma interrogandosi su chi riempie quelle sale. Durante la mia analisi mi sono resa conto che spesso temiamo la valutazione di impatto perché la immaginiamo come un giudizio finale, una pagella. In realtà potrebbe essere l’esatto opposto. Uno strumento di apprendimento collettivo. Un modo per costruire festival che non siano solo vetrine, ma spazi di relazione, di confronto, persino di conflitto produttivo.</p>
<p>C’è poi un’ultima dimensione, forse la più difficile da affrontare: quella temporale. Molti degli effetti più interessanti dei festival scientifici non sono immediati, non si manifestano alla fine del talk, né il giorno dopo. Emergono lentamente, magari anni dopo, sotto forma di nuove domande, scelte di studio, cambiamenti di atteggiamento. La valutazione di impatto non potrà mai catturare tutto questo, ma può almeno dichiarare i propri limiti e rendere esplicito ciò che resta fuori campo. Ed è proprio questa onestà il suo valore più grande. Accettare che non tutto sia misurabile, ma che ciò che è misurabile vada trattato con cura.</p>
<p>Forse allora la domanda iniziale cambia forma. Non è più solo: come faccio a dire agli organizzatori cosa mi è piaciuto e cosa no? Ma: come possiamo, insieme, costruire strumenti per ascoltare meglio?</p>
<p>La valutazione di impatto non risolve tutto, non rende automaticamente i festival più giusti, più inclusivi o più efficaci. Tuttavia, può essere un primo passo per smettere di dare queste cose per scontate. E, in un contesto culturale e scientifico che rischia di parlare al pubblico più che con il pubblico, non è poco.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La dignità della grazia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dignita-grazia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dignita-grazia/</guid><pubDate>Fri, 23 Jan 2026 09:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><description>Il referendum sulla giustizia 2026 pone, a prescindere dal merito dei quesiti posti e dai pro e contra, che i diritti delle persone, della maggioranza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dignita-grazia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dignita-grazia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il referendum sulla giustizia 2026 pone, a prescindere dal merito dei quesiti posti e dai pro e contra, che i diritti delle persone, della maggioranza, dei cittadini “comuni” siano, ancora una volta, ampiamente limitati perché il linguaggio della pubblica amministrazione e della giurisprudenza è troppo spesso incomprensibile. Non è solo l’uso del burocratese, ma anche del vocabolario antiquato e spesso farraginoso delle disposizioni di legge, forse alla base anche delle diverse interpretazioni delle leggi da parte degli stessi giuristi e, ovviamente, dei politici. Sabino Cassese e Vladimiro Zagrebelsky, emeriti giuristi, si sono spesi molto, ma invano, in proposito. Un tema disatteso, sebbene interessi tutti e tutte, anche nei programmi scolastici nell’adempiere al loro mandato di istruzione e formazione. </p>
<h2 id="i-5-di-mattarella-i-1600-di-trump">I 5 di Mattarella, i 1600 di Trump</h2><p>Spesso si fa confusione parlando indistintamente di amnistia, grazia e indulto, ma quali sono le differenze tra questi tre istituti? Prima fondamentale differenza è che l’amnistia è una causa di estinzione del reato, mentre la grazia e l’indulto sono cause di estinzione della pena inflitta al condannato. L’amnistia travolge ogni effetto penale, la grazia e l’indulto estinguono solo la pena inflitta. Nel primo caso, laddove sia in corso un processo penale, questo verrà concluso con declaratoria di non luogo a procedere, nel secondo caso il processo continuerà ma il giudice ordinerà la non esecuzione della pena o l’esecuzione della pena residua.</p>
<p>Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a fine anno, ha firmato, ai sensi di quanto previsto dall’art. 87 comma 11 della Costituzione, <a href="https://www.quirinale.it/elementi/146634" rel="noopener">cinque decreti di grazia</a>. I provvedimenti di clemenza individuale hanno interessato: un condannato alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione per il delitto di evasione dagli arresti domiciliari; un condannato a sei anni, quattro mesi e venti giorni di reclusione per il delitto di omicidio volontario della moglie, affetta da malattia in stato terminale e con la quale era sentimentalmente legato da cinquant&rsquo;anni; un condannato alla pena di dieci mesi di reclusione per il delitto di truffa; un condannato alla pena detentiva della reclusione, espiata fino al 2014, e alla pena pecuniaria di novantamila euro di multa per delitti in materia di sostanze stupefacenti; un condannato alla pena complessiva di trenta anni di reclusione per delitti di concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. Tutti uomini. Dall’inizio del suo secondo mandato nel 2022 Mattarella ha concesso la grazia a 36 persone su più di 1.500 pratiche esaminate. Il procedimento della concessione della grazia si attiva a seguito di una richiesta ed è quindi legittimo chiedersi quanti dei 63.499 detenuti i presenti nelle carceri italiane alla data del 31 dicembre 2025, oltre 1.600 in più rispetto alla stessa data del 2024, potrebbero beneficiare della grazia. Quanti di loro sanno e sono assistiti per inoltrare la domanda?</p>
<p>Riflettendo di detenuti e clemenza esecutiva, il numero 1.600 rimanda anche al numero di provvedimenti firmati nel 2025 dal presidente statunitense Donald Trump, di cui oltre 1.550 rei di aver assaltato il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Una serie di atti non negli interessi del pubblico americano, ma unicamente dei suoi tornaconti politici, personali e finanziari, come <a href="https://www.wsj.com/politics/policy/a-visual-breakdown-of-trumps-pardon-spree-c8287388" rel="noopener">ha scritto</a> anche il <em>Wall Street Journal</em>. </p>
<p>Situazione fortunatamente diversa quella italiana, un segnale di profonda umanità e della necessità di legare il tempo, la memoria e la responsabilità soggettiva nel gesto del presidente Mattarella, cui si richiama la figura di Mariano De Santis il presidente della Repubblica del film <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_grazia_%28film_2025%29" rel="noopener"><em>La grazia</em></a> di Paolo Sorrentino. Interpretato da Toni Servillo, che per la migliore interpretazione maschile ha ricevuto la Coppa Volpi all'82ª Mostra internazionale d&rsquo;arte cinematografica di Venezia del 2025. </p>
<h2 id="una-riflessione-personale-e-collettiva">Una riflessione, personale e collettiva</h2><p>Roma, oggi. Mariano De Santis è appena entrato nel “semestre bianco” ed è alle prese con il bilancio finale del suo mandato di garante della Costituzione e al più complesso e gravoso bilancio esistenziale che si sovrappone, forse e comunque, necessariamente. Un personaggio che ben rappresenta il percorso cinematografico di Sorrentino e la crescita dall’autobiografia alla biografia, all’etica sociale: da <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_divo_%28film%29" rel="noopener">Il Divo</a></em> a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Youth_-_La_giovinezza" rel="noopener"><em>Youth-Giovinezza</em></a>, a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%88_stata_la_mano_di_Dio" rel="noopener"><em>È stata la mano di Dio</em></a> e a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Parthenope_%28film%29" rel="noopener"><em>Parthenope</em></a>, passando dal discusso <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_grande_bellezza" rel="noopener"><em>La grande bellezza</em></a>, nonostante abbia vinto il Premio Oscar come miglior film in lingua straniera nel 2014. Un regista narratore di storie, “libero” nel vedere, interpretare e raccontare eventi e percorsi di vita. Il Presidente è colto da laceranti dilemmi morali per i suoi ultimi atti ufficiali: le modifiche da apportare alla bozza di una proposta di legge sull’eutanasia (il diritto fondamentale di decidere la fine della propria vita) e la possibile concessione della grazia da accordare a due condannati per omicidio doloso: un uomo che ha ucciso la moglie affetta da patologia neurodegenerativa e una donna che ha ucciso il marito violento nel sonno. Dov’è il confine tra lo strumento giuridico, il giudizio con la sanzione della pena e la successiva clemenza?  Due eventi casuali nella loro concomitanza temporale, ma utili per una riflessione che da personale diventi collettiva.</p>
<p>A questo proposito c’è un altro elemento apparentemente casuale. Anche nel film di Sorrentino il Presidente ha una figlia, ben interpretata da Anna Ferzetti, che accompagna e sostiene il padre nella sua onerosa attività nell’interesse comune, di tutti. Apparentemente uno scambio di ruoli e di compiti generazionali. Ma non è così. È invece l’indicazione per una genitorialità che non ha una scadenza temporale, che non è unidirezionale, che si alimenta quotidianamente delle relazioni in autonomia, ma per una condivisione di valori e di azioni. </p>
<p>E la conferma arriva dalla realtà e non dalla ricostruzione filmica. Arriva dal <a href="https://www.quirinale.it/elementi/146684" rel="noopener">messaggio</a> di fine anno 2025 del Presidente Mattarella che in conclusione, rivolgendosi particolarmente ai più giovani li esorta: «Non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottant&rsquo;anni fa, costruì l’Italia moderna». </p>
<h2 id="il-coraggio-della-grazia">Il coraggio della grazia</h2><p>Bisogna essere coraggiosi oggi per concedere la grazia, ma anche esigenti, con sé stessi e insieme con gli altri, per un futuro migliore per tutti. Anche perché «nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». </p>
<p>Ci vogliono dignità e rispetto per creare relazioni umane autentiche e rispettose dei bisogni di ciascuno, in un mondo «dominato dappertutto dall&rsquo;impulso alla pubblicità; una brama del sensazionale in cui si gusta il piacere malvagio di lacerare veli», scriveva <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lezione-eugenio-borgna-ascoltare-narrare-emozioni-chi-cura/">Eugenio Borgna</a> a proposito di dignità. Una <a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/la-dignita-ferita/" rel="noopener">dignità ferita</a>, quella del paziente psichico a cui faceva riferimento Borgna, accomunabile a quella del detenuto: entrambi hanno gli stessi diritti, che sono quelli di tutti «all&rsquo;attenzione, al rispetto, alla gentilezza, all&rsquo;accoglienza, alla comprensione, all&rsquo;ascolto e alle attese nella speranza». La grazia ha allora che fare con la dignità, con l’umanità, con gli interventi di cura e di riabilitazione, di recupero della fragilità e della vulnerabilità di un paziente, ma anche di un detenuto. La grazia è un atto di gentilezza, di leggerezza e anche di gioia, sia per chi la concede che per chi la riceve. \</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Occhio alla salute: perché votare No al referendum sulla giustizia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/occhio-salute-perche-votare-no-referendum-giustizia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/occhio-salute-perche-votare-no-referendum-giustizia/</guid><pubDate>Mon, 19 Jan 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rodolfo Saracci</dc:creator><category>societa</category><description>Il referendum sulla proposta di riforma della Costituzione chiamato semplicisticamente “sulla separazione delle carriere” coinvolge in realtà una materia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/occhio-salute-perche-votare-no-referendum-giustizia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/occhio-salute-perche-votare-no-referendum-giustizia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il referendum sulla proposta di riforma della Costituzione chiamato semplicisticamente “sulla separazione delle carriere” coinvolge in realtà una materia giudiziaria complessa, con una rilevante implicazione per la salute dei cittadini. La salute è un diritto sancito dall&rsquo;articolo 32 della Costituzione, che viene specificato da un sistema di leggi e regolamenti la cui tutela è garantita dalla giustizia, concretizzata nelle azioni della magistratura. Quest&rsquo;ultima «costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art.104 della Costituzione).</p>
<p>È frequente l’intervento della giustizia in atti della pratica medica che sollevano interrogativi legali. Per esempio, è drammatica realtà di ogni giorno l’intervento nell’accertamento delle responsabilità delle morti sul lavoro o per incidenti stradali, ed è frequente l’intervento nella valutazione dell&rsquo;applicazione delle normative di protezione igienica e ambientale della salute. In ciascun intervento concernente la salute in senso investigativo, riparativo o preventivo sono in esame ruolo e responsabilità di persone, in quanto private o in quanto ricoprenti funzioni pubbliche. In altre parole, la tutela della salute implica sempre una valutazione giuridica delle responsabilità individuali.</p>
<p>Un esame imparziale richiede un giudice non dipendente, direttamente o per interposte influenze, dagli interessi spesso legittimi ma spesso anche contrastanti e talora illegittimi delle persone implicate. Tra le tante è esemplificativa la <a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/25_dicembre_30/ex-ilva-si-tratta-in-esclusiva-con-il-fondo-di-michael-flacks-che-ha-offerto-un-euro-per-l-acciaio-di-taranto-ma-la-strada-e-8ba9a246-f8e1-474b-8d7f-bef6a87e7xlk.shtml" rel="noopener">vicenda</a> tuttora in corso delle acciaierie ex ILVA di Taranto, in cui solo un organo indipendente come la magistratura (assistita da consulenti tecnici) è in grado di verificare la effettiva conformità alle norme di protezione occupazionale e ambientale di quanto viene fatto come risultato dell’intersecarsi di legittimi ma divergenti interessi, dei lavoratori al posto di lavoro e la salute, della proprietà al rendimento economico, del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene al proprio indirizzo di politica industriale. Alla luce della necessità, imperativa in uno stato di diritto, dell&rsquo;indipendenza della magistratura diventa pertinente domandarsi: ma su cosa si vota effettivamente nel referendum sulla separazione delle carriere?</p>
<p>La risposta sta in alcune considerazioni.</p>
<p>Il <a href="https://www.cortedicassazione.it/referendum" rel="noopener">quesito del referendum</a> si limita a indicare l&rsquo;approvazione della proposta parlamentare: <em>Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?</em>. Viene lasciato al cittadino l’andarsi a vedere il testo e confrontarlo con l&rsquo;attuale Costituzione, e in concreto questo significa che l&rsquo;illustrazione del contenuto su cui si vota è demandato alle presentazioni e spiegazioni di campagna elettorale.</p>
<p>Tra queste ultime, le più largamente propagandate battono e ribattono che si tratta di decidere se le carriere dei magistrati requirenti (pubblico ministero) e giudicanti debbano essere separate, e formalmente il quesito referendario riguarda effettivamente questo aspetto. Ma la scelta è solo apparente, perché di fatto le carriere sono già separate: tra i magistrati assunti negli ultimi vent&rsquo;anni la percentuale di passaggi di carriera <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/quanti-magistrati-cambiano-carriera" rel="noopener">è dell’ordine dell’1%</a>.</p>
<p>Significa dunque che non c&rsquo;è nessuna decisione reale in gioco? No: c&rsquo;è il sistema di controllo della magistratura attualmente esercitato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Nella <a href="https://www.gazzettaufficiale.it" rel="noopener">riforma</a> gli organi di controllo diventano, senza chiara giustificazione, tre: il Consiglio unico viene duplicato, uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente, e viene istituita un&rsquo;Alta Corte. Per entrambi i Consigli i membri magistrati non sono più eletti ma puramente sorteggiati, mentre i membri non magistrati (professori universitari ordinari in materie giuridiche o avvocati con anzianità di esercizio di almeno quindici anni) sono sì tirati a sorte - ma entro una lista di votati e eletti dal Parlamento. Poiché attualmente sia i magistrati sia i non magistrati sono tutti scelti per elezione, la modifica cancellerebbe solo per i magistrati la possibilità di esprimersi sulla composizione dell&rsquo;organo di controllo attraverso un voto. La stessa condizione vale per l&rsquo;Alta Corte, di nuova istituzione, le cui modalità di composizione sono simili a quella dei Consigli e alla quale viene trasferita la giurisdizione disciplinare sui magistrati attualmente di competenza della sezione disciplinare del Consiglio. Da notare però che l’Alta Corte responsabile delle procedure disciplinari sui magistrati non sarà presieduta, a differenza del Consiglio attuale e dei due Consigli proposti, dalla figura di garanzia del Presidente della Repubblica.</p>
<p>Risulta quindi che l’approvazione, di quasi nessuna rilevanza pratica, della separazione delle carriere traina con sé l&rsquo;importante approvazione del cambiamento del sistema di controllo della magistratura, requirente e giudicante, con la soppressione dell&rsquo;autonomia dei magistrati - e quindi la riduzione dell&rsquo;indipendenza della magistratura dal potere politico - nella formazione degli organi che ne controllano, e ove necessario ne sanzionano, l’operato.   </p>
<p>La più autorevole conferma che questo è l’obiettivo delle riforma oggetto del referendum viene da un&rsquo;<a href="https://roma.corriere.it/notizie/politica/25_novembre_03/nordio-intervista-riforma-giustizia-d0d6554f-06f8-4651-b27b-ad8e08fafxlk.shtml" rel="noopener">esplicita dichiarazione</a> dello stesso ministro della Giustizia Nordio, promotore della riforma: questa non concerne il miglioramento della funzionalità della giustizia ma «fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Chiarissimo: a essere in questione è il primato del potere politico sulla magistratura, ben al di là della ristretta questione tecnica di facciata della separazione della carriera di magistrato requirente (pubblico ministero) da quella di magistrato giudicante.</p>
<p>Per concludere, su cosa dunque si vota? Sostanzialmente sul grado di effettiva “autonomia e indipendenza” della magistratura. Ed è sicuramente nell’interesse della tutela della salute individuale e collettiva dire “No” a una riforma capace di condurre a magistrati più controllati di oggi dal potere politico, in particolare esecutivo,  nelle innumerevoli questioni legali della medicina e della sanità pubblica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giovani madri. Storie di difficoltà, storie di speranza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giovani-madri-storie-difficolta-storie-speranza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giovani-madri-storie-difficolta-storie-speranza/</guid><pubDate>Fri, 16 Jan 2026 08:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Usanza di altri tempi, da cronaca di provincia, eppure titoli come Filippo e Luca sul filo dei secondi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/giovani-madri-storie-difficolta-storie-speranza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/giovani-madri-storie-difficolta-storie-speranza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Usanza di altri tempi, da cronaca di provincia, eppure titoli come <a href="https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-milano/20260102/281633901605457" rel="noopener"><em>Filippo e Luca sul filo dei secondi. Duello tra ospedali per il primo nato</em></a> riempiono ancora le pagine dei quotidiani italiani alla ripresa dopo Capodanno. Quale duello a Milano tra un ospedale pubblico (Buzzi) e un privato convenzionato (San Raffaele)? A chi meglio gestisce l’induzione del parto con un bersaglio temporale? O a chi si dimostra più abile nel condurre una procedura che consente di generalizzare ad altre da parte della struttura vincitrice? Mah. Ha comunque vinto Filippo (2 chili e 780 grammi) immortalato in braccio alla mamma, con una mano riconoscente del padre sulla spalla. Mezza pagina nella cronaca di Milano del maggior quotidiano nazionale, per diffusione e lettori, è un evento. Il ritaglio sarà conservato (forse anche incorniciato) per mostrarlo a Filippo quando sarà cresciuto. </p>
<p>Un evento, la nascita a ridosso della mezzanotte, che ricorre tutti i giorni dell’anno, anche se con minor probabilità ultimamente, poiché la <a href="https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories/IT1,POP,1.0/POP_BIRTHFERT/DCIS_NATI2/IT1,25_74_DF_DCIS_NATI2_1,1.0" rel="noopener">riduzione delle nascite/die</a> tra il 2009 e il 2024 è stata del 12% (145 in meno ogni giorno). La cronaca così fatta sembra rimandare a una nostalgica “Italietta”, quando il tasso di fecondità era di 2,34 (1952) e non 1,18 (2024), quando le famiglie monogenitoriali erano una rarità mal tollerata (mentre oggi, al 2024, sono il 19, 2% e l’82% di questi genitori unici <a href="https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories/IT1,POP,1.0/POP_HOUSEHOLDS/POP_HOUS_SINGLEPAR/IT1,82_87_DF_DCCV_AVQ_FAMIGLIE_6,1.0" rel="noopener">sono donne</a>). Il primo nato dell’anno, anche quest’anno, è di peso adeguato, sano e maschio a completare l’informazione augurale di cronaca per il 2026. E quindi a confermare quell’«Italietta piccolo-borghese, fascista, democristiana, provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare», come <a href="https://www.cittapasolini.com/post/calvino-e-pasolini" rel="noopener">ebbe a dire</a> Pasolini polemizzando con Calvino nel 1974. </p>
<h2 id="le-bambine-madri-davvero-una-scoperta">Le bambine madri. Davvero una scoperta?</h2><p>Una immagine costruita che fa torto alla realtà complessa e per molte persone complicata, anche ancor prima di nascere, un&rsquo;informazione fantasy di quelle che sono oggi la famiglia e la genitorialità. Raccontare un avvenimento senza dimenticare di contestualizzarlo e di fornire elementi non tanto interpretativi, ma che suggeriscano al lettore una riflessione appropriata dovrebbe, comunque, essere compito di una cronaca informativa.  Una cronaca che mostra il suo “umanesimo scolastico” <a href="https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/25_dicembre_31/milano-le-bambine-diventati-madri-le-adolescenti-che-partoriscono-non-sono-piu-casi-isolati-44b1fad3-d0cf-434a-adef-95aa1fbf1xlk.shtml" rel="noopener">dedicando una pagina</a> dell’edizione precedente, quella dell’ultimo giorno dell’anno, alle «bambine diventate madri che non sono più casi isolati».</p>
<p>Fenomeno che in realtà <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/piccole-mamme" rel="noopener">non è mai stato una novità</a> in nessun tempo e che, comunque, non ha mai avuto appropriati interventi preventivi e terapeutici per la madre, il neonato o la neonata e la comunità (famigliare e sociale). </p>
<p>Il fenomeno delle mamme bambine è abbastanza circoscritto in Italia, interessando 1,3 parti ogni mille, a differenza di quanto avviene nelle nazioni dell’Est Europa dove i tassi sono anche 20 volte superiori. In Italia è più diffuso nel Mezzogiorno che <a href="https://www.marionegri.it/magazine/mario-negri-fenomeno-mamme-bambine-in-lombardia" rel="noopener">in Lombardia</a>. Nel 2024 nel nostro Paese hanno partorito 2.285 ragazze minori di 20 anni, di cui 631 in Sicilia; 317 hanno interrotto volontariamente la gravidanza e 7 sono andate incontro ad aborti spontanei. In qualsiasi istituto di scuola superiore ogni anno almeno una studentessa è gravida: una ragazza ogni 615 della stessa classe d’età (15-20 anni).</p>
<h2 id="serve-una-rete-solidale-fatta-di-accoglienza-e-inclusione">Serve una rete solidale, fatta di accoglienza e inclusione</h2><p>Nonostante il numero di parti delle madri minori di vent&rsquo;anni <a href="https://demo.istat.it/app/?i=FE3&amp;l=it" rel="noopener">si sia ridotto</a> negli ultimi anni (10.116 nel 2009 vs 3.552 nel 2024), in particolare per quelle di 15 anni o meno, le caratteristiche rimangono pressoché costanti: circa la metà delle madri sono straniere e un terzo delle coppie genitoriali è straniera. Sono giovani donne vittime <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aborto-gravidanza-contraccezione-salute-sessuale-conquista-leta-giovanile/">di povertà economica, esclusione sociale, deprivazione culturale</a>. La quasi totalità delle madri è nubile e senza un’occupazione lavorativa stabile. Al parto i nati di madre minorenne pesano di meno di quelli di madre adulta, con un rischio quasi doppio di dover essere trattenuti in osservazione per qualche giorno in ospedale. Ed è proprio sul dopo, sul riconoscimento del neonato o della neonata, sull’uscita dall’ospedale, sull’acquisizione della condizione di madre che la garanzia dei diritti, anche quelli prima negati, è essenziale per tutte le parti in causa: la madre, i bambini e le bambine, il padre se presente e la comunità. Occorre la costruzione e disponibilità di una rete solidale, di cui aver fiducia, che sia fatta di accoglienza e inclusione, non solo di servizi, ma anche di famigliari e amici. Esperienze, seppur rare, ci sono e quelle con risultati positivi nel tempo andrebbero sostenute, implementate e generalizzate sull’intero territorio. Iniziative che dalla fase di progetto dovrebbero andare a regime, che prevedono anche attività di sostegno alla formazione educativa e didattica, finalizzate al rispetto dell’obbligo scolastico nell’ottica del rafforzamento dei legami generazionali, dell’inclusione sociale e delle capacità di apprendimento.</p>
<p>Come narrato nel docufilm <a href="https://www.cinemaitaliano.info/film/35061/saladvdtv/assomigliami-adesso.html" rel="noopener"><em>Assomigliami adesso</em></a> del regista Luciano Accomando e prodotto nel 2024 dall&rsquo;associazione culturale palermitana Anteprima. Storie di mamme bambine, ospiti nelle strutture di accoglienza di Palermo, tra cui quella di una ragazza di 17 anni, mamma di due bambini, che vive in comunità: “una vita diversa”. Una vita da costruire, non più da sola, anche partecipando a laboratori scolastici aventi come tema l’educazione sessuale, l’educazione affettiva, il confronto generazionale e lo stile di vita. Un percorso di accompagnamento per esprimere e realizzare i propri desideri, per acquisire quell’autonomia, del pensare e del fare, in precedenza negata. <em>Assomigliami adesso</em> non ha un distributore e quindi giungerà all’attenzione di pochi palermitani. </p>
<h2 id="le-madri-minorenni-dei-fratelli-dardenne">Le madri minorenni dei fratelli Dardenne</h2><p>Storia diversa, fortunatamente, per <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giovani_madri" rel="noopener"><em>Giovani madri</em></a>, il film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiati a Cannes 2025 con il Prix du scénario (la miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale). Forse il miglior film dei fratelli Dardenne, il più libero e spontaneo, il più “realista”. La maternità e il riscatto delle giovani mamme in difficoltà ad accettare e gestire la nuova situazione alla ricerca di un futuro migliore per se stesse e i loro figli è un tema caro ai due cineasti belgi, che l’avevano già affrontato con <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/L%27Enfant_-_Una_storia_d%27amore" rel="noopener"><em>L’enfant-Una storia d’amore</em></a> nel 2005 vincendo la Palma d&rsquo;oro come miglior film al 58º Festival di Cannes. Allora era la storia semplice di Bruno, un giovane ventenne, e di Sonia, una ragazza di diciassette anni. Sonia mette al mondo un bambino, ma Bruno è unicamente preoccupato dei suoi traffici. Un film di sentimenti, di percorsi emotivi quotidiani per uscire dalla solitudine, per (ri)nascere, per vivere. Sentimenti che percorrono anche le storie delle cinque madri adolescenti che vivono in una casa di accoglienza per giovani madri e lottano per avere un futuro migliore per se stesse e per i loro figli. Storie vissute con rabbia e dolore, raccontate molto bene, spesso con volti ed espressioni da attrici non professioniste a rimarcare che spontaneità, casualità e fiducia sono caratteristiche della vita reale e non di quella narrata. Storie di maternità, quella condizione identitaria per il sé e per gli altri, complessa, che non inizia con il parto, ma prima e continua (per sempre?) dopo. Una condizione a cui spesso non si è preparati.</p>
<p>Nella fotografia filmica di gruppo ci sono Jessica, che sta per partorire e che segue ogni giorno la mamma che l’ha abbandonata alla nascita, nella speranza di trovare risposte alle sue domande, e in particolare come non ripetere quanto da lei subito. C’è Julie che vuole vincere la tossicodipendenza iniziando una vita familiare con il suo giovane compagno e il loro bambino. Ariane che cerca di affermarsi contro una madre che vuole vivere la nascita della nipote come rimedio alla sua dipendenza dal compagno violento. Perla che cerca aiuto dalla sorella e poi le restituisce i soldi che le aveva prestato e che cerca di convincersi che il padre del suo bambino, per quanto disinteressato a lei, finirà per essere un bravo genitore. E c’è Naïma, ragazza magrebina, che è al termine del suo percorso in comunità, ha trovato un lavoro, sta per salutare le sue amiche e lasciare quell’ambiente protetto per iniziare una vita adulta. Nella narrazione corale dei fratelli Dardenne ci sono le mamme, molte donne, ma anche tanti bambini e bambine a sottolineare che le attenzioni (i diritti) non sono, e non possono essere solo, esclusivi e unidirezionali, ma hanno forma di rondò. Non è quindi un caso che il film termini sulle note della celebre <em>Marcia Turca</em> di Wolfgang Amadeus Mozart, un rondò a strati, “vivace” e partecipato come lo sono le storie narrate.</p>
<p>L’esperienza della maternità è un evento speciale nella vita di una donna che dovrebbe essere vissuto in serenità e come risultato di una scelta partecipata. Nel caso delle mamme minorenni il rischio di disagi nello studio e quello dell’abbandono del percorso scolastico, le ricadute sul lavoro, nelle relazioni famigliari, nella pianificazione e conduzione di un progetto autonomo di vita sono maggiori che non nelle donne adulte. Il livello di autostima è spesso basso, fenomeni di depressione sono frequenti, così come i disturbi alimentari o l’abuso di sostanze, più spesso nelle giovani madri che vivono in condizioni di deprivazione sociale ed economica. Condizioni che coinvolgono anche i nuovi arrivati sin dai primi mesi di vita e li espongono al pericolo di maggiori rischi di abuso, trascuratezza e disturbi cognitivi.</p>
<p>Per evitare le gravidanze precoci nelle minorenni (e più in generale quelle indesiderate) bisogna programmare interventi educativi precoci destinati a migliorare la conoscenza sessuale e ad accrescere la consapevolezza di come evitare le gravidanze indesiderate, anche incoraggiando e sostenendo la contraccezione e una sessualità divertente e consapevole. E promuovere una maggiore attenzione e rispetto alle relazioni tra le persone, con particolare attenzione alla parità di genere, in famiglia e in ogni contesto sociale. Sono le riflessioni che anche un film può suscitare, come è il caso di <em>Giovani madri</em>, informando lo spettatore della complessità di una realtà autentica attraverso una specifica narrazione fittizia. Guardare attraverso la macchina da presa, in lunghi piani sequenza di volti e di azioni in luoghi dove ci si prende cura, dove ci si riconosce e si è riconosciuti (la casa-famiglia, la famiglia) è un’indicazione per un possibile cambiamento, una speranza.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Neurodivergenze: la stagione delle autodiagnosi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/neurodivergenze-stagione-autodiagnosi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/neurodivergenze-stagione-autodiagnosi/</guid><pubDate>Wed, 07 Jan 2026 08:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Manunza</dc:creator><category>mente</category><description>In un episodio della serie TV del 2024 English Teacher, il protagonista (che, come suggerisce il titolo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/neurodivergenze-stagione-autodiagnosi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/neurodivergenze-stagione-autodiagnosi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In un <a href="https://www.youtube.com/results?search_query=english&#43;teacher&#43;asymptomatic&#43;tourettes" rel="noopener">episodio</a> della serie TV del 2024 <em>English Teacher</em>, il protagonista (che, come suggerisce il titolo, è un insegnante) ha una discussione con una studentessa che afferma di avere la «sindrome di Tourette asintomatica». Alla domanda se abbia ricevuto una diagnosi formale, la ragazza risponde che non può riceverne una: la sindrome, essendo asintomatica, può essere solo autodiagnosticata. La scena è stata discussa anche in un <a href="https://www.reddit.com/r/Tourettes/comments/1nvkzk1/asymptomatic_tourettes_in_tv_show_english_teacher/" rel="noopener">subreddit</a> di persone con la sindrome di Tourette, quella vera, dove ha ricevuto commenti contrastanti: alcuni dicono che la scena è cringe e un po’ offensiva, mentre altri la trovano divertente e apprezzano il suo prendersi gioco di chi finge di avere la Tourette al fine di ottenere facili attenzioni. La scena, infatti, non è frutto di pura fantasia, ma si ispira a un fenomeno molto discusso in rete: quello delle autodiagnosi. </p>
<p>Le autodiagnosi in senso generale non sono una novità: è da quando Internet è diventato di dominio pubblico che le persone lo usano per capire di quale malattia soffrano in base ai propri sintomi – anche se con <a href="https://www.reddit.com/r/memes/comments/cmhhfp/when_you_google_your_symptoms/" rel="noopener">efficacia dubbia</a>. Ma negli ultimi anni il termine “autodiagnosi” ha iniziato ad avere anche una nuova accezione: oggi questa parola si riferisce spesso alle neurodivergenze e a un processo che, in un certo senso, è opposto a quello delle autodiagnosi tradizionali. Nel suo significato moderno, l’individuo non cerca più la spiegazione medica di sintomi che aveva notato in precedenza, ma si imbatte in contenuti online – spesso video – che associano una specifica neurodivergenza a dei sintomi che prima di allora poteva anche non aver mai notato in sé stesso. In questo modo, molte persone si convincono di soffrire di condizioni come l’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e il disturbo da stress post-traumatico (DSPT o, in inglese, PTSD) senza aver consultato una figura esperta, con il rischio di autodiagnosticarsi ciò che non si ha realmente.</p>
<p>Questo fenomeno è facile vittima di semplificazioni – per esempio, si potrebbe pensare che sia «<a href="https://www.reddit.com/r/changemyview/comments/126zalm/cmv_self_diagnosing_adhd_and_autism_shouldnt_be_a/" rel="noopener">solo una moda</a>» – e, visto che riguarda principalmente adolescenti, anche di paternalismo e stereotipi generazionali. Tuttavia, da qualche anno l’argomento è uscito dai forum e dalle sezioni commenti, trovando spazio sia sulle pagine delle grandi testate giornalistiche internazionali sia nel dibattito scientifico: al giorno d’oggi sono sempre di più gli psicologi che lo studiano cercando di capirne cause ed effetti.</p>
<h2 id="colpa-di-tiktok">Colpa di TikTok?</h2><p>Cercando “autodiagnosi” in Internet è difficile non imbattersi in articoli che, più o meno esplicitamente, danno la colpa a TikTok e alla disinformazione che vi dilaga. Nel social, in cui vengono pubblicati video che di solito non superano il minuto di durata, sono effettivamente presenti moltissimi contenuti sulla salute mentale e sulle neurodivergenze: a dicembre 2025, cercando “#Autism” comparivano 3,6 milioni di video, cercando “#ADHD” ne comparivano 4,8 milioni. Nel 2023, uno <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10803-023-06084-6" rel="noopener">studio</a> ha analizzato quelli che al tempo erano i 133 video più visti con l’hashtag #Autism e ha scoperto che solo un quarto di questi (il 27%) era accurato scientificamente. Infatti, raramente gli autori dei video hanno reali competenze nei temi che trattano e per lo più si limitano a raccontare esperienze personali o a fare, come le ha <a href="https://www.nytimes.com/2022/10/29/well/mind/tiktok-mental-illness-diagnosis.html" rel="noopener">definite</a> il <em>New York Times</em>, delle «liste puntate di sintomi»; per esempio, sono molto popolari titoli del tipo <em>10 Signs You Might Have…</em> (“10 segni che potresti avere…”). Anche i sintomi elencati da queste «liste puntate» sono spesso molto generici: come <a href="https://www.bbc.co.uk/newsround/65631251" rel="noopener">precisa</a> la BBC, anche se «la tua camera è sempre in disordine» e «fatichi a concentrarti», non è detto che tu abbia l’ADHD.</p>
<p>Esistono anche altri fattori che potrebbero spiegare un legame tra l’uso di TikTok e le autodiagnosi: in un <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/02667363.2024.2409451" rel="noopener">articolo</a> di Alma Foster e Natasha Ellis dell’Università di Exeter, Regno Unito, sono elencati quelli più discussi nel mondo scientifico. Uno di questi possibili fattori sarebbe l’algoritmo di TikTok, che è progettato in modo da mostrare all’utente contenuti simili a quelli su cui si è fermato in passato o con cui ha interagito tramite “mi piace”, commenti e condivisioni. L’effetto è una cosiddetta <em>echo chambe</em>r o “bias di conferma indotto dall’algoritmo”: un circolo vizioso in cui l’utente interagisce con i video con cui è d’accordo e l’algoritmo gliene mostra altri simili, rafforzandone così le convinzioni iniziali.  Una persona che sospetta di avere una neurodivergenza troverà su TikTok solo i video che confermano questa convinzione, mai quelli che la contraddicono. Altri fattori potrebbero essere il modo in cui si parla delle neurodivergenze su TikTok (spesso romanticizzate) e un meccanismo di “contagio sociale”: la popolarità dei video sulle autodiagnosi incentiva a produrne altri di simili, anche al costo di esagerare i propri sintomi o inventarli da zero. </p>
<p>Foster ed Ellis fanno però notare che, nonostante queste e altre possibili spiegazioni, le prove di un legame tra autodiagnosi e TikTok sono quasi esclusivamente aneddotiche: storie di ragazzi e ragazze che si sono convinti di essere neurodivergenti dopo aver visto dei video su TikTok. Gli studi su questo nuovo tipo di autodiagnosi sono ancora pochi, e ancora meno sono quelli che mostrano un possibile collegamento con il social: legame che è possibile, ma non provato scientificamente. Le autrici mettono anche in guardia dal rischio di considerare gli adolescenti come una massa omogenea di ingenui che credono a tutto ciò che vedono online; inoltre le ipotesi citate sopra trascurano sia i possibili fattori esterni sia la naturale ricerca della propria identità che si svolge durante l’adolescenza. </p>
<h2 id="perché-ci-sono-così-pochi-studi">Perché ci sono così pochi studi</h2><p>Anche se gli psicologi si stanno interessando sempre di più alle autodiagnosi, attualmente l’articolo scientifico di Foster ed Ellis è uno dei pochi che si trova sull’argomento. Come ci ha spiegato Alma Foster, le cause di questa penuria di studi sono almeno tre. La prima, e più banale, è che il fenomeno è estremamente recente: se ne parla da appena tre o quattro anni e anche il suo articolo con Ellis è solo del 2024. La seconda è che uno studio sulle autodiagnosi va incontro a molti problemi etici, dato che i partecipanti ideali sono adolescenti che potrebbero essere neurodivergenti: ovvero individui estremamente vulnerabili.</p>
<p>La terza causa è che non esiste una definizione univoca di cosa sia un’autodiagnosi, ma persone diverse possono darne significati diversi; per esempio, in un <a href="https://www.ucdenver.edu/student/stories/library/healthy-happy-life/down-the-rabbit-hole-of-self-diagnosis-in-mental-health" rel="noopener">blog</a> dell’Università del Colorado si citano come “autodiagnosi” anche espressioni relativamente comuni, come dire che un certo evento è stato un “trauma”. Questo significa che molte persone che sarebbero tecnicamente considerabili autodiagnosticate non si identificano come tali, e quindi non si candiderebbero per un ipotetico studio sull’argomento.</p>
<h2 id="perché-non-rivolgersi-a-una-figura-professionale">Perché non rivolgersi a una figura professionale?</h2><p>Foster ed Ellis cercano anche una risposta al perché qualcuno convinto di avere una neurodivergenza non dovrebbe rivolgersi a uno specialista, a maggior ragione in tutti quei casi in cui una diagnosi formale aprirebbe le porte a benefici e agevolazioni: per esempio, nelle università italiane <a href="https://www.aiditalia.org/news/dsa-e-universita-normativa-e-consigli-utili" rel="noopener">serve una diagnosi</a> per poter accedere ai servizi dedicati agli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA).</p>
<p>Innanzitutto, questa domanda in molti casi non si pone, perché spesso l’autodiagnosi è solo un primo passo che porta a cercare l’aiuto di un esperto di salute mentale. In questo senso, il fenomeno delle autodiagnosi è, in parte, il risultato di una minore stigmatizzazione delle neurodivergenze (ne abbiamo parlato da poco anche nella <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/malati-social-cambiano-nostro-modo-vivere-malattia/">recensione</a> del libro <em>#Malati</em>) e potrebbe portare molte persone a cercare aiuto per un problema che non sapevano di avere o di cui avevano paura a parlare.</p>
<p>Ciò non toglie che alcuni individui si fermino alla propria autodiagnosi senza fare mai il passo successivo e, anche in questo caso, i possibili motivi sono più di uno. Un’ipotesi è che sia il senso di appartenenza al gruppo (in questo caso quello dei “neurodivergenti” contrapposto a quello dei “neurotipici”) a rendere riluttanti a cercare una diagnosi formale, perché un risultato negativo porterebbe all’esclusione dalla comunità in cui ci si identificava. Al contrario, altri ipotizzano che un adolescente potrebbe essere dissuaso dal rivolgersi a uno specialista per paura di passare per qualcuno che cerca attenzioni o che segue una moda. </p>
<p>Un’altra causa importante potrebbe essere l’incapacità dei sistemi sanitari di far fronte alle necessità della gente: Foster ed Ellis citano le lunghe liste d’attesa nel Regno Unito, ma argomenti del tutto analoghi valgono anche per l’Italia. Secondo l’organizzazione <a href="https://www.adhdeurope.eu/wp-content/uploads/Survey-2020-FINAL.pdf" rel="noopener">ADHD Europe</a>, che si occupa di fare divulgazione sull’ADHD e incentivare la ricerca in merito, per ottenere una prima visita in Italia nel 2021 bisognava attendere un minimo di 6 mesi, che potevano diventare anche un anno in regioni come la Campania. L’alternativa è rivolgersi al privato, dove il prezzo di una diagnosi di ADHD varia tra i 300 e i 600 euro.</p>
<p>Ovviamente i <a href="https://www.ilpost.it/2023/02/02/liste-tempi-attesa-ospedali-sanita/" rel="noopener">problemi del sistema sanitario italiano</a> non possono da soli spiegare un fenomeno di portata globale: nulla può spiegarlo da solo. Sicuramente esistono persone che si autodiagnosticano una neurodivergenza solo per apparire diverse dagli altri, per ottenere attenzioni, per seguire una moda o perché «ho visto un video su TikTok e sembrava parlasse proprio di me»; ma non si può banalizzare un discorso tanto complesso a questi pochi punti. Esistono molte cause, probabilmente interconnesse tra loro, che non conosciamo ancora appieno. </p>
<p><em>Questo articolo è stato scritto anche grazie alle numerose e-mail scambiate con Alma Foster, a cui vanno dei doverosi ringraziamenti per tutte le informazioni e i pareri forniti.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La necessità di una nuova alleanza tra scienza e società</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa/</guid><pubDate>Thu, 01 Jan 2026 10:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rino Falcone</dc:creator><description>La scienza nasce nella società. È il “prodotto” sofisticato e accurato che deriva, esplicitamente e implicitamente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/necessita-nuova-alleanza-scienza-societa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La scienza nasce nella società. È il “prodotto” sofisticato e accurato che deriva, esplicitamente e implicitamente, dal sistema di formazione che addestra gli umani, li educa ai metodi e ai contenuti dei saperi già sviluppati in precedenza e ne potenzia creatività e rigore metodologico. Eppure, sebbene figlia predeterminata e legittima della società, la scienza risulta a volte separata e distaccata dalle finalizzazioni che la società assume, dal senso e sentire comune. Anche per questo, di conseguenza, le sue risultanze, e a volte il suo stesso metodo di elaborazione, possono venire ignorate e sottovalutate dalla politica. Politica che della società dovrebbe piuttosto interpretare - se strategicamente conforme alle proprie prerogative - bisogni e aspirazioni di lunga prospettiva.</p>
<p>Nel caso dell’Italia, per esempio, le politiche della ricerca hanno visto alternarsi approcci differenti con sensibilità leggermente variabili ma con un sostanziale reiterato disinteresse da parte di tutti gli schieramenti politici verso la ricerca: eloquenti sono i confronti storici tra l’investimento italiano e quelli dei Paesi analogamente sviluppati. Per un attuale aggiornamento (2023): 1,37% del PIL in Italia; 2,26% del PIL per media EU; 2,7% del PIL per media OCSE.</p>
<p>Insomma, veniamo da una lunga fase in cui la visione politica di indirizzo del Paese non ha compiutamente considerato la scienza, la ricerca e l’innovazione tecnologica come un riferimento essenziale del motore strategico italiano, se non in marginali esperienze e in singoli protagonisti.</p>
<p>Come detto, la difficoltà di questa scarsa sensibilità della politica nei confronti della scienza è il risultato di una più evidente separazione tra scienza e società che ha prodotto nell’evoluzione umana straordinarie opportunità e al tempo stesso è stata attraversata da incomprensioni e conflitti. Il “luddismo”, movimento di protesta contro l’introduzione degli automatismi tecnologici nel periodo della rivoluzione industriale o i recenti fenomeni di scetticismo vaccinale, ne sono emblematici esempi.</p>
<p>In particolare, i conflitti che nascono tra scienza e società possono essere ricondotti a differenti ragioni:</p>
<ul>
<li>Una <em>naturale resistenza verso le trasformazioni</em> che determinano un profondo cambiamento tanto nella sfera cognitivo-concettuale che nella vita pratica. Queste trasformazioni vivono, negli ultimi tempi, ritmi più accelerati a causa del fatto che scienza e tecnologia si intrecciano più intensamente (a volte confondendosi l’una con l’altra). Le resistenze quindi vanno seriamente considerate, indagate e analizzate. Il successo delle nuove acquisizioni scientifiche e degli impatti che ne possono derivare dipenderà dall’adeguatezza delle risposte nel risultare oneste, esplicative e convincenti.</li>
<li>La <em>confusione</em> tra l’autorità della scienza, legittimata dal consolidamento dei propri risultati attraverso il metodo scientifico, e l’ufficialità del potere politico/istituzionale, legittimato dal consenso popolare attraverso le regole democratiche. Le verità scientifiche non sono di parte, e il fatto che i poteri ufficiali le riconoscano, non le riduce agli obiettivi che quei poteri perseguono, ma che riguardano una visione futura non necessariamente oggettiva e condivisa (mentre autorevole e condiviso deve risultare l’avanzamento della ricerca). Resta oggetto di discussione e confronto, l’utilizzo e l’applicazione delle ricadute della scienza e della tecnologia.</li>
<li>Gli <em>effetti distorcenti</em> sulla realtà introdotti dai nuovi mezzi e modalità di comunicazione: la connessione globale, i social media, la condivisione virtuale, che hanno prodotto enormi potenzialità ma anche pericolosi passaggi semplificatori. L’idea che il sapere specializzato (la conoscenza più avanzata) sia sostanzialmente comprensibile e gestibile da chiunque senza alcuna mediazione, ossia senza il possesso di alcuni strumenti fondamentali (le competenze), acquisibili attraverso formazione e studio specifico. In questo senso, la conoscenza viene sostanzialmente assimilata con l’informazione: essere informati corrisponde anche ad avere acquisito conoscenza. Allo stesso modo e in tutti i domini. </li>
<li>La <em>complessità nella</em> <em>costruzione dei saperi</em>, con produzione di enormi benefici ma anche di effetti non sempre e per tutti: positivi, comprensibili, accettabili. Di fatto, gli avanzamenti scientifici procedono in modo non lineare, a volte ambivalente fino al maturare delle ipotesi prevalenti: si è potuto constatare come dubbio e incertezza (e disaccordo e discussione) siano parte integrante e motore attivo della ricerca scientifica e che le teorie e i modelli di successo che la scienza è in grado di offrire, siano risultanza di processi lunghi, faticosi e irti di ostacoli. Mai comunque definitivi. </li>
<li>ll <em>propagarsi delle cosiddette pseudoscienze</em>, ossia “verità” non avvalorate dal metodo scientifico, ma che si presentano come portatrici di ipotesi che il potere volutamente nasconderebbe alle masse. Alternative quindi alle verità delle scienze ufficiali, ingannevoli queste ultime in quanto tali e/o sottomesse ad interessi economici.</li>
</ul>
<p>Guardando a questi conflitti si comprende come la politica possa svolgere un ruolo chiave su di essi sia in senso di moderazione e risoluzione quanto nel senso di strumentalizzazione ed esasperazione degli stessi.</p>
<p>I movimenti populisti fanno spesso leva su queste strumentalizzazioni per sollecitare paure e superstizioni adducendo responsabilità inesistenti agli avanzamenti della scienza e alle autorità che ne farebbero uso contro la popolazione. Sfiduciare la scienza e le istituzioni permette a questi movimenti di rendere più fragili i presidi consolidati degli avanzamenti sociali, indirizzando il consenso nelle direzioni scelte dalla manipolazione organizzata.</p>
<p>D’altronde, le inadeguatezze della politica nel rapporto con la scienza possono produrre mostri.</p>
<p>Consideriamo due esempi assai diversi tra loro ma paradigmatici.</p>
<p>Il primo riguarda il caso della agricoltura biodinamica. Nel 2021 il Senato della Repubblica vota una Legge (all’unanimità, esclusa la senatrice Elena Cattaneo) che permetterebbe di equiparare l’agricoltura biodinamica a quella biologica, concedendole finanziamenti e avallando l’utilità produttiva di un tale metodo agricolo. L’agricoltura biodinamica si distingue da quella biologica in quanto integrata da pratiche magico-esoteriche che ne favorirebbero qualità e quantità della produzione. Con pratiche del tipo: “letame infilato nel cavo di un corno di una vacca che abbia partorito almeno una volta”, o ancora “una vescica di cervo maschio riempita di fiori di achillea, lasciata essiccare al sole per tutta l’estate, sotterrata a 30 centimetri di profondità in autunno e dissotterrata nel periodo di Pasqua”.</p>
<p>La sollevazione degli scienziati (in particolare le più prestigiose associazioni scientifiche, inclusa l’Accademia dei Lincei) ha fatto sì che intervenisse direttamente il Presidente Mattarella con il suo potere di influenza. E la legge fu emendata alla Camera. Aldilà di altre ragioni che possono individuarsi dietro questa linea di comportamento, è preoccupante il mescolamento di piani differenti: il valore antropologico di alcune tradizioni con la fondatezza e la razionalità produttiva delle tecniche agricole.</p>
<p>Un secondo caso riguarda l’appropriazione dei dati degli utilizzatori dei social media da parte delle BigTech (Google, Facebook, Amazon, IBM, etc). Le politiche internazionali non sono state in grado di contrastare questo fenomeno che oggi si sta rivelando eclatante con l’ingresso nella scena mondiale della AI generativa. Per comprendere quale investimento sia necessario per poter sviluppare questi sistemi, si valuti che le spese in AI da parte delle BigTech corrispondeva, nel 2021, a 340 miliardi di dollari (fonte Statista), laddove il Governo USA ne spendeva nello stesso anno 2,5 miliardi. Ma queste società potevano e possono accedere a tali investimenti proprio a causa della appropriazione sopra denunciata e non contrastata dal potere pubblico. Infatti, le risorse pubblicitarie vengono garantite dalla enorme utenza dei social media. Utenza che gratuitamente offre i propri dati e si espone alle pubblicità. Ecco alcuni dati: introiti pubblicitari nel 2022, 114 miliardi di dollari per Meta; 225 miliardi per Google (fonte Statista).</p>
<p>La quantità di risorse accumulabili in tal modo facilita, oltretutto, la capacità di attrarre le menti migliori, quei talenti che fanno dello sviluppo della AI una tecnologia in enorme crescita. La concentrazione di risorse e di potere tecnologico a questo livello dimensionale sta presentando un potenziale di trasformazione della società, non prevedibile e del tutto ignoto.</p>
<p>Il fenomeno Elon Musk che da singolo individuo, proprietario di aziende con la forza economica di uno Stato, decide di assumere poteri politici di straordinaria portata, indica la gravità della prospettiva in cui la governance sociale rischia di terminare. </p>
<p>Come si comprende da questi esempi, il ruolo della politica nel modulare il rapporto scienza-società è fondamentale, così come spetta ad essa il compito di recuperare un dialogo più sistematico e operativo con la scienza. Mantenendo il rispetto per la sua autonomia ma modulando/mediando/interpretando gli impatti che l’evoluzione scientifica comporta con le priorità che emergono nel dominio dell’etica, della democrazia, dei diritti e dei doveri, di cui la politica deve farsi carico. Senza un’adeguata mediazione, rischiamo di trovarci ad inseguire e a tentare di correggere modelli imposti dagli avanzamenti tecnologici, senza filtri se non quelli del profitto e della rendita di mercato. Uno sbilanciamento a cui già assistiamo con i giganti del monopolio di cui parlavamo sopra.</p>
<p>Una nuova alleanza tra scienza e politica è quindi necessaria. Le sfide che abbiamo davanti riguardano: i) quella del digitale e della nuova AI: strumento di libertà ma anche di dominio; ii) quella ecologica: crescente degrado di biosfera, atmosfera, oceani, continenti, città, fiumi, colture; iii) quella della globalizzazione: interdipendenza per profitto piuttosto che per solidarietà; iv) quella della <em>democrazia</em>: autocrazie, nazionalismi e xenofobia crescenti, incapacità di arginare le crescenti disuguaglianze.</p>
<p>Un capitolo a parte, di sempre più pregnante attualità, è il ruolo che i più avanzati sviluppi tecnologici possono svolgere nella realizzazione degli strumenti di guerra. Le scienze dell’artificiale e della comunicazione sono oggi in grado di elaborare e realizzare sistemi sempre più pervasivi e con capacità di decisione autonoma operanti nei conflitti armati. Si tratta di una frontiera del tutto nuova che, anche alla luce dei recenti e drammatici cambiamenti geopolitici, ci impone sostanziali problematiche di ordine etico/morale mai prima realmente affrontate.</p>
<p>In un mondo in cui l’uso distorcente e/o malevolo della tecnologia può rapidamente stravolgere gli equilibri consolidati nei più disparati campi di esercizio individuale e sociale, il futuro del genere umano resta legato alla capacità di stabilire una nuova alleanza, coerente ed equilibrata, con la scienza e la ricerca, così che la conoscenza risulti al servizio degli obiettivi prioritari e condivisi del bene pubblico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La migrazione sanitaria in Italia, spiegata bene</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/migrazione-sanitaria-italia-spiegata-bene/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/migrazione-sanitaria-italia-spiegata-bene/</guid><pubDate>Thu, 18 Dec 2025 07:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>Periodicamente la mobilità sanitaria, cioè il trasferimento delle persone dalla propria Regione a un’altra per ricevere le cure di cui hanno bisogno approda sui media con toni apocalittici. Ma di che cosa parliamo? E quali sono gli aspetti davvero problematici capaci di generare costi ingiustificati e diseguaglianze?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/migrazione-sanitaria-italia-spiegata-bene-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/migrazione-sanitaria-italia-spiegata-bene-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il fenomeno della migrazione sanitaria definisce lo spostamento di cittadini da una Regione all’altra per ricevere assistenza. Il termine tecnico che la definisce è però mobilità sanitaria. Probabilmente il termine migrazione trova largo uso perché giornalisticamente più accattivante e perché caratterizza meglio la componente più significativa dei flussi di mobilità: lo spostamento massiccio di pazienti dal Sud al Nord. Ogni volta che escono gli ultimi dati, la narrazione raggiunge toni biblici con il termine “esodo” che ricorre continuamente:  “Mezzo milione di malati in fuga: già oggi è esodo verso il Nord in cerca di cure migliori e veloci” (<a href="https://www.repubblica.it/politica/2024/06/24/news/sanita_nord_italia_situazione-423274192/" rel="noopener">da <em>la Repubblica</em></a>).</p>
<p>Di recente il tema della migrazione sanitaria <a href="https://emiliaromagnasanita.it/fuori-regione-de-pascale-occorre-cogovernare-il-processo/" rel="noopener">è stato posto</a> con forza dal presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, che ha fatto presente come l’intensità del fenomeno cominci ad avere gravi ripercussioni anche nelle Regioni con un maggiore saldo attivo sia per l&rsquo;inadeguatezza delle tariffe rimborsate che per la difficoltà di garantire le prestazioni, tanto ai propri residenti quanto ai pazienti provenienti dalle altre Regioni. A questa posizione hanno fatto eco analoghe posizioni, magari con sfumature leggermente diverse, dei presidenti al tempo delle altre due Regioni con un forte saldo attivo, e cioè la Lombardia e il Veneto. Può allora valere la pena di approfondire questo tema, che presenta anche notevoli difficoltà interpretative data la complessità amministrativa, partendo dai dati. Le considerazioni che seguono, centrate soprattutto sui flussi di mobilità del 2023, potranno risultare utili anche per una migliore lettura dei prossimi Rapporti sulla mobilità sanitaria del 2024 e dei relativi commenti sull’ennesimo esodo che inevitabilmente documenteranno. </p>
<h2 id="regole-e-dimensioni-della-mobilità-sanitaria">Regole e dimensioni della mobilità sanitaria</h2><p>La mobilità sanitaria è innanzitutto un diritto costituzionale che si esprime nella libera scelta del luogo di cura, libertà che è stata esplicitamente prevista nella Legge 833 istitutiva del Servizio <br>
che un cittadino può ottenere direttamente dalle strutture pubbliche e private accreditate delle altre Regioni. Tra queste prestazioni quelle di ricovero in ospedale sono le più importanti, riguardando circa il 70% del valore complessivo degli scambi di mobilità. Per questo qui ci si concentrerà sui flussi di mobilità dei ricoveri ospedalieri.  </p>
<p>Gli scambi di mobilità vengono pagati in larga misura in anticipo dalle Regioni debitrici a quelle creditrici. Infatti, quando si procede al riparto annuale del Fondo sanitario nazionale alle Regioni creditrici con un saldo di mobilità attivo viene riconosciuto un finanziamento aggiuntivo, una sorta di acconto, calcolato sui flussi di mobilità degli anni precedenti. Si tratta di un acconto ovviamente derivante da una contestuale riduzione del finanziamento alle Regioni debitrici. Negli anni successivi si paga o si recupera il saldo del conto. Per fare una stima della dimensione economica del fenomeno complessivo della mobilità sanitaria, in base all’ultimo riparto del Fondo sanitario disponibile al momento in cui sto scrivendo, <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1732802686.pdf" rel="noopener">quello del 2024</a>, vediamo che le Regioni si scambiano per effetto della mobilità 5,037 miliardi di euro. Le Regioni con un saldo passivo più alto sono Campania (308 milioni pari al 2,58% del suo Fondo sanitario indistinto, al netto cioè dei finanziamenti dedicati a singole voci di spesa), Puglia (con 230 milioni pari al 2,7% del Fondo), Calabria (con 305 milioni pari al 7,6% del Fondo) e Sicilia (con 242 milioni pari al 2,33% del Fondo). Per converso le Regioni con un saldo attivo più alto sono Lombardia (624 milioni pari al 2,89% del Fondo), Emilia-Romagna (525 milioni pari al 5,4% del Fondo) e Veneto (198 milioni pari all’1,87% del Fondo). </p>
<h2 id="i-numeri-dellesodo-per-i-ricoveri">I numeri dell’esodo per i ricoveri </h2><p>Per capirne un po’ di più di mobilità sanitaria per l’attività di ricovero ci possiamo basare sui dati dell’Agenas (Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali), ricavabili dal <a href="https://stat.agenas.it/web/index.php?r=public%2Findex&amp;report=10" rel="noopener">suo Portale Statistico</a> nell’area dedicata alla mobilità sanitaria e relativi attualmente agli anni dal 2018 al 2023. L’Agenas ha anche pubblicato due rapporti sulla mobilità sanitaria in Italia relativi <a href="https://www.agenas.gov.it/images/agenas/monitor/quaderno/mobilita_sanitaria-2024/AGENAS_Mobilit%C3%A0_Sanitaria.pdf" rel="noopener">al 2024</a> (dati 2023) e <a href="https://www.agenas.gov.it/images/agenas/monitor/quaderno/mobilita-sanitaria/Mobilita-sanitaria-completo-def.pdf" rel="noopener">al 2023</a> (dati 2022). Agenas analizza la casistica dei ricoveri per singola Regione e distinta a seconda:</p>
<ul>
<li>della natura della mobilità: apparente (il cittadino di una Regione ha il domicilio nell’altra Regione in cui si ricovera); casuale (il ricovero viene effettuato a seguito di una urgenza); effettiva (quando si tratta di una mobilità per scelta)</li>
<li>del livello di complessità dei ricoveri (distinzione utilizzata solo per analizzare la mobilità effettiva): alta complessità, media o bassa complessità e ricoveri a rischio di inappropriatezza</li>
<li>della distanza tra il luogo di residenza e il luogo di cura: si parla di mobilità di confine quando il ricovero avviene in una regione confinante. </li>
</ul>
<p>Dalle elaborazioni dell’Agenas su dati 2023 relativi alla natura della mobilità e alla distanza tra luogo di cura e luogo di residenza vengono fuori dati interessanti che ci aiutano a dare delle dimensioni e soprattutto un perimetro all’esodo:</p>
<ul>
<li>una notevole quantità dei 668.000 ricoveri totali in mobilità ricadono nelle categorie dei ricoveri casuali (106.000) o apparenti (25.000) con un numero di ricoveri in mobilità effettiva pari a 537.000</li>
<li>una notevole quantità di quei 537.000 ricoveri in mobilità effettiva sono verso le Regioni di confine (365.000 pari al 68%) o con distanze inferiori ai 180 minuti (43%)</li>
<li>nelle Regioni del centro-Nord prevale di gran lunga la mobilità effettiva di confine: Emilia-Romagna 90%, Lombardia 84%, Piemonte 90%, Marche 78,1% e così via</li>
<li>nel Sud prevale invece la mobilità effettiva “non di confine”: Calabria 87% (43.000 ricoveri), Puglia 89% (45.000 ricoveri), Sicilia 97% (40.000 ricoveri) e Campania 56% (38.000 ricoveri). In pratica più della metà della mobilità sanitaria non di confine è a carico delle 4 Regioni citate (166.000 ricoveri su 303.000).</li>
</ul>
<p>Quindi l’esodo effettivamente c’è, ma con dimensioni meno “bibliche” di quanto riportato dai media. </p>
<h2 id="la-produzione-in-mobilità-attiva-piace-ai-privati-e-meno-al-sistema-pubblico">La produzione in mobilità attiva piace ai privati e meno al sistema pubblico</h2><p>Sempre facendo riferimento ai dati 2023 del Portale Statistico Agenas emergono dati significativi sul peso della attività di ricovero in mobilità dei privati. L’elaborazione Agenas dovrebbe includere (non viene specificato, ma si desume) tra le strutture private sia le case di cura private accreditate, che gli Istituti nazionali di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (INRCCS) privati, le Fondazioni private, gli ospedali classificati e i policlinici universitari privati accreditati. Ecco i dati al riguardo:</p>
<ul>
<li>su 668.000 ricoveri in mobilità il privato ne ha fatti 358.000 (53,6%) e su 2.881 milioni di euro di ricoveri scambiati in mobilità, 1.697 sono stati prodotti dal privato accreditato (58,9%). Tanto per avere una idea, se si guarda il <a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/2025-04/RAPPORTO_SDO_2023_WEB_aprile25.pdf" rel="noopener">Rapporto SDO 2023</a> del Ministero della Salute il numero dei ricoveri ordinari per acuti fatti in totale dalle strutture private è solo del 25%</li>
<li>tra le 20 strutture con una maggiore produzione in mobilità attiva sia in termini economici che di numero di pazienti trattati, 13 sono private e includono colossi come il Bambin Gesù e il Policlinico Gemelli di Roma e il San Raffaele, il Galeazzi, l’Istituto Europeo di Oncologia e il San Donato di Milano</li>
<li>la mobilità effettiva per i ricoveri tra il 2018 e il 2023 è rimasta in termini economici sostanzialmente invariata (passando da 2.833 a 2.881), ma il ruolo dei privati è in aumento, mentre quello del pubblico è diminuito</li>
<li>il privato “sceglie” gran parte della sua casistica visto che solo una piccola parte della sua produzione in mobilità attiva del 2023 (80 milioni su 1.696, pari al 4,7%) è legata alle urgenze, mentre nel caso delle strutture pubbliche nello stesso anno 399 milioni di produzione in mobilità attiva su 1.184 sono legati alle urgenze (33,7%). </li>
</ul>
<p>La spiegazione di questo diverso atteggiamento del servizio pubblico e del sistema privato verso la mobilità sanitaria è semplice: la crisi del Servizio sanitario nazionale riduce la capacità di produzione e di presa in carico del sistema pubblico, gravato dalle urgenze e dalla impossibilità di selezionare la casistica, mentre il sistema dei produttori privati ha sia capacità di produzione che possibilità di selezione. </p>
<h2 id="la-mobilità-per-i-ricoveri-il-grande-affare-dellortopedia">La mobilità per i ricoveri: il grande affare dell’ortopedia</h2><p>Le analisi dell’Agenas sulla tipologia di attività di ricovero scambiate in mobilità si limitano alla distinzione per MDC (Categoria Diagnostica Maggiore, in tutto sono 25). Qualche informazione in più la ricaviamo da un’altra pagina del Portale Statistico dell’Agenas, in cui c’è un <a href="https://stat.agenas.it/web/index.php?r=public%2Findex&amp;report=15" rel="noopener">Focus sulla Mobilità per patologie oncologiche e muscoloscheletriche</a>. Comunque un dato emerge subito con chiarezza: la produzione caratteristica in regime di mobilità, soprattutto quando si parla di mobilità effettiva, è di tipo programmato e di tipo chirurgico. </p>
<p>Per quello che riguarda le MDC più frequentemente coinvolte, i dati economici sono chiari: le malattie e disturbi del sistema muscolo scheletrico e del tessuto connettivo (in pratica soprattutto la chirurgia ortopedica e la riabilitazione collegata) hanno comportato flussi per 933 milioni su 2.316 (pari al 40%) di cui l’85% erogati dal privato. Le malattie e disturbi dell’apparato cardiocircolatorio sono invece responsabili con i loro 306 milioni del 13,2% del fatturato dei ricoveri in mobilità effettiva con un 71,2% appannaggio del privato. Insomma, è soprattutto l’ortopedia “il grande affare” della mobilità sanitaria in Italia.</p>
<p>A una prima lettura i dati sembrerebbero dare ragione ai presidenti di Regione citati all’inizio che vorrebbero (a parole) erogare per le altre Regioni soprattutto ricoveri di alta complessità, spesso descritti come “di eccellenza”. Infatti, nel 2023 nelle casistiche dei flussi di mobilità effettiva la quota di ricoveri di medio-bassa complessità o potenzialmente inappropriati è alta (nel 2023 rispettivamente il 65,9% e il 14,5% in termine di numero di ricoveri e il 41% e il 6,5% in termini di peso economico). Nell’area del Portale Statistico dell’Agenas <a href="https://stat.agenas.it/web/index.php?r=public%2Findex&amp;report=15" rel="noopener">dedicato alla mobilità per patologie oncologiche e muscoloscheletriche</a> ci sono però dati di dettaglio relativi al 2023 molto interessanti sugli interventi di area ortopedica più comuni erogati in mobilità, di solito da strutture private, che smontano la narrazione dei presidenti: gli interventi di protesi di ginocchio (26.863 casi), di protesi d’anca (22.471) e di artrodesi vertebrale (15.108), tutti formalmente di alta complessità, sono in realtà molto comuni. Il terzo poi (quello di artrodesi vertebrale) viene erogato spesso fuori Regione (nel 39% dei casi, contro il 26 e 18% dei casi di protesi di ginocchio e di anca). Si tratta di un dato “sospetto” data la natura a forte di rischio di inappropriatezza di questo intervento, di cui <a href="https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/sanita-perverso-meccanismo-rimborsi/abe0fd1a-0e86-11e8-8d80-f9c15900d75d-va.shtml" rel="noopener">si è occupata anche Milena Gabanelli</a>, che lo ha preso ad esempio di “affare” cui guardare con attenzione. Del resto non a caso la Regione Veneto <a href="https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDecreto.aspx?id=544886" rel="noopener">ha approvato</a> nel dicembre 2024 una delibera per migliorare i controlli su questo tipo di intervento. Che poi la migrazione per questi interventi maggiori di chirurgia ortopedica si trascini dietro anche quella per interventi di bassa complessità lo dimostra il dato dei 7.934 casi di artroscopia di ginocchio fatti in mobilità nello stesso anno. </p>
<h2 id="da-cosa-dipende-la-migrazione-sanitaria">Da cosa dipende la migrazione sanitaria</h2><p>La migrazione sanitaria dipende dal forte e a volte fortissimo squilibrio quantitativo e qualitativo in termini di capacità di offerta tra le Regioni del Sud e quelle del Nord. Questa capacità viene misurata dall’Agenas con il cosiddetto indice ISDI (Indice di soddisfazione della domanda interna, calcolato come il rapporto tra la produzione di prestazioni sanitarie erogate all’interno della Regione e la domanda di prestazioni sanitarie richieste della popolazione residente). Per esempio per l’Emilia-Romagna l’indice ISDI per l’area ortopedica è di 1,43 e cioè di oltre il 43% eccedente il proprio fabbisogno interno. Per la Basilicata è di 0,62 con un difetto del 38%.</p>
<p>Questo squilibrio tra Nord e Sud nella capacità di offerta non è casuale: è un dato storico che si è accentuato con l’aggressività dell’offerta delle strutture, specie private, del Nord che si sono avvalse abbondantemente di ambulatori specialistici collocati strategicamente nelle Regioni dove l’offerta è scarsa per “pescare pazienti”. Scrive Agenas nel suo Rapporto sulla mobilità 2024: «Allo stesso modo, il ruolo dei medici, in virtù del rapporto fiduciario con i pazienti, può influenzare significativamente la mobilità sanitaria, arrivando in alcuni casi a configurare pratiche di fishing sanitario, ovvero la spinta a curarsi fuori regione anche quando l’offerta locale è adeguata e di qualità». Fishing magari praticato da specialisti che provengono dalle Regioni del Sud e adesso lavorano nelle strutture del Nord.</p>
<h2 id="chi-ci-rimette-e-chi-ci-guadagna-con-la-migrazione-sanitaria">Chi ci rimette e chi ci guadagna con la migrazione sanitaria</h2><p>A rimetterci con la migrazione sanitaria sono soprattutto i cittadini, perché i costi sociali del fenomeno sono alti. Questi costi a carico delle famiglie vengono per fortuna mitigati dall’aiuto di associazioni del terzo settore come <a href="https://www.casamica.it/" rel="noopener">CasAmica</a>, che offrono ospitalità a costi contenuti. Il tema assume connotati drammatici per esempio per la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diversa-idea-autonomia-differenziata/">migrazione sanitaria in età pediatrica</a>. Ci rimettono anche le Regioni con i saldi negativi maggiori, non tanto in termini economici (recuperare la mobilità costa in alcuni casi più che pagarla), ma di immagine e di capacità di attrazione verso i professionisti.</p>
<p>A guadagnarci, invece, sono soprattutto i privati. Le strutture ospedaliere private in Italia operano mediamente in condizioni di forte tutela rispetto alle criticità di sistema: partecipano raramente alle attività in urgenza che coinvolgono la quasi totalità delle strutture pubbliche, possono selezionare poche linee produttive in base a principi di efficienza e convenienza (solitamente di area chirurgica o interventistica) ed esercitare una forte capacità di attrazione nei confronti dei professionisti che in quelle stesse aree trovano molte difficoltà a operare nelle strutture pubbliche pressate dalle urgenze e dai vincoli economici e di personale. Non è certo un caso che a lamentarsi della troppa mobilità attiva siano solo le aziende pubbliche. Di fatto in molte situazioni il sistema sanitario pubblico è come se si facesse concorrenza sleale da solo. Ma un altro dato è preoccupante: la “capacità installata” del privato e quindi le sue potenzialità operative sono molto superiori alla loro operatività attuale, mentre per le strutture pubbliche diventa difficile spesso mantenere i volumi di attività storici o tempi di attesa accettabili. Lo dimostrano per esempio i dati dei tempi di attesa per gli interventi di protesi d’anca delle aziende ospedaliere ricavabili dal Portale dell’Agenas <a href="https://stat.agenas.it/web/index.php?r=public%2Findex&amp;report=19" rel="noopener">dedicato alla valutazione della loro performance</a>: in molte aziende ospedaliere del Sud (dati 2024) meno del 50% dei pazienti riesce a fare l’intervento entro 180 giorni dalla prenotazione, con punte del 7,8 e 10%.</p>
<h2 id="conclusioni-si-fa-per-dire">Conclusioni (si fa per dire)</h2><p>Visto da vicino il fenomeno della migrazione sanitaria dal Sud al Nord è innanzitutto un fenomeno strutturale legato alla disomogeneità nota, ma di fatto accettata, dei sistemi sanitari regionali in termini di qualità e quantità dell’offerta. Per certi versi le regole di sistema incoraggiano questo divario, visto che la mobilità viene in larga misura pagata in anticipo. Ed è un fenomeno pericoloso perché fa crescere la componente privata del sistema e diminuisce l’accessibilità delle cure per una quota importante dei cittadini del nostro Paese. La crescita del privato vuol dire in automatico depotenziamento del sistema pubblico, visto che gli sottrae la disponibilità di risorse umane, le più importanti, e aumenta il rischio potenziale di inappropriatezza (ricordiamoci delle artrodesi vertebrali, per esempio).</p>
<p>I rimedi sono semplici da elencare e difficili da realizzare: riequilibrare l’offerta tra Nord e Sud con una politica che incoraggi “il rientro dei bisturi”, fare progetti di settore per esempio nell’area pediatrica (non a caso tre delle strutture a maggiore produzione in mobilità attiva, compresa la prima, sono di questo settore e non sono al Sud), finanziare di più il sistema pubblico, rimotivare i professionisti sanitari a scegliere il pubblico e darsi nuove regole nei rapporti col privato, rapporti in cui spesso il sistema pubblico si fa concorrenza sleale da solo. </p>
<p>Da ultimo, vale la pena di ricordare che vi sono alcune tipologie di attività veramente di eccellenza in cui la concentrazione delle competenze trascina con sé una concentrazione delle casistiche e quindi un forte flusso di mobilità (pensiamo ad alcuni interventi o procedure di area oncologica). In questi casi la mobilità è una opportunità che va sostenuta, anche con un sostegno economico eventuale alle famiglie e ai centri stessi.  Ma si tratta di situazioni particolari che andrebbero formalizzate con una definizione non autoreferenziale di “centro di eccellenza”. Certo non sotto la forma dei “superospedali” <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/progetto-ministeriale-super-ospedali-sembra-grande-idea/">di cui si è parlato</a> (a sproposito) circa un anno fa. </p>
<p>In definitiva la migrazione sanitaria e la mobilità sanitaria che la contiene vanno considerate una patologia cronica del nostro sistema non solo sanitario, ma socioeconomico, patologia nei cui confronti i sintomatici, come gli accordi tra Regioni (vedi <a href="https://salute.regione.emilia-romagna.it/notizie/regione/2025/novembre/la-giunta-delibera-laccordo-di-governo-della-mobilita-sanitaria-tra-emilia-romagna-e-calabria" rel="noopener">quello recente</a> tra Regione Emilia-Romagna e Regione Calabria), non bastano.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La strategia a largo spettro dei movimenti di ultra destra e il ruolo della scuola</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/strategia-largo-spettro-movimenti-ultra-destra-ruolo-scuola/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/strategia-largo-spettro-movimenti-ultra-destra-ruolo-scuola/</guid><pubDate>Mon, 08 Dec 2025 07:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>scuola</category><description>Con 151 voti favorevoli e 113 contrari la Camera ha approvato il cosiddetto Ddl Valditara, che introduce l’obbligo di consenso informato dei genitori per attivare percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole medie e superiori. Un tassello di una strategia ben più vasta e internazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/strategia-largo-spettro-movimenti-ultra-destra-ruolo-scuola-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/strategia-largo-spettro-movimenti-ultra-destra-ruolo-scuola-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, ciò che accade sulle due sponde dell’Atlantico appare come il riflesso di un modello strategico replicabile in ogni paese. Questa strategia, ben strutturata, mira a costruire una visione specifica della società e del futuro, richiedendo interventi mirati in ambiti chiave della vita delle persone. La crisi dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come sottolineato da studiosi quali Justine Lacroix e Jean-Yves Pranchère, non è più solo una questione ideologica. Temi illiberali, nazionalisti e identitari stanno guadagnando terreno, lasciando un <a href="https://revuedlf.com/droit-fondamentaux/la-subversion-du-droit-par-les-idees-dextreme-droite-les-nouvelles-lois-scelerates/" rel="noopener">segno sempre più evidente</a> sia nel quadro giuridico sia nel discorso pubblico internazionale ed europeo.</p>
<p>Organizzazioni come <a href="https://www.transparency.org/en/" rel="noopener">Transparency International</a> hanno rilevato un aumento significativo dell’attività di gruppi come Heritage Foundation e Alliance Defending Freedom, soprattutto con il ritorno di Trump sulla scena politica. Questi gruppi esercitano una forte influenza sulle agende politiche di vari governi, tra cui quelli di Trump, Milei, Orban, Rama <a href="https://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/106704-l-asse-meloni-trump-come-l-america-detta-l-agenda-politica-in-italia-e-in-europa.html" rel="noopener">e Meloni</a>, che condividono una visione sovranista e populista. L’obiettivo comune è la costruzione di “democrazie illiberali” e la restaurazione di un modello sociale patriarcale, razzista e classista. Da quando è diventata presidente Giorgia Meloni la Heritage Foundation ha messo radici anche a Roma, stipulando nel 2023 una partnership ufficiale <a href="https://www.centromachiavelli.com/partnership-centrostudimachiavelli/" rel="noopener">con il Centro Studi Macchiavelli</a>, organizzando eventi con l’associazione Nazione Futura che fa capo a Fratelli d’ Italia. </p>
<h2 id="i-diritti-riproduttivi-sotto-schiaffo">I diritti riproduttivi sotto schiaffo</h2><p>Documenti emersi nel 2018 hanno mostrato come, già dal 2013, attivisti statunitensi ed europei avessero iniziato a sviluppare strategie per far retrocedere i diritti umani in materia di salute sessuale e riproduttiva in Europa. La strategia estremista denominata “<a href="https://www.epfweb.org/sites/default/files/2020-05/online_epf_italiano_definitivo_compressed.pdf" rel="noopener">Ristabilire l’Ordine Naturale: un’Agenda per l’Europa</a>” mira a rovesciare leggi fondamentali su divorzio, contraccezione, tecnologie di riproduzione assistita, aborto, uguaglianza per le persone LGBTQIA+ e il diritto di cambiare genere senza ripercussioni legali. Il campo d’azione si è poi ampliato, includendo attacchi al diritto di migrare e di manifestare e alla scienza stessa.</p>
<p>La Heritage Foundation, influente think tank conservatore, ha avuto un ruolo determinante nell’<a href="https://www.nytimes.com/topic/organization/heritage-foundation" rel="noopener">indirizzare le politiche statunitensi</a>, con Trump che durante il suo primo mandato ha seguito per circa il 64% le sue indicazioni. Con il ritorno alla Casa Bianca, molte policy contenute nel “Project 2025” sono state tradotte in azione attraverso gli ormai famigerati ordini esecutivi. </p>
<h2 id="la-battaglia-anti-gender-e-la-questione-delluguaglianza-di-genere">La battaglia anti-gender e la questione dell’uguaglianza di genere</h2><p>Per capire la strategia complessiva possiamo esaminare la cosiddetta battaglia anti-gender o anti-woke, centrale nelle agende dei governi di estrema destra. L’ascesa delle ideologie di questa “Internazionale di destra” rappresenta una minaccia significativa all’ideale dell’eguaglianza di genere, colpendo in particolare le comunità LGBTQIA+. Anche all’interno dell’Unione Europea, alcuni stati membri contravvengono alle norme sull’uguaglianza, mettendo in discussione la credibilità dell’UE come leader globale in questo ambito. Negli Stati Uniti, il clima politico amplifica l’opposizione all’uguaglianza di genere. I partiti di estrema destra condividono una visione tradizionalista, promuovendo il ritorno ai valori familiari convenzionali, il controllo sui corpi delle donne e campagne coordinate contro aborto e movimenti femministi. Queste campagne riflettono un più ampio <a href="https://unipd-centrodirittiumani.it/it/temi/lascesa-dellestrema-destra-e-la-questione-delluguaglianza-di-genere" rel="noopener">programma anti-femminista</a>, centrale per una “Internazionale di estrema destra”. </p>
<p>L’ascesa del movimento di estrema destra e la mobilitazione transnazionale anti-gender si iscrivono tra le principali conflittualità socio-politiche dell’ultimo decennio e il loro ambito di azione parte dalla lotta all’autodeterminazione dei corpi e all’identità di genere per estendersi ad altri ambiti centrali per la restaurazione nazionalista sovranista. Utilizzano un approccio strategico che prevede l’integrazione della prospettiva “anti genere” nella sfera del potere e nella realizzazione delle politiche pubbliche: per esempio rivendicare la preservazione della famiglia tradizionale e dei tradizionali ruoli di genere è funzionale alla battaglia a difesa della nazione e dei connotati etnoculturali ascritti al popolo. La strategia di controllare i diritti riproduttivi delle donne può essere interpretata come un tentativo di regolare la composizione demografica ed etnica degli Stati. In Francia e Italia genitori ingaggiati da questi gruppi hanno organizzato proteste contro l’educazione sessuale nelle scuole, presentando la loro opposizione come resistenza all’“ideologia di genere”. Dal 2000, il movimento anti-gender ha acquisito slancio, con proteste in Croazia, Italia, Slovenia, Usa, Argentina e Francia contro l’educazione sessuale e i diritti delle persone LGBTQIA+.</p>
<h2 id="la-scuola-è-un-campo-di-battaglia-di-questa-strategia">La scuola è un campo di battaglia di questa strategia </h2><p>Un elemento fondamentale di queste strategie è infatti l’istruzione pubblica. I gruppi politici di estrema destra hanno compreso, più delle forze opposte, che la scuola pubblica è un campo di battaglia strategico, sia dal punto di vista ideologico sia palingenetico. </p>
<p>La limitazione dell’espressione e dei finanziamenti imposta a scuole e università mira a contrastare la cultura e il pensiero critico. I movimenti anti-gender, sostenuti dall’estrema destra, vedono l’educazione al genere come una minaccia ai modelli familiari tradizionali e ai valori religiosi, <a href="https://www.secoloditalia.it/2025/10/stop-allideologia-gender-a-scuola-dal-centrodestra-il-no-alleducazione-lgbt-per-i-bambini/" rel="noopener">cercando di bloccare</a> programmi che promuovono uguaglianza di genere, affettività e contrasto alla violenza di genere, alla pluralità. </p>
<p>Come dichiarato da Jenny Donnelly, leader delle “Mamme Orse” e figura di spicco del gruppo Nuova Riforma Apostolica, la scuola è vista come luogo da “liberare” da presunte influenze negative della cultura LGBTQIA+. Nina Jankowitz, ex responsabile della commissione scuola per l’amministrazione Biden, ha sottolineato come queste strategie rappresentino un vero e proprio assalto alla realtà, con il tentativo di <a href="https://lespresso.it/c/idee/2025/2/3/caccia-ai-libri-pericolosi/52689" rel="noopener">riscrivere la storia</a> secondo una visione ideologica ristretta. </p>
<p>La strategia non riguarda solo temi legati al “gender” ma anche questioni come la pluralità delle confessioni religiose a scuola, la riforma delle tematiche da studiare, il diritto dei genitori di esonerare i figli da lezioni che non si allineano con le sensibilità familiari, la censura dei libri sia a scuola che nelle biblioteche e soprattutto la repressione del dissenso sulla questione palestinese. </p>
<p>Tutte queste azioni sono portate avanti quasi in parallelo dai paesi con governi populisti sovranisti. Come già riportato in un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale/">precedente articolo</a> per <em>Scienza in rete</em>, la possibilità giuridicamente tutelata di richiedere l’esonero dalle lezioni a scuola per i propri figli per temi che le famiglie non giudicano allineate alle loro sensibilità è avvenuta simultaneamente in USA e Italia. In America <a href="https://www.internazionale.it/notizie/2023/09/13/ungheria-governo-libri" rel="noopener">e in Ungheria</a> la censura dei libri per ragazzi sia a scuola che nelle biblioteche è avvenuta quasi simultaneamente. Anche in Italia la Lega <a href="https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/fumetto-gay-alla-gita-in-cbefc14a" rel="noopener">aveva presentato</a> un&rsquo;interrogazione parlamentare sul caso dei prestiti di alcuni libri a ragazzi delle medie alla biblioteca di Bologna, definendo inappropriati quei libri e invocando l’eliminazione dal prestito di alcuni titoli. </p>
<p>Anche l’attacco alla libertà di ricerca nelle università, il loro screditamento da parte dei governi, il controllo sui contenuti e il relativo taglio di risorse economiche sta avvenendo in modo parallelo tra <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-attacco-scienza-liberta/">USA</a> e <a href="https://contropiano.org/news/politica-news/2024/10/08/il-governo-meloni-taglia-sui-fondi-alluniversita-nessuna-riforma-vi-salvera-0176300" rel="noopener">Italia</a>. </p>
<p>Così le grandi manifestazioni per la richiesta della fine del genocidio palestinese nelle piazze, nelle università e nelle scuole ha determinato il promulgazione di leggi restrittive e repressive da parte <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/italia/ddl-antisemitismo-netanyahu-scuola-universita-gasparri-mrllziot" rel="noopener">del governo italiano</a> e <a href="https://www.ilmessaggero.it/mondo/studente_espulso_dagli_usa_trump_decreto_visto_studenti_campus_universitari_manifestazioni_pro_pal-8632002.html" rel="noopener">americano</a>. </p>
<h2 id="il-caso-francese-infiltrazione-e-strategie-recenti">Il caso francese: infiltrazione e strategie recenti</h2><p>Un esempio paradigmatico di come questa strategia si stia replicando anche in altri Stati è il caso francese, dove i movimenti ultra conservatori e di estrema destra <a href="https://www.mediapart.fr/journal/france/101025/des-adherents-d-extreme-droite-destabilisent-les-associations-de-parents-d-eleves" rel="noopener">stanno infiltrando</a> le associazioni dei genitori nelle scuole. In Francia, queste associazioni sono istituzioni formali che <a href="https://www.service-public.gouv.fr/particuliers/vosdroits/F1390" rel="noopener">operano</a> come intermediari tra famiglie e istituzioni scolastiche. Recentemente si è assistito a una “scalata” di gruppi di estrema destra all’interno delle principali federazioni dei genitori, con <a href="https://lesalonbeige.fr/grand-remplacement-dans-les-associations-de-parents-deleves/" rel="noopener">tensioni crescenti</a> in diverse regioni.  La nomina di figure legate a movimenti di destra radicale in ruoli chiave delle associazioni dei genitori ha rafforzato la loro influenza sulle politiche scolastiche, in particolare sull’educazione sessuale. L’esempio più clamoroso è relativo all’ingresso di Estelle Roudier dentro il consiglio d&rsquo;amministrazione della <a href="https://peep.asso.fr/notre-organisation/" rel="noopener">Federazione PEEP</a>. Roudier è famosa per essere stata tra i fedeli sostenitori di Éric Zemmour durante le ultime elezioni presidenziali e ora con questo incarico potrà far parte dell&rsquo;unico organo ministeriale responsabile del rilascio dell&rsquo;accreditamento alle associazioni che operano nelle scuole, in particolare per le note sessioni di educazione sessuale. Ci sono molti <a href="https://cgt-education-clermont.fr/lextreme-droite-tente-de-sinfiltrer-dans-les-cours-devars-en-auvergne-rhone-alpes/" rel="noopener">altri casi</a> di appartenenti all’estrema destra francese che sono entrare negli organismi direttivi delle associazioni dei genitori.</p>
<p>Sempre come in un copione, anche in Francia miliardari come Pierre-Édouard Stérin finanziano organizzazioni che si presentano come “neutrali e laiche” ma che, in realtà, promuovono programmi di educazione sessuale ispirati a una logica pronatalista e conservatrice. Queste organizzazioni, come Lift, hanno già ottenuto fondi pubblici e <a href="https://www.mediapart.fr/journal/france/031025/un-organisme-d-education-la-sexualite-finance-par-sterin-place-ses-pions-l-ecole-publique" rel="noopener">accesso alle scuole</a>, approfittando della mancanza di risorse dedicate all’educazione alla vita emotiva, relazionale e sessuale. L’assenza di investimenti pubblici in questo settore lascia spazio alle interferenze dell’estrema destra, trasformando una questione educativa in un campo di battaglia ideologico. Lift annovera tra i suoi esperti persone che <a href="https://grenoble.snes.edu/un-organisme-d-education-a-la-sexualite-finance-par-sterin-place-ses-pions-a-l.html" rel="noopener">sostengono</a> le pratiche riparative per le persone LGBTQIA+, religiosi e donne formate dal raggruppamento anti abortista Alleanza per la Vita. Lo stesso è accaduto <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/">e accade in Italia</a> attraverso le associazioni affiliate ai movimenti anti gender come Pioneer e Teen Star. </p>
<p>La CGT Éduc’action, sindacato nazionale dell’educazione, <a href="https://cgt-education-clermont.fr/lextreme-droite-tente-de-sinfiltrer-dans-les-cours-devars-en-auvergne-rhone-alpes/" rel="noopener">ha lanciato un appello</a> alla vigilanza, invitando a opporsi a qualsiasi accordo con queste organizzazioni nei consigli di amministrazione delle scuole secondarie. </p>
<p>La sottovalutazione del ruolo della scuola dentro questa strategia ultra conservatrice è un <em>vulnus</em> nelle nostre società democratiche, un&rsquo;evidente falla che consente a questi movimenti di riformare non solo l’insegnamento ma tutto il sistema valoriale che fonda il patto di appartenenza alla società stessa. La scuola non deve più essere considerata il servo inutile e sciocco del mercato del lavoro ma deve tornare a essere quella istituzione di cui parlava Piero Calamandrei, che nel 1950 <a href="https://www.museodellascuolaicare.it/wp-content/uploads/2024/02/testo-completo-del-discorso-pronunciato-da-Piero-Calamandrei-al-III-Congresso-dellAssociazione-a-difesa-della-scuola-nazionale-ADSN-Roma-11-febbraio-1950.pdf" rel="noopener">affermava</a>: </p>
<blockquote>
<p>A questo deve servire la democrazia, permettere a ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali  </p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>Social freezing: un diritto di tutte, ma ancora possibilità di poche</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/social-freezing-diritto-tutte-ancora-possibilita-poche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/social-freezing-diritto-tutte-ancora-possibilita-poche/</guid><pubDate>Wed, 03 Dec 2025 08:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gianluca Gaburro</dc:creator><category>salute</category><description>Una recente petizione accende il dibattito sulla conservazione degli ovociti a scopo sociale. Cosa manca perché diventi uno strumento di autonomia riproduttiva?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/social-freezing-diritto-tutte-ancora-possibilita-poche-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/social-freezing-diritto-tutte-ancora-possibilita-poche-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sul vocabolario Treccani la fertilità viene definita come «potenzialità riproduttiva». E potersi riprodurre non dipende soltanto da una catena di incastri biologici, ma anche - e soprattutto - dalle buone condizioni entro le quali essi si avverano. La presenza di un partner, per esempio, la disponibilità di risorse o più in generale il realizzarsi di condizioni favorevoli. </p>
<p>Ma se la biologia rimane la stessa, la società intorno a essa cambia. Incertezze economiche, scelte di carriera o semplicemente ragioni personali portano oggi molte donne a chiedersi: se un giorno vorrò una gravidanza, potrò ancora farlo? Per rispondere alla domanda si è diffusa negli ultimi anni una pratica tanto semplice nei metodi, quanto ostacolata dai fatti.</p>
<p>Stiamo parlando del social freezing, ossia il congelamento degli ovuli per posticipare la scelta di una futura gravidanza. A differenza del medical freezing, per il quale si prelevano e conservano i gameti in caso di trattamenti oncologici, in questa circostanza il motivo può non essere legato a condizioni mediche. La capacità riproduttiva viene così preservata, permettendo di decidere quando e se farne uso, anche in un momento in cui la naturale fertilità biologica sarà ridotta.</p>
<p>Secondo gli ultimi dati ISTAT, l’età media al primo parto si sta alzando e nel 2024 è arrivata a poco più di 32 anni. Intorno ai trent’anni la fertilità femminile inizia a diminuire, insieme all’aumento del rischio di anomalie genetiche nel nascituro. Per questo motivo un numero crescente di donne sceglie di preservarla rivolgendosi al social freezing. Tuttavia, la pratica del congelamento degli ovuli a carico del Sistema Sanitario Nazionale rimane limitata soltanto alle pazienti oncologiche. Al di fuori di questi casi, tutte le donne con condizioni cliniche croniche che minacciano la fertilità, o mosse da ragioni personali, sono costrette a rivolgersi al servizio privato. Qui si scontrano con costi non sempre accessibili che rendono il trattamento un privilegio di poche. Il collettivo Stiamo fresche ha lanciato lo scorso 2 novembre, in occasione della Giornata Mondiale della Fertilità, la petizione per richiedere il riconoscimento del social freezing come un diritto garantito di tutte le cittadine. Tra le richieste c’è l’inclusione della pratica nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che potrebbe garantirebbe un accesso gratuito e uniforme. Un primo passo per produrre un quadro normativo più solido, che rafforzerebbe l’autonomia riproduttiva femminile.</p>
<h2 id="il-momento-migliore">Il momento migliore</h2><p>«Quanto prima possibile». Così risponde Cristofaro De Stefano, specialista in ostetrica e ginecologia, da poco in pensione dal ruolo di direttore del Dipartimento materno-infantile dell’Azienda Ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino. La crioconservazione degli ovociti non garantisce una futura gravidanza, ma la probabilità di successo dipende anche dal momento del prelievo. La fertilità biologica, legata alla qualità e alla quantità degli ovociti, è al suo picco tra i 20 e i 30 anni, e comincia a calare sensibilmente dopo i 32, riducendosi ancora dopo i 37. <a href="https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/ginecologia/social-freezing-possibilita-e-limiti" rel="noopener">Come spiega</a> Fondazione Veronesi, l’età più indicata per il prelievo degli ovuli è quindi prima dei 35 anni. </p>
<p>Secondo <a href="https://www.aogoi.it/notiziario/social-freezing/" rel="noopener">il primo studio europeo</a> sugli ovociti conservati per social freezing, l’età media delle donne che si rivolgono alla pratica è di 36 anni. In Italia, osservazioni recenti suggeriscono non solo un aumento delle richieste di accesso alla pratica, ma anche un abbassamento dell’età media delle giovani che chiedono di conservare i propri ovociti, anche al di sotto di questa soglia. </p>
<p>A spingere le donne sono molto spesso ragioni personali e professionali, come la mancanza di un sostegno economico sicuro, ma anche l’assenza di una relazione stabile. La maggior parte delle donne incluse nello studio europeo non aveva un partner al momento del prelievo. Non mancano però le richieste legate a condizioni cliniche al di fuori delle patologie oncologiche che, come spiega De Stefano, sono numerose: «Menopausa precoce, endometriosi, infezioni uterine, chirurgia ovarica per patologie benigne o malattie immuni sono tutte condizioni che possono ridurre la fertilità». </p>
<h2 id="i-limiti-del-sistema-italiano">I limiti del sistema italiano</h2><p>In Italia, per molte donne l’accesso al social freezing è ostacolato da costi e disomogeneità territoriale dell’offerta. Al di fuori dei percorsi oncologici, la crioconservazione resta un lusso offerto solo dal mercato privato, dove secondo alcune testimonianze un ciclo di stimolazione e prelievo può arrivare a costare fino a 7.000 euro. Per non contare poi i costi dei farmaci e le tariffe annuali per la custodia delle cellule. Per la maggior parte si tratta di cifre insostenibili, considerando poi che può essere necessario eseguire più di un ciclo per ottenere un numero adeguato di ovociti.</p>
<p>A oggi, la decisione sullo stanziamento di risorse pubbliche per il social freezing è rimesso nelle mani delle Regioni. Il risultato è un accesso diseguale fra i territori, dove soltanto alcuni hanno introdotto misure specifiche. Tra le iniziative attive, la Regione Puglia ha dedicato un contributo una tantum per la crioconservazione preventiva, destinato alle residenti tra i 27 e i 37 anni. Veneto e Lombardia invece consentono il prelievo e la conservazione anche in presenza di alcune patologie non oncologiche (come l’endometriosi) attraverso percorsi regionali specifici.</p>
<p>L’inclusione del social freezing nei Livelli Essenziali di Assistenza risolverebbe in parte il problema, almeno quello economico. Non sarebbe nemmeno una novità che tecniche atte alla preservazione della fertilità vengano comprese nel servizio pubblico: «La conservazione degli spermatozoi è un esempio: vuoi per la semplicità della raccolta, vuoi per i bassi costi» commenta De Stefano, che spiega come la pratica venga suggerita dagli andrologi in caso di condizioni cliniche che minaccino la fertilità maschile. «E questa avviene tranquillamente erogata dal SSN». Una prestazione equivalente non c’è però per le donne.</p>
<p>Recentemente l’inclusione nei LEA è stata anche il destino della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che lo scorso anno veniva – dopo vent’anni dalla Legge 40 - inclusa nell’offerta del SSN. Quel che sulla carta sembra un grande passo avanti, ha trovato tuttavia grossi ostacoli alla sua messa in pratica (come <em>Scienza in rete</em> ha spiegato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/procreazione-assistita-diritto-si-no-forse/">qui</a>). Nonostante l’avanzamento, l’applicazione della PMA si scontra con un’offerta territoriale poco omogenea e ancora sbilanciata verso il privato. </p>
<p>Il cambiamento normativo sulla PMA rimane comunque un passo politico e sanitario importante. Il quadro suggerisce un SSN disposto ad accogliere nel suo perimetro di offerte anche pratiche legate alla riproduzione, non strettamente terapeutiche. L’inclusione anche del social freezing nei LEA sembra quindi il naturale prossimo passo da compiere. «Se si ritiene che una procedura di contrasto alla sterilità universalmente giudicata efficace come la PMA possa essere introdotta nei LEA, ne deriva che anche le procedure di contorno siano considerate rilevanti per la popolazione. Il passo potrebbe essere piuttosto breve» commenta De Stefano.  </p>
<p>Verrebbe in ogni caso da chiedersi se anche questa ipotesi non possa scontrarsi con le difficoltà applicative incontrate per la PMA. Sulla questione, De Stefano è positivo e si aspetta che la recente inclusione della PMA possa aver dato impulso positivo a un riarrangiamento del servizio. Precisa però che la logistica rimane un aspetto da considerare: «I centri di procreazione assistita in grado di fornire il servizio ci sono, va però considerato che il personale rimane una criticità delle strutture pubbliche». De Stefano spiega poi che le procedure di stimolazione ovarica e prelievo non sono di per sé complicate, ma la complessità nasce dalla conservazione a lungo tempo delle cellule. La disponibilità di biobanche, per esempio, rimane una questione aperta.</p>
<h2 id="coltivare-la-cultura-della-fertilità">Coltivare la cultura della fertilità</h2><p>Negli ultimi mesi il tema è stato riportato nel dibattito pubblico grazie al collettivo Stiamo Fresche. Il movimento intende costituire un osservatorio con lo scopo di sistematizzare il fenomeno, raccogliendo nuovi dati che possano guidare e motivare i decisori politici. Inoltre, in occasione della Giornata Mondiale della Fertilità, il gruppo ha lanciato la petizione “Congeliamo gli ovuli, non i diritti”, chiedendo una riforma dell’attuale quadro normativo. Le richieste comprendono l’inserimento della crioconservazione preventiva nei LEA fino ai quarant’anni, l’istituzione di un registro nazionale e, non per ultimo, la promozione di una cultura della fertilità. </p>
<p>Su quest’ultimo punto, De Stefano commenta come in passato sia mancato moltissimo e come l’educazione sessuo-affettiva sia ancora un tasto da battere. «Oggi le donne prendono consapevolezza della propria fertilità quando la capacità riproduttiva comincia a ridursi, quindi dai 30 anni in avanti» aggiunge, facendo notare come l’interesse per la fertilità subisca una vera inversione tra i venti e i trent’anni: «Nella tarda adolescenza, l&rsquo;ipotesi della fertilità possiede soltanto connotazioni negative. Viene vista come un rischio, un impedimento a una vita sessuale serena». Alla base sembra quindi necessaria la promozione di una cultura della riproduzione, che renda accessibili informazioni chiare e prive di stigma. Molte donne scoprono tardi il declino fisiologico della fertilità o arrivano alla crioconservazione solo dopo una diagnosi che riduce le possibilità di scelta. De Stefano ricorda poi che anche la fertilità maschile è soggetta a diminuire con l’età, motivo in più per insistere sul tema.</p>
<p>Anche alla luce della crisi demografica che il Paese sta attraversando, queste richieste sembrano risuonare più forti che in passato. E anche se l’impatto del social freezing sulla denatalità resterebbe tutto da verificare, appare inevitabilmente paradossale che la pratica non riceva ancora l’attenzione necessaria. Come sottolinea De Stefano, quel che manca davvero è «una chiara volontà politica» e, in ultima analisi, si tratta «solo di una questione economica». Due nodi che restano irrisolti e che continuano a determinare chi può permettersi di conservare il proprio potenziale riproduttivo e chi no.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La falsa alternativa alla PMA cerca consensi anche in Europa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/falsa-alternativa-pma-cerca-consensi-europa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/falsa-alternativa-pma-cerca-consensi-europa/</guid><pubDate>Mon, 01 Dec 2025 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Esistono tecniche di procreazione assistita “naturali”? E, soprattutto, sono in grado di offrire alternative valide ed evidence based alle coppie che percorrono il faticoso cammino dell’inseminazione assistita? La NaProTecnologia, un protocollo per il trattamento dell’infertilità che si dichiara come naturale cerca di fare nuovi proseliti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/falsa-alternativa-pma-cerca-consensi-europa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/falsa-alternativa-pma-cerca-consensi-europa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Non credo nemmeno di volere più un figlio. Voglio solo riavere la mia vita. Voglio dire, guardaci. Siamo un disastro. È come se non avessimo nemmeno una relazione, figuriamoci un matrimonio. Non sono tuo marito, sono solo un tipo che ti inietta ormoni ogni sera. Non facciamo nemmeno più sesso». Lo sfogo di Richard dopo l’ennesimo tentativo fallito di fecondazione in vitro con sua moglie Rachel, nel film <em>Private Life di Tamara Jenkins</em> del 2018, è un’efficace rappresentazione del costo emotivo e fisico della procreazione medicalmente assistita. Quale coppia in questa situazione non preferirebbe recuperare la propria fertilità naturale con un metodo meno invasivo, più rispettoso della fisiologia e dell’intimità?</p>
<p>Su questa fragilità fanno leva i promotori della NaProTecnologia (tecnologia della procreazione naturale), un protocollo per il trattamento dell’infertilità presentato come un’alternativa naturale, sicura ed efficace alla PMA, che proprio per questa ragione sta guadagnando seguito negli Usa e più di recente anche in Europa.</p>
<h2 id="un-approccio-di-matrice-religiosa">Un approccio di matrice religiosa</h2><p>Negli anni ‘80-’90 del secolo scorso, il ginecologo Thomas Hilgers, fondatore del Saint Paul VI Institute di Omaha, nel Nebraska, ha messo a punto la NaProTecnologia per venire incontro alle coppie con problemi di infertilità che per motivi religiosi rifiutano il concepimento al di fuori dell’atto sessuale tra coniugi, quindi sia l’inseminazione intrauterina che la fecondazione in vitro, e la produzione di embrioni soprannumerari. L’approccio, si legge <a href="https://naprotechnology.com/about/" rel="noopener">sul suo sito web</a>, è «medicina pro-vita, che rispetta le donne, le coppie e i bambini non nati e non viola gli insegnamenti della Chiesa Cattolica». </p>
<p>Il protocollo di Hilgers, di cui si trova <a href="https://scispace.com/pdf/the-new-women-s-health-science-of-naprotechnology-3f4xsf9lcg.pdf#page=1.21" rel="noopener">un riassunto</a> in rete e una descrizione più dettagliata nelle 1290 pagine del manuale <em>The Medical and Surgical Practice of NaProTechnology</em> (Pope Paul VI Institute Press, 2004), si basa principalmente sull’osservazione, più volte al giorno, della consistenza del muco cervicale della donna, la cui descrizione deve essere riportata ogni sera in una tabella allo scopo di identificare i giorni fertili del ciclo ovulatorio in cui programmare rapporti sessuali per ottimizzare la probabilità di concepire. </p>
<p>L’osservazione del muco cervicale e i rapporti sessuali mirati nei giorni fertili del ciclo <a href="https://naprotechnology.com/maleinfertility/" rel="noopener">sarebbero sufficienti</a>, secondo Hilgers, a compensare l’eventuale fattore maschile dell’infertilità di coppia, a garantire buone probabilità di concepimento anche in presenza di alterazioni quantitative o qualitative del liquido seminale.</p>
<p>Se il successo tarda ad arrivare alla gravidanza nonostante questo accorgimento, l’osservazione della tabella e il dosaggio nel sangue degli ormoni sessuali permettono di identificare e correggere la disfunzione responsabile del problema. In aggiunta, il protocollo prevede che tutte le donne con problemi di infertilità vengano sottoposte a chirurgia esplorativa pelvica, per individuare eventuali anomalie degli organi genitali, anche minime: focolai di endometriosi, aderenze, cisti ovariche, polipi, fibromi. Tutte devono essere rimosse per ripristinare la piena funzionalità riproduttiva. </p>
<h2 id="più-efficace-e-più-sicura-della-pma">«Più efficace e più sicura della PMA»</h2><p>Non c’è nulla di male nell’offrire dei servizi sanitari in linea con le convinzioni morali di chi ne usufruisce, a patto di fornire informazioni corrette su efficacia, sicurezza e limiti. Hilgers sostiene ripetutamente che il tasso di successi ottenuto applicando le tecniche della NaProTecnologia è superiore a quello della procreazione medicalmente assistita. Le pubblicazioni su cui si basano le sue affermazioni, però, sono resoconti dell’attività dei centri che applicano esclusivamente questo protocollo. Non è stato mai condotto uno studio clinico controllato che compari la PMA <a href="https://clinicaltrials.gov/study/NCT01363596" rel="noopener">e la NaProTecnologia</a>, perché i due approcci si applicano in contesti diversi: si ricorre alla procreazione medicalmente assistita proprio quando non è possibile ripristinare la fertilità naturale della coppia, oppure quando gli esami per indagare sull’origine dell’infertilità richiedono più tempo di quello disponibile prima che le probabilità di successo si riducano per l’avanzare dell’età dei partner. </p>
<p>«Lo specialista di medicina della riproduzione che prende in carico una coppia con un problema di infertilità, la sottopone agli accertamenti e ai trattamenti più appropriati con lo scopo, quando è possibile, di risolvere il problema e consentire il concepimento», spiega il ginecologo Antonino Guglielmino, fondatore ed ex-presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana, «ma non sempre c’è una terapia efficace per rimuovere l’ostacolo. Allora in molti casi si può fare ricorso alla PMA, che non restituisce la fertilità naturale, ma ha fatto nascere milioni di bambini e ha consentito a milioni di coppie nel mondo di realizzare il loro progetto genitoriale». </p>
<p>I sostenitori della NaProTecnologia <a href="https://www.scielo.org.mx/pdf/mye/v33n1/2594-2166-mye-33-01-205-en.pdf#page=4.63" rel="noopener">accusano</a> la procreazione medicalmente assistita di essere pericolosa per la salute delle donne e dei futuri bambini. «Sono stati condotti molti studi sull’eventualità che i farmaci somministrati all’aspirante madre per stimolare l’ovulazione, la fecondazione in vitro e le pratiche a cui viene sottoposto l’embrione prima del trasferimento in utero possano alterare lo sviluppo dello stesso embrione», risponde il genetista Liborio Stuppia, professore ordinario di Genetica Medica e Rettore dell’Università Gabriele D’Annunzio Chieti-Pescara. «A oggi l’unica conseguenza accertata è che il rischio di malformazioni congenite per i nati con l’aiuto della PMA è pari al 4%, contro un rischio del 3% per i nati da fecondazione spontanea. È un dato che deve essere comunicato alle coppie che stanno valutando se avvalersi della PMA, ma che di solito non influisce molto sulla loro decisione, perché queste persone non hanno la scelta tra concepimento spontaneo e PMA, ma tra la PMA e rinunciare ad avere un figlio. Inoltre, ci sono diversi fattori, prima tra tutti l’età materna, che influiscono sulla salute del nascituro più del ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Se dovessimo sconsigliare la procreazione medicalmente assistita per questo motivo, dovremmo sconsigliare anche la gravidanza spontanea a tutte donne di età superiore a 35 anni».</p>
<p>Per quanto riguarda l’impatto sulla salute dell’aspirante madre, la NaProTecnologia non è meno invasiva della PMA. «Sottoporre tutte le donne con problemi di infertilità a chirurgia laparoscopica è una scelta opinabile», osserva il ginecologo Walter Vegetti, responsabile della Struttura Semplice di Procreazione Medicalmente Assistita della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. «Come tutti gli interventi chirurgici, comporta dei rischi e non è sempre utile, dal momento che non sempre la presenza di un polipo o di un fibroma sono causa di infertilità. Per quanto riguarda l’endometriosi, proprio di recente sono stati presentati i risultati di uno <a href="https://academic.oup.com/humrep/article/40/Supplement_1/deaf097.249/8170901" rel="noopener">studio italiano</a> multicentrico randomizzato che ha coinvolto il nostro ospedale, l’Ospedale San Raffaele e l’Ospedale Macedonio Melloni di Milano, condotto su 130 donne con infertilità ed endometriosi moderata e grave. Un gruppo di loro è stato sottoposto a rimozione chirurgica dei focolai della malattia, seguita dalla ricerca del concepimento spontaneo. Il secondo gruppo è stato indirizzato alla fecondazione in vitro. Un anno dopo, il 46% delle pazienti che hanno intrapreso la fecondazione in vitro ha portato a termine con successo una gravidanza, contro il 23% delle pazienti sottoposte a intervento chirurgico. È la prima volta che questi due approcci vengono confrontati in uno studio randomizzato e la PMA è risultata nettamente superiore».</p>
<h2 id="la-diffusione-negli-usa-e-in-europa">La diffusione negli USA e in Europa</h2><p>Non sorprendentemente, la NaProTecnologia e altri approcci analoghi, come <a href="https://neofertility.ie/" rel="noopener">NeoFertility</a> e il <a href="https://femmhealth.org/" rel="noopener">protocollo FEMM</a>, chiamati nel loro complesso medicina riproduttiva riparativa, si sono guadagnati il consenso dei movimenti pro-natalisti Usa che si oppongono all’interruzione volontaria di gravidanza e ai metodi contraccettivi moderni. Lo stesso Thomas Hilgers <a href="https://www.ewtn.com/catholicism/library/natural-revolution-in-womens-health-care-9740" rel="noopener">attribuisce</a> alla rivoluzione sessuale e all’avvento dei contraccettivi ormonali la dissoluzione morale della società e del matrimonio tradizionale e, di conseguenza, gli attuali tassi di infertilità.</p>
<p>L’anno scorso, esperti legali del think tank conservatore Heritage Foundation hanno presentato una <a href="https://www.hydesmith.senate.gov/sites/default/files/2024-06/061324_TAM24694_RESTORE_FINAL.pdf" rel="noopener">proposta di legge</a> per tagliare i fondi pubblici alla PMA e indirizzarli verso le cliniche che praticano la medicina riproduttiva riparativa. L&rsquo;American Society for Reproductive Medicine ha risposto con una <a href="https://www.asrm.org/advocacy-and-policy/fact-sheets-and-one-pagers/just-the-facts-restorative-reproductive-medicine-and-ethical-ivf-are-misleading-terms-that-threaten-access/" rel="noopener">nota</a> che la medicina riproduttiva riparativa non è un’alternativa alla procreazione medicalmente assistita e non aggiunge nulla alla medicina riproduttiva tout court. Le sottrae invece alcuni strumenti di provata efficacia, riducendo le probabilità di successo anziché aumentarle.</p>
<p>Negli ultimi anni, studi medici e singoli professionisti che praticano la NaProTecnologia e approcci simili si sono moltiplicati anche in Europa, specialmente in <a href="https://fertilitas.es/" rel="noopener">Spagna</a>, <a href="https://neofertility.ie/" rel="noopener">Irlanda</a> e <a href="https://www.naprotecnologia.ch/" rel="noopener">Svizzera</a>. Alcuni sono attivi <a href="https://www.camen.org/Paginas/IndexUt/140" rel="noopener">anche in Italia</a>. Nel rapporto <a href="https://www.epfweb.org/node/1147" rel="noopener"><em>The Next Wave: How Religious Extremism Is Regaining Power</em></a> pubblicato lo scorso settembre, gli esperti dello European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights chiamano questi attori «fornitori di servizi anti-gender», la stessa categoria a cui appartengono i centri per le gravidanze in crisi, strutture simili a consultori che offrono sostegno alle donne in gravidanza con l’obiettivo di dissuaderle dall’aborto. Il rapporto li definisce «servizi pseudo-scientifici, radicati nel dogma religioso, indirizzati ai giovani, alle donne incinte e alle comunità LGBTQI per minare in modo sottile l’accesso alla contraccezione, all’aborto, all’educazione sessuale e alle relazioni tra persone dello stesso sesso. Moderni nell’aspetto ma regressivi nella loro essenza, questi servizi sono solitamente promossi da organizzazioni non governative di matrice ecclesiastica, dissimulati dietro facciate credibili e sostenuti da evidenze scientifiche distorte. (…) Si presentano come legittime alternative ai servizi di salute sessuale e riproduttiva basati sull’evidenza».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sì, l’educazione sessuale contribuisce a prevenire la violenza contro le donne</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/si-educazione-sessuale-contribuisce-prevenire-violenza-contro-donne/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/si-educazione-sessuale-contribuisce-prevenire-violenza-contro-donne/</guid><pubDate>Tue, 25 Nov 2025 08:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>societa</category><description>Il “paradosso nordico”, richiamato dalla ministra per le Pari opportunità Eugenia Roccella, per cui in Svezia, con tutta l’educazione sessuale che si fa da sempre, ci sono più femminicidi che in Italia è una vecchia tesi che confronta aspetti non paragonabili. Quando si analizzano con la metodologia corretta i risultati, ripuliti dalle variabili sociali ed economiche, e prima e dopo un intervento educativo le differenze positive degli interventi a favore della parità di genere emergono chiaramente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/si-educazione-sessuale-contribuisce-prevenire-violenza-contro-donne-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/si-educazione-sessuale-contribuisce-prevenire-violenza-contro-donne-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Non c’è correlazione tra l’educazione sessuale a scuola e una diminuzione di violenze contro le donne. Lo vediamo nei Paesi dove da molti anni (l’educazione sessuale a scuola) è un fatto assodato, come per esempio la Svezia. La Svezia ha più violenze e femminicidi di noi».</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=meEUVWDAlZg" rel="noopener">La frase pronunciata da Eugenia Roccella</a> a margine della Conferenza internazionale contro il femminicidio, organizzata a Roma il 21 novembre scorso, ha guadagnato le prime pagine dei giornali e ha sollevato un’ondata di indignazione tra sociologi, psicologi e studiosi di pedagogia. La sua argomentazione è un vecchio cavallo di battaglia di politici e attivisti anti-scelta: l’interpretazione distorta di un fenomeno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S027795361630140X" rel="noopener">che va sotto il nome di “paradosso nordico”</a> allo scopo di sminuire il ruolo dell’educazione sessuale e affettiva, che proprio in questi giorni è sotto attacco alla Camera, dove si discute il disegno di legge Valditara.</p>
<p>Nei Paesi del Nord Europa, dove l’educazione sessuale è parte integrante del curriculum scolastico da decenni - è la tesi - i femminicidi e gli episodi di violenza contro le donne sono più frequenti rispetto all’Italia, dove l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole è carente e disomogenea. È la prova, sostiene Roccella, che educare i giovanissimi alla parità di genere non serve a prevenire la violenza.</p>
<p>«Il ragionamento è scorretto dal punto di vista metodologico», osserva Marta Giuliani, psicologa e sessuologa clinica, coordinatrice del Gruppo di lavoro di psicologia della sessualità e dell’affettività dell’Ordine degli psicologi del Lazio, «perché non è possibile rilevare una correlazione diretta in assenza dello studio approfondito di altre variabili come, per esempio, fasce d’età, livello socio-economico, certezza della pena, aspetti psico-sociali. Per valutare con rigore scientifico la correlazione tra programmi di educazione sessuale e affettiva nelle scuole e violenza di genere, bisogna affidarsi a protocolli di ricerca specifici che analizzano la popolazione target prima e dopo l’intervento educativo, e non è sufficiente semplicemente confrontare dati qualitativi e osservativi. Studi statisticamente costruiti con questi livelli di accuratezza, infatti, hanno sempre documentato i benefici dell’educazione sessuo-affettiva nella costruzione di relazioni sane, paritarie e egualitarie».</p>
<p>Per esempio, <a href="https://doi.org/10.3390/healthcare11182511" rel="noopener">una meta-analisi pubblicata nel 2023</a>, che analizza gli effetti dell’educazione sessuale e affettiva su un totale di più di cinquantamila ragazzi e ragazze di età compresa tra 10 e 19 anni, negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, evidenzia un significativo miglioramento della capacità di avviare e mantenere relazioni positive, gestire i conflitti, comunicare efficacemente, e una riduzione degli episodi di violenza sessuale tra pari.</p>
<h2 id="limportanza-di-riconoscere-la-violenza-e-chiedere-aiuto">L’importanza di riconoscere la violenza e chiedere aiuto</h2><p>Il femminicidio è la punta dell’iceberg della violenza di genere, che si esprime in modo trasversale nella società attraverso i pregiudizi, la discriminazione, la sopraffazione psicologica ed economica, la violenza fisica e sessuale e solo in un numero più limitato di casi arriva all’uccisione delle vittime. È dimostrato che laddove la sopraffazione maschile sulle donne è presente in modo sistematico ed è normalizzata, gli esiti più estremi della violenza sono più rari, perché le vittime sono scoraggiate dall’idea di ribellarsi e separarsi dal partner. Una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0047272724001476" rel="noopener">ricerca condotta nel 2024 proprio in Svezia</a> mostra che una maggiore autonomia economica e sociale della donna aumenta per lei il rischio di incorrere nella violenza da parte del partner, che percepisce di avere meno potere nei suoi confronti. È uno dei fattori che concorrono a spiegare il paradosso nordico.</p>
<p>Un altro fattore è la capacità delle vittime di riconoscere la violenza perpetrata nei loro confronti e di chiedere aiuto. I risultati dello stesso studio evidenziano che le donne più consapevoli e più autonome sono più propense a denunciare. Nei Paesi in cui le vittime hanno meno fiducia nelle istituzioni, meno possibilità di chiedere aiuto o dove la ribellione ai soprusi è stigmatizzata, la violenza rimane sommersa, non appare nelle statistiche.</p>
<p>Combattere la normalizzazione della violenza di genere è proprio uno degli obiettivi dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Un esempio di questo impegno è <a href="https://mysafespace.aidos.it/" rel="noopener">My Safe Space</a>, un progetto di intervento nelle scuole dell’<em>Associazione italiana donne per lo sviluppo (AIDOS),</em> che mira a stimolare la discussione tra ragazzi e ragazze sulla differenza tra relazioni sane e relazioni tossiche, tra manifestazioni di amore e prevaricazione. Tra i materiali che l’AIDOS mette a disposizione sul sito del progetto, c’è una serie di carte che riportano frasi riferite da studenti e studentesse, campanelli d’allarme che bisogna insegnare a riconoscere: «Dice che non lo farà più. Che lo schiaffo gli è scappato», «Fammi vedere cosa ti ha scritto. Se mi ami non devono esserci segreti tra noi» e ancora «No, non vengo stasera. Fede non vuole».</p>
<p>«<em>My Safe Space</em> nasce dall&rsquo;esperienza di AIDOS dentro e fuori le scuole, grazie ai laboratori contro gli stereotipi e al lavoro decennale sulla prevenzione della violenza di genere, nonché dal bisogno delle persone giovani e adolescenti in particolare di parlare delle proprie relazioni intime», spiega Serena Fiorletta, vicepresidente dell’Associazione. «Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin abbiamo sentito l’urgenza di offrire strumenti concreti per ascoltare, confrontarsi e riconoscere i segnali di paura, percezione del pericolo ma anche le risorse che abbiamo a disposizione. Le nostre flashcard, gli specchietti, il quiz e tutti i materiali che suggeriamo servono proprio a questo: creare spazi più sicuri senza fare solo lezioni frontali, ma anche facilitare la presa di parola, la riflessione e la consapevolezza».</p>
<p>Da sola, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non può arrestare i femminicidi, ma è uno degli strumenti più efficaci di cui disponiamo oggi per avviare un cambiamento sociale importante e contrastare la violenza di genere in tutte le sue forme, quelle più evidenti come quelle nascoste ma non meno dolorose.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fare la TAC ai Campi Flegrei, e poi la diagnosi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-tac-campi-flegrei-poi-diagnosi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-tac-campi-flegrei-poi-diagnosi/</guid><pubDate>Mon, 24 Nov 2025 10:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Sfruttando le migliaia di terremoti registrati negli ultimi anni, i ricercatori hanno ottenuto un’immagine tridimensionale ad alta risoluzione della caldera vulcanica e attribuito la responsabilità del bradisismo a un ampio sistema geotermale ricco di gas e liquidi e riscaldato dal magma presente in profondità. Questo secondo gli autori suggerisce la necessità di considerare le esplosioni freatiche nei piani di gestione del rischio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fare-tac-campi-flegrei-poi-diagnosi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fare-tac-campi-flegrei-poi-diagnosi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di tagliare i Campi Flegrei con un piano verticale in direzione nord-sud che attraversa il centro di Pozzuoli, cioè il punto dove si registra il massimo sollevamento del suolo e si concentrano i terremoti più forti.</p>
<p>Osservando questa sezione, vedreste, a circa un chilometro di profondità, un coperchio formato da prodotti vulcanici cementati naturalmente. Lievemente inarcato, spesso ottocento metri e lungo circa quattro chilometri, il coperchio si interrompe solo in corrispondenza della Solfatara. Vedreste questo coperchio comprimere un ampio sistema geotermale di forma ellissoidale esteso fino a 3,5 chilometri di profondità. Subito sotto trovereste un basamento calcareo fino ad almeno quattro chilometri di profondità. Fin qui nessuna traccia di magma.</p>
<p>Questa la descrizione dei Campi Flegrei ottenuta con la &ldquo;TAC&rdquo; più accurata effettuata finora della caldera vulcanica e presentata in uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-59821-z" rel="noopener">studio</a> pubblicato sulla rivista <em>Nature Communications</em> e coordinato dall’Università di Napoli, Federico II.</p>
<p>Lo studio è stato possibile grazie all’analisi di quasi diecimila terremoti, molti dei quali rilevati negli ultimi tre anni, durante la fase acuta dell’attuale crisi bradisismica. Gli autori hanno impiegato una tecnica chiamata tomografia, che sfrutta le onde sismiche un po’ come una TAC sfrutta le onde elettromagnetiche. Sono stati poi fondamentali gli esperimenti realizzati all’Università di Stanford su due carote rocciose prelevate negli anni Ottanta ai Campi Flegrei.</p>
<p>Oltre a ottenere una fotografia della caldera, gli autori hanno proposto una spiegazione del bradisismo osservato negli ultimi dieci anni, caratterizzato da una prima fase (2014-2020) con terremoti superficiali e di bassa magnitudo e da una seconda fase (dal 2020 in poi) in cui i terremoti si sono fatti più profondi e più intensi.</p>
<p>Secondo gli autori, la caldera si comporterebbe come una grande pentola a pressione, il cui “coperchio” si incrina di tanto in tanto.</p>
<p>Il serbatoio geotermale sottostante è composto da rocce porose impregnate di gas e liquidi - soprattutto acqua e anidride carbonica - a temperature elevate, intorno ai 300 °C.</p>
<p>Quando, per vari motivi (come l’apporto di gas dalla camera magmatica presente a circa <a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2008GL034242" rel="noopener">sette chilometri</a> sotto la superficie o l’infiltrazione di acque meteoriche), il volume dei fluidi aumenta, il serbatoio si espande: i pori delle rocce si dilatano, un po’ come accade in una spugna che si gonfia. Questa espansione accresce la pressione sul “coperchio” sovrastante, che a un certo punto si fessura, permettendo la fuoriuscita dei gas – per esempio alla Solfatara – e generando piccoli terremoti superficiali.</p>
<p>Allo stesso tempo, la fessurazione del coperchio e la diminuzione di volume del serbatoio alleggerisce la pressione che questi esercitavano sulle pareti verticali della caldera all’interno delle quali si trovano faglie più estese e quindi capaci di generare scosse più intense. Venendo meno la pressione sulle pareti, le faglie si mettono in moto causando terremoti più forti e più profondi.</p>
<p>Questa descrizione invita anche a ripensare l’approccio alla gestione del rischio ai Flegrei.</p>
<p>«All’inizio della crisi, la sismicità e la deformazione del suolo non sono stati considerati come rischi in sé, ma solo come strumenti per monitorare il rischio di un’eruzione vulcanica», commenta Grazia De Landro, ricercatrice alla Federico II e prima autrice dello studio. «È vero che un’eruzione vulcanica è l’evento che causerebbe la massima distruzione possibile, ma è anche il meno probabile, mentre il sollevamento del suolo e i terremoti hanno già provocato danni alle infrastrutture», continua De Landro.</p>
<p>Alcune ricerche hanno suggerito che un’eruzione vulcanica potesse non essere così improbabile, rilevando la risalita di magma verso la superficie dalla camera magmatica profonda a sette-otto chilometri di profondità. In particolare, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012821X24001778" rel="noopener">uno studio</a> di tomografia condotto nel 2024 considerando un numero minore di terremoti (circa mille) ha concluso che a cinque chilometri di profondità si starebbe accumulando del magma.</p>
<p>«Le immagini tomografiche della caldera, ottenute utilizzando la sismicità attuale, hanno una scarsa risoluzione al di sotto di quattro chilometri di profondità. Ciò è dovuto alla distribuzione degli eventi sismici, che sono tutti più superficiali; di conseguenza, è rischioso interpretare le caratteristiche dei modelli tomografici a profondità maggiori», commenta De Landro. Studi recenti, tra cui il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/vederci-chiaro-campi-flegrei/">ricco</a> catalogo sismico ottenuto con l’intelligenza artificiale, non trovano indicazioni di una risalita del magma.</p>
<p>Il ruolo e la posizione che questo studio attribuisce al serbatoio geotermale suggerisce in particolare la necessità di considerare il rischio di eruzioni freatiche, esplosioni di vapore, acqua, cenere e frammenti rocciosi. «Tali eventi, sebbene non direttamente causati dal magma, potrebbero comunque presentare rischi sostanziali. Di conseguenza, questi risultati evidenziano la necessità di integrare gli scenari di esplosione freatica nei piani aggiornati di mitigazione del rischio vulcanico per la regione dei Campi Flegrei», hanno scritto gli autori nelle conclusioni dello studio.</p>
<h2 id="come-si-fa-la-tac-ai-campi-flegrei">Come si fa la “TAC” ai Campi Flegrei</h2><p>La tomografia assiale computerizzata, TAC, del corpo umano è basata sul fatto che tessuti diversi assorbono le onde elettromagnetiche (i raggi X nel caso della TAC) in modo diverso. Osservando l’attenuazione dei raggi X da diversi punti è possibile di ricostruire una serie di sezioni adiacenti del corpo che insieme compongono un’immagine tridimensionale.</p>
<p>Un principio simile si può sfruttare con le onde sismiche, che sono però onde meccaniche. La loro velocità di propagazione nella crosta terrestre dipende in sostanza da rigidità, densità e temperatura delle rocce di cui essa è formata.</p>
<p>In uno studio di tomografia sismica si divide in tante celle cubiche il volume della crosta terrestre che si intende analizzare. Quando le onde sismiche viaggiano dal punto dove ha avuto origine la frattura verso la superficie, attraversano alcune di queste celle e poi vengono rilevate dai sismografi.</p>
<p>Studiando i tempi che hanno impiegato per arrivare dalle sorgenti ai sismografi, si può ricostruire la velocità a cui hanno viaggiato in ciascuna cella.</p>
<p>Per questo studio, i ricercatori hanno considerato circa diecimila terremoti rilevati tra il 2014 e il 2024 dalle oltre cinquanta stazioni sismiche che monitorano i Campi Flegrei.</p>
<p>«Avere a disposizione un numero così elevato di dati di alta qualità, sia per quanto riguarda la distribuzione degli eventi sismici sia quella delle stazioni, ci ha consentito di aumentare la risoluzione della tomografia», spiega De Landro. «Ogni dato corrisponde a un raggio sismico che attraversa il sottosuolo: maggiore è il numero e la varietà di questi raggi, maggiore sarà il dettaglio con cui possiamo ricostruire il modello di velocità. È un po’ come passare da un’immagine sgranata a una sempre più nitida, man mano che si aggiungono pixel. Nel nostro caso, ogni cella, il nostro “pixel”, misura 250 metri di lato» aggiunge De Landro.</p>
<p>La mappa di velocità viene ottenuta attraverso una procedura iterativa che parte da un’ipotesi iniziale sulla struttura della caldera. Questa ipotesi influenza il risultato finale e dunque deve essere ben giustificata. Gli autori di questo studio la hanno formulata sulla base di campioni di roccia prelevati negli anni Ottanta. I campioni erano stati prelevati fino a tre chilometri di profondità dai pozzi scavati da Agip ed Enel, che cercavano sorgenti geotermiche. «Ancorare l’ipotesi iniziale alla realtà litologica dei Campi Flegrei è la scelta più robusta che si possa fare», spiega De Landro.</p>
<h2 id="i-campioni-dimenticati-a-stanford-per-interpretare-la-tac">I campioni dimenticati a Stanford per interpretare la “TAC”</h2><p>Una volta trovata la mappa di velocità nella caldera, gli autori ne hanno cercato un’interpretazione geologica.</p>
<p>Si sono concentrati in particolare sul volume ellissoidale che la tomografia individua tra due e 3,5 chilometri di profondità, caratterizzato da un valore anomalo del rapporto tra la velocità delle onde sismiche longitudinali e di quelle trasversali.</p>
<p>Per interpretare questi dati è stato fondamentale poter condurre esperimenti di fisica delle rocce nel laboratorio di Vanorio su campioni da carotaggi di pozzo.</p>
<p>«Sono arrivata per la prima volta a Stanford subito dopo il dottorato nel 1999 e ho portato con me campioni delle carote rocciose dei Campi Flegrei provenienti dai pozzi realizzati a San Vito e Mofete», racconta Tiziana Vanorio, nata e cresciuta a Pozzuoli e che oggi dirige il laboratorio di fisica delle rocce e di geomateriali dell’Università di Stanford. «Sono poi tornata in Europa per qualche anno e non ho pensato di portarli con me, ma quando sono tornata qui nel 2005, li ho ritrovati», racconta.</p>
<p>«In laboratorio, abbiamo riprodotto le condizioni di pressione e temperatura che ci aspettiamo di trovare a quella profondità e abbiamo iniettato acqua calda, aumentando così la pressione nella struttura porosa della roccia, misurando contemporaneamente come varia la deformazione volumetrica e la la velocità di propagazione delle onde sismiche. Variando la pressione del fluido, mantenendo costante la temperatura, l&rsquo;acqua si trasforma da vapore in liquido.»</p>
<p>Le velocità misurate sono state confrontate a quelle ottenute dalla tomografia sismica e corrispondono ad un range di pressione del fluido in cui prevale acqua liquida arricchita in gas vapore.</p>
<p>Questo corrobora l&rsquo;ipotesi che il corpo ellissoidale individuato tra due e 3,5 chilometri di profondità sia un sistema geotermale dominato da acqua in pressione arricchita in fasi gassose.</p>
<p>La presenza di un sistema del genere era stata ipotizzata per la prima volta quarant&rsquo;anni fa da Richard Aster, geofisico all’Università del Colorado, <a href="http://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/0040195188901734" rel="noopener">analizzando</a> qualche centinaio di terremoti registrati durante la crisi bradisismica del 1982-84.</p>
<p>«Usando tecniche di imaging sismico all’avanguardia, questo studio fornisce un aggiornamento tempestivo e necessario sulla sismicità e sull&rsquo;instabilità generale di questa regione in un contesto petrografico e di fisica delle rocce», ha <a href="https://static-content.springer.com/esm/art%3A10.1038%2Fs41467-025-59821-z/MediaObjects/41467_2025_59821_MOESM5_ESM.pdf" rel="noopener">commentato</a> Aster, che è stato uno dei revisori dell’articolo.</p>
<p>«L’analisi usa un campione di dati sismici di un ordine di grandezza superiore rispetto a quello considerato nelle precedenti analisi, condotte da me nel 1989 e da Vanorio nel 2005, e fornisce un&rsquo;immagine eccezionale di un sistema calderico sismogenetico in espansione», ha concluso Aster.</p>
<h4 id="questo-articolo-è-prodotto-in-collaborazione-con-lo"><em>Questo articolo è prodotto in collaborazione con lo <a href="https://www.fondazionereturn.it/spoke3/" rel="noopener">Spoke 3</a> (Terremoti e vulcani) della Fondazione RETURN. RETURN (multi-Risk sciEnce for resilienT communities under a changiNg climate) è un partenariato esteso finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Mira a rafforzare le filiere di ricerca sui rischi ambientali, naturali e antropici a livello nazionale e a promuovere la loro partecipazione alle catene del valore strategiche europee e globali.</em></h4>]]></content:encoded></item><item><title>Hebe de Bonafini e le Madres de Plaza de Mayo: la maternità che sfidò la dittatura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/hebe-de-bonafini-madres-de-plaza-de-mayo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/hebe-de-bonafini-madres-de-plaza-de-mayo/</guid><pubDate>Thu, 20 Nov 2025 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>pace</category><description>Hebe de Bonafini, figura simbolo delle Madres de Plaza de Mayo, ha trasformato il lutto privato in una forza politica capace di sovvertire il patriarcato e denunciare il terrore della dittatura argentina. Con le altre Madres ha reinventato la maternità come gesto pubblico, collettivo e rivoluzionario, aprendo varchi nella repressione e costruendo una memoria condivisa che continua a interrogare il presente e le sue ingiustizie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/hebe-de-bonafini-madres-de-plaza-de-mayo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/hebe-de-bonafini-madres-de-plaza-de-mayo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Hebe de Bonafini è venuta a mancare il 20 novembre 2022. </p>
<p>In casa mia le trasmissioni di Gianni Minà erano un appuntamento a cui non si poteva mancare: fin da piccola ascoltavo quella voce inconfondibile e familiare parlare di Argentina, di desaparecidos, e ricordo la sua intervista a Hebe de Bonafini. </p>
<p>Ho avuto modo di incontrare Hebe a Roma, più di 25 anni fa. Quando finalmente riuscii a vederla (era arrivata in ritardo) mi sembrò una signora di una certa età, come mia nonna o le mie zie. Appena iniziò a parlare mi apparve invece come una gigante. Hebe è una delle figure simbolo delle Madres de Plaza de Mayo di Buenos Aires. «Una madre che ha trasformato la sua vita in pietra di inciampo per i collusi con la dittatura argentina», così <a href="https://ilmanifesto.it/hebe-cosi-lotto-una-madre" rel="noopener">la definì</a> Gianni Minà. </p>
<p>Le Madres de Plaza de Mayo in Argentina sono uno dei più noti esempi di costruzione di memorie collettive, di narrazioni alternative frutto dell’intreccio tra biografie personali e storia nazionale. Quella che poi è diventata l’organizzazione Madres de Plaza de Mayo (MPM) è stata la prima presa di parola pubblica contro la dittatura. Furono le donne ad alzare la voce, a sfidare il terrorismo di Stato e, insieme, a <a href="https://oaj.fupress.net/index.php/cambio/article/view/1279" rel="noopener">costruire una memoria militante</a> e dissidente trasformando il proprio dolore in una pagina di storia del Paese. </p>
<p>Le Madres incarnarono con i loro corpi di donne di mezza età, estranei «per costituzione» alla sfera pubblica, una nuova capacità di generare spazi e tempi politici, lontani dagli spazi e dai tempi della politica tradizionale. </p>
<h2 id="in-presenza-della-morte-senza-accettarla">In presenza della morte senza accettarla</h2><p>Furono un gruppo di donne, semplici casalinghe abituate ad assistere all’attività dei figli senza porsi troppe domande, cresciute nel rispetto delle autorità costituite che, dopo il golpe militare del 24 marzo 1976, ebbero il coraggio di sfidare la dittatura e conquistare la piazza, decise a ritrovare i figli scomparsi. Dal 30 aprile 1977, ogni giovedì, senza mai saltarne uno, le Madres hanno marciato, fatto la rondas, nella piazza. Forti solo del fazzoletto bianco che si annodavano sotto il mento, delle fotografie dei figli appese sul petto, seppero inventare varchi con il proprio corpo per far sapere al mondo quello che accadeva sotto una dittatura.</p>
<p>Dopo aver vissuto un’esperienza abissale che le ha tenute per quasi trent’anni in presenza della morte senza accettarla, le Madres de Plaza de Mayo hanno fatto del “dar vita” <a href="https://www.bnnonline.it/it/136/teca-tematica/1568/non-un-passo-indietro-storia-delle-madres-de-plaza-de-mayo" rel="noopener">un potere irrevocabile</a>. </p>
<p>Nel 1986 Hebe de Bonafini è stata tra le protagoniste della scissione nell’associazione che allora guidava, a seguito delle divergenze nate dall’offerta di riparazioni economiche per la perdita dei figli del presidente argentino Raúl Alfonsín. De Bonafini prese radicalmente posizione contro le madri che avevano accettato il denaro e decise, insieme ad altre, di abbandonare l’organizzazione originaria – da quel momento contrassegnata come “Línea Fundadora” – e fondare l’Asociación Madres de Plaza de Mayo. Dopo la scissione, l’Associazione presieduta da De Bonafini ha iniziato un articolato percorso di attivismo, affiancando le continue rivendicazioni di giustizia per le sparizioni operate dal regime alla creazione di una forte sensibilità <a href="https://www.europarl.europa.eu/sakharovprize/it/las-madres-de-plaza-de-mayo-1992-argenti/products-details/20200330CAN54167" rel="noopener">antimperialista e anticapitalista</a>. In <a href="https://www.vanityfair.it/article/hebe-de-bonafini-fondatrice-madri-plaza-de-mayo-sfido-dittatura-argentina" rel="noopener">un’intervista</a>, Hebe definì il movimento “un’organizzazione politica, con uno scopo di liberazione”. </p>
<p>Anche con il movimento delle nonne, le Abuelas che si battevano per il ritrovamento e la restituzione dei bambini sottratti dal regime militare, ci fu una netta presa di distanza che riguardò non solo la questione della riparazione economica ma soprattutto la <a href="https://tn.com.ar/politica/2022/04/30/a-45-anos-de-la-primera-marcha-de-las-madres-de-plaza-de-mayo-que-diferencias-tiene-con-abuelas/" rel="noopener">rivendicazione verso i “nipoti”</a> e la loro restituzione alle famiglie dei desaparecidos. Per le abuelas i nipoti una volta ritrovati dovevano tornare dalle famiglie cui erano stati strappati mentre per le Madres i figli sono del mondo e i nipoti avevano il diritto di scegliere con chi continuare a vivere. </p>
<h2 id="madre-di-tutti-gli-oppressi-del-mondo">Madre di tutti gli oppressi del mondo</h2><p>Dalla tutela dei diritti delle popolazioni indigene, alla solidarietà alle lotte dei neozapatisti e i rapporti con i presidenti socialisti Hugo Chávez e Fidel Castro la postura politica di Hebe è paradigmatica di una parabola che parte dalla risignificazione e <a href="https://lospiegone.com/2020/09/30/latinas-risignificare-la-maternita/" rel="noopener">collettivizzazione della maternità</a> per creare una soggettività politica autonoma e indipendente. Hebe de Bonafini ha fatto del suo corpo un archivio di memoria storica e della sua vita un esempio di militanza attiva e consapevole, partendo dal lutto privato e arrivando ad abbracciare la lotta per la giustizia sociale.</p>
<blockquote>
<p>Nel libro <em>Le Pazze, un incontro con le madri de Plaza de Mayo</em>, dove Daniela Padoan raccoglie le interviste fatte alle Madres, ci sono le parole della stessa Hebe che con una potenza sconfinata racconta la sua trasformazione di donna, di madre, di rivoluzionaria. Racconta senza esitazione come avvenne il sequestro e la desparición del figlio, di come ha reagito e di come quel trauma e quella lacerazione l’hanno resa la madre di tutti gli oppressi del mondo.<br>
 <br>
Certo, fu necessario avere un grande coraggio, ma il coraggio ce lo diedero i nostri figli… il coraggio di uscire nello spazio pubblico. Ma devo dirti che il nostro non era coraggio… credo di no; piuttosto penso che fosse decisione, chiarezza su quello che volevamo… spesso, ci aizzarono contro i cani, e noi, per difenderci, imparammo a usare un giornale arrotolato. Cercavano di disperderci con i gas lacrimogeni, e noi imparammo a portare con noi una bottiglietta d’acqua e del bicarbonato. Ci sono tante cose che bisogna imparare, quando si lotta… Noi avevamo la nostra pazzia, e i militari il loro ordine, che cercavano disperatamente di mantenere. A disarmarli, era proprio il nostro modo di scardinare quello che per loro era normale”<br>
“In realtà quello che è successo è che siamo state partorite dai nostri figli.<br>
“Noi altre siamo uscite dalla cucina per imparare la politica, e, anche se ci mancavano i figli, abbiamo imparato quello che proprio loro avevano desiderato, e lo abbiamo fatto nostro; abbiamo imparato che ci sono maniere di vivere diversamente, e che essere madri di tutti i desaparecidos significa abbracciare tutti, non solo loro, ma anche gli uomini e le donne che lottano, e quelli che non hanno la forza di far sentire la loro voce, perché sono troppo emarginati “<br>
“Per farci mettere al mondo, per farci partorire da loro, abbiamo dovuto capire chi fossero, e così la loro lotta ha cominciato a essere la nostra. </p></blockquote>
<p>Nel <a href="https://ilmanifesto.it/la-memoria-e-fertile" rel="noopener">discorso pronunciato in Plaza de Mayo</a> il 30 aprile 2012 in occasione del 35° anniversario dell’associazione, Hebe de Bonafini offre il senso di una resistenza politica generosa e libera: «Ci sono cose molto forti: il ferro, il bronzo, il marmo. Ma mi sembra che più forte del cuore delle Madres non ci sia niente (…) Noi non abbiamo fondato niente. Noi Madres abbiamo creato e abbiamo partorito. Abbiamo creato questa forma di lotta e di scontro senza volerlo e senza saperlo (…) Sentiamo la necessità di mettere il nostro corpo e di mettere quanto di meglio abbiamo perché un giorno, quando si parlerà di noi, si dica che noi Madres abbiamo partorito in continuazione, non soltanto figli meravigliosi, abbiamo partorito felicità, giustizia, amore, comprensione, solidarietà». </p>
<p>Le Madres de Plaza de Mayo davanti alla Casa Rosada sono una delle immagini più angosciose del secolo scorso per una vera coscienza democratica. Gli U2 hanno dedicato loro una canzone <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FsDy8nbw-vk" rel="noopener"><em>Mothers of the Disappeared</em></a>, Saramago <a href="https://www.tiempoar.com.ar/ta_article/abuelas-anuncio-su-candidatura-al-nobel-de-la-paz/#:~:text=%E2%80%9CAcompa%C3%B1ar%20la%20candidatura%20es%20un,tambi%C3%A9n%20en%20la%20comunidad%20internacional." rel="noopener">le ha candidate al premio Nobel</a> per la pace. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini <a href="https://www.fondazionestudistoriciturati.it/nel-trentennale-della-morte-di-sandro-pertini-1990-2020-v/" rel="noopener">le sostenne apertamente</a>. </p>
<p>Fu proprio durante la cerimonia del Nobel che Hebe e tutte le Madres assieme coniarono una formula riferita ai loro figli, che sarà da lì in poi ricamata sui loro fazzoletti, e che diventò anche la cifra di elaborazione collettiva di un lutto personale e politico al tempo stesso: Aparición con vida cioè ricomparsa in vita. Erano diventate, con quella scritta, le madri di tutti gli scomparsi, i cancellati dalla vita sociale. </p>
<p>Spesso le madres ed Hebe sono state paragonate alla figura di Antigone, perché entrambe si ribellano alla legge iniqua, entrambe arrivano spontaneamente all’azione politica dall’universalità dei valori e dei sentimenti umani violati dalla politica. Entrambe agiscono il conflitto fra sangue e legge, fra famiglia e politica, fra privato e pubblico, anche se l’agito di Antigone è individuale mentre quello delle Madres è corale e collettivo. </p>
<p>È dentro la lotta, non di resistenza ma di trasformazione, che c’è la grande potenza generativa di un nuovo concetto di maternità e genitorialità che va indagato e assunto. <br>
Le Madres hanno posto il loro vissuto nato dentro agli spazi domestici per ricollocarlo in uno spazio pubblico nuovo, imprevisto, dirompente: la piazza, teatro delle loro proteste. La stessa Hebe spiegherà bene cosa significasse la piazza per loro: «Negli altri posti non ci sentivamo vicine, mentre in piazza ci organizzavamo tra di noi, ci davamo coraggio a vicenda, ci scambiavamo un abbraccio». Un cammino collettivo, lo definisce Raúl Zibe in <em>Genealogia della rivolta</em>, sottolineando che «Nella Plaza ognuna è sé stessa, mette in campo il proprio corpo, non solo non si nasconde ma piuttosto fa tutto il possibile per essere notata». La stessa Hebe ha detto: «Marciare significa camminare verso qualcosa, e noi crediamo che, se pur camminiamo in circolo, stiamo andando verso una meta. È stato in quel nostro camminare a braccetto, una accanto all’altra, parlandoci e conoscendoci, che abbiamo costruito il nostro pensiero». </p>
<p>Non c’era soltanto il proposito di ottenere giustizia e verità per i loro desaparecidos. Non si trattava di colmare uno spazio lasciato irrimediabilmente vuoto, ma di trasformare quello spazio in un’altra cosa. </p>
<p>La cosa che nell’esperienza delle Madres, tuttavia, si rivela più interessante è il loro modo, imprevisto e dirompente, di risignificare il materno riuscendo a sganciarsi da un modello di soggettività esclusivamente oblativa e sacrificale, prendendo invece le sembianze di una figura dell’impegno politico, dell’azione e del conflitto.</p>
<p>Non è, quindi, soltanto la marcia, l’azione collettiva, il resistere alle aggressioni a caratterizzare questa loro pratica ma c’è anche la postura che ribalta e decostruisce il ruolo della madre dentro una società patriarcale e dentro l’ideologia e la propaganda del regime dittatoriale che combattono. La maternità non rimane allo stato di strazio viscerale, di lutto privato, ma è il tassello di una criminale tragedia collettiva. Niente pianti o lamentazioni sacrificanti, che avrebbero ricondotto le madri al ruolo tradizionale e impolitico di lamentatrici ma un cammino divenuto un vero e proprio circolo di relazioni e condivisione del quotidiano. </p>
<p>Le Madres, dunque, hanno socializzato la maternità, ne hanno ricavato un nuovo paradigma: la maternità come fatto politico, non biologico. Le Madres rappresentavano le madri di tutti i desaparecidos, di tutte le vittime di ingiustizia. Hanno risignificato la maternità sovvertendo il legame tra maternità e sfera privata. </p>
<p>Ed è proprio questo che le Madres ci consegnano: la possibilità di <a href="https://associazionekabawil.wordpress.com/2014/07/22/la-memoria-e-fertile-alessandra-pigliaru-il-manifesto-2-luglio/" rel="noopener">politicizzare in maniera feconda e lungimirante l’amore materno</a>, il quale però non coincide – e questo la loro esperienza lo ha svelato in maniera esemplare – con la versione che ne ha dato e ne dà incessantemente la cultura patriarcale e neo-patriarcale. </p>
<p>Mentre in quegli stessi anni negli Stati Uniti, le femministe giungevano alla conclusione della <a href="https://www.dwf.it/rivista/emme-effe-maternita-femministe/#:~:text=%E2%80%9CRecuperare%20il%20desiderio%20di%20maternit%C3%A0,dovranno%20occuparsi%20in%20prima%20persona" rel="noopener">necessità di riscattare il corpo</a> della donna dalla facoltà di generare, le argentine collocavano quella prerogativa proprio al centro della dimensione pubblica, presentandosi come madres de desaparecidos. </p>
<p>Il loro declinare la maternità fu talmente sovversivo che Giovanni Paolo II <a href="https://ilmanifesto.it/archivio/1999003293" rel="noopener">non le riconobbe</a> e non le sostenne e quando fu costretto a incontrale, il 5 luglio 1980, fu un incontro freddo. Un Papa, la cui devozione a Maria è diventata la cifra del suo pontificato, che <a href="https://www.acistampa.com/story/11894/giovanni-paolo-ii-il-grazie-alle-donne-e-lesaltazione-del-genio-femminile-11894" rel="noopener">aveva una idea precisa di cosa fosse il materno</a> e il ruolo sociale che doveva incarnare una madre non poteva che combattere questo gruppo di donne in quanto con la loro esistenza mettevano in pericolo secoli di costrutti religiosi e sociali.  </p>
<p>La storia delle Madres non è così diffusa e indagata come dovrebbe; anche le elaborazioni dei femminismi contemporanei dovrebbero recuperare la memoria e la pratica collettiva di queste donne, il loro contributo a destrutturare il patriarcato attraverso il materno, il corpo e l’affidamento reciproco. Hanno segnato una traccia importante posizionandosi come donne e madri ma in un senso radicalmente opposto alla declinazione che di queste dimensioni danno le destre ultra conservatrici di oggi.</p>
<p><a href="https://associazionekabawil.wordpress.com/2014/07/22/la-memoria-e-fertile-alessandra-pigliaru-il-manifesto-2-luglio/" rel="noopener">Questo il lascito</a>: «Tutto questo è nostro. Domani, a cuore aperto e con le braccia tatuate di tanto amore, guarderemo negli occhi i nostri figli, quelli che abbiamo, quelli che verranno, quelli che sono ancora il sogno che i nostri genitori non sognano più, e ricominceremo. Torneremo a lottare per altri impossibili. Perché, ricordiamo, l’impossibile tarda solo un po’ di più».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>In Senato si discute (male) sul Ponte sullo Stretto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/senato-si-discute-male-ponte-stretto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/senato-si-discute-male-ponte-stretto/</guid><pubDate>Wed, 19 Nov 2025 13:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><description>La senatrice a vita Elena Cattaneo ha meritoriamente organizzato un confronto tra esperti in Senato riguardo gli aspetti tecnico-scientifici del progetto del Ponte sullo Stretto. Purtroppo l&amp;amp;rsquo;evento ha faticato a soddisfare la necessità di fare chiarezza. I temi scientifici trattati sono estremamente complessi, ed è proprio per questo che in un setting del genere la scelta dei relatori è la singola scelta più importante, per cercare di non far pensare a chi ascolta che il consenso della comunità scientifica intorno alle diverse ipotesi si approssimi con la percentuale di relatori in accordo con ciascuna di esse. La mediazione è mancata del tutto, perché la mediazione culturale è un mestiere, una professione, che nessuno dei presenti pratica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/senato-si-discute-male-ponte-stretto-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/senato-si-discute-male-ponte-stretto-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Si è svolto ieri presso il Senato della Repubblica, un confronto tecnico-scientifico sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, organizzato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo. Le tre ore di confronto sono state trasmesse in diretta <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/774527/ponte-sullo-stretto-confronto-tecnico-scientifico-su-aspetti-geologici-e-sicurezza-del" rel="noopener">streaming</a> dalla televisione del Senato e seguite in sala da alcune decine di esperti, geologi e ingegneri, oltre ad alcuni rappresentanti della Stretto di Messina S.p.A., tra cui l’Amministratore Delegato Pietro Ciucci.</p>
<p>L’incontro nasce da uno scambio tra Cattaneo e Ciucci, avvenuto in parte sulle pagine del quotidiano <a href="https://www.repubblica.it/commenti/2025/08/17/news/ponte_stretto_sicurezza_rischi-424792143/" rel="noopener">La Repubblica</a>, ad agosto di quest’anno. Cattaneo reclamava il diritto di sapere se i dubbi sollevati da alcuni esperti, <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2025/05/17/news/ponte_stretto_messina_pericolo_sisma_doglioni-424254108/" rel="noopener">tra cui</a> l’ex presidente dell’INGV Carlo Doglioni oggi vicepresidente dell’Accademia dei Lincei, fossero stati debitamente presi in considerazione nel progetto definitivo del ponte sullo stretto.</p>
<p>I dubbi di Cattaneo riguardano soprattutto i terremoti, e in particolare se le faglie capaci di generare scosse che metterebbero a rischio il ponte siano state tutte mappate e caratterizzate in modo esaustivo.</p>
<p>Non si può non condividere il bisogno, manifestato da Cattaneo, di comprendere in che direzione vada davvero il dibattito scientifico su questi temi. E non si può non ringraziarla per aver voluto offrire questa opportunità anche ai cittadini e alle cittadine.</p>
<p>Tuttavia, viene da chiedersi se l’incontro di ieri, per come è stato pensato, abbia contribuito a soddisfare questo bisogno. I relatori, in tutto sei, sono stati equamente ripartiti tra consulenti della Stretto di Messina che dunque hanno “difeso” l’approccio progettuale, ed esperti critici verso di esso, tra cui Doglioni. È importante puntualizzare che i consulenti della Stretto di Messina sono tutti scienziati di università e centri di ricerca italiani scelti per la loro autorevolezza sui temi trattati.</p>
<p>Il linguaggio parlato dai relatori è stato estremamente tecnico. Il pubblico e il dibattito che è seguito è stato un dibattito tra esperti. I cittadini e le cittadine, evocati solo dalla senatrice Cattaneo, non hanno avuto alcun posto nel pomeriggio di ieri, nemmeno in senso figurato perché è evidente che nessun relatore li ha immaginati come possibili uditori.</p>
<p>I messaggi che purtroppo ritengo siano arrivati a tutti, sono quelli pronunciati con toni concitati. Come è successo con alcune affermazioni fatte dall’ingegnere De Miranda, titolare di uno studio di progettazione che ha partecipato alla realizzazione di altri ponti sospesi a grande luce nel mondo. De Miranda ha detto: «Io ho davanti quel disegno che mostra che una fondazione da 500.000 tonnellate si trova esattamente sopra una faglia, che è giudicata attiva, che è indicata come certa, che ha una cinematica. Vi dico solo una cosa: questo a me fa paura.»</p>
<p>Le fondazioni cui si riferisce De Miranda sono quelle delle torri a cui verranno ancorati i cavi che sosterranno l’impalcato del ponte. La faglia a cui si riferisce è la cosiddetta faglia di Cannitello, su cui sembrerebbe che non ci sia accordo tra gli esperti, stando al dibattito di ieri.</p>
<p>È primaria o secondaria? È documentata in superficie oppure no? Dovremmo indagarla con degli scavi? È davvero sotto la fondazione della torre sulla sponda calabra?</p>
<p>Gianluca Valensise, geologo dell’INGV e consulente della Stretto di Messina, ha per fortuna provato a chiarire alcuni aspetti di metodo. Esistono due cataloghi di faglie in Italia, <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/progetti/cartella-progetti-in-corso/suolo-e-territorio-1/ithaca-catalogo-delle-faglie-capaci" rel="noopener">ITHACA</a> per le faglie superficiali e <a href="https://diss.ingv.it/" rel="noopener">DISS</a> per quelle sismogenetiche. Sono strumenti complementari con qualità diverse. Nel caso della faglia di Cannitello, le informazioni disponibili su ITHACA sono parziali e non confermate da studi scientifici. L’unica relazione che documenterebbe che la faglia si sia attivata in tempi recenti è quella dell’ingegnere Paolo Nuvolone, consulente del Comune di Villa San Giovanni. Nuvolone dice che ci sono prove visibili in superficie. «In realtà [in questa foto] vedo una scarpata con della vegetazione», ha chiosato Valensise. Insomma, la relazione di Nuvolone non vale come una pubblicazione scientifica.</p>
<p>A dare conforto esistenziale agli spettatori c’è stato Iunio Iervolino, ingegnere sismico che ha rappresentato il suo ateneo, l’Università di Napoli, Federico II. Il consorzio di imprese Eurolink, incaricato di realizzare il Ponte, ha infatti stabilito una convenzione con la Federico II per rivalutare le azioni sismiche dello stretto, una delle richieste avanzate dal Ministero dell&rsquo;Ambiente in seguito alla valutazione di impatto ambientale dell&rsquo;opera.</p>
<p>Iervolino ha ricordato a tutti che è impossibile essere “certi” o “sicuri”. Che di terremoti ne sappiamo ancora troppo poco, nonostante tutti i nostri sforzi. Che le sorgenti di incertezza sono tante ma che fortunatamente sappiamo quantificarle. Questo ci permette di progettare strutture che non falliscano al minimo superamento delle azioni sismiche di riferimento, cioè quelle che plausibilmente ci si aspetta sullo Stretto di Messina se si dovesse riattivare la faglia più minacciosa, quella del terremoto del 28 dicembre 1908. L’approccio è probabilistico, con ampi margini. </p>
<p>Sprazzi di modernità, quelli di Iervolino. E direi anche di responsabilità verso i cittadini, che mentre parlava finalmente non si sono sentiti trattati come bambini – che quando vedono litigare i genitori devono stare zitti, al massimo cercare di farli smettere ma di certo non provare a capire perché stiano litigando.</p>
<p>La certezza non ce l’abbiamo, dice Iervolino, ma sappiamo quantificare l’incertezza e tanto basta.</p>
<p>Intendiamoci, semplificare i temi trattati ieri non è affatto facile. Ed è proprio per questo che in un setting del genere la scelta dei relatori è la singola scelta più importante, per cercare di non far pensare a chi ascolta che il consenso della comunità scientifica intorno alle diverse ipotesi si approssimi con la percentuale di relatori in accordo con ciascuna di esse.</p>
<p>La mediazione è mancata del tutto, perché la mediazione culturale è un mestiere, una professione, che nessuno dei presenti pratica.</p>
<p>Scienza in rete anni fa aveva dato vita, insieme ad altri, all’iniziativa <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/parte-lappello-scienza-parlamento/">Scienza in Parlamento</a> ed era entrata in contatto con il Senato per discutere di quale fosse il modo più opportuno ed efficace per portare questa professione all’interno del Parlamento italiano. Quella discussione non ebbe esiti concreti, ma l’incontro di ieri è un esempio plastico di quanto sarebbe utile e necessario portarla avanti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Che ognuno trovi le proprie ragioni: le scelte dei grandi nel lasciare la vita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ognuno-trovi-proprie-ragioni-scelte-grandi-lasciare-vita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ognuno-trovi-proprie-ragioni-scelte-grandi-lasciare-vita/</guid><pubDate>Wed, 19 Nov 2025 09:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>societa</category><description>La scelta delle sorelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito offre un&amp;amp;rsquo;occasione di riflessione sulle decisioni di fine vita. Filosofi, scienziati, pensatori, vincitori di Nobel e persone che hanno lasciato un segno nell’arte e nella letteratura hanno fatto scelte diverse nel momento di lasciare questo mondo, chi fieramente rivendicando la propria autodeterminazione, chi accettando fino alla fine il proprio percorso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ognuno-trovi-proprie-ragioni-scelte-grandi-lasciare-vita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ognuno-trovi-proprie-ragioni-scelte-grandi-lasciare-vita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>A egregie cose il forte animo accendono<br>
l’urne de’ forti&hellip;</p>
<p>Ugo Foscolo, <em>Sepolcri</em></p></blockquote>
<p>«Non è decoroso per una società obbligare un uomo a fare questo da solo. Probabilmente è l&rsquo;ultimo giorno in cui sono in grado di farlo io stesso». Queste parole, molto note tra chiunque abbia studiato il problema del fine vita in modi laici, erano scritte su un foglio lasciato da Percy William Bridgman, quando fu trovato morto suicida, il 20 agosto 1961.</p>
<p>Si era sparato al petto con una pistola. Bridgman, che ha ricevuto il premio Nobel per la fisica nel 1946, oltre a decine di altri premi scientifici, è stato tra i più importanti fisici e filosofi della scienza nella prima metà del Novecento. A lui si deve l’invenzione della fisica delle altissime pressioni, dell’analisi dimensionale e dell’epistemologia operazionale. Si batteva pubblicamente, da libertario conservatore, per l’indipendenza della scienza dalla politica e amava godersi ogni aspetto della vita, sempre con passione e alte capacità. Non solo in laboratorio, ma anche come scalatore di montagne, pianista, giardiniere&hellip; o idraulico e carpentiere. Quando scelse di morire si trovava nella fase terminale di un tumore metastatico.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-questione-fondo-si-chiama-liberta/">Il tormentato percorso della legge sul fine vita</a> e la rinnovata attenzione al tema a seguito della scelta delle gemelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito fa emergere in chi pratica la ricerca storica echi delle morti, terminali o no, che figure scientifiche o intellettuali molto note si sono autoinflitte, per evitare di patire inutili sofferenze fisiche e psicologiche. O di chi fatto altre scelte, talvolta prendendo posizione sul contesto socio-personale (filosofico) del fine vita. Uno spaccato della pluralità dei modi nei quali ognuno, in maniera diversa, vuole la libertà di scegliere, o di non scegliere, come morire.</p>
<p>A nessuno interessa sapere come morirono mio padre, i miei nonni o gli amici che ho visto andarsene. Qualcuno chiedeva consapevolmente di essere aiutato a farla finita, altri si disperavano perché non volevano morire, altri affrontavano l’avvicinarsi della dipartita scherzando, altri sono morti senza sapere che a ucciderli erano stati i familiari o il medico “per il loro bene” e altri hanno scelto il suicidio (da loro commesso o quello assistito all’estero). Qualcuno ha sofferto in modi terribili, senza chiedere niente, ed era sospettoso perché temeva che venisse affrettata la sua dipartita, e non voleva.</p>
<p>Le persone famose del passato tendono (o tendevano quando le giovani generazione cercavano anche riferimenti storici) a costituire dei modelli e a generare aspirazioni, e il loro pensiero è (era) visto meno come un’opinione (quello che penso io del fine vita). Non si può essere esaustivi sul tema, e quasi ogni lettore conoscerà un caso che ho dimenticato o non conosco, ma le scelte di fine vita di personaggi famosi in condizioni terminali o di sofferenza, le possiamo catalogare usando diversi tratti. Ho scelto il loro interesse a rendere pubbliche o no le proprie scelte e le motivazioni.</p>
<h2 id="una-folla-di-scelte-estreme">Una folla di scelte estreme</h2><p>Cominciamo da chi l’ha fatto rimuginando tra sé e sé, senza farne un esempio e un argomento. Ludwig Boltzman si suicidò, impiccandosi a Luino nel 1906, mentre era in convalescenza a seguito di un grave episodio depressivo: era bipolare. Materialista, darwiniano e inventore della meccanica statistica e di una delle più famose equazioni della fisica, non aveva mai parlato di eutanasia. Lo scrittore Foster Wallace, anche lui gravemente bipolare, morì suicida, ma quasi nulla disse di eutanasia o suicidio. Si suicidarono per depressione o disturbo mentale anche Virginia Wolf (disturbo bipolare, ma contraria al suicidio), Hernest Hemingway (depresso, alcolista e affetto forse da encefalopatia traumatica), il matematico Kurt Goedel (affetto da grave paranoia, si lasciò morire per inedia e anoressia autoinflitta), Walter Benjamin (depresso cronico che scelse un’overdose come “ultima libertà”). Freud prese accordo col suo medico e fu aiutato a morire, per le terribili sofferenze e lo sfiguramento causato dal cancro, ma non si è mai espresso esplicitamente sul tema. Per quanto riguarda Alan Turing, che da due anni stava assumendo estrogeni per la castrazione chimica ed era gravemente depresso, non si può dire se si suicidò o morì per inalazione accidentale di cianuro.</p>
<p>Si possono identificare profili spiccatamente valoriali che caratterizzano diverse scelte individuali. Oltre a Bridgman, a rivendicare la libertà di scegliere come morire o la legalizzazione dell’eutanasia, decidendo per il suicidio, messo in qualche modo in atto autonomamente o con aiuto, furono il noto saggista Arthur Koestler nel 1963 (Parkinson e leucemia), lo storico e filosofo della medicina Mirko Grmek nel 2000 (malattia di Charchot-Marie Tooth), il filosofo Gilles Deleuze nel 1995 (fibrosi polmonare), il filosofo e sopravvissuto all’olocausto Jean Améry nel 1978 (dolore cronico e depressione), lo psichiatra e filosofo Thomas Szaz nel 2012 (anzianità e traumi fisici), lo scrittore e accademico Hermann Burger nel 1989 (depressione), il filosofo marxista e nipote di Marx Paul Lafargue nel 1911 (si suicidò con la moglie scrivendo che aveva esaurito le cose da fare), il filosofo e giornalista André Gross nel 2007 (patto di suicidio insieme alla moglie terminale per Alzheimer), l’ecologo australiano David Goodall nel 2018 (che a 104 anni decise che ora di chiudere e ricorse al suicidio assistito), e sono solo alcuni.</p>
<p>Si potrebbe continuare: non si possono dimenticare Primo Levi, Mario Monicelli, Carlo Lizzani e Lucio Magri che scelsero il suicidio per condizioni di sofferenza insostenibili: i primi tre dovettero lanciarsi nel vuoto, e, come Deleuze, Monicelli e Lizzani definirono disumano negare il diritto all’eutanasia. Magri riuscì ad andare in Svizzera. Dichiarandosi a favore del diritto di essere aiutati a morire, queste persone rivendicano come valori quelli dell’autonomia, della dignità, del rifiuto del prolungamento meccanico della vita, della libertà di scelta (indipendentemente se la vita era alla fine o poteva ancora procedere, ma in modo indesiderato).</p>
<p>Coloro che hanno fatto questa scelta non hanno parlato, in generale, di compassione o di etica medica; alcuni hanno difeso con scritti e azioni la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito per la disumanità di prolungare la vita in condizioni di dolore insopportabile e perché la proibizione è più dannosa.</p>
<h2 id="chi-sostiene-la-dignità-che-passa-attraverso-la-cura">Chi sostiene la dignità che passa attraverso la cura</h2><p>Ci sono poi coloro che hanno scelto di continuare nella sofferenza, in quanto contrari ad anticipare la fine. Hanno difeso una dignità che passa attraverso la cura e non la morte indotta, accolto la sofferenza come affermazione della vita o dell’appartenenza o vicinanza a Gesù Cristo, assunto il ruolo di esempi morali e di fondo hanno criticato la modernità che svaluta la vita.</p>
<p>Tra coloro che hanno rivendicato il rifiuto del suicidio o dell’eutanasia nel fine vita, spicca Jéròme Lejeune, che morì per cancro terminale nel 1994: fino all’ultimo si espresse contro l’eutanasia e rifiutò ogni trattamento che abbreviasse la vita. Anche il neurologo e sopravvissuto all’olocausto Viktor Frankl, che morì a 92 anni nel 1997, difese il valore e la dignità della sofferenza, per cui non si dovrebbe scegliere la morte per evitare il dolore.</p>
<p>Il teologo e tra i fondatori dei principi della bioetica, Paul Ramsey, morto nel 1988 dopo una lunga malattia, considerava l’uccisione di un paziente un “collasso morale” della medicina e che la vita andasse preservata anche nel dolore e nell’incapacità. La medicina intesa come qualcosa di astorico nei valori e nell’etica. Da storico della medicina lo trovo davvero singolare, per essere eufemistico: che la vita sia un dono o una condizione indisponibile e debba avvenire in modo naturale è una tesi legittima, che dovrebbe però fare i conti, a meno di un sentimento di indifferenza e disprezzo per il dolore altrui (atteggiamento che non dovrebbe appartenere al cristianesimo), con quanto la morte naturale è cambiata nel tempo. Oggi si muore naturalmente, e sono la maggioranza delle morti, soprattutto in modo degenerativo, dopo mesi o anni di sofferenze spesso non trattabili, trascorrendo le ultime settimane in condizioni che non si vede quale dignità possano contenere. Un secolo fa, e ancor più andando ulteriormente indietro, le morti erano quasi solo acute, o perché si veniva uccisi dalle infezioni o perché non c’erano trattamenti con la ventilazione artificiale, gli anticoagulanti e la chirurgia era più pericolosa del non fare niente.</p>
<p>Diverse figure di spicco, orientate laicamente o materialisticamente e favorevoli all’eutanasia, hanno scelto di affrontare comunque l’avvicinarsi alla fine e bere fino all’ultimo il calice, con argomenti come il rifiuto della consolazione religiosa, l’accettazione della finitudine naturale della vita, l’impegno etico condotto fino alla fine e l’ironia e la serenità. L’elenco sarebbe lungo e include, David Hume, Bertrand Russell, Jacques Monod, Jean Paul Sartre, Albert Camus (morì in un incidente d’auto ma è chiaro come la pensasse), Christopher Hitchens e José Saramago. Richard Dawkins e Michel Onfray sono vivi, vegeti e favorevoli all’eutanasia, ma dicono che accoglieranno serenamente la morte, qualunque sia la condizione.</p>
<p>Nel luglio-agosto del 1974 <em>The Humanist</em> pubblicava un testo intitolato <a href="https://wfrtds.org/a-plea-for-beneficent-euthanasia/" rel="noopener">“A Plea for a Beneficent Euthanasia”,</a> che Monod e Russell sottoscrissero, insieme a una cinquantina di scienziati, medici, accademici, intellettuali e leader religiosi (i più numerosi, ma solo protestanti ed ebrei). Firmarono anche: Linus Pauling (due Nobel), Sir George Thomson (Nobel), Joseph Fletcher, Rabbi Daniel Friedman. Rev. D. R. Sharpe, Ernest Nagel, Charles Frankel, O. Ruth Russell e altri.</p>
<h2 id="che-ognuno-trovi-le-sue-ragioni">Che ognuno trovi le sue ragioni</h2><p>In una società aperta o anche solo eticamente decente, ognuno si riferisce o riflette, se vuole, sull’esempio che preferisce e dovrebbe poter scegliere nel fine vita, esercitando la libertà personale, nella misura in cui rispetta la libertà altrui. Ognuno, famoso o meno, trova le sue ragioni, cioè razionalizza o spiega o si autoinganna più o meno in libertà sul perché sta facendo quello che fa o chiede quello che sta chiedendo o non fa quello che gli altri si aspetterebbero facesse.</p>
<p>In una democrazia liberale si può cambiare idea su tutto, fino al momento in cui si perde irreversibilmente e completamente coscienza. La libertà sarebbe una condizione davvero favolosa per decidere, forse soprattutto nel fine vita. Ognuno dovrebbe poter far valere un’ultima volta i propri valori, dai quali si è fatto più o meno sempre guidare se non danneggia altri (incluso pretendere o ricattare qualcuno per farsi uccidere, quando questi non lo vuole fare). Sostenere che queste persone stanno in realtà chiedendo altro, e che le cure palliative possono essere una risposta è una menzogna detta in malafede: ci sono pochi studi sul numero di persone che scappano dagli hospice o che anche nell’hospice chiedono di essere aiutati a morire (quando hanno qualche sprazzo di lucidità e non sono sedati) e solo nei paesi illiberali o nelle dittature le persone vengono sottoposte a trattamenti ai quali si oppongono.</p>
<p>Il pluralismo è una sorgente inesauribile per il miglioramento umano, scientifico, sanitario, morale, sociale, politico, economico. Se viene più o meno rispettato nei contesti suddetti, per quali ragioni non sarebbe eticamente accettabile la scelta di morire? Se posso scegliere dove e quando comprare della verdura (una scelta davvero irrilevante), in base al prezzo, alla qualità, alla simpatia per i venditori, al tipo di frequentazione del negozio e via dicendo, perché (accidenti!) non posso decidere l’ultima cosa che farò e mi capiterà nella vita? Inclusa l’opzione di chiedere aiuto. Qualunque cosa io pensi e qualunque cosa decida. Stante che, come quando compro le banane, non faccio male a nessuno (che sia parte del mondo empirico), se mi si dà quello che chiedo. Il peso di Dio e dello stato etico collettivista andrebbe lasciato alle opinioni di ciascuno, in un mondo dove la nostra specie ha dato storicamente il meglio di sé nella libertà dei valori laici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Comunicare la scienza: una questione di coraggio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/comunicare-scienza-questione-coraggio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/comunicare-scienza-questione-coraggio/</guid><pubDate>Fri, 14 Nov 2025 09:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Al Convegno Nazionale di Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste, dal 2 al 5 dicembre, si discuterà anche del nuovo ruolo di chi si occupa di scienza e di comunicarla. Il dichiarato attacco a ricerca e Università scatenato dall’amministrazione Trump impone di abbandonare la neutralità di chi si limita a riportare i fatti, e prendere posizione su determinati valori e sulle visioni di società a cui la scienza è destinata. Nico Pitrelli, responsabile scientifico e organizzativo del Convegno, ci racconta che cosa si aspetta dall’incontro alla SISSA e dal prossimo futuro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/comunicare-scienza-questione-coraggio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/comunicare-scienza-questione-coraggio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Confrontarsi a tu per tu con un esperto, ma solo finché non suona il campanello.<br>
Forse non ti aspetteresti, a un convegno che tratta temi come “le prospettive degli Science &amp; Technology Studies sulla partecipazione pubblica” e “il museo come medium privilegiato di comunicazione della scienza”, che sia prevista una sessione di speed date: sì, proprio gli “incontri lampo” multipli, in origine nati per verificare in fretta tra quali diversi potenziali partner può scoccare la scintilla. E invece ci saranno anche gli speed date, ed è la prima volta, al <a href="https://comunicazionescienza.com/" rel="noopener">Convegno Internazionale sulla Comunicazione della Scienza</a> che si terrà alla SISSA di Trieste tra poche settimane. Nei <em>Networking Speed Date</em> ai partecipanti saranno concessi pochi minuti, in cui a turno potranno incontrare a tu per tu professionisti della comunicazione in diversi campi, per confrontarsi su temi specifici: progettazione europea, linguaggi creativi, ricerca, produzione multimediale… Per condividere esperienza, porre domande mirate, creare nuove connessioni. Far scoccare scintille, in fondo, anche in questo caso. Naturalmente pronti, appena suona il campanello, ad alzarsi per lasciare il posto al prossimo.</p>
<p>Una novità, in un programma che offre come sempre molte forme di incontro: dialoghi, “mosaici” (brevi talk seguiti dall’interazione con il pubblico), tavole rotonde, laboratori interattivi, oltre alle conferenze plenarie in Aula magna in cui tutto il resto si ferma.</p>
<p>Ci aspetta dal 2 al 5 dicembre a Trieste la quattordicesima edizione del Convegno sulla Comunicazione della Scienza, organizzato dal Laboratorio Interdisciplinare della SISSA e nato nel 2002 per favorire il confronto tra studiosi e professionisti. Scienza in rete partecipa come partner della comunicazione anche quest’anno.</p>
<p>Anno peraltro in cui il Convegno si tiene in un frangente critico, in cui il vero e proprio dichiarato attacco alla scienza scatenato dall’amministrazione Trump pone chi si occupa di scienza e di comunicarla in una posizione al tempo stesso difficile, rischiosa e stimolante.</p>
<p>Insieme a Nico Pitrelli, direttore del Master in Comunicazione della Scienza &ldquo;Franco Prattico&rdquo; della SISSA di Trieste e responsabile scientifico e organizzativo del Convegno, abbiamo provato a identificare alcuni dei fili rossi che attraversano il programma di quest’anno.</p>
<p><strong>Che cosa ti aspetti da questa edizione del Convegno?</strong></p>
<p>«Quello che sta succedendo negli Stati Uniti, ma non solo, è una sfida per noi che facciamo, riflettiamo, pratichiamo la comunicazione scientifica. Ed esige un ripensamento profondo sull’identità di chi si occupa di scienza. Un primo aspetto su cui rifletteremo è che questo tipo di sfida non è qualcosa di lontano. Ci troviamo di fronte a manipolazioni, a polarizzazioni, a un ingresso a gamba tesa di interessi politici che interferiscono con la ricerca scientifica e tecnologica, come forse raramente è accaduto nella storia della scienza. Non per nulla abbiamo invitato la storica della scienza Naomi Oreskes, che è la vera protagonista dell’edizione di quest’anno: da tempo denuncia in modo molto dettagliato e documentato le strategie di disinformazione e delegittimazione degli scienziati legate ai grandi interessi economici, a partire dalle campagne di negazione dei danni da tabacco e del cambiamento climatico».</p>
<p><strong>Adesso la situazione è forse ancora peggiore…</strong></p>
<p>«Oggi siamo di fronte non solo a un attacco esplicito alle istituzioni scientifiche e ai finanziamenti pubblici: è il ruolo stesso della competenza scientifica nel processo democratico che è messo in discussione. Quindi non è solo disinformazione o negazionismo, è la messa in discussione di un patto che sembrava bipartisan. A partire dagli Stati Uniti, che hanno definito la science policy dalla seconda guerra mondiale in poi, oggi è stato messo in discussione il patto fra scienza e società. Naomi Oreskes, nella recente riedizione del saggio Mercanti di dubbi, ci ricorda che se queste strategie in sé non sono una novità, però la novità è in una pervasività dei disturbi dell’informazione senza precedenti. Ma c’è anche qualcosa di più profondo, ovvero l’adesione aperta da parte del potere politico alle strategie da tempo perseguite dal potere economico. Le tattiche usate dall’industria del tabacco per negare il legame con il cancro, replicate su clima, piogge acide, buco dell’ozono, oggi sono politiche governative ufficiali. La manipolazione dell’opinione pubblica è diventata censura governativa. Questo convegno vuole offrire l’occasione di leggere il presente attraverso la lente della comunicazione della scienza e chiedersi quale ruolo possiamo e dobbiamo avere di fronte a queste dinamiche».</p>
<p><strong>Siamo in qualche modo spinti a cambiare ruolo?</strong></p>
<p>«La comunità dei comunicatori scientifici sta riconoscendo la necessità di uscire dalla &ldquo;comfort zone&rdquo; della divulgazione intesa come un atto neutro che si limita a riportare i fatti. C&rsquo;è una crescente consapevolezza che comunicare la scienza oggi richiede coraggio e significa prendere posizione su determinati valori e su diverse visioni di società. La comunicazione scientifica viene vista sempre più come un atto politico, che esige una riflessione sulla sua non neutralità».</p>
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<p>La comunità dei comunicatori scientifici sta riconoscendo la necessità di uscire dalla &ldquo;comfort zone&rdquo; della divulgazione intesa come un atto neutro che si limita a riportare i fatti.</p></blockquote>
<p><strong>Il convegno è un’ottima occasione per discuterne…</strong></p>
<p>«Il tema emerge in diversi incontri, in quelli in cui si parlerà ad esempio di come comunicare la scienza quando tornano ideologie autoritarie, o del rapporto fra attivismo e neutralità nell’interesse pubblico, di come il sapere scientifico può diventare leva per la giustizia ambientale e sanitaria (secondo il pensiero di Pietro Greco), dei rapporti tra scienza e politica all’epoca di Trump. E dato che molti dei temi di questo tipo discussi al convegno emergono dalle proposte bottom up, ovvero scelte tra quelle inviate dai partecipanti, è evidente che esprimono l’emergere di una nuova sensibilità. Non è un caso, del resto, se diversi incontri si occupano di impatto sociale della comunicazione scientifica, a partire dai festival scientifici, e di come misurarlo. La misurazione dell&rsquo;impatto è un problema strutturale molto dibattuto: in realtà la comunità di chi riflette su queste cose ha sviluppato delle idee più sofisticate per valutare la qualità dell&rsquo;impatto, oltre alle metriche quantitative generiche. Misurare l’impatto della comunicazione scientifica non significa solo valutare quanto le persone abbiano partecipato a un evento e quanto abbiano capito o appreso. Significa osservare che cosa cambia davvero: nelle conoscenze certo, ma anche nelle emozioni, nei comportamenti e nel modo in cui la scienza entra nel discorso pubblico. Include anche la qualità della comunicazione: quanto è stata inclusiva, equa, etica. In altre parole, misurare l’impatto significa capire quanto la comunicazione trasforma la scienza in un linguaggio condiviso, uno spazio di cultura e non solo un insieme di dati da trasferire».</p>
<p><strong>Tutto questo avvicina il ruolo del comunicatore scientifico a quello dell’attivista?</strong></p>
<p>«Il legame tra comunicazione scientifica e attivismo è un tema emergente e maturo all&rsquo;interno della comunità. Questo sarà anche il tema di uno degli incontri, che vuole stimolare il dibattito su quale sia il ruolo più efficace del comunicatore scientifico nei rapporti con cittadinanza, istituzioni e società civile. Viene riconosciuto che le dinamiche attuali implicano la necessità di definire un ruolo attivo, sebbene ciò sollevi la sfida di come mantenere credibilità e rigore se si è percepiti come attivisti: non a caso in un altro incontro discuteremo anche delle competenze necessarie a svolgere questo lavoro. È un tema sempre cruciale capire chi sia il comunicatore scientifico di oggi e quali competenze debba possedere cercando di stabilire standard condivisi e di definire come la comunicazione scientifica debba essere insegnata. E poi, in senso molto pratico, questo come si traduce ad esempio in modi efficaci per comunicare la scienza in un clima polarizzato?».</p>
<p><strong>In questo contesto anche la partecipazione dei cittadini diventa un tema molto importante</strong></p>
<p>«Questo tema è un altro dei fili rossi al Convegno. La direzione è quella di enfatizzare la partecipazione, andando oltre la comunicazione unidirezionale. La comunicazione scientifica significa sempre più creare situazioni e piattaforme che rendano la governance dei problemi tecnoscientifici e del sapere più aperta, inclusiva e condivisa. Il settore degli Science&amp;Technology Studies, cui è dedicato una plenaria, cerca di rispondere alla domanda su come rendere i processi decisionali su scienza e tecnologia più aperti, inclusivi e partecipati. E ci sarà spazio per riflettere su strumenti come la Citizen Science, le pratiche di progettazione, i giochi di simulazione come strumenti di apprendimento collettivo».</p>
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<p>La comunicazione scientifica significa sempre più creare situazioni e piattaforme che rendano la governance dei problemi tecnoscientifici e del sapere più aperta, inclusiva e condivisa.</p></blockquote>
<p><strong>Quello che si delinea attraverso il Convegno lo consideri un momento di svolta per la comunicazione scientifica?</strong></p>
<p>«Posso dire che siamo in un momento di maturità critica della comunicazione della scienza italiana: da una parte la comunità è consapevole delle proprie contraddizioni, dall&rsquo;altra è aperta a contaminazioni, estremamente evidenti anche dai tanti ambiti e metodi coinvolti nel Convegno. È preoccupata per la sostenibilità economica e professionale, ma è cosciente anche che in tempi di attacco sistemico alla scienza non si può più essere soltanto un osservatore neutrale. Se vogliamo trovare un filo rosso forte del convegno credo che sia proprio questa ricerca di una nuova identità per la comunità in Italia».</p>
<p><strong>Ci sono altri temi strutturali al centro di altri incontri?</strong></p>
<p>«Discuteremo diverse preoccupazioni strutturali relative alla professione del comunicatore scientifico: a partire dalla sostenibilità economica e professionale del settore per arrivare alle già citate discussioni sulla valutazione dell’impatto e sulle competenze professionali, passando per la possibile bolla che potrebbe esplodere con la fine dei fondi legati al PNRR, tema di uno degli incontri, moderato dalla divulgatrice scientifica Beatrice Mautino».</p>
<p>Le iscrizioni al Convegno sono aperte fino al 25 novembre e il programma completo – così ricco e articolato che è impossibile sintetizzarlo in poche righe e contiene molto di più di quanto accennato finora – si può consultare <a href="https://comunicazionescienza.com/programma-2025/" rel="noopener">sul sito della SISSA</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Interruzione volontaria di gravidanza: quanto è semplice ottenerla?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/interruzione-volontaria-gravidanza-quanto-semplice-ottenerla/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/interruzione-volontaria-gravidanza-quanto-semplice-ottenerla/</guid><pubDate>Fri, 14 Nov 2025 09:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Un sondaggio on line per documentare il percorso che va dalla decisione di abortire fino all’accesso vero e proprio a un servizio che dovrebbe essere garantito per legge. Infatti possono essere ancora tanti e diversi gli ostacoli che non emergono dai dati oggi rilevati e pubblicati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/interruzione-volontaria-gravidanza-quanto-semplice-ottenerla-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/interruzione-volontaria-gravidanza-quanto-semplice-ottenerla-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>“Quando hai deciso di interrompere la gravidanza, da quali fonti hai ottenuto informazioni sulla procedura per accedere al servizio?” “Ti hanno rilasciato il certificato per l’IVG al primo consulto?” “Se te l’hanno negato, quali ragioni hanno addotto?” “Ti è stata chiesta un’ecografia per ottenere il certificato?” “Hai dovuto pagarla di tasca tua?” “Quanto tempo è trascorso dalla decisione di interrompere la gravidanza al rilascio del certificato?” “Ti è stata offerta la possibilità di scegliere tra aborto chirurgico e farmacologico?”</p>
<p>Sono alcune delle domande del <a href="https://www.periodthinktank.org/questionario-accesso-ivg/" rel="noopener">Questionario sull’accesso all’IVG</a> elaborato da <a href="https://www.periodthinktank.org/" rel="noopener">Period Think Tank</a>, un’associazione che si occupa di promuovere l’equità di genere, in collaborazione con <a href="https://prochoice.it/" rel="noopener">Pro-choice-Rete italiana contraccezione aborto</a>, rete informale di persone impegnate nella difesa del diritto all’aborto sicuro e gratuito e alla contraccezione gratuita, e <a href="https://laiga194.it/" rel="noopener">Laiga 194</a>, associazione di ginecologi per l’applicazione della Legge 194. </p>
<p>Il sondaggio, lanciato il 28 ottobre, fa parte di un progetto finanziato dall’ente filantropico femminista <a href="https://semiafund.org/" rel="noopener">Semia – Fondo delle Donne</a>. È rivolto a tutte le persone che hanno abortito tra il 2020 e il 2025 in Italia entro i primi 90 giorni di gestazione. La raccolta dei dati, in forma anonima, proseguirà per un mese.</p>
<p>«Se un fenomeno non viene rilevato, è invisibile», spiega Giulia Sudano, presidente di Period Think Tank, «e la nostra missione è rendere visibili fenomeni che producono discriminazioni di genere. In questo caso, vogliamo documentare il percorso che va dalla decisione di abortire fino all’accesso al servizio, per evidenziare potenziali ostacoli che non emergono dai dati oggi rilevati e pubblicati».</p>
<h2 id="un-osservatorio-privilegiato-su-ostacoli-e-difficoltà">Un osservatorio privilegiato su ostacoli e difficoltà</h2><p>«Nel lavoro di accompagnamento delle persone che chiedono di interrompere una gravidanza, le volontarie della nostra rete sono testimoni dirette delle difficoltà che oggi rallentano l’accesso a un servizio garantito dalla legge», osserva l’antropologa Eleonora Cirant, attivista di Pro-choice Rete italiana contraccezione aborto. «Raccogliamo quotidianamente le richieste di aiuto di chi non riesce a ottenere il certificato per l’IVG dal proprio medico di fiducia che dichiara di essere obiettore, oppure di chi deve percorrere centinaia di chilometri per usufruire dell’aborto farmacologico, perché nella sua provincia viene erogato solo quello chirurgico. Spesso questi ostacoli rimangono sommersi e di conseguenza i decisori non sono motivati a impegnarsi per tentare di rimuoverli». </p>
<p>Come evidenzia Cirant, quello del <em>patient journey</em>, cioè del percorso che va dalla prima manifestazione di un problema di salute fino alla sua presa in carico da parte del servizio sanitario, è un ambito di indagine <a href="https://gh.bmj.com/content/10/5/e016978" rel="noopener">ben documentato nella letteratura scientifica</a>. Ha lo scopo di evidenziare eventuali colli di bottiglia e garantire l’equità di accesso ai servizi.</p>
<p>La <a href="https://www.biodiritto.org/Biolaw-pedia/Docs/Ministero-della-Salute-Relazione-annuale-2024-sull-attuazione-della-legge-194-1978" rel="noopener">relazione</a> sull’attuazione della Legge 194, trasmessa ogni anno dal Ministero della Salute al Parlamento, descrive il percorso dal momento in cui l’utente riceve il certificato necessario per accedere all’IVG fino all’espletamento dell’interruzione. Evidenzia quindi eventuali ostacoli e ritardi solo nella seconda fase dell’iter, trascurando la prima.</p>
<h2 id="come-cambierà-la-raccolta-dei-dati">Come cambierà la raccolta dei dati</h2><p>Alcune settimane fa, il gruppo che lavora all’iniziativa ha illustrato la questione in un documento consegnato a Serena Donati, responsabile scientifica del Sistema di sorveglianza epidemiologica dell’IVG presso l’Istituto Superiore di Sanità.</p>
<p>I dati raccolti dal Sistema di sorveglianza derivano dal questionario compilato dagli operatori e dalle operatrici sul territorio ogni volta che effettuano un’interruzione volontaria di gravidanza. Le strutture inviano le informazioni alle rispettive Regioni e Provincie Autonome, che le inseriscono nella piattaforma web GINO++, gestita dall’Istat. L’Istituto Superiore di Sanità accede ai dati aggregati attraverso la piattaforma, controlla la loro qualità, contatta le Regioni per colmare eventuali lacune, li elabora in collaborazione con l’Istat e redige la relazione che invia poi al ministero della Salute, il quale a sua volta la trasmette al Parlamento.</p>
<p>«Di recente l’Istat ha avviato un processo di aggiornamento dei questionari sottoposti agli operatori e alle operatrici e, nell’ambito di un <a href="https://www.epicentro.iss.it/ivg/progetto-ccm-2022" rel="noopener">progetto</a> per migliorare la qualità dei dati, la prevenzione e l’appropriatezza delle procedure per l’IVG, abbiamo coinvolto i referenti regionali del Sistema di sorveglianza e i professionisti che effettuano le IVG nel Paese per discutere e verificare gli aspetti meritevoli di aggiornamento», spiega Donati. «Per esempio, sono stati aggiunti quesiti che permettono di rilevare in maniera appropriata il percorso dell’aborto farmacologico, comprese le interruzioni effettuate nelle strutture extra-ospedaliere, come previsto da una circolare del Ministero della Salute dell’agosto 2020. In seguito ai contatti con il gruppo di lavoro delle tre associazioni, abbiamo integrato l’aggiornamento con due domande relative alla prima parte del percorso, quella che precede il rilascio del certificato. La prima domanda è: l’utente ha avuto difficoltà a ottenere il certificato? Le possibili risposte sono: no, sì per carenza di informazioni, oppure sì per difficoltà di accesso al servizio, oppure altro (specificare). La seconda domanda è: quanti giorni sono trascorsi dall’esito positivo del test di gravidanza al rilascio del certificato? Attualmente i due quesiti sono all’esame delle Regioni. In futuro, quindi, la relazione sull’attuazione della legge 194 potrà prendere in considerazione l’intero percorso di accesso all’IVG, compresi eventuali ostacoli iniziali dovuti alla carenza di informazioni o alle difficoltà di accesso al certificato».</p>
<h2 id="lobiettivo-del-sondaggio">L’obiettivo del sondaggio</h2><p>Il sondaggio appena lanciato raccoglie anche, in forma anonima, alcune informazioni socio-demografiche della persona che risponde, come la cittadinanza, il Paese di nascita, il genere in cui si identifica, la religione di appartenenza, disabilità, obesità o sovrappeso, altre caratteristiche. «Analizzando le risposte che raccoglieremo, vogliamo portare alla luce eventuali ostacoli che possono rendere l’accesso all’IVG più difficile per alcune categorie di persone, per esempio difficoltà dovute a barriere linguistiche e culturali che possono discriminare le persone con background migratorio», spiega Giulia Sudano. </p>
<p>Il gruppo di lavoro che ha elaborato il sondaggio è consapevole del fatto che i suoi risultati non potranno essere generalizzati all’intera popolazione di chi accede all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. «Un sondaggio ad adesione volontaria sul web è inevitabilmente soggetto a un processo di auto-selezione», dice Sudano. «Il nostro obiettivo è servirci di questo strumento qualitativo per far emergere situazioni problematiche e sollecitare le istituzioni che hanno gli strumenti a effettuare uno studio quantitativo su un campione rappresentativo. Soprattutto, vogliamo stimolare rappresentanti della politica nazionale e locale a rendere più efficiente il percorso per l’accesso all’IVG. Come parte del nostro progetto, stiamo già collaborando con la Regione Emilia-Romagna per realizzare una mappa interattiva dei centri che praticano interruzioni volontarie di gravidanza sul suo territorio, che sia facile da consultare e presenti le informazioni in possesso della Regione, che sono più aggiornate rispetto a quelle pubblicate annualmente nella relazione ministeriale».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dovremmo estendere la zona rossa del Vesuvio?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dovremmo-estendere-zona-rossa-vesuvio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dovremmo-estendere-zona-rossa-vesuvio/</guid><pubDate>Mon, 10 Nov 2025 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><category>terra</category><description>Partendo da oltre 60 campioni di sedimenti vulcanici raccolti intorno al Vesuvio, un gruppo di ricercatori ha stimato quale sarebbe l&amp;amp;rsquo;impatto di un&amp;amp;rsquo;eruzione suggerendo l&amp;amp;rsquo;opportunità di estendere verso nord-ovest la zona rossa, dove il Piano Nazionale di Protezione civile prevede l&amp;amp;rsquo;evacuazione in caso di eruzione imminente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/dovremmo-estendere-zona-rossa-vesuvio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/dovremmo-estendere-zona-rossa-vesuvio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Partendo dai sedimenti vulcanici raccolti in 65 siti in un’area di circa 15 chilometri intorno al Monte Vesuvio, un <a href="https://nhess.copernicus.org/articles/25/2823/2025/" rel="noopener">nuovo studio</a> ha stimato l&rsquo;impatto che le correnti piroclastiche generate da un’eruzione avrebbero in termini di pressione, temperatura, concentrazione di polveri e particolato e durata temporale, suggerendo di estendere verso nord-ovest la zona di evacuazione attorno al Vesuvio e offrendo un nuovo approccio alla gestione del rischio vulcanico. Lo studio, finanziato dalla <a href="https://www.fondazionereturn.it/" rel="noopener">Fondazione RETURN</a>, è stato coordinato da Pierfrancesco Dellino, vulcanologo all’Università di Bari.</p>
<p>In rosso la Zona rossa stabilita dal Piano nazionale di protezione civile per il rischio vulcanico al Vesuvio (fonte: <a href="https://github.com/pcm-dpc/DPC-Mappe/blob/master/rischi/Piano_Nazionale_Vesuvio/piano_naz_ves_dati_z_rossa.geojson" rel="noopener">GitHub/DPC-Mappe/rischi/Piano_Nazionale_Vesuvio/</a>, CC BY 4.0). In blu, le mappe di pressione dinamica, concentrazione del particolato, temperatura e durata, rispettivamente in blu, grigio, viola e verde (fonte: <a href="https://zenodo.org/records/13682628" rel="noopener">https://doi.org/10.5281/zenodo.13378962</a>, CC BY 4.0). Elaborazioni di Chiara Sabelli per Scienza in rete (CC BY-SA 4.0).</p>
<p>Quando il Vesuvio eruttò nel 79 E. V. una colonna di gas, cenere e frammenti rocciosi si levò verso l&rsquo;alto come in una fontana e ricadde poi a terra sotto il suo stesso peso scorrendo lungo le pendici del vulcano. Le particelle più pesanti si depositarono sul fondo muovendosi come fanno i detriti durante una frana, mentre i gas e la cenere rimasero in sospensione scendendo a valle come accadrebbe in una valanga di neve.</p>
<p>Mentre la “frana” si arrestò ai piedi del Monte Somma, la bocca allora attiva del Vesuvio, dove la pendenza diminuisce bruscamente, la “valanga” proseguì a scorrere raggiungendo aree anche molto distanti, come Pompei, Ercolano e Stabia, distruggendoli e uccidendo alcune migliaia di persone.</p>
<p>Sono questi flussi a due strati che i vulcanologi chiamano “correnti piroclastiche”. Esse costituiscono il pericolo maggiore per edifici e persone durante un&rsquo;eruzione vulcanica.</p>
<p>Oggi, nel caso in cui venissero colti i segnali di un’eruzione imminente, la Protezione Civile evacuerebbe la cosiddetta <a href="https://www.protezionecivile.gov.it/it/approfondimento/aggiornamento-del-piano-nazionale-di-protezione-civile-il-vesuvio/" rel="noopener">“zona rossa”</a>, quella che si ritiene sarebbe interessata dalle correnti e dove abitano circa 670,000 persone. I suoi contorni sono stati stabiliti nel 2014 sulla base dei depositi associati all&rsquo;eruzione del 1631 e quella di Pollena del 472, i tipi di eruzione considerati più probabili e più distruttivi in questa fase di attività del Vesuvio.</p>
<p>Gli autori hanno deciso invece di considerare tutte le eruzioni per cui esistono depositi delle correnti piroclastiche ben conservati e accessibili. Le ragioni di questa scelta sono due. Primo, non esistono stime robuste della probabilità che si verifichi un’eruzione piuttosto che un’altra.</p>
<p>In secondo luogo, «diversi studi hanno mostrato che non c&rsquo;è correlazione tra la dimensione dell&rsquo;eruzione e l&rsquo;impatto causato dai flussi», spiega Dellino.</p>
<p>Per questo Dellino e i suoi coautori sono partiti dalla realtà geologica, sul terreno.</p>
<p>Hanno raccolto 65 campioni di sedimenti, riferiti a sei eruzioni, avvenute a partire da 22 mila anni fa, quando l&rsquo;attività del vulcano è divenuta prevalentemente esplosiva formando la struttura del Monte Somma prima e quella dell’attuale Monte Vesuvio con l&rsquo;eruzione di Pompei.</p>
<p>In laboratorio hanno analizzato i depositi, misurando, tra le altre cose, concentrazione, forma, e dimensione delle particelle.</p>
<p>«I depositi sono multicomponente, costituiti cioè da cristalli, da materiale che deriva dalla frammentazione del magma e da materiale litico, che deriva invece dal condotto dove risaliva il magma», spiega Daniela Mele, ricercatrice dell’Università di Bari e coautrice dello studio, di cui ha curato in particolare la parte sperimentale.</p>
<p>«Per ogni componente è stata misurata la concentrazione, la densità e la forma del particolato», continua Mele e aggiunge «i campioni non sono morfologicamente uniformi. Dunque, per ognuno abbiamo ottenuto una distribuzione di valori delle proprietà misurate.»</p>
<p>Grazie a modelli numerici, gli autori hanno tradotto le proprietà dei campioni nelle caratteristiche delle correnti che li hanno depositati, chiamate “parametri di impatto”. Queste caratteristiche permettono, appunto, di valutare l’impatto dei flussi piroclastici sugli edifici e le persone. Si tratta della temperatura, della concentrazione di polvere e frammenti rocciosi, della durata del flusso e della pressione esercitata.</p>
<p>La variabilità dei campioni fa sì che per ognuno si ottengano delle distribuzioni e non singoli valori, e dunque permette di fare valutazioni probabilistiche.</p>
<p>I ricercatori hanno assunto infatti che le distribuzioni dei parametri di impatto ottenute per ciascun sito siano una buona approssimazione della probabilità che le prossime eruzioni producano quegli impatti.</p>
<p>«Abbiamo costruito delle mappe per ciascun parametro, adottando un approccio conservativo, in modo simile a quanto si fa col rischio sismico», spiega Dellino.</p>
<p>Prendiamo ad esempio la temperatura. Per ogni sito analizzato gli autori hanno calcolato il valore che ha una probabilità di essere superato pari al 16%, una soglia di sicurezza utilizzata spesso in geofisica e in ingegneria. E così per tutti gli altri parametri di impatto.</p>
<p>Prima di tutto, le mappe ottenute indicano che l’area dove le correnti costituirebbero un pericolo ha un perimetro diverso dalla “zona rossa” identificata dalla Protezione Civile. Si estende maggiormente verso nord-ovest, includendo i comuni di Acerra, Casalnuovo di Napoli, Afragola, Volla, Casoria, e integralmente San Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli e Pomigliano d’Arco (di cui è attualmente inclusa solo l’exclave di Cuticelli). Mentre si estende leggermente meno verso est, escludendo il comune di Palma Campania.</p>
<p>Inoltre, al contrario di quanto accade con la zona rossa, «all’interno di questo perimetro le nostre mappe permettono di distinguere diversi livelli di pericolo», spiega Dellino. «Ci sono solo due aree a nord e a sud del Monte Vesuvio in cui la mappa di pressione ci dice che le correnti danneggerebbero le strutture portanti degli edifici. Fuori da quelle aree la pressione delle correnti non sarebbe sufficiente a procurare questo tipo di danni e si potrebbero proteggere gli edifici rinforzando gli infissi, installando, per esempio, quelli che si usano per le banche.»</p>
<p>Le mappe di temperatura e concentrazione delle polveri mostrano però che in tutte le zone identificate i valori sarebbero sopra la soglia di sicurezza per le persone e quindi che l’unico intervento possibile di riduzione del pericolo sarebbe l’evacuazione in caso di eruzione imminente.</p>
<p>«Cosa significa questo? Significa che forse non tutte le case crolleranno, ma è comunque necessario evacuare le persone. Anche se gli edifici dovessero restare in piedi, trovarsi all’aperto durante una corrente piroclastica sarebbe comunque letale: anche a temperature non elevatissime, l’aria non sarebbe respirabile», conclude Dellino.</p>
<p>«Questo lavoro rappresenta un grosso passo avanti in termini di gestione del rischio vulcanico, che ritengo possa essere applicato anche a vulcani diversi dal Vesuvio», commenta Roberto Isaia, vulcanologo dell’INGV, non coinvolto nello studio.</p>
<p>Isaia sottolinea che la scelta degli autori di includere tutte le eruzioni documentabili sul terreno è corroborata da diversi studi. «L’eruzione di Pollena, avvenuta ne 472 E. V., viene definita sub-pliniana, perché inferiore in esplosività e volume alle quattro eruzioni maggiori chiamate “pliniane”, tra cui quella di Pompei. Tuttavia, si è visto che in termini, ad esempio, di pressione, l&rsquo;eruzione di Pollena ha avuto effetti più devastanti dell&rsquo;eruzione di Pompei».</p>
<p>Gli autori dello studio contano adesso di validare i loro risultati con delle simulazioni numeriche delle correnti. «La simulazione a computer delle correnti piroclastiche permetterà anche di capire se i parametri stimati sono ragionevoli e quindi di valutare se questo è un modello robusto a sufficienza per informare la gestione del rischio da parte della Protezione Civile e la pianificazione territoriale» aggiunge Isaia, «la vita intorno a questi vulcani in qualche modo continua.»</p>
<p>La Protezione Civile non ha risposto alla nostra richiesta di commento.</p>
<h4 id="questo-articolo-è-prodotto-in-collaborazione-con-lo"><em>Questo articolo è prodotto in collaborazione con lo <a href="https://www.fondazionereturn.it/spoke3/" rel="noopener">Spoke 3</a> (Terremoti e vulcani) della Fondazione RETURN. RETURN (multi-Risk sciEnce for resilienT communities under a changiNg climate) è un partenariato esteso finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Mira a rafforzare le filiere di ricerca sui rischi ambientali, naturali e antropici a livello nazionale e a promuovere la loro partecipazione alle catene del valore strategiche europee e globali.</em></h4>]]></content:encoded></item><item><title>Come l'IA ci aiuterà a preservare il ricordo dell'Olocausto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lia-ci-aiutera-preservare-ricordo-dellolocausto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lia-ci-aiutera-preservare-ricordo-dellolocausto/</guid><pubDate>Thu, 06 Nov 2025 07:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Manunza</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>A ottant’anni dalla liberazione dei campi di sterminio, i superstiti dell’Olocausto ancora in vita si contano sulle dita di una mano. Così, alcuni progetti si preparano a tramandare la memoria della Shoah senza più la voce diretta di chi l’ha vissuta: è quello che fa Dimensions in Testimony, promettendo di usare l’intelligenza artificiale per permettere anche alle generazioni future di conversare con i testimoni dell’Olocausto. Ma l&amp;amp;rsquo;uso dell&amp;amp;rsquo;IA in questo contesto solleva anche interrogativi etici e rischi di manipolazione che non possono essere ignorati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lia-ci-aiutera-preservare-ricordo-dellolocausto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lia-ci-aiutera-preservare-ricordo-dellolocausto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A gennaio 2025, l’ANSA <a href="https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2025/01/27/gli-ultimi-sopravvissuti-allolocausto-i-nomi-italiani-da-non-dimenticare-_e7682ab3-0138-42de-8851-bc799fe5042b.html" rel="noopener">ha pubblicato</a> una lista con i nomi di quattordici persone, tredici ebree: sono i superstiti dell’Olocausto ancora in vita in Italia. Va sottolineato che questa è soltanto una lista parziale, perché stimare il numero esatto di superstiti della Shoah ancora in vita non è un compito semplice. Il motivo principale è che, se molti hanno dedicato una parte importante della propria vita a testimoniare gli orrori del nazismo, tantissimi altri invece hanno vissuto (e alcuni ancora vivono) i propri ricordi nel silenzio più totale. </p>
<p>Il numero dei superstiti ancora in vita non è quindi conosciuto con esattezza; ciò che invece è certo è che questo numero continua a calare di anno in anno. Per semplici motivi anagrafici, i pochi superstiti rimasti hanno oggi più di ottant’anni, spesso anche più di novanta, e hanno vissuto la detenzione durante l’infanzia o l’adolescenza. È ovviamente il corso naturale della storia e nessuno ha mai creduto che le cose potessero andare in altro modo, ma ciò significa anche che questo è un momento particolarmente delicato per il modo in cui gli esseri umani del futuro ricorderanno, o non ricorderanno, l’Olocausto e le sue vittime. </p>
<p>A breve dovremo imparare a mantenere vivo il ricordo della Shoah senza coloro che l’hanno vissuta in prima persona e che negli scorsi decenni hanno testimoniato le loro esperienze tramite molti mezzi diversi: conferenze nelle scuole, televisioni, radio. Per fare ciò saranno fondamentali i libri e le numerose ore di registrazioni televisive, spesso presenti <a href="https://www.youtube.com/watch?v=2W-xkwCc9pY" rel="noopener">anche su YouTube</a>, ma un grande aiuto potrebbe venire anche dalle tecnologie più moderne: in particolare dall’intelligenza artificiale (IA).</p>
<h2 id="dimensions-in-testimony">Dimensions in Testimony</h2><p>Nel 1994, il regista e sceneggiatore statunitense Steven Spielberg ha fondato la <a href="https://sfi.usc.edu/" rel="noopener">USC Shoah Foundation</a>. Nell’arco di trent’anni la fondazione ha creato una collezione di interviste dei superstiti dell’Olocausto tra le più grandi e importanti al mondo: quasi 60.000 videoregistrazioni che saranno ereditate dalle generazioni future e che, nonostante il nome, non sono limitate alla sola Shoah, ma toccano anche il massacro di Nanchino, il genocidio armeno e altri stermini.</p>
<p>In anni più recenti, la fondazione ha fatto parlare nuovamente di sé con il progetto <a href="https://sfi.usc.edu/dit" rel="noopener">Dimensions in Testimony</a>. Consiste in una raccolta di qualche decina di interviste molto più lunghe delle precedenti, che possono comprendere <a href="https://sfi.usc.edu/dit/faq" rel="noopener">anche mille domande</a> e che vengono registrate all’interno di una stanza verde circondata da numerose telecamere. Ciò che però distingue maggiormente questo progetto dagli altri è che sulle registrazioni vengono applicate tecniche avanzate di elaborazione del linguaggio naturale, ovvero la branca dell’intelligenza artificiale che si occupa del linguaggio umano, come il riconoscimento vocale e la generazione di testi scritti; in inglese si chiama Natural Language Processing (NLP). </p>
<p>Il risultato è quella che viene definita una “biografia interattiva”, con cui è possibile simulare delle conversazioni con il testimone intervistato: si pone una domanda al superstite (o, meglio, alla sua versione virtuale) e l’IA restituisce il frammento video che meglio si addice come risposta. Non solo ciò permette a chiunque di farsi raccontare storie e dettagli sull’Olocausto da chi l’ha realmente vissuto; ma lo permetterà anche a coloro che nasceranno tra dieci, venti o cinquant’anni, e a cui questa possibilità sarebbe altrimenti preclusa.</p>
<p>Dimensions in Testimony è pensato principalmente per i musei, negli anni sono nate <a href="https://sfi.usc.edu/news/2019/06/24626-holocaust-museum-houston-opens-permanent-display-dimensions-testimony" rel="noopener">diverse installazioni</a> permanenti in cui i visitatori possono interagire con questa tecnologia, ma è possibile <a href="https://iwitness.usc.edu/sites/dit" rel="noopener">utilizzarlo anche da casa</a> in maniera gratuita. In questo modo, ho potuto conversare con Pinchas Gutter: il volto più noto del progetto, nonché il primo superstite ad averne preso parte. </p>
<p>Pinchas Gutter è nato nel 1932 a Lodz, in Polonia. Dopo l’invasione della Polonia, lui e la sua famiglia furono prima internati nel ghetto di Varsavia, poi deportati nel campo di concentramento di Majdanek, era il 1943. I genitori e la sorella furono uccisi a Majdanek, mentre Pinchas venne trasferito in diversi altri campi e infine costretto a una marcia della morte sino a un ghetto in Cecoslovacchia, dove fu liberato dall’Armata Rossa nel maggio del 1945. Di seguito un breve estratto della conversazione che ho avuto con lui.</p>
<p><em>Domanda</em>: Com’erano i lager? <br>
[N.d.R. “What were the camps like?” è una delle <a href="https://assets.ctfassets.net/r2fjqekz37jz/4DgLEkYi9WaDPlAxAnUCDq/a1f84c7998cb5fc7ecd9b1bb81b04343/Tips_and_Guidelines_for_Engaging_with_Dimensions_in_Testimony.pdf" rel="noopener">domande consigliate</a> da Dimensions in Testimony]<br>
Pinchas: La vita nel lager era indescrivibile perché era vivere la morte. E questo è l’unico modo in cui riesco a descriverlo. Essere in un campo di concentramento o anche in un campo di lavoro durante l’Olocausto era come vivere la morte. Eri a un solo centimetro dalla tomba.<br>
<em>Domanda</em>: Quando sei stato separato dalla tua famiglia?<br>
Pinchas: Appena arrivato nel primo campo di concentramento, ovvero Majdanek, mi separarono dalla mia famiglia. Mia-mia sorella andò con mia madre e io andai con mio padre. E da quel momento, quando mia sorella abbracciò mia madre, tutto ciò che riesco a ricordare di lei è la sua lunga – aveva una lunga treccia, una treccia bionda, e questo è tutto ciò che ricordo di mia sorella. E io andai con mio padre, con gli uomini. Mio padre mi disse di affermare di essere grande, di avere 18 anni; ne avevo 11.</p>
<p>Pinchas Gutter non è l’unico superstite a cui è possibile porre domande sul sito di Dimensions in Testimony, e le domande possono essere poste sia per iscritto sia a voce.<br>
È importante specificare che le risposte che ho ricevuto non sono generate dall’IA: sono aneddoti reali, raccontati dal vero Pinchas Gutter secondo le sue memorie e con le sue parole. L’unico compito che ha l’intelligenza artificiale è selezionare all’interno della registrazione il frammento che meglio si addice alla domanda che è stata posta. Chiaramente questo impedisce di avere una vera conversazione, le risposte che si possono ottenere fanno parte di un archivio limitato, anche se molto grande. Può quindi capitare che, in sessioni sufficientemente lunghe, si riceva una risposta già sentita in precedenza, ma questo è forse l’unico modo per assicurare il totale realismo storico del racconto.</p>
<h2 id="ia-e-olocausto-opportunità-o-rischio">IA e Olocausto: opportunità o rischio?</h2><p>In un <a href="https://www.unesco.org/en/articles/new-unesco-report-warns-generative-ai-threatens-holocaust-memory" rel="noopener">resoconto</a> del 2024, l’UNESCO individua diversi modi in cui l’IA, in particolare quella generativa, mette a rischio la conoscenza e il ricordo dell’Olocausto. L’IA può essere usata per diffondere odio e antisemitismo, oltre che per creare falsi contenuti sull’Olocausto, non sempre di facile distinzione da quelli autentici. Rischia di semplificare eccessivamente la storia dell’Olocausto concentrandosi su pochi eventi, spesso quelli legati ad Auschwitz-Birkenau, trascurando quelli meno noti e amplificando in questo modo bias e stereotipi. C’è poi il problema dei dati con cui vengono allenati i modelli, su cui gli sviluppatori non sarebbero, secondo l’UNESCO, abbastanza trasparenti: è possibile che nel mischione da cui le IA attingono informazioni finiscano anche siti negazionisti dell’Olocausto. </p>
<p>Un altro fenomeno preoccupante è che, anche utilizzando i migliori dati possibili, i chatbot sono spesso soggetti alle cosiddette allucinazioni: quando non sanno la risposta a una domanda tendono semplicemente a inventarla. Questo è il caso di quando ChatGPT inventò da zero la storia dell’“Olocausto da affogamento”: secondo il bot, i nazisti avrebbero condotto campagne in cui gli ebrei venivano affogati in fiumi e laghi. A queste non troppo rare allucinazioni va aggiunta la percezione comune dell’IA come fonte autorevole di conoscenza, ottenendo così il pericolo di diffondere falsità su un argomento che già prima dell’avvento di queste tecnologie era vittima di non poca disinformazione.</p>
<p>Infine, il resoconto mette in guardia dal fatto che, in ultima istanza, non sia nemmeno necessario che l’IA crei contenuti o informazioni false sull’Olocausto per minacciarne la memoria. In un futuro in cui ogni immagine potrebbe essere stata generata o modificata tramite l’IA, si diffonderà scetticismo anche sulle prove reali della Shoah. Ai negazionisti basterà sollevare il dubbio che le foto e le testimonianze siano state in realtà generate con l’IA per portare acqua al mulino del complottismo.</p>
<p>Tutto ciò deve metterci, giustamente, in allerta; ma non implica che Dimensions in Testimony sia un’eccezione, l’unico caso di utilizzo virtuoso dell’IA per la preservazione del ricordo della Shoah. Il resoconto dell’UNESCO identifica molte minacce, ma anche molte opportunità. L’IA può essere usata, e in parte viene già usata, per limitare la diffusione di contenuti estremisti e per riconoscere affermazioni false riguardanti l’Olocausto. Può essere usata per tradurre testimonianze da una lingua all’altra, per organizzarle o per trovare pattern al loro interno: tutte cose impossibili per gli esseri umani a causa della quantità troppo grande di documenti disponibili. Parla poi di «nuovi metodi per apprendere sull’Olocausto», come chatbot realmente informati con cui i giovani potranno condurre conversazioni educative e prive di allucinazioni o affermazioni tratte da siti negazionisti.</p>
<p>È doveroso ripetere quello che ormai è quasi un luogo comune: l’IA non è né intrinsecamente buona né intrinsecamente cattiva, ma ciò non significa che sia neutra. L’UNESCO chiede che si prosegua con la digitalizzazione delle informazioni storiche relative all’Olocausto, ma sprona anche gli sviluppatori di IA a essere più trasparenti sui dati che usano per allenare i modelli e a lavorare a stretto contatto con gli storici esperti della Shoah. Per continuare a citare l’UNESCO, l’IA ha il potere di «plasmare la conoscenza futura sull’Olocausto». È sicuramente una minaccia non trascurabile, ma se usata coscienziosamente potrà diventare invece un’alleata insostituibile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Guidare piano è più pericoloso di correre?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guidare-piano-piu-pericoloso-correre/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guidare-piano-piu-pericoloso-correre/</guid><pubDate>Wed, 22 Oct 2025 09:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Manunza</dc:creator><category>societa</category><description>Tutti i genitori raccomandano ai figli di «Non correre in macchina». Intuitivamente, infatti, sappiamo che guidare piano è più sicuro, ma riuscire a dimostrarlo in maniera scientifica non è stato facile come si può immaginare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/guidare-piano-piu-pericoloso-correre-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/guidare-piano-piu-pericoloso-correre-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi, sui social sono apparsi alcuni post recanti affermazioni del tipo: «Secondo la scienza, guidare lentamente è più pericoloso di correre». Asserzioni di questo tipo sono probabilmente confortanti per molti di coloro che non sempre rispettano i limiti di velocità, ma anche parecchio sospette per tutti gli altri. Guidare ad alte velocità significa avere meno tempo per reagire a eventuali pericoli presenti sulla strada, oltre che un maggiore spazio di frenata e una minore manovrabilità del mezzo. Tutto ciò, intuitivamente, fa concludere che alte velocità di guida portino a un maggior rischio rispetto a quelle basse, non il contrario. La spiegazione portata da chi diffonde la teoria opposta è che guidare piano costringe gli altri conducenti a frenate brusche o a sorpassi azzardati, fattori di rischio che riuscirebbero, secondo loro, a controbilanciare quelli che si hanno guidando a velocità sostenuta. Il ragionamento non è privo di senso, ma davvero «la scienza» afferma questo?</p>
<h2 id="la-bugia-della-curva-di-solomon">La bugia della curva di Solomon</h2><p>Queste affermazioni si basano effettivamente su alcuni studi scientifici, studi che però difficilmente si possono considerare recenti e all’avanguardia. La prova più citata a favore della teoria è la curva di Solomon, proveniente da uno <a href="https://books.google.it/books?hl=it&amp;lr=&amp;id=gNg-ki3fgSgC&amp;oi=fnd&amp;pg=PP7&amp;dq=Solomon,&#43;D.&#43;Accidents&#43;on&#43;Main&#43;Rural&#43;Highways&#43;Related&#43;to&#43;Speed,&#43;Driver,&#43;and&#43;Vehicle.&#43;FHWA,&#43;U.S.&#43;Department&#43;of&#43;Transportation,&#43;1964.&amp;ots=c--0cFi_Vc&amp;sig=MHo9vzA5RrejY43RUaibn1sSIaM&amp;redir_esc=y#v=onepage&amp;q&amp;f=false" rel="noopener">studio</a> del 1964, firmato da David Harris Solomon, sul legame tra velocità e incidenti stradali. Secondo Solomon, la probabilità di essere coinvolti in un incidente non dipenderebbe dalla velocità di guida in sé, ma da quella relativa alla velocità media delle altre vetture: in particolare, la probabilità sarebbe minima viaggiando 10 chilometri all’ora sopra la velocità media. Per esempio, in una strada dove le vetture viaggiano mediamente a 90 chilometri all’ora, la velocità in cui ci si esporrebbe al minor rischio sarebbe circa 100 chilometri all’ora. Per velocità molto minori o molto maggiori si avrebbe invece una probabilità più alta di incorrere in un incidente, e questa aumenterebbe ulteriormente allontanandosi dalla velocità media. Tutto ciò porta a una curva a forma di U: la famosa curva di Solomon da cui molti hanno tratto la conclusione che «guidare piano è più pericoloso di correre».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/guidare-piano-piu-pericoloso-correre-body-1.png.webp" alt="" width="698" height="524" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Curva di Solomon nell’articolo originale. Il tasso di coinvolgimento in incidenti in funzione della variazione dalla velocità media delle altre vetture. La curva ha una forma a U con il minimo intorno a 6 miglia all’ora (circa 10 chilometri all’ora) sopra la media.</p>
<p>Tra gli anni Sessanta e Settanta, diversi studi replicarono la curva a U, verificandone l’esistenza: la questione parrebbe dunque chiudersi qua. Non fosse che, dopo questi primi anni, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0001457505001247" rel="noopener">nessuno studio è più riuscito a replicare i risultati</a> di Solomon. Le ricerche successive hanno confermato la maggiore frequenza di incidenti tra chi guida sopra la velocità media, ma nessuno è riuscito a dimostrare che un incremento simile si abbia anche per coloro che guidano sotto la media, come sostenevano invece Solomon e le ricerche effettuate negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione. </p>
<p>La spiegazione più plausibile è forse anche la più semplice: i primi studi, compreso quello di Solomon, non distinguevano tra veicoli lenti e veicoli in manovra. Le manovre sono tutt’oggi la causa di una grandissima fetta degli incidenti stradali, e com’è noto richiedono una velocità ridotta. Non stupisce allora che queste possano aver portato alla conclusione, errata, che una bassa velocità di guida sia legata a un maggiore rischio.</p>
<h2 id="la-scienza-ha-pochi-dubbi-correre-è-pericoloso">La scienza ha pochi dubbi: correre è pericoloso</h2><p>Oggi quasi tutti gli esperti sono concordi sull’inesistenza di un legame tra guida lenta e rischio, ma è vero l’esatto opposto per la guida veloce. Nel 1991, alcuni ricercatori australiani <a href="https://www.researchgate.net/profile/Brian-Fildes/publication/238493381_Speed_Behaviour_and_Drivers%27_Attitudes_to_Speeding/links/546ac8fe0cf20dedafd38e8d/Speed-Behaviour-and-Drivers-Attitudes-to-Speeding.pdf" rel="noopener">hanno misurato</a> la velocità di diversi veicoli, chiedendo poi agli automobilisti, fermatisi a un semaforo più avanti nella strada, di rispondere ad alcune domande relative agli ultimi cinque anni di guida.  Il risultato è forse banale, ma comunque interessante: maggiore la velocità del veicolo prima del sondaggio, maggiore il numero medio di incidenti che aveva avuto il guidatore nei cinque anni precedenti.</p>
<p>Si potrebbe però pensare che, con i moderni sistemi di sicurezza (come controllo di stabilità, ABS e frenata assistita), la velocità sia oggi meno rischiosa di quanto non lo fosse in passato. Per rispondere a questa domanda, un gruppo di ricerca <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S000145751830839X" rel="noopener">ha analizzato</a> decine di studi riguardanti il numero di incidenti in alcune strade in cui, tra il 2003 e il 2018, è stato modificato il limite di velocità. I risultati? Dove il limite è stato abbassato il numero di incidenti è calato a sua volta, dove invece il limite è stato alzato anche il numero di incidenti è aumentato. Per esempio, in una strada australiana gli incidenti sono diminuiti del 37% dopo che il limite di velocità è stato abbassato da 60 a 50 chilometri all’ora, e in una strada svedese, in cui è stato abbassato da 110 a 100 chilometri all’ora, sono diminuiti del 48%. Al contrario, gli incidenti in una strada turca sono aumentati del 35% dopo che questa è passata da un limite di 100 a uno di 110 chilometri all’ora, e in una strada danese sono aumentati del 20% quando il limite è stato alzato da 110 a 130 chilometri all’ora. Ovviamente esistono eccezioni per entrambi i casi, ma sono abbastanza rare da far concludere ai ricercatori che «una riduzione della velocità media del traffico è quasi sempre associata a una riduzione del numero di morti o feriti stradali» e che «la velocità rimane un importante fattore di rischio per la frequenza e la gravità degli incidenti». Anche il Forum internazionale dei trasporti (FIT) è d’accordo con questa conclusione: in un <a href="https://www.itf-oecd.org/speed-crash-risk" rel="noopener">report</a> del 2018 afferma che «maggiore la velocità assoluta, maggiore il rischio di un incidente».</p>
<p>Questi e molti altri studi mostrano inequivocabilmente che la velocità porta a più incidenti, ma a ciò va aggiunto un ultimo fattore. Bisogna infatti distinguere tra l’influenza che la velocità ha sulla probabilità che avvenga un incidente e quella che ha sulla gravità dell’incidente. Se rispondere al primo punto non è stato facile e ha richiesto decenni di studi scientifici, sul secondo le conclusioni sono molto più immediate: «I danni a veicoli e occupanti dipendono dalla pressione, dalla decelerazione, dalla variazione di velocità, e dall’energia cinetica dissipata nella deformazione. Tutte queste sono funzioni crescenti della velocità pre incidente», <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.3141/2103-02" rel="noopener">spiega</a> Ezra Hauer, attualmente professore emerito di ingegneria civile all’Università di Toronto. Non solo «la scienza» non sostiene che la bassa velocità sia pericolosa, ma afferma anche che guidare velocemente porti sia a un maggior rischio di incidenti sia a una maggiore gravità di questi ultimi.</p>
<h2 id="una-possibile-soluzione">Una possibile soluzione</h2><p>Gli studi degli ultimi decenni <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0001457505001247" rel="noopener">hanno evidenziato</a> che la velocità rappresenta un rischio ancora maggiore sulle strade urbane. Una prova italiana è rappresentata dalla città di Bologna. Il 16 gennaio 2024 è partita Bologna Città 30, portando all’abbassamento da 50 a 30 chilometri all’ora del limite di velocità sulla maggior parte delle strade del centro urbano. Esattamente un anno dopo, il 16 gennaio 2025, il Comune <a href="https://www.comune.bologna.it/novita/notizie/citta30-dati-primo-anno" rel="noopener">ha pubblicato</a> i risultati di questo cambiamento: minore inquinamento dell’aria, diminuzione del 13% degli incidenti, diminuzione del 16% delle persone investite e dimezzamento delle morti stradali. Se ciò non bastasse, nel primo anno di Bologna Città 30 nessun pedone è stato ucciso: la prima volta dal 1991. Come sottolinea il Comune, ciò è in controtendenza con i dati del resto del Paese, in cui incidenti, feriti e morti stradali non sono in calo, ma anzi, aumentano. Bologna non è una strana eccezione: provvedimenti di questo tipo erano <a href="http://bolognacitta30.it/faq/sara-vero-che-a-30-allora-diminuiscono-quantita-e-gravita-degli-incidenti-in-citta/" rel="noopener">già stati attuati</a> da decine di città europee (per esempio, Lione, Londra, Helsinki e Bruxelles), diminuendo ovunque il numero di incidenti e feriti. In poche parole, migliorando la sicurezza stradale. </p>
<p>Un’opinione che va diffondendosi sempre di più nel nostro Paese è che il limite di 30 chilometri all’ora debba essere esteso a livello nazionale in tutte le città. In prima linea si battono le associazioni per la sicurezza stradale, di solito formate da coloro che hanno visto un parente morire investito. Le loro speranze sono raccontate da Silvia Bencivelli <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/30-allora-vita-mettiamolo-codice-strada/">in questo articolo</a> su <em>Scienza in rete</em>, ma per ora la politica sembra avere altro a cui pensare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Educazione sessuo-affettiva: arriva il manuale di autotutela per insegnanti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/educazione-sessuo-affettiva-arriva-manuale-autotutela-insegnanti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/educazione-sessuo-affettiva-arriva-manuale-autotutela-insegnanti/</guid><pubDate>Thu, 16 Oct 2025 08:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>scuola</category><description>Avevamo appena avviato un progetto di educazione all’affettività e al contrasto degli stereotipi di genere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/educazione-sessuo-affettiva-arriva-manuale-autotutela-insegnanti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/educazione-sessuo-affettiva-arriva-manuale-autotutela-insegnanti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Avevamo appena avviato un progetto di educazione all’affettività e al contrasto degli stereotipi di genere. Era stato richiesto dal consiglio di classe, approvato dal collegio docenti e comunicato alle famiglie tramite circolare. Tutta la documentazione burocratica era stata completata: eravamo pronte. Il primo incontro era stato calendarizzato e quel giorno eravamo già in aula, avevamo appena iniziato l’attività, quando la dirigente è entrata interrompendo tutto. A voce ci ha comunicato l’annullamento del progetto: un genitore aveva segnalato la presunta incoerenza del percorso con il PTOF».</p>
<p>E ancora.</p>
<p>«Ho due figli adolescenti: a casa mi fanno domande su corpi, emozioni, relazioni, consenso. Vorrei che la scuola fosse un luogo dove queste questioni vengono affrontate con competenza e delicatezza. Invece sono ancora un tabù. Ho deciso di farmi portavoce di questa esigenza nel consiglio di classe, come rappresentante dei genitori. Mi è stato detto che rischierei conflitti con la dirigente e con la comunità scolastica, perché questi temi vengono considerati pericolosi».</p>
<p>Sono due delle tante richieste d’aiuto ricevute da <a href="https://www.educarealledifferenze.it/" rel="noopener">Educare alle differenze</a>, rete nazionale che riunisce associazioni impegnate nella formazione sulle relazioni e contro le discriminazioni. Per rispondere a denunce come queste e a un clima politico sempre più ostile agli operatori del settore, la rete ha pubblicato un vademecum di autotutela per insegnanti e associazioni: <em>L’educazione sessuo-affettiva non è un gioco</em>. </p>
<h2 id="un-libro-game-per-trovare-il-percorso-giusto">Un libro game per trovare il percorso giusto</h2><p>Il manuale, frutto di un anno di lavoro collettivo, di incontri e scambi tra associazioni e sigle sindacali, con la consulenza del team legale della rete, <a href="https://www.educarealledifferenze.it/vademecum/" rel="noopener">si può scaricare gratuitamente</a> dal sito di Educare alle differenze. Ha la forma di un libro game, cioè di un testo interattivo che offre diversi percorsi di lettura e indicazioni pratiche a seconda se chi lo consulta vuole progettare un’attività scolastica curricolare o extra curricolare, se incontra ostacoli imprevisti, se riceve una convocazione dalla dirigenza della scuola, se deve far fronte a una campagna diffamatoria.</p>
<p>«Tra le sue pagine si trovano diversi QR code che rimandano a circolari, leggi, documenti. Abbiamo scelto questa soluzione perché ci permetterà di mantenere sempre aggiornata la bibliografia del vademecum», spiegano rappresentanti del gruppo di lavoro che ha redatto la guida. «Alcuni di questi link indirizzano l’utente a realtà associative del territorio che hanno contribuito con le loro esperienze, con grande entusiasmo, perché spezzare l’isolamento di chi opera in questo settore e fare rete aiuta a superare le difficoltà».</p>
<h2 id="una-crescente-ostilità">Una crescente ostilità</h2><p>Nonostante la <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/07/15/15G00122/s" rel="noopener">Legge 107/2015</a> preveda l’inserimento nel piano formativo di iniziative che promuovono il rispetto della diversità e la prevenzione della violenza di genere e di ogni tipo di discriminazione, portare questi temi nella scuola italiana non è facile. Sono lasciati alla buona volontà di docenti che propongono progetti a macchia di leopardo, appoggiandosi spesso ad associazioni esterne. Negli ultimi anni, poi, l’educazione sessuo-affettiva è stata oggetto di una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale/">campagna diffamatoria martellante</a>, accusata di promuovere la fantomatica “ideologia gender”, di attentare ai valori familiari e confondere l’identità e l’orientamento sessuale delle nuove generazioni.</p>
<p>L’Associazione ProVita e Famiglia, il più visibile tra i movimenti anti-scelta italiani, ha pubblicato sul suo sito il manuale <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/come-diventare-protagonisti-nella-scuola" rel="noopener"><em>Come diventare protagonisti nella scuola</em></a> per insegnare alle famiglie che sono vicine alle sue posizioni come muoversi per ostacolare i progetti di educazione alle relazioni e alla parità di genere nelle scuole, creando tra insegnanti e associazioni del settore un clima di insicurezza e timore di ripercussioni.</p>
<h2 id="conoscere-la-normativa-per-muoversi-con-sicurezza">Conoscere la normativa per muoversi con sicurezza</h2><p>«In diverse occasioni, il Codice di comportamento dei lavoratori della pubblica amministrazione (<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/06/29/23G00092/s" rel="noopener">DPR 81/2023</a>) è stato usato per comprimere la libera manifestazione del pensiero di docenti impegnati sulle tematiche di genere», spiega il gruppo di lavoro di Educare alle differenze. «Il Codice stabilisce che il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all&rsquo;immagine dell&rsquo;amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale, anche attraverso l’uso dei social media. È importante sapere come muoversi per rivendicare la propria libertà di insegnamento rimanendo nell’ambito di uno spazio sicuro, dove esiste una copertura di garanzia costituzionale».</p>
<p>Le tre proposte di legge attualmente in esame sull’obbligo di ottenere il consenso informato dei genitori sui progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole mirano a restringere ulteriormente la libertà di insegnamento. «Ma anche se entrasse in vigore una legge in tal senso, non cancellerebbe tutto l’impianto normativo esistente sulla scuola pubblica, a partire dall’<a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-33" rel="noopener">Articolo 33 della Costituzione</a>», osserva il gruppo di lavoro. «È importante, quindi, che chi propone un’iniziativa conosca leggi, regolamenti e circolari e che segua scrupolosamente l’iter previsto per non dare adito a contestazioni. Vogliamo infine rivolgerci ai genitori che hanno a cuore l’educazione scolastica all’autodeterminazione e al rispetto delle differenze, che sono la maggioranza, anche se spesso silenziosa: fatevi avanti, partecipate attivamente attraverso gli organi collegiali, sostenete un’alleanza tra scuola e famiglia che sia costruttiva e vada oltre la falsa narrazione del consenso informato».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La guerra, un’emergenza sanitaria globale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-emergenza-sanitaria-globale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-emergenza-sanitaria-globale/</guid><pubDate>Mon, 06 Oct 2025 08:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>pace</category><description>Le guerre del nostro secolo non si misurano più solo in battaglie e confini: sono crisi sanitarie globali che lasciano ferite fisiche, sociali e psicologiche destinate a durare per generazioni. Ospedali distrutti, epidemie riemergenti, bambini malnutriti e persone sfollate e prive di cure mostrano come i conflitti moderni stiano demolendo i sistemi sanitari e la stessa idea di salute pubblica, trasformando la guerra in una pandemia di sofferenza umana.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/guerra-emergenza-sanitaria-globale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/guerra-emergenza-sanitaria-globale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La guerra non è soltanto un fenomeno politico o militare: è una vera e propria emergenza sanitaria globale, come una pandemia. Lo sottolineano in un <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2025.1690317/full" rel="noopener">editoriale</a> pubblicato a fine settembre su *Frontiers in Public Health *Stefano Orlando (Università di Roma Tor Vergata), Paolo Vineis (Imperial College London) e Pirous Fateh-Moghadam (Azienda Sanitaria di Trento). Qualche dato chiarisce forse il concetto. <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9241545615" rel="noopener">Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità</a>, le vittime civili nei conflitti sono il 60% del totale. Ma il bilancio non si ferma alle vittime dirette: una <a href="https://d-nb.info/1219565717/34?utm" rel="noopener">ricerca</a> pubblicata su *BMC *stono per generazioni, trasformando la guerra in una catastrofe sanitaria di lungo periodo.</p>
<p>Gli autori dell&rsquo;editoriale individuano due caratteristiche della guerra moderna che spiegano l&rsquo;altissima percentuale di vittime civili. La prima è tecnologica: droni e armamenti a lunga gittata permettono di colpire da distanze enormi, riducendo l&rsquo;esposizione diretta dei soldati ma aumentando la distanza morale tra chi combatte e chi subisce le conseguenze. A differenza della Prima guerra mondiale, che generò una ricca letteratura sui conflitti morali dei combattenti, le guerre odierne sembrano meno capaci di produrre riflessioni sulla responsabilità individuale.</p>
<p>La seconda caratteristica è economica: le armi sono diventate merci come le altre, disponibili sul mercato globale. I <a href="https://www.sipri.org/publications/2025/sipri-fact-sheets/trends-international-arms-transfers-2024" rel="noopener">dati del SIPRI</a> sono eloquenti: nel 2023 le prime cento aziende del settore militare hanno generato ricavi per 632 miliardi di dollari, con un aumento reale del 4,2% rispetto al 2022. Gli Stati Uniti dominano con il 43% delle esportazioni mondiali, seguiti da Francia (9,6%), Russia (7,8%), Cina (5,9%), Germania (5,6%), Italia (4,8%), Regno Unito (3,6%) e Israele (3,2%). Le importazioni europee sono esplose: in quattro anni sono aumentate del 155%, passando dall'11% al 28% del mercato globale. Questa concettualizzazione delle armi come merci attenua di fatto la percezione della responsabilità morale di chi le produce e commercia.</p>
<h2 id="lescalation-globale">L&rsquo;escalation globale</h2><p>Negli ultimi cinque anni i conflitti sono quasi raddoppiati. Secondo l&rsquo;Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED), <a href="https://acleddata.com/conflict-index/" rel="noopener">si è passati</a> da circa 104.000 episodi di violenza armata nel 2020 a quasi 200.000 nel 2025. L&rsquo;invasione russa dell&rsquo;Ucraina del 2022 ha rappresentato un punto di svolta, alimentando tensioni geopolitiche e contribuendo all&rsquo;esplosione di altre crisi regionali.</p>
<p>A Gaza, l&rsquo;Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) <a href="https://news.un.org/en/story/2024/05/1149256" rel="noopener">riportava</a> al 6 agosto 2025 oltre 61.000 morti e più di 150.000 feriti. Diversi studi indipendenti, inclusa un&rsquo;<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38035878/" rel="noopener">analisi</a> di <em>Lancet</em>, suggeriscono che questi numeri potrebbero essere sottostimati. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l&rsquo;ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l&rsquo;umanità, oltre che ovviamente contro il comandante militare di Hamas Mohammed Deif che coordinò la strage del 7 ottobre in Israele. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di garantire l&rsquo;accesso agli aiuti umanitari, prescrizioni rimaste in larga parte disattese. Diverse organizzazioni di sanità pubblica, tra cui l&rsquo;European Public Health Alliance, hanno riconosciuto la crisi di Gaza come <em>genocide-related</em>, una posizione condivisa anche da due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B&rsquo;Tselem e Physicians for Human Rights Israel.</p>
<p>Altri esempio, purtroppo, non mancano. In Sudan, dall&rsquo;aprile 2023, la guerra civile tra le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido <a href="https://www.science.org/content/article/how-many-have-died-sudan-s-civil-war-satellite-images-and-models-offer-clues" rel="noopener">ha causato</a> tra 20.000 e 150.000 vittime civili secondo stime che variano ampiamente, evidenziando le difficoltà di raccogliere dati accurati in contesti di conflitto attivo.</p>
<h2 id="il-collasso-dei-sistemi-sanitari-e-lamplificazione-delle-crisi-sanitarie">Il collasso dei sistemi sanitari e l&rsquo;amplificazione delle crisi sanitarie</h2><p>La guerra - spiegano gli autori - mina le fondamenta della salute pubblica. Ospedali bombardati, carenza di personale, assenza di forniture mediche rendono impossibile garantire le cure essenziali. A Gaza, l&rsquo;ospedale Al-Aqsa Martyrs ha dovuto trasformare sale parto e reparti ostetrici in sale operatorie d&rsquo;emergenza per far fronte all&rsquo;afflusso di feriti. In Etiopia, durante il conflitto nel Tigray, la pandemia di COVID-19 ha trovato terreno fertile proprio per la chiusura dei centri di risposta alle emergenze, con un&rsquo;impennata dei tassi di positività una volta ripresi parzialmente i servizi.</p>
<p>Le conseguenze investono anche le cure specialistiche. In Ucraina, per esempio, gli studi documentano un&rsquo;alta prevalenza di traumi oculari tra militari e civili, con danni maculari e retinici che richiedono competenze specifiche difficili da garantire quando l&rsquo;intero sistema sanitario è sotto stress.</p>
<p>E la crisi sanitaria è amplificata dalle persone sfollate e rifugiate: in Somalia, nei campi improvvisati di Banadir, il conflitto combinato con la siccità ha prodotto tassi di mortalità elevati, particolarmente tra i bambini, mentre a Gaza, gli sfollati interni vivono in condizioni di grave inadeguatezza: mancano abitazioni dignitose, acqua ed elettricità.</p>
<p>Senza contare che i rifugiati che riescono a lasciare i paesi in guerra affrontano barriere sanitarie nei paesi d&rsquo;accoglienza. Tra i rifugiati siriani in Libano e Danimarca, <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2025.1486806/full" rel="noopener">meno del 2% degli ipertesi</a> riceve una terapia adeguata. Gli armeni sfollati dal Nagorno-Karabakh nel 2020 <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2024.1499523/full" rel="noopener">soffrono di grave insicurezza alimentare</a>, soprattutto le famiglie con capofamiglia donna. I rifugiati ucraini in Europa incontrano ostacoli nell&rsquo;accesso alle cure: tempi d&rsquo;attesa lunghi, costi, mancanza di informazioni, difficoltà linguistiche. In Lituania, uno <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2024.1411738/full" rel="noopener">studio qualitativo</a> ha documentato come le donne di lingua russa affrontino barriere particolarmente alte, con scarso supporto psicologico e servizi inconsistenti nelle aree rurali.</p>
<p>Eppure esistono modelli inclusivi. Ne è un esempio Edmonton, in Canada, dove un <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2024.1440075/full" rel="noopener">centro sanitario comunitario</a> dedicato esclusivamente ai nuovi arrivati offre sicurezza culturale, servizi psicosociali integrati e supporto linguistico, dimostrando che soluzioni efficaci sono possibili quando si investe in approcci sistemici.</p>
<h2 id="la-prevenzione-interrotta">La prevenzione interrotta</h2><p>L&rsquo;effetto sanitario della guerra non è solo un arresto, ma una vera e propria regressione di decenni di progressi sanitari.  Un esempio è dato dalle amputazioni, la cui incidenza globale tra giovani (0-19 anni) è diminuita negli ultimi trent&rsquo;anni, mentre nei paesi colpiti da conflitti, come Siria e Afghanistan, <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2025.1589309/full" rel="noopener">è aumentata</a>.</p>
<p>Le campagne vaccinali <a href="http://doi.org/10.3389/fpubh.2025.1604288" rel="noopener">sono tra le prime vittime</a> dei conflitti. In Siria, Nigeria e Afghanistan, l&rsquo;interruzione dei programmi di immunizzazione ha favorito il ritorno della poliomielite e del morbillo. Gli autori evidenziano l&rsquo;importanza di &ldquo;tregue per le vaccinazioni&rdquo; e di squadre mobili per mantenere la copertura vaccinale anche nelle zone di guerra. In Etiopia, la sovrapposizione tra guerra e COVID-19 ha aggravato le disuguaglianze e bloccato il controllo delle malattie.</p>
<p>Per la salute materno-infantile, le conseguenze sono drammatiche. In Etiopia, nella regione di Amhara, gli ospedali registrano tassi crescenti di esiti materni gravi e <em>near-miss</em>, dovuti a ritardi nei trasporti d&rsquo;emergenza, interruzione dei percorsi di riferimento e scarsità di risorse. A Gaza, la conversione delle sale parto in sale operatorie per i traumi ha prevedibili ripercussioni sui tempi di intervento e sulla sicurezza materno-fetale. L&rsquo;interruzione dei programmi preventivi, come la somministrazione del vaccino antitetanico in gravidanza, amplifica ulteriormente i rischi.</p>
<p>Non mancano poi gli effetti psicologici della guerra, che si propagano oltre le zone di conflitto. In Kuwait, dopo la guerra a Gaza del 2023, <a href="https://www.frontiersin.org/journals/public-health/articles/10.3389/fpubh.2025.1407906/full" rel="noopener">sono stati registrati</a> livelli significativi di ansia e sintomi somatici. In Lituania, l&rsquo;invasione russa dell&rsquo;Ucraina <a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2025.1593088/full" rel="noopener">ha causato</a> un&rsquo;impennata iniziale di sintomi depressivi, parzialmente attenuatasi nel corso di un anno. Questi studi, pur con limiti metodologici, segnalano effetti transfrontalieri che meritano ulteriori indagini. Tra i rifugiati, la perdita di familiari e amici genera forme di lutto complicato che richiedono strumenti diagnostici e interventi culturalmente sensibili, spesso non disponibili.</p>
<h2 id="il-ruolo-della-salute-pubblica-dalla-mitigazione-alla-prevenzione">Il ruolo della salute pubblica: dalla mitigazione alla prevenzione</h2><p>Gli autori dell&rsquo;editoriale sottolineano che la comunità della salute pubblica non può limitarsi a gestire le conseguenze dei conflitti, ma ha il dovere di contribuire alla loro prevenzione; anche la Carta di Ottawa per la promozione della salute riconosce esplicitamente la pace come determinante fondamentale della salute.</p>
<p>Ma come? I dati scientifici mettono sempre più in discussione la deterrenza militare come strategia efficace. Il caso dell&rsquo;Afghanistan, per esempio, dimostra come l&rsquo;approccio militare abbia perpetuato crisi sanitarie invece di garantire una pace duratura. La ricerca in sanità pubblica può svolgere invece un ruolo cruciale documentando i costi sanitari delle guerre e sviluppando modelli predittivi per prepararsi alle crisi umanitarie, analogamente a quanto fatto per le pandemie e il cambiamento climatico.</p>
<p>Secondo l&rsquo;editoriale, tre sono le priorità per la ricerca futura. Primo: migliorare le stime delle vittime, includendo non solo quelle dirette ma anche quelle indirette, un lavoro estremamente difficile nelle zone di guerra. Secondo: consolidare metodologie per l&rsquo;attribuzione causale, creando framework che permettano di valutare probabilisticamente quanto gli effetti sanitari siano attribuibili a specifici episodi bellici, in modo analogo a quanto fa il progetto World Weather Attribution per il cambiamento climatico. Terzo: sviluppare capacità predittive per anticipare l&rsquo;entità delle crisi umanitarie - malattie infettive, carestie, collasso dei sistemi sanitari - e prepararsi adeguatamente.</p>
<p>Perché la guerra è una questione di salute pubblica, esattamente come le epidemie o il cambiamento climatico. Ignorarlo significa condannare milioni di persone a un destino di sofferenza evitabile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Anti-scelta e no-vax: affinità elettive o matrimonio combinato?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/anti-scelta-no-vax-affinita-elettive-matrimonio-combinato/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/anti-scelta-no-vax-affinita-elettive-matrimonio-combinato/</guid><pubDate>Mon, 29 Sep 2025 08:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Alle Tavole di Assisi, incontro organizzato da ProVita &amp;amp;amp; Famiglia e dal quotidiano La Verità , lo scontro tra Maurizio Gasparri e un pubblico ostile al suo sostegno ai vaccini rivela una convergenza sempre più evidente: diffidenza verso la scienza e opposizione a diritti civili e riproduttivi si intrecciano in un unico fronte culturale e politico. Una sovrapposizione che studi internazionali hanno documentato, mostrando come esitazione vaccinale e ideologie conservatrici si alimentino a vicenda.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/anti-scelta-no-vax-affinita-elettive-matrimonio-combinato-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/anti-scelta-no-vax-affinita-elettive-matrimonio-combinato-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È sabato 6 settembre 2025, sono circa le nove e mezzo di sera, la sala di un albergo di Assisi ospita il convegno <em>Le Tavole di Assisi</em>, organizzato dall’associazione ProVita &amp; Famiglia e dal quotidiano <em>La Verità</em> «per rilanciare il pensiero cristiano, conservatore e identitario». Qualche centinaio di persone assiste a un dibattito sui cosiddetti valori non negoziabili tra politici dei partiti di maggioranza. Tra loro c’è il senatore Maurizio Gasparri. Tutti si trovano d’accordo nell’opposizione al suicidio assistito e all’aborto. Poi il moderatore Fabio Dragoni, giornalista della <em>Verità</em>, introduce una domanda su «un argomento a piacere, l’argomento che ci piace di più: i vaccini». </p>
<p>Gasparri dichiara che durante la pandemia ha accolto con sollievo la notizia della loro disponibilità, che è stato convinto sostenitore della campagna vaccinale e si è vaccinato lui stesso. «Poi ho preso il Covid in forma leggera. Se lo avessi preso quando non c’era il vaccino probabilmente sarei stato peggio. L’atteggiamento anti-vaccini io non lo condivido», scandisce.<br>
Dall’uditorio si leva un coro di fischi e proteste, che proseguono finché il senatore di Forza Italia si alza ed esce dalla sala esclamando «Io non sono venuto a fare un dibattito sui vaccini, sono venuto a fare un dibattito su questioni valoriali. Era meglio che restassi a casa!»</p>
<p>Il moderatore spiega che alcuni presenti fanno parte di una chat con 300 partecipanti e che tra loro solo due parlano in questo modo quando si tocca il tema vaccini. Uno dei due è Maurizio Gasparri. «È in assoluta minoranza, quindi fate i bravi se potete», si appella al pubblico. Poco dopo, gli organizzatori tornano in sala con il senatore, che però cambia argomento: si passa a parlare di diritti LGBT e tutti sono di nuovo d’accordo.</p>
<h2 id="una-sovrapposizione-evidente">Una sovrapposizione evidente</h2><p>Questa scena illustra alla perfezione la sovrapposizione che negli ultimi anni si è creata tra la comunità di chi manifesta diffidenza nei confronti delle vaccinazioni e quella di orientamento conservatore di chi si oppone a contraccezione, interruzione volontaria di gravidanza, suicidio assistito, divorzio, educazione sessuale nelle scuole, diritti LGBT, femminismo. Il fenomeno, che si osserva a livello aneddotico frequentando i social media, è stato anche oggetto di studi sistematici. </p>
<p>Nel 2023, un gruppo di sociologi della Harvard University <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0277953623005841" rel="noopener">ha utilizzato</a> i dati provenienti da un sondaggio su più di 50 mila cittadini di 21 Paesi europei per indagare sulla correlazione tra la fiducia nella sicurezza dei vaccini contro Covid-19 e l’adesione a partiti politici di estrema destra che impiegano una retorica di tipo populista. Risultato: coloro che votano per partiti di estrema destra hanno una probabilità 2,7 volte maggiore di essere esitanti nei confronti dei vaccini, indipendentemente dalle politiche sanitarie messe in atto nei loro Paesi in occasione della pandemia.</p>
<p>Entrando più nel dettaglio, un <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s11199-024-01533-7" rel="noopener">lavoro</a> pubblicato nel 2024 descrive i risultati di due sondaggi paralleli condotti negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda per caratterizzare le opinioni in tema di diritti sessuali e riproduttivi di chi durante la pandemia era contrario alle misure protettive adottate per limitare il contagio: vaccinazioni, isolamento e obbligo di indossare la mascherina. Ne emerge che gli appartenenti a questo gruppo, il 12,6% dei partecipanti al sondaggio negli USA e il 3,4% in Nuova Zelanda, sono anche contrari all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso, poco fiduciosi nei confronti delle istituzioni e della comunità scientifica e più propensi a dare credito a idee complottiste, con maggiore probabilità rispetto alla popolazione generale dei partecipanti ai due sondaggi.</p>
<h2 id="le-affinità">Le affinità</h2><p>Che cosa accomuna l’esitazione vaccinale con l’opposizione ai diritti sessuali e riproduttivi? Chi è contrario all’obbligo di vaccinazione rivendica la libertà di decidere sul proprio corpo, quindi dovrebbe avere caro il diritto di autodeterminazione anche nell’ambito della riproduzione, dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Paradossalmente, non è così. </p>
<p>La studiosa olandese Tashina Blom <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11481044/" rel="noopener">ha descritto</a> il processo di appropriazione culturale dello slogan femminista <em>my body, my choice</em>, operato durante la pandemia da movimenti anti-vaccini collegati a gruppi di estrema destra, aderenti a ideologie anti-scelta, nel corso di manifestazioni in Europa, Australia, Canada e Stati Uniti. Si tratta, secondo lei, di una “appropriazione ostile”, che mira a modificare i contenuti politici dello slogan per sottrarlo alle battaglie storiche del femminismo.</p>
<p>Un elemento in comune tra le posizioni anti-vaccini e quelle anti-scelta nel campo della salute sessuale e riproduttiva è il culto della naturalità. Nel contesto dei vaccini, si declina come <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0277953620302380?via%3Dihub" rel="noopener">avversione alla medicina moderna</a> e sfiducia nella classe medica, mentre nel contesto dei diritti sessuali e riproduttivi diventa ossequio al cosiddetto ordine naturale e al modello di famiglia e ruoli di genere che questo prevede.</p>
<p>C’è poi il tema dei <em>parental rights</em>, caro alle destre negli Stati Uniti, ma anche in Italia: il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale/">diritto dei genitori</a> di decidere sulla salute e sull’educazione dei propri figli contro quelle che vengono percepite come ingerenze dello Stato, senza alcuna considerazione per l’autodeterminazione dei minori.</p>
<p>«Poiché gli attivisti contrari alle misure anti-Covid si mobilitano principalmente contro le istituzioni sanitarie pubbliche, la loro opposizione può facilmente estendersi ad altri ambiti, come le istituzioni scolastiche, che sono sempre più prese di mira sia da loro che dalle campagne anti-gender, soprattutto a proposito dell’educazione relazionale, affettiva e sessuale», osserva un sociologo belga impegnato nella ricerca sul campo, che preferisce rimanere anonimo per non compromettere i suoi contatti nel settore. «In particolare, sia gli attivisti anti-gender che quelli contrari alle misure anti-Covid denunciano l’ingerenza delle organizzazioni internazionali nelle questioni nazionali. L’Organizzazione mondiale della sanità, per esempio, è criticata per avere stabilito norme sia in materia di vaccinazioni che di educazione sessuale. Allo stesso modo, figure filantropiche come George Soros sono al centro di varie narrazioni cospirazioniste, per esempio le teorie sullo spopolamento, e sono descritte come promotori chiave di misure progressiste a favore delle persone LGBT a livello europeo».</p>
<p>Infine, un punto specifico di raccordo tra ostilità contro i vaccini e integralismo religioso è la <a href="https://www.osservatoriomalattierare.it/news/attualita/17271-bufalavirus-i-vaccini-anti-covid-19-non-contengono-feti-umani" rel="noopener">questione</a> dell’utilizzo, per la preparazione di alcuni farmaci, di linee cellulari derivate da embrioni frutto di aborti, considerata in certi ambienti come un grave problema etico, obiezione tuttavia <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20081208_dignitas-personae_it.html" rel="noopener">respinta</a> dalle stesse autorità cattoliche.</p>
<h2 id="strategie-di-reclutamento">Strategie di reclutamento</h2><p>Non mancano, quindi, i punti di contatto tra la corrente di pensiero contraria ai vaccini e le convinzioni dei gruppi conservatori che si oppongono ai diritti sessuali e riproduttivi. Ma oltre a questa vicinanza spontanea, c’è anche una strategia di reclutamento deliberata da parte degli anti-scelta?</p>
<p>Un altro intervento nel corso delle <em>Tavole di Assisi</em> suggerisce che ci sia una volontà in tal senso. Nella sessione mattutina del convegno intitolata “Fine vita: la bugia della dolce morte”, la giornalista Martina Pastorelli ha tenuto una relazione su come gestire la comunicazione per reclutare oppositori al suicidio assistito. Oggi l’opinione pubblica è per la maggior parte favorevole a consentire il suicidio assistito, perché lo considera un’istanza di autodeterminazione, ha detto. Le motivazioni religiose fanno presa solo su una piccola parte della popolazione. Per «ampliare il fronte della resistenza» bisogna cercare alleati «là dove il terreno è più fertile» e «porre eutanasia e suicidio assistito in relazione con le politiche degli ultimi anni in campo sanitario».</p>
<p>«Bisogna abbinare il suicidio assistito a quello che di volta in volta il nostro interlocutore mostra di avere a cuore», ha suggerito. «Va fatto capire che testare prodotti medici su popolazioni ignare, come è accaduto di recente, è la prosecuzione logica di un disprezzo per l&rsquo;essere umano che vige da tempo. (…) Tu preferisci uno Stato che davanti alla malattia investe per te in cure e assistenza o uno Stato che per far quadrare i conti e sforbiciare la popolazione - tema molto sentito dopo l&rsquo;esperienza pandemica - ti mette in mano una pillola e ti accompagna a toglierti il dente? (…) Questo approccio vale a livello della comunicazione personale a tutti che ciascuno di noi può e deve praticare col vicino, col collega, con chi capita, ma credo anche che possa ispirare una comunicazione più istituzionale che potrebbe mettere in relazione il tema di volta in volta sentito con la questione del fine vita».</p>
<p>Concludendo, è improbabile che sia già in atto una campagna di propaganda organizzata. «Non attribuirei la convergenza tra attivisti contrari alle misure anti-Covid e movimento anti-gender a una strategia unificata e deliberata, orchestrata da un piccolo gruppo all’interno della destra o dello stesso movimento anti-gender: un’interpretazione del genere rischia di scivolare troppo rapidamente verso il cospirazionismo», dice il sociologo belga. «Piuttosto, ciò che sembra importante è che i gruppi di destra e anti-gender abbiano le risorse e le infrastrutture per far circolare discorsi e pratiche rapidamente e attraverso i confini. Questa capacità transnazionale consente loro di raggiungere attivisti contrari alle misure anti-Covid e altri potenziali alleati. In questo senso, le campagne anti-gender funzionano come un fenomeno plastico e transnazionale: si adattano a contesti e pubblici diversi».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’umanità perduta nelle guerre</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/umanita-perduta-guerre/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/umanita-perduta-guerre/</guid><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Renata Tinini</dc:creator><category>libri</category><description>Nel Novecento la promessa di un’umanità più giusta si è infranta contro genocidi, guerre mondiali, bombardamenti a tappeto e atrocità di massa. In &amp;amp;ldquo;Humanity&amp;amp;rdquo;, Jonathan Glover ha cercato di capire come sia stato possibile erodere la compassione e la dignità umana fino a ridurle al silenzio. La sua riflessione, oggi più che mai attuale, interroga la psicologia morale della guerra e la necessità di un’etica che argini la disumanizzazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio del XX secolo sembrava che l’umanità stesse liberandosi dal ciclo di guerre, barbarie e crudeltà che l&rsquo;aveva accompagnata per secoli. Dalla caduta di Napoleone erano infatti intercorsi quasi cento anni di pace pressoché ininterrotta, che facevano sperare in un futuro in cui i conflitti sarebbero stati risolti da una diplomazia sorretta da una condivisa legge morale. Come sono stati possibili, allora, gli 86 milioni di morti per cause di guerra nel periodo tra il 1900 e il 1989? Se queste morti fossero distribuite in pari misura in tutto il periodo (mentre circa i due terzi, cioè 58 milioni, sono dovuti alle due guerre mondiali), la guerra avrebbe ucciso 2.500 persone al giorno, ossia più di cento ogni ora del giorno e della notte per novant’anni.</p>
<p>Questi dati hanno portato nel 1999 il filosofo Jonathan Glover a interrogarsi sulle ragioni etiche e psicologiche della guerra, e in particolare degli orrori del ‘900, con un libro che sarebbe poi stato tradotto in italiano nel 2002, <a href="https://www.amazon.it/Humanity-Jonathan-Glover/dp/8842809705" rel="noopener"><em>Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo</em></a> (il Saggiatore, 2002). Non perché la barbarie appartenga solo al XX secolo, ma perché nella storia di questo secolo la tecnologia ha fatto la differenza e le decisioni di pochi hanno significato morte e orrore per milioni di altri individui.</p>
<p>E il XXI secolo non mostra certo un’inversione di tendenza. Secondo Oxfam Italia, ogni anno ci sono nel mondo almeno 100 conflitti armati in corso, considerando anche atti di violenza unilaterale da parte di gruppi armati organizzati. Il <a href="https://www.economicsandpeace.org/wp-content/uploads/2024/06/GPI-2024-web.pdf" rel="noopener">Global Peace Index del 2024</a>, pubblicato dall’Institute for Economics and Peace, mostra come nel 2024 fossero in corso 56 guerre, il numero più alto mai registrato dalla Seconda Guerra mondiale. Tra il 2018 e il 2023 gli Stati che utilizzano i droni a scopo militare è passato da 16 a 40, con un aumento del 150 per cento. Principalmente a causa dei conflitti in Ucraina e a Gaza, identificati come esempi di “guerre senza fine”, il livello medio di pace è peggiorato dello 0,56 per cento, sempre che i numeri abbiano un senso in questo contesto.</p>
<p>Proprio sul conflitto israelo-palestinese Glover ha pubblicato nel 2024 un testo, <em>Israelis and Palestinians: from the Cycle of Violence to the Conversation of Mankind</em>. Il libro stava per andare in stampa quando l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la reazione del governo israeliano lo ha reso ancora più attuale, come l’autore precisa nella prefazione. Il titolo riprende un termine del filosofo inglese Michael Oakeshott che potremmo tradurre come “dialogo tra esseri umani”. Partendo da una citazione di Orwell sulla guerra civile spagnola, «Tutti credono nelle atrocità del nemico e negano quelle della loro parte senza nemmeno esaminare le prove», Glover sostiene che il dialogo può prendere diverse forme, che vanno dall’esperimento della West-Eastern Divan Orchestra di Barenboim e Said al riconoscimento dei traumi reciproci, così da costruire una memoria condivisa, come si è cercato di fare in Sudafrica. Bisogna arginare i governanti che spesso alimentano il circolo vizioso di violenza e vendetta, sordi alle richieste di popoli che vogliono vivere in pace, portare i figli a scuola e passare del tempo con gli amici. Nel libro, Glover non prospetta facili ricette, ancora meno facili da proporre oggi dove è in corso la sistematica distruzione di Gaza e il perseguimento a tappe forzate di un progetto di genocidio da parte di Israele.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="3400" height="2706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ma torniamo al libro <em>Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo,</em> che nasceva dal tentativo di arricchire la comprensione dei fatti storici con domande filosofiche di natura morale. Il reciproco massacro della Prima guerra mondiale, la carestia terroristica dell’Ucraina, i Gulag, Auschwitz, Dresda, la ferrovia che i giapponesi fecero costruire ai prigionieri inglesi in Birmania, Hiroshima e Nagasaki, il Vietnam, la Rivoluzione culturale cinese, la Cambogia, il Ruanda, il crollo della Jugoslavia, sono tutte tessere di un puzzle agghiacciante, che ha come minimo comune denominatore l’erosione dell’umana compassione e dell’identità morale. Aggiungeremo oggi la guerra russo-ucraina, il conflitto israelo-palestinese, la situazione in Pakistan, Haiti, Yemen, Siria, Etiopia,  Sudan del Sud, Mali, Niger, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar. Nell’analizzare gli eventi storici Glover approfondisce la psicologia morale della guerra e del commettere atrocità – sia nel combattimento ravvicinato che in quello a grande distanza – distinguendola dalla violenza di massa non specificamente legata al contesto bellico, come gli assassini politici di Stalin, il razzismo di Hitler o il tribalismo del Ruanda. </p>
<h2 id="la-compassione-negata">La compassione negata</h2><p>Per quanto riguarda la guerra, l’autore traccia un percorso che va dal combattimento corpo a corpo della Prima guerra mondiale allo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, percorso caratterizzato da una graduale disumanizzazione del nemico, cui si nega dignità umana per poterlo cacciare e uccidere. La compassione viene così indebolita selettivamente, i soldati sono solidali tra di loro ma spietati con il nemico, visto come sub-umano o animale: i vietnamiti erano <em>gooks</em> (sporchi gialli) e lo sterminio dei soldati che battevano in ritirata durante la guerra del Golfo era chiamato “caccia al tacchino”. In questo panorama si stagliano isolati alcuni episodi in cui l’umanità ha il sopravvento, e il nemico torna a essere uomo. Il caso più clamoroso fu quello del Natale del 1914, quando soldati tedeschi e scozzesi uscirono dalle trincee, familiarizzarono col nemico e organizzarono una partita di calcio, vinta per 3 a 2 dai tedeschi, che suscitò le ire dei comandanti. </p>
<p>È chiaro che i comandi militari non potevano – e non possono – accettare che la compassione, il senso di umanità condivisa, aprano una breccia nell’armatura da robot costruita attorno al soldato. L’avvento del combattimento a distanza fu in questo senso determinante, ed è per questo che la tecnologia è la cifra delle atrocità del XX secolo. Glover ricostruisce le fasi principali dello scivolamento verso le uccisioni di massa a grande distanza, soprattutto di civili. È come se, messo in moto il meccanismo, nessuno avesse saputo o voluto fermarlo. A dare il via a questa china scivolosa fu il blocco navale effettuato dal governo inglese ai danni della Germania durante la Prima guerra mondiale: è difficile calcolarne il numero di vittime, le stime comunque si aggirano attorno agli 800.000 morti. Il blocco fu determinante sia per la nascita del risentimento nazionalistico tedesco sia, soprattutto, perché aveva creato un pericoloso precedente, dando il la alla formazione di una nuova psicologia della guerra, aperta allo sterminio in massa della popolazione civile. I politici inglesi non avevano certo in mente di affamare o rendere rachitici i bambini tedeschi ma, come nota Glover «l’identità morale è meno minacciata se le morti sono provocate negativamente, e se avviene indirettamente attraverso le azioni di molte persone, diluendo così il senso di responsabilità individuale». </p>
<h2 id="bombardamenti-a-tappeto-la-guerra-se-la-prende-con-i-civili">Bombardamenti a tappeto: la guerra se la prende con i civili</h2><p>Il blocco navale contro la Germania costituì il precedente dei bombardamenti aerei “convenzionali” contro popolazioni civili durante la Seconda guerra mondiale. La campagna di bombardamenti aerei si svolse in tre fasi distinte: nella prima, la tattica fu di bombardare esclusivamente gli obiettivi militari; non potendo essere abbastanza precisi, soprattutto durante i bombardamenti notturni, nella seconda fase gli Alleati passarono al bombardamento indiscriminato “a tappeto” (o, meglio, passarono dal bombardamento “a tappeto” non intenzionale a quello voluto); nell’ultima fase, dall’estate del 1944, pur avendo gli Alleati il dominio totale dei cieli e pur essendo possibile il bombardamento di precisione, l’obiettivo continuò a essere la popolazione civile. L’idea era che in questo modo si sarebbe fiaccato il morale del nemico, spingendolo a sollevarsi contro Hitler. Il risultato fu invece una maggiore coesione interna dei tedeschi e un ritardo nella fine della guerra.</p>
<p>Nei bombardamenti su Amburgo, tra il 24 luglio e il 3 agosto 1943, morirono circa 40.000 persone, in una tempesta di fuoco al cui centro la temperatura era di circa 800°. Racconta un testimone: «Donne e bambini erano carbonizzati al punto da essere irriconoscibili; quelli che erano morti per mancanza d’ossigeno erano stati meno consumati dal fuoco, ma i cervelli erano fuoriusciti dalle tempie esplose, e così gli intestini dalle parti molli sotto la cassa toracica». Il 13 febbraio 1945, a guerra ormai decisa, fu ripetutamente bombardata Dresda: più di 30.000 persone furono uccise e ai sopravvissuti occorsero più di tre mesi per seppellire i cadaveri. </p>
<h2 id="distanza-e-frammentazione-delle-responsabilità">Distanza e frammentazione delle responsabilità</h2><p>Ma quale struttura psicologica rese possibili simili gesti? Glover ricorda ancora una volta il ruolo fondamentale della distanza, la gente su cui cadevano le bombe era sempre lontana e invisibile, e la frammentazione della responsabilità, per cui ciascuno si sentiva solo una piccola parte di un grande ingranaggio manovrato da altri. </p>
<p>È questa la strada che portò a Hiroshima. Di primo mattino, il 6 agosto 1945, la bomba atomica chiamata “Little Boy” fu sganciata dall’Enola Gay su Hiroshima. L’esplosione provocò un enorme spostamento d’aria e liberò luce, calore e radiazioni nucleari. La temperatura al centro dell’esplosione era di circa 3.000°C. Molti vennero ridotti in cenere, le scene di orrore non avevano fine: «Vi era gente con gli intestini e il cervello che uscivano, occhi, nasi, orecchie erano completamente bruciati…». La bomba causò 140.000 morti, che salirono presto a 200.000 vista l’alta mortalità dei mesi successivi e che continuarono negli anni poiché si registrò un forte aumento delle leucemie e dei disordini genetici e cromosomici indotti dalle radiazioni. </p>
<p>Perché non si era pensato a una dimostrazione del potenziale distruttivo della bomba in un qualsiasi luogo deserto, per intimidire i giapponesi senza sterminarli? Il rifiuto di una dimostrazione innocua avvenne per le pressioni dei militari, che il presidente Truman era troppo debole per tenere a freno. Truman e i suoi ministri pensavano anche all’impressione che l’esplosione avrebbe fatto sull’Unione Sovietica, e in definitiva la decisione fu presa in una sorta di “vuoto morale”, che riguardò come è noto anche la maggior parte degli scienziati coinvolti nel progetto Manhattan, come ricorda Pietro Greco nel libro <a href="https://lasinodoroedizioni.it/catalogo/fuori-collana/latomica-e-le-responsabilita-della-scienza/" rel="noopener"><em>L’atomica e le responsabilità della scienza</em></a> (L’Asino d’oro, 2025). </p>
<p>Ma non è inevitabile che la politica agisca in modo così spietato. Nel 1962 Stati Uniti e Unione Sovietica evitarono la catastrofe nucleare, innescata dalla crisi dei missili di Cuba, riuscendo a sfuggire alla “trappola hobbesiana”, cioè alla decisione di usare per primi la violenza per paura della potenza dell’altro. Sia Kennedy sia Kruscev riuscirono a contenere lo strapotere dei militari, la cui deriva è spesso causa di guerre, e collaborarono per la pace. Kruscev scrisse a Kennedy una lettera personale che esprimeva la sua ripugnanza per la guerra e Kennedy, che aveva da poco letto <a href="https://neripozza.it/libro/9788854522183" rel="noopener"><em>I cannoni d’agosto</em></a> (tr. it. Neri Pozza) di Barbara Tuchman sullo scoppio della Prima guerra mondiale, in quei giorni parlò spesso con i suoi collaboratori di come tedeschi, inglesi, francesi, russi, austriaci fossero caduti nel vortice della guerra per «stupidità, antipatie personali, incomprensioni, complessi di superiorità o di inferiorità». La crisi si risolse grazie a un compromesso: Kruscev fu costretto a quella che parve un’umiliante ritirata, accettando che Kennedy non rendesse pubblico lo scambio, cioè il ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia contro quello dei missili sovietici da Cuba. Fu così evitata una terza guerra mondiale, e le colombe prevalsero sui falchi imponendo la loro ripulsa morale per una decisione che avrebbe significato morte e distruzione per milioni di persone. </p>
<h2 id="tribalismo-nazionalismo-e-genocidi">Tribalismo, nazionalismo e genocidi</h2><p>Le uccisioni di massa del XX secolo non sono avvenute solo durante guerre guerreggiate. Il caso prima ricordato di Gaza ne è un esempio, sul quale grava <a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session60/advance-version/a-hrc-60-crp-3.pdf" rel="noopener">pesantissimo il giudizio di genocidio proposto dagli esperti dalle Nazioni Unite</a> in capo allo Stato di Israele.</p>
<p>Anche ciò che avvenne in Ruanda verso la metà degli anni Novanta non fu una guerra ma un genocidio: quello dei tutsi da parte degli hutu. Le tribù hutu e tutsi non erano così divise come si potrebbe credere: parlavano la stessa lingua, avevano una cultura comune e vi erano tra i loro membri molti matrimoni misti. Il genocidio non fu un’esplosione spontanea di odio tribale, ma venne pianificato per ragioni politiche, in pratica per scongiurare un cambio della guardia al governo del paese. Fuori del Ruanda, le reazioni internazionali oscillarono tra l’indifferenza e una compassione che non si tradusse in azioni atte a fermare il massacro. Le Nazioni Unite non poterono intervenire per la mancanza dell’appoggio degli Stati Uniti, i quali aggirarono l’obbligo legale internazionale di agire contro i genocidi dando istruzioni ai funzionari del Dipartimento di Stato di non usare mai, a proposito del Ruanda, il termine “genocidio”. </p>
<p>Ciò che accadde nella ex-Jugoslavia è storia recente che ancora brucia. Il grande filosofo seicentesco Thomas Hobbes vedeva una sola strada per uscire dalla trappola della reciproca paura e della reciproca violenza: il Leviatano, un’autorità abbastanza forte da imporre la pace e da farla rispettare. Hobbes avrebbe potuto riconoscere in Tito il Leviatano della Jugoslavia. Ma l’equilibrio federale, imposto dall’alto, non aveva messo radici abbastanza profonde per poter sopravvivere alla scomparsa di Tito e l’ostilità “tribale” tra le repubbliche jugoslave, sapientemente fomentata, portò alla spirale di odio e morte che ebbe nell’assedio di Sarajevo il suo atroce paradigma. Nella ex-Jugoslavia circa il 40% delle famiglie era di etnia mista, quindi non dovevano essere in molti a volere conflitti etnici. Anche in questo caso, però – secondo la convincente ricostruzione di Glover – il potere seppe utilizzare l’istinto tribale per i suoi scopi. E le Nazioni Unite, accusa Glover, si rivelarono tutt’altro che un Leviatano. </p>
<p>Ma al di là delle analisi politiche, il filosofo si interroga sulle radici del conflitto tribale, superando la mera lettura “sociobiologica” dell’identificazione con il gruppo e della rivalità tra gruppi come aspetti naturali e integrandola con quella psicologica. </p>
<p>Nel nazionalismo la componente psicologica è fondamentale e una nazione è soprattutto una “comunità immaginata”. Uno dei punti di forza del nazionalismo è il contributo che può dare al rispetto di sé. Il filosofo Isaiah Berlin cita la nozione kantiana del “<a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845910746" rel="noopener">legno storto</a>” riferendosi, fra l’altro, al nazionalismo quale reazione all’oppressione e all’umiliazione, teoria che ben si attaglia alla situazione della Germania degli anni Venti. I seguaci di Hitler condividevano il suo rancore per la disfatta subita nella Prima guerra mondiale e una reazione comune consistette nel trovare dei capri espiatori: gli ebrei. Il nazionalismo di Hitler era di tipo tribale, basato non su una cultura comune ma su un’unità razziale, e divenne il programma politico di una nazione, secondo Glover, grazie a un pericoloso miscuglio di predisposizione all’obbedienza, conformismo, fede cieca e incrollabile, disumanizzazione del nemico.</p>
<p>Disumanizzazione che implicava - è bene ripeterlo - una distanza psicologica tra assassini e vittime. Nei campi gli internati erano trattati come animali, così come le vittime di orribili sperimentazioni mediche erano viste come cavie da laboratorio. Il gruppo chimico I.G. Farben scriveva da Auschwitz: «In relazione alla sperimentazione di un nuovo farmaco ipnotico, vi saremmo grati se poteste procuraci un certo numero di donne [&hellip;] Abbiamo esaminato la vostra proposta ma riteniamo eccessivo il prezzo di 200 marchi per soggetto. Possiamo proporvi una cifra non superiore ai 170 marchi a testa [&hellip;] Ricevute le 150 donne che avevamo ordinato. Nonostante le condizioni di deperimento, le riteniamo soddisfacenti [&hellip;] Eseguita la sperimentazione. Tutti i soggetti deceduti. Presto ci rimetteremo in contatto con voi per l’invio di un nuovo carico». </p>
<h2 id="la-frittata-di-stalin-mao-e-pol-pot">La “frittata” di Stalin, Mao e Pol Pot</h2><p>Tra le atrocità del XX secolo il libro di Glover annovera anche i 20 milioni di vittime del periodo stalinista, uccise da un regime che aveva fatto del terrore, dell’atomizzazione e del sospetto i suoi strumenti di controllo, in un delirio religioso di culto della personalità, dove il sistema fideistico implicava l’impegno a credere nell’assoluta bontà del fine e nell’inevitabilità dei mezzi utilizzati. Come scrisse Stalin nella sua poesia <em>Piazza Rossa</em>: «I russi possono anche aver fame e non aver vestiti né agi / ma non si può fare una frittata senza rompere le uova». Sempre secondo Glover, i veri eredi spirituali di Stalin non furono tanto i leader sovietici che gli succedettero, quanto piuttosto Mao Zedong in Cina e Pol Pot in Cambogia. La Rivoluzione culturale, a partire dal 1966, creò un clima di fanatismo e paura che coinvolse gran parte dei cinesi, come persecutori o come vittime, nell’obiettivo di creare una nuova identità morale, strettamente legata all’impegno totale verso la Rivoluzione. Ma la vetta più alta delle atrocità commesse in nome del fideismo cieco fu forse raggiunta dai Khmer rossi in Cambogia che, in nome di un’ideologia che mescolava stalinismo, maoismo e il mito agricolo dell’antico regno di Angkor, uccisero più di due milioni di persone su una popolazione di otto milioni di abitanti, svuotarono le città, sterminarono gli intellettuali, torturarono e uccisero in modo efferato. </p>
<p>Se ciò che è accaduto nel XX e continua ad accadere nel XXI appare come inestricabilmente legato alla psicologia dell’essere umano, spetta ancora all’uomo costruire un argine contro il mostro sempre in agguato, che spesso non è fuori ma dentro di noi. La risposta di Glover, che emerge ogni qualvolta riecheggia la sua domanda «Dov’erano i filosofi?», guarda a un’etica centrata sull’umano, e non su astratti valori, sulla partecipazione umana al destino altrui che non sia indebolita dalla distanza, fisica o psicologica, e che metta in scacco il conformismo e la cieca obbedienza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Per favore vieni! La voce di Hind e il cinema contro il silenzio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/</guid><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>La storia di Hind Rajab, uccisa a sei anni insieme ai soccorritori che cercavano di salvarla, diventa un film che intreccia documentario e finzione per restituire la forza della sua voce e denunciare l’impotenza di fronte alla guerra. Diretto da Kaouther Ben Hania e sostenuto da grandi nomi del cinema internazionale, La voce di Hind è un’opera che invita a ricordare, a testimoniare e a non tacere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì 29 gennaio 2024, primo pomeriggio; nella Striscia di Gaza è in corso l’offensiva Spade di ferro, lanciata da Israele. Hind Rajab, bambina palestinese di 6 anni, è in auto, una Kia Picanto, con lo zio, la zia e tre cugini, a una stazione di servizio a Tel Al-Hawa, quartiere a sud di Gaza City. Stanno fuggendo, mentre la mamma di Hind e i fratelli più grandi sono scappati a piedi. I carri armati israeliani hanno preso di mira l’auto, causando la morte degli occupanti a eccezione di Hind, unica sopravvissuta in un’automobile crivellata di colpi (355 pallottole, una massa di lamiere contorte). Hind con il cellulare cerca di contattare i servizi di emergenza e dall’altro capo del telefono i soccorritori della Palestine Red Crescent Society (PRCS), cercano di calmarla e assisterla, mentre chiedono all’esercito israeliano di poterla raggiungere. Per tre ore Hind resta al telefono finché la sua chiamata si interrompe bruscamente. Nel frattempo la PRCS ha inviato due paramedici in suo aiuto, ma anche l&rsquo;ambulanza viene distrutta e i paramedici uccisi. Solo 12 giorni più tardi, quando i soldati israeliani si sono infine allontanati, una squadra della protezione civile palestinese ha raggiunto la zona trovando le vittime e la loro auto. A 50 metri dall&rsquo;auto giace l&rsquo;ambulanza carbonizzata.</p>
<p> Avvalendosi di tecniche di geolocalizzazione e di analisi audiovisive, il gruppo di ricerca inglese Forensic Architecture <a href="https://forensic-architecture.org/investigation/the-killing-of-hind-rajab" rel="noopener">ha documentato</a> che è stato un carro armato dell’esercito israeliano a uccidere Hind e i paramedici Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun. Sebbene alcune inchieste giornalistiche, tra cui quelle del quotidiano statunitense <em>The Washington Post</em> e di <em>Sky News</em>, oltre al lavoro di Forensic Architecture abbiano identificato con alta probabilità il carro armato che ha fatto fuoco sulla Kia Picanto e sull’ambulanza dei soccorritori, e il militare che era a capo del mezzo, le forze armate israeliane (Idf) non hanno mai ammesso la propria responsabilità. </p>
<blockquote>
<p>«Pronto, zio, resta con me!»<br>
«Raccontami cosa è successo. Sei nascosta?»<br>
«Sono da sola. Non c’è nessuno con me, ho solo un fratello. È a casa con la mamma».<br>
«Non sento il tuo nome. Io sono Omar. E tua sorella?»<br>
«Vieni a prendermi! Non ho sorelle»<br>
«E accanto a te?» <br>
«C’è solo Sara».<br>
«È ferita, può parlare?» <br>
«Dorme. Sono sola».<br>
«Lasciala dormire».<br>
«Ma sono tutti morti, ti ho detto che sono morti: tutta la mia famiglia!»<br>
«Nasconditi sotto i sedili. Non farti vedere. D’accordo?» <br>
« Sì»<br>
« Dove sono i tuoi genitori? » <br>
« Non c’è nessuno. Stanno sparando! Ci stanno sparando. Il carro armato è accanto a me!»</p></blockquote>
<h2 id="la-protesta">La protesta</h2><p>Il 30 aprile 2024, quando i manifestanti della Columbia University hanno preso possesso della Hamilton Hall, una sala notoriamente occupata dagli studenti nelle proteste del 1968 contro la guerra del Vietnam e contro il razzismo negli Stati Uniti, l’hanno ribattezzata Hind’s Hall, facendo cadere un grande striscione dalle finestre sopra l’ingresso dell’edificio. <br>
Il 7 maggio 2024 il rapper statunitense di successo internazionale Macklemore pubblica il singolo <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Hind%27s_Hall" rel="noopener"><em>Hind’s Hall</em></a> in sostegno alle proteste degli studenti, criticando i finanziamenti stanziati dagli Stati Uniti all&rsquo;esercito israeliano, nonché l&rsquo;accettazione da parte dei politici statunitensi di donazioni delle lobby filo-israeliane. Macklemore accusa inoltre Israele di genocidio e di applicare politiche di apartheid, e fa riferimento alla Nakba e all’assassinio di uomini, donne e bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Tutti i profitti sono devoluti all&rsquo;Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&rsquo;occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).</p>
<blockquote>
<p>«La gente non ha intenzione di andarsene<br>
Cosa c’è di minaccioso nel disinvestire e nel volere la pace?<br>
Il problema non sono le proteste, ma ciò per cui protestano:<br>
va contro ciò che il nostro Paese finanzia<br>
(Hey) Bloccate la barricata finché la Palestina non sarà libera <br>
[…]<br>
Cosa siete disposti a rischiare? Cosa siete disposti a dare?<br>
E se foste voi a Gaza? E se quelli fossero vostri figli?<br>
Se l’occidente facesse finta che voi non esistete,<br>
vorreste che il mondo prendesse posizione<br>
E gli studenti finalmente l’hanno fatto, prendiamocelo! »<br>
Macklemore</p></blockquote>
<p>Il 24 settembre 2024, in Belgio, è nata la <a href="https://www.hindrajabfoundation.org/" rel="noopener">Hind Rajab Foundation</a> (HRF) «per spezzare il ciclo dell&rsquo;impunità israeliana e onorare la memoria di Hind Rajab e di tutti coloro che sono periti nel genocidio di Gaza».</p>
<h2 id="il-percorso-fino-alloscar">Il percorso fino all’Oscar</h2><p>La storia di Hind Rajab è venuta alla luce dopo che la registrazione telefonica di Hind con i soccorritori è diventata virale sui social media. </p>
<p>Kaouther Ben Hania, regista tunisina, attivista politica, in corsa per gli Oscar 2024 con il docufilm <em>Four Daughters</em> su quattro sorelle due delle quali si assoldano all’Isis, lavora alla sceneggiatura su oltre settanta minuti di voci di chi era lì. La casualità ha favorito che potesse disporre delle registrazioni. Anche il <em>Washington Post</em> aveva fatto richiesta, però la persona della PRCS cui Kaouther Ben Hania si è rivolta è un cinefilo e conosceva i suoi lavori, così ha deciso di accogliere la sua richiesta e non quella americana. </p>
<p>I tempi medi per la realizzazione di un film sono intorno ai tre anni, ma in questo caso si sono notevolmente ridotti per scelta e impegno, perché questo efferato episodio non passasse sotto silenzio, perché assecondare il silenzio è rendersi complici. Il film è prodotto tra gli altri da Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer, Alfonso Cuaron, a testimonianza della solidarietà che la Palestina sta ricevendo. </p>
<h2 id="la-voce-di-hind-la-voce-di-gaza">La voce di Hind, la voce di Gaza</h2><p>La voce di Hind non è stata doppiata: è la sua voce, è la voce di Gaza, quella che molti israeliani vogliono silenziare, quella che non può essere tradita. Nel film i volontari della Mezzaluna rossa sono attori (i bravi Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury), nella realtà sono persone formate e provate alle emergenze più drammatiche, eppure piangono alternandosi al telefono per tranquillizzare Hind, per tenerla viva. E altrettanto si scagliano contro la burocrazia della guerra, con la richiesta all’esercito israeliano di concedere il corridoio per l’ambulanza. Un’ambulanza che è a soli otto minuti di distanza dall’auto di Hind, come ripetono insistentemente i volontari di PRCS. Concessione che arriverà in ritardo per la vita della bambina e non sarà rispettata per l’ambulanza dei soccorritori. </p>
<p>Un film a metà tra documentario e fiction che però rende partecipe lo spettatore dell’impotenza dei volontari di PRCS, una documentazione di ciò che realmente è avvenuto e, insieme, la testimonianza dell’impotenza di tutti noi. </p>
<p>La sequenza finale è un montaggio di bambini che giocano sulla spiaggia, quella che Hind amava molto, quella dove la si vede giocare con il fratello, quella che Trump e sodali <a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/voceeurodeputati/2025/09/17/lidf-continua-a-colpire.-smotrich-gaza-una-miniera-doro_de46e1f6-e571-4cd4-948b-084fd9528dc5.html" rel="noopener">vogliono trasformare in riviera</a>.</p>
<blockquote>
<p>«Dedico questo premio alla Mezzaluna Rossa e a coloro che salvano oggi le vite a Gaza. Sono dei veri eroi e cercano di ascoltare le grida delle persone a cui nessuno risponde. La voce di Hind è la stessa di Gaza. Il cinema ci dà coraggio; lei non c’è più ma la sua presenza è ancora qui, è nella sua voce, e risuonerà finché non ci sarà giustizia».<br>
Kaouther Ben Hania</p></blockquote>
<h2 id="un-film-da-vedere">Un film da vedere</h2><p>Il docufilm è una battaglia contro l’impotenza, contro una responsabilità condivisa, contro il silenzio o la ritardata denuncia, contro lo stare a guardare, senza menzogna e ricatti.  <br>
La giuria di Venezia 82 ha assegnato al film il secondo posto con il Leone d’argento Gran premio della Giuria.  Forse avrebbe potuto osare maggiormente e conferirgli il Leone d’oro, invece che assegnarlo a <em>Father Mother Sister Brother</em> di Jim Jarrmusch, americano come il presidente della giuria (Alexander Payne), ma bisogna essere comunque soddisfatti dell’esito delle trattative per la scelta di chi premiare. </p>
<p>La Tunisia ha scelto <em>La voce di Hind</em> per concorrere tra i titoli internazionali al prossimo Oscar. La produzione da parte di figure di rilievo del cinema americano potrà rappresentare un buon viatico, ma sarà il anche il botteghino dei prossimi mesi a incidere, quindi un film da andare a vedere e da invitare ad andare a vedere (in Italia nelle sale dal 25 settembre). </p>
<blockquote>
<p>«Spero che non si dimentichi il fatto che la storia di Hind è la storia di moltissimi bambini che devono essere salvati. Chiedo che questa situazione termini, che la sua anima riposi in pace mentre coloro che l’hanno uccisa non riescano a riposare. Liberiamo la Palestina».<br>
Wissam Hamada, mamma di Hind</p></blockquote>
<p>Il cinema è tante cose, diverse e comuni, per chi lo fa che per chi lo vede; è un tempo, uno spazio esistenziale, un modo d&rsquo;essere nel produrlo e nel guardarlo. Ecco, andare a vedere e sentire <em>La voce di Hind</em> è una scelta esistenzialista, pratica, per comprendere e testimoniare che la guerra è un crimine contro l&rsquo;umanità e le vittime sono civili e in particolare bambine e bambini, ma anche per dar voce alle vittime a cui è stata definitivamente tolta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perseverance e la possibile biofirma su Marte: tra scienza e geopolitica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perseverance-possibile-biofirma-marte-scienza-geopolitica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perseverance-possibile-biofirma-marte-scienza-geopolitica/</guid><pubDate>Mon, 15 Sep 2025 10:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Elena Gallo</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Il rover Perseverance ha individuato nel cratere Jezero rocce con tracce che potrebbero essere antiche biofirme microbiche, un risultato presentato dalla NASA insieme a un articolo su Nature . Una scoperta che apre scenari cruciali per l’astrobiologia, ma che si intreccia anche con la politica spaziale statunitense: la conferenza stampa ha mostrato come, accanto alla ricerca e alla cooperazione internazionale, lo spazio torni a essere terreno di competizione e di nuove ambizioni geopolitiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/perseverance-possibile-biofirma-marte-scienza-geopolitica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/perseverance-possibile-biofirma-marte-scienza-geopolitica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 10 settembre 2025 si è tenuta una <a href="https://science.nasa.gov/mission/mars-2020-perseverance/" rel="noopener">conferenza stampa della NASA</a> per annunciare un importante risultato nel campo dell’astrobiologia e dell’esplorazione di Marte, in concomitanza con l’uscita dell&rsquo;<a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-09413-0" rel="noopener">articolo scientifico</a> sulla prestigiosa rivista <em>Nature</em>. Si parla di una potenziale biofirma: sono state individuate dal rover Perseverance della NASA alcune rocce che presentano tracce forse prodotte da antiche forme di vita microbiche. «Le biofirme sono degli indicatori di una possibile passata o presente vita su un pianeta. Si dividono in diverse tipologie e possono essere di tipo chimico, biologico o fisico. Nel caso specifico di Marte si tratta di una potenziale biofirma di tipo fisico-chimico», spiega Alessandro Sozzetti, ricercatore all&rsquo;Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e direttore dell&rsquo;Osservatorio astrofisico di Torino, che si occupa della ricerca di pianeti extrasolari e potenzialmente abitabili. Per avere la certezza che si tratti di biofirme è necessario condurre ulteriori studi, che richiedono la collaborazione degli scienziati e delle scienziate di tutto il mondo e il ritorno dei campioni sulla Terra.</p>
<p>Organizzata per annunciare questo risultato nel campo dell’astrobiologia e dell’esplorazione marziana, la conferenza stampa si è rivelata anche un importante palco per ribadire l’approccio dell’amministrazione Trump allo spazio e alle scienze. </p>
<p>La roccia in questione è stata individuata nel luglio del 2024 dal rover Perseverance in una regione chiamata Bright Angel del cratere Jezero, su Marte. «Quando Perseverance ha inviato le immagini di questa roccia ero con il resto del team all’incontro annuale a Pasadena, negli Stati Uniti», racconta Teresa Fornaro, ricercatrice dell’INAF di Arcetri, tra le autrici dello studio. A distanza di un anno dai primi dati, sono stati condotti ulteriori studi per verificare la possibile origine non biologica delle formazioni ad anello presenti sulla roccia. Per il momento però l’ipotesi biologica sembra la più probabile. «Processi non biologici che danno origine a quel tipo di strutture avvengono generalmente ad alte temperature. Qui non abbiamo alcuna evidenza di processi ad alta temperatura: i grani sono molto fini e generalmente poco cristallini, questo accade proprio quando la roccia si forma a bassa temperatura», spiega Fornaro, e aggiunge: «Sulla Terra – l’unico esempio che abbiamo per studiare i processi biologici – le cause che possono dare origine a quel tipo di caratteristiche, senza intervento della vita, sono processi ad alta temperatura. Poiché la roccia marziana non sembra essersi formata ad alta temperatura, questo ci porta a pensare che per ora l&rsquo;ipotesi biologica sia la più probabile».</p>
<p>Rimane comunque fondamentale tener presente che le analisi eseguite finora sono parziali. Lo step successivo della ricerca prevede di continuare a studiare i dati di Perseverance: gli autori e le autrici dello studio hanno invitato l’intera comunità scientifica a fare ulteriori esperimenti in cerca di spiegazioni non biologiche che potrebbero risultare più probabili rispetto all’ipotesi biologica. Questo fino a che non verranno riportati i campioni sulla Terra: «Per avere la certezza è necessario studiare i campioni nei laboratori terrestri, dove è possibile eseguire analisi molto più approfondite», afferma Fornaro.</p>
<p>Il rover Perseverance è infatti stato progettato pensando al rientro dei campioni, che dovrebbe essere effettuato attraverso una missione internazionale chiamata Mars Sample Return, che vede coinvolta anche l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). È una delle missioni più ambiziose e costose della NASA: «La sfida più grande sarà riportare i campioni in modo da evitare contaminazioni terrestri e danni. Per farlo sarà necessario capire che tecnologie sviluppare, come maneggiare i campioni e quali potrebbero essere le maggiori criticità», spiega Roberto Orosei, ricercatore presso l&rsquo;Istituto di Radioastronomia dell’INAF a Bologna e membro dell&rsquo;iMARS (international Mars Architecture for the Return of Samples). Orosei ha partecipato allo sviluppo di un piano preliminare per il ritorno dei campioni e aggiunge che «per via della sua complessità la missione vede coinvolti numerosi partner internazionali».</p>
<p>Questa missione si è dunque inquadrata sin dall’inizio della progettazione all’interno di una visione dello Spazio come dimensione di cooperazione internazionale. Ma ora il taglio al budget NASA la sta mettendo in crisi.</p>
<p>Durante la conferenza stampa, Sean Duffy, amministratore ad interim della NASA, ha più volte affermato la necessità che gli USA mantengano la leadership in ambito spaziale. Ha dedicato una parte del suo discorso a ribadire i prossimi obiettivi: ritornare sulla Luna e portare astronauti statunitensi su Marte, e non in un’ottica di un traguardo scientifico per l’umanità ma come conquista statunitense, in esplicita competizione con la Cina. In risposta al giornalista di <em>Ars Technica</em> Eric Berger, che aveva chiesto a Duffy in che modo gli Stati Uniti stessero pensando di agire di fronte all’annuncio cinese di una missione per recuperare campioni da Marte nel 2028, l’amministratore della NASA <a href="https://arstechnica.com/space/2025/09/nasa-found-intriguing-rocks-on-mars-so-where-does-that-leave-mars-sample-return/" rel="noopener">ha puntualizzato</a> che è necessario spingere, dal momento che ci troviamo in un’altra corsa allo Spazio.</p>
<p>«Lo Spazio, e lo dimostrano queste dichiarazioni, è tornato prioritario come ambito competitivo. Per tantissimi anni era stato soprattutto un luogo di collaborazione pacifica: basti pensare alla Stazione Spaziale Internazionale dove, anche durante la guerra in Ucraina, cosmonauti russi e astronauti americani, europei, giapponesi, canadesi ed emiratini lavoravano insieme. Quel tipo di interpretazione dello Spazio sembra in questo momento esistere ancora, ma non essere più la principale. Purtroppo accanto a una visione cooperativa dello Spazio è tornata quella che lo vede come un ambito di conquista o, se non altro, di competizione», commenta Emilio Cozzi, giornalista e autore del saggio <em>Geopolitica dello Spazio</em>, edito da Il Saggiatore, e del podcast <em>La geopolitica dello Spazio</em> di Radio 24. In effetti, nei discorsi pronunciati da Trump nei giorni dell’insediamento è emerso con forza l’obiettivo di raggiungere Marte con astronauti statunitensi. «Molti finanziamenti oggi sono diretti a favore di un utilizzo dello Spazio come piattaforma difensiva, e poi per le nuove conquiste dell&rsquo;esplorazione spaziale - mi riferisco in primis alla Luna, ma anche a Marte. C&rsquo;è un grande rilievo nei confronti di uno Spazio pensato come terreno di conquista e certamente c&rsquo;è un interesse inferiore, almeno negli Stati Uniti, nella ricerca scientifica», aggiunge Cozzi.</p>
<p>Duffy ha sottolineato inoltre che la missione Perseverance è stata lanciata durante il primo mandato del Presidente Trump (ma è importante ricordare che una missione viene progettata e finanziata da molti anni prima del lancio) e che il Presidente è interessato allo Spazio. «Siamo tornati a interpretare lo Spazio come l&rsquo;ambito di una nuova sovranità. Quanto questo sia buono o no lo lascio decidere a chi legge, ma di sicuro c’è una nuova corsa spaziale, capace di riflettere istanze terrestri che certamente, negli ultimi tempi, non vanno nella direzione di una collaborazione o di una convivenza internazionale pacifica, ma in quella di una competizione che speriamo non diventi conflitto», conclude Cozzi.</p>
<p>Che la conferenza stampa possa essere letta anche come un tentativo di stimolare missioni che altrimenti rischiano il taglio, o come la volontà di svincolarsi dalle accuse di disinteresse nei confronti della scienza, non sono prospettive necessariamente in contraddizione. Questo soprattutto se consideriamo l’impegno nei confronti di una linea di ricerca scientifica come vetrina per giustificare un impulso spaziale che di fatto ha scopi più marcatamente geopolitici ed economici che non scientifici in senso stretto. È un punto che rimane certamente aperto e la cui risposta, o anche solo argomentazione, lasciamo a chi ci sta leggendo. Di certo questo è un momento cruciale nella ricerca astrobiologica, perché questo risultato apre a una serie di approfondimenti che potrebbero portarci ad avere una risposta, o almeno maggiori conoscenze per continuare a interrogarci sulla presenza o assenza di vita al di fuori della nostro Pianeta. Insomma: questa conferenza ci ha parlato di Marte, di scienza e di passione, ma ci ha parlato anche della Terra, e di noi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sabotaggio a Berlino, il blackout più lungo dai tempi della guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sabotaggio-berlino-blackout-piu-lungo-tempi-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sabotaggio-berlino-blackout-piu-lungo-tempi-guerra/</guid><pubDate>Mon, 15 Sep 2025 08:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Emilie Sartorelli</dc:creator><category>societa</category><description>La scorsa settimana un blackout di oltre 60 ore ha lasciato senza corrente 50.000 famiglie e 3.000 aziende nella periferia sud-est di Berlino. Le tracce di benzina rinvenute sui tralicci fanno pensare a un sabotaggio mirato al più grande parco tecnologico d’Europa, ma al momento non si sa nulla di certo. Intanto, però, resta la sensazione di una fragilità strutturale che interpella la nostra capacità di prevenzione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/sabotaggio-berlino-blackout-piu-lungo-tempi-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/sabotaggio-berlino-blackout-piu-lungo-tempi-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Martedì, la mia compagna mi sveglia con la più terribile delle notizie: niente caffè, non abbiamo corrente. Appena riesco a fare mente locale, mi rendo conto che i contorni della catastrofe sono più ampi di quanto credessi: neanche il bar all’angolo ha elettricità. Non c’è corrente da nessuna parte. Non c’è internet. Le strade sono vuote. A questo punto l’apocalisse zombie è già quotata a 1,5. Addentiamo un paio di biscotti. Lo smartphone pigola. Un’onda fugace è riuscita a portarci il messaggio di una collega: tutto il quartiere è in blackout, sospetto sabotaggio. Per un po’ ci ostiniamo nella speranza di ritrovare internet. Inutile. </p>
<p>A fine mattina la mia compagna ha un appuntamento con il medico in centro. Dovrà fare il giro lungo per raggiungere dei mezzi funzionanti, ma almeno avrà la possibilità di connettersi con il mondo. Nel tardo pomeriggio, al suo ritorno, la situazione inizia a delinearsi. Il <a href="https://www.tagesspiegel.de/berlin/polizei-pruft-bekennerschreiben-von-anarchisten-zehntausende-berliner-nach-brandanschlag-von-stromausfall-betroffen-14297240.html?icid=in-text-link_14299751" rel="noopener">blackout</a> interessa cinque zone nella periferia sud-est di Berlino, coinvolgendo più di 50.000 famiglie, 3.000 aziende e 2 case di cura (l’ospedale ha il generatore d’emergenza), oltre ai tram e la metro. Le tracce di benzina scoperte vicino ai due pali terminali bruciati non lasciano dubbi in merito al dolo. Su internet circola già una presunta rivendicazione di un gruppo anarchico. Obiettivo, «il più vasto parco tecnologico d’Europa», in particolare una decina tra aziende e centri di ricerca coinvolti più o meno direttamente nella guerra (Ucraina, Gaza, ecc.). Le altre ipotesi più masticate parlano di un’azione di false flag dell’alt-right, che (anche) qui in Germania ha un certo pedigree in questo senso; oppure Putin. (Una settimana dopo, al momento in cui si scrive, non si sa ancora niente di certo sui responsabili). In ogni caso, la precisione del colpo fa sospettare una qualche cooperazione all’interno del Servizio per l’energia. Per quanto ci riguarda, abbiamo abbastanza impedimenti tecnici da non poter lavorare e sufficiente gelato sciolto nel freezer da permetterci uno shock di zuccheri mentre ci dilettiamo con tutte le dietrologie possibili. </p>
<p>60 ore. Il nostro circondario è stato l’ultimo a essere riallacciato, giovedì sera. Nel frattempo, hanno dovuto trasferire le persone dalle case di cura. Fortunatamente, non risultano incidenti gravi. Pur con qualche perizia semi-comica, sembra che l’amministrazione e i servizi locali siano riusciti a essere presenti per le strade e assistere chi aveva più bisogno. Con la mia compagna abbiamo fatto in tempo a scongelare le verdure sul barbecue in giardino; andare a caccia di caffè nei quartieri limitrofi; giocare a carte a lume di candela e guardare una notte buia come non l’avevamo mai vista qui in città. Piccole (dis)avventure di un mondo privilegiato. </p>
<p>Eppure, alla fine di tutto, restano i danni e la sensazione che, anche questa volta, abbiamo sbagliato qualcosa come società. Per due tralicci bruciati, ci sono voluti tre giorni a bypassare i circuiti e ridare la corrente a un’area tutto sommato scarsamente popolata. La riparazione effettiva delle linee poi ha già un prospetto di «alcuni mesi» e non ben specificate decine di migliaia di euro. Non è ancora possibile contabilizzare le perdite delle aziende (bellicose o meno che siano), ma per dare un’idea la produzione settimanale complessiva ammonta in media a più di cento milioni di euro. I centri con laboratori e tecnologie di misurazione sembrano essere i più colpiti. In molti casi tornare a pieno regime potrebbe richiedere settimane. E ovviamente c’è già chi pensa a “socializzare” i costi con lavoro extra nei giorni festivi.</p>
<p>Ronald Sillmann, direttore di WISTA GmbH (una società statale che si occupa di promuovere in loco nuove imprese e sinergie tra il mondo scientifico e quello economico), <a href="https://wirtschaft-markt.de/2025/09/12/roland-sillmann-technologieorte-staerker-schuetzen/" rel="noopener">ha dichiarato</a>: «siamo vulnerabili […] è fondamentale trarre gli insegnamenti giusti da questa situazione di crisi e adottare le misure adeguate.» Ineccepibile. Ciononostante, non riesco a non pensare alla Spagna, alla California, all’Italia… a quell’insostenibile leggerezza della prevenzione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>SISSA, la prima borsa di studio sulla storia del giornalismo scientifico italiano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sissa-prima-borsa-studio-storia-giornalismo-scientifico-italiano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sissa-prima-borsa-studio-storia-giornalismo-scientifico-italiano/</guid><pubDate>Wed, 10 Sep 2025 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giulia Casasole</dc:creator><category>comunicazione</category><description>È dedicata alle professioniste che hanno fatto del racconto della scienza una pratica civile la prima borsa di studio istituita dalla SISSA di Trieste per.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/sissa-prima-borsa-studio-storia-giornalismo-scientifico-italiano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/sissa-prima-borsa-studio-storia-giornalismo-scientifico-italiano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È dedicata alle professioniste che hanno fatto del racconto della scienza una pratica civile la prima borsa di studio istituita dalla SISSA di Trieste per valorizzare la storia del giornalismo scientifico in Italia. Nata grazie a una donazione di Fabio Pagan e intitolata anche alla memoria del giornalista scientifico Pietro Greco, questa prima edizione ha premiato Ilaria Sisto, allieva della classe 2023-2024 del Master in Comunicazione della Scienza (MCS) “Franco Prattico”.</p>
<p>L’iniziativa, promossa all’interno del master MCS, mira a valorizzare una tradizione che ha accompagnato la scienza e le sue istituzioni nel tempo, stimolando una riflessione sul ruolo del giornalismo nella costruzione del discorso pubblico. La borsa, del valore di 2.500 euro, è riservata agli studenti e alle studentesse delle ultime due classi del master.</p>
<p>La vincitrice, selezionata tra sette candidati e candidate, laureata in Fisica della Materia Condensata e oggi redattrice per Zanichelli, ha concluso il percorso del master con un longform sul tema del boicottaggio scientifico.</p>
<h2 id="unaltra-storia-del-giornalismo-scientifico">Un’altra storia del giornalismo scientifico</h2><p>Il progetto premiato si intitola <em>Reagenti</em>: un podcast che unisce narrazione e ricognizione storica delle donne che hanno contributo alla democratizzazione della conoscenza scientifica attraverso il loro lavoro giornalistico. </p>
<p>«La comunicazione della scienza non è più un passaggio intermedio, ma è un passaggio fondativo della democrazia»: con questa citazione di Pietro Greco, Ilaria Sisto esprime le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi, unendo passione per il giornalismo e impegno civile. </p>
<p>«Quando i media italiani cercano un esperto per spiegare una notizia, nove volte su dieci scelgono un uomo. E se si parla di economia, discipline scientifiche o tecnologia la voce delle donne scompare quasi del tutto. Come donna che si occupa di comunicazione della scienza vorrei cambiare questi numeri a partire dalle storie: sono quelle che scegliamo di raccontare a definire i nostri valori, i nostri sogni e le nostre battaglie.»</p>
<p>Con il suo progetto, Ilaria Sisto non mira solo a far emergere una geografia nuova di nomi e voci, ma ha l’ambizione di contribuire a ridefinire il discorso pubblico sulla scienza con una prospettiva di genere.</p>
<p>«Le donne hanno segnato profondamente la storia del giornalismo scientifico in Italia, riconoscendo che raccontare il corpo significa parlare di potere, che la difesa dell’ambiente è una questione di giustizia sociale, e che ogni tecnologia è una dichiarazione politica. <em>Reagenti</em> presenta le storie delle donne che hanno fatto della comunicazione della scienza una pratica di resistenza democratica. Perché, come diceva ancora Pietro Greco: “La conoscenza appartiene a tutti e a tutte”».</p>
<p>Il lavoro sarà completato entro gennaio 2026 e pubblicato su una piattaforma editoriale, scelta dalla vincitrice, che possa raggiungere un pubblico ampio e stimolare una riflessione collettiva sul ruolo delle donne nel giornalismo scientifico.</p>
<h2 id="lo-sguardo-di-pietro-greco">Lo sguardo di Pietro Greco</h2><p>Intitolare questa borsa alla memoria di Pietro Greco non è solo un atto di riconoscimento formale. Giornalista scientifico e scrittore, ha intrecciato sapere scientifico e cultura umanistica con una visione ampia, sistemica e profondamente politica. Nel suo lavoro ha mostrato come la scienza sia parte integrante del tessuto socioculturale ed economico e contribuisca attivamente a creare la cittadinanza democratica.</p>
<p>La sua lezione, trasmessa negli anni anche nelle aule della SISSA, dove è stato docente e direttore del master MCS, resta un punto di riferimento. Questa iniziativa offre l’occasione di continuare a guardare al giornalismo scientifico come una pratica culturale capace di incidere sul modo in cui la scienza agisce nella società.</p>
<h2 id="il-valore-della-restituzione-tra-memoria-e-futuro">Il valore della restituzione tra memoria e futuro</h2><p>L’iniziativa è nata grazie alla donazione personale di Fabio Pagan, tra i pionieri del giornalismo scientifico in Italia, per venticinque anni redattore scientifico de <em>Il Piccolo</em> di Trieste, e voce inconfondibile di Radio3 Scienza. Il suo contributo ha reso possibile l’avvio di un percorso rivolto a chi oggi sceglie di intraprendere la professione del giornalista di scienza.</p>
<p>«Per oltre trent’anni con Pietro ci siamo raccontati le storie della scienza e degli scienziati, in eventi pubblici e in incontri personali, intersecando letture, aneddoti ed esperienze dirette».<br>
Così Fabio Pagan ricorda l’impegno e l’esperienza condivisa con Pietro Greco: «Ciascuno ha poi declinato a suo modo questa passione condivisa, tutti e due convinti che la storia della scienza e la ricerca dei suoi risvolti meno conosciuti rappresentino un humus ideale per chi fa divulgazione e comunicazione della scienza. Più volte, chiacchierando tra noi e ricordando il lavoro dei nostri colleghi, ci siamo detti che accanto agli scienziati ci sono anche i giornalisti scientifici. E che anche loro sono un archivio di storie e di esperienze che troppo spesso vanno perdute. Per questo, volendo ricordare Pietro, ho pensato che una borsa di studio dedicata alla storia del giornalismo scientifico sia una cosa che sarebbe molto piaciuta anche a lui. E una bella sfida per gli studenti e le studentesse del nostro master della SISSA».</p>
<p>Sostenere il lavoro sulla storia del giornalismo scientifico italiano significa anche interrogarsi su quali narrazioni abbiano prevalso, quali forme di dialogo tra scienza e società siano state più efficaci, e cosa serva ancora per rendere il racconto della scienza più plurale, inclusivo, critico.</p>
<p>Questa borsa intende valorizzare il contributo di chi ha tracciato un sentiero e offrire spazio a nuove voci e prospettive. Perché ogni storia di scienza è anche la storia del suo racconto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'IA svela nuovi dettagli dell'attività sismica dei Campi Flegrei</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lia-svela-nuovi-dettagli-dellattivita-sismica-campi-flegrei/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lia-svela-nuovi-dettagli-dellattivita-sismica-campi-flegrei/</guid><pubDate>Thu, 04 Sep 2025 23:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><description>L&amp;amp;rsquo;immagine mostra i terremoti che si sono verificati nell&amp;amp;rsquo;intera caldera dei Campi Flegrei, circa 11 chilometri a ovest del centro di Napoli, dal 2022 al 2025, sovrapposti alle immagini satellitari di Google Earth.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lia-svela-nuovi-dettagli-dellattivita-sismica-campi-flegrei-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lia-svela-nuovi-dettagli-dellattivita-sismica-campi-flegrei-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra il 2022 e il 2024, ai <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/campi-flegrei-vulcano-sotto-citta-segnali-vita-gestione/">Campi Flegrei</a> i sismologi hanno rilevato circa 12 mila terremoti. Ora grazie a un algoritmo di intelligenza artificiale, basato cioè su una rete neurale profonda, hanno rianalizzato i dati raccolti dalla rete di monitoraggio sismico e sono riusciti a individuarne 54 mila, più di quattro volte tanto. L’algoritmo è stato anche in grado di identificare con maggiore precisione la posizione delle faglie che li hanno generati, tracciando una mappa dettagliata del sottosuolo della caldera.</p>
<p>L’algoritmo e i suoi straordinari risultati sono descritti in un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adw9038" rel="noopener">articolo</a> pubblicato sull’ultimo numero della rivista <em>Science</em>, e firmato da un gruppo di sismologi dell’Università di Stanford, dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV e dell’Università di Napoli Federico II. L’algoritmo è stato integrato nell’analisi quotidiana dei dati sismici.</p>
<p>Greg Beroza, sismologo dell’Università di Stanford e tra gli autori dello studio, è stato il primo a sviluppare, nel 2019, una rete neurale profonda per la rilevazione dei terremoti. Chiamata <a href="http://dx.doi.org/10.1093/gji/ggy423" rel="noopener">PhaseNet</a>, era stata allenata a riconoscere onde sismiche nei dati grezzi raccolti in 30 anni dai sismografi della California settentrionale. Una volta messa alla prova sui dati raccolti in altre zone, si era rivelata estremamente efficace. Nell’area tra Oklahoma e Kansas, dove la rete sismica è molto meno fitta che in California, PhaseNet aveva individuato venti volte il numero di terremoti identificati manualmente dai sismologi. La rete neurale profonda è infatti capace di riconoscere terremoti estremamente deboli o che si sovrappongono tra loro, quelli che di solito sfuggono all’analisi umana.</p>
<p>Per usare PhaseNet sui dati dei Campi Flegrei, i ricercatori hanno dovuto adattarla, con una breve fase di allenamento. La sismicità ai Flegrei è infatti di natura diversa rispetto a quella di origine tettonica che si registra, per esempio, in California. I ricercatori ritengono che sia dovuta a un aumento della pressione nelle rocce dello strato più superficiale della crosta terrestre, che si manifesta con un lento, ma costante, sollevamento della porzione centrale della caldera vulcanica.</p>
<p>L’algoritmo ha fatto emergere una struttura di faglie disposte ad anello lungo il bordo della zona risorgente della caldera e due faglie, lunghe qualche chilometro, che convergono sotto il centro di Pozzuoli. Le faglie si sarebbero attivate a profondità comprese tra 2 e 4 chilometri circa. Questo risultato, secondo gli autori, contribuisce a sostanziare l’ipotesi secondo cui non ci sia stata risalita di magma dalla camera magmatica profonda, posta a circa 7-8 chilometri, verso la superficie.</p>
<p>La lunghezza delle faglie “illuminate” dall’intelligenza artificiale permette anche di stimare il loro potenziale in termini di magnitudo. Più è lunga una faglia più è grande il terremoto che può generare. Gli autori hanno osservato che le faglie da cui hanno avuto origine le scosse più forti nel 2023, con magnitudo durata superiore a 4, erano già ben visibili in tutta la loro estensione prima che questi eventi si verificassero.</p>
<p>Inoltre, poiché i terremoti ai Flegrei sono piuttosto superficiali, l’accelerazione al suolo è molto forte vicino all’epicentro e diminuisce rapidamente allontanandosi. Una conoscenza minuziosa delle faglie permetterebbe quindi di individuare le zone a maggiore rischio e intervenire per ridurne la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei/">vulnerabilità</a>.</p>
<p>Per queste ragioni, l’integrazione di PhaseNet nell’analisi quotidiana dei dati raccolti dall’Osservatorio Vesuviano potrebbe rivelarsi utile per migliorare la gestione del rischio sismico nella zona.</p>
<h4 id="questo-articolo-è-prodotto-in-collaborazione-con-lo"><em>Questo articolo è prodotto in collaborazione con lo <a href="https://www.fondazionereturn.it/spoke3/" rel="noopener">Spoke 3</a> (Terremoti e vulcani) della Fondazione RETURN. RETURN (multi-Risk sciEnce for resilienT communities under a changiNg climate) è un partenariato esteso finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Mira a rafforzare le filiere di ricerca sui rischi ambientali, naturali e antropici a livello nazionale e a promuovere la loro partecipazione alle catene del valore strategiche europee e globali.</em></h4>]]></content:encoded></item><item><title>Basta lamentarsi della schiavitù: Trump contro i musei Smithsonian</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/basta-lamentarsi-schiavitu-trump-contro-musei-smithsonian/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/basta-lamentarsi-schiavitu-trump-contro-musei-smithsonian/</guid><pubDate>Mon, 01 Sep 2025 08:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>societa</category><description>Trump trasforma la cultura in campo di battaglia: dopo la scienza, l’arte diventa il nuovo bersaglio della sua crociata contro libertà e pensiero critico. La Smithsonian Institution, simbolo universale di conoscenza, è accusata di essere “woke” e minacciata da censure e riscritture della storia per piegarla all’ideologia del Project 2025.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/basta-lamentarsi-schiavitu-trump-contro-musei-smithsonian-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/basta-lamentarsi-schiavitu-trump-contro-musei-smithsonian-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Insomma, diciamolo, come può uno come il presidente Trump rimanere impassibile quando una delle più importanti (se non la più importante) istituzioni culturali americane programma una mostra di Amy Sherald, famosa non solo per aver ritratto Michelle Obama, ma per il suo dipinto in cui la Statua della Libertà diventa una donna nera e transgender? E infatti in un post del 19 agosto sulla sua piattaforma Truth ha tuonato (le maiuscole sono sue): «I Musei di Washington, ma anche di tutto il Paese, sono essenzialmente l’ultimo baluardo del “WOKE” e gli Smithsonian sono FUORI CONTROLLO». Un attacco non inatteso, c’era già stato un minaccioso ordine esecutivo forse confuso tra i tanti firmati all’avvio della nuova amministrazione, ma ora lo scontro è esplicito e pericoloso.</p>
<p>Per cominciare, la stessa Sherald ha deciso di ritirare la mostra intitolata <em>American Sublime</em> alla National Portrait Gallery quando è sembrato chiaro che la direzione del museo stava considerando la possibilità di smussarne gli aspetti più controversi. E già questo è abbastanza triste: la censura e, peggio, l’autocensura dell’arte ne mina le fondamenta. L’arte deve essere discussione e confronto, può essere provocatoria e puntare a colpire le sensibilità per suscitare dibattito, ma il tentativo autoritario di farla diventare arte di Stato vuol dire ucciderla. Così come ogni pretesa di controllo delle opinioni e del pensiero critico <a href="http://%283%29%20/articoli/trump-attacco-scienza-liberta/" rel="noopener">ci toglie libertà</a>. </p>
<p>Eppure, è proprio quello che Trump sta facendo in ogni ambito. Come testimonia anche <em>Scienza in rete</em>, che segue da sempre (con uno sgomento condiviso dalla comunità dei suoi lettori) i ripetuti, deliberati e sistematici attacchi dell’amministrazione USA a guida trumpiana <a href="http://%281%29%20/articoli/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca/" rel="noopener">contro l’indipendenza della ricerca scientifica</a> e la tutela della salute, l’ultimo dei quali, non più tardi di mercoledì 27 agosto, è stato il brutale siluramento di Susan Monarez, appena nominata direttrice dei Centres for Disease Control and Prevention (CDC) giudicata troppo ostile al mondo dei no-vax. Al suo posto la Casa Bianca ha pensato bene di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Q3B0YLk0Xqg" rel="noopener">nominare Jim O’Neill</a>, vicesegretario alla Salute degli Stati Uniti, un uomo senza alcuna competenza medica o sanitaria (2).<br>
Purtroppo, il mondo della cultura e dell’arte sono solo gli ultimi bersagli, perché quello che diventa sempre più chiaro ed evidente è che esiste un disegno complessivo di mortificare autonomia e pensiero indipendente, così come avviene in ogni Paese autoritario dedito al culto della personalità (molti americani vorrebbero un dittatore, ma io non lo sono, dice Trump parlando di Trump). A quando, il caro leader che guida il suo popolo?</p>
<h2 id="riscrivere-il-passato-per-controllare-il-futuro">Riscrivere il passato per controllare il futuro</h2><p>Il prossimo anno gli Stati Uniti celebreranno i 250 di indipendenza, motivo in più, perciò, per eliminare da ogni museo o realtà culturale le interpretazioni che si discostano dalla visione ideologica MAGA o che si manifestano critiche verso l’egemonia culturale propugnata dalla Heritage Foundation, il think thank iper-conservatore che ha prodotto il Progetto 2025, l’humus teorico dei fedelissimi trumpiani.</p>
<p>E quale preda più ambita da cui cominciare della Smithsonian Institution, il più grande complesso museale, didattico e di ricerca al mondo (come <a href="https://www.si.edu/" rel="noopener">dice</a> di sé stessa)? <br>
21 musei, 14 centri educativi e di ricerca e lo Zoo nazionale, tutti gratuiti, la Smithsonian Institution fondata nell’agosto 1846 grazie a un lascito del mineralogista e chimico britannico James Smithson, che chiese di creare «una realtà per l&rsquo;incremento e la diffusione della conoscenza», raccoglie qualche decina di milioni di visitatori all’anno. E, dichiara, si impegna a «plasmare il futuro preservando il patrimonio, scoprendo nuove conoscenze e condividendo le nostre risorse con il mondo». Obiettivi importanti e degni di rispetto ma, certo, poco trumpiani.</p>
<p>La Smithsonian non fa parte del governo federale e riceve poco più della metà del suo finanziamento complessivo (circa un miliardo di dollari nel 2024) tramite stanziamenti deliberati dal Congresso. La governa un consiglio di amministrazione in cui siedono, tra gli altri, il presidente della Corte Suprema, John Roberts, e il vicepresidente Usa, J.D. Vance, ma anche un gruppo bipartisan di legislatori, nonché rappresentanti di spicco del mondo imprenditoriale e culturale.</p>
<p>Come si possono incontrare due visioni tanto lontane come quella positivista dell’inglese Smithson, fatta propria dalla autorevole istituzione, con quella del Project 2025, il cui obiettivo è creare una nazione egemone, teocratica, suprematista, sovrana e sovranista? E, infatti, non si incontrano, anzi gli interventi ordinati da Trump implicano «una trasformazione profonda, in grado di azzerare un secolo di politiche sociali e progressismo razziale, il new deal rooseveltiano e le riforme strappate da Martin Luther King, oltre che le premesse culturali su cui sono state predicate. Quindi scuola, scienza, etica e storia sono il terreno su cui il paese deve essere trascinato indietro verso una immaginata grandezza», come <a href="http://%285%29%20%20https://ilmanifesto.it/chi-controlla-il-passato-controlla-il-futuro-2" rel="noopener">ha scritto</a> Luca Celada su <em>il Manifesto</em>.</p>
<p>Riscrivere il passato, sanno gli adepti del 2025 Project, sarà d’aiuto per modellare un nuovo futuro.</p>
<h2 id="120-giorni-per-cambiare">120 giorni per cambiare</h2><p>E bisogna farla in fretta questa riscrittura, perché sono solo 120 i giorni concessi nella lettera che a metà agosto Trump ha inviato al responsabile della Smithsonian Lonnie G. Bunch ordinando che «la Smithsonian modifichi i contenuti che l’amministrazione ritiene problematici, sostituendo terminologie divisive o ideologiche con descrizioni unificanti, storicamente accurate e costruttive». A sorvegliare e guidare la trasformazione verso l’unica lettura omologata della storia americana, l’avvocata Lindsey Halligan, dello staff di consulenti di Trump. Halligan, immediatamente entusiasta, ha dichiarato: «Non c’è bisogno di calcare sul negativo per insegnare al pubblico che nella nostra storia vi sono anche aspetti spiacevoli. Personalmente ho rilevato una enfasi eccessiva sui mali della schiavitù. Dovremmo invece enfatizzare i progressi fatti da allora». Insomma, basta lamentarsi.</p>
<p>Molti commenti hanno sottolineato che Lindsay Halligan è stata semifinalista al concorso Miss Colorado, ma lungi dall’essere solo una bella figliola di quelle di cui ama circondarsi il presidente, l’avvocata si trovava a Mar-a-Lago quando la residenza fu perquisita dall&rsquo;FBI, alla ricerca di documenti governativi presumibilmente conservati in modo improprio, e si è quindi guadagnata la fiducia presidenziale. Halligan, inoltre, ha assistito Trump quando ha fatto causa alla CNN perché l’emittente aveva definito una “grande bugia” la sua affermazione che le elezioni del 2020 erano state truccate (la causa è stata archiviata). Insomma, Halligan è una combattente, meglio non prenderla sotto gamba.</p>
<h2 id="ripristinare-la-verità-e-la-sanità-mentale-nella-storia-americana">Ripristinare la verità e la sanità mentale nella storia americana</h2><p>L’offensiva contro la Smithsonian si è svolta in due tappe: alla fine di marzo Trump aveva firmato uno dei suoi famigerati ordini esecutivi (&ldquo;Ripristinare la verità e la sanità mentale nella storia americana&rdquo;) che ordinava che la Smithsonian Institution venisse ripulita da «ideologie divisive e incentrate sulla razza» e aveva affidato il compito di esaminare attentamente i 21 musei a JD Vance. Poi, come abbiamo visto, ad agosto l’affondo, e le esternazioni direttamente su Truth: «Si discute solo di quanto sia orribile il nostro Paese, di quanto fosse terribile la Schiavitù e di quanto siano stati fallimentari gli oppressi - Niente sul Successo, niente sulla Brillantezza, niente sul Futuro. Non permetteremo che questo accada e ho incaricato i miei avvocati di esaminare i musei e avviare lo stesso identico processo che è stato seguito nei college e nelle università, dove sono stati compiuti enormi progressi». Un monito terribile, vista la <a href="http://%286%29%20%20%20/articoli/lavanzata-governi-illiberali-minaccia-scienza/" rel="noopener">crisi che sta stravolgendo il mondo accademico</a>.</p>
<p>Come sempre una miscela di false accuse e di letture deliranti della realtà: per esempio il National Museum of African American History and Culture (NMAAHC) propone in effetti mostre sulla tratta transatlantica degli schiavi e sull’istituzione della schiavitù negli Stati Uniti, altri però celebrano anche le innovazioni e le conquiste degli americani. Anzi, lo stesso NMAAHC dedica un intero piano ai successi degli afroamericani in campo artistico, scientifico, sportivo e imprenditoriale. E, comunque, al di là degli specifici esempi, è la pretesa di normalizzare tutto e tutti a far male.</p>
<h2 id="le-proteste-diventeranno-resistenza">Le proteste diventeranno resistenza?</h2><p>Qualche reazione non si è fatta attendere, per esempio l’Association of Art Museum Directors ha rilasciato una <a href="http://%287%29%20%20%20https://aamd.org/for-the-media/press-release/aamd-statement-on-proposed-review-of-smithsonian-institution-activities" rel="noopener">dichiarazione</a>, che sottolinea tra l’altro: «Il valore della Smithsonian per la società americana deriva dal suo impegno di lunga data per la ricerca oggettiva, l&rsquo;eccezionale erudizione e la ricerca, e dalle sue collezioni straordinarie e uniche. Con questo approccio, la Smithsonian continua a promuovere un coinvolgimento consapevole con il passato, il presente e il futuro del nostro Paese, creando ambienti in cui i visitatori di tutto il mondo possono esplorare diversi concetti della storia e della scienza, sperimentare l&rsquo;eccellenza artistica e imbattersi in manufatti straordinari». </p>
<p>«L&rsquo;attuale amministrazione cerca di imporre una versione amnesica ed edulcorata della storia americana, che oscura le verità più difficili della nazione e cancella gli straordinari contributi artistici e culturali delle comunità emarginate», <a href="http://%288%29%20%20%20%20https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Trump-prende-di-mira-la-Smithsonian-Da-unimmagine-negativa-degli-Usa" rel="noopener">ha aggiunto</a> ancora più dura Julie Trébault, direttrice esecutiva di Artists at Risk Connection, che ha rincarato: «Questa censura non è solo un attacco alla Smithsonian, ma ai principi stessi della libertà intellettuale, dell&rsquo;integrità artistica e del dialogo democratico».</p>
<p>Proprio così e se ci ricorda la Germania nazista o la Russia sovietica, purtroppo, non è un abbaglio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Voci pro e voci contro: il NITAG e le decisioni sulla salute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/voci-pro-voci-contro-nitag-decisioni-salute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/voci-pro-voci-contro-nitag-decisioni-salute/</guid><pubDate>Mon, 25 Aug 2025 14:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>salute</category><description>Pianificare un intervento preventivo per l’intera popolazione, come può essere l’offerta vaccinale, oggi necessita di conoscenze di così ampio spettro che solo un lavoro di equipe, di confronto e condivisione può garantire una scelta aggiornata, basata su un rapporto tra benefici e rischi positivo a favore delle persone. Nella discussione intorno alle nomine Nitag, l’aspetto del bene comune è quello che più si è perso di vista.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/voci-pro-voci-contro-nitag-decisioni-salute-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/voci-pro-voci-contro-nitag-decisioni-salute-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>&hellip;È necessario esibire la documentazione dei controlli che sono stati fatti, presentare la storia della ricerca e della sperimentazione. Questo è il metodo che ha permesso di distinguere i “fatti” dalle “opinioni”, non esiste par condicio nella scienza. Diversamente, ognuno di noi potrebbe dire quello che gli passa per la mente. In un programma scientifico devono parlare solo le persone che sono qualificate, non quelle che sono “inqualificate” o “squalificate”<br>
Piero Angela, 2018</p></blockquote>
<p>«Ho fatto quello che mi diceva la coscienza. Sono un tecnico, non sono un politico: decido da medico e ricercatore che crede nei vaccini», <a href="https://roma.corriere.it/notizie/politica/25_agosto_18/schillaci-comitato-vaccini-azzerato-6b08bfb5-099c-4504-869d-7a8860f74xlk.shtml" rel="noopener">ha affermato</a> il ministro Orazio Schillaci, motivando l’annullamento delle nomine, fatte dallo stesso ministro 11 giorni prima, per la composizione del NITAG (Gruppo consultivo sulle vaccinazioni). La coscienza non è sinonimo di responsabilità, e neppure di appropriatezza delle decisioni nei percorsi di cura o di prevenzione. La coscienza professionale medica, a cui rimanda il giuramento d’Ippocrate anche nel suo ultimo aggiornamento del 2007, va contestualizzata nella facoltà e capacità di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell&rsquo;esperienza individuale. A volte la facoltà e capacità di conoscenza sono limitate per la complessità dei quesiti, e conseguentemente delle possibili risposte e decisioni da prendere. Inoltre districarsi con ragione e ragionevolezza nell’enorme, continua e aumentata produzione di conoscenza, non sempre di qualità, che lo sviluppo della tecnica e metodologia scientifica moderna, in particolare nell’area della medicina, oggi consente è spesso arduo, se non impossibile, per ogni singolo operatore. Due ragioni che motivano le richieste di pareri tecnici a terzi (colleghi, anche riuniti in team, commissioni o “organismi plurali”) di affidamento per competenze, stima e capacità. </p>
<p>Essere tecnico non è sufficiente per garantire appropriatezza (o competenza) se non si utilizza un approccio metodologico scientifico condiviso e di riferimento (quello delle evidenze in ambito medico). Purtroppo neppure essere medico e ricercatore è sempre garanzia di appropriatezza decisionale nella pratica, e i vari indici di produttività (per esempio H-index) o di prestazione (per esempio i sistemi di valutazione integrati aziendali) non rispecchiano le conoscenze e la qualità degli interventi. Comprendere una diagnosi, pianificare una terapia, ma ancor di più pianificare un intervento preventivo per l’intera popolazione, oggi necessita di conoscenze di così ampio spettro che solo un lavoro di equipe, di confronto e condivisione può garantire una scelta aggiornata, basata su un rapporto tra benefici e rischi positivo a favore del paziente e del cittadino. Una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/8555924/" rel="noopener">scelta evidence-based</a>, cioè «l’uso coscienzioso, esplicito e giudizioso delle migliori prove attuali nel prendere decisioni riguardo i singoli pazienti». Ciò vuol dire integrare la competenza clinica-scientifica-medica individuale con le migliori prove, per il paziente e la comunità, fornite da una ricerca sistematica nella pratica. Non sempre il processo è così lineare e allora l’equipe si attiva o dà indicazioni per produrre nuove conoscenze (ricerca). L’ambito di questo lavoro è quello di un territorio condiviso in cui le regole e i valori sono comuni. Un territorio abitato <a href="https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20250818/282080577928446?srsltid=AfmBOooihMeXGxGwBBiBCy-CioI2Z2wd4lSAgYPLMpkH2oqilkMPJJQZ" rel="noopener">non da “voci”</a>, ma da evidenze di efficacia, sicurezza, costo e valore aggiunto. </p>
<p>«Gli organismi plurali servono a contenere idee differenti». <a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2025/08/19/news/vaccini-lollobrigida-contro-schillaci-la-scienza-dominante-non-e-sempre-giusta-se-rischia-e-difeso-dalle-opposizioni--8014750/" rel="noopener"><em>Sic dixit</em> il ministro Francesco Lollobrigida</a>, aggiungendo: «La storia insegna che non sempre il pensiero scientifico dominante è quello giusto. Lo è statisticamente, ma lasciare spazio a tesi diverse e non soffocarle è la strada maestra». Quale sia la “strada maestra” che colleghi il pensiero così espresso necessita forse di un&rsquo;apposita commissione competente che sappia dirimere tra i nodi della rete cognitiva del ministro, costituiti da: «la storia insegna», «il pensiero scientifico dominante», «lo è statisticamente», «spazio a tesi diverse», «strada maestra». Una rete le cui caratteristiche non sono esclusive se confrontate con quelle di altri politici («Giusto ospitare tutte le voci […] coinvolgendo i pro e i contro. Così bisogna fare, altrimenti nominiamo dei cori dove cantano tutti insieme […] il principio del riequilibrio delle posizioni dogmatiche sui vaccini») come da commenti del senatore Claudio Borghi.</p>
<h2 id="tecnici-o-politici">Tecnici o politici?</h2><p>Essere un tecnico non è incompatibile con l’essere ministro, sebbene la storia dei sei ministri “indipendenti” alla Sanità (1958-2001) o alla Salute (dal 2001) della Repubblica Italiana si sia poco caratterizzata per efficacia nella risposta ai bisogni dei cittadini rispetto a quella della maggioranza dei 31 ministri politici (15 della Democrazia Cristiana, fino al 1994). Le ragioni della politica da tempo non coincidono con quelle necessarie a ridurre e contenere i bisogni di salute della popolazione italiana. La legge 833 del 1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), pubblico e universalistico, è ormai datata, valida e attuale per i principi e i valori sottesi, ma oggi inefficace a garantire quel diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell&rsquo;individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»). Un aggiornamento legislativo necessita di un tempo sufficientemente lungo a pianificare e valutare gli interventi, di una strategia, di una condivisione, di responsabilità e volontà: tutte caratteristiche mancanti alla politica e ai politici attuali. Eppure a questo proposito la storia non “insegna”, ma insegnerebbe, se non altro a non commettere e ripetere errori per scarsa sensibilità o specificità istituzionale, con tentativi di riforma (quelli del 1992, ministro Francesco De Lorenzo; del 1999, ministro Rosy Bindi; del Titolo V della Costituzione del 2001, ministro Girolamo Sirchia), con la costituzione di organismi, con nomine inappropriate come è stato per il NITAG. </p>
<p>Essere medico e ricercatore, ma anche ministro o coprire un altro ruolo su incarico della politica, è un onere gravoso per un “tecnico” o un “indipendente” dai partiti: il garantire indipendenza da interessi, in particolare quelli della maggioranza politica che ti ha designato, troppo spesso non coincide con la volontà dei governanti, nonostante le dichiarazioni di intenti. </p>
<p>Eppure nel passato è successo che interessi politici diversi convergessero quando è stato il valore del bene comune a prevalere e la legge 833 del 1978 ne è un’evidenza, giunta dopo trent&rsquo;anni di lavoro multidisciplinare sul campo. Un campo largo, partecipato, non esclusivo della politica… per un obiettivo comune, un bene comune. Bene comune che in ambito sanitario è rappresentato dall’obiettivo: la salute (welfare, one health, lo star bene e meglio) per tutti. Purtroppo il diritto alla salute rimane ancora spesso negato, le diseguaglianze della salute non sono solo altrove, ma sono anche italiane, aumentano e cronicizzano. La pandemia di Covid-19 ha evidenziato la debolezza e l’inefficacia dell’intero approccio per garantire la salute per tutti, nella mancanza di una politica orientata, anche se non prevalentemente, alla salute pubblica, al territorio, alla prevenzione, a partire da quella primaria basata sull’informazione precoce e continuativa della popolazione e all’uso appropriato di medicinali biologici quali sono i vaccini. Purtroppo le <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Benessere-disuguaglianze.pdf" rel="noopener">profonde disuguaglianze regionali</a> di benessere, in particolare del dominio salute, e alcune insufficienti coperture vaccinali indicano la disattenzione, se non l’incapacità o la scarsa volontà della politica a intervenire in modo efficace e preventivo. Per la vaccinazione contro l&rsquo;HPV, per esempio (ma si potrebbero considerare l’influenza, il morbillo, o le iniziative per promuovere e mantenere elevata la copertura per le fasce deboli, con differenze significative tra aree geografiche), <a href="https://www.epicentro.iss.it/hpv/Coperture-Vaccinali" rel="noopener">la copertura è</a> del 45% per le ragazze e il 39% per i ragazzi dodicenni: molto distanti dall&rsquo;obiettivo del 90% fissato per il 2030. </p>
<p>Eppure, ancora una volta nel passato, è successo che la prevenzione e la salute pubblica rappresentassero un obiettivo primario, uno dei processi strutturali per garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini. Lo rimarcò con la sua attività Nicola Perrotti, il primo Alto commissario alla Salute e Igiene pubblica, nel 1947 nel governo De Gasperi (il secondo e il quarto). Medico, ricercatore e politico (Partito Socialista di Unità Proletaria), Nicola Perrotti, prima internista e poi psicanalista, è stato uno dei pionieri della psicoanalisi in Italia. Con Edoardo Weiss, Emilio Servadio e Cesare Musatti fu tra i fondatori della Società psicoanalitica italiana. Dal 1945 contribuì a diffondere nella cultura italiana le teorie freudiane e l&rsquo;interesse per la psicopatologia quotidiana. Mutuando da Jung il concetto di inconscio collettivo, sottolineò l’influenza che la dimensione sociale ha inevitabilmente sulla salute dell’individuo:</p>
<blockquote>
<p>Il suo modo di sentire e di reagire deriva in gran parte dall’intersecarsi delle varie anime collettive (di cui fa parte) e tutto questo si svolge in lui, senza ch’egli se ne renda minimamente conto… Non è pertanto opponendosi al collettivo che l’individuo potrà personalmente progredire, bensì elaborando personalmente tutte le possibilità contenute nell’inconscio collettivo. (Perrotti, N. Psicologia individuale e psicologia collettiva. Psiche 1949; 5: 203-228)</p></blockquote>
<h2 id="nazionale-vs-internazionale">Nazionale vs internazionale</h2><p>L’Alto commissario alla Salute e Igiene pubblica rappresentò, fino al 1958 quando venne creato il ministero della Sanità con ministro il democristiano Vincenzo Monaldi durante il secondo Governo Fanfani, l’autorità superiore in tema di salute degli italiani presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Un incarico paragonabile a quello di ministro senza portafoglio, quindi con meno potere e autonomia, in particolare per quanto concerne il finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale. Caratteristica ancora attuale che regola i rapporti con ministero dell&rsquo;Economia e delle Finanze (MEF). Nel complesso, il livello del finanziamento del SSN nel 2025 è stato di 136,5 miliardi e salirà a 141,3 miliardi nel 2027, passando dal 6.3% del Pil all6.4%, ancora ben lontano dal 9-11% di Francia, Germania e Regno Unito. </p>
<p>Oggi i processi, sia nazionali che internazionali, sono altri e spesso contrari al bene comune. È quanto succede negli Stati Uniti con il rilancio, politicamente modificato, della gold standard science che deve essere: «riproducibile, trasparente, in grado di comunicare l’errore e l’incertezza, collaborativa e interdisciplinare, critica nei confronti dei propri risultati e delle proprie assunzioni, strutturata in modo da consentire la falsificabilità delle ipotesi, soggetta a revisione paritaria imparziale, in grado di valorizzare anche i risultati negativi, e priva di conflitti di interesse», <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca/">come ha scritto Francesco Adesi Barone</a> su <em>Scienza in rete</em>. Tuttavia, con un vincolo posto dall’amministrazione americana, tutti questi criteri devono essere soddisfatti contemporaneamente affinché i risultati di una ricerca possano essere considerati validi e utilizzabili per informare e guidare decisioni politiche. Condizione rara da raggiungere e, comunque, non nei tempi della politica. Tutto questo per permettere e giustificare provvedimenti dello Stato e della direzione della vita pubblica, da parte del Segretario della Salute e dei Servizi Umani, Robert F. Kennedy Jr. Provvedimenti non di salute pubblica, come il creare nuove istituzioni o rivisitare quelle esistenti, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-tutti-salute-globale-oms/">uscire dall&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità</a> (OMS) e ritirare i finanziamenti. Quindi nulla da ricondurre alle evidenze scientifiche, ma piuttosto alle opportunità e agli interessi politici di affidare l’incarico a chi tra le proprie credenziali ha una lunga storia di promozione di idee errare e pericolose in tema vaccinale, allarmi sulla sicurezza di alimenti e medicinali, e denunce di corruzione delle agenzie nazionali (National Institutes of Health, la Food and Drug Administration e i Centers for Disease Control and Prevention) e internazionali (OMS). </p>
<p>I provvedimenti presi finora hanno <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39571025/" rel="noopener">suscitano sgomento</a>, incredulità, nervosismo e <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2902603-5/fulltext" rel="noopener">persino panico</a> nella comunità scientifica e della sanità pubblica americana e internazionale. Il rischio che la situazione già critica possa peggiorare è elevato, anche in considerazione degli emulatori internazionali.</p>
<p>In un contesto come questo, il caso NITAG è solo un esempio, ma utile per riflettere sui molti aspetti degli interessi comuni, che ai più sfuggono, per l’analfabetismo sanitario che le modalità e i contenuti della comunicazione di massa contribuiscono a mantenere. In un Paese dove oltre un terzo degli adulti è analfabeta funzionale, la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/public-health-literacy-sanita-equa-partecipata/">public health literacy</a> dovrebbe rappresentare una sfida cruciale per tutti, in particolare per i politici che si interessano di sanità e per i sanitari che si interessano di politica, perché significa non solo sviluppare consapevolezza, competenze e partecipazione attiva dei cittadini per rafforzare il SSN, ma contrastare le disuguaglianze, create anche dalla non conoscenza.   </p>
<h2 id="chiamarsi-fuori-senza-ragione">Chiamarsi fuori senza ragione</h2><p>I gruppi consultivi tecnici nazionali per l&rsquo;immunizzazione (NITAG) sono organismi multidisciplinari composti da esperti nazionali che <a href="https://www.who.int/europe/groups/national-immunization-technical-advisory-groups-%28nitags%29" rel="noopener">forniscono raccomandazioni basate su prove concrete</a> ai decisori politici e ai responsabili dei programmi di immunizzazione.</p>
<p> Nel 2016 l’OMS ha avviato la rete Global NITAG Network (GNN) per la condivisione di esperienze e buone pratiche da parte dei NITAG di tutto il mondo. Oggi aderiscono 33 NITAG di Stati Membri della Regione Europea dell’OMS, <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/tema/vaccinazioni/gruppo-tecnico-consultivo-nazionale-sulle-vaccinazioni-nitag/" rel="noopener">tra cui l’Italia</a>. Nell’ambito del GNN, dal 2018, su iniziativa del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), gli Stati membri dell&rsquo;UE e dello Spazio Economico Europeo hanno sviluppato un gruppo di lavoro europeo, un database e periodiche iniziative informative e formative tra i Paesi europei partecipanti per condividere le evidenze scientifiche esistenti e nuove sugli effetti sulla salute pubblica dei vaccini autorizzati nell&rsquo;UE e sul loro utilizzo nei programmi di immunizzazione. Inoltre, per rafforzare la capacità dei NITAG di formulare raccomandazioni basate sulle prove, l&rsquo;OMS/Europa supporta attivamente la collaborazione tra pari tra i NITAG e il Gruppo consultivo tecnico europeo di esperti in materia di immunizzazione (ETAGE) e il Gruppo consultivo tecnico strategico di esperti in materia di immunizzazione (SAGE). </p>
<p>Come avvenuto durante la pandemia di Covid-19, in mancanza di prove sulle caratteristiche dei vaccini e sull&rsquo;epidemiologia della malattia da un lato, e la rapida evoluzione delle informazioni sulla malattia e sui nuovi vaccini anti-Covid-19 dall’altro, i NITAG hanno dovuto affrontare difficoltà nello sviluppo di raccomandazioni utilizzando le procedure di routine, tuttavia la forza dimostrata dalla rete è stata quella di condividere e valutare congiuntamente le esperienze nazionali, cosa che ha contribuito ad attivare il <a href="https://www.who.int/westernpacific/about/how-we-work/programmes/who-health-emergencies-programme" rel="noopener">Programma per le Emergenze Sanitarie</a> (WHE) dell&rsquo;OMS per aiutare i Paesi a prepararsi a epidemie e pandemie su larga scala. </p>
<p>Poiché la prossima pandemia sarà molto probabilmente causata dall&rsquo;influenza, la malattia continua a rappresentare la minaccia prioritaria per la salute pubblica nella Regione. Rafforzare le capacità di prevenzione, sorveglianza e risposta all&rsquo;influenza stagionale e zoonotica anche con campagne vaccinali, aumentando e mantenendo alte le coperture, è quindi un impegno di ogni Paese, anche attraverso l’attività dei NITAG.  Nell’ambito di questo Programma, il 20 maggio 2025 gli Stati membri dell’OMS hanno concordato un processo globale per redigere e negoziare una convenzione, un accordo o un altro strumento internazionale ai sensi della Costituzione dell&rsquo;OMS per rafforzare la prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie. L&rsquo;<a href="https://www.who.int/news-room/questions-and-answers/item/pandemic-prevention--preparedness-and-response-accord" rel="noopener">Accordo sulla pandemia</a> è stato adottato da centoventi Paesi, tra cui la Cina. Nessuno ha votato contro, sebbene 11 Paesi si siano astenuti, tra cui Israele, Italia, Polonia, Russia e Iran. Gli Stati Uniti non hanno partecipato. Scarsa e momentanea la protesta della comunità scientifica italiana per una scelta politica giustificata dallo stesso ministro, sebbene le istanze dell’Italia e di altri governi fossero state in buona parte accolte e senza che l’accordo imponga alcunché ai singoli Stati (l’articolo 3, dedicato ai principi, afferma «il diritto sovrano degli Stati di legiferare e attuare leggi all’interno della loro giurisdizione»). </p>
<h2 id="grande-è-la-confusione-sotto-il-cielo">Grande è la confusione sotto il cielo</h2><p>La grande confusione che viviamo favorisce gli scontri politici e sociali, in particolare quelli che vertono su problemi secondari e non prioritari per la popolazione. La cronaca estiva del caso NITAG ne è un esempio. “Una cronaca annunciata” quella della revoca delle nomine del NITAG. Una cronaca giornalistica di fatti e avvenimenti politici (poco tecnici e men che meno scientifici). Una cronaca dei contenuti leggeri, come da sempre nella stagione estiva, perfetta per il gossip e per contribuire alla diffusione di disinformazione, magari senza nemmeno accorgercene. </p>
<p>«Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente», commentava il presidente Mao; perciò, per alcune conclusioni sul caso NITAG dopo le riflessioni e le contestualizzazioni sin qui fatte, rileggendo il mandato ufficiale del Gruppo, in attesa delle nuove nomine, ecco alcuni aspetti che dovremmo avere ben presenti: </p>
<ul>
<li>il NITAG è un organo consultivo, tecnico, a cui il Ministero della Salute può ricorrere, dietro specifica richiesta e su problematiche specifiche. Quindi i membri che ne fanno parte sono tecnici di fiducia, in cui il ministro confida per formulare raccomandazioni o prendere provvedimenti: vi si riconosce. </li>
<li>Il NITAG ha il compito di supportare il ministero sulle questioni relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali. Quindi prioritarie sono le competenze e le conoscenze relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali e non ai vaccini. Compito del NITAG circa i vaccini è di recepire l’accesso a nuovi prodotti o disporre di nuove informazioni riguardanti i prodotti esistenti per modifiche o integrazioni del calendario nazionale di offerta vaccinale. L’autorizzazione di sperimentazioni cliniche, le valutazioni per l’immissione in commercio, la definizione dei prezzi, la sorveglianza della sicurezza e il monitoraggio della spesa dei vaccini sono infatti in carico all’Agenzia Italiana del Farmaco. Chiarimento, non secondario, in considerazione del tanto di cui si è discusso finora sui media, ma principalmente per il profilo dei membri del Gruppo. Membri che devono avere competenze nell’ambito della salute pubblica, quindi di popolazioni e non solo singoli pazienti. Dell’uso di preparati biologici (vaccini) con finalità preventive (prevenzione primaria). Quindi aver condotto studi o aver fatto parte di valutazioni di utilizzo di vaccini in un ambito territoriale (valutazioni di programmi vaccinali, di informazione e comunicazione verso il pubblico, di modifiche dei calendari vaccinali). </li>
<li>Il NITAG, nel formulare raccomandazioni evidence-based, opera seguendo un approccio di valutazione delle tecnologie sanitarie (Health Technology Assessment) coerente con il processo decisionale suggerito dalle linee guida dell’OMS. Quindi ai membri è richiesta una pratica professionale in accordo con uno specifico approccio scientifico e culturale e che abbiano uno sguardo ampio, aggiornato e internazionale. Infatti il NITAG interagisce con gli organismi internazionali in materia di vaccinazioni, anche in considerazione di specifici piani vaccinali internazionali.</li>
<li>“Il NITAG è un organo indipendente”, ma non viene esplicitato da chi e da che cosa. Dal ministero? È ovvio, dovendolo supportare per mancanza di risposte interne. Dalle decisioni finali del ministro? Anche questo è ovvio, essendo un organo consultivo. Indipendente in virtù di nomine dalle caratteristiche essenziali e necessarie per poter contribuire in modo appropriato al mandato? Il NITAG non è un organo di rappresentanza, una Commisssione interparlamentare, un gruppo di lavoro intrapartitico trasversale, dove il pluralismo delle idee e delle voci è espressione di valori e interessi diversi. Come commenta anche Enrico Bucci <a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2025/08/19/news/pluralollo-e-il-pluralismo-alla-vaccinara-del-governo-su-vaccini-e-scienza-8016427/" rel="noopener">su <em>Il Foglio</em></a> del 25 agosto, lavorare per il bene comune in ambito scientifico implica confrontarsi con prove, risultati, evidenze, usando un metodo comune e condiviso. La scienza e la medicina non progrediscono affermando verità, ma probabilità e incertezze che necessitano di ulteriori verifiche. Nel frattempo è la prevalenza delle evidenze a determinare le raccomandazioni, e non la maggioranza dei voti elettorali. Circa raccomandazioni, pressioni, interessi personali e di terzi (politica, accademia, industria, società scientifiche, associazioni di categoria) nulla è detto e la cronaca estiva non ha contribuito a far luce, nonostante i <a href="https://ilmanifesto.it/vaccinazioni-il-comitato-e-i-legami-con-big-pharma" rel="noopener">rari tentativi</a> di <a href="https://www.univadis.it/index.php/viewarticle/si-dice-villa-nitag-ferragosto-rovente-al-ministero-della-2025a1000lt1?uuid=01a69600-773f-41ae-8000-7aa2ff672357" rel="noopener">chiedere chiarimenti</a> in proposito, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/questione-metodo-ruolo-nitag-politiche-vaccinali/">anche su <em>Scienza in rete</em></a>.</li>
</ul>
<p>Unico riferimento all’indipendenza nel mandato del NITAG è questo: «valutare l’attendibilità e l’indipendenza delle fonti utilizzate, verificandone l’assenza di conflitti di interesse».<br>
Cioè si rimanda a verificare l’indipendenza di un dossier prodotto da una ditta produttrice di vaccini (una delle fonti)? Magari da parte di membri che hanno partecipato alla stesura dei dossier o sono consulenti di produttori?</p>
<p>Lo scandalo nel caso NITAG non è il richiamo alle voci pro o alle voci contro, o l’evocare un pensiero scientifico dominante: lo scandalo è l’assenza di trasparenza su chi debba fare che cosa, come e per chi. Lo scandalo è avere come fine principale il proprio bene e non quello comune.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'avanzata dei governi illiberali che minaccia la scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lavanzata-governi-illiberali-minaccia-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lavanzata-governi-illiberali-minaccia-scienza/</guid><pubDate>Mon, 25 Aug 2025 07:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il mondo accademico occidentale si trova di fronte a un bivio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lavanzata-governi-illiberali-minaccia-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lavanzata-governi-illiberali-minaccia-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo accademico occidentale si trova di fronte a un bivio. È abbastanza evidente, alla luce delle discussioni interne e delle risposte che negli Stati Uniti le università, le accademie, gli enti di ricerca, le agenzie regolatorie eccetera stanno dando agli ordini, ai ricatti, alle ritorsioni e alle censure da parte dell’amministrazione Trump. Quello che sta accadendo nel più vasto e potente sistema della ricerca e dell’insegnamento al mondo sollecita riflessioni. Al di là delle reazioni di pancia. Non per la novità delle idee che ispirano le azioni, ma per le dimensioni e le forme. Dinamiche politiche illiberali a carico della ricerca scientifica e degli insegnamenti hanno riguardato e riguardano anche democrazie di paesi europei (Ungheria, Polonia e Italia si sono aggiunte alla Turchia). Ma non con tale sistematicità e pervasività.</p>
<p>Negli anni a venire il numero di paesi democratici che diventeranno illiberali (o, come anche si dice, forme di “autoritarismo competitivo” o di “erosione democratica”) sarà in aumento ed è ragionevole provare a immaginare quali strategie o tattiche adattative adotteranno le comunità accademiche. Una possibilità è la resistenza a senso unico, mentre un’altra può essere la ricerca di qualche forma di compromesso.</p>
<p>La scienza accademica si fonda, anzi ha fondato, con i contenuti dei primi statuti delle accademie scientifiche (Lincei 1603-1605, e Royal Society 1660), i principi della democrazia moderna: libertà di espressione, tolleranza e rifiuto di ogni condizionamento ideologico (in quei documenti si parlava anche di eguaglianza morale tra gli uomini, onestà, rispetto, ecc.). Ciò accadeva quando le società erano spazzate da pestilenze e guerre di religione, da miseria economica e morale, da persecuzioni di liberi pensatori e dalla circolazione di un Index Librorum Prohibitorum. Anche i bambini sanno che i principi fondativi e pragmatici delle democrazie moderne (liberali) sono usati dalle fazioni politiche illiberali per cancellarli (paradosso della democrazia) e instaurare un controllo sulla libertà individuale. Che significherebbe non solo la morte della libertà politica, ma anche della scienza come l’abbiamo finora conosciuta.</p>
<p>Le accademie, università, ecc. non pensano, nel senso che non hanno un cervello per imparare dall’esperienza storica, così come gli individui reali che danno loro vita non possono imparare dalle esperienze che non hanno provato e usano la storia del pensiero e delle pratiche sociali della scienza come meri argomenti retorici.</p>
<p>Stiamo vedendo un po’ ovunque leader e partiti illiberali al governo o in procinto di andarci, che attuano e giustificano interventi volti a togliere finanziamenti, ricattare e censurare attività di insegnamento e culturali nel nome di un’igiene ideologica mirata strumentalmente a specifici elementi culturali (negli USA: inclusione, equità, diversità, accessibilità, black history o schiavismo, gender, ecc.). Tali azioni sono sostenute da istanze sociali, cioè da una parte rumorosa della popolazione, insofferenti anche verso le indicazioni della scienza (vaccini, cambiamenti climatici, cibi transgenici, emergenze psichiatriche, ecc.), cioè verso un’autorevolezza che scaturisce da conoscenze e interventi scientifico-tecnologici che sono sempre più distanti dalle capacità di comprensione, cioè dalle intuizioni delle persone comuni. La polarizzazione politica, che c’è sempre stata nella storia ma non è più calmierata dall’attecchimento culturale di ideologie forti, non vede problemi o apprezza che questi leader e partiti diano l’assalto agli unici veri baluardi contro le derive illiberali: università, accademie, enti di ricerca, sistemi scolastici, stampa, ecc. Il modo più ovvio di minacciare delle comunità è affamarle e ricattarle: togliere i finanziamenti e imporre condizioni politicamente intrusive, per ripristinare l’ossigeno (non a tutti) necessario per continuare a fare ricerca o a sviluppare regole per controllare il funzionamento delle diverse macchine di produzione e validazione dei risultati. Quali ricerche fare, come e che regole adottare per effettuare i controlli non sono più decise in modi indipendenti dalla politica, come accade nel mondo liberale e quale condizione necessaria per una conoscenza oggettiva e sicura, ma rientrano nelle prerogative dei governi. Del resto, il paternalismo autoritario nelle sue forme è un’indole umana innata. </p>
<p>Bene. Cosa si pensa di fare in ambito accademico per tamponare una marea montante? Qualcuno invoca la resistenza e si dimette a fronte di richieste che vanno contro l’etica della ricerca. Stare rigidi e non cedere ai ricatti, alle ritorsioni, alle intimidazioni e alle richieste di accettare il “pluralismo” nella scienza. La conseguenza sarebbe uno scontro con poteri legittimamente eletti e non è difficile immaginare una disfatta che produrrà o il fallimento economico - e quindi la chiusura di alcuni enti - o un ridimensionamento della qualità della ricerca. Un “dilemma faustiano”, <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-01939-7" rel="noopener">lo ha definito</a> la presidente della National Academy of Science Marcia McNutt.</p>
<p>In realtà, tra i milioni di scienziati la maggioranza sarebbe onorata di servire i potenti di turno e sostituire i riottosi, scavalcando le procedure competitive basate solo sulle competenze. Così si avrebbe sempre meno creatività o innovatività e tutti a traccheggiare nella bonaccia della mediocrità scientifica (in parte anche pseudo-tale, nel nome del pluralismo). </p>
<p>L’altra strada, che sembra quella che sta prendendo piede negli USA, prevede di negoziare con i leader illiberali delle istituzioni politiche in carica per il governo della ricerca, dell’istruzione e della cultura. Nella speranza di un risveglio alla salute mentale dell’amministrazione Trump o di arrivare vivi e vegeti alle prossime elezioni. Verso questa soluzione stanno andando le principali università ed enti di ricerca e controllo negli USA. Si tratta di salvare il salvabile, pagando il pizzo e sacrificando quello che in realtà non arreca particolare danno alla qualità della ricerca e all’insegnamento ed è stato introdotto per sensibilità verso valori politici di eguaglianza (che comunque è un principio integrante di una democrazia liberale). Si chiudono i corsi universitari, di ispirazione woke, su diversità, equità, inclusione, black history o schiavismo, si correggono conformemente gli exhibit nei musei introducendone di nuovi in spirito MAGA, si chiudono o convertono laboratori a seconda dei gusti dei segretari dei dipartimenti, ecc.</p>
<p>Ma negoziare fino a che punto? È quasi fisiologico fare compromessi e valutare se il premio (es. finanziamento top-down) è abbastanza significativo e può andare a favore di una ricerca condotta con criteri scientifici in vista del conseguimento di un obiettivo di interesse generale. Dove si collocherà, però, l’asticella delle intrusioni?</p>
<p>Sul fronte pubblico l’idea, che ruminano le accademie e le comunità scientifiche, è abbandonare lo scontro e accettare un confronto con no-vaxx, negazionisti, complottisti, integralisti, woke, ecc. per impegnarli in discussioni critiche. In linea di principio ci si potrebbe limitare a negoziare solo con le istituzioni illiberali e rifiutare di parlare con chi è in malafede. Ma è un luogo comune umano illudersi che sia razionale, democratico e utile discutere in spazi pubblici di questioni maledettamente complesse con chi è contro un approccio scientifico usando pensieri semplicistici. Esistono dati empirici da cui si evince che i danni maggiori alla credibilità pubblica della scienza e degli scienziati vengono dal partecipare a risse da bar sport. COVID-19 docet! Non è comunque raro trovare persone colte e influenti (anche qualche ricercatore) che avvallano l’idea che la scienza sarebbe una nuova forma di dogmatismo e che servirebbe più pluralismo. </p>
<p>Nella richiesta di pluralismo ci sono due paradossi. Il pluralismo è connaturato alla scienza, e storicamente è stata la scienza a insegnarne il valore costruttivo alle società. La scienza era pluralista quando ancora era vietato parlare di tolleranza. I vantaggi della scienza rispetto alle altre forme di sapere sono che essa usa e rispetta il pluralismo per aumentare lo spettro di ipotesi teoriche da sottoporre a prove sperimentali, in modo da selezionare quelle che sono più valide o vere di altre: la scienza, come l’evoluzione, procede grazie alla diversità. È così che nella scienza cresce la conoscenza e che nelle società pluraliste la libertà individuale e la diversità culturale, regolate dalle leggi, concorrono a risolvere problemi e migliorare la convivenza e il benessere. Il secondo paradosso è che coloro che invocano il pluralismo nella scienza lo vogliono cancellare nel mondo sociale. È solo un pretesto per sdoganare istituzionalmente dei dogmi pseudoscientifici, o chiedere che alcune credenze pseudoscientifiche (es. psicoanalisi, omeopatia, agopuntura, biodinamica, ecc.) siano riconosciute come scientifiche.</p>
<p>Siccome nelle società che diventano illiberali si lavora subito anche dal basso, irreggimentando e igienizzando l’istruzione scolastica secondo principi e valori saldamente tradizionalisti e nazionalisti, per poi introdurre procedure di pulizia ideologica nell’arruolamento dei docenti universitari (alcune università USA lo stanno già facendo), è difficile prevedere gli effetti di questi interventi nel medio e lungo periodo. Probabilmente si dovrà navigare la linea sottile tra la categorizzazione accurata degli elementi illiberali e l&rsquo;evitare concetti accademici che potrebbero essere percepiti dalle istituzioni populiste come attacchi politici. Sempre al wokismo siamo. Per esempio, l&rsquo;uso di termini come “illiberale” o “estrema destra” nelle descrizioni di atteggiamenti che hanno un impatto sulla politica della scienza sarà inteso in senso conflittuale e ostacolerà potenzialmente un dialogo produttivo. Ma autocensurarsi linguisticamente significa destrutturare la semantica con cui si lavora, impoverendo le valenze descrittive ed esplicative dei concetti e delle teorie. Quindi, comunque vada, è alto il rischio di fallire o non riuscire a trovare un piano realistico di confronto su fatti e non di scontro portato su un terreno ideologico. Alcuni sostengono, però, che gli accademici dovrebbero riflettere sui modi in cui descrivono e analizzano i movimenti e le decisioni illiberali, senza alienare le persone coinvolte, assicurando quindi che il loro lavoro rimanga rigoroso e rispettoso. Mah…</p>
<p>Che dire del Bel Paese? Per noi non è una novità la manipolazione politica della scienza. Il governo illiberale da poco alla guida non fa che continuare su una strada tracciata. Nel mondo della scienza agricola ministeriale, gli psudoscienziati sono di casa da decenni. Il governo ha semplicemente proseguito nella politicizzazione della ricerca agricola, nella distribuzione politica dei finanziamenti, nelle nomine politiche alla guida degli enti di ricerca, nelle riforme top-down e ispirate dal populismo dell’istruzione scolastica e universitaria. Le accademie hanno proseguito a ignorare le truffe, praticando indifferenza e amicalismo amorale (addirittura si premia uno scienziato che ha dovuto ritrattare decine di paper, e così si dà un messaggio etico imbarazzante ai giovani ricercatori). Forse il fatto più significativo in chiave illiberale degli ultimi anni è l’esecuzione finale del Centro di Medicina Rigenerativa di Modena, che era altamente e internazionalmente competitivo sul piano scientifico e clinico nell’ambito degli studi sulle staminali: ha realizzato uno dei più straordinari risultati storici nell’uso delle staminali, guarendo un bambino affetto da epidermolisi bollosa con pelle transgenica derivata da staminali. In un paese politicamente ed eticamente civile si sarebbe fatto di tutto per valorizzare un simile fiore all’occhiello. Tale è l’assurdità del fatto che viene il sospetto che parte dei motivi abbia a che fare con la spiccata indipendenza e le posizioni intellettuali e politiche della sua leadership scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La gold standard science di Trump è un’ulteriore minaccia per la ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca/</guid><pubDate>Mon, 18 Aug 2025 10:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesco Barone Adesi</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Con due nuovi ordini esecutivi, l’amministrazione Trump ridefinisce il concetto di integrità scientifica, imponendo un controllo politico diretto sulla produzione, selezione e comunicazione della ricerca. Ma dietro l’apparente richiamo a standard elevati si cela il rischio di censura, delegittimazione delle prove scomode e indebolimento del ruolo indipendente della comunità scientifica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gold-standard-science-trump-ulteriore-minaccia-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sin dai primi giorni del suo insediamento, l’amministrazione Trump ha preso diverse decisioni politiche che hanno avuto <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-attacco-scienza-liberta/">pesanti ripercussioni sulla ricerca scientifica</a>, in particolare andando a colpire le agenzie federali e gli atenei.  Due ulteriori ordini esecutivi, varati a maggio e all’inizio di agosto, minacciano di aggravare ulteriormente il quadro, stravolgendo il modello di politica scientifica che ha guidato la ricerca negli Stati Uniti dal dopoguerra in poi. Questi provvedimenti si fondano sull’idea che la scienza americana attuale abbia perso di credibilità e che la nazione debba tornare a condurre ricerca di alta qualità, definita come <em>gold standard science</em>, per non perdere il suo ruolo di guida nella produzione di conoscenza a livello mondiale.</p>
<h2 id="lordine-esecutivo-restoring-gold-standard-science">L’ordine esecutivo &ldquo;Restoring gold standard science&rdquo;</h2><p>A fine maggio, il governo americano ha emanato un <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/restoring-gold-standard-science/" rel="noopener">ordine esecutivo</a> volto a riorganizzare il modo in cui le conoscenze scientifiche verranno prodotte, utilizzate e comunicate da parte delle agenzie federali. Nel linguaggio, il documento si riferisce esplicitamente ad aspetti di integrità della scienza ben noti ai ricercatori e definisce la gold standard science come: riproducibile, trasparente, in grado di comunicare l’errore e l’incertezza, collaborativa e interdisciplinare, critica nei confronti dei propri risultati e delle proprie assunzioni, strutturata in modo da consentire la falsificabilità delle ipotesi, soggetta a revisione paritaria imparziale, in grado di valorizzare anche i risultati negativi, e priva di conflitti di interesse. Difficilmente si potrebbe dissentire da tale visione.</p>
<p>Nella realtà, però, il provvedimento suggerisce che tutti questi criteri <a href="https://www.cos.io/about/news/cos-statement-on-restoring-gold-standard-science-executive-order" rel="noopener">debbano essere contemporaneamente soddisfatti</a> affinché i risultati di una ricerca possano essere considerati validi e utilizzabili per informare decisioni politiche. Così facendo, il rischio è che, invece di usare le migliori prove a disposizione, molte conoscenze scientifiche <a href="https://www.theatlantic.com/science/archive/2025/07/trumps-gold-standard-doubt-science/683590/" rel="noopener">vengano escluse</a> dal processo decisionale. Inoltre, l’ordine esecutivo conferisce a un incaricato politico l’autorità di decidere quali studi debbano essere considerati rilevanti. Questa figura potrà arbitrariamente stabilire che i risultati non in linea con la posizione ufficiale del governo sono viziati da <em>scientific misconduct</em>, decidere di ignorarli, ed eventualmente intraprendere azioni disciplinari nei confronti di chi li ha prodotti. Oppure, semplicemente, pretendere un grado di certezza dei risultati impossibile da raggiungere in un particolare ambito prima di includerli nei processi regolatori. O, ancora, decidere di ignorare tutti gli studi nei quali gli autori non hanno reso pubblici i dati originari (cosa che spesso è frequente negli studi epidemiologici, per motivi di privacy).</p>
<p>Come <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz3920" rel="noopener">ha sottolineato</a> David Michaels, che da anni si occupa di problemi di integrità della scienza, in particolare nell’ambito regolatorio americano, questo approccio nella gestione dei risultati della ricerca ricorda molto le strategie di “generazione del dubbio”, largamente utilizzate dalle industrie produttrici di prodotti nocivi per la salute per rallentare l’introduzione di regolamentazioni a protezione dei cittadini. Il fatto che, in questo caso, il responsabile di tali pratiche non sia un gruppo di multinazionali, ma l’intero governo americano, porta però il problema su un altro livello.</p>
<p> Se tutto questo non bastasse, l’ordine esecutivo cancella, con efficacia immediata, tutte le iniziative che erano state messe in campo dall’amministrazione Biden per preservare l’integrità della ricerca in ambito federale. Tra queste, in particolare, c’erano dei sistemi che permettevano ai dipendenti di denunciare indebite pressioni politiche nei processi decisionali e appellarsi contro le decisioni dei propri superiori. Infine, viene richiesto che tutti i regolamenti, le decisioni e le valutazioni scientifiche prodotti dalle agenzie federali durante gli ultimi cinque anni vengano rivalutati alla luce della nuova normativa ed eventualmente cancellati.</p>
<h2 id="lordine-esecutivo-improving-oversight-of-federal-grantmaking">L&rsquo;ordine esecutivo &ldquo;Improving oversight of federal grantmaking&rdquo;</h2><p>Il 7 agosto è stato emanato un <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/08/improving-oversight-of-federal-grantmaking/" rel="noopener">altro ordine esecutivo</a>, che mira a riorganizzare il sistema dei finanziamenti erogati dalle agenzie federali, in particolare per le attività di ricerca. Le principali novità contenute nel documento sono: </p>
<ul>
<li>Tutto il processo di finanziamento (dalla scelta di quali filoni promuovere fino alla selezione dei progetti da premiare) avviene sotto la supervisione di un incaricato politico, che è incoraggiato a usare il proprio «giudizio indipendente» per «promuovere l’agenda politica presidenziale». La peer-review dei progetti da parte di esperti del settore è ancora consentita, ma ha un ruolo unicamente consultivo.  </li>
<li>È vietato finanziare bandi o progetti che promuovono «valori anti-americani» o comunque invisi al governo, tra cui la promozione di tematiche di genere o sulla diversità etnica. </li>
<li>Nel processo di valutazione dei progetti, il ruolo attribuito al prestigio degli istituti proponenti viene ridimensionato (dichiarando di voler «democratizzare» l’attribuzione dei fondi, coinvolgendo una platea più ampia), a favore di una loro documentata adesione ai principi della gold standard science presidenziale, e della richiesta di costi indiretti bassi (una battaglia che il governo porta avanti da tempo, e di cui Scienza in rete <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza/">ha parlato qui</a>). </li>
<li>Le agenzie federali dovranno al più presto dotarsi di regole che permettano l’interruzione immediata dei fondi assegnati a progetti (inclusi quelli già approvati) che dovessero, a detta dell’incaricato politico, non essere più allineati con gli obbiettivi del governo. Questo, ovviamente, ha delle ricadute importanti sulla stabilità dei finanziamenti, e scoraggia programmi di lunga durata. </li>
<li>In ogni agenzia, l’incaricato politico dovrà preparare delle procedure per assicurare che tutto il sistema dei finanziamenti sia allineato con quanto indicato nell’ordine esecutivo. Fino ad allora, tutte le nuove assegnazioni di fondi sono interrotte. Per legge, tutti i fondi federali che non vengono spesi entro il 30 settembre devono essere restituiti al Dipartimento del Tesoro. Questa clausola, quindi, sembra essere una scappatoia per permettere al governo di ridurre i finanziamenti alla ricerca rispetto a quanto precedentemente deliberato dal Congresso, una mossa che Trump ha tentato ripetutamente di fare nei mesi precedenti, ma che <a href="https://www.statnews.com/2025/08/08/trump-executive-order-disrupts-science-lawsuits-expected/" rel="noopener">è stata giudicata illegale</a>.</li>
</ul>
<h2 id="alcune-incoerenze-della-gold-standard-science">Alcune incoerenze della gold standard science</h2><p>I due ordini esecutivi, nel loro preambolo, motivano la necessità di cambiamento della politica della ricerca con l’esigenza di contrastare una crescente sfiducia della società americana verso la scienza. Ciò viene attribuito, in particolare, al modo in cui, sotto l’amministrazione Biden, decisioni politiche irrazionali e dannose sarebbero state imposte alla nazione utilizzando un principio di autorità tecnocratico (“obbedite perché lo dice la scienza”). Inoltre, la scienza avrebbe perso la sua tradizionale neutralità perché infiltrata da elementi ideologici come la promozione dei temi di genere e i programmi di Diversità, Equità e Inclusione (DEI). Lo <a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2025/05/remarks-by-director-kratsios-at-the-national-academy-of-sciences/" rel="noopener">scopo dichiarato</a> dei provvedimenti sarebbe quindi quello di favorire una riconciliazione tra ricercatori e cittadini.</p>
<p>Anche volendo riconoscere la sincerità di tale obbiettivo (qualcosa di cui, date le altre decisioni del governo in ambito scientifico, è legittimo dubitare), non sfuggono una serie di incoerenze, che rendono difficile sperare in un miglioramento nella conduzione della ricerca scientifica statunitense negli anni a venire. Se si ritiene che la scienza attuale sia troppo politicizzata, in che modo aumentare ulteriormente il suo controllo da parte del potere esecutivo dovrebbe garantire una sua maggior neutralità? Gli elettori repubblicani si sentirebbero ugualmente tutelati da questi provvedimenti, sotto un eventuale governo a guida democratica?</p>
<p>In realtà, uno dei punti chiave, quando si parla di trasparenza nelle decisioni politiche basate su evidenze scientifiche, riguarda l’esplicitare come tali informazioni entrano nel processo deliberativo. Curiosamente, nel paragrafo dell’ordine esecutivo Restoring gold standard science che enfatizza la necessità di rendere pubblici dati e risultati, l’unica eccezione che viene riportata riguarda proprio i modelli di rischio utilizzati dalle agenzie per prendere decisioni di tipo regolatorio. Inoltre, finanziamenti incerti, che possono essere revocati in ogni istante se i risultati sperati non vengono ottenuti, assieme a una cultura della paura di perdere il proprio posto di lavoro, sembrano essere la ricetta perfetta per <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-02163-z" rel="noopener">aumentare il rischio di pratiche illecite</a> da parte dei ricercatori. </p>
<h2 id="le-possibili-conseguenze">Le possibili conseguenze </h2><p>La visione alla base della gold standard science trumpiana è quella di un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz9562" rel="noopener">controllo politico forte</a> sulle attività della scienza, giustificato, a detta dei suoi sostenitori, dal fatto che è il governo ad aver ricevuto il mandato da parte del popolo, non i ricercatori o i burocrati federali. In questo contesto, è il concetto stesso di integrità scientifica a cambiare di significato. Mentre fino alla presidenza Biden questa era basata sulle buone pratiche di ricerca, e i rappresentanti politici stessi erano obbligati ad attenersi agli standard della comunità scientifica, ora il rapporto appare ribaltato, con il finanziamento, la produzione e la comunicazione della scienza che diventano strumenti per ottenere un allineamento dei ricercatori <a href="https://www.arnoldporter.com/en/perspectives/advisories/2025/08/executive-branch-oversight-of-federal-grantmaking" rel="noopener">a principi di tipo ideologico</a>. In particolare, desta preoccupazione la centralizzazione da parte del governo dell’attività di valutazione delle prove scientifiche, in contrasto al tradizionale modello, nel quale questa attività è affidata alla comunità scientifica, e le ipotesi contrastanti vengono vagliate pubblicamente nel “mercato delle idee”. Si tratta di una deriva pericolosa; gli esempi ammonitori di quello che succede quando uno stato decide di arrogarsi il diritto di scegliersi le proprie verità scientifiche non mancano (ne sono un esempio il <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/HIV/AIDS_denialism_in_South_Africa" rel="noopener">negazionismo dell&rsquo;infezione da HIV/AIDS</a> in Sudafrica e la <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Lysenkoism" rel="noopener">il lysenkoismo</a>). In questo senso, le vivaci critiche che sono state mosse dalla comunità scientifica a due recenti rapporti governativi, uno <a href="https://www.washingtonpost.com/health/2025/05/29/maha-rfk-jr-ai-garble/" rel="noopener">sulla salute infantile</a> [16] e l’altro <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-02505-x?" rel="noopener">sui cambiamenti climatici</a>, sembrano confermare tali timori. </p>
<p>Inoltre, l’approccio proposto rischia di perpetrare ulteriormente un circolo vizioso, che sta già caratterizzando alcune scelte in ambito scientifico del governo Trump. In un articolo di maggio, il direttore della Food and Drug Administration (FDA) <a href="https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMsb2506929" rel="noopener">giustificava</a> la decisione di non raccomandare più la vaccinazione contro Covid-19 nelle persone di età inferiore a 65 anni e prive di comorbidità, sostenendo che le prove di un reale beneficio in questo gruppo della popolazione fossero scarse, e richiedendo la conduzione di trial clinici di grandi dimensioni per poter colmare questa mancanza di conoscenze. Un paio di mesi dopo, il direttore dei National Institutes of Health <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/2025/08/12/nih-mrna-vaccines-jay-bhattacharya/" rel="noopener">ha dichiarato</a> che il governo non finanzierà più la ricerca sui vaccini a mRNA, perché questi non avrebbero ottenuto sufficiente fiducia da parte del pubblico (sic), un argomento apparentemente più adatto all’esclusione di un programma da un palinsesto televisivo che alla valutazione delle priorità di finanziamento della ricerca. Sembra probabile, a questo punto, che le ulteriori prove richieste dall’FDA non arriveranno mai. </p>
<p>Come <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz9562" rel="noopener">riportato</a> da Michael Kratsios, consigliere scientifico del presidente, l’obiettivo finale è che i principi della gold standard science vengano fatti propri non solo dalle agenzie federali, ma dall’intero ecosistema della ricerca, incluse università, società scientifiche e mondo dell’editoria. Possono essere letti anche sotto questa luce i ripetuti e inediti attacchi da parte del governo alle riviste scientifiche avvenuti negli ultimi mesi: le <a href="https://www.scientificamerican.com/article/the-scary-implications-of-u-s-government-attacks-on-medical-journals/" rel="noopener">richieste del Department of Justice</a> a decine di giornali in ambito medico di spiegare quale spazio concedano sulle loro pagine a “punti di vista divergenti” su questioni controverse; la <a href="https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/medical-journal-rejects-kennedys-call-for-retraction-vaccine-study-2025-08-11/" rel="noopener">pretesa da parte di Robert Kennedy Jr</a> che un articolo che non confermava la sua narrazione sui rischi dei vaccini venisse ritirato; la <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/may/28/rfk-jr-medical-journals" rel="noopener">minaccia</a> di vietare ai ricercatori federali di pubblicare su alcune delle riviste più importanti del mondo, perché considerate corrotte; il <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-02080-1" rel="noopener">possibile blocco degli abbonamenti</a> alle riviste da parte delle agenzie federali. </p>
<h2 id="le-sfide-per-la-comunità-scientifica">Le sfide per la comunità scientifica</h2><p>Come era prevedibile, l’emanazione dei due ordini esecutivi è stata <a href="https://www.statnews.com/2025/06/09/gold-standard-science-trump-executive-order-politicization-transparency/" rel="noopener">accolta con preoccupazione</a> dai gruppi che si occupano di integrità della ricerca e ha animato un <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-02557-z" rel="noopener">vivace dibattito</a> sulle più importanti riviste scientifiche. Mentre precedenti iniziative del governo Trump, di fatto, avevano già iniziato ad apportare cambiamenti nell’ambito della politica della scienza (pensiamo, tra tutti, all’introduzione di termini “vietati” nella ricerca), i nuovi provvedimenti estendono e formalizzano tali modifiche, rendendo più difficile contestarle in tribunale.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno svolto negli ultimi ottant&rsquo;anni un ruolo centrale nell’avanzamento della scienza, sia dal punto di vista culturale che per l’ingente quantità di fondi investiti. È difficile immaginare che un cambiamento così radicale nel suo approccio alla ricerca non avrà ripercussioni anche nel resto del mondo. Secondo vari osservatori, inoltre, l’uso strumentale del concetto di integrità della scienza <a href="https://www.science.org/content/article/science-s-reform-movement-should-have-seen-trump-s-call-gold-standard-science-coming" rel="noopener">minaccia di svuotare di contenuto</a> un movimento culturale che ha un ruolo centrale per la comunità scientifica. Mai come oggi i ricercatori sono chiamati a raccogliere la sfida di individuare nuove modalità per promuovere i principi indispensabili alla credibilità della scienza, proteggendoli dal loro uso distorto in chiave pseudoscientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come continuare ciò che è giusto? Dal genocidio di Srebrenica a Gaza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/continuare-cio-giusto-genocidio-srebrenica-gaza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/continuare-cio-giusto-genocidio-srebrenica-gaza/</guid><pubDate>Thu, 07 Aug 2025 08:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Nei giorni in cui si discute intorno alla parola genocidio, con un inutile accanimento semantico, le ultime parole di Alexander Langer ci richiamano alla necessità di fare. La sfida, sempre di più, è quella di educare alla pace, con ostinazione, impegno e coraggio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/continuare-cio-giusto-genocidio-srebrenica-gaza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/continuare-cio-giusto-genocidio-srebrenica-gaza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ai primi di luglio 1995 se ne andò Alexander Langer, salutandoci con «<a href="https://alessandroraveggi.com/langer/" rel="noopener">Non siate tristi. Continuate in ciò che è giusto</a>». Goffredo Fofi, suo amico dagli anni ’60, <a href="https://www.raetia.com/it/e-books-e-audiolibri/1091-cio-che-era-giusto.html" rel="noopener">ne ripercorre</a> la vicenda politica e umana, poco prima di salutarci anche lui, a metà luglio 2025. Accomunati dall’etica della “<a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788842088479" rel="noopener">vocazione minoritaria</a>”, quella di chi sceglie di essere minoranza, quella dell’ancor esigua popolazione che si indigna e si attiva contro i diritti negati, quell’attitudine per un mondo più pacifico. </p>
<p>Alexander Langer era figlio di un padre medico, ebreo viennese non praticante, e di una madre rigorosamente laica, e diventò lui stesso, da ragazzo, “una specie di cattolico autodidatta”. Studiò dai francescani a Bolzano, poi giurisprudenza a Firenze, dove conobbe don Milani e la sua scuola di esiliati, poi sociologia a Bonn e a Trento. Dopo una militanza locale nell’attivismo cattolico, e poi nella “sinistra informale”, Alex aderì alla sinistra extraparlamentare di Lotta Continua. Fu fondatore del movimento verde in Italia, dal 1989 capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo e si adoperò soprattutto per la pace, la sicurezza e il disarmo.</p>
<p>Pochi giorni prima di lasciarci era andato alla riunione della UE a Cannes, a rivendicare che cessasse in Bosnia la neutralità fra aggressori e aggrediti, e l’omissione di soccorso della comunità internazionale. Chirac lo aveva ascoltato e poi ammonito che il bene supremo era la pace. Otto giorni dopo fu perpetrato il massacro genocida di Srebrenica. Alex si è tolto i sandali e si è impiccato a un albicocco sul Pian dei Giullari. Giace nel piccolo cimitero di Telfes, in Sudtirolo; alcune piccole pietre, secondo l&rsquo;uso ebraico, poggiano alla base della croce posta sulla tomba di Alexander Langer e dei suoi genitori, Artur e Elisabeth, da dove si spalanca una vista incantevole sulla valle. Un uomo, sconosciuto ai più, che i confini li ha voluti e saputi abbattere e che si adoperò per la pace, la sicurezza e il disarmo. Che si tolse i sandali per andarsene come fece la ragazza fuggiasca da Srebrenica, che aspettò di essere in salvo per togliersi le scarpe e impiccarsi a un albero del bosco alle porte di Tuzla. </p>
<h2 id="il-tempo-del-genocidio-è-sempre">Il tempo del genocidio è sempre</h2><p>Come ha accertato il Tribunale internazionale de L’Aja emettendo la prima condanna per i fatti di Sebrenica nell’agosto 2001 e qualificandoli come “genocidio”, la prima in Europa dopo la Shoah, del delitto di genocidio ricorrevano sia l’elemento oggettivo della condotta (<em>actus reus</em>), che l’elemento soggettivo, il dolo specifico (<em>mens rea</em>). Secondo il diritto internazionale un crimine contro l’umanità.</p>
<p>Oggi, agosto 2025, dopo 23 mesi di guerra delle forze israeliane a Gaza, un esercito contro una popolazione civile disarmata, alcuni cercano di tendere un sottile filo nero che collega i fatti di Srebrenica alle operazioni compiute dal governo israeliano a Gaza. <a href="https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/07/11/il-genocidio-di-sebrenica-e-quello-di-gaza/" rel="noopener">I metodi sono differenti</a>, i fini sono simili e non è una questione di disputa linguistica nell’ambito della semantica lessicale circa la parola significante “genocidio”, quando <a href="https://www.fuoriscenalibri.it/libri/diario-di-un-genocidio/" rel="noopener">le atrocità commesse contro il popolo palestinese sono quotidiane</a> e senza fine. Quando la complicità dei governi occidentali e l’ignavia della giustizia internazionale negano i diritti umani. Quando: «Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: genocidio. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì», come <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2025/07/31/news/grossman_intervista_scrittore_israeliano_gaza_guerra-424764877/" rel="noopener">ha affermato</a> lo scrittore israeliano David Grossman. </p>
<p>Il termine genocidio è una parola coniata da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, studioso ed esperto del genocidio armeno, introdotta per la prima volta nel 1944, per poter descrivere l&rsquo;Olocausto e i fenomeni di persecuzione e distruzione di gruppi nazionali, razziali, religiosi e culturali, in particolare alla ricerca di idonei strumenti, nel diritto internazionale, a garantire la tutela di questi gruppi. Una definizione arrivata in ritardo e adottata dall’ONU nel 1946, ma che la storia e gli studi giuridici, politici e sociologici avrebbero dovuto già contemplare, perché <a href="https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/518-il-tempo-del-genocidio.html" rel="noopener">il tempo del genocidio è purtroppo antecedente</a>, come la storia dei nativi americani a partire dalla fine del XV secolo documenta, o quella del popolo armeno nel 1915, quella dei tutsi in Ruanda nel 1994, dei musulmani di Bosnia, o quello dimenticato dei rohingya nel 2016.</p>
<p>Le parole hanno «un senso» ed è per questo senso che vanno usate in modo appropriato. Il senso di genocidio è indicare che ci sono delle vittime, civili a cui sono stati negati diritti umani sino alla morte, che la responsabilità è di tutti, anche se in entità diversa (per non aver prevenuto, non aver represso, per aver ignorato) e che è un insieme di atti di distruzione di popoli ricorrenti nella storia perché parte di quel <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">cronico trauma che è la guerra</a>.  </p>
<h2 id="la-memoria-larte-e-la-cultura">La memoria, l’arte e la cultura</h2><p>Dalle fosse comuni di Zebrenica, Zalazje, Tomasica, Rogatica e altre località bosniache sono stati sinora riesumati 8.372 corpi, di molti manca ancora la ricomposizione, di centinaia il ritrovamento. L'11 luglio, nella Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica, vengono riaggiornati questi numeri, si seppelliscono nuove vittime, estratte dalle fosse comuni individuate e riconosciute grazie al DNA, a indicare la cronicità di un crimine contro l’umanità che, seppur in parte punito, rimane ancora vivo per i sopravvissuti. Come il crimine compiuto dall’esercito croato con l’aiuto della Nato in Krajina, tra la costa dalmata e la Bosnia nordoccidentale. Un mese dopo Srebrenica, nell’agosto 1995, 300.000 serbi che abitavano quei territori da secoli furono espulsi dai croati legittimando quella, ancor debole, spartizione di territori su base etnico-religiosa. Operazione “Tempesta”: la più grande operazione di pulizia etnica della guerra dei Balcani: poco raccontata e passata impunita dopo la prima sentenza di condanna del Tribunale dell’Aja nel 2001. Operazione che i croati avevano già attuato a Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, all’inizio della guerra nei confronti della popolazione musulmana confinandola sul lato orientale del fiume Narenta dopo aver abbattuto anche lo Stari Most, il ponte ottomanno a singolo arco del XVI secolo, uno dei capolavori architettonici dell&rsquo;umanità. La creazione di confini di “zone di concentrazione”, come proposto anche per la Striscia di Gaza, ad alta densità di popolazione sradicata dalle proprie abitazioni (anche abbattute), in assenza di mezzi di sussistenza, nell’impossibilità di uscire. Quelle condizioni i cui confini tra pulizia etnica ed eliminazione fisica si assottigliano facilmente quando non ci sono ostacoli.</p>
<p>Dopo trent’anni, molte case di Srebrenica e dintorni dove viveva la comunità musulmana, che era maggioranza, sono ancora in stato di abbandono, altre occupate da serbi. Difficile e doloroso il ritorno, anche per chi era giovane allora, come ben espresso nel recente documentario <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Il-ragazzo-della-Drina-237157" rel="noopener"><em>Il ragazzo della Drina</em></a> di Zijad Ibrahimovic, in programma al Locarno Film Festival 2025.  Il “ragazzo” è Irvin Mujcić, il cui padre fu ucciso Srebrenica e il suo cadavere non è mai stato ritrovato. La moglie e figli piccoli avevano lasciato la città della Bosnia orientale nell’aprile 1992, poco prima che cadesse nelle mani degli aggressori, mentre l’uomo era rimasto nella loro casa e diventato interprete per i caschi blu olandesi. </p>
<p>La stessa occupazione di Aida, protagonista di <a href="https://www.labiennale.org/it/cinema/2020/venezia-77-concorso/quo-vadis-aida" rel="noopener"><em>Quo vadis, Aida</em></a> della cineasta bosniaca Jasmila Žbanić, il primo film a trattare direttamente del massacro di Srebrenica, che nel 2020 venne presentato alla 77° Mostra del cinema di Venezia. Nella Sarajevo assediata si riusciva comunque a organizzare proiezioni di film, in condizioni precarie con generatori di corrente che non garantivano continuità, proiezioni in Vhs; e il prezzo di ingresso era in sigarette (anche una sola). </p>
<p>Quelle proiezioni, ora nella memoria, davano fiducia, incoraggiavano a resistere e a prodigarsi per una rapida risoluzione del conflitto armato. Per quello etnico, religioso e culturale il tempo necessario è molto più lungo e imprevedibile. In quelle serate la comunità dei cittadini, dei volontari delle varie associazioni presenti, degli operatori delle agenzie internazionali condivideva momenti di luce e speranza. Elementi che caratterizzano il Sarajevo Film Festival, giunto alla 31a edizione a partire da quelle prime proiezioni nel 1993. L’arte e la cultura come arma di pace e di riabilitazione. </p>
<h2 id="che-cosa-è-giusto-fare">Che cosa è giusto fare?</h2><p>Il 7 ottobre 2023, nel kibbutz Kfar Aza un’intera comunità è stata straziata e «lo strappo nel tessuto di juta non sarà mai ricomposto», come ha scritto in una poesia Uri, direttore di una biblioteca in Israele, con una sindrome post traumatica che ancora lo affligge, da quando era soldato nella seconda guerra del Libano nell’estate del 2006 e oltre 1.200 civili libanesi, la maggioranza bambini, e 43 israeliani morirono. Dopo oltre 660 giorni di guerra a Gaza, 18.000 bambini e bambine sono stati uccisi: l’equivalente di una classe scolastica ogni giorno; quasi la metà dei nati ogni anno nella Striscia. Un <em>gazawo</em> su tre non ha accesso al cibo, è vietato loro l’accesso al mare, e l’elenco dei crimini è lungo e la parola umana, ma forse anche quella divina, si spegne. Non sono strappi da ricucire, ma corpi fatti a brandelli. Non possono essere le vittime sarti o chirurghi, e men che meno i carnefici.  </p>
<p>Lo strappo è stato relativo, perché contestualizzato, misurato, contenuto. Il ridurre a brandelli un popolo è <a href="https://ilmanifesto.it/il-male-assoluto-che-ci-riguarda-da-vicino" rel="noopener">Male Assoluto</a>, un male continuo, duraturo nel tempo. Cosa è giusto fare? Cosa è giusto continuare a fare? Nessuno lo sa e il perdurare, con andamenti ciclici anche di intensità, dei conflitti nel mondo è frustrante, devastante, scoraggiante. Per far fronte al male relativo si può confidare, fare pressione, protestare affinché le istituzioni preposte intervengano, sebbene con il <a href="http://www.filosofia.it/archivio/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=216&amp;Itemid=55" rel="noopener">nuovo ordine della globalizzazione</a> prevalga l’incapacità o l’involontarietà d’azione. </p>
<h2 id="bambine-e-bambini-in-guerra-i-loro-oggetti">Bambine e bambini in guerra: i loro oggetti</h2><p>Nel 2017 ha aperto a Sarajevo il <a href="https://warchildhood.org/" rel="noopener">War Childhood Museum</a>, un’esposizione che colleziona migliaia di oggetti appartenuti a bambini e bambine che hanno vissuto conflitti, da un’idea di Jasminko Halilović, che è nato nella stessa città nel 1988 e aveva quindi quattro anni quando è scoppiata la guerra. La collezione permanente del museo è formata da oggetti donati da persone che hanno trascorso la propria infanzia a Sarajevo durante l&rsquo;assedio (1992 – 1996) accompagnati da un breve testo (in inglese e in bosniaco) in cui il donatore spiega perché quell&rsquo;oggetto è stato importante per lui durante la guerra. Sono inoltre disponibili un televisore e alcuni tablet con i quali si possono vedere e ascoltare le testimonianze registrate degli ex bambini e bambine di Sarajevo. Oggi la collezione conta circa 6.000 oggetti, provenienti da 20 conflitti, alcuni dall&rsquo;Ucraina, altri sono testimonianze da Gaza, precedenti al 7 ottobre 2023.</p>
<p>Un&rsquo;iniziativa che andrebbe generalizzata nei luoghi di ex-conflitto, per guardare con fiducia ed empatia al futuro. Per guardare avanti e oltre con gli occhi e dalla parte dei bambini e delle bambine. Un museo simbolo, come un aquilone colorato che vola sul cielo di terre, un tempo, martoriate. I bambini siamo noi, se ci identifichiamo in loro, se riacquistiamo stupore per un nuovo domani. Chissà quando un War Childhood Museum a Gaza. Nel frattempo continuare a educare alla pace: in famiglia, a scuola, ovunque. È necessario farlo, con ostinazione, impegno e coraggio. Tutto questo è giusto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Per un'Europa di pace, scienza e cultura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/uneuropa-pace-scienza-cultura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/uneuropa-pace-scienza-cultura/</guid><pubDate>Mon, 04 Aug 2025 10:08:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Negli ultimi mesi, la crisi della ricerca negli Stati Uniti ha spinto molti scienziati a cercare nuove opportunità altrove. Per l’Europa, questa può essere l’occasione storica di attrarre questi talenti e rilanciare l’innovazione sul continente. Ma per farlo servono investimenti condivisi, strategie unitarie e politiche lungimiranti, capaci di trasformare la fuga dei cervelli in un nuovo Rinascimento scientifico europeo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/uneuropa-pace-scienza-cultura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/uneuropa-pace-scienza-cultura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi, sulla scia delle politiche intraprese da Donald Trump contro scienza e università, molti paesi, come Canada, Cina, Regno Unito, hanno preso iniziative mirate ad attrarre i migliori scienziati in fuga dagli USA. Un sondaggio di <em>Nature</em> ha stimato che tre quarti degli intervistati considerano seriamente la possibilità di lasciare gli USA. Si apre quindi la possibilità di accogliere in Europa menti capaci di innovazione, con un’inversione della tendenza che nell’ultimo secolo ha fatto la forza degli USA e indebolito il vecchio continente. Un rilancio dell’innovazione e della ricerca scientifica è infatti assolutamente essenziale per il nostro benessere e progresso. Tesi confermata da molti esempi, non ultimo quello della Finlandia, che in pochi decenni ha scalato le classifiche di reddito e qualità della vita grazie ai forti investimenti in formazione e innovazione. Un ambiente scientificamente e tecnologicamente avanzato, ricco di buone infrastrutture, creerebbe un volano positivo di attrazione per le migliori menti e farebbe dell’Europa un’oasi di libertà, pace e benessere. Tale disegno non può prescindere da una politica Europea finalmente coesa. Nessuno dei 27 paesi può infatti competere con le grandi potenze nello scenario geopolitico.</p>
<h2 id="programmi-di-rilancio-di-rd-sono-fattibili">Programmi di rilancio di R&amp;D: sono fattibili?</h2><p>Il primo in Europa a mettere l’innovazione al centro della strategia economica e politica, ben prima dello tsunami trumpiano, è stato Mario Draghi che, nel suo <a href="https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/draghi-report_en" rel="noopener">rapporto sulla competitività del 2023</a>, propose di raddoppiare il budget europeo del prossimo programma quadro per finanziare ricerca e sviluppo (Framework Programme 10): dagli attuali 95,5 miliardi di euro di Horizon Europe, in vigore fino al 2027, a circa 200 miliardi. Ad aprile 2025, in piena crisi della ricerca statunitense, illustri membri dell’Accademia dei Lincei, tra cui Ugo Amaldi e Giorgio Parisi, hanno presentato un <a href="https://www.lincei.it/it/notizie/appello-la-ricerca-pubblica-dellunione-europea" rel="noopener">programma</a> che come quello di Draghi si concentra sul rifinanziamento della ricerca a livello europeo, con un piano ventennale di investimenti per riequilibrare le disomogeneità tra i 27 paesi europei.</p>
<p>Questi programmi sono fattibili? Partiamo dalla spesa dei paesi europei in Research and Development (R&amp;D), termine che include la ricerca di base, la ricerca applicata e quella sperimentale finalizzata allo sviluppo di nuovi prodotti. In media, i paesi dell’UE spendono per R&amp;D il 2,1% del PIL. In Italia, la spesa in non arriva all’1,5% del PIL, ed è diminuita rispetto al 2022 e 2023. Solo Belgio (3,44%), Svezia (3,40%), Austria (3,20%) e Germania (3,13%) investono percentuali superiori al 3% sul PIL, e sono quindi a livello degli USA, che (fino a ora) hanno investito circa il 3% del PIL. Se esaminiamo separatamente settore pubblico e privato, nei paesi OCSE analizzati il peso del settore pubblico si è ridotto negli ultimi anni rispetto alla componente privata, rappresentata dagli investimenti delle imprese. In Italia, la spesa pubblica <a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-Cresce%20il%20divario%20nella%20spesa%20in%20RS%20tra%20Italia%20e%20Paesi%20OCSE.pdf" rel="noopener">è stimata</a> allo 0,5% del PIL nel 2024, con un aumento di solo 0,1% previsto dal governo nei prossimi 5 anni.</p>
<p>Da questi dati si evince che solo alcuni paesi europei sono in grado di stanziare denaro per implementare la ricerca in Europa e accogliere gli scienziati stranieri: la maggior parte infatti ha finanziamenti che riescono a malapena a tenere insieme il sistema università e ricerca pubblica nazionale. </p>
<p>A causa del divario economico e altre problematiche (non ultima una certa difficoltà di alcuni paesi a sentirsi parte integrante dell’Europa), invece di far fronte comune in nome dell’Europa, invece di sentirsi ancora più europei, invece di sfruttare la situazione per rinsaldare collaborazioni e lavorare insieme, abbiamo assistito a un certo allontanamento dall’idea di un progetto comune.</p>
<p>Alcuni esempi: Francia, Belgio, Germania, Olanda, Spagna si sono mossi singolarmente, <a href="https://euractiv.it/section/capitali/news/laissez-faire-la-francia-promette-agli-accademici-%20americani-una-liberta-senza-limiti-ma-pochi-fondi/" rel="noopener">offrendo posizioni e grant</a> per gli scienziati USA che vogliono lasciare il loro paese a causa delle politiche attuali. La Francia ha organizzato il meeting <a href="https://commission.europa.eu/topics/research-and-%20innovation/choose-europe_en" rel="noopener">Choose Europe for Science</a>, cui erano invitati tutti i ministri della ricerca dei paesi EU (ma non tutti hanno partecipato), dove è stato deciso di stanziare 600 milioni per il biennio 2025-2027: 500 europei, e 100 francesi.</p>
<p>Infine, solo 13 su 26 paesi europei <a href="https://sciencebusiness.net/international-news/europe-scrambles-help-%20researchers-escape-trump" rel="noopener">hanno firmato</a> una lettera alla commissaria europea per la ricerca, l’innovazione e la scienza Ekaterina Zaharieva, in cui si chiede sostegno economico e strutturale per rilanciare la ricerca e attrarre gli scienziati che lasciano il loro paese per poter continuare liberamente il loro lavoro.</p>
<h2 id="leuropa-della-scienza-cè">L’Europa della scienza c’è</h2><p>L’Europa ha però dimostrato di esserci: Zaharieva ha portato avanti le istanze dei paesi firmatari e dichiarato che «L’Unione europea ospita già il 25% dei ricercatori del mondo», sottolineando che «ogni euro investito oggi attraverso il programma Horizon Europe genererà 11 euro di ricavi entro il 2045». Inoltre, ha annunciato che l’obiettivo dell’UE è che entro il 2030 il budget per la ricerca scientifica raggiunga il 3% del PIL (pari a circa 510 miliardi). «L’Europa sceglie la scienza, che è fonte di progresso e ha un ruolo cruciale per la nostra sovranità e sicurezza economica, per la nostra resilienza e per la democrazia», ha detto Zaharieva, che ha anche sottolineato come lo sviluppo delle tecnologie quantistiche e dell’intelligenza artificiale sia direttamente legato alle possibilità di proteggere la società e i valori europei.</p>
<p>Inoltre, Von der Leyen ha annunciato «una nuova super sovvenzione per i ricercatori della durata di sette anni». Maria Leptin, presidente del European Research Council (ERC) per la selezione e gestione dei finanziamenti, ha dichiarato che ERC fornirà un contributo aggiuntivo di “start-up” per aiutare i nuovi beneficiari a creare il proprio laboratorio o team di ricerca in Europa: dal milione di euro previsto finora si arriverà a 2 milioni.</p>
<p>Nel frattempo, un altro programma di rifinanziamento europeo della ricerca, che ha raccolto in pochi giorni la firma di più di 2000 scienziati europei, è stato presentato dai professori Silvano Tagliagambe e Roberto Battiston col nome di ReBrain Europe. L’obiettivo è rinnovare lo sforzo che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, permise all’Europa di costruire istituzioni di riferimento mondiale, come CERN, ESO, ESA, EMBL. Oggi, con competenze scientifiche in cerca di nuovi spazi liberi, possiamo fare altrettanto, anche approfittando del “brain drain” alla rovescia.</p>
<h2 id="dove-trovare-i-finanziamenti">Dove trovare i finanziamenti?</h2><p>Quindi se il progetto di rilancio di Innovazione e Ricerca in Europa è condiviso (più o meno caldamente) dai paesi UE, torniamo al punto chiave: come trovare i soldi per poter rapidamente dare inizio alla riorganizzazione?</p>
<p>È fondamentale che il finanziamento sia europeo e non incida sugli stanziamenti nazionali che in molti paesi sono già insufficienti. I ricercatori italiani (ma anche di altri paesi europei) temono di pagare in prima persona lo sforzo europeo di reclutare scienziati statunitensi. In effetti, la crisi attuale ha portato vari paesi a ridurre i finanziamenti pubblici alla ricerca e all’università: in Francia, a fronte della partenza di Choose Europe for Science e lo stanziamento di fondi e spazi da parte di singole università, il taglio già approvato di 1,5 miliardi preoccupa i ricercatori francesi. In Italia sono previsti tagli di 700 milioni nel prossimo triennio, e molti ricercatori rischiano di dover lasciare il paese o cambiare lavoro a causa dell’esaurimento dei fondi del PNRR. È chiaro che il doppio standard del progetto ReBrain Europe crea perplessità soprattutto nei paesi che meno investono nella ricerca. Ma il numero di questi paesi sta aumentando: persino la ricca Svizzera ha deciso di tagliare 460 milioni di franchi all’anno negli investimenti in formazione, ricerca e innovazione, come denunciato da Martin Hairer, insieme a cinque colleghi, tutti medagliati Fields. I sei vincitori del più importante premio in matematica hanno scritto su questo tema una <a href="http://science-under-threat.com" rel="noopener">durissima lettera aperta</a> ai politici Svizzeri, contestando le loro scelte.</p>
<p>L’Europa deve quindi recuperare i fondi a livello centrale. Due recenti finanziamenti europei indicano la strada. Il NextGeneration EU ha raccolto 750 miliardi principalmente attraverso l&rsquo;emissione di titoli di debito da parte della Commissione europea sui mercati finanziari, con una garanzia fornita da tutti gli stati membri dell&rsquo;UE. L’UE ha cioè emesso degli Eurobond per raccogliere fondi, che saranno poi restituiti nel tempo. Anche parte dei fondi per il piano ReArm (800 miliardi) provengono dagli Eurobond emessi dalla Banca Europea degli Investimenti, che ha il ruolo di finanziare progetti che supportano gli obiettivi dell&rsquo;UE. ReArm è stato anche pesantemente finanziato da investimenti privati destinati a sviluppare e modernizzare le capacità di difesa europee, con grande profitto da parte dei finanziatori.</p>
<p>Queste strategie potrebbero portare a uno stanziamento di 100 miliardi per i progetti tipo ReBrain Europe? Secondo Giovanni Dosi, economista, e Rocco de Nicola, informatico, che hanno dedicato al tema un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe/">articolo su <em>Scienza in rete</em></a>, l’idea di creare un fondo UE da 100 miliardi di euro — tramite Eurobond —per creare nuove istituzioni di ricerca avanzata e attrarre studiosi dagli USA e dal mondo è ragionevole. A fronte degli 800 miliardi di euro per ReArm Europe, investire 100 miliardi nella ricerca darebbe un chiaro segnale di un’Europa orientata anche alla conoscenza e alla libertà accademica, che tende all’innovazione tecnologica e sostiene crescita economica, impatto sociale e sostenibilità ambientale. Questa iniziativa sarebbe inoltre un ottimo investimento: M. Stamegna e colleghi <a href="https://mpra.ub.uni-muenchen.de/120608/1/MPRA_paper_120608.pdf" rel="noopener">dimostrano</a> che in Europa la spesa militare, dipendente da tecnologie USA, ha effetti economici inferiori rispetto agli investimenti in sanità e ambiente, settori dove il continente eccelle. Più investimenti in ricerca porterebbero benefici diffusi e sviluppo ad alta qualificazione.</p>
<h2 id="cè-bisogno-di-uneuropa-davvero-unita-per-affrontare-questa-sfida">C’è bisogno di un’Europa davvero unita per affrontare questa sfida</h2><p>Ma solo se veramente unita l’Europa può affrontare questa sfida. Purtroppo finora vari paesi non hanno partecipato alle varie iniziative. Tra questi l’Italia, che ha scelto di non aderire ai progetti summenzionati: la ministra Bernini non ha firmato la lettera dei 13 paesi membri che chiedevano alla commissaria Ekaterina Zaharieva un supporto per rilanciare la ricerca e accogliere gli stranieri, ha disertato l’incontro parigino Choose Europe for Science, non ha risposto all’appello inviato dagli scienziati italiani per supportare il programma ReBrain Europe.</p>
<p>La ragione di questa scelta non è chiara. Bernini ha criticato il protagonismo francese in occasione di Choose Europe for Science, sottolineando come una strategia efficace debba essere squisitamente europea. Concordiamo con la ministra che il meeting ha avuto una forte impronta francese, che non è piaciuta a molti: vero è anche che la Francia è stato il primo paese a muoversi per accogliere scienziati statunitensi e ha comunque investito 100 milioni in Choose Europe for Science. Concordiamo anche che una strategia efficace debba essere europea. Oltre alle ragioni che abbiamo già discusso, è impossibile per i singoli paesi competere, considerando per esempio che nel solo 2024 gli USA hanno investito oltre 100 miliardi nell’intelligenza artificiale, seguiti a ruota dalla Cina. Ma le scelte di non partecipazione della ministra rimangono oscure. Bernini ha dichiarato che l’Italia ha «già agito, mentre gli altri annunciano», riferendosi, secondo <em>Il Sole 24 ore</em> (5 maggio 2025) al bando da 50 milioni aperto il 7 aprile scorso per attirare in Italia i cervelli in fuga. Ma questo bando nulla ha a che fare con l’accoglienza a cervelli in fuga. È infatti riservato a ricercatori, già premiati da un grant ERC, che abbiano concluso il proprio progetto ERC in un&rsquo;istituzione europea e che attualmente svolgano attività di ricerca fuori dall&rsquo;Italia - escludendo di fatto chi fugge da oltreoceano. Purtroppo, in alcuni giornali, la notizia è stata riportata erroneamente. Per esempio, su <em>Italia Oggi</em> il titolo dell’articolo di Martino Scacciati (29/04/2025) riportava: «Al via il bando per portare in Italia ricercatori stranieri in fuga dagli USA».</p>
<p>Come anticipato, la diffidenza dell’Italia nei confronti di azioni europee potrebbe essere motivata dal timore che i ricercatori italiani (e anche di altri paesi EU) paghino di persona lo sforzo europeo di reclutare scienziati statunitensi. La soluzione però non è tirarsi fuori dalle iniziative europee. I soldi recuperati a livello centrale (per esempio tramite Eurobond, come indicato sopra) possono servire anche a rafforzare le università pubbliche in tutti i paesi e offrire contratti stabili. Su queste basi, la Commissione europea avvierà nell’ambito di Choose Europe for Science un progetto pilota di 22,5 milioni di euro nel 2025. L&rsquo;obiettivo è creare percorsi professionali più stabili per i ricercatori a inizio della carriera, ridurre la precarietà e allineare i ruoli di ricerca alle strategie istituzionali a lungo termine. I programmi sono aperti ai ricercatori di tutto il mondo, il che rafforza l&rsquo;ambizione dell&rsquo;Europa di attrarre e trattenere i migliori talenti e di promuovere l&rsquo;eccellenza nella ricerca.</p>
<h2 id="al-di-là-dei-finanziamenti-come-riorganizzare-rd-in-europa">Al di là dei finanziamenti: come riorganizzare R&amp;D in Europa?</h2><p>Come sempre, il denaro è necessario ma non sufficiente: al di là dei finanziamenti, c’è necessità di riorganizzare alcune aree di R&amp;D europei. Abbiamo dei punti di forza: centri come il CERN e l’EMBL sono ai vertici mondiali in fisica e scienze della vita, e un ente quale il Consiglio Europeo per la Ricerca (ERC), si è dimostrato capace di selezionare e finanziare efficacemente i migliori progetti esclusivamente in base all’eccellenza e al merito. Ma abbiamo anche dei punti deboli, come il settore dell’innovazione. Recentemente è nato l’European Innovation Council (EIC), il programma di innovazione di punta dell&rsquo;Europa con lo scopo di identificare, sviluppare e ampliare tecnologie innovative e innovazioni rivoluzionarie. L&rsquo;Europa potrebbe trarre grandi benefici da una linea diretta che colleghi l&rsquo;ERC all&rsquo;EIC. L’ERC dovrebbe continuare la sua politica di privilegiare le migliori idee “bottom-up”: i progetti <em>hypothesis driven</em> che, benché pensati senza velleità di applicazione clinica o tecnologica, sono quelli che più spesso conducono a enormi progressi anche applicativi. Pensiamo agli anticorpi monoclonali che, scaturiti dalla pura curiosità di due grandi immunologi nel 1974, sono oggi tra i farmaci più efficaci in molte malattie e una miniera d’oro per le industrie farmaceutiche che li producono.</p>
<p>Al contrario, l’EIC dovrebbe fare una programmazione “top-down”, con un board tecnico-politico che proponga temi di ricerca ritenuti fondamentali, quali le frontiere delle tecnologie dell&rsquo;informazione e della comunicazione, tra cui l&rsquo;intelligenza artificiale generativa, l&rsquo;informatica quantistica, il cloud pubblico europeo e la sicurezza informatica, ma anche la tutela dell&rsquo;ambiente: dall&rsquo;idrogeno veramente &ldquo;verde&rdquo; alle tecnologie per lo smaltimento delle tossine che rilasciamo nell&rsquo;ambiente.</p>
<p>Con lo stesso tipo di logica, sia bottom-up che top-down, dovrebbe qui essere integrato anche il Framework Programme, dedicato a finanziare team sovranazionali. Una rete di distretti europei per l’innovazione sarebbe un valore aggiunto: collaborando e condividendo le migliori pratiche, avremmo più probabilità raggiungere velocemente gli obiettivi senza sprecare tempo, energia, cervelli e denaro in una concorrenza inutile.</p>
<p>Assai lodevole in questo senso è l’iniziativa di ERC di riunire in un recente <a href="https://erc.europa.eu/sites/default/files/2025-07/Research-Innovation-Competitive-Europe-%20workshop-report.pdf" rel="noopener">workshop</a> scienziati, leader dell’industria e responsabili politici, per analizzare in modo bipartisan - o meglio multipartisan - i problemi della ricerca in Europa e identificare possibili soluzioni. I partecipanti hanno espresso un messaggio comune di collaborazione e urgenza del tutto apartitico, e identificato i principali ostacoli all’innovazione in Europa: il più importante è la frammentazione, sia dei mercati che dei quadri normativi. È quindi necessario un sostegno a lungo termine per la scienza, in particolare per la ricerca di frontiera ad alto rischio, che non può prosperare con cicli di finanziamento brevi o obiettivi industriali troppo ristretti. Confidiamo che il dialogo tra soggetti diversi continui, e presto passi all’azione, per un’Europa competitiva.</p>
<h2 id="un-nuovo-rinascimento">Un nuovo Rinascimento</h2><p>Nel Rinascimento l’Italia seppe attrarre e valorizzare i migliori artisti e pensatori. Oggi l’Europa ha l’opportunità di costruire un nuovo Rinascimento scientifico e culturale, capace di garantire benessere, libertà e soprattutto pace. Investire in conoscenza è cruciale, soprattutto per paesi poveri di materie prime come l’Italia. Non solo per motivi economici, ma perché l’eccellenza scientifica è il miglior antidoto contro derive autoritarie. E perché riappropriarsi del dominio in R&amp;D rafforzerebbe l’Europa anche dal punto di vista politico, e la toglierebbe dallo scomodo ruolo di <em>innocent bystander</em> in cui purtroppo i potenti della terra ci hanno relegato.</p>
<h2 id="conclusioni">Conclusioni</h2><p>Perché l’Europa vinca questa battaglia servono tre componenti:</p>
<ol>
<li>massicci investimenti che non pesino su quanto i singoli paesi investono in ricerca;</li>
<li>un nuovo orgoglio europeo, stimolato da iniziative diplomatiche che aiutino i paesi membri a riconoscersi nei grandi valori comuni di pace, libertà, giustizia e progresso;</li>
<li>un cambio di marcia riguardo la ricerca scientifica: non solo educazione alla scienza, molto in affanno in molti paesi, ma anche apprezzamento sociale e percorsi di carriera attraenti.</li>
</ol>
<p>Per noi italiani è bello e gratificante sapere che produciamo ottimi ricercatori (quest’anno l’Italia è terza per numero di vincitori di grant ERC). Purtroppo, però, i vincitori scelgono altre sedi, e il bel paese non attrae più. Negli ultimi dieci anni sono emigrati dall’Italia oltre 14.000 ricercatori. In paesi come Austria, Germania e Olanda succede l’opposto: i vincitori sono meno, ma restano nel paese di origine, dove emigrano anche i migliori provenienti dal resto del mondo, perché accolti da strutture efficienti in un contesto disponibile e collaborativo. L’Italia non può più tollerare questa emorragia di risorse che ci sta condannando a un ruolo subalterno. Con l’aiuto dell’Europa, di cui siamo parte integrante, dobbiamo creare strutture e disegnare politiche capaci di attrarre le menti migliore e aiutarle a gettare nel nostro terreno i semi di un futuro di pace e progresso.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Femminicidio, una legge senza fondi: prevenzione o solo punizione?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/femminicidio-legge-senza-fondi-prevenzione-solo-punizione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/femminicidio-legge-senza-fondi-prevenzione-solo-punizione/</guid><pubDate>Mon, 04 Aug 2025 09:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>Il Senato ha approvato all’unanimità il reato penale di femminicidio. Ma senza risorse per prevenzione, formazione e accoglienza, la nuova norma rischia di rimanere un simbolo più che uno strumento efficace. Le esperienze internazionali dimostrano che la sola punibilità non basta: serve un cambiamento strutturale. La legge segna davvero un progresso o è solo un’operazione di facciata?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/femminicidio-legge-senza-fondi-prevenzione-solo-punizione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/femminicidio-legge-senza-fondi-prevenzione-solo-punizione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che impatto avrà nella lotta alla violenza di genere e al contrasto dei femminicidi l’introduzione del reato penale di femminicidio approvato recentemente e all’unanimità dal Senato nel disegno di legge 1433? Siamo di fronte a un passo in avanti o, <a href="https://www.hup.harvard.edu/books/9780674298743" rel="noopener">come direbbe Catharine MacKinnon</a>, a una strategia storicamente determinata di contrasto ai retaggi patriarcali senza contrastarli realmente?</p>
<p>Il femminicidio descrive un fenomeno fondato su una solida struttura sociale che trae la sua spinta propulsiva dalla sovrastruttura sociale di genere, che è una struttura oppressiva comune alla maggioranza delle società. Come avevamo spiegato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/femminicidio-strategia-perdente/">anche qui</a>, il femminicidio denuncia e descrive il legame tra la singola condotta “femminicidiaria” e la struttura sociale patriarcale oppressiva che l’ha generata. Che si tratti di una condotta strutturale è dimostrato dalla perpetrazione nel tempo di condotte analoghe compiute da diversi e lontani soggetti, non correlate le une alle altre ma realizzate con continuità, seguendo sempre lo stesso schema culturale e comportamentale. </p>
<p>La bozza del testo di legge pubblicizzata a marzo era stata ritenuta <a href="https://ilmanifesto.it/il-ddl-femminicidio-inutile-e-populista-no-da-80-giuriste" rel="noopener">da diverse giuriste</a> e dai movimenti transfemministi molto fumosa e problematica e nei lavori delle Commissioni è stata quindi <a href="https://ilmanifesto.it/ddl-femminicidio-bipartisan-il-primo-si-al-reato-riformulato" rel="noopener">modificata nella parte iniziale</a>, resa più stringente nell’indicare la fattispecie di reato.  Il testo di legge approvato al Senato è il frutto di un compromesso, di un lavoro svolto congiuntamente, non senza conflitti, tra maggioranza e opposizione. Questo per alcuni punti di vista rappresenta già un dato positivo della legge: lo stesso presidente del Senato <a href="https://www.la7.it/intanto/video/approvato-allunanimita-il-ddl-sul-femminicidio-la-russa-senato-unito-su-temi-importanti-23-07-2025-604893" rel="noopener">ha affermato</a> che si tratta di un «risultato di grande valore che dimostra come su temi fondamentali le istituzioni sappiano andare oltre l’appartenenza politica». </p>
<p>Non è dello stesso avviso la senatrice Ilaria Cucchi, <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1280803366744240&amp;id=100044437656268&amp;set=a.202730581218196" rel="noopener">secondo la quale</a> «i buoni presupposti che si erano creati in Commissione Giustizia sono stati disattesi; la promessa di un lavoro comune totalmente mancata». </p>
<p>Ma al di là delle dichiarazioni politiche è importante entrare nel merito del testo di legge e leggerlo alla luce del contesto sociale nel quale andrà a operare e di altri provvedimenti a esso collegati per poterne comprendere la effettiva portata.  </p>
<h2 id="niente-posto-nelle-case-rifugio">Niente posto nelle case rifugio</h2><p>Se leggiamo e mettiamo a confronto i dati e i report di molte istituzioni riusciamo a capire che il femminicidio e la violenza di genere <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/04/Lodi-A.-Bassi-Il-peso-dei-numeri.pdf" rel="noopener">sono un’emergenza nazionale</a>. L’abbassamento dell’età anagrafica delle vittime e di chi commette il reato di femminicidio è un dato allarmante; la violenza sessuale e psicologica è in aumento. Le risposte culturali e sociali che lo Stato italiano ha messo in campo <a href="https://www.ilpost.it/2025/07/11/femminicidio-codice-penale/" rel="noopener">sono insufficienti</a> e per molti aspetti non intervengono a livello strutturale come invece dovrebbero.</p>
<p>Prendiamo il caso dei Centri anti violenza, che sono uno strumento politico, culturale e sociale fondamentale nella lotta alla violenza di genere e ai femminicidi. Il <a href="https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2025/07/REPORT-Dati-D.i.Re-2024_07.2025_.pdf?" rel="noopener">rapporto</a> riferito al 2024 di D.i.Re, una rete di centri anti violenza, fornisce una fotografia reale sulle dimensioni della violenza di genere in Italia. Nel 2024 i centri della rete hanno accolto complessivamente 23.851 donne, rispetto alle 23.085 nel 2023, con un aumento di 800 casi circa e un trend in crescita per donne straniere anche senza documenti. Oggi in Italia <a href="https://terredeshommes.it/indifesa/centri-antiviolenza-presidi-anche-per-bambine-e-ragazze/" rel="noopener">non si hanno posti letto</a> nelle case rifugio per accogliere tutte le persone che ne hanno bisogno, neanche ricorrendo alla supplenza delle case rifugio non istituzionali. </p>
<p>Il lavoro nei Centri si svolge principalmente grazie al volontariato, viste le risorse economiche ancora insufficienti nonostante si registrino ogni anno scostamenti positivi. Ci si aspetterebbe che un <a href="https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?tab=datiGenerali&amp;did=59022" rel="noopener">testo di legge</a> che si prefigge di contrastare la violenza dedicasse attenzione a questo aspetto. E invece come vedremo non è così. </p>
<p>Inoltre, il contesto in cui spiegherà i suoi effetti l’introduzione del reato penale di femminicidio è molto più articolato e troppo complesso per poter essere affrontato ogni volta, in ogni singola aula di un tribunale, come accade per ogni reato penale. La punibilità è cosa diversa dalla prevenzione e dalla trasformazione delle condizioni che agiscono sul perpetuarsi del fenomeno del femminicidio. L’articolo 577 bis da introdurre nel codice penale, così come da formulazione, <a href="https://documenti.camera.it/leg19/pdl/pdf/leg.19.pdl.camera.2528.19PDL0154530.pdf" rel="noopener">punisce</a> con la massima pena chiunque provochi la morte di una donna, attraverso «atti di discriminazione o di odio verso la vittima in quanto donna, ovvero qualora il fatto di reato sia volto a reprimere l’esercizio dei diritti, delle libertà ovvero della personalità della donna». </p>
<p>Uno degli aspetti più discussi della legge riguarda proprio l’introduzione formale del femminicidio nel corpus dell’ordinamento giuridico. Il dibattito che ne è scaturito è estremamente articolato e in questa sede ne affronteremo solo alcuni aspetti. </p>
<h2 id="basta-il-nome">Basta il nome?</h2><p>Se nominare un fenomeno significa conferirgli un&rsquo;identità, un significato inequivocabile, permettendo di riconoscerlo, comprenderlo e farlo esistere allora dovrebbe essere considerato positivamente il fatto che nel nostro paese il femminicidio sia stato definito e reso reale dentro la legislazione e che nel farlo vi sia una inequivocabile marcatura negativa di reato. Perché dunque il consenso non è unanime? Per dare una risposta che tenga conto della complessità del fenomeno possiamo pensare al percorso del reato di stupro. Solo nel 1996 diviene reato contro la libertà personale con l’introduzione dell’art 609-bis nel Codice penale italiano. Prima di questo passaggio lo stupro era considerato un delitto contro la morale; era addirittura permesso il cosiddetto <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.regio:1930-10-19;1398!vig=" rel="noopener">matrimonio riparatore</a> a seguito della violenza perché il codice penale non solo non era neutro, ma scritto a vantaggio di una società maschile e patriarcale ed era entrato in vigore in pieno regime fascista. </p>
<p>Questo passaggio giuridico sostanziale fu il frutto di una grande mobilitazione dei movimenti femministi, delle giuriste e delle avvocate. Fu un fatto epocale anche se tardivo, perché la rivoluzione culturale ebbe inizio nel 1965 con la <a href="https://www.storicang.it/a/quando-il-no-di-franca-viola-cambio-litalia-delle-donne_17086" rel="noopener">storica vicenda di Franca Viola</a>, che rifiutò di sposare il suo stupratore. Un grande spartiacque può essere collocato nel 1975 con il <a href="https://www.rivistailmulino.it/a/29-settembre-1975-br-il-massacro-del-circeo" rel="noopener">massacro del Circeo</a> che determinò nella grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana un’ondata d’indignazione che portò nelle piazze donne di ogni età e anche uomini per pretendere una inversione radicale nella comprensione e nella lotta alla violenza sessuale nella società e nel diritto. </p>
<p>Lo stupro come pratica e come reato è stato sconfitto? La risposta è no: secondo una <a href="https://eige.europa.eu/publications-resources/publications/eu-gender-based-violence-survey-key-results" rel="noopener">ricerca</a> promossa dalle istituzioni europee, infatti, il 18% delle donne italiane, quasi 1 su 4, dichiara di aver subito violenza sessuale, mentre il 12,9% di aver subito una violenza non sessuale, tanto da arrivare al 25,9% se si tiene conto della violenza psicologica. </p>
<p>Questo ragionamento può valere anche per il reato di femminicidio, ovverosia è importante il suo riconoscimento, ma senza una strategia più ampia è un atto politico attraverso l’uso, o l’abuso per alcuni, del diritto penale. <a href="https://www.ilpost.it/2025/07/11/femminicidio-codice-penale/" rel="noopener">Per Paola Di Nicola Travaglini</a>, giudice di Corte di Cassazione, «a fronte dei diritti di carta delle donne esistono obblighi effettivi e sostanziali dello Stato di attivare azioni positive per garantirli». Per cui assumere una prospettiva di genere implica «dare un corpo sessuato ai protagonisti della vicenda giuridica» e per questo, introdurre nel codice penale la tipizzazione del delitto di femminicidio significa «per la prima volta nella storia giuridica del nostro paese rendere visibile la violenza contro le donne e il contesto su cui si consuma, non più celata dietro termini neutri». Di Nicola Travaglini sostiene dunque che i femminicidi non diminuiranno dando loro un nome e un riconoscimento specifico nel codice penale, ma in questo modo esisteranno: «Quando si nomina si pensa e, dunque, si costruiscono le categorie indispensabili per prevenire». </p>
<p>Questa posizione non è condivisa da una parte delle giuriste italiane, e neanche dai movimenti transfemministi, per i quali la strategia più adatta non è l’introduzione di una nuova fattispecie di reato, ma una strategia di prevenzione a medio e lungo termine che ragioni sull’insieme delle pratiche sociali, politiche, pubbliche e istituzionali che di fatto giustificano o favoriscono la violenza maschile. Secondo questo approccio, insomma, si deve partire dall’inizio e non dalla fine: non dalla pena, ma dall’educazione e da una trasformazione sociale.</p>
<p>Secondo questa impostazione, la tecnica legislativa che è sempre stata utilizzata allo scopo è quella di descrivere tali fattispecie senza fare alcun riferimento al movente di genere né al contesto di violenza di genere nel quale l’omicidio è maturato. La principale motivazione posta alla base delle critiche, provenienti dalla maggioranza della dottrina penalistica, riguarda la scelta di non nominare la violenza di genere in quanto tale per evitare di stigmatizzare espressamente la sovrastruttura sociale di genere.  Si finisce così nel “fallire” non riuscendo a dare copertura a tutti i casi di omicidi di donne per motivazioni di genere, perché ne restano fuori per esempio i casi di omicidi per ragioni di misoginia e transfobia. </p>
<p>È a partire da questo contesto che occorre interrogarsi sull’opportunità di introdurre nell’ordinamento italiano, sull’esempio delle legislazioni latinoamericane, una fattispecie ad hoc di femminicidio, ossia di uccisione di una donna per mano di un uomo in un contesto di genere o con un movente di genere. L’introduzione di un&rsquo;incriminazione ad hoc del reato di femminicidio può quindi avere senso solo se <a href="https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-penale/3564-note-critiche-sul-ddl-femminicidio-andrea-folcarelli" rel="noopener">sorretta da un approccio radicalmente inverso</a> a quello simbolico-nominale. </p>
<p>In Europa tra i paesi che hanno già legiferato contro i femminicidi ci sono Croazia, Cipro e Malta; altri, come Grecia, Serbia, Austria, Germania e Francia non sono ancora intervenuti con un riconoscimento legale vero e proprio. Su questo tema, i Paesi europei <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/femminicidio-reato-o-aggravante-resto-paesi-europei-AGgMYGeD" rel="noopener">vanno in ordine</a> sparso ma il quadro di riferimento è unico, quello della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul. </p>
<p>Diversi paesi del Sudamerica, quali Messico, Costa Rica, Guatemala, Cile, El Salvador, Perù, Nicaragua, Bolivia hanno introdotto il reato di femminicidio. Tra questi, fino a qualche tempo fa, c’era anche l’Argentina ma il Presidente Milei, grande alleato e sponsor del governo italiano, ha deciso di eliminarlo dal codice penale annunciandolo al Forum economico mondiale di Davos di gennaio 2025, <a href="https://www.dire.it/29-01-2025/1119683-via-il-reato-di-femminicidio-la-proposta-di-milei-in-nome-della-parita/" rel="noopener">sostenendo</a> che «l’uguaglianza tra i sessi è parte della legislazione occidentale, il resto sono privilegi». </p>
<p><a href="https://www.europeandatajournalism.eu/it/cp_data_news/femminicidio-in-europa-un-confronto-tra-paesi/" rel="noopener">In nessun paese</a> l&rsquo;introduzione del reato ha determinato una diminuzione del numero dei casi di femminicidio o di violenza. Questo elemento da una parte dipende dalla diversità di rilevazione dei dati, dalla cultura sociale del paese che determina fortemente la volontà di denunciare da parte delle persone vittime di violenza e da un’altra dal fatto che un fenomeno sistemico globale ha bisogno di una strategia articolata per essere combattuto. </p>
<h2 id="ma-i-soldi-non-ci-sono">Ma i soldi non ci sono</h2><p>Per dare un ulteriore elemento di valutazione alla reale portata di questo disegno di legge occorre leggerlo in combinato disposto con altri provvedimenti: il bilancio dello stato e le risorse allocate sul tema e la strategia della prevenzione. I resoconti e i pareri della V Commissione permanente “Programmazione Economica e Bilancio” dimostrano che la lotta al femminicidio e alla violenza deve essere attuata secondo il principio di invarianza finanziaria a carico dello Stato, vale a dire senza alcuna previsione di risorse economiche.  All’ art. 14 del disegno di legge possiamo leggere: «Salvo quanto previsto dagli articoli 4,11 e 12, dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni competenti provvedono agli adempimenti ivi previsti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente».</p>
<p>Se il perimetro di azione rimane l’invarianza finanziaria, cioè nessuna risorsa aggiuntiva destinata a rafforzare gli strumenti di contrasto alla violenza di genere, significa che si tratta di un’operazione monca. Per contrastare un fenomeno culturale radicato e trasversale servono interventi più strutturali, possibili solo con lo stanziamento di fondi. Senza risorse, per esempio, per la formazione oramai obbligatoria degli operatori di Giustizia o nelle scuole, la protezione e la prevenzione saranno impossibili da praticare. </p>
<p>Sulla formazione obbligatoria per il personale della Giustizia e dei magistrati, il disegno di legge all’art.8 sul rafforzamento degli obblighi formativi in materia di contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica dice espressamente: «Tale formazione si svolge in sede nazionale e decentrata, è curata da esperti di comprovata e documentata conoscenza delle materie, inseriti nell’albo tenuto dalla Scuola superiore della magistratura». Significa che la formazione sarà gestita e programmata dalla Scuola superiore della Magistratura con le risorse umane ed economiche di cui dispone. Se un elemento cruciale come questo non si accompagna a nessuna risorsa aggiuntiva, come non leggervi una mancata volontà di investire realmente sul contrasto ai femminicidi?</p>
<p>E questo è ancora più stridente se si considera il rating dell’Italia nelle classifiche sui processi per <a href="https://www.progettostep.it/wp-content/uploads/2021/02/All.-2_SLIDE-LA-RICERCA-STEP_-UNO-SGUARDO-DINSIEME-Sacca.pdf" rel="noopener">vittimizzazione terziaria</a>, cioè il mancato riconoscimento di giustizia anche dal punto di vista della rappresentazione sociale della violenza. La chiamiamo terziaria perché se la secondaria tende a esporre la donna come potenzialmente corresponsabile della violenza subita (“voleva lasciarlo”, “era ubriaca”, “aveva un amante&hellip;”) con la terziaria si completa l’opera omettendo di specificare il colpevole, o attenuandone l’atteggiamento, la volontà, il carattere: “era tanto una brava persona”, “un gigante buono”, “un uomo mite, tutto casa e lavoro&hellip; Una vera e propria chiamata di correità su base semantica che finisce col sottrarre giustizia oltre che empatia alla donna vittima di violenza, prima ancora che si arrivi a sentenza. Anzi, è in questo clima culturale - che la rappresenta socialmente più vicina all’idealtipo del colpevole che a quello della vittima - che dovrà affrontare poi il già di per sé doloroso processo.</p>
<h2 id="nelle-scuole-è-anche-peggio">Nelle scuole è anche peggio</h2><p>Sulla prevenzione realizzata attraverso programmi nelle scuole non solo non vi è nessuna risorsa a bilancio ma dalla lettura del <a href="https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2025/06/2423_invio-copia_watermark.pdf" rel="noopener">disegno di legge del ministro Valditara</a> sul consenso informato preventivo emerge il contrasto del governo ai programmi di educazione sesso-affettiva nelle scuole. Addirittura all’infanzia e alla primaria saranno vietati, rimandando a quanto contenuto nelle Nuove Indicazioni nazionali che parlano di una <a href="https://www.orizzontescuola.it/educazione-allempatia-e-rispetto-della-donna-la-scuola-al-lavoro-contro-i-femminicidi-e-nelle-nuove-indicazioni-nazionali/" rel="noopener">generica educazione di rispetto per la donna</a>. Anche il <a href="https://fondazionegiulia.org/wp-content/uploads/2025/05/Protocollo-con-MIM_m_pi.AOOGABMI.ATTI-del-MinistroR.0000001.16-01-2025.pdf" rel="noopener">protocollo</a> firmato con la Fondazione Cecchettin in merito alla formazione delle persone studenti sui temi del contrasto e della prevenzione alla violenza di genere risente di un perimetro ristretto e ha suscitato qualche malumore.</p>
<p>«C’è tanta demagogia in questa operazione di facciata. Sappiamo che l’inasprimento delle pene non agisce come contrasto, la prevenzione lo fa. Vogliamo l’educazione già dalla prima infanzia, ma su questo il governo si oppone», <a href="https://ilmanifesto.it/violenza-di-genere-la-prevenzione-non-ce" rel="noopener">commenta</a> Cristina Carelli, presidente di D.i.Re. </p>
<p>Sono state invece individuate <a href="https://www.google.com/amp/s/www.avvenire.it/amp/attualita/pagine/il-ddl-femminicidio-e-cosa-prevede" rel="noopener">risorse per gli aiuti agli orfani di femminicidio</a>: la legge stanzia per loro 10 milioni di euro. Ma soprattutto allarga la platea: gli aiuti varranno per tutti i minori privati della madre se uccisa in quanto donna, anche se l&rsquo;omicida non aveva un legame affettivo con lei, né al momento né prima del fatto. E anche per i figli di donne sopravvissute a tentativi di femminicidio, ma rimaste gravemente compromesse tanto da non poter più prendersi cura dei figli. </p>
<p>Tuttavia, polemica di questi giorni è la <a href="https://milanotoday.it/politica/fondo-vittime-mafia-usura-olimpiadi.html" rel="noopener">notizia</a> che le già inadeguate risorse economiche allocate sulla lotta ai femminicidi verranno intaccate per finanziare le olimpiadi invernali di Cortina 2026. Il prelievo riguarderà proprio il fondo destinato ai figli orfani di femminicidio appena votato al Senato, insieme ai fondi destinati alle vittime usura e racket.</p>
<p>La discrepanza tra assenza di risorse per formazione e prevenzione e risorse per assistenza rimane, però, e tradisce la posizione ideologica dentro cui questo governo concepisce la sua strategia di contrasto alla violenza. Non da ultimo il fatto che tutto il nuovo impianto normativo riguarda solo le donne nate donne alla nascita, cioè esclude tutte le altre soggettività che sono vittime di violenza di genere, omolesbobitransfobica, patriarcale, strutturale e sistemica nel nostro paese. Il nuovo disegno di legge appena approdato alla Camera ha dunque molti aspetti su cui dovrà essere valutato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Urbanistica cancellata: trent’anni di deroghe e devastazioni urbane</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/urbanistica-cancellata-trent-anni-deroghe-devastazioni-urbane/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/urbanistica-cancellata-trent-anni-deroghe-devastazioni-urbane/</guid><pubDate>Fri, 01 Aug 2025 09:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Berdini</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dai villini di Roma alle torri di Milano, passando per le coste cementificate e i centri commerciali nelle periferie, l’Italia ha vissuto trent’anni di interventi edilizi fuori da ogni logica urbanistica. La stagione della deregulation, avviata negli anni ’90 con Berlusconi, ha favorito speculazioni, deroghe e aumenti di volumetria a scapito del paesaggio e dei diritti collettivi. Ora si impone un cambiamento e uno scatto di dignità dell&amp;amp;rsquo;urbanistica. Anticipiamo un articolo di Paolo Berdini in uscita sul Bollettino nazionale di Italia Nostra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/urbanistica-cancellata-trent-anni-deroghe-devastazioni-urbane-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/urbanistica-cancellata-trent-anni-deroghe-devastazioni-urbane-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le inchieste e i numerosi sequestri dei cantieri milanesi decisi dalla Magistratura chiudono definitivamente il trentennio della cancellazione dell’urbanistica in Italia.<br>
La fase inizia nel 1992 con i primi provvedimenti che inaugurano la stagione della prevalenza degli interessi dei singoli proprietari rispetto all’interesse dell’intera comunità. Questa restaurazione proprietaria fu nascosta da slogan che si affermarono proprio in quegli anni: l’urbanistica aveva tempi troppo lunghi per essere al passo con le caratteristiche dell’economia che si andava affermando. La prevalenza dei fondi di investimento immobiliari non poteva tollerare “le lungaggini della burocrazia”.</p>
<p>La fase iniziò con un evento simbolico. L’allora ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Prandini, tolse la direzione ministeriale a Vezio De Lucia, esponente della migliore urbanistica riformista italiana, per sostituirlo con personaggi più accomodanti che inaugurarono la stagione della contrattazione: nacquero nel 1992 e 1994 i “programmi di riqualificazione” che hanno inaugurato la peggiore stagione degli interventi nella città. In questo modo si è consentito ai proprietari delle aree di realizzare proposte a prescindere dalle destinazioni dei piani urbanistici.</p>
<p>Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nel 2008, nel pieno della crisi economica mondiale causata dai mutui subprime statunitensi, il governo allora guidato da Silvio Berlusconi inventò il “piano casa”, che consentiva senza alcun controllo pubblico di aumentare la volumetria degli immobili. Tutte le regioni italiane legiferarono in materia e ancora oggi si arriva senza fatica a ottenere aumenti di volumetria nella misura del 30, 40%. In questo modo sono stati demoliti importanti esempi di villini per costruire volgari palazzine e rendere più brutte le periferie storiche.</p>
<p>Di questa fase ci sono esempi in tutti i centri urbani italiani. Per la risonanza che ebbe, va segnalato il caso dei villini dei primi decenni del &lsquo;900 di corso Trieste a Roma: alcuni di essi, prima dell’apposizione del vincolo da parte della Soprintendenza, sono stati demoliti e al loro posto sono state costruite anonime palazzine che hanno alterato per sempre il volto di quei luoghi.</p>
<p>Questa folle corsa ha poi trovato nella legislazione sulla “rigenerazione urbana” il grimaldello per continuare a violare le regole. Pressoché tutte le ragioni hanno legiferato per incentivare gli interventi sulla città costruita al di fuori di qualsiasi ragionamento urbanistico. Ogni intervento di ristrutturazione urbanistica era consentito a prescindere da ragionamenti più complessivi legati al contesto in cui ricadevano. Sono nati e continuano a nascere esempi di demolizioni e ricostruzioni in tessuti abitativi saturi che aumentano grazie agli incentivi volumetrici il numero dei piani o  il cambio tipologico. </p>
<p>Nella gara a rendere più brutte le città hanno avuto un ruolo anche i piani urbanistici. Nel 2008 a Roma è stato approvato un piano regolatore che ha consentito di alterare, aumentandone i piani, l’edilizia ottocentesca esistente in pieno centro storico. È il caso di Palazzo Marignoli, del palazzo dell’Unione militare nella centralissima via del Corso. Con lo strumento dell’accordo di programma è stato consentito l’aumento di un piano a uno dei due splendidi edifici gemelli di piazza Esedra e di due piani nell’edificio del Poligrafico dello Stato di piazza Verdi.</p>
<p>Questo arrembaggio verso l’aumento delle superfici  - e dunque dei valori immobiliari - a scapito della qualità e della bellezza delle città ha riguardato tutta Italia. Lungo le coste italiane alberghi e villaggi turistici hanno aumentato la loro capienza. Attraverso la procedura degli accordi di programma sono stati costruiti dappertutto centinaia di centri commerciali. Oggi ci si è accorti che questa bulimia economica ha portato alla desertificazione della rete del commercio minuto che teneva vive le nostre città e in particolare le periferie.</p>
<p>Il girone infernale trova infine a Milano il suo perfezionamento. Lì proprietari, immobiliaristi e finanza speculativa sono riusciti a far approvare con semplice segnalazione amministrativa (Scia) la trasformazione di modesti capannoni o di veri e propri ruderi in grattacieli, mentre è noto a tutti che la legislazione in materia obbliga alla redazione di piani urbanistici particolareggiati.</p>
<p>Con questa procedura pubblicistica si sarebbe consentito ai residenti degli edifici circostanti di poter intervenire, di far valere i propri diritti individuali e chiedere il rispetto di quelli collettivi, come gli standard urbanistici. E invece nulla. Tutto è avvenuto nel silenzio di una segnalazione amministrativa! </p>
<p>Così numerose famiglie milanesi che hanno visto scomparire il panorama che godevano dalle loro finestre sono state costrette a denunciare i fatti avvenuti alla Magistratura per veder tutelati i propri diritti. La Nemesi è finalmente intervenuta a ristabilire la giustizia ed è arrivato il punto di svolta nella legislazione nazionale. </p>
<p>Da un trentennio si è operato in ogni modo per consentire interventi a prescindere dalle regole urbanistiche. L’urbanistica è stata cancellata per lasciare spazio alla cultura della deroga, dell’arbitrio, della mancanza di considerazione dei contesti in cui avvenivano gli interventi. I risultati di questa follia unica nel panorama europeo sono sotto gli occhi di tutti. Non ci sono soltanto le mostruose torri di Milano. Ci sono, come abbiamo visto, le aggressioni ai quartieri di villini signorili dei primi decenni del Novecento. Ci sono le sopraelevazioni all’interno dei centri storici. Ci sono le continue aggressioni alle coste marine.  </p>
<p>È venuto il momento di ristabilire le regole urbanistiche negli interventi sulla città costruita. Solo così possono essere tutelati i diritti di coloro che vivono in adiacenza del nuovo intervento. Solo così si può ristabilire il primato della bellezza perduta in trent&rsquo;anni di deroghe e devastazioni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Vaccini: i nodi che pesano sulla fiducia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vaccini-nodi-pesano-fiducia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vaccini-nodi-pesano-fiducia/</guid><pubDate>Wed, 30 Jul 2025 09:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Grazia Battiato</dc:creator><category>salute</category><description>L’alluminio contenuto nei vaccini pediatrici è sicuro e non aumenta il rischio di malattie autoimmuni, del neurosviluppo o allergie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vaccini-nodi-pesano-fiducia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vaccini-nodi-pesano-fiducia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’alluminio contenuto nei vaccini pediatrici è sicuro e non aumenta il rischio di malattie autoimmuni, del neurosviluppo o allergie. A fornire una nuova evidenza sulla questione è uno <a href="https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/ANNALS-25-00997" rel="noopener">studio</a> condotto in Danimarca, pubblicato sull&rsquo;<em>Annals of Internal Medicine</em>, che ha analizzato i dati di circa 1,2 milioni di bambini nati tra il 1997 e il 2018.  </p>
<p>Sfruttando i registri sanitari nazionali, il team di ricerca ha stimato la quantità totale di alluminio ricevuta con i vaccini nei primi due anni di vita, con dosi incrementali fino a 4,5 milligrammi, e ne ha valutato l’associazione con 50 malattie croniche: 36 autoimmuni (tra cui diabete di tipo 1, lupus eritematoso sistemico, celiachia, psoriasi e morbo di Chron), 9 disturbi atopici o allergici (tra cui asma, dermatite atopica, rinite allergica e allergie alimentari) e 5 disturbi del neurosviluppo, tra cui quelli dello spettro autistico e l’ADHD. Dall’analisi non emerge alcun aumento di rischio per le patologie considerate e, anche nei bambini che hanno ricevuto le dosi più alte di alluminio, l’incidenza di queste malattie appare sovrapponibile al resto della popolazione. «È uno studio molto solido», commenta Paolo D’Ancona, dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità. «Conferma che l’alluminio contenuto nei vaccini, se somministrati secondo le indicazioni, non porta ad accumulo né è associato a rischi per un ampio spettro di condizioni. E rafforza le evidenze scientifiche contro le informazioni fuorvianti sui presunti pericoli degli adiuvanti».</p>
<h2 id="dallalluminio-allmrna-ciò-che-alimenta-i-timori-sui-vaccini">Dall&rsquo;alluminio all&rsquo;mRNA, ciò che alimenta i timori sui vaccini </h2><p>I sali di alluminio sono usati da decenni nei vaccini inattivati e ricombinanti per potenziare la risposta immunitaria, e sono quindi presenti in una serie di preparazioni comuni, come quelli contro difterite, tetano e pertosse (DTPa), Haemophilus influenzae tipo b, pneumococco (PCV), epatite A e B. Pur considerati sicuri, riemergono ciclicamente timori sui suoi effetti neurotossici e su un possibile aumento del rischio di patologie croniche. L’alluminio è inoltre da tempo uno dei bersagli delle campagne antivacciniste, che spesso descrivono gli adiuvanti vaccinali come metalli pesanti tossici. Ma le perplessità sulle vaccinazioni riguardano anche una serie di altri temi, <a href="https://academic.oup.com/cid/article/69/4/726/5316263" rel="noopener">già messi a fuoco dalla comunità scientifica</a>: dal legame tra vaccino MPR e autismo alle accuse contro il conservante thimerosal, fino ai sospetti sul “sovraccarico vaccinale”. Nonostante nessuna di queste associazioni abbia trovato conferma nelle ricerche epidemiologiche su larga scala, queste teorie persistono e alimentano la diffidenza.</p>
<p>«Durante l’emergenza COVID-19, ai dubbi classici si sono aggiunti quelli legati ai vaccini a mRNA, sia per la rapidità con cui sono stati sviluppati che per il meccanismo di produzione, che ha destabilizzato il rapporto abituale con la scelta consapevole, anche perché c’era l’obbligo vaccinale», prosegue D&rsquo;Ancona. «Il percorso di valutazione, che normalmente si allunga nel tempo, si è compresso e sovraesposto sui media. Molti hanno interpretato la rapidità di sviluppo e approvazione come segnale di scarsa sicurezza, nonostante gli standard fossero rigorosi. In situazioni emergenziali, se mancano comunicazioni chiare e trasparenti, le perplessità crescono in modo esponenziale».</p>
<p>Negli ultimi anni, la propensione a vaccinarsi sembra aumentata. L’ultimo rapporto Censis, <a href="https://www.censis.it/welfare-e-salute/i-nuovi-tratti-della-cultura-della-vaccinazione-italia-0" rel="noopener"><em>I nuovi tratti della cultura della vaccinazione in Italia</em></a>, presentato a luglio 2025, stima che la piena fiducia nei confronti della vaccinazione negli ultimi dieci anni sia quasi raddoppiata, passando dal 22% del 2014 al 43% del 2024. Quasi il 60% degli intervistati ritiene oggi più rischioso non vaccinarsi che correre eventuali effetti collaterali, e oltre la metà sarebbe disposta a ricevere una dose aggiuntiva se questa aumentasse la protezione. </p>
<h2 id="fiducia-disinformazione-e-scelte-politiche-il-lungo-percorso-della-prevenzione">Fiducia, disinformazione e scelte politiche: il lungo percorso della prevenzione</h2><p>Eppure, nonostante questi segnali positivi, la percezione resta ambivalente. Il 42% del campione considera le informazioni sui vaccini abbondanti ma “confuse e contraddittorie”, e sono ancora presenti dubbi sulla sicurezza e sull’efficacia. La fiducia, più che nelle strutture pubbliche, si concentra su figure individuali: il 71,7% cita il medico di base come principale punto di riferimento, mentre solo il 20% indica i servizi vaccinali delle ASL.</p>
<p>«Negli ultimi anni le coperture sono migliorate, grazie anche all’introduzione dell’obbligo nel 2017, che ha spinto molti genitori inizialmente esitanti», aggiunge Daniel Fiacchini, dirigente medico del Dipartimento di Prevenzione di Ancona e membro della giunta nazionale <a href="http://www.sitinazionale.org/" rel="noopener">SItI</a>, «ma quella misura, pur efficace nell’aumentare i numeri, non ha risolto il nodo della fiducia, che resta centrale». Spesso, le criticità principali sono due: conoscenze confuse e un rapporto discontinuo con il Sistema Sanitario Nazionale. «Finché l’ASL chiama i genitori per le vaccinazioni pediatriche, il sistema funziona. Ma per adolescenti, adulti e anziani, il contatto diretto è scarso», prosegue Fiacchini. «Diventa quindi prioritario potenziare l’offerta e la formazione degli operatori, che devono ricordare ai cittadini quali vaccini esistono, perché sono sicuri e perché valgono. A queste difficoltà che cerca di rispondere il <a href="https://www.epicentro.iss.it/vaccini/piano-nazionale-vaccini-2023-2025" rel="noopener">Piano nazionale di prevenzione vaccinale</a>, che punta anche sulla formazione degli operatori e su comunicazioni coerenti, per evitare messaggi contraddittori che alimentano la sfiducia». </p>
<p>In questo scenario si inseriscono anche le recenti scelte italiane sulle regole che governano le emergenze sanitarie internazionali. La decisione dell’Italia di non aderire ai nuovi emendamenti al <a href="https://share.google/7gW1etdPex88gWHpQ" rel="noopener">Regolamento Sanitario Internazionale</a> (RSI) dell’OMS, insieme all’astensione sul cosiddetto <a href="https://www.who.int/news-room/questions-and-answers/item/pandemic-prevention--preparedness-and-response-accord" rel="noopener">Pandemic Agreement</a>, rischia secondo alcuni di aumentare la diffidenza verso gli organismi sovranazionali che si occupano di salute pubblica. «Queste scelte si inseriscono in un clima già polarizzato e possono contribuire a rafforzare la percezione di frammentarietà delle istituzioni, indebolendo la fiducia pubblica nelle strategie di prevenzione», avverte Fiacchini. </p>
<p>Il Regolamento Sanitario Internazionale è uno strumento giuridicamente vincolante per prevenire e gestire la diffusione globale delle malattie infettive. Nato nel 1951 e aggiornato l’ultima volta nel 2005 dopo l’epidemia di SARS, è rimasto per quasi vent’anni invariato, pur essendo al centro della risposta a crisi come Ebola e COVID‑19.</p>
<p>Fra le principali novità del nuovo testo: una definizione comune di “emergenza pandemica”, per chiarire quando scatta l’allerta internazionale; l’obbligo di notificare entro 24 ore nuovi rischi sanitari potenzialmente rilevanti per la salute pubblica globale; l’impegno dell’OMS di facilitare l’arrivo rapido e in quantità eque di vaccini, farmaci e test diagnostici ai Paesi che ne hanno bisogno, così come quello di fornire finanziamenti sostenibili ai Paesi a basso reddito.</p>
<p>Un <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-law-medicine-and-ethics/article/2024-amendments-to-the-international-health-regulations-a-new-era-for-global-health-law-in-pandemic-preparedness-and-response/15C60FF7B9E43DC892BAEA05B28D03E2" rel="noopener">articolo</a> pubblicato sul <em>Journal of Law, Medicine &amp; Ethics</em> (Cambridge University Press) riassume e analizza criticamente gli emendamenti recentemente approvati, descrivendoli come un possibile “nuovo capitolo” per il diritto sanitario globale. Gli autori ricordano come il documento, nato come strumento tecnico-operativo, stia assumendo una funzione più politica, con l’integrazione esplicita di principi di equità e cooperazione.</p>
<p>L’Italia è stata l’unico Paese europeo a rifiutare gli emendamenti, seguendo la linea di Washington. La decisione, giustificata dal Governo come una manovra per difendere la sovranità nazionale, lascia il nostro Paese fuori dal gruppo che definirà regole e procedure future, pur dovendo comunque rispettare gran parte delle disposizioni, come previsto dal testo del 2005.</p>
<p>Sul fronte del Pandemic Agreement, adottato alla 78ª Assemblea Mondiale della Sanità a maggio 2025, Roma ha scelto invece l’astensione, posizione condivisa con soli dieci Paesi, fra cui Russia, Israele e Iran. Centoventiquattro, invece, i Paesi favorevoli. L’accordo è frutto di tre anni di negoziati, e mira a garantire una risposta più tempestiva ed equa alle pandemie future. Garantisce, per esempio, che i vaccini arrivino rapidamente ai Paesi più vulnerabili, favorisce la condivisione di dati su patogeni, vaccini e farmaci e introduce un approccio One Health. I dettagli operativi del documento saranno negoziati entro il 2026 da un gruppo di lavoro intergovernativo.</p>
<p>Un <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-01307-5.pdf" rel="noopener">editoriale di <em>Nature</em></a> sottolinea come l’accordo segni un passo storico per garantire una risposta globale coordinata e stringente a future crisi sanitarie, ma allo stesso tempo avverte che il suo successo dipenderà dalla ratifica di almeno sessanta Paesi e dalla capacità di far rispettare il diritto internazionale, richiamando la necessità di cooperazione e fiducia reale tra governi, aziende farmaceutiche e comunità scientifica.</p>
<p>«La posizione dell’Italia è più politica che pragmatica», commenta Gianni Rezza, già direttore della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute e oggi docente all’Università Vita-Salute San Raffaele. «Non credo che esista un rischio concreto di perdita di sovranità per chi aderisce. L’OMS non può imporre lockdown, vaccinazioni obbligatorie o altre misure ai singoli Stati. Questi documenti, anche se inizialmente ambiziosi, sono stati molto discussi e ammorbiditi: alla fine, gli Stati restano liberi di decidere». Una posizione <a href="https://www.reuters.com/fact-check/nothing-draft-who-pandemic-pact-overrides-national-sovereignty-2025-06-30/" rel="noopener">confermata anche da Reuters</a> – oltre che <a href="https://www.who.int/news/item/20-05-2025-world-health-assembly-adopts-historic-pandemic-agreement-to-make-the-world-more-equitable-and-safer-from-future-pandemics" rel="noopener">dall&rsquo;OMS stessa</a> - che ha smentito le teorie sui poteri coercitivi dell’Organizzazione.</p>
<p>Le conseguenze concrete della posizione italiana sembrano riguardare soprattutto il peso politico più che la gestione sanitaria immediata. «Nel breve periodo cambia poco, perché l’Italia può contare su altre reti e strumenti, come i <em>procurement</em> europei o i piani pandemici nazionali, che andranno aggiornati entro il 2025», aggiunge Rezza. «Diversi, invece, sono i passaggi degli emendamenti al Regolamento Sanitario Internazionale che prevedono l&rsquo;adozione di strumenti più concreti, quali le autorità previste per la sua attuazione. In questo caso noi continueremo a fare parte dell&rsquo;OMS, rispettando il Regolamento del 2005, ma non partecipando alle riunioni di coordinamento delle autorità stesse. Il timore è che rischieremo in questo modo di contare di meno. E se in futuro venissero introdotti strumenti come un Green Pass internazionale per la libera circolazione, i cittadini italiani dovrebbero comunque adeguarsi alle regole fissate dagli Stati che hanno adottato l’accordo, altrimenti rischierebbero limitazioni negli spostamenti».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>STATPHYS29: dove la politica divide, la scienza unisce</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/statphys29-dove-politica-divide-scienza-unisce/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/statphys29-dove-politica-divide-scienza-unisce/</guid><pubDate>Fri, 18 Jul 2025 09:36:00 +0100</pubDate><category>pace</category><description>Oggi, nonostante guerre e disuguaglianze, la cooperazione scientifica resiste e si rafforza: l’esempio degli eventi satellite di STATPHYS29 in Ruanda e in Ucraina dimostra che la scienza può ancora costruire ponti dove la politica erige confini.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/statphys29-dove-politica-divide-scienza-unisce-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/statphys29-dove-politica-divide-scienza-unisce-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Scienza, storia e politica internazionale sono da sempre strettamente intrecciate. In particolare, la fisica ha avuto un impatto decisivo sugli equilibri globali: dalla radioattività alla bomba atomica, dalle telecomunicazioni all’elettronica, fino alla relatività che rende possibile la precisione del GPS. Per questo, la libertà della ricerca scientifica va difesa anche attraverso la cooperazione internazionale, che la comunità scientifica ha sempre promosso come strumento di dialogo e fiducia tra Paesi. Esempi come il CERN o la Stazione Spaziale Internazionale lo dimostrano, così come i convegni scientifici, che favoriscono lo scambio di idee e la costruzione di reti tra ricercatori di tutto il mondo.</p>
<p>Pochi giorni fa, per esempio, si è conclusa <a href="https://statphys29.org/" rel="noopener">STATPHYS29</a>, la 29esima edizione del più importante convegno internazionale di fisica statistica, branca della fisica con una solida tradizione interdisciplinare che riesce a cogliere aspetti fondamentali dei sistemi complessi. L’evento principale del convegno ha avuto come cornice la città di Firenze, che ospitò la prima edizione nel 1949, ed è stato inaugurato con una lectio magistralis del Premio Nobel Giorgio Parisi. STATPHYS29 ha avuto anche una serie di eventi satellite disseminati in diversi paesi: Francia, Polonia, Svezia, Regno Unito solo per citarne alcuni. Questi eventi, in particolare, possono assumere una rilevanza fondamentale nella costruzione di comunità scientifiche locali ma connesse al resto del mondo soprattutto in paesi in crisi o in via di sviluppo.</p>
<h2 id="coagulare-realtà-frammentate">Coagulare realtà frammentate</h2><p>Per la prima volta nella storia di STATPHYS, per esempio, è stato deciso di portare un evento satellite in Africa, e più precisamente a Kigali, la capitale del Ruanda, dove l’International Centre for Theoretical Physics - ICTP ha un centro di ricerca, l’East African Institute for Fundamental Research (EAIFR). L’iniziativa ha coinvolto una sessantina di iscritti tra speaker e partecipanti, selezionati tra circa 130 candidature, provenienti da 18 paesi di cui 8 africani. Tra gli organizzatori dell’evento troviamo Fulvio Baldovin e Flavio Seno, entrambi provenienti dall’Università di Padova. «L’importanza di questi incontri accademici e quanto questi siano incisivi nella società viene molto sentita dagli studenti locali, fatto che li porta a partecipare in modo molto attivo e coinvolto durante gli eventi. Sicuramente il Ruanda è un caso particolare anche per la sua situazione politica. Dopo il genocidio del 1994 c’è stata una pacificazione generale e quando siamo venuti qui due anni fa per un sopralluogo abbiamo scoperto una realtà sorprendente: un paese in crescita con infrastrutture funzionali e una popolazione estremamente cordiale e accogliente», commenta il Seno.</p>
<p>«Il Ruanda è uno Stato molto intraprendente dal punto di vista politico e aspira a diventare il primo hub aeroportuale in Africa: può sembrare strano, ma per esempio i partecipanti provenienti dai vari paesi africani, per raggiungere il Ruanda, hanno dovuto fare scalo in Europa, perché non esiste un hub continentale. Pertanto questo paese sta investendo non solo a livello di infrastrutture ma anche in scienza e tecnologia», ribadisce Baldovin, che aggiunge: «La domanda che ci stiamo ponendo in questi giorni del Convegno riguarda la necessità di dare continuità a questo tipo di iniziative. La mia impressione è che serva rendere questi eventi continuativi nel tempo in modo che questa comunità scientifica si coaguli: le eccellenze esistono, ma sono ancora dei casi troppo isolati». Proprio per questi motivi è stato deciso al termine dell’appuntamento a Kigali di creare un Convegno africano di fisica statistica che coinvolga le varie realtà del continente con una cadenza biennale, in modo da consolidare la cooperazione tra i diversi stati africani.</p>
<h2 id="la-difficoltà-di-superare-i-confini">La difficoltà di superare i confini</h2><p>Anche paesi in guerra possono ospitare congressi internazionali: Lviv, conosciuta in italiano anche come Leopoli, in Ucraina, ha accolto quest’anno un altro evento satellite di STATPHYS29. Erik Aurell, professore del KTH Royal Institute of Technology a Stoccolma, ci racconta che«Uno dei motivi principali che ha portato a organizzare un meeting di STATPHYS in Ucraina è proprio il fatto che si trova in uno stato in guerra. A causa della legge marziale in vigore da febbraio 2022, gli uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni non possono oltrepassare i confini nazionali». E aggiunge: «Ovviamente, molti scienziati in attività di ricerca hanno un’età inferiore ai 60 anni, pertanto professori e ricercatori ucraini nel campo della fisica statistica e in generale in qualunque campo di ricerca non hanno la possibilità di recarsi a convegni internazionali e di incontrarsi di persona con i colleghi di altre nazionalità. La scelta è caduta su Lviv anche per diminuire la probabilità di rischi dovuti ad attacchi militari e per la maggiore vicinanza ai confini occidentali».</p>
<p>Da quando è iniziata la guerra, infatti, lo spazio aereo nei cieli dell’Ucraina è chiuso e di conseguenza, non essendoci voli diretti, gli unici mezzi di trasporto disponibili rimangono quelli di terra come i bus di lunga percorrenza. «Il problema principale è stato oltrepassare il confine; una volta entrati nel territorio nazionale non ci sono state problematiche relative ai trasporti. C’è stato anche un allarme la notte prima del convegno, fortunatamente senza conseguenze», continua Aurell. Nonostante questo, tuttavia, il meeting è stato un ‘normale’ convegno di professori e ricercatori accademici - ma per un paese in guerra come l’Ucraina questo non è affatto banale. «Credo che il maggiore contributo dato alla comunità scientifica di uno Stato in guerra sia stato dimostrare che la ricerca può preservare il futuro in modo che ci sia qualcosa per cui valga la pena lottare. Abbiamo dimostrato che nonostante tutto la ricerca scientifica continua e gli scienziati in un contesto di guerra ne fanno parte anche se si possono sentire isolati» conclude Aurell. «Questo tipo di eventi aiutano anche a ricordare che ci sarà un mondo dopo i conflitti e che non è importante solo vincere la guerra, ma anche vincere la pace».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bambini in carcere: l’arte ci interroga, ma la politica guarda altrove</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove/</guid><pubDate>Wed, 16 Jul 2025 08:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>arte</category><description>L’arte ha il potere di richiamare emozioni, è spesso collegata alla realtà ed è un potente mezzo di scoperta, di conoscenza e talvolta di denuncia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’arte ha il potere di richiamare emozioni, è spesso collegata alla realtà ed è un potente mezzo di scoperta, di conoscenza e talvolta di denuncia. <br>
Nel cortile d’onore di palazzo Montecitorio da alcuni giorni è stata installata stabilmente l’opera dell’<a href="https://jago.art/it/" rel="noopener">artista italiano Jago</a>. La scultura, che si intitola <a href="https://jago.art/it/opere/look-down/" rel="noopener"><em>Look Down</em></a>, rappresenta un bambino rannicchiato su se stesso, in posizione fetale. Come scrive l’autore stesso: «Nasce da uno sguardo rivolto verso il basso, non per vergogna, ma per consapevolezza. È un invito a dirigere l’attenzione su ciò che troppo spesso ignoriamo: la povertà, l’abbandono, la fragilità che abita le nostre città e il nostro tempo. In questa opera si vuole raffigurare l’innocenza ferita di milioni di bambini, ma anche la promessa di un futuro che dipende da come sapremo proteggerli oggi». </p>
<p>Quindi, un’opera simbolo di povertà, discriminazione, indifferenza.</p>
<p>La stessa indifferenza della politica che con il decreto sicurezza, approvato dal Parlamento poche settimane fa, mette in carcere bambini innocenti con le madri detenute. Su <em>Scienza in rete</em> ne <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri/">abbiamo parlato qui</a>. Detenute come Claudia, 24 anni, all&rsquo;ottavo mese di gravidanza, rinchiusa nel carcere di Lauro per madri con figli, come ci informa il garante delle persone private della libertà per la regione Campania Samuele Ciambriello. E Claudia è in carcere per un furto! </p>
<h2 id="indifferenza-o-ipocrisia">Indifferenza o ipocrisia?</h2><p>«L&rsquo;arte, nelle sue forme più diverse, non solo riflette la società, ma la interpella, la stimola, la accompagna nei suoi passaggi storici più complessi», ha commentato il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, durante la cerimonia d’inaugurazione dell’opera di Jago. Allora, ci sembra giusto interpellarci e interpellare la politica: è giusto che un bambino viva, ancor prima di nascere, la brutalità del carcere? È giusto che una donna viva in totale solitudine la felicità e le paure dell&rsquo;attesa di una nuova vita? Non poteva avere gli arresti domiciliari? O stare in case famiglie per detenute madri? Può mai una donna in gravidanza che non ha commesso reati di particolare gravità affrontare una vita in carcere? </p>
<p>Nel suo ultimo <a href="https://www.rapportoantigone.it/ventunesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/" rel="noopener">rapporto</a>, dal titolo signficativo di <em>Senza respiro</em>, l’associazione Antigone dà conto di eventi dolorosi accaduti proprio nel corso della gestazione a donne recluse. Per esempio, a Rebibbia, a causa di quello che è stato poi definito un parto precipitoso, una donna ha visto come unica figura “professionale” ad assisterla esclusivamente la sua compagna di cella. Ancora: a San Vittore una donna ha perso il proprio bimbo dopo aver accusato sintomi che forse avrebbero meritato una consulenza specialistica per essere decodificati adeguatamente.</p>
<h2 id="che-fine-fa-il-supremo-interesse-del-minore">Che fine fa il supremo interesse del minore?</h2><p>Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, con il suo approccio universalistico, garantisce e tutela la salute fisica e mentale della madre e del feto o del neonato durante la gravidanza e il parto. A ogni donna in gravidanza devono essere garantiti gli interventi appropriati di un percorso assistenziale prenatale di base che possa assicurare una gravidanza normale e intercettare ogni minima alterazione in tempo per offrire la migliore assistenza alla mamma e al  bambino o la bambina. Tutto ciò non è detto che lo si possa garantire a una donna gravida rinchiusa in un carcere. Senza fare sconti di pena a nessuno, si rispetti il supremo interesse del minore, così come prevede l’articolo 3 della <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza</a>, che l’Italia ha firmato.</p>
<p>Nel lontano luglio 1929, Carmela, una giovane donna incinta, all’ottavo mese di gravidanza (proprio come Claudia) commette un ulteriore furto, viene arrestata  e condannata, ma la sua condizione di mamma in attesa obbliga il giudice a non mandarla in carcere ma a farle scontare la pena agli arresti domiciliari. <br>
Nel lontano 1929, infatti, il legislatore penale aveva rivolto attenzione al rapporto tra la madre detenuta e la prole, attraverso il possibile differimento dell’esecuzione della pena per la donna incinta e la madre di prole in tenera età.</p>
<p>A luglio 2025 Claudia commette lo stesso reato, ma il giudice non ha più l’obbligo del differimento della pena e Claudia con la sua creatura in utero viene rinchiusa in carcere.<br>
Oggi, con il decreto sicurezza: il reato è sempre lo stesso, la gravidanza è sempre la stessa, è il legislatore che è cambiato e purtroppo non in meglio. </p>
<p>E allora accanto all’opera di Jago a Montecitorio occorre mettere le sbarre.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Oltre lo spopolamento: le aree interne tra crisi e possibilità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/oltre-spopolamento-aree-interne-crisi-possibilita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/oltre-spopolamento-aree-interne-crisi-possibilita/</guid><pubDate>Wed, 16 Jul 2025 08:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Grazia Battiato</dc:creator><category>societa</category><description>Il nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne introduce il concetto di “spopolamento irreversibile”. Ma i dati, le strategie locali e le criticità quotidiane raccontano una realtà più sfaccettata, fatta anche di adattamenti, esperimenti e resistenze.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/oltre-spopolamento-aree-interne-crisi-possibilita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/oltre-spopolamento-aree-interne-crisi-possibilita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo <a href="https://uncem.it/wp-content/uploads/2025/07/PSNAI_FINALE.pdf" rel="noopener">Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne</a> (PSNAI), definito ad aprile 2025 e recentemente pubblicato dal Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud, ha riaperto il dibattito sul destino dei piccoli comuni italiani. Il documento aggiorna la strategia avviata nel 2014 per contrastare lo spopolamento e introduce una novità controversa: l’ipotesi di “spopolamento irreversibile” per una parte significativa del territorio nazionale. Si tratta di aree in cui il declino demografico accelerato, l’invecchiamento della popolazione e la rarefazione dei servizi fanno ritenere molto improbabile una ripresa insediativa.</p>
<p>La formulazione ha suscitato critiche da parte di ricercatori, amministratori e attivisti, che ne contestano sia l’impostazione che le conseguenze. L’Unione Nazionale dei Comuni Montani (UNCEM) <a href="https://uncem.it/piano-aree-interne-e-lo-spopolamento-irreversibile-da-accompagnare-uncem-si-investa-nel-modo-giusto-con-la-nuova-programmazione-europea-28-34/" rel="noopener">ha chiesto di rimuovere la formula</a>, temendo che possa diventare uno strumento per giustificare inattività o abbandono da parte delle amministrazioni. A giugno, oltre 150 soggetti, tra cui docenti universitari, sindaci, urbanisti e operatori culturali, <a href="https://www.officinadeisaperi.it/agora/citta-e-territorio/appello-per-la-salvaguardia-e-la-rigenerazione-dei-paesi/" rel="noopener">hanno sottoscritto un appello pubblico</a> contro la logica dell’“irreversibilità”, che a loro avviso equivale a «un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia». I firmatari chiedono una revisione del Piano, invitano i Consigli comunali a pronunciarsi in merito e offrono collaborazione per costruire strategie concrete di rilancio.</p>
<p>Il PSNAI affronta il tema demografico suddividendo il territorio in quattro scenari: aree dove è ancora possibile invertire la tendenza allo spopolamento; zone in cui si può stabilizzare la natalità; altre in cui si può solo rallentare la decrescita; e infine territori da accompagnare in un declino considerato irreversibile. Secondo le ultime <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/07/STATISTICA-FOCUS-DEMOGRAFIA-DELLE-AREE-INTERNE_26_07.pdf" rel="noopener">proiezioni ISTAT</a>, oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà popolazione entro il 2043, con picchi del 93% nel Mezzogiorno. Nel solo 2024, sono 358 i comuni italiani a zero nascite, concentrati quasi esclusivamente nelle aree interne del Paese. Nei comuni ultraperiferici, inoltre, il rapporto tra over 65 e under 15 è di circa 2,5 a 1. Si tratta di territori a forte squilibrio demografico e con servizi minimi in contrazione: è a questi che il Piano sembra applicare l’etichetta più drastica.</p>
<p>Per sostenere le strategie territoriali, il Piano prevede una dotazione ulteriore di 310 milioni di euro, integrabili con risorse del PNRR, fondi europei e cofinanziamenti regionali. Ogni area selezionata potrà attivare interventi nei settori di sanità, scuola e mobilità.</p>
<p>«Il problema talvolta non sono le risorse, ma la capacità di spenderle», osserva Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola e promotore della <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/11/02/17G00171/sg" rel="noopener">legge 158/2017</a> sui piccoli comuni. «Oggi ci sono più di due miliardi di euro stanziati per realizzare comunità energetiche rinnovabili nei comuni sotto i 5.000 abitanti. Ma il rischio fortissimo è che quei soldi non vengano impiegati, perché l’impianto burocratico e legislativo è troppo farraginoso». Per affrontare la crisi dello spopolamento, aggiunge Realacci, bisogna cambiare prospettiva. «C’è una bellissima frase di Proust: un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi. Il problema è che troppo spesso questi territori vengono guardati con l’occhio languido del coccodrillo. Si dice ‘poverini’, e si dà per scontato che il loro destino sia il declino».</p>
<p>Le aree interne, inoltre, rappresentano nella loro interezza un polo strategico, oltre che un prezioso capitale culturale e produttivo: «Il 92% delle DOP e IGP italiane ha a che fare con i piccoli comuni, così come il 70% dei grandi vini. Se lasciamo che questi territori si svuotino, perdiamo una delle colonne portanti del Made in Italy», prosegue Realacci. Questo accade anche con la manifattura. A Belforte del Chienti, paese di circa 1.800 abitanti nell’area del cratere delle Marche, «Ha sede la Nuova Simonelli, la Ferrari delle macchine da caffè industriali. Esportano in tutto il mondo il 90% della produzione e sostengono il territorio: asilo, cultura, sport, campus di ricerca». </p>
<p>Definire alcuni territori come “non recuperabili” comporta rischi anche ambientali. <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2024/08/frane-alluvioni-erosione-costiera-le-attivita-di-ispra" rel="noopener">Secondo ISPRA</a>, il 94% dei comuni italiani è soggetto a pericolosità da frane, alluvioni o erosione costiera, e nelle aree interne il livello di rischio <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2023/11/20231212_CHIOCCHINI_RAFFAELLA.pdf" rel="noopener">è spesso più elevato</a>: la pericolosità da frana è pari al 10,9%, contro il 5,6% dei comuni urbani. Senza presidio umano, la gestione del suolo diventa impossibile. L’abbandono progressivo di interi comprensori può infatti comportare conseguenze dirette sulla capacità di prevenire e affrontare eventi estremi.</p>
<p>Lo stesso vale per i boschi. UNCEM, nel 2024, ha chiesto al Ministero dell’Agricoltura di <a href="https://uncem.it/benvenuti-nelle-aree-interne/" rel="noopener">sbloccare 40 milioni di euro</a> già stanziati per la prevenzione degli incendi boschivi nelle aree interne. A preoccupare non è la superficie boschiva in crescita, ma la mancanza di gestione attiva: tratti inaccessibili, non curati, che non producono reddito né sicurezza. «L’Italia importa l’80% del legno vergine per l’industria dell’arredo, pur avendo un patrimonio forestale in crescita», appunta Realacci. «In Finlandia oggi esistono migliaia di cooperative che gestiscono i boschi in equilibrio. Tagliano quanto ricresce. Questa è un’esperienza da prendere a riferimento». </p>
<p>Peraltro, i segnali di inversione non mancano. Il <a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/rapporto-montagne-italia-2025/" rel="noopener">Rapporto Montagne 2025</a>, pubblicato da Rubbettino, parla di un saldo migratorio positivo di circa 60mila persone nel biennio 2022-2023, soprattutto nelle aree montane italiane del Nord e del Centro. Un dato che suggerisce come la montagna continui ad attrarre famiglie, lavoratori e pensionati, in forma temporanea o stabile, soprattutto dove esistono condizioni minime di abitabilità, reti civiche e servizi essenziali.</p>
<p>Sono diversi i luoghi, dati per spopolati e privi di prospettive, che hanno avviato percorsi di rigenerazione. Alcuni hanno ricostruito servizi, attivato reti sociali e creato nuove economie, dimostrando che anche nei territori più fragili è possibile invertire la tendenza. È il caso di <a href="https://www.smartrural27.eu/village/ostana/" rel="noopener">Ostana</a>, borgo delle Valli Occitane in provincia di Cuneo, passato da cinque abitanti negli anni Settanta a oltre 80 residenti stabili. La ripresa è frutto di una strategia di lungo periodo basata su architettura sostenibile, servizi essenziali, banda larga e un’offerta culturale continua. Ostana è oggi uno dei comuni simbolo della rigenerazione alpina, anche a livello europeo.</p>
<p>Un’altra esperienza significativa è quella di Castel del Giudice, in Alto Molise, dove l’amministrazione ha promosso un piano integrato che ha portato alla realizzazione di: una RSA di comunità ricavata nell’ex scuola, che oggi impiega decine di persone; un meleto biologico collettivo avviato su terreni incolti; un albergo diffuso, Borgotufi, nato dal recupero di abitazioni abbandonate, e un laboratorio di formazione dedicato al paesaggio, alla forestazione e allo sviluppo sostenibile. Più che sulla crescita demografica, il progetto ha puntato sulla riattivazione delle funzioni locali e sulla costruzione di una nuova economia di prossimità. Un piano che si è rivelato vincente.</p>
<p>Più mediatica ma meno strutturale è invece la formula delle case a un euro, applicata in diversi borghi italiani. A Fabbriche di Vergemoli, in Toscana, il <a href="https://www.thetimes.com/world/europe/article/have-tuscanys-1-homes-saved-italys-declining-rural-idyll-m0jj2kznh" rel="noopener">progetto</a> ha raccolto oltre 140 richieste, molte da famiglie di ritorno dall’estero, trasformando gli edifici abbandonati in alloggi per famiglie e turisti, e investendo nella promozione del paese. «È una buona iniziativa, ma spesso non è la casa il problema, è tutto ciò che manca intorno: lavoro, scuola, connessioni, trasporti. Senza un ecosistema di servizi, è difficile invertire una tendenza strutturale», avverte Cecilia Tomassini, ordinaria di demografia all’Università del Molise. «Un buon indicatore su cui puntare è, per esempio, il lavoro femminile, che oltre a favorire condizioni di equità crea le condizioni per mettere radici, e per considerare la genitorialità come un progetto possibile».</p>
<p>Secondo Tomassini, le dinamiche insediative nelle aree interne richiedono strumenti di lettura più accurati e strategie costruite dal basso. Gli interventi di ripopolamento, racconta, devono partire dai bisogni specifici di ciascun territorio. «Le aree interne non sono tutte uguali. Neppure dentro una stessa regione. Le risposte devono essere costruite su misura, a partire da ciò che serve davvero in ogni contesto». Per accompagnare l’invecchiamento della popolazione residente nelle aree interne, in particolare quelle periferiche e ultraperiferiche, l’Università del Molise coordina il progetto <a href="https://ageit.eu/wp/" rel="noopener">Age-it</a>, finanziato dal PNRR, che sperimenta soluzioni di telemedicina, monitoraggio remoto dei parametri vitali, e assistenza di comunità.</p>
<p>Tra gli strumenti più efficaci per rafforzare la tenuta dei territori soggetti a spopolamento, Tomassini indica soprattutto l’aggregazione tra comuni, che sembra mancare nel Piano SNAI. «Ragionare da soli è complicato. Con budget limitati, mettere insieme le forze è una delle poche mosse intelligenti che i comuni possono fare per restare vivi».</p>
<p>Una strategia già adottata <a href="https://ilmanifesto.it/alta-sabina-un-patto-anti-spopolamento" rel="noopener">nell’Alta Sabina</a>, dove un gruppo di piccoli comuni ha firmato un patto anti-spopolamento, unendo forze e risorse per gestire insieme servizi, infrastrutture e iniziative di valorizzazione del territorio. La logica trova riscontro anche nell’esperienza di Vittorio Demicheli, ex dirigente sanitario e oggi vicesindaco di Cabella Ligure, comune montano con meno di 500 abitanti: «Qui in tutta la valle non c’è neanche più un medico. Se uno deve rifare una ricetta e non è abile con l’e-mail, deve fare 30 chilometri», racconta. Le soluzioni proposte, dalla telemedicina all’infermiere di comunità, restano spesso sulla carta, per mancanza di risorse o compatibilità con l’organizzazione sanitaria. «Il nostro unico messo comunale, da settembre a giugno, si occupa quasi esclusivamente di portare i bambini in età scolare dalla frazione al capoluogo», prosegue. In un contesto segnato da frane che isolano i paesi, linee telefoniche che saltano per giorni, banda larga ancora assente, la vera forma di resistenza sembra essere l’unione: «Già da tempo qui riusciamo a tenere aperta una scuola solo avendo costituito un unico plesso scolastico che raccoglie una decina di comuni», conclude. «Da soli, nessuno ce l’avrebbe fatta».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il diritto di scegliere: autonomia riproduttiva tra desiderio, ostacoli e nuove prospettive</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive/</guid><pubDate>Fri, 11 Jul 2025 05:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Grazia Giampaolo</dc:creator><category>societa</category><description>Crescita, calo delle nascite, invecchiamento: la demografia globale è segnata da squilibri e contraddizioni. Ma il vero nodo non è quanti figli si fanno, bensì chi può davvero scegliere se e quando averne. Tra disuguaglianze di genere, ostacoli economici e transizione culturale, l’autonomia riproduttiva diventa una questione di diritti, equità e giustizia sociale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo si confronta oggi con scenari demografici sempre più diversificati. In alcune aree del pianeta la popolazione continua a crescere, anche se meno rapidamente rispetto al passato. In altri contesti, come in Italia, le nascite continuano a diminuire e la popolazione invecchia progressivamente. In questo scenario, il nodo cruciale non è tanto il numero di figli che si fanno, ma piuttosto l’autonomia riproduttiva: quanti, davvero, hanno la possibilità di scegliere se e quando diventare genitori? </p>
<p>Secondo il <a href="https://www.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/swp25-layout-en-v250609-web.pdf" rel="noopener">Rapporto sulla popolazione del mondo 2025</a> dell’UNFPA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva, la vera emergenza non riguarda il numero assoluto delle nascite, bensì l’impossibilità per molte persone di realizzare i propri progetti riproduttivi. Una realtà che accomuna Paesi con alti e bassi tassi di fecondità. In Italia, per esempio, solo il 36% della popolazione prevede di avere il numero di figli desiderato, mentre una quota significativa — il 34% tra gli over 50 — dichiara di averne avuti meno rispetto alle proprie intenzioni.</p>
<p>Come sottolinea Elena Ambrosetti, demografa e ordinaria di Demografia dell’Università La Sapienza di Roma, «La nostra società fatica ad adattarsi ai cambiamenti. Abbiamo una visione semplicistica del mondo: sovrappopolazione da una parte, denatalità dall’altra. Ma la realtà è più complessa e segnata da profonde disuguaglianze». A livello globale, convivono infatti situazioni di gravidanze indesiderate e difficoltà ad avere figli, spesso all’interno delle stesse società o addirittura delle stesse persone nell’arco della vita.</p>
<p>In Italia, il tema si intreccia con un lungo processo di transizione demografica. Il tasso di fecondità è passato da 1,42 figli per donna nel 2008 a 1,2 nel 2023. Se un tempo il problema era la difficoltà ad avere figli per ragioni economiche, oggi si sommano fattori culturali e sociali. Come <a href="https://osf.io/preprints/socarxiv/ukqnx_v1" rel="noopener">evidenziato</a> dalla ricercatrice Francesca Luppi, demografa e ricercatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nelle economie avanzate sta avvenendo un cambiamento generazionale nelle preferenze: i dati del <a href="https://www.rapportogiovani.it/rapporto-giovani-2024/" rel="noopener">Rapporto Giovani 2024</a> dell’Istituto Toniolo dicono che dal 2012 al 2022 la quota di giovani tra i 18 e i 34 anni che dichiarano di voler almeno un figlio è scesa dal 95% all’85%, e che è cresciuta la percentuale di chi si dichiara esplicitamente childfree (15% nel 2022), con un’incidenza maggiore tra le donne (18%) rispetto agli uomini (12%). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/diritto-scegliere-autonomia-riproduttiva-desiderio-ostacoli-nuove-prospettive-body-1.png.webp 821w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="821" height="491" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il fenomeno è accompagnato da un cambiamento nella percezione della realizzazione personale: nel 2021 il 40% dei giovani dichiarava di ritenere possibile sentirsi pienamente realizzato anche senza diventare genitore. Un dato superiore rispetto alla quota di chi afferma di non desiderare figli, e indicativo di un nuovo modo di interpretare il concetto di famiglia e successo individuale.</p>
<p>Tuttavia, il desiderio di genitorialità non è del tutto scomparso. Il modello della famiglia con due figli resta dominante tra chi esprime l’intenzione di diventare genitore. Ma anche in questo gruppo si osserva una riduzione del numero ideale di figli, soprattutto dopo la pandemia. La possibilità di realizzare tali progetti è fortemente condizionata da fattori esterni: per il 69,4% dei giovani, la situazione economica personale o del partner è decisiva, e per oltre il 53% lo è la stabilità lavorativa. </p>
<p>A questi elementi si aggiungono le persistenti disuguaglianze di genere. Le donne italiane, secondo i dati EMiNC 2024, dedicano in media 12 ore al giorno tra cura e lavoro domestico, contro le 9-10 degli uomini. La carenza di servizi per l’infanzia, i congedi poco equi e una distribuzione diseguale delle responsabilità familiari pesano in modo significativo sulle scelte riproduttive, soprattutto per le donne.</p>
<p>Il rapporto <a href="https://issa.nl/sites/default/files/inline-files/SoF%20Report-20-06.pdf" rel="noopener">State of Southern European Fathers 2024</a>  evidenzia che anche i padri desiderano essere più presenti, ma incontrano ostacoli culturali ed economici. Il 53% rinuncia al congedo parentale per motivi economici e solo il 29% utilizza strumenti di flessibilità lavorativa. Si tratta di un problema strutturale, che riguarda non solo la famiglia, ma anche le imprese, le politiche e il sistema dei servizi.</p>
<p>Tra  le iniziative da menzionare a livello europeo c’è il progetto <a href="https://4e-parentproject.eu/" rel="noopener">4E PARENT – Equal, Engaged, Early, Empathetic</a>, appena concluso, capeggiato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dove le quattro E stanno a indicare gli obiettivi stessi del progetto:  promuovere un modello di mascolinità accudente, attraverso il coinvolgimento attivo dei padri fin dal concepimento. Eva Benelli <a href="https://www.zadig.it/papa-da-subito-lesperienza-del-progetto-4e-parent/" rel="noopener">racconta</a> che nonostante tutto il lavoro svolto, durante la discussione dell’ultima legge di Bilancio, la proposta di modifica dei congedi riservati ai papà non è passata: anzi, non è stata neanche discussa, rientrando tra gli emendamenti bocciati a priori.</p>
<p>Molte politiche demografiche si concentrano ancora sui numeri — bonus bebè, incentivi, assegni — ma senza rimuovere gli ostacoli concreti alla realizzazione dei progetti di vita. Come sottolinea la demografa Ambrosetti, «Serve un cambio di approccio: non incentivare la natalità a tutti i costi, ma garantire a tutti la libertà di scegliere».</p>
<p>Il <a href="https://www.neodemos.info/2025/05/23/francia-e-italia-fecondita-a-confronto/" rel="noopener">confronto con la Francia</a> proposto da Neodemos offre uno spunto utile per leggere le difficoltà italiane in chiave comparativa. Entrambi i Paesi hanno registrato un calo delle nascite: tra il 2010 e il 2023, la Francia ha perso circa 163.000 nascite annue scendendo a 640.000 mentre l’Italia 182.000 fermandosi a 380.000. Tuttavia la Francia mantiene un tasso di fecondità attorno a 1,7 figli per donna, mentre l’Italia è scesa a 1,2, senza aver mai superato stabilmente la soglia di 1,5 dagli anni &lsquo;80. Le donne francesi nate nel 1970 hanno avuto in media 2 figli, contro 1,49 delle italiane. Secondo questa analisi, le ragioni di queste differenze sono molteplici. Innanzitutto secondo i dati dell’Eurostat nel 2022 l’Italia ha dedicato alle politiche familiari e per i figli solo l’1,55% del proprio PIL contro il 2,23 della Francia, anche se questa differenza è stata ridotta in parte dall’introduzione dell’assegno unico. </p>
<p>Questo divario aiuta a spiegare le differenti condizioni dei giovani nei due Paesi. Nel 2024, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione (i cosiddetti NEET) è nettamente più alta in Italia rispetto alla Francia. Anche la situazione occupazionale evidenzia forti discrepanze: nel 2023, in Italia risultava occupato solo il 29,3% delle donne e il 39,7% degli uomini in quella fascia d’età, mentre in Francia le percentuali salivano rispettivamente al 47% e al 50,7%. Non solo i valori francesi sono decisamente superiori, ma mostrano anche un divario di genere più contenuto.</p>
<p>Un quadro simile emerge guardando agli inattivi: in Francia rappresentavano il 45,9% delle giovani donne e il 41% degli uomini, contro il 64,2% e il 52,9% in Italia. Le differenze sono ampie anche sul fronte dell’istruzione: tra le donne di 25-39 anni, il 36,5% delle italiane è laureata, contro il 54,9% delle francesi; tra gli uomini, le percentuali sono rispettivamente del 23,8% e del 46,5%.</p>
<p>Questi dati offrono un’immagine chiara della distanza che separa la condizione materiale dei giovani italiani da quella dei loro coetanei francesi. Leggendoli alla loro luce, la situazione italiana è la conseguenza diretta di una condizione giovanile che non è riuscita a tenere il passo delle trasformazioni della società.  Inoltre, in Italia prevale la trappola demografica, ovvero la bassa natalità porta a coorti sempre più ridotte di donne in età fertile. Questo fenomeno alimenta un circolo vizioso: con meno donne potenzialmente in grado di avere figli, anche qualora aumentasse la propensione alla maternità, l’effetto sui tassi di natalità complessivi sarebbe comunque limitato. In altre parole, diventa strutturalmente più difficile invertire la tendenza al declino demografico, poiché il &ldquo;bacino&rdquo; biologico della natalità si restringe sempre più. L’ultimo <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/Indicatori_demografici_2024.pdf" rel="noopener">report ISTAT</a> (marzo 2025) riporta infatti che  la popolazione femminile,  nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (15- 49 anni),  è passata da 14,3 milioni di unità al 1° gennaio 1995 a 11,4 milioni al 1° gennaio 2025.</p>
<p>Un altro fattore importate da considerare è che continua a crescere l’età media al parto, che si attesta a 32,6 anni (+0,1 in decimi di anno sul 2023): più si ritardano le scelte di maternità più si riduce l’arco temporale a disposizione delle potenziali madri per la realizzazione dei progetti familiari.</p>
<p>Gli interventi necessari per invertire queste tendenze devono mirare a migliorare sensibilmente condizione dei giovani attraverso politiche del lavoro e dell’istruzione innovative con un’attenzione particolare alle differenze di genere e geografiche. <br>
 I bonus una tantum non bastano. Occorrono politiche continuative che includano:</p>
<ul>
<li>servizi per l’infanzia accessibili e capillari;</li>
<li>congedi parentali condivisi e ben retribuiti;</li>
<li>sostegno all’occupazione femminile;</li>
<li>educazione sessuale e accesso universale alla contraccezione.</li>
</ul>
<p>A trent’anni dalla Conferenza del Cairo del 1994, che pose i diritti sessuali e riproduttivi al centro dello sviluppo, i progressi sono stati significativi: diminuzione della mortalità materna, maggiore accesso alla contraccezione, riduzione delle gravidanze indesiderate e ampliamento delle leggi contro la violenza domestica. Tuttavia, rimangono profonde disparità, soprattutto per le donne in condizioni socioeconomiche svantaggiate, per le persone LGBTQIA+, con disabilità o anziane.</p>
<p>Il bilancio tracciato nel rapporto UNFPA 2024 invita a non abbassare la guardia. Investire nella salute e nei diritti riproduttivi — conclude il documento — non è solo una questione di giustizia sociale, ma una condizione necessaria per costruire società inclusive, resilienti e capaci di affrontare le sfide del futuro.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fine vita: la questione di fondo si chiama libertà</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-questione-fondo-si-chiama-liberta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-questione-fondo-si-chiama-liberta/</guid><pubDate>Thu, 10 Jul 2025 09:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>societa</category><description>La bozza del testo di legge che dovrà disciplinare il fine vita è atteso in Senato per il 17 luglio. Le premesse ci sono tutte per aspettarsi una norma che non sopravviverà al vaglio della Corte costituzionale. Come è stato per la legge 40, figlia di un approccio ideologico e di una mal tollerata necessità di legiferare comunque. Quello che non emerge dal dibattito è che un fine vita legale e praticabile riduce il ricorso a pratiche illegali e sotterranee.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fine-vita-questione-fondo-si-chiama-liberta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fine-vita-questione-fondo-si-chiama-liberta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ha ragione Eva Benelli:  la legge che si vuol fare sul fine vita è cattiva <a href="https://scienzainrete.substack.com/p/fine-vita-te-la-do-io-la-legge" rel="noopener">prima di tutto in senso morale</a>, oltre che essere una cattiva legge. Che le gerarchie dei cattolici - prima i cristiani - potessero essere cattive lo sapevamo. Basta studiare la storia, affrettandosi però, prima che qualche ministro la censuri. Si sta ripetendo quel che accadde con la legge 40, che per meri capricci ideologico-superstiziosi venne ispirata dal Vaticano (ma il cardinale Ruini diceva di non volerla in quanto la fecondazione assistita è intrinsecamente peccato); una legge pessima e immorale, cioè volta a far del male alle donne e alle coppie in cerca di una nuova vita da allevare e a cui dare amore. Quella legge, salvo poche cose, è stata smontata dalle corti e dai tribunali. Succederà anche per quella sul fine vita? Alcuni costituzionalisti ne parlano come fosse già cadavere. </p>
<p>Anche se rispetto alla prima stesura dalla bozza sono stati eliminati alcuni aspetti estremi (i quattro anni d’attesa prima di poter fare di nuovo richiesta di suicidio assistito ridotti a sei mesi e il richiamo alla tutela della vita dal concepimento) è come per la legge 40. Il messaggio che questa proposta trasmette è: noi giudichiamo un peccato contro Dio mettere fine alla propria o altrui vita, a prescindere, perciò chi davvero vuole farlo deve superare ulteriori intralci intollerabili, come l’obbligo incostituzionale di sottoporsi a cure palliative, oltre alle sofferenze che sta già patendo. <br>
E poi, va bene (forse) far pagare la prestazione, ma stabilire per legge che gli strumenti e i dipendenti sanitari, pagati anche con le tasse dei pazienti, non possano essere implicati, è da stato etico. E incostituzionale.</p>
<p>C’è un aspetto del fine vita sul quale quasi tutti sorvolano e che questa legge naturalmente ignora. Anzi, in ultima istanza potrebbe incentivare. Lasciamo da parte, anche se il controfattuale in questo caso lascia il tempo che trova, il problema del valore della vita e a chi appartenga. Cioè cosa ci sarà scritto, alla fine, all’articolo 1 del testo. In Italia si può scrivere quel che si vuole in una legge: “indisponibilità di un diritto alla vita”? Oltre che un ossimoro sembra un insulto all’intelligenza. <br>
La questione di fondo si chiama: libertà. E la può capire anche un bambino di cinque anni (copyright Denzel Washington in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Philadelphia_%28film%29" rel="noopener"><em>Philadelphia</em></a>). </p>
<p>Che la vita appartenga a me o a Dio poco importa, la Costituzione e la legge 219 del 2017 dicono che devo essere informato delle decisioni mediche che mi riguardano e che impattano sulla sua durata. E dicono che sono libero di decidere. Mettiamo il caso che io sia molto credente e che rifiuti l’eutanasia nonostante tutti, medico e familiari, siano mossi da compassione perché si rendono conto che sto patendo le pene dell’inferno. Sono affari miei: mettiamo che io creda che soffrire mi avvicini a quello che patì per tutti noi per salvarci, Cristo sulla croce, e che la sopportazione del dolore mi spalancherà automaticamente le porte del paradiso. Faccio del male a qualcuno se ci credo e scelgo di soffrire? Quale è il rischio che un medico o i parenti decidano di terminare comunque la mia vita perché pensano che sia per il mio bene e magari non sono credenti? Dipende. Se vivo in un paese dove l’eutanasia è legale è basso. E abbiamo anche dei dati, perché tutto è più trasparente. Se sono cittadino di un paese dove non è legale, oppure ottenerla è come cercare di scalare l’Everest senza ossigeno, anche un bambino di cinque anni capisce che la probabilità è maggiore. Ecco un problema che le leggi sul fine vita, nei paesi civili, si pongono, che non è solo di consentire l’esercizio in positivo di un diritto, alla salute, ma anche di garantire il diritto, in negativo, che nessun altro decida per me.</p>
<p>Alcuni studi, uno del 1998 e uno del 2007, riportano che nei paesi dove l’eutanasia era illegale, la frequenza di sedazione terminale con scopo di accelerare la morte era simile o maggiore rispetto ai Paesi con depenalizzazione (eravamo nel 1998) o che nei Paesi Bassi, dopo la legalizzazione, l’eutanasia non volontaria è diminuita. Mentre è rimasta stabile o non documentabile in paesi proibizionisti. In uno <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2803%2914019-6/abstract" rel="noopener">studio</a> del 2003, l’1-2% di anestesisti italiani che hanno risposto al sondaggio End-of-Life decision making in six European countries hanno ammesso che più del 50% delle loro decisioni di fine vita, sia per pazienti competenti sia incompetenti, venivano prese senza discuterle né con il paziente né con i parenti. Inoltre, quando l’eutanasia era solo depenalizzata, nel 1990 in Olanda, solo il 18% dei casi di eutanasia era segnalato alle autorità. In quel paese, nel 1994, su 5.000 casi, 1.000 (20%) erano eseguiti senza richiesta esplicita, quindi non volontari. Per questo l’eutanasia alla fine fu legalizzata. Per fare venire a galla il sommerso. Chi rischia di più, naturalmente, è il paziente anziano, oncologico in fase terminale, incosciente o vulnerabile, con familiari o medici che decidono per lui, sostenendo che «era meglio così».</p>
<p>Un <a href="https://web.archive.org/web/20060922213500/http://www.nursind.it/article.php?story=2006042009215133" rel="noopener">sondaggio</a> condotto tra medici rianimatori in Italia nel 2006 riportava un 4% di dichiarazioni di aver praticato iniezioni letali, motivati da &ldquo;coscienza&rdquo; (lo stato mentale umano più pericoloso), nonostante l&rsquo;illegalità. Non sono disponibili dati pubblici che distinguano tra casi con e senza consenso esplicito del paziente.</p>
<p>Nella letteratura medica e bioetica si discute, anche se in mancanza di dati empirici del tutto attendibili, sulla natura nascosta e illegale dell’eutanasia involontaria, in contesti dove l’eutanasia è proibita. Nei paesi dove è vietata, pratiche di fine vita avvengono spesso in zone grigie, senza protocolli chiari né supervisione. Tutti, o quasi, conosciamo personalmente casi di palliativisti che hanno consegnato ai familiari una dose letale di morfina per terminare la vita di una persona sofferente, senza che lei lo sapesse. I medici possono tranquillamente decidere autonomamente di abbreviare la vita di pazienti in condizioni terminali, senza consenso formale. Nessuno chiederà l’autopsia.</p>
<p>L’assenza di percorsi legali (come nel suicidio medicalmente assistito o nelle dichiarazioni anticipate di trattamento) impedisce ai pazienti di esprimere chiaramente la propria volontà. Questo accresce il rischio che altri (medici o familiari) decidano in loro vece, presumendo ciò che sarebbe meglio per loro. Dove l’eutanasia è legale (Olanda, Belgio, Canada), i casi devono essere registrati, sottoposti a revisioni etiche e supervisionati da commissioni mediche. Dove è vietata, l’assenza di registrazione rende impossibile valutare l’entità dell’eutanasia involontaria o abusiva. Dove non è vietata, ma è resa talmente complicata e valutata da una commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio addirittura, si farà prima a morire per la malattia. Cioè non cambierà molto rispetto a prima.</p>
<p>È paradossale. Non solo ci sono la discriminazione economica, di censo, e la mancanza di rispetto etico per il degrado della relazione medico-paziente, per cui o posso pagare e trovo chi mi aiuta a morire, purché non sia il mio medico ma un estraneo, oppure mi attacco. La discriminazione riguarderà ancora coloro che continueranno a essere eutanasizzati nella penombra delle case, sia senza loro il consenso sia col consenso. Ora anche per sfiducia in un processo farraginoso, avvolto nei fumi dell’incenso ideologico e che finge di rispettare l’autonomia. Anche alla fine della vita si deve faticare, e magari senza riuscire, per provare a esercitare la propria libertà.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il rapporto tra politica e sanità visto dalle Marche, l’Ohio d’Italia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-politica-sanita-visto-marche-ohio-d-italia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-politica-sanita-visto-marche-ohio-d-italia/</guid><pubDate>Tue, 08 Jul 2025 05:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>Che più ospedali vogliano dire una sanità più vicina al cittadino è un’idea ancora dominante nella testa delle persone e dei media. Eppure il peso delle malattie croniche e l’invecchiamento della popolazione spingono da tempo verso una pianificazione sanitaria che riequilibri ospedali e territorio. Gli atti di indirizzo nazionali, che pure esistono, dovrebbero certificare le scelte delle regioni in questa direzione. Ma che cosa accade se le verifiche mancano?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/rapporto-politica-sanita-visto-marche-ohio-d-italia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/rapporto-politica-sanita-visto-marche-ohio-d-italia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo spunto per questo contributo mi è venuto da un <a href="https://www.lastampa.it/rubriche/lo-spigolo/2025/05/22/news/al_circo_delle_regionali_le_marche_nuovo_ohio-15159055/#google_vignette" rel="noopener">articolo</a> de <em>la Stampa</em> sulle Marche, definite “nuovo Ohio d’Italia”. In questo articolo per l’ennesima volta si identifica in una Regione italiana quella che in occasione di una tornata elettorale (in questo caso le prossime elezioni regionali che interessano sei Regioni) potrebbe segnare la svolta a favore del centrodestra o del centrosinistra. Ormai la validità del riferimento all’Ohio <a href="https://www.ilpost.it/2024/03/11/ohio-cambio-conservatore-abruzzo/" rel="noopener">è stata definitivamente smontata</a>, anche se ancora viene buono in qualche titolo e certamente, Ohio a parte, le elezioni regionali delle Marche sono effettivamente un test elettorale importante, visto che, nel 2020, è stata la prima Regione italiana a essere strappata al centrosinistra che storicamente la governava, da una coalizione di centrodestra trainata dal partito dell’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che non a caso qui nel 2022 iniziò la sua trionfale campagna elettorale. </p>
<p>Il tema che vorrei analizzare, e cioè il rapporto tra politica e sanità nelle Marche, a mio parere fornisce comunque utili spunti di riflessione generale sul rapporto tra politica e crisi del Servizio sanitario nazionale (SSN). Le Marche sono infatti una realtà con tante caratteristiche che la rendono un buon caso di studio. </p>
<h2 id="lospedale-è-indice-di-qualità-sanitaria">L’ospedale è indice di qualità sanitaria?</h2><p>Innanzitutto le Marche sono una Regione media, o meglio mediana, da tanti punti di vista: si trova al centro del Paese e (da <a href="https://www.tuttitalia.it/regioni/numero-province/" rel="noopener">questa fonte</a>) al tredicesimo posto come numero di abitanti, all’undicesimo come densità abitativa e al quindicesimo come numero di Comuni. Da <a href="https://www.travel365.it/classifica-regioni-piu-ricche-italia.htm" rel="noopener">altra fonte</a> ricaviamo che è al dodicesimo posto come “ricchezza”. Quando il centrosinistra perse le elezioni nel 2020 (primo anno della pandemia in cui, invece, la gran parte delle Regioni confermò in autunno  il governo che aveva gestito la prima fase) la situazione della sanità delle Marche poteva essere così sintetizzata: al monitoraggio ministeriale dei Livelli essenziali di assistenza col vecchio sistema della griglia LEA le Marche <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3111_allegato.pdf" rel="noopener">erano risultate</a> nel 2019 al quinto posto, mentre la sua tenuta economica in base ai dati 2018 l’aveva fatta includere nel 2022 tra le tre cosiddette Regioni benchmark per il buon equilibrio tra costi e punteggio LEA. Buoni risultati, quindi.</p>
<p>Il tracciante che verrà qui utilizzato per descrivere l’evoluzione delle politiche sanitarie nelle Marche è quello del riequilibrio ospedale-territorio, una delle variabili che più influenza la qualità complessiva dei servizi erogati dal SSN. Il forte peso degli ospedali nella percezione della qualità del sistema da parte dei cittadini e della politica ha radici antiche. Viene sempre buona a questo proposito la triade “case, scuole e ospedali” con cui <a href="https://www.mondoperaio.net/in-evidenza/i-piu-letti/saragat-case-scuole-ospedali/" rel="noopener">Giuseppe Saragat</a> aveva sintetizzato il suo messaggio programmatico negli anni ’50. Questa centralità dell’ospedale come principale indicatore della vicinanza della sanità pubblica ai bisogni di salute dei cittadini trova a tutt’oggi continue conferme nella difesa degli ospedali da parte dei tanti “Comitati in difesa dell’Ospedale di…” Sia che si tratti di piccoli ospedali da riconvertire, sia di ospedali vicini da accorpare. </p>
<h2 id="le-strategie-di-equilibrio-tra-ospedale-e-territorio">Le strategie di equilibrio tra ospedale e territorio</h2><p>Negli ultimi decenni sono emersi due fenomeni particolarmente rilevanti: l’affermarsi della cronicità come problema di salute prevalente e la crescita degli standard tecnologici e organizzativi e quindi della complessità degli ospedali. Il fenomeno della prevalenza della cronicità (e dell’invecchiamento progressivo della popolazione in paesi come il nostro) ha spinto alla individuazione di risposte come il <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2011/06/assistere-le-persone-con-condizioni-croniche/" rel="noopener">Chronic Care Model</a>, che prevedono il potenziamento dei servizi territoriali e una loro modalità di funzionamento caratterizzata dalla proattività, dall&rsquo;interdisciplinarietà e  interprofessionalità, dall&rsquo;innovazione tecnologica (vedi la telemedicina) e professionale (vedi l’infermiere di famiglia e di comunità). </p>
<p>Il fenomeno della crescita della complessità degli ospedali ha spinto invece verso la distinzione tra quelli orientati alla cronicità e alla bassa complessità clinica, da rendere ragionevolmente diffusi, e quelli orientati alla acuzie e all&rsquo;alta complessità clinica da concentrare quanto più possibile. È interessante notare che entrambi questi fenomeni hanno trovato già tanti anni fa una loro potenziale risposta in atti di indirizzo nazionale. Il fenomeno della crescita della complessità degli ospedali ha portato nel 2015 al <a href="https://www.camera.it/temiap/2016/09/23/OCD177-2353.pdf" rel="noopener">Decreto Ministeriale 70</a> sugli standard della assistenza ospedaliera che prevedeva una razionalizzazione della offerta e un suo funzionamento a rete, provvedimento che era stato anticipato dalla cosiddetta <a href="https://www.altalex.com/documents/news/2013/11/07/spending-review-bis-in-gazzetta-nuovi-tagli-a-sanita-scuola-enti-locali-e-p-a" rel="noopener">spending review</a> del 2012. Invece la centralità delle condizioni croniche all’interno dei bisogni di salute della popolazione aveva portato all’approvazione del <a href="https://osservatoriocronicita.it/images/PDF/Piano_Nazionale_cronicit.pdf" rel="noopener">Piano Nazionale della Cronicità</a> (PNC) nel 2016, che aveva <em>in nuce</em> tutti gli elementi tipici del Chronic Care Model che poi sono confluiti nella Mission 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e poi nel <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/22/22G00085/SG" rel="noopener">Decreto Ministeriale 77</a> del 2022. Quindi sono almeno dieci anni che le Regioni hanno ricevuto dal livello centrale indicazioni di riequilibrare il rapporto tra assistenza ospedaliera e assistenza territoriale, in modo che la razionalizzazione della prima possa portare allo sviluppo della seconda. Tanto è vero che era stato previsto che il ministero della Salute monitorasse l’applicazione del DM 70 e che il rispetto di questo fosse un prerequisito per approvare i programmi di edilizia sanitaria.</p>
<p>E adesso torniamo nelle Marche e in particolare alla situazione della sanità nel 2020 al momento delle elezioni regionali. Se letta alla luce del criterio dell’equilibrio tra assistenza ospedaliera e assistenza territoriale questa situazione era caratterizzata da una storica frammentazione della rete ospedaliera pubblica, tanto che nel <a href="https://cergas.unibocconi.eu/sites/default/files/files/Capitolo5_2008.pdf" rel="noopener">Rapporto OASI</a> della Bocconi del 2008 dedicato a un&rsquo;analisi comparativa delle reti ospedaliere regionali quella delle Marche venne definita “dispersa pura” al pari di quelle di Sardegna, Sicilia e Calabria. Nel frattempo le giunte di centrosinistra erano intervenute a ridurre questa frammentazione, con la riconversione o la chiusura di circa 40 ospedali tra il 1983 e il 2013, anno dell’ultimo lotto di riconversioni di piccoli ospedali che aveva riguardato 13 strutture in applicazione della spending review. Non erano riuscite però a completare la razionalizzazione, pagandola con un sottodimensionamento dei servizi territoriali, naturale riflesso del peso che continuava a essere eccessivo della assistenza ospedaliera.</p>
<h2 id="il-fascino-delle-risposte-vecchie-ai-bisogni-nuovi">Il fascino delle risposte vecchie ai bisogni nuovi</h2><p>Nella campagna elettorale del 2020 il cavallo di battaglia del centrodestra fu la lotta alla razionalizzazione della rete ospedaliera che il centrosinistra aveva pur tra tante incertezze condotto nelle ultime legislature. Gli slogan vincenti furono «no agli ospedali unici provinciali» (di cui peraltro nessuno aveva parlato) e «una sanità più vicino al cittadino» (dove di fatto la sanità veniva fatta coincidere con l’ospedale), mentre l’accusa costantemente rivolta al centrosinistra fu quella di «avere chiuso 13 ospedali». Di fatto, il centrosinistra perse le elezioni regionali marchigiane per avere applicato le indicazioni nazionali sulla razionalizzazione della rete ospedaliera. Ovviamente, molti altri elementi entrarono in gioco nella competizione elettorale, ma una <a href="https://www.anconatoday.it/politica/ospedali-chiusi-marche-pd.html" rel="noopener">rapida rassegna della stampa locale</a> evidenzia quanto ancora pesi ancora sul centrosinistra marchigiano lo stigma della chiusura (in realtà riconversione) dei famosi 13 ospedali.</p>
<p> Dal 2020, l’anno del suo insediamento, la giunta di centrodestra che governa le Marche ha tenuto fede al suo programma di mantenimento o addirittura sviluppo di una rete ospedaliera “vicina al cittadino” e “lontana” sia dalle norme che da qualunque forma di compatibilità. Basta un solo dato: per una popolazione di un milione e mezzo di abitanti è prevista nelle Marche una rete di 14 ospedali pubblici con un Dipartimento di emergenza e accettazione (DEA) contro i 10 massimi compatibili col DM 70. Questa rete non funzionerà mai, per carenza delle risorse necessarie, a partire dal personale dei Pronto soccorso e dei DEA, ma allo stesso tempo assorbirà più di un miliardo di euro (parte dei quali non si sa dove verranno presi) in investimenti edilizi per tre ospedali nuovi, che ne sostituiranno altrettanti vecchi e sei nuove palazzine DEA. </p>
<p>Questa rete ipertrofica, frammentata e inefficiente sottrarrà ulteriori risorse ai servizi territoriali: già oggi delle 29 nuove Case della comunità previste nelle Marche solo una è, forse, pienamente operativa. Ai nuovi bisogni si preferisce dare a intendere che funzioneranno le risposte vecchie.</p>
<p>Ma perché ragionare su questa vicenda locale? L’interesse di sistema sta nel fatto che questa disapplicazione degli atti di indirizzo nazionali avrebbe dovuto scontrarsi con i controlli centrali, sia in sede di Piano socio sanitario delle Marche 2023-2025, che in sede di programmazione edilizia, come previsto dalle regole. Questa omessa verifica da parte del livello centrale pesa come un macigno nella campagna elettorale per le regionali appena iniziata nelle Marche. </p>
<p>Il centrodestra inaugura cantieri su cantieri esibendoli in ogni occasione come la dimostrazione “fisica” di una sanità vicina ai cittadini. Alla dispersione degli ospedali corrisponde la dispersione delle attrezzature e delle strutture finanziate con il PNRR e pazienza se le prime saranno sottoutilizzate e le seconde rimarranno per lo più vuote. Alla opposizione rimane il difficile compito di dimostrare che questi cantieri diventeranno una sorta di bolla immobiliare della sanità marchigiana. Nei cittadini il fascino dell’ospedale “sotto casa” che viene rifatto o adeguato rimane alto, più alto comunque della promessa di migliori servizi territoriali. </p>
<p>Sono molte le lezioni che vengono dalle Marche, l’Ohio d’Italia. La prima è che il livello centrale deve presidiare i processi di riequilibrio tra ospedale e territorio che gli atti di indirizzo nazionale forniscono da anni. Oppure deve riscriverli. Che senso ha che il ministro Schillaci <a href="https://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=130333" rel="noopener">invochi</a>, come ha fatto di recente, maggiore spazio per la prevenzione quando il suo ministero di concerto con quello della Economia e delle Finanze lascia passare programmi di edilizia sanitaria che aumentano ulteriormente sia oggi che in prospettiva i costi della assistenza ospedaliera <a href="https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=130407" rel="noopener">come avvenuto nel caso delle Marche</a>? </p>
<p>La seconda lezione è che cittadini e media vanno messi in condizione di avere più cultura di sanità pubblica (cioè una maggiore <em>public health literacy</em>) in modo da leggere e interpretare meglio le scelte di politica sanitaria che li riguardano. La terza è la necessità di correggere l’atteggiamento di quei corpi intermedi (università e ordini professionali, per esempio) che dovrebbero prendere posizione nei confronti delle scelte di politica sanitaria rilevanti per il sistema in cui operano. </p>
<p>La quarta riguarda tutti coloro che sono preoccupati dalla crisi del SSN e scrivono o sottoscrivono appelli: esistono già oggi molte buone regole e molte buone indicazioni organizzative che vanno nella direzione giusta. A mancare sembra essere la volontà o la capacità della politica di tenerne conto, anche se ufficialmente le condivide, così come probabilmente a parole condivide gran parte del contenuto degli appelli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'operazione Midnight Hammer e il Trattato di non proliferazione nucleare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/loperazione-midnight-hammer-trattato-proliferazione-nucleare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/loperazione-midnight-hammer-trattato-proliferazione-nucleare/</guid><pubDate>Mon, 07 Jul 2025 08:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandro Pascolini</dc:creator><category>pace</category><description>Il 21 giugno, senza dichiarazione di guerra né ultimatum, gli Stati Uniti hanno distrutto gli impianti nucleari iraniani con un attacco aereo fulmineo. L’operazione “Midnight Hammer” solleva dubbi sulla tenuta del Trattato di non proliferazione e rivela la crisi profonda degli strumenti internazionali di controllo sull’energia nucleare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/loperazione-midnight-hammer-trattato-proliferazione-nucleare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/loperazione-midnight-hammer-trattato-proliferazione-nucleare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La notte del 21 giugno scorso, con l&rsquo;operazione Midnight Hammer, gli Stati Uniti hanno colpito i siti del programma nucleare iraniano a Natanz, Isfahan e Fordo; sette bombardieri strategici stealth B-2 Spirit hanno rilasciato circa 75 bombe di precisione guidate, inclusi 14 penetratori GBU-57 Massive Ordnance da 30.000 libbre (13,6 t), mai usati in precedenza e in grado di colpire anche strutture sotterranee. L&rsquo;attacco è stato completato da 30 missili cruise Tomahawk lancia, da un sottomarino nucleare della classe Ohio dal golfo di Oman. Una forza imprecisata di caccia americani di quarta e quinta generazione hanno colpito i sistemi di difesa antiaerea iraniani a protezione dei B-2.</p>
<p>L&rsquo;operazione è avvenuta di sorpresa, in assenza di una dichiarazione di guerra (una specie di &ldquo;operazione militare speciale&rdquo;) e non è stata preceduta da forme di ultimatum, ma mentre erano in corso negoziati fra Iran e gli USA appunto sul programma nucleare di Teheran.</p>
<h2 id="impianti-di-arricchimento-e-npt">Impianti di arricchimento e NPT</h2><p>Poiché l&rsquo;unico e preciso obiettivo di Midnight Hammer è stato la distruzione totale del programma iraniano di arricchimento dell&rsquo;uranio (a completamento degli attacchi di Israele dei giorni precedenti), vale la pena considerare l&rsquo;operazione alla luce del Trattato di non proliferazione (NPT), di cui sia l&rsquo;Iran che gli USA sono parte. Gli articoli III e IV del NPT riguardano specificatamente lo sviluppo pacifico dell’energia nucleare e il suo controllo. L’art. III impegna ogni stato militarmente non nucleare (NNWS) parte del Trattato a sottoporre i propri impianti e i materiali fissili al controllo e a speciali salvaguardie da parte dell’Agenzia internazionale per l&rsquo;energia atomica (AIEA) per impedire la diversione dagli usi pacifici ad armi nucleari. Il terzo comma attenua il rigore dei controlli, precisandone la necessaria compatibilità col diritto di tutte le parti alla tecnologia nucleare e specificando che devono evitare di ostacolare lo sviluppo economico e tecnologico delle parti e la cooperazione internazionale nel campo delle attività nucleari pacifiche.</p>
<p>L&rsquo;articolo IV recita precisamente:</p>
<ol>
<li>Nessuna disposizione del presente Trattato deve essere considerata come pregiudizievole per il diritto inalienabile delle Parti di promuovere la ricerca, la produzione e l’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare, senza discriminazione e conformemente alle disposizioni degli articoli I e II qui innanzi.</li>
<li>Tutte le Parti si impegnano a facilitare lo scambio più intenso possibile di attrezzature, materiali e informazioni scientifiche e tecnologiche, per l’uso pacifico dell’energia nucleare, e hanno diritto a partecipare a tale scambio. Le Parti, in condizioni di farlo, debbono anche collaborare contribuendo, sia individualmente sia assieme ad altri Stati od organizzazioni internazionali, all’ulteriore sviluppo delle applicazioni pacifiche dell’energia nucleare soprattutto nei territori degli Stati non nucleari, che siano Parti del Trattato, tenendo debitamente conto delle necessità delle regioni in via di sviluppo.</li>
</ol>
<p>Sull’uso pacifico dell’energia nucleare si sono contrapposte le posizioni di coloro che difendono i diritti di accesso alla tecnologia in sé e di coloro che leggono nell’NPT un forte impegno a condividere i benefici nucleari ma al contempo la necessità di trattare le richieste di accesso a specifiche tecnologie come questioni politiche da stabilire caso per caso, tenendo conto di varie condizioni, quali la capacità delle salvaguardie di fornire un avviso tempestivo di usi impropri.</p>
<p>Le tecnologie in questione riguardano essenzialmente l’arricchimento dell’uranio e la separazione del plutonio, che a molti appaiono difficilmente verificabili con la necessaria precisione, ingiustificate dal punto di vista economico e che troppo facilmente possono venir convertite a scopi militari. Gli impianti a centrifugazione richiedono la massima attenzione per prevenire la proliferazione nucleare, dato che uno stesso impianto può produrre in un anno, a partire da 150 t di uranio naturale, o 20 t di LEU al 4% (il consumo annuo di un reattore da 1 GWe) o 550 kg di HEU al 93%, sufficiente per 26 bombe; nel primo caso la centrifugazione procede in una cascata a 10 stadi, nel secondo a 32 stadi.</p>
<p>Impianti di arricchimento sono stati comunque accettati; come &ldquo;diritto inalienabile&rdquo; anche dei NNWS e sottoposti alle salvaguardie della IAEA; ne esistono in Argentina (capacità di 20k SWU/anno), Brasile (capacità di 60k SWU/anno), Germania (capacità di 3600k SWU/anno), Olanda (capacità di 5100k SWU/anno) e Iran (capacità di 43k SWU/anno); anche il Giappone sta realizzando un impianto. Lo SWU (Separative Work Unit) misura la capacità di arricchimento; la grande capacità degli impianti europei Urenco è dovuta all&rsquo;alta capacità delle singole centrifughe (fino a 300 SWU/anno) mentre le più avanzate centrifughe IR-6 iraniane non superano i 10 SWU/anno.</p>
<h2 id="rispetto-dello-spirito-e-della-lettera-del-npt">Rispetto dello spirito e della lettera del NPT</h2><p>Una volta accettata la possibilità per gli NNWS di creare impianti di arricchimento, purché sottoposti alle salvaguardie della AIEA, tutte le parti del NPT sono impegnate a garantire anche all&rsquo;Iran il diritto inalienabile al proprio programma di arricchimento; appare quindi evidente che la missione americana finalizzata alla distruzione degli impianti nucleari iraniani viola lo spirito del NPT , in particolare essendo stati appunto gli USA a formulare (con l&rsquo;Unione Sovietica) lo stesso testo del trattato, di cui costituiscono uno stato depositario.</p>
<p>Si tratta in realtà della seconda volta in cui gli USA distruggono gli impianti nucleari di un paese non militarmente nucleare parte del NPT. Nell&rsquo;ambito dell&rsquo;operazione &ldquo;Package Q&rdquo; il 19 gennaio 1991 forze aeree americane attaccarono pesantemente il centro iracheno di Al Tuwaitha, distruggendo i due reattori di ricerca operativi IRT-5000 e Tammuz 2 oltre a laboratori di fisica nucleare e radiochimica, strutture per la fabbricazione di combustibile, la stazione per il trattamento delle scorie e depositi di materiali nucleari. Secondo il generale Norman Schwartzkopf, a seguito dell&rsquo;azione la capacità del paese di sviluppare armi nucleari aveva subito «una battuta d&rsquo;arresto considerevole, se non una battuta d&rsquo;arresto totale», mentre in realtà le strutture di Al Tuwaitha servivano solo per ricerche civili, coperte dalle salvaguardie della AIEA.</p>
<p>A quel tempo, il bombardamento di Al Tuwaitha non provocò alcuna protesta o azione diplomatica significativa. La guerra del Golfo avveniva per un mandato del Consiglio di sicurezza dell&rsquo;ONU a «utilizzare ogni possibile mezzo per costringere l&rsquo;Iraq a ritirarsi dal Kuwait e per ristabilire la pace e la sicurezza internazionali nell&rsquo;area». La generale ostilità internazionale all&rsquo;Iraq e il diffuso consenso alla distruzione del suo programma nucleare &ldquo;militare&rdquo; resero accettabile l&rsquo;operazione e non vi fu alcuna segnalazione al Consiglio di sicurezza dell&rsquo;ONU.</p>
<p>Solo in seguito giuristi internazionali cominciarono a valutare se l&rsquo;operazione non fosse andata oltre i limiti del mandato dell&rsquo;ONU e un riflesso degli eventi si trova nella formulazione delle decisioni prese nella Conferenza di revisione ed estensione del NPT del 1995, vincolanti appunto all&rsquo;estensione indefinita del Trattato; si decise appunto che:</p>
<blockquote>
<p>Gli attacchi o le minacce di attacco a impianti nucleari destinati a scopi pacifici mettono a repentaglio la sicurezza nucleare e sollevano serie preoccupazioni riguardo all&rsquo;applicazione del diritto internazionale sull&rsquo;uso della forza in questi casi, che potrebbero giustificare un&rsquo;azione appropriata in conformità alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite.</p></blockquote>
<p>Anche nell&rsquo;ultima Conferenza di Revisione che ha prodotto un documento approvato all&rsquo;unanimità (2010) viene ribadita la condanna per attacchi a impianti nucleari civili e proposta una precisa &ldquo;raccomandazione per azioni successive&rdquo;:</p>
<blockquote>
<p>Azione 64: la Conferenza invita tutti gli Stati a rispettare la decisione adottata per consenso dalla Conferenza generale dell&rsquo;AIEA il 18 settembre 2009 sul divieto di attacco armato o di minaccia di attacco contro impianti nucleari, in funzione o in costruzione.</p></blockquote>
<p>Poiché sia le &ldquo;decisioni&rdquo; della conferenza di estensione del 1995 che le &ldquo;azioni&rdquo; raccomandate nella conferenza di revisione del 2010 sono tuttora valide e vincolanti, dobbiamo concludere che con l&rsquo;operazione Midnight Hammer gli Stati Uniti hanno violato sia lo spirito che la lettera del Trattato di non proliferazione. Inoltre, il ricorso all&rsquo;operazione militare dimostra che il governo americano non ha alcuna fiducia nei meccanismi previsti dal NPT per la gestione di eventuali infrazioni del Trattato e nella stessa AIEA.</p>
<p>Questa mia lettura degli eventi nella sua ingenuità può venir dimostrata errata da esperti di diritto internazionale, e il comportamento statunitense considerato consistente con il NPT. L&rsquo;evento è comunque un viatico ominoso per la prossima Conferenza di revisione del Trattato prevista fra meno di dieci mesi, aggiungendosi a una crescente serie di incidenti e difficoltà del regime di non proliferazione: i fallimenti delle Conferenze del 2015 e del 2022, l&rsquo;incapacità di raggiungere un documento condiviso nei lavori dei tre comitati preparatori della Conferenza del 2026, i problemi posti dall&rsquo;occupazione russa della centrale ucraina di Zaporizhzhia; nuove propulsioni nucleari di significativi settori dell&rsquo;opinione pubblica e politica di vari paesi; la recente (25 giugno) approvazione da parte del Parlamento iraniano di una legge che sospende la cooperazione con l&rsquo;AIEA, condizionando il futuro accesso degli ispettori all&rsquo;approvazione del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, un provvedimento che potrebbe preludere a un ritiro dell&rsquo;Iran dal Trattato.</p>
<p>Va infine osservato che nel febbraio del 2026 viene a cessare il trattato new START, unico trattato di limitazione delle armi nucleari strategiche di USA e Russia, in assenza di negoziati per un qualche controllo degli armamenti atomici. Con queste prospettive, diviene difficile anche sperare che il Trattato di non proliferazione, unico a disciplinare globalmente l&rsquo;energia nucleare e a imporre il disarmo degli ordigni atomici, possa avere la durata imperitura decisa nella Conferenza del 1995.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Mine antiuomo, i pappagalli verdi e i loro addestratori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori/</guid><pubDate>Mon, 07 Jul 2025 08:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Tra le azioni annunciate nel clima distopico della corsa al riarmo c’è il ritiro di un gruppo di Paesi, tra cui l’Ucraina, dalla Convenzione di Ottawa, l’accordo internazionale per la proibizione dell&amp;amp;rsquo;uso, stoccaggio, produzione, vendita delle mine antiuomo. Apparentemente una scelta di difesa, nei fatti una scelta contro la propria popolazione da parte delle nazioni che decidono di percorrerla. Lo testimonia ancora oggi l’esperienza della Bosnia ed Erzegovina. Una riflessione che vogliamo dedicare al ricordo dell’eccidio di Srebrenica, di cui molte iniziative ricordano in questi giorni i 30 anni da quella strage.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Oggi Kosĕvo è un quartiere residenziale nel centro di Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina. Si trova tra la parte più antica della città e la parte più moderna. Ed è stato il quartiere olimpico dei Giochi Invernali del 1984, con il centro sportivo “Zetra” e la magnifica sala del ghiaccio che era stata il palcoscenico della cerimonia di apertura e chiusura delle Olimpiadi. Tutto bombardato e incendiato durante la guerra civile 1992-1995.  Stessa la sorte dell’adiacente storico stadio cittadino costruito nel 1947. Oggi entrambi sono stati ricostruiti e fanno parte di un enorme complesso sportivo, che comprende la facoltà di Sport e cultura fisica, la piscina, gli alloggi anche per studenti, lo zoo cittadino, uno dei cimiteri e l&rsquo;ospedale pediatrico e materno-infantile. Il complesso ospedaliero ospita anche il centro di traumatologia: una delle “chirurgie a lume di candela” durante l&rsquo;assedio di Sarajevo - il più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo, protrattosi dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Contrapposte erano le forze del governo bosniaco, che aveva dichiarato l&rsquo;indipendenza dalla Jugoslavia, contro l&rsquo;Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS), che miravano a distruggere il neo-indipendente stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. </p>
<h2 id="dalla-guerra-classica">Dalla guerra classica…</h2><p>Quando arrivo a Sarajevo per la prima volta durante l’assedio, nel comprensorio della città ci sono circa 62.000 bambini sotto i 14 anni, il 20% della popolazione assediata. Secondo il governo bosniaco, sino ad allora erano stati uccisi almeno 1.250 bambini e 14.000 feriti, con una media di cinque o sei ricoveri al giorno nel reparto pediatrico dell&rsquo;ospedale di Kosĕvo.</p>
<p>L’incontro in ospedale con il primario della chirurgia pediatrica e i referenti ospedalieri e istituzionali è per fare il punto della situazione e dei bisogni a cui come comunità internazionale (Organizzazione mondiale della sanità) vogliamo dare una mano a far fronte. La riunione si traduce nel racconto e nella visita agli ultimi ricoverati: un neonato di tre mesi con una gamba amputata dopo essere stato colpito da un cecchino, bambini feriti dalle schegge dei bombardamenti. Molti hanno subito amputazioni. La stima è che il 40% di loro rimarrà invalido. Alcuni hanno perso uno o entrambi i genitori. </p>
<h2 id="-al-lascito-delle-mine">… al lascito delle mine</h2><p>L’assedio è terminato da alcuni mesi quando torno all’ospedale di Kosĕvo. È una giornata di sole e bambini e ragazzi sono all’aperto, molti amputati, con manici di scopa come protesi. Un gruppetto gioca con un pallone fatto con stracci legati. In reparto, tra i ricoverati, un bambino a cui è stato amputato un piede e presenta ferite e fratture multiple alla gamba controlaterale. Nell&rsquo;esplosione, lui e altri due bambini sono rimasti feriti e una donna è morta. È cambiata l’utenza, sempre giovani, feriti e poi amputati, ma non da cecchini serbi o munizioni vaganti, bensì dalle mine antiuomo. Quelle mine antiuomo con cui avrei dovuto fare i conti qualche giorno dopo per poter attraversare un terreno a Sud-ovest di Mostar. </p>
<p>Questi sono i ricordi e le molte immagini che improvvisamente mi tornano alla memoria e si agitano, mentre leggo sul giornale che Volodymyr Zelensky ha firmato il decreto per l’uscita dell’Ucraina dalla Convenzione internazionale che vieta l’utilizzo, lo stoccaggio, la produzione, la vendita e la distribuzione delle mine antiuomo, e inoltre impone ai Paesi l’obbligo di ripulire le aree colpite, assistere le vittime e distruggere le scorte. Ma perché mai? Un provvedimento inutile, se non forse dannoso proprio per la popolazione ucraina, che fa regredire nel faticoso e doloroso percorso del riconoscimento dei crimini di guerra. Una Convenzione a cui Russia, Stati Uniti e Cina, con altri 30 Paesi, non hanno mai aderito, e la cui ratifica avvenne a Ottawa nel 1997, anche per il tragico contributo degli esiti a distanza che le mine antiuomo sparse in Bosnia ed Erzegovina producevano. </p>
<p>Producevano? Nell’ambito del <a href="https://www.apminebanconvention.org/fileadmin/_APMBC-DOCUMENTS/Art7Reports/2024-Bosnia-and-Herzegovina-Art7Report-for2023.pdf" rel="noopener">monitoraggio</a> che il Centro nazionale per l&rsquo;azione contro le mine (MAC) di Sarajevo svolge in ottemperanza alla Convenzione di Ottawa, sino ad agosto del 2024: 1.781 persone sono rimaste ferite a seguito di incidenti con mine dalla fine delle ostilità, 624 mortali. 134 sminatori sono rimasti vittime di mine terrestri durante le operazioni di sminamento umanitario in Bosnia-Erzegovina e 53 sono morti. Tre decenni dopo la guerra: 956,36 chilometri quadrati di territorio bosniaco – quasi il 2% del territorio nazionale – sono ancora considerati un&rsquo;area contaminata dalle mine, con un impatto diretto sulla vita di oltre 845.000 cittadini. Più di 80.000 mine e 64.000 residuati bellici esplosivi sono stati rinvenuti e distrutti a opera di 17 organizzazioni accreditate per lo sminamento. Dal 1996, con la sola eccezione del 2019 e 2020 ogni anno si sono registrati morti per mine antiuomo in Bosnia ed Erzegovina.</p>
<h2 id="50-milioni-le-mine-ancora-sepolte">50 milioni le mine ancora sepolte </h2><p>Le mine non fanno discriminazioni tra combattenti e non combattenti e la maggior parte rimane inesplosa per anni, ferendo, mutilando, o uccidendo la popolazione civile anche molto tempo dopo il cessate il fuoco. Nel tempo, la pioggia, le inondazioni e altri fattori climatici finiscono con il modificare e spostare i campi minati. Quindi, senza registrazioni e con l’impatto del tempo, anche meteorologico, definire le aree minate dopo un conflitto è molto difficile. Possono essere danneggiate anche le popolazioni di rifugiati, che se riescono a ritornare nei loro luoghi di origine non hanno familiarità con le mine e la loro ubicazione. Sono oltre 50 i Paesi, tra cui l’Italia, che nel corso del tempo hanno prodotto mine antiuomo, sia per i propri stock che per rifornire altri Paesi. Attualmente la produzione è in corso solo in quattro nazioni: India, Myanmar, Pakistan e Corea del Sud, sebbene anche USA, Russia, Corea del Nord, Cuba, Singapore, Việt Nam, India e Pakistan siano coinvolti e detengano le maggiori scorte di mine antiuomo. È recente la dichiarazione della Bielorussia che intende investire 800 milioni di euro nella produzione di nuove mine antiuomo. Alcuni gruppi armati o gruppi ribelli in vari Paesi producono mine antiuomo, per lo più di tipo artigianale.</p>
<p>Si stima che siano circa 50 milioni le mine terrestri sepolte oggi in almeno 61 Paesi, e che siano 300.000-400.000 i sopravvissuti alle mine in tutto il mondo che necessitano di assistenza. Per un Paese che si sta riprendendo dalla guerra, la presenza delle mine provoca un grave onere ambientale, sociale ed economico e, per le vittime, una tragedia continua per molti anni a venire. </p>
<p>Le vittime delle mine necessitano di ricoveri e interventi chirurgici e riabilitativi ripetuti anche a molta distanza dall’evento traumatico. La maggior parte subisce anche la perdita dell’indipendenza, richiedendo la cura dei membri della famiglia per lo svolgimento delle attività di vita quotidiana, dovendo far fronte a disabilità e all’impossibilità di lavorare. La stragrande maggioranza dei sopravvissuti si trova in Paesi con scarse risorse finanziarie, strutturali e organizzative per fornire assistenza sanitaria o riabilitativa ai cittadini e in particolare ai disabili.</p>
<p>Inoltre, negli anni successivi ai conflitti, ai rischi causati dai “residui bellici esplosivi” sparsi sui territori o conservati nei depositi e che sono difficili da identificare e da eliminare, si aggiungono i rischi causati dalla produzione stessa e imputabili allo smaltimento delle materie prime e dei residui o all’inappropriata conservazione di queste armi.<br>
La produzione di una mina antiuomo può costare solo 3 dollari, ma rimuoverla costa 300-1.000 dollari. </p>
<h2 id="tra-le-vittime-civili-un-terzo-sono-bambini-e-bambine">Tra le vittime civili un terzo sono bambini e bambine</h2><p>Il 70% delle vittime delle mine terrestri è composto da civili e un terzo di questi sono bambini e bambine, che hanno perso i piedi o gli arti inferiori, con lesioni genitali, cecità e sordità, a causa delle esplosioni. In queste giovani vittime il danno psicologico minaccia di trasformarle in una generazione perduta, alimentando un’eredità di odio che potrebbe condannarle a ripetere le battaglie che hanno segnato la loro infanzia. La questione dello sminamento è tra le persistenti e pesanti conseguenze dei conflitti civili in Afghanistan, Cambogia, Mozambico, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo. </p>
<p>Nel corso dell’invasione russa dell’Ucraina, entrambi gli eserciti hanno fatto uso di bombe a grappolo, come <a href="https://www.hrw.org/news/2023/06/13/landmine-use-ukraine" rel="noopener">denunciato</a> da Human Rights Watch. Kiev ha anche chiesto di riceverne di nuove, in particolare dagli Stati Uniti. Quindi, non solo nella guerra del Donbass del 2014, ma anche in quella in corso la popolazione dell’Ucraina orientale ha subito, e continuerà a subire, gli effetti mortali o gravemente mutilanti a opera di chi si alterna nel controllo del territorio. Comunque, è soprattutto la Russia a farne uso, inizialmente con i miliziani del Gruppo Wagner e successivamente con l’esercito regolare. Pratica già messa in atto, per esempio, in Cecenia, in Siria e in Africa.</p>
<p>All’inizio dell’invasione dell’Ucraina entrambi gli eserciti hanno usato bombe a grappolo di vecchia generazione risalenti all’epoca sovietica, di cui il 30% rimane inesploso. <br>
Nel secondo anno di guerra gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina bombe a grappolo di nuova generazione: munizioni di artiglieria da 155 mm che devono essere lanciate da terra con gli obici e che hanno un <em>dud rate</em> del 2,35%. (Il termine <em>dud rate</em> si riferisce al tasso di fallimento di un&rsquo;esplosione, ovvero la percentuale di submunizioni all&rsquo;interno di una bomba a grappolo che non esplodono al momento del rilascio, rimanendo attive e potenzialmente pericolose come mine terrestri). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/mine-antiuomo-pappagalli-verdi-loro-addestratori-body-1.png.webp 1024w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1024" height="768" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Le mine antiuomo, progettate per danneggiare o uccidere le persone, sono innescate da una pressione o da fili d&rsquo;inciampo. Variano notevolmente nelle dimensioni, nelle forme e nei modelli, se ne contano fino a 340 tipi. Possono avere un raggio di azione specifico o essere onnidirezionali con un’azione a 360 gradi. L&rsquo;involucro può essere in legno, ferro, resina sintetica, di colore diverso per camuffarsi nel terreno, tra l&rsquo;erba o gli alberi. Alcune mine oltre all&rsquo;esplosivo, per lo più tritolo, contengono biglie metalliche o frammenti metallici per provocare danni generalizzati. </p>
<p>Aumentare l’efficienza delle bombe semplificandone l’uso non riduce i rischi e le tragiche sequele del loro utilizzo. L’ampiezza dei campi minati con mine di diversa struttura e finalità offensiva (ordigni anti-tank e anti-uomo), spesso difficili da scorgere, trasformano interi territori, anche quelli sotto il proprio controllo, in trappole già durante il conflitto. Bonificare un territorio minato implica la disponibilità di un numero di mezzi appropriati per la bonifica: limite evidenziato anche in Ucraina sia nell’impiego che nella fornitura dei soli ordigni e non degli strumenti per la bonifica successiva. Durante la guerra vi è l’intervento di genieri che tracciano sentieri e corridoi ripuliti per pochi metri di terreno per consentire il movimento delle truppe. Tutto <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">ampiamente documentato</a>, ma inefficace o insufficiente a contrastare la guerra e costruire una cultura di pace. </p>
<p>Il decreto di Zelensky rappresenta quindi più una dichiarazione liberatoria da un vincolo già violato, mentre la decisione di Polonia, Lettonia, Estonia, Finlandia e Lituania di ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa per difendere i confini con Russia e Bielorussia è una sciagurata scelta qualora ricorressero a posizionare mine antiuomo sul proprio territorio. In un mondo in cui le guerre si combattono con droni, missili a lunga portata e sventolando la minaccia nucleare, ricorrere alle mine antiuomo è espressione della disperazione attribuibile alle azioni terroristiche.</p>
<blockquote>
<p>Ogni guerra è disumana. Nelle guerre si possono assumere decisioni tanto crudeli da travalicare ogni limite di orrore. Disseminare il terreno di mine antiuomo e usare ordigni speciali, che hanno come scopo terrorizzare la popolazione e provocare stragi di cittadini inermi, è una di queste e costituisce un crimine contro l&rsquo;umanità che si aggiunge alle responsabilità del conflitto.<br>
<a href="https://www.quirinale.it/elementi/65762" rel="noopener">Sergio Mattarella</a>, Presidente della Repubblica Italiana</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>L’assedio di Gaza: quando gli aiuti diventano un’arma di guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/assedio-gaza-quando-aiuti-diventano-arma-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/assedio-gaza-quando-aiuti-diventano-arma-guerra/</guid><pubDate>Thu, 03 Jul 2025 10:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Di Carlo</dc:creator><category>pace</category><description>Pubblichiamo una riflessione che ci arriva dall’esperienza diretta sul campo degli operatori di Medici Senza Frontiere. L’Ong ha avanzato la maggior parte di queste richieste a livello europeo, durante una conferenza stampa  tenutasi il 16 giugno a Bruxelles.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/assedio-gaza-quando-aiuti-diventano-arma-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/assedio-gaza-quando-aiuti-diventano-arma-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Una persona ha cominciato a correre in strada. Era la prima volta che l’esercito israeliano la chiamava direttamente. Correva gridando: &ldquo;Evacuate! Evacuate! Stanno per bombardare!&quot;». Così Amira, psicologa di Medici Senza Frontiere (MSF) a Gaza, racconta uno degli otto ordini di evacuazione forzata che lei e la sua famiglia hanno subito. Una testimonianza di terrore in piena notte.</p>
<p>Gli spostamenti forzati sono solo una delle armi usate dalle autorità israeliane per rendere la vita impossibile a Gaza. In oltre un anno e mezzo di guerra, ospedali, mercati, scuole, strade, reti idriche e linee elettriche sono stati sistematicamente distrutti, in una campagna militare che richiama una strategia di pulizia etnica e punizione collettiva, condotta nel più totale disprezzo del Diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.</p>
<p>Ogni giorno, le nostre équipe assistono a schemi di violenza pianificata: bombardamenti su ospedali e rifugi, uccisione di personale medico e umanitario, totale blocco di viveri, acqua, farmaci e materiali sanitari, ignorando le sentenze della Corte internazionale di giustizia che impongono a Israele di garantire gli aiuti e prevenire il genocidio. Dal 7 ottobre 2023 al 25 giugno 2025, il ministero della Salute di Gaza ha riportato l’<a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-update-300-gaza-strip" rel="noopener">uccisione di 56.156 palestinesi e il ferimento di 132.239 persone</a>. </p>
<p>Secondo un’indagine di mortalità condotta da MSF, quasi il 2% dei nostri colleghi e dei loro familiari a Gaza è morto in questo periodo. Tra le vittime civili, oltre il 40% sono bambini sotto i dieci anni. Solo 21 dei 36 ospedali rimangono “parzialmente funzionanti” e quasi tutti hanno subito danni nel conflitto, secondo i dati dell&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità. Gli attacchi contro strutture e personale sanitario sono continui: MSF ha dovuto evacuare il personale da 18 strutture e ha subito 50 episodi violenti, tra cui raid armati, bombardamenti su ospedali e cliniche e colpi sparati contro convogli umanitari. E non siamo i soli a subire queste violenze: si tratta di attacchi sistematici contro tutto il settore umanitario, in aperta violazione del Diritto internazionale umanitario, incluse le risoluzioni ONU, come la 2286, sulla protezione delle missioni mediche.</p>
<p>In questo contesto, l’unica ancora di salvezza rimasta per la popolazione civile, l’assistenza umanitaria, è stata trasformata essa stessa in arma di guerra. Da oltre un mese, Israele e Stati Uniti hanno avviato un cosiddetto piano di distribuzione di aiuti alimentari, gestito da un’entità denominata Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Ma quello che viene presentato come intervento umanitario si è rivelato in realtà una trappola mortale.</p>
<p>Le modalità di distribuzione obbligano migliaia di persone, ridotte alla fame da oltre 100 giorni di assedio, a percorrere lunghe distanze per raggiungere quattro punti di distribuzione, situati in aree sotto controllo militare israeliano, circondati da postazioni di tiro, terrapieni e filo spinato. Se si arriva troppo presto, si viene colpiti. Se si tenta di avvicinarsi ai checkpoint o di scavalcare per fame, si viene colpiti. Se si arriva tardi, si rischia comunque la vita perché la zona è considerata “evacuata”. Ogni giorno, le nostre équipe ricevono feriti da arma da fuoco che cercavano solo di prendere un sacco di farina.</p>
<p>In un solo mese, oltre 500 persone sono state uccise e 4.066 ferite mentre cercavano di accedere a queste distribuzioni. Solo nella clinica di Al Mawasi, supportata da MSF, dal 7 giugno sono arrivati 423 feriti dalle aree di distribuzione. E ogni giorno almeno dieci persone con ferite gravi bussano alle nostre porte: colpi d’arma da fuoco, ferite da esplosione, traumi che richiederebbero trasfusioni di sangue e interventi chirurgici urgenti che non possiamo garantire in un ambulatorio da campo. Nei pochi presidi rimasti aperti, il personale affronta quotidianamente emergenze complesse senza risorse adeguate. </p>
<p>Un uomo del luogo racconta: «Ci stavano uccidendo uno a uno. Eravamo solo affamati, cercavamo di nutrire i nostri figli». Il prezzo di un sacco di lenticchie è arrivato a costare 30-40 shekel (circa 6-10 euro), un prezzo fuori portata per la maggior parte dei palestinesi. </p>
<p>A rendere ancora più drammatica la situazione, le autorità israeliane hanno trasformato deliberatamente la privazione alimentare in una tattica militare: prima negando i rifornimenti, poi limitandoli a un flusso minimo e gestendoli secondo logiche di controllo e coercizione. Questo comportamento equivale a una violazione flagrante del Diritto internazionale umanitario perché gli aiuti, che dovrebbero essere garantiti con dignità e nel rispetto dei principi universali di imparzialità, neutralità e indipendenza, vengono invece strumentalizzati, subordinati a spostamenti forzati della popolazione e a una gestione diretta da parte israeliana, diventando un ulteriore strumento di sofferenza. L’ostruzione deliberata degli aiuti viola inoltre la Risoluzione 2720 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che impone la consegna rapida e senza ostacoli dell’assistenza umanitaria alla popolazione civile.</p>
<p>L’Unione europea e gli Stati membri non sono spettatori innocenti. Con rare eccezioni, hanno mantenuto un silenzio complice o una retorica ipocrita. Mentre condannano a parole, continuano a vendere armi che mutilano e uccidono i bambini e le bambine che curiamo ogni giorno. E, a dispetto di nuove escalation regionali, non possono permettere che l’attenzione venga distolta dall’orrore che continua a Gaza.  L’Unione europea e i governi europei hanno gli strumenti politici, economici e diplomatici necessari per esercitare una reale pressione sulle autorità israeliane affinché fermino quest’assedio e aprano i valichi di Gaza per consentire l’ingresso senza ostacoli degli aiuti umanitari. Non si tratta solo di strumenti teorici ma di risorse che possono essere concretamente utilizzate per difendere il Diritto internazionale e proteggere i civili.</p>
<p>Siamo di fronte a una catastrofe annunciata e deliberatamente provocata, resa possibile dalla sistematica disumanizzazione di una popolazione e dall’immobilismo di una comunità internazionale incapace di agire. È un fallimento collettivo.</p>
<p>MSF chiede con forza che questo sistema di distribuzione degli aiuti sia smantellato, che l’assedio su viveri, carburante, farmaci e forniture umanitarie venga revocato e che si ripristini un sistema umanitario indipendente e basato sui principi del Diritto internazionale, sotto il coordinamento delle Nazioni Unite. È indispensabile una tregua immediata e duratura. Serve ora. <br>
Non c’è più tempo per le esitazioni né per pericolosi doppi standard. Questo è un momento cruciale che reclama coraggio politico, responsabilità giuridica e dovere morale per mettere fine alla sofferenza inflitta alla popolazione di Gaza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’onda degli anti-diritti all’attacco delle istituzioni democratiche europee</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/onda-anti-diritti-all-attacco-istituzioni-democratiche-europee/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/onda-anti-diritti-all-attacco-istituzioni-democratiche-europee/</guid><pubDate>Thu, 26 Jun 2025 16:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>societa</category><description>Un’articolata rete internazionale di organizzazioni anti-diritti, professionali e ben finanziate, sta erodendo dall’interno le politiche europee su sessualità, riproduzione, identità di genere e autodeterminazione. Dietro un linguaggio laico e scientifico si cela una strategia conservatrice globale, sostenuta da fondi religiosi, oligarchi, tech magnati e governi autoritari. Un rapporto EPF ne ricostruisce struttura, obiettivi e finanziamenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/onda-anti-diritti-all-attacco-istituzioni-democratiche-europee-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/onda-anti-diritti-all-attacco-istituzioni-democratiche-europee-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Europa è attiva una rete di organizzazioni nazionali e internazionali, collegate tra loro a diversi livelli, formali e informali, ben finanziate, che lavorano con un approccio professionale e mirano a svuotare dall’interno le istituzioni democratiche nel settore dei diritti sessuali e riproduttivi. Nel corso degli ultimi anni il loro numero è cresciuto in tutto il continente, anche nei Paesi del Nord, come Svezia e Norvegia, dove un tempo la loro presenza era molto limitata. Le loro connessioni internazionali si sono infittite e sono aumentati i finanziamenti che ricevono da diverse fonti, pubbliche e private.</p>
<p>Il quadro, allarmante, è descritto con ricchezza di dettagli e documentato rigorosamente nel rapporto <a href="https://www.epfweb.org/node/1147" rel="noopener"><em>The Next Wave: How Religious Extremism Is Regaining Power</em></a>, pubblicato il 26 giugno dal <a href="http://epfweb.org/" rel="noopener">Forum Parlamentare Europeo sui Diritti Sessuali e Riproduttivi</a> (EPF), un network di parlamentari europei impegnati nel campo della sessualità e della riproduzione.</p>
<h2 id="il-nuovo-volto-dellestremismo-religioso">Il nuovo volto dell’estremismo religioso</h2><p>Tra gli obiettivi delle organizzazioni descritte nel documento c’è il contrasto all’interruzione volontaria di gravidanza, alla contraccezione, alla procreazione medicalmente assistita, alla gestazione per altri, all’educazione sessuale, al divorzio, al suicidio assistito, all’uso dei bloccanti della pubertà e all’approccio affermativo alla transizione di genere, ai diritti delle persone LGBTQIA+, al femminismo e all’uguaglianza di genere. Di contro, questi gruppi perseguono una visione tradizionale della società e della famiglia basata sul matrimonio tra uomo e donna, rigida divisione dei ruoli tra i partner, incremento della natalità, “terapie riparative” dell’omosessualità e più in generale il superamento dei diritti umani per sostituirli con i diritti della famiglia di stampo patriarcale, all’interno della quale si annulla l’autodeterminazione dell’individuo.</p>
<p>Nel panorama delle organizzazioni descritte, spiccano quelle che il rapporto definisce Church Organised Non Governative Organisations (ChONGOs), cioè organizzazioni non governative che si presentano come entità non confessionali, manifestazione di interessi della società civile, ma sono in realtà gestite e in parte finanziate dalla Chiesa Cattolica, dalla Chiesa Ortodossa russa o dai movimenti evangelici statunitensi più conservatori. </p>
<p>«Gli indicatori che ci hanno permesso di identificare questi gruppi sono la presenza di membri della gerarchia ecclesiastica tra i loro fondatori e amministratori e la provenienza dei fondi che li sostengono», spiega Neil Datta, direttore esecutivo dell’EPF.</p>
<p>Un esempio è la World Youth Alliance, fondata negli Stati Uniti e oggi presente in diverse aree del mondo, che svolge attività di lobbying presso le Nazioni Unite, il Parlamento europeo e altre istituzioni internazionali. «La WYA afferma di essere stata fondata da giovani per essere una voce globale a favore dell’inviolabile dignità di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale», si legge nel rapporto. «Tuttavia, la sua leadership comprende alcune delle più alte e influenti personalità cattoliche, sia all&rsquo;interno che all&rsquo;esterno della Chiesa, spesso con un ampio passato di attivismo contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione».</p>
<p>Il tratto distintivo delle organizzazioni anti-diritti attive oggi in Europa e anche in Italia è l’abbandono della retorica e delle forme esteriori religiose a favore di argomentazioni che fanno riferimento alla natura, alla scienza, alla difesa dei bambini e della famiglia, considerate più accettabili dal pubblico secolarizzato. Una facciata, secondo gli autori del rapporto, che dissimula un rinnovato impegno degli attori religiosi nella politica, facciata che cade quando si analizzano i documenti interni, i contenuti di riunioni e convegni, le affiliazioni delle personalità coinvolte.</p>
<h2 id="professionisti-della-comunicazione">Professionisti della comunicazione</h2><p>Un tale impulso dell’attivismo anti-diritti può essere il segnale di uno spostamento dell’opinione pubblica verso posizioni più conservatrici? «No, le ricerche condotte negli ultimi anni dimostrano che non c’è in Europa e in Italia un ampio movimento di opinione contraria ai diritti sessuali e riproduttivi e ai diritti LGBTQIA+» commenta Massimo Prearo, coordinatore scientifico del Centro di ricerca PoliTeSse – Politica e Teorie della Sessualità, dell’Università di Verona, studioso dei movimenti anti-scelta, che ha appena pubblicato i dati raccolti sull’argomento nel saggio <a href="https://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846772589&amp;from=homepage&amp;fbclid=IwY2xjawLI8MNleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBvanVCeXJYdjdjMVFGYnpkAR6B7UtWngCS7vsTGa72pTX3Tou5Rzw7kdjhlj3VByC_2cv1fMxvjkNs5iVOQQ_aem_DVxbkwytNC38DUkrVc6nOA" rel="noopener"><em>Politica e cittadinanza LGBTQIA+, tra opinione pubblica, diritti e partecipazione</em></a>.</p>
<p>«Al contrario, i sondaggi che anche noi abbiamo condotto evidenziano una diffusa accettazione dei diritti sessuali e LGBTQIA+. L’attività dei movimenti di opposizione va intesa come una reazione a questa tendenza generale. Negli ultimi anni, le organizzazioni anti-diritti, grazie all’alleanza con alcuni partiti e governi conservatori, hanno guadagnato una crescente visibilità pubblica e si presentano oggi come portavoce di una “maggioranza silenziosa” della cui esistenza non abbiamo riscontri empirici. Si tratta di una strategia di comunicazione sviluppata da una nuova generazione di imprenditori dell’attivismo, che dispongono di risorse economiche e competenze professionali condivise all’interno delle loro reti internazionali, per influenzare il discorso pubblico».</p>
<h2 id="fiumi-di-denaro">Fiumi di denaro</h2><p>Le risorse economiche dei movimenti anti-diritti attivi in Europa sono l’argomento del capitolo più corposo del rapporto dell’EPF. Tra il 2019 e il 2023 queste organizzazioni hanno speso complessivamente almeno 1,18 miliardi di dollari, come si evince dai movimenti di denaro documentati dai ricercatori. Si tratta probabilmente di una stima per difetto, a causa della scarsa trasparenza finanziaria di alcuni di questi soggetti. «In l’Italia, per esempio, non siamo riusciti a raccogliere queste informazioni finanziarie. È una delle ragioni per cui le organizzazioni attive in Italia sono sottorappresentate nel nostro rapporto», osserva Neil Datta. </p>
<p>Da dove proviene l’enorme quantità di fondi che circolano nel nostro continente? Dal Vaticano e da entità vicine alla Chiesa Cattolica, come l’Opus Dei e i Cavalieri di Colombo. Da fondazioni private finanziate da antiche famiglie aristocratiche europee, come gli Asburgo e i Thurn und Taxis, i cui membri siedono spesso nei consigli direttivi delle stesse organizzazioni anti-diritti. Da oligarchi russi o di Paesi dell’Europa dell’Est legati alla Chiesa Ortodossa russa, che promuovono Mosca come baluardo dei valori tradizionali. Da alcune ricche famiglie conservatrici statunitensi, come i DeVos e i Koch, e dai cosiddetti Tech Bros, i nuovi magnati della tecnologia come Elon Musk e Peter Thiel. Dal governo ungherese, che finanzia reti internazionali di organizzazioni attive nell’Europa occidentale, legate a quelle statunitensi e russe. Infine, da partiti conservatori, fondi pubblici nazionali ed erogati dalle istituzioni europee, come i 400 mila euro del programma Erasmus+ che nel 2023 hanno finanziato un progetto della World Youth Alliance per promuovere i metodi naturali per il controllo della fertilità come alternativa ai mezzi contraccettivi moderni.</p>
<h2 id="i-servizi-alternativi">I “servizi alternativi”</h2><p>Tra le attività che impegnano le organizzazioni anti-diritti c’è l’offerta di quelli che il rapporto chiama “servizi alternativi”: centri di aiuto alla vita che scoraggiano le donne intenzionate ad abortire con informazioni fuorvianti sui rischi per la salute fisica e psicologica, tecniche di pianificazione familiare naturale, come il metodo Billings, promosse come sostituti efficaci dei metodi contraccettivi moderni, protocolli pseudo-scientifici per curare l’infertilità escludendo la procreazione medicalmente assistita, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/">programmi scolastici</a> per incoraggiare l’astinenza al posto dell’educazione sessuale basata su evidenze scientifiche, “terapie riparative” per modificare l’orientamento sessuale.</p>
<p>Questi approcci alternativi, ripuliti da ogni riferimento alle loro fondamenta confessionali, corredati da «un’apparenza di credibilità scientifica e medica» in collaborazione con figure accademiche ideologicamente allineate, come spiega il rapporto, guadagnano appoggio politico e vengono adottati dalle istituzioni diffondendosi su scala sempre più ampia, entrando in competizione con i servizi basati sull’evidenza scientifica, togliendo loro risorse e generando confusione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Femminicidio: la strategia perdente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/femminicidio-strategia-perdente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/femminicidio-strategia-perdente/</guid><pubDate>Wed, 25 Jun 2025 05:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>Il femminicidio non è un fatto isolato o frutto di un raptus: è l’esito estremo di un sistema di disuguaglianze e violenze radicate nella cultura patriarcale. Le risposte repressive e securitarie, come il disegno di legge sull’introduzione del reato di femminicidio, non bastano e si limitano a interventi di facciata: servono invece prevenzione, educazione alle relazioni e al rispetto, per scardinare stereotipi e ruoli di genere che alimentano la violenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/femminicidio-strategia-perdente-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/femminicidio-strategia-perdente-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Aumenta, purtroppo a ritmo costante, l’elenco dei nomi che si aggiungono alla conta delle vittime di femminicidio e la stampa, assieme alla politica, torna a parlare di violenza contro le donne. L’argomento meriterebbe attenzione tutti i giorni dell’anno, non solo quando i fatti di cronaca lo richiamano, e deve essere affrontato con gli strumenti giusti: quelli della prevenzione e dell’educazione, perché le misure repressive non sono sufficienti a scoraggiare gli atti di violenza. Ancora oggi, però, in Italia c’è chi si oppone ai programmi scolastici di educazione sessuale e affettiva mirati a superare gli stereotipi e la discriminazione di genere. </p>
<p>Il 30 maggio scorso, la Presidente Meloni, nel commentare il femminicidio di Martina Carbonaro, <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/05/30/meloni-sui-femminicidi-non-servono-appelli-io-ci-sono_594e3459-ecf6-40fc-8a23-2a2455482f57.html" rel="noopener">ha dichiarato</a>: «Abbiamo lavorato tanto (…) ma delle volte ti senti veramente disarmato, non so come dire, perché le leggi le abbiamo fatte, ma la questione è più ampia, e forse non la stiamo neanche capendo completamente (…) mi ha lasciato senza fiato (…) È un dibattito che va aperto. Confesso che non ho le risposte, ma se non ci facciamo le domande non possiamo trovarle».</p>
<p>Queste dichiarazioni non possono non essere oggetto di analisi perché, forse non intenzionalmente, fanno emergere tutti i limiti e l&rsquo;inefficacia degli strumenti che il Governo ha messo in campo. Occorre dunque rimettere in fila i provvedimenti che sono stati adottati da questa legislatura e inserirli dentro la cornice politica e culturale nella quale sono collocati.</p>
<h2 id="femmicidio-un-fenomeno-sistemico">Femmicidio: un fenomeno sistemico?</h2><p>Prima di tutto bisogna partire dalla definizione di femminicidio e dall’evoluzione che questo termine ha avuto nella storia. <br>
Il femminicidio non è un evento isolato, frutto di un raptus, ma l’apice di un continuum di violenza che comprende abusi fisici e sessuali, psicologici ed economici, discriminazione, sfruttamento, negazione delle risorse e dell’accesso ai servizi. Lo dimostrano i <a href="https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/341338/9789240026681-eng.pdf?sequence=1" rel="noopener">dati</a> sulla violenza contro le donne nel mondo, pubblicati periodicamente dall’Organizzazione mondiale della sanità, che la definisce «un enorme problema di salute pubblica di portata globale, presente in tutte le regioni, che riguarda tutte le fasce sociali, produce grande sofferenza umana e comporta costi economici rilevanti». </p>
<p>Il feminicidio come fattispecie di reato nasce alla fine dell’800, ma è soltanto nel 1976 che viene introdotto nel pensiero del movimento femminista a opera di Diana Russell, autrice di <em>La politica dello stupro</em>, tradotto in italiano da Carmela Paloschi (Limenetimena Edizioni, 1976). Nel 2008 l’antropologa femminista messicana Marcela Lagarde, autrice di <em>Antropología, feminismo y política in Retos teóricos y nuevas prácticas</em> <em>di Margaret Louise Bullen e María Carmen Díez Mintegui</em> (Ankulegi, 2008), ne amplia la definizione in senso politico nominandolo femminicidio, descrivendolo come l’insieme dei comportamenti misogini da cui deriva l’impunità delle condotte poste in essere a livello sociale e statuale che possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione di una donna. In questo senso Lagarde mette al centro della definizione di femminicidio la dimensione sociale e politica che alimenta e sostiene la commissione e l’impunità della violenza maschile contro le donne. Un cambio radicale di paradigma: non fattispecie da risolversi nella singola esperienza di reato penale, ma problema sociale che va risolto in ambito collettivo mettendo in discussione la struttura patriarcale della società.  </p>
<p>La <a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/declaration-elimination-violence-against-women" rel="noopener">Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne</a>, adottata nel 1993 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, riconosceva che «La violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, che è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».</p>
<p>La <a href="https://www.istat.it/it/files/2017/11/ISTANBUL-Convenzione-Consiglio-Europa.pdf" rel="noopener">Convenzione del Consiglio d&rsquo;Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica</a>, firmata a Istanbul nel 2011, ribadisce che «Il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de iure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne, che ha natura strutturale in quanto basata sul genere».</p>
<h2 id="la-falsa-soluzione-della-legge-sul-femminicidio-come-specchio-dellideologia-delle-nuove-destre">La falsa soluzione della legge sul femminicidio come specchio dell’ideologia delle nuove destre</h2><p>Ecco perché la presentazione del <a href="https://www.governo.it/it/articolo/delitto-di-femminicidio-come-reato-autonomo-dichiarazione-del-presidente-meloni/27891" rel="noopener">disegno di legge sull’introduzione del reato di femminicidio</a> da parte del governo Meloni il 7 marzo del 2025 appare come una mera operazione di facciata alla ricerca di consenso politico, mentre nei fatti si limita ad aggiungere al corpus del codice penale l’art. 577 bis. L’iniziativa ha suscitato, infatti, numerose critiche: l’inefficacia strutturale di questa misura che non inserisce la questione della prevenzione, intesa come scardinamento della cultura patriarcale e degli stereotipi che sottostanno alla violenza di genere, con la conseguenza di operare un abuso del diritto penale; l’incostituzionalità della norma, la riduzione della vittima a oggetto della violenza priva di <em>agency</em>; la soluzione carceraria e securitaria di un fenomeno che invece è sistemico, la <a href="https://www.giustiziainsieme.it/it/violenza-di-genere/3455-nominare-la-violenza-maschile-contro-le-donne-diritto-penale-e-giustizia-ilaria-boiano" rel="noopener">cancellazione della giustizia</a> trasformativa e sociale in favore di una deterrenza punitiva. </p>
<p>La fumosità del dispositivo legislativo è evidente laddove gli elementi probatori della violenza indicati sono non determinabili in modo oggettivo e univoco, con la conseguente criticità in aula di dimostrare la sussistenza della fattispecie incriminatrice. </p>
<p>Come <a href="https://www.huffingtonpost.it/cultura/2025/04/07/news/il_passo_indietro_raccontare_i_femminicidi_sbagliando_tutto-18865705/" rel="noopener">sostiene</a> la giornalista Angela Azzaro, un approccio che riconosce esclusivamente la dimensione penale estromette dal discorso pubblico e dalla lotta alla violenza di genere il concetto di potere maschile, ritenuto una dimensione naturale da non mettere in discussione. </p>
<p>Nel rinchiudere la soluzione di un problema globale con una natura culturale e sociale dentro la creazione di una nuova fattispecie di reato penale, il disegno di legge tradisce il suo essere ostaggio di un’ideologia securitaria e repressiva, ma soprattutto di ostinata negazione della questione di genere in favore della lotta alla inesistente teoria gender. E questo è confermato non solo dalle infinite dichiarazioni degli esponenti delle forze politiche che costituiscono la maggioranza di governo ma dalla prassi istituzionale sia a livello nazionale che europeo. </p>
<h2 id="ignorare-la-convenzione-di-istanbul">Ignorare la Convenzione di Istanbul</h2><p>Poco più di due anni fa, il 10 maggio 2023, il Parlamento europeo in seduta plenaria ha votato le risoluzioni che chiedono all’Unione Europea di aderire alla Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica. In quell&rsquo;occasione i parlamentari europei di Lega e Fratelli d’Italia, partiti di governo, <a href="https://www.ilpost.it/2023/05/11/lega-fratelli-italia-astensione-voto-convenzione-istanbul/" rel="noopener">si sono astenuti in maggioranza</a>; addirittura due deputate della Lega hanno votato contro.</p>
<p>Ma cosa preoccupava della Convenzione di Istanbul? La Convenzione individua le radici della violenza nei confronti delle donne nella disuguaglianza tra uomini e donne. Sostiene che questa disuguaglianza sia strutturale e abbia le sue radici nei cosiddetti “ruoli di genere” che tradizionalmente vengono assegnati a maschi e femmine. Ruoli che sono stati socialmente e storicamente costruiti e intorno ai quali si sono poi sviluppati una serie di stereotipi. La Convenzione precisa che con «il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». I ruoli di genere, premette il trattato, <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:22023A0602%2801%29" rel="noopener">contribuiscono e sostengono la violenza</a> contro le donne.</p>
<p>È proprio nella grande rilevanza che viene data alla lotta ai ruoli e agli stereotipi di genere che le destre europee, compatte, vedono un pericolo.</p>
<p>Individuare la radice culturale di questa posizione è utile per comprendere perché oggi il governo Meloni decidere di affrontare la questione della violenza di genere e dei femminicidi, parole entrambe che non ha mai pronunciato - e questo anche ha una grande valenza simbolica - scegliendo come strada la negazione della sua dimensione sistemica. E cercando di criminalizzare quelle soggettività e quei movimenti che da sempre invece ne denunciano la matrice, ovvero la cultura patriarcale che sottende la struttura sociale, culturale, politica e relazionale delle nostre società.</p>
<p>Il quotidiano <em>Politico</em>, nel suo <a href="https://www.politico.eu/article/istanbul-convention-europe-violence-against-women/" rel="noopener">articolo</a> del 2021 “How the Istanbul Convention became a symbol of Europe’s cultural wars”, affermava che la votazione sulla Convenzione si era trasformata in una lotta per procura per le più ampie guerre culturali che stavano attraversando l’ Unione Europea, anche dentro una divisione per blocchi geografici oltre che ideologici. Infatti sono i Paesi dell’Europa orientale quelli che in maggioranza stavano voltando le spalle al documento, sostenendo che questo erode la loro visione di valori familiari.</p>
<p>Al centro della disputa c’era, e rimane, la questione semantica: il termine genere. Per una schiera di leader e partiti europei, e i loro omologhi nazionali, il termine genere è uno strumento subdolo per erodere la distinzione tra uomini e donne e promuovere, normalizzandola, l’omosessualità. Il termine genere nel <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:22023A0602%2801%29" rel="noopener">testo</a> compare 25 volte.</p>
<p>I voti contrari o le astensioni sul documento avevano una medesima matrice e disegnano una <a href="https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20230505IPR85009/violenza-contro-le-donne-ue-puo-concludere-adesione-a-convenzione-di-istanbul" rel="noopener">mappa geopolitica</a> delle alleanze internazionali dei partiti e movimenti ultra conservatori delle nuove destre.</p>
<p>Oggi molti di questi partiti sono al governo in molte nazioni europee, tra cui la nostra, e la loro azione di indirizzo politico affonda in un&rsquo;ideologia identitaria fatta di famiglia tradizionale e lotta al gender, di politiche volte a «Ristabilire l’ordine naturale delle cose», come si legge nel <a href="https://www.epfweb.org/sites/default/files/2020-05/online_epf_italiano_definitivo_compressed.pdf" rel="noopener">rapporto</a> del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione &amp; lo Sviluppo (EPF). </p>
<p>In questo quadro va inserita l’attività governativa sul contrasto ai femminicidi, che vengono trattati come questioni di violenza privata e dove la società viene posta sullo sfondo della questione e della soluzione ricercando “colpe” nelle singole esperienze, nei social e nei cellulari, nelle famiglie, nelle serie televisive, ecc. ma mai mettendo in discussione proprio l’ordine prestabilito delle cose e, soprattutto, così negando che la prevenzione e non la punizione deve essere al centro dell’attività politica di governo. </p>
<p>Nella dimensione securitaria e repressiva della soluzione si inserisce anche la proposta, per ora solo a livello di dichiarazione pubblica, della Presidente della Commissione Giustizia Giulia Buongiorno di <a href="https://www.huffingtonpost.it/cronaca/2025/05/31/news/omicidio_martina_bongiorno_valutare_imputabilita_a_12_anni-19322301/" rel="noopener">abbassare a 12 anni</a> la soglia della punibilità penale come risposta alla sempre più giovane età dei protagonisti, rei e vittime, dei femminicidi: se il fenomeno riguarda sempre più adolescenti e pre-adolescenti la soluzione non è quella di lavorare sull’educazione pubblica, ma di poterli condannare penalmente prima.</p>
<p>Giova sapere che a livello globale la strada dell’abbassamento dell’età a 12 anni per la punibilità del reato penale ha suscitato la presa di posizione del Comitato ONU sui diritti del fanciullo, l’organo che si occupa del monitoraggio dell’attuazione della <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza</a> del 1989.</p>
<p>Già nel 2007 il Comitato <a href="https://www.ildubbio.news/carcere/imputabilita-il-monito-dellonu-una-follia-abbassare-leta-minima-xwbky0yx" rel="noopener">aveva ufficialmente condannato</a> le scelte legislative che individuavano la responsabilità penale sotto i 14 anni chiedendo un impegno ufficiale e pubblico a tutti gli Stati sottoscrittori e per suffragare tale richiesta il Comitato aveva anche indicato diversi studi sullo sviluppo del bambino e delle neuroscienze.</p>
<p>Il governo Meloni disconosce l’esistenza del patriarcato e la matrice culturale delle violenze; se ogni femminicidio, nella visione conservatrice, fa storia a sé significa che ogni uomo ucciderebbe, quindi, per motivi diversi, senza che alla base di quell’atto di violenza ci sia una diffusa acquiescenza della società nei confronti della violenza maschile e lo Stato può solo agire sul versante della pena di ogni singolo caso. (<em>Era una brava persona</em>, di Emanuele Corn, Leandro Malgesini e Ivan Pezzotta).</p>
<p>Come è stato detto, l’introduzione del nuovo reato penale di femminicidio <a href="https://servizioadomicilio.substack.com/p/la-legge-sul-femminicidio-non-serve" rel="noopener">è una legge per le persone morte</a>, non per le vive. Punisce in maniera più grave il femminicidio, ma non fa nulla per contrastare o prevenire la cultura della violenza da cui scaturisce.<br>
Per assurdo, inoltre, nel prevedere un risarcimento alla famiglia per la perdita, la nuova legge considera la donna una <a href="https://www.governo.it/it/articolo/delitto-di-femminicidio-come-reato-autonomo-dichiarazione-del-presidente-meloni/27891" rel="noopener">funzione sottratta alla famiglia</a> e non una persona che aveva diritto di continuare a vivere, rinforzando quei bias culturali che alimentano una narrazione che nega la soggettività e l’autodeterminazione delle donne.</p>
<h2 id="il-contrasto-alla-violenza-di-genere-e-il-ruolo-fondamentale-della-scuola">Il contrasto alla violenza di genere e il ruolo fondamentale della scuola</h2><p>La prevenzione dei femminicidi vera ed efficace deve invece obbligare i governi e le amministrazioni locali ad agire su più fronti e in primis quello educativo, con l’introduzione dell’educazione sessuale, affettiva e relazionale nelle scuole di ogni ordine e grado, ovviamente con un linguaggio e dei temi appropriati a ogni fascia d’età.<br>
Se le radici della violenza e della discriminazione di genere sono culturali, è fondamentale combatterle precocemente sul terreno della cultura, attraverso programmi di educazione sessuale e affettiva nelle scuole. </p>
<p>Il contrario di quello che vediamo accadere, e cioè l’assoluta negazione da parte della maggioranza dello strumento fondamentale dell’educazione sesso-affettiva nelle scuole. Come si evince anche dalla lettura delle <a href="https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Linee&#43;guida&#43;Educazione&#43;civica.pdf/9ffd1e06-db57-1596-c742-216b3f42b995?t=1725710190643" rel="noopener">Nuove linee guida sull’educazione civica</a> e della bozza delle <a href="https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Nuove&#43;indicazioni&#43;2025.pdf/cebce5de-1e1d-12de-8252-79758c00a50b?version=1.1&amp;t=1741806754378" rel="noopener">Nuove indicazioni nazionali per l’infanzia e il primo ciclo di istruzione</a> emanate dal ministro Valditara, che definiscono la violenza contro le donne «una triste patologia».</p>
<p>Questa impostazione culturale e politica è ribadita anche nella <a href="https://www.mim.gov.it/-/indicazioni-nazionali-per-il-curriculo-scuola-dell-infanzia-e-scuole-del-primo-ciclo-di-istruzione" rel="noopener">versione definitiva</a> delle Nuove Indicazioni nazionali licenziate in questi giorni, che indicano «l’educazione al rispetto della donna» come obiettivo di lavoro cui sarà chiamata la scuola per «debellare il triste fenomeno del femminicidio».</p>
<p>Questo indirizzo è <a href="https://comune-info.net/scuole-aperte/forse-era-il-suo-primo-grande-no/?sfnsn=scwspwa" rel="noopener">ampiamente criticato</a> dal mondo della scuola, della cultura e dell’attivismo, come affermato da Cinzia Pennati: «Urge una legge per inserire obbligatoriamente nella scuola l’educazione alle relazioni, sessuale e al consenso. Perché se è vero che la scuola non può tutto, può molto. Cambiare la narrazione dell’amore nella cultura. Quell’amore che viene rappresentato come superamento di ostacoli continui, di rapporti di forza o violenza; persino erotizzati attraverso le fiabe plasmando il nostro desiderio».</p>
<p>Un lavoro strutturale e curriculare, quindi, da fare quotidianamente in classe e non attraverso interventi spot nelle scuole. Gli esempi di donne vittime di femminicidio sono molteplici nel mito, nella storia, nell’arte, nella letteratura, a dimostrare come il fenomeno della violenza sulle donne affondi le sue radici in epoche lontane, di come la violenza sia radicata dentro una visione dell’amore e dei rapporti. Dafne, Ipazia, Francesca da Rimini, Giovanna D’arco, Anna Bolena, Desdemona e il canto V dell’Inferno, il noto canto di “Paolo e Francesca” sono solo esempi di argomenti già affrontati in classe e potrebbero essere vettori di una importante educazione sesso-affettiva. </p>
<p>Anche la società ritiene che la scuola abbia un ruolo centrale dentro una strategia di contrasto alla violenza di genere, come dimostra il <a href="https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/dire-fare-amare-la-crusca-collabora-alla-campagna-coop-a-favore-dellobbligatoriet-delleducazione-aff/40950" rel="noopener">sondaggio</a> &ldquo;La scuola degli affetti&rdquo; condotto da Coop in collaborazione con Nomisma nel febbraio 2025, in occasione del quale 9 intervistati su 10 hanno dichiarato di ritenere che l’insegnamento scolastico contribuisca a prevenire fenomeni di odio, emarginazione, violenza di genere.</p>
<p>L’Italia rimane uno dei pochissimi Paesi dell’Unione Europea (assieme a Cipro, Lituania, Polonia, Bulgaria e Romania) che non prevede programmi curricolari obbligatori in materia di educazione sesso affettiva, nonostante le pressioni e le raccomandazioni in questo senso da parte di diversi organismi internazionali tra cui l’UNESCO sin dagli anni &lsquo;80 fino al più recente <a href="https://www.unesco.it/it/news/pubblicato-il-global-education-monitoring-report-dellunesco-sulleducazione-sessuale-in-50-paesi-del-mondo/%5d" rel="noopener">Global Education Monitoring Report</a> sull’educazione sessuale in 50 Paesi del mondo pubblicato nel 2023.</p>
<p>Il DDL sul femminicidio è in discussione alla Commissione Giustizia del Senato ed è atteso in Aula per l'8 luglio prossimo nell’iter di conversione a legge ordinaria. Cosa interverrà in termini di modifiche o emendamenti non è ancora chiaro, bisognerà attendere la sua stesura finale. Nel frattempo, nelle piazze continuano a gridare «Ci vogliamo vive».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Alcune cose da sapere sulla bomba nucleare oggi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi/</guid><pubDate>Mon, 23 Jun 2025 05:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>societa</category><description>Gli Stati Uniti attaccano l’Iran subito dopo Israele con l&amp;amp;rsquo;accusa di voler costruire la bomba nucleare, che nel frattempo continua a massacrare Gaza. La Russia fa lo stesso con l’Ucraina e la Francia ipotizza di creare un ombrello nucleare europeo. Con la scusa della deterrenza crescono escalation e morti. Facciamo il punto su alcune cose da sapere sulla bomba nucleare, anche in occasione dell’uscita del libro postumo di Pietro Greco “ L’atomica e le responsabilità della scienza ” (L’asino d’oro, 2025).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Trump alla fine ha deciso di unirsi ai bombardamenti israeliani contro l’Iran per smantellarne con la forza il probabile programma nucleare. Le minacce della Russia più o meno implicite di usare la bomba nucleare con l’Ucraina sono sempre presenti, e la Corea del Nord fa lo stesso con la Corea del Sud. Questi dati sono oggetto anche delle preoccupazioni del <a href="https://banmonitor.org/news/press-release-the-number-of-nuclear-weapons-ready-for-use-continues-to-increase" rel="noopener">Ban Monitor</a>, che scrive che dal 2017 (entrata in vigore del <a href="https://disarmament.unoda.org/wmd/nuclear/tpnw/" rel="noopener">Trattato di proibizione dell’arma nucleare</a>) le testate nucleari totali sono un po’ diminuite, ma sono aumentate quelle pronte all’uso.</p>
<p>Ricordiamo che al Trattato di proibizione (che vieta il possesso di armi nucleari) non partecipano tutti i possessori della bomba (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord, dichiarati o meno) né i paesi membri di alleanze militari che usano l’ombrello nucleare come deterrenza. Quindi anche l’Italia in quanto membro NATO. Nel 2024, Indonesia, São Tomé e Príncipe, Sierra Leone e Isole Salomone hanno ratificato il trattato, raggiungendo così la metà dei paesi idonei. Israele non ha aderito nemmeno al <a href="https://disarmament.unoda.org/wmd/nuclear/npt/" rel="noopener">Trattato di non proliferazione</a> insieme a Pakistan, Corea del Nord e Sud Sudan. L’Iran è firmatario di quest’ultimo che, ricordiamo, chiede lo smantellamento ai possessori della bomba e agli altri di non dotarsene.</p>
<h4 id="qui-lelenco-di-altri-trattati-anche-sulluso-delle-armi-nucleari-come-lo-start-e-ora-il-new-start-che-mette-daccordo-stati-uniti-e-russia-sulla-reciproca-limitazione-della-bomba"><a href="https://2009-2017.state.gov/t/avc/nrrc/" rel="noopener">Qui</a> l’elenco di altri trattati anche sull’uso delle armi nucleari, come lo START e ora il <a href="https://www.state.gov/new-start-treaty" rel="noopener">New START</a> che mette d’accordo Stati Uniti e Russia sulla reciproca limitazione della bomba.</h4><p>Ci sembra importante sapere che, sempre secondo il Ban Monitor, il 70% dei membri ONU è favorevole al Trattato di proibizione e l’80% dei cittadini dei 188 paesi che non hanno l&rsquo;arma (cioè quasi tutti) è rappresentato da governi che sostengono il Trattato. Il comportamento dei pochi possessori della bomba, evidentemente, cozza non poco con la volontà di gran parte della comunità internazionale, che conosce bene quali sono le terribili <a href="https://www.icanw.org/catastrophic_harm" rel="noopener">conseguenze</a> dell’uso di un ordigno nucleare e quindi preferirebbe non usarlo. L’obiezione, come noto, è la necessità di avere la tanto inflazionata deterrenza. Non è questo l’articolo per discuterne, ci sia solo consentito di levare leciti dubbi sulla sua effettiva utilità, se non proprio di prendere atto della sua ormai evidente irricevibilità.</p>
<h2 id="bombardamenti-israeliani">Bombardamenti israeliani</h2><p>Israele, come già detto, ha l’arma nucleare anche se non lo dichiara esplicitamente. Unica nel suo genere. Lo ricorda <a href="https://www.nytimes.com/2025/06/17/world/middleeast/israel-nuclear-weapons.html" rel="noopener">Lara Jakes sul <em>New York Times</em></a>. Il suo programma è segreto e, secondo alcuni esperti, anche in espansione. «Secondo il Center for Arms Control and Nonproliferation e la Nuclear Threat Initiative, si ritiene ampiamente che Israele possieda almeno 90 testate nucleari e abbastanza materiale fissile da poterne produrre fino a diverse centinaia in più».</p>
<p>Israele, ricorda l’autrice, non è tra i paesi protetti dall’ombrello nucleare americano, il che aggiunge certezza nell’effettivo possesso della bomba, che iniziò a sviluppare probabilmente dal 1958 nella città di Dimona. Risulta quindi a maggior ragione incoerente il comportamento dello stato israeliano nel bombardare l’Iran con l’accusa di volersi costruire ordigni nucleari.</p>
<p>I giornalisti sono tra le vittime colpite dai bombardamenti: considerando anche i massacri di Gaza, questo è «il periodo più letale per i giornalisti da quando il Committee to Protect Journalists ha iniziato a raccogliere dati nel 1992», si legge nel <em><a href="https://thebulletin.org/2025/06/israel-and-iran-exchange-words-along-with-weapons/" rel="noopener">Bulletin of Atomic Scientists</a></em>. Secondo la Federazione internazionale dei giornalisti, almeno quattro giornalisti sono stati uccisi dall’inizio dell’assalto israeliano contro l’Iran del 13 giugno» (l’articolo è del 18 giugno, quindi il numero potrebbe essere cresciuto). Inoltre,</p>
<blockquote>
<p>il CPJ ha dichiarato di aver «documentato almeno otto episodi separati il 14 e 15 giugno che hanno coinvolto molestie, ostruzioni, confisca di attrezzature, istigazioni e, in alcuni casi, espulsioni forzate da parte della polizia israeliana ai danni di almeno 14 giornalisti». La maggior parte di questi giornalisti lavora per testate in lingua araba e stava seguendo eventi legati agli attacchi iraniani o israeliani.</p></blockquote>
<p>Gravi <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-01915-1" rel="noopener">danni</a> si sono registrati anche per la ricerca scientifica. Su <em>Nature</em> si racconta dei danneggiamenti di laboratori a causa dei bombardamenti, così come a impianti nucleari, con l&rsquo;uccisione di alcuni scienziati nucleari, come noto. I ricercatori iraniani stanno evitando incontri in presenza per paura di essere colpiti. Abbas Edalat, informatico iraniano per l’Imperial College di Londra, e Encieh Erfani, cosmologa iraniana per il Perimeter Institute for Theoretical Physics di Waterloo, hanno fornito a <em>Nature</em> le loro testimonianze, parlando di «restrizione seria» alla scienza, che «sta pagando un prezzo molto alto», considerando anche le sanzioni già esistenti.</p>
<h2 id="cosa-dice-laiea-sul-nucleare-iraniano">Cosa dice l’AIEA sul nucleare iraniano?</h2><p>Posto che nessun pericolo imminente autorizzi alcuno stato a violare il diritto internazionale e bombardare un paese sovrano (anche se non democratico), l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), tramite il suo Direttore Generale <a href="https://news.un.org/en/story/2025/06/1164611" rel="noopener">Rafael Grossi</a>, ha espresso preoccupazione per la mancanza di trasparenza dell’Iran sul suo programma nucleare. «A meno che e fino a quando l’Iran non collaborerà con l’agenzia per risolvere le questioni ancora aperte legate alle salvaguardie, l’AIEA non sarà in grado di garantire che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico», ha affermato.</p>
<p>L’Agenzia ispeziona e monitora, anche con campionamenti ambientali e immagini satellitari, l’attività dei paesi per raccogliere dati e scrivere rapporti. Se un firmatario del Trattato di non proliferazione non rispetta i requisiti possono essere avviate pressioni diplomatiche, sanzioni o altre richieste.</p>
<p>A fine maggio, inoltre, l’AIEA ha pubblicato il rapporto <em><a href="https://isis-online.org/isis-reports/detail/analysis-of-iaea-iran-verification-and-monitoring-report-may-2025/" rel="noopener">Verification and monitoring in the Islamic Republic of Iran in light of United Nations Security Council resolution 2231 (2015)</a></em>, che aggiunge informazioni al riguardo. Ne elenchiamo alcuni punti fondamentali, eliminando le specifiche troppo tecniche, comunque consultabili al link qui sopra.</p>
<ul>
<li>L&rsquo;Iran può convertire il suo attuale stock di uranio arricchito al 60% in 233 kg di uranio <em>weapons-grade</em> in tre settimane presso l&rsquo;impianto di arricchimento combustibile di Fordow, sufficiente per 9 armi nucleari.</li>
<li>L&rsquo;Iran potrebbe produrre la sua prima quantità di 25 kg di uranio <em>weapons-grade</em> a Fordow in appena due o tre giorni.</li>
<li>Accelerando la produzione sia a Fordow che presso l&rsquo;impianto di arricchimento combustibile di Natanz, i due impianti insieme potrebbero produrre abbastanza uranio <em>weapons-grade</em> per 11 armi nucleari nel primo mese, sufficienti per 15 armi nucleari entro la fine del secondo mese, 19 entro la fine del terzo mese, 21 entro la fine del quarto mese e 22 entro la fine del quinto mese.</li>
<li>Davanti agli occhi degli ispettori, l&rsquo;Iran sta intraprendendo il penultimo passo dell&rsquo;accelerazione, convertendo ora il suo stock di uranio arricchito al 20% in uranio arricchito al 60% a un ritmo notevolmente accelerato, anche se questo ritmo non può essere sostenuto molto più a lungo.</li>
<li>L&rsquo;Iran non ha alcun uso civile o giustificazione per la sua produzione di uranio arricchito al 60%, particolarmente al livello di centinaia di chilogrammi. La sua fretta di produrne molto di più, esaurendo rapidamente il suo stock di uranio arricchito al 20%, che ha un uso civile nei reattori di ricerca, solleva ulteriori interrogativi.</li>
<li>Gli sforzi dell&rsquo;AIEA per verificare le attività nucleari dell&rsquo;Iran, particolarmente le sue attività di arricchimento dell&rsquo;uranio, continuano a essere seriamente compromessi dalla decisione dell&rsquo;Iran dello scorso autunno di ritirare la designazione di diversi ispettori esperti.</li>
<li>Al 17 maggio 2025, lo stock complessivo netto di uranio arricchito, inclusi tutti i livelli di arricchimento e tutte le forme chimiche, era aumentato di 953,2 kg, da 8294,4 kg a 9247,6 kg.</li>
<li>L&rsquo;Iran ha continuato a produrre uranio arricchito al 60% da uranio poco arricchito al 5% in due coppie di cascate di centrifughe avanzate interconnesse presso l&rsquo;impianto pilota di arricchimento combustibile in superficie.</li>
<li>Tuttavia, moltiplicando la sua produzione di uranio arricchito al 60%, l&rsquo;Iran sta utilizzando quantità significative di uranio arricchito al 20% come materia prima, un ritmo che non è sostenibile a meno che l&rsquo;Iran non aumenti significativamente la produzione di uranio arricchito al 20%.</li>
<li>A questo ritmo di alimentazione e produzione, l&rsquo;Iran potrebbe sostenere l&rsquo;alta produzione di uranio arricchito al 60% per circa tre mesi dopo il 17 maggio.</li>
<li>L&rsquo;Iran ora ha quasi 14.689 centrifughe avanzate installate a Natanz e Fordow, dove la maggior parte sono dispiegate presso l&rsquo;impianto di arricchimento combustibile di Natanz.</li>
<li>Va notato che molte centrifughe avanzate sono dispiegate ma non stanno arricchendo uranio, e le centrifughe IR-1 hanno una capacità ridotta di arricchire uranio.</li>
<li>L&rsquo;Iran ha una capacità totale di arricchimento installata di circa 64.000 swu/anno. La sua capacità di centrifughe per l&rsquo;arricchimento è minore, circa 50.000 swu/anno (il swu è il <em><a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Glossary:Separative_work_unit_%28SWU%29" rel="noopener">separative work unit</a></em>, l’unità di misura dello “sforzo” fatto per separare isotopi di uranio in un processo di arricchimento).</li>
<li>In generale, l&rsquo;Iran non ha dato priorità all&rsquo;accumulo di uranio arricchito tra il 2 e il 5%. Questa scelta è in contrasto con l&rsquo;affermazione dell&rsquo;Iran che il suo obiettivo primario è accumulare uranio arricchito al 4-5% per l&rsquo;uso nel combustibile del reattore nucleare. Invece, l&rsquo;Iran si è concentrato sulla produzione di uranio arricchito al 60%, ben oltre i bisogni civili dell&rsquo;Iran.</li>
<li>L&rsquo;AIEA riporta nuovamente che l&rsquo;Iran non inizierà la messa in servizio del reattore di Arak, ora chiamato Reattore di Ricerca ad Acqua Pesante di Khondab, fino almeno al 2025, con l&rsquo;operazione prevista per iniziare nel 2026. Gli ispettori non hanno osservato nuovamente alcun cambiamento significativo al reattore, notando questa volta solo costruzioni civili minori.</li>
<li>Anche se l&rsquo;AIEA può accertare il numero di centrifughe dispiegate a Fordow e Natanz, non può sapere quante altre l&rsquo;Iran ne ha fatte e conservate o dispiegate in un sito non dichiarato. Un rischio è che l&rsquo;Iran accumuli uno stock segreto di centrifughe avanzate, dispiegabili in futuro in un impianto di arricchimento clandestino, che avrebbe bisogno solo di ospitare relativamente poche cascate di centrifughe avanzate per arricchire l&rsquo;attuale stock dell&rsquo;Iran di uranio arricchito al 60% a uranio <em>weapons-grade</em>.</li>
</ul>
<p>C’è quindi preoccupazione per un arricchimento dell&rsquo;uranio che va ben oltre gli obiettivi civili – anche appunto per mancanza di trasparenza – nonostante alcuni elementi facciano pensare, in ogni caso, che non sia così semplice per l’Iran dotarsi dell’arma nucleare.</p>
<h2 id="che-cosè-larricchimento-delluranio">Che cos’è l’arricchimento dell’uranio</h2><p>Kaitlin Cook spiega su <em><a href="https://theconversation.com/what-is-uranium-enrichment-and-how-is-it-used-for-nuclear-bombs-a-scientist-explains-259031" rel="noopener">The Conversation</a></em> a cosa serve l’arricchimento dell’uranio. In natura, la maggior parte dell’uranio, il 99,27%, è uranio-238, solo lo 0,72% è uranio-235, quello che serve per scatenare le reazioni a catena, controllate nei reattori a uso civile e il più veloci possibili nelle bombe.</p>
<p>Il metodo più usato oggi per arricchire l’uranio è l’uso di centrifughe, di cui parla l’AIEA. Sfruttando la differenza di peso dei due isotopi (di poco più dell’1%) il pesante uranio-238 si depositerà alle estremità isolando l’uranio-235. Le pareti esterne della centrifuga si muovono a una velocità di 400/500 metri al secondo. Il processo viene ripetuto molte volte, ecco perché è costoso, ma tecnicamente si può usare lo stesso metodo sia per ottenere combustibile per le centrali nucleari sia per le bombe.</p>
<p>La percentuale di arricchimento per le prime è di 3/5%; alle bombe serve almeno il 20%. Tuttavia, spiega Cook, più è arricchito più l’arma sarà leggera, quindi si tende a preferire un arricchimento al 90%, definito appunto <em>weapons-grade</em>.</p>
<h2 id="intelligence-usa-il-rischio-è-anche-da-russia-e-corea-del-nord">Intelligence USA: il rischio è anche da Russia e Corea del Nord</h2><p>Gli Stati Uniti bombardano l&rsquo;Iran anche se non credono (o non credevano?) che sia in grado di sviluppare l&rsquo;atomica. È quanto scritto in un <a href="https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/ATA-2025-Unclassified-Report.pdf" rel="noopener">rapporto</a> recente della <em>U.S. Intelligence Community</em>, l’entità federativa che raggruppa 18 agenzie federali americane tra cui la CIA, sul pericolo nucleare non solo dell’Iran, ma anche della Russia e della Corea del Nord. I nemici storici insomma (infatti non c’è traccia di Israele nel rapporto, se non come bersaglio di Hamas e Iran). Anche in questo caso è più comodo elencare i punti principali.</p>
<p>Sull’Iran:</p>
<blockquote>
<ul>
<li>Teheran cercherà di sfruttare la propria solida capacità missilistica, il programma nucleare ampliato e il rinnovato impegno diplomatico con i Paesi della regione e i rivali degli Stati Uniti per rafforzare la propria influenza regionale e garantire la sopravvivenza del regime. Tuttavia, le sfide regionali e interne – in particolare le tensioni con Israele – stanno mettendo seriamente alla prova le ambizioni e le capacità dell’Iran.</li>
<li>Continuiamo a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare e che Khamenei non abbia riattivato il programma nucleare militare da lui sospeso nel 2003, anche se probabilmente le pressioni su di lui in tal senso sono aumentate.</li>
<li>Nell’ultimo anno, si è assistito a un’erosione del tabù, durato decenni, sul parlare pubblicamente di armi nucleari, cosa che ha incoraggiato i sostenitori dell’arma atomica all’interno dell’apparato decisionale iraniano. Khamenei resta l’ultima autorità decisionale in merito al programma nucleare iraniano, compresa ogni eventuale decisione di sviluppare armi nucleari.</li>
</ul></blockquote>
<p>Sulla Russia:</p>
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<ul>
<li>La Russia possiede lo stock di armi nucleari più ampio e diversificato che, insieme ai suoi sistemi di lancio terrestri, aerei e navali schierati, potrebbe infliggere danni catastrofici al territorio nazionale statunitense.</li>
<li>La Russia ha sviluppato una forza nucleare strategica più modernizzata, mobile e sopravvivibile, progettata per aggirare o neutralizzare future difese missilistiche potenziate degli Stati Uniti e garantire la deterrenza attraverso una capacità affidabile di attacco di rappresaglia.</li>
<li>L’enorme arsenale russo di armi nucleari non strategiche le consente di compensare la superiorità convenzionale dell’Occidente e di disporre di opzioni efficaci per la gestione dell’escalation in scenari di guerra regionale.</li>
<li>La Russia continua a modernizzare le proprie capacità nucleari nonostante i ripetuti fallimenti nei test di nuovi sistemi.</li>
</ul></blockquote>
<p>Sulla Corea del Nord:</p>
<blockquote>
<ul>
<li>Kim cerca di intimidire gli Stati Uniti e i suoi alleati per farli rinunciare all&rsquo;opposizione alle armi nucleari della Corea del Nord e alla sua aggressione verso la Corea del Sud. Per esempio, risponde alla pianificazione militare statunitense con la Corea del Sud e alla cooperazione trilaterale con Corea del Sud e Giappone ordinando lanci di missili e minacciando rappresaglie nucleari.</li>
<li>Kim rimane determinato ad aumentare il numero delle testate nucleari della Corea del Nord e a migliorare le sue capacità missilistiche per minacciare il territorio nazionale e le forze statunitensi, i cittadini e gli alleati, e per indebolire il potere degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, come dimostrato dal ritmo dei test di volo missilistici del Nord e dalla propaganda pubblica del regime sulle sue capacità di arricchimento dell&rsquo;uranio.</li>
<li>La Corea del Nord è probabilmente pronta a condurre un test nucleare e continua a testare in volo i missili balistici intercontinentali così che Kim possa minacciare il territorio nazionale. La Russia sta sempre più sostenendo lo status nucleare della Corea del Nord in cambio del supporto di Pyongyang alla guerra di Mosca contro l&rsquo;Ucraina.</li>
</ul></blockquote>
<h2 id="le-bombe-statunitensi-anche-in-italia">Le bombe statunitensi (anche in Italia)</h2><p>Il sito <em><a href="https://www.armscontrol.org/blog/2025-02-21/trump-regains-control-over-nuclear-policy-whats-next" rel="noopener">Arms Control Association</a></em> scrive che da quando Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo sul nucleare con l’Iran, «Teheran ha ampliato la propria capacità di produrre materiale nucleare a uso militare e ha ridotto l’accesso degli ispettori internazionali», per l’appunto. In più, l’associazione conferma il rischio crescente della bomba nucleare fintanto che la Russia continuerà la guerra con l’Ucraina, soprattutto ora che sta per scadere il trattato New STAR tra Russia e Stati Uniti. Il sito allerta anche che gli autori del Project 2025 – vicino all’agenda politica di Trump – vogliono più spesa per la modernizzazione nucleare e addirittura la ripresa dei test nucleari esplosivi dal 1992.</p>
<p>Qui sotto un video esplicativo sulle <a href="https://thebulletin.org/premium/2025-01/united-states-nuclear-weapons-2025/" rel="noopener">bombe nucleari degli Stati Uniti</a> pubblicato dal <em>Bulletin.</em></p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/3vsNKk9vkIE" data-titolo="Video: How many nuclear weapons does the United States have in 2025?" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">How many nuclear weapons does the United States have in 2025?</p>
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</div>
</figure>

<p>Le testate nucleari americane non sono solo su territorio statunitense, ma anche in sei basi di cinque paesi europei membri della NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia. Il <em><a href="https://www.cfr.org/in-brief/nuclear-weapons-europe-mapping-us-and-russian-deployments" rel="noopener">Council on Foreign Relations</a></em> spiega che le testate americane in Europa sono solo “a gravita B61”, «che sono progettate per essere sganciate da bombardieri alleati o aerei da caccia». La potenza di questi ordigni è sulle centinaia di chilotoni; quelle di Hiroshima e Nagasaki erano di quindici e ventuno chilotoni, rispettivamente.</p>
<p>Anche l’Italia <a href="https://www.icanw.org/italy" rel="noopener">partecipa</a> alla condivisione nucleare, con le basi dell’Aereonautica militare di Aviano in Friuli-Venezia-Giulia e di Ghedi in Lombardia. Le testate totali sono 35. È questo il motivo per cui l’Italia non ha mai voluto firmare il Trattato di proibizione, nonostante l’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta avesse spinto per aderire, nonostante l’87% degli italiani lo voglia e, in più, il 74% vuole che le testate nucleari americane siano rimosse dal territorio italiano (secondo un sondaggio <a href="https://d3n8a8pro7vhmx.cloudfront.net/ican/pages/234/attachments/original/1611134933/ICAN_YouGov_Poll_2020.pdf" rel="noopener">YouGov</a> del 2020). Ancora una volta, il parere della maggioranza non sembra contare.</p>
<h2 id="le-bombe-russe-forse-in-europa">Le bombe russe (forse in Europa)</h2><p>Il <em>Bulletin</em> ha effettuato lo <a href="https://thebulletin.org/premium/2025-05/russian-nuclear-weapons-2025/" rel="noopener">stesso lavoro</a> anche per le testate russe. Ci avverte che la Russia si trova «nelle fasi finali di un programma di ammodernamento pluridecennale per sostituire tutti i suoi sistemi con capacità nucleare dell&rsquo;era sovietica con versioni più recenti». In ogni caso, sono registrare difficoltà nel raggiungimento dell’obiettivo di espansione nucleare: «Il significativo incremento delle armi nucleari non strategiche che il Pentagono aveva previsto cinque anni fa finora non si è materializzato». Potrebbe nel frattempo completarsi un sito di stoccaggio in Bielorussia.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/RlCt_mFEm_4" data-titolo="Video: How many nuclear weapons does Russia have in 2025?" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">How many nuclear weapons does Russia have in 2025?</p>
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</div>
</figure>

<p>Potrebbe essere, secondo alcuni ricercatori, che la Russia abbia collocate testate nucleari a Kaliningrad, l’exclave russa sul Mar Baltico tra Polonia e Lituania. Nel 2018 un funzionario russo «avrebbe confermato che la Russia aveva inviato missili Iskander con capacità nucleare a Kaliningrad»; nel 2022 il ministro della difesa lituano ha detto che ci sono sempre state; infine, quando era presidente Medvedev, egli disse che «se Finlandia e Svezia avessero fatto domanda per unirsi alla NATO, cosa che successivamente fecero, la Russia avrebbe dovuto ripristinare l&rsquo;equilibrio nucleare nei Baltici». Chi lo sa.</p>
<h2 id="le-testate-nucleari-totali">Le testate nucleari totali</h2>
<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Paese</th>
      <th style="text-align:right">Strategiche schierate</th>
      <th style="text-align:right">Non strategiche schierate</th>
      <th style="text-align:right">Di riserva o non schierate</th>
      <th style="text-align:right">Scorte militari (a)</th>
      <th style="text-align:right">Inventario totale (b)</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Russia</td>
      <td style="text-align:right">1.718</td>
      <td style="text-align:right">0</td>
      <td style="text-align:right">2.591</td>
      <td style="text-align:right">4.309</td>
      <td style="text-align:right">5.459</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Stati Uniti</td>
      <td style="text-align:right">1.670</td>
      <td style="text-align:right">100</td>
      <td style="text-align:right">1.930</td>
      <td style="text-align:right">3.700</td>
      <td style="text-align:right">5.177</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Cina</td>
      <td style="text-align:right">24</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">576</td>
      <td style="text-align:right">600</td>
      <td style="text-align:right">600</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Francia</td>
      <td style="text-align:right">280</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">10</td>
      <td style="text-align:right">290</td>
      <td style="text-align:right">290</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Regno Unito</td>
      <td style="text-align:right">120</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">105</td>
      <td style="text-align:right">225</td>
      <td style="text-align:right">225</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>India</td>
      <td style="text-align:right">0</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">180</td>
      <td style="text-align:right">180</td>
      <td style="text-align:right">180</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Pakistan</td>
      <td style="text-align:right">0</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">170</td>
      <td style="text-align:right">170</td>
      <td style="text-align:right">170</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Israele</td>
      <td style="text-align:right">0</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">90</td>
      <td style="text-align:right">90</td>
      <td style="text-align:right">90</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Corea del Nord</td>
      <td style="text-align:right">0</td>
      <td style="text-align:right">n.d.</td>
      <td style="text-align:right">50</td>
      <td style="text-align:right">50</td>
      <td style="text-align:right">50</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Totale</strong></td>
      <td style="text-align:right">3.812</td>
      <td style="text-align:right">100</td>
      <td style="text-align:right">5.702</td>
      <td style="text-align:right">9.614</td>
      <td style="text-align:right">12.241</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p class="didascalia">Testate nucleari nel mondo all&rsquo;inizio del 2025, per paese. (a) Le testate delle scorte militari sono quelle sotto la custodia delle forze armate e destinate al loro uso: la somma delle schierate e delle non schierate. (b) L&rsquo;inventario totale comprende le scorte militari e le testate ritirate dal servizio ma ancora integre in attesa di smantellamento, che hanno solo Stati Uniti e Russia. «n.d.»: dato non disponibile. Il totale è la somma delle righe. Fonte: <a href="https://fas.org/initiative/status-world-nuclear-forces/" rel="noopener">Federation of American Scientists, Status of World Nuclear Forces</a>. <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi-testate.csv">Scarica i dati (CSV)</a>.</p>

<p>12.241 sono le testate nucleari nel mondo all’inizio del 2025, secondo la <a href="https://fas.org/initiative/status-world-nuclear-forces/" rel="noopener">Federation of American Scientists</a> (FAS). Stati Uniti e Russia ne posseggono l’87%. Il picco è stato raggiunto nel 1986 con 70.300 testate nel mondo. Gli Stati Uniti stanno diminuendo il numero di testate nazionali, Francia e Israele sono stabili, mentre Cina, India, Corea del Nord, Pakistan e Regno Unito, come forse la Russia, stanno aumentando le bombe nucleari.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/alcune-cose-sapere-bomba-nucleare-oggi-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="testate nucleari, dove crescono dove diminuiscono" width="1473" height="840" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>In particolare, la <a href="https://fas.org/publication/nuclear-notebook-china-2025/" rel="noopener">FAS scrive</a> che la Cina ha solo una ventina di testate schierate, il grosso sarebbe stoccato. «La Cina non è un “pari” nucleare degli Stati Uniti, come alcuni sostengono. […] Mentre gli Stati Uniti possiedono una triade strategica completamente sviluppata, la Cina è ancora in fase di costruzione della propria triade nucleare».</p>
<p>La Cina sta concentrando gli sforzi nei missili balistici intercontinentali terrestri, per cui ha completato già tre campi di silos, trenta dei quali dovrebbero essere stati caricati. Stessa cosa con il potenziamento dei lanciamissili balistici sottomarini, per cui «si stima che ora i sottomarini cinesi conducano pattugliamenti continui con armi nucleari a bordo». Tuttavia, questi non sarebbero in grado di colpire il territorio continentale degli Stati Uniti dalle attuali aree operative.</p>
<p>Sui missili balistici, tornando al conflitto Israele-Iran, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/6/16/israel-iran-conflict-how-ballistic-missiles-work-and-where-can-they-reach" rel="noopener">Al Jazeera</a> ricorda che eventuali missili sono pericolosi proprio perché di lunga gittata, ad alta velocità e di difficile intercettazione, e alcuni rilasciano anche falsi bersagli o altro per ingannare i radar. «La distanza tra l&rsquo;Iran e Israele è di circa 1.300-1.500 km. Missili balistici lanciati dall&rsquo;Iran a Mach 5 [5 volte la velocità del suono] possono raggiungere Israele in circa 12 minuti».</p>
<h2 id="inevitabili-condanne-dei-fisici-pacifisti">Inevitabili condanne dei fisici pacifisti</h2><p>Un <a href="https://www.nytimes.com/2025/06/16/opinion/trump-israel-iran-war.html" rel="noopener">commento</a> a tratti cinico e a tratti provocatorio di Thomas Friedman sul <em>New York Times</em> elenca quali debbano essere le condizioni necessarie non sufficienti per la pace in Medio Oriente: l’Iran deve essere costretto a tracciare «un chiaro confine occidentale e smetta di tentare di colonizzare i suoi vicini arabi e distruggere Israele con una bomba nucleare», allo stesso modo «Israele sia costretto a tracciare un chiaro confine orientale e smetta di cercare di colonizzare l’intera Cisgiordania» e infine anche «i palestinesi siano costretti a tracciare chiari confini orientali e occidentali tra Israele e la Giordania e smettano con la sciocchezza del “<a href="https://www.ilpost.it/2023/11/16/dal-fiume-al-mare-palestina/" rel="noopener">dal fiume al mare</a>”».</p>
<p>Più facile a dirsi che a farsi.</p>
<p>Da segnalare sicuramente la <a href="https://pugwash.org/2025/06/14/pugwash-condemns-israeli-attack-on-iran-and-warns-of-grave-escalatory-risks/" rel="noopener">condanna</a> degli scienziati pacifisti di Pugwash, anzitutto per mostrare vicinanza ai fisici nucleari uccisi «in quanto civili». La Conferenza di Pugwash fa notare che il bombardamento iraniano viola varie risoluzioni AIEA sugli attacchi contro strutture nucleari anche per i possibili effetti radioattivi sul territorio.</p>
<blockquote>
<p>Come leader di Pugwash, siamo anche profondamente preoccupati che Israele, come Stato con armi nucleari al di fuori del regime globale del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (TNP), abbia condotto attacchi militari contro strutture nucleari sotto le salvaguardie complete dell&rsquo;AIEA di uno Stato non dotato di armi nucleari parte del TNP. Questi attacchi minano le soluzioni diplomatiche in corso sulla questione nucleare iraniana. Un&rsquo;ulteriore escalation alimenterà e prolungherà la conflagrazione regionale, minaccerà il TNP e rischierà la proliferazione nucleare nella regione del Medio Oriente.</p></blockquote>
<p>Insomma, la situazione non è delle migliori. E sicuramente la ricerca continua dell&rsquo;escalation non sembra essere la soluzione migliore. Vedremo.</p>
<h2 id="timeline-nucleare-e-iran">Timeline nucleare e Iran</h2><p>Riportiamo di seguito in tabella la traduzione della timeline scritta dal <a href="https://thebulletin.org/2025/06/a-simple-timeline-of-irans-nuclear-program/" rel="noopener"><em>Bulletin</em></a> sul nucleare iraniano.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 2" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th></th>
      <th></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td><strong>Data</strong></td>
      <td><strong>Avvenimento</strong></td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Luglio 1968</strong></td>
      <td>L’Iran firmò il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) come Stato non dotato di armi nucleari, impegnandosi a non cercare di acquisire tali armi in futuro. Nonostante questo obbligo, dopo la rivoluzione del 1979 che depose il leader filo-occidentale dell’Iran, il Paese lavorò segretamente allo sviluppo di armi nucleari, avviando un programma di arricchimento dell’uranio e pianificando la produzione e il test di ordigni nucleari.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Agosto 2002</strong></td>
      <td>Un gruppo di opposizione iraniano rivelò l’esistenza di impianti nucleari sotterranei segreti a Natanz e Arak, destinati rispettivamente all’arricchimento dell’uranio e alla produzione di acqua pesante. L’Iran sostenne che erano per scopi civili, ma gli Stati Uniti misero in dubbio la necessità di tali impianti in un Paese ricco di petrolio e gas, sospettando finalità militari.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Ottobre 2003</strong></td>
      <td>Durante i negoziati sul suo programma nucleare, l’Iran accettò di sospendere l’arricchimento dell’uranio e la produzione/installazione di parti cruciali nei suoi impianti. Tuttavia, dopo l’elezione del presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad nel 2005, l’Iran riprese le attività di arricchimento.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Settembre 2009</strong></td>
      <td>L’ex presidente Barack Obama rivelò che l’Iran aveva costruito un altro sito nucleare segreto. Il sito di Fordow era scavato profondamente all’interno di una montagna, per proteggerlo da eventuali attacchi. Obama affermò che la sua configurazione era “incoerente” con un programma nucleare pacifico. Alcuni esperti stimano che oggi l’impianto potrebbe produrre materiale sufficiente per un’arma nucleare in meno di una settimana.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Giugno 2010</strong></td>
      <td>Un virus informatico malevolo noto come “Stuxnet” — talvolta descritto come “la prima arma digitale del mondo” — infettò il sito di arricchimento sotterraneo di Natanz, distruggendo circa 1.000 centrifughe. Il virus colpì almeno 14 impianti industriali in Iran. La complessità dell’attacco e le fughe di notizie portarono molti a sospettare il coinvolgimento dei servizi segreti statunitensi e israeliani, anche se nessuno ne ha mai rivendicato ufficialmente la responsabilità.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Settembre 2015</strong></td>
      <td>Dopo l’elezione del moderato Hassan Rouhani alla presidenza nel 2013, l’Iran iniziò negoziati con gli Stati Uniti e altri Paesi per garantire che non potesse sviluppare un’arma nucleare entro un anno da una decisione in tal senso. Il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), noto anche come “accordo con l’Iran”, prevedeva un monitoraggio internazionale più stretto degli impianti nucleari iraniani, l’impegno dell’Iran a non sviluppare materiale nucleare di qualità militare e l’alleggerimento delle sanzioni economiche. Israele condannò l’accordo, sostenendo che legittimava il programma nucleare iraniano. Il premier Benjamin Netanyahu disse che l’Iran avrebbe violato l’accordo o atteso la sua scadenza tra 10-15 anni.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Maggio 2018</strong></td>
      <td>Il presidente Donald Trump, al suo primo mandato, mantenne una promessa elettorale e ritirò gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran. “Era un accordo orribile e sbilanciato che non sarebbe mai dovuto esistere”, disse, reintroducendo pesanti sanzioni contro l’Iran. Il suo predecessore, Obama, avvertì che Trump avrebbe reso il mondo più pericoloso, costringendolo a scegliere “tra un Iran con l’arma nucleare o un’altra guerra in Medio Oriente.” Senza i benefici economici del JCPOA, l’Iran riprese alcune attività nucleari, sviluppando più uranio a basso arricchimento di quanto consentito dall’accordo e riavviando operazioni precedentemente bloccate, come l’arricchimento dell’uranio oltre il livello medico presso l’impianto di Fordow.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Gennaio 2020</strong></td>
      <td>L’Iran si allontanò ulteriormente dai suoi impegni nucleari dopo che un attacco mirato con drone da parte degli Stati Uniti uccise il generale Qasem Soleimani, considerato all’epoca la seconda figura più potente del Paese. L’Iran annunciò che non avrebbe più posto limiti all’arricchimento dell’uranio, uccidendo di fatto ciò che restava dell’accordo nucleare. “È finita. Se non ci sono limiti alla produzione, allora non c’è alcun accordo”, disse un esperto al New York Times.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Febbraio 2021</strong></td>
      <td>L’ex presidente Joe Biden si impegnò a rinegoziare un nuovo accordo con l’Iran, con condizioni diverse rispetto al JCPOA. Biden voleva includere anche le capacità missilistiche iraniane e altre questioni che Teheran riteneva estranee all’accordo. Un punto di attrito iniziale fu chi dovesse fare il primo passo: Biden voleva che l’Iran tornasse a rispettare i limiti del JCPOA prima di togliere le sanzioni; l’Iran, invece, voleva che accadesse il contrario. Alla fine del mandato di Biden, gli sforzi diplomatici per far rinascere l’accordo non portarono a risultati concreti.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Ottobre 2023</strong></td>
      <td>L’Iran ha subito una serie di battute d’arresto dopo l’attacco di Hamas a Israele. Hamas, insieme a Hezbollah in Libano, alleato iraniano, aveva a lungo complicato una risposta diretta di Israele contro l’Iran. Ma gli attacchi israeliani e la guerra a Gaza hanno indebolito entrambi i gruppi, lasciando l’Iran vulnerabile. In una serie di attacchi reciproci, iniziati con l’uccisione da parte di Israele di alti ufficiali iraniani in Siria nell’aprile 2024 e proseguiti con l’uccisione del leader di Hezbollah mesi dopo, l’Iran è risultato perdente, permettendo a Israele di colpire duramente le sue capacità militari.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Marzo 2025</strong></td>
      <td>La direttrice dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard, ha riferito al Congresso che l’Iran non ha ripreso il programma di armi nucleari interrotto nel 2003. Ha però segnalato l’elevato livello di uranio arricchito e un “indebolimento del tabù decennale in Iran sul parlare pubblicamente di armi nucleari”, segnali preoccupanti di un possibile rafforzamento dei fautori del nucleare nel Paese.</td>
    </tr>
    <tr>
      <td><strong>Giugno 2025</strong></td>
      <td>Trump inizialmente si mostrò ottimista su un nuovo accordo con l’Iran durante il suo secondo mandato. La Casa Bianca definì “costruttivi” i colloqui in corso nell’aprile precedente. Nonostante Netanyahu spingesse per un attacco all’Iran, Trump voleva dare una possibilità alla diplomazia. Ma il 9 giugno Trump annunciò che l’Iran aveva rifiutato un accordo per creare un consorzio nucleare regionale mediorientale che avrebbe fornito combustibile per centrali nucleari. Il consorzio avrebbe preso il controllo delle capacità iraniane di arricchimento, impedendo a Teheran di svolgere quella fase critica sia per l’energia nucleare sia per le armi. Dopo l’attacco israeliano del 13 giugno, le possibilità di nuovi negoziati si sono drasticamente ridotte. Il conflitto rischia ora di coinvolgere gli Stati Uniti. Riguardo all’affermazione di Gabbard che l’Iran non ha ripreso il programma nucleare militare, Trump disse ai giornalisti: “Non mi importa cosa ha detto. Secondo me ci erano molto vicini.”</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca negli USA: il valore della collaborazione internazionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale/</guid><pubDate>Thu, 19 Jun 2025 08:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lucio Miele</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>È periodo di cerimonie di laurea negli Stati Uniti, che però rischiano di perdere la loro leadership nella ricerca biomedica. I tagli ai fondi e il clima politico ostile minacciano un modello fondato sull&amp;amp;rsquo;inclusione e sull’eccellenza globale, con effetti che potrebbero essere incalcolabili, tanto per la scienza (e quella autentica non ha frontiere) quanto per la società.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È tempo di cerimonie di laurea, qui negli Stati Uniti. Università pubbliche e private in tutto il paese celebrano i propri neo-laureati, laureati magistrali e dottori di ricerca (Philosophiae Doctor o PhD, il titolo di studio più avanzato). Chiunque partecipi a una di queste cerimonie può constatare che sia studenti sia docenti provengono da paesi di tutto il mondo. Circa la metà dei PhD e il 29% dei medici che conducono attività di ricerca negli Stati Uniti <a href="https://www.pbs.org/newshour/health/new-study-shows-1-in-6-u-s-health-care-workers-are-immigrants" rel="noopener">sono immigrati</a>. Il 50-70% dei ricercatori post-dottorali (postdoctoral fellows) nel nostro paese sono immigrati. Dopo l’esperienza americana, molti ritornano ai paesi di origine, ma molti restano – e spesso raggiungono posizioni di leadership in un sistema che è  fondamentalmente meritocratico e attribuisce fondi in modo rigorosamente competitivo.</p>
<p>Questa massa critica di scienziati di culture diverse è essenziale al successo della ricerca americana. Ciò è vero per molte discipline e in particolare per il mio campo, la ricerca biomedica, che si sta evolvendo verso il “team science”, scienza di squadra, in cui grandi coalizioni di scienziati perseguono obiettivi che sarebbero impossibili per un gruppo di ricerca limitato a un solo laboratorio o a una sola istituzione. Basti pensare a progetti come il programma di medicina di precisione <a href="https://www.researchallofus.org/data-tools/data-snapshots/" rel="noopener">All of Us</a>, che si propone di reclutare un milione o più partecipanti per creare il database clinico e molecolare più grande del mondo (siamo a quota 863.000). I partecipanti a “All of Us” hanno inoltre l’opportunità di partecipare a ulteriori studi, come il <a href="https://commonfund.nih.gov/nutritionforprecisionhealth" rel="noopener">Nutrition for Precision Health</a> (Nutrizione per una salute di precisione), che studia le differenze individuali nella risposta alla dieta in 10.000 volontari. Lo studio <a href="https://recovercovid.org/" rel="noopener">RECOVER</a>, che si prefigge di stabilire le cause, la patogenesi e il trattamento per il Long COVID, la temuta serie di proteiformi complicazioni croniche cui vanno incontro numerosi pazienti dopo il COVID, è una collaborazione tra decine di università che ha reclutato finora circa 30.000 soggetti tra adulti, pazienti pediatrici e donne in gravidanza. Questi studi richiedono la partecipazione di centinaia di esperti multidisciplinari, dalla medicina clinica alla biologia molecolare all’informatica. Il <em>brain trust</em>, il patrimonio di talento necessario per studi come questi sarebbe molto difficile se non impossibile da raccogliere senza la partecipazione di ricercatori venuti da tutto il mondo.</p>
<p>Questo modello è oggi in pericolo. Le proposte di drastici tagli al finanziamento pubblico della ricerca e il pesante clima politico in cui le università sono costrette a operare rischiano di avere effetti negativi sia sull’interesse di ricercatori stranieri a venire negli Stati Uniti sia sull’interesse di studenti americani a intraprendere carriere scientifiche. Un recente <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz3915" rel="noopener">editoriale</a> di <em>Science</em>, una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo,  a firma dell’editor-in-chief Holden Thorpe, scrive tra l’altro che «The United States will no longer have the same window into the technologies of the future» (gli Stati Uniti non avranno più la stessa vista sulle tecnologie del futuro). Gli Stati Uniti hanno prodotto innovazioni tecnologiche che hanno definito il mondo moderno, dall’internet all’intelligenza artificiale. Queste innovazioni sono fondate sulla ricerca di base finanziata pubblicamente. </p>
<p>Se gli Stati Uniti dovessero rinunciare alla propria leadership scientifica internazionale, gli effetti globali potrebbero essere incalcolabili. Un esempio per tutti: Zhang Yongzhen, lo scienziato cinese che nel gennaio 2020 condivise per primo la sequenza del genoma del SARS-CoV-2 su un sito pubblico ospitato dai National Institutes of Health (NIH) a Bethesda e aperto a ricercatori di tutto il mondo. Letteralmente poche ore dopo la condivisione scienziati alla Moderna negli Stati Uniti stavano disegnando il loro futuro vaccino ispirandosi alle scoperte di un’immigrata ungherese, Katalin Karikò.  Allo stesso tempo, scienziati della BionTech, guidata da immigrati turchi in Germania, disegnavano il futuro vaccino Pfizer. L’esistenza di una comunità scientifica collaborativa internazionale, con uno scambio aperto di informazioni, ha permesso un’impresa scientifica e medica senza precedenti. Ma il coraggio del dottor Zhang non è stato premiato dal suo governo. Anzi, Zhang <a href="https://edition.cnn.com/2024/04/30/china/zhang-yongzhen-china-scientist-protest-intl-hnk-scn" rel="noopener">è stato licenziato</a> e privato del suo laboratorio di ricerca, con vari pretesti, per aver condiviso dati che avrebbero salvato milioni di vite umane. Il controllo politico su questi dati avrebbe ritardato la risposta globale alla pandemia, costando vite umane in tutto il mondo.</p>
<p>Quando giunsi negli Stati Uniti nell’ormai lontano gennaio 1986, per perseguire una fellowship in genetica all’NIH, il Presidente Reagan dipingeva il nostro Paese come «a shining city on the hill», una città scintillante sulla collina, un ovvio riferimento ai centri della civiltà classica che hanno ispirato sia le istituzioni sia l’architettura di Washington: Roma e Atene. E per la ricerca biomedica, il paragone era appropriato. Il campus dell’NIH a Bethesda dava l’impressione di essere al centro del mondo scientifico. Si potevano scambiare idee con premi Nobel in caffetteria e ascoltare seminari dai più grandi scienziati del mondo praticamente ogni giorno. Migliaia di ricercatori dediti esclusivamente alla ricerca biomedica lavoravano giorno e notte per il bene dell’umanità, senza scopi di lucro. Quell’esperienza inimitabile cambiò la mia carriera e la mia vita, come quelle di migliaia di ricercatori di tutto il mondo. La grandezza dell’NIH risiedeva - e risiede tuttora - proprio nel suo carattere internazionale e apolitico, che si trasmette alle istituzioni accademiche sostenute da fondi NIH.</p>
<p>Quando la politica - di qualunque colore - ha cercato in passato di imporre alla scienza bavagli ideologici, i risultati sono stati catastrofici. Stalin, per esempio, detestava la genetica, a suo dire scienza “borghese”. Trovò un entusiastico seguace nel biologo “alternativo” Trofim Lysenko. Lysenko, basando le proprie ipotesi pseudoscientifiche sull’ideologia comunista, tentò di dimostrare che il grano può essere “addestrato” a crescere in condizioni sfavorevoli senza selezione genetica. Il risultato fu un colossale fallimento, con raccolti perduti e una grave carestia nell’Unione Sovietica. D’altro canto, l’eugenica, pseudoscienza nata in Gran Bretagna ed esportata negli Stati Uniti e in Germania, fu usata per giustificare il razzismo e il nazismo. La genetica moderna ha completamente sfatato questa pseudoscienza.</p>
<p>La scienza autentica, che usa esclusivamente l’evidenza per valutare le proprie teorie ed è pronta a rivedere qualunque teoria se l’evidenza lo richiede, è un valore universale e un patrimonio dell’umanità.</p>
<p>Una ingloriosa ritirata degli Stati Uniti dal ruolo di leader della ricerca biomedica internazionale sarebbe una calamità, non solo per la scienza ma per la società. La speranza è che il buon senso prevalga e che la “shining city on the hill” ritorni presto a brillare per il bene dell’umanità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Visti negati: come le politiche migratorie minano la sanità USA (e non solo)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/visti-negati-politiche-migratorie-minano-sanita-usa-solo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/visti-negati-politiche-migratorie-minano-sanita-usa-solo/</guid><pubDate>Thu, 19 Jun 2025 08:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>salute</category><description>Un articolo pubblicato questo mese su JAMA e firmato da Jeremy W.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/visti-negati-politiche-migratorie-minano-sanita-usa-solo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/visti-negati-politiche-migratorie-minano-sanita-usa-solo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2835279" rel="noopener">articolo</a> pubblicato questo mese su <em>JAMA</em> e firmato da Jeremy W. Jacobs, immunologo della Vanderbilt University e da Allison P. Wheeler ed Erin Horstman, patologhe di Yale, mette in luce come il &ldquo;caso Harvard&rdquo; vada oltre i confini di una disputa universitaria in difesa della libertà accademica e dello scambio scientifico negli USA, per divenire un test sulla resilienza dello stesso sistema sanitario di quel paese (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-usa-valore-collaborazione-internazionale/">qui</a> la riflessione di Lucio Miele sull&rsquo;impatto per la ricerca)</p>
<p>I fatti: il 22 maggio 2025, il Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti ha ordinato la rimozione dell&rsquo;Università di Harvard dal Programma per studenti e visitatori di scambio (SEVP, Student and Exchange Visitor Program). Al SEVP è collegato il Sistema informativo per studenti e visitatori di scambio (SEVIS, Student and Exchange Visitor Information System), una piattaforma gestita dal Dipartimento della sicurezza interna per tenere traccia dei titolari di un visto per studenti F-1 e dei loro familiari a carico.  </p>
<p>L&rsquo;amministrazione Trump ha giustificato l&rsquo;azione adducendo preoccupazioni per la sicurezza del campus e presunti legami con nemici stranieri, senza tuttavia produrre prove che le sostenessero.</p>
<p>Già il giorno successivo all&rsquo;ingiunzione, un giudice federale ha emesso un&rsquo;ordinanza restrittiva temporanea che ne ha bloccato per il momento gli effetti, con la motivazione che il divieto d&rsquo;iscrizione di nuovi studenti con visto F-1 e la messa in discussione dello status legale dei quasi 6.800 attualmente iscritti pone un rischio di «danno immediato e irreparabile» a molti livelli, primo fra tutti quello dell&rsquo;assistenza sanitaria. L&rsquo;azione del governo nei confronti degli studenti internazionali ha, infatti, messo allo scoperto la vulnerabilità dell&rsquo;infrastruttura sanitaria statunitense, in cui i laureati in medicina stranieri costituiscono circa il 25% della forza lavoro medica. In gran parte sono cittadini non statunitensi che accedono a programmi di residenza e fellowship con visti di scambio per visitatori J-1, sponsorizzati dall&rsquo;Educational Commission for Foreign Medical Graduates (ECFMG). I programmi F-1 e J-1 seguono percorsi amministrativi distinti, ma si basano entrambi sull&rsquo;infrastruttura SEVIS che garantisce la conformità dei visti alle norme di sicurezza nazionale, con meccanismi già assai rigorosi. <br>
Vi è, quindi, una giustificata apprensione che l&rsquo;azione esecutiva unilaterale per revocare la certificazione SEVP nel settore accademico (con scarse possibilità che abbia successo un eventuale ricorso) sia seguita da un&rsquo;azione simile contro gli ospedali che completano la formazione dei medici neolaureati internazionali. </p>
<p>La quota di posizioni di primo anno di specializzazione post-laurea occupata da laureati in medicina non statunitensi è cresciuta di quasi il 36% dal 2020, tanto che, quest&rsquo;anno, il 17,7% era occupato da oltre 6.600 laureati in medicina non statunitensi, che hanno ricoperto il 33,8% dei posti di medicina interna, il 19,7% di quelli in pediatria, il 17,6% in medicina di famiglia, il 27,1% in anatomia patologica e il 24,1% in neurologia.  </p>
<p>L&rsquo;attuale numero di medici non è sufficiente a soddisfare il fabbisogno sanitario nazionale USA e la loro distribuzione sia geografica sia per specializzazione non è omogenea. I modelli di pagamento, che da molto tempo favoriscono le cure specialistiche rispetto alle cure primarie pubbliche, disincentivano i tirocinanti statunitensi dall&rsquo;esercitare la professione in settori e in luoghi socio-economicamente svantaggiati, cosicché ci sono dalle 5 alle 9 volte più probabilità che siano neo medici non statunitensi, invece di quelli statunitensi, ad aderire all&rsquo;assistenza primaria e a lavorare in ospedali comunitari rurali o in aree con carenza di professionisti sanitari, in cui andranno a costituire la forza lavoro principale per l&rsquo;erogazione dell&rsquo;assistenza sanitaria. Quindi interruzioni anche a breve termine nell&rsquo;elaborazione delle richieste di visto lascerebbero vacanti posizioni di specializzazione che si tradurrebbero in un danno all&rsquo;assistenza, specialmente primaria e rurale. </p>
<p>Nell&rsquo;impossibilità di affrontare nel breve periodo i fattori sistemici che determinano il calo e alterano la distribuzione dei medici nella nazione, per compensare le sue carenze strutturali il sistema sanitario degli USA dipende da percorsi di visto manifestamente vulnerabili. Su un altro piano, il provvedimento del governo mette a rischio la reputazione, la portata e la diversificazione della medicina statunitense, minando la visione globale degli Stati Uniti come destinazione privilegiata per la formazione e la pratica clinica.</p>
<p>Pertanto - concludono gli accademici nel loro articolo - la preservazione del flusso di medici negli USA richiede che il Congresso e le agenzie federali considerino misure urgenti porre limiti all&rsquo;autorità esecutiva sui programmi regolamentati da SEVIS, vietare le revoche dei visti in assenza di un&rsquo;udienza pubblica formale, istituire una supervisione indipendente dell&rsquo;applicazione delle norme sui visti e richiedere il benestare del Congresso prima di qualsiasi azione che possa interrompere la formazione medica. <br>
Dal canto loro, i centri medici universitari dovrebbero predisporre piani di emergenza per supportare nel tirocinio i laureati in medicina stranieri che si trovano ad affrontare improvvise minacce istituzionali o normative.</p>
<h2 id="carenze-anche-per-linfermieristica">Carenze anche per l&rsquo;infermieristica</h2><p>Com&rsquo;è ovvio, la debolezza strutturale della sanità statunitense non concerne solo il personale medico ma anche, nella stessa o in maggior misura, quello infermieristico. Lo documenta, sempre su <em>JAMA</em>, lo <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2832246" rel="noopener">studio</a> di Lenore S. Azaroff, dell&rsquo;Edward Kennedy Community Health Center di Worcester, basato sui dati aggiornati al marzo 2024 del Current Population Survey (CPS), un campione rappresentativo a livello nazionale della popolazione statunitense non istituzionalizzata.</p>
<p>Già nel 2023 la carenza di operatori sanitari ha causato il funzionamento al di sotto della piena capacità di due terzi degli ospedali; attualmente, quasi la metà delle case di cura statunitensi limita i ricoveri a causa della scarsità di personale e solo il 19% di esse soddisfa i livelli minimi di organico che i Centers for Medicare &amp; Medicaid Services hanno imposto di raggiungere entro il 2029. I piani dell&rsquo;amministrazione Trump di espellere gli immigrati clandestini e alcuni con lo status di protezione temporanea (il TPS, che consente ad alcuni migranti provenienti da paesi con condizioni non sicure di vivere e lavorare negli Stati Uniti), nonché di aumentare le barriere legali anche per gli immigrati qualificati, rischiano di aggravare la carenza della forza lavoro sanitaria. </p>
<p>Dallo studio risulta che, nel 2024, lavoravano nel settore sanitario 2.319.224 immigrati cittadini naturalizzati e 1.064.147 non cittadini (697.584 documentati, 366.563 irregolari); tra i non cittadini, 161.405 provenivano da nazioni idonee per il TPS. In totale, 936.183 non cittadini lavoravano in contesti sanitari formali (607.713 documentati, 328.470 non documentati) e 127.964 non cittadini (89.871 documentati, 38.093 non documentati) lavoravano in professioni sanitarie in contesti non formali (presso famiglie o comunità). <br>
Gli immigrati non cittadini (documentati e irregolari) rappresentavano quindi circa il 4% del personale ospedaliero e ambulatoriale, il 7% degli operatori delle case di cura e almeno il 10% del personale delle agenzie di assistenza domiciliare e delle strutture non formali. </p>
<p>Dei 55.802 medici senza cittadinanza americana più di tre quarti lavoravano in ospedale, dove rappresentavano l'8,8% di tutti i medici. Un totale di 148.445 di questi medici lavorava col ruolo di infermiere (di cui 98.536 in ospedale) e 443.958 con quello di assistente infermieristico.</p>
<p>In definitiva, oltre 1 milione di immigrati senza cittadinanza (un terzo dei quali senza documenti) lavora nel settore sanitario negli Stati Uniti (e gli autori dello studio ammettono che il CPS sottostima gli immigrati irregolari e i lavoratori non formali). Tra di loro c&rsquo;è personale qualificato che sarebbe difficile sostituire, se l&rsquo;immigrazione legale venisse ulteriormente limitata dai piani di Trump di espellere gli immigrati senza documenti e coloro che hanno perso lo status di TPS (per esempio, da Haiti e Venezuela). Anche la sentenza (attualmente sospesa) che pone fine al Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), il programma che protegge gli immigrati clandestini che arrivano negli Stati Uniti da bambini, potrebbe avere ripercussioni sul personale aggiuntivo, inclusi alcuni medici e infermieri. Le espulsioni potrebbero compromettere in particolare l&rsquo;assistenza a lungo termine, in cui gli immigrati svolgono un ruolo importante. </p>
<p>E in Italia?</p>
<p>Dai dati Eurostat 2021 emergeva che l&rsquo;Italia, con i suoi 243.000 medici, era al 14° posto nell&rsquo;Unione Europea per numero di medici in rapporto agli abitanti (1:410), ma va tenuto conto che, entro la fine del 2025, 40.000 medici andranno in pensione. Inoltre, la cronica mancanza di fondi per la sanità, le scarse opportunità di carriera e il tuttora vigente nepotismo alimentano il fenomeno dei &ldquo;cervelli in fuga&rdquo; all&rsquo;estero. </p>
<p>Per quanto riguarda il settore infermieristico, secondo i dati OCSE, in Italia ci sono 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media UE di 8,4.</p>
<p>Una recente rilevazione coordinata da Foad Aodi, fisiatra di origine palestinese e presidente dell’Associazione dei medici di origine straniera in Italia (AMSI), calcola, al 30 aprile 2025, 43.600 infermieri stranieri presenti in Italia, di cui 26.600 iscritti regolarmente all’albo professionale. Recenti disposizioni hanno agevolato l’ingresso (in precariato) di oltre 17.000 professionisti stranieri, nel tentativo di sopperire a una carenza strutturale di circa 65.000 infermieri.</p>
<p>Le principali comunità infermieristiche straniere in Italia provengono da Romania (12.000), Polonia, Albania, India e Perù; la loro presenza è maggiore in Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Campania.</p>
<p>A livello europeo, anche Francia, Germania e Regno Unito dipendono in misura crescente da infermieri di origine straniera, provenienti soprattutto da Asia, Africa ed Europa dell’Est. <br>
D&rsquo;altronde, a livello globale, l’OMS registra che 1 infermiere su 8 lavora in un Paese diverso da quello di nascita o di formazione.</p>
<p>Sono ancora molti gli ostacoli al riconoscimento dei titoli esteri: circa 11.300 infermieri e fisioterapisti stranieri presenti in Italia non esercitano la professione per via di rigetti formali (25%), soprattutto da Paesi come Ucraina, India, Polonia e Filippine; scoraggiamento (75%) dovuto a burocrazia complessa, costi elevati, incertezza sui tempi; precarietà lavorativa e retribuzioni inferiori alla media. Inoltre, il 78% degli infermieri stranieri non ha la cittadinanza italiana, pur lavorando in Italia da anni e può lavorare solo in regime di cooperativa o nel settore privato. </p>
<p>La scarsa diffusione di corsi pubblici di lingua italiana e di aggiornamento professionale (ECM) ostacola l’integrazione effettiva e la competenza clinica, aumentando il rischio di discriminazioni e isolamento, quando non di episodi di aggressione fisica o verbale.</p>
<p>La retribuzione annua lorda italiana è tra le più basse d’Europa: nel 2022, era di ben 9.463 dollari inferiore alla media OCSE di 58.394 dollari. </p>
<p>Per tutti i motivi sopra elencati, oggi si sta verificando una fuga crescente dall&rsquo;Italia: nei soli ultimi cinque mesi è aumentata del 32% la richiesta all’AMSI di partire per l’estero. <br>
Per opporsi a questa tendenza, occorre regolarizzare tempestivamente i circa 17.000 infermieri di origine straniera arrivati in Italia; promuovere corsi di lingua italiana; attuare la formazione continua in medicina; promuovere politiche che favoriscano la stabilizzazione dei contratti e che eliminino la precarietà.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Test d’ingresso a medicina: dal caos al disastro, cronaca di una riforma</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/test-d-ingresso-medicina-caos-disastro-cronaca-riforma/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/test-d-ingresso-medicina-caos-disastro-cronaca-riforma/</guid><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 07:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>salute</category><description>Il nuovo test d’ingresso a medicina, presentato come la fine del numero chiuso, mantiene invece molte delle criticità passate e ne aggiunge di nuove: selezione nozionistica, guerra tra studenti e percorsi stressanti. È una riforma che rischia di compromettere la qualità della formazione medica e la salute pubblica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/test-d-ingresso-medicina-caos-disastro-cronaca-riforma-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/test-d-ingresso-medicina-caos-disastro-cronaca-riforma-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Erano numerosi i colleghi che, come il sottoscritto, pensavano non sarebbe stata fatta. Era troppo improbabile e dannoso il piano del governo per riformare le procedure di reclutamento degli studenti di medicina, che percolava nei canali mediatici. E invece eccola, in tutta la sua assurdità e perversione, la riforma dell’ingresso a medicina voluta da una classe politica che conosce un solo principio, quello del marchese del Grillo: «Io sono io e voi non siete un c…o». </p>
<p>Contro il numero chiuso e il test “a crocette” da alcuni anni a questa parte si esprime un numero di politici crescente, via via che le competenze medie dei politici italiani declinano inesorabilmente. Ovvero, via via che aumenta la percentuale di coloro che non hanno frequentato l’università o non hanno idea, né si sono chiesti di come funzioni una facoltà di medicina. Anche medici con indole populista, controriformista o ex-pseudosessantottina hanno criticato le modalità esistenti finora. Che erano pessime, certamente, ma anche le uniche pragmaticamente praticabili in un contesto politico-istituzionale come quello italiano. <br>
Il numero chiuso era stato introdotto in Italia con la legge 264/1999, che stabilì l&rsquo;accesso programmato per corsi come medicina, odontoiatria e veterinaria, basato su un test nazionale (la Corte costituzionale ne aveva stabilita la legittimità con la sentenza n. 383/1998). Si era reso necessario dopo che nel 1969 l’apertura per tutti i diplomati (fino al 1923 potevano iscriversi solo i diplomati al liceo classico e dal 1923 al 1969 solo chi aveva la licenza classica o scientifica) aveva prodotto l’aumento esponenziale degli iscritti, un sovraffollamento delle aule e lo scadimento della qualità formativa. Nel 1987, il ministro dell&rsquo;Istruzione Ortensio Zecchino introduceva, tramite decreto ministeriale, un test di ammissione per limitare gli accessi, in linea con le direttive europee che richiedevano standard formativi elevati per le professioni sanitarie.</p>
<p>Come principio, il numero chiuso esiste dappertutto (infatti la riforma non lo può follemente eliminare) ma funziona diversamente nei diversi paesi, a seconda delle visioni politiche, culture o sistemi accademici. È come la democrazia secondo Churchill: il peggior sistema, a parte tutti gli altri. In Italia era poco efficiente, su questo non ci son dubbi. Ma per non farci mai mancare di essere gli ultimi in tutto, siamo riusciti a peggiorarlo.</p>
<p>La riforma andata in <em>Gazzetta</em> il 15 maggio scorso (DL 15 maggio 2025, n. 71) e i cui decreti attuativi sono stati resi pubblici (Decreto Ministeriale n. 418 del 30-05-2025) è una presa in giro. Quasi sadica. È stata annunciata per togliere il numero chiuso, che invece rimane, e il test a crocette, e anche quello rimane per metà delle domande (l’altra metà circa è a completamento di frasi, che implica diverse procedure cognitive, ma sempre nozionistiche). È stata però creata per gli studenti una valle della morte che dovrebbe portare a una selezione (test nazionale) dopo quattro mesi di frequenza di corsi di fisica, chimica e propedeutica biochimica, biologia. Con la mortale possibilità di riprovarci (a iscriversi al semestre filtro) per tre anni (tre!). Tutti sono preoccupati per la fragilità psicologica dei ragazzi d’oggi, ma poi si gettano almeno 80mila di loro in una guerra di tutti contro tutti, che sarà senza esclusione di colpi. E non prevarranno i più promettenti per motivazioni e razionalità. Se aumenteranno la prescrizione e la vendita di farmaci a base di amfetamina una spiegazione ci sarà.</p>
<p>L’ordine dei medici e tanti professionisti di area medica hanno detto che la riforma disorienterà e penalizzerà gli studenti. Non si sono quasi fatti sentire però quei docenti che si ritengono competenti di pedagogia medica, a fronte di una riforma che fa strame dei presupposti epistemologici conquistati nel corso di un secolo di studi e applicazioni di metodi per migliorare insegnamento e apprendimento della medicina. Una riforma che, appunto, non risolve il problema di come selezionare quelli motivati: come si può facendo studiare per quattro mesi delle materie di base che valorizzano le competenze nozionistiche e certamente non quelle psicologico-morali? Peraltro, mentre i precedenti test provavano, in modi un po’ ingenui, a rilevare negli studenti anche la presenza di un po’ di pensiero critico (con domande di logica e decisioni razionali) e di cultura generale o di attualità, il nuovo test nazionale conterrà e non può contenere che domande a cui si risponde ricorrendo alla memoria.</p>
<p>Tralasciamo la logistica di gestire mandrie di adolescenti in strutture universitarie inadeguate. Ma si potrà ricorrere all’insegnamento a distanza, quindi: o si rischierà comunque l’incolumità in aule sovraffollate e assordanti di chiacchiere o si rischierà di deprimersi in solitudine a casa. <br>
Si potrebbe scrivere un pamphlet, usando questa legge come cartina di tornasole per discutere e denunciare il livello intellettuale e morale sempre più basso verso il quale sta correndo il sistema politico e istituzionale in Italia. Non siamo i soli nel mondo a correre verso qualche precipizio. Ma non dovrebbe consolare. In questo caso, in gioco c’è la salute, e quindi ci sono sofferenze di persone che si aspettano aiuti competenti per curare malattie e alleviare i dolori fisici e psicologici. Nonché le attese di realtà sociali che si aspettano che la medicina continui a migliorare per capacità qualitative e quantitative, cioè che sappia usare al meglio lo tsunami di innovazioni tecnologiche in arrivo, senza che l’aumento dei costi produca ancor più inaccettabili diseguaglianze.</p>
<p>C’è grossa crisi in medicina, direbbe Quelo/Guzzanti. Una crisi persistente che non è dovuta solo alle inadeguatezze delle politiche sanitarie, alle dinamiche socio-demografiche ed economiche della sanità e alle sfide tecnologiche (queste anche sfide positive) che hanno nomi come genomica, organi sintetici, stampa di tessuti 3D, xenotrapianti, innovazione tecnologica, informatizzazione e analisi di dati, IA e robotica&hellip; Di fronte a queste sfide si stagliano gravi limiti, che stanno assumendo contorni inquietanti: il crollo delle motivazioni e della qualità della formazione dei medici e l’incapacità dei professionisti e degli esperti di capire e gestire i problemi, esistenti e in arrivo.</p>
<p>Una letteratura, anche empirica, crescente mostra che il declino delle motivazioni dei medici, all’inizio e durante la carriera, è influenzato dall’eccessiva burocratizzazione della professione, con perdita di autonomia: è il fattore principale. A seguire, la difficoltà di governare cognitivamente un carico di dati crescente, le pressioni e la frammentazione che lasciano poco tempo per il rapporto con il paziente, i crescenti attacchi e aggressioni ai medici e operatori sanitari, la perdita di identità etica dovuta alle offese morali per i fallimenti del sistema e il declino delle soddisfazioni intellettuali a fronte degli algoritmi che quasi cancellano i ruoli diagnostici.</p>
<p>Le cause del declino della formazione sono ancora l’esplosione dei dati biomedici, che producono sovraccarico e portano a una memorizzazione superficiale, la burocratizzazione della professione, come la quasi cancellazione dell’insegnamento al letto del malato e della tutorship personale, una perdita di riflessione epistemologica dovuta a un apprendimento meccanico e al ridotto uso di pensiero critico, le pressioni commerciali e tecnologiche che portano a concentrarsi soprattutto sulle procedure, a scapito di una visione complessiva della cura e il burnout dei docenti che sono sempre meno appassionati per l’insegnamento.</p>
<p>Un fattore ulteriore e grave, che nelle cosiddette società della conoscenza svolge un ruolo tragicamente devastante, è la pandemia di <em>overconfidence</em> o eccesso di fiducia tra politici ed esperti, che provano di volta in volta a mettere mano a problemi o sfide che non capiscono e non cercano neppure di capire, studiandole. Professionisti che hanno guidato le facoltà di medicina e coltivato potere a 360 gradi nelle più diverse forme, hanno progettato la riforma credendo di conoscere e poter gestire i problemi senza prendere tempo, studiarli e illustrare ai burocrati ministeriali la tragedia verso la quale si stava andando per mero populismo demagogico. </p>
<p>Inoltre, per un elementare senso etico, potevano non prestarsi. Ma la scelta del potere per il potere è incontrollabile, se non si è imparato a gestirla. Anche questa è una forma di comportamento inconsapevole (più o meno) sostenuto da diversi bias ben descritti in letteratura. Il potere rende difficile vedere i propri limiti, deforma il giudizio morale, induce razionalizzazioni che legittimano la prepotenza e crea resistenze emotive al cambiamento e al confronto critico. E, come diceva Lord Acton, quanto maggiore è il potere che si esercita (e quanto più a lungo lo si detiene) tanto maggiore la corruzione che porta con sé.  </p>
<p>Così si producono danni inutili e soprattutto evitabili non a cose astratte, ma a persone.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Difendiamo le università dagli assalti trumpiani, ma ripensiamo il loro ruolo sociale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale/</guid><pubDate>Fri, 13 Jun 2025 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luigi Marengo</dc:creator><category>societa</category><description>I provvedimenti dell’amministrazione Trump contro il sistema universitario e della ricerca sono una inaccettabile violazione della libertà di ricerca e insegnamento. Ma c’è da chiedersi perché queste politiche abbiano un ampio consenso in una parte rilevante dell’opinione pubblica americana: una ragione profonda ha a che vedere con la crescente polarizzazione sociale della società americana e vede nelle università, soprattutto quelle più prestigiose, uno dei fattori che hanno ad essa contribuito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/difendiamo-universita-assalti-trumpiani-ripensiamo-loro-ruolo-sociale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Inizio con una premessa fondamentale: i provvedimenti dell’amministrazione Trump contro il sistema universitario e della ricerca sono un&rsquo;inaccettabile violazione della libertà di ricerca e insegnamento, una grave minaccia alla libera circolazione delle idee, e sono anche una manifestazione di miope stupidità di un’amministrazione che sembra non comprendere il ruolo che queste università (anche e soprattutto grazie alla loro apertura internazionale) hanno avuto nella costruzione della potenza tecnologica, economica, militare e culturale degli Stati Uniti. Harvard, Princeton, Stanford e le altre più prestigiose università sono state e sono tuttora un pilastro fondamentale su cui poggia la “grandezza” americana che Trump dice di voler rilanciare.</p>
<p>Fatta questa premessa c’è però da chiedersi perché queste politiche sconsiderate abbiano un ampio consenso in una parte rilevante dell’opinione pubblica americana. Queste università sono viste come luoghi principali dell’elaborazione del pensiero progressista e della cultura woke, operano in un contesto globale che supera i confini nazionali e, pur con non pochi limiti, lasciano i propri docenti e studenti liberi di esprimere un pensiero critico anche radicale. Quindi queste università incarnano tutto ciò che l’America trumpiana e i suoi adepti odiano maggiormente e di cui desiderano liberarsi.</p>
<p>Esiste però anche un altro motivo più profondo che ha a che vedere con la crescente polarizzazione della società americana e che vede nelle università, soprattutto quelle più prestigiose, uno dei fattori che hanno ad essa contribuito. Purtroppo questa visione ha un fondamento: anche il sistema universitario ha dato il suo contributo al crescere della disuguaglianza e della frammentazione sociale della società americana. </p>
<p>È noto che il successo di Trump (come quello delle destre populiste europee) è ampiamente legato alla insoddisfazione e rabbia di una parte consistente della popolazione nei confronti della crescente disuguaglianza sociale. Negli USA e in generale nell’Occidente l’ascensore sociale si è fondamentalmente bloccato negli ultimi quarant&rsquo;anni. Per gli USA esistono molti studi che certificano questo fenomeno. Per esempio <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.aal4617" rel="noopener">questo</a>, del 2017, mostra che a partire dal 1984 negli USA è crollata la <em>absolute income mobility</em>, cioè la frazione di figli che guadagnano più dei loro genitori. Branko Milanovic ha messo in evidenza la drammatica riduzione della quota di reddito e ricchezza che va alla classe media occidentale (<em>Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media</em>, LUISS University Press, 2017) , mentre Thomas Piketty (<em>Il capitale nel XXI secolo</em>, Bompiani, 2018) ha mostrato la crescita della quota che va a un ristretto gruppo di super-ricchi (l’1% più ricco della popolazione).</p>
<p>Questa panne dell’ascensore sociale ha molte cause: riforme fiscali e del welfare fortemente regressive, cambiamento tecnologico, globalizzazione, migrazioni, ecc. ma le università, e in particolare quelle di élite, non sono esenti da responsabilità.</p>
<p>Sono almeno tre i fattori che determinano queste responsabilità: 1) le top universities americane (le 8 della cosiddetta Ivy League¹, più Stanford, MIT, Duke e Chicago) ammettono in proporzione molti più studenti provenienti dalle classi più agiate; 2) il rapporto tra i redditi dei laureati di queste università e il reddito medio della popolazione è notevolmente cresciuto; 3) la ricerca svolta in queste università ha avuto un ruolo importante nel promuovere un cambiamento tecnologico che ha effetti negativi sull’uguaglianza sociale.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo fattore, Raj Chetty, David Deming e John Friedman <a href="https://opportunityinsights.org/wp-content/uploads/2023/07/CollegeAdmissions_Paper.pdf" rel="noopener">mostrano</a> che studenti provenienti da famiglie appartenenti all’1% più ricco della popolazione hanno una probabilità doppia di essere ammessi in una delle 12 università top rispetto a studenti della classe media con la stessa qualificazione accademica. Questa differenza si spiega con l’altissimo costo dell’ammissione (solo in parte compensato da borse di studio e prestiti sull’onore), con la preferenza che le università accordano a studenti imparentati con ex-allievi della stessa università e con l’importanza per l’ammissione delle attività extra-curriculari e sportive che sono tipicamente più frequenti nei curricula di studenti provenienti da famiglie agiate. </p>
<p>Se esiste questo divario a parità di performance accademica, è peraltro noto da tempo che esiste anche un profondo divario tra le classi sociali nella performance accademica stessa. Per esempio Garcia e Weiss <a href="https://files.epi.org/pdf/132500.pdf" rel="noopener">mostrano</a> che questi divari compaiono molto presto (fin dalla scuola materna e elementare) e persistono in tutta la carriera degli studenti. Nemmeno un maggiore coinvolgimento dei genitori nei processi educativi sembra poter ovviare a questi divari, che sono innanzitutto imputabili ai differenziali nella qualità delle scuole e del corpo docente. È noto che uno dei primi fattori che determinano la scelta del luogo di residenza di una giovane coppia statunitense è la reputazione delle scuole limitrofe e che le scuole migliori tendono a essere in aree in cui il prezzo delle case è più alto.</p>
<p>Pertanto le università non fanno altro che rafforzare ulteriormente una divaricazione tra classi sociali che inizia già nei primi anni di scuola. Ma al contrario le università potrebbero fare qualcosa per contrastare questa divaricazione. Interessante a questo proposito è stata l’iniziativa intrapresa nel 2001 da Sciences Po, una prestigiosa grande école francese, di ammettere una quota di studenti provenienti da licei delle periferie povere di Parigi e Nancy. Questa operazione ha richiesto la formulazione di un test di ingresso per questi studenti diverso dalle tradizionali prove scritte e orali che potevano essere superate solo da studenti provenienti dai licei prestigiosi dei quartieri ricchi (si veda per esempio il resoconto fornito dallo stesso curatore di questa iniziativa:  Cyril Delhay, <em>Promotion ZEP: des quartiers à Sciences Po</em>, Hachette, 2006).</p>
<p>Il secondo fattore riguarda invece il maggior reddito che i laureati nelle università top ricevono rispetto ai laureati in altre università e ai non laureati. Lo stesso studio di Chetty Deming e Friedman trova che un laureato di una di queste università ha il 60% di probabilità in più di ritrovarsi nell’1% più ricco della popolazione rispetto a un laureato di un’altra università. Un laureato generico ha poi in media uno stipendio che è superiore del 75% rispetto a un non laureato e questo divario (il cosiddetto <em>college wage premium</em>) è cresciuto costantemente negli ultimi 25 anni (era del 68% nel 2000), con delle flessioni di alcuni punti percentuali solamente durante la crisi finanziaria del 2007-9 e durante la crisi di Covid-19.</p>
<p>Il terzo fattore non riguarda il ruolo delle università nella formazione ma piuttosto nella ricerca. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un notevole e costante aumento della quota di finanziamento alla ricerca (anche quella di base) proveniente dalle imprese private. Questo aumento ha riguardato anche la ricerca svolta all’interno delle università. Le conseguenze riguardano sia la direzione della ricerca stessa, sempre più determinata dalle opportunità di ritorno economico che essa può offrire (la ricerca medico-farmaceutica offre numerosi esempi), sia la forte spinta verso la privatizzazione dei benefici (con un crescente ruolo dei brevetti, anche per i risultati della ricerca pubblica).</p>
<p>Gli sciagurati provvedimenti dell’amministrazione Trump possono offrire una grande opportunità alle università e alla ricerca europee. La <a href="https://www.lincei.it/sites/default/files/2025/UE_Programma_ventennale_per_la_ricerca_pubblica-17.04.25.pdf" rel="noopener">proposta</a> formulata da Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Luciano Maiani e Giorgio Parisi di un piano ventennale di finanziamento della ricerca pubblica in Europa e l’<a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeLrs3evyN3k0ZplOu4YCuUWgu92GSoiA3hmsvVge-vaUxMRg/viewform" rel="noopener">appello Re-Brain Europe</a> chiedono alle istituzioni comunitarie e nazionali europee di impegnarsi in questo senso con le risorse finanziarie necessarie. Diverse università europee hanno già varato programmi che cercano di attirare scienziati in fuga dall’America trumpiana. In un recente <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-liberta-ricerca-100-miliardi-euro-rebrain-europe/">articolo</a> su <em>Scienza in rete</em>, Giovanni Dosi e Rocco De Nicola si uniscono a questi appelli, sottolineando però l’esigenza che questo rilancio della ricerca europea riguardi in modo essenziale la ricerca di base <em>curiosity-driven</em>, e che resista alle prevedibili forti pressioni in favore sia della privatizzazione della ricerca sia del suo controllo politico. Condivido totalmente queste raccomandazioni, ma ne aggiungerei una ulteriore: bisogna resistere alle crescenti (e purtroppo largamente vincenti) pressioni sul sistema universitario europeo per diventare sempre più, sul modello americano, una istituzione al servizio della formazione e perpetuazione di una classe sociale privilegiata e di una ricerca prevalentemente a beneficio di una oligarchia industriale. </p>
<p>Per quanto riguarda la formazione, l’operazione deve partire fin dalla scuola primaria, con investimenti nelle scuole delle aree disagiate e incentivi ai migliori docenti a trasferirvisi. A livello di università occorre ampliare notevolmente il ricorso alle borse di studio, incentivare la mobilità degli studenti (anche con borse che consentano di trasferirsi lontano dal luogo di residenza), accrescere i legami tra le università e le scuole superiori delle aree disagiate (si veda a questo proposito l’iniziativa della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa <a href="https://www.santannapisa.it/it/progetto-memo" rel="noopener"><em>Progetto Merito e Mobilità Sociale</em></a>, descritto anche nel volume a cura di Sabina Nuti e Alessandro Ghio, <em>Obiettivo mobilità sociale. Sostenere il merito per creare valore nel sistema Paese</em>, Il Mulino, 2017) e, nel caso vi siano test di ingresso, favorire test centrati sulle capacità psico-attitudinali dei potenziali studenti piuttosto che sulle nozioni da loro apprese nelle scuole superiori.</p>
<h4 id="1le-otto-università-dellivy-league-sono-tutte-sulla-costa-est-e-sono-brown-columbia-cornell-dartmouth-harvard-pennsylvania-princeton-e-yale">1. Le otto università dell’Ivy League sono tutte sulla costa est e sono: Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth, Harvard, Pennsylvania, Princeton e Yale.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Consiglio superiore di sanità: chi sono i nuovi membri e cosa manca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/consiglio-superiore-sanita-chi-nuovi-membri-cosa-manca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/consiglio-superiore-sanita-chi-nuovi-membri-cosa-manca/</guid><pubDate>Wed, 11 Jun 2025 08:23:00 +0100</pubDate><category>salute</category><description>Dopo mesi di attesa è stata nominata la nuova composizione del Consiglio superiore di sanità. Un’occasione per riflettere su priorità e criticità della sanità pubblica italiana: tra esclusioni, squilibri di genere e territoriali, e l’urgenza di affrontare disuguaglianze e diritti dimenticati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/consiglio-superiore-sanita-chi-nuovi-membri-cosa-manca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/consiglio-superiore-sanita-chi-nuovi-membri-cosa-manca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo due proroghe e un’attesa durata qualche mese, il Ministero della Salute ha rilasciato finalmente la lista dei 30 membri non di diritto nominati a far parte del 21° Consiglio superiore di sanità (CSS). Il CSS è l’organo consultivo del ministro della Salute: un attore istituzionale, quindi, che può avere un peso importante nell’orientare le scelte per la salute del Paese. Un attore con una lunga storia. Costituito nel 1847 nel Regno di Sardegna, come Regio Consiglio superiore di sanità, con il compito di “vegliare alla medicina” e a tutte le discipline associate, venne ereditato prima dal Regno d’Italia e successivamente dalla Repubblica. Fino al 1958, quando venne istituito il Ministero della Sanità, il Consiglio era un organo del Ministero dell’Interno.</p>
<p>Il CSS non si limita a rispondere alle richieste del dicastero a cui oggi appartiene ma ha anche compiti propositivi, in particolare su tutto ciò che riguarda l’igiene e la salute pubblica, come ha messo bene in luce l’onerosa attività del precedente CSS nel corso della pandemia di Covid-19. Tuttavia le sue funzioni vanno declinate in accordo con i bisogni di salute pubblica attuali nell’ambito delle cinque sezioni in cui è diviso al suo interno (Sezione I: pianificazione di sistema ed economica in ambito sanitario; innovazione e ricerca; sviluppo di nuovi modelli di servizio nel Servizio sanitario nazionale. Sezione II: strutture, servizi e professioni sanitarie; emocomponenti, vaccini, trapianti e terapie innovative. Sezione III: prevenzione primaria e secondaria, compresa quella delle malattie diffusibili, medicina di genere, stili di vita, salute mentale, malattie cronico-degenerative, profili giuridici in sanità. Sezione IV: sicurezza alimentare, salute e benessere degli animali, alimenti di origine animale, ambiente e tutela della biodiversità, istituti zooprofilattici sperimentali, innovazione e ricerca nella sanità animale. Sezione V: farmaci e dispositivi medici; farmacologia). </p>
<p>La composizione del CSS rappresenta quindi non solo la squadra del ministro caratterizzata dalle competenze dei membri nominati per far fronte ai bisogni prevalenti attuali e a quelli che insorgeranno durante il mandato, ma è anche espressione di un programma di intenti da parte del ministro: aree, temi, bisogni di attenzione per cui si sono raccolte le migliori competenze necessarie per ottemperare le finalità di un programma che è anche politico. </p>
<h2 id="quali-bisogni-di-salute-per-litalia-di-oggi">Quali bisogni di salute per l’Italia di oggi?</h2><p>È una lettura distorta, non appropriata? Forse, ma utile per riflettere a partire dalla composizione del nuovo CSS, su alcuni dei bisogni di salute pubblica della popolazione italiana a cui i precedenti CSS sono stati disattenti.</p>
<p>Vediamola, allora, questa composizione: il nuovo CSS comprende sette donne, meno di un quarto delle nomine, tre in meno del precedente. La metà, cioè, di quell’equilibrio di genere o del “riequilibrio della rappresentanza di genere” <a href="https://www.pariopportunita.gov.it/media/2370/documento-riequilibrio-della-rappresentanza-di-genere-nei-procedimenti-di-nomina.pdf" rel="noopener">previsto dal Dipartimento per le pari opportunità</a>. </p>
<p>Se sono le competenze e la qualità del lavoro svolto i criteri prevalenti della scelta nel mondo della sanità, la rappresentanza di genere non dovrebbe essere un limite, per alcune specialità; anzi, le donne con questi criteri sono addirittura più numerose degli uomini. </p>
<p>La realtà, però, è altra cosa e un riequilibrio sarebbe più che auspicabile. Una questione, <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815232533" rel="noopener">quella del genere</a>, che non si limita ovviamente alla rappresentanza in organismi vari, ma ai disturbi associati all&rsquo;identità di genere (disforia/incongruenza) che creano sofferenza, stress e disagio, con ripercussioni sul benessere emotivo e psicologico (ansia, depressione e autolesionismo). La prevalenza del disturbo è aumentata significativamente <a href="https://adc.bmj.com/content/archdischild/early/2025/02/03/archdischild-2024-327992.full.pdf" rel="noopener">nei bambini e nei giovani</a>, in particolare tra le donne (dovrebbero essere <a href="https://www.siams.info/androwiki/epidemiologia-e-inquadramento-diagnostico-e-psicoterapeutico/" rel="noopener">oltre 50.000</a> gli italiani e le italiane che ne soffrono): una domanda che la salute pubblica pone e a cui bisognerebbe rispondere in modo appropriato.</p>
<p>Opportunità che necessitano di altre visioni, come il non limitarsi a restringere il campo pescando solo nella riserva dell’accademia, sia essa pubblica o privata. </p>
<p>La distribuzione per area geografica delle istituzioni dei membri eletti non copre tutte le Regioni, rispecchiando la disomogenea collocazione degli IRCCS o degli ospedali specialistici di riferimento, determinata non dai bisogni di prossimità dei cittadini, ma da altri interessi e ragioni. Comunque, questa volta c’è anche un sardo, l’epidemiologo sassarese Sotgiu a rappresentare l’Italia insulare insieme all’oculista palermitana Maria Elena Bonfiglio, per poi iniziare a risalire la penisola con il geriatra reggino Filippo Fimognari. Cinque i volti napoletani nella nuova squadra del CSS come cinque sono le nomine padane. </p>
<p>Alcune perplessità sui criteri di nomina ovviamente sorgono sempre in Italia, pensando che le indicazioni di scelta siano giunte dai partiti politici o per altre comunanze. <br>
Tutto questo è ovviamente irrilevante rispetto ai compiti che i membri saranno chiamati ad affrontare e alle competenze indiscusse che metteranno in campo: si scelgano effettivamente i migliori e se ne valuti l’operato rispetto al mandato e al programma di lavoro. </p>
<h2 id="salute-diseguale">Salute diseguale</h2><p>Comunque, le <a href="https://www.epicentro.iss.it/globale/diseguaglianze" rel="noopener">disuguaglianze di salute</a> hanno un impatto sulla qualità della vita e sulla produttività della popolazione; l’autonomia regionale non contribuisce a ridurle o contenerle, ma una politica di contrasto alle diseguaglianze dovrebbe essere tra i mandati del CSS. Le differenze di aspettativa di vita, morbilità e accesso ai servizi sanitari tra le regioni del Nord e del Sud sono ampie e tendono ad allontanarsi ulteriormente e a cronicizzarsi. In Italia come in tutti i paesi con elevate risorse la salute <a href="https://www.saluteinternazionale.info/wp-content/uploads/2023/09/Position-Paper_COSTA.pdf" rel="noopener">è distribuita in modo disuguale</a>. Queste disuguaglianze hanno cause e meccanismi d’azione che sono in parte noti ed evitabili, alcuni rimandano a responsabilità delle politiche, sanitarie ed extrasanitarie. Intervenire per ridurle è un obiettivo necessario per migliorare la salute pubblica nazionale, un segnale stradale comune a tutte le cinque sezioni del CSS, ma che non emerge dalla lettura della composizione. </p>
<h2 id="nascere-nel-posto-sbagliato">Nascere nel posto sbagliato</h2><p>Le disuguaglianze sono <a href="https://www.savethechildren.it/blog-notizie/i-divari-tra-nord-e-sud-nel-diritto-alla-salute" rel="noopener">divari territoriali già a partire dalla nascita</a> con un <a href="https://ijponline.biomedcentral.com/articles/10.1186/s13052-023-01571-z" rel="noopener">tasso di mortalità infantile doppio</a> in Calabria rispetto a quello della Toscana, una <a href="https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.0020250" rel="noopener">situazione cronica</a> di diritti negati. Disuguaglianze che accompagnano la crescita anche con la <a href="https://www.medicoebambino.com/index.php?id=2401_27.pdf_c" rel="noopener">necessità di migrare</a> al Nord per ricevere cure. Disuguaglianze che sono anche disattenzioni, quando non disinteresse, e da tempo, costatando la mancanza di un IRCCS pediatrico multifunzionale al di sotto di Roma. Non sorprende quindi la mancanza nella nuova composizione del CSS delle competenze della pediatria, cosa che rende difficile sperare che questa sarà un’area prioritaria di lavoro. </p>
<p>Sorprende, invece, la mancanza di uno sguardo neuropsichiatrico alla salute pubblica, in un momento di acuzie del disagio adolescenziale, che inizia prima e non è solo di pertinenza psichiatrica. Un trend in crescita, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0924977X12001046?via%3Dihub" rel="noopener">documentato da tempo</a> (<a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/2860/articoli/28839/" rel="noopener"><em>Se fosse cancro ci sarebbe una protesta, ma è salute mentale</em></a>). Una criticità che rappresenta l’<a href="https://sinpia.eu/wp-content/uploads/2025/02/documento-continuita-di-cura-senza-revisioni-approvato-24-feb-2025-def.pdf" rel="noopener">urgenza di sviluppare e implementare al più presto buone pratiche</a> per garantire la continuità delle cure dei bambini e ragazzi con disturbi del neurosviluppo e supporto alle loro famiglie, nonché facilitare una omogenea distribuzione di buone prassi organizzative su tutto il territorio nazionale. Sì, perché anche il passaggio alla maggiore età, <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/epidemiology-and-psychiatric-sciences/article/transitioning-youth-to-adult-age-also-through-health-services/5002F5D86D11353B957BBF47199DF508" rel="noopener">dal servizio pediatrico a quello dell’adulto</a>, rappresenta per molti pazienti con disturbi cronici, non solo psichiatrici, e in particolare quelli residenti nelle regioni meridionali, difficoltà al prosieguo delle cure, arrivando fino all’abbandono. </p>
<h2 id="i-chiamati-e-gli-esclusi">I chiamati e gli esclusi</h2><p>La <a href="https://www.fnovi.it/node/51413" rel="noopener">Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari Italiani</a> (FNOVI) «Esprime profonda perplessità e forte disapprovazione per la mancata nomina di un medico veterinario all&rsquo;interno del rinnovato Consiglio superiore di sanità».  La <a href="https://sigu.net/" rel="noopener">Società Italiana di Genetica Umana</a> (SIGU) auspica che il Ministero della Salute possa riconsiderare la composizione del Consiglio superiore di sanità integrando la figura del genetista medico, al fine di massimizzare la tutela della salute pubblica anche in ambito preventivo. La <a href="https://www.sigo.it/2025/06/03/la-sigo-conferma-sempre-la-presenza-di-un-presidente-emerito-nellambito-del-consiglio-superiore-di-sanita/" rel="noopener">Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia</a> (SIGO) ha invece espresso il proprio plauso per la nomina di due figure di rilievo del settore ginecologico: Nicola Colacurci, presidente emerito della SIGO, e Eleonora Porcu, confermata anche in questo mandato. Altri si aggiungeranno, schierandosi tra i soddisfatti o gli insoddisfatti, recriminando diritti e ruoli di categoria e competenze. Tutto comprensibile, ma da collocare in un contesto di salute pubblica. </p>
<p>Noi siamo certi che le competenze di tutti i componenti del nuovo CSS sapranno far fronte alle esigenze della sanità pubblica e di ampie aree della popolazione, vogliamo solo ribadire che gli interventi che si realizzano nei primi tre anni di vita sono quelli che incideranno sulla salute dell’intera popolazione adulta. In questo preciso arco temporale, i primi mille giorni di vita, si strutturano il microbiota intestinale, le reti neuronali, i meccanismi epigenetici. È lì che la povertà, l’inquinamento, l’alimentazione e gli stili di vita errati lasciano il segno. L&rsquo;incidenza di povertà assoluta più elevata <a href="https://www.savethechildren.it/blog-notizie/poverta-assoluta-aumento-tra-i-minori-italia" rel="noopener">si osserva</a> tra i minori di 18 anni: il 14% di bambini, bambine e adolescenti sono poveri, 1 minore su 7, e sono soprattutto al Sud. La povertà è un importante <a href="https://www.lavoro.gov.it/sites/default/files/archivio-doc-pregressi/Documents/Resources/Lavoro/CIES/CIESquaderno1.pdf" rel="noopener">determinante della salute</a> delle persone  e delle comunità. </p>
<h2 id="garantire-la-salute-in-carcere">Garantire la salute in carcere</h2><p>Nei giorni scorsi è uscito <em>Senza respiro</em>, il <a href="https://www.antigone.it/news/3597-senza-respiro-presentato-il-xxi-rapporto-di-antigone-sulle-condizioni-di-detenzione" rel="noopener">XXI Rapporto dell’Associazione Antigone</a> sulle condizioni di detenzione in Italia: una fotografia lucida di un sistema penitenziario al collasso, dove detenuti, operatori e istituzioni sono sempre più in affanno. Al 30 aprile 2025 i detenuti in Italia erano 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. Il tasso reale di affollamento è del 133% (Milano San Vittore 220%, Foggia 212%, Lucca 205%), con circa 16.000 persone che non hanno un posto regolamentare.</p>
<p>Ma il sovraffollamento non colpisce solo le carceri per adulti. Per la prima volta nella storia interessa anche gli istituti penali per minorenni, dove sono 611 i ragazzi detenuti (di cui 27 ragazze).</p>
<p>Le persone in carcere presentano un quadro clinico specifico di morbilità che rappresenta un&rsquo;<a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2824%2900023-9/fulltext" rel="noopener">opportunità per la sanità pubblica</a>. In particolare, l&rsquo;integrazione della salute in carcere nel sistema sanitario pubblico nazionale, la dotazione adeguata di risorse per l&rsquo;assistenza primaria e i servizi di salute mentale e il miglioramento del collegamento con i servizi sanitari post-rilascio potrebbero influire sulla salute e sulla sicurezza pubblica. Al 30 maggio 2025 <a href="http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/" rel="noopener">erano 110 le morti registrate</a> in carcere nel corso dei primi 5 mesi del 2025, 34 suicidi e 76 per altre cause (malattia, overdose, omicidio, cause da accertare): un fallimento del ruolo punitivo della carcerazione. Garantire il diritto alla salute in carcere coinvolge competenze, operatori e istituzioni diverse, importanti per la salvaguardia dei diritti dei detenuti, le caratteristiche del trattamento, i poteri del magistrato di sorveglianza, la necessaria collaborazione inter-istituzionale. Ogni iniziativa all’interno del carcere ha un suo riscontro anche all’esterno, sulla famiglia, sulla comunità a breve, ma anche a lungo tempo. Così come va garantito il diritto alla salute a quelle poche decine di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri/">bambini innocenti</a> che vivono in carcere con le loro mamme. </p>
<p>La salute nelle carceri è un’area di pertinenza dell’igiene e della salute pubblica, quindi anche del CSS. Non quello del Regno di Sardegna, ma quello della Repubblica Italiana del 2025.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Emissioni di gas serra: un'altra buona ragione per non farsi la guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra/</guid><pubDate>Mon, 09 Jun 2025 08:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>pace</category><description>Le emissioni del settore militare potrebbero rappresentare circa il 5,5% delle emissioni globali, ma le stime sono imprecise perché i dati militari sono coperti da segreto o comunicati con diffidenza. In ogni caso, i numeri sono preoccupanti, solo il riarmo della NATO rilascerebbe in atmosfera 200 milioni di tonnellate all’anno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <em><a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/may/29/nato-military-spending-could-increase-emissions-study-finds" rel="noopener">Guardian</a></em> ha dato notizia di una recente <a href="https://ceobs.org/how-increasing-global-military-expenditure-threatens-sdg-13-on-climate-action/" rel="noopener">analisi</a> a cura del <em>Conflict and Environment Observatory</em> (CEOBS) sulle emissioni legate al settore militare. Questo coprirebbe il 5,5% delle emissioni totali di gas serra e, sempre secondo le stime, solo «il riarmo pianificato dalla NATO potrebbe aumentare le emissioni di gas serra di quasi 200 milioni di tonnellate all&rsquo;anno», cioè tanto quanto si otterrebbe «aggiungendo al budget globale di carbonio rimanente il costo di un Paese grande e popoloso come il Pakistan».</p>
<p>Dice lo studio che «le emissioni generate dai primi 120 giorni del conflitto Israele-Gaza sono state stimate superiori alle emissioni annuali di 26 Paesi presi singolarmente». Dato che si somma a un’altra <a href="https://earth.org/warfare-now-largest-source-of-ukraines-annual-carbon-emissions-report-warns-on-third-anniversary-of-russias-invasion/" rel="noopener">stima</a>, relativa al conflitto Russia-Ucraina: in Ucraina la guerra sarebbe divenuta la principale fonte di emissioni di carbonio del paese, con 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente alla fine del terzo anno di conflitto. Tante quante le emissioni annuali di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia sommate (o di di 120 milioni di automobili a combustibili fossili).</p>
<p>Purtroppo, i dati riguardanti le emissioni dei settori militari nazionali sono molto complessi da scovare e in genere si ottengono con ampi intervalli di incertezza; solo i paesi NATO sono un po&rsquo; più semplici da studiare. Lennard de Klerk, tra i coautori dello studio riportato dal <em>Guardian</em>, ha infatti specificato: «Abbiamo preso la NATO perché è la più trasparente in termini di spese. Quindi non è che vogliamo concentrarci particolarmente su di essa, ma semplicemente perché dispone di più dati fruibili».</p>
<p>Ovviamente, lo studio ricorda che le forze armate sono spesso le prime a fornire aiuto proprio in occasione di disastri climatici, portando l’esempio di quanto accaduto nel Sud della Germania nel 2024, dove la <em>Bundeswehr</em> (cioè l’esercito tedesco) ha garantito un pronto sostegno tramite distribuzione di beni essenziali; così come il Centro per la risposta ai disastri della NATO ha contribuito a combattere incendi in Lettonia e Israele, ma anche grandi nevicate e inondazioni in Albania e Montenegro.</p>
<p>È chiaro però che il potenziamento militare non possa e non debba creare un circolo vizioso, per cui tra l&rsquo;altro verrebbero sacrificati investimenti nell’adattamento climatico civile, soprattutto nella prevenzione dei disastri. E però è proprio quello che sta iniziando a verificarsi. «Esiste una reale preoccupazione riguardo al modo in cui stiamo privilegiando la sicurezza a breve termine e sacrificando quella a lungo termine», ha affermato al <em>Guardian</em> Ellie Kinney, coautrice dello studio, che continua: «A causa di questo approccio poco informato che stiamo adottando, si investe oggi nella sicurezza militare, aumentando le emissioni globali e peggiorando ulteriormente la crisi climatica in futuro».</p>
<p>Per di più, il cambiamento climatico è considerato tra i fattori di rischio diretto e indiretto dei conflitti più vari. L’esempio che si porta sempre riguarda i conflitti legati alle risorse naturali, acqua in primis. È quanto accaduto in Darfur, in Sudan, dove la scarsità di risorse dopo prolungate siccità e desertificazione è stata dirimente. E ancora, ricordano gli autori, il ritiro dei ghiacci marini in Artico sta alimentando tensioni su chi dovrebbe controllare le nuove risorse accessibili di petrolio, gas (combustibili fossili che butterebbero benzina sul fuoco) e minerali critici.</p>
<p>Le emissioni nel settore militare dipendono sostanzialmente da due fattori: uno è l’uso operativo dei mezzi mobili, che sono molto emissivi a causa di diesel e cherosene (aerei, navi, carri armati, …), l’altro è legato a tutta la catena produttiva, che ha gli stessi problemi emissivi dell’industria pesante. «Innanzitutto, per l’equipaggiamento che acquistano, composto principalmente da acciaio e alluminio, la cui produzione è molto ad alta intensità di carbonio», ha spiegato Lennard de Klerk.</p>
<p>Dal <a href="https://ceobs.org/wp-content/uploads/2022/11/SGRCEOBS-Estimating_Global_MIlitary_GHG_Emissions_Nov22_rev.pdf" rel="noopener">rapporto</a> CEOBS da cui sono tratti i dati: la stima globale delle emissioni operative di gas serra delle attività militari si aggira approssimativamente tra i 300 e i 600 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (MtCO₂e), ovvero tra lo 0,6% e l'1,2% delle emissioni globali totali di gas serra. La stima dell’impronta di carbonio complessiva delle forze militari mondiali è invece compresa tra 1600 e 3500 MtCO₂e, che rappresentano tra il 3,3% e il 7,0% delle emissioni globali totali. Si tratta di intervalli ampi, che sottolineano la carenza di dati disponibili in questo settore.</p>
<p>Per quanto riguarda l&rsquo;Europa, una <a href="https://ccpi.org/guest-article-ccpi-x-military-emissions-gap-how-military-emissions-impact-global-warming/" rel="noopener">stima</a> probabilmente conservativa indica con quasi 25 milioni di tonnellate di CO₂ l’impronta di carbonio del settore militare europeo (considerando sia gli eserciti nazionali che le industrie tecnologico-militari), pari alle emissioni annuali di 14 milioni di automobili.</p>
<h4 id="nota-segnaliamo-il-sito-militaryemissionsorg-che-tenta-limpresa-ardua-di-mappare-i-dati-sulle-spese-e-le-emissioni-militari-nazionali-nellultimo-foglio-dati-si-può-constatare-quanto-sia-complicato-averci-a-che-fare">NOTA: Segnaliamo il sito <a href="https://militaryemissions.org/" rel="noopener">militaryemissions.org</a> che tenta l’impresa ardua di mappare i dati sulle spese e le emissioni militari nazionali. Nell’ultimo <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1I1d_MTH6C5GxlZ7pN0lWpT0eSaruvWGABD1gmOx9524/edit?gid=1105995094#gid=1105995094" rel="noopener">foglio dati</a> si può constatare quanto sia complicato averci a che fare.</h4><p>Il <a href="https://ceobs.org/how-increasing-global-military-expenditure-threatens-sdg-13-on-climate-action/" rel="noopener">CEOBS</a>, in generale, sottolinea che la sottrazione di risorse da altri settori può danneggiare l’economia civile, anzitutto perché questo toglierebbe fondi da programmi di riduzione delle emissioni. Il report scrive che</p>
<blockquote>
<p>un aumento della spesa militare di un punto percentuale di PIL incrementerebbe le emissioni nazionali totali tra lo 0,9% e il 2,0%. Con le emissioni annuali complessive di 4861 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nei 31 Paesi analizzati (dati 2023), l’aumento sarebbe compreso tra 87 e 194 milioni di tonnellate all’anno.</p></blockquote>
<p>Il problema ulteriore è che «questo aumento delle spese militari sta intaccando la fiducia fondamentale necessaria per il multilateralismo» dice al <em>Guardian</em> Kinney. «Alla COP29, paesi del Sud globale come Cuba hanno sottolineato l’ipocrisia degli Stati disposti a spendere sempre di più per i loro eserciti, ma che offrono impegni di finanziamento climatico del tutto inaccettabili e troppo bassi».</p>
<p>Sempre sul <em><a href="https://www.theguardian.com/world/2025/may/30/carbon-footprint-of-israels-war-on-gaza-exceeds-that-of-many-entire-countries" rel="noopener">Guardian</a></em>, un altro articolo dà notizia di stime preliminari ancora non sottoposte a <em>peer-review</em> secondo cui quasi tutte le emissioni di gas serra dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco del gennaio 2025 «è attribuibile al bombardamento aereo e all&rsquo;invasione terrestre di Israele a Gaza». Per altro, il 30% di queste emissioni sarebbe riconducibile agli Stati Uniti, «che hanno inviato 50.000 tonnellate di armi e rifornimenti militari a Israele», e un altro 20% «alle missioni di ricognizione e bombardamento degli aerei israeliani, ai carri armati e al carburante di altri veicoli militari».</p>
<p>E questo sarebbe un gran peccato, dal momento che</p>
<blockquote>
<p>il solare produceva fino a un quarto dell&rsquo;elettricità di Gaza, una delle percentuali più alte al mondo. Tuttavia, la maggior parte dei pannelli e l&rsquo;unica centrale elettrica del territorio sono stati danneggiati o distrutti. L&rsquo;accesso limitato all&rsquo;elettricità a Gaza ora dipende principalmente da generatori alimentati a diesel.</p></blockquote>
<p>Tra le raccomandazioni chiave proposte dal CEOBS c&rsquo;è la richiesta di maggiore trasparenza nella contabilità delle emissioni militari (comprendendo tutta la filiera), la revisione delle linee guida IPCC per facilitare il reporting all’UNFCCC, l&rsquo;adozione di piani seri di tagli netti alle emissioni militari, e la comunicazione chiara verso i cittadini di come queste spese rallentino consapevolmente il raggiungimento degli obiettivi climatici di Parigi.</p>
<p>Insomma, l’aumento delle emissioni di gas serra dovuto al potenziamento del settore militare è un’altra, ennesima e convincente motivazione per non fare la guerra. Oltre che i morti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gravidanze precoci: le nuove linee guida dell’OMS</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms/</guid><pubDate>Fri, 06 Jun 2025 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Livia Gamondi</dc:creator><category>salute</category><description>Ogni anno milioni di adolescenti diventano madri, spesso senza averlo scelto. La gravidanza precoce resta una sfida globale di salute pubblica e diritti umani, legata a disuguaglianze profonde. L’OMS ha aggiornato le linee guida per prevenirla e proteggere le più giovani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel mondo, più di 21 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni ogni anno rimangono incinte nei paesi a basso e medio reddito e per il 50% sono gravidanze non pianificate. Nel 2021 si stima che oltre 12 milioni di adolescenti tra i 15 e i 19 anni e 499mila tra i 10 e i 14 anni abbiano partorito a livello globale. La gravidanza precoce comporta tutta una serie di rischi importanti per la salute: tassi di infezione più elevati, nascite premature e complicanze dovute ad aborti non sicuri. La gravidanza in età adolescenziale continua a essere una delle sfide di salute pubblica più importanti a livello mondiale, e infatti rappresenta la principale causa di morte tra le giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni.</p>
<p>La notizia positiva è che a livello globale il tasso di fertilità adolescenziale è diminuito negli ultimi vent’anni, passando dai 64,5 del 2000 ai 41,3 del 2022. Anche se con importanti differenze tra le diverse aree del Pianeta: il declino più significativo si è registrato nei paesi dell’Asia meridionale.</p>
<h2 id="oms-le-nuove-linee-guida">OMS: le nuove linee guida</h2><p>L’Organizzazione mondiale della sanità recentemente ha pubblicato le <a href="https://www.who.int/news/item/23-04-2025-who-releases-new-guideline-to-prevent-adolescent-pregnancies-and-improve-girls--health" rel="noopener">nuove linee guida</a> sulla prevenzione delle gravidanze precoci, volte a rafforzare le azioni di contrasto e protezione delle giovani nei Paesi a basso e medio reddito. Gli obiettivi rimangono gli stessi dell’edizione del 2011, ovvero fornire indicazioni normative basate su evidenze scientifiche sugli interventi per migliorare la morbilità e la mortalità adolescenziale, riducendo le probabilità di gravidanze delle minorenni e dei conseguenti esiti negativi sulla salute. Per raggiungerli è necessario identificare interventi efficaci per prevenirle, agendo su fattori quali i matrimoni precoci, i rapporti sessuali coercitivi, l’aborto non sicuro, l’accesso ai contraccettivi e ai servizi di salute materna da parte degli adolescenti. L’intenzione è anche quella di fornire un quadro di riferimento per i decisori politici dei paesi e i responsabili dei programmi per indirizzarli nella scelta di quelli più appropriati per le esigenze specifiche dei contesti sociali.</p>
<p>«Le gravidanze precoci possono avere gravi conseguenze fisiche e psicologiche per ragazze e giovani donne, e spesso riflettono disuguaglianze profonde che limitano la loro capacità di decidere sulle proprie relazioni e sulla propria vita», spiega Pascale Allotey, direttrice della Salute sessuale e riproduttiva dell’OMS e del Programma speciale delle Nazioni Unite in Riproduzione umana (HRP). «Affrontare questo problema significa creare le condizioni perché le ragazze possano prosperare: rimanere a scuola, essere protette dalla violenza, accedere a servizi che rispettino i loro diritti e avere vere possibilità di scelta sul proprio futuro».</p>
<p>La gravidanza precoce è un fenomeno complesso, non solo biologico, ma un intreccio di vulnerabilità, fattori sociali, culturali ed economici, che va ben oltre la dimensione sanitaria.</p>
<p>Le gravidanze delle giovanissime non sono un frutto del caso: matrimoni anzitempo e forzati, tuttora diffusi in molte comunità e spesso visti come una sorta di protezione per le ragazze o una strategia economica per le famiglie, sono tra i fattori che le alimentano. Così come la violenza sessuale e la coercizione, una piaga silenziosa che colpisce migliaia di adolescenti ogni anno. A questo si aggiungono la mancanza di educazione sessuale e la scarsa disponibilità di informazioni sui metodi contraccettivi, a cui circa il 60% delle ragazze nei Paesi a basso reddito, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione <a href="https://www.unfpa.org/latest" rel="noopener">UNFPA</a>, non ha accesso. E anche le pressioni sociali ed economiche, che trasformano la maternità in giovane età in una sorta di “via obbligata”. Combattere questo fenomeno significa garantire alle ragazze il diritto di scegliere e investire in educazione sessuale, accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva e politiche di contrasto alla violenza e alla discriminazione di genere.</p>
<h2 id="un-futuro-possibile">Un futuro possibile</h2><p>Affrontare il tema delle gravidanze delle minorenni non è solo una questione di salute pubblica. È una battaglia per i diritti umani, per l’equità di genere, per lo sviluppo sostenibile. Dare alle ragazze l’opportunità di crescere, studiare, scegliere il proprio destino è un dovere collettivo – e un investimento sul futuro delle nostre società. L’abuso sessuale su minori e la violenza da parte del partner aumentano il rischio di gravidanze indesiderate. Si stima che 120 milioni di ragazze sotto i 20 anni abbiano subito qualche forma di contatto sessuale forzato. Allo stesso modo, la prevalenza globale stimata di violenza fisica o sessuale da parte di un partner nei confronti di ragazze tra i 15 e i 19 anni che hanno avuto almeno un partner è del 24% nel corso della vita e del 16% nell’ultimo anno, con ampie variazioni a seconda della regione. Questi abusi sono profondamente radicati nelle disuguaglianze di genere; colpiscono più frequentemente le ragazze rispetto ai ragazzi, sebbene anche molti ragazzi ne siano vittime.</p>
<p><strong>I 5 punti chiave dell&rsquo;OMS</strong></p>
<ul>
<li>Estensione dell’istruzione secondaria: l’istruzione è riconosciuta come uno dei principali fattori protettivi contro la gravidanza precoce. Secondo le stime OMS, garantire l’accesso universale all’istruzione secondaria potrebbe ridurre i matrimoni precoci fino a due terzi.</li>
<li>Accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva integrati e confidenziali: è essenziale che gli e le adolescenti possano accedere a opzioni contraccettive moderne, a consulenze qualificate e a cure prenatali, postnatali e abortive sicure, senza ostacoli legali, sociali o culturali. In molti paesi, il requisito del consenso parentale rappresenta una barriera significativa all’accesso ai servizi.</li>
<li>Educazione sessuale completa (CSE): la CSE è un elemento centrale per consentire a ragazze e ragazzi di conoscere il proprio corpo, comprendere il concetto di consenso e sviluppare competenze per prendere decisioni informate. Evidenze robuste mostrano che la CSE ritarda l’inizio dell’attività sessuale, riduce il numero di partner e aumenta l’uso della contraccezione.</li>
<li>Prevenzione del matrimonio precoce: l’OMS raccomanda leggi coerenti con gli standard internazionali per vietare il matrimonio al di sotto dei 18 anni, e programmi comunitari che coinvolgano famiglie, leader religiosi e insegnanti nella prevenzione della pratica.</li>
<li>Incentivi economici per la frequenza scolastica: per le ragazze più vulnerabili, si suggerisce l’adozione di misure di protezione sociale, come sussidi o borse di studio condizionate al completamento del ciclo secondario, che possano fungere da alternativa concreta al matrimonio o alla maternità precoce.</li>
</ul>
<h2 id="cosa-avviene-nei-paesi-industrializzati">Cosa avviene nei paesi industrializzati</h2><p>La questione delle gravidanze precoci non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo, ma anche i Paesi industrializzati, come gli USA, l&rsquo;Europa, la Gran Bretagna. In Italia, secondo fonti ISTAT e UNICEF, nel 2012 le nascite da madri con meno di 18 anni sono state lo 0,4% (2.142) del totale delle nascite (534.186), un dato che sale all'1,64% se consideriamo le madri di età inferiore ai 20 anni.</p>
<h2 id="la-realtà-italiana">La realtà italiana</h2><p>In Italia, le gravidanze adolescenziali hanno uno dei tassi di maternità tra i più bassi d&rsquo;Europa. Nel 2023, secondo l’ISTAT, sono state 10.553 quelle sotto i 22 anni, 771 quelle di minorenni e 30 quelle sotto i 16 anni. Dal 2013 fino al 2022, quelle under 16 sono state in costante diminuzione, ma ora hanno ripreso a crescere lentamente. Le Regioni che hanno registrato il maggior numero di nascite sono Sicilia (480), Campania (318) e Lombardia (209). Da notare che in Val d’Aosta non ce ne è stata neanche una e in generale le regioni montane hanno numeri molto inferiori, come per esempio il Trentino Alto Adige dove sono state 16.</p>
<p>In genere, anche in Italia, sono ragazze che hanno abbandonato il percorso scolastico, talvolta già alle medie; numerose quelle che non studiano e non lavorano. Molto spesso provengono da situazioni familiari difficili, dove i maltrattamenti fisici, psicologici e anche economici sono frequenti, e talvolta sono vittime di veri e propri abusi sessuali sin da piccole. In molti casi sono nuclei disgregati dove è frequente il consumo di droghe o alcool.</p>
<p>«Nella società attuale una gravidanza prima dei 22 anni è inusuale, mentre fino a cinquant&rsquo;anni fa era la norma», spiega Alessandro Albizzati, neuropsichiatra, direttore della Struttura complessa di neuropsichiatria infantile, ASST Santi Paolo e Carlo, Milano. «E tale si è mantenuta in alcune aree dell’Italia del Sud, dove non ha quelle caratteristiche allarmanti come invece percepiamo, per esempio, a Milano, e che si connota per minori che vanno precocemente incontro ad atti sessuali. Spesso sono in un ambito ricattatorio e dove la relazionalità con ragazzi particolarmente incompetenti e a volte aggressivi diventa pericolosa per le giovanissime».</p>
<p>Dal 2007 a Milano presso l’ASST Santi Paolo e Carlo è attivo il <a href="https://www.asst-santipaolocarlo.it/s.a.g.a.-servizio-di-accompagnamento-alla-genitorialita-in-adolescenza" rel="noopener">SAGA</a>, Servizio di accompagnamento alla genitorialità in adolescenza. È l’unico in Italia che si occupa di sostenere le giovani con meno di 22 anni e i loro compagni durante il percorso della gravidanza e prosegue dopo il parto. In questi anni sono stati intercettati oltre 500 casi e di questi 350 quelli trattati. Nel 2019 è diventato operativo il secondo polo ambulatoriale Milano Città Metropolitana presso l’Ospedale San Carlo Borromeo e questo ha contribuito ad aumentare le giovani assistite in generale; da sottolineare che nel 2024 l’incremento delle giovanissime,14 e 15 anni, è stato rilevante: più 300% rispetto al 2022.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/gravidanze-precoci-nuove-linee-guida-dell-oms-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1672" height="924" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Fonte SAGA maggio 2025</p>

<p>«Le ragazze che arrivano al nostro Centro hanno già un progetto di maternità e hanno deciso di tenere il bambino», spiega Margherita Moioli, referente del servizio SAGA. «Quasi come se il loro fosse un tentativo di conquistare un’autonomia che non potrebbero raggiungere attraverso la scuola o il lavoro. Ma anche un modo per colmare il loro vuoto affettivo con un bambino». Le giovani vengono inviate al Centro dagli ambulatori di ostetricia, dai consultori, dalle assistenti sociali o magari consigliate da amiche.</p>
<p>«Il percorso consiste in una presa in carico della giovane della durata di tre anni, ma che viene prolungata nel caso di giovanissime o se ancora minorenni», continua l’esperta. «Il percorso parte dal momento in cui arriva al servizio e continua in tutta la fase della gravidanza, perché siamo in un arco di tempo in cui è possibile fare ancora molto per renderle consapevoli. Nel nostro Centro mettiamo in atto diverse strategie, in particolare con il progetto “In Bloom”, e grazie alla collaborazione di educatori sosteniamo le giovani nel proseguire la scuola, trovare un lavoro; viene anche fatta educazione finanziaria per renderle consapevoli e indipendenti. Dopo il parto le aiutiamo a prendersi cura del bambino e sono supportate economicamente attraverso la collaborazione con i progetti del Banco alimentare di Terre des Hommes. Gli aiuti che forniamo, di tipo sia educativo che economico, sono condizionati dal rispettare un patto: la giovane deve prendersi carico del progetto che la coinvolge e comprendere che c’è un investimento su di lei; se non lo rispetta dopo qualche tentativo è fuori dal gioco. Di fatto sosteniamo due minori, la mamma e il suo bambino».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Viterbo, il giorno dopo l’incendio all’università</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita/</guid><pubDate>Fri, 06 Jun 2025 07:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Antonino Michienzi</dc:creator><description>Viterbo, incendio all&amp;amp;rsquo;Università della Tuscia: anni di lavoro andati persi, ricercatori spaesati. E c’è chi sui social scrive: “È la nostra Notre Dame”</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il giorno dopo il terribile <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/viterbo-incendio-universita-della-tuscia_99126092-202502k.shtml" rel="noopener">incendio</a> che ha colpito l’Università della Tuscia, le scene sembrano quelle del post-terremoto. Capannelli di ricercatori, docenti, tecnologi nel piazzale antistante l’edificio andato a fuoco: tutti in attesa di essere scortati dai vigili del fuoco tra gli uffici e i laboratori distrutti per estrarre quel poco che si è salvato dal rogo. <br>
Qualcuno torna con semplici effetti personali lasciati sulla scrivania negli attimi precipitosi della fuga: un telefono; una borsetta. Altri con faldoni di documenti. C’è chi è riuscito a recuperare i resti di decenni di ricordi che addobbavano il proprio ufficio: il certificato di laurea, qualche foto di famiglia, un quadretto. Una ricercatrice minuta porta un computer fisso ancora caldo per effetto dell’incendio: “Speriamo che il disco rigido sia salvo”, dice. </p>
<p>È un pellegrinaggio che si protrae per ore. Chi ancora non è entrato nell’edificio chiede informazioni a chi sta uscendo, con la speranza di ricevere un anticipo della consolazione che non tutto è andato perduto. Per molti non è così.</p>
<p>Pacche sulle spalle, timidi abbracci, occhi lucidi. </p>
<p>Anche Eddo Rugini fatica a trattenere le lacrime e per un attimo non trova le parole. Rugini è uno dei decani della ricerca agraria in Italia. Ha diretto la facoltà di Agraria dell’ateneo viterbese dal 1997 al 2018. «Conosco ogni mattone di questo edificio, l’ho visto crescere», racconta. Nel 2012 era finito al centro delle cronache perché una sua coltivazione sperimentale era stata distrutta come conseguenza del divieto alle colture OGM.</p>
<p>«È una giornata difficile. Ci sono voluti decenni per costruire tutto questo», dice osservando il lavorio di ricercatori e addetti alla sicurezza da dietro le sbarre che separano la facoltà dalla strada. «Il pensiero è per i tanti ricercatori, soprattutto per quelli più giovani».</p>
<p>Qualcuno, intanto, sui social posta le immagini del rogo di ieri, scrivendo: «È la nostra Notre Dame». Non è un paragone eccessivo. La facoltà di Agraria per Viterbo è un pezzo di storia e tra le eccellenze italiane in questo settore. </p>
<p>In realtà la facoltà di Agraria non esiste da tempo. Nella riorganizzazione dell’ateneo, la struttura si è liquefatta in tre dipartimenti: quello di scienze agrarie e forestali, quello per l’innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali e quello di scienze ecologiche e biologiche. </p>
<p>Un giovane docente esce felice: i droni sono salvi. Tra le discipline dell’ateneo c’è infatti l’uso dei dati digitali, della sensoristica, dei droni in agricoltura.  Per ogni ricercatore che gioisce, ce ne sono però molti la cui sorte è stata diversa. «Non abbiamo più niente. Assolutamente niente. Nel laboratorio di protezione delle piante abbiamo perso diverse collezioni di funghi collezionati nel tempo». Campioni provenienti da tutte le parti del mondo dai primi anni 2000, dice Chiara, che ha finito il dottorato a novembre e ora continua a fare ricerca con una assegno annuale.  </p>
<p>Come lei molti altri ricercatori appesi al filo: non sanno cosa sarà del loro lavoro nei prossimi mesi, fino alla fine del finanziamento. Sopratutto non sanno cosa aspettarsi per il dopo. <br>
Filippo è nella stessa condizione. Studia le api: il modo in cui proteggerle da patogeni e come ottimizzare gli allevamenti. Nello stesso laboratorio, c’è chi lavora su altre specie animali: conigli, bovini, ovini. </p>
<p>Poco più in là Paolo lavora sul luppolo. «Per farci la birra?». «Sì, anche per quello. Abbiamo sviluppato delle varietà particolari; stiamo cercando di capire come si adattano al clima. Il nostro scopo fondamentale è rendere la coltivazione, oltre che produttiva, soprattutto sostenibile», racconta.</p>
<p>La ricerca va anche a scale microscopiche: c’è chi studia le vescicole extracellulari del latte e come possano essere sfruttate per la loro azione antinfiammatoria e immunomodulante. E chi si dedica ai danni al DNA: «Come quello che rischia di causare il fumo che è ancora nell’aria», scherza - ma non troppo - una docente. </p>
<p>A 24 ore dall’incendio, infatti, nei pressi dell’ateneo della Tuscia si respira un’aria satura di fumi e plastiche. I vigili del fuoco continuano incessanti il lavoro per mettere la struttura in sicurezza e salvare il salvabile. «Abbiamo sentito un boato. Poi qualcuno che urlava di uscire dall’edificio», racconta una dottoranda. «Le fiamme non sembravano particolarmente preoccupanti, ma in pochi minuti sono diventate alte tre metri», ricorda. </p>
<p>Il tetto di un’ala della struttura è crollato; il primo piano è inservibile. L’incendio si è propagato, a macchia di leopardo, al piano terra. <br>
Qualcuno vocifera che occorreranno almeno 15 milioni per rimettere a posto tutto. Circa il triplo se il fuoco avesse causato danni strutturali che costringeranno a demolire e ricostruire il tutto. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/viterbo-giorno-dopo-incendio-all-universita-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="1066" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Due immagini della facoltà di Agraria dell&rsquo;Università della Tuscia all&rsquo;indomani dell&rsquo;incendio</p>
<p>«Questa mattina avrei dovuto fare un’esame a quattro ragazzi di Progettazione del Paesaggio e del Territorio. Ironia della sorte: avevano elaborato un progetto di riqualificazione di quest’area», racconta Raffaele. </p>
<p>L’attenzione al paesaggio e il suo legame con la scienza è una delle peculiarità dell’ateneo. Elena si occupa di biotecnologie forestali. Tra i suoi interessi, “la conservazione degli esemplari storici dei platani rinascimentali”, quegli esemplari che ancora oggi abbelliscono le molte ville e parchi rinascimentali del Lazio.  «Il mio laboratorio non esiste più. C’erano l’attrezzatura, i dati degli studenti, i computer su cui stavano lavorando per la tesi. E poi i campioni, che sono anni che stiamo raccogliendo, collezionando, portando avanti e che non esistono più».</p>
<p> La ministra dell&rsquo;Università e della ricerca Anna Maria Bernini nel pomeriggio ha visitato la struttura. «Questo non è il giorno dopo un incendio, ma è il primo giorno di una rigenerazione», ha affermato. «Siamo qui per ricostruire e per farlo nel più breve tempo possibile». </p>
<p>Nella comunità della ricerca, però, si fa fatica a pensare al futuro.  «A sei anni dalla pensione è un po&rsquo; dura pensare di rimettere in piedi un laboratorio», dice Elena. «Almeno oggi mi sento così. Poi, domani, spero tornerà la voglia di costruire».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La catena forte che tiene legati gli esseri umani: la gentilezza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/catena-forte-tiene-legati-esseri-umani-gentilezza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/catena-forte-tiene-legati-esseri-umani-gentilezza/</guid><pubDate>Thu, 05 Jun 2025 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>societa</category><description>Contro la violenza serve aumentare le pene? O è più utile insegnare la gentilezza? Gli interventi legislativi che hanno inasprito le pene contro chi aggredisce sanitari e insegnanti non sembrano aver avuto alcun effetto. La sola logica repressiva che ispira il decreto sicurezza e altri provvedimenti legislativi rischiano di essere solo causa di ulteriore violenza. Proviamo a cambiare rotta e cominciamo a promuovere la gentilezza, anche con leggi nuove e diverse.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/catena-forte-tiene-legati-esseri-umani-gentilezza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/catena-forte-tiene-legati-esseri-umani-gentilezza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è in Italia un clima malato, un clima di odio crescente che trova il suo terreno preferito nei social. Come si fa a combattere l’odio? Serve solo la repressione?</p>
<p>Con la recente approvazione del decreto legge 48, il cosiddetto decreto sicurezza, ci sono nel nostro Paese 14 nuovi reati e 9 aggravanti. Serviranno?</p>
<p>Tra queste, una delle norme più controverse è quella sul carcere per le detenute madri, che è stata modificata dopo i rilievi del Presidente della Repubblica, per cui rispetto al testo originario adesso si rende facoltativo, e non più obbligatorio, come era stato proposto dal governo, il rinvio dell&rsquo;esecuzione della pena per le condannate incinte o madri di figli di età inferiore a un anno e si dispone che scontino la pena, qualora non venga disposto il rinvio, presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri (ICAM). <em>Scienza in rete</em> ne aveva parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri/">qui</a>.</p>
<p>Non sanno i nostri legislatori che gli ICAM in Italia sono solo quattro, distribuiti in quattro regioni e precisamente in Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania. Per questo motivo un bambino di un anno è adesso in un carcere a Palermo con la sua mamma detenuta. Dispiace ancora una volta constatare che i nostri legislatori non tengono in nessun conto il supremo interesse del minore come sancito dalla <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza</a> a cui l&rsquo;Italia ha pure aderito.</p>
<h2 id="il-fallimento-di-un-approccio-solo-repressivo">Il fallimento di un approccio solo repressivo</h2><p>Sempre in questa ottica esclusivamente repressiva, è stato approvato il nuovo <a href="https://archiviopenale.it/legge-n-25-del-2024--modifiche-agli-articoli-61-336-e-341-bis-del-codice-penale-e-altre-disposizioni-per-la-tutela-della-sicurezza-del-personale-scolastico/contenuti/26638#:~:text=Legge%20n.-,25%20del%202024%20%2D%20Modifiche%20agli%20articoli%2061%2C%20336%20e%20341,confronti%20del%20personale%20della%20scuola." rel="noopener">decreto per contrastare la violenza contro gli insegnanti</a>, sulla stessa linea di quello varato alcuni mesi fa, per tutelare i medici e il personale sanitario.</p>
<p>Era necessario arginare questi fenomeni particolarmente gravi, inimmaginabili fino a pochi anni fa. Io stesso mi sono molto adoperato durante la mia esperienza parlamentare per contrastare la violenza contro i medici, promuovendo disegni di legge in cui veniva riconosciuto al medico e a tutto il personale sanitario in servizio lo status di pubblico ufficiale, ritenendo che questo potesse almeno rallentare il fenomeno.</p>
<p>Bisogna constatare, purtroppo, che per quanto riguarda la violenza contro i sanitari il decreto varato nel 2024 che prevede l&rsquo;arresto in flagranza e l&rsquo;inasprimento delle pene, non ha raggiunto l’effetto sperato. Infatti nel 2024, nonostante la nuova normativa, i <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1741795235.pdf" rel="noopener">dati</a> mostrano che le aggressioni rimangono un problema significativo, con quasi 26.000 episodi.</p>
<p>Nei primi tre mesi del 2025 si è registrato addirittura un incremento del 37% delle aggressioni rispetto all&rsquo;anno precedente, per una media mensile di 2.161 episodi di violenza e un totale di 6.483 aggressioni fisiche e verbali.</p>
<p>Le nuove regole avevano lo scopo di dissuadere gli aggressori, ma non hanno ancora portato a una diminuzione drastica dei casi.</p>
<h2 id="una-nuova-cultura-del-rispetto">Una nuova cultura del rispetto</h2><p>Sorprendono questi numeri? A pensarci bene non tanto, perché non è soltanto con la repressione che si possono risolvere i problemi: aumentare le pene o prevederne altre è la più semplice delle soluzioni ma non quella effettivamente più utile. Resta quindi un problema culturale.</p>
<p>Una scuola che non sa educare alla tolleranza e all&rsquo;inclusione di tutti fallisce, ma non può essere solo la scuola a farlo, questo è il tema.</p>
<p>Prevalgono oggi modelli negativi, dove la cultura, la buona educazione, il rispetto non hanno quasi nessun senso, anzi sono considerate virtù negative. E allora pensare che soltanto aumentando le pene si possano risolvere i problemi è illusorio, perché in un Paese normale non si dovrebbero verificare aggressioni né al personale sanitario in servizio nei Pronto soccorso, né tanto meno agli insegnanti, e neppure mettere in carcere <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/dimenticati-invisibili-negletti-bambini-carceri/">bambini e bambine innocenti</a>.</p>
<p>Si ritorni a mettere al primo posto cultura, rispetto, mitezza, condivisione, ognuno per la sua parte, a cominciare da chi ha maggiori responsabilità nel nostro Paese.</p>
<h2 id="costruire-una-nuova-cultura-del-rispetto">Costruire una nuova cultura del rispetto</h2><p>C’è bisogno di un&rsquo;alleanza per creare una nuova cultura del rispetto. Si cominci nelle scuole primarie, nelle parrocchie, nei centri sportivi, a scuola e nelle università, in televisione e poi sui social, altro luogo in cui prevalgono la violenza e la stupidità. Si disarmino le parole, come ha recentemente affermato Papa Leone XIV.</p>
<p>Voglio ricordare uno <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/0144929X.2025.2477779" rel="noopener">studio</a> in cui i ricercatori dimostrano che a cinque anni «i bambini giudicano le azioni in base a una sorta di “codice morale interno” che li guida. E il loro giudizio è sempre negativo quando un adulto o un bambino commette un’azione sbagliata. E il giudizio non cambia se quell’azione la commette un robot». Quindi, per un bimbo o una bimba della scuola dell’infanzia rubare o non condividere è sempre sbagliato.</p>
<p>Si nasce con un codice morale interno che poi viene perso man mano che si cresce, per l’influenza negativa di tutta la comunità educante che invece di sviluppare e far crescere quel sano codice morale interno lo sostituisce con la violenza e la sopraffazione.</p>
<p>Certo è un’eccezione, una rara eccezione, ma è disarmante scoprire che l’autore di un post violento contro la figlia della premier sia stato scritto proprio da un insegnante. Si possono aumentare le pene, creare nuovi reati, vietare gli smartphone a scuola, ma senza un’azione culturale e soprattutto preventiva il risultato non sarà raggiunto, e avremo ancora medici e insegnanti picchiati.</p>
<h2 id="mite-non-è-colui-che-si-arrende">Mite non è colui che si arrende</h2><p>E allora, riappropriamoci della mitezza, torniamo a leggere il breve saggio di Norberto Bobbio <em>L&rsquo;elogio della mitezza</em>, spieghiamo ai nostri ragazzi che il mite non è colui che si arrende o rinuncia a combattere, al contrario, è colui che sceglie consapevolmente la non violenza, il rispetto dell’altro, la capacità di ascolto e di dialogo. La mitezza è la scelta di chi rifiuta l’arroganza e la sopraffazione come strumenti di affermazione.</p>
<p>Insegniamo la gentilezza e soprattutto pratichiamola, già nelle scuole primarie, inseriamo l’insegnamento della gentilezza in tutte le scuole di ogni ordine e grado. La lotta contro la violenza scolastica, così come quella contro i sanitari, richiede interventi normativi, educativi e culturali.</p>
<p>Serve un impegno di tutta la comunità per ridare dignità e sicurezza al personale scolastico e a quello sanitario, creando un clima di rispetto reciproco all’interno delle nostre scuole e dei nostri ospedali. Torni a essere una virtù la gentilezza: aiutare il compagno di classe in difficoltà, cedere il posto a chi è più anziano, aiutare una mamma con il passeggino a salire le scale, non alzare il tono della voce, rispettare le compagne di vita.</p>
<p>Torni «la gentilezza a essere la catena forte che tiene legati gli esseri umani». Questo è l’intervento più urgente da realizzare, anche con proposte legislative.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gaza, tradita dal silenzio e dall’impunità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-tradita-silenzio-dall-impunita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-tradita-silenzio-dall-impunita/</guid><pubDate>Mon, 26 May 2025 09:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>pace</category><description>Lancet rompe il silenzio mediatico con un editoriale durissimo: a Gaza si muore di fame, le strutture sanitarie sono distrutte, i bambini mutilati o uccisi. Le prove del massacro sono evidenti, e l’impunità non è più tollerabile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gaza-tradita-silenzio-dall-impunita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gaza-tradita-silenzio-dall-impunita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sul genocidio che si sta consumando a Gaza, il silenzio non è più un’opzione (se mai lo è stata). La cifra della tragedia che ha travolto la popolazione palestinese è ormai tale che non è più possibile ignorarla. È vero che la rivista <em>Lancet</em> silenziosa non è mai stata: non solo ha dato conto nel corso del tempo dell’impatto dell’azione militare del governo di Israele sulla popolazione della Striscia, ma già a luglio dello scorso anno, quando ancora larga parte dell’opinione pubblica internazionale guardava altrove, ha richiamato l’attenzione sul numero spropositato di morti civili in conseguenza del conflitto (Anche <em>Scienza in rete</em>, nel suo piccolo, ha cercato di supportare questo sforzo di documentazione, per esempio lo ha <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/difficile-necessita-contare-morti-guerra/">raccontato qui</a> e ne ha ragionato <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">qui</a>).</p>
<p>In questi giorni in cui il disastro di Gaza ha infine cominciato a lambire e a filtrare nella comunicazione generalista dei media cosiddetti mainstream e racconti e testimonianze compaiono sempre più spesso nella narrazione, <em>Lancet</em> ha scelto di dedicare un nuovo durissimo <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2825%2901082-7/fulltext" rel="noopener">editoriale</a> per offrire e commentare dati ed evidenze scientifiche di quello che appare sempre di più lo sterminio di un popolo.</p>
<p>«Gaza è sull&rsquo;orlo della morte per fame» è l’esordio. Non si tratta di una figura retorica: non solo quasi mezzo milione di persone, una su cinque, rischia letteralmente di morire di fame, ma è l’intera popolazione della Striscia ad affrontare alti livelli di insicurezza alimentare. Le abbiamo viste le immagini delle persone che si accalcano per ottenere briciole di cibo o gocce d’acqua, ma se vogliamo averne una conferma basata sui dati, <em>Lancet</em> ci suggerisce di aprire il link all’Integrated Food Security Phase Classification, un&rsquo;iniziativa che analizza e documenta le condizioni di alimentazione e nutrizione a livello globale: <a href="https://www.ipcinfo.org/ipc-country-analysis/details-map/en/c/1159596" rel="noopener">l’intera Striscia appare rossa</a>. Nella classificazione del livello di rischio, rosso corrisponde alla Fase 4, la penultima. La fase successiva, cinque, è direttamente la catastrofe.</p>
<p>«La situazione è precipitata a causa del rifiuto del governo israeliano di far entrare gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza per oltre 11 settimane, nonostante la distruzione della maggior parte dei sistemi agricoli, ittici e alimentari» denuncia l’editoriale. Come sappiamo e come ricorda la stessa <em>Lancet</em>, da qualche giorno le autorità israeliane hanno aperto ad aiuti minimi, ma le quantità rilasciate finora sono del tutto inadeguate. Una <a href="https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/ecc2f085-c738-416e-b4e8-e82f2dd9aaca/content" rel="noopener">nota</a> della FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l&rsquo;alimentazione e l&rsquo;agricoltura, documenta come, dopo il blocco degli aiuti umanitari, l&rsquo;apporto calorico medio giornaliero per persona a Gaza sia crollato al 67% del minimo necessario per la sopravvivenza, un valore che si prevede diminuirà ulteriormente entro il 5 luglio.</p>
<h2 id="la-fame-è-solo-un-aspetto">La fame è solo un aspetto</h2><p>Forse gli attacchi alle strutture e agli operatori sanitari sono quelli di cui più spesso abbiamo sentito parlare anche nei mesi in cui la strage a Gaza non rientrava tra le notizie. Ai primi dello scorso aprile, per esempio, l’aggressione alle ambulanze che ha portato alla distruzione di due veicoli e alla morte di 15 operatori, e il conseguente tentativo di IDF di negarlo ha trovato spazio su molti media. Molto meno noto è che Gaza ha subito il <a href="https://reliefweb.int/report/world/epidemic-violence-violence-against-health-care-conflict-2024" rel="noopener">maggior numero di attacchi</a> all&rsquo;assistenza sanitaria di qualsiasi altro Paese che abbia vissuto un conflitto nel 2024. Molti ospedali sono stati bombardati o distrutti, soprattutto nelle zone settentrionali di Gaza. L&rsquo;assistenza specializzata è quasi del tutto scomparsa: l&rsquo;Ospedale Europeo, l&rsquo;unica struttura in grado di effettuare interventi chirurgici per il cancro, non è più in funzione, precisa l’editoriale di <em>Lancet</em>. Il sistema sanitario, già moribondo, è stato ulteriormente indebolito dal blocco degli aiuti: «Il sistema sanitario di Gaza viene sistematicamente smantellato, rendendo impossibile sostenere la vita dei palestinesi» scrive <em>Lancet</em>. In realtà, tutte le infrastrutture necessarie alla sopravvivenza vengono sistematicamente attaccate, con «l'89% dei sistemi idrici e igienici e il 92% delle abitazioni distrutte o danneggiate. Con le zone militari vietate che ora coprono il 70% di Gaza e lo sfollamento di circa il 90% della popolazione in spazi abitativi sovraffollati con scarso accesso all&rsquo;acqua potabile e ai servizi igienici, le malattie infettive sono diffuse». Le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i palestinesi sostengono il proliferare delle malattie: confrontando i dati annuali del 2023 e del 2024, i casi di diarrea acquosa acuta sono aumentati di 36 volte, mentre la sindrome dell&rsquo;ittero acuto (riferibile all&rsquo;epatite A) di ben 384 volte. Tra i primati drammatici, ricorda <em>Lancet</em>, Gaza ospita anche la più grande coorte di bambini amputati della storia moderna.</p>
<p>I dati dell’impatto della guerra sui più piccoli: 18.000 bambini e bambine uccisi dall’inizio del conflitto e 35 che in media perdono la vita ogni giorno, sono certamente quelli che hanno fatto più breccia nell’opinione pubblica. E a tradurre i numeri nella realtà quotidiana proprio in queste ore abbiamo nella mente (e negli occhi per chi ha avuto il coraggio di guardare il video) il dramma della pediatra Alaa Al-Najja, che ha perso nove dei suoi dieci figli quando un missile ha colpito la sua casa. Ma, oltre che per i bombardamenti e gli altri attacchi con armi da fuoco, bambini e bambine muoiono di malnutrizione cronica e quelli che sopravvivono potrebbero non riprendersi mai del tutto: oltre alle ferite fisiche, il trauma psicologico di vedere le proprie case distrutte e le proprie famiglie uccise non potrà che lasciare cicatrici permanenti. L&rsquo;eredità di questa distruzione si sentirà nelle generazioni a venire, ammonisce la rivista inglese.</p>
<p>Ma l’affondo più duro l’editoriale di <em>Lancet</em> lo riserva alle ultime righe, richiamando l’impunità troppo a lungo concessa al governo israeliano: «nonostante le dichiarazioni spesso ripetute di medici ed esperti di salute pubblica sulle atrocità commesse contro la popolazione civile a Gaza, molte accademie mediche e organizzazioni di professionisti della salute che rivendicano un impegno per la giustizia sociale non hanno parlato. Il loro silenzio è moralmente inaccettabile». La storia del conflitto israelo-palestinese e il contesto geopolitico circostante sono complessi, riconosce <em>Lancet</em>, ma le prove del tentativo di eliminare la popolazione palestinese ci sono e la comunità internazionale deve trovare il coraggio di infrangere il silenzio e battere l’impunità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gaza e le sfide ambientali della guerra: come ricostruire la vita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita/</guid><pubDate>Wed, 21 May 2025 08:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Marengo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Mentre le bombe echeggiano ancora su Gaza, si fa largo il dubbio riguardo a chi gestirà la striscia nel dopoguerra e quali azioni sarà necessario fare per permettere di abitarla di nuovo. Hotel di lusso, casinò e ville sono alcune delle proposte emerse per dimenticare il conflitto, ma ricostruire palazzi demoliti non è l’unica difficoltà dopo una catastrofe. I vecchi conflitti ci insegnano infatti che l’ambiente naturale, nella sua complessità, va considerato come elemento fondamentale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso gennaio il giornale <em>Al Jazeera</em> <a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/1/15/the-human-toll-of-israels-war-on-gaza-by-the-numbers" rel="noopener">riportava</a> una stima di 85.000 tonnellate di bombe che, lanciate su Gaza durante il conflitto, hanno ridotto in tonnellate di rovine le abitazioni. Si stima che circa il 10% delle bombe possa aver avuto dei malfunzionamenti e quindi non sia esploso, rimanendo sommerso sotto ai detriti. Queste bombe sono una minaccia importante per la popolazione di Gaza ancora presente sul territorio, perché rendono la striscia simile a un gigantesco campo minato, un ostacolo pericoloso per le persone in cerca di eventuali superstiti oppure degli oggetti che le hanno accompagnate durante la vita.</p>
<p>Gli ordigni esplosi e non esplosi sarebbero anche la causa del rilascio di sostanze tossiche nel terreno e nella falda, avvelenando i superstiti e i loro discendenti. Per esempio, alcuni metalli pesanti come arsenico, cadmio, mercurio, piombo o cromo vengono rilasciati più o meno lentamente dalle munizioni e dai detriti. Queste e altre sostanze possono persistere per lungo tempo negli ecosistemi, spostandosi lungo la catena trofica e accumulandosi nelle carni animali e nelle piante e rendendo il luogo pericoloso per la vita umana. Inoltre, la Ong Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno diffuso <a href="https://www.hrw.org/news/2023/10/12/questions-and-answers-israels-use-white-phosphorus-gaza-and-lebanon" rel="noopener">report</a> sull’uso di armi vietate dai trattati internazionali come quelle contenenti fosforo bianco, un agente che può rimanere nei suoli per diversi anni causando problemi alla sopravvivenza di piante, animali ed esseri umani. In alcune circostanze, questa sostanza può causare pericolosi incendi spontanei. Molti di questi inquinanti sono destinati a rimanere nell’ambiente di Gaza per un lungo periodo, a meno che non vengano svolte rapidamente delle operazioni di bonifica.</p>
<h2 id="una-ripresa-difficile-lesempio-di-verdun">Una ripresa difficile, l’esempio di Verdun</h2><p>Un esempio della portata distruttrice prolungata nel tempo della guerra ci giunge dalla storica battaglia di Verdun, iniziata il 21 febbraio 1916. Si tratta di una battaglia molto diversa dalla situazione di guerra che vediamo oggi: il contesto storico era quello della Prima Guerra Mondiale e nel conflitto si affrontavano le armate francesi e tedesche, trincerate nelle colline verdi intorno al forte di Douaumont. La battaglia terminerà – anche se non in modo definitivo – a dicembre dello stesso anno, lasciando dietro di sé centinaia di migliaia di morti delle due fazioni e un paesaggio radicalmente modificato (<a href="https://www.museedelagrandeguerre.com/" rel="noopener">qui</a> per saperne di più). Infatti, non c’è più traccia né dei borghi né dei campi che caratterizzavano l’area. Le esplosioni provocate dalle bombe sono arrivate a colpire in profondità, forando lo strato impermeabile della falda. Quelle cadute nella campagna hanno spianato le colline, in certi punti anche per più di sei metri, mentre un cumulo di pietre segna per sempre la scomparsa di insediamenti umani. Le fotografie che ci arrivano dall’immediato dopoguerra mostrano un paesaggio simile alla superficie lunare, composto soltanto da terra e pietre. In alcune zone i buchi a forma di cono lasciati dalla guerra più di cento anni fa hanno raccolto l’acqua piovana creando piccole zone umide che ancora oggi sono un ricordo di quanto accaduto.</p>
<p>Secondo gli archivi del governo, nel 1919, a guerra finita, lo stato francese prende in custodia la zona di Verdun e la dichiara zona rossa (<em>zone rouge</em>): un’area di 120.000 ettari interdetta alle attività commerciali e agricole e alle costruzioni umane. I motivi di questo intervento sono da riportare allo stato dell’ambiente naturale circostante e la forte presenza di batteri pericolosi, dovuti all’alta presenza di cadaveri umani e animali su cui si sono sviluppati prima di raggiungere la falda ormai resa altamente permeabile. Lo stesso hanno fatto inquinanti chimici o industriali come i metalli pesanti che ancora oggi vengono costantemente rilasciati dai residui bellici dell’epoca.</p>
<p>Nonostante la zona rossa sia andata riducendosi negli anni, è presente tutt’oggi in molte aree. Risanare un terreno martoriato dalla guerra implica azioni come l’immissione di cloro nell’acqua per eliminare residui batterici, la rimozione di resti, umani e bellici, e di detriti. Ancora oggi, ogni anno, vengono rimosse dal suolo della campagna di Verdun circa 30 tonnellate di pericolosi resti del violento passato. Il Ministero delle armate francese (l’equivalente del nostro Ministero della difesa) sottolinea che per bonificare completamente la zona bisognerebbe agire su diverse decine di migliaia di ettari di terreno, a livello del quale sarebbe necessario rimuovere la copertura boschiva che negli anni si è sviluppata, poi scavare più di un metro di suolo e cercare gli esplosivi sepolti, alcuni dei quali potrebbero ancora esplodere se non disarmati correttamente.</p>
<p>Uno <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17555801/" rel="noopener">studio</a> pubblicato nel 2007, condotto da due tedeschi dell’Università di Johannes-Gutenberg di Mainz, Tobias Bausinger e Johannes Preuss, e da un francese dell’Ufficio Nazionale delle Foreste, Eric Bonnaire, ha mostrato che i livelli di alcuni inquinanti sono ancora molto elevati in diverse aree del conflitto. Tra quelli che persistono ancora dopo più di cento anni vi è l’arsenico, un elemento chimico molto tossico già a piccole dosi e particolarmente presente nelle aree dove sono state accumulate le munizioni e i resti bellici dopo la guerra. Nelle zone rosse sono state trovate concentrazioni di arsenico 10.000 volte superiori al normale, in aree in cui neanche le piante riescono a crescere, eccetto per tre specie particolarmente coriacee (<em>Holcus lanatus</em>, <em>Pohlia nutans</em> e <em>Cladonia fimbriata</em>).</p>
<p>Verdun non è l’unico esempio del futuro difficile delle zone di conflitto: la guerra del Vietnam è uno di quelli che hanno lasciato cicatrici dolorose che ancora oggi faticano a rimarginarsi. Anche qui inquinanti simili a quelli sopra descritti sono una piaga per la ripresa di aree che forse non somiglieranno mai più a quello che erano: a oggi mancano proprio i servizi resi dagli ecosistemi, un tempo dati per scontati, come l’acqua potabile, l’aria pulita e le terre coltivabili senza il rischio di avvelenamento per la popolazione umana e per il bestiame. In Vietnam, sono gli effetti del famoso Agent Orange a rimanere nel tempo nel modo più evidente. Ancora oggi, nonostante siano passati cinquant’anni dalla fine della guerra, questo terribile defoliante usato nella guerra dagli americani per esporre le fila nemiche è la causa di numerosi problemi di salute gravi nei nuovi nati e nel resto della popolazione. Tra le patologie osservate con una numerosità anomala vi sono tumori, malformazioni (in particolare al sistema nervoso e alla spina dorsale) e gravi malattie congenite.</p>
<h2 id="una-gaza-nel-futuro">Una Gaza nel futuro</h2><p>Siamo ormai abituati ai discorsi di Trump, che pure ogni volta ci meravigliano e spesso ci sorprendono, ma il video generato con intelligenza artificiale postato il 25 febbraio 2025 in cui si vedono il Tycoon e Netanyahu prendere il sole e divertirsi nella “Gaza del futuro” rappresenta qualcosa su tutt’altro livello. Infatti, nonostante i molti dubbi che fosse soprattutto una provocazione, il video rimane anche una delle poche proposte concrete sul piano internazionale per il futuro della striscia. Gaza – senza i suoi abitanti – diventerebbe una meta ambita con resort di lusso a due passi dagli alleati più distanti degli Stati Uniti e, soprattutto, una proprietà americana.</p>
<p>Nel suo discorso del 4 febbraio 2025, Trump parla per la prima volta della “Riviera del Medio Oriente”, un progetto che secondo lui porterà pace e prosperità alla striscia di Gaza. Infatti, nel video, sulla costa ora devastata dalle bombe si vedono grattacieli e ville che ricordano quelle californiane. Nel futuro dipinto da questo video piovono soldi e spopolano statue d’oro del Tycoon; a richiamare il lusso anche hotel, ristoranti e piscine.</p>
<p>Secondo il diritto internazionale, gli Stati Uniti non hanno alcun titolo di reclamare la terra di Gaza e neanche quella di Panama o della Groenlandia; qualsiasi azione diretta o violenta comporterebbe pesanti sanzioni. Inoltre, Trump ha sempre comunicato ai suoi elettori di essere un portatore di pace, arrivando ad annunciare di meritare il Nobel. La BBC <a href="https://www.google.com/amp/s/www.bbc.com/news/articles/cn4z32y12jpo.amp" rel="noopener">suggerisce</a> che queste dichiarazioni potrebbero rientrare in una “strategia negoziale assurda” per il futuro di Gaza e la risoluzione del conflitto con Israele.</p>
<p>Quello che più ci mostra questo video e quanto successo in seguito è quanto il futuro di Gaza sia incerto e quanto penda da un filo molto sottile legato al resto del mondo. È quindi importante comprendere il costo economico che questa guerra porterà ai futuri gestori della striscia di Gaza.</p>
<h2 id="oltre-le-macerie-gaza-e-leredità-tossica-dei-conflitti">Oltre le macerie: Gaza e l’eredità tossica dei conflitti</h2><p>L’agenzia palestinese delle Nazioni Unite comunica che, dopo la guerra, la bonifica del territorio di Gaza sarà molto complessa e costosa. Secondo le stime, ci vorrebbero circa 53 miliardi di dollari americani solo per ricostruire Gaza: di cui 29,9 per ricostruire le infrastrutture, 15,2 per ricostruire le case e 19,1 miliardi per ristabilire l’economia. Oltre alle cifre mostruose da distribuire su dieci anni, l’instabilità politica della striscia di Gaza è una peculiarità che lascia un forte dubbio sulla capacità di ripresa del territorio.</p>
<p>Anche nella speranza che il conflitto possa risolversi presto e nel migliore dei modi, la portata della guerra non terminerà con la fine dei bombardamenti. I veleni di Gaza saranno una delle future sfide e necessiteranno sicuramente di una soluzione per rendere quelle terre di nuovo abitabili. Oggi conosciamo meglio il funzionamento degli ecosistemi e sappiamo che la questione ambientale non sarà limitata ai territori di Gaza; gli inquinanti della striscia sono già osservabili nel Mediterraneo – lo si è misurato durante tutto il conflitto – e si estendono quindi fino a noi, tramite le migrazioni degli animali e le correnti marine.</p>
<p>I costi e le difficoltà politiche, sociali e ambientali lasciano pensare che difficilmente un’unica nazione potrà gestire in solitaria la ricostruzione del territorio di Gaza e sarà pertanto necessaria una collaborazione tra tutte le parti. Oltre a Trump, anche l’Egitto si è fatto avanti con una proposta che vede la collaborazione degli stati arabi. Quest’ultima è sostenuta dalle Big Four europee (Francia, Regno Unito, Italia e Germania).</p>
<p>Nel frattempo, le Nazioni Unite comunicano che continueranno il loro supporto umanitario e finanziario anche dopo la fine dei conflitti in modo da partecipare alla ricostruzione delle fondamenta sociali e finanziarie. In particolare, Muhannad Hadi, assistente segretario generale delle Nazioni Unite e coordinatore umanitario, sottolinea l’importanza di far ripartire i servizi fondamentali quando verranno iniziate le operazioni di rilancio a lungo termine.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Karen Hallberg, la scienzata disarmata e disarmante</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/karen-hallberg-scienzata-disarmata-disarmante/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/karen-hallberg-scienzata-disarmata-disarmante/</guid><pubDate>Tue, 13 May 2025 08:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvia Bencivelli</dc:creator><category>pace</category><description>In un mondo segnato da guerre e crisi globali, la nuova segretaria generale di Pugwash ci racconta le sfide del disarmo e il valore del dialogo scientifico per la pace.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/karen-hallberg-scienzata-disarmata-disarmante-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/karen-hallberg-scienzata-disarmata-disarmante-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Pugwash è il nome di un villaggio di pescatori in Canada, e di un impegno per la pace. Quello che nel luglio del 1957, nel pieno della guerra fredda, presero ventidue scienziati che si trovarono qui per la prima delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs. Alla loro testa c’era il matematico e filosofo Bertrand Russell, che due anni prima, il 9 luglio del 1955, aveva presentato nella Caxton Hall di Londra il Manifesto di Russell e Einstein con cui il filosofo e il fisico (morto in aprile, ma dopo aver firmato) chiedevano al mondo di rinunciare alla guerra. Mentre a presiedere la conferenza, c’era il fisico di origine polacca naturalizzato britannico Josef Rotblat, che era stato l’unico scienziato ad abbandonare il Progetto Manhattan per ragioni di coscienza, e che nel 1995 ritirerà il Premio per la Pace per sé e per le conferenze Pugwash.</p>
<p>Da allora il movimento Pugwash si è allargato, ha coinvolto sempre più scienziati, e non soltanto, e ha gemmato organizzazioni di scienziati per la pace in tutto il mondo. E dopo una lunga Segreteria generale italiana, quella di Paolo Cotta Ramusino (dal 2002 al 2024), oggi ha una Segretaria generale argentina, la fisica Karen Hallberg, ricercatrice principale del Consiglio argentino per la scienza e la tecnologia (CONICET) in forze al Centro Atomico di Bariloche, nonché professoressa di fisica all&rsquo;Istituto Balseiro (nella Commissione argentina per l&rsquo;energia atomica e Università di Cuyo). Quella che segue è una conversazione con lei sulla pace nel mondo e il ruolo degli scienziati.</p>
<p><strong>Stiamo vivendo una grave crisi globale. Cosa può fare oggi Pugwash per promuovere la pace nei territori martoriati dalla guerra o almeno contenere il rischio di un allargamento dei conflitti? E i governi ascoltano le sue proposte?</strong></p>
<p>Ha ragione nel dire che stiamo vivendo una crisi globale. Stiamo affrontando profondi cambiamenti politici e uno sconvolgimento dell’ordine mondiale. Si assiste a una crescente frammentazione e polarizzazione tra regioni e paesi, che conduce a un mondo multipolare, indebolisce il multilateralismo e il diritto internazionale (in particolare il diritto umanitario), rafforza i regimi autoritari ed erode i valori democratici e i diritti umani. I conflitti sono in aumento, con un conseguente incremento esponenziale dei bilanci militari e della militarizzazione, compresa quella dello spazio.</p>
<p>Le società si stanno ancora riprendendo dalle conseguenze della più devastante delle pandemie globali, e sono esposte a un alto grado di confusione generato da disinformazione, misinformazione e teorie del complotto. Nonostante l’iperconnettività, viviamo in bolle informative e stiamo perdendo la capacità di pensiero critico.<br>
Il nostro mondo affronta sfide enormi come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, le malattie diffuse, l’inquinamento, la povertà, le migrazioni e il rischio di un uso improprio di molte tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale (IA), tra molti altri problemi gravi.</p>
<p>Tuttavia, la minaccia peggiore per via del suo potenziale di annientare tutta la vita sulla Terra in un istante è rappresentata dal crescente rischio legato alle armi nucleari. I paesi dotati di armi nucleari stanno investendo centinaia di miliardi per espandere i propri arsenali. Il controllo degli armamenti sta crollando, manca una diplomazia di alto livello e sempre più nazioni stanno valutando programmi nucleari, contrastando gli sforzi di non proliferazione e aumentando il rischio di guerre. Le guerre che coinvolgono stati dotati di armi nucleari (come Russia e Israele) accrescono ulteriormente questo pericolo. Oggi c’è una probabilità significativa che, per errore o per scelta deliberata, vengano utilizzate armi capaci di porre fine all’umanità.</p>
<p>Uno degli indicatori simbolici più noti della situazione globale è l’Orologio dell’Apocalisse del Bulletin of the Atomic Scientists, recentemente portato a soli 89 secondi dalla mezzanotte: il valore più vicino alla catastrofe mai registrato dal 1947. È una metafora che invita a riflettere sui rischi catastrofici imminenti e a sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi più urgenti da affrontare.</p>
<p>In questo contesto, le Conferenze Pugwash su Scienza e Affari Internazionali hanno una responsabilità fondamentale. Furono istituite nel 1957 in risposta all’appello urgente del Manifesto Russell-Einstein, pubblicato due anni prima, che evidenziava i pericoli dello sviluppo di armi termonucleari capaci di distruggere l’umanità. Il Manifesto sollecitava governi e cittadini a evitare la guerra e a trovare modi pacifici per risolvere i conflitti, convocando una conferenza di scienziati per discutere di questi temi e agire. Il documento fu firmato da undici scienziati, la maggior parte dei quali premi Nobel. Le Conferenze Pugwash hanno poi ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1995, insieme a uno dei fondatori, il fisico Joseph Rotblat, “per il loro impegno nel ridurre il ruolo delle armi nucleari negli affari internazionali e, a lungo termine, eliminarle del tutto”. Rotblat fu l’unico scienziato a ritirarsi dal Progetto Manhattan per motivi etici.</p>
<p>Le Conferenze Pugwash mirano a eliminare tutte le armi di distruzione di massa—nucleari, chimiche e biologiche—e a porre fine alla guerra come mezzo per risolvere i conflitti internazionali. Guidata dal motto “dialogo oltre le divisioni”, l’organizzazione promuove la risoluzione pacifica dei conflitti e la riduzione dei rischi attraverso il dialogo aperto, la comprensione reciproca e politiche fondate sulla scienza.</p>
<p>Nel corso degli anni, Pugwash ha costruito una vasta rete internazionale composta da scienziati, accademici, esperti di politica e figure pubbliche che si confrontano attivamente con alti funzionari governativi, organismi internazionali, ONG e comunità scientifica. È stata un’organizzazione pionieristica in quello che oggi chiamiamo diplomazia scientifica—l’uso della conoscenza scientifica per sostenere gli sforzi diplomatici.</p>
<p><strong>Che cosa fa dunque Pugwash, e qual è il suo compito, da Segretaria Generale?</strong> </p>
<p>In qualità di Segretaria Generale di Pugwash, intendo concentrarmi sul mettere a frutto l’ampia rete, la profonda competenza e l’approccio scientifico dell’organizzazione per affrontare le sfide più pressanti legate alle minacce nucleari globali, alle tensioni regionali, alle tecnologie emergenti, alle armi chimiche e biologiche e al cambiamento climatico—specialmente nei punti in cui scienza e società si intersecano. In tempi di conflitto, quando il dialogo e i canali diplomatici si interrompono, diventa ancora più cruciale promuovere iniziative di costruzione della fiducia tra le parti in opposizione.</p>
<p>Tra le proposte concrete ci sono discussioni su come ridurre i rischi legati alla guerra in Ucraina e alle sue conseguenze, in termini di deterrenza, dottrina e corsa agli armamenti. Questo si realizza attraverso dialoghi di tipo “Track Two” tra esperti europei, russi e americani. Azioni simili includono dialoghi che coinvolgono esperti cinesi, iraniani, israeliani e di altri paesi, in contesti differenti. È importante sottolineare che la logica di Pugwash incoraggia i partecipanti a impegnarsi in dialoghi onesti e basati su dati concreti, e non come rappresentanti ufficiali dei propri paesi o istituzioni.</p>
<p>Abbiamo inoltre gruppi di lavoro incaricati di valutare la portata delle minacce, le vulnerabilità, le disuguaglianze e le potenzialità positive delle tecnologie emergenti—come l’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche, le armi informatiche, le tecnologie genetiche e la biologia sintetica.</p>
<p>Per esempio, stiamo analizzando i pericoli posti dall’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di comando e controllo delle armi nucleari. Su questo tema abbiamo organizzato uno webinar con la partecipazione di Geoffrey Hinton (Premio Nobel per la Fisica 2024, esperto di intelligenza artificiale) e di quattro altre organizzazioni vincitrici del Premio Nobel per la Pace (Nihon Hidankyo, ICAN, IPPNW e le Conferenze Pugwash), intitolato Autonomous Armageddon.</p>
<p>Vogliamo anche valorizzare l’aspetto scientifico di Pugwash, portando le conoscenze all’interno dei processi decisionali, ad esempio contribuendo al mandato delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti di una guerra nucleare.</p>
<p>L’attuale situazione globale richiede una stretta collaborazione con altre organizzazioni affini, come la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), i Medici Internazionali per la Prevenzione della Guerra Nucleare (IPPNW), l’organizzazione giapponese dei sopravvissuti alle bombe atomiche recentemente insignita del Premio Nobel per la Pace, Nihon Hidankyo, e la Coalizione di Fisici per la Riduzione delle Minacce Nucleari, tra le altre. Collaboriamo inoltre con i nostri capitoli nazionali in diversi paesi e con il ramo giovanile, l’International Student/Young Pugwash (ISYP), molto attivo e impegnato. È fondamentale sensibilizzare le giovani generazioni.</p>
<p>Il momento culminante di quest’anno sarà la nostra 63ª Conferenza Pugwash su Scienza e Affari Mondiali, intitolata “Ottanta anni dopo il bombardamento atomico: tempo di pace, dialogo e disarmo nucleare”, che si terrà durante la prima settimana di novembre a Hiroshima.</p>
<p><strong>La crisi climatica è passata in secondo piano. Eppure anch’essa è un fattore di instabilità politica ed economica. Stiamo facendo un grave passo indietro o la transizione ecologica andrà comunque avanti? E quale ruolo hanno gli scienziati in tutto questo?</strong></p>
<p>Purtroppo, i leader politici fanno sempre meno affidamento sulle evidenze scientifiche per prendere decisioni. Il cambiamento climatico ne è un esempio lampante. È urgente che governi, decisori politici, settore privato e cittadini in generale comprendano l’importanza di basare le scelte sulle conoscenze.<br>
Considerata l’infiltrazione pervasiva della tecnologia e dell’informazione nella nostra vita quotidiana, l’alfabetizzazione scientifica oggi è importante quanto lo è stata, in passato, l’alfabetizzazione di base—sia per i cittadini che per i governi. Lo sviluppo si fonda essenzialmente sulla scienza e sulla tecnologia, ed è proprio comprendendo e facendo affidamento su di esse che possiamo progredire e che i governi possono prendere decisioni sagge.</p>
<p>Negare il cambiamento climatico è totalmente irresponsabile, e i cittadini dovrebbero esserne consapevoli quando si recano alle urne. Stiamo raggiungendo un punto di non ritorno, oltre il quale sarà impossibile fermare le conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale.</p>
<p><strong>Con l’inizio della guerra in Ucraina, la comunità scientifica si è interrogata sulle collaborazioni scientifiche con la Russia, e in alcuni casi queste collaborazioni sono state interrotte. Qual è la posizione di Pugwash su questo tema? E riguardo a Israele?</strong></p>
<p>Pugwash, fin dalla sua nascita, si propone di promuovere la diplomazia scientifica. Questo significa, da un lato, valorizzare la scienza nella diplomazia, ovvero dove la scienza può offrire consulenza per informare e supportare la politica estera (per esempio sugli aspetti tecnici della verifica, delle salvaguardie, dello smantellamento degli arsenali, degli effetti delle armi nucleari); e dall’altro, promuovere la scienza per la diplomazia, dove la cooperazione scientifica può migliorare le relazioni internazionali. Esempi rilevanti nel campo della fisica includono il CERN (Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare), SESAME (il sincrotrone per la scienza e le applicazioni nel Medio Oriente), e l’ICTP (Centro Internazionale di Fisica Teorica), tra gli altri. La scienza è una cultura universale e, in quanto tale, è importante che lo scambio scientifico non venga interrotto, soprattutto nei periodi di conflitto.<br>
Tuttavia, considerando la crescente frammentazione e polarizzazione del mondo, le restrizioni allo scambio scientifico, la proliferazione della disinformazione e la riduzione della fiducia nella scienza da parte dell’opinione pubblica, la diplomazia scientifica oggi deve affrontare numerose sfide. E questo avviene proprio mentre la scienza è più necessaria che mai, di fronte a problemi globali come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, il rischio pandemico e molte altre minacce esistenziali, che richiedono azioni collettive, interdisciplinari e concertate. Le nuove tecnologie attraversano i confini nazionali e richiedono risposte globali, mentre il divario tecnologico tra paesi ricchi e in via di sviluppo si allarga, rendendo urgente trovare modi per assicurare uno sviluppo globale, equo e inclusivo di queste tecnologie, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs).</p>
<p><strong>Le “nuove guerre” sono sempre più tecnologiche e utilizzano sistemi avanzati, compresa l’intelligenza artificiale, e gli scienziati hanno un ruolo cruciale nel loro sviluppo. Come impedire che la scienza diventi strumento di guerra? Cosa possono fare le associazioni scientifiche (oltre agli appelli) per tornare al ruolo che ebbero durante la Guerra Fredda, quando spinsero i governi verso il disarmo nucleare?</strong></p>
<p>Questo è al centro del lavoro di Pugwash. Dobbiamo aumentare la consapevolezza sul ruolo degli scienziati nelle questioni sociali, in particolare sul loro coinvolgimento nei conflitti armati. Come già detto, Joseph Rotblat fu l’unico scienziato a ritirarsi dal Progetto Manhattan per motivi etici. Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel nel 1995, fece appello alla responsabilità degli scienziati con queste parole: «In questi tempi in cui la scienza gioca un ruolo così potente nella vita della nostra società, quando il destino dell’intera umanità può dipendere dai risultati della ricerca scientifica, è dovere di tutti gli scienziati essere pienamente consapevoli di questo ruolo e comportarsi di conseguenza. Faccio appello ai miei colleghi scienziati affinché ricordino la loro responsabilità verso l’umanità».</p>
<p>L’attuale presidente di Pugwash, Hussain Al-Shahristani, è stato imprigionato per quasi undici anni nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq, per aver rifiutato di collaborare alla costruzione di un’arma nucleare. È uno scienziato eminente, la cui posizione coraggiosa contro le armi nucleari e il suo approccio scientifico all’elaborazione delle politiche rappresentano i valori fondamentali delle Conferenze Pugwash.</p>
<p><strong>Lei è la prima Segretaria generale di Pugwash proveniente da un Paese che non è stato coinvolto nei conflitti mondiali del secolo scorso. Cosa è successo a Pugwash negli ultimi anni? E chi ne fa parte oggi?</strong></p>
<p>Il mondo è cambiato profondamente da quando Pugwash è stata fondata nel 1957, e questo significa che, come tutte le altre istituzioni, anche noi dobbiamo evolverci per adattarci ai tempi moderni. Stiamo aggiornando la nostra governance secondo pratiche attuali. Disponiamo di una rete importante e in crescita di scienziati e specialisti di politica provenienti da tutte le regioni del mondo. Lavoriamo principalmente da remoto, ma diamo priorità agli incontri in presenza quando necessario, poiché sono fondamentali per discussioni approfondite e non possono essere sostituiti da riunioni online. Come già detto, stiamo anche coinvolgendo sempre di più i giovani nelle nostre attività, perché sono già oggi molto impegnati e saranno loro a portare avanti questo lavoro in futuro.</p>
<p>E sì, io sono la prima donna a ricoprire il ruolo di Segretaria generale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il diritto dei genitori come strategia dell'ultra destra internazionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale/</guid><pubDate>Mon, 12 May 2025 08:03:00 +0100</pubDate><category>scuola</category><description>Dal caso alla Corte Suprema USA alle campagne di ProVita in Italia: come ideologia e politica entrano nelle aule scolastiche. La recente proposta governativa sul consenso informato preventivo per attività scolastiche su temi sensibili riproduce in Italia strategie già collaudate negli Stati Uniti. Seguendo l&amp;amp;rsquo;esempio di gruppi come Moms of Liberty, i movimenti conservatori italiani stanno promuovendo il concetto di &amp;amp;ldquo;primato educativo dei genitori&amp;amp;rdquo; per limitare l&amp;amp;rsquo;autonomia didattica delle scuole. È una tendenza internazionale che, sotto il pretesto di difendere i diritti familiari, mira a controllare l&amp;amp;rsquo;educazione pubblica, censurare contenuti inclusivi e ridefinire il ruolo delle istituzioni scolastiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/diritto-genitori-strategia-dellultra-destra-internazionale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 30 aprile, il Consiglio dei Ministri <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/educazione-sessualita-solo-il-consenso-preventivo-famiglie-AHAL0dW" rel="noopener">ha inserito</a> attraverso una proposta di legge lo strumento del consenso informato preventivo da parte delle famiglie per la partecipazione dei figli ad attività legate a temi sensibili, come quelli Lgbtqia+ e legati all’educazione sessuale e affettiva, ma non solo. Il consenso informato preventivo <a href="https://ilmanifesto.it/armi-di-distrazione-culturale-lossessione-gender" rel="noopener">prevede</a> il diritto all’esonero da parte delle famiglie e a vedersi riconosciuta un’attività alternativa, pena l’impossibilità di svolgere il programma da parte della scuola.</p>
<p>È una mossa che va letta e collocata dentro una più ampia strategia internazionale perseguita in diversi Paesi, soprattutto negli Stati Uniti.</p>
<h2 id="le-mamme-damerica">Le mamme d’America</h2><p>Come <a href="https://press.princeton.edu/books/paperback/9780691163918/mothers-of-conservatism" rel="noopener">evidenzia</a> correttamente la storica Michelle Nickerson, la guerra ideologica che la destra americana porta avanti sul terreno della genitorialità risale ai tempi della Guerra Fredda. I suoi studi hanno indagato l’impatto e il ruolo delle madri repubblicane, in generale di destra, rispetto al conservatorismo americano, e hanno dimostrato come queste con il loro operato abbiano dato piena applicazione alla strategia maccartista nelle scuole pubbliche: un populismo casalingo, il cui scopo era bloccare l’uguaglianza sociale e l’avanzamento dei diritti civili attraverso il controllo degli istituti scolastici, dei programmi, dei libri, del personale scolastico, ecc.</p>
<p>Anche se nell’ombra, questo movimento non ha mai spesso di operare e oggi è incarnato da nuovi gruppi genitoriali, madri per l’esattezza, che stanno diventando un fenomeno preoccupante per dimensioni e obiettivi.</p>
<p>Un esempio sono le Moms of Liberty. Nate nel 2021, seguono una linea ultra conservatrice “anti gender” e no vax. Ricevute alla Casa Bianca a marzo 2025, sono state definite da Trump «la cosa migliore capitata in America». Diversamente, il Southern Poverty Law Center <a href="https://www.splcenter.org/resources/extremist-files/moms-liberty/" rel="noopener">le classifica</a> come minaccia e un’organizzazione estremista con lo scopo di dirottare le istituzioni pubbliche per bloccare il cambiamento culturale. La loro strategia è la conquista e il controllo dei consigli scolastici locali per controllare le politiche sull’istruzione. Anche le Mamme Bears o le Mogli dei Cavalieri Bianchi della Trinità, legate al Ku Klux Klan, <a href="https://lespresso.it/c/idee/2025/2/3/caccia-ai-libri-pericolosi/52689" rel="noopener">si muovono nello stesso solco</a>: il primato educativo delle famiglie, monopolio educativo, rispetto alla scuola e allo Stato.</p>
<p>Questi movimenti genitoriali sono nati come gruppi Facebook per diventare progressivamente protagonisti decisionali della politica americana, attraverso propri candidati eletti negli Stati, tanto da aver ottenuto per esempio in Florida la legge sui “diritti parentali nell’educazione” e in diversi Stati americani la messa al bando di decine di migliaia di libri nelle scuole e nelle biblioteche pubbliche, <a href="https://pen.org/book-bans/" rel="noopener">come denunciato</a> dall’associazione PEN America. Stanno lavorando affinché il Congresso vari la “<a href="https://www.rollingstone.it/politica/attualita/le-mamme-repubblicane-che-vogliono-cambiare-listruzione-negli-stati-uniti/775914/" rel="noopener">Carta dei diritti dei genitori</a>”.</p>
<p>La strategia è chiara: parlare di presunti diritti dei genitori, e mai dei figli, è un catalizzatore di consenso, come afferma la filosofa Judith Butler, autrice di <em>Chi ha paura del gender</em> (Editori Laterza, 2024), che fa leva sulla sfera emotiva e istintiva di protezione per realizzare un preciso modello sociale suprematista, patriarcale e classista.</p>
<h2 id="un-caso-alla-corte-suprema">Un caso alla Corte Suprema</h2><p>Per comprendere in modo inequivocabile come questi movimenti dettino l’Agenda presidenziale statunitense e la politica americana bisogna guardare attentamente al caso “Mahmoud contro Taylor”, <a href="https://supremecourt.gov/oral_arguments/audio/2024/24-297" rel="noopener">discusso alla Corte Suprema</a> il 22 aprile scorso, riguardante il diritto dei genitori di escludere i propri figli da lezioni in cui vengono proposti libri e fiabe a tema Lgbtqia+ nelle scuole pubbliche.</p>
<p>Il caso, presentato direttamente alla Corte Suprema senza essere stato giudicato nei tribunali inferiori, riguarda il cosiddetto diritto all’“opt out”, cioè all’esonero degli studenti su richiesta dei genitori quando gli argomenti trattati in aula confliggano con il proprio orientamento religioso, configurando nella negazione di questo presunto diritto una violazione del libero esercizio della propria religione ai sensi del I Emendamento (“La Corte Suprema esaminerà il caso sulle obiezioni religiose ai libri di fiabe Lgbtq+”,<em>The New York Times</em>, 17 gennaio 2025).</p>
<p>Il caso <a href="https://supremecourt.gov/DocketPDF/24/297" rel="noopener">nasce</a> da una richiesta avanzata da genitori cristiani e musulmani del Maryland sostenuti dalla <a href="https://becketfund.org/" rel="noopener">Becket Fund for Religious Liberty</a> contro le decisioni delle scuole pubbliche della Contea di Montgomery, appena fuori Washington.</p>
<p>Il cuore della questione che la Corte Suprema dovrà valutare – la decisone è attesa per metà giugno prossimo – è di estendere a tutte le scuole americane l’obbligo di notificare alle famiglie se gli studenti riceveranno lezioni con l’ausilio di libri che contengano tematiche Lgbtqia+, con la possibilità per i genitori di chiedere l’esonero, l’“opt out”, per i propri figli.</p>
<p>La questione nasce nel 2022, quando i Distretti scolastici americani avevano approvato l’utilizzo di questo genere di libri con l’obiettivo di rappresentare al meglio la diversità delle famiglie presenti nel territorio. Questa decisione aveva scatenato i movimenti anti scelta e fondamentalisti americani che in massa chiedevano alle famiglie di invocare l’esonero. Per questo nel 2023 il distretto del Maryland aveva annunciato di condurre una politica di divieto delle richieste di esonero, proprio perché la questione della sensibilità religiosa <a href="https://pen.org/press-release/supreme-court-to-hear-case-involving-parents-objections-to-lgbtq-childrens-books/" rel="noopener">avrebbe potuto privare la scuola</a> del suo dovere educativo di fornire strumenti interpretativi della realtà.</p>
<p>Nel 2024 la Corte d’ Appello della Contea di Richmond aveva respinto questa stessa istanza presentata da Becket Fund, ora alla Corte Suprema, con la motivazione che non vi erano elementi che dimostrassero la natura di indottrinamento di questi libri.</p>
<p>Nell’attesa di conoscere la decisone della Corte, dobbiamo tenere a mente due questioni importanti. La prima è la composizione dei membri della Corte Suprema, che proprio grazie al primo mandato Trump sono a maggioranza conservatrice, 6 su 9. Tra loro, il giudice Samuel Alito è noto per essersi espresso nel 2015 contro la decisione della Corte di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso e nel 2020 contro l’estensione dei Civil Rights Act del 1964 anche alle persone trans (“Usa, la Corte Suprema: Vietato licenziare qualcuno perché gay o trans”, <em>La Repubblica</em>, 15 giugno 2020).</p>
<p>A fargli da contraltare c’è la giudice democratica Elena Kagan. In sede di audizione, ha posto alla Becket <a href="https://supremecourt.gov/oral_arguments/audio/2024/24-297" rel="noopener">l’obiezione</a> sul fatto che se passasse questa linea di “opt out” per motivi religiosi si consentirebbe a genitori creazionisti di chiedere l’esonero per i propri figli da una lezione di biologia che parli di evoluzionismo con l’ausilio per esempio dei testi di Darwin. La seconda questione è che se la Corte, come si presume, dovesse dare ragione ai genitori si rischierebbe l’estensione della legge “Dont’say gay” vigente nello Stato della Florida guidato dal Governatore conservatore Ron De Santis, Stato apripista delle politiche dei diritti parentali, in tutto il Paese (“In Florida è vietato dire gay a scuola”, <em>Il Manifesto</em>, 13 marzo 2024).</p>
<p>La questione posta alla Corte sta diventando un caso nazionale soprattutto per opera del gruppo estremista Moms for Liberty, la cui influenza presso la Presidenza Trump gli sta regalando una <a href="https://www.facebook.com/share/p/161uVz9kBf" rel="noopener">visibilità</a> e una capacità di proselitismo straordinaria.</p>
<h2 id="una-strategia-in-atto-anche-in-italia">Una strategia in atto anche in Italia</h2><p>Questo vento torrido soffia dagli Usa verso l’Italia da tempo, nell’ambito di una <a href="https://www.epfweb.org/sites/default/files/2020/05/online_epf_italiano_definitivo_compressed.pdf" rel="noopener">strategia internazionale</a> ed europea che sta portando i movimenti anti-scelta ad avere un ruolo determinante di revisione del compito della scuola pubblica.</p>
<p>Il diritto esclusivo dei genitori di gestire l’educazione sessuale e affettiva dei figli, senza interferenze da parte della scuola, accusata di aggirare la volontà delle famiglie e, a loro insaputa, inculcare nei giovanissimi la pericolosa “ideologia gender” è il cavallo di battaglia di ProVita &amp; Famiglia, il più noto movimento anti-scelta italiano.</p>
<p>La <a href="https://www.provitaefamiglia.it/iniziativa/campagna-mio-figlio-no" rel="noopener">campagna <em>Mio. Figlio. No.</em></a>, lanciata alcuni mesi fa dall’associazione, sollecitava il Governo a intraprendere un’azione “efficace e vincolante” per tutelare il primato educativo dei genitori in questo settore, sollecitazione raccolta ora dal Ministro Valditara con il nuovo Decreto Legge.</p>
<p>Durante la conferenza stampa di presentazione della campagna di ProVita &amp; Famiglia, il portavoce dell’associazione Jacopo Coghe <a href="https://www.youtube.com/live/4vqrXDn1HIE?si=-bWGbJGDuVVTNjVS" rel="noopener">ha detto</a>: «Noi crediamo che nessuno debba entrare nelle scuole a fare educazione sessuale e affettiva, perché questo è un tema che riguarda i genitori. Immaginate cosa succederebbe se entrasse un’associazione che crede nel valore della castità prematrimoniale nelle scuole dei nostri figli. Ci sarebbe una levata di scudi perché non sarebbe una visione condivisa».</p>
<p>Affermazione smentita da un episodio di cui si è avuta notizia appena poche settimane dopo, ai primi di aprile. Il Liceo Eugenio Montale di Roma ha vinto il <a href="https://www.comune.roma.it/web-resources/cms/documents/AVVISO_PUBBLICO__A_Scuola_di_Parit_2024_2025_signed.pdf" rel="noopener">bando del Comune capitolino <em>A scuola di parità</em></a> per l’organizzazione di iniziative mirate alla promozione delle pari opportunità e alla prevenzione della violenza contro le donne, presentando un programma di educazione sessuale e affettiva in collaborazione con Progetto Pioneer, un’associazione <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/come-parlare-di-affettivita-per-tutelare-leducazione-dei-minori-sempre-piu-in-pericolo-ecco-lesempio-del-progetto-pioneer" rel="noopener">pubblicamente sostenuta da ProVita &amp; Famiglia</a>. Il bando prevedeva che il progetto proposto fosse preventivamente approvato dal Consiglio di Istituto della scuola, un organo collegiale di cui fanno parte rappresentanti dei docenti, del personale amministrativo, dei genitori e degli studenti. Il dirigente del Liceo Montale, invece, <a href="https://www.editorialedomani.it/fatti/liceo-montale-roma-progetto-pioneer-educazione-sessuo-affettiva-differenze-femminicidi-lgbt-aborto-izti1b2c" rel="noopener">ha agito da solo</a>, senza coinvolgere il Consiglio di Istituto e quindi all’insaputa delle famiglie. Scoperto il vizio di forma, l’Assessorato alle attività produttive e pari opportunità di Roma Capitale ha infine revocato la vittoria.</p>
<p>Evidentemente non è poi così importante informare con chiarezza e trasparenza i genitori e ottenere il loro consenso quando i programmi che si vogliono introdurre nelle scuole sono “no gender theory”, come vengono definite le attività di Progetto Pioneer nel libro <em>Nati per essere liberi</em>, dello psichiatra Tonino Cantelmi (Paoline Editoriale Libri, 2015).</p>
<p>In un comunicato stampa <a href="https://progettopioneer.it/" rel="noopener">pubblicato sul suo sito web</a>, l’associazione afferma di essere “apolitica e aconfessionale”, ma basta sfogliare il saggio di Cantelmi per apprendere le sue idee di base: informare i giovani sulla contraccezione non riduce, ma anzi aumenta il rischio di infezioni a trasmissione sessuale, gravidanze indesiderate, aborti, abusi sessuali; l’autodeterminazione è incompatibile con l’appartenenza a un sistema valoriale; il femminismo ha reso le donne infelici allontanandole dalla maternità; non esiste il diritto di abortire.</p>
<p>Più che genuino interesse per le famiglie, la difesa del primato educativo dei genitori da parte dei movimenti anti-scelta sembra una strategia, a corrente alternata, utile per conquistare più spazio possibile nel settore dell’istruzione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dopo un conflitto armato, quanto tempo ci vuole per recuperare?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare/</guid><pubDate>Thu, 08 May 2025 08:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>dati</category><description>Guerre e conflitti sono una presenza costante e cronica nel mondo. Hanno molteplici ed estesi impatti sulle popolazioni, in particolare sui bambini. Dopo la fase acuta di un conflitto armato, ci vogliono circa quindici anni per ripristinare, mantenere e riprendere il trend di miglioramento dei livelli di mortalità infantile rispetto a quelli precedenti al conflitto. Ecco perché sono necessarie nuove politiche e politici interessati al bene pubblico per ricostruire efficacemente il sistema sanitario (insieme ai sistemi sociali ed economici) dopo un conflitto armato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, la vita di milioni di persone viene sconvolta da conflitti armati e guerre. Il numero di stati coinvolti in <a href="https://www.sipri.org/yearbook/2024" rel="noopener">conflitti armati nel 2023</a> era 52, tre in meno rispetto all&rsquo;anno precedente. Nel 2023, quattro conflitti sono stati classificati come maggiori (con 10.000 o più vittime nello stesso anno): <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-fa-male-salute-anno-dopo/">Ucraina</a>, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/3/23/israeli-offensive-in-gaza-has-killed-50000-palestinians-since-october-2023" rel="noopener">Palestina</a>, Myanmar, Sudan. Nello stesso anno, 20 sono stati classificati come conflitti armati ad alta intensità (cioè che hanno causato tra 1.000 e 9.999 vittime): Nigeria, Burkina Faso e Repubblica Democratica del Congo, con oltre 8.000 morti ciascuno. L&rsquo;Africa è la regione con il più alto numero di conflitti governativi all&rsquo;anno. La maggior parte dei conflitti mondiali è concentrata in Asia e Africa e le forme più comuni sono le controversie territoriali e le guerre civili. La guerra è quindi un&rsquo;emergenza sanitaria pubblica cronica per gran parte della popolazione mondiale.</p>
<p>I decessi e i feriti correlati ai conflitti contribuiscono in modo significativo al <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1122272/" rel="noopener">carico globale di malattie</a>. L&rsquo;impatto della guerra sui determinanti sociali e ambientali della salute è drammatico <a href="https://gh.bmj.com/content/9/5/e014749" rel="noopener">sia nell&rsquo;immediato che nel tempo</a>. La sua durata è sconosciuta e dipende da molti fattori, tra cui: le condizioni sociali ed economiche dei Paesi in guerra, lo stato di salute della popolazione prima della guerra, la durata e l&rsquo;intensità del conflitto, gli aiuti forniti alle vittime durante e dopo la guerra, la capacità e la possibilità di ricostruire le aree devastate, la fiducia e, ove possibile, la partecipazione dell&rsquo;intera comunità colpita dalla guerra.</p>
<p>Sebbene ogni contesto di guerra sia unico in termini di cause e di <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/guerra-salute-colloquio-pirous-fateh-moghadam/">impatto sulla salute della popolazione colpita</a>, gli <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/">effetti sulla salute e sulla mortalità di donne e bambini</a> superano di gran lunga l&rsquo;impatto su coloro che sono direttamente colpiti dalla violenza dei conflitti. La guerra <a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/countries/opt/20241106-Gaza-Update-Report-OPT.pdf" rel="noopener">colpisce i bambini</a> in tutti i modi in cui colpisce gli adulti, ma anche in modi diversi (morte, ferite, disabilità, malattie, stupri e prostituzione per la sussistenza, sofferenza psicologica, impatto morale e spirituale, perdite sociali e culturali, bambini soldato), e i bambini sono sempre stati le vittime più vulnerabili e innocenti di qualsiasi conflitto moderno. <a href="https://childrenandarmedconflict.un.org/document/secretary-general-annual-report-on-children-and-armed-conflict-3/" rel="noopener">Oltre 400 milioni di bambini</a>, circa 1 su 5, vivono in Paesi in guerra o coinvolti in conflitti violenti. Garantire la salute dei bambini è quindi una responsabilità fondamentale per tutti prima e molto tempo dopo la fine di una guerra.</p>
<p>Anche i tempi e le modalità del ritorno alle condizioni prebelliche saranno quindi unici. Le urgenti esigenze dei bambini colpiti dalla guerra in luoghi come Gaza, Sudan, Siria, Ucraina e Yemen necessitano di una risposta in merito ai tempi necessari per la ripresa. Quali sono le tendenze nel tempo di specifici indicatori relativi alla salute dei bambini colpiti dalla guerra?</p>
<h2 id="quali-gli-esiti-sulla-salute">Quali gli esiti sulla salute?</h2><p>Gli esiti sulla salute di una popolazione vittima di guerra durante il conflitto e quelli a ridosso della sua sospensione sono quelli acuti, quelli delle emergenze (prevalentemente: mortalità, disabilità fisiche, epidemie, malnutrizione) quelli osservati e descritti dalle varie fonti e agenzie internazionali. Dopo la guerra l’attenzione internazionale cala, sebbene i bisogni delle popolazioni coinvolte siano aumentati rispetto a periodo prebellico. Quanti anni sono necessari affinché la vita di una popolazione vittima di guerra torni ai livelli iniziali? Non si sa con certezza perché ancora <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2821%2902007-9/fulltext" rel="noopener">scarsa è stata sinora l’attenzione</a> in proposito.</p>
<p>Tante le variabili da considerare, ma monitorare nel tempo il ritorno alla vita precedente e il miglioramento delle condizioni di vita delle vittime di guerra non è mai stato contemplato negli accordi di pace.</p>
<p>I conflitti armati aumentano in modo significativo e persistente la mortalità infantile (il numero di decessi di bambini di età inferiore ai 5 anni ogni 1.000 nati vivi nello stesso anno): un indicatore esplicativo della salute e del benessere dei bambini che viene spesso utilizzato come proxy della s<a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK361926/" rel="noopener">alute della popolazione nel tempo o tra popolazioni in un singolo momento</a>. Inoltre ad alti tassi di mortalità infantile <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0204940" rel="noopener">corrispondono</a> valori più bassi della speranza di vita alla nascita, così che un protratto aumento della mortalità infantile nel tempo può cancellare un’intera generazione, in particolare in quelle popolazioni in cui le primipare sono giovani. L&rsquo;indicatore mortalità infantile nei primi 5 anni di vita riflette una combinazione di fattori sociali, economici, biologici, ambientali e comportamentali e può essere utile non solo per misurare le tendenze, ma anche per progettare e monitorare interventi sulla salute dei bambini <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2819%2930407-3/fulltext" rel="noopener">nelle aree post-conflitto</a>. I recenti risultati della valutazione dell’andamento della mortalità infantile nel tempo e l&rsquo;impatto dei conflitti sullo stato di salute nazionale in tre conflitti (Bosnia ed Erzegovina, Ruanda e Siria) con caratteristiche diverse (per cause etniche o politiche recenti o ancora in corso; per contesti geografici diversi; per valore di mortalità infantile nel 2023; per aspettative al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio entro il 2030 - OSM; target 3.2) indicano che <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/9/1/e003379" rel="noopener">ci vuole tempo per raggiungere una normalizzazione</a> e molto di più per registrare un miglioramento. I tre casi storici analizzati indicano che dopo la fase acuta di un conflitto armato, ci vogliono circa quindici anni per ripristinare, mantenere e riprendere il trend di miglioramento dei livelli di mortalità infantile nei primi 5 anni di vita rispetto a quelli precedenti al conflitto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-esterna-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-esterna-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-esterna-1.png.webp 1220w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grafico che mostra la mortalità infantile di Siria, Bosnia Erzegovina, Rwanda" width="1220" height="934" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questa indicazione è importante non solo per monitorare l&rsquo;esito di un conflitto, ma anche per pianificare meglio gli interventi necessari a ripristinare e migliorare il benessere delle popolazioni vittime. La lezione del periodo post-genocidio del Ruanda è che è possibile ricostruire efficacemente il sistema sanitario (insieme ai sistemi sociali ed economici) con nuove politiche e politici interessati al bene pubblico in modo partecipativo. Ricostruzione, comprese infrastrutture, aiuti economici e alleanze politiche sono i termini presenti nei trattati postbellici, ma la ricostruzione psicofisica e identitaria di una popolazione non è legata a convenzioni internazionali, la si ottiene attraverso i diritti che le persone hanno riconquistato. Come la salute, il benessere è una risorsa per la vita quotidiana ed è determinato dalle condizioni sociali, economiche e ambientali. Il benessere comprende la qualità della vita e la capacità delle persone e delle società di contribuire al mondo con un senso di significato e scopo. È quindi una caratteristica oggettiva complessa di ogni società, ma i suoi valori e principi sono, o dovrebbero essere, universali. Si stima che 5,2 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiano principalmente per cause prevenibili e curabili. Per le popolazioni colpite dalla guerra, è la guerra stessa la causa principale di mortalità, disabilità e malattia. Tutti gli altri fattori <a href="https://data.unicef.org/resources/levels-and-trends-in-child-mortality-2024/" rel="noopener">sono comorbilità</a>.</p>
<h2 id="come-fare">Come fare?</h2><p>Le vittime delle guerre odierne sono civili, in maggioranza donne e bambini, come hanno dimostrato i recenti conflitti armati. Le forze armate russe hanno probabilmente subito circa 900.000 vittime (tra morti e feriti) dall&rsquo;invasione dell&rsquo;Ucraina il 24 febbraio del 2022 a tutto il marzo 2025. Di questi, è probabile che tra 200.000 e 250.000 soldati russi siano stati uccisi, le maggiori perdite subite dalla Russia <a href="https://www.newsweek.com/russia-death-toll-ukraine-war-estimated-250k-2047709" rel="noopener">dalla Seconda Guerra Mondiale</a>. Nello stesso periodo sono state 68.925 le <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_Russo-Ukrainian_War" rel="noopener">vittime sul fronte ucraino</a>, 62.439 i dispersi e 6.404 i militari catturati (L’attendibilità dei dati forniti dalle varie fonti è quanto mai precaria nel corso di una guerra, e anche al termine. Solo dopo anni si converge su stime “di riferimento”). Inoltre le condizioni in cui le persone nascono, crescono, lavorano, vivono e invecchiano vengono tragicamente stravolte nel corso di un conflitto.</p>
<p>La distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di lavoro minaccia la vita anche futura delle popolazioni vittime di guerra.</p>
<p><a href="https://www.bbc.com/news/articles/cx25x35476yo" rel="noopener">Secondo il ministero della Salute palestinese</a> guidato da Hamas, nei 18 mesi trascorsi dall&rsquo;inizio della guerra a Gaza sono state uccise almeno 51.266 persone; circa un terzo dei morti aveva meno di 18 anni. Si stima che un ulteriore 50% di questi decessi non sia stato ancora conteggiato a causa di situazioni in cui intere famiglie vengono uccise simultaneamente, senza che nessuno possa denunciare il decesso, o in cui un numero imprecisato di persone muore nel crollo di un grande edificio e viene sepolto senza passare attraverso un obitorio. Il piano arabo denominato &ldquo;Gaza 2030&rdquo;, che mira a emarginare Hamas e propone un eventuale controllo della Striscia assediata da parte dell&rsquo;Autorità Nazionale Palestinese, prevede la necessità di 53 miliardi di dollari per la ricostruzione. Cifra resa pubblica da un rapporto congiunto <a href="https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2025/02/18/new-report-assesses-damages-losses-and-needs-in-gaza-and-the-west-bank" rel="noopener">ONU-UE-Banca Mondiale</a>. Quindi un investimento economico: non solo quello della distruzione (armi, armamenti, scelte politiche ed economiche), ma anche la ricostruzione è fonte di guadagno e speculazione. Le orrende fantasticherie (non esclusivamente a fini mediatici) dello spostamento di massa dei 2 milioni di residenti della Striscia di Gaza proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per creare la Costa Azzurra o la Las Vegas del Medio Oriente ne sono testimonianza. Così come l’accaparramento americano delle terre rare ucraine a determinare la sospensione delle ostilità russe. Il diritto economico dei pochi per un inevaso diritto dei molti.</p>
<p>Come prevenire distruzione, morte, invalidità, povertà causate da un conflitto? Domanda difficile a cui rispondere, ma a cui ciascuno di noi, sia personalmente, sia come appartenente a una comunità (famigliare, religiosa, sociale, scientifica, locale, nazionale, internazionale) è tenuto ad adoperarsi per rispondere, condannando la disumanizzazione della guerra, degli atti di genocidio e di razzismo. Gli effetti del commercio di armi e dei conflitti armati sulla salute <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/bmjpo/9/1/e003372.full.pdf" rel="noopener">devono essere inclusi nel curriculum universitario</a> degli studenti di medicina, in quanto rappresentano un importante problema di salute pubblica. Le organizzazioni dei medici hanno una lunga tradizione nell’affrontare questi problemi, come è il caso del contrasto alla <a href="https://senzatomica.it/educazione-alla-pace-e-al-disarmo/international-physicians-for-the-prevention-of-nuclear-war/" rel="noopener">minaccia della guerra nucleare</a>.</p>
<p>Molte società scientifiche, sia a livello nazionale che internazionale, contemplano tra le proprie attività (alcune statutarie) la cooperazione con i Paesi a scarse risorse, la formazione del personale, la fornitura di materiale sanitario e anche la garanzia e disponibilità di interventi di emergenza in zone di conflitto. Scambio e condivisione delle conoscenze scientifiche, offerta di aiuto nel momento del bisogno, frutto di generosità e volontà, ma anche di programmazione e di mantenimento nel tempo.</p>
<p>La storia personale di molti italiani ha incrociato e <a href="https://www.facebook.com/photo/?fbid=1097638805732950&amp;set=pb.100064605224861.-2207520000&amp;locale=it_IT" rel="noopener">percorso</a> le strade della non violenza, dell’antimilitarismo, dell’obiezione di coscienza, della disubbidienza civile. “<a href="https://www.genitorialmente.it/wp-content/uploads/2019/04/Filastrocca_di_Pasqua_con_Mandala_da_scaricare_Poesia_Genitorialmente.pdf" rel="noopener">Ci sono cose da non fare mai: per esempio la guerra</a>”. Altre invece da sostenere, promuovere sempre: per esempio la pace. La pace va insegnata in famiglia, a scuola, ovunque. Bisogna <a href="https://multimage.org/libri/giovani-e-pace/" rel="noopener">essere educati alla pace</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1414" height="2000" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h4 id="sólo-le-pido-a-dios--sólo-le-pido-a-dios-que-el-dolor-no-me-sea-indiferente-que-la-reseca-muerte-no-me-encuentre-vacío-y-solo-sin-haber-hecho-lo-suficiente"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=_zyPIURPSsA" rel="noopener">Sólo le pido a Dios </a>    Sólo le pido a Dios que el dolor no me sea indiferente,  que la reseca muerte no me encuentre vacío y solo sin haber hecho lo suficiente. </h4><h4 id="sólo-le-pido-a-dios-que-lo-injusto-no-me-sea-indiferente-que-no-me-abofeteen-la-otra-mejilla-después-que-una-garra-me-arañó-esta-suerte">Sólo le pido a Dios que lo injusto no me sea indiferente,  que no me abofeteen la otra mejilla después que una garra me arañó esta suerte. </h4><h4 id="sólo-le-pido-a-dios-que-la-guerra-no-me-sea-indiferente-es-un-monstruo-grande-y-pisa-fuerte-toda-la-pobre-inocencia-de-la-gente">Sólo le pido a Dios que la guerra no me sea indiferente,  es un monstruo grande y pisa fuerte toda la pobre inocencia de la gente. </h4><h4 id="sólo-le-pido-a-dios-que-el-engaño-no-me-sea-indiferente-si-un-traidor-puede-más-que-unos-cuantos-que-esos-cuantos-no-lo-olviden-fácilmente">Sólo le pido a Dios que el engaño no me sea indiferente si un traidor puede más que unos cuantos,  que esos cuantos no lo olviden fácilmente. </h4><h4 id="sólo-le-pido-a-dios-que-el-futuro-no-me-sea-indiferente-desahuciado-está-el-que-tiene-que-marchar-a-vivir-una-cultura-diferente">Sólo le pido a Dios que el futuro no me sea indiferente,  desahuciado está el que tiene que marchar a vivir una cultura diferente.</h4><h4 id="sólo-le-pido-a-dios-que-la-guerra-no-me-sea-indiferente-es-un-monstruo-grande-y-pisa-fuerte-toda-la-pobre-inocencia-de-la-gente-1">Sólo le pido a Dios, que la guerra no me sea indiferente es un monstruo grande y pisa fuerte toda la pobre inocencia de la gente. </h4><h4 id="traduzione-una-cosa-sola-chiedo-a-dio-una-cosa-sola-chiedo-a-dio--che-il-dolore-non-mi-sia-indifferente--che-la-morte-improvvisa-non-mi-trovi--vuoto-e-solo-senza-aver-fatto-abbastanza--una-cosa-sola-chiedo-a-dio--che-lingiustizia-non-mi-sia-indifferente--che-non-mi-schiaffeggino-laltra-guancia--dopo-che-un-artiglio-ha-graffiato-il-mio-destino--una-cosa-sola-chiedo-a-dio--che-la-guerra-non-mi-sia-indifferente--è-un-mostro-grande-e-calpesta-ferocemente--tutta-la-povera-innocenza-della-gente--una-cosa-sola-chiedo-a-dio--che-linganno-non-mi-sia-indifferente--se-un-traditore-può-prevalere-su-pochi--che-questi-pochi-non-lo-dimentichino-facilmente--una-cosa-sola-chiedo-a-dio--che-il-futuro-non-mi-sia-indifferente--sfortunato-è-colui-che-deve-andarsene--a-vivere-una-cultura-diversa--una-cosa-sola-e-chiedo-a-dio--che-la-guerra-non-mi-sia-indifferente--è-un-mostro-grande-e-calpesta-ferocemente--tutta-la-povera-innocenza-della-gente">(Traduzione: Una cosa sola chiedo a Dio Una cosa sola chiedo a Dio: / che il dolore non mi sia indifferente / che la morte improvvisa non mi trovi / vuoto e solo, senza aver fatto abbastanza. / Una cosa sola chiedo a Dio: / che l&rsquo;ingiustizia non mi sia indifferente / che non mi schiaffeggino l&rsquo;altra guancia / dopo che un artiglio ha graffiato il mio destino. / Una cosa sola chiedo a Dio / che la guerra non mi sia indifferente / è un mostro grande e calpesta ferocemente / tutta la povera innocenza della gente. / Una cosa sola chiedo a Dio / che l&rsquo;inganno non mi sia indifferente / Se un traditore può prevalere su pochi / che questi pochi non lo dimentichino facilmente. / Una cosa sola chiedo a Dio / che il futuro non mi sia indifferente / Sfortunato è colui che deve andarsene / a vivere una cultura diversa. / Una cosa sola e chiedo a Dio / che la guerra non mi sia indifferente / è un mostro grande e calpesta ferocemente / tutta la povera innocenza della gente.)</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Nuove sfide linguistiche: dalle interiezioni al linguaggio inclusivo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-sfide-linguistiche-interiezioni-linguaggio-inclusivo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-sfide-linguistiche-interiezioni-linguaggio-inclusivo/</guid><pubDate>Wed, 07 May 2025 09:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><description>Dalle interiezioni al linguaggio inclusivo: Simonetta Pagliani riflette di come la lingua evolve per costruire relazioni, rappresentare le diversità e negoziare nuovi equilibri sociali, tra resistenze e innovazioni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nuove-sfide-linguistiche-interiezioni-linguaggio-inclusivo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nuove-sfide-linguistiche-interiezioni-linguaggio-inclusivo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A volte, una serie di letture che focalizzano l&rsquo;interesse del lettore su un certo argomento lo porta poi a divagare e ad approdare a quello per un altro: è successo a chi ora ne scrive, complice il webinar <em>Confronto sul linguaggio inclusivo</em> organizzato da <a href="https://www.zadig.it/" rel="noopener">Zadig</a> il 16 aprile us.</p>
<p>In principio c&rsquo;è stato un <a href="https://knowablemagazine.org/content/article/mind/2025/interjections-important-for-conversation-flow" rel="noopener">articolo</a> del divulgatore scientifico Bob Holmes, apparso su <em>Knowable Magazine</em> (un&rsquo;iniziativa giornalistica senza scopo di lucro per la diffusione della conoscenza) sul &ldquo;prezioso ruolo&rdquo; delle interiezioni nel linguaggio. Si chiamano così (dal latino <em>intericere</em>, scagliare in mezzo) tutte quelle emissioni vocali che interrompono o accompagnano una comunicazione, senza aggiungere nulla sul suo argomento; possono essere espressive (come &ldquo;ahia&rdquo; e &ldquo;wow&rdquo;), conative (come &ldquo;shh&rdquo; ed &ldquo;ehi&rdquo;) o fàtiche, cioè con la funzione non di comunicare un&rsquo;informazione, ma di aprire o di mantenere il contatto tra due parlanti. Se sono costituite da nomi, aggettivi, avverbi o verbi (Dio non voglia!), le interiezioni si definiscono improprie, perché le interiezioni proprie sono prive di significato lessicale e <a href="https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/l-acca-ballerina-e-la-grafia-delle-interiezioni/7952" rel="noopener">sono contraddistinte</a> dal peculiare utilizzo del grafema h (ah, oh, ehi, ahimé, ecc.), talvolta accumulato per dare enfasi allo stato d&rsquo;animo che riproducono (&ldquo;ohhh&rdquo;) e sono spesso seguite dal punto esclamativo o da quello interrogativo per accentuarne l&rsquo;aspetto emozionale. Talvolta, il loro significato è dato da oscillazioni fonico-grafiche, come marcare la vocale oppure la consonante: &ldquo;eh&rdquo; parafrasa una conferma; &ldquo;eeh&rdquo; mima un&rsquo;esitazione reticente (vedi box).</p>
<p>Nel 1786, il filologo John Horne Tooke, scriveva che «La brutale e inarticolata interiezione non ha nulla a che fare con il discorso ed è solo il misero rifugio dei muti» e che «I gemiti, gli strilli e ogni altra convulsione involontaria che abbia un suono hanno quasi lo stesso titolo delle interiezioni a essere chiamati parti del discorso», avviando così 200 anni di interpretazione travisata (Horne Tooke J. <em>Epea Pteroenta, or The Diversions of Purley</em>. Legare Street Press). Ma le parti del linguaggio che si affermano con l&rsquo;utilizzo sono tenaci e la linguistica, forte anche della moderna possibilità di registrare il parlato, nel ventesimo secolo ha definitivamente assodato che, lungi dall&rsquo;essere espressioni residuali di primitività, le interiezioni sono strumenti, definitivamente depositati nel lessico, per regolare il flusso della conversazione e per negoziare la comprensione reciproca: una finestra sulle relazioni interpersonali e su come viene negoziato il potere in una conversazione (Renzi L, Salvi G, Cardinaletti A. <em>Grande grammatica italiana di consultazione</em>. Il Mulino, 1995).</p>
<p>Le interiezioni, in definitiva, operano ciò che i linguisti chiamano <em>grounding</em>: segnalano quello che ciascuno dei parlanti sa, quello che pensa l&rsquo;altro sappia e stabiliscono il turno di parola. Per esempio, un elemento come &ldquo;mmhm&rdquo;, dai linguisti detto continuatore, segnala che l&rsquo;ascoltatore sta prestando attenzione e che si aspetta che il parlante continui; gli iniziatori di riparazione come &ldquo;huh?&rdquo; o &ldquo;eh?&rdquo; aiutano gli interlocutori a calibrare con immediatezza la comprensione reciproca, e un segnale di cambiamento di stato come &ldquo;oh&rdquo; mostra come la conoscenza si evolve durante l&rsquo;interazione.</p>
<p>Questa necessità di feedback sembra essere universale: l&rsquo;ha verificato in più di 20 lingue Martina Wiltschko, linguista teorica all&rsquo;Istituto catalano di ricerca e studi avanzati (ICREA) di Barcellona, e in 31 lingue Mark Dingemanse, linguista dell&rsquo;Università olandese Radboud (Dingemanse M. <em>Interjections at the Heart of Language</em>. Annual Review of Linguistics 2024; 10: 257–77).</p>
<p>Questo ruolo di connessione sociale e di affermazione individuale, consegnato a particelle di linguaggio apparentemente strampalate, non è difficile da mettere in parallelo con quello attribuito ad altri grafismi di recente conio, emblemi di un idioma che intende comprendere tutta la varietà dei generi umani. Il riferimento è a schwa (ǝ), schwa lungo (з), desinenze in &ldquo;u&rdquo; e asterischi, che chiudono sostantivi o aggettivi soprattutto in opposizione al maschile sovraesteso (che in italiano ha la doppia funzione di designare il maschile e di neutralizzare il genere), ma anche in estensione della semplice distinzione maschile/femminile.</p>
<p>Il gradimento di questa sostituzione non è affatto unanime, tra i linguisti: alcuni, tra cui Edoardo Lombardi Vallauri, dell&rsquo;Università di Roma Tre, considerano il maschile sovraesteso non la prova di un sessismo grammaticale, ma una mera convenzione che non si ravvisa la necessità di modificare, dal momento che mancano le basi scientifiche per affermare che la struttura di una lingua modifica il modo di percepire la realtà (<em>Le guerre per la lingua</em>. Einaudi: Torino, 2024). Al contrario, uno stuolo di studiose, come Alma Sabatini, Maria Serena Sapegno, Cecilia Robustelli, Benedetta Baldi o Vera Gheno, ritiene che le parole usate diano forma non solo al pensiero di chi parla, ma anche a quello di chi ascolta: ciò che non viene nominato non esiste; ciò che viene nominato male, rimane incastrato tra le maglie del pregiudizio (è da rivedere il &ldquo;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=hv2hewOYO3o" rel="noopener">duello</a>&rdquo; tra Gheno e Vallauri in tv).</p>
<p>Questo secondo modo di vedere ha radici già nei primi decenni del Novecento, quando Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf formularono la Sapir-Whorf Hypothesis, secondo cui il modo di esprimersi addirittura determina il modo di pensare e Antonio Gramsci, che studiò linguistica e filologia all’Università di Torino nel 1911, ne scrisse dal carcere. Per Gramsci, il linguaggio è, allo stesso tempo, un&rsquo;entità vivente e un museo di fossili della vita passata: vecchie barriere ideologiche rimangono punti di riferimento nell&rsquo;inconscio collettivo anche dopo la loro apparente scomparsa, proprio poiché continuano a vivere linguisticamente. Allo stesso tempo, la lingua è viva, perché la parola non ha un significato oggettivo e immutabile, ma è una metafora che, rimandando sempre a un’azione storica, contribuisce a modificare non solo l’assetto della lingua, ma la stessa realtà che descrive. La storia di una lingua è, dunque, la storia delle innovazioni in essa introdotte da una comunità sociale che è storicamente progredita (Gramsci A. <em>I quaderni del carcere</em>. Roma, Editori Riuniti, 1971).</p>
<p>Se è vero che le norme grammaticali guidano l&rsquo;attività mentale di chi le applica, è allora sicuramente necessario innovare quelle palesemente androcentriche. Qualcosa è cambiato a partire dagli anni ottanta del Novecento: dalle raccomandazioni e dalle linee guida emesse da molte istituzioni nazionali italiane e internazionali europee affiora l&rsquo;impegno per un uso della lingua non sessista. È ormai quasi ovunque accettato e praticato l&rsquo;uso della doppia locuzione maschile e femminile in riferimento a gruppi di genere misto e si fa strada il tentativo (talvolta visibilmente forzato per evitare l&rsquo;accusa di scorrettezza politica) di utilizzare i grafemi portabandiera del linguaggio inclusivo.</p>
<p>Quest&rsquo;ultima operazione è quella accettata con maggiore riluttanza: secondo il linguista Massimo Arcangeli, per esempio, sovrapporre in modo semplicistico il piano sovrastrutturale (socioculturale) a quello strutturale (tecnico-linguistico) sconvolge le strutture di un idioma, stratificate nel tempo, fino a rendere ardua perfino la decodifica di un’informazione (Jafrancesco E, Fratter I e Tucci I. <em>Educazione all’uguaglianza di genere ed educazione linguistica</em>. Firenze University Press 2024). Gli asterischi e gli schwa, infatti, sono interferenze solo in apparenza minimali: il loro peso nell&rsquo;economia della lingua, in realtà, è rilevante, perché sostituiscono desinenze che comportano necessari accordi grammaticali con articoli, preposizioni articolate, pronomi, aggettivi e participi passati. Nel suo <em>La lingua scema. Contro lo schwa e altri animali</em> (Castelvecchi Editore: Roma, 2022), Arcangeli concorda con l&rsquo;assunto che le lingue non devono sottrarsi alla rappresentazione del reale e dell&rsquo;«ampio territorio umano non coperto dal binarismo cisgender»: un dizionario italiano che aggiunga ai termini filosessuali (omosessuale, eterosessuale, bisessuale), i termini filoaffettivi (omoaffettivo, eteroaffettivo, biaffettivo, transizionante, panaffettivo), quindi, «compie il suo dovere di registrazione di una pressante e significativa famiglia di parole». L&rsquo;editorialista del <em>NYT</em> Masha Gessen, transgender non binario, in un articolo del 9 febbraio 2025 contro la decisione di Trump di abolire tutti i termini che si riferiscono alla fluidità di genere, ha scritto che quelle parole sono ineliminabili, perché danno la possibilità di «reinventare l&rsquo;umanità», aiutando a far sentire ogni persona prevista in seno a essa, quali che siano le sue caratteristiche identitarie.</p>
<p>Il neologismo - <a href="https://bit.ly/3uXdOno" rel="noopener">sostiene</a>, però, Arcangeli - va distinto dall’innovazione grammaticale introdotta dall&rsquo;occultamento delle desinenze per occultare il genere: mentre il primo s&rsquo;inserisce nell&rsquo;idioma senza creare una forzatura, cambiare la lettera finale di un termine, sostituendola con un simbolo più “neutro”, smaglia la sintassi (che non può prescindere dalla regola dell’accordo) e la testualità (l’accordo delle parole, anche a distanza, contribuisce alla coesione dei testi). Arcangeli segnala che esistono soluzioni inclusive alternative, che comprendono i nomi collettivi o astratti indicatori di categoria (comunità studentesca, scolaresca, cittadinanza, genere umano o umanità, gioventù, corpo o personale docente), la sostituzione di determinanti maschili e femminili con forme non marcate (ogni contribuente) o i pronomi generici o le forme verbali impersonali invece delle personali corrispondenti (chi deve sostenere l’esame, anziché gli studenti che devono sostenere l’esame).</p>
<p>Il dibattito è aperto, ma va detto che non appassiona tutte le generazioni nella stessa misura; agli esponenti progressisti Millenians e delle Generazioni X, Y e Z, già proiettati in quel futuro che i/le Boomer riescono solo a intravvedere, poco interessano l&rsquo;estetica, la pulizia della forma, la musicalità, insomma ognuna delle bellezze perseguite nella lingua da chi è più anziano: per loro, che per Vera Gheno sono i veri &ldquo;grammamanti&rdquo;, perché amano la lingua nel lasciarla libera di mutare, tutto ciò che è stato tradizionalmente proposto come una qualità (inevitabilmente per decisione di un maschio bianco) non vale più nulla se paragonato all&rsquo;accettazione e all&rsquo;inclusione di tutti i nostri simili e dissimili, al benessere mentale delle persone, alla libertà d&rsquo;espressione, insomma alla democrazia.</p>
<h3 id="cosa-esprimono-le-interiezioni">Cosa esprimono le interiezioni</h3>
<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Interiezione</th>
      <th>Significato</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>ah</td>
      <td>dolore o sorpresa; se ripetuta (ah! ah!) risata</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ahi, ahia, uhi</td>
      <td>dolore fisico o spirituale</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>bah</td>
      <td>perplessità, dubbio, incertezza, spiacevole sorpresa</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>beh?, che?</td>
      <td>richiesta di spiegazioni</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>boh, chissà, mah</td>
      <td>ignoranza mista a disinteresse</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>bum</td>
      <td>incredulità per un&rsquo;esagerazione</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>eh</td>
      <td>rimprovero, disapprovazione, meraviglia</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ehi!</td>
      <td>richiesta di attenzione</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ehm</td>
      <td>esitazione o imbarazzo oppure richiamo all’attenzione</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ihih</td>
      <td>risata a denti stretti</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>mah</td>
      <td>incertezza o amarezza o rassegnazione</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>mhmm</td>
      <td>dubbio, perplessità o esitazione oppure soddisfazione per aver mangiato o all’idea di mangiare qualcosa di buono</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>oh</td>
      <td>meraviglia, gioia, dolore, sdegno</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>to’</td>
      <td>sorpresa</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>uffa</td>
      <td>noia, impazienza, fastidio, fatica</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>uh</td>
      <td>meraviglia per una cosa bella o brutta</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>uhm</td>
      <td>incertezza, dubbio, perplessità</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ah</td>
      <td>conoscenza nuova</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>toh, già</td>
      <td>conoscenza nota</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>see</td>
      <td>incredulità / negazione</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>eh?, no?</td>
      <td>richieste di conferma</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>bèeh</td>
      <td>disgusto</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ahimè, ohimè</td>
      <td>dispiacere</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ts</td>
      <td>perplessità</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>ohibò</td>
      <td>indignazione</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<h4 id="esiste-poi-in-italiano-uninteriezione-che-ha-un-suono-compreso-fra-o-chiusa-ed-e-chiusa-œh-che-significa-certo-come-no-ma-in-modo-ironico-per-dire-il-contrario-mussolini-ha-fatto-anche-cose-buone--œh-neanche-una">Esiste poi in italiano un&rsquo;interiezione che ha un suono compreso fra O chiusa ed E chiusa (œh) che significa &ldquo;certo!&rdquo;, &ldquo;come no?&rdquo;, ma in modo ironico, per dire il contrario: “Mussolini ha fatto anche cose buone” — “œh!” (neanche una!).</h4><h3 id="breve-storia-delloschwa">Breve storia dello schwa</h3><h4 id="la-parola-schwa-è-ladeguamento-tedesco-di-un-termine-di-origine-ebraica-sheva-ʃəˈwa-vocabolo-riferito-a-un-simboletto-rappresentato-da-due-punti-verticali-apposti-sotto-una-consonante-per-segnalare-una-vocale-successiva-assente-o-brevissima-nel-1821-il-linguista-johann-andreas-schmeller-nella-stesura-di-una-grammatica-bavarese-ideò-le-rovesciata-per-indicare-una-vocale-ultrabreve-di-cui-avvertiva-la-vicinanza-allo-schwa-ebraico-il-simbolo-fu-poi-adottato-dallassociation-phonétique-internationale-per-rappresentare-una-vocale-neutra-centrale-nellaprile-del-2015-un-informatico-italiano-luca-boschetto-pubblicò-online-larticolo-proposta-per-lintroduzione-della-schwa-come-desinenza-per-un-italiano-neutro-rispetto-al-genere-o-italiano-inclusivo-definito-come-una-lingua-che-permette-di-parlare-di-tuttз-senza-escludere-nessunǝ-con-laggiunta-di-soli-due-caratteri-la-schwa-per-il-singolare-ǝ-e-la-schwa-lunga-per-il-plurale-з-nelle-parole-ambigeneri-o-epicene-che-cominciano-per-vocale-boschetto-raccomandava-di-usare-lasterisco-al-posto-dellapostrofo-elisabetta-jafrancesco-e-fratter-i-tucci-i-educazione-alleguaglianza-di-genere-ed-educazione-linguistica-firenze-university-press-2024">La parola schwa è l’adeguamento tedesco di un termine di origine ebraica: shĕvā [ʃəˈwa] vocabolo riferito a un simboletto rappresentato da due punti verticali apposti sotto una consonante per segnalare una vocale successiva assente o brevissima. Nel 1821, il linguista Johann Andreas Schmeller, nella stesura di una grammatica bavarese, ideò l’e rovesciata per indicare una vocale ultrabreve, di cui avvertiva la vicinanza allo schwa ebraico. Il simbolo fu poi adottato dall’Association phonétique internationale per rappresentare una vocale neutra centrale. Nell’aprile del 2015, un informatico italiano, Luca Boschetto, pubblicò online l&rsquo;articolo <em>Proposta per l’introduzione della schwa come desinenza per un italiano neutro rispetto al genere, o italiano inclusivo</em>, definito come una lingua che permette di parlare di tuttз senza escludere nessunǝ, con l’aggiunta di soli due caratteri, la schwa per il singolare (ǝ) e la schwa lunga per il plurale (з). Nelle parole ambigeneri (o epicene) che cominciano per vocale, Boschetto raccomandava di usare l&rsquo;asterisco al posto dell&rsquo;apostrofo (Elisabetta Jafrancesco E, Fratter I, Tucci I. <em>Educazione all’eguaglianza di genere ed educazione linguistica</em>. Firenze University Press 2024).</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Le tasse si pagano, soprattutto se hai molti soldi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tasse-si-pagano-soprattutto-molti-soldi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tasse-si-pagano-soprattutto-molti-soldi/</guid><pubDate>Mon, 28 Apr 2025 10:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>economia</category><description>Serve recuperare molto di più da chi aggira il fisco, legalmente o no, per pagare meno tasse. Sono soprattutto le multinazionali e i “super-ricchi” a minare di più la stabilità sociale e democratica globali indebolendo le casse statali. Il primo passo può venire dall’ONU.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tasse-si-pagano-soprattutto-molti-soldi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tasse-si-pagano-soprattutto-molti-soldi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I dati sull’evasione fiscale nuda e cruda sono piuttosto difficili da trovare, non tutti i paesi condividono i loro ed è complicato coprire un periodo temporale uniforme per ogni paese del mondo. In Italia, per esempio, il <a href="https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/documenti-allegati/2024/Relazione-2024.pdf" rel="noopener">Ministero dell’economia e delle finanze</a> ci dice che evadiamo circa 82 miliardi di euro all’anno (<a href="https://www.agenziaentrateriscossione.gov.it/it/il-gruppo/lagenzia-comunica/novita/Evasione-fiscale-nel-2024-il-recupero-piu-alto-di-sempre/" rel="noopener">l’Agenzia delle entrate</a> registra un calo costante dell’evasione negli ultimi anni).<br>
I dati reperibili su scala internazionale non si riferiscono all’evasione fiscale, ma prevalentemente all’elusione fiscale, cioè alle pratiche legali e non legali di aggiro del fisco del proprio paese.</p>
<p>492 miliardi di dollari vengono persi dalle entrate fiscali globali ogni anno a causa di multinazionali e individui che spostano i loro redditi offshore. È quanto riporta lo <em><a href="https://taxjustice.net/reports/the-state-of-tax-justice-2024/" rel="noopener">State of Tax Justice</a></em> 2024 del Tax Justice Network. Nella mappa la suddivisione per aree geografiche (a fine articolo è riportato invece il grafico nazione per nazione).</p>







<figure class="grafico-plot grafico-mappa not-prose" id="mappa-0">
  <p class="grafico-titolo">L&rsquo;Europa perde ogni anno 231 miliardi di dollari di tasse, quasi metà delle perdite mondiali</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Entrate fiscali perse ogni anno per i profitti e la ricchezza spostati offshore, per area geografica, in miliardi di dollari. Totale mondiale: 492 miliardi.</p>
  <p class="grafico-come">L&rsquo;area di ogni cerchio è proporzionale alla perdita dell&rsquo;area geografica. Scegli l&rsquo;area dal menu o toccando il cerchio per leggerne il valore.</p>
  <div class="gp-strumenti" hidden>
    <label>Anno <input type="range" step="1"> <output aria-hidden="true"></output></label>
    <label>Area <select></select></label>
  </div>
  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" role="img" aria-label="Mappa a simboli proporzionali: l&#39;Europa perde 230,8 miliardi di dollari di tasse l&#39;anno, l&#39;Asia 101,4, il Nord America 84,1, le altre quattro aree meno di 40 ciascuna." aria-describedby="mappa-0-descrizione"></div>
    <div class="gp-lettura" aria-hidden="true"></div>
  </div>
  <div class="gp-scheda" hidden>
    <div class="gp-testa"></div>
    <div class="gp-serie" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-annuncio sr-only" aria-live="polite"></div>
  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://taxjustice.net/reports/the-state-of-tax-justice-2024/" rel="noopener">Tax Justice Network, The State of Tax Justice 2024, dati per paese e area (licenza CC BY 4.0)</a></span><span>Perdite dovute all&rsquo;abuso fiscale delle multinazionali e alla ricchezza nascosta offshore, somma delle due componenti. Valori arrotondati al decimo di miliardo: la somma è 492,4 miliardi, che il testo cita come 492.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati della mappa</summary>
    <p id="mappa-0-descrizione">Mappa del mondo a simboli proporzionali con sette cerchi, uno per area geografica: Europa, Asia, Nord America, America latina, Oceania, Africa, Caraibi e isole americane. L&rsquo;area di ogni cerchio è proporzionale alla perdita annua di entrate fiscali, in miliardi di dollari. Europa 230,8; Asia 101,4; Nord America 84,1; America latina 39,0; Oceania 28,3; Africa 7,5; Caraibi e isole americane 1,3. Il totale mondiale è di 492,4 miliardi. L&rsquo;Europa ha la perdita più alta, il 46,9% del totale; con Asia e Nord America le tre aree sommano l'84,5%.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tasse-si-pagano-soprattutto-molti-soldi-perdite-per-area.csv" download>Scarica i dati di «L'Europa perde ogni anno 231 miliardi di dollari di tasse, quasi metà delle perdite mondiali» (CSV)</a>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="svg" hidden>Mappa in SVG</button>
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    </p>
    <div class="gp-tabella"></div>
  </details>
</figure>
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<p>Il rapporto <em><a href="https://www.taxobservatory.eu/www-site/uploads/2023/10/global_tax_evasion_report_24.pdf" rel="noopener">Global Tax Evasion Report 2024</a></em> dell’EU Tax Observatory stima che il 25% della ricchezza finanziaria offshore resti completamente non tassata. Segnaliamo <a href="https://atlas-offshore.world/" rel="noopener">questo atlante</a> interattivo sulle varie tipologie di elusione fiscale nel mondo.</p>
<h2 id="di-chi-è-la-colpa">Di chi è la colpa</h2><p>Il 43% di queste perdite proviene da soli otto paesi: Australia, Canada, Israele, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti. Al momento della pubblicazione del report del Tax Justice Network questi paesi si erano opposti alla recente Convenzione fiscale delle Nazioni Unite, ma ci torniamo dopo.</p>
<p>In particolare, circa i due terzi di quei 492 miliardi derivano da multinazionali che trasferiscono i profitti all’estero. Questa elusione è particolarmente grave perché compromette tutta l’economia globale, essendo responsabili queste di un terzo della produzione economica, della metà delle esportazioni e di un quarto dell’occupazione mondiali. Ogni anno le multinazionali spostano 1,42 trilioni di dollari in paradisi fiscali. Il restante terzo è generato da privati cittadini, anche se la ricchezza di questi ultimi, dice il Tax Justice Network, resta ancora per la maggior parte nascosta alle autorità fiscali.</p>
<h2 id="la-ricchezza-è-mal-distribuita">La ricchezza è mal distribuita</h2><p>Il <a href="https://www.oxfam.org/en/research/takers-not-makers-unjust-poverty-and-unearned-wealth-colonialism" rel="noopener">rapporto</a> Oxfam uscito a inizio anno mette in luce un annoso problema del capitalismo moderno: la ricchezza è distribuita veramente in malo modo. Ci sono ancora 3,6 miliardi di persone, cioè il 44% dell’umanità, che vivono sotto la soglia di povertà definita dalla Banca Mondiale di 6,85 dollari al giorno. Addirittura una donna su dieci vive in povertà “estrema”, cioè con meno di 2,15 dollari al giorno (e sono 24 milioni in più rispetto agli uomini).</p>
<p>Oxfam riporta una serie di dati i cui ordini di grandezza si fanno quasi fatica a comprendere. Nel 2024 la ricchezza totale dei miliardari è aumentata di 2.000 miliardi di dollari, ognuno dei quali ha visto la propria fortuna crescere di 2 milioni di dollari al giorno in media (100 milioni per i 10 più ricchi). Poi, quasi provocatoriamente, il rapporto scrive che «anche se avessi risparmiato 1.000 dollari al giorno sin dalla comparsa dei primi esseri umani, 315.000 anni fa, non avresti comunque accumulato quanto uno dei dieci miliardari più ricchi». Basta fare la moltiplicazione.</p>
<p>Le due ingiustizie forse più eclatanti sono che, nel 2023, l’1% più ricco nel Nord del mondo ha ricevuto 363 miliardi di dollari dal Sud del mondo attraverso il sistema finanziario. Inoltre, il 60% della ricchezza accumulata dai “super-ricchi” non proviene da attività imprenditoriali, ma da eredità, clientelismo, corruzione e posizioni di monopolio.</p>
<p>Il suggerimento è obbligatorio: «se uno qualsiasi dei 10 miliardari più ricchi perdesse il 99% della propria ricchezza, resterebbe comunque miliardario». Visto che la matematica non è un’opinione, significa che queste persone non posseggono i miliardi, ma le centinaia di miliardi.</p>
<h2 id="una-tassa-sui-ricchi">Una tassa sui ricchi</h2><p>È sempre il Tax Justice Network (TJN) a suggerire <a href="https://taxjustice.net/press/countries-can-raise-2-trillion-by-copying-spains-wealth-tax-study-finds/" rel="noopener">un’imposta patrimoniale “leggera”</a> sullo 0,5% delle famiglie più ricche del mondo (in media in ogni paese questa percentuale possiede un quarto della ricchezza nazionale). L’aliquota potrebbe anche essere modesta, tra l’1,7% e il 3,5%, ma questo permetterebbe di raccogliere più di 2.000 miliardi di dollari all’anno, sull’esempio di quanto già fatto in Spagna. E sarebbe da applicare sulla parte più alta del patrimonio (come gli scaglioni IRPEF). Quindi, se chi ci legge è nello 0,5% più ricco può stare tranquillo che le ville con la piscina non vanno perdute (poi può anche donare a <em>Scienza in rete</em>, se vuole).</p>
<p>Ricorda TJN che questa cifra coprirebbe più del doppio del necessario per finanziare i paesi in via di sviluppo nella lotta al cambiamento climatico. Per altro, l’introduzione di queste imposte non causerebbe i temuti esodi dei milionari: solo lo 0,01% delle famiglie più ricche di Norvegia, Svezia e Danimarca ha cambiato residenza dopo una simile tassazione, per esempio.</p>
<h3 id="gettito-da-imposta-al-2-su-patrimoni-miliardari">Gettito da imposta al 2% su patrimoni miliardari</h3><p>Possibile gettito da imposta al 2% sul patrimonio di miliardari</p>
<p><img src="../plain.png" alt="fallback image" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>(Please use a modern browser to see the interactive version of this visualization)</p>
<p>(ATTENZIONE: ogni grafico ha una scala diversa)</p>
<p>Chart: Jacopo MengarelliSource: <a href="https://www.taxobservatory.eu/www-site/uploads/2023/10/global_tax_evasion_report_24.pdf" rel="noopener">EU Tax Observatory</a><a href="javascript:void%280%29">Get the data</a><a href="#embed">Embed</a> <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/eeCzG/full.png" rel="noopener">Download image</a>Created with <a href="https://www.datawrapper.de/_/eeCzG" rel="noopener">Datawrapper</a></p>
<p>Inoltre, come spiega Oxfam, la ricchezza estrema è anche inefficiente, perché produce investimenti speculativi invece che investimenti nell’economia reale. Tuttavia non dovrebbe essere così difficile contenere questa ricchezza, perché, ricorda Oxfam, «quasi tre quarti dei milionari intervistati nei Paesi G20 vogliono più tasse sui patrimoni, e oltre la metà ritiene che la ricchezza estrema sia una “minaccia per la democrazia”».</p>
<h2 id="equità-ecologica">Equità ecologica</h2><p>«Tali risorse potrebbero essere impiegate per ridurre la pressione fiscale per il 93 per cento dei contribuenti o, a parità di pressione fiscale, per aumentare la spesa per sanità, istruzione, università e gli investimenti pubblici», <a href="https://lavoce.info/archives/106330/per-un-fisco-piu-giusto-tassare-il-capitale/" rel="noopener">dicono su La Voce Info</a> Roventini e altri economisti a sostegno di un&rsquo;imposta sui ricchissimi. E tra l&rsquo;altro, lo stesso <a href="https://www.openpolis.it/cosa-prevede-il-pnrr-per-contrastare-levasione-fiscale/" rel="noopener">PNRR</a> prevede riforme fiscali di recupero da evasione ed elusione proprio per agevolare politiche di investimento su ricerca, ambiente, innovazione, ecc.</p>
<p>In generale, sarebbe utile una riforma complessiva del fisco che tenga conto anche della revisione di sussidi inopportuni, cioè quelli <a href="https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/economia-e-ambiente/sussidi-ambientalmente-favorevoli-e-sussidi-ambientalmente-dannosi" rel="noopener">ambientalmente dannosi</a>. Il <em>think tank</em> <a href="https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2021/12/Report_Fiscalita.pdf" rel="noopener">ECCO</a> nel 2021 scriveva come la fiscalità possa essere modificata per supportare la transizione ecologica, e cioè in modo da incentivare comportamenti ambientalmente virtuosi e disincentivare quelli dannosi: con le misure proposte si stima il recupero di qualche decina di miliardi di euro all&rsquo;anno.<br>
Per altro, se la <a href="https://www.italiaclima.org/just-transition-come-definire-cio-che-e-giusto/" rel="noopener">transizione ecologica</a> va fatta «senza lasciare indietro nessuno», ridurre disuguaglianze di reddito tramite il controllo di elusione/evasione e tasse su grandi capitali garantirebbe anche una maggiore equità sociale e una capacità economica di assorbimento degli shock climatici più diffusa.</p>
<h2 id="altre-raccomandazioni">Altre raccomandazioni</h2><p>Tra le altre raccomandazioni del rapporto <em><a href="https://www.taxobservatory.eu/www-site/uploads/2023/10/global_tax_evasion_report_24.pdf" rel="noopener">Global Tax Evasion Report 2024</a></em> dell’EU Tax Observatory, c’è il rafforzamento dell’imposta minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali (che è stata indebolita dopo averla introdotta nel 2021). In particolare, si chiede di portarla al 25% eliminando le possibili scappatoie che favoriscono concorrenza fiscale. Serve rafforzare lo scambio automatico delle informazioni bancarie, che in meno di dieci anni ha già ridotto di tre volte l’evasione fiscale offshore - e questo è già un grande risultato. Infine, si segnala anche la creazione di un registro globale dei patrimoni.</p>
<p>L’obiettivo globale deve essere lo stesso che è presente nel dibattito economico europeo: serve un’unione fiscale.</p>
<h2 id="la-convenzione-fiscale-delle-nazioni-unite">La Convenzione fiscale delle Nazioni Unite</h2><p>Alle Nazioni Unite è emersa la necessità di istituire una <a href="https://news.un.org/en/story/2024/08/1153301" rel="noopener">Convenzione sulla cooperazione fiscale</a> e a febbraio di quest’anno si è tenuta la prima sessione di <a href="https://www.iisd.org/articles/explainer/United-Nations-International-Tax-Convention-Negotiations" rel="noopener">negoziati</a>.</p>
<p>Tra i temi discussi c’è ovviamente la già citata tassazione delle élite globali, così come la proposta di ottenere nuove entrate fiscali dalla tassazione sui combustibili fossili, sull’aviazione e sulla navigazione, in modo da allineare la fiscalità globale agli altrettanto globali obiettivi ambientali. Stesso discorso per una tassazione sui servizi digitali, a cui però si oppongono gli Stati Uniti.</p>
<p>Si è parlato poi di definire uniformemente cosa si intende con “flussi finanziari illeciti” e di introdurre standard più severi contro gli intermediari che facilitano questi flussi; di conseguenza anche la proposta di un registro globale dei beni è stata oggetto di discussione.</p>
<p>Ci sono due argomenti procedurali importanti su cui i delegati hanno discusso che mettono in luce l’asimmetria Nord-Sud del mondo. Il primo è la risoluzione delle controversie fiscali: le dispute fiscali transfrontaliere sono sempre più frequenti e gli attuali strumenti per risolverle sono poco utilizzati anche a causa di un costo elevato per i paesi poveri. E poi c’è il problema dei problemi che riguarda probabilmente ogni consesso sovranazionale: decisioni all’unanimità o a maggioranza? Il Gruppo africano chiede la maggioranza per garantire azioni più rapide ed evitare ostruzionismi, i paesi ricchi come l’Unione Europea preferiscono il consenso perché tutelerebbe le sovranità nazionali e faciliterebbe l’implementazione delle decisioni. Per ora si è adottata una soluzione ibrida che vede maggioranza dei due terzi per questioni sostanziali e maggioranza semplice per questioni procedurali.</p>
<h2 id="dati-per-singoli-paesi">Dati per singoli paesi</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Tra scienza e diritto: chi ha paura della procreazione assistita?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-diritto-chi-paura-procreazione-assistita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-diritto-chi-paura-procreazione-assistita/</guid><pubDate>Sat, 26 Apr 2025 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Martina Merletti</dc:creator><category>societa</category><description>Oggi in Italia le donne single e le coppie lesbiche non hanno accesso alla procreazione medicalmente assistita (PMA). A giorni, però, le carte in tavola potrebbero cambiare, rivoluzionando le prospettive di migliaia di persone.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scienza-diritto-chi-paura-procreazione-assistita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scienza-diritto-chi-paura-procreazione-assistita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nell’estate del 2024 una donna torinese, E., ha chiesto a un centro medico toscano di ricorrere a un trattamento di procreazione medicalmente assistita (PMA). Il trattamento consiste nel prelevare gli ovuli della paziente, fecondarli in vitro con spermatozoi provenienti da donazioni, e reimpiantare in utero un primissimo stadio di sviluppo dell’embrione. Quando è emerso che E. non aveva un marito né un compagno, a malincuore il centro ha dovuto rigettare la richiesta. La legge 40 del 2004, <em>Norme in materia di procreazione medicalmente assistita</em>, stabilisce infatti che la PMA sia accessibile solo a una categoria di persone ben definita: donne sposate o conviventi con un uomo disposto a riconoscere il frutto del trattamento. Rimangono escluse le persone single, le coppie lesbiche e più in generale tutte le persone con utero al fuori di una relazione eterosessuale documentabile.</p>
<p>È stato allora che E., sicura di aver subito un’ingiustizia, ha deciso di fare ricorso al Tribunale di Firenze, il quale <a href="https://www.biodiritto.org/Biolaw-pedia/Giurisprudenza/Tribunale-di-Firenze-ord.-11-settembre-2024-questione-di-legittimita-costituzionale-dell-art.-5-L.-40-2004#:~:text=Il%20tribunale%20di%20Firenze%20%E2%80%93%20I,sesso%20diverso%2C%20coniugate%20e%20conviventi." rel="noopener">ha sentenziato</a> che la legge 40 potrebbe in effetti violare diversi articoli della Costituzione – tra cui l’art. 3, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alle legge –, nonché i principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte costituzionale è stata quindi chiamata a esprimersi sulla possibile incostituzionalità dell’articolo 5 della legge 40, che regola l’accesso al trattamento. L’11 marzo è stata indetta un’udienza pubblica in cui sono state sentite tutte le parti in causa e oggi siamo in attesa del verdetto.</p>
<p>Se il divieto di accesso alla PMA per le donne single decadesse, migliaia, se non milioni di persone, si troverebbero nella condizione di poter accedere a un trattamento che era loro precluso, andando incontro a un importante cambiamento di prospettive. La riformulazione dell’articolo 5 segnerebbe anche l’apertura di una nuova, per quanto zoppa, possibilità di scelta per le coppie lesbiche. D. e G. per esempio non sarebbero dovute andare all’estero, in un paese di cui non conoscevano la lingua, per sottoporsi a costosi e ripetuti trattamenti di PMA – nel cui prezzo, oltre ai biglietti aerei e alle stanze d’albergo, contano anche consulti legali, stress psicologico e molta distanza dalle persone amate. Le donne single e le coppie lesbiche sono accomunate dalla mancanza di un uomo che faccia da padre al potenziale frutto della fecondazione, faccenda che fino a oggi in Italia ha loro impedito di accedere al trattamento. In assenza di un uomo che le autorizzi a espletare il desiderio di maternità, sia le donne single che le coppie lesbiche sono costrette ad andare all’estero. Una volta tornate, però, la loro condizione è molto diversa. Se le donne single possono partorire in Italia e vedersi riconosciute come madri, per le coppie lesbiche si apre un bivio: partorire all’estero, dove riceveranno un certificato di nascita in cui entrambe figurano come madri, o tornare in Italia, dove solo la donna che partorisce verrà riconosciuta come tale. Se la coppia partorisce nel paese in cui si è sottoposta a PMA, una volta tornata in Italia potrà trascrivere l’atto di nascita con due madri. Questo perché la trascrizione dell&rsquo;atto estero, una volta richiesta, deve essere concessa a meno che non sussista un problema di ordine pubblico – è il caso della gestazione per altri, per la quale esiste una chiara indicazione giuridica contraria. Dunque, partorire nel paese in cui si è svolta la PMA e chiedere la trascrizione dell&rsquo;atto di nascita generato all&rsquo;estero produce un corrispondente certificato italiano in cui sono indicate come madri entrambe le componenti della coppia.</p>
<p>Per la coppia che torna a partorire in Italia, invece, non si tratta di trascrivere un atto, ma di formarlo ex novo. E in questo caso l’ordinamento giuridico italiano non prevede la possibilità di redigere un certificato di nascita con due madri. Ne produrrà quindi uno in cui compare solo la madre che ha partorito, rendendo la sua esperienza analoga a quella di una donna single.</p>
<p>Come racconta D. però lei non avrebbe potuto né voluto avere un figlio senza la sua compagna. «Il progetto di avere un figlio è nato all’interno della nostra coppia e non avrebbe potuto esistere al di fuori». Lo ha anche scritto nella memoria che ha consegnato agli avvocati per l’istanza di adozione di loro figlio da parte di G., con cui ha eseguito un trattamento di PMA a Barcellona. Hanno poi portato avanti la gravidanza in Italia, dove entrambe vivono e dove D. ha partorito. «Se in Italia fosse stato possibile accedere alla PMA come donna single avrei fatto fatica, perché avrei dovuto presentarmi alla società come qualcosa che non ero. Quando siamo andate a Barcellona, invece, il percorso è da subito stato condiviso. G. ha firmato tutti i fogli e la clinica ci ha accolto come due genitori che cercavano il figlio che poi abbiamo avuto».</p>
<p>Come scrivono Marco Pelissero e Antonio Vercellone nell’introduzione a <em>Diritto e persone LGBTQI+</em>, l’esperienza giuridica è parte essenziale della vita. Non solo. Sempre più l’esperienza giuridica si interseca con il progresso tecnoscientifico che, da una parte, si svolge all’interno di un quadro normativo e sociale che ne influenza e limita lo sviluppo (la ricerca atomica in tempo di guerra, lo sviluppo di un farmaco o di un vaccino in presenza di una determinata malattia, il divieto di clonazione umana) e, dall’altra, apre nuovi spazi di possibilità (rimanere incinta anche se il proprio partner è sterile, salvare un neonato prematuro). In <em>Science at the bar</em>, Sheila Jasanoff, professoressa di Science and Technology Studies all’Università di Harvard, sostiene che il progresso tecnoscientifico, rendendo possibile ciò che prima non lo era, apra falle che il diritto è chiamato a colmare. Innanzitutto bisogna decidere se un trattamento è sicuro. Dopodiché si deve stabilire se renderlo praticabile. Una volta scelto di introdurlo nel proprio ordinamento c’è da scegliere chi lo può praticare, dove può praticarlo e chi può accedervi.</p>
<p>Quando emergono nuove esigenze normative, rimarcano Pelissero e Vercellone, è importante che chi applica la legge sia in possesso di strumenti interpretativi capaci di rendere il diritto uno strumento di “abilitazione e protezione della persona”, e non un elemento di “normalizzazione e oppressione”. Tornano qui in mente le parole di Pietro Greco, quando auspicava che il rapporto tra scienza e società si svolgesse all’insegna della costruzione di un futuro desiderabile, e che la scienza dovesse operare a beneficio dell’intera umanità, piuttosto che di interessi particolari.</p>
<p>È desiderabile un futuro in cui persone con utero possano decidere di sottoporsi a un trattamento medico per rimanere incinte? Fino a oggi il paese in cui viviamo ha risposto a questa domanda con un “sarebbe meglio di no”. O meglio: sarebbe meglio di no, ma se hai un compagno, o più auspicabilmente un marito, e proprio non riesci a rimanere incinta allora va bene, sei legittimata ad accedere a un trattamento sanitario che vi aiuti a realizzare una certa idea di famiglia. Nel 2004, secondo la prima stesura della legge 40, il sì usciva a denti ancora più stretti: solo per tre tentativi e solo con materiale biologico proveniente dalla coppia. Cioè nella maniera più “naturale” possibile. Poi, sempre a forza di sentenze e ricorsi, la legge è stata smontata pezzo per pezzo – è aumentato il numero di embrioni da poter fecondare ed è stata introdotta la fecondazione eterologa, che prevede l’uso di ovuli e spermi donati da persone esterne alla coppia.</p>
<p>Sempre Sheila Jasanoff evidenzia come gli sviluppi tecnologici nel campo della riproduzione abbiano aperto spazi di flessibilità interpretativa su questioni che in precedenza si ritenevano definitive o, secondo la terminologia della costruzione sociale della tecnologia, “chiuse”, delle sorte di scatole nere. La legge 40 è stata creata pensando a una certa idea di coppia e di famiglia. Il diritto ha formalizzato una versione della realtà, un insieme di conoscenze e valori, creando una scatola nera dentro cui non si va più a guardare.</p>
<p>Secondo Mariachiara Tallacchini, allieva di Jasanoff e professoressa di Scienza, diritto e democrazia alla SISSA di Trieste, alla costruzione di queste scatole contribuisce l’idea che qualcosa sia più “naturale” di qualcos’altro. L’argomento di ciò che è secondo o contro natura ha rappresentato uno pseudoargomento avanzato per molto tempo per legittimare alcune decisioni giuridiche. In termini tecnici si parla di fallacia naturalistica. Fallacia perché dietro all’idea di ciò che è naturale si nasconde in realtà il potere di definire che cosa è natura. Il diritto può blindare ciò che qualcuno, per esempio la Chiesa o una determinata scienza, stabilisce come naturale o scientifico, e quindi legittimo. Comportamenti che oggi ci sembrano inammissibili sono stati veri e propri istituti giuridici che hanno formalizzato assunti sociali. Si pensi allo Ius Corrigendi, il diritto dell’uomo a educare e correggere anche con la forza la moglie e i figli. Il diritto in quel caso, fino al 1975, sanciva e rifletteva una presunta naturalità nell’ordine della famiglia: il potere e la legittimazione del capofamiglia a esercitare la forza sugli altri membri del nucleo familiare. «Per questo», afferma Tallacchini, «bisogna sempre guardare a come certe forme di co-produzione tra conoscenze tecnoscientifiche e valori si sono andate formando. È come mettersi un paio di occhiali diversi per guardare le cose».</p>
<p>La legge 40 costituisce un caso studio interessante per fare questo tipo di esercizio. Di chi è, e per chi è il progresso tecnoscientifico? Quali sono i processi che ne regolano l’accessibilità e sulla base di quali criteri? Come si co-costruisce un futuro desiderabile nella contrattazione tra scienza e società? Negli Stati Uniti e nella maggior parte degli stati europei la PMA è un trattamento accessibile a tutti, mentre in Italia oggi esistono persone per le quali non ricorrono condizioni che la legge ritiene sufficienti affinché scatti un diritto. Non è una vera e propria questione di dignità, almeno non in termini giuridici, però è chiaro che dietro questa nozione di legittimità esistono assunzioni valoriali e politiche. È il legislatore che stabilisce quali sono le condizioni di legittimità. Legislatore che sempre più spesso, nel caso della legge 40, è stato messo in discussione da ricorsi e sentenze della Corte costituzionale. Secondo Antonio Vercellone, professore di Diritto privato e Queer Studies all’Università di Torino, siamo in un momento molto interessante dal punto di vista giuridico, nonché di contrattazione tra scienza, diritto e società. A marzo è stata approvata l’adozione per le persone single, ora siamo in attesa che la Corte costituzionale si pronunci sull’accesso alla PMA per le donne single e potrebbero aprirsi degli spiragli anche per le coppie lesbiche. A febbraio si è tenuta un’<a href="https://www.cortecostituzionale.it/documenti/lavori/doc/CC_CL_UP_20250212181501.pdf" rel="noopener">udienza</a> in riferimento alla richiesta di iscrizione di entrambe le madri – biologica e intenzionale – sul certificato di nascita di un bambino nato in Italia. Se decadesse il divieto di accesso solo per le donne single, significherebbe mettere nero su bianco la discriminazione nei confronti delle coppie lesbiche in un ordinamento che, per soluzione giuridica consolidata (<em>ius receptum</em>), stabilisce che l’orientamento sessuale e il genere dei genitori non inficino il benessere dei minori. Perché abbiamo così paura della PMA? Vercellone sostiene che la PMA apre nuovi scenari di configurazioni familiari, non solo per le persone single, ma anche per chiunque voglia imbarcarsi in progetti di genitorialità condivisa. Ci costringe, in sostanza, ad aprire la scatola nera della famiglia, a interrogarci in maniera manifesta e profonda sulle nuove forme che la famiglia e le relazioni di cura possono assumere, e con esse i ruoli di genere a loro associati.</p>
<p>Ogni concetto giuridico, a maggior ragione quando si impasta con il progresso tecnoscientifico, è frutto di processi di co-costruzione che non siamo abituati a cogliere, e di cui tendiamo a non considerarci parte. Non è così. Sempre, e oggi più che mai, ci troviamo su una faglia in costante movimento, una contrattazione tra scienza, società e diritto di cui siamo protagoniste e protagonisti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La salute mentale dei migranti: la parte dimenticata del dibattito pubblico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-mentale-migranti-parte-dimenticata-dibattito-pubblico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-mentale-migranti-parte-dimenticata-dibattito-pubblico/</guid><pubDate>Fri, 18 Apr 2025 07:38:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Apuzzo</dc:creator><category>salute</category><description>La salute mentale delle persone migranti occupa un ruolo marginale nelle attuali narrazioni politiche e mediatiche. Continuare a ignorarla significa trascurare volontariamente un urgente aspetto di giustizia sociale e salute pubblica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/salute-mentale-migranti-parte-dimenticata-dibattito-pubblico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/salute-mentale-migranti-parte-dimenticata-dibattito-pubblico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Secondo il <a href="https://worldmigrationreport.iom.int/msite/wmr-2024-interactive/" rel="noopener"><em>World Migration Report 2024</em></a> dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, pubblicato nel maggio dello scorso anno, il numero stimato di migranti internazionali è salito a 304 milioni, dei quali circa 117,3 costretti ad allontanarsi dalla terra d’origine per motivi di guerra, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti internazionali. Di questi 37,6 milioni sono rifugiati e 5,8 richiedenti asilo, ancora in attesa di valutazione secondo la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato.</p>
<p>Sebbene sia innegabile che chiunque affronti un processo migratorio - per motivi economici, lavorativi, climatici - sia sottoposto a fattori di stress legati all’incertezza, alla discriminazione e alla difficoltà di integrazione sociale, richiedenti asilo e rifugiati rappresentano la categoria senza dubbio più vulnerabile e predisposta a sviluppare disagi psicologici importanti. La fase migratoria vera e propria è segnata da difficoltà legate alle condizioni stesse del viaggio, alla sua durata e alle modalità con cui viene affrontato, spesso aggravate dalla mancanza dei beni umani primari e dall’esposizione, diretta o indiretta, ad abusi e violenze. L’arrivo nel paese ospitante rappresenta un ulteriore carico di incertezze e ostacoli, esacerbati dalla barriera linguistica e culturale, dall’alienazione e dai pregiudizi che complicano inevitabilmente il processo di inserimento nella società. A tutto questo si sommano i traumi pregressi legati alle persecuzioni subite nel paese d’origine che, secondo le stime, riguardano l’80% dei richiedenti asilo. Non sorprende quindi che studi condotti nel 2019 abbiano riportato un rischio maggiore di sviluppare schizofrenia e relativi disturbi psicotici nei rifugiati rispetto ai migranti non rifugiati, evidenziando come il fenomeno migratorio incida in misura ancora maggiore su una salute mentale già compromessa.</p>
<p>Un invito alla riflessione su questi aspetti è stato presentato da un gruppo di lavoro del Tavolo Asilo e Immigrazione, che il 20 febbraio di quest’anno ha pubblicato un <a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2025/02/Rapporto-Albania_web_25-febbraio.pdf" rel="noopener">report sul Protocollo Italia - Albania</a> (legge n. 14/2024) relativo alla gestione dei flussi migratori delle persone richiedenti asilo non vulnerabili. Questo accordo si inserisce in un quadro più ampio di esternalizzazione delle frontiere che da anni vede cooperare l’Unione Europea e Paesi terzi. L’esistenza di strutture in territorio albanese gestite completamente dall’Italia fa sì che l’Albania diventi una sorta di estensione della frontiera italiana. Il report ha posto l’attenzione proprio sul rispetto dei diritti fondamentali nel suddetto protocollo, a una prima analisi apparsi calpestati da modalità operative approssimative e sistemi di garanzie opachi, privi di una reale verifica - se non superficiale - delle vulnerabilità psicologiche delle persone.</p>
<p>Anche attraverso questa ricostruzione del TAI emerge che l’impatto delle procedure sulla vita dei migranti coinvolti nelle tre operazioni in Albania sia stato pressoché sottovalutato: la rapidità con cui sono state analizzate le fragilità e l’esposizione sommaria della procedura non ha consentito ai migranti di comprendere a pieno i loro diritti, gettando le basi per il rischio futuro di normalizzare metodiche approssimative e frettolose. Il pre-screening, volto all’identificazione e alla valutazione delle vulnerabilità, è avvenuto a bordo delle motovedette e non in un luogo percepibile come sicuro, prolungando ulteriormente i giorni di navigazione e ritardando di conseguenza l’accesso ai servizi essenziali. Le modalità vengono descritte come rapide e superficiali, tant’è che il 10% delle persone giudicate non vulnerabili in questa fase è stata poi ritenuta tale nello screening successivo in territorio albanese, costringendole a sottoporsi a un ulteriore trasferimento verso l’Italia, nonostante l’indiscutibile fragilità. Sono emerse criticità anche in merito allo screening sanitario, realizzato a bordo delle navi militari con modalità inidonee o in sale ambulatoriali prive di attrezzature per accertamenti specialistici. Durante i colloqui sono state raccolte testimonianze riguardo l’operazione di novembre, nel corso della quale fu identificato un caso di scabbia a bordo della nave hub: questo non fu prontamente isolato né soccorso con farmaci specifici o servizi igienici adeguati, dando prova della minimizzazione e sottovalutazione degli aspetti di salute.</p>
<p>Lo stesso trasferimento forzato e la detenzione sistematica in centri dall’impianto simile a prigioni - il cui peso psicologico è ampiamente dimostrato - potrebbero essere con il tempo pericolosamente legittimati, conducendo al disimpegno rispetto all’obbligo internazionale di garanzia del diritto all’asilo in nome di accordi politici e di sicurezza dei confini.</p>
<p>Un alloggio adeguato e che possa essere percepito come sicuro è un diritto inalienabile delle persone, oltre a rappresentare una prerogativa fondamentale per un benessere fisico e psicologico completo. La letteratura conferma come l’alloggio sia strettamente connesso alla salute mentale dei suoi abitanti, identificando i centri di detenzione (in Italia, CPR) come i più dannosi per il benessere psicologico, correlati ai più alti livelli di autolesionismo. Le criticità dei centri di permanenza in merito ad accoglienza, sicurezza e condizioni igieniche incidono negativamente sullo stato psicologico già provato di migranti e richiedenti asilo. Scarsa privacy, spazi chiusi e sovraffollati simili a carceri provocano un reale deterioramento della salute, specialmente mentale. Vivere in condizioni di precarietà e limitazioni della libertà acutizza lo sviluppo di disturbi ansiosi e depressivi, che peggiorano con il protrarsi della detenzione e con l’assenza di un supporto psicologico e sanitario.</p>
<p>Per questo motivo l’ufficio regionale europeo dell’OMS ha pubblicato nel 2022 un <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/9789289057929" rel="noopener">documento</a> in cui ha denunciato i rischi per la salute delle persone migranti all’interno dei CPR e delle altre strutture detentive, sottolineando come queste dovrebbero essere misure eccezionali, da applicare come ultima risorsa, preferendo alternative più rispettose dei diritti umani volte a garantire ai migranti la possibilità di affrontare le procedure burocratiche senza essere privati della propria libertà e autonomia.</p>
<p>Tra le proposte dell’OMS rientra la formazione del personale sanitario, molto spesso non adeguatamente preparato in ambito di medicina delle migrazioni. Ha il medesimo obiettivo il <a href="https://projectmicare.eu/" rel="noopener">progetto Eu-MiCare</a>, co-finanziato dal Programma Erasmus+ dell’UE, volto a sviluppare un programma di formazione completo per professionisti della salute mentale e altri operatori sanitari, al fine di migliorare il supporto offerto a migranti e rifugiati. Il personale sanitario deve essere innanzitutto capace di riconoscere i segnali di disagio mentale, per poi offrire un adeguato accompagnamento verso le nuove sfide che i migranti sono chiamati ad affrontare. In questa visione, appare chiaro che sia fondamentale assicurare supporto e vicinanza: l’alienazione, l’isolamento e il senso di non appartenenza alla nuova comunità sono causa di sofferenza psicologica, esacerbata dalla barriera linguistica e culturale. La presenza di professionisti in grado di fungere da ponte con la società rappresenta un elemento essenziale.</p>
<p>La salute mentale non può più essere considerata un aspetto secondario e trascurabile nelle politiche migratorie. Garantire ai migranti e ai rifugiati un accesso ai servizi di salute mentale, accompagnati da professionisti formati e da sistemi di accoglienza realmente inclusivi, non rappresenta solo una necessità ma anche un dovere etico e sociale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Debito comune europeo?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/debito-comune-europeo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/debito-comune-europeo/</guid><pubDate>Mon, 14 Apr 2025 07:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>economia</category><description>È molto probabile che sia necessario rendere strutturale l’indebitamento comune europeo, garantito congiuntamente dai paesi membri in ottica solidaristica, per finanziare investimenti in ricerca, transizione ecologica e welfare. Il dibattito sul debito è vecchio, ma ne abbiamo fatto esperienza col Next Generation Eu e ora con ReArm Europe. Una disamina sullo stato dell’arte.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/debito-comune-europeo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/debito-comune-europeo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Serve fare debito comune europeo. Il dibattito è antico ed è tornato alla ribalta prima col Covid e ora con il riarmo. Le tesi a favore dovrebbero mirare soprattutto su tre punti: 1) il debito comune va reso strutturale, 2) va usato per fare investimenti, 3) gli investimenti devono servire ad accrescere il benessere diffuso. Cioè, sostanzialmente, fare debito comune europeo serve per finanziare welfare, ricerca scientifica e transizione ecologica. Il dibattito dovrebbe piuttosto focalizzarsi su altri due aspetti: se il debito comune debba sostituire o integrare i debiti nazionali, e con quali garanzie e responsabilità condivise.</p>
<h4 id="leconomia-è-una-scienza-sociale-non-lavora-con-grandezze-quantitative-come-fanno-la-fisica-la-chimica-o-la-biologia-ma-con-il-denaro-che-tutto-è-tranne-che-una-grandezza-come-la-massa-lenergia-o-la-velocità-il-denaro-è-sostanzialmente-attribuzione-di-valore-e-questo-non-può-che-avvenire-secondo-convenzioni-sociali-norme-e-comportamenti-è-una-specifica-che-va-fatta-perché-spesso-soprattutto-in-un-certo-tipo-di-pensiero-gli-economisti-sembrano-avere-a-che-fare-con-delle-palline-da-biliardo-invece-che-con-esseri-umani-che-tra-laltro-si-comportano-spesso-e-volentieri-in-modo-irrazionale-la-ricerca-in-campo-economico-anche-se-si-sta-sempre-più-matematizzando-resta-comunque-colma-di-assunti-e-ragionamenti-intrisi-di-contenuto-politico-e-per-questo-opinabili">L’economia è una scienza sociale: non lavora con grandezze quantitative come fanno la fisica, la chimica o la biologia, ma con il denaro. Che tutto è tranne che una grandezza come la massa, l’energia o la velocità. Il denaro è sostanzialmente attribuzione di valore, e questo non può che avvenire secondo convenzioni sociali, norme e comportamenti. È una specifica che va fatta, perché spesso, soprattutto in un certo tipo di pensiero, gli economisti sembrano avere a che fare con delle palline da biliardo invece che con esseri umani, che tra l’altro si comportano spesso e volentieri in modo irrazionale. La ricerca in campo economico, anche se si sta sempre più “matematizzando”, resta comunque colma di assunti e ragionamenti intrisi di contenuto politico e, per questo, opinabili.</h4><h2 id="cosè-il-debito-pubblico">Cos’è il debito pubblico</h2><p>Innanzitutto, serve capire che il debito dello stato non è come il debito dei privati cittadini o delle aziende. Lo stato può indebitarsi e continuare a farlo senza per questo fallire, il discrimine sta nel modo in cui si spendono i soldi presi a debito. E già questo è un esempio lampante di come il denaro non sia come la materia fisica: se non c’è, si può “evocare” dal nulla – più o meno temporaneamente – senza che questo, per altro, comporti una materializzazione di lingotti d’oro nelle riserve auree del paese. Gli economisti ci perdonino la provocazione.</p>
<h4 id="per-inciso-la-quantità-di-moneta-circolante-non-corrisponde-più-col-valore-delle-riserve-doro-nazionali-dal-1971-grazie-allosmithsonian-agreement-la-funzione-delle-riserve-auree-serve-più-che-altro-come-garanzia-di-solidità-di-un-paese-litalia-è-il-4-paese-al-mondo-per-riserve-doro-con-2452-tonnellate-per-un-valore-a-fine-2024-di-circa-198-miliardi-di-euro">Per inciso, la quantità di moneta circolante non corrisponde più col valore delle riserve d’oro nazionali dal 1971 grazie allo <em><a href="https://www.federalreservehistory.org/essays/smithsonian-agreement" rel="noopener">Smithsonian Agreement</a></em>. La funzione delle riserve auree serve più che altro come garanzia di solidità di un paese (l’<a href="https://www.bancaditalia.it/compiti/riserve-portafoglio-rischi/index.html" rel="noopener">Italia</a> è il 4° paese al mondo per riserve d’oro, con 2452 tonnellate per un <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bilancio-esercizio/2025-bilancio-esercizio/bil-eserc-2025.pdf" rel="noopener">valore</a> a fine 2024 di circa 198 miliardi di euro).</h4><p>Quando un paese ha più uscite che entrate, cioè fa più spesa pubblica di quanto non incassi con il gettito fiscale, è in deficit (valore annuo) e va quindi a incrementare il proprio <a href="https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/debito-pubblico.htm" rel="noopener">debito pubblico</a> (valore cumulato). Tutti i paesi del mondo sono indebitati e i debiti sovrani nazionali sono tendenzialmente in crescita dal 1950. Ancora, avere un alto debito pubblico non significa necessariamente avvicinarsi al default: il <a href="https://www.ilpost.it/2023/09/03/debito-pubblico-giappone/" rel="noopener">Giappone</a>, per esempio, ha un debito pubblico enorme, anche maggiore della <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/la-grecia-tra-crisi-economica-e-marginalizzazione-politica_%28Atlante-Geopolitico%29/" rel="noopener">Grecia</a> che invece ha dichiarato il default varie volte.</p>











<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-0">
  <p class="grafico-titolo">Dal 1950 il debito pubblico tende a crescere; nel 2023 il Giappone supera la Grecia</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Debito del governo centrale in percentuale del Pil, 174 paesi, 1950-2023. Ogni linea grigia è un paese; a colori, Giappone e Grecia.</p>
  
  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" id="plot-0-alt" role="img" aria-label="Grafico a linee: dal 1950 al 2023 il debito centrale di 174 paesi tende a salire; nel 2023 il Giappone è al 206% del Pil, la Grecia al 185%." aria-describedby="plot-0-descrizione"></div>
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  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://www.imf.org/external/datamapper/CG_DEBT_GDP@GDD/CHN/FRA/DEU/ITA/JPN/GBR/USA/FADGDWORLD" rel="noopener">Fondo monetario internazionale, Global Debt Database: debito del governo centrale in % del Pil</a></span><span>Per molti paesi mancano i dati in alcuni periodi: nel foglio originale erano scritti come 0,00, qui sono lasciati vuoti e interrompono la linea. Dati ripresi dal grafico originale (Datawrapper), che li traeva dal sito del FMI; nomi dei paesi in italiano.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-0-descrizione">Grafico a linee con una linea per paese: sull&rsquo;asse orizzontale gli anni dal 1950 al 2023, su quello verticale il debito del governo centrale in percentuale del Pil. Le linee di 174 paesi sono grigie; Giappone e Grecia sono a colori. Molti paesi hanno dati solo per una parte del periodo: i paesi con un valore sono 30 nel 1950 e 156 nel 2023. Nel 2023 il Giappone è al 205,6% del Pil, secondo solo al Sudan (252,2%); la Grecia è al 184,5% e l&rsquo;Italia al 131,7%. Il Giappone ha il primo dato nel 1969 (33,8% nel 1980, 89,2% nel 2000, 205,5% nel 2020); la Grecia parte dall'11,3% del 1950 e arriva al 98,5% nel 2000, con un massimo del 226,7% nel 2020. La Grecia sta sopra il Giappone dal 1990 al 2000 e in tre anni successivi (2011, 2018, 2020). Il valore mediano dei paesi con dati sale dal 23,5% del 1950 al 55,2% del 2023, con un calo fra il 2000 (51,2%) e il 2010 (33,8%). Degli 83 paesi con dati sia nel 1970 sia nel 2023, 76 hanno un debito più alto nel 2023.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/debito-comune-europeo-debito-pubblico.csv" download>Scarica i dati di «Dal 1950 il debito pubblico tende a crescere; nel 2023 il Giappone supera la Grecia» (CSV)</a>
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<p>Quindi, lo stato emette dei <a href="https://www.dt.mef.gov.it/it/debito_pubblico/dati_statistici/" rel="noopener">titoli di stato</a>, le obbligazioni, che vende sul mercato per ottenere liquidità da poter usare per l’appunto per finanziare il welfare, fare investimenti, spese di emergenza e così via. Le obbligazioni, scaduto il periodo di validità, devono essere rimborsate a chi l’ha acquistate che, nel frattempo, riceve il pagamento periodico degli interessi. Il tasso d’interesse viene deciso a seconda della situazione di mercato, della fiducia verso quello stato e dei tassi delle <a href="https://www.ecb.europa.eu/ecb-and-you/explainers/tell-me/html/mro.it.html" rel="noopener">banche centrali</a>.</p>
<p>Il bilancio dello stato, quindi, deve tenere di conto anche di questo costo nelle voci di spesa annuali.</p>
<p>Per dare ordini di grandezza, il <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/pil-e-indebitamento-delle-ap-2022-2024/" rel="noopener">PIL italiano</a> nel 2024 è stato di quasi 2200 miliardi di euro, il <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/pil-indebitamento-AP-2022-2024.pdf" rel="noopener">debito</a> pubblico totale di circa 2900 miliardi, con un rapporto debito/PIL di circa 135%. Nel 2024 abbiamo <a href="https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/emissioni_del_tesoro/emissioni_tesoro/Le-Emissioni-del-Tesoro-2024.pdf" rel="noopener">emesso titoli</a> di stato per più di 540 miliardi di euro. Il valore invece dei titoli italiani <a href="https://www.dt.mef.gov.it/it/debito_pubblico/dati_statistici/" rel="noopener">totali in circolazione</a> (indipendentemente dalla data di emissione) è al 2024 di circa 2500 miliardi di euro.</p>
<p>Il senso di usare il debito per fare investimenti sta nel fatto che nel tempo di vita del titolo emesso la spesa crea ricchezza che ripaga l’investimento, ma anche e soprattutto genera impatti positivi sulla società, sulla salute e sull’ambiente. Se si spende bene.</p>
<h2 id="abbiamo-già-fatto-debito-comune-europeo">Abbiamo già fatto debito comune europeo</h2><p>Maurizio Ferrera, prima delle scorse elezioni europee, offriva una <a href="https://maurizioferrera.wordpress.com/2024/06/02/debito-comune-europeo/" rel="noopener">riflessione interessante</a> sulla differenza culturale nella parola “debito” tra mondo germanico e mondo latino, ricordando innanzitutto che in tedesco “<em>Schuld</em>” vuol dire sia “debito” che “colpa”, e rimanda per questo a un «peccato che merita biasimo».</p>
<blockquote>
<p>Lutero aveva messo bene in chiaro che «nessuno deve vivere alle spalle degli altri», Calvino diceva che «Dio aiuta coloro che sono capaci di aiutarsi da soli». [L’etimologia latina classica, invece,] contempla la possibilità di debiti incolpevoli, dovuti a circostanze esterne. In questo caso, la richiesta di un prestito o un ritardo nella sua restituzione vanno trattati con compassione. Nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, chi tiene per sé la ricchezza non è mai innocente; dare qualcosa ai bisognosi è come ripagare un debito.</p></blockquote>
<p>Questa distinzione ci sarà utile più avanti.</p>
<p>Per fare debito comune europeo si dovrebbe pensare ai paesi membri come un unico grande stato, molto più solido delle nazioni prese singolarmente, che emette titoli di debito a nome dell’Unione e così si finanzia. Prima di andare nel dettaglio, serve fare due osservazioni.</p>
<p>La prima è che un meccanismo simile esiste già e lo mette in atto la <a href="https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/17/la-banca-europea-per-gli-investimenti" rel="noopener">Banca Europea per gli Investimenti</a> (BEI). L’istituto emette titoli di debito per raccogliere fondi che poi usa per finanziare progetti in linea con gli obiettivi europei, erogando prestiti a condizioni più favorevoli delle banche commerciali alle piccole e medie imprese per esempio. Il 90% dei prestiti viene usato all’interno del territorio europeo. Nel 2024 la BEI ha <a href="https://news.europawire.eu/european-investment-bank-reaches-milestone-with-over-eur-100-billion-in-sustainability-funding-through-new-climate-awareness-bond/eu-press-release/2024/08/29/09/22/26/139574/?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">raccolto</a> dall’emissione di titoli circa 56 miliardi di euro.</p>
<p>Attenzione a non confondere la BEI con la BCE, cioè la <a href="https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/search-all-eu-institutions-and-bodies/european-central-bank-ecb_it" rel="noopener">Banca Centrale Europea</a>, che invece è responsabile della politica monetaria, che viene controllata sostanzialmente tramite la variazione periodica di tre tassi di interesse: il tasso principale di rifinanziamento (tasso “refi”) è quello più importante e indica con quale tasso le banche commerciali chiedono in prestito denaro alla BCE. Va da sé che questo numero influenza a cascata tutti gli altri tassi (l’Euribor è tra i più famosi), compresi quelli sui mutui o quello sui titoli di stato (come dicevamo prima).</p>
<p>La seconda osservazione è che anche la stessa Commissione Europea (CE) ha <a href="https://cepr.org/voxeu/columns/coronabonds-forgotten-history-european-community-debt" rel="noopener">già emesso</a> titoli di debito, a partire dalla crisi petrolifera del 1973. Si legge nel magazine del <em>Centre for Economic Policy Research</em>:</p>
<blockquote>
<p>Alcuni sostengono che i Coronabond [titoli europei legati al Covid, ndr] siano un passo rischioso, ma in realtà l’Europa ha già emesso debito comune in passato, come durante la crisi petrolifera degli anni ‘70 con il <em>Community Loan Mechanism</em> (CLM). Questo strumento prevedeva garanzie congiunte e fu utilizzato per aiutare Italia, Irlanda e altri Paesi. Tutti i prestiti furono rimborsati senza default, dimostrando che la solidarietà finanziaria europea non è una novità.</p></blockquote>
<p><a href="https://www.ifw-kiel.de/publications/news/coronabonds-eu-community-bonds-are-a-proven-crisis-instrument/" rel="noopener">L’ammontare</a> di denaro a partire da quel periodo e nei decenni a seguire, raccolto con emissione di titoli comuni, è stato di circa 38 miliardi di euro.</p>
<p>Le differenze sostanziali tra l’emissione di debito tra BEI e CE, oltre che nel diverso quantitativo, sta del fatto che il bilancio della BEI è autonomo, mentre il bilancio della Commissione è quello dell’Unione Europea. Per questo, anche se gli azionisti della BEI sono gli stati membri (come anche per la BCE), il debito emesso dalla BEI è garantito dal suo bilancio, quello emesso dalla Commissione è garantito dal bilancio dell’Unione e cioè, indirettamente, dai singoli paesi membri. La responsabilità dell’indebitamento è quindi attribuita a organismi ben diversi.</p>
<p>Questo è un nodo cruciale. Nel 2011 la Commissione Europea <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/memo_11_820" rel="noopener">proponeva</a> tre diverse tipologie di <a href="https://www.qnb.com.tr/en/personal/investment-products/bills-and-bonds/eurobond" rel="noopener">eurobond</a> – cioè titoli di debito comuni europei:</p>
<ul>
<li>eurobond che sostituiscono completamente le emissioni nazionali, garantiti da tutti i paesi in modo congiunto</li>
<li>eurobond che integrano ma non sostituiscono, sempre con garanzia congiunta</li>
<li>eurobond che integrano ma non sostituiscono, senza garanzia congiunta ma per quote nazionali.</li>
</ul>
<p>Nel caso in cui la garanzia sia congiunta, ci sarebbe un <a href="https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/eurobond176.htm" rel="noopener">onere</a> “aggiuntivo” per i paesi “virtuosi” – cioè quelli che fanno meno debito (e magari lo fanno perché fanno <a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/austerita-in-italia-i-sacrifici-alimentano-il-debito/" rel="noopener">meno spesa sociale</a>, altroché virtuosi) – per coprire le difficoltà degli altri. Si parla in altri termini del cosiddetto “azzardo morale”, e cioè la propensione di chi si comporta “peggio” a spendere comunque tanto perché sa che verrà aiutato dagli altri.</p>
<p>Qui la considerazione da fare è però di carattere etico. Innanzitutto, nessuna legge o vincolo può deliberatamente imporre chi governerà un paese (cioè chi poi farà la sua politica economica): i cittadini votano a seconda del contesto socioculturale nazionale e non li si può biasimare se eleggono chi promette più stato sociale. E poi, tornando alle differenze morali sul debito/peccato, la condivisione delle responsabilità funziona sempre allo stesso modo: i paesi più ricchi aiutano e devono aiutare quelli più in difficoltà. È la solidarietà, bellezza. Altrimenti, per fare un esempio, perché mai ai negoziati climatici sotto l’UNFCCC uno degli obiettivi da raggiungere è proprio quello di raccogliere soldi da parte dei paesi ricchi <a href="https://unfccc.int/news/cop29-un-climate-conference-agrees-to-triple-finance-to-developing-countries-protecting-lives-and" rel="noopener">per i paesi poveri</a>? Se mettiamo in discussione questi principi, stiamo buttando all’aria secoli di conquiste sociali, etiche e filosofiche. Fate voi.</p>
<p>Al proposito, il <a href="https://www.cvce.eu/content/publication/2014/7/1/d01af422-e2dc-4980-beb8-212b436a05da/publishable_en.pdf" rel="noopener">Trattato europeo di Lisbona</a> vieta a ciascun membro dell’Unione – e all’Unione stessa – di rispondere ai debiti degli altri paesi membri, con quella che è conosciuta come “clausola no-bail-out”. Se sei uno stato insolvente la responsabilità è solo tua, Dio non ti aiuta. L’esistenza di questa clausola ha di fatto prodotto ulteriori meccanismi di aiuto eccezionali, come il MES (il cosiddetto Fondo salva-stati), che però hanno imposto alla Grecia, per esempio, tagli alla spesa pubblica che hanno <a href="https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/la-lezione-greca-il-fallimento-delle-politiche-di-austerita/" rel="noopener">indebolito</a> il paese ancora di più.</p>
<p>Se si vogliono introdurre eurobond a garanzia congiunta, pertanto, serve <a href="https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20231117IPR12217/modifica-dei-trattati-il-futuro-dell-ue-secondo-il-parlamento-europeo" rel="noopener">modificare i Trattati</a> e questo richiede un certo tempo. La domanda, ora, deve sorgere spontanea: ma, allora, il Next Generation EU?</p>
<h2 id="il-caso-senza-precedenti-del-ngeu">Il caso senza precedenti del NGEU</h2><p>Con la crisi del Covid-19, la Commissione Europea ha proposto a Parlamento e Consiglio di creare un pacchetto di aiuti, il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/recovery-fund-risponde-europa-pandemia/">Next Generation EU</a>, di circa 2000 miliardi di euro fino al 2026, di cui più di 700 raccolti con emissioni di titoli europei di debito (il restante dal normale bilancio pluriennale). Così facendo la <a href="https://www.intereconomics.eu/contents/year/2023/number/6/article/towards-a-common-eu-debt-where-do-we-stand.html" rel="noopener">CE è diventata un emittente di rilievo</a> (rispetto alle briciole della crisi petrolifera degli anni ’70) passando dal 15° al 5° posto tra i maggiori emittenti di debito dell’area euro tra il 2019 e il 2021 (la BEI è passata all’8°). Il <a href="https://www.imf.org/external/datamapper/NGDPD@WEO/EU/EURO/EUQ" rel="noopener">PIL</a> dell’Unione Europea (compresi i paesi fuori dall’Eurozona), per capire di quanto stiamo parlando, è stato di quasi 20mila miliardi di euro nel 2024.</p>
<p>La garanzia per il debito del NGEU è data dal bilancio europeo. Per altro, una piccola parte di questi prestiti deve essere ripagata con risorse proprie (cioè sostanzialmente con le tasse, come quella sul carbonio). In linea di massima, è innegabile che il pacchetto (e il diminutivo indebolisce la portata storica della misura) contenga forti elementi di solidarietà reciproca; per esempio, un bel pezzo di denaro è consegnato ai paesi membri a fondo perduto: è un dono. In più, alcuni paesi si sono trasformati in beneficiari netti da contributori netti quali erano, come l’Italia.</p>
<p>E i Trattati? In effetti, l’emissione di così tanto debito è stata possibile ai sensi dell’articolo 122 di Lisbona che prevede, per l’appunto, i casi di emergenza. Il NGEU è difatti nato per assorbire gli shock della pandemia e per questo ha una durata limitata nel tempo. In più, è anche caratterizzato da una serie di condizioni importanti, a partire da dove debbano essere collocati i fondi: prevalentemente e giustamente alla transizione ecologia e digitale, oltre che alla coesione sociale.</p>
<p>Un’altra peculiarità degli eurobond emessi (si chiamano “EU-Bonds”, “EU-Bills” e “NextGenerationEU Green Bonds”) è che la maggior parte è a lunga scadenza: fino al 2058. Questo cosa significa? Significa che il rimborso del capitale è così lontano nel tempo che si spera gli investimenti diano i loro frutti. L’obiezione anche in questo caso è che ci sono paesi che stanno usando male i loro fondi, e tra questi c’è l’Italia: è in ritardo e <a href="https://www.openpolis.it/e-stato-speso-meno-di-un-terzo-dei-fondi-del-pnrr/" rel="noopener">ha speso</a> meno di un terzo dei fondi PNRR. Rimandiamo su questo argomento alla piattaforma di monitoraggio del PNRR di Openpolis, <a href="https://openpnrr.it/" rel="noopener">OPENPNRR</a>.</p>
<h2 id="il-debito-per-la-resilienza">Il debito per la resilienza</h2><p>Nel <a href="https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/draghi-report_en" rel="noopener">rapporto</a> sulla competitività chiesto a Mario Draghi per l’Europa a fine 2024, si fa riferimento anche ai benefici di un debito comune europeo strutturale.</p>
<blockquote>
<ul>
<li>In primo luogo, faciliterebbe la determinazione uniforme del prezzo delle obbligazioni societarie e dei derivati fornendo un <em>benchmark</em> chiave, […] rendendo i mercati più trasparenti […].</li>
<li>In secondo luogo, fornirebbe una garanzia sicura utilizzabile in ogni Paese e in tutti i segmenti di mercato, nelle attività delle controparti centrali e negli scambi di liquidità interbancari, anche transfrontalieri.</li>
<li>In terzo luogo, […] creerebbe un mercato ampio e liquido in grado di attrarre investitori globali, riducendo i costi del capitale […]. Costituirebbe inoltre la base delle riserve internazionali in euro detenute da altre banche centrali, rafforzando il ruolo dell’euro come valuta di riserva.</li>
<li>In quarto luogo, offrirebbe a tutte le famiglie europee un’attività <em>retail</em> sicura e liquida accessibile a un prezzo comune, riducendo le asimmetrie informative e la propensione a investire nel mercato domestico […]. Un finanziamento congiunto di alcuni investimenti a livello UE è necessario per massimizzare la crescita della produttività e per finanziare altri beni pubblici europei.</li>
</ul></blockquote>
<p>La maggiore solidità e uniformità europee garantirebbero anche maggiore resilienza a futuri shock. Nel caso del Covid-19, dove la crisi era esterna al sistema economico (non come quella dei <a href="https://www.consob.it/web/investor-education/crisi-finanziaria-del-2007-2009" rel="noopener">subprime</a> del 2008 e quindi quella dei <a href="https://www.consob.it/web/investor-education/crisi-debito-sovrano-2010-2011" rel="noopener">debiti sovrani</a> del 2011), tanto il deficit quanto l’emissione di debito sono stati fondamentali per rispondere allo shock. O avremmo preferito tenere i conti pubblici a posto, ma restare senza mascherine e respiratori, e vari morti in più? La domanda è retorica.</p>
<p>Draghi fa riferimento esplicito a quali sono i settori che secondo lui dovrebbero ricevere finanziamento dal debito: clima, innovazione, difesa, spazio, educazione.</p>
<p>La stessa BCE <a href="https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/articles/2025/html/ecb.ebart202501_03~90ade39a4a.en.html" rel="noopener">ci ricorda</a> quante debbano essere le risorse europee per fare la nostra parte di transizione ecologica: entro la fine del 2030 ci servono tra il 2,7% e il 3,7% del PIL europeo del 2023. «Un ritardo nella decarbonizzazione, in particolare a livello globale, farebbe aumentare ulteriormente i costi di transizione e adattamento». E scrive anche che il settore pubblico deve supportare gli investimenti privati nella transizione per ridurre costi e rischio per le imprese.</p>
<h2 id="il-debito-è-anche-percezione-e-comunicazione">Il debito è anche percezione e comunicazione</h2><p>Ma perché, dal punto di vista dei mercati, il debito comune europeo emesso dalla Commissione Europea è preferibile? Perché è considerato <a href="https://www.morningstar.it/it/news/221436/quanto-%C3%A8-stabile-il-debito-dellunione-europea.aspx" rel="noopener">affidabile</a> dalle agenzie di rating. Non che queste siano dispensatrici di valutazioni inattaccabili (nel 2008 proprio <a href="https://www.consob.it/web/investor-education/crisi-finanziaria-del-2007-2009" rel="noopener">non ci azzeccarono</a>), ma un’idea di massima la danno. Il <a href="https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/eu-budget/eu-borrower-investor-relations/eu-credit-strength_en" rel="noopener">rating dell’Unione</a> è sempre più alto del <a href="https://tradingeconomics.com/country-list/rating?continent=europe" rel="noopener">rating dei singoli paesi</a>.</p>
<p>Dopo che Draghi affermò nel 2012 che la BCE avrebbe fatto “<a href="https://www.socialeurope.eu/whatever-it-takes-ten-years-on" rel="noopener"><em>whatever it takes</em></a>” per salvare l’euro (“<em>and believe me, it will be enough</em>”), come noto, la singola frase contribuì non poco a stabilizzare i mercati. Ma oltre alle parole magiche, la BCE fece molto altro. Non si limitò solo ad <a href="https://www.euribor-rates.eu/it/tasso-interesse-bce/" rel="noopener">abbassare a zero</a> il tasso di interesse principale per circa otto anni, ma acquistò titoli di stato e obbligazioni private dal mercato secondario per quasi 2000 miliardi di euro (<a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/quantitative-easing/" rel="noopener">considerando</a> anche quello per Covid): era il <a href="https://www.ecb.europa.eu/mopo/implement/app/html/index.en.html" rel="noopener"><em>quantitative easing</em></a>. Sia l’aumento artificiale di liquidità nel sistema economico, ma anche la sensazione di stabilità e sicurezza data dalla BCE, contribuirono piano piano a far ripartire l’economia.</p>
<p>Il ruolo della BCE, tra l’altro, può essere di rilievo anche per la percezione che i mercati avrebbero verso titoli comuni europei. Nel <a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/lesplosione-del-debito-pubblico-senza-un-prestatore-di-ultima-istanza/" rel="noopener">dibattito</a> esiste la proposta che la BCE si faccia “prestatore di ultima istanza” per il debito comune europeo, garanzia che dovrebbe aumentare ancora di più la fiducia per chi acquista eurobond.</p>
<h2 id="stabilità-ma-fino-a-un-certo-punto">Stabilità, ma fino a un certo punto</h2><p>Con il Covid-19, l’Europa ha deciso di sospendere temporaneamente il Patto di stabilità che chiede di rispettare due soglie di bilancio ai paesi membri: il 3% per il rapporto deficit/PIL e il 60% per il rapporto debito/PIL. In Italia la maggioranza che sosteneva il Governo Monti ha rafforzato le prescrizioni di obbligo di pareggio di bilancio in <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge.costituzionale:2012-04-20;1" rel="noopener">Costituzione</a>, nel 2012, proprio con la convinzione che tagliare la spesa pubblica in periodo di crisi avrebbe risollevato l’economia.</p>
<p>Dice Mariana Mazzucato nel suo <em>Il valore di tutto</em> (trad. Laterza, 2018):</p>
<blockquote>
<p>Ma questa fissazione sull’austerità per ridurre il debito tralascia un punto fondamentale: quello che importa è la crescita a lungo termine. […] E se i tagli provocano maggiori disuguaglianze – come l’Institute for Fiscal Studies ha dimostrato per le misure di austerità nel Regno Unito […] – i consumi possono crescere solo tramite i debiti, che servono per sostenere il potere d’acquisto.</p>
<p>È importante capire che la politica economica non è una materia scientifica. Puoi imporre l’austerità e sperare che l’economia cresca, anche se tale politica la priva della domanda; o puoi concentrarti nell’investire in aree come la salute, la formazione, l’educazione, la ricerca e le infrastrutture con la convinzione che queste aree sono importanti per la crescita a lungo termine del PIL. Alla fine, la scelta politica dipende in larga misura dalla visione del ruolo dello stato nell’economia – è importante ai fini della creazione del valore, o è […] una cheerleader a bordo campo?</p></blockquote>
<p>Ora il Patto è stato <a href="https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20240419IPR20583/patto-di-stabilita-i-deputati-approvano-le-nuove-regole-di-bilancio" rel="noopener">ripristinato</a>, ma con alcune variazioni:</p>
<ul>
<li>se uno stato con disavanzi eccessivi sta facendo investimenti essenziali, sarà più difficile intervenire per la Commissione</li>
<li>si dà più spazio di manovra per raggiungere gli obiettivi del proprio piano nazionale, «per qualsiasi motivo il Consiglio ritenga opportuno» invece che a condizioni specifiche</li>
<li>un paese in difficoltà può richiedere una discussione con la Commissione</li>
<li>vengono promossi investimenti in settori pubblici prioritari.</li>
</ul>
<p>Enrico Giovannini (l’abbiamo recentemente <a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/vero-benessere-si-misura-solo-pil/">intervistato</a>) ha detto a <a href="https://formiche.net/2024/10/giovannini-europa-draghi-rapporto/#content" rel="noopener"><em>Formiche</em></a> che: «le regole prettamente contabili, quelle del vecchio Patto per intendersi, sono state superate, per far spazio a regole che sono allo stesso tempo continuità metodologica e rottura con il passato». E anche: «Non è vero che le riforme costano, perché sono investimenti. E anche qui il nuovo Patto fa un salto di qualità, perché non ti chiede quanto costa una riforma, ma che investimenti fai. La differenza c’è ed è sostanziale. Questo è un cambio di mentalità che è nel Patto ma che noi, in Italia, dobbiamo ancora comprendere».</p>
<p>Sembra quindi che un po’ abbiamo imparato dal Covid-19, anche se ancora, per l’appunto, non esiste un’emissione di debito comunitario strutturale e garantito congiuntamente. Si è fatto un piccolo passo: prima di raggiungere una solidarietà economia piena serve ben altro.</p>
<h2 id="non-solo-armamenti">Non solo armamenti</h2><p>La <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_793" rel="noopener">proposta</a> di raccogliere 800 miliardi per la difesa europea con il piano ReArm Europe – tanti soldi quanti il dispositivo per la ripresa e la resilienza del NGEU, tra l’altro – è rilevante proprio perché vuole attivare la clausola del Patto di Stabilità che sospende gli obblighi sul deficit e sul debito. In più, 150 di questi miliardi si dovrebbero raccogliere dall’emissione di debito comune (ricordiamo che esiste un <a href="https://www.cer.eu/publications/archive/policy-brief/2024/european-common-debt-defence-different" rel="noopener">dibatto</a> sull’uso di eurobond anche per la difesa).<br>
Anche la Banca Europea per gli Investimenti, già da un anno, ha <a href="https://www.eib.org/en/press/all/2024-174-eib-board-of-directors-steps-up-support-for-europe-s-security-and-defence-industry-and-approves-eur-4-5-billion-in-other-financing" rel="noopener">modificato</a> il proprio mandato statutario (che <a href="https://www.europarl.europa.eu/ftu/pdf/it/FTU_1.3.15.pdf" rel="noopener">escludeva</a> spese per la difesa) per mobilitare investimenti nel settore militare.</p>
<p>Per folclore, segnaliamo l’ingarbugliata <a href="https://www.fitchratings.com/research/sovereigns/rearm-europe-plan-would-lower-eus-aaa-rating-headroom-13-03-2025" rel="noopener">opinione</a> dell’agenzia di rating Fitch, che sostiene allo stesso tempo che un eccessivo indebitamento per il riarmo potrebbe far declassare il rating dell’Europa, ma solo se ci fosse un declassamento degli stati valutati AAA, e comunque questo impegno congiunto di mostrarsi “uniti” alla fine sarebbe anche ben visto dai mercati.</p>
<p>All’inizio dell’articolo abbiamo scritto che il denaro è sostanzialmente attribuzione di valore, diversamente dalle grandezze fisiche. Concretamente, un litro di latte è sempre un litro in qualsiasi parte del mondo, ma il costo di un litro di latte varia, e questo perché lungo la catena di produzione gli si attribuisce per l’appunto un valore diverso (per i motivi più o meno disparati).</p>
<p>Non stiamo qui a discutere se sia giusto o sbagliato fare debito per il settore militare, forse dal punto di vista della deterrenza può anche avere un senso. Ma allora, perché non lo si fa anche per finanziare la transizione ecologica, la ricerca scientifica e il welfare – il che avrebbe benefici sociali molto ampi e duraturi – visto che lo si propone da anni? Non si può invocare la mancanza di copertura economica, visto che parliamo di debito pubblico. È evidentemente una questione di volontà politica. Perché per finanziare la difesa basta uno schiocco di dita? Anche in questo caso, come per il litro di latte, si tratta di attribuzione di valore. E nello specifico, del valore che decidiamo di assegnare alle nostre priorità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ma il periodo di detenzione dei figli è parte della pena inflitta alle madri?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri/</guid><pubDate>Fri, 11 Apr 2025 08:13:00 +0100</pubDate><category>societa</category><description>Nel decreto-legge “Sicurezza”, appena approvato, una misura riguarda la detenzione di bambini e bambine costretti a passare i primi anni della propria vita insieme alle madri detenute. Una misura disumana che ne compromette lo sviluppo armonico e che non rispetta la Convenzione Onu dei diritti dell’infanzia e nemmeno l’articolo 32 della Costituzione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 aprile scorso quello che doveva essere il disegno di legge “Sicurezza” è stato approvato dal governo, nella forma però di decreto-legge, per evitare la discussione in aula di un testo che aveva raccolto molte critiche e dubbi di costituzionalità, espressi anche da istituzioni nazionali e internazionali. Lo stesso presidente Mattarella ha fatto presente sei rilievi, che sono stati accolti nella versione definitiva del decreto. Nel momento in cui scriviamo il testo del nuovo decreto-legge non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma il suo contenuto è stato riassunto in un <a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-122/28135" rel="noopener">comunicato stampa</a> dal governo.</p>
<p>Tra i requisiti costituzionali di straordinaria urgenza e necessità che giustificherebbero il ricorso al decreto-legge è compresa la detenzione in carcere di una donna incinta o madre di un bambino fino a 1 anno di età. Se ne era <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/dimenticati-invisibili-negletti-bambini-carceri/">già parlato su <em>Scienza in rete</em></a> e ora torniamo sul tema. In base al codice penale, se il bambino o la bambina ha meno di un anno di età, l’esecuzione della pena della madre deve essere rimandata. Ed è proprio questa obbligatorietà che il disegno di legge “Sicurezza” voleva eliminare, rendendo il rinvio solo facoltativo e quindi sottoposto a una valutazione caso per caso. Inoltre il disegno di legge chiedeva che il rinvio non fosse concesso se dalla madre potesse derivare il rischio di «una situazione di pericolo, di eccezionale rilevanza, di commissione di ulteriori delitti».</p>
<p>L’intervento del presidente Mattarella ha ripristinato l’obbligatorietà nel testo del decreto-legge, che precisa che l’eventuale custodia cautelare per le donne indagate o imputate con figli al seguito sia eseguita obbligatoriamente in un istituto a custodia attenuata per detenute madri (<a href="https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/termine_del_glossario?contentId=GLO127414" rel="noopener">ICAM</a>) se i bambini e le bambine hanno un’età inferiore a un anno, mentre per le madri di bambini e bambine di età tra gli uno e i tre anni la pena potrà essere eseguita, in alcuni casi, anche in carcere. Inoltre, il decreto introduce una serie di disposizioni relative alla custodia cautelare e una relazione che il governo dovrà presentare in Parlamento entro il 31 ottobre di ogni anno.</p>
<p>Insomma, una legge presentata come un insieme di «norme necessarie che non possiamo più rinviare per rispettare gli impegni presi con i cittadini e con chi ogni giorno è chiamato a difendere la nostra sicurezza», come ha dichiarato la presidente del Consiglio, inserisce tra le misure di sicurezza indispensabili privare i bambini della libertà.</p>
<h2 id="bambini-e-bambine-negli-icam-che-cosa-sappiamo">Bambini e bambine negli Icam, che cosa sappiamo?</h2><p>Sono quindici attualmente le donne detenute con i rispettivi figli e sono quattro gli ICAM in Italia, dopo la chiusura nel febbraio scorso di quello di Lauro, in provincia di Avellino, l’unico situato al Sud (i cui ospiti sono stati smistati nelle altre strutture).</p>
<p>Grazie all’impegno del Garante per le persone private della libertà della Campania, siamo in grado di disegnare un quadro delle condizioni di vita e di salute di questi bambini e bambine. A gennaio, a Lauro erano cinque le coppie mamma-bambino detenute, nessuna per reato di borseggio (le borseggiatrici sono tra i bersagli della severità del decreto). Uno dei piccoli era all’ICAM sin dalla nascita, mentre gli altri quattro avevano dai 6 mesi ai 2 anni d’età al loro ingresso e dovevano rimanerci ancora da 2 mesi a 3 anni, a seconda delle condanne ancora da scontare delle loro mamme. Nessuno di questi bimbi e bimbe soffriva di una malattia cronica o una disabilità; uno era nato sottopeso (2.100 g da parto cesareo) e un altro non era ancora in regola con il calendario delle vaccinazioni obbligatorie. Due bambini erano stati ricoverati in ospedale prima del compimento di un anno per malattie acute polmonari. Nessuno dei bambini all’ICAM di Lauro ha ricevuto le visite di un pediatra per i previsti bilanci di salute, ma solo al bisogno. Per tutti, lo sviluppo del linguaggio, del movimento, della sfera cognitivo-relazionale e alimentare rientrava nelle tappe temporali previste, almeno secondo il giudizio delle mamme, non del pediatra. Un bambino frequentava la scuola d’infanzia e due la scuola primaria, seguiti anche per il doposcuola; gli altri 2 svolgevano attività con gli educatori una volta la settimana. Un bambino non aveva mai ricevuto visite, né colloqui (neanche video) con i familiari, gli altri settimanalmente.</p>
<p>Dei bambini e bambine rinchiusi negli altri ICAM non è facile riuscire ad avere a sistema informazioni dettagliate.</p>
<h2 id="non-è-un-carcere">Non è un carcere?</h2><p>Non è il carcere, è l’ICAM, ma in queste condizioni, comunque, alcuni dei diritti sanciti dalla <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione ONU sui diritti dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza</a>, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall&rsquo;Italia il 27 maggio 1991 con la Legge n. 176, vengono indiscutibilmente negati. Tra questi il diritto alla salute, che la nostra Costituzione riconosce nell’articolo 32, che ne ribadisce l’importanza fondamentale per tutti i cittadini, compresi quindi i più piccoli.</p>
<p>Le avversità precoci subite nell’infanzia, e in particolare nei primi due anni d’età, possono <a href="https://doi.org/10.1073/pnas.2409985122" rel="noopener">plasmare la struttura stessa del cervello</a>, indebolendo la rete di fibre che collega le diverse regioni cerebrali e portando a una riduzione delle capacità cognitive in età adulta.</p>
<p>L’ambiente carcerario (che siano sezioni nido delle carceri o ICAM) è assolutamente inconciliabile con la crescita e lo sviluppo sano e naturale di un bambino o una bambina, costretti a vivere i primi anni della vita in un contesto di deprivazione affettiva, relazionale e sensoriale. Cosa che porta al <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4655430/pdf/nihms732078.pdf" rel="noopener">manifestarsi di difficoltà</a> nel gestire le emozioni e a un senso di inadeguatezza, di sfiducia, di inferiorità, che si accompa a un tardivo progresso linguistico e motorio, causato dalla ripetitività dei gesti, dalla ristrettezza degli spazi di gioco, dalla mancanza di stimoli.</p>
<p>Gli arresti domiciliari per donne incinte o con bambini fino a un anno erano una norma antica e consolidata nella nostra giurisdizione, addirittura prevista dal codice Rocco; abolirla e stabilire che adesso andranno non in carcere ma in un ICAM, che è pur sempre un carcere, dove è negato il principio di territorialità della pena, il diritto all’affettività, alla famiglia e all’inclusione sociale innanzitutto <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/8/1/e002863" rel="noopener">è compiere un’ingiustizia</a>.</p>
<p>Bambine e bambini detenuti insieme alle mamme sono vittime di reati che subiscono ma cui, tuttavia, devono contribuire a espiare la pena.</p>
<h2 id="davvero-bambini-e-bambine-sono-un-pericolo-per-la-nostra-sicurezza">Davvero bambini e bambine sono un pericolo per la nostra sicurezza?</h2><p>Probabilmente l’intervento del presidente della Repubblica aveva lo scopo di evitare uno scontro istituzionale, proponendo una via di mediazione. Tuttavia sembra palese che le conseguenze a distanza sullo sviluppo del bambino non siano state valutate dai decisori, e tantomeno saranno considerate al momento della definizione della pena per le donne madri. Non ci sono o non potrebbero esserci misure alternative alla detenzione di vittime innocenti quali sono i bambini in carcere con le mamme? È fuori dubbio che gli interventi dovrebbero essere posti in essere prima, che dovrebbero essere preventivi ed efficaci; non solo giudiziari ma anche politici e sociali. Ma questa è la sfida e la responsabilità di tutti per la garanzia dei diritti: tutti i diritti umani e per tutta l’umanità.</p>
<p>La detenzione di bambini innocenti è disumana anche perché non riconosce il supremo interesse del bambino nell’orientare azioni e decisioni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trump e i suoi primi 60 giorni di assedio alla scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza/</guid><pubDate>Wed, 02 Apr 2025 11:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesco Barone Adesi</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Due mesi, sessanta giorni di ordini esecutivi. Trump li ha usati per colpire la comunità scientifica con blocco delle comunicazioni, licenziamenti di massa, tagli ai finanziamenti universitari e nomine controverse alla guida delle agenzie federali. Con quali effetti sulla ricerca, tanto statunitense quanto internazionale?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-suoi-primi-60-giorni-assedio-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I primi due mesi della presidenza Trump sono stati caratterizzati da una lunga serie di decisioni politiche che hanno conseguenze dirette sulla comunità scientifica, sia statunitense sia internazionale. In particolare, alcuni di questi provvedimenti hanno coinvolto <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/colpi-mortali-trump-agenzie-federali/">diverse agenzie federali</a>, fondamentali per l’ecosistema della ricerca scientifica mondiale. Istituzioni come i National Institutes of Health (NIH), i Centers for Disease Control (CDC), la Food and Drug Administration (FDA) e la Environmental Protection Agency (EPA) - solo per citarne alcune - hanno un prestigio che va ben oltre i confini nazionali e influenzano profondamente la ricerca mondiale, finanziandola, emanando raccomandazioni che vengono adottate anche altrove, o producendo e custodendo dati e archivi di interesse globale. È possibile riconoscere almeno quattro strategie che sono state utilizzate dall’amministrazione Trump per impedire le normali attività di queste agenzie:</p>
<ol>
<li>blocco di tutte le comunicazioni con l’esterno;</li>
<li>licenziamenti di massa a carico del personale;</li>
<li>taglio dei finanziamenti federali alle università;</li>
<li>nomina di personaggi controversi alla loro guida.</li>
</ol>
<h2 id="blocco-di-tutte-le-comunicazioni-delle-agenzie-con-lesterno">Blocco di tutte le comunicazioni delle agenzie con l’esterno</h2><p>Uno dei primi ordini esecutivi che il presidente Trump <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/" rel="noopener">ha promulgato</a> il 20 gennaio decreta l’esistenza di solo due sessi biologici, maschio e femmina, l’obbligo di eliminare qualunque riferimento all’identità di genere nei documenti federali (per esempio, rimuovendo termini come <em>gender</em>, <em>pregnant</em> e <em>LGBT</em>), e il divieto di finanziare attività che la promuovano. Un altro gruppo di ordini esecutivi abolisce tutti i programmi di promozione della diversità, equità e inclusione (Diversity, Equity, Inclusion - DEI programs) nelle attività federali e il divieto di finanziare con fondi federali attori esterni (atenei, ONG, fondazioni, società scientifiche e così via) che aderiscono a tali programmi. Vi è inoltre l’obbligo per ogni dipendente federale di denunciare colleghi che non aderiscono a queste direttive, per esempio limitandosi a rinominare i programmi DEI con la speranza di farli passare inosservati.</p>
<p>Questa prima serie di ordini esecutivi <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00525-1?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=65192fafeb-nature-briefing-daily-20250220&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-65192fafeb-499197783" rel="noopener">ha generato il caos</a> nelle agenzie federali. Nei giorni successivi all’insediamento presidenziale, qualunque forma di comunicazione delle agenzie (inclusi i programmi di training e la partecipazione a meeting e convegni) è stata bloccata; inoltre, molte pagine web (in particolare, quelle del CDC) sono state oscurate per eliminare qualunque riferimento all’identità di genere e ai programmi DEI. Alcune di queste pagine contenevano informazioni e database importanti per la sanità pubblica, come per esempio il Social Vulnerability Index, il Pregnancy Risk Assessment Monitoring System e lo Youth Risk Behavior Surveillance System; <a href="https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2502567?query=TOC" rel="noopener">si stima</a> che la quota di dataset curati dal CDC che sono stati oscurati ammonti al 13% del totale. Inoltre, per la prima volta in sessant’anni, la rivista scientifica <em>Morbidity and Mortality Weekly Report</em> (MMWR) non è stata pubblicata. Si tratta di una fonte di informazione molto importante, che permette alla comunità scientifica internazionale di conoscere tempestivamente l’andamento dei fenomeni epidemici emergenti (come l’attuale diffusione dell’influenza aviaria negli allevamenti americani). Infine, è stato chiesto a tutti i ricercatori del CDC di bloccare tutti i loro articoli che erano stati inviati a riviste scientifiche, in modo da verificare che i termini utilizzati fossero coerenti con gli ordini esecutivi. Questa decisione ha generato una serie di tensioni con diverse riviste scientifiche, che <a href="https://www.bmj.com/content/388/bmj.r253" rel="noopener">hanno dichiarato</a> che non avrebbero accettato interferenze politiche nel processo editoriale.</p>
<p>A partire dall’11 febbraio, alcune pagine web e dataset sono riapparsi per ordine della magistratura, anche se molti altri restano ancora offline. Inoltre, i documenti che sono tornati a disposizione del pubblico <a href="https://www.hhs.gov/programs/topic-sites/lgbtqi/accesstohealthcare/index.html" rel="noopener">riportavano</a> la seguente dichiarazione, piuttosto inconsueta nell’ambito scientifico: «Any information on this page promoting gender ideology is extremely inaccurate and disconnected from the immutable biological reality that there are two sexes, male and female. […] This page does not reflect biological reality and therefore the Administration and this Department rejects it».</p>
<p>Un aspetto che genera ulteriore preoccupazione è che il governo non ha mai stilato una lista completa dei termini vietati, lasciando alle diverse agenzie la responsabilità di decidere quali documenti non fossero allineati con gli ordini esecutivi. Ciò ha causato la nascita di miriadi di liste non-ufficiali, spesso riportate dai media, in cui vengono inclusi sempre più termini, anche non direttamente associati all’identità di genere, che sarebbero vietati. PEN America, una famosa ONG che si occupa di libertà di espressione, <a href="https://pen.org/banned-words-list/" rel="noopener">ha censito</a> più di 250 parole di questo tipo. È sostanzialmente impossibile condurre alcun tipo di ricerca nell’ambito della sanità pubblica senza utilizzare questi termini nella stesura dei progetti, nella raccolta delle informazioni e nella scrittura degli articoli scientifici. Inoltre, l’attuale situazione di incertezza su quali siano i reali obblighi legali rischia di generare dei fenomeni di obbedienza anticipatoria, per cui individui e istituzioni si autocensurano per paura di perdere i fondi o il posto di lavoro. In questo senso, gli esempi di questo fenomeno <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00372-0" rel="noopener">si stanno già accumulando</a>.</p>
<h2 id="licenziamenti-di-massa-a-carico-del-personale-delle-agenzie-federali">Licenziamenti di massa a carico del personale delle agenzie federali</h2><p>Le agenzie federali includono circa 2,5 milioni di lavoratori, tra cui 280.000 tra scienziati e scienziate. Il 30 gennaio, tutti i dipendenti federali hanno ricevuto un’e-mail in cui si sollecitavano le loro dimissioni volontarie in cambio di alcuni benefici, come per esempio la possibilità di continuare a percepire lo stipendio per alcuni mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro, ma solo una piccolissima parte di loro ha accettato questa offerta. Il 14 febbraio, circa 25.000 dipendenti <a href="https://www.science.org/content/article/mass-firings-decimate-u-s-science-agencies?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=650f7314e1-nature-briefing-daily-20250219&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-650f7314e1-499197783" rel="noopener">hanno ricevuto</a> un’e-mail di licenziamento immediato, che adduceva come motivazione lo scarso rendimento. La maggior parte di questi lavoratori apparteneva alla categoria “in probation”, la meno tutelata dal punto di vista giuridico; comprende i dipendenti assunti da meno di due anni o, ironicamente, quelli appena promossi a un nuovo ruolo. Molte agenzie hanno perso tra il 5% e il 10% della loro forza lavoro nel giro di un week end e questo ha ovviamente immediatamente bloccato la loro attività.</p>
<p>I licenziamenti non hanno risparmiato <a href="https://www.appropriations.senate.gov/news/minority/murray-blasts-trump-and-musk-decimating-hhs-risking-americans-health-and-livelihoods" rel="noopener">servizi strategici per la salute e sicurezza nazionale</a>, tra cui l’Administration for Strategic Preparedness and Response (ASPR), che si occupa di preparazione e risposta a disastri ed emergenze sanitarie, e i Centers for Medicare and Mediaid Services (CMS), che cura l’accesso alle assicurazioni sanitarie per 100 milioni di americani. In molti casi, dipendenti licenziati che svolgevano ruoli fondamentali (per esempio nel controllo della influenza aviaria) sono stati frettolosamente riassunti nei giorni successivi, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cjev24184vjo" rel="noopener">aumentando ulteriormente la confusione</a> all’interno delle agenzie. La U.S. Agency for International Development (USAID), un’agenzia che si occupa, tra le altre cose, di programmi di assistenza umanitaria per contrastare patologie come HIV e malaria a livello globale, è stata colpita in maniera particolarmente dura. L’agenzia <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-usaid-fine-epoca/">è stata sostanzialmente smantellata</a>, messa direttamente sotto il controllo del Dipartimento di Stato e i suoi fondi congelati. Questa ondata di licenziamenti di massa è stata seguita da dimissioni in segno di protesta da parte di alcune figure apicali delle agenzie, tra cui <a href="https://lailluminator.com/2025/02/19/repub/health-research-3/" rel="noopener">Lawrence Tabak</a>, vice-direttore degli NIH, <a href="https://www.science.org/content/article/former-nih-director-francis-collins-retires-suddenly-makes-plea-protect-agency-staff?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=b80d871f2f-nature-briefing-daily-20250304&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-b80d871f2f-499197783" rel="noopener">Francis Collins</a>, ex-direttore degli NIH, ed <a href="https://www.statnews.com/2025/03/17/trump-nih-eric-green-out-as-director-national-human-genome-research-institute/?utm_campaign=rss&amp;utm_source=Iterable&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=campaign_12944128_nl_Daily-Briefing_date_20250319" rel="noopener">Eric Green</a>, direttore del National Human Genome Research Institute.</p>
<p>Alcune settimane fa due giudici federali hanno dichiarato i licenziamenti illegittimi, ma la maggior parte degli ex-dipendenti non ha ancora avuto modo di tornare al lavoro. Peraltro, quella che si è conclusa è solo la prima ondata di licenziamenti. Il governo ha chiesto a tutte le agenzie di presentare un piano di pesanti riduzioni del personale entro aprile, e <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/13/federal-court-orders-fired-workers-doge" rel="noopener">si prevede</a> che questa volta a perdere il lavoro potrebbero essere centinaia di migliaia di persone.</p>
<h2 id="taglio-dei-finanziamenti-federali-alle-università">Taglio dei finanziamenti federali alle università</h2><p>Alcune agenzie federali costituiscono le più importanti fonti di finanziamento della ricerca condotta nelle università americane. La National Science Foundation (NSF), con il suo budget di 9 miliardi di dollari, l’anno scorso ha finanziato 11.000 progetti nei più disparati campi scientifici, finanziando gli stipendi di 357.600 ricercatori. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso l’NSF è stata la più importante fonte di finanziamento per la ricerca di base in USA e ha contribuito in maniera considerevole alla leadership della nazione in ambito scientifico. A febbraio <a href="https://www.chronicle.com/article/the-rise-and-fall-of-the-national-science-foundation?emailConfirmed=true&amp;supportSignUp=true&amp;supportForgotPassword=true&amp;email=fbaroneadesi%40yahoo.it&amp;success=true&amp;code=success&amp;bc_nonce=h7n31e1lo9ta53d0b3f2je" rel="noopener">è stato però ordinato</a> all’NSF di ridurre del 25%-50% il proprio staff e di tagliare il budget del 70%.</p>
<p>Il ruolo degli NIH <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama-health-forum/fullarticle/2830689" rel="noopener">è ancora più rilevante</a>; si tratta del più grande finanziatore mondiale per la ricerca biomedica (50 miliardi di dollari all’anno), che sostiene non solo studi condotti in USA ma anche moltissime collaborazioni internazionali.</p>
<p>Si può quindi facilmente immaginare il caos che si è generato a partire dal 27 gennaio, quando l’amministrazione Trump ha congelato tutti i finanziamenti emessi da agenzie federali, adducendo la motivazione che bisognava verificare che fossero congruenti con le nuove direttive. Inoltre, un ulteriore ordine esecutivo, emesso il 7 febbraio, ha stabilito di ridurre i costi indiretti dei finanziamenti federali al 15%, rispetto agli attuali valori che variano tra il 50% e l'80%. I costi indiretti sono quella parte dei finanziamenti che copre attività non legate a uno specifico progetto di ricerca, ma che sono comunque fondamentali, come per esempio i costi dell’elettricità, della manutenzione degli edifici, le spese amministrative e così via. Oggi, quando un ricercatore vince un grant, l’università riceve un surplus (chiamato <em>overhead</em>), in modo da coprire tali spese. Mentre questa iniziativa è stata pubblicizzata dal governo come un modo di ridurre sprechi inutili, rischia di tradursi in una enorme riduzione dei finanziamenti per la ricerca, <a href="https://www.economist.com/science-and-technology/2025/02/19/how-the-trump-administration-wants-to-reshape-american-science" rel="noopener">stimata</a> attorno a 6 miliardi di dollari. Per le università più prestigiose, questo taglio si tradurrebbe in una perdita annua superiore ai 100 milioni di dollari, che dovranno essere trovati in qualche altro modo. Gli atenei più piccoli, invece, dovranno semplicemente rinunciare a tutte le loro attività di ricerca. Anche se la riduzione degli <em>overhead</em> era stata pensata come un intervento da attuarsi immediatamente, la sua applicazione è stata subito sospesa in seguito ad azioni legali intentate da diversi stati americani per proteggere le proprie università. All’inizio di marzo un giudice <a href="https://www.science.org/content/article/can-nih-overturn-court-order-blocking-it-slashing-overhead-payments-unlikely-one-expert" rel="noopener">ha emesso</a> una prima sentenza che dovrebbe bloccare definitivamente i tagli, ma l’amministrazione Trump ha ancora la possibilità di appellarsi a tale decisione.</p>
<p>Nel frattempo, però, il governo ha sferrato un nuovo tipo di attacco contro diversi atenei. Sfruttando una legge che impedisce la discriminazione all’interno dei programmi finanziati con fondi federali, ha tagliato improvvisamente 400 milioni di dollari alla Columbia University, <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00812-x?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=9a5d07af33-nature-briefing-daily-20250317&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-9a5d07af33-499197783" rel="noopener">accusandola</a> di non aver impedito atti di antisemitismo durante le proteste universitarie. Questo, ovviamente, ha avuto come conseguenza l’interruzione di una serie di progetti, <a href="https://www.ajmc.com/view/trump-administration-cancels-crucial-funding-for-diabetes-prevention-program" rel="noopener">tra cui il Diabetes Prevention Program</a>, uno studio sulla prevenzione del diabete che esiste da più di trent’anni. Indagini simili stanno attualmente avvenendo a carico di altre 60 università, per cui è l’intero sistema dell’istruzione superiore americano a essere a rischio. A questa situazione si vanno ad aggiungere ulteriori problematiche che hanno coinvolto specifici atenei. Qualche settimana fa, la Johns Hopkins <a href="https://www.washingtonpost.com/education/2025/03/13/johns-hopkins-layoffs-federal-funding-cuts/" rel="noopener">ha subito</a> un taglio di 800 milioni di dollari di finanziamenti che otteneva per portare avanti progetti in paesi in via di sviluppo; il denaro arrivava tramite USAID che, come ricordato prima, il mese scorso è stata sostanzialmente chiusa. Infine, qualche giorno fa la Università della Pennsylvania <a href="https://www.espn.com/college-sports/story/_/id/44317729/trump-administration-suspends-175m-penn-trans-swimmer" rel="noopener">ha perso fondi</a> per 175 milioni di dollari per aver fatto gareggiare nel 2022 un’atleta transgender a delle gare di nuoto, nonostante le regole in vigore allora lo permettessero.</p>
<p>A causa di tutta questa incertezza economica, le università stanno reagendo con un congelamento delle assunzioni e una riduzione dei posti di dottorato, che quest’anno, per la prima volta, <a href="https://bsky.app/profile/cbibberson.bsky.social/post/3lirg3ulux227?utm_campaign=morning_rounds&amp;utm_medium=email&amp;_hsenc=p2ANqtz-9cafL-hN2TtYqwpl3cYUne39xdSpuQmXGbeI8PahXCYL3QCRG45F99IxzTkiY2IK2oXEutnYVQneU9IdheIZymiNR8Mw&amp;_hsmi=348565801&amp;utm_content=348565801&amp;utm_source=hs_email" rel="noopener">potrebbero essere ridotti del 30%</a>. Se questa riduzione dovesse essere confermata, ciò riporterebbe il numero dei dottorati <a href="https://ncses.nsf.gov/surveys/earned-doctorates/2023" rel="noopener">ai livelli di vent’anni fa</a>, con un impatto che coinvolgerebbe anche il resto del mondo: negli USA, quasi il 40% dei dottorandi è infatti costituito da stranieri, molti dei quali ritornano nel loro paese di origine dopo un certo periodo, svolgendo un ruolo fondamentale per la diffusione delle competenze nelle comunità scientifiche nazionali.</p>
<h2 id="nomina-di-personaggi-controversi-alla-guida-delle-agenzie">Nomina di personaggi controversi alla guida delle agenzie</h2><p>Mentre un elevato grado di <em>spoil system</em> è sempre stato presente nelle posizioni apicali delle agenzie federali, l’attuale amministrazione sembra aver portato il fenomeno a un altro livello. In questo senso, la personalità più nota è certamente quella di Robert Kennedy Jr, nominato Segretario della Salute e dei Servizi Umani (Human and Health Services-HHS), sotto il quale si trovano tutte le agenzie federali di carattere sanitario (come NIH, FDA, CDC). Noto da decenni per alcune posizioni particolarmente controverse sui vaccini, durante le sue audizioni Kennedy Jr <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2825%2900398-8/fulltext" rel="noopener">ha sempre negato</a> di essere un no-vax. La direzione che stanno prendendo le agenzie sotto il suo controllo sembra però suggerire altrimenti.</p>
<p>Recentemente, gli NIH <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00828-3?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=27a8bdd647-nature-briefing-daily-20250324&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-27a8bdd647-499197783" rel="noopener">hanno interrotto</a> i finanziamenti sulle ricerche riguardanti l’esitazione vaccinale e si teme che anche gli studi sui vaccini a mRNA possano essere fermati presto. Allo stesso tempo, i CDC hanno dichiarato l’intenzione di voler condurre un nuovo studio su vaccini e rischio di autismo, anche se la comunità scientifica ha escluso da tempo la possibilità che questa associazione esista. Inoltre, il coordinamento di questa nuova ricerca verrà probabilmente affidata a David Geier, un’altra figura <a href="https://retractionwatch.com/2025/03/27/david-geier-retractions-autism-vaccines-rfk-hhs-cdc/" rel="noopener">particolarmente controversa</a>. Il neodirettore degli NIH, Jay Bhattacharya, ha recentemente annunciato il lancio di una nuova rivista scientifica, il <em>Journal of the Academy of Public Health</em>, il cui editorial board, <a href="https://www.science.org/content/article/new-journal-co-founded-nih-nominee-raises-eyebrows-misinformation-fears" rel="noopener">secondo <em>Science</em></a>, sarebbe costituito in gran parte da ricercatori scettici sulla sicurezza dei vaccini. Infine, alcuni giorni fa uno dei più importanti esperti di vaccini all’FDA <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/29/top-us-vaccine-official-resigns-over-rfk-jrs-misinformation-and-lies-dr-peter-marks" rel="noopener">ha dato le proprie dimissioni</a>, in aperta critica con le posizioni prese da Kennedy jr.</p>
<p>Anche sul fronte della ricerca su Covid-19 le notizie non sono rassicuranti. Gli NIH <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00954-y?utm_source=Live&#43;Audience&amp;utm_campaign=bc74eaec70-nature-briefing-daily-20250326&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_b27a691814-bc74eaec70-499197783" rel="noopener">hanno deciso</a> di interrompere improvvisamente decine di studi in questo ambito, inclusi alcuni volti allo sviluppo di nuovi farmaci antivirali. Inoltre, l’HHS ha recentemente <a href="https://www.scientificamerican.com/article/hhss-long-covid-office-is-closing-what-will-this-mean-for-future-research/" rel="noopener">dichiarato</a> che chiuderà l’Office for Long COVID Research and Practice Office (OLC), che finora ha coordinato tutte le attività di ricerca delle diverse agenzie su questo tema.</p>
<p>Un’ulteriore preoccupazione, di carattere più generale, è costituita dal fatto che Pubmed, il database fondamentale per qualunque ricerca bibliografica in ambito sanitario, è a sua volta di proprietà degli NIH. I modi per rendere inutilizzabile questa fonte vitale di informazioni <a href="https://absolutelymaybe.plos.org/2025/02/14/what-if-we-cant-rely-on-pubmed/" rel="noopener">sono potenzialmente molteplici</a> e includono renderlo inaccessibile, smettere di aggiornarlo, cambiare il sistema di indicizzazione per «punire» specifici giornali, indicizzare qualunque rivista ne faccia richiesta, e includere solo articoli e giornali graditi all’amministrazione Trump.</p>
<h2 id="cosa-attendersi-nei-prossimi-mesi">Cosa attendersi nei prossimi mesi</h2><p>È improbabile che le ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti delle agenzie federali si esauriscano presto, considerato anche che, secondo quanto dichiarato, il programma di riduzione del personale federale dovrà essere completato entro la fine del 2025. Nel frattempo, l’ufficializzazione delle nomine dei direttori di alcune agenzie, in corso in questi giorni, permetterà di delineare in maniera ancora più chiara l’agenda che verrà seguita in ambito scientifico. Inoltre, occorre considerare che molte delle iniziative ai danni delle agenzie sono state finora bloccate da giudici federali; presto questi casi arriveranno alla Corte Suprema, che dovrà stabilire se il presidente degli Stati Uniti abbia la facoltà di modificare o chiudere le agenzie, di fatto ignorando leggi precedentemente approvate dal Congresso.</p>
<p>Da parte sua, la comunità scientifica statunitense e internazionale sta iniziando a realizzare che una riduzione dell’indipendenza della ricerca negli USA ha conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali e che limitarsi ad attendere le prossime elezioni potrebbe non essere un’opzione praticabile. In particolare, gli atenei americani dovranno decidere se combattere per la loro autonomia in tribunale o continuare a negoziare per cercare di evitare i pesanti tagli dei fondi. Diversi eventi spontanei, come le proteste di Stand up for Science del 7 marzo, hanno riunito i ricercatori in USA e all’estero, ma il coinvolgimento delle grandi società e accademie scientifiche in questo processo è stato finora <a href="https://www.scientificamerican.com/article/strong-scientific-leaders-must-speak-out-against-the-trump-administrations/" rel="noopener">piuttosto scarso</a>. Il compito delle riviste scientifiche sarà fondamentale in questa fase, sia per opporsi attivamente a qualunque tentativo di interferenza politica nei processi editoriali, sia per continuare a <a href="https://www.science.org/topic/tags/trump-tracker" rel="noopener">documentare</a> tutti gli attacchi alla scienza condotti da questa amministrazione.</p>
<h4 id="nota-i-temi-trattati-nel-presente-articolo-sono-stati-oggetto-di-una-presentazione-allinterno-del-webinar-la-ricerca-scientifica-al-tempo-di-trump-cosa-sta-succedendo-organizzato-dalla-rivista-epidemiologia--prevenzione-e-da-philhead-un-network-di-filosofia-della-medicina-che-coinvolge-docenti-di-diverse-università-italiane-la-registrazione-completa-dellevento-è-disponibile-qui">Nota. I temi trattati nel presente articolo sono stati oggetto di una presentazione all’interno del webinar “La ricerca scientifica al tempo di Trump. Cosa sta succedendo?” organizzato dalla rivista <em>Epidemiologia &amp; Prevenzione</em> e da PhilHeaD, un network di filosofia della medicina che coinvolge docenti di diverse università italiane. La registrazione completa dell’evento è disponibile <a href="https://epiprev.it/notizie/la-ricerca-scientifica-al-tempo-di-trump-cosa-sta-succedendo" rel="noopener">qui</a>.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Come ridurre la vulnerabilità sismica dei Campi Flegrei</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei/</guid><pubDate>Tue, 01 Apr 2025 07:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><category>terra</category><description>Un gruppo di ricercatori ha studiato i terremoti generati dalla caldera flegrea per capire come migliorare la tenuta degli edifici alle scosse.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante l’eccezionale contesto geologico dei Campi Flegrei, adeguare le strutture alle norme antisismiche nazionali ridurrebbe significativamente il tasso di mortalità, almeno per le strutture in cemento armato che rappresentano una buona parte dell’edificato a Pozzuoli, il comune dove sono collocati gli epicentri della maggior parte dei terremoti dal 2014. Il 2014 è l‘anno dal quale la sismicità dell’area si è intensificata.</p>
<p>Questa è la conclusione di uno studio, coordinato da Iunio Iervolino, ingegnere sismico dell’Università di Napoli Federico II e <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-55023-1" rel="noopener">pubblicato</a> su <em>Nature Communications</em>. Lo studio è stato commissionato dal tavolo tecnico dei Comuni Flegrei, Bacoli, Pozzuoli e Napoli, incaricato di coordinare l’attuazione del decreto-legge 140 del 12 ottobre 2023 e dell’ultima legge di bilancio con cui il governo ha destinato cento milioni di euro in cinque anni a migliorare la tenuta sismica dell’edilizia residenziale, oltre a quaranta milioni di euro per scuole, ospedali e caserme.</p>
<p>Gli interventi sugli edifici prenderebbero a riferimento le norme antisismiche in vigore dal 2018 basate sulla mappa di pericolosità sismica nazionale. Questa considera l’intera storia sismica dell’Italia, la posizione e la natura delle faglie tra placche tettoniche e la propagazione delle onde sismiche nella crosta terrestre, per stabilire quali scuotimenti del suolo attendersi nel lungo termine. Lo fa su tutto il territorio nazionale e per questo non può tenere conto della specificità dei Flegrei.</p>
<p>I terremoti registrati ai Flegrei negli ultimi dieci anni non hanno origine tettonica, ma sono attribuiti all’attività del vulcano e in particolare al fenomeno del <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/campi-flegrei-vulcano-sotto-citta-segnali-vita-gestione/">bradisismo</a>, il lento ma costante sollevamento e abbassamento del suolo. Per questo motivo hanno tre caratteristiche peculiari.</p>
<p>La prima è che i terremoti hanno origine in strati più superficiali della crosta terrestre rispetto ad altre zone ad alta sismicità del paese, come gli Appennini. Questo è il motivo per cui, seppure le scosse registrate finora non abbiano mai superato magnitudo momento 4, le azioni sismiche sugli edifici, e quindi percepite dalla popolazione, siano tutt’altro che trascurabili dal punto di vista dell’ingegneria sismica.</p>
<p>La seconda caratteristica è che le rocce vulcaniche sono più fratturate rispetto a quelle di altre aree. Queste due caratteristiche fanno sì che le accelerazioni si attenuino in modo particolarmente rapido allontanandosi dall’epicentro.</p>
<p>«A seicento metri dall’epicentro, il terremoto del 20 maggio 2024 ha fatto registrare sugli edifici di periodo di vibrazione corto accelerazioni orizzontali pari a quella di gravità, un numero importante per l&rsquo;ingegneria strutturale. Tuttavia, se ci si allontana di pochi chilometri, le accelerazioni diventano quasi trascurabili, un’attenuazione simile è davvero rara», spiega Iervolino. Il periodo di vibrazione di un edificio è determinato dalla sua altezza e dalla sua rigidità e da esso dipende lo scuotimento di cui risentirà a causa di un terremoto. A parità di scuotimento del suolo, un edificio basso e rigido vibrerà più intensamente di uno alto e flessibile.</p>
<p>C’è poi una terza caratteristica peculiare del fenomeno bradisismico: i terremoti si intensificano quando il suolo si solleva, mentre sono quasi del tutto assenti nei periodi in cui il suolo si abbassa. Inoltre, se la velocità di sollevamento del suolo aumenta anche la sismicità aumenta. Dal 2019 al 2023 sono stati registrati 13.825 terremoti, ma 6.065 di questi sono avvenuti nel solo 2023. Allo stesso tempo, la velocità di sollevamento è <a href="https://www.ov.ingv.it/index.php/monitoraggio-e-infrastrutture/bollettini-tutti/report-di-monitoraggio-vulcani-campani/1711-report-monitoraggio-vulcani-campani-2023/file" rel="noopener">aumentata</a>: nel 2019 il suolo al Rione Terra, centro storico di Pozzuoli, si è sollevato di 10 cm, mentre nel 2023 di quasi 20 cm.</p>
<p>Il primo passo degli autori è stato quello di studiare le fratture che hanno generato i terremoti dal 2014 al 2024. «Le loro caratteristiche geometriche ci hanno permesso di stimare qual è il loro potenziale in termini di magnitudo», spiega Aldo Zollo, geofisico della Federico II e uno degli autori dello studio. Grazie all’impiego di tecniche sofisticate di <a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2023GL107680" rel="noopener">ricollocazione</a> degli epicentri, gli autori sono stati in grado di identificare quali faglie, quelle mappate nell’area, hanno generato le scosse degli ultimi dieci anni. «Ne abbiamo individuate circa sessanta, con lunghezza variabile tra alcune centinaia di metri e alcuni chilometri», spiega Zollo.</p>
<p>La magnitudo di un terremoto aumenta con la lunghezza della frattura che lo produce tramite una caratteristica delle rocce chiamata <em>stress drop</em>. Lo <em>stress drop</em> è la differenza tra lo sforzo iniziale, necessario a innescare la frattura, e l’attrito statico finale che si raggiunge a frattura conclusa. «Questo parametro ai Flegrei è mediamente più piccolo di quello tipico delle aree di faglia tettoniche, perché le rocce vulcaniche sono più fragili e consentono l&rsquo;innesco di fratture a livelli di sforzo iniziale più bassi, a parità di condizioni di attrito», spiega Zollo.</p>
<p>Gli autori hanno così stimato che le faglie, se si attivano individualmente, possono generare terremoti con magnitudo momento intorno a 4,4, equivalente a una magnitudo durata 5,2. La magnitudo durata è la scala usata di solito per gli ambienti vulcanici e adottata anche dall’Osservatorio Vesuviano che si occupa della sorveglianza dell’area flegrea. La magnitudo momento è invece la scala sfruttata in contesti tettonici e adottata nei modelli di rischio sismico. Ai Flegrei per i terremoti considerati in questo studio, la relazione tra queste due scale di magnitudo è lineare. Magnitudo momento 3, 4 e 5 corrispondono, a magnitudo durata 3,4, 4,7 e 5,9, rispettivamente.</p>
<p>Se le faglie si attivassero simultaneamente, una circostanza ritenuta improbabile ma che è utile a stimare un limite superiore all’intensità dei terremoti della caldera, la magnitudo raggiungerebbe 5,1, equivalente a una magnitudo durata 6.</p>
<p>Cosa significherebbe questo per gli edifici dei comuni della caldera?</p>
<p>I ricercatori hanno considerato il caso di un edificio situato nel Rione Terra e di un terremoto con epicentro a meno di un chilometro di distanza. Hanno stimato che, pur considerando le particolari leggi di attenuazione delle onde sismiche nella caldera, un terremoto di magnitudo fino a 4,4 non genererebbe sull’edificio accelerazioni superiori a quelle usate nella progettazione antisismica per garantire la tenuta delle parti strutturali e non strutturali. Se il terremoto avesse magnitudo tra 4,4 e 5,1 sarebbe in grado di procurare danni significativi solo alle parti non strutturali dell’edificio. L’integrità delle componenti strutturali sarebbe messa a rischio solo da terremoti con magnitudo superiore a 5,1.</p>
<p>Tuttavia, il limite 5,1 ottenuto a partire dalla geologia e dalla geofisica non deve essere inteso in senso stretto. Non è detto infatti che i terremoti futuri saranno generati dalle stesse faglie che hanno generato i terremoti del passato.</p>
<p>«Potrebbe attivarsi una faglia che non conosciamo, che magari non si è mai attivata finora, oppure la frattura potrebbe estendersi fuori dalla caldera e quindi generare terremoti di magnitudo superiore», spiega Warner Marzocchi, sismologo della Federico II e uno degli autori dello studio. La storia sismica recente può aiutare a considerare queste eventualità.</p>
<p>Gli autori hanno scelto i due momenti di picco della sismicità tra il 2014 e il 2024, il 16 ottobre 2023 e il 21 maggio 2024. Hanno misurato in che proporzione si sono verificati terremoti di diversa magnitudo nell’arco dell’anno precedente a questi due giorni. Si tratta di una legge di scala universale: il logaritmo del numero di terremoti decresce linearmente all’aumentare della magnitudo.</p>
<p>Misurando dai dati questa legge di scala per i Campi Flegrei, gli autori hanno concluso che il 16 ottobre 2023 la probabilità di superare, nel mese successivo, magnitudo momento 5,1 era dello 0,4% (con intervallo di credibilità tra 0,2% e 0,8%). Il 21 maggio 2024, questa probabilità era salita all’1,8% (con intervallo di credibilità tra 1,1% e 2,9%). «Abbiamo aggiornato queste stime dopo il terremoto di magnitudo durata 4,6 registrato il 13 marzo 2025 e la probabilità di superamento è simile a quella del 21 maggio 2024», commenta Marzocchi che ha sviluppato nel 2014 il <a href="https://pubs.geoscienceworld.org/ssa/srl/article-abstract/85/5/961/315409/The-Establishment-of-an-Operational-Earthquake?redirectedFrom=fulltext" rel="noopener">metodo</a> usato per calcolare queste probabilità.</p>
<p>Gli autori hanno infine calcolato di quanto si ridurrebbe la probabilità di morte per una persona che abita in un edificio di tre piani in cemento armato al Rione Terra se venisse adeguato sismicamente. La probabilità di morte si ridurrebbe di circa il 70% per gli edifici costruiti negli anni Ottanta e Novanta (un terzo degli edifici di Pozzuoli) e di circa l’80% per gli edifici costruiti prima di quel periodo (quasi due terzi degli edifici di Pozzuoli).</p>
<p>«Lo studio è il risultato di uno sforzo interdisciplinare che ha visto coinvolti sismologi, geologi, geofisici e ingegneri sismici», commenta Iervolino. «Per questo riteniamo che seppure sia nato per informare le decisioni del tavolo tecnico dei Comuni Flegrei proponga un approccio utile in altri contesti simili nel mondo».</p>
<p>Questo studio è solo il primo passo. Gli edifici privati ai Campi Flegrei sono 12.700 e le risorse per migliorarli limitate. È quindi fondamentale capire a quali dare priorità di intervento. Il tavolo tecnico ha incaricato il Centro Plinius, un centro specializzato nel rischio vulcanico che supporta le attività della Protezione Civile, di condurre uno screening di vulnerabilità dell’edificato basato su sopralluoghi esterni. I risultati sono stati <a href="https://mappe.protezionecivile.gov.it/it/mappa/mappa-ricognizione-areale-della-vulnerabilita-nella-zona-di-intervento-dei-campi-flegrei/" rel="noopener">resi pubblici</a> il 5 marzo e da quella data è possibile richiedere un approfondimento interno. Avranno precedenza gli stabili che si trovano in zone ad alta concentrazione di edifici vulnerabili.</p>
<p><em>L&rsquo;articolo è stato corretto il 01/04/2025 alle 20:30 perché affermava erroneamente che gli epicentri dei terremoti ai Campi Flegrei erano più superficiali che altrove. L&rsquo;epicentro è il punto della superficie terrestre corrispondente al punto nella crosta in cui il terremoto ha avuto origine.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Campi Flegrei, il vulcano sotto la città: tra segnali di vita e gestione dei rischi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/campi-flegrei-vulcano-sotto-citta-segnali-vita-gestione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/campi-flegrei-vulcano-sotto-citta-segnali-vita-gestione/</guid><pubDate>Tue, 01 Apr 2025 07:41:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Tra sollevamenti del suolo, sciami sismici e gas sotterranei, i Campi Flegrei pongono sfide cruciali per scienza e protezione civile in una delle aree vulcaniche più complesse al mondo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/campi-flegrei-vulcano-sotto-citta-segnali-vita-gestione-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/campi-flegrei-vulcano-sotto-citta-segnali-vita-gestione-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La caldera dei Campi Flegrei, nel Sud Italia, è uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e complessi al mondo. Situata nell’area metropolitana di Napoli, luogo naturalisticamente meraviglioso, è urbanizzata da millenni. Attualmente vi risiedono quasi mezzo milione di persone.</p>
<p>Lontana dall’essere un reperto dormiente, la caldera è viva e imprevedibile, mostrando una dinamica dei processi che include – tra l’altro – sollevamento del suolo, attività sismica ed emissioni di gas. Questi segnali riflettono processi sotterranei intricatissimi, e solo parzialmente noti. Il magma interagisce con un sistema idrotermale ricco di gas, generando variazioni di pressione in grado di rimodellare il paesaggio sovrastante e di porre sfide sia scientifiche sia sociali.</p>
<h2 id="breve-storia-geologica">Breve storia geologica</h2><p>I Campi Flegrei hanno una struttura a caldere annidate, formatesi in seguito a due grandi eruzioni esplosive: l’<em>Ignimbrite Campana</em>, avvenuta circa quarantamila anni fa, e il <em>Tufo Giallo Napoletano</em> circa quindicimila anni fa. Le enormi quantità di materiale vulcanico emesse durante queste eruzioni, formarono zone come la collina di Posillipo, e lasciarono una depressione – chiamata appunto caldera – i cui confini si estendono oggi fin sotto il Golfo di Napoli. Negli ultimi quindicimila anni si sono verificate oltre settanta eruzioni di minore intensità. Molte di esse, le più antiche, sono state localizzate lungo il limite strutturale della caldera del Tufo Giallo Napoletano, mentre quelle più recenti si sono concentrate soprattutto nel settore nord-orientale della porzione risorgente interna della caldera.</p>
<p>Quest’area, in particolare la parte centrale del territorio dell’attuale comune di Pozzuoli, è stata interessata da ripetuti episodi di sollevamento e abbassamento del suolo – fenomeno noto come <em>bradisismo</em> (la cui etimologia è proprio &ldquo;lento terremoto&rdquo;) – con tassi che hanno raggiunto anche le decine di centimetri al mese. Le osservazioni moderne, basate su metodi geodetici, hanno mostrato come il sollevamento del terreno sia massimo nel centro di Pozzuoli e diminuisca allontanandosi da esso, fino a diventare trascurabile a circa cinque chilometri di distanza.</p>
<p>Negli ultimi 10.000 anni il vulcanismo successivo alle eruzioni dell’Ignimbrite Campana e del Tufo Giallo Napoletano ha prodotto non meno di 70 eruzioni di cui la più recente, nel 1538, ha originato il Monte Nuovo. Quest’ultima eruzione è avvenuta dopo un lungo periodo di riattivazione dei processi di <em>risorgenza</em> della caldera nel suo settore centrale causando forti terremoti e un sollevamento del suolo fino a 6 metri.</p>
<h2 id="il-bradisismo-negli-ultimi-decenni">Il bradisismo negli ultimi decenni</h2><p>Di manifestazioni del bradisismo si hanno notizie che datano nel passato di millenni. Nel corso degli ultimi settant’anni, i Campi Flegrei sono stati interessati da diversi cicli bradisismici. Nel biennio 1970–72 e poi 1982–84 si verificarono due episodi di sollevamento importanti, durante i quali vennero registrati oltre ventimila terremoti, che portarono a evacuare parte della popolazione del centro storico di Pozzuoli (il Rione Terra) visto lo stato apparente delle costruzioni. Dopo il 1985, la caldera si è abbassata per circa vent’anni, e contestualmente l’attività sismica è diminuita.</p>
<p>Dal 2005 è in corso una nuova fase di sollevamento del suolo. In certi periodi recenti, la velocità di questo sollevamento ha raggiunto quasi tre centimetri al mese, e sono stati registrati più di diecimila terremoti. La maggioranza si è concentrata negli ultimi due anni e mezzo con epicentri localizzati in un’area ristretta nella zona della Solfatara a Pozzuoli, e in misura minore nell’area marina antistante il comune Bacoli.Sebbene la maggior parte dei terremoti abbia bassa magnitudo (circa 1 o inferiore), da settembre 2023 si sono verificati diversi eventi di magnitudo durata superiore a 4 (la misura esatta varia a seconda della scala di magnitudo utilizzata). Tali magnitudo non sono in generale considerate pericolose dall’ingegneria sismica, ma la popolazione le ha avvertite distintamente, anche a causa della ridotta profondità degli ipocentri, che raramente ha superato i tre chilometri.</p>
<p>Nelle aree prossime agli epicentri, si sono osservati danni lievi, che per lo più hanno interessato elementi non strutturali. Nulla o quasi hanno avvertito i residenti dei quartieri di Napoli, anche quelli più vicini alla caldera, poiché lo scuotimento sismico nell’area tende a diminuire sensibilmente in ampiezza già a pochi chilometri di distanza.</p>
<p>Tuttavia, la comunità scientifica e le autorità rimangono in stato di allerta (o di <em>attenzione</em>) dal 2013. Anche terremoti di moderata entità possono infatti determinare un rischio in un contesto urbano denso di popolazione. Inoltre, non è nota a priori la magnitudo massima – e quindi l’energia massima che il terremoto può rilasciare – durante le evoluzioni future della dinamica del vulcano. In altre parole, si teme che possano avvenire terremoti forti, con magnitudo momento da cinque in su, potenzialmente capaci di causare danni estesi.</p>
<h2 id="perché-il-suolo-si-muove-magma-o-fluidi-idrotermali">Perché il suolo si muove: magma o fluidi idrotermali?</h2><p>Il dibattito scientifico sui Campi Flegrei si è concentrato sulla causa della dinamica attuale del vulcano. Alcuni ricercatori <a href="https://doi.org/10.1002/2013JB010868" rel="noopener">sostengono</a> che è la risalita di magma verso la superficie terrestre a causare la deformazione degli strati geologici superficiali e quindi a generare i terremoti. Altri, invece, <a href="https://doi.org/10.3389/feart.2021.702665" rel="noopener">attribuiscono</a> il fenomeno principalmente a fluidi idrotermali, cioè ricchi di acqua e gas, che si pressurizzano per l’immissione di gas dalle camere magmatiche più profonde e innescano la riattivazione di fratture (i.e., faglie) superficiali.</p>
<p>Studi di esplorazione sismica e tomografia tridimensionale non <a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2004JB003102" rel="noopener">hanno</a> <a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2008GL034242" rel="noopener">evidenziato</a> volumi di sostanziale accumulo di magma alle profondità in cui si registra la maggior parte dei fenomeni di instabilità, generalmente sotto i tre chilometri. Al contrario, queste indagini hanno rivelato zone con elevato contenuto di gas o altri indicatori di intensa attività idrotermale. Questo non esclude la possibilità che piccole sacche di magma possano esistere a bassa profondità, ma mette in luce come lo spostamento dei fluidi - e le variazioni di pressione a esso associate - giochi un ruolo centrale nei fenomeni di instabilità della caldera.</p>
<h2 id="localizzare-i-terremoti-identificare-le-faglie-e-valutare-il-pericolo-sismico">Localizzare i terremoti, identificare le faglie e valutare il pericolo sismico</h2><p>Per comprendere meglio la struttura e il comportamento dei Campi Flegrei, i ricercatori hanno <a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2023GL107680" rel="noopener">utilizzato</a> tecniche di <em>localizzazione</em> ad alta precisione dei terremoti, che consentono di definire con maggior accuratezza la posizione degli ipocentri riducendo le incertezze nei dati sismici. Questo è particolarmente importante per valutare il rischio sismico nell’area. Infatti, è possibile individuare con precisione le faglie attive mobilitate durante i recenti episodi di sollevamento ai Campi Flegrei. Studi recenti basati su tale localizzazione ad alta precisione hanno confermato che la sismicità ha una distribuzione spaziale simile a un’ellisse, che delinea il bordo dell’area risorgente della caldera. I terremoti più superficiali si concentrano infatti nell’area Solfatara-Pisciarelli e nella zona a Nord di Pozzuoli, e diminuisce allontanandosi da essi. In mare, verso il Golfo di Pozzuoli, la profondità dei terremoti tende invece a aumentare, pur rimanendo entro i tre-quattro chilometri.</p>
<p>Queste nuove localizzazioni dei terremoti aiutano anche a valutare il potenziale di eventi di maggiore magnitudo cui si è già accennato. Sulla base della geometria delle faglie, dei dati di letteratura scientifica, e altre considerazioni geologiche, geofisiche e di ingegneria sismica, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei/">abbiamo stimato</a> che potrebbero verificarsi rotture - confinate nella zona in deformazione - in grado di produrre eventi con magnitudo momento comprese tra 4,4 e 5,1 (un approfondimento su questo studio è disponibile <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei/">qui</a>). Non si possono escludere magnitudo superiori nel caso si attivino faglie non note o con fratture multiple che si estendano anche al di fuori della zona interessata dal bradisismo, ma ciò dovrebbe coinvolgere una superficie di frattura molto estesa. Resta il fatto che terremoti di magnitudo momento cinque in un contesto densamente popolato, con un costruito esistente per lo più progettato con norme sismiche obsolete o in totale assenza di esse, rappresenta un rischio rilevante da considerare per le comunità locali, i tecnici e più in generale il governo e le autorità di protezione civile nazionali.</p>
<h2 id="una-prospettiva-multi-rischio">Una prospettiva multi-rischio</h2><p>Nei Campi Flegrei, il rischio sismico, cioè quello legato al rapido scuotimento del suolo per effetto della crosta terrestre che si rompe improvvisamente, coesiste ovviamente con il rischio vulcanico, cioè legato alla possibilità di un nuovo fenomeno eruttivo. Fonti storiche, in particolare quelle relative all’ultima eruzione del 1538 al Monte Nuovo (in cui furono espulsi solo 0,03 chilometri cubi di materiale), indicano che un forte sollevamento del suolo e una sismicità persistente precedettero l’evento eruttivo.</p>
<p>Per questo motivo, il sistema idrotermale riattivato dei Campi Flegrei e la storia di eruzioni di moderata entità in epoca recente richiedono una valutazione più ampia dei pericoli vulcanici.</p>
<p>In primo luogo, ai Campi Flegrei non è possibile prevedere con certezza quale via prenderebbe il magma perché non esiste un unico edificio vulcanico, come invece avviene per il vicino Vesuvio. In secondo luogo, anche un’eruzione di piccola scala potrebbe espellere blocchi balistici, generare flussi piroclastici letali e depositare cenere sulla vasta città metropolitana di Napoli, con un impatto distruttivo grave anche per le costruzioni.</p>
<p>Occorre poi considerare le eruzioni freatiche o idrotermali, innescate quando fluidi ad alta pressione incontrano acqua sotterranea più fredda o una barriera impermeabile. Queste sono considerate probabili ai Campi Flegrei e sarebbero in grado di provocare danni.</p>
<p>È importante, tuttavia, sottolineare che non tutti gli episodi di bradisismo sfociano in un’eruzione. Anzi, le fasi di sollevamento degli ultimi cinquant’anni si sono concluse senza che il magma raggiungesse la superficie.</p>
<h2 id="la-sorveglianza-e-la-modellazione-della-caldera">La sorveglianza e la modellazione della caldera</h2><p>L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e il Dipartimento della Protezione Civile (DPC) Nazionale gestiscono un esteso sistema di osservazione ai Campi Flegrei. Gli strumenti registrano i terremoti e i loro effetti sull’edificato, la deformazione del suolo, le variazioni di gravità, le emissioni di gas, le lore temperature, e i cambiamenti chimici di fumarole e acque sotterranee. I dati vengono inviati in tempo reale, consentendo ai ricercatori di rilevare rapidamente eventuali anomalie e di allertare l’organo di valutazione del rischio vulcanico, la Commissione Grandi Rischi, che fornisce la consulenza tecnico-scientifica al DPC.</p>
<p>Per poter conoscere meglio questo complesso sistema naturale e quindi gestirne i rischi derivanti, i ricercatori usano i dati per alimentare, aggiornare o costruire ex-novo modelli in grado di descriverne le dinamiche. Per esempio, utilizzando anche serie storiche di bradisismo, sciami sismici ed eruzioni, si valuta la probabilità che si verifichino nuovi episodi eruttivi sulla base dello stato corrente. Si tratta di modelli probabilistici, poiché i fenomeni che descrivono avvengono in profondità e si osservano solo indirettamente. Per valutare le conseguenze che gli eventi, vulcanici o sismici ritenuti possibili nell’area dei Campi Flegrei, avrebbero su infrastrutture e comunità si ricorre a modellazioni analitiche e numeriche. I risultati di questi modelli sono inclusi in analisi costi-benefici che contemplano strategie di mitigazione del rischio, come riduzione della vulnerabilità dell’ambiente costruito o riduzione dell’esposizione attraverso eventuali ordini di evacuazione della popolazione esposta.</p>
<h2 id="gestione-del-rischio-e-resilienza">Gestione del rischio e resilienza</h2><p>L’ingegneria sismica contemporanea, su cui si basano le più avanzate norme tecniche per le costruzioni, tra cui quelle italiane, tende a valutare il rischio sismico di grandi terremoti perché attesi su scale spazio-temporali relativamente ampie. Tuttavia, pur avendo magnitudo moderate, anche le sequenze sismiche causate dal bradisismo ai Campi Flegrei, intense e fortemente localizzate, possono determinare conseguenze indesiderate non trascurabili. In uno <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ridurre-vulnerabilita-sismica-campi-flegrei/">studio recente</a> abbiamo mostrato che se le costruzioni esistenti, progettate senza criteri antisismici o con criteri obsoleti, venissero adeguate agli standard normativi attuali (cosa che però non è sempre possibile sia per vincoli economici che tecnologici), si ridurrebbe il rischio per gli abitanti dell’area flegrea potenzialmente derivante dall’attività sismica in corso.</p>
<p>In ottica di resilienza, cioè l’assorbimento e il recupero delle comunità da impatti calamitosi, le strategie di mitigazione del rischio devono inoltre considerare, nel medio lungo termine, la particolare interazione di molteplici pericoli: attività vulcanica, sismicità e deformazione lenta del suolo. Nella gestione dei rischi che contempla interventi a varie scale figurano:</p>
<ul>
<li>nel continuo: la comunicazione dei rischi sulla base della dinamica osservata;</li>
<li>nel breve termine: sistemi di allerta precoce (<em>early warning</em>);</li>
<li>nel medio termine: piani di mitigazione del rischio attraverso la riduzione dell’esposizione e la preparazione all’emergenza;</li>
<li>nel lungo termine: la riduzione della vulnerabilità, per esempio attraverso l’adeguamento dell’ambiente costruito agli standard più recenti dell’ingegneria civile.</li>
</ul>
<p>In tutto questo ragionamento, va considerato che le scale temporali su cui si manifestano i vari pericoli nell’area non sono necessariamente le stesse. Di solito, le eruzioni hanno precursori giudicati scientificamente credibili che si manifestano settimane se non mesi prima, mentre per quanto riguarda i terremoti, le scale dei tempi di allerta sono al più quelle dei secondi e non possono prescindere dall’osservazione dell’innesco della frattura sismica.</p>
<h2 id="ll-futuro-della-conoscenza">ll futuro della conoscenza</h2><p>Gli sforzi scientifici in corso mirano a perfezionare la comprensione delle dinamiche interne della caldera dei Campi Flegrei. Integrando localizzazioni di terremoti ad alta precisione, dati satellitari di deformazione del suolo e analisi geochimiche avanzate, i ricercatori possono prevedere con minore incertezza i processi di accumulo e scarico della pressione in profondità, sia essa dovuta al magma o al gas. Queste conoscenze tendono a restringere lo spettro degli scenari in cui la sismicità o la deformazione del suolo possono evolvere in un’eruzione.</p>
<p>Una grande mole di lavoro scientifico di ottima qualità è correntemente in atto, anche se le visioni - come sempre in un sano dibattito scientifico - differiscono in merito a fenomeni di cui, in fondo, si conosce davvero poco, non potendoli osservare direttamente. D’altra parte, un approccio flessibile e fortemente interdisciplinare, per supportare ulteriormente questi progressi scientifici, deve integrare informazioni sulle eruzioni passate, il monitoraggio del sollevamento del suolo in atto, la valutazione della vulnerabilità delle infrastrutture locali, dell’esposizione delle comunità, e la sostenibilità delle alternative di gestione. In particolare, stime probabilistiche devono valutare la razionalità dei diversi scenari decisionali e di gestione delle emergenze - dalle esplosioni freatiche a eruzioni magmatiche di media entità - così da preparare risposte rapide che consentano di contenere i rischi per le comunità.</p>
<p>In definitiva, se è vero che la natura turbolenta dei Campi Flegrei non può essere domata, è anche vero che può essere compresa sempre meglio. Attraverso la ricerca continua, la sorveglianza avanzata e una pianificazione basata su valutazioni quantitative di rischio e analisi di tipo costi-benefici, il mezzo milione di persone che vive e lavora in questa straordinaria terra vulcanica può guardare al futuro con maggiore serenità, consapevoli di dovere convivere con i rischi, ma sapendo che scienza e preparazione sono pronte a sostenerle nell’affrontare il prossimo capitolo della storia dei Campi Flegrei.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La fine di UsAid è la fine di un’epoca?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-usaid-fine-epoca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-usaid-fine-epoca/</guid><pubDate>Mon, 31 Mar 2025 08:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>pace</category><description>La chiusura dell&amp;amp;rsquo;agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (UsAid) segna la fine di un&amp;amp;rsquo;era durata oltre sessant&amp;amp;rsquo;anni. E ora, tra impatti devastanti sui programmi umanitari e nuovi equilibri geopolitici, il mondo della cooperazione deve reinventarsi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fine-usaid-fine-epoca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fine-usaid-fine-epoca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Siete una risorsa potente, che ci permette di esercitare la nostra influenza per il mantenimento della libertà. Se non fossimo coinvolti in maniera così importante, la nostra voce non avrebbe tanto vigore e poiché non vogliamo mandare truppe americane in tutte le parti del mondo dove la libertà potrebbe essere a rischio, mandiamo voi». È l’8 giugno 1962 quando, rivolgendosi al personale UsAid con un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ybM8E21RCvQ" rel="noopener">famoso discorso</a>, il presidente John Fitzgerald Kennedy chiarisce la natura dell’agenzia per gli aiuti internazionali allo sviluppo, da lui creata l’anno precedente per dare una struttura definitiva al sistema di aiuti internazionali messo in piedi con il piano Marshall subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Uno strumento, quindi, allo stesso tempo di solidarietà e di controllo. La scelta degli Stati Uniti di sostenere fortemente la ricostruzione dei Paesi dell’Europa occidentale avrebbe infatti favorito la stabilizzazione politica e contenuto le spinte espansionistiche dell’Unione Sovietica. Come volevano gli americani.</p>
<p>64 anni dopo, l&rsquo;amministrazione del presidente Donald Trump, con una nota inviata al Congresso, annuncia di aver avviato l&rsquo;iter per la chiusura definitiva dell&rsquo;agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. La creatura voluta da Kennedy sembra non avere più ragione di esistere nell’idea del mondo e delle relazioni internazionali del suprematista Trump.</p>
<p>Alcune funzioni dell’agenzia saranno assunte dal Dipartimento di Stato entro il primo luglio, mentre altre, che il governo americano considera non in linea con i propri obiettivi, saranno definitivamente abbandonate. «UsAid si è allontanata dalla sua missione originale già da molto tempo, perciò i guadagni sono stati troppo pochi e i costi troppo alti. Grazie al Presidente Trump questa epoca fuorviante e fiscalmente irresponsabile è ormai finita», ha commentato il Segretario di Stato Mark Rubio. Per non lasciare dubbi sullo spirito con cui il presidente e i suoi hanno preso la loro decisione, circola una sguaiata <a href="https://x.com/houseforeigngop/status/1906008542382879094?s=12&amp;t=DjnYiLtjp5Z8PtRgZJQLvQ&amp;fbclid=IwY2xjawJWjolleHRuA2FlbQIxMQABHTsDpT6sLtUGhoUJrSdunId1WBRxB1anicNQ0FNV9MKDQ2dO44DoAhFIcA_aem_QSYDaOEUGD0AxoQOw10EyQ" rel="noopener">gif animata</a> che vede Trump, Musk e Vance accompagnare a passo di danza il feretro di UsAid.</p>
<h2 id="il-ruolo-di-usaid">Il ruolo di UsAid</h2><p>Con un budget di svariati miliardi di dollari, UsAid è stata, fino a poche settimane fa, una forza trainante per i programmi internazionali di sicurezza alimentare, di salute globale e di supporto post-conflitto in decine di Paesi al mondo, offrendo assistenza medica e istruzione, e intervenendo in risposta alle crisi e alle emergenze, naturali e non. Con migliaia di accordi con governi locali e ONG, è stata una rete capillare di riferimento, oltre che di distribuzione di fondi, competenze e know how, intervenendo, tuttavia (o provando a farlo), anche a sostegno dei governi democratici e del libero mercato. Ai suoi esordi UsAid ha avuto anche una funzione non trascurabile per il mercato interno USA: «Serviva a distribuire le derrate alimentari in eccesso fuori dal Paese, così che i prezzi rimanessero alti», ricorda l’economista Matteo Caravani, autore di un saggio scritto a quattro mani con Francesco Sylos Labini (<em>Bussola per un mondo in tempesta</em>, Futura editrice, novembre 2024). Insomma UsAid (come tutta la cooperazione potremmo dire) incarnava la duplice natura di agenzia di aiuto allo sviluppo e di strumento geopolitico, il cosiddetto <em>soft power</em>, come spiegava Kennedy. Questa visione, tuttavia, non ha mai convinto del tutto i repubblicani, se è vero che già nel 1994 avevano provato a chiuderla, accusandola, proprio come fa oggi l’amministrazione Trump, di spreco di denaro pubblico e sostenendo che fosse diventata inutile con il crollo dell’Unione Sovietica.</p>
<p>Ci hanno pensato gli attentati dell'11 settembre 2001 a rendere di nuovo centrale il ruolo di UsAid e nel frattempo il budget è lievitato dai 7 miliardi di dollari del 2001 ai 42 miliardi del 2024. Nell&rsquo;anno fiscale 2023 l&rsquo;agenzia aveva raggiunto un <a href="https://www.brookings.edu/articles/what-is-us-foreign-assistance/" rel="noopener">budget complessivo</a> di 63 miliardi di dollari.</p>
<p>Come spiega l’organizzazione umanitaria <a href="https://www.oxfamamerica.org/explore/issues/making-foreign-aid-work/what-do-trumps-proposed-foreign-aid-cuts-mean/" rel="noopener">Oxfam</a> riferendosi a quanto accadeva finora: «Gli Stati Uniti spendono in genere circa l&rsquo;uno percento del bilancio federale in assistenza allo sviluppo estero, che include sia l&rsquo;assistenza umanitaria che i programmi di sviluppo. […] All&rsquo;interno dell&rsquo;ampia definizione di aiuti esteri, l&rsquo;importo esatto degli aiuti allo sviluppo incentrati sulla povertà erogati da UsAid varia di anno in anno, ma di recente è stato pari a circa lo 0,49 percento del bilancio federale».</p>
<p>Insomma, attraverso UsAid gli Stati Uniti sono diventati il maggior finanziatore al mondo dei programmi di aiuti, e ora tutto il sistema degli aiuti umanitari è in crisi.</p>
<h2 id="le-tappe-di-una-demolizione">Le tappe di una demolizione</h2><p>«Dopo aver lavorato a UsAid per quasi 10 anni con responsabilità diverse e sotto tre amministrazioni (Obama, Trump, Biden), pensavo di essere pronta per i cambiamenti che una transizione politica porta a un’agenzia federale: l’arrivo di nuovi incarichi politici, il riallineamento dei nostri programmi con le priorità della nuova amministrazione, stili di lavoro e comunicazione diversi e altri cambiamenti. Ma né io né il resto del personale di UsAid ci saremmo mai immaginati che in tre settimane saremmo stati sottoposti allo smantellamento e chiusura della nostra agenzia. E tutto fatto in modo crudele, irrispettoso e anche illegale», ha raccontato su Radio popolare il 6 febbraio scorso un’operatrice dell’agenzia americana, con una <a href="https://www.radiopopolare.it/la-chiusura-di-usaid-nel-racconto-di-una-dipendente/" rel="noopener">testimonianza</a> rigorosamente anonima, ma efficace nel trasmettere la sorpresa e lo sconcerto.</p>
<p>La velocità è una cifra dello stravolgimento messo in atto dall’amministrazione sovranista targata Trump, e infatti sono bastati pochi giorni perché una struttura che ha fatto la storia di una parte importante della politica estera americana e che determinava letteralmente il destino di milioni di persone, venisse commissariata e - tra poche settimane - definitivamente abbandonata. «Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di distribuire ciecamente denaro senza alcun ritorno per il popolo americano», ha dichiarato Rubio già a fine gennaio.</p>
<p>L’annuncio del commissariamento aveva causato un immediato scompiglio, commentava un <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanmic/article/PIIS2666-5247%2825%2900029-1/fulltext" rel="noopener">articolo</a> su <em>Lancet Microbe</em> del 13 febbraio. Atul Gawande, medico, scrittore, consulente di Bill Clinton e ora ex assistente amministrativo per la salute globale presso l&rsquo;UsAid, si è rivolto ai social media per avvertire che l&rsquo;ordine di stop al lavoro avrebbe interrotto un&rsquo;ampia gamma di attività cruciali, tra cui gli sforzi per combattere il virus di Marburg, l&rsquo;influenza aviaria, la poliomielite e diverse malattie tropicali trascurate. Gawande denunciava anche che le cliniche per l&rsquo;HIV sostenute dal Piano di emergenza del presidente degli Stati Uniti per l&rsquo;assistenza all&rsquo;AIDS (PEPFAR) avevano iniziato a rifiutare i pazienti. Il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump/">PEPFAR</a> fornisce il trattamento dell&rsquo;HIV per oltre 20 milioni di persone, soprattutto in Africa.</p>
<p>Insomma, uno sconquasso, una realtà durissima, che dagli Stati Uniti si espande come lo sversamento di petrolio da una nave che sta affondando verso una rete sempre più ampia di persone. A cominciare dalle ONG che, in assenza di garanzie sulla continuità dei fondi, hanno dovuto bloccare da un giorno con l’altro centinaia di iniziative sul campo. A cui si aggiungono migliaia di operatori locali che si ritrovano senza occupazione o con i contratti sospesi. E centinaia di migliaia sono le persone che vedono venir meno i servizi vitali garantiti dai progetti in corso. In queste settimane in cui l’agenzia è stata commissariata sono già stati chiusi oltre 5.000 progetti, con un taglio stimato di quasi 30 miliardi di dollari. Nella sola Africa i quasi 6 miliardi di dollari di assistenza umanitaria erano sostenuti per il 56% da UsAid. La chiusura dell’agenzia, dicono alcuni, causerà la morte di milioni di persone.</p>
<h2 id="ma-gli-aiuti-funzionano">Ma gli aiuti funzionano?</h2><p>A sostegno delle scelte dell’amministrazione Trump si sono alzate le voci che dicono da sempre che sia tutto da dimostrare che questo tipo di interventi è davvero utile. Sono, in fondo, le cinque domande di Elon Musk: “Puoi dimostrare che il tuo lavoro serve a qualcosa?”</p>
<p>Proprio al momento giusto, alcuni commentatori sono tornati alla vecchia e stanca affermazione che non ci sono prove che gli aiuti funzionino. Forse la più incisiva è arrivata da Stephen Moore della Heritage Foundation, che ha dichiarato alla National Public Radio: «Non ci sono prove che uno qualsiasi di questi programmi di aiuti esteri abbia avuto alcun effetto sullo sviluppo. E non ci sono prove che uno qualsiasi di quegli aiuti allo sviluppo abbia avuto alcun effetto sull&rsquo;innalzamento degli standard di vita», commenta Steve Radelet sul sito della Brookings Institution. La Heritage Foundation è il think thank iper-conservatore che ha prodotto il Progetto 2025, 900 pagine di affermazioni, spesso mai dimostrate, talvolta completamente false, che costituiscono l’humus teorico che nutre le <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-attacco-scienza-liberta/">politiche</a> di Trump.</p>
<p>La <a href="https://www.brookings.edu/" rel="noopener">Brookings Institution</a>, è invece un&rsquo;organizzazione senza scopo di lucro, palesemente liberal, che infatti dichiara: «L&rsquo;affermazione di Moore è completamente falsa. Ci sono molte prove da ricerche indipendenti che mostrano gli impatti positivi degli aiuti sullo sviluppo e sull&rsquo;innalzamento degli standard di vita. […] A loro volta, i principali dibattiti sugli aiuti si sono spostati dal sorpassato &ldquo;funzionano?” a domande molto più utili su come i meccanismi di aiuto potrebbero essere ulteriormente rafforzati e come dovrebbero evolvere in un mondo in rapido cambiamento. Queste sono ancora le domande giuste».</p>
<p>Insomma, così come per l’OMS (ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-tutti-salute-globale-oms/">qui</a> e ragionato <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/dove-sta-andando-dove-potrebbe-andare-organizzazione-mondiale/">qui</a>) nel corso degli anni non sono mancate le critiche all’operato di UsAid e dubbi sui reali impatti delle risorse impegnate, anche nei termini degli effetti sulla sicurezza per gli Stati Uniti, ma la duplice natura di questi strumenti di aiuto rende complicato arrivare a un giudizio: se si ragiona nei termini di un mandato umanitario, il ritorno atteso non può essere quello esclusivamente economico, come vorrebbero alcuni. Se invece l’obiettivo principale è il controllo e il creare e mantenere dipendenza tra Paesi donatori e Paesi che ricevono gli aiuti, allora sono gli equilibri internazionali a decidere dei risultati. Spesso è un mix di entrambe le realtà. In ogni caso la mannaia di Trump ormai ha troncato il dibattito.</p>
<h2 id="se-i-dati-rimangono-nascosti">Se i dati rimangono nascosti</h2><p>È evidente, tuttavia, che la chiusura quasi totale dei finanziamenti e delle attività di UsAid non aiuta a rispondere alle “domande giuste”, anzi preconizza impatti negativi importanti a breve e lungo termine per la salute delle persone in tutto il mondo. «Come gruppo di operatori sanitari, responsabili politici nazionali, studenti, educatori e ricercatori che si sono ampiamente affidati ai dati, ai metodi e ai risultati prodotti dal <a href="https://dhsprogram.com/" rel="noopener">Programma DHS</a>, chiediamo il ripristino dell&rsquo;accesso universale ai dati esistenti e la continuazione del funzionamento del sito web del Programma DHS», si legge in un appello che stava circolando nelle ultime settimane grazie a una sorta di passaparola internazionale via mail. Infatti, chi apre il sito non riesce ad andare oltre l’home page e riceve solo questa spiegazione: “A causa della revisione in corso dei programmi di assistenza estera degli Stati Uniti, il Programma DHS è attualmente in pausa. Al momento non siamo in grado di rispondere a dati o altre richieste. Chiediamo la vostra pazienza”. Il programma Demographic and Health Surveys (DHS) ha raccolto, analizzato e diffuso dati accurati e rappresentativi sulla popolazione, la salute, l&rsquo;HIV e l&rsquo;alimentazione attraverso oltre 400 indagini in più di 90 paesi, e, come tanti altri è fermo dalla fine di gennaio. Probabilmente non sarà tra quelli che verranno mantenuti, così verranno meno proprio quelle informazioni che consentono di valutare l’efficacia degli interventi.</p>
<p>Trump non ha alcun interesse a rendere nuovamente accessibili dati ed evidenze scientifiche, tanto più che quei 30 miliardi di dollari che non andranno più ai progetti di aiuto allo sviluppo e per la salute delle persone, potranno trovare presto altri modi di essere spesi.</p>
<p>«Ciò che rimane del budget sanitario globale potrebbe essere speso in modo molto diverso, con evidenti rischi per l&rsquo;equità. I gruppi religiosi sono beneficiari assai probabili, con implicazioni per la salute sessuale e riproduttiva. Allo stesso modo, potremmo aspettarci che l&rsquo;assistenza allo sviluppo ai Paesi sia ancora più condizionata alle politiche che favoriscono le imprese statunitensi, come la privatizzazione dell&rsquo;assistenza sanitaria e la riduzione delle norme sulla salute e sulla sicurezza», scrivevano a novembre 2024, a ridosso delle elezioni americane, Kent Buse e Martin McKee <a href="https://www.bmj.com/content/387/bmj.q2607" rel="noopener">sul <em>British Medical Journal</em></a>.</p>
<p>Anche in altri settori le politiche di Trump possono avere implicazioni per la salute globale, per esempio l&rsquo;aumento dei dazi ricadrebbe anche sulle forniture globali di farmaci e delle loro materie prime, aumentandone i prezzi. D’altra parte, la salute delle persone non sembra una priorità del governo suprematista americano.</p>
<h2 id="dove-si-sposta-lequilibrio">Dove si sposta l’equilibrio?</h2><p>Anche il sistema della cooperazione italiana è stato già colpito dallo stop ai finanziamenti e il futuro di progetti per svariati milioni di euro è paurosamente a rischio, se non già deciso, anche perché per il momento il ministero degli Esteri sembra puntare soprattutto sulla carta della vicinanza tra l’amministrazione USA e l’attuale governo. I fondi venuti a mancare erano canalizzati attraverso progetti UNICEF e OMS soprattutto in Medio Oriente, il che significa un forte impatto negativo per milioni di rifugiati. Ed è uno stridente paradosso che dall’invasione da parte della Russia, proprio l’Ucraina sia stata tra i maggiori beneficiari dei fondi di UsAid, con 37 miliardi di dollari di aiuti.</p>
<p>La richiesta del mondo non governativo è chiara: servono fondi d’emergenza e un impegno a lungo termine per garantire almeno i programmi umanitari a servizio dei gruppi più vulnerabili.</p>
<p>Molte organizzazioni hanno immediatamente fatto appello all’Unione Europea, che ogni anno spende circa 50 miliardi di euro per i programmi di cooperazione internazionale, chiedendo finanziamenti d’emergenza per evitare la chiusura dei progetti vitali. Tuttavia, la Commissione europea ha chiarito che, nonostante il proprio impegno nel settore umanitario, non può sostituire gli Stati Uniti come principale finanziatore. Il portavoce della Commissione ha sottolineato che l’UE continuerà a garantire il proprio aiuto umanitario, ma che la portata della crisi richiede uno sforzo congiunto da parte della comunità internazionale. In realtà, secondo l’organizzazione non governativa Intersos, i singoli Paesi europei stanno già riducendo e non aumentando i finanziamenti.</p>
<p>Mentre l’Europa ci pensa su, è possibile che ne approfittino altri paesi, come la Cina, già protagonista di programmi d’aiuto in molti Paesi a economia limitata, che per esempio ha colto subito l’occasione di sostituirsi agli Stati Uniti nel finanziare con il corrispettivo di quattro milioni di euro un programma per rimuovere le mine in Cambogia.</p>
<p>Alcuni Paesi africani, d’altro canto, hanno salutato con favore le decisioni dell’amministrazione Trump leggendole come l&rsquo;inizio di un percorso verso l&rsquo;autosufficienza nel finanziamento dell&rsquo;assistenza sanitaria e nei processi di gestione. Ma il silenzio della maggioranza dei governi africani non appare incoraggiante. A parte una dichiarazione dell&rsquo;Unione Africana (che raccoglie 55 Paesi del continente) per stigmatizzare il ritiro degli Stati Uniti dall&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità, la maggior parte dei governi è rimasta in silenzio anche dopo il blocco di UsAid.</p>
<p>«I governi africani, i donatori, gli operatori sanitari e i ricercatori globali hanno improvvisamente un&rsquo;opportunità senza precedenti e la necessità di dare priorità a discussioni difficili che sono state rimandate troppo a lungo. Devono mettere in discussione modelli di aiuti che mancano di impatto duraturo, non rafforzano, o peggio, minano, i sistemi sanitari, non migliorano la salute della popolazione o creano dipendenza» esortava un <a href="https://www.bmj.com/content/388/bmj.r479" rel="noopener">editoriale</a> del <em>Bmj</em> dedicato al ruolo che potrebbe assumere l’Africa in un futuro che si spera prossimo.</p>
<p>Un percorso verso l’autonomia che potrebbe o, meglio, dovrebbe, riguardare tutti i Paesi a economia ancora in sviluppo. Se il finanziamento per i sistemi sanitari arrivasse dai Paesi stessi invece che dai donatori, costringerebbe i governi a dare priorità alla salute per tutti rispondendo alle esigenze locali. È la tesi del giornale britannico.</p>
<p>Insomma, difficile immaginare uno scenario convincente per il futuro dei sistemi di cooperazione internazionale, ma forse quello che tutti dobbiamo riconoscere è che se UsAid era nata anche come strumento USA per mantenere l’egemonia mondiale, oggi che tutti gli equilibri stanno cambiando, semplicemente non serve più. O così la pensano a Washington.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quale futuro per i giovani ricercatori?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quale-futuro-giovani-ricercatori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quale-futuro-giovani-ricercatori/</guid><pubDate>Fri, 28 Mar 2025 08:23:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>Pubblichiamo la lettera aperta indirizzata alla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, firmata da assegnisti di ricerca e dottorandi, riguardo alla transizione dagli Assegni di Ricerca (AdR) ai Contratti di Ricerca (CDR), introdotti dalla legge n.79 del 29/06/22. Si può aderire all&amp;amp;rsquo;appello aggiungendo la propria firma.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/quale-futuro-giovani-ricercatori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/quale-futuro-giovani-ricercatori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Questa lettera aperta indirizzata alla Ministra dell’Università e della Ricerca, Onorevole Anna Maria Bernini, esprime la forte preoccupazione dei firmatari, composti da assegnisti di ricerca e dottorandi, riguardo alla transizione dagli Assegni di Ricerca (AdR) ai Contratti di Ricerca (CDR), introdotti dalla legge n.79 del 29/06/22. Sebbene i CDR offrano maggiori tutele contrattuali, il loro costo elevato e la rigidità normativa che li caratterizza stanno determinando, nei fatti, una drastica riduzione delle opportunità lavorative per i giovani ricercatori, aggravando il problema del precariato accademico e favorendo la fuga dei talenti all’estero.<br>
Tra le criticità rilevate per i CDR, si evidenzia la loro difficile adattabilità a molti dei finanziamenti pubblici e privati erogati oggi in Italia, a causa dell’elevato costo, ma soprattutto il rischio che i neo-dottorati possano avere un limitato accesso ai CDR, venendo così esclusi dal proseguire nella carriera accademica. Questo metterebbe a rischio un’intera generazione di ricercatori e la continuità della ricerca. <br>
Viene inoltre ribadita la scarsità di investimenti strutturali nella ricerca italiana, il blocco del turnover accademico e l’assenza di una prospettiva politica che delinei un percorso continuativo e strutturato per i giovani ricercatori, prospettiva che non potrà essere garantita dai CDR. <br>
I firmatari richiedono un confronto con il Ministero per definire soluzioni fattive e sostenibili a tutela della continuità e della qualità della ricerca pubblica in Italia.</p>
<p>Per adesioni <a href="https://forms.gle/HFRieukb2j6GwWDJ7" rel="noopener">compilare questo modulo</a><br>
<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vQxhMoO91c-wX7dp5eFrvmOkES_TmYKjHfLaflfiWjGMiH96isdHRGJrBMj1UOXRTeCcDa6Y-pa6Mqo/pubhtml" rel="noopener">Vedi l&rsquo;elenco dei firmatari</a></p>
<hr>
<h2 id="lettera-aperta-quale-futuro-per-i-giovani-ricercatori">Lettera aperta. Quale futuro per i giovani ricercatori?</h2><p>Onorevole Ministra Bernini,</p>
<p>Siamo tra i circa 16 mila assegnisti di ricerca [1] che compongono il personale non strutturato delle Università e degli Enti di Ricerca italiani e Le scriviamo questa lettera sapendo di essere solo una piccola parte dei giovani ricercatori italiani sinceramente preoccupati non solo per il proprio futuro lavorativo, ma anche per quello di tutta la ricerca pubblica nel nostro Paese.<br>
La recente introduzione dei contratti di ricerca (CDR), che di fatto hanno portato alla cessazione degli assegni di ricerca (AdR), è stata da più parti auspicata, in quanto permette di estendere alcune tutele in parte già garantite dagli AdR. Tuttavia, appaiono pensati soprattutto per ricercatori che (anche grazie agli AdR) hanno già potuto costruirsi un curriculum scientifico competitivo, e per questo, se mantenuti come unico strumento contrattuale possibile per il post-dottorato, rischiano di tagliare fuori i più giovani.<br>
Infatti, se da un lato il costo relativamente alto dei CDR per Università ed Enti di Ricerca ne ridurrà il numero nei prossimi anni rispetto ai vecchi AdR, dall’altro renderà pressoché impossibile l’avanzamento di carriera per i neo-dottorati, i quali si troveranno costretti a competere per lo stesso contratto con ricercatori di post dottorato aventi anni di esperienza alle spalle, curricula più strutturati e un numero maggiore di pubblicazioni. Ciò porterà probabilmente alla perdita di altre migliaia di giovani ricercatori altamente qualificati, con un impatto negativo sul futuro della ricerca nel nostro Paese. Molti di loro si troveranno costretti ad abbandonare la carriera accademica per cercare opportunità più remunerative o, in alternativa, a rivolgersi a enti di ricerca esteri, aggravando ulteriormente il già consolidato problema della “fuga di cervelli” [2]. Questo scenario si tradurrebbe in una stagnazione della ricerca, un impoverimento della competitività delle istituzioni e un’ulteriore riduzione della capacità del sistema della ricerca pubblica italiana di attrarre e trattenere menti brillanti. Inoltre, in un‘ottica più ampia, significherebbe aver investito tempo e denaro nella formazione di un giovane ricercatore, senza che questo possa, successivamente, restituire all’intera comunità scientifica la sua esperienza, vanificando di fatto l’investimento effettuato.<br>
L&rsquo;abolizione dell&rsquo;AdR a favore dei CDR ha generato, inoltre, una situazione di emergenza che ha spinto gli atenei ad adottare soluzioni improvvisate con ancora minori garanzie per i ricercatori. Tra queste, l’estensione del limite di età delle “borse per giovani promettenti” [3], una tipologia di reclutamento esistente ma poco usata nelle università. Se da un lato tale soluzione ha soddisfatto l&rsquo;impellente necessità dei giovani ricercatori di portare a termine le proprie ricerche, assicurando loro il riconoscimento del loro nome nelle relative pubblicazioni, dall’altro non offre alcuna tutela (malattia, maternità, contributi pensionistici), diversamente dai precedenti AdR.<br>
Purtroppo, l’esclusione di tanti giovani talenti dal mondo della ricerca non è un rischio remoto da evitare ma un processo già in atto, che sta compromettendo in maniera significativa la qualità, la continuità e l&rsquo;impatto della nostra ricerca attuale e futura. Colleghi che, fino a poco tempo fa, contribuivano attivamente al progresso scientifico – sia direttamente, mediante la pratica sperimentale, sia indirettamente, attraverso la formazione di giovani talenti e le attività di terza missione – si ritrovano ora disoccupati, senza una affiliazione, scoraggiati dalla mancanza di una visione futura, e costretti a rivolgersi a realtà estere o a impieghi alternativi che non consentono loro di mettere a frutto l’enorme esperienza e gli investimenti accumulati nel corso degli anni. Inoltre, la mancanza di garanzie su quali forme contrattuali potranno essere bandite nell’immediato futuro compromette la possibilità di usufruire dei finanziamenti ottenuti tramite bandi competitivi. Tutto questo accade a pochi mesi dalla scadenza dei nostri contratti, e si ripercuote in maniera estremamente negativa sulla nostra attività di ricerca, che al contempo è resa sempre più complessa dal continuo taglio di finanziamenti.<br>
Riteniamo che tale sistema stia depauperando risorse umane fondamentali, con conseguenze ben più gravi della semplice perdita di posti di lavoro. Sarebbe quindi auspicabile superare l&rsquo;unico strumento contrattuale attualmente presente (il CDR), che appare insufficiente a soddisfare l&rsquo;esigenza di disporre di profili adeguati al reclutamento dei giovani ricercatori.<br>
L’introduzione delle borse di assistenza alla ricerca Junior e Senior (Art. 22-ter) prevista dal DdL 1240 attualmente in discussione in Commissione 7a al Senato rappresenta sicuramente una strategia volta a tamponare i vuoti che si sono creati a causa dell’abolizione dell’AdR in favore del CdR. <br>
Ci preme però sottolineare come, sebbene rivolte a una platea più ristretta, tali borse richiamino in molti aspetti i vecchi AdR e, con essi, i loro problemi intrinseci, tra cui la creazione di posizioni precarie che difficilmente verranno assorbite dal sistema negli anni a seguire (cfr. il riferimento alla “non continuatività” dei 3 anni di durata massima previsti, come anche nel caso del “contratto post-doc” di cui allo stesso DdL). Strumenti caratterizzati da una flessibilità che li rende adattabili alle esigenze del settore non possono comunque prescindere da adeguate tutele giuslavoristiche, a meno di non voler continuare a incrementare il fenomeno dilagante della precarietà.<br>
Considerando i punti sopra elencati, desidereremmo conoscere la Sua visione – nonché quella del Ministero da Lei diretto – sul futuro dei giovani ricercatori del nostro Paese, cuore pulsante della ricerca e fonte di eccellenze riconosciute a livello internazionale.<br>
Quale futuro si vuole costruire per i tanti giovani che non possono accedere ai CDR? Può una sola tipologia di contratto essere sufficiente per risolvere il problema del precariato? Quali soluzioni immaginare per chi come noi è ancora in una fase di crescita professionale e sta costruendosi un curriculum competitivo per accedere ai CDR e (successivamente) alle posizioni di Ricercatore Tenure-Track (RTT)?<br>
Come si prevede di garantire il reinserimento di tali figure all’interno del sistema universitario, senza snaturare i principi fondamentali che hanno portato alla creazione dei CDR? Quali effetti, in merito al problema del precariato, si immagina possano derivare dall’introduzione di nuovi contratti? Infine, in che modo l’introduzione delle nuove figure professionali può facilitare la transizione dei nuovi ricercatori nel mondo accademico, se non si incrementano significativamente le risorse previste per le assunzioni in ruolo?<br>
Siamo fortemente convinti che investire nella ricerca significa investire nel progresso e nella crescita del nostro Paese: ogni scoperta apre la strada a nuove possibilità per l&rsquo;intera società.<br>
La comunità scientifica italiana è pronta a collaborare per costruire un futuro in cui la ricerca sia un motore di sviluppo per il Paese. Confidiamo nel Suo impegno per affrontare queste sfide e valorizzare il talento e l’impegno di noi ricercatori, e ci rendiamo disponibili per ogni ulteriore approfondimento.</p>
<p>Referenze:</p>
<p>[1]: USTAT, Personale Universitario (<a href="https://ustat.mur.gov.it/media/1294/focus_pers_univ2023.pdf" rel="noopener">link</a>)<br>
[2]: CNEL, Rapporto Giovani all’estero (<a href="https://www.cnel.it/Comunicazione-e-Stampa/Notizie/ArtMID/1174/ArticleID/4378/PRESENTATO-AL-CNEL-IL-RAPPORTO-GIOVANI-ALL%E2%80%99ESTERO#:~:text=In%20tredici%20anni%2C%20dal%202011,la%20sottovalutazione%20dei%20dati%20ufficiali" rel="noopener">link</a>)<br>
[3]: UniMi, Regolamento sull&rsquo;istituzione di borse di studio (<a href="https://www.unimi.it/it/ateneo/normative/regolamenti/regolamento-sullistituzione-di-borse-di-studio-il-proseguimento-della-formazione-di-promettenti" rel="noopener">link</a>)</p>
<p>Per adesioni <a href="https://forms.gle/HFRieukb2j6GwWDJ7" rel="noopener">compilare questo modulo</a><br>
<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vQxhMoO91c-wX7dp5eFrvmOkES_TmYKjHfLaflfiWjGMiH96isdHRGJrBMj1UOXRTeCcDa6Y-pa6Mqo/pubhtml" rel="noopener">Vedi l&rsquo;elenco dei firmatari</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La vita in un Paese occupato</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vita-paese-occupato/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vita-paese-occupato/</guid><pubDate>Mon, 17 Mar 2025 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>redazione</dc:creator><description>Condividiamo una traduzione sintetica della lettera ricevuta e pubblicata dalla scrittrice Anne Applebaum sulla sua newsletter Open Letters : una testimonianza della disperazione vissuta oggi da molte persone che lavorano nelle università e nelle istituzioni governative statunitensi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vita-paese-occupato-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vita-paese-occupato-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Qualche giorno fa, ho ricevuto una lettera insolita da un lettore che aveva letto il mio articolo sull&rsquo;<em>Atlantic</em>, &ldquo;<a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/02/doge-civil-servant-purge/681671/?gift=hVZeG3M9DnxL4CekrWGK3zSZA2CWxmWwm-wr9eMWzSg&amp;utm_source=copy-link&amp;utm_medium=social&amp;utm_campaign=share" rel="noopener">There&rsquo;s a Term for what Trump and Musk are Doing: How Regime Change Happens in America</a>&rdquo;, e che lo aveva trovato sia inquietante che accurato», scrive Anne Applebaum sulla sua newsletter <a href="https://anneapplebaum.substack.com/" rel="noopener"><em>Open Letters</em></a>. La scrittrice racconta che la lettera originale era firmata e conteneva informazioni e dettagli sul profilo del suo interlocutore che le hanno consentito di verificarne l’identità. Quando gli ha chiesto l’autorizzazione a condividere il testo, l’autore ha acconsentito, ma solo a condizione di essere protetto dall’anonimato. «Ovviamente ho accettato - scrive Applebaum - e la condivido perché, anche senza quei dettagli, che includono importanti titoli accademici e risultati scientifici impressionanti, cattura parte della disperazione che ho sentito da altre persone, nelle università e nelle istituzioni governative».</p>
<p>Pensiamo che a propria volta <em>Scienza in rete</em> possa pubblicarne una visione sintetica in italiano, perché aiuta a capire quello che sta succedendo e a renderci conto che quel “paese occupato” sono gli Stati Uniti.</p>
<blockquote>
<p>Mi sono sentito in dovere di contattarti perché non riesco a togliermi dalla testa questa frase del tuo articolo: “L&rsquo;unica cosa che queste politiche faranno sicuramente, e sono chiaramente progettate per fare, è alterare il comportamento e i valori del servizio pubblico. Improvvisamente, e non per caso, le persone che lavorano per il governo federale americano stanno vivendo la stessa esperienza di persone che si trovano a vivere sotto occupazione straniera”.</p>
<p>Io lo vivo ogni giorno. Scrivo sia come dipendente del governo federale, sia come membro di una grande università che riceve ingenti finanziamenti federali. Nel corso della mia decennale carriera, ho raggiunto i vertici in entrambi i settori. Molti miei colleghi ed ex compagni di classe rivestono ruoli simili sia nel settore pubblico che in quello privato.</p>
<p>Come molti, abbiamo ricevuto istruzioni non solo di rimuovere tutti i pronomi e la terminologia inclusiva dalle nostre firme e-mail e dai nostri siti web, ma anche di non pubblicare o mettere &ldquo;mi piace&rdquo; sui social media su nulla che riguardi il nostro lavoro, la nostra politica o le nostre linee guida.</p>
<p>Tuttavia, parte del mio lavoro è dare conto di quello che faccio, e io ci credo.</p>
<p>Ho assistito a licenziamenti di massa e congedi forzati con breve preavviso. Immagino che tutti quelli che conosco professionalmente perderanno il lavoro. Sono a un anno e mezzo dalla possibilità di pensionamento anticipato, ma ora immagino che non ce la farò, nonostante abbia sempre pianificato di rimanere un dipendente federale fino all&rsquo;età pensionabile.</p>
<p>In base a dove vivo e al tipo di lavoro che svolgo, mi sento costantemente come se avessi più di un bersaglio sulla schiena; per questo motivo, condivido qui solo i dettagli più generici. Penso che presto mi troverò di fronte alla scelta se accettare di essere licenziato, dimettermi o essere considerato complice del regime attuale.</p>
<p>Non ho risposto alle e-mail, né ho compilato i cinque punti sui compiti che ho portato a termine. Credo che se manterrò o meno la mia posizione non dipenderà dalla mia risposta. Immagino che lo scopriremo presto. Ma nel giro di poche settimane ho visto i colleghi delle mie istituzioni e di quelle simili obbedire. Obbediscono e rispondono per paura.</p>
<p>Anch&rsquo;io mi preoccupo del mutuo e del pagamento delle tasse universitarie per i miei figli e di cosa può succedere quando il mercato è inondato di disoccupati con titoli di studio di alto livello e il mercato azionario crolla. Anche io nascondo la mia identità mentre critico gli altri, cosa per cui provo un profondo senso di vergogna. Mi comporto in questo modo, almeno in parte, perché sono il principale responsabile del reddito della mia famiglia e non voglio metterla a rischio.</p>
<p>A volte mi sento come se stessi urlando, mentre amici e parenti pensano chiaramente che stia esagerando. Che quello che sta succedendo non ci toccherà davvero. Che i tribunali ci salveranno. Che non può essere così brutto come appare. Leggere libri come il tuo sull’autocrazia (Ann Applebaum, <em>Autocrazie</em>, Mondadori 2024, ndr) o sulla fine della democrazia (Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, <em>Come muoiono le democrazie</em>, Laterza 2020, ndr) mi fa sentire deprimente, paranoico, marginale, nichilista. C’è chi dice che &ldquo;dobbiamo solo farcela&rdquo; alle prossime elezioni, ma non sono affatto sicuro che ci saranno di nuovo elezioni libere e giuste nel corso della nostra vita. Come se ogni giorno non sembrasse una vita.</p>
<p>Mio figlio adolescente mi ha chiesto se ho pianto dopo le elezioni, come nel 2016. Certo che sì. Lo avevano previsto tutti coloro che conoscevano il Progetto 2025 (elaborato dalla fondazione Heritage, un think tank conservatore, il progetto mira a portare l&rsquo;intero ramo esecutivo dello stato federale sotto il diretto controllo del presidente, ndr).</p>
<p>Hanno scritto un manuale e ora lo stanno mettendo in pratica.</p>
<p>Quando ero bambino ho sentito parlare di altri bambini sotto regimi oppressivi in tutto il mondo. Ricordo di essermi sentito molto triste per quelli della mia stessa età. Ora i nostri bambini negli Stati Uniti cresceranno sotto questo incubo mentre il mondo guarda con orrore, disgusto e pietà.</p>
<p>Non voglio sentirmi traumatizzato nel mio lavoro ogni giorno. Come se vivessi sotto un&rsquo;occupazione straniera. [… ] Sono felice di avere l&rsquo;opportunità di condividere parte di quello che sta succedendo e, cosa più importante, di ringraziarvi profondamente per aver fatto sentire me e altri come me visti e ascoltati.</p>
<p>Potremmo essere canarini in una miniera di carbone, ma nessuno negli USA, e forse nel mondo, uscirà indenne da questo periodo. Alcuni semplicemente non se ne rendono ancora conto. Altri sì.</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>Truffa online: attenti al falso Garattini</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/truffa-online-attenti-falso-garattini/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/truffa-online-attenti-falso-garattini/</guid><pubDate>Mon, 17 Mar 2025 07:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>societa</category><description>Una truffa che agisce attraverso Facebook utilizza video contraffatti di Silvio Garattini e Giuseppe Remuzzi per pubblicizzare fantomatici rimedi contro l’artrite.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/truffa-online-attenti-falso-garattini-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/truffa-online-attenti-falso-garattini-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Il famoso medico Silvio Garattini ha definito idioti tutti coloro che curano le articolazioni con le pillole», il presentatore nello studio televisivo annuncia così una rivoluzionaria scoperta nel trattamento dell’artrite e passa la linea a Silvio Garattini, presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, collegato da quello che sembra l’atrio di una sala per congressi. «Sì, ho dato dell’idiota a chi usa ancora delle pillole per curare i dolori articolari nel 2025. Pensi di essere immortale? Non siate ingenui! Se davvero volete liberarvi dei dolori articolari, ascoltate attentamente. Le persone che soffrono di dolori articolari potrebbero non credermi, ma vi insegnerò un metodo. Se non vi piace, è una vostra scelta. Dopo tutto, siete voi a soffrire di dolori articolari, non io». Certo, la costruzione del discorso è un po’ bizzarra e alcune affermazioni non sembrano in linea con il personaggio, ma è innegabile, osservando la bocca del professore, che quelle sono proprio le parole che sta pronunciando.</p>
<p>In sostanza, la notizia è che Silvio Garattini ha messo a punto un trattamento in grado di rinnovare il liquido sinoviale delle articolazioni, eliminare completamente il dolore e la rigidità. Il nuovo prodotto sta battendo i record di vendita e già 100 mila clienti si sono dichiarati soddisfatti. Il video circola su Facebook, condiviso e rilanciato da diversi profili, per lo più di persone anziane, evidentemente affette da artrite. «Se state guardando la registrazione della trasmissione su Facebook, cliccate sul pulsante per saperne di più». Anche questa frase suona un po’ strana da pronunciare nel corso di un’intervista televisiva. Ma, tant’è, non c’è altro da fare che premere il pulsante per saperne di più.</p>
<p>Il link del pulsante rimanda a una pagina in rumeno dal titolo “Ricetta del cocktail purificante per il corpo miracoloso”. C’è una foto di tuorli d’uovo in un frullatore e un testo che pubblicizza la ricetta di un preparato che purifica dalle tossine, venduta da una certa Michelle al prezzo di 149 RON, l’equivalente in valuta rumena di una trentina di euro. Per ricevere la ricetta, bisogna lasciare nome, cognome e indirizzo di posta elettronica e si verrà ricontattati. L’effetto straniante è completo: che cosa c’entra una ricetta con le uova con l’artrite e con Silvio Garattini?</p>
<p>«Non ho mai pronunciato quelle frasi e non pubblicizzo farmaci o rimedi», commenta il medico in persona. «Si tratta di una truffa, che danneggia me e ha danneggiato tante persone, cadute nella rete di questi approfittatori. Nonostante il ricorso agli avvocati e altre azioni che abbiamo intrapreso, non riusciamo a bloccarli. I video che vengono diffusi sono ottenuti modificando filmati di mie vecchie interviste. Ricevo tante email di utenti di Facebook che mi chiedono spiegazioni o raccontano di essere stati ingannati. Mi dispiace tanto per loro. Quello che si può fare è diffondere la conoscenza della truffa per mettere in guardia il pubblico. Ci stiamo impegnando in tal senso».</p>
<h2 id="una-trappola-ben-mirata">Una trappola ben mirata</h2><p>La truffa delle interviste manipolate, che approfitta dell’immagine di Silvio Garattini e di altre figure note nel campo della salute, tra cui Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, miete vittime ormai da mesi. «Abbiamo ovviamente sporto denuncia alla Polizia Postale», spiega Daniela Abbatantuono, responsabile della comunicazione dell’Istituto Mario Negri, «e aggiorniamo periodicamente la documentazione, quando entriamo in possesso di nuovi video. È un’attività che procede a ondate: ogni tanto vengono pubblicati nuovi post sponsorizzati, che sono mirati in modo specifico ai profili degli utenti over 60, quelli che presumibilmente soffrono di dolori articolari e sono più ricettivi sull’argomento. Ci arrivano numerose email da parte degli utenti: segnalazioni e richieste di chiarimenti e racconti di esperienze personali. Ci sono periodi in cui ne riceviamo diverse decine al giorno, poi diminuiscono temporaneamente, quindi aumentano di nuovo». Nel 2024, il link che compariva nei post rimandava a una pagina web dedicata a un prodotto a base di erbe, Hondro Sol, in forma di gel o di spray da applicare sulla pelle in corrispondenza delle articolazioni, che vanta proprietà terapeutiche contro l’infiammazione articolare ma non è registrato come farmaco. La società che lo produce ha sede alle Seychelles. Per ordinarlo bisognava lasciare nome, cognome e recapito telefonico e si veniva ricontattati per telefono da una persona. «Il prodotto ordinato arrivava per posta e si pagava in contrassegno», racconta Abbatantuono. «A chi ci scriveva dicendo di averlo ordinato, abbiamo raccomandato di non pagare e rifiutare la consegna.»</p>
<p>Nell’ultimo aggiornamento della truffa, attivo in questi giorni, il link rimanda invece alla misteriosa ricetta del cocktail purificante. Il meccanismo di acquisto è lo stesso. «Abbiamo girato anche noi dei <a href="https://www.youtube.com/watch?v=xF-JEeB9mmo" rel="noopener">video</a> in cui il professor Garattini avverte dell’inganno», prosegue la responsabile della comunicazione. «Li abbiamo postati su Facebook, sperando così di raggiungere più facilmente la porzione di pubblico che può essere entrata in contatto con i falsi video».</p>
<h2 id="organizzazioni-criminali-impunite">Organizzazioni criminali impunite</h2><p>Oggi grazie alle risorse dell’intelligenza artificiale è possibile realizzare dei deep fake, cioè delle immagini, degli audio o dei video contraffatti estremamente verosimili. È quel che hanno fatto gli autori di questi post, manipolando filmati già esistenti così che i movimenti delle labbra di chi parla si accordino alla traccia audio falsa inserita al posto di quella originale.</p>
<p>«È un lavoro svolto da organizzazioni criminali che operano all’estero, in Paesi extra Unione Europea. Realizzano questi prodotti utilizzando strumenti commerciali e, per quelli più sofisticati, sistemi di intelligenza artificiale. Poi li vendono a chi organizza truffe, per adescare le vittime», spiega Alessandro Orlowski, esperto di cyber crime e cyber intelligence, fondatore e amministratore delegato di Wateronmars, azienda specializzata nell’analisi di dati. «Non è impossibile localizzarli, tracciare le carte di credito che usano per promuovere i post sui social media e gli indirizzi da cui si collegano alla rete, ma agire legalmente contro di loro è complesso, perché richiede delle rogatorie internazionali. Da parte dei social media, poi, c’è scarsa collaborazione. Si può ottenere la rimozione di specifici post presentando una richiesta motivata, ma ne compaiono subito altri. Potrebbero implementare degli algoritmi in grado di bloccarli, ma evidentemente non hanno interesse a farlo.»</p>
<p>Nel migliore dei casi, le truffe orchestrate in questo modo si limitano a danneggiare economicamente le vittime che cadono nella loro rete. Nel peggiore dei casi, possono mettere a repentaglio la loro salute, quando spacciano prodotti inefficaci, che distolgono dai trattamenti funzionanti, oppure quando pubblicizzano rimedi tossici. È il caso della “mineral miracle solution”, una soluzione di clorito di sodio, tossica, spacciata come rimedio contro l’AIDS, la tubercolosi, la malaria, l’herpes e l’autismo. Su Facebook stanno circolando post che raccomandano di somministrarla nel biberon ai bambini per “disintossicarli dai vaccini”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>HIV: la scienza manifesta per i tagli dell'amministrazione Trump</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump/</guid><pubDate>Wed, 12 Mar 2025 16:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><description>La Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections (CROI) 2025 si svolge nella preoccupazione: molti partecipanti, compresi alcuni relatori, non hanno potuto essere presenti a causa delle restrizioni imposte dall&amp;amp;rsquo;amministrazione Trump. Lunedì si è svolta una manifestazione per sostenere i programmi contro HIV minacciati dai tagli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I quasi 4000 partecipanti all’edizione 2025 della Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections (CROI), che quest’anno si svolge a San Francisco, sono tutti scossi. Ai più anziani sembra di essere tornati indietro nel tempo, riportati di peso a trent’anni fa quando i convegni sull’HIV erano centrati sulle questioni politiche e sociali. Alcuni di loro sono preoccupati di rivivere quegli anni bui tanto da commuoversi fino alle lacrime, come è successo a Rebecca Denison, attivista del gruppo Women Organized to Respond to Life Threatening Diseases, che è una sopravvissuta all’infezione contratta all’inizio degli anni Novanta e la cui relazione era tra quelle di apertura della conferenza. I più giovani, che hanno trascorso la loro vita lavorativa all’interno di una comunità in cui i valori della diversità, dell’equità e dell’inclusione sono stati fondamentali, come è stato ricordato nella seduta plenaria di lunedì 10 marzo, sono confusi e spaventati.</p>
<p>Cosa accadrà? Dopo anni di relativo ottimismo, l’uragano Trump potrebbe davvero cambiare le cose per l’infezione da HIV, anzi le sta già cambiando. Del resto, gli organizzatori lo hanno messo per iscritto in modo chiaro nella lettera di benvenuto: «Quest’anno il meeting si svolge in un clima di tremenda apprensione e incertezza, a causa delle recenti azioni del governo degli Stati Uniti». E per sottolineare l’enormità del problema accolgono i partecipanti al momento dell’iscrizione distribuendo due spillette che chiedono di appuntarsi al petto. C’è scritto: «Io sostengo la scienza» e «Io sostengo i nostri lavoratori federali».</p>
<p>Già, perché dopo i licenziamenti in massa decisi a gennaio dal presidente appena eletto, e solo parzialmente congelati dopo qualche giorno, sono arrivate le restrizioni agli spostamenti imposte ai lavoratori del governo federale che hanno impedito a moltissime persone di partecipare a questa conferenza. Si tratta di medici, ricercatori, funzionari di sanità pubblica di istituzioni importanti come i National Institutes of Health (NIH) o i Centers for Disease Control (CDC), da molti anni in prima fila nella lotta all’AIDS e a molte altre malattie. Da un giorno all’altro il governo ha ordinato loro di bloccare tutto a tempo indefinito: comunicazioni, viaggi, meeting. Molti di loro dovevano essere qui come relatori, ma non sono potuti venire.</p>
<p>È la prima volta che accade una cosa del genere dal 1993, anno della prima edizione della conferenza. All’ingresso della struttura che ospita il CROI campeggia anche un grande schermo su cui si alternano medici e ricercatori da tutto il mondo, da Anthony Fauci a Francoise Barré Sinousi, premio Nobel per aver isolato HIV, e tutti ripetono la stessa cosa: se si tagliano i fondi per la ricerca e il trattamento dell’HIV sarà un disastro, moriranno moltissime persone.</p>
<p>Lunedì pomeriggio, alla fine delle sessioni della conferenza, si è svolta una manifestazione con la parola d’ordine <em>Save our science</em>, salviamo la nostra scienza. Lo scopo: sostenere i programmi di ricerca sull’HIV «minacciati dal congelamento dei fondi federali e dai tagli dell’amministrazione Trump». Tagli alla ricerca ma che si ripercuotono sui trattamenti e le cure. La manifestazione è stata organizzata da San Francisco AIDS Foundation, HIV Advocacy Network insieme agli scienziati che partecipano al CROI 2025 e a tanti attivisti. Sul palco allestito nello Yerba Buena Park si sono avvicendati medici, ricercatori, attivisti, persone con infezione da HIV. Tanti i cartelli di protesta con slogan che ripetono anche quelli dell’inizio degli anni Novanta, come il famoso <em>Silence = Death</em>.</p>
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<p class="didascalia">Momenti della manifestazione di lunedì. Crediti: Brooke Anderson</p>

<p>La preoccupazione è duplice: da un lato i tagli ai fondi federali per la ricerca biomedica operati dall’amministrazione Trump saranno un ostacolo per la formazione di nuovi medici e ricercatori e non li metteranno in grado di fronteggiare vecchie e nuove sfide. Se non si fosse investito nella ricerca, per esempio, non avremmo avuto i farmaci antiretrovirali che alla fine degli anni Novanta hanno cambiato radicalmente l’aspettativa di vita delle persone con HIV. Inoltre, come ha ricordato dal palco della manifestazione, Steven Deeks dell’Università della California a San Francisco, l’investimento nella ricerca sull’HIV è stato un motore di avanzamento per molti altri campi della ricerca biomedica, con un ritorno importante anche sul fronte della cura e della prevenzione di molte malattie.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/hiv-scienza-manifesta-tagli-dellamministrazione-trump-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2048" height="1365" loading="lazy" decoding="async">
</p>
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<p class="didascalia">Crediti: Brooke Anderson</p>

<p>D’altro lato, il congelamento di agenzie come USAID (United States Agency for International Development) e programmi come PEPFAR (President’s Emergency Plan for AIDS Relief), e PMI (President’s Malaria Initiative) crea una situazione davvero preoccupante per il trattamento e la cura. USAID fornisce assistenza allo sviluppo economico e assistenza umanitaria in molti Paesi. Il programma PEPFAR è stato annunciato nel 2003 dall’allora presidente George Bush. Da allora è stato cruciale per la risposta all’epidemia da HIV ma anche per il rafforzamento dei sistemi sanitari di oltre 50 paesi. Il PMI è nato nel 2005 per il controllo e l’eliminazione della malaria ed è presente in oltre 25 paesi in Africa e Asia.</p>
<p>Alla fine di gennaio 2025 una direttiva del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha bloccato per 90 giorni tutti i programmi di aiuto ad altri paesi. Quello che riguardava PEPFAR è stato poi parzialmente revocato, ma solo per la prevenzione della trasmissione madre-figlio che è una parte del lavoro del programma. Inoltre, sottolineano i relatori alla conferenza, i programmi PEPFAR sono per oltre due terzi implementati attaverso USAID, la cui attività al momento è totalmente congelata. In 21 anni i fondi PEPFAR hanno permesso il trattamento con antiretrovirali di oltre 20 milioni di persone con infezione da HIV, inclusi 566.000 bambini, raggiunto 2,3 milioni di giovani donne con i servizi di prevenzione dall’infezione e dato aiuto a 6,6 milioni di orfani da AIDS. Si calcola che PEPFAR abbia salvato in questi anni 26 milioni di vite e prevenuto l’infezione di 7,8 milioni di bambini. Nei paesi in cui il programma è attivo, le nuove infezioni da HIV si sono dimezzate dal 2010 a oggi.</p>
<p>Cosa succede se PEPFAR si ferma? Al convegno è stata presentata una stima impressionante: dal momento del blocco all’una di pomeriggio del 9 marzo le morti già verificatesi sarebbero 19.257 tra gli adulti e 2049 tra i bambini. E questi numeri aumentano rispettivamente di una unità ogni 3 minuti e ogni 31 minuti. In un <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11851316/" rel="noopener">articolo</a> pubblicato il 25 febbraio sul <em>Journal of the International AIDS Society</em> si calcola che tre mesi di stop provocheranno un eccesso di morti per HIV di 109.552 persone in Africa.</p>
<p>Un punto cruciale trattato dai relatori riguarda la PrEP, ovvero la profilassi pre-esposizione dell’infezione da HIV realizzata con farmaci antiretrovirali. Quest’intervento aveva avuto un’espansione importante negli ultimi anni soprattutto in Africa con il risultato di contribuire alla drastica riduzione delle nuove infezioni. Oltre il 90% dei programmi riguardanti la PrEP a livello mondiale è stato realizzato con i fondi PEPFAR. Ora, come ha notato Chris Beyer del Duke Global Health Institute, l’intervento viene mantenuto solo per le donne in gravidanza e che allattano, mentre vengono annullati i fondi per tutte le altre persone, sia quelle che dovrebbero cominciare il trattamento, sia quelle che già sono in trattamento. Questo vuol dire che la profilassi viene sospesa a oltre due milioni di persone.</p>
<p>La scure di Trump si abbatte anche sui contenuti dei sistemi informativi. Negli ultimi anni era emerso il concetto di <em>key population</em>, popolazioni chiave che sono più colpite HIV e che è essenziale coinvolgere nell’attività di prevenzione per porre fine all’epidemia. Tra le <em>key population</em> troviamo per esempio le persone che usano sostanze stupefacenti, gli uomini che fanno sesso con uomini, i lavoratori del sesso, le persone transgender, i carcerati. Le agenzie federali americane hanno ricevuto dall’amministrazione Trump il divieto di utilizzare questo concetto nelle modellizzazioni di sviluppo e controllo dell’epidemia ma anche di raccogliere dati epidemiologici disaggregati secondo questo principio.</p>
<p>L’ottimismo che aveva fatto pensare all’UNAIDS, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di HIV, di poter lanciare un piano per porre fine all’infezione da HIV entro il 2050 si è sgonfiato lasciando il posto a una domanda che qui, a San Francisco, non è stata affrontata ma che forse dovrà esserlo nei prossimi mesi: come fare senza gli Usa?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I colpi mortali di Trump alle agenzie federali</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/colpi-mortali-trump-agenzie-federali/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/colpi-mortali-trump-agenzie-federali/</guid><pubDate>Mon, 10 Mar 2025 08:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Trump non perde tempo e licenzia centinaia di scienziati dalle agenzie federali ambientali (soprattutto dalla povera NOAA), taglia fondi e finanziamenti e svuota i siti web. Il disegno è chiaro: se la verità dà fastidio, non resta che eliminarla. Ma forse alcuni anticorpi giudiziari resistono anche in America.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/colpi-mortali-trump-agenzie-federali-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/colpi-mortali-trump-agenzie-federali-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I giornalisti e le giornaliste scientifiche possono confermare: abbiamo le caselle e-mail piene di newsletter (di <em>Science</em>, <em>Nature</em> e compagnia) che elencano giorno dopo giorno la sfilza di impatti negativi di Trump sulla ricerca. La scienza, sul piano comunicativo, non è da tempo più neutrale: prima delle elezioni le riviste più rinomate avevano provato a indirizzare il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ora-serio-problema-clima/">voto</a>. Giusto o sbagliato che sia, ormai non si può davvero ignorare che la ricerca scientifica americana sta rischiando seriamente di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ridisegna-panorama-ricerca-usa/">sgretolarsi</a>. Da quando <em>The Donald</em> è tornato alla Casa Bianca, è iniziata la conta dei danni.</p>
<p>Su <em>Scienza in rete</em> abbiamo già scritto degli effetti nefasti di Trump sulla ricerca <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-attacco-scienza-liberta/">biomedica</a>, ma che dire riguardo a quella ambientale?</p>
<p>«Ho lavorato fino all&rsquo;ultimo minuto del mio impiego federale» e «ho fatto del mio meglio per concludere il mio lavoro prima di perdere gli accessi». È quanto dice a <em><a href="https://www.science.org/content/article/noaa-firings-hit-birthplace-weather-and-climate-forecasting" rel="noopener">Science</a></em> Kai-Yuan Cheng della NOAA (<a href="https://www.noaa.gov/" rel="noopener">National Oceanic and Atmospheric Administration</a>), una delle più note e migliori agenzie federali di ricerca ambientale che sta subendo i maggiori danni dai tagli del governo. A quanto si legge, ci sarebbero stati nell’arco di una settimana tra i 600 e i 900 licenziamenti, che hanno preso particolarmente di mira i neoassunti (spesso “in prova”) o coloro che erano stati recentemente promossi.</p>
<p>Cheng lavorava in particolare per il <a href="https://www.gfdl.noaa.gov/" rel="noopener">Geophysical Fluid Dynamics Laboratory</a>, che dal 1955 produce per la NOAA alcuni dei modelli meteorologici e climatici più rinomati al mondo, indispensabili sia per le previsioni meteorologiche degli Stati Uniti sia per quelle climatiche globali. Per esempio, riporta <em>Science</em>, durante l’anno in corso si sarebbe dovuto completare il progetto AM5 che sarebbe servito in modelli utili tanto alle compagnie assicurative quando alle stesse Nazioni Unite. Tuttavia,</p>
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<p>due scienziati fondamentali per il progetto AM5, tra cui uno dei responsabili, sono stati licenziati la scorsa settimana. Entrambi avevano lavorato per molti anni come collaboratori esterni prima di essere finalmente assunti. Uno di loro ha dovuto anche attendere a lungo il completamento del processo di richiesta della cittadinanza statunitense. «Ho rinunciato alla mia cittadinanza per questo lavoro», ha dichiarato lo scienziato, chiedendo di rimanere anonimo per timore di attirare attenzioni indesiderate.</p></blockquote>
<h4 id="segnaliamo-che-science-ha-creato-un-comodo-trump-tracker-che-tiene-sotto-controllo-le-malefatte-dellamministrazione-contro-la-ricerca-scientifica-una-delle-ultime-relative-al-clima-è-che-il-congresso-ha-votato-per-abolire-le-multe-per-le-aziende-che-emettono-metano">Segnaliamo che <em>Science</em> ha creato un comodo <em><a href="https://www.science.org/content/article/science-trump-latest-news" rel="noopener">Trump Tracker</a></em>, che tiene sotto controllo le malefatte dell’amministrazione contro la ricerca scientifica. Una delle ultime relative al clima è che il Congresso ha votato per abolire le multe per le aziende che emettono metano.</h4><p>O ancora, è a rischio la collaborazione con <a href="https://allenai.org/" rel="noopener">Ai2</a>, una no-profit che adopera i suddetti modelli per allenare un sistema previsionale basato su un’intelligenza artificiale che chiede una potenza di calcolo molto inferiore. «Con le intenzioni e le azioni incontrollate dell’attuale amministrazione, questa tragedia si concretizzerà rapidamente e sarà difficile da invertire», dice Chris Bretherton, lo scienziato a capo dei modelli climatici dell’organizzazione.</p>
<p>Dal sito della <em><a href="https://www.npr.org/2025/03/06/nx-s1-5316917/noaa-trump-impact-layoffs" rel="noopener">National Public Radio</a> (NPR)</em> si leggono le testimonianze di chi lavora nell’ufficio del National Weather Service della baia di San Francisco e Monterey. A servire 8 milioni di residenti in 11 contee ora c’è un meteorologo in meno e il «20% dei dipendenti rimanenti è idoneo per la pensione». Il lavoro di chi è stato licenziato ricadrà sulle spalle del personale già oberato. Fonti ulteriori confermano inoltre alla <em>NPR</em> che sarebbero stati licenziati quasi due dozzine di scienziati della NOAA dalla stazione nell’isola di Virginia Key a Miami in Florida. Con quali rischi? «Qualsiasi progresso che è stato fatto negli ultimi anni, inclusa la riduzione degli errori nella previsione della traiettoria degli uragani e nella previsione dell&rsquo;intensità, penso sia sicuro dire che sarà compromesso», non una cosa da poco, ha dichiarato Rick Spinrad, amministratore NOAA con Biden.</p>
<p>Non sono solo le agenzie scientifiche federali a essere colpite, ma anche il Pentagono. Il vicesegretario del Department of Defense Robert Salesses «ha proposto un taglio di 50 miliardi di dollari al budget delle forze armate statunitensi», parlando di «“cosiddetto” cambiamento climatico e altri programmi “woke”». È quanto riporta un editoriale sul <em><a href="https://www.scientificamerican.com/article/trumps-pentagon-is-making-a-big-mistake-in-denying-climate-change/" rel="noopener">Scientific American</a></em> che sottolinea anche quanto sia fuori scala il taglio proposto, considerato che il budget militare per l’adattamento climatico nel 2024 era di soli 3,7 miliardi.</p>
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<p>Solo negli Stati Uniti, i disastri legati al clima e agli eventi meteorologici estremi hanno causato danni per 746,7 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, una cifra quasi sufficiente a coprire l’intero budget annuale del Pentagono.</p></blockquote>
<p>*Infami sgherri vibrano colpi mortali - *direbbe Manrico in <em>Trovatore</em>. Ma non finisce qui: la fatale macchina trumpiana ha deciso di prendere a sassate anche l’archiviazione dei dati. E i dati sono tanti. Rispetto alla scorsa presidenza Trump, durante la quale si era notata una diminuzione del «26 per cento» di termini come <em>climate change</em>, <em>clean energy</em> e <em>adaptation</em> nei siti web ambientali federali, adesso è decisamente peggio. Da un editoriale sul <em><a href="https://thebulletin.org/2025/03/were-losing-our-environmental-history-the-future-of-government-information-under-trump/#post-heading" rel="noopener">Bulletin of atomic scientists</a></em>:</p>
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<p>Migliaia di dataset sono stati rimossi dai siti federali. Informazioni sul clima e sull’ambiente – da agenzie come l’EPA, il Council on Environmental Quality, la NOAA, la NASA, lo State Department e il Defense Department – sono stati eliminati o sono diventati virtualmente impossibili da trovare.</p></blockquote>
<p>Rachel Santarsiero, direttrice del National Security Archive’s Climate Change Transparency Project, spiega al <em>Bulletin</em> che durante il primo governo Trump era rimasto intatto almeno il sito del Council on Environmental Quality. Adesso, se si digita l’URL dell’homepage whitehouse.gov/ceq (provateci!) si viene reindirizzati al sito della Casa Bianca (con tanto di faccione e dito di Trump a ricordare all’incauto avventore che «AMERICA IS BACK»). Che fine faranno – si chiede Santarsiero – i registri non più accessibili?</p>
<p>Stesso discorso se si provano a cercare su Google i programmi climatici della USAID. Confermiamo (al momento della scrittura di questo articolo) che i primi siti suggeriti restituiscono il messaggio <em>Not found</em>. Si può provare copincollando i seguenti url:</p>
<ul>
<li>2017-2020.usaid.gov/climate/integration</li>
<li>2017-2020.usaid.gov/what-we-do/environment-and-global-climate-change</li>
<li>2012-2017.usaid.gov/climate/strategy</li>
</ul>
<p>Biden aveva creato l’iniziativa Justice40, che destinava il 40% di alcuni investimenti federali in clima ed energie rinnovabili a delle comunità svantaggiate. Per agevolare le decisioni di finanziamento veniva usata la piattaforma <em>Justice Screening Tool</em>: rimossa da Trump il giorno dopo dell’inaugurazione presidenziale. Per fortuna il codice era open source e la <a href="https://screening-tools.com/" rel="noopener">Public Environmental Data Partners</a> aveva scaricato i dati rendendoli di nuovo disponibili.</p>
<p>Sembrerebbe anche che l’amministrazione «stia bloccando l&rsquo;accesso [a vari siti] dai paesi esteri, il che potrebbe minare la collaborazione e la ricerca scientifica transfrontaliere». E ad alcune pagine è stato rimosso il certificato del server, rendendo più complicato sapere cosa è stato realmente rimosso o no (non viene visualizzato nemmeno il famoso errore 404). Gli esempi segnalati di siti non più funzionanti o “svuotati” sono davvero abbondanti e ha poco senso qui allungarne l’elenco.</p>
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<p>«Molte persone hanno detto: “archiviate tutta la NOAA.” Ma non succederà,» ha detto Gretchen Gehrke [scienziata ambientale e cofondatrice dell&rsquo;Environmental Data and Governance Initiative]. «Giusto per divertirci un po&rsquo;, abbiamo tracciato quanto costerebbe anche solo scaricare “tutta la NOAA”. Ci costerebbe 500mila dollari al mese in spazio di archiviazione – solo per ospitarlo, in archiviazione a freddo, senza nemmeno poterci accedere».</p>
<p>«La società civile non ha la capacità, né l&rsquo;infrastruttura necessaria, né i diritti necessari, per raccogliere molti dei dati che il governo raccoglie e diffonde,» ha detto Gehrke. «Le piccole organizzazioni no-profit non invieranno satelliti per raccogliere dati climatici. Siamo alla mercé del nostro governo per raccogliere questi dati per il bene pubblico, e se decidono di non farlo, non credo che possiamo fare molto al riguardo».</p>
<p>«Sono grata di avere un posto dove concentrare la mia energia ed esercitare una forma di resistenza, […] penso che tutti noi dovremmo resistere in qualsiasi modo possiamo».</p></blockquote>
<p>Resistere potrebbe significare andare anche in tribunale? <em>Earthjustice</em>, per esempio, <a href="https://grist.org/food-and-agriculture/farmers-usda-climate-data-lawsuit-website-purge/" rel="noopener">ha fatto causa</a> al Dipartimento dell&rsquo;Agricoltura per chiedere all&rsquo;agenzia di ripristinare dati e politiche climatiche rimosse dal web. Il <em>Bulletin</em> ci segnala che forse qualcosa sta forse funzionando: il mese scorso un giudice federale ha ordinato al Department of Health and Human Services, alla Food and Drug Administration e ai Centers for Disease Control and Prevention «di ripristinare i siti web e i set di dati essenziali per la salute pubblica, dopo che <em>Doctors for America</em> e <em>Public Citizen</em> avevano fatto causa alle agenzie».</p>
<p>L’editoriale su <em>Science</em> da cui siamo partiti scrive che il 4 marzo il Chief Human Capital Officers Council (che si occupa delle risorse umane anche della <a href="https://www.nsf.gov/executive-orders" rel="noopener">National Science Foundation</a>) ha emanato delle <a href="https://chcoc.gov/content/guidance-probationary-periods-administrative-leave-and-details" rel="noopener">nuove linee guida</a> che stabiliscono che «spetta alle agenzie, e non all’Ufficio per la gestione del personale della Casa Bianca, avere l’ultima parola sulla decisione di procedere con questi licenziamenti».</p>
<p>Le azioni legali dimostrano che un po’ di anticorpi legali negli Stati Uniti esistono ancora. Come la si metta, che sia la strada più efficace o meno, non si può certo restare a guardare. Soprattutto considerando il fatto che dall&rsquo;insediamento sono passati solo una quarantina di giorni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Morire di aborto mancato. In Italia, nel 21° secolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo/</guid><pubDate>Fri, 21 Feb 2025 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>libri</category><description>“Senza spegnere la voce” (Nous Editrice, 2025), della giornalista Giorgia Landolfo, racconta la storia vera di una giovane donna morta di sepsi nel 2016 a Catania. Un aborto terapeutico le avrebbe salvato la vita, ma tutti i medici del reparto erano obiettori di coscienza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Valentina Milluzzo aveva 32 anni ed era finalmente riuscita a coronare il sogno di una gravidanza. Aspettava due gemelli, era alla diciassettesima settimana di attesa. Il 29 settembre del 2016, nel corso di una visita di controllo, il ginecologo la informò che c’erano dei problemi. Il giorno stesso la donna fu ricoverata all’Ospedale Cannizzaro di Catania: aveva il collo dell’utero dilatato e uno dei due sacchi amniotici già affacciato in vagina. Era alle soglie di un aborto spontaneo. I medici del reparto, tutti obiettori di coscienza, le dissero che la gravidanza era in pericolo, ma che rimanendo ferma a letto c’era qualche speranza di salvarla. Nessuno le spiegò che in quelle condizioni molto probabilmente sarebbe insorta un’infezione delle membrane fetali che poteva costarle la vita. Nessuno le prospettò un aborto terapeutico per prevenire gravi conseguenze. Per diciassette giorni Valentina Milluzzo rimase ricoverata, a letto, con le gambe alzate per evitare l’espulsione spontanea dei due feti. Come era prevedibile, le membrane si infettarono, ma neanche allora i medici si decisero a procedere con un aborto spontaneo. La sorella di Valentina racconta che il ginecologo di turno disse: «Finché il cuore dei feti batte, non posso fare niente». Intervennero infine per liberare l’utero della donna nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, quando cessò il battito prima di uno e poi dell’altro feto. Meno di ventiquattro ore dopo Valentina Milluzzo morì, a causa della sepsi originata dall’infezione delle membrane, come risulta dall’autopsia effettuata sul suo corpo.</p>
<p>Quattro medici del reparto dove era ricoverata la donna sono stati riconosciuti colpevoli in primo grado di omicidio colposo nel 2022, ma assolti in appello perché il fatto non sussiste a novembre del 2024. Le motivazioni della sentenza di appello non sono state ancora pubblicate. La storia agghiacciante di Valentina Milluzzo è ricostruita nei dettagli sulla base delle carte processuali, delle perizie degli esperti e dei racconti dei familiari dalla giornalista Giorgia Landolfo nel saggio <em>Senza spegnere la voce</em> (Nous Editrice, 2025), affiancata da altre storie di donne che hanno scampato la tragedia per un soffio.</p>
<h2 id="i-limiti-dellobiezione">I limiti dell’obiezione</h2><p>La <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/05/22/078U0194/sg" rel="noopener">legge 194</a>, che regola nel nostro Paese l’accesso all’interruzione di gravidanza, prevede la possibilità per il personale sanitario di sollevare obiezione di coscienza e astenersi dal prendere parte alle procedure di interruzione di gravidanza, ma</p>
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<p>l&rsquo;obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.</p></blockquote>
<p>Il problema, come dimostra il caso di Valentina Milluzzo, è dove porre l’asticella del pericolo imminente. «Nelle condizioni in cui si trovava la donna, con il collo dell’utero dilatato e uno dei due sacchi protruso in vagina, alla diciassettesima settimana di gravidanza, era impensabile riuscire a protrarre l’attesa fino a portare i due feti, o almeno uno di loro, a un’età gestazionale tale da consentirne la sopravvivenza», spiega la ginecologa Elisabetta Canitano, presidente dell’Associazione Vita di Donna, che ha collaborato alla stesura del vademecum in appendice al libro. «Al contrario, era estremamente probabile che le membrane si infettassero. Al momento del ricovero, però, il pericolo di vita per la paziente non era imminente, quindi i medici obiettori hanno aspettato che le sue condizioni si aggravassero. Hanno aspettato il più possibile e quando ti avvicini troppo al ciglio di un burrone è facile perdere l’equilibrio e cadere di sotto. Avrebbero dovuto informare la paziente della gravità della situazione, del rischio per la sua sopravvivenza e della possibilità di richiedere l’intervento di un medico non obiettore per interrompere la gravidanza».</p>
<p>Dalla cartella clinica agli atti del processo non risulta che Valentina Milluzzo abbia ricevuto alcuna comunicazione in tal senso, né che abbia firmato un documento di consenso informato. Non essendo a conoscenza del rischio che correva, non ha potuto scegliere liberamente per se stessa e per la sua salute.</p>
<h2 id="una-necessità-di-salute">Una necessità di salute</h2><p>Situazioni analoghe a quella di Valentina Milluzzo sono abbastanza frequenti, anche se per fortuna finora non si sono verificate altre tragedie. «Mi capita di essere interpellata da donne ricoverate in ospedali dove tutti i medici sono obiettori di coscienza, con gravidanze problematiche, che temono per la loro incolumità», racconta Canitano. «In questi casi io consiglio di chiedere alla direzione della struttura la consulenza di un ginecologo esterno non obiettore. Si può fare, è un diritto della paziente ricoverata».</p>
<p>Lo scopo del libro di Giorgia Landolfo non è di fomentare discordia tra pazienti e personale medico, come lei stessa ha spiegato alla presentazione del volume, ma di rendere le donne consapevoli dei propri diritti, in particolare nel campo della salute riproduttiva, e dei rischi che corrono in determinate situazioni.</p>
<p>La retorica di chi si oppone all’aborto fa sempre riferimento alla volontà di chi sceglie di interrompere una gravidanza, all’offerta di aiuti economici e soluzioni alternative. Raramente si considera che a volte l’aborto è un intervento necessario per tutelare la salute e persino la vita della paziente.</p>
<p>«Una cosa è l’interruzione volontaria di gravidanza, o IVG, una cosa è l’interruzione terapeutica della gravidanza, ITG», spiega Augusta Angelucci, psicologa e psicoterapeutica che ha lavorato presso il Servizio Materno Infantile dell’Ospedale San Camillo di Roma. «Nel primo caso c’è una gravidanza imprevista e una donna che sceglie di non portarla a termine. Nel secondo caso c’è una gravidanza voluta che, spesso in fase avanzata, deve essere interrotta per ragioni di salute della donna oppure perché il concepito ha una patologia incompatibile con la sopravvivenza. Non si può ignorare la differenza, perché i due eventi hanno un impatto diverso sulla psiche della paziente».</p>
<p>A volte confondere interruzione volontaria e interruzione terapeutica è una strategia intenzionale per sminuire l’importanza dell’aborto come intervento medico. È quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove gli anti-abortisti repubblicani tentano di far passare il messaggio che non esistono circostanze in cui è necessaria l’interruzione di una gravidanza.</p>
<p>Nel corso dell’audizione di Robert Kennedy da parte della Commissione che ha approvato la sua nomina a capo del Dipartimento della Salute, la senatrice democratica Catherine Cortez Masto ha chiesto al candidato: «Supponiamo che una donna incinta con un’emorragia pericolosa per la sua sopravvivenza, dovuta a un aborto spontaneo incompleto, vada al pronto soccorso e il medico stabilisca che ha bisogno di un aborto d’urgenza, ma si trova in uno Stato in cui l’interruzione della gravidanza è vietata. Lei concorda sul fatto che la legge federale protegge il diritto di quella donna a cure d’urgenza?». Kennedy ha risposto «Non lo so».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Salute per tutti, salute globale = OMS?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-tutti-salute-globale-oms/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-tutti-salute-globale-oms/</guid><pubDate>Tue, 11 Feb 2025 07:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>salute</category><description>Presentata a gennaio 2025 la più impegnativa proposta di riforma dell’Organizzazione mondiale della sanità, in parallelo con la furia distruttrice avviata dalla nuova amministrazione Trump. Sarà possibile e sostenibile, considerando tra l’altro che una riorganizzazione strutturale deve passare dallo scambio e dalla condivisione delle conoscenze scientifiche con l’intera comunità globale?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/salute-tutti-salute-globale-oms-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/salute-tutti-salute-globale-oms-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 29 maggio 2020, il presidente Donald Trump annunciava che gli Stati Uniti avrebbero interrotto i rapporti con l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e reindirizzato i fondi alle priorità sanitarie globali degli Stati Uniti. A giustificazione del provvedimento la cattiva gestione da parte dell&rsquo;OMS della pandemia di Covid-19, l’incapacità di adottare azioni urgenti in altre crisi sanitarie globali e l&rsquo;insufficiente indipendenza dalla politica degli Stati Membri con maggior potere decisionale. Il provvedimento, tuttavia, non fece in tempo a essere attuato perché era arrivato a ridosso della fine del mandato (20 gennaio 2021) della prima amministrazione Trump. Succedendo a Trump, Joe Biden venne eletto (anche) per il fallimento del suo predecessore nel contenere la pandemia che minacciava la salute globale e la sicurezza nazionale. Il nuovo presidente fu quindi costretto a sostenere il diritto fondamentale alla salute e alle cure come bene pubblico globale, dichiarato (anche) dalla Costituzione dell’OMS. Favorita, inoltre, dai limiti normativi nazionali e internazionali delle procedure per ritirarsi dall’OMS, l’amministrazione Biden ha quindi “<a href="https://www.dpceonline.it/index.php/dpceonline/article/view/1772/1775" rel="noopener">ritirato</a>” il ritiro di Trump.</p>
<p>Il 20 gennaio 2025, all’atto del suo nuovo insediamento, il presidente degli Stati Uniti ha riconfermato il ritiro dall&rsquo;OMS, con le stesse motivazioni del 2020, cui ha aggiunto la continua richiesta da parte dell’OMS di pagamenti onerosi per gli Stati Uniti, ben sproporzionati rispetto a quelli stimati di altri Paesi, come per esempio la Cina, che con una popolazione di 1,4 miliardi (300 volte la popolazione degli Stati Uniti) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/rapportiInternazionali/menuContenutoRapportiInternazionali.jsp?lingua=italiano&amp;area=rapporti&amp;menu=mondiale" rel="noopener">contribuisce all’OMS</a> per quasi il 90 percento in meno dell’amministrazione americana.</p>
<p>Quattro, quindi, i punti essenziali a giustificazione del provvedimento: l’inefficienza a gestire le emergenze sanitarie globali, l’incapacità ad attuare interventi urgenti, la mancata indipendenza dell’Organizzazione dall’influenza politica di alcuni Stati Membri, i costi onerosi e iniqui di partecipazione per gli Stati Uniti.</p>
<h2 id="il-governo-della-salute-per-tutti">Il governo della salute per tutti</h2><p>Secondo la Costituzione dell’OMS, l’obiettivo dell’Organizzazione è «il raggiungimento, da parte di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute», definita come «uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale» e non semplicemente «assenza di malattie o infermità». Vi aderiscono 194 Stati Membri di tutto il mondo, divisi in sei regioni (Europa, Americhe, Africa, Mediterraneo Orientale, Pacifico Occidentale e Sud-Est Asiatico). L’Italia ha aderito ufficialmente all’OMS l’11 aprile 1947. Il Ministero della Salute cura i rapporti con l’agenzia, collaborando alle sue attività, partecipando agli organi di governo e attuando le relative <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9241800038" rel="noopener">convenzioni e programmi</a> sanitari internazionali. Compito dell’OMS e degli Stati Membri è quello di garantire “la salute per tutti”: uno dei diritti umani universali perché fondamentali.</p>
<p>Due sono le azioni principali da parte dell’OMS per perseguire questa missione: stilare e aggiornare specifiche e appropriate raccomandazioni, indicazioni e linee guida; mettere in atto e favorire azioni, anche accompagnando gli Stati Membri nella loro attuazione. Sulla rilevanza del primo di questi obiettivi difficile raccogliere dissensi, mentre sulle modalità dell’accompagnamento alla loro attuazione si raccolgono maggiori voci critiche. I mutamenti nella situazione politica internazionale e i miglioramenti economici e sociali raggiunti in molti Paesi negli ultimi decenni hanno creato condizioni di maggior benessere per molte popolazioni, ma anche intensificato le disuguaglianze. Un aggiornamento, non dei principi, quindi, ma dei processi per la loro attuazione è necessario. Così come è necessario un aggiornamento della governance. (A questi temi <em>Scienza in rete</em> ha dedicato un <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/dove-sta-andando-dove-potrebbe-andare-organizzazione-mondiale/">webinar</a> lo scorso 6 febbraio).</p>
<p>Certamente tra i piani da aggiornare o riformulare ci sono quelli di prevenzione e contenimento delle emergenze sanitarie globali, quale è stata la pandemia da Covid-19 (SARS-CoV-2 proveniente dalla città di Wuhan in Cina). Piani, aggiornati ed efficaci, di cui disporre per prepararsi a una nuova pandemia, basati anche sugli insegnamenti delle precedenti, successe in epoca OMS (l’influenza asiatica da virus influenzale AH2N2 del 1957 proveniente dalla penisola di Yunan, in Cina; l’influenza di Hong Kong del virus influenzale AH3N2 del 1968; la pandemia causata dal virus dell’immunodeficienza umana - HIV a partire dal 1981). Ed è vero che la pandemia di Covid-19, ha evidenziato, purtroppo, gravi carenze sia per la prevenzione che per la gestione e la terapia di una nuova e grave infezione di ampia e rapida diffusione per contagio.</p>
<h2 id="il-gioco-complesso-degli-equilibri">Il gioco complesso degli equilibri</h2><p>Nove i direttori generali che sinora si sono alternati con incarichi tecnici e amministrativi, scelti dal Consiglio Esecutivo dell’OMS; nessuno americano. Il primo (1948-1953) fu il medico militare canadese Brock Chisholm, che nel 1948 fondò la Federazione mondiale per la salute mentale e scrisse un saggio (ancora) innovativo, <a href="https://books.google.it/books/about/Can_People_Learn_to_Learn.html?id=F20LAQAAIAAJ&amp;redir_esc=y" rel="noopener"><em>Can people learn to learn?</em></a>, contro i tabù locali, nazionali, religiosi e genitoriali creati dalla lingua, dalle culture e dalle istituzioni politiche, descrivendo realtà locali di Paesi orientali e occidentali. La persona giusta per il mandato e il futuro dell’OMS. Un altro direttore generale (1973-1988) che ha ben interpretato la missione dell’OMS è stato il danese <a href="https://history.rcp.ac.uk/inspiring-physicians/halfdan-theodor-mahler" rel="noopener">Halfdan Mahler</a> che nel 1978 lanciò, ad Alma-Ata, l&rsquo;iniziativa <em>Salute per tutti entro il 2000</em>, con la partecipazione di 134 nazioni che si impegnarono a implementare il suo approccio incentrato sull&rsquo;istruzione, sulla promozione di una corretta alimentazione, sulla fornitura di acqua potabile e servizi igienici di base, sull&rsquo;assistenza sanitaria materna e infantile, sulle vaccinazioni e sull&rsquo;accesso ai farmaci essenziali. «L&rsquo;obiettivo non era quello di sradicare tutte le malattie e le patologie entro il 2000, sapevamo che sarebbe stato impossibile. Il nostro obiettivo era quello di focalizzare l&rsquo;attenzione mondiale sulle disuguaglianze sanitarie e sul tentativo di raggiungere un livello accettabile di salute, equamente distribuito in tutto il mondo» come ebbe a spiegare (<em>The Lancet</em> 2017. 389; 10064: 30).</p>
<p>Per decenni, quindi, l&rsquo;OMS ha rappresentato un modello di cooperazione internazionale, coordinando le risposte alle epidemie, promuovendo lo scambio scientifico, stabilendo norme e fornendo un&rsquo;inestimabile assistenza tecnica. Tuttavia, da anni si trova di fronte a difficoltà economiche e l’annuncio degli Stati Uniti renderà la situazione più grave. Alcune delle <a href="https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-156th-session-of-the-executive-board-3-february-2025" rel="noopener">misure intraprese</a> (allineamento strategico delle risorse con le attività; congelamento delle assunzioni; riduzione delle spese di viaggio; rinegoziazione dei contratti di appalto e riduzione degli investimenti di capitale) potranno correggere (in parte) il bilancio di esercizio, ma ben altre dovrebbero essere le azioni politiche ed economiche da intraprendere a partire dalla ridefinizione dei bisogni, della trasparenza, della partecipazione per la garanzia del diritto alla salute per tutti e ovunque.</p>
<p>Le critiche alla gestione dei costi dell’OMS non sono recenti e si alternano periodicamente con intensità diversa, anche in relazione alla convergenza politica degli Stati Membri che nominano il Direttore generale, grazie a una procedura che può essere interessante conoscere. È l’<a href="https://www.salute.gov.it/portale/rapportiInternazionali/dettaglioContenutiRapportiInternazionali.jsp?lingua=italiano&amp;id=3752&amp;area=rapporti&amp;menu=mondiale" rel="noopener">Assemblea mondiale della sanità</a> a nominare il Direttore generale, con voto a scrutinio segreto, da almeno i due terzi degli aventi diritto, per la durata di 5 anni. Gli Stati Membri propongono i propri candidati nell’anno precedente all’elezione e il <a href="https://www.salute.gov.it/portale/rapportiInternazionali/dettaglioContenutiRapportiInternazionali.jsp?lingua=italiano&amp;id=3751&amp;area=rapporti&amp;menu=mondiale" rel="noopener">Consiglio esecutivo</a> propone quelli con le più frequenti indicazioni. Il Direttore generale è sottoposto all’autorità del Consiglio (composto di trentaquattro persone designate da altrettanti Stati Membri).</p>
<p>Uno dei momenti più aspri fu in occasione della presentazione del <a href="https://iris.who.int/handle/10665/44371" rel="noopener">Rapporto economico</a> (<em>Executive Summary Health System Financing</em>) del 2010 con direttrice la cinese Margaret Chan (2007-2013) che si trovò a gestire, non senza polemiche e scarsi insegnamenti dalla storia pregressa, l’epidemia da virus influenzale AH1N1 iniziata in Messico nel 2009. Fu quella un’occasione di ampia critica, perché il rapporto sosteneva che circa il 20-40% delle risorse spese per la salute nei diversi Paesi venivano nei fatti sprecate, risorse che avrebbero potuto essere reindirizzate verso il raggiungimento della copertura universale. Le critiche vertevano sul fatto che queste stesse considerazioni riferite ai diversi servizi sanitari nazionali potevano esser fatte anche per la gestione complessiva dell’agenzia ONU per la salute.</p>
<h2 id="la-più-ambiziosa-proposta-di-riforma-ancora-sostenibile">La più ambiziosa proposta di riforma. Ancora sostenibile?</h2><p>L’OMS riceve i suoi <a href="https://www.who.int/about/funding" rel="noopener">finanziamenti</a> da due fonti principali: gli Stati Membri che versano i contributi stabiliti (le quote associative dei Paesi: una percentuale del prodotto interno lordo concordata ogni due anni dall&rsquo;Assemblea generale delle Nazioni Unite). Nel periodo 2022-2023, hanno costituito il 12% del bilancio totale. Ci sono poi i contributi volontari dagli Stati, da altre organizzazioni delle Nazioni Unite, da organizzazioni intergovernative, fondazioni filantropiche e dal settore privato, pari all’81% del finanziamento totale. Il restante 7% proviene da altre fonti. Gli Stati Uniti finora sono stati di gran lunga il maggiore donatore volontario, con poco più di 1 miliardo di dollari donati (15,6% del bilancio totale dell’OMS) seguiti dalla Fondazione Melinda e Bill Gates (12,7%), dalla Germania (11,1%), dall’Alleanza GAVI (7,4%), dalla Commissione europea (7,2%), dal Rotary Internazionale e dal Canada (2,7% rispettivamente). La Cina contribuisce con lo 0,6%, mentre l’Italia con lo 0,1%. Il budget complessivo dell’OMS nel biennio 2022.2023 è stato di 6.833 milioni di dollari.</p>
<p>Un quadro che indica una dipendenza dell’OMS da contributi volontari e vincolati che crea una situazione in cui i donatori esterni dettano le priorità e l’agenda d’azione dell’Organizzazione, avendo quindi un ruolo determinante per la salute globale. Gli sforzi di riforma dell’OMS iniziati due decenni fa, con l’obiettivo di renderla un’organizzazione più snella, efficace, reattiva, trasparente e responsabile, impegnata a migliorare i risultati sanitari, sviluppando una capacità e una cultura per essere in grado di rispondere alle nuove emergenze sanitarie globali con sufficiente rapidità, agilità e appropriatezza, purtroppo sono risultati a tutt’oggi <a href="https://doi.org/10.1186/s12992-018-0436-8" rel="noopener">inefficaci</a>.</p>
<p>Al danese Søren Brostrøm, membro dell’Executive Board, è stato affidato nel 2021 il compito di produrre un documento (che tenesse conto anche di tutti quelli stilati nei decenni passati) per una riforma dell’OMS. Dopo quattro anni di lavoro il team da lui coordinato ha prodotto «la più ambiziosa agenda di riforma nella storia dell’OMS›› <a href="https://www.who.int/about/general-programme-of-work/fourteenth" rel="noopener">presentata</a> all’Assemblea Generale nel maggio 2024 e pubblicata nel gennaio 2025. Tre le aree strategiche indicate per la prossima fase di trasformazione: dare priorità allo sviluppo e al benessere della forza lavoro dell’OMS per garantire di avere il talento e la capacità di realizzare la missione dell’Organizzazione; offrire un supporto differenziato in base alle esigenze dei singoli Paesi, assicurando che il lavoro abbia un impatto misurabile sul campo; sfruttare la tecnologia e i dati per migliorare il processo decisionale ei risultati sanitari a livello globale. Ma quanto è sostenibile questa strategia? Con quali finanziamenti e quali partnership?</p>
<h2 id="labbandono-degli-usa-solo-una-mossa-tattica">L’abbandono degli USA, solo una mossa tattica?</h2><p>L’uscita degli Stati Uniti dall’OMS avrà quindi ripercussioni economiche su un’Organizzazione già in difficoltà, ma rappresenta anche una battuta d&rsquo;arresto importante per la diplomazia sanitaria e la collaborazione scientifica, lasciando l&rsquo;OMS più debole e gli Stati Uniti isolati, quando le sfide sanitarie globali e le emergenze richiederanno unità. Storicamente, per esempio, programmi per combattere l&rsquo;AIDS, la tubercolosi e la malaria sono stati finanziati per gran parte dagli Stati Uniti, quindi il loro ritiro mina non solo le finanze, ma i programmi stessi della missione dell’OMS. L&rsquo;influenza e la posizione degli Stati Uniti nel mondo, anche in ambito sanitario, muteranno i processi di aiuto e solidarietà perché i valori di riferimento dei nuovi decisori sono diversi. Il ritiro dall’OMS non «rende l’America di nuovo sana» (<em>Make America Healthy Agai</em>n), ma minaccia anche i suoi interessi nazionali e <a href="https://www.bmj.com/content/388/bmj.r116" rel="noopener">la salute della popolazione americana</a>.</p>
<p>Bisogna tuttavia considerare che l’annunciata uscita degli Stati Uniti dall’OMS è una mossa tattica di una strategia politica complessa i cui esiti sono ignoti agli stessi artefici. Per tutto il 2025 nulla cambierà: si vedrà e deciderà tutto nel 2026. I pagamenti degli Stati Membri, infatti, sono stabiliti su base biennale, quindi la sospensione avviene a partire dall’anno successivo alla comunicazione. Il sogno del MAGA (<em>Make America Great Again</em>) potrebbe passare anche per la Direzione generale dell’OMS e di altre organizzazioni internazionali. La bizzarria dell’attuale amministrazione americana potrebbe continuare a stupire.</p>
<p>La situazione attuale si è creata perché è venuto meno il riconoscimento del ruolo essenziale dell’OMS a difesa e per il miglioramento della salute globale. È quindi indispensabile che l’intera comunità scientifica internazionale e quella civile contribuiscano al recupero e alla ridefinizione di una governance per la salute per tutti a livello internazionale e locale.</p>
<p>Così come è insufficiente e inefficace limitarsi a ribadire che, in Italia, il Servizio sanitario nazionale deve essere pubblico e universalistico, se non fa seguito una riforma sanitaria strutturale e innovativa, analogamente anche per l’OMS non sarà, comunque, sufficiente rimarcare la necessità della sua presenza “storica”.</p>
<h2 id="condividere-le-conoscenze-scientifiche-con-la-comunità-globale">Condividere le conoscenze scientifiche con la comunità globale</h2><p>Ma per cambiare servono risorse umane (esperte) ed economiche (adeguate). Per colmare il vuoto di finanziamenti e leadership determinato dall’abbandono americano servirebbe un’Unione Europea espressione di una rete concorde e volitiva. Cosa che purtroppo non è. Inoltre, la scarsa concordia raggiunta tra le nazioni europee sarà ulteriormente minacciata dalla relazione <em>face to face</em> che l’amministrazione americana va instaurando con i singoli Paesi. Pensare che i principali Stati Membri donatori e in particolare quelli europei (l&rsquo;Unione Europea, la Francia, la Germania e il Regno Unito) aumentino il loro contributo è irrealistico anche in considerazione delle attuali situazioni politiche interne ai singoli Stati. Così come è irrealistico (e pericoloso in mancanza di una solida <em>public health governance</em>) che siano le organizzazioni filantropiche e gli individui facoltosi a colmare le lacune nei finanziamenti (e che lo facciano in modo disinteressato). Alcune nazioni BRICS (per esempio, Brasile, Cina, India e Sudafrica) potrebbero contribuire maggiormente all’OMS, soprattutto con sovvenzioni non vincolate a fronte di un maggior spazio decisionale sulle attività dell’Organizzazione. Gli Stati del Golfo, che hanno enormi capacità finanziarie e interessi nell&rsquo;affrontare le sfide sanitarie e politiche in Medio Oriente, potrebbero intensificare il loro impegno per sostenere l&rsquo;OMS e la sicurezza sanitaria globale. Il sostegno attivo all’OMS potrebbe passare non solo dal denaro, ma anche dalla messa a disposizione di personale esperto direttamente da parte degli Stati Membri, in modo diverso da quanto fatto spesso sinora (in modo clientelare o di appartenenza al potere politico).</p>
<p>Ma una riorganizzazione strutturale non può non passare dallo scambio e dalla condivisione delle conoscenze scientifiche. La rete costituita dai Centri collaborativi in università, ospedali, istituti di ricerca e laboratori attivi nel supportare l&rsquo;OMS andrebbe aggiornata, riformulata e resa più efficiente. Scambio e condivisione delle conoscenze scientifiche che devono essere prodotte, intensificate e mantenute per la comunità globale, quindi con un’informazione adeguata, appropriata e condivisa dalla comunità scientifica internazionale (l’OMS come garante) per l’intera popolazione, così da contrastare la disinformazione e lo scetticismo scientifico.</p>
<p>Purtroppo questi auspici rischiano di rimanere solo desideri perché la necessità di una riforma strutturale non è solo dell’OMS, ma di molte (tutte?) le Agenzie internazionali a partire dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’ONU, fondata sugli equilibri della fine della Seconda guerra mondiale, necessiterebbe di essere aggiornata o addirittura rifondata sulla base delle attuali condizioni dei popoli e dei Paesi. I princìpi che ne determinarono la nascita sono ancora attuali, ma l’inefficacia dimostrata in molte occasioni nell’attuare iniziative per il mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni e il perseguimento di una cooperazione internazionale, indica la necessità di una sua rifondazione. L’inefficienza burocratica, gli sprechi, gli episodi di corruzione, l’inadeguatezza di alcuni programmi e interventi, la riluttanza degli Stati Membri a raggiungere o applicare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, o ancora, per esempio, il “diritto di veto” riconosciuto a cinque Stati più uguali degli altri (Usa, Russia, Cina, Inghilterra e Francia) hanno caratterizzato spesso l’azione dell’ONU e quella dei suoi enti, fondi e agenzie specializzate, tra le quali l’OMS, o del suo organo giudiziario (la Corte internazionale di giustizia con sede a l’Aja). Servono lungimiranza, volontà e generosità: caratteristiche che mal si addicono alla politica (anche) internazionale. Per l’OMS? Sì, ma non solo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come la natura mette in discussione il binarismo di genere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/natura-mette-discussione-binarismo-genere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/natura-mette-discussione-binarismo-genere/</guid><pubDate>Fri, 07 Feb 2025 09:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Pamela Boldrin</dc:creator><category>societa</category><description>Dalle recenti dichiarazioni politiche sul binarismo di genere alle lezioni che possiamo apprendere dai licheni (e da altri organismi), Pamela Boldrin esplora come la natura sfidi costantemente le nostre categorizzazioni rigide. A favore di un quadro dove interconnessione e complessità sono la norma, non l&amp;amp;rsquo;eccezione, e che ci porta a ripensare non solo i concetti di individualità e binarismo, ma anche il nostro modo di relazionarci con l&amp;amp;rsquo;intero ecosistema terrestre.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/natura-mette-discussione-binarismo-genere-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/natura-mette-discussione-binarismo-genere-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Ci sono solo due sessi, non sono modificabili e sono radicati in una realtà fondamentale e incontrovertibile», dichiara Trump durante il suo discorso inaugurale di inizio mandato presidenziale, lo scorso 20 gennaio. O maschio o femmina, determinati alla nascita dalla natura, sempre secondo il neo presidente, il cui pensiero riscontra molto sostegno. Si palesa così un’occasione di ribadire qualcosa che, se per molti è ovvia, non è affatto scontata nei tempi che stiamo vivendo: la realtà va guardata con occhi capaci di cogliere la complessità. Diversamente, il rischio è di rimanere impigliati in discorsi (spesso politici) che accampano illazioni con la pretesa di una qualche concretezza riscontrabile in natura.</p>
<h2 id="il-mito-dei-due-sessi-quando-la-biologia-sfida-le-semplificazioni">Il mito dei due sessi: quando la biologia sfida le semplificazioni</h2><p>Piuttosto, se vogliamo fare una disamina basata sui fatti (biologici), una descrizione più veritiera suona così: «Noi siamo ecosistemi che travalicano i confini e trascendono le categorie. Il nostro io emerge da un complesso groviglio di relazioni che solo ora cominciano ad affiorare». Queste parole sono di Merlin Sheldrake, dal suo libro <em>L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi</em>, un’opera che svela un mondo poco visibile ai nostri occhi ma ricchissimo di complessità sulla quale innestare molte riflessioni, filosofiche e politiche, come vedremo a breve.</p>
<p>Studiare la natura ci consente di essere meno rigidi verso derive dogmatiche di classificazione e inflessibile incasellamento che spesso trapassano in decisioni che si ripercuotono in ambito sociale. La lezione della natura è che rigidità e isolamento mal si prestano a far evolvere i viventi e, dunque, a farli sopravvivere. Già il grande Alexander von Humboldt, nel 1845, osservava che «Ogni nuovo passo nella più intima conoscenza della natura ci porta all’ingresso di nuovi labirinti».</p>
<p>Sesso e genere, per cominciare, sono soltanto due aspetti della labirintica natura umana e si prestano a gradazioni di variabilità molto più vaste di quelle che sono annoverabili in un documento d’identità. Semplificare può essere una necessità, ma quando si fa dogmatismo si impedisce l’accesso a una conoscenza complessa. Per esempio, se vogliamo appellarci alla realtà del mondo naturale e guardare alla biologia in cerca di chiarezza sul sesso, possiamo constatare che l’anisogamia, cioè la presenza di gameti che si differenziano creando la polarità di due sessi (maschio e femmina) non si manifesta in modalità univoche. Infatti esistono animali che possono produrre gameti sia maschili che femminili: gli ermafroditi. Le lumache presentano allo stesso tempo organi maschili e organi femminili, quindi possono transitare da un sesso all’altro più volte, mentre il pesce pagliaccio maschio può diventare femmina, una volta nella sua vita, qualora ci sia carenza di femmine.</p>
<p>Cambia il sesso ma cambia anche il comportamento, il quale è influenzato dagli ormoni, che manifestano le loro azioni con una cascata di eventi estesa nel tempo (piuttosto lungo se pensiamo alla maturazione sessuale negli umani). Anche negli esseri umani la genetica dei gameti può rivelare delle variazioni sui cromosomi sessuali. Infatti, grazie agli <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/2987697/" rel="noopener">studi</a> di David Page negli anni &lsquo;80, sappiamo che è possibile, in alcuni casi, che nella coppia cromosomica XX ci sia un pezzetto di DNA del braccio corto di Y, quindi che l’X contenga in realtà le istruzioni per avere il fenotipo maschio. Quello che accade è che l’individuo nato possiede due cromosomi X, come ci si attende nelle femmine, ma si presenta con caratteristiche morfologiche tipicamente maschili.</p>
<p>Ci sono anche umani che alla nascita mostrano genitali di conformazione ambigua, come racconta Antonella Viola in <em>Il sesso è (quasi) tutto. Evoluzione, diversità e medicina di genere</em>, citando i casi in cui si è proceduto a femminilizzare chirurgicamente i neonati che non avevano un pene visibile ma possedevano il gene Y, quindi geneticamente maschi. Nel tempo si è visto che, una volta adulti, solo alcuni si sentivano a loro agio come femmine, evidenziando la non congruenza tra genetica, morfologia e identità percepita. Altri casi di difformità genetica li troviamo nella sindrome di Turner o in quella di Klinefelter.</p>
<p>Questi sono solo pochi esempi delle svariate possibilità biologiche di presentare incongruità rispetto a un binarismo sessuale e di genere che troppo spesso viene assunto come regola ineccepibile. Quindi non ci sono solo due sessi, ma diverse sfumature di possibilità biologicamente fondate. Se poi vogliamo salire al piano dei comportamenti secondo gli stereotipi di genere (ciò che una data civiltà si aspetta in termini di congruenza nel mostrarsi femminili o maschili), entriamo in un dedalo di condizioni in cui la cultura complica ulteriormente le cose.</p>
<h2 id="licheni-maestri-di-simbiosi-e-complessità">Licheni, maestri di simbiosi e complessità</h2><p>Visto che il binarismo sembra essere più un’idea della mente umana che una realtà biologica, torniamo al mondo dei funghi per scoprire una particolare entità vivente: il lichene, il quale può darci grande ispirazione a contestare una visione semplicistica della vita.</p>
<p>Come racconta Sheldrake tra le pagine del suo libro, questa forma di vita ci sfida a mettere in discussione tutti i nostri punti fermi su concetti con cui inquadriamo il mondo, in particolare quelli di binarismo, individualità e autonomia. Questi termini sono stati messi in discussione da due nozioni importanti della biologia moderna: “ecologia” e “simbiosi”. L’idea che in natura ci siano delle innumerevoli interconnessioni tra le varie parti, che spesso ci sfuggono, è stata promossa da Alexander von Humboldt, il quale ha ispirato moltissimo il lavoro del biologo Ernst Haeckel, che a sua volta coniò il termine ecologia. Mentre i lavori dei due tedeschi Heinrich Anton de Bary e Albert Bernhard Frank hanno il merito di aver diffuso il concetto di simbiosi. Insomma, l’800 è stato un momento straordinario per la scoperta dei sistemi complessi e proprio in questo periodo un altro studioso, il botanico Simon Schwendener pubblicava la sua ipotesi sulla natura del lichene: non un individuo ma un organismo composto da due entità: un fungo e un’alga, qualcosa oltre la somma delle loro proprietà. Come spesso accade, la sua ipotesi fu respinta da molti colleghi. Ancora oggi, nonostante la simbiosi sia un fenomeno ampiamente accettato, questi organismi compositi non smettono di stupirci e insegnarci i nostri limiti di comprensione dei fenomeni simbiotici. Si pensi che i licheni, che ricoprono ben l’otto per cento della superficie del pianeta, sono in grado di erodere e digerire minerali dalla roccia creando suolo per nuovi ecosistemi; sono intermediari tra non vita e vita, in grado di sopravvivere alle missioni spaziali affrontando condizioni estreme (sì, di questi tempi viaggiano spesso a bordo di astronavi). Insomma, a partire da una simbiosi proficua, i licheni mostrano proprietà emergenti e gettano luce sull’importanza della via dell’endosimbiosi, teoria innovativa proposta negli anni ‘60 dalla biologa Lynn Margulis, secondo la quale la cellula eucariote sarebbe il risultato dell’associazione tra entità unicellulari che costruiscono organismi più complessi (pluricellulari).</p>
<p>Le nostre cellule sono tutte testimonianza di questa associazione, poiché i mitocondri sono dei discendenti di batteri che hanno fatto squadra con una cellula (che poi a sua volta si è evoluta in organizzazioni cellulari sempre più complesse). L’evoluzione, a quanto pare, ha premiato questo sistema perché il pianeta spopola di organismi pluricellulari. Così i licheni, che l’evoluzione continua a mantenere ben saldi sulla Terra (in tutti i sensi viste le loro proprietà aggrappanti), raccontano ancora come nella loro straordinaria capacità di sopravvivere ci sia il segreto di un’alleanza in un mini-ecosistema che non smette di stupirci; infatti si sono rivelati un sistema ancora più dinamico del previsto (si alleano con numeri inconcepibili di batteri). I licheni, in sostanza, ci offrono molta ispirazione a pensare la complessità in senso più generale. Come?</p>
<h2 id="ripensare-lindividualità-dalla-teoria-queer-alla-consapevolezza-ecologica">Ripensare l&rsquo;individualità: dalla teoria queer alla consapevolezza ecologica</h2><p>Ce lo spiega un <a href="https://core.ac.uk/download/pdf/235683163.pdf" rel="noopener">articolo</a> dal titolo <em>Queer theory for lichens</em>, che invita proprio a pensare oltre la struttura binaria. Per citare direttamente le parole dal libro di Sheldrake mentre dialoga con il lichenologo Toby Spribille:</p>
<blockquote>
<p>Gli autori sostengono che i licheni sono creature queer che offrono agli esseri umani la possibilità di andare oltre la rigida struttura binaria: l’identità dei licheni è una domanda più che una risposta già nota. Allo stesso modo Spribille ha trovato nella teoria queer un’utile impalcatura concettuale da applicare ai licheni. «Il punto di vista umano è binario e rende difficile porsi domande che non siano binarie», mi ha spiegato. «Le nostre restrizioni in fatto di sessualità rendono difficile porsi domande sulla sessualità, e così via. Formuliamo interrogativi a partire dal nostro contesto culturale, e per questo è estremamente complicato farsi domande su simbiosi complesse come quelle dei licheni. Ci consideriamo individui autonomi e dunque è difficile per noi immedesimarci».</p></blockquote>
<p>Immedesimarci è una capacità che probabilmente possediamo solo noi umani, quando proviamo a entrare nei panni di altri esseri, immaginando momentaneamente di trascendere il baluardo del nostro io, che rimane, tuttavia, sempre perfettamente ancorato dentro la nostra mente. Un’ancora che sembra allentarsi solo in certe occasioni: nel sogno, nelle psicosi o dopo assunzione di sostanze allucinogene, come quelle che i funghi possono produrre. Interessante è la suggestione che l’esperienza di una “smarginatura dell’io” associata a sensazione di forte interconnessione con l’ambiente sia descritta come effetto tipico da assunzione di sostanze provenienti proprio da organismi maestri dell’interconnessione (i funghi appunto).</p>
<p>Questi organismi costruiscono e disfano reti nel sottosuolo, dove troviamo anche il famoso <em>wood wide web</em>, la rete di connessione nascosta che i vegetali instaurano attraverso le radici mediante l’azione dei funghi. Sotto i nostri piedi brulicano collegamenti tra diverse forme di vita e non vita che noi stentiamo a comprendere. Una rete vitale (dove non manca la competizione, sia chiaro) che ci ricorda, grazie alla scienza, che i sistemi sono molto più forti degli individui. Attraverso questi studi possiamo esplorare col pensiero angoli dell’esperienza sconosciuti e accrescere in consapevolezza della realtà complessa in cui siamo immersi.</p>
<p>Il mondo intorno a noi ci mostra in innumerevoli e fantasiose possibilità che la semplificazione non coglie l’intreccio della vita né il successo delle sue manifestazioni che continuano a evolversi. La cultura umana, soprattutto quella occidentale, ha enfatizzato moltissimo il concetto di individuo e di differenza (di sesso, di status ecc.). Individuare significa potare tutte le connessioni che intralciano la riduzione all’unità minima, non più divisibile. Eppure, se semplificare è utile per fare ordine e consentire una certa operatività, porta anche a quella rigidità che si rivela una pericolosa distorsione della realtà. Una finzione che può anche diventare pericolosa, se sfocia in certi contesti pratici. Basti pensare all’ostinazione di chi non reputa la questione ambientale un fenomeno urgente per tutta la comunità dei viventi; problema che palesa la sua gravità quando ci fanno notare che la spesa militare <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/12/31/mattarella-la-spesa-in-armi-e-8-volte-quella-per-il-clima_974815a5-94ca-40b8-a19e-4d4e5a95a77a.html" rel="noopener">supera di svariate volte i fondi stanziati per il clima</a>.</p>
<p>In natura non c’è netta e definitiva separazione tra le parti, non ci sono binarismi e nemmeno individui. Questi concetti si annidano nel nostro microcosmo cognitivo e attraverso essi ci ostiniamo a filtrare la realtà, spesso fuorviandola. Non occorre abbandonare in toto categorie di pensiero sulla quale si fonda la nostra identità, ma basterebbe riuscire a pensare in modo sistemico: un po’ meno “io” e un po’ più “noi”, un noi che si allarga sempre più.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Se il corpo cambia, cambia l'anima, cambia la società: Emilia Peréz</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez/</guid><pubDate>Fri, 24 Jan 2025 08:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Un’ovazione di nove minuti all’anteprima del festival di Cannes, il golden globe per il miglior film musicale, 13 nomination agli Oscar,  ma anche tante critiche in Messico, ancora prima dell’uscita nelle sale e ora un alternarsi di commenti positivi e negativi sulla stampa italiana ed europea. Emilia Perez racconta di un boss del narcotraffico che affronta un percorso di riassegnazione di genere e pone a noi spettatori domande esplicite e sotterranee. E, con buona pace di Trump che riconosce i soli generi maschile e femminile, induce a pensare ai corpi, anche rispetto alla cultura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Joaquín Archivaldo Guzmán Loera detto El Chapo (il tappo) è stato un potente boss del narcotraffico messicano, capo del cartello di Sinaloa, sin dagli anni ’80 fino al 2017, quando fu estradato negli USA dopo varie evasioni dalle carceri messicane e dopo aver fatto fuori gli altri cartelli, in particolare quello di Juárez. Deve scontare la pena dell’ergastolo in regime di massima sicurezza, mentre l’organizzazione è ora gestita dal figlio Ovidio Guzmán. Cinque i libri tradotti in italiano sulla storia de El Chapo, l’ultimo del 2024 (<em>El Chapo. La storia di uno dei narcotrafficanti più famosi del mondo,</em> di Terry Burrows). Dal 2018, tre stagioni su Netflix: dall’ascesa alla cattura, fino alla fuga. Numerosi i film sul narcotraffico, in particolare quello messicano, con attenzioni distribuite per i governi, i cartelli, le forze dell’ordine, i consumatori e, talvolta, i gruppi sociali coinvolti nella filiera produttiva. Tra le produzioni messicane: <em>El Chapo, la fuga del secolo</em>, film per la TV del 2016. Produzioni messicane, con attori e registi messicani che hanno entusiasmato gran parte dei messicani.</p>
<h2 id="un-film-anti-messicano">Un film anti messicano?</h2><p>Non altrettanto entusiasta l’accoglienza per la storia immaginaria di Juan “Manitas” Del Monte, boss di un cartello della droga che a un certo punto della vita decide di diventare donna: <em>Emilia Pérez</em>. Film del 2024, suggerito da un capitolo del romanzo <em>Écoute</em> del francese Boris Razon e diretto dal francese Jacques Audiard, interpretato dalla madrilena Karla Sofia Gascón, dalla statunitense di origini dominicane e portoricane Zoe Saldana, dalla statunitense con padre messicano Selena Gomez e, unica messicana, Adriana Paz che interpreta, però, un personaggio secondario. Produzione di più case tutte francesi con l’eccezione di una piccola messicana. Film girato in gran parte in uno studio francese, in lingua originale spagnola (non messicana) e inglese. Insomma, poco messicano per parlare di Messico, un’operazione del mercato cinematografico, in questo caso quello francese che, comunque, non dovrebbe stupire. Tuttavia molti messicani, ancor prima che il film fosse in distribuzione si sono pronunciati contro, sostenuti da diversi articoli di <em>El Paìs</em> o <em>Libération</em>. E ora anche da molti commenti italiani.</p>
<p>Anti messicano? “Manitas”, nome attribuito a Del Monte, non è forse casuale per rispondere alla domanda. Diversamente dallo spagnolo iberico “tuttofare”, in messicano significa “mano” nelle espressioni «dammi una mano, un aiuto». Ed è forse quello che chiede Del Monte, non solo per esempio a Rita, avvocata cinica e complice di un sistema giudiziario corrotto, ma a tutti, spettatori compresi, anche con i testi delle canzoni. Certo, a modo suo. Un po’ bene un po’ male, un po’ maschio un po’ femmina, un po’ madre un po’ padre, un po’ connivente un po’ antagonista, un po’ dalla parte dei malfattori un po’ dalla parte dei benefattori… tutto e il contrario di tutto come il profilo di ciascun personaggio, ma si può scegliere, si può aiutare a scegliere, si può condividere, come sembra indicarci Jacques Audiard con il finale. Basta riporre fiducia in sé e negli altri e “redimersi”. Bello a questo proposito l’inno <em>Las Damas que Pasan</em> interpretato da Adriana Paz, una rilettura delle <em>Passanti</em> di Brassens.</p>
<p>Un film musicale particolare dove le canzoni, anche quelle famose, utilizzano il testo della sceneggiatura, per cui sono parte integrante del racconto. La colonna sonora strumentale del film è stata scritta da Clément Ducol, mentre i brani originali sono stati composti dalla cantautrice francese Camille. Camille e Clément Ducol hanno vinto il Golden Globe 2025 per la miglior canzone originale con <em>El Mal</em> cantata da Zoe Saldaña, Karla Sofia Gascón e Camille. Infine, Selena Gomez, che nel film recita, canta anche alcune canzoni, tra cui <em>Mi Camino</em>.</p>
<p>Ma anche così molti messicani, a film uscito, non hanno comunque colto o apprezzato, alcuni si sono addirittura offesi. Jacques Audiard si è scusato in una intervista alla CNN <em>Latinoamérica</em>, sostenendo che funzione del cinema è porre domande e non dare risposte o indicazioni.</p>
<h2 id="quanto-sono-estreme-le-persone-non-binarie-per-la-società">Quanto sono estreme le persone non binarie per la società?</h2><p>Il film ha posto alcune domande esplicite a tutti gli spettatori; altre, più sotterranee, solo per alcuni. Tra le prime, quelle sui diritti ancora inevasi: di genere, del lavoro, della vita relazionale e della convivenza. Domande sull’abuso di potere da parte di politici e funzionari che agiscono senza scrupoli, sulla corruzione e le disuguaglianze sociali (<em>El mal</em>). E non solo in Messico.</p>
<p>Quelle meno esplicite sono le domande che possono sorgere dal percorso di Manitas Del Monte per cambiare il proprio sesso biologico. Dalla ricerca del centro medico a cui affidarsi, girando per il mondo, al trattamento più appropriato a cui sottoporsi e alle difficoltà, anche relazionali, personali e dell’intera comunità sociale a cui far fronte. Il tema dei diritti della comunità Lgbtiqa+ (persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali, asessuali e chiunque non si definisca eterosessuale) non è un’esclusiva messicana, ma globale. La <em>leyenda</em>, come la definisce Audiard per sottolineare il racconto immaginario del film e per ampliare l’esaltazione e l’esemplarità di un diritto negato, di un desiderio nascosto, sceglie una figura estrema come un boss del narcotraffico. Quindi una delle domande nascoste è: ma sono così estreme (alla società) le persone con identità di genere e orientamento sessuale che non aderiscono alla visione etero-normativa o binaria? In particolare le persone transgender?</p>
<h2 id="consapevolezze-precoci">Consapevolezze precoci</h2><p>«Lo so da quando avevo 4 anni. Vedevo altre ragazze e dicevo: &ldquo;Voglio essere così&rdquo;». Lo dice Karla Sofia Gascón in un’intervista, ma è quello che dice anche Manitas Del Monte al chirurgo che raccoglie l’anamnesi prima di decidere se operarlo. Quindi «ben prima della transizione, sanno già quello che vogliono essere». Con quale motivazione? «Se il corpo cambia, cambia l&rsquo;anima. Se l&rsquo;anima cambia, cambia la cultura. Se la cultura cambia, cambia la società».</p>
<p>Va bene, è solo un musical, ma induce a pensare ai corpi anche rispetto alla cultura, al percepito e al rielaborato personale di ciascuno. Quindi, non sarà che una parte della collettività messicana (ed europea e italiana) che è insorta contestando il film, si sia sentita vittima violata in “un sentimento collettivo” di fronte alla riassegnazione di genere e all’angoscia di castrazione che il percorso delle persone transgender da maschio a femmina suscita? Quel sentimento collettivo cui si riferisce Jung (<em>Sulla questione dell&rsquo;intervento medico</em>. Opere, volume XVIII, Bollati Boringhieri 1993).</p>
<h2 id="già-dal-2012-il-protocollo-olandese">Già dal 2012: il protocollo olandese</h2><p>Altre domande affiorano oltre lo schermo. Per esempio: che cosa sarebbe successo se la disforia di genere di Manitas Del Monte fosse stata trattata per tempo, in età puberale? Ovviamente non lo sappiamo, è anche difficile ipotizzarlo. Sì, perché la valutazione dei vari interventi psicologici e farmacologici nella disforia di genere in pubertà è scarsa e l’esito è affidato più a raccolte di <em>case stories</em> e non a studi clinici ed epidemiologici formali, sia a livello nazionale che internazionale. È anche il <a href="https://bioetica.governo.it/it/documenti/risposte/risposta-al-quesito-del-ministero-della-salute-sullutilizzo-della-triptorelina-nel-caso-di-diagnosi-di-disforia-di-genere/" rel="noopener">parere del Comitato Nazionale per la Bioetica</a>, che nel dicembre scorso si è infine pronunciato sull’uso della triptorelina per il trattamento della disforia di genere che è consentito in forma off-label da una <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/03/02/19A01426/sg" rel="noopener">determina</a> dell’Agenzia del farmaco del 2019.</p>
<p>Dopo tanto clamore, polemiche e annunci, che abbiamo raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche/">qui</a>, il Cnb nei fatti ha riconfermato quanto <a href="https://bioetica.governo.it/it/documenti/pareri/in-merito-alla-richiesta-di-aifa-sulla-eticita-dell-uso-del-farmaco-triptorelina-per-il-trattamento-di-adolescenti-con-disforia-di-genere-dg/" rel="noopener">già comunicato</a> nel 2018. Tutto questo sebbene a livello internazionale il protocollo di trattamento, prima psicologico e poi anche farmacologico, sia pressoché comune, il cosiddetto <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00918369.2012.653300" rel="noopener">protocollo olandese</a>, pubblicato già nel 2012. L&rsquo;approccio olandese alla gestione clinica dei bambini prepuberi di età inferiore ai 12 anni e degli adolescenti a partire dai 12 anni con disforia di genere raccomanda una «valutazione approfondita di tutti gli aspetti vulnerabili e, quando necessario, un intervento appropriato». Aspetti vulnerabili difficili da valutare e intervento appropriato da garantire (anche) al giovane Manitas Del Monte, ma da tempo raccomandati per soggetti prepuberi o postpuberi con disforia di genere.</p>
<p>Quello che serve, tuttora, è un maggior numero di dati scientifici validati sull’efficacia e i rischi dell’uso dei bloccanti della pubertà, prodotti da studi clinici indipendenti finanziati anche dal ministero della Salute (come raccomanda il Cnb) e che comprendano la valutazione dell’intero percorso psicoterapeutico e psicologico, eventualmente psichiatrico e clinico-farmacologico a breve e a lunga distanza.</p>
<h2 id="i-pregiudizi-che-ostacolano-invece-di-accompagnare">I pregiudizi che ostacolano invece di accompagnare</h2><p>Della triptorelina il film non ci parla, ci dice solo della terapia ormonale sostitutiva inefficace durata due anni prima dell’intervento di riassegnazione di genere.</p>
<p>Ci dice però degli stessi pregiudizi, politici e culturali, che ostacolano invece di accompagnare chi ha bisogno di fare chiarezza per decidere se intervenire sulla propria identità di genere a partire dalla giovane età. Non possiamo sapere gli effetti di un percorso terapeutico precoce sulla disforia di genere di Manitas Del Monte, magari non sarebbe diventato narcotrafficante, con l’indotto di illegalità che si porta appresso.</p>
<p>Eppure è una domanda che la realtà ci pone quando i pregiudizi e le contrarietà prevalgono sull’imparzialità, l’obiettività, e l’equità di accesso a un diritto. Emilia Peréz questo diritto se l’è preso lottando per i propri sogni. <em>(Quiero quererme a mí misma Querer, sí, mi vida Querer, sí, lo que siento (es mi camino) Es mi camino Quiero quererme a mí misma (mi camino) Quererme así, toda (es mi camino) Quererme así como soy (mi camino))</em>. Forse perché era Manitas Del Monte, e gli altri?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Generazione ansiosa perché troppo online?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/generazione-ansiosa-perche-troppo-online/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/generazione-ansiosa-perche-troppo-online/</guid><pubDate>Fri, 20 Dec 2024 07:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Valeria Esposito</dc:creator><category>libri</category><description>La Generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli (Rizzoli, 2024), di Jonathan Haidt, è un saggio dal titolo esplicativo. Dedicato alla Gen Z, la prima ad aver sperimentato pubertà e adolescenza completamente sullo smartphone, indaga su una solida base scientifica i danni che questi strumenti possono portare a ragazzi e ragazze. Ma sul tema altre voci si sono espresse con pareri discordi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/generazione-ansiosa-perche-troppo-online-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/generazione-ansiosa-perche-troppo-online-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>TikTok e Instagram sono sempre più popolati da persone giovanissime, questo è ormai un dato di fatto. Sebbene la legge Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA) del 1998 stabilisca i tredici anni come età minima per accettare le condizioni delle aziende, fornire i propri dati e creare un account personale, risulta comunque molto semplice eludere questi controlli, poiché non è prevista alcuna verifica effettiva. Oltre al fenomeno dilagante dei “baby influencers”, <a href="https://www.businessinsider.nl/40-of-kids-under-13-already-use-instagram-and-some-are-experiencing-abuse-and-sexual-solicitation-a-report-finds-as-the-tech-giant-considers-building-an-instagram-app-for-kids/" rel="noopener">si stima</a> che il 40% dei bambini e delle bambine americani sotto i tredici anni abbia creato un account su Instagram .</p>
<p>Eppure la Generazione Z, la prima ad aver sperimentato pubertà e adolescenza chini sullo smartphone, pare essere anche quella più ansiosa, depressa e soggetta a casi di autolesionismo.</p>
<p>C’è quindi correlazione tra uso degli smartphone in età puberale e i disturbi di cui soffrono le nuove generazioni? Jonathan Haidt, che insegna psicologia sociale alla Stern School of Business della New York University, non ha dubbi in proposito e porta numerosi dati a favore della sua tesi nel libro <em>La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli</em> (Rizzoli, 2024). Il saggio mira soprattutto a mettere in guardia i genitori sulle conseguenze della mancata vigilanza dei propri figli e figlie sull’uso di smartphone e social media. Non è quindi un’opera scientifica, ma un best seller tanto chiaro quanto assertivo e secondo molti critici semplicistico, se non addirittura fuorviante.</p>
<p>Crediamo utile quindi farne una sommaria sintesi per poi vedere le critiche. Come <em>Scienza in rete</em> ci piacerebbe aprire un dibattito sul tema, sicuramente d’interesse.</p>
<h2 id="uninfanzia-al-cellulare">Un’infanzia al cellulare</h2><p>Secondo Haidt il problema affonda le radici negli anni ottanta, quando i genitori, pur di proteggere figli e figlie, hanno preferito tenerli in casa davanti agli schermi. O anche solo per mangiare al ristorante in pace. All’inizio era la televisione il mezzo ideale di intrattenimento, oggi è stata sostituita da smartphone e tablet, dispositivi più versatili e connessi perennemente, e bambini e bambine con loro. Nella ricostruzione di Haidt, la riduzione o addirittura l’azzeramento dell’esperienza del gioco libero all’aperto influisce negativamente sulla capacità delle persone più giovani di gestire rischi e pericoli, rendendoli percepiti come più grandi di quanto siano. Privati o quasi di queste esperienze, bambini e bambine perdono l’opportunità di confrontarsi con la paura e l’insuccesso, aspetti fondamentali che il gioco, uno dei più potenti strumenti di apprendimento, permette di elaborare. Le possibilità di crescita tramite l’esperienza offline risultano così inibite, portando bambini e bambine ad essere più frustrati e apprensivi da adolescenti. Questo il filo del ragionamento dello psicologo americano.</p>
<p>Con i primi anni dieci del Duemila arriva la &ldquo;grande riconfigurazione”, come la chiama Haidt: l’infanzia e l&rsquo;adolescenza vengono calibrate completamente su smartphone, rete e social. L’autore individua quattro danni fondamentali di questa transizione:</p>
<ul>
<li>Deprivazione sociale: il tempo passato offline con gli amici si è drasticamente ridotto grazie alla diffusione degli smartphone. La pandemia da COVID-19 ha poi acuito ulteriormente la distanza sociale tra adolescenti.</li>
<li>Privazione del sonno: l’uso massiccio degli smartphone altera il ritmo circadiano dei più piccoli e peggiora la qualità del sonno.</li>
<li>Calo dell’attenzione: non soltanto la concentrazione è logorata dal continuo flusso di notifiche che arrivano sullo smartphone ma anche la presenza stessa del telefono nuoce al pensiero di ragazzi e ragazze e contribuisce alla distrazione continua, aprendo anche a interrogativi su chi soffre di ADHD: «L’ipotesi più diffusa è che chi soffre di ADHD cerchi lo stimolo dello schermo e la maggiore focalizzazione presente nei videogame. Ma il nesso causale potrebbe anche funzionare all’inverso? È possibile che un’infanzia fondata sul telefono aggravi preesistenti sintomi di ADHD? A quanto pare sì», scrive Haidt.</li>
<li>Dipendenza: i “mi piace” o le menzioni causano una scarica di dopamina nel cervello, facendo sì che venga rilasciato piacere ma non soddisfazione. In questo modo si innesca un meccanismo di assuefazione, simile a quello causato dal gioco con le slot-machine.</li>
</ul>
<h2 id="sempre-più-connessi-sempre-più-fragili">Sempre più connessi, sempre più fragili</h2><p>Nei capitoli successivi, Haidt passa in rassegna il fenomeno dei social. Non solo oggi sono dotati di algoritmi sempre più sofisticati per trattenere gli utenti quanto più possibile connessi sulle piattaforme, ma sono anche consapevoli dei loro effetti negativi sulla salute mentale nelle persone più giovani. Dai <em>Facebook papers</em> dal 2021 alla <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_24_2664" rel="noopener">recente indagine</a> della Commissione europea del 2024, emerge inoltre come l’attenzione di Meta si sia rivolta prepotentemente a questo nuovo target di infanzia e adolescenza, con il chiaro obiettivo di trarne nuovi profitti.</p>
<p>Le ragazze risultano le più colpite da disagi legati all’uso dei social dove domina l’immagine, quasi sempre manipolata da filtri: usano infatti Instagram e Tiktok in maggior misura dei ragazzi, rendendole vulnerabili al confronto sul proprio corpo. Una <a href="https://s.wsj.net/public/resources/documents/teen-girls-body-image-and-social-comparison-on-instagram.pdf" rel="noopener">ricerca</a> del 2020 ha evidenziato come il 30% delle ragazze intervistate quando si sentivano male per il proprio fisico, aggravavano la propria percezione quando usavano Instagram. Altri elementi con cui il genere femminile si misura quotidianamente sono il cyberbullismo, l’adescamento online, la diffusione e richiesta di immagini di nudo, che concorrono ad aumentare i disturbi.</p>
<p>I ragazzi, sull’altro fronte, non sembrano passarsela meglio. I videogiochi online inducono gli adolescenti a trascorrere ore e ore con altri utenti connessi, senza però costruire relazioni di qualità, con il risultato che solitudine e depressione prendono il sopravvento nelle loro vite. Anche l’abuso di pornografia, a cui i ragazzi accedono senza difficoltà dai loro dispositivi, distorce la sessualità e mina la percezione delle relazioni con l’altro sesso. «Con il perfezionamento delle personalità dell’IA generativa e con il loro trapianto in bambole e robot sessuali sempre più realistici, un numero crescente di uomini eterosessuali potrebbe prendere in considerazione uno stile di vita da hikikomori con una ragazza meccanica, preferibile alle migliaia di rifiuti ricevuti sulle app di dating», pronostica Haidt.</p>
<h2 id="limitare-luso-dello-smartphone-alle-persone-più-giovani">Limitare l’uso dello smartphone alle persone più giovani?</h2><p>Ma cosa si sta facendo per arginare il potere delle piattaforme, soprattutto in relazione a infanzia e adolescenza? Per l’autore ben poco, soprattutto riferendosi all’esperienza negli Stati Uniti. Poco, per esempio, sul tempo di qualità dedicato al gioco di gruppo all’aria aperta. Ancora troppo poco a scuola: oltre che spingere ragazzi e ragazze durante la ricreazione a passare più tempo con i coetanei e in aree gioco, Haidt suggerisce di bandire l’uso del cellulare per tutta la giornata scolastica, non solo durante le lezioni.</p>
<p>Infine è il turno dei genitori, a cui è dedicata l’ultima parte del libro. Pochi suggerimenti ma pratici: cercare di accrescere l’interazione con i propri figli e figlie nel mondo reale, favorire situazioni di incontro con i propri coetanei offline lontani da dispositivi e posticipare l’uso di smartphone e social media ai 16 anni.</p>
<p>Perché, come conclude Haidt: «La Grande Riconfigurazione dell‘infanzia, da basata sul gioco a basata sul telefono, è stata un fallimento di proporzioni catastrofiche. È tempo di mettere fine all’esperimento. Riportiamo a casa i nostri figli». Ma questa “riconfigurazione” ha basi effettivamente solide? E se sì, dipende davvero solo dai dispositivi e i social? Altre voci nel mondo della psicologia <a href="https://www.doppiozero.com/tutti-in-ansia-e-insicuri" rel="noopener">hanno una visione meno allarmistica</a> di Haidt sull’utilizzo dei social da parte di ragazzi e ragazze e sono dell’avviso che le soluzioni drastiche siano piuttosto ingenue, oltre che poco realistiche: la parola d’ordine è imparare a gestire i media, non limitarli. Sarebbe importante, in questo senso, che le persone adulte (genitori, insegnanti, educatori) si facessero carico della questione e aiutassero ragazzi e ragazze a esplorare questo nuovo mondo, senza lasciarli in balia della rete quando sono più grandi.</p>
<p>Altre ricerche <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-00902-2" rel="noopener">sottolineano</a> gli effetti tutto sommato positivi della rete nella socialità e sicurezza delle persone più giovani rispetto alle società dove internet è meno sviluppato. Inoltre, il tempo di esposizione sui social da parte di adolescenti non pare così rilevante. Resta poi da dimostrare che la causa di comportamenti depressivi o ansiosi sia da ascrivere in primo luogo alla connessione ai social o non piuttosto che questi agiscano al massimo come un rinforzo di certe condizioni psicologiche.</p>
<p>C’è anche modo di migliorare l’esperienza d&rsquo;uso dei social. «Introdurre una lista di <em>affordance</em> (funzionalità intuituive, ndr) dei social media, mutuandole dalla ricerca neurocognitiva e comportamentale, enfatizza il ruolo dell’utente (come la tecnologia viene percepita, interpretata e utilizzata) piuttosto che la progettazione tecnologica in sé» spiega Tiziana Metitieri <a href="https://www.valigiablu.it/internet-social-studi-psicologia-allarmismo/" rel="noopener">su <em>Valigia Blu</em></a>. «In questo senso, l’approccio delle affordance è essenziale per superare il determinismo tecnologico degli outcome di salute mentale che enfatizza eccessivamente il ruolo della tecnologia come motore degli effetti, ma trascura l&rsquo;autodeterminazione e l&rsquo;impatto delle persone&rdquo; nell&rsquo;uso dei social media e, aggiungo, dello spazio digitale in generale».</p>
<p>In definitiva, il dibattito sull&rsquo;uso dei social media da parte di bambini, bambine e adolescenti è tutt’ora complesso e divisivo, intrecciando opportunità di connessione e apprendimento con rischi per la salute mentale e lo sviluppo personale. Più che divieti servirebbe lavorare per una “ecologia della mente” applicata alla sfera digitale. A beneficio di giovani e no.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una firma contro l’astrologia fuori luogo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-contro-astrologia-fuori-luogo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-contro-astrologia-fuori-luogo/</guid><pubDate>Fri, 13 Dec 2024 19:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>societa</category><description>Gli organizzatori di un incontro ufficiale della LILT, la Lega italiana per la lotta contro i tumori, tenuto a Roma nella sede del ministero della Salute, hanno invitato come relatore l’astrologo Jupiter (al secolo Rino Liuzzi di Conversano), che ha parlato dell&amp;amp;rsquo;influsso di astri e pianeti. Molti giornalisti hanno lasciato la sala. L’associazione Luca Coscioni si è rivolta al ministro Schillaci con una lettera aperta, per chiedere che al centro della salute pubblica ci sia la scienza, mentre l’astrologia sia esclusa dai contesti istituzionali. (Immagine realizzata con ChatGPT)</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/firma-contro-astrologia-fuori-luogo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/firma-contro-astrologia-fuori-luogo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chissà perché. Chissà che cosa ha spinto gli organizzatori di un incontro ufficiale della LILT, la Lega italiana per la lotta contro i tumori, tenuto a Roma nella sede del ministero della Salute a invitare a parlare l’astrologo Jupiter (al secolo Rino Liuzzi di Conversano). «Il personaggio ha monopolizzato l’attenzione con discorsi sugli influssi di astri e pianeti e su un ovviamente vago “equilibrio con l’universo” che dovremmo avere», ha scritto Enrico Bucci su <em><a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2024/12/05/news/un-astrologo-al-ministero-della-salute-per-parlare-di-lotta-contro-il-cancro-7219032/" rel="noopener">il Foglio</a></em> del 5 dicembre scorso.</p>
<p>Ma anche se nel corso della conferenza stampa diversi giornalisti hanno abbandonato la sala, sconcertati da quello che stavano ascoltando, finora non sembra che né la LILT, né il ministro della Salute Orazio Schillaci, sollecitati dallo stesso Bucci, abbiano sentito il dovere di commentare e spiegare le intenzioni di una scelta così bizzarra.</p>
<p>Nel frattempo l’associazione Luca Coscioni si è rivolta proprio al ministro Schillaci con una <a href="https://www.associazionelucacoscioni.it/wp-content/uploads/2024/12/Un-astrologo-alla-conferenza-stampa-della-LILT-1.pdf" rel="noopener">lettera aperta</a> per chiedere che al centro della salute pubblica ci sia la scienza, mentre l’astrologia sia, invece, esclusa dai contesti istituzionali. La lettera aperta (<a href="https://www.associazionelucacoscioni.it/landing/astrologo-conferenza-lilt" rel="noopener">qui</a> per firmarla) ha raccolto già oltre 460 firme di esponenti della comunità scientifica, tra cui Michele De Luca e Silvio Garattini, ma anche di persone preoccupate per quella che sembra a tutti gli effetti un’apertura ad approcci e messaggi antiscientifici. «È inammissibile che questa ridicola baggianata trovi spazio in un contesto istituzionale, addirittura in una sala del ministero della Salute. È necessario che le istituzioni, e specialmente quelle dedicate alla salute e alla ricerca, riacquistino autorevolezza e ribadiscano il ruolo centrale della scienza nella lotta contro le malattie e la necessità del rigore del metodo scientifico, unico strumento per affrontare malattie vecchie e nuove», chiosa la lettera aperta senza mezzi termini.</p>
<h2 id="né-la-prima-né-lultima-volta">Né la prima, né l’ultima volta</h2><p>Certamente il ministero della Salute non è nuovo a inciampi sul fronte del rigore scientifico o anche solo della politica sanitaria, come la concessione di patrocini a campagne di screening oncologici gestite da strutture private, i cosiddetti screening opportunistici, a danno dell’offerta di screening del Servizio sanitario nazionale. Ma la LILT, ampiamente finanziata con danaro pubblico e vigilata dallo stesso ministero della Salute e spesso protagonista in un ruolo importante a livello territoriale anche solo per la sua presenza capillare da Nord a Sud, che cosa ha a che fare con l’influsso degli astri? E perché queste supposte relazioni con stelle e pianeti devono essere esplicitate nel corso di una conferenza stampa in presenza del ministro (che in realtà e buon per lui non si è presentato)? Ad aggiungere danno alla beffa, proprio nell’auditorium dedicato a Cosimo Piccinno, generale dei Carabinieri e comandante dei NAS, ricordato per il suo impegno nella tutela della salute pubblica e nella lotta contro le frodi sanitarie.</p>
<p>Purtroppo, questa non è la prima, né sarà probabilmente l’ultima volta, commentano gli estensori della lettera aperta, che istituzioni pubbliche, comprese quelle della ricerca, aprano ai portatori di tesi non scientifiche. Come il Politecnico di Milano, nel 2018, candidato a ospitare un convegno sull’agricoltura biodinamica, che si attirò <a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/agricoltura-biodinamica/biodinamica-politecnico-milano/">la dura critica</a> della senatrice Elena Cattaneo (e anche in questo caso c’erano di mezzo delle forze eterico-astrali, quelle del cosiddetto preparato 500, il cornoletame). O come il convegno voluto (sempre nel 2018) dal presidente dell’Ordine dei biologi Vincenzo D’Anna, che invitò un folto gruppo di no-vax e su cui <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/no-vax-disordine-biologi/">scrisse per <em>Scienza in rete</em></a> il nostro Pietro Greco. E come non ricordare il caso Stamina, in ordine di tempo la più recente terapia miracolosa per alcune malattie degenerative, proposta da Davide Vannoni, psicologo, esperto in comunicazione, che vide coinvolti tra gli altri, gli Ospedali civili di Brescia.</p>
<h2 id="tra-ideologia-e-disinformazione">Tra ideologia e disinformazione</h2><p>Tuttavia negli ultimi due anni le occasioni per sostenere approcci antiscientifici o per piegare le evidenze alle ragioni ideologiche sembrano essersi moltiplicate. Per esempio, i gruppi cosiddetti pro-life insistono nel diffondere informazioni, che non hanno alcuna conferma scientifica, sulla pericolosità dei contraccettivi. Per di più lo fanno proponendo alle scuole sedicenti corsi di educazione sessuale e affettiva. Cristina Valsecchi lo ha raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/">qui.</a> Anche per quanto riguarda l’aborto il rischio di una disinformazione attiva è elevato. Così, l’autonominato “Osservatorio permanente sull’aborto” sostiene che <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/contraccezione-emergenza-mistero-criptoaborti/">i contraccettivi di emergenza</a> come la pillola del giorno dopo causino &ldquo;criptoaborti&rdquo; e insiste su una presunta azione abortiva non riconosciuta dalla comunità scientifica, che conferma al contrario la natura contraccettiva di questi farmaci. Anche l’opera di disinformazione sulla “gravidanza per altre persone”, una tecnica di procreazione medicalmente assistita ormai normata in quasi 70 Paesi del mondo è stata sistematica, rendendo di fatto impossibile un dibattito onesto tra le ragioni dei favorevoli e quelle dei contrari. Lo abbiamo raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gestazione-altri-reato-universale-no-grazie/">qui</a>. E che dire della <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/imaging-cerebrale-vede-sesso-genere/">inesistente teoria del gender,</a> vero spauracchio dei gruppi cattolici più integralisti e conservatori, che ignorano sistematicamente i risultati degli studi sull’identità di genere. Ma l’ultimo e per certi versi più drammatico esempio del sostegno offerto alle posizioni ideologiche e antiscientifiche riguarda la cancellazione delle multe inflitte alle persone che si sono rifiutate di vaccinarsi contro Sars-CoV-2, durante la recente pandemia. Un provvedimento contro il quale si sono alzate molte voci dalla comunità scientifica, tra cui l’Accademia nazionale dei Lincei che ha postato sul proprio sito una <a href="https://www.lincei.it/it/news/dichiarazione-sulla-sanatoria-delle-sanzioni-sullobbligo-vaccinale" rel="noopener">dichiarazione ufficiale.</a> «L’Accademia nazionale dei Lincei esprime viva preoccupazione per la sostanziale sanatoria delle sanzioni per chi non ha rispettato l’obbligo vaccinale nei confronti del virus responsabile del Covid-19», si legge. Stime attendibili indicano che la campagna di vaccinazione a livello europeo ha salvato almeno 10 milioni di vite, soprattutto tra le persone più anziane e fragili, ricordano i Lincei. «In prospettiva, l’invecchiamento della popolazione italiana dovrebbe suggerire di aumentare, non certo di disincentivare, la protezione vaccinale». Il rischio che posizioni ideologiche e prive di fondatezza prendano sempre più piede in un Paese che non brilla per la propria capacità di esercitare una cittadinanza scientifica, come l’Italia, è reale e ci riguarda molto da vicino, come ricordano i Lincei. E il buon esempio dovrebbe venire dalle istituzioni, soprattutto quelle deputate alla salute delle persone. Per questo la lettera aperta dell’Associazione Luca Coscioni ribadisce che se ognuno è libero di affidarsi agli astri e di farsi leggere i fondi di caffè o le carte, questa libertà, tuttavia, non può essere concessa alle istituzioni.</p>
<p><em>Post scriptum</em></p>
<p>Alla fine la LILT ha risposto con le parole del suo presidente Francesco Schittulli, che ha diffuso una <a href="https://www.italpress.com/schittulli-lilt-crede-nella-scienza-fraintese-nostre-buone-intenzioni/" rel="noopener">nota</a> che scagiona il ministro Schillaci che non era informato di chi sarebbero stati gli ospiti dell’incontro. Inoltre Schittulli ha ricordato che: «La LILT crede fermamente nella scienza. La ricerca oncologica è uno dei pilastri fondamentali del nostro operato. Non era assolutamente nostra intenzione promuovere o legittimare approcci antiscientifici, né mancare di rispetto alla sede istituzionale che ci ha ospitato o alle migliaia di sostenitori che ci accompagnano nel nostro cammino». Ma allora, perché ha invitato Jupiter addirittura a moderare l’incontro?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La contraccezione di emergenza e il mistero dei “criptoaborti”</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/contraccezione-emergenza-mistero-criptoaborti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/contraccezione-emergenza-mistero-criptoaborti/</guid><pubDate>Mon, 11 Nov 2024 08:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Il comitato anti-aborto denominato Osservatorio permanente sull’aborto sostiene che i contraccettivi di emergenza come la pillola del giorno dopo causino &amp;amp;ldquo;criptoaborti&amp;amp;rdquo; e insiste su una presunta azione abortiva non riconosciuta dalla comunità scientifica, che afferma chiaramente la natura contraccettiva di questi farmaci. È un movimento, sostenuto anche dall&amp;amp;rsquo;Associazione ProVita e Famiglia, che porta avanti una campagna più ampia contro tutti i contraccettivi ormonali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/contraccezione-emergenza-mistero-criptoaborti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/contraccezione-emergenza-mistero-criptoaborti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono 65.703 le interruzioni volontarie di gravidanza registrate dall’ISTAT nel 2022 in Italia. Il numero è calato progressivamente dal 1978, quando è entrata in vigore la legge 194, che regolamenta l’aborto nel nostro Paese. Un comitato di ginecologi e attivisti dell’Associazione ProVita e Famiglia, però, non è d’accordo: sostiene che sono molte di più, perché aggiunge al computo 38.140 fantomatici “criptoaborti” provocati dall’assunzione dei contraccettivi ormonali di emergenza, la pillola del giorno dopo e quella dei cinque giorni dopo. In una conferenza ospitata lo scorso 29 ottobre nella sala stampa del Senato, i ginecologi del comitato hanno affermato che, all’insaputa delle donne che ne fanno uso, questi farmaci in realtà non sono contraccettivi ma abortivi e interrompono gravidanze già in corso.</p>
<p><a href="https://osservatorioaborto.it/" rel="noopener">Osservatorio permanente sull’aborto</a>, questo è il nome del comitato che dal 2022 pubblica un rapporto annuale sull’attuazione della legge 194, in contrapposizione con quello istituzionale, redatto dall’Istituto superiore di sanità e pubblicato dal ministero della Salute. Lo scorso 29 ottobre, l’Opa ha presentato ufficialmente il terzo di questi rapporti, intitolato <em>Tra clandestinità e indifferenza</em>. Tra i dati bizzarri riportati nel documento, c’è il conto di quanto avrebbero fruttato tutti i soldi spesi dal Servizio sanitario nazionale dal 1978 a oggi per attuare la legge 194, se invece fossero stati investiti in titoli di Stato: ben 16 miliardi e 616 milioni di euro. Chissà quanto avrebbero fruttato i soldi spesi dal Ssn per le appendicectomie nello stesso arco di tempo… Il ragionamento sui “criptoaborti” che sarebbero provocati dai contraccettivi di emergenza è particolarmente preoccupante. “C’è una perdurante incertezza”, si legge nel rapporto, “sulla modalità di azione di questi farmaci, cioè se sia contraccettiva o piuttosto abortiva”. In realtà, oggi la comunità scientifica internazionale ha perfettamente chiaro il meccanismo d’azione della pillola del giorno dopo.</p>
<h2 id="come-funziona-la-pillola-del-giorno-dopo">Come funziona la pillola del giorno dopo</h2><p>A differenza dei contraccettivi ormonali ordinari, quelli di emergenza si assumono dopo un rapporto a rischio e servono a prevenire una gravidanza indesiderata nei casi in cui non sia stato utilizzato nessun sistema contraccettivo ordinario, oppure il sistema usato abbia fallito, per esempio in caso di dimenticanza della pillola o rottura del preservativo. Due sono i contraccettivi orali post-coitali in commercio oggi. Il primo, a base di levonorgestrel, è la cosiddetta pillola del giorno dopo. Deve essere assunto prima possibile entro 72 ore dal rapporto a rischio. Il secondo, a base di ulipristal acetato, è la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo e deve essere assunto prima possibile entro 120 ore dal rapporto a rischio.</p>
<p>Entrambi i farmaci agiscono ritardando l’ovulazione se vengono assunti prima di questo evento e quindi prevengono l’incontro tra lo spermatozoo e l’ovocita, e il concepimento. Sono inefficaci se al momento della somministrazione l’ovulazione è appena avvenuta e sono inefficaci se la fecondazione dell’ovocita è già avvenuta. Non sono in grado di <a href="https://www.amicacontraccezioneaborto.it/linee-guida/contraccezione/position-paper-contraccezione-emergenza-orale/" rel="noopener">interrompere una gravidanza</a> già iniziata, quindi non sono farmaci abortivi.</p>
<p>Sia il levonorgestrel che l’ulipristal acetato interferiscono con l’azione del progesterone, l’ormone naturale che prepara l’ambiente uterino per la gravidanza. Entrambi quindi agiscono anche sul rivestimento interno dell’utero, ma questa azione, al dosaggio dei farmaci previsto per la contraccezione di emergenza, non è tale da impedire l’impianto dell’ovocita eventualmente già fecondato. Lo affermano chiaramente, sulla scorta di abbondante letteratura scientifica, sia l’<a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/emergency-contraception" rel="noopener">Organizzazione mondiale della sanità</a>, sia l’<a href="https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/ellaone" rel="noopener">Agenzia Europea del Farmaco</a>.</p>
<p>La disponibilità in farmacia dei contraccettivi di emergenza senza obbligo di prescrizione né per le maggiorenni né per le minorenni ha determinato un calo netto delle interruzioni volontarie di gravidanza, soprattutto tra le più giovani, come hanno evidenziato le <a href="https://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?lingua=italiano&amp;id=4476&amp;area=Salute%20donna&amp;menu=societa" rel="noopener">relazioni al Parlamento</a> del ministro della Salute sull’attuazione della legge 194 negli ultimi anni.</p>
<h2 id="i-criptoaborti">I “criptoaborti”</h2><p>Contro il parere unanime delle società scientifiche nazionali e internazionali del settore, dell’Oms e delle agenzie regolatorie del farmaco, gli autori del rapporto presentato il 29 ottobre affermano che «la contraccezione di emergenza ha talvolta una azione anti ovulatoria, impedisce cioè il concepimento, ma in presenza di un embrione già concepito ha sempre una azione antinidatoria, rendendo l’endometrio inospitale al suo annidamento. In assenza di annidamento l’embrione non può svilupparsi e la gravidanza appena iniziata si interrompe. Si verifica quello che possiamo definire un criptoaborto». A sostegno di questa affermazione, in bibliografia il rapporto cita pochi studi che descrivono l’azione di levonorgestrel e ulipristal acetato sull’ambiente uterino, ma non concludono che ai dosaggi indicati per la contraccezione di emergenza questo effetto possa provocare un aborto.</p>
<p>Sulla base dell’ipotetico effetto abortivo, il movimento per la Vita Italiano, ProVita e Famiglia e altre associazioni anti-scelta hanno tentato ripetutamente di bloccare la vendita dei contraccettivi di emergenza senza obbligo di ricetta nel nostro Paese. Prima hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio contro la determina dell’Aifa, rigettato dai giudici con la <a href="https://www.aogoi.it/notiziario/archivio-news/tar-contraccezione-emergenza/" rel="noopener">motivazione</a> che «la tesi delle ricorrenti si basa unicamente su uno studio di un esperto che di fatto esprime un mero giudizio di non condivisione, o comunque una diversa opinione, se non addirittura un semplice dubbio, rispetto a quanto affermato dal competente organo tecnico». In seguito hanno impugnato la sentenza del Tar davanti al Consiglio di Stato, che nel 2022 <a href="https://i2.res.24o.it/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/QUOTIDIANI_VERTICALI/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2022/04/21/Cds_2928.pdf" rel="noopener">ha confermato le ragioni</a> del Tar.</p>
<p>Tutte queste evidenze non minano la determinazione degli attivisti dell’Osservatorio permanente sull’aborto, che da tre anni nei loro rapporti continuano a sostenere l’esistenza dei “criptoaborti” provocati dai contraccettivi di emergenza. Nel documento presentato lo scorso 29 ottobre, hanno persino stimato il numero di queste presunte interruzioni di gravidanza. «È stata assunta una percentuale di gravidanze a seguito di un rapporto non protetto del 20% e un tasso del 25% di casi in cui l’effetto antinidatorio dei contraccettivi di emergenza provoca l’interruzione di una gravidanza appena iniziata. Ne risulta una percentuale del 5% dei casi in cui l’uso della pillola post-coitale si risolve, di fatto, in un aborto molto precoce». Partendo dunque dal dato che nel 2022 sono state vendute in Italia 762.796 confezioni di contraccettivi di emergenza, si arriva a 38.140 “criptoaborti”.</p>
<h2 id="lattacco-alla-contraccezione">L’attacco alla contraccezione</h2><p>Quale motivo spinge gli attivisti dei movimenti anti-aborto, tra le cui fila militano diversi ginecologi con decenni di esperienza, a ignorare un corpo abbondante di pubblicazioni, andare contro la posizione consensuale della comunità scientifica internazionale e continuare a sostenere che i contraccettivi di emergenza provocano aborti? Sicuramente lo scopo della conferenza stampa del 29 ottobre era quello di amplificare queste affermazioni attraverso i media, per instillare il dubbio nelle persone. In effetti, diverse testate nazionali hanno titolato “La pillola del giorno dopo è come un aborto”, oppure “Aborti in aumento in Italia per le pillole del giorno dopo”.</p>
<p>Va detto, poi, che i ripetuti attacchi dei pro-life contro levonorgestrel e ulipristal acetato si collocano all’interno di una nuova campagna che queste associazioni stanno muovendo contro tutti i contraccettivi ormonali, non solo quelli di emergenza. Basta cercare l’argomento sul sito di ProVita e Famiglia per trovare diversi articoli pubblicati negli ultimi mesi che accusano anche i contraccettivi ordinari di provocare aborti. Per esempio, nell’<a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/i-rischi-della-contraccezione-ormonale" rel="noopener">articolo</a> <em>I rischi della contraccezione ormonale</em>, pubblicato sul sito il 27 agosto 2024, si legge: «Molte donne pensano che l’azione dei contraccettivi ormonali sia quella di impedire l’ovulazione e di sfavorire il passaggio degli spermatozoi tramite l’ispessimento del muco cervicale. In realtà tutti i contraccettivi ormonali (pillola combinata, minipillola, spirale, inclusa quella al rame, cerotto, anello, bastoncino, iniettabili, così come tutti i contraccettivi d’emergenza) assottigliano o sfaldano anche il rivestimento dell’utero. Ciò significa che, poiché non esiste un metodo in grado di impedire al cento per cento il concepimento, se una donna dovesse ovulare e concepire durante l’uso del contraccettivo l’essere umano appena formato potrebbe non impiantarsi nell’endometrio ed essere espulso. Molte donne non sapranno mai se avranno precocemente abortito uno o più figli a causa dell’uso dei contraccettivi ormonali ordinari o d’emergenza».</p>
<p>Della necessità di impegnarsi contro la contraccezione per favorire la natalità in Italia hanno parlato i vertici dell’Associazione ProVita e Famiglia il 25 e 26 ottobre scorsi ad Assisi, nel corso del <a href="https://tavolediassisi.it/" rel="noopener">convegno</a> “Le Tavole di Assisi”, a cui hanno preso parte diversi nomi del panorama politico e culturale della destra italiana, dal parlamentare europeo Roberto Vannacci al giornalista Francesco Borgonovo. Il pubblico del convegno ha potuto assistere a una presentazione in anteprima del rapporto dell’Osservatorio permanente sull’aborto, commentato dai presenti.</p>
<p>Nel suo intervento, il filosofo Tommaso Scandroglio ha osservato che la denatalità non è un fenomeno mondiale, dal momento che la popolazione globale continua ad aumentare, ma europeo e in particolare italiano e deve essere contrastata non tanto per le sue ricadute economiche, ma perché è funzionale a una sostituzione etnica, culturale e religiosa che rischia di far collassare la civiltà occidentale cristiana.</p>
<p>L’economista Ettore Gotti Tedeschi ha rincarato la dose, sostenendo che lo spopolamento dell’Europa per favorire l’immigrazione e la sostituzione etnica non è un disegno umano, ma il piano di un’entità spirituale avversaria che dobbiamo combattere con ogni mezzo. Ha detto inoltre che non sono le difficoltà economiche a impedire alle coppie italiane di avere più figli, ma la volontà, che deve essere contrastata.</p>
<p>La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa ha galvanizzato i sostenitori di queste posizioni. «Il risultato delle elezioni americane incoraggia Pro Vita e Famiglia a continuare in Italia l’impegno per il diritto universale a nascere e per tutelare bambini e adolescenti dai danni dell’ideologia gender, senza farci intimidire dall’assordante propaganda trans-femminista e LGBTQ, minoranza nell’opinione pubblica», si legge in un comunicato dell’associazione. «Il cambio di rotta negli Usa deve infondere ora più coraggio politico al Governo italiano sul fronte di misure più decise per la vita, la famiglia e la libertà educativa». Tempi duri in vista per chi si impegna nella difesa dei diritti riproduttivi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trump ora è un serio problema per il clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ora-serio-problema-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ora-serio-problema-clima/</guid><pubDate>Thu, 07 Nov 2024 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Donald Trump, da gennaio 2025, sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America (e il primo che lo farà da pregiudicato).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Donald Trump, da gennaio 2025, sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America (e il primo che lo farà da <a href="https://www.bbc.com/news/world-us-canada-61084161" rel="noopener">pregiudicato</a>). Il Senato passa a maggioranza repubblicana così come, probabilmente, lo sarà la Camera. I risultati sono perfettamente in linea con i <a href="https://www.270towin.com/" rel="noopener">sondaggi</a>, secondo i quali, soprattutto nelle ultime settimane, era evidente il sostanziale pareggio negli stati in bilico tra i due candidati. Tutto si è svolto fatalmente all’interno degli intervalli di incertezza: nessuna sorpresa, forse solo molte speranze infrante.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-1.png.webp 1050w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1050" height="670" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>270toWin, a pochi giorni dal voto, illustrava uno scenario in cui entrambi i candidati avrebbero potuto vincere.</p>
<h2 id="il-vano-tentativo-di-sostenere-harris">Il vano tentativo di sostenere Harris</h2><p>Le preoccupazioni provenienti da una parte considerevole della comunità scientifica, infatti, erano già state esplicitate, a partire innanzitutto dalla rivista <em>Scientific American</em>, che a settembre aveva <a href="https://www.scientificamerican.com/article/vote-for-kamala-harris-to-support-science-health-and-the-environment/" rel="noopener">esortato</a> a votare Kamala Harris, così come era <a href="https://www.scientificamerican.com/article/scientific-american-endorses-joe-biden1/" rel="noopener">accaduto</a> per Biden quattro anni prima. È quindi la seconda volta nella storia che una rivista del genere si espone così tanto nelle elezioni americane. Nel 2020, anche <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-020-02852-x" rel="noopener"><em>Nature</em></a> aveva appoggiato Biden, quest’anno non ha esplicitato l’<em>endorsement</em> ma ha comunque <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-03417-y" rel="noopener">scritto</a> molto chiaramente cosa sarebbe potuto succedere con Trump alla Casa Bianca:</p>
<blockquote>
<p>I due candidati […] rappresentano visioni molto diverse sulle sfide e le opportunità che il paese deve affrontare e sul ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Nei suoi ruoli precedenti [di Harris, ndr] e attuali, ha cercato di promuovere politiche in linea con il consenso scientifico, con l&rsquo;obiettivo di mantenere la sicurezza delle persone e proteggere la salute pubblica e l’ambiente. […] Da presidente, Trump ha ignorato più volte le evidenze scientifiche, minando le agenzie di scienza e salute pubblica nazionali e globali. Ha negato la scienza sul clima, mentito sulla risposta del governo agli uragani e chiesto agli scienziati di indagare sull’uso di disinfettanti per curare il COVID-19.</p></blockquote>
<p><em>Nature</em>, come altri, ricorda che il risultato maggiore dell’amministrazione Biden è chiaramente stato l’<em>Inflation Reduction Act</em> del 2022, che prevede investimenti per oltre un trilione di dollari in tecnologie per la transizione energetica entro un decennio. Provvedimento che va a potenziare particolarmente l’industria statunitense, generando numerosi posti di lavoro. D’altra parte, che la transizione ecologica richieda più posti di lavoro rispetto a quelli che farà perdere è <a href="https://www.iea.org/data-and-statistics/charts/employment-growth-in-clean-energy-and-related-areas-to-2030-in-the-announced-pledges-and-net-zero-scenarios" rel="noopener">cosa nota</a> da tempo secondo l’Agenzia internazionale per l’energia. Questo dato, secondo le analisi che si trovano un po’ ovunque in riviste specializzate, potrebbe in effetti essere uno dei pochi motivi per cui Trump avrà difficoltà a eliminare l’<em>Inflation Reduction Act</em>, anche <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2024/oct/28/donald-trump-climate-change-environment" rel="noopener">perché</a> molti «conservatori hanno visto un afflusso sproporzionato di investimenti e posti di lavoro nelle energie pulite nelle loro circoscrizioni», scrive il <em>Guardian</em>. In ogni caso, da candidato ha promesso di farlo e contestualmente dare man forte a nuove esplorazioni petrolifere.</p>
<p><em>Nature</em> ci ricorda anche come Biden abbia cercato di «proteggere le agenzie di regolamentazione, come l&rsquo;Agenzia per la Protezione dell&rsquo;Ambiente (EPA), da interferenze politiche». La stessa agenzia che Trump ha invece <a href="https://www.nytimes.com/2024/10/29/climate/epa-trump-election.html" rel="noopener">indebolito</a> fortemente quando era Presidente. In più, ora, ha promesso di voler «riorganizzare le posizioni di decine di migliaia di impiegati federali, inclusi scienziati e funzionari dell’esecutivo».</p>
<p>Gli effetti della vittoria di Trump, secondo un’analisi che <em>Carbon Brief</em> aveva condotto a marzo, porterebbero 4 miliardi di tonnellate di emissioni in più negli Stati Uniti entro il 2030 rispetto alle politiche di Joe Biden. In più, «è molto probabile che gli Stati Uniti non raggiungano il loro impegno globale per il clima» entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005: «le emissioni scenderebbero solo del 28%». Attualmente l&rsquo;obiettivo posto da Biden è del 50-52%.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-2.png.webp 1024w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1024" height="763" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Lo stesso <em>think tank</em> ha raccolto le principali affermazioni sul clima di Trump e Harris (e dei loro vice) che fanno svanire i dubbi sulle possibilità che in questi anni l’ex Presidente abbia cambiato idea al riguardo. Ne segnaliamo alcune, le altre <a href="https://www.carbonbrief.org/us-election-2024-how-kamala-harris-and-donald-trump-differ-starkly-on-energy-and-climate/" rel="noopener">possono essere consultate qui</a>.</p>
<blockquote>
<p>La minaccia più grande non è il riscaldamento globale, dove l&rsquo;oceano salirà di un ottavo di pollice nei prossimi 400 anni… e avrai più proprietà fronte mare… La minaccia più grande è il riscaldamento nucleare… Per me, il problema più grande non è il cambiamento climatico. (Agosto 2024 [affermazione completamente falsa: oggi il mare si sta <a href="https://climate.copernicus.eu/climate-indicators/sea-level#:~:text=Global%20mean%20sea%20level%20rise%20has%20accelerated%20from%20a%20trend,over%20the%20past%2030%20years." rel="noopener">alzando</a> di 4 millimetri circa ogni anno, ndr])</p></blockquote>
<blockquote>
<p>Vogliamo terminare la truffa del Green New Deal. (Agosto 2024)</p></blockquote>
<blockquote>
<p>We will drill, baby, drill… Molto dipende dall&rsquo;energia. E ricorda, abbiamo più oro liquido sotto i nostri piedi di qualsiasi altro paese di gran lunga. Siamo una nazione che ha l&rsquo;opportunità di fare una fortuna assoluta con la sua energia. Ce l&rsquo;abbiamo noi e la Cina no. (Luglio 2024)</p></blockquote>
<p>D’altra parte, la decisione simbolo della lotta di Trump contro la transizione ecologica fu l’assurda <a href="https://www.bbc.com/news/science-environment-54797743" rel="noopener">uscita</a> degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima e la quasi assenza di partecipazione alle COP delle Nazioni Unite durante la sua presidenza. Il segretario ONU Antonio Guterres ha espresso la sua preoccupazione qualche mese fa al riguardo, «è molto importante che gli Stati Uniti rimangano nell&rsquo;Accordo di Parigi [&hellip;]. Non vogliamo un accordo di Parigi azzoppato», scrive il <em><a href="https://www.theguardian.com/environment/2024/nov/01/a-trump-presidency-could-cripple-the-paris-climate-agreement-warns-un-chief-antonio-guterres" rel="noopener">Guardian</a></em>. Il climatologo Micheal Mann, da parte sua, era stato più pessimista: «Una seconda presidenza di Trump significherebbe la fine per un&rsquo;azione climatica significativa in questo decennio, e stabilizzare il riscaldamento sotto i 1,5°C probabilmente diventerà impossibile».</p>
<h2 id="le-leggi-ambientali-cancellate-o-indebolite-da-trump">Le leggi ambientali cancellate o indebolite da Trump</h2><p>Nel 2021 il <em>New York Times</em> – che ora <a href="https://www.nytimes.com/2024/11/02/climate/trump-climate-courts-lawsuits.html" rel="noopener">mette in guardia</a> da possibili interferenze repubblicane in processi contro le politiche climatiche di Biden nei tribunali federali – aveva <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/climate/trump-environment-rollbacks-list.html" rel="noopener">elencato</a> tutte le norme ambientali che Trump ha smantellato o indebolito negli anni di presidenza. Modifiche che hanno inevitabilmente causato maggiori emissioni tanto di gas serra quanto di inquinanti vari.</p>
<h3 id="abbiamo-tradotto-lelenco-in-italiano-compilato-in-tabelle-specificando-lagenzia-di-riferimento-e-lo-stato-della-modifica-completata-in-corso-eccpotete-trovarlo-a-questo-link">Abbiamo tradotto l&rsquo;elenco in italiano, compilato in tabelle, specificando l&rsquo;agenzia di riferimento e lo stato della modifica (completata, in corso, ecc.): <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-leggi-clima-trump-nytimes-tradotte.pdf">potete trovarlo a questo link</a>.</h3><p>Il <em>New York Times</em>, ancora, è tra i giornali che segnalano la vicinanza delle politiche di Trump al piano d&rsquo;azione conservatore e sovranista <a href="https://www.project2025.org/truth/" rel="noopener">Project 2025</a>. Lo stesso Trump aveva preso le distanze durante il dibattito con Harris, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c977njnvq2do" rel="noopener">fatto sta</a> che decine di ex funzionari della sua ultima amministrazione hanno contribuito a formularne le proposte. Neanche a dirlo, il Project 2025 non vede di buon occhio le politiche climatiche democratiche e vorrebbe, tra le altre cose:</p>
<ul>
<li>«Interrompere la collaborazione e i finanziamenti verso fondazioni progressiste, imprese, istituzioni internazionali e ONG che promuovono il &ldquo;fanatismo climatico&rdquo;»</li>
<li>«Porre fine alla &ldquo;guerra&rdquo; dell&rsquo;amministrazione Biden contro i combustibili fossili nei paesi in via di sviluppo e sostenere la gestione responsabile delle riserve di petrolio e gas come metodo più rapido per porre fine alla povertà e alla dipendenza dall&rsquo;aiuto internazionale»</li>
<li>«Deregolamentazione per le grandi imprese e l&rsquo;industria petrolifera»</li>
<li>«Aumento delle trivellazioni nell&rsquo;Artico».</li>
</ul>
<h2 id="oltre-il-clima">Oltre il clima</h2><p>Doveroso ricordare anche qualche altra impresa compiuta dal nuovo capo degli Stati Uniti, in aggiunta ai danni arrecati al clima globale. Ricordiamo che, nel bel mezzo della pandemia, Trump <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2820%2931527-0/fulltext" rel="noopener">ritirò</a> gli Stati Uniti dall&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanità causando non pochi problemi alla salute pubblica del proprio paese e del resto dei mondo. Secondo il <em>Lancet</em> si <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2021/feb/10/us-coronavirus-response-donald-trump-health-policy" rel="noopener">sarebbero potuti</a> evitare il 40% dei morti americani dalla gestione di Trump di Covid-19.</p>
<p>Il <em><a href="https://www.scientificamerican.com/article/vote-for-kamala-harris-to-support-science-health-and-the-environment/" rel="noopener">Scientific American</a></em> ci ricorda che l’amministrazione Biden-Harris ha aumentato l’accesso all’assicurazione sanitaria e che Harris «sostiene l&rsquo;espansione di Medicaid, il programma sanitario degli Stati Uniti per le persone a basso reddito». Parallelamente, Trump promette «tagli di bilancio miliardari per il Centers for Disease Control and Prevention e per i National Institutes of Health, gli enti che hanno avviato il programma di ricerca sui vaccini Covid». E gli esempi potrebbero continuare.</p>
<p>Insomma, Trump non ha sostanzialmente mai dato prova di riconoscere le evidenze scientifiche nel fare politica, come anche molti altri leader di stampo conservatore in giro per il mondo. Per la prima volta, Trump ha addirittura superato Harris anche nel voto popolare, cioè quello non filtrato dai meccanismi maggioritari che passano dai collegi dei singoli stati e dai Grandi Elettori. Pensare che la scienza resti neutrale di fronte a tutto questo è un’illusione, <em>endorsement</em> espliciti o meno. D&rsquo;altra parte, è dall&rsquo;invenzione della bomba atomica che la scienza non è neutrale. E forse nemmeno l&rsquo;informazione scientifica può più esserlo.</p>
<p>La lunga analisi dell’esito elettorale dovrà tenere conto inevitabilmente anche del ruolo di attori <a href="https://www.ilpost.it/2024/11/06/elon-musk-donald-trump-campagna-elettorale/" rel="noopener">esterni</a>, come le lotterie milionarie di Elon Musk e gli spazi di X concessi a Trump senza contraddittorio né verifica dei fatti; o come anche il ruolo della <a href="https://www.ilpost.it/2020/08/19/trump-russia-rapporto-elezioni-2016/" rel="noopener">Russia</a>, le cui ingerenze nel 2016 sono state confermate dallo stesso Senato americano. In ogni caso, la propaganda &ldquo;anti-scienza&rdquo; (e non solo) attecchisce probabilmente dove il contesto culturale non è sufficientemente solido per digerire la disinformazione. Stiamo entrando nel quinquennio al termine del quale dovremmo ridurre del 55% le emissioni di gas serra: da qui al 2028, forse, ci toccherà fare senza gli Stati Uniti. Questo, per tutti noi che siamo professionisti della comunicazione, ci pone davanti a sfide molto complesse. Almeno per i prossimi quattro anni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un ricordo del coraggio visionario di Vittorio Silvestrini</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricordo-coraggio-visionario-vittorio-silvestrini/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricordo-coraggio-visionario-vittorio-silvestrini/</guid><pubDate>Wed, 23 Oct 2024 08:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luigi Amodio</dc:creator><category>innovazione</category><description>Vittorio Silvestrini è stato uno dei principali promotori della Città della Scienza, progetto nato negli anni ’90 con l&amp;amp;rsquo;obiettivo di creare un modello di sviluppo innovativo nel Sud Italia. La sua visione andava oltre le politiche tradizionali e, nonostante le difficoltà incontrate e l&amp;amp;rsquo;incomprensione della politica e dell’accademia, il suo contributo rimane un esempio di coraggio e lungimiranza per il futuro del Mezzogiorno e dell’Italia. Lo ricorda Luigi Amodio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ricordo-coraggio-visionario-vittorio-silvestrini-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ricordo-coraggio-visionario-vittorio-silvestrini-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il fisico Vittorio Silvestrini è scomparso, dopo una lunga malattia, lo scorso 30 agosto, all’età di quasi 90 anni. “Vittorio”, lo chiamerò semplicemente per nome, in ragione della nostra lunga e stretta collaborazione, durata quasi trent&rsquo;anni. Da quel giugno 1990, in cui cominciai a lavorare con lui e con Vincenzo Lipardi, l’altro vero protagonista della realizzazione di Città della Scienza, fino alla fine del 2017, quando i nostri rapporti si interruppero, soprattutto a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Trent&rsquo;anni e un’idea divenuta realtà: Città della Scienza, il progetto cui Vittorio ha dedicato una importante parte della propria lunga e, tutto sommato, bella vita.</p>
<p>“Tutto sommato” perché Vittorio – come tutti i veri visionari e gli autentici innovatori – ebbe la capacità di guardare lungo, oltre le ritualità stanche della politica e dell&rsquo;Accademia che nella Napoli tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90, quando appunto il progetto di Città della Scienza prese corpo, non ebbero il coraggio e la volontà di capire fino in fondo l’idea che Vittorio aveva del futuro di Napoli, e quindi del Mezzogiorno e quindi dell’Italia, in una fase di radicale trasformazione produttiva, culturale e sociale, legata in primo luogo all’avvento di quella che allora chiamavamo “rivoluzione informatica”.</p>
<p>Vittorio era profondamente consapevole che la fine del modello di produzione fordista, intrecciata al cambiamento climatico, richiedeva scelte coraggiose, in grado di mettere in discussione i dogmi del pensiero economico dominante. In primo luogo, quello che vedeva assegnare al Sud d’Italia un futuro nel terziario arretrato, sganciato dall’innovazione tecnologica, fondamentalmente legato allo sfruttamento dei “giacimenti culturali” (&hellip;il grande progetto del ministro De Michelis&hellip;) e del turismo. Vittorio vedeva, fors’anche con i suoi occhi di fisico, un salto di paradigma, che richiedeva un modello di sviluppo nuovo, fondato su un’industrializzazione “dolce” e rispettosa delle compatibilità ambientali, basata sull’innovazione tecnologica e l’industria “pensante” al posto di quella “pesante”. E sostenne questa idea-forza pubblicando il 17 ottobre 1987 l’articolo “C’è un’alternativa al modello settentrionale”, su <em>Rinascita</em>, il settimanale teorico del Partito Comunista Italiano, avviando così l’aggregazione del nucleo di giovani, tra cui Lipardi e chi scrive, da cui partì l’avventura di Città della Scienza: quella di intervenire operativamente – Vittorio era stato non a caso anche un fisico sperimentale – realizzando un “dimostratore” di quel salto paradigmatico, collocato in un’area ex industriale dismessa come Bagnoli, dove la chiusura degli insediamenti industriali regalava alla città di Napoli una straordinaria opportunità, che la politica locale e nazionale – a più di trent&rsquo;anni dalla fine dell’Italsider, complice il PRG di Bassolino e De Lucia – non ha ancora saputo cogliere.</p>
<p>Una politica nazionale e locale che, d’altronde, non capì e non amò mai davvero la sua realizzazione nel deserto di Bagnoli; una realizzazione che, soprattutto nella prima fase di sviluppo, vide anche l’accademia non entrare in sintonia con pratiche come il <em>science and technology engagement</em> o la creazione e l’accelerazione di startup e spinoff, in cui oggi quelle stesse università eccellono, con la “Terza missione”, le Academy, gli incubatori.</p>
<p>Questo contributo di idee e pratiche non deve andare perso, perché va ben oltre la divulgazione scientifica per la quale, soprattutto, Vittorio è stato ricordato dopo la sua scomparsa. E proprio perciò, assieme ad altri che hanno collaborato con lui, lavoreremo per organizzare nei prossimi mesi un momento di riflessione e di studio, che restituisca a Vittorio Silvestrini il ruolo che merita nella storia dell’innovazione del nostro Paese.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP16 di Cali: piani di azione sulla biodiversità, genetica e finanziamenti i temi caldi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi/</guid><pubDate>Sun, 20 Oct 2024 09:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ed ecco la sedicesima conferenza delle parti per la Convenzione sulla diversità biologica, la COP16 della CBD, che si tiene a Cali, in Colombia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ed ecco la sedicesima conferenza delle parti per la Convenzione sulla diversità biologica, la <a href="https://www.cop16colombia.com/es/en/" rel="noopener">COP16 della CBD</a>, che si tiene a Cali, in Colombia, dal 21 ottobre al 1° novembre. Il tema della convention sarà <em>Peace with Nature</em>, e si tratta del primo incontro dopo l’adozione del <a href="https://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</a>, il piano d’azione globale con l’ambizioso obiettivo di fermare la perdita di biodiversità. Il Global Biodiversity Framework è un documento guida per le politiche nazionali, il cui scopo è facilitare il coordinamento globale delle azioni a tutela della biodiversità. Si articola in una serie di target da raggiungere entro il 2030, con l’obiettivo finale di un 2050 in “armonia con la natura”. Armonia raggiungibile attraverso quattro obiettivi: la protezione e il ripristino della diversità biologica in ogni sua forma, inclusa quella genetica; l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali; un’equa condivisione dei benefici; un adeguato sostegno finanziario e una rete efficiente di collaborazione internazionale. Il piano, siglato il 19 dicembre 2022 da 196 Stati (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop-15-terzo-pianeta-biodiversita/">qui</a>), inclusi l’Italia e l’UE, ma con l&rsquo;<a href="https://www.vox.com/22434172/us-cbd-treaty-biological-diversity-nature-conservation" rel="noopener">assenza significativa degli Stati Uniti</a>, è il risultato di negoziati complessi e ha posto le basi per le future azioni globali sulla biodiversità.</p>
<p>La convention di Cali avrà il compito di valutare le agende politiche per la biodiversità dei singoli Stati e di stabilire, tra le altre cose, gli standard comuni di monitoraggio dei progressi. Si parte già un po’ sghembi perché, secondo gli accordi, gli Stati firmatari avrebbero dovuto aggiornare le loro strategie e piani d’azione nazionali per la biodiversità (National Biodiversity Strategies and Action Plans -NBSAP) in base a quanto concordato nella scorsa convention, ma a oggi <a href="https://www.carbonbrief.org/cop16-tracking-country-pledges-on-tackling-biodiversity-loss/" rel="noopener">solo il 10%</a> dei firmatari lo ha fatto; tra questi l’Italia. I NBSAP devono indicare gli obiettivi a livello nazionale per la biodiversità e una pianificazione per come raggiungerli, ma un punto critico è che non sono vincolanti, quindi c’è un ampio rischio che rimangano mere dichiarazioni di intenti.</p>
<p>Un tema caldo della COP16 sarà sicuramente quello dei finanziamenti, argomento che aveva già messo <a href="https://www.italiaclima.org/il-ruolo-della-finanza-a-cop15/" rel="noopener">a rischio</a> i negoziati della COP15. Il target 19 del Global Biodiversity Framework prevede infatti la messa a punto di un fondo dedicato alla biodiversità, cui ogni Stato contribuisce in base alla disponibilità e con un impegno particolare da parte dei Paesi più ricchi verso quelli in via di sviluppo, che ospitano la maggior parte degli hotspot di biodiversità globale. L’obiettivo per il 2030 è di arrivare a mobilitare 200 miliardi di dollari all’anno per le azioni a favore della biodiversità, che includono finanziamenti pubblici e privati, con un sostegno agli Stati in via di sviluppo e i piccoli Stati insulari di almeno 20 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2025 e 30 miliardi all&rsquo;anno entro il 2030. Al momento sono 7 i Paesi che hanno contribuito al fondo dedicato, il <a href="https://www.thegef.org/what-we-do/topics/global-biodiversity-framework-fund" rel="noopener">GBFF</a> (Global Biodiversity Framework Found), che al momento ha avviato il finanziamento di quattro progetti: due in Brasile, uno in Messico e l’altro in Gabon. A oggi hanno versato il loro contributo Canada, Giappone, Regno Unito, Germania e Spagna. Il GBFF è un fondo dedicato istituito all’interno del Global Environmental Fund (GEF), un meccanismo finanziario attivo dal 1991, e quindi già rodato, che raccoglie i fondi per finanziare progetti ambientali, che includono biodiversità, cambiamento climatico, gestione degli inquinanti.</p>
<p>Una parte dei fondi del GBFF è dedicata a un altro tema cruciale che verrà discusso nel corso della COP 16: il <a href="https://www.cbd.int/ABS" rel="noopener">protocollo di Nagoya</a> sull’accesso alle risorse genetiche e l’equa distribuzione dei benefici derivanti dal loro utilizzo. Il protocollo  fa riferimento a uno scambio fisico delle risorse naturali, ma oggi le sequenze genetiche e proteiche di migliaia di organismi sono contenute in database digitali liberamente accessibili da ogni angolo del globo. A Cali si discuterà infatti della gestione  delle DSI (Digital Sequence Information), ovvero le sequenze biologiche digitali (che includono DNA, RNA, proteine). Uno degli aspetti poco narrati della biodiversità è, infatti, proprio il cruciale apporto allo sviluppo di prodotti alimentari, biomedici, cosmetici e tecnologici. Un contributo che ha radici antichissime, dato che le piante che coltiviamo e gli animali che alleviamo derivano dalla domesticazione di una specie selvatica. Si stima che almeno il 70% della farmacopea abbia una origine naturale. La biodiversità microbica è anche un motore dello sviluppo biotecnologico: un caso tra tutti è quello del batterio <em>Thermus aquaticus</em>, che vive nelle pozze termali di Yellowstone e che, con la sua polimerasi, ha rivoluzionato le tecniche genetiche consentendo la replicazione in tempi velocissimi del DNA in laboratorio. Anche in questo caso, spesso l’utilizzo delle risorse naturali ha ricadute sulla conservazione, come nel caso dei limuli, artropodi oceanici che popolano gli oceani da oltre 450 milioni di anni, il cui sangue blu è stato largamente impiegato per la purificazione dei vaccini, grazie alla sua capacità di evidenziare rapidamente la presenza di contaminazioni batteriche. Un utilizzo che tra ha portato a un <a href="https://theconversation.com/horseshoe-crab-blood-is-vital-for-testing-intravenous-drugs-but-new-synthetic-alternatives-could-mean-pharma-wont-bleed-this-unique-species-dry-214622" rel="noopener">prelievo eccessivo</a> di questo fossile vivente: solo recentemente si sta iniziando a utilizzare un equivalente sintetico.</p>
<p>Proteine e acidi nucleici di numerosi organismi, siano essi animali, piante, funghi o batteri, sono quindi risorse preziosissime per la sopravvivenza, la salute e l’economia. Le proprietà molecolari della biodiversità sono merce ambita, che non poche volte ha dato luogo a uno sfruttamento commerciale completamente sbilanciato, che non tiene conto dell&rsquo;origine delle risorse. Così molte risorse biologiche o conoscenze e pratiche tradizionali sono state sfruttate per la messa a punto di prodotti brevettati, la cui efficacia ha fatto intascare grossi guadagni unicamente alle aziende che li hanno sviluppati, un fenomeno noto come &ldquo;biopirateria&rdquo; e tutt&rsquo;altro che raro anche quando le sequenze digitali non esistevano. Un caso celebre è quello di un estratto dell&rsquo;olio di Neem, utilizzato da migliaia di anni nelle zone rurali dell&rsquo;India come repellente, e brevettato dalla multinazionale W.R. Grace nel 1994. Brevetto <a href="https://cordis.europa.eu/article/id/23505-epo-accepts-biopiracy-argument-and-revokes-patent/it" rel="noopener">annullato</a> dall&rsquo;Organizzazione per la protezione dell&rsquo;ambiente (EPO) solo nel 2000 grazie a una accesa campagna di protesta.</p>
<p>Il protocollo di Nagoya si basa proprio sul presupposto di suddividere i benefici derivanti dalle innovazioni legate allo sviluppo delle risorse naturali con i Paesi che le ospitano, in particolare con i popoli indigeni che ne hanno consentito la conservazione. Più facile a dirsi che a farsi: come spiega <a href="https://www.iisd.org/articles/insight/what-expect-CBD-cop16-nature" rel="noopener">in questa intervista</a> Elsa Tsioumani dell’<a href="https://www.iisd.org/" rel="noopener">Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile</a>, l’informatizzazione  consente la libera condivisione ed è quindi una potentissima risorsa per l’innovazione tecnologica, ma rende ancora più complessa la ripartizione dei benefici. I database aperti contengono infatti sequenze genetiche e proteiche che possono essere scaricate da qualsiasi utente in ogni angolo del globo, e riutilizzate come base di partenza per lo studio o lo sviluppo biotecnologico senza alcun bisogno di avere fisicamente l’organismo da cui tale sequenza deriva. Spesso è complicato ricostruire la reale attribuzione geografica dato che la geolocalizzazione delle sequenze caricate nel database è diventata obbligatoria piuttosto recentemente. A chi appartengono dunque le sequenze? Come garantire  lo sviluppo tecnologico e al contempo favorire la tutela della biodiversità riconoscendo il ruolo di chi la preserva?</p>
<p>Per cercare di risolvere questo problema, nel corso della COP15 si era stabilito di creare <a href="https://www.cbd.int/doc/press/2024/pr-2024-08-16-dsi-en.pdf" rel="noopener">un fondo dedicato</a>, gestito attraverso accordi multilaterali. Tale fondo dovrebbe essere alimentato con parte dei guadagni derivati dall&rsquo;utilizzo delle risorse biologiche ed essere speso per progetti a tutela della biodiversità e a supporto delle comunità locali che la tutelano. Lo scorso agosto ci sono state le <a href="https://enb.iisd.org/oewg-2-digital-sequence-information-genetic-resources-dsi-cbd-summary" rel="noopener">prime negoziazioni</a> sui DSI a Montreal, che aprono la strada ai lavori della convention colombiana della settimana prossima. Un lavoro che si profila tutt&rsquo;altro che semplice e lineare, considerata la pluralità di interessi in gioco e la necessità di coinvolgere le aziende del Big Pharma vincendone le perplessità. Il tema dei DSI non riguarda ovviamente solo la convenzione sulla biodiversità, ma sarà oggetto di discussione in altri consessi, tra cui il trattato internazionale sulle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura (<a href="https://www.fao.org/plant-treaty/en/" rel="noopener">ITPGRFA</a>) e i negoziati internazionali per la risposta alle pandemie. Questo, ancora una volta, dimostra quanto un tema così fortemente sottovalutato come quello della tutela della diversità delle specie viventi e di ecosistemi vitali che le supportino giochi un ruolo imprescindibile per la nostra sopravvivenza. Se il fondo comune per i DSI andasse in porto, sarebbe una chiave di volta importante per iniziare davvero ad avere risorse economiche sufficienti per la tutela della biodiversità, che soffre di una cronica mancanza di fondi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gpa: no, la legge appena approvata non sancisce un “reato universale”</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale/</guid><pubDate>Thu, 17 Oct 2024 19:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>libri</category><description>Il disegno di legge approvato dal Senato sulla Gpa non ha nessuna valenza &amp;amp;ldquo;universale&amp;amp;rdquo;: al massimo si può dire “quasi universale&amp;amp;quot;. A fronte di tanta confusione - non solo su questo aspetto -, Eva Benelli ha cercato di raccogliere le informazioni per permettere a chiunque, anche a chi è contrario alla Gpa, di formarsi un&amp;amp;rsquo;opinione consapevole. Ne è nato un libro, edito per Bollati Boringhieri e in libreria dal 25 ottobre, di cui anticipiamo qui alcuni estratti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 16 ottobre il Senato ha approvato il disegno di legge sulla gestazione per altri, in sigla Gpa, e sono davvero poche le testate che non abbiano titolato “la maternità surrogata diventa reato universale”. Peccato che non sia vero.</p>
<p>Basta leggere il <a href="https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/19/DDLPRES/0/1385123/index.html?part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1" rel="noopener">testo</a> della proposta Varchi per rendersene conto. La Gpa, in Italia, è già vietata dalla legge 40 che governa la procreazione medicalmente assistita; la nuova norma si limita ad aggiungere questa frase: «Se i fatti di cui al periodo precedente, con riferimento alla surrogazione di maternità, sono commessi all&rsquo;estero, il cittadino italiano è punito secondo la legge italiana». Nessuna valenza universale, dunque, quei 65 e oltre Paesi che si sono dati una propria legge per la pratica della Gpa possono dormire sonni tranquilli: non arriverà il legislatore italiano a dire loro come devono modificarla.</p>
<p>Al di là delle battute, è talmente tanta la confusione, anche lessicale (prima di tutto lessicale), le ambiguità, la disinformazione deliberata o ingenua, lo schierarsi a priori su posizioni ideologiche che già dallo scorso anno ho pensato di provare a saperne di più. In fondo, da cittadina di questo Paese mi sembrava necessario farmi un’idea dei temi che agitano il vivere sociale, cercare di crearmi un’opinione il più possibile basata su dati e informazioni verificate, insomma provare a esercitare quella cittadinanza scientifica tanto cara a Pietro Greco, autore, tra l’altro, di <em>Scienza in rete</em> e amico scomparso troppo presto. Inoltre penso che anche chi è contrario alla gestazione per altri possa legittimamente aspirare a essere correttamente informato, sapere che cosa prevede per davvero la legge per cui ha interesse.</p>
<p>Alla fine ne è uscito un libro, <em>Gravidanza per altre persone, tra disinformazione, discriminazioni e diritti negati</em>, in libreria dal prossimo 25 ottobre per i tipi di Bollati Boringhieri. Un capitolo sulla pretesa del reato universale non poteva mancare e vi propongo, quindi, qualche anticipazione, così da inquadrare meglio, spero, ciò che cosa comporta la legge appena approvata.</p>
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<p>In principio gli obiettivi erano davvero ambiziosi: vietare sempre e comunque per tutti il ricorso alla gravidanza per altre persone decretandone la natura di reato universale. Poi qualcuno ha fatto notare che questo avrebbe voluto dire, per esempio, arrestare Elon Musk in visita alla premier Meloni in quanto padre di bambini ottenuti per Gpa. «Fortunatamente il Parlamento è stato dispensato dal discutere la proposta n. 887 (Varchi e altri) che avrebbe reso perseguibile questo reato da chiunque lo avesse commesso all’estero: in un ordinamento improntato al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, l’estensione della legge penale italiana a chiunque avesse commesso il fatto all’estero si sarebbe tradotta in una disposizione ai limiti del ridicolo, coinvolgendo nella responsabilità penale non solo gli stranieri committenti, ma anche i gestori della clinica, in ragione della disciplina del concorso di persone». Conferma Marco Pelissero, ordinario di diritto penale all’università di Torino, riferendosi alla prima versione della proposta di legge che vede Maria Carolina Varchi, parlamentare di Fratelli d’Italia, prima firmataria.</p></blockquote>
<p>Così, le pretese si sono via via ridotte, fino ad arrivare, come abbiamo visto, a una norma che sancisce la punibilità per reati ritenuti tali dalla legge italiana, anche se all’estero non lo sono. Reati “quasi” universali, potremmo dire. E che non è affatto scontato si riesca davvero a sottoporre a sanzione.</p>
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<p>[…] Certamente la giurisprudenza è fatta anche, forse soprattutto, di interpretazioni, perciò non è impossibile rintracciare posizioni tecniche favorevoli alla proposta, come per esempio quella di Carmelo Domenico Leotta, avvocato cassazionista e associato di diritto penale all’Università europea di Roma, che in un confronto proprio con Pelissero sottolinea: «La proposta di legge ha l’obiettivo di rafforzare la tutela penale contro il delitto di surrogazione di maternità, già punito dall’art. 12, comma 6 della legge 40, non più ricorrendo, come si era inizialmente proposto, all’introduzione di un cosiddetto “reato universale”, cioè di un fatto punibile da chiunque commesso in qualsiasi luogo, bensì agevolando, nei termini in cui si dirà, le condizioni di applicabilità della legge penale italiana per il delitto commesso dal cittadino all’estero.</p></blockquote>
<p>E già qui si era detto addio al reato universale.</p>
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<p>[…] Lo stesso Leotta, tuttavia, riconosce che: «A ben vedere, la possibilità, <em>de jure condito</em>, di applicare la norma penale vigente ai fatti commessi in parte in Italia in parte all’estero si rivela più ipotetica che reale […] il che comporta che, per poter efficacemente inibire, attraverso la legge penale, la pratica in questione, si debba necessariamente percorrere una differente via, sondando gli spazi di applicazione della legge penale italiana per il delitto comune commesso dal cittadino interamente all’estero».</p></blockquote>
<p>Alla fine, dunque, l’ostacolo maggiore al riconoscimento della Gpa come reato universale è, semplicemente, il fatto che non lo è. Sono ormai decine gli Stati che consentono la pratica della Gpa, seppure in forme diverse.</p>
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<p>Non è facile avere un quadro certo delle situazioni legislative, né del livello di applicazione delle indicazioni di legge, comunque secondo l’associazione Luca Coscioni sono ormai 65 gli Stati che hanno legalizzato la gravidanza per altre persone, di questi 35 della forma solidale, mentre in altri Stati esistono procedure in assenza di una legge […]</p>
<p>Quello che emerge, dunque, è un mosaico di realtà, consolidate ormai da decine di anni, in cui sono nate e cresciute persone, si sono create famiglie che prima non c’erano, sviluppati rapporti umani e relazioni. Certamente si sono messi in moto anche interessi economici a fronte di costi che riguardano l’intera procedura e che, a seconda dei Paesi e delle prassi gravano sui sistemi sanitari, in tutto o in parte, e certamente sulle persone coinvolte. Se ci pensiamo, questo succede per qualsiasi trattamento sanitario.</p>
<p>Così, per affrontare in maniera il più possibile libera da pregiudizi il tema di una qualsiasi regolamentazione della gravidanza per altre persone, bisogna cominciare col prendere per le corna il toro della presunta incompatibilità tra la Gpa e i diritti umani. Gli autori della proposta di legge Varchi richiamano i termini utilizzati dalla Corte Costituzionale nella sentenza 272 del 2017 che affermano che la «maternità surrogata offende in modo intollerabile la donna e mina nel profondo le relazioni umane». Ed è in forza di questo apparentemente inattaccabile dato di fatto che i promotori della proposta di legge vedono per l’Italia il ruolo di Paese che possa capitanare una revisione internazionale che finalmente la renda un crimine universale.</p>
<p>Ma chi lo dice che la gravidanza per altre persone non solo offende la donna in maniera intollerabile, ma mina nel profondo le relazioni umane? Quanto si avverte in questa formulazione l’eco della lettura della dottrina cattolica che trasforma in affermazioni di principio una visione teologica, ignorando il contributo scientifico alla conoscenza e alla definizione del fenomeno. Chi tiene conto della realtà scientifica, come hanno fatto i legislatori irlandesi o la Commissione di studio delle chiese evangeliche per i problemi etici posti dalla scienza, non arriva affatto a queste conclusioni. Così come non ci arrivano tutti quei Paesi che hanno normato in favore di una Gpa solidale.</p>
<p>Anzi, a livello internazionale l’orientamento prevalente è ormai quello di vigilare e costruire le condizioni perché non si verifichino abusi o violazione di diritti umani e non di vietare a priori, come abbiamo visto per esempio a proposito della direttiva dell’Unione Europea contro la riduzione in schiavitù degli esseri umani, che inserisce solo «lo sfruttamento della “maternità surrogata” come un ulteriore tipo di sfruttamento, prendendo di mira coloro che costringono o ingannano le donne a diventare madri surrogate».</p></blockquote>
<p>Insomma: ben lontana dall’aver stabilito che la Gpa sia un reato universale, la legge appena approvata si scontra con un modo di vedere le cose che tiene invece conto della complessità del mondo attuale e dei modi per affrontarla. Il semplice buon senso</p>
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<p><strong>Il semplice buon senso</strong></p>
<p>Chi si assume la responsabilità di dire ad altre persone che non hanno “diritto” a essere genitori, propone spesso come soluzione alternativa il ricorso all’adozione. E forse questa proposta, apparentemente di buon senso, è tra quelle più crudeli e lontane da un approccio che tiene davvero al bene dei bambini e delle bambine. Non solo per le note difficoltà e lungaggini burocratiche, ma perché la scelta di adottare dovrebbe avere come primo fine quello di dare una famiglia a chi non ce l’ha. L’interesse etico prioritario dovrebbe essere quello di rimediare all’impossibilità di crescere con i propri genitori e non una soluzione di riserva per chi non ha modo di avere una propria discendenza biologica.</p>
<p>Al contrario, la gravidanza per altre persone è una tecnica biomedica di procreazione assistita che grazie alla fecondazione eterologa può consentire a una coppia proprio quella appartenenza genetica che per alcune persone è importante. Richiede di essere normata per quella che è, non sulla base di spinte ideologiche, ma avendo ben chiaro l’intento di tutelare tutti gli attori in campo: i donatori, la gestante, i genitori intenzionali e i bambini.</p>
<p>La strada del reato universale non è realistica, né praticabile, anzi come sempre avviene con le leggi restrittive in un Paese, apre al mercato parallelo e illegale dove il rischio di abuso e sfruttamento è certamente più ampio. E dove si alimentano e si approfondiscono le diseguaglianze tra chi dispone di mezzi e chi no. Proprio come è successo per anni con l’aborto, prima che la legge 194 lo regolamentasse. «Oggi consideriamo quella legge una conquista di civiltà e ricordiamo a chiunque sia contrario all&rsquo;aborto che interrompere una gravidanza non è un obbligo. Allora come oggi, è evidente che in ogni scelta che riguarda il proprio corpo, è nell&rsquo;indeterminatezza e nel divieto assoluto che nascono gli abusi», ha scritto la giornalista Jennifer Guerra.</p>
<p>Nel mese di aprile 2024 l’Associazione Luca Coscioni ha presentato una petizione con oltre 10.000 firme raccolte per chiedere che venga esaminata una proposta di legge per regolamentare in Italia la Gpa nella formula solidale. La proposta di legge, scritta in collaborazione con esperti e con altre associazioni si pone l’obiettivo di «evitare situazioni di incertezza normativa e di tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti e, in particolar modo, dei minori nati a conclusione di tale percorso, anche attuato all’estero, nella piena legalità in osservanza di normative straniere», come si legge nell’introduzione.</p>
<p>«La nostra proposta di legge lascerebbe in vigore il divieto di commercializzazione e permetterebbe di controllare tutti i passaggi del percorso. Nel contempo, la proposta estende l’accesso alla fecondazione assistita anche a single e coppie dello stesso sesso, modificando così la legge 40. L’approvazione di questa legge è un’opportunità, per l’Italia, per confrontarsi con la realtà sociale odierna e allinearsi a standard progressisti già adottati in molti paesi europei», spiega Filomena Gallo, segretaria dell’associazione.</p>
<p>Il testo, documentato e articolato, prevede la regolamentazione di tutte le fasi della procedura della gravidanza solidale e altruistica in aderenza alle conoscenze scientifiche disponibili a oggi e da raccogliere per il futuro (per esempio l’articolo 8 prevede la creazione di un registro nazionale delle gestanti dedicato, tra l’altro, alla raccolta e all’analisi dei dati di salute).</p>
<p>Inoltre, la proposta stabilisce sia le caratteristiche degli aspiranti genitori, sia quelle delle gestanti: età, disponibilità di un reddito, essere madre di almeno un figlio, soprattutto stabilisce che non possa condurre più di una gravidanza per altre persone. Altrettanto precise e dettagliate sono le condizioni di recesso degli accordi presi per tutte le parti.</p>
<p>Possiamo pensare che anche questa sia una proposta di legge di bandiera (senza speranza, con l’inclusione di single e coppie dello stesso sesso!) allo scopo di contrastare i presupposti e i contenuti ideologici di quella sul reato universale, ma certo è un esempio di come si può costruire una buona normativa: ascoltando le persone coinvolte e interessate e guardando non solo alle normative e ai principi internazionali, ma anche allo spirito delle leggi.</p>
<p>Su un tema diverso, ma altrettanto divisivo e controverso, il fine vita, il giudice della Corte Costituzionale Francesco Viganò, nel 2020 ha registrato un podcast che tiene insieme ragionamento giuridico ed esperienza personale. Un bel documento chiaro ed emozionante, che tra le altre cose ricorda come la compassione avesse guidato il collegio nelle sue decisioni. «La condivisione di un’umana sofferenza, non può e non deve mai essere estranea all’esperienza del diritto», afferma Viganò.</p>
<p>È quello che si meriterebbe anche la gravidanza per altre persone.</p></blockquote>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1361" height="2302" loading="lazy" decoding="async">
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]]></content:encoded></item><item><title>Risoluzione Sasso: l’educazione sessuale e affettiva è ancora un miraggio per le scuole italiane</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/risoluzione-sasso-educazione-sessuale-affettiva-ancora-miraggio-scuole/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/risoluzione-sasso-educazione-sessuale-affettiva-ancora-miraggio-scuole/</guid><pubDate>Mon, 30 Sep 2024 09:00:00 +0100</pubDate><category>scuola</category><description>La risoluzione 7-00203 presentata da Rossano Sasso e recentemente approvata promuove linee guida che escludano la presunta “ideologia gender” dall&amp;amp;rsquo;educazione sessuale nelle scuole. Un approccio che ha suscitato proteste da parte di associazioni e opposizioni, che temono una limitazione nell&amp;amp;rsquo;accesso a un&amp;amp;rsquo;educazione sessuale inclusiva – e che i giovani restino privi di una formazione dal ruolo non indifferente per il loro benessere sessuale e affettivo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/risoluzione-sasso-educazione-sessuale-affettiva-ancora-miraggio-scuole-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/risoluzione-sasso-educazione-sessuale-affettiva-ancora-miraggio-scuole-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«E se qualcuno pensa di sostituirsi alle famiglie, magari con sedicenti esperti provenienti da associazioni Lgbtqia+, nell&rsquo;educazione di bambini di 6 anni, troverà sempre nella Lega un muro insuperabile», ha affermato qualche giorno fa <a href="https://www.repubblica.it/italia/2024/09/12/news/approvata_mozione_anti-gender_della_lega_le_opposizioni_destra_oscurantista_contro_i_diritti-423493812/" rel="noopener">su <em>Repubblica</em></a> il sottosegretario all’Istruzione Rossano Sasso, commentando la recente approvazione della risoluzione 7-00203, <em>Adozione di linee guida volte a favorire il rispetto delle differenze nel sistema scolastico</em>.</p>
<p>Se le implicazioni della risoluzione non sono di per loro molto chiare, queste parole rendono intuibile dove si vuole andare a parare. E spiegano le proteste sia da parte dell’opposizione, sia di diverse associazioni che hanno partecipato in numerose piazze italiane al sit in <a href="https://www.arcigay.it/scuola-libera-tutt%D0%B7/" rel="noopener">Scuola libera tutt3</a> di Tocca a noi e Arcigay per manifestare la loro contrarietà.</p>
<h2 id="unideologia-inesistente-un-rischio-di-implicazioni-concrete">Un’ideologia inesistente, un rischio di implicazioni concrete</h2><p>E dire che è solo di qualche mese fa il documento pubblicato dal Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo CRC) ispirato alle <a href="https://healtheducationresources.unesco.org/library/documents/international-technical-guidance-sexuality-education-evidence-informed-approach-0" rel="noopener">linee guida</a> <em>International technical guidance on sexuality education</em> del 2018, volute dall’UNESCO. Vere linee guida internazionali che ribadiscono l’approccio adottato ormai da decine di Paesi nel mondo: la cosiddetta educazione sessuale comprensiva, cioè un modo di affrontare i temi della sessualità senza limitarsi a un insegnamento nozionistico della fisiologia dei rapporti sessuali e delle precauzioni per prevenire gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale. Non basta educare a una sessualità consapevole, ribadisce il documento, bisogna educare anche all’affettività, integrando aspetti cognitivi, fisici, emotivi e sociali, per fornire a bambini, bambine e adolescenti non solo conoscenze, ma anche strumenti che consentano loro di aver cura della propria salute fisica e psicologica e del proprio benessere, sviluppando relazioni sociali e sessuali rispettose dei diritti di ogni persona coinvolta.</p>
<p>Il documento, <a href="https://4e-parentproject.eu/educazione-sessuale-comprensiva-anche-per-combattere-gli-stereotipi-di-genere/" rel="noopener">presentato e discusso</a> durante un convegno organizzato dal gruppo CRC, contiene anche la raccomandazione ai decisori politici di introdurre (finalmente!) l’educazione sessuale e affettiva comprensiva nelle scuole di ogni ordine e grado con programmi strutturali, omogenei sul territorio nazionale e il coinvolgimento di personale qualificato.</p>
<p>In teoria un punto di vista condiviso anche dalla risoluzione 7-00203, almeno nelle prime righe, salvo poi deragliare apertamente, quando introduce il richiamo all’ideologia gender: «Promuovere un adeguato confronto con tutti i soggetti interessati sulle tematiche dell&rsquo;educazione affettiva e sessuale anche al fine di adottare linee guida valevoli per tutto il sistema nazionale d&rsquo;istruzione che ribadiscano la necessità che lo spazio scolastico sia caratterizzato da un&rsquo;adeguata neutralità, in qualsiasi forma di insegnamento scolastico e quindi assicurino che tutte le attività proposte nelle scuole del Paese rispondano a criteri di rispetto e di libertà che favoriscano la costruzione di un sapere critico per gli studenti escludendo che l&rsquo;insegnamento scolastico venga utilizzato per propagandare tra i giovani, in modo unilaterale e acritico, modelli comportamentali ispirati alla cosiddetta “ideologia gender”».</p>
<p>Ed eccolo di nuovo lo spauracchio della cosiddetta “ideologia gender”, presente tanto nelle premesse («Le istituzioni scolastiche a volte vengono utilizzate come palco privilegiato per propagandare qualsiasi ideologia comprese quelle che attengono all&rsquo;ideologia gender», per concludere con le parole del Papa, che dell’ideologia gender parla come di un «pericolo» e di una «brutta ideologia del nostro tempo») quanto nelle conclusioni della risoluzione. Ma per quanto ci si affanni a richiamarla e a ripeterla, l’“ideologia gender” è priva tanto di una base scientifica quanto, perfino, di una definizione universalmente accettata. Semmai, a essere riconosciuto e accettato dal punto di vista biomedico è che sesso, genere e orientamento sessuale concorrono tutti a formare l’identità sessuale di una persona e che questi elementi non sono per forza allineati ma possono invece disgiungersi in vari modi, come abbiamo raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/imaging-cerebrale-vede-sesso-genere/">qui</a>.</p>
<p>D’altronde, anche gli studi su altre specie più o meno vicine alla nostra stanno mostrando quanto possa essere complessa, dal punto vista biologico (e non solo culturale) l’appartenenza sessuale. In tutto questo, come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche/">avevamo scritto</a> qualche mese fa, c’è ben poco di ideologico – e dunque, a rigor di logica, trattare questi concetti non è certo contro «l’adeguata neutralità» citata dalla risoluzione leghista, anzi, sarebbe proprio la base per la «costruzione di un sapere critico» e la «crescita libera e consapevole degli adolescenti».</p>
<p>Insomma, per quanto non siano chiare le possibili implicazioni pratiche della risoluzione, che non contiene indicazioni esplicite su quella che dovrebbe essere l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, l’impressione è che si affermi di voler promuovere un confronto tra tutti i soggetti interessati purché i gruppi Lgbtqia+ rimangano esclusi.</p>
<p>Eppure proprio questi gruppi potrebbero avere un ruolo importante nell’educazione in ambito scolastico contro i pregiudizi e la discriminazione, i cui impatti negativi sulla salute e sul benessere sono ampiamente <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9105225/" rel="noopener">documentati</a> nella letteratura scientifica. E se è certo che la scuola non debba essere il «palco» di nessuno, è anche innegabile che sia un luogo fondamentale per l’educazione, compresa quella sessuale e affettiva. È di fine agosto il <a href="https://iris.who.int/handle/10665/378547" rel="noopener">rapporto</a> dell’Ufficio regionale per l’Europa dell’OMS dedicato alla salute sessuale tra gli adolescenti, quinto volume frutto di un vasto studio che ha coinvolto oltre 240.000 ragazzi e ragazze tra il 2014 e il 2022. Tra i risultati principali che ne emergono vi è il declino nell’uso dei preservativi, passato dal 70% al 61% tra i ragazzi e dal 63% al 57% tra le ragazze; inoltre, il 30% circa dei ragazzi e delle ragazze ha riportato di non aver usato né il preservativo né la pillola contraccettiva nell’ultimo rapporto sessuale.</p>
<p>«I risultati del rapporto sono sconfortanti, ma non sorprendenti. Un’educazione sessuale completa e adeguata all’età rimane trascurata in molti paesi e, dove è disponibile, è sempre più sotto attacco negli ultimi anni con la falsa premessa che incoraggi il comportamento sessuale. La verità è che fornire ai giovani le giuste conoscenze al momento giusto porta a risultati di salute ottimali legati a comportamenti e scelte responsabili», <a href="https://www.who.int/europe/news/item/29-08-2024-alarming-decline-in-adolescent-condom-use--increased-risk-of-sexually-transmitted-infections-and-unintended-pregnancies--reveals-new-who-report" rel="noopener">ha commentato</a> Hans Henri P. Kluge, direttore Regionale per l’Europa dell’OMS.</p>
<h2 id="per-uneducazione-sessuale-e-affettiva-a-scuola">Per un’educazione sessuale e affettiva a scuola</h2><p>Che mettere le persone giovani in condizione di agire una sessualità consapevole e gioiosa sia argomento scivoloso lo testimoniano gli sforzi fatti ormai dal lontano 1994, quando alla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo del Cairo, 179 Stati membri delle Nazioni Unite hanno convenuto sulla necessità di istituire nelle scuole programmi di educazione sessuale precoci e adeguati all’età, che potessero far decollare la consapevolezza e accompagnare lo sviluppo autonomo di un processo di scelta su se, quando e come aderire alla pratica sessuale. Con alterni risultati, come abbiamo visto.</p>
<p>L’Italia è proprio tra i paesi che trascurano le indicazioni delle Nazioni Unite. L’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria e sono le singole scuole a organizzarsi in autonomia per portare avanti corsi e momenti di approfondimento. A dispetto della legge n.107 del 2015, quella della cosiddetta “buona scuola” (e l’ultima in ordine di tempo) che prevedeva l’inserimento dell’educazione alla sessualità nella programmazione didattica, a tutt’oggi appena un terzo degli istituti, per lo più scuole secondarie, ha attivato iniziative, con una distribuzione eterogenea e limitata soprattutto alle Regioni settentrionali e spesso in collaborazione con associazioni o enti esterni. Ed è proprio contro il potenziale coinvolgimento di quelli che sono stati definiti “sedicenti esperti” delle associazioni Lgbtqia+ che si armano gli estensori della risoluzione 7-00203, che peraltro non trovano altrettanto discutibile che nelle scuole a parlare di educazione sessuale entrino gruppi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/">contrari ai metodi contraccettivi</a> (ed è utile <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aborto-gravidanza-contraccezione-salute-sessuale-conquista-leta-giovanile/">ricordare</a> che per le giovanissime italiane sotto i 15 anni che rimangono incinte, l’esito della gravidanza indesiderata è l’aborto nel 94% dei casi). Che dire poi, del festival Giovani Adulti conclusosi la scorsa settimana e rivolto alle scuole, che ha visto riunite figure quali Don Ambrogio Mazzai, prete seguitissimo su TikTok, le cui idee in tema di omosessualità <a href="https://www.tiktok.com/@don.ambrogio/video/7293075512379837728?lang=it-IT" rel="noopener">non potrebbero essere più chiare</a>?</p>
<p>L’OMS <a href="https://www.who.int/teams/sexual-and-reproductive-health-and-research/key-areas-of-work/sexual-health/defining-sexual-health" rel="noopener">descrive</a> la salute sessuale non come la mera assenza di una patologia ma: «Uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità», privo di coercizione, discriminazione e violenza. Questi sono quindi gli aspetti che un programma educativo completo dovrebbe considerare; e pur non contenendo divieti espliciti, purtroppo l’enfasi sulla lotta contro una presunta “ideologia gender” della risoluzione di Sasso non sembra tanto promuovere il sapere critico, quanto minare ulteriormente la disponibilità di un’educazione sessuale e affettiva nel percorso scolastico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il salto mortale della destra tedesca: tra islamofobia e la difesa dei diritti LGBT+</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salto-mortale-destra-tedesca-islamofobia-difesa-diritti-lgbt/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salto-mortale-destra-tedesca-islamofobia-difesa-diritti-lgbt/</guid><pubDate>Wed, 25 Sep 2024 09:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luigi Amodio</dc:creator><category>societa</category><description>Nonostante le apparenti contraddizioni, come la leadership della dichiaratamente lesbica Alice Weidel in un partito fortemente conservatore, l’attrattiva dell’AfD, che ha recentemente vinto le elezioni in Sassonia e Turingia, sembra risiedere in temi come l’islamofobia e il rifiuto dell’immigrazione, trascendendo i confini generazionali e di orientamento sessuale. E una possibile risposta a questa svolta a destra, scrive Luigi Amodio in questo articolo, è una maggiore giustizia sociale, capace di affrontare le cause profonde del malcontento elettorale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/salto-mortale-destra-tedesca-islamofobia-difesa-diritti-lgbt-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/salto-mortale-destra-tedesca-islamofobia-difesa-diritti-lgbt-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le recenti elezioni in Sassonia e Turingia rappresentano solo l’ultimo episodio, e sicuramente il più dirompente dal punto di vista simbolico, del processo di progressiva svolta a destra che affligge l’Europa; un processo i cui primi segnali vengono da lontano e cui, evidentemente, non è stata data una risposta. Anzi, per meglio dire, un processo le cui cause vengono da lontano, ponendo domande cui, evidentemente, non è stata data una risposta. La vittoria del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) non è certo stata una sorpresa ed è facile prevedere che, se le forze politiche “tradizionali” non saranno in grado di attrezzarsi, una forte affermazione di AfD sarà certa anche alle prossime elezioni politiche generali, previste per il settembre del 2025.</p>
<p>Sul risultato in Sassonia e Turingia ha sicuramente inciso il fatto che si tratti di regioni nell’Est del paese e, quindi, in uno scenario nazionale molto probabilmente il risultato sarebbe in qualche modo “corretto” e contenuto. Ma il segnale che viene da quelle elezioni non può assolutamente essere trascurato, soprattutto se pensiamo che anche nei paesi fondatori del progetto europeo la situazione non è affatto migliore: in Italia gli eredi del MSI, erede a sua volta della RSI, governano già da due anni, mentre in Francia la scelta di Macron di guardare a destra, dopo le elezioni di luglio e nonostante i risultati, ha reso il Rassemblement National sostanzialmente centrale per la sopravvivenza del primo ministro designato e del governo che verrà.</p>
<h2 id="woke-e-non-più-woke">Woke e non più woke</h2><p>Tra le caratteristiche, e le contraddizioni, di AfD vi è sicuramente la sua leader: Alice Weidel, co-presidente del partito e membro del Bundestag. Questa consulente aziendale quarantacinquenne è, infatti, dichiaratamente lesbica, unita in matrimonio in Svizzera con Sarah Brossard, produttrice cinematografica di origini singalesi, con la quale ha due figli adottivi. Ma come è possibile, in un partito di estrema destra, la cui linea sulla famiglia, sulle tematiche di genere e più in generale sulle questioni etiche, è fortemente tradizionalista?</p>
<p>Va detto che l’orientamento sessuale di Weidel non sembra essere un grande problema per gli elettori di AfD, il cui successo elettorale, evidentemente, è legato ad altri fattori, su cui forse è utile riflettere.</p>
<p>Il primo spunto di riflessione riguarda l’affermazione, fatta in Italia da vari commentatori di destra (e non solo) all’indomani del successo di AfD, secondo cui la natura di quel voto fosse soprattutto &ldquo;anti-woke&rdquo;, checché questo voglia dire. A parte il fatto che ormai l’aggettivo “woke” è usato senza parsimonia e spesso a sproposito (un po’ come il “pensiero unico” ai tempi della pandemia) e che, sicuramente, tra i tanti elettori di AfD ce ne sarà qualcuno, anzi molti, “anti-woke”, la figura di Weidel è sicuramente molto “woke” per quanto riguarda la vita privata. E, poiché tutti sanno quanto i temi “etici” pesino nella definizione dell’identità delle nuove destre sia europee che americane, questa “stranezza” degli elettori AfD è sicuramente un dato di interesse.</p>
<p>Altri commentatori hanno richiamato, addirittura, la nostalgia della DDR, non solo relativamente alla sicurezza sociale che il regime comunista garantiva (e su cui torneremo più avanti), ma anche a quell’autoritarismo che semplificava la vita, lasciando i cittadini di fronte a un potere che pensava per loro, letteralmente, proteggendoli dalla difficoltà di vivere in una società complessa e sempre più complessa. Anche questa spiegazione, a mio parere, convince fino a un certo punto se pensiamo che nell’elettorato giovanile – un elettorato che ai tempi della DDR non era ancora nato – AfD ha conquistato ben il 38% dei voti. Piuttosto, per quanto riguarda proprio l’elettorato giovanile, va sicuramente considerata la strategia d’uso dei social media da parte di AfD, e in particolare di TikTok, la piattaforma più popolare tra i giovani; una strategia che è stata al centro di studi accademici e politologici.</p>
<h2 id="islamofobia-vs-diritti-lgbt-e-viceversa">Islamofobia vs diritti Lgbt+ e viceversa</h2><p>D’altronde, va preso atto che i principali elementi di aggregazione dell’elettorato delle nuove destre europee, ovvero l’islamofobia, il rifiuto dell’immigrazione soprattutto araba e la difesa “del nostro stile di vita”, sono abbondantemente trasversali alle età, ai generi e anche agli orientamenti sessuali. Anche nella comunità Lgbt+, purtroppo, l’islamofobia non è affatto assente. Anzi, è spesso alimentata dai conflitti in essere – in primo luogo quello in Medio Oriente – dove Israele, che ha molte caratteristiche di un regime di apartheid, viene invece considerato un paese sicuro per le persone Lgbt+, a differenza di molti paesi di religione musulmana dove l’omosessualità è ancora socialmente osteggiata quando non perseguita a livello legale. E non è un caso che Netanyahu, nel suo recente discorso del 24 luglio al Congresso americano, abbia proprio definito un’assurdità l’esistenza di gruppi come “Gays for Gaza”, rimarcando le posizioni e le pratiche ferocemente anti-Lgbt+ dell’Iran o di Hamas. Tensioni su questo tema si sono recentemente registrate anche in Italia, dove per esempio i manifestanti vicini ai centri sociali hanno contestato il palco del Pride di Napoli il 29 giugno scorso, proprio a proposito della solidarietà con il popolo palestinese, con strascichi e accuse reciproche sui social media nei giorni successivi.</p>
<p>Ovviamente la condanna dei governi islamisti omofobi è sacrosanta e fuor di dubbio, ma è allo stesso tempo legittimo domandarsi se non sia altrettanto importante e produttivo per la comunità Lgbt+ lavorare sulle contraddizioni aperte in paesi come la Giordania o la Turchia, dove non vi sono leggi apertamente omofobe, o sui tanti gruppi di persone Lgbt+ musulmane che operano in paesi come Francia, Regno Unito, Olanda, Danimarca, Germania, Stati Uniti.</p>
<h2 id="se-i-nazisti-proteggono-gay-e-lesbiche">Se i nazisti proteggono gay e lesbiche</h2><p>Tornando all’AfD, ricordiamo quanto Alice Weidel ha affermato già nel 2017: «Le gang musulmane stanno letteralmente dando la caccia alle persone omosessuali di recente, e questo nel bel mezzo della Germania, è scandaloso!» e in un’intervista pubblicata sul blog di David Berger, teologo cattolico ed ex direttore della rivista gay <em>Männer</em>, Alice Weidel ha ribadito che «L’AfD è l’unica vera forza protettrice di gay e lesbiche in Germania».</p>
<p>Ciò non vuol dire, naturalmente, che la comunità Lgbt+ abbia sostenuto in modo maggioritario AfD che, è sempre bene ricordarlo, contempla nel suo programma il rifiuto del matrimonio egualitario e della “teoria gender” (…checché voglia dire…). Ma che il tema della difesa dagli immigrati musulmani sia un argomento utilizzato, è indubbio. E questo anche in altri paesi, per esempio l’Olanda e la stessa Francia, dove il Rassemblement National segue la stessa linea ambigua, eleggendo parlamentari dichiaratamente Lgbt, invocando sicurezza contro la delinquenza degli immigrati musulmani e bocciando il generale Vannacci alla carica di vicepresidente del gruppo europeo dei “Patrioti” a causa della sua dichiarata omofobia.</p>
<h2 id="la-risposta-è-in-una-maggiore-giustizia-sociale">La risposta è in una maggiore giustizia sociale</h2><p>Concludo dicendo che, molto probabilmente, queste tensioni legate all’orientamento sessuale (oltre al fatto che molte persone Lgbt+ sono cosiddette “DINK - Double Income No Kids”, quindi una comunità affluente e non necessariamente solidale con chi ha meno) non sono certo state determinanti nel grande successo di AfD. Ma è altrettanto indubitabile che si tratti di temi che non possono essere tralasciati: come testimonia anche il dibattito su ius soli / ius scholae che ha dominato il campo della destra di governo nell&rsquo;estate italiana appena conclusa, la questione migratoria rimane centrale nella vita politica del nostro paese e del nostro continente e si lega strettamente a quella che, a mio avviso, è la vera ragione del grande successo dell&rsquo;AfD (e di Sahra Wagenknecht e il suo BSW Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit): quel voto è semplicemente un voto di classe, di chi non sente più alcuna protezione sociale e si sente lasciato solo di fronte all&rsquo;impazzimento del capitalismo contemporaneo.</p>
<p>Nonostante, quindi, la svolta a destra del nostro continente abbia diverse facce e sia variamente articolata, la principale risposta comune dovrebbe essere una maggiore uguaglianza e più giustizia sociale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’uso di ChatGPT rende pigri i ricercatori?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/uso-chatgpt-rende-pigri-ricercatori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/uso-chatgpt-rende-pigri-ricercatori/</guid><pubDate>Mon, 23 Sep 2024 09:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Perin</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Negli ultimi due anni, ChatGPT (e altri LLM della Generative AI) sono entrati a pieno regime sia nell’educazione universitaria che nei luoghi della produzione di conoscenza scientifica, che ha negli articoli pubblicati su riviste e giornali scientifici il proprio prodotto finale. Diverse opinioni sono state spese sull’avvento di questa tecnologia, ma pochi studi empirici se ne sono davvero occupati. Uno studio di Abbas e colleghi contribuisce a rispondere empiricamente alle mille domande che sorgono da un confronto con questo strumento, e solleva riflessioni urgenti sulle conseguenze del suo uso. Questo articolo è il primo di una serie di due articoli che si concentra su una particolare conseguenza – una negativa e una positiva – degli strumenti della Generative AI sulla ricerca accademica. In questo articolo, esploriamo quella negativa, la pigrizia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/uso-chatgpt-rende-pigri-ricercatori-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/uso-chatgpt-rende-pigri-ricercatori-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando, dal 30 novembre 2022 e nei mesi successivi, abbiamo cominciato a sperimentare l’uso di ChatGPT, una delle prime considerazioni che ha fatto capolino nelle nostre menti è stata certamente l’imbarazzante facilità con cui si sarebbero potuti produrre dei testi scritti. Testi anche di una discreta qualità, e nei più svariati ambiti della scrittura. E in effetti, un utilizzo massivo ne è stato fatto per la generazione di <a href="https://www.klondike.ai/chatgpt-8-esempi-di-applicazione/" rel="noopener">blogpost e comunicati stampa per la comunicazione aziendale</a>, <a href="https://www.ilmioposizionamento.it/chatgpt-caratteristiche-funzionamento/" rel="noopener">contenuti pensati per la SEO</a>, <a href="https://aulab.it/come-utilizzare-chat-gpt-per-scrivere-codice/" rel="noopener">scrittura di codice informatico</a>, <a href="https://www.researchgate.net/publication/372212401_Use_of_generative_artificial_intelligence_in_the_training_of_journalists_challenges_uses_and_training_proposal" rel="noopener">articoli di giornale</a>, <a href="https://futuranetwork.eu/interviste-al-futuro/749-3742/chatgpt-a-traduttori-e-traduttrici-lintelligenza-artificCiale-non-vi-sostituira" rel="noopener">traduzione e scrittura di libri</a>… Dopo quasi due anni dal boom della Generative AI, un’opinione condivisa generale che sembra emergere - sia fra i tecnoentusiasti che i <em>defensor fidei</em> della tradizione – è che <a href="https://www.harvardonline.harvard.edu/blog/future-generative-ai" rel="noopener">ChatGPT possa essere certamente un valido strumento di supporto nella scrittura, ma che supervisione del contenuto e creatività</a> (necessari soprattutto per i contenuti complessi e originali) <a href="https://www.harvardonline.harvard.edu/blog/future-generative-ai" rel="noopener">rimangano prerogativa dell’umano</a>. Tuttavia, come ci hanno brillantemente insegnato la psicologia cognitiva e l’economia comportamentale (in particolare a partire dai lavori di  Kahnemann e Tversky), l’essere umano è un risparmiatore cognitivo, e laddove può cerca delle “scorciatoie” per raggiungere un risultato, molto spesso, lo fa a spese della qualità e in favore dell’approssimazione. Ora, il lavoro degli algoritmi di Generative AI mira a una simulazione quanto più accurata possibile della produzione testuale degli esseri umani: gli algoritmi di ChatGPT vengono addestrati su un vastissimo dataset di testi e - sulla base di un prompt che specifica la richiesta - generano una risposta utilizzando le informazioni apprese durante l&rsquo;addestramento. Dunque, un testo prodotto sulla base di informazioni contenute nei testi precedenti, si suppone non essere dotato di una particolare originalità. Per quanto, infatti, la ricombinazione delle informazioni possa essere - effettivamente - originale, è ragionevole aspettarsi che le conclusioni cui giunge il modello siano in qualche modo già contenute implicitamente nei testi analizzati. ChatGPT non “scopre” nulla; ma allora come si sposa con la ricerca scientifica, il luogo per eccellenza della scoperta e della novità, il suo sempre più frequente utilizzo?</p>
<h2 id="aldilà-delle-idealizzazioni">Aldilà delle idealizzazioni</h2><p>Ovviamente, la scienza non è solo un luogo di scoperta e novità. La visione idealizzata dello scienziato, elaborata fra gli altri da Karl Popper e i neopositivisti negli anni &lsquo;20 e &lsquo;30 del XX secolo, come di un agente critico razionale che mette in atto procedure metodiche standardizzate, volte a scoprire – o almeno ad approssimarsi – al vero e l’oggettivo, è stata ribaltata da approcci più storico-sociologici allo studio della scienza. Questi approcci ne hanno messo in luce il carattere di attività politica, sociale ed economica, dipendente da fondi finanziari, oggetto di controversie teoriche e sperimentali… ma soprattutto di attività pensata, prodotta e messa in atto da esseri umani. Ed è in quanto attività umana che dobbiamo considerarla, alla luce del suo intreccio con la Generative AI.</p>
<h2 id="un-focus-specifico-la-pigrizia">Un focus specifico: la pigrizia</h2><p>Le questioni etiche e legali legate all’uso di questa tecnologia in ambito scientifico – e non solo – non si contano sulle dita di due mani: succede sempre così, quando una tecnologia particolarmente innovativa, dalle numerose funzionalità e aperta a un ventaglio di utilizzi altrettanto vasto irrompe in un settore. Una di queste è l’<em>autorship</em>, ossia il problema dell’attribuzione di autorialità di un paper a un attore non umano come il Chatbot, piuttosto che all’essere umano che potrebbe avergli fornito prompt e dati. Alcune review, poi, si sono concentrate su rischi, benefici e potenziali applicazioni dello strumento, trovandone tantissime. Tuttavia – come emerge in <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2023.08.17.553688v1.full" rel="noopener">questa review</a> del 2023 – la gran parte di questi studi sono fondamentalmente editoriali, riflessioni teoriche. In pochi hanno provato a indagare in modo empirico gli effetti che ChatGPT sta avendo in accademia. E se per quel che riguarda i vantaggi può tranquillamente andar bene affidarsi a editoriali, opinioni, self-report e così via, misurare i rischi effettivi e gli effetti negativi di questa tecnologia è fondamentale per capire come agire a livello di politiche pubbliche, misure educative e regolamentazioni. Uno degli studi più illuminanti in questa direzione è quello <a href="https://educationaltechnologyjournal.springeropen.com/articles/10.1186/s41239-024-00444-7" rel="noopener">svolto da Abbas e colleghi</a>, professori alla National University of Computer and Emerging Sciences in Pakistan. Spinto dall’osservazione in prima persona del largo utilizzo dello strumento da parte dei suoi studenti, Abbas si è dapprima posto domande e dilemmi, poi ha compiuto lo step ulteriore di indagare scientificamente le cause e le conseguenze dell’introduzione di ChatGPT. È pur vero che è giusto e doveroso distinguere fra l’uso che ne può fare uno studente e l’uso che ne può fare un ricercatore, quantomeno per una presunta diversa maturità accademica. Tuttavia, da un lato gli studenti dell’oggi saranno i ricercatori del domani, e dunque uno studio sugli studenti universitari di oggi può avere un valore predittivo rispetto al rapporto che i futuri ricercatori avranno con questo strumento. Dall’altro, le <em>affordance</em> (letteralmente gli “inviti all’uso” delle tecnologie) cui si presta ChatGPT per il supporto nella scrittura scientifica è lo stesso, sia per studenti che ricercatori. Il discorso è valido sia per i paper che gli studenti devono consegnare per gli assignment, che per gli articoli che dottorandi, post-dottorandi e professori devono scrivere per contribuire alla ricerca. </p>
<p>Lo studio è stato condotto in due fasi. Inizialmente, i ricercatori hanno sviluppato e validato una scala per misurare l&rsquo;uso di ChatGPT da parte degli studenti per scopi accademici (come compiti, progetti o preparazione per gli esami). È stata quindi elaborata una scala comprensiva di 8 item, come: &ldquo;Uso ChatGPT per i compiti del mio corso&rdquo;, &ldquo;Sono dipendente da ChatGPT quando si tratta di studio&rdquo; e &ldquo;ChatGPT fa parte della mia vita universitaria&rdquo;.</p>
<p>Nella seconda fase dello studio, i ricercatori hanno cercato di convalidare i risultati della prima fase testando anche ipotesi specifiche relative all&rsquo;impatto di ChatGPT. Il campione era composto da 494 studenti universitari, che hanno ricevuto il questionario in tre momenti separati da 1-2 settimane ciascuno. Accanto al questionario sono state indagate delle variabili – precedentemente ipotizzate come influenti – legate all’uso di ChatGPT, visibili in tabella 1: </p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:left"><strong>Variabile</strong></th>
      <th style="text-align:left"><strong>Scala</strong></th>
      <th style="text-align:left"><strong>Esempio di item</strong></th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Carico di studio accademico</strong></td>
      <td style="text-align:left">Scala di 4 item da Peterson et al. (1995)</td>
      <td style="text-align:left">&ldquo;Mi sento sovraccarico a causa dei miei studi.&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Pressione del tempo accademico</strong></td>
      <td style="text-align:left">Scala di 4 item da Dapkus (1985)</td>
      <td style="text-align:left">&ldquo;Non ho abbastanza tempo per preparare i progetti di classe.&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Sensibilità alle ricompense</strong></td>
      <td style="text-align:left">Scala di 2 item</td>
      <td style="text-align:left">&ldquo;Sono preoccupato per il mio CGPA e Sono preoccupato per i voti del semestre.&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Sensibilità alla qualità</strong></td>
      <td style="text-align:left">Scala di 2 item</td>
      <td style="text-align:left">&ldquo;Sono sensibile alla qualità dei miei compiti e Sono preoccupato per i progetti di corso.&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Procrastinazione</strong></td>
      <td style="text-align:left">Scala di 4 item di Choi e Moran (2009)</td>
      <td style="text-align:left">&ldquo;Spesso sono in ritardo nel completare le cose.&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Perdita di memoria</strong></td>
      <td style="text-align:left">Scala di 3 item</td>
      <td style="text-align:left">&ldquo;Oggigiorno non riesco a mantenere troppe informazioni nella mia mente.&rdquo;</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left"><strong>Performance accademica</strong></td>
      <td style="text-align:left">Misura oggettiva (scala voti GPA da 1 = minimo a 4 = massimo)</td>
      <td style="text-align:left">Nessun item campione (basato sul CGPA riportato)</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Tabella 1</p>
<p>Abbas e i suoi colleghi hanno scoperto che gli studenti più “sensibili alle ricompense” (ergo più preoccupati del loro rendimento accademico) erano meno inclini a usare ChatGPT, riportando preoccupazione riguardo all&rsquo;integrità accademica e alle conseguenze negative potenziali dell&rsquo;affidarsi all&rsquo;IA.</p>
<p>Inoltre, lo studio ha rivelato gli effetti negativi dell&rsquo;uso di ChatGPT sui risultati personali e accademici degli studenti. Un maggiore affidamento a ChatGPT era associato a livelli più elevati di procrastinazione e perdita di memoria e a un impatto negativo sulle prestazioni accademiche, riflesso nella media-voto degli studenti.</p>
<p>I risultati di questo studio possono essere accostati a quelli di analisi computazionali (come <a href="https://arxiv.org/abs/2403.16887" rel="noopener">quella del bibliotecario Andrew Gray)</a> che rilevano come, dal lancio di ChatGPT, sia cresciuto in modo esponenziale l’uso di alcune parole ed espressioni come &ldquo;meticulously&rdquo; (137%), &ldquo;intricate&rdquo; (117%), &ldquo;commendable&rdquo; (83%) &ldquo;innovatively&rdquo; (60%), e &ldquo;meticulous&rdquo; (59%), e la sensibile diminuzione di altri. Possono esservi accostati perché, se è vero che ChatGPT può contribuire nella scrittura degli articoli, migliorando la chiarezza e l’esposizione del contenuto, è anche vero che una standardizzazione eccessiva rischia di far perdere originalità di stile, spirito critico e capacità di comunicazione a studenti e ricercatori: e il tutto rientra all’interno di quel grande calderone di atteggiamenti, perdita di competenze e in generale conseguenze negative associabili alla pigrizia.</p>
<p>Tuttavia, il risultato forse più significativo dello studio di Abbas è in questa correlazione: alti livelli di carico di lavoro accademico e pressione del tempo (scadenze brevi e stringenti) sono significativamente correlati all’aumento dell&rsquo;uso di ChatGPT. In altre parole, gli studenti sotto stress accademico sono più propensi a rivolgersi agli strumenti di AI generativa per ottenere assistenza.</p>
<p>Le considerazioni che si possono fare su ChatGPT sono quindi duplici: se da un lato sicuramente c’è il rischio di un imprigrimento e di un eccessivo affidamento nei confronti di questi strumenti (e qui un discorso morale non può che ricadere primariamente sulla responsabilità degli individui, che ne devono saper fare un uso consapevole), dall’altro suggerisce che ChatGPT potrebbe essere utilizzato per aumentare e velocizzare il numero di pubblicazioni. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/01/29/la-ricerca-scientifica-e-il-publishing-a-tutti-i-costi-contro-falsi-studi-e-frodi-ho-avviato-una-rivista/6949839/" rel="noopener">Non è un tema nuovo quello della pressione alla pubblicazione</a> nel mondo accademico, che viene riassunta nel motto <em>publish or perish</em>, nato in contesto anglosassone. La crescente percezione, a partire dagli stessi ricercatori, della scienza come un processo produttivo da efficientare, potrebbe indurre all’automatizzazione di molti stage del processo di scrittura di un articolo: si pensi alla revisione della letteratura, all’analisi e interpretazione dei dati, alla scrittura di abstract, introduzione, conclusione… Insomma, la scienza si vedrebbe progressivamente ridotta a un processo da organizzare e concepire tayloristicamente, con la qualità a discapito della quantità.</p>
<p>Come ci ha insegnato Bruno Latour, celebre filosofo e sociologo della scienza francese, quando utilizziamo una tecnologia, noi le deleghiamo ciò che potremmo fare da noi: che lo faccia meglio o peggio molto spesso non importa, o non lo possiamo sapere in anticipo. Il cardine meccanico di una porta, che ne consente l’apertura e chiusura automatica, funziona meglio di un apposito portiere (quando c’è) e molto meglio della memoria di migliaia di persone che ogni giorno passano per quella porta e potrebbero dimenticarsi di chiuderla. Tuttavia, se il cardine si inceppa e blocca la porta, lo sforzo per riparare alla situazione è maggiore di quello precedente di chiuderla manualmente.</p>
<p>Così per ChatGPT in ambito accademico: se deleghiamo troppo a questa tecnologia, c’è il rischio di accorgersi di quanto le abbiamo delegato solo troppo tardi, e di quanto sarà difficile riparare a eventuali danni. Sempre se saranno riparabili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il diritto umanitario a protezione di bambini e bambine. Quando “basta” è davvero “basta”?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-umanitario-protezione-bambini-bambine-quando-basta-davvero/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-umanitario-protezione-bambini-bambine-quando-basta-davvero/</guid><pubDate>Wed, 18 Sep 2024 08:58:00 +0100</pubDate><category>pace</category><description>L’apparato di norme internazionali e convenzioni umanitarie di cui disponiamo non riesce a proteggere efficacemente gli adulti, ma è ancora meno efficiente verso le persone più giovani. Un articolo sul British Medical Journal fa il punto sui devastanti effetti, diretti e indiretti, dei conflitti sulle vite dei bambini e delle bambine, a partire dalla situazione a Gaza. E lancia la proposta di un vertice globale che possa inaugurare interventi più efficaci e risolutivi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diritto-umanitario-protezione-bambini-bambine-quando-basta-davvero-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diritto-umanitario-protezione-bambini-bambine-quando-basta-davvero-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se mai sono esistite regole e convenzioni in grado di mantenere davvero i conflitti entro limiti di vaga civiltà, non si può dire che questo succeda con le vittime tra le più fragili ed esposte: <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14754835.2022.2122786" rel="noopener">i bambini e le bambine</a>. «Il gran numero di morti tra i bambini a Gaza continua a fornire l&rsquo;esempio più tragicamente evidente di questa realtà. Più in generale, le istituzioni internazionali e le norme umanitarie si sono rivelate impotenti nel prevenire le vittime civili di massa in vari contesti, tra cui l&rsquo;Ucraina, il Sudan e il Tigray», scrivono sul <em>British Medical Journal</em> Zulfiqar A Bhutta, Georgia B Dominguez e Paul H Wise in un <a href="https://www.bmj.com/content/386/bmj-2024-081515" rel="noopener">articolo</a> dal titolo inequivocabile: &ldquo;Quando &lsquo;basta&rsquo; è &lsquo;basta&rsquo;? I diritti umanitari e la protezione dei bambini nei contesti di conflitto devono essere ripensati&rdquo;. I tre autori (affiliati in Canada, Pakistan e Stati Uniti) ripercorrono fatti e numeri della devastante risposta militare da parte di Israele all’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre. Fatti e numeri in parte già noti e riportati in diversi articoli, anche su <em>Scienza in rete</em>, ma che gli autori riconducono a una lettura più ampia ed <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/">estendibile, purtroppo, a tutti i conflitti</a>.</p>
<p>Comunque il conflitto israelo-palestinese rimane paradigmatico di tutto quello che andrebbe modificato. «Negli ultimi 10 mesi a Gaza, le protezioni offerte ai civili dal diritto internazionale umanitario sono state ampiamente inefficaci. Si stima che il genocidio del 1994 in Ruanda abbia ucciso tra 500.000 e 1 milione di persone, ma a parte questo non ci sono state tante morti di civili in un periodo così breve. L&rsquo;ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferisce che dal 7 ottobre 2023 al 28 agosto 2024 sono stati uccisi 40.534 palestinesi, molti dei quali donne e bambini», scrivono i tre autori.</p>
<p>Come è noto, il dato, diffuso dal ministero della Sanità di Gaza è stato messo in discussione, in particolare perché <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/difficile-necessita-contare-morti-guerra/">questi numeri</a> non riescono a distinguere con precisione tra morti civili e combattenti e non sono in grado di discriminare tra le persone uccise e quelle che risultano disperse. Tuttavia, diverse valutazioni indipendenti hanno confermato questi conteggi. Piuttosto è possibile che via via che avanza il conflitto i dati diventino meno affidabili, poiché il sistema di informazione sanitaria a Gaza è stato ormai in gran parte distrutto. Il numero totale delle vittime probabilmente potrà essere conosciuto solo a conflitto finito e una volta rimosse le macerie. Succede a Gaza come <a href="https://ukraine.un.org/en/276097-protection-civilians-armed-conflict-%E2%80%94-july-2024#:~:text=At%20least%20219%20civilians%20were,civilian%20casualties%20since%20March%202024." rel="noopener">succede in Ucraina</a>, dove l&rsquo;Ufficio dell&rsquo;Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha verificato un totale di 35.160 vittime civili durante l&rsquo;invasione russa al 31 luglio 2024. Di queste, 23.640 persone sarebbero rimaste ferite, sebbene i numeri reali potrebbero essere più alti. L&rsquo;OHCHR ha stimato il numero di morti di civili, o comunque persone non armate, in Ucraina a 11.520 dall&rsquo;inizio della guerra il 24 febbraio 2022. Il numero più alto di morti è stato registrato a marzo 2022: oltre 3.900.</p>
<p>Ma è così praticamente in tutti i conflitti. Per esempio, nessuno sa con certezza quante persone siano state uccise e ferite in Iraq dall&rsquo;invasione degli Stati Uniti del 2003. Tuttavia, <a href="https://watson.brown.edu/costsofwar/papers/2023/blood-and-treasure-united-states-budgetary-costs-and-human-costs-20-years-war-iraq-and" rel="noopener">si stima</a> che il numero dei civili iracheni morti sia intorno ai 200.000 (tra 186.694 e 210.038). Più in generale, la guerra che ha visto in campo gli Stati Uniti, i suoi alleati, l&rsquo;esercito e la polizia irachena e le forze di opposizione avrebbe causato dal momento dell’invasione fino a marzo 2023, da 280.771 fino a 315.190 vittime.</p>
<h2 id="i-perché-e-i-come-della-guerra">I perché e i come della guerra</h2><p>Il diritto umanitario internazionale consente attacchi violenti contro obiettivi militari identificati in quanto tali, ma non quando «il danno ai civili sarebbe eccessivo rispetto al vantaggio militare previsto». Gli attacchi israeliani a Gaza hanno danneggiato pesantemente scuole, ospedali, impianti idrici e altre infrastrutture civili, colpendo migliaia di pazienti e operatori sanitari. Difficile per Israele fornire prove sufficienti a dimostrare che i danni ai civili associati a molti dei suoi attacchi siano stati proporzionati rispetto agli obiettivi militari previsti.</p>
<p>Il diritto internazionale umanitario, inoltre, distingue tra il perché della guerra e il come della guerra. Anche le motivazioni più forti per scatenare un conflitto non bastano a giustificare la violazione delle leggi umanitarie nel modo in cui la guerra viene combattuta. Così, ci ricordano i tre autori su <em>Bmj</em>: «sebbene sia importante riconoscere il contesto più ampio del conflitto, in particolare il blocco di Gaza da parte di Israele (via terra, mare e aria) dal 2007, questo non legittima le atrocità perpetrate da Hamas il 7 ottobre, che sono state chiare violazioni del diritto internazionale. Ma nemmeno queste atrocità, per quanto barbare, possono legittimare le violazioni del diritto internazionale nel modo in cui Israele sta conducendo le sue operazioni militari».</p>
<p>Come si ricorderà, esattamente per queste violazioni del diritto internazionale, lo scorso mese di maggio la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto sia per i leader di Hamas sia per quelli di Israele, accusandoli di crimini di guerra.</p>
<h2 id="i-danni-indiretti-inferti-dalla-guerra-alle-persone-giovani">I danni indiretti inferti dalla guerra alle persone giovani</h2><p>Le guerre civili e tra gli Stati <a href="https://repec.iza.org/dp10807.pdf" rel="noopener">violano sostanzialmente i diritti alla salute</a> di bambini e bambine, anche neonati. Gli Stati che hanno trascorso la maggior parte del tempo coinvolti in importanti guerre sono associati ai peggiori incrementi complessivi nei tassi di mortalità infantile. Oltre all&rsquo;aumento di ferite e morti a causa degli assalti militari, altre devastazioni impattano sulla salute e il futuro di bambini e bambine. La distruzione delle scorte di cibo e acqua, delle abitazioni, delle scuole e il vanificarsi dell&rsquo;assistenza sanitaria sollevano serie preoccupazioni circa gli effetti indiretti e a lungo termine di questa violenza.</p>
<p>Ci sono prove causali sulle conseguenze a lungo termine della guerra e dei conflitti armati sull’indice di massa corporea dei bambini in tempo di guerra, sull’obesità e sulle condizioni di salute croniche in età adulta. Secondo le Nazioni Unite malnutrizione acuta e disidratazione stanno già causando morti tra la popolazione palestinese, soprattutto quella più giovane e la rete dei Sistemi di allerta precoce sulla carestia (FEWS NET) ha già segnalato che <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/unicef-poverta-alimentare-colpisce-bambino-quattro/">l&rsquo;insicurezza alimentare è diffusa</a> soprattutto tra bambini e bambine e che, sebbene non siano disponibili dati definitivi, in alcune zone di Gaza potrebbero già esistere condizioni di carestia, con potenziali conseguenze di lunga durata, forse intergenerazionali.</p>
<p>L’arretramento complessivo delle condizioni sanitarie è testimoniato anche dalla ricomparsa del virus della poliomielite a Gaza, tra cui il primo caso di virus di tipo 2 in oltre 25 anni, situazione preoccupante che ha portato a una risposta vaccinale di emergenza, con esiti tuttavia ancora incerti.</p>
<p>Nei primi 3 mesi di conflitto a Gaza, più di 1.000 bambini hanno avuto una o entrambe le gambe amputate, come <a href="https://dppa.un.org/en/ten-weeks-of-hell-children-gaza-unicef" rel="noopener">documenta l’Unicef</a>: 10 al giorno. Molte di queste operazioni sui bambini sono state eseguite senza anestesia, a causa del sistema sanitario di Gaza paralizzato dal conflitto e per le gravi carenze di dottori e infermieri nonché di forniture mediche come anestetici e antibiotici. Su un piano diverso, ma altrettanto grave, le condizioni di detenzione e i procedimenti legali che coinvolgono centinaia di bambini palestinesi detenuti da Israele sono un’altra fonte di preoccupazione.</p>
<h2 id="quali-misure-a-tutela-di-bambini-e-bambine">Quali misure a tutela di bambini e bambine?</h2><p>Ma come riuscire a proteggere i bambini e le bambine da questo impatto così devastante dei conflitti che li coinvolgono? Oggi esistono una serie di disposizioni del diritto umanitario internazionale, tra cui le Convenzioni di Ginevra del 1949, i protocolli aggiuntivi del 1977, la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell&rsquo;infanzia. Inoltre la Corte penale internazionale ha l&rsquo;autorità di indagare e perseguire individui, compresi i capi di Stato, per gravi violazioni, anche se continua a dipendere dagli Stati cooperanti per l&rsquo;applicazione delle misure prese.</p>
<p>Bambini e bambine condividono molte tutele con le altre persone non combattenti, tutele che richiederebbero un&rsquo;immediata attuazione a Gaza, così come in Ucraina, in Sudan e in tutte le altre aree colpite da conflitti violenti. Tuttavia, è la tesi dell’articolo del <em>Bmj</em>, bambini e bambine avrebbero bisogno di fruire di diritti distinti e specifici alla protezione e all&rsquo;assistenza in contesti di conflitto violento. «Le particolari vulnerabilità dello sviluppo e i ruoli sociali dei bambini, molti dei quali già riflessi nel diritto internazionale, richiedono misure speciali nel pieno rispetto delle leggi e delle norme umanitarie», scrivono Bhutta, Dominguez e Wise.</p>
<p>Il primo e fondamentale passo per proteggere bambini e bambine, a Gaza come altrove, è quello di porre immediatamente fine alle operazioni di combattimento e fermare le uccisioni. Se non si riesce a far cessare i combattimenti, è fondamentale permettere e facilitare l&rsquo;evacuazione dei bambini, dei loro familiari e di tutti i civili.</p>
<p>Le Convenzioni di Ginevra richiedono che una parte assediante permetta l&rsquo;evacuazione di bambini, bambine e altri civili vulnerabili da un&rsquo;area assediata. A Gaza non è stato e non è così: alle famiglie palestinesi non è stato offerto un passaggio sicuro per spostarsi in nessuno degli Stati confinanti. Situazione ben diversa da quella riservata ai cinque milioni di profughi ucraini che hanno ricevuto accoglienza nei Paesi limitrofi. Anche l&rsquo;evacuazione di bambini affetti da gravi malattie verso strutture mediche avanzate in altri Paesi si è rivelata molto più difficile a Gaza che in Ucraina. Inoltre, bambini e bambine sfollati e non accompagnati hanno esigenze specifiche che troppo spesso non vengono riconosciute dalle agenzie umanitarie e dai governi.</p>
<p>Proprio perché bambini e bambine sono particolarmente vulnerabili agli effetti indiretti della guerra, un altro aspetto fondamentale è la protezione delle infrastrutture civili essenziali, come i sistemi sanitari ed educativi. A Gaza tutte le università e centinaia di scuole sono state danneggiate, spesso rase al suolo, e più di 600.000 bambini sono rimasti senza scuola.</p>
<p>L’istruzione, quindi, è uno dei molti diritti di cui sono stati derubati i bambini di Gaza. «Le ore di scuola del mattino sono state sostituite dalle code davanti ai centri di distribuzione degli aiuti alimentari, indispensabili per il loro fabbisogno e placare la fame. Invece di sedersi ai loro banchi per le lezioni, restano in coda per l’acqua o lavorano per strada, se hanno perso i genitori in guerra. È un fenomeno nuovo per una comunità che va orgogliosa dei suoi alti tassi di istruzione. I bambini di Gaza sono ormai venditori ambulanti, si aggirano per le strade alla ricerca di sostentamento per sé e per le loro famiglie», racconta in un articolo sul quotidiano <em>La Stampa</em> il giornalista palestinese Majd Ramdan Al-Assar.</p>
<p>Ma è urgente anche rafforzare la capacità complessiva di monitorare le conseguenze della guerra. Al di là della necessità di attribuire responsabilità politiche o legali - ci ricordano i tre autori - informazioni accurate sulle persone morte sono un modo essenziale, anche se tragicamente tardivo, per valorizzarle in vita. Cosa particolarmente importante per i bambini, che possono aver lasciato poche tracce della loro esistenza, se non nei cuori delle loro famiglie. Attualmente, la documentazione si basa su un mosaico di documenti delle Nazioni Unite, oppure di fonti non governative e locali, spesso con metodologie poco chiare e poco confrontabili. Strumenti inadeguati per un bisogno così forte.</p>
<h2 id="tecnologie-per-valutare-limpatto-dei-conflitti">Tecnologie per valutare l’impatto dei conflitti</h2><p>Diverse nuove tecnologie potrebbero contribuire alla valutazione dell&rsquo;impatto umanitario dei conflitti. Tra queste, le capacità avanzate di telerilevamento, le strategie di modellazione e l&rsquo;intelligenza artificiale, cioè proprio quelle tecnologie attualmente utilizzate per combattere una guerra, potrebbero essere invece sfruttate in modo mirato ed etico per valutare i danni alle infrastrutture e documentare le vittime e i bisogni umanitari. Per esempio, tecniche statistiche innovative sono state utilizzate con i set di dati esistenti per stimare l&rsquo;eccesso di morti associate ai conflitti armati nel Nord-est della Nigeria e in Somalia. Organizzazioni non governative hanno sperimentato nuove strategie digitali per scoprire o confermare operazioni militari e attacchi a civili e infrastrutture civili. Queste capacità emergenti potrebbero contribuire a un sistema globale più pienamente integrato e autorevole per valutare rapidamente e accuratamente il costo umano della guerra.</p>
<p>In chiusura del loro articolo Bhutta, Dominguez e Wise abbandonano l’analisi per avanzare una proposta forte: dare vita a un vertice globale, pragmatico e in grado di coinvolgere in modo significativo le comunità colpite e altri attori essenziali. Obiettivo: rivedere con urgenza le attuali risoluzioni e le linee guida delle Nazioni Unite, concentrandosi sugli emendamenti e sulle strategie che possono garantire la protezione e l&rsquo;evacuazione dei bambini dalle zone di conflitto. «Data la situazione di bambini e bambine a Gaza, in Ucraina, in Sudan e in molti altri Paesi in cui sono esposti a conflitti violenti, chiediamo un rinnovato impegno globale nei confronti dei bisogni e dei diritti specifici dei bambini in crisi. Ciò richiederà la costruzione di coalizioni più forti e di una voce pubblica unificata per affrontare l&rsquo;emarginazione dei più piccoli dalle nostre strategie umanitarie e l&rsquo;impunità con cui gli autori delle violazioni umanitarie continuano le loro aggressioni».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Viaggio nella realtà della gravidanza per altre persone</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/viaggio-realta-gravidanza-altre-persone/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/viaggio-realta-gravidanza-altre-persone/</guid><pubDate>Fri, 09 Aug 2024 08:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>societa</category><description>Surrogacy Underground è il documentario degli antropologi Rossella Anitori e Darel Iaffaldano Di Gregorio, che esplora le esperienze di persone coinvolte nella gestazione per altri in diversi paesi, leggi e culture. Attraverso le storie personali di donne, genitori e bambini e con i contributi di avvocati, medici ed esperti, offre una visione sfumata della gestazione per altri che sottolinea l&amp;amp;rsquo;importanza di comprendere e ascoltare le esperienze diverse senza pregiudizi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/viaggio-realta-gravidanza-altre-persone-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/viaggio-realta-gravidanza-altre-persone-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come raccontare l’esperienza di chi partecipa a un percorso di gravidanza per altre persone, in uno qualsiasi dei ruoli possibili? Ci hanno provato due antropologi: Rossella Anitori e Darel Iaffaldano Di Gregorio, realizzando il documentario <em>Surrogacy Underground</em>. 70 minuti di racconti personali, spesso intimi, di riflessioni e confronti tra realtà diverse, così come sono diversi i paesi, le leggi e le sensibilità. Un viaggio che li ha portati in Grecia e in Inghilterra e infine di nuovo in Italia, durante il quale hanno incontrato persone reali che sono venute al mondo grazie alla GPA, o che hanno consentito che bambini e bambine venissero al mondo, e infine altre persone che finalmente sono riuscite a diventare genitori.</p>
<p>Il “coro” raccolto e presentato nel documentario è composto di figure diverse: una giovane nata per GPA, ormai adulta, che racconta e riflette sulla propria esperienza con tranquillità e consapevolezza. Genitori: etero, gay o single che raccontano dei loro dolori, le delusioni, le aspettative e la gioia. Le donne gestatrici che spiegano perché hanno scelto e deciso di portare avanti la gravidanza e di quello che hanno provato. Ma ci sono anche avvocati, medici, esperti, responsabili di associazioni che offrono consulenza o rappresentano le famiglie arcobaleno. Un intero mondo che, come richiama il titolo del film, è spesso sotterraneo, discreto, e che quando è parte direttamente in causa capita che non voglia o non possa apparire nel video, se non in voce. Un mondo che spesso non riceve ascolto, così da poter essere ignorato e negato. Ma che nel film invece trova spazio, voce e attenzione.</p>
<p>«Ci siamo resi conto che la maternità non è intesa nello stesso modo in tutte le culture e soprattutto non è intesa nello stesso modo da tutte le donne. C&rsquo;è una prospettiva personale, psicologica, che si sovrappone a una prospettiva culturale e sociale», spiegano i due registi. «Nel nostro viaggio abbiamo conosciuto i protagonisti di queste storie e con il nostro film abbiamo voluto creare uno spazio sacro in cui si potesse ascoltare la loro voce, seguire le loro esperienze senza tirare le somme a priori, lasciando allo spettatore, a chi guarda e ascolta, la possibilità di farsi un&rsquo;idea e rendersi conto che non si può avere un giudizio netto e assoluto su una pratica che varia così tanto col variare del contesto».</p>
<h2 id="la-lezione-dellantropologia">La lezione dell’antropologia</h2><p>È dal comune background antropologico di Anitori e Iaffaldano Di Gregorio, dunque, che germoglia l’idea di questo documentario e la sua narrazione.</p>
<p>L’antropologia, infatti, insegna che le famiglie, i rapporti di filiazione, sono entità che passano attraverso il riconoscimento sociale, che varia nel tempo e nello spazio, che non ci sono forme fisse e immutabili che legano genitori e figli e figlie tra loro, che la madre e il padre spesso non corrispondono a coloro che biologicamente hanno messo al mondo un bambino o una bambina. «Ci premeva riflettere sulla genitorialità, ma in noi c’era anche la reazione a un discorso dominante fatto di categorie che non riescono a raccontare il fenomeno, piene di stereotipi, un discorso che in effetti farebbe rabbrividire qualunque antropologo», raccontano.</p>
<p>E davvero la realtà è più complessa di come la si rappresenta, se basta cambiare latitudine e cornice legale per trovarsi di fronte a un fenomeno completamente diverso. Cosa che sa benissimo Georgina Roberts, la giovane inglese i cui genitori biologici sono la mamma e il papà, ma la cui gravidanza è stata condotta da un’altra donna: «La gestazione per conto di altre persone viene rappresentata in modo diverso a seconda dei diversi paesi», riflette in un momento del documentario.</p>
<p>Ed ecco perché è importante non sostituirsi alle persone che hanno vissuto un’esperienza come quella della gravidanza per altre persone, per non appiattire il racconto su un’unica lettura stereotipata, come quella dominante in questo momento nel nostro paese. Anche questa una lezione che arriva dall’antropologia, che da un certo momento in poi si è resa conto che bisognava decolonizzare l’approccio, lasciare la parola agli “osservati”, riconoscere loro il ruolo di protagonisti. «Abbiamo fatto precedere la creazione di questo documentario da due anni di intensa ricerca antropologica, abbiamo letto e studiato etnografie che raccontavano di realtà anche molto lontane dalla nostra», confermano Anitori e Iaffaldano Di Gregorio.</p>
<h2 id="storie-ed-esperienze-che-si-incontrano">Storie ed esperienze che si incontrano</h2><p><em>Surrogacy Underground</em> si muove quindi su tre realtà, tre modi diversi di affrontare la GPA in altrettanti Paesi: la Grecia, che permette solo la fecondazione altruistica, ma autorizza un rimborso alla gestante, l&rsquo;Inghilterra, in cui la GPA è legale da 30 anni e regolamentata nei dettagli, e l&rsquo;Italia, in cui è proibita da sempre. Tre paesi sugli oltre sessanta in cui si pratica la gravidanza per altre persone con modalità diverse, ma sufficienti a far emergere i temi principali che si accompagnano a questa pratica. Soprattutto i vissuti delle donne gestatrici, che sono le figure più negate o comunque più spesso rappresentate alla luce deformante dello stereotipo. Emerge così con la forza del racconto in prima persona, la donna che descrive di essersi sentita in colpa e di aver sofferto di depressione post-partum, ma non per aver dovuto cedere la bambina che aveva partorito, al contrario per non aver provato alcun sentimento materno verso la piccola. Una realtà tra le più neglette quella dell’assenza del cosiddetto istinto materno, condivisa da tante donne, almeno in alcuni momenti della propria vita e verso la quale si esercita uno stigma forte della società.</p>
<p>Altrettanto forte la testimonianza di un’altra donna che dichiara di considerare la gravidanza per altre persone un lavoro come fare la baby sitter, con la differenza che la creatura è dentro di sé, per un certo tempo. Forse la più spiazzante tra le tante narrazioni perché mette in luce chiaramente che quello in discussione e da regolamentare con un approccio di tutela per tutte le parti in causa non è l’affitto dell’utero, come volgarmente si dice, o addirittura la vendita di un organo, come si è giunti ad affermare, ma una capacità riproduttiva che manca ad altri.</p>
<p>Altri, uomini e donne, che sono altrettanto presenti nel documentario, ciascuno con la propria vicenda, che converge per tutte e tutti in un unico dato di fatto: l’impossibilità di avere un figlio o una figlia. Una condizione che non riguarda solo le coppie gay (di nuovo quelle evocate più spesso da una narrazione stereotipata), ma anche quelle etero, che sono la maggioranza e che si ritrovano a vivere questa impossibilità per ragioni di salute. Come Arianna, la giovane donna che si è meritata l’attenzione mediatica proprio mentre scriviamo, che, affetta da un tumore raro dovrà perdere l’utero e chiede che non le sia tolta la possibilità di ricorrere alla GPA.</p>
<p>Insomma, il documentario di Anitori e Iaffaldano Di Gregorio ci aiuta a capire che nel nostro paese l’informazione sulla gravidanza per altre persone è non solo carente e imprecisa (purtroppo a volte decisamente menzognera) ma fuorviante, perché taglia col coltello quello che andrebbe invece analizzato e compreso nella sua complessità. Che poi è la complessità biologica, quando si salda alla complessità delle culture e del vivere sociale.</p>
<p>Surrogacy Underground, <em>Rossella Anitori e Darel Iaffaldano Di Gregorio, documentario, 70 minuti, Italia 2023. Disponibile sulle principali piattaforme.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Parigi val bene una messa: le Olimpiadi tra conflitti estremi e sogni di riscatto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parigi-val-bene-messa-olimpiadi-conflitti-estremi-sogni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parigi-val-bene-messa-olimpiadi-conflitti-estremi-sogni/</guid><pubDate>Wed, 07 Aug 2024 08:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Al di là delle passerelle e delle controversie costruite ad arte per distrarre dai giochi, la partecipazione alle Olimpiadi per gli atleti che provengono da Paesi coinvolti in conflitti definiti “estremi”, ha il significato di testimonianza e di ricerca di un’identità. Avranno vinto se saranno riusciti a far parlare della loro terra e dei loro popoli. Raccontare la loro storia vuol dire prendere parte al vero spirito olimpico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/parigi-val-bene-messa-olimpiadi-conflitti-estremi-sogni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/parigi-val-bene-messa-olimpiadi-conflitti-estremi-sogni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Giorgia Meloni non è Enrico di Navarra, che abiurò il calvinismo per il cattolicesimo pur di conquistare Parigi, nella quale fu incoronato re nel 1594. Né Angela Carini è Nino Benvenuti, campione olimpico dei pesi welter nel’60. Alla fine del ‘500 la Francia era devastata dalla guerra civile, oggi (<a href="https://acleddata.com/conflict-index/index-july-2024/" rel="noopener">luglio 2024</a>) sono oltre 50 i conflitti in corso nel mondo, 10 dei quali definiti “estremi” per letalità, pericolo, diffusione e frammentazione del territorio e della popolazione. Con quanto sta succedendo in Medio Oriente in questi giorni il numero dei conflitti estremi rischia di aumentare.</p>
<p>La guerra è una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/">presenza cronica</a>, è un determinante della salute per un’ampia quota della popolazione mondiale, ma ha un suo ruolo e priorità nell’informazione. La drammaticità degli eventi a Teheran, in Libano, in Yemen, in Palestina non viene ignorata, ma risulta attenuata dalle imprese olimpiche e dalle manipolazioni di informazioni, in realtà, scarsamente informate e usate a supporto di una politica nazionale lontana da “quell’arte nobile e difficile” che dovrebbe essere. Una politica che ha contribuito alla costruzione del caso Khelif alimentato dalla Russia, esclusa insieme alla Bielorussia dalla partecipazione ai Giochi olimpici per l’invasione della Ucraina e quindi in contrasto con il Cio.</p>
<p>Tra i 203 Comitati olimpici nazionali, a Parigi con circa 10.500 atleti partecipanti sono presenti tutti i dieci Paesi in “conflitto estremo”. Per la Palestina, il primo dell’elenco, che schiera otto atleti, sette partecipano grazie a un invito da parte del Cio, mentre solo un atleta, Omar Ismail, ha ottenuto la qualificazione nel taekwondo maschile. Solo due atleti si allenano in Palestina. Portabandiera alla cerimonia di inaugurazione è stata la nuotatrice Valerie Tarazi, scelta perché proviene da una delle famiglie più antiche di Gaza. Presenza simbolica, ma importante come testimonianza per un popolo che rivendica il diritto al riconoscimento internazionale, alle prese invece con il diritto alla sopravvivenza.</p>
<p>L’universalità dei diritti umani è purtroppo ancora largamente disattesa e quella rappresentata dai Giochi olimpici appare spesso messa in discussione proprio a partire dall’interpretazione dei <a href="http://www.guidaolimpiadi.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=494&amp;Itemid=382" rel="noopener">valori e principi</a> alla base dell’armonico sviluppo di ogni realtà sociale: rispetto, fratellanza, lealtà, promozione della pace, comprensione, solidarietà, fair play. Valori che mutano nel tempo e categorizzati per importanza, così che i valori ormonali sembrano diventare quelli prioritari, come nel caso della pugile algerina dove sembrano indicare il tentativo di ridurre la molteplicità dell’essere umano riconducendo la variabilità sessuale alle sole caratteristiche sessuali biologiche, ignorando l’identità dei singoli. Un tentativo artificioso di definire una “normalità” che la manipolazione politica ha trasformato in un caso mediatico posto in termini errati e irrazionali. Era stato il caso della sudafricana Caster Semenya alle Olimpiadi di Londra del 2018, ma è il caso anche di Lin Yu Ting, atleta di Taipei, in quelle odierne a Parigi.</p>
<p>Casi, comunque, non abbastanza coinvolgenti per riuscire a distrarre l’attenzione a opera di alcuni politici italiani. Infatti “Parigi val ben una messa” se lo scopo implica, oltre alla costruzione di una controversia, il sacrificio di un viaggio a Parigi del presidente del Consiglio.</p>
<p>Eppure di casi, non per distrarre l’attenzione dagli eventi sportivi, ma per offrire sguardi e suggerire riflessioni più ampie, i Giochi olimpici di Parigi ne offrono molti. Dopo la Palestina, un altro è quello del Sud Sudan e del Sudan.</p>
<p>Il Sud Sudan partecipa con 14 atleti, una squadra di basket. Stato del centro-est africano, senza sbocchi sul mare. Popolazione di 11 milioni di residenti, come la Lombardia, e un territorio doppio di quello italiano nella maggior parte coperto da foreste tropicali, paludi e prati. Stato indipendente dal 2011, sebbene il conflitto tra le due etnie maggioritarie (la Dinka del presidente in carica e quella Nuer) continui. Nel 2014 si contarono oltre 50.000 vittime del conflitto (complessivamente si stima siano state oltre 400.000). Crimini di guerra perpetrati da decenni anche dall’esercito sudanese con la complicità delle multinazionali petrolifere per lo sfruttamento dei giacimenti soprattutto nella zona nord di Abyei al confine con il Sudan. Tra i Paesi più <a href="https://hdr.undp.org/content/2023-global-multidimensional-poverty-index-mpi#/indicies/MPI" rel="noopener">poveri e martoriati</a> del mondo: oltre l’80% della popolazione necessita di assistenza in una situazione umanitaria caratterizzata da prolungati sfollamenti (2,02 milioni di sfollati interni e 2,3 milioni di rifugiati sud sudanesi nei paesi vicini di Uganda, Kenya, Etiopia, Sudan e Repubblica Democratica del Congo), conflitti localizzati, ricorrenti inondazioni e siccità, epidemie, svalutazione della valuta, insicurezza alimentare, malnutrizione, disuguaglianza ed esclusione sociale. Il Sud Sudan è a Parigi con una squadra di basket costruita da Luol Deng, un ex rifugiato diventato una stella della Nba (una delle leghe professionali del basket americano), con il progetto di creare una delle migliori squadre in Africa, così come il Kenya o l&rsquo;Etiopia fanno per l&rsquo;atletica leggera o come fa la Giamaica nello sprint.</p>
<p>In un Paese dove non esiste ancora un palazzetto o un campo coperto, prevalgono la volontà e il sogno (e le risorse economiche) di Deng e dei giocatori raccolti in squadre sparse per il mondo, là dove sono approdati come richiedenti asilo dopo essere passati da campi profughi. Come Numi Omot, che ora gioca in G League a New York, o come Bol Bol, che gioca negli Orlando Magic, ed è il figlio di Manute Bol, alto 2 metri e 31 cm, che giocò nella Nba negli anni ’90 dopo essere partito come pastore di pecore da un villaggio di Turalei. Una storia di riscatto famigliare. Una storia, anche, della distrazione storica, politica, culturale, umanitaria quella esemplificata dagli organizzatori che alla presentazione delle squadre alla prima partita del Sud Sudan hanno mandato in onda l’inno del Sudan invece di quello del Sud Sudan (!).</p>
<p>Essere a Parigi, gareggiare alla pari con team blasonati del basket può sembrare una distorsione del reale, un’inappropriata scelta rispetto alle priorità che minacciano la sopravvivenza di un intero Paese. Eppure, questa partecipazione è segno di speranza, è un’indicazione della forza dell’aggregazione e condivisione di volontà e valori. In un Paese dove <a href="https://data.unicef.org/resources/dataset/the-state-of-the-worlds-children-2023-statistical-tables/" rel="noopener">10 bambini ogni 100 nati</a> non arrivano al compimento dei 5 anni d’età (in Sudan 6 ogni 100, in Italia 3 ogni 1000), dove il 31% dei bambini con un’età inferiore ai 4 anni soffre di malnutrizione medio-grave (il 34% in Sudan), le priorità sono altre.</p>
<p>Eppure la partecipazione ai Giochi olimpici è testimonianza di esistenza e la rivendicazione di diritti e di attenzione. È la testimonianza e la rivendicazione dei sette palestinesi per un popolo vittima di guerra e che a Gaza si trova ad affrontare condizioni di emergenza di insicurezza alimentare caratterizzate da <a href="https://www.savethechildren.it/blog-notizie/gaza-grave-carenza-di-cibo-il-96-degli-abitanti" rel="noopener">malnutrizione acuta</a>. È la testimonianza dei tre atleti del Sudan, un Paese in perenne conflitto sin dalla sua indipendenza del 1956, dove oltre i tre quarti dei 42 milioni di abitanti sono a rischio di morte per fame e se il conflitto continua a intensificarsi, gran parte del Sudan potrebbe precipitare in una <a href="https://www.ipcinfo.org/ipc-country-analysis/details-map/en/c/1157066/?iso3=SDN" rel="noopener">carestia conclamata</a>.</p>
<p>L’<a href="https://sdgs.un.org/goals" rel="noopener">obiettivo n. 2</a> dall’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni unite prevede di porre fine alla fame entro il 2030, ma in questo contesto mondiale sembra proprio un obiettivo impossibile da raggiungere. Un Paese, il Sudan, dove l’aspettativa di vita delle donne è di 68 anni (57 in Sud Sudan e 85 anni in Italia), dove la violenza sessuale, così come i matrimoni forzati di donne e bambini sono diffusi. Tra l’aprile 2023 e il febbraio 2024 sono state 262 le donne <a href="https://www.hrw.org/report/2024/07/28/khartoum-not-safe-women/sexual-violence-against-women-and-girls-sudans-capital" rel="noopener">sopravvissute a violenza sessuale</a> di età compresa tra 9 e 60 anni.</p>
<p>La maggioranza degli atleti giunti a Parigi, il podio nemmeno lo sogna. Per molti però è il viaggio della vita, da realtà dove non ci sono palestre, divise, attrezzature, risorse, dedicate allo sport perché le necessità sono altre. Eppure partecipano per sé e per gli altri connazionali. Possono vincere la loro Olimpiade se qualcuno si accorge di loro, racconta la loro storia, la situazione di vita del loro popolo. I Giochi olimpici sono esperienze di divertimento e di formazione anche per chi si limita a seguirli in TV: dipende dai valori di riferimento.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Capitalismo, quanto mi costi!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/capitalismo-quanto-mi-costi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/capitalismo-quanto-mi-costi/</guid><pubDate>Fri, 19 Jul 2024 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>La trappola dell&amp;amp;rsquo;efficienza è il nuovo libro degli economisti Pier Giorgio Ardeni e Mauro Gallegati, che prende atto delle cose buone del capitalismo criticandone però i fortissimi impatti ambientali e sociali. È un riassunto di quanto accaduto in economia fino alle attuali crisi, che vuole spogliarla dai vecchi stracci del pensiero mainstream e aggiornarla sulle sfide di oggi: clima, salute e guerre.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/capitalismo-quanto-mi-costi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/capitalismo-quanto-mi-costi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, l’economia si sta facendo più “scientifica”. C’è, da parte degli economisti più ragionevoli, una maggiore attenzione alla verificabilità delle proprie teorie, un maggiore riguardo verso il mondo naturale e sociale circostante, altrimenti relegato a essere mera “esternalità”. Si pensi al concetto di <em>mission-oriented</em> di Mariana Mazzucato sul rapporto tra pubblico, privato, scienza e democrazia che è ormai parte integrante delle politiche economiche dell’Unione Europea; il nostro stesso PNRR è articolato in &ldquo;missioni&rdquo;, non a caso.</p>
<p>Non sapremmo quantificare quanti economisti stanno modernizzando il loro pensiero in questo senso rispetto a quelli ancora relegati al vecchio e scricchiolante mainstream. In ogni caso, c’è qualcuno che lo fa da sempre, come Pier Giorgio Ardeni, ordinario di economia dello sviluppo all’Università di Bologna, e Mauro Gallegati, ordinario di macroeconomia avanzata all’Università Politecnica delle Marche, che sono da poco usciti con <em><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-trappola-della-efficienza-capitalismo-nuovo-pier-giorgio-ardeni-mauro-gallegati/" rel="noopener">La trappola dell’efficienza. Ripensare il capitalismo per uno sviluppo diverso</a></em> (Luiss University Press, 2024).</p>
<p>Il libro tratteggia parte della storia dell’economia occidentale, raccontando la nascita e la crescita del capitalismo, riconoscendone tanto i benefici quanto i danni. La denuncia principale che regge tutto il libro è anzitutto rivolta agli strumenti concettuali con cui il pensiero mainstream descrive i fenomeni economici: con leggi e assiomi mutuati dalle leggi della meccanica classica newtoniana. Ottima per descrivere il moto di semplici palle da biliardo; pessima per arrogarsi il diritto di voler esaustivamente descrivere non tanto una fisica più complessa, ma una rete inestricabile di persone fatte di comportamenti razionali e irrazionali. È ingenuo infatti continuare a pensare che l’economia abbia a che fare con individui scollati con in tasca il portafoglio e la calcolatrice, governati dalla fatidica mano invisibile del mercato. Il premio Nobel Joseph Stiglitz (con cui Gallegati collabora, per altro) suggerisce una linea interpretativa: «La mano invisibile è invisibile perché non esiste».</p>
<p>Riconoscere la complessità della società di cui l’economia dovrebbe descrivere le sfaccettature, significa tra le altre cose fare i conti con il re degli indicatori economici: il PIL. È ormai cosa nota agli esperti (quasi tutti) quanto questo sia inadatto a rappresentare tutte le facce del benessere. Non misura la distribuzione della ricchezza, non misura il benessere reale (e non stiamo qui a ricordare per l’ennesima volta il celebre discorso di Bob Kennedy), non misura tutti gli impatti sull’ambiente e sulla società. E soprattutto, non può crescere per sempre e sempre più velocemente, se, in ultima istanza, dipende dallo sfruttamento di risorse fisiche reali che, come fisica ci insegna, non sono affatto infinite. Gli autori, accanto agli interessanti paragrafi di carattere storico, affiancano infatti anche considerazioni che riassumono le principali evidenze scientifiche sullo stato dell’ambiente, che ogni economista dovrebbe conoscere almeno un po'.</p>
<p>Inoltre, Gallegati e Ardeni mettono in luce quanto Covid-19, crisi climatica e guerre abbiano minato alla base dei principali assunti economici classici, riportando in auge il ruolo indispensabile degli stati. Ma attenzione, gli stati non possono più intervenire nell’economia solo nei momenti di crisi, ma anche “in tempo di pace”, ammesso che questo esista davvero.</p>
<p>Spesso gli economisti paragonano il mercato ai processi che caratterizzano l’evoluzione della specie di Darwin rifacendosi alla “legge del più forte”. Purtroppo non funziona così nemmeno l’evoluzione, dove chi si adatta meglio a determinati ambienti non è affatto detto che sia più “forte” (qualsiasi cosa voglia dire), ma dove esiste la cooperazione oltre che la competizione, la simbiosi oltre che il parassitismo. I due autori non ci fanno dimenticare le note parole di Margaret Thatcher, tra i principali fautori del pensiero economico liberista oggi da abbandonare: «La società non esiste, esistono solo gli individui».</p>
<p>Il capitalismo, si legge nel libro, è intrinsecamente instabile. Produce grandi ricchezze, ma per farlo crea altrettanti danni.</p>
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<p>Lo sviluppo del capitalismo industriale non sarebbe potuto avvenire senza il parallelo sviluppo dei mercati del capitale […]. Ma quei mercati, particolarmente nelle prime fasi, non sono particolarmente attrezzati a garantire i prestiti e le erogazioni, isolando quando possibile i fenomeni speculativi strumentali, o proteggendo gli investitori dagli effetti nefandi dei fallimenti. Il capitalismo delle origini è molto più “selvaggio” e improvvisato di quanto si potrebbe immaginare. Tanto quanto la costruzione di uno stabilimento nelle vicinanze di un corso d’acqua, possibilmente non troppo distante da una miniera, non è certamente guidata da alcuna programmazione territoriale o piano di urbanizzazione – e così la costruzione di alloggi per i lavoratori – così banche e compagnie finanziarie nascono in modo spontaneo grazie all’azione di pochi capitalisti desiderosi di mettere a frutto i loro capitali. Lo spontaneismo è a un tempo una grande leva di sviluppo e una grande incognita, perché espone al rischio le iniziative imprenditoriali.</p></blockquote>
<p>La transizione ecologica dipende fortemente dalla chiave economica interpretativa con cui la si imposta. Sebbene sia assolutamente indispensabile sostituire in massa gran parte delle tecnologie in circolazione che riguardano energia, trasporti, industria e agricoltura, è pericoloso pensare che si possa trattare di una mera sostituzione. La sostenibilità dello sviluppo, se non si vuole cadere in trappole retoriche, esiste solo se, come diceva il rapporto Brundtland dell’87, soddisfare i bisogni delle generazioni presenti non compromette quelli delle generazioni future. In altre parole, lo sfruttamento inevitabile delle risorse naturali – che esiste da quando esiste <em>Homo sapiens</em> – deve consumare e scartare non più di quanto la natura riesca a produrre e riassorbire. La tecnologia e l’efficienza sono indispensabili, ovviamente, ma le politiche economiche devono fare in modo che non si ripeta il classico esempio delle automobili: oggi sono molto più efficienti singolarmente, ma così tante di più del passato che complessivamente inquinano di più.</p>
<p>Verso la fine del libro, gli autori offrono anche una loro lettura, condivisibile per altro, sul rapporto tra scienza e politica – molto caro a noi di <em>Scienza in rete</em>.</p>
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<p>Tuttavia, la relazione tra scienza e politica è più complessa di un mero flusso lineare di informazioni o conoscenze dai generatori (scienziati) ai destinatari (decisori politici o altri attori politici). […] La mancanza di sostegno scientifico nella progettazione delle politiche non è il risultato di un “deficit di informazioni”, ma di un problema strutturale correlato agli interessi e agli atteggiamenti sia dei decisori che del pubblico. La maggior parte dei problemi che richiedono un processo decisionale che deve rispondere a un consenso sociale non possono essere affrontati solo avendo a disposizione maggiori e migliori informazioni o conoscenze. Come sappiamo, i responsabili politici sono orientati a obiettivi precisi, generalmente di corto respiro e a breve termine, e hanno capacità cognitive limitate, e quindi sono influenzati dai loro stessi interessi, ideologie e convinzioni quando elaborano le informazioni (e sono guidati da una combinazione di emozioni e ragionamento razionale, come ogni essere umano).</p></blockquote>
<p>Tra le raccomandazioni finali Ardeni e Gallegati ci ricordano che «non possiamo perseverare con una politica di privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle perdite». Sta tutto qui.</p>
<blockquote>
<p>Poiché il PIL misura beni e servizi che hanno un prezzo, un’epoca di costi marginali quasi nulli lo rende obsoleto. […] Questo cambio di prospettiva ci fa altresì passare dal concetto di proprietà a quello di uso di beni e servizi, in primis del reddito minimo di welfare e dal conflitto alla collaborazione (attraverso i commons collaborativi, cioè la divisione orizzontale del sistema economico – mi produco l’energia senza doverla acquistare da un grande fornitore, mi informo in rete, o divido l’uso delle auto – in una rete di connessioni tra agenti in cui una persona è al tempo stesso produttore e consumatore) tra lavoro e capitale. Non profetizziamo la morte della grande impresa, ma le nuove tecnologie metasostenibili […] di piccola scala lasciano immaginare reti di tanti piccoli produttori-consumatori.</p></blockquote>
<p>E ancora, propongono</p>
<blockquote>
<p>l’istituzione di un <em>dividendo sociale</em> – un reddito universale – finanziato dai trasferimenti di ricchezza ereditaria e dalla imposizione progressiva sui redditi. Lo Stato assume la proprietà “di circa il 50% delle ricchezze della società e utilizza il ricavo derivante dalla remunerazione del capitale per concorrere al finanziamento del dividendo sociale”. […] Per ridurre la disoccupazione e la disuguaglianza, è insufficiente operare solo sui flussi di reddito: occorre rivedere e redistribuire gli assetti proprietari. Inoltre, si devono introdurre misure fiscali su quanto è ritenuto socialmente indesiderabile.</p></blockquote>
<p>Come sanno i nostri lettori, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, e abbiamo visto quali sono gli uni e gli altri. Oggi la società ha bisogno di una economia più moderna, che aiuti la politica, la scienza e la società (e anche l’informazione) ad affrontare al meglio il secolo che terminerà nel 2100. Non si tratta solo di una necessità di perfezionismo accademico, ma di equità e giustizia sociale. Gli economisti sono un po’ come i politici e i giornalisti, sanno un po’ di tutto e sono tra le persone che hanno (o dovrebbero avere) un’immagine della società più completa. Gallegati e Ardeni ne sono un esempio e questo libro lo dimostra.</p>
<h4 id="segnaliamo-che-la-sera-del-31-luglio-chi-vi-scrive-presenterà-il-libro-assieme-a-mauro-gallegati-a-sirolo-an-in-piazza-gugliormella-ore-2130">Segnaliamo che la sera del 31 luglio chi vi scrive presenterà il libro assieme a Mauro Gallegati a Sirolo (AN) in piazza Gugliormella ore 21.30.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>UNICEF: la povertà alimentare colpisce un bambino su quattro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/unicef-poverta-alimentare-colpisce-bambino-quattro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/unicef-poverta-alimentare-colpisce-bambino-quattro/</guid><pubDate>Wed, 17 Jul 2024 11:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marzia Farrace</dc:creator><category>alimentazione</category><description>Sono 181 milioni i bambini sotto i 5 anni che vivono in condizioni di grave povertà alimentare: è quanto  emerge dal nuovo rapporto Child Food Poverty: Nutrition Deprivation in Early Childhood dell&amp;amp;rsquo;UNICEF, che ha  introdotto il concetto di povertà alimentare infantile per evidenziare la mancanza di accesso a una dieta nutriente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/unicef-poverta-alimentare-colpisce-bambino-quattro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/unicef-poverta-alimentare-colpisce-bambino-quattro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Bambini, fame, denutrizione, sono tre parole che non vorremmo mai più sentire nella stessa frase, non nel 2024, e invece oggi nel mondo un bambino su quattro (181 milioni di bambini sotto i 5 anni) vive in condizioni di grave povertà alimentare nella prima infanzia. Vale a dire bambini che sopravvivono con uno o due gruppi di alimenti al giorno e alcune volte anche meno.</p>
<p>L’UNICEF ha introdotto il concetto di povertà alimentare infantile, intesa come l’impossibilità dei bambini di accedere e consumare una dieta nutriente e diversificata nella prima infanzia, per portare la deprivazione alimentare e la scarsa qualità della dieta nella prima infanzia in primo piano negli sforzi globali per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sulla nutrizione dei bambini sotto i 5 anni.</p>
<p>Tra i bambini che vivono in condizioni di grave povertà alimentare, infatti, 4 su 5 sono nutriti solo con latte materno o prodotti caseari e con un alimento amidaceo di base, come riso, mais o grano. Meno del 10% riesce a mangiare frutta e verdura e meno del 5% uova, carne, pollame e pesce. Sul fronte opposto, diventa sempre più allarmante la percentuale di bambini che consumano cibi e bevande non salutari, cattive abitudini favorite da campagne di marketing allettanti e costi più accessibili per le famiglie.</p>
<p>È quanto emerge dal nuovo rapporto UNICEF <a href="https://www.unicefusa.org/sites/default/files/2024-06/UNICEF-Report-Child-Food-Poverty-2024.pdf" rel="noopener"><em>Child Food Poverty: Nutrition Deprivation in Early Childhood</em></a>, nel quale vengono analizzate le cause della povertà alimentare nella prima infanzia. Dal rapporto emerge come il reddito familiare non sia l’unico fattore di povertà alimentare infantile: questa è infatti presente sia nelle famiglie povere sia in quelle non povere, e situazioni come la crisi alimentare e nutrizionale globale, i conflitti e la crisi climatica stanno intensificando la grave povertà alimentare infantile, soprattutto in contesti fragili e umanitari.</p>
<p>La povertà alimentare infantile colpisce tutte le regioni del mondo, ma non tutte allo stesso modo: l’Asia meridionale e l’Africa subsahariana ospitano più di due terzi (123 milioni) dei 181 milioni di bambini che vivono in condizioni di denutrizione, pari al 68%, rispetto al 13% dell’Asia orientale e al 9% dell’America Latina e dei Caraibi.</p>
<h2 id="striscia-di-gaza-nove-bambini-su-dieci-soffrono-la-fame">Striscia di Gaza: nove bambini su dieci soffrono la fame</h2><p>La situazione più grave si registra nella Striscia di Gaza, dove oggi la povertà alimentare colpisce 9 bambini su 10, un dato impressionante frutto di mesi di guerre e ostilità che hanno portato al <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-sanitaria-gaza-silenzio-riviste-statunitensi/">collasso i sistemi alimentari e sanitari</a> e hanno avuto un impatto catastrofico su bambini e famiglie.</p>
<p>Da un monitoraggio dell’UNICEF è emersa un&rsquo;escalation senza precedenti della deprivazione alimentare: mentre nel 2020 solo il 13% dei bambini a Gaza viveva in condizioni di povertà alimentare, da dicembre 2023 ad aprile 2024 si stima che il loro numero sia cresciuto e che oggi sia compreso tra l’88% e il 95% il totale di bambini, che oggi sopravvivono con diete che comprendono due o meno gruppi alimentari al giorno.</p>
<p>Distruzione dei terreni agricoli, morte del bestiame, decimazione della flotta peschereccia, danneggiamento delle strutture di stoccaggio degli alimenti, sono solo alcune delle conseguenze del conflitto a cui si aggiungono le severe restrizioni all’importazione di beni commerciali e di forniture umanitarie nella Striscia di Gaza. Tutto questo ha privato e sta tutt’ora privando milioni di persone e soprattutto bambini del cibo, dell’acqua e del carburante di cui hanno bisogno.</p>
<h2 id="lalimentazione-dei-bambini-come-diritto-alla-vita">L’alimentazione dei bambini come diritto alla vita</h2><p>La povertà alimentare infantile nega ai bambini il diritto alla sopravvivenza, alla crescita e allo sviluppo. Una buona alimentazione e nutrizione sono un diritto di tutti i bambini, ovunque, e garantisce loro di godere della salute fisica e mentale, di svilupparsi e apprendere al massimo delle loro potenzialità.</p>
<p>Nonostante gli ultimi trent&rsquo;anni (1990-2020) siano stati caratterizzati da una riduzione del 60% della mortalità infantile al di sotto dei 5 anni e siano diminuiti del 44% i bambini con arresto della crescita, attualmente si stima che 372 milioni di bambini sotto i 5 anni siano carenti di vitamine e altri nutrienti essenziali, 148 milioni abbiano crescita e sviluppo bloccati a causa della malnutrizione cronica e 45 milioni soffrano di deperimento, la forma più pericolosa di malnutrizione infantile. Per contro, 37 milioni vivono in sovrappeso o obesità. Questi dati dimostrano che non riusciamo a soddisfare il diritto di ogni bambino a un’alimentazione e una nutrizione sane.</p>
<h2 id="combattere-la-malnutrizione-non-è-impossibile">Combattere la malnutrizione non è impossibile</h2><p>A livello globale, i progressi per porre fine alla grave povertà alimentare infantile sono lenti, ma alcune regioni e paesi stanno dimostrando che sono possibili. Il Perù, per esempio, è uno di questi, ed è l’unico paese al mondo che dispone di oltre un decennio di dati annuali sulla povertà alimentare infantile, per valutare i progressi e informare le politiche e i programmi. È grazie a questi dati che sappiamo come, tra il 2007 e il 2021, in Perù la povertà alimentare infantile è scesa dal 26% al 16%, mentre quella grave è scesa dal 7% al 2,7%. Questo progresso si riscontra in tutte le diverse regioni peruviane ed è più pronunciato tra i bambini delle famiglie più povere. Di grande efficacia è stato il programma di trasferimento condizionato di denaro per ridurre la povertà di reddito, la malnutrizione e la mortalità infantile. Le madri peruviane povere ricevono un trasferimento di denaro mensile di 30 dollari per dare loro la possibilità di portare i propri figli in clinica per un regolare monitoraggio della crescita e per consulenze, alimenti complementari fortificati, integratori vitaminici e sverminazione. Inoltre il programma nazionale di assicurazione sanitaria a sostegno delle famiglie più vulnerabili è andato ampliandosi nel tempo.</p>
<p>Invece, per contrastare l’obesità infantile, il paese ha introdotto una tassa del 25% sulle bevande ad alto contenuto di zucchero; inoltre tutti gli alimenti e le bevande trasformati devono riportare un’etichetta di avvertimento sulle confezioni se sono ad alto contenuto di zucchero, sale o grassi saturi. I genitori ricevono lezioni di cucina per imparare a preparare i pasti per i bambini piccoli con il giusto mix di gruppi alimentari.</p>
<p>È in Africa che troviamo un altro paese che ha fatto enormi progressi nel contrastare la fame dei più piccoli. Si tratta del Kenya, dove si è osservata una diminuzione incoraggiante della malnutrizione infantile, passata dal 35% nel 2008-2009 al 18% nel 2022.</p>
<p>A oggi però la povertà alimentare infantile si registra maggiormente nelle famiglie dedite prevalentemente alla pastorizia e che dipendono dal bestiame per il loro sostentamento e per l’alimentazione (latte, carne, sangue), famiglie che vivono in particolare nelle terre aride e semi-aride, esposte quindi a condizioni climatiche difficili. La percentuale di bambini interessati è di oltre il 40%. Siccità e aumento di popolazione riducono drasticamente la disponibilità di pascoli per l’allevamento; questo influisce negativamente sulla produzione di latte e costituisce di conseguenza una grave minaccia per lo stato nutrizionale dei bambini.</p>
<p>Nel 2021-2022 il governo è intervenuto, insieme a FAO, UNICEF e altri partner, a sostegno delle comunità pastorali attuando un programma che prevedeva la fornitura alle famiglie di mangimi per il bestiame, da sola o in combinazione con una consulenza settimanale sull’alimentazione dei bambini, per ridurre i picchi stagionali di deperimento infantile durante le stagioni di siccità.</p>
<p>I risultati sono stati molto incoraggianti: nei bambini sotto i 5 anni il consumo medio giornaliero di latte animale è aumentato di 200 ml tra le famiglie che hanno ricevuto solo i mangimi per il bestiame e di 240 ml tra le famiglie che hanno ricevuto sia i mangimi che la consulenza nutrizionale. Dati alla mano, si è visto che la probabilità di sperimentare la povertà alimentare si riduce del 44% nei bambini appartenenti a famiglie che hanno ricevuto solo mangimi per il bestiame e ben del 61% nei bambini di famiglie che hanno ricevuto sia cibo per il bestiame che consulenza nutrizionale.</p>
<h2 id="molteplici-cause">Molteplici cause</h2><p>L’insufficienza delle risorse finanziarie e le difficoltà di accesso agli alimenti nutrienti sono tra le principali cause di rischio per l’alimentazione dei bambini. Molte famiglie hanno infatti problemi nel trovare alimenti nutrienti nei mercati o nei negozi locali e difficoltà a raggiungerli per mancanza di mezzi di trasporto, strade chiuse o non sicure.</p>
<p>Ci sono anche fattori di disparità di genere che contribuiscono alla malnutrizione infantile: basti pensare che esistono contesti in cui le donne hanno un livello di istruzione basso e la loro autonomia e  capacità di prendere decisioni, per esempio su quali prodotti acquistare e quali somministrare ai propri figli, sono limitate. Inoltre, laddove le donne svolgono anche un’attività autonoma, tendono a essere gravate da un elevato carico di lavoro domestico che rende più difficile trovare il tempo per preparare pasti nutrienti per i bambini più piccoli.</p>
<h2 id="povertà-alimentare-arresto-della-crescita-e-deperimento">Povertà alimentare, arresto della crescita e deperimento</h2><p>Sono tantissimi anche i bambini che soffrono delle conseguenze della denutrizione: la percentuale di piccoli che vivono in condizioni di grave povertà alimentare, infatti, è tre volte superiore nei paesi con un’alta prevalenza di arresto della crescita, a conferma di quanto siano concatenate queste due problematiche.</p>
<p>Nel frattempo aumenta la percentuale di bambini che consumano cibi e bevande non salutari. In Nepal, per esempio, il 42% dei bambini che vivono in condizioni di grave povertà alimentare consuma alimenti ad alto contenuto di zuccheri, sale e grassi, e il 17% consuma bevande dolci.</p>
<p>«Ma possiamo cambiare questa situazione: porre fine alla povertà alimentare infantile è una scelta politica e le soluzioni sono ben note. Attingendo a esempi concreti e recenti, delineiamo un percorso per affrontare il problema, in modo da mettere al centro il diritto dei bambini all’alimentazione e alla nutrizione nella prima infanzia», afferma Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF. «Mobilitiamo l’impegno e le risorse dei governi, delle organizzazioni di sviluppo e umanitarie, della società civile, del mondo accademico e dell’industria alimentare» continua Russell. Un imperativo morale, ma anche una scommessa sul futuro.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La difficile necessità di contare i morti in guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/difficile-necessita-contare-morti-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/difficile-necessita-contare-morti-guerra/</guid><pubDate>Tue, 09 Jul 2024 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Mentre il mondo si riempie di nuovo di immagini di bambini feriti e uccisi, bisogna rendersi conto che i conflitti armati hanno implicazioni indirette sulla salute che vanno oltre i danni diretti della violenza. Anche se la guerra dovesse terminare immediatamente, nei mesi e negli anni successivi continueranno a esserci molti decessi indiretti. Per questo i tre autorevoli autori di una lettera appena pubblicata sulla rivista Lancet stimano in 186.000 il numero dei morti collegabili al conflitto di Gaza. Sono calcoli difficili da fare, ma necessari per documentare il conflitto e per parlarne con onestà.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/difficile-necessita-contare-morti-guerra-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/difficile-necessita-contare-morti-guerra-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I tre autorevoli mittenti della <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2901169-3/fulltext" rel="noopener">lettera</a> pubblicata sul numero del 5 luglio della rivista <em>Lancet</em> indicano in 186.000 la stima dei decessi attribuibili al conflitto nella Striscia di Gaza. Decessi diretti, quelli contemporanei alle azioni belliche, e decessi indiretti, quelli successivi attribuibili alla distruzione delle infrastrutture sociali e sanitarie, agli esiti invalidanti sulla popolazione, all’aumento delle patologie croniche e alle malattie infettive. Oltre alle lesioni acute e alla tragica perdita di vite umane, fra le ripercussioni della guerra va considerato come l’esposizione stessa alla violenza sia profondamente traumatica e abbia conseguenze permanenti sulla salute e sullo sviluppo, in particolare dei più piccoli, tra cui disabilità, ritardo dello sviluppo, malnutrizione, disturbo da stress post-traumatico e disturbi emotivi e comportamentali.</p>
<p>La distruzione delle infrastrutture e degli spazi sicuri (strutture mediche, scuole, aree gioco, biblioteche, centri sociali) priva la popolazione dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione di base e alla vita sociale, aggravando le avversità e l’insicurezza delle condizioni di vita create dalla guerra. Inoltre, gli effetti di un trauma prolungato possono persistere nell’età adulta ed essere trasmessi alla generazione successiva. Tutte quelle condizioni del vivere, durante e dopo la guerra, che creano una condizione cronica di morbilità: la guerra come determinante della salute, come ampiamente documentato, nella Striscia di Gaza come nel Donbass, o in uno degli attuali 56 conflitti in corso nel mondo. Come abbiamo raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/">qui</a>.</p>
<h2 id="la-contabilità-della-morte">La contabilità della morte</h2><p>Ma quante sono le vittime decedute nella Striscia? Secondo il Ministero della Salute di Gaza al 19 giugno 2024 le persone uccise erano 37.396. Numero contestato dalle autorità israeliane, ma ritenuto veritiero da parte delle Nazioni Unite e dall’Organizzazione mondiale della sanità che hanno condotto analisi e ricerche indipendenti. Qualsiasi conteggio risulta, comunque, difficile e parziale. Se il conto dei morti rappresenta la somma della mortalità ospedaliera, domiciliare e quella accidentale extradomestica in condizioni di guerra dove gran parte delle infrastrutture sanitarie, sociali, di culto e residenziali è stata distrutta, dove spesso è difficile ritrovare e ricomporre i cadaveri, dove il numero dei residenti varia per la fuga o l’allontanamento forzato della popolazione, una stima accurata dei decessi diretti è impresa difficile. È quanto succede nella Striscia di Gaza, dove oltre il 35% delle abitazioni è stato abbattuto dai bombardamenti e sotto le macerie giacciono circa 10.000 corpi. Inoltre il 30% delle vittime documentate non sono state identificate: morti privi di elementi che potessero permetterne il riconoscimento. Come i militi ignoti delle guerre di un tempo, combattute prevalentemente tra gli eserciti, a cui vanno aggiunti i dispersi. Circa 200.000, pari a un terzo di tutti i caduti, furono per esempio gli “ignoti” italiani della Prima guerra mondiale.</p>
<p>37.396 i morti contati e molto probabilmente sottostimati, sono i decessi diretti a cui vanno aggiunti gli indiretti per un totale di 186.00 attribuibili all’attuale conflitto a Gaza. È una stima conservativa di quattro decessi indiretti ogni decesso diretto, quella cui fanno riferimento i tre autori della lettera a <em>Lancet</em>, in accordo con i criteri indicati dall’<a href="https://www.unodc.org/documents/wdr/WDR_2008/WDR_2008_eng_web.pdf" rel="noopener">Office on Drugs and Crime</a> delle Nazioni Unite.</p>
<p>Conservativa e comunque drammatica perché indica che il 7,8% della popolazione residente a Gaza nel settembre 2023 è morta o morirà a causa degli attacchi militari israeliani.</p>
<p>I bambini <a href="https://www.savethechildren.net/what-we-do/emergencies/war-gaza" rel="noopener">stanno pagando il prezzo più alto</a> di questa guerra. Hanno perso la casa, i propri cari e, in molti casi, la vita, per le ferite da bombe, proiettili, crolli di edifici, ma anche per fame, malattie infettive e malattie croniche non curate. Sono oltre 20.000 i bambini che risultano attualmente dispersi: migliaia morti sotto le macerie, altri feriti in modo irriconoscibile da esplosivi, altri ancora sepolti in fosse comuni o anonime, oppure detenuti o rapiti.</p>
<h2 id="parlare-della-guerra-onestamente">Parlare della guerra onestamente</h2><p>La guerra è fatta anche di propaganda, di fake news e di lanci di numeri la cui accuratezza è difficile da valutare. Dopo due anni dall’invasione russa, secondo fonti ucraine, i morti tra le fila dell’esercito ucraino sarebbero stati 31.000, ma fonti statunitensi parlavano di circa 70.000. Cifre raddoppiate anche per i militari russi caduti.</p>
<p>Il lavoro di verifica delle informazioni per chi racconta la guerra è spesso laborioso, difficoltoso, può mettere a repentaglio la sicurezza personale, necessita di tempo e di cambiamenti politici e individuali in chi è coinvolto, sebbene necessario nell’interesse suo e di chi lo legge o lo ascolta. «C’è solo un modo per parlare della guerra: onestamente. Soltanto con l’onestà, possiamo conoscere la verità» scrive Nguyẽn Phan Quẽ Mai, scrittrice e poetessa vietnamita. Onestà, indipendenza, professionalità e contrasto alla propaganda difficili da garantire quando ci si affida, o si è costretti ad affidarsi, ai “comunicati ufficiali” delle parti in causa. La debolezza, in termini di autonomia, delle agenzie e organizzazioni internazionali è tale (come per l’ennesima volta dimostrato anche a Gaza) che un ruolo “terzo” nel monitoraggio del rispetto dei diritti umani e nell’applicazione degli appropriati interventi per il contenimento, se non l’eliminazione, delle disuguaglianze e dei crimini contro l’umanità è ancora un auspicio e una determinazione di pochi.</p>
<p>In questi (primi) mesi di guerra gli appelli al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza si sono succeduti caratterizzandosi per il profilo degli estensori, dei firmatari, dei destinatari, e per le diverse letture e prospettive del conflitto. La lettera di Rasha Khatib e collaboratori è una denuncia, ma anche un invito. La denuncia, per quanto circostanziata e interdisciplinare, fatta di testimonianze e condanne, della follia della guerra e delle violazioni massicce e ricorrenti dei diritti umani non sembra sufficiente e risulta inefficace nel prevenire o ridurre guerre e violenze contro le popolazioni. Eppure, se la denuncia è sostenuta da un’appropriata e continua analisi e da una riflessione in un clima di cooperazione, solidarietà, condivisione, democrazia e amore, nuovi sentieri possono essere tracciati e percorsi verso una società rispettosa dei diritti, delle risorse, delle culture e delle fedi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La crisi sanitaria a Gaza e il silenzio delle riviste statunitensi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-sanitaria-gaza-silenzio-riviste-statunitensi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-sanitaria-gaza-silenzio-riviste-statunitensi/</guid><pubDate>Wed, 05 Jun 2024 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>pace</category><description>La guerra a Gaza, in corso da otto mesi, sta danneggiando gravemente le strutture sanitarie e sta creando una crisi di malnutrizione e malattie trasmissibili. Nonostante la gravità della situazione, le riviste mediche statunitensi sono rimaste in gran parte in silenzio. A differenza di quelle internazionali: un articolo su JAMA denuncia la mancanza di discussione e sottolinea l&amp;amp;rsquo;importanza di un dialogo critico basato sulle prove, invitando le riviste mediche a superare l&amp;amp;rsquo;autocensura e affrontare apertamente le crisi sanitarie legate ai conflitti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/crisi-sanitaria-gaza-silenzio-riviste-statunitensi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/crisi-sanitaria-gaza-silenzio-riviste-statunitensi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La catastrofe provocata dagli ormai otto mesi di guerra a Gaza (oltre 35.000 morti, sfollamento forzato di 1,7 milioni di persone e almeno 450 attacchi alle strutture sanitarie, che hanno lasciato solo 15 dei 36 ospedali di Gaza in qualche modo funzionanti) coinvolge molteplici ambiti della medicina e della sanità, che vanno dalla salute infantile all&rsquo;assistenza ostetrica, dalle malattie infettive al trauma psicologico. Lo sfollamento di civili e la restrizione all&rsquo;ingresso e alla distribuzione degli aiuti umanitari hanno creato le condizioni per una grave malnutrizione acuta e per una carestia imminente e hanno provocato un netto aumento delle malattie trasmissibili: la morbilità e la mortalità per queste e altre cause continueranno ininterrotte per mesi, quand&rsquo;anche il &ldquo;cessate il fuoco&rdquo; iniziasse subito.</p>
<p>Poiché rispondere alle crisi di salute pubblica dovrebbe essere un imperativo morale (oltre che un dovere professionale) per chi opera in campo medico, colpisce l&rsquo;assenza di discussione circa l&rsquo;attuale crisi sanitaria a Gaza nelle riviste mediche accademiche con sede negli Stati Uniti, paese che pure storicamente ha svolto un ruolo di primo piano nella regione, essendo il principale donatore sia di aiuti militari all&rsquo;esercito israeliano sia di aiuti umanitari ai palestinesi. Al contrario di altre riviste extra USA, che <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2823%2902403-0/fulltext" rel="noopener">hanno pubblicato</a> diversi articoli relativi all&rsquo;attuale guerra a Gaza, scritti con una varietà di prospettive professionali e con voci sia israeliane sia palestinesi, la stampa accademica statunitense è rimasta in gran parte in silenzio, in quest&rsquo;occasione, mentre ha pubblicato articoli su altre crisi di simile natura, tra cui quelle in Ucraina e in Siria.</p>
<p>Nadir Ijaz, Anand R. Habib (entrambi di Yale), Matthew K. Wynia (bioeticista) e Lawrence O. Gostin (direttore dell&rsquo; O&rsquo;Neill Institute for National and Global Health Law) lo rilevano in un <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2819473" rel="noopener">articolo</a> pubblicato sul <em>Journal of the American Medical Association</em> (JAMA) il 30 maggio. Convinti che limitarsi a testimoniare non sia sufficiente, gli autori citano il compianto antropologo medico Paul Farmer (colui che ha imposto nella letteratura antropologica l&rsquo;espressione &ldquo;violenza strutturale&rdquo;): «Non si tratta solo di riconoscere la sofferenza degli altri. Si tratta anche di porsi la domanda: quanta di questa sofferenza è prematura o addirittura non necessaria, e cosa potremmo fare collettivamente per alleviarla?».</p>
<p>Tra le riviste mediche statunitensi con un fattore d&rsquo;impatto di 10 o superiore, <em>JAMA</em> si distingue per aver pubblicato due viewpoint (<a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2816997" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2812862" rel="noopener">qui</a>). Il viewpoint di Greenland, che proponeva alle riviste mediche una sorta di &ldquo;moderazione&rdquo; dei contenuti, suggerendo di evitare di discutere la politica della guerra negli articoli che trattano di assistenza sanitaria e di salute durante un conflitto, era stato corredato da un commento editoriale di Kirsten Bibbins-Domingo e Gregory Curfman (già caporedattore di <em>Harvard Health Publishing</em> e del <em>New England Journal of Medicine</em>) che, mentre assicuravano che <em>JAMA</em>, come altre riviste, pratica regolarmente la moderazione come parte del processo di editing, ma basata sulla qualità e sull&rsquo;importanza dei contenuti scientifici piuttosto che su opportunità di allineamento, facevano notare che, dal momento che frequentemente i punti di vista sugli ostacoli o le disparità nell&rsquo;assistenza sanitaria prendono in considerazione le forze sociali, culturali e politiche che danno loro forma, fare distinzioni quando si riportano le stesse questioni in tempo di guerra sembra comportare il rischio di censura o, nella migliore delle ipotesi, di incoerenza logica. Naturalmente, le riviste devono procedere con cautela quando è in gioco un conflitto ma, accettandoli, i redattori di <em>JAMA</em> avevano giudicato equilibrati entrambi gli articoli sul conflitto a Gaza, seppure su posizioni speculari.</p>
<p>Proprio richiamandosi all&rsquo;intenzione di <em>JAMA</em> di non implementare alcuna forma di moderazione nell&rsquo;affrontare le conseguenze sulla salute delle guerre, ma di ricercare il massimo dell&rsquo;equilibrio e dell&rsquo;imparzialità, Nadir Ijaz e colleghi ritengono che, laddove eventi legati a politiche nazionali o internazionali influenzino la salute pubblica, le riviste mediche hanno il diritto e il dovere di esprimere considerazioni accademiche basate sulle prove, specie in periodi in cui è diffusa la disinformazione. Per esempio, quando alcuni media popolari hanno messo in dubbio l&rsquo;attendibilità dei rapporti ufficiali sulla mortalità palestinese, sottoporre i dati a revisione paritaria ha fornito le prove dell&rsquo;accuratezza di questi rapporti; allo stesso modo, dovrebbe essere effettuata una contabilità accurata dei costi umani a lungo termine della guerra.</p>
<p>La stampa medica avrebbe un ruolo cruciale nella difesa della libertà accademica e del dialogo critico; eppure, sul tema della guerra a Gaza, l&rsquo;autocensura spesso interviene ancor prima che i manoscritti raggiungano le scrivanie dei redattori delle riviste. Un recente <a href="https://www.chronicle.com/article/scholars-who-study-the-middle-east-are-afraid-to-speak-out" rel="noopener">sondaggio</a> del Middle East Scholar Barometer, un progetto inter-universitario che mira a sondare le valutazioni degli studiosi statunitensi di Medio Oriente e Nord Africa su questioni critiche del giorno, ha rilevato che l'81% di loro sente il bisogno di autocensurarsi quando si tratta di criticare Israele e l'11% di essi lo fa quando si tratta di criticare i palestinesi; non è escluso che ciò sia la conseguenza dei casi (documentati) della messa a tacere istituzionale di singoli medici e ricercatori sanitari dopo il 7 ottobre.</p>
<p>In passato è successo che importanti riviste mediche abbiano riconosciuto la loro complicità in ingiustizie storiche attraverso quanto avevano o non avevano pubblicato (anche <em>Scienza in rete</em> ne ha parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-medicina-nazista/">qui</a>), ma la scelta di rimanere in silenzio di fronte a una tale crisi sanitaria fa dubitare che la medicina accademica abbia veramente imparato dai propri errori. A chi sostiene che debba mantenere la neutralità astenendosi dal pubblicare articoli relativi ad argomenti &ldquo;politici&rdquo; come la guerra e i disastri umanitari provocati dagli umani, gli autori dell&rsquo;articolo di <em>JAMA</em> rispondono che persino la scelta di astenersi dal pubblicare è di per sé una decisione politica ed è una decisione intrinsecamente in contrasto con la missione medica.</p>
<p>I determinanti politici rafforzano i determinanti sociali e logistici della salute, come l&rsquo;accesso al cibo, all&rsquo;acqua potabile, all&rsquo;alloggio e all&rsquo;elettricità. La &ldquo;violenza strutturale&rdquo; e la deprivazione sociale e materiale che determinano le disuguaglianze sanitarie nei territori palestinesi occupati sono state ampiamente documentate per anni. Ignorare selettivamente questi fattori di disuguaglianza sanitaria e le barriere all&rsquo;accesso all&rsquo;assistenza in questi luoghi non farà altro che perpetuare il verificarsi di crisi umanitarie e di salute pubblica provocate dagli umani, lì o altrove.</p>
<p>Gli autori invitano, quindi, le principali riviste mediche con sede negli Stati Uniti a creare spazio per un dialogo critico, equo e basato sulle prove sull&rsquo;attuale crisi a Gaza, anche per creare un precedente per future crisi simili. Come per qualsiasi argomento, dovrebbero essere garantite una verifica dettagliata dei fatti, la citazione dei riferimenti e la divulgazione dei conflitti d&rsquo;interesse; i commenti dovrebbero essere equilibrati e, idealmente, costruttivi, riflettendo una gamma di prospettive basate sulle prove. A lungo termine, auspicano che le riviste progrediscano verso una rappresentanza razziale ed etnica diversificata nei comitati editoriali e degli autori ed effettuino verifiche su eventuali pregiudizi presenti negli articoli pubblicati. Creando spazio per il dibattito anche sugli argomenti più controversi, le riviste possono spingere le maggiori istituzioni mediche, le università, a fare lo stesso. Solo così la comunità medica accademica e i cittadini nel loro complesso possono andare oltre il semplice riconoscimento della sofferenza causata agli umani dagli umani e cercare i modi per mitigarla.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un 110 da abolire: il disegno di legge sull’AI rimedierà ai problemi del “Codice privacy”</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/110-abolire-disegno-legge-sull-rimediera-problemi-codice/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/110-abolire-disegno-legge-sull-rimediera-problemi-codice/</guid><pubDate>Mon, 03 Jun 2024 09:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giuseppe Gennari</dc:creator><category>dati</category><description>La recente riforma dell’articolo 110 del Codice dei dati personali prometteva di sostenere la ricerca medico-scientifica, ma in realtà crea più problemi di quanti ne risolva. L’unica speranza, per la ricerca basata sui dati, è l’approvazione rapida del disegno di legge sull’AI.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/110-abolire-disegno-legge-sull-rimediera-problemi-codice-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/110-abolire-disegno-legge-sull-rimediera-problemi-codice-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Due norme, una approvata di recente e una ancora in fase di approvazione, hanno scosso la comunità scientifica italiana. La prima è la modifica dell’articolo 110 del Codice dei dati personali, che (apparentemente) semplifica la raccolta di dati per la ricerca medica ma in realtà la limita e la rende meno gestibile; l’altra è l’articolo 8 del disegno di legge sull’AI che prevede, nel rispetto della normativa comunitaria, un regime generale di semplificazione per l’uso anche secondario dei dati necessari alla ricerca medica e non solo, dunque, di quelli relativi alla salute.</p>
<p>Questa differenza (sottile ma fondamentale) è quella che distingue una norma che penalizza la ricerca e il contributo, per esempio, dei centri di ricerca finanziati dai pazienti, da una norma che, invece, tutela il bene comune a prescindere da chi lo persegue.</p>
<h2 id="ricerca-uso-secondario-dei-dati-e-interesse-pubblico-nel-ddl-ai">Ricerca, uso secondario dei dati e interesse pubblico nel DDL AI</h2><p>Il disegno di legge «recante disposizioni e delega al governo in materia di intelligenza artificiale» è stato annunciato dal governo qualche settimana fa. La strada perché il documento divenga norma dello stato è ancora lunga e probabilmente accidentata, come insegnano le tante iniziative legislative arenatesi nelle paludi parlamentari. Tuttavia, su alcuni aspetti la presa di posizione dell’esecutivo è chiara e, auspicabilmente, destinata a mantenersi ferma. Uno di questi è il tema della IA applicata alla ricerca scientifica e, a cascata, della ricerca in quanto tale.</p>
<p>L’articolo 8 del disegno di legge prevede che «i trattamenti di dati, anche personali, eseguiti da soggetti pubblici e privati senza scopo di lucro per la ricerca e la sperimentazione scientifica nella realizzazione di sistemi di intelligenza artificiale per finalità di prevenzione, diagnosi e cura di malattie, sviluppo di farmaci, terapie e tecnologie riabilitative, realizzazione di apparati medicali, incluse protesi e interfacce fra il corpo e strumenti di sostegno alle condizioni del paziente, di salute pubblica, incolumità della persona, salute e sicurezza sanitaria, in quanto necessari ai fini della realizzazione e dell’utilizzazione di banche dati e modelli di base, sono dichiarati di rilevante interesse pubblico in attuazione dell&rsquo;articolo 32 della Costituzione e nel rispetto di quanto previsto nell&rsquo;articolo 9 lettera g) del Regolamento UE 679/16» (GDPR).</p>
<h2 id="cosa-significa-larticolo-8-del-ddl-ai-per-la-ricerca">Cosa significa l’articolo 8 del DDL AI per la ricerca</h2><p>Sotto il profilo della gerarchia delle fonti, l’intervento sarebbe davvero di non poco momento, in quanto introdurrebbe nel sistema una norma di rango primario abrogativa di ogni preesistente disposizione incompatibile (incluse le disposizioni del codice dei dati personali).</p>
<p>Il portato pratico della disposizione è che, nei settori indicati, è consentito l’utilizzo dei dati particolari indicati dall’articolo 9 GDPR (altrimenti vietato) e non è necessario chiedere il consenso del paziente proprio per via della prevalenza dell’interesse collettivo alla salute. Inoltre, ai medesimi fini sopra indicati - specifica il comma 2° dell’articolo 8 - è sempre autorizzato l’uso secondario degli stessi dati personali privi di elementi identificativi diretti senza necessità di ulteriore consenso dell’interessato ove inizialmente previsto dalla legge (cioè se la se la legge impone l’acquisizione del consenso per l’uso primario)¹. I trattamenti sono solamente subordinati ad approvazione dei comitati etici interessati e comunicazione preventiva all’Autorità Garante, la quale può sempre intervenire per controllare e - se del caso - sanzionare con pienezza di poteri.</p>
<p>Ora, se le cose dovessero davvero rimanere in questi termini, saremmo di fronte a un cambio di passo di assoluto rilievo e che chiaramente detterebbe le regole per la ricerca in campo medico anche al di là di quella connessa all’utilizzo della intelligenza artificiale.</p>
<h2 id="il-ddl-ai-riconosce-il-valore-pubblicistico-della-ricerca">Il DDL AI riconosce il valore pubblicistico della ricerca</h2><p>Francamente è un poco sconfortante dovere attendere un intervento normativo tanto esplicito per affermare quello che avrebbe già dovuto essere ovvio. La promozione della ricerca scientifica è posta, dalla nostra Costituzione, tra i principi fondamentali che conformano il modello repubblicano. Il valore della ricerca si pone al di sopra dei diritti fondamentali, di cui è strumento di attuazione. Il diritto alla libera espressione del pensiero nel campo delle arti e delle scienze, all’istruzione, ma anche alla salute - se pensiamo proprio all’ambito sanitario - sono attuati grazie alla ricerca. Sull’altro versante, la disciplina del trattamento dei dati, erroneamente confusa e sovrapposta con un inesistente (nel nostro ordinamento) diritto alla privacy tout court, regola diritti individuali che vanno interpretati in modo recessivo rispetto a interessi pubblici generali che riguardano il bene comune.</p>
<p>D’altronde il GDPR consente di essere interpretato in modo più flessibile quando sono in gioco le necessità della ricerca². Insomma, se si riesce a superare quella vera e propria isteria per la privacy che fa ormai parte della narrativa contemporanea, ci si accorge che, collocando i valori sociali nella corretta prospettiva ordinamentale, vi erano già ampi margini per liberare la ricerca scientifica da impostazioni burocratiche ingiustificate.</p>
<h2 id="le-interpretazioni-estemporanee-del-concetto-di-uso-secondario">Le interpretazioni estemporanee del concetto di “uso secondario”</h2><p>Chiunque pratichi il mondo scientifico, per esempio, avrà dovuto fare i conti con singolari interpretazioni del concetto di “uso secondario” per cui se sono stati raccolti dei dati per la ricerca sulla patologia A non possono essere riutilizzati per fare ricerca sulla patologia B senza chiedere nuovamente il consenso ai pazienti.</p>
<p>Degli anni in cui ho fatto parte del comitato etico dell’Università statale di Milano rammento bene che buona parte del tempo dedicato alla discussione dei singoli progetti era destinato alla disamina analitica, oserei dire minuziosa, di ridondanti moduli per l’acquisizione del consenso alla partecipazione.</p>
<h2 id="perché-il-nuovo-articolo-110-del-codice-dei-dati-personali-è-un-problema-e-non-una-soluzione">Perché il nuovo articolo 110 del Codice dei dati personali è un problema e non una soluzione</h2><p>Il lettore puntiglioso potrebbe osservare che il legislatore nazionale ha già dedicato la sua attenzione alle necessità della ricerca scientifica. Come è noto, infatti, il 1° maggio 2024 è entrata in vigore la nuova versione dell’articolo 110 del codice dei dati personali, salutato da media di lungo corso e operatori di settore come un fondamentale punto di svolta. L’articolo rende non necessario il consenso dell’interessato al fine di ricerca scientifica: dunque, che si vuole di più?</p>
<p>In prima battuta sembrerebbe che questa norma abbia effettivamente risolto i problemi, ma viste da vicino le cose sono molto diverse. Anche la versione emendata della predetta disposizione è, infatti, ben meno efficace di come potrebbe sembrare. Tanto per iniziare, l’articolo 110 non è norma di “sistema” e non potrebbe esserlo, stante la sua collocazione. Quindi, non afferma quell&rsquo;importante statuizione generale e di principio per cui l’interesse pubblico è identificato normativamente (anche) nella ricerca scientifica.</p>
<p>Oltre a ciò, l’articolo 110 definisce dei limiti obiettivi e subiettivi alla sua applicazione di sapore tutto dirigista e passatista. Infatti, l’ambito di operatività della norma è esattamente quello dei dati “relativi alla salute”, ove l’articolo 8 di futura introduzione definisce il suo nel trattamento dei “dati, anche personali”.</p>
<p>La sfumatura non è di poco conto. L’attività di ricerca basata sui big data e sui metodi per analizzarli non è affatto limitata allo studio confinato della “patologia” e delle sue espressioni e non si avvale esclusivamente di dati concernenti la salute.</p>
<p>L’elaborazione di strumenti di potenziamento e interfaccia corpo/macchina, la prevenzione sanitaria, la salute pubblica - per dire - sono settori di ricerca che hanno come obiettivo ultimo quello di migliorare o tutelare la condizione psicofisica dell’individuo, ma che utilizzano dati individuali (antropometrici, fisiologici, fenotipici&hellip;) non strettamente pertinenti la salute, ma relativi, in senso ampio al funzionamento dell’organismo. Cosicché limitare un regime di maggiore favore solo ai dati concernenti la salute costituisce una limitazione e una disparità di trattamento non giustificabile.</p>
<p>Ma anche sotto l’aspetto degli “attori” della ricerca non mancano perplessità. L’articolo 110 si rivolge solo a soggetti che operano in forza di legge o nell’ambito di programmi di ricerca sanitaria funzionali al perseguimento degli obiettivi del Sistema sanitario nazionale. Rimangono fuori le associazioni e le fondazioni private finanziate dai pazienti. Il mondo no profit resta incredibilmente escluso dal regime normativo di favore, creando ancora una disparità del tutto immotivata (se non in un’antistorica ottica statalista) proprio quando si reclama - anche da parte pubblica - l’intervento della ricerca privata dotata di fondi che lo stato non è in grado di mettere in campo.</p>
<p>Ben diverso è l’atteggiamento culturale dell’articolo 8 del disegno di legge, il quale pone giustamente l’accento sul fine per il quale viene svolta una determinata attività di ricerca scientifica, non sulla fonte normativa che istituisce il soggetto che svolge la ricerca. Esso stabilisce un distinguo basato sulle finalità e non sui soggetti che la perseguono: maggiore facilità per chi (soggetto pubblico o privato) persegue fini obiettivi di interesse collettivo, controllo più esteso per chi ha (legittimi) obietti di guadagno.</p>
<p>Di regola, mi astengo dal commentare testi legislativi in corso di approvazione. Fino alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale tutto può accadere. Ma questa volta la posta in gioco è troppo alta per rimanere in silenzio e, anzi, c’è da sperare che i riflettori sull’articolo 8 del disegno di legge sull’IA rimangano accesi fino alla sua approvazione definitiva.</p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-in-modo-del-tutto-conseguenziale-con-quanto-disposto-dallarticolo-5-comma-1-lett-b-gdpr-che-stabilisce-che-luso-secondario-di-dati-per-interesse-pubblico-e-ricerca-scientifica-è-possibile-anche-se-i-dati-sono-stati-raccolti-per-finalità-iniziali-diverse">1. In modo del tutto conseguenziale con quanto disposto dall’articolo 5 comma 1, lett. B) GDPR che stabilisce che l’uso secondario di dati per interesse pubblico e ricerca scientifica è possibile anche se i dati sono stati raccolti per finalità iniziali diverse.</h4><h4 id="2-larticolo-14-comma-3-lett-d-esclude-il-diritto-dellinteressato-alla-cancellazione-dei-dati-trattati-per-interesse-pubblico-e-ricerca-scientifica-larticolo-14-comma-5-esclude-lobbligatorietà-della-informativa-agli-interessati-nei-casi-di-interesse-pubblico-e-ricerca-scientifica-quando-comunicare-tali-informazioni-risulta-impossibile-o-implicherebbe-uno-sforzo-sproporzionato-lart-21-comma-6-esclude-la-possibilità-di-opporsi-al-trattamento-dei-dati-per-interesse-pubblico">2. L’articolo 14 comma 3, lett. D) esclude il diritto dell’interessato alla cancellazione dei dati trattati per interesse pubblico e ricerca scientifica; l’articolo 14, comma 5 esclude l’obbligatorietà della informativa agli interessati nei casi di interesse pubblico e ricerca scientifica quando comunicare tali informazioni risulta impossibile o implicherebbe uno sforzo sproporzionato; l’art. 21 comma 6 esclude la possibilità di opporsi al trattamento dei dati per interesse pubblico.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Giornata Mondiale Senza Tabacco: i riflettori accesi sull'industria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria/</guid><pubDate>Thu, 30 May 2024 20:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo D'Argenio</dc:creator><category>economia</category><description>In Italia, il consumo di tabacco rimane il principale rischio per la salute, responsabile del 20% dei decessi per malattie non trasmissibili tra le persone sotto i 70 anni. Nonostante ciò, l&amp;amp;rsquo;industria del tabacco è spesso presentata come una risorsa per il Paese, per la sua capacità di creare posti di lavoro e contribuire all&amp;amp;rsquo;economia. C&amp;amp;rsquo;è, insomma, una significativa contraddizione; e i dati mostrano come, grazie soprattutto ai nuovi prodotti (come e-cig e sigarette a tabacco riscaldato), l’industria del tabacco stia raggiungendo i suoi scopi: rendere dipendenti dal tabacco le nuove generazioni ed evitare l’uscita dalla dipendenza dei fumatori che vogliono smettere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il consumo di tabacco resta in Italia il primo fattore di rischio per la salute: gli <a href="http://ihmeuw.org/6g3m" rel="noopener">si possono attribuire</a> il 20% dei decessi per malattie non trasmissibili, tra le persone con meno di 70 anni.</p>
<p>Di fronte a questi dati, è singolare rilevare che i temi relativi alle modalità di diffusione di questa epidemia, ai suoi determinanti e alle misure di prevenzione siano raramente trattati non solo dai nostri media, ma anche dalla pubblicistica medica. Invece, se volgiamo lo sguardo ad altri aspetti, come la produzione, affiorano spesso sulla stampa notizie in cui l’industria del tabacco non viene messa in relazione agli otto milioni di morti che provoca ogni anno nel mondo, ma viene presentata come un’industria che crea posti di lavoro e rappresenta una risorsa per il Paese. Il settore agricolo-industriale del tabacco è una risorsa, crea ricchezza, garantendo più di mezzo punto del PIL, come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=bp1GBWpXig8" rel="noopener">ha recentemente affermato</a> l’Amministratore delegato di Philip Morris Italia. Ma, allora, il tabacco fa bene o fa male all’Italia?</p>
<p>È difficile comprendere questa contraddizione se non si fa un passo indietro.</p>
<h2 id="quando-il-consumo-di-tabacco-era-una-cosa-normale">Quando il consumo di tabacco era una cosa normale</h2><p>La storia dell’epidemia del consumo di sigarette in Italia nel ‘900 è stata descritta come un <em>love affair</em>, una lunga storia d’amore cominciata con la Grande guerra, e continuata dopo la Seconda guerra mondiale, con l’apertura alle sigarette americane a seguito del piano Marshall. La sigaretta ha conquistato nel tempo vari strati della società diventando un prodotto di consumo di massa: in Italia negli anni ’50 fumavano 7 uomini su 10. Sperimentare le sigarette e cominciare a fumare era, per gli adolescenti, una sorta di rito di passaggio all’età adulta.</p>
<h2 id="cè-un-grosso-guaio">C’è un grosso guaio</h2><p>La seconda metà del ‘900 è dominata invece dalla progressiva scoperta degli enormi danni per la salute provocati dal fumo e dal lento avvio del conflitto tra gli stati, interessati a proteggere la salute dei cittadini e l’industria, interessata alla crescita del mercato. Quest’ultima cerca di contrastare il progresso delle conoscenze seminando il dubbio e creando sistematicamente controversie scientifiche sui risultati della ricerca pubblica. Secondo gli storici e i tribunali <a href="https://www.tabaccoendgame.it/wp-content/uploads/2018/10/Sommario-Monografia-Economia-Tabacco-OMS.pdf" rel="noopener">si trattò</a> di un’azione volta deliberatamente a falsificare la realtà.</p>
<p>Lentamente, sulla spinta delle opinioni pubbliche, diversi stati, compresa l’Italia, misero a punto norme per regolare vari aspetti della produzione e consumo dei tabacchi: il divieto di pubblicità, di fumare nei locali aperti al pubblico per la protezione dei non fumatori, di vendita ai minori, le avvertenze sanitarie stampate sui pacchetti.</p>
<p>Nel 2003, l’OMS dà vita alla Convenzione quadro per il controllo del tabacco che impegna gli stati aderenti ad applicare le politiche previste e a partecipare alle decisioni. La Convenzione riconosce che esiste un conflitto inconciliabile tra salute e industria del tabacco e prevede misure per proteggere le decisioni dall’interferenza.</p>
<p>Nel 2005, l’Italia ratifica la Convenzione dell’OMS. Con questo atto, sembra chiudersi un ciclo: l’Italia si è dotata di una regolazione del tabacco all’avanguardia, inoltre ha dismesso l’apparato del monopolio statale e sospeso le sovvenzioni alle coltivazioni. Libera dal ricatto occupazionale, può ora difendere la salute dei suoi cittadini.</p>
<p>D’altro canto, l’industria non poteva più mettere in discussione la nocività del tabacco e neppure il diritto degli stati di proteggere la salute pubblica con regole restrittive. Le vendite di sigarette crollano dalle 101.595 tonnellate del 2001 alle 65.000 del 2018 e la prevalenza di fumatori si riduce dal 35% del 1980 al 24% del 2000 al 19% del 2020.</p>
<h2 id="lindustria-diventa-impresentabile">L’industria diventa impresentabile</h2><p>In alternativa alle misure restrittive decise dagli stati, l’industria proponeva varie forme di autoregolamentazione, cercando di annullare l’impatto delle norme o almeno dilazionarne l’applicazione. Ma le resta un grande problema: spiegare perché continua a produrre e vendere un prodotto che ammazza la metà dei suoi consumatori. Comincia così a sviluppare una retorica costruita sul valore della libertà: un adulto consapevole deve essere libero di fumare, purché sia informato dei danni prodotti dal tabacco. Alla stessa stregua, le aziende devono essere libere di competere per offrire al consumatore il prodotto migliore, senza regolamentazioni che frenano la concorrenza virtuosa. Si arriva al paradosso che il venditore di un prodotto che crea dipendenza, rendendo schiavi i consumatori, afferma di battersi per la libertà. Ma, come vedremo, Big Tobacco è la maestra del paradosso.</p>
<p>Più solido, anche se fallace, appare l’altro punto forte della narrazione dell’industria: essere parte essenziale di una filiera del tabacco che include anche le aziende agricole e le tabaccherie, capace di produrre ricchezza e di rendere miliardi di entrate fiscali per lo Stato.</p>
<p>Comunque, nei primi anni del nuovo secolo, fumare sta diventando fuori moda. Lontani sono i tempi di <a href="https://www.tabaccologia.it/filedirectory/PDF/2_2016/4-2_2016.pdf" rel="noopener">Marlboro country</a> (con tutti e quattro gli interpreti del cowboy nello spot morti, uno dopo l’altro, a causa del fumo), l’industria del tabacco è sempre più impresentabile per il pubblico, ma anche per gli investitori: i modelli di business non sembrano più sostenibili nel lungo termine. Big Tobacco sembra messa all’angolo.</p>
<h2 id="lindustria-del-tabacco-reagisce-con-un-progetto-a-lungo-termine">L’industria del tabacco reagisce con un progetto a lungo termine</h2><p>La crisi strutturale del mercato del tabacco apre uno spazio per la ricerca di alternative idealmente non nocive alla sigaretta. Nel 2004 le prime sigarette elettroniche, le e-cig, vengono commercializzate da start-up, ma ben presto anche Big Tobacco entrerà in questo mercato. Nel 2014 comincia la vendita dei primi prodotti del tabacco riscaldato. Dal 2004 l’industria del tabacco incrocia l’esplosione dei social media, che rappresentano uno strumento formidabile per connettere i produttori con i consumatori. Per i venditori dei nuovi prodotti del tabacco, si apre un far west senza regole, straordinario per far crescere la domanda, grazie anche al coinvolgimento di influencer che promuovono i nuovi prodotti. Tipicamente, l’influencer è un giovane che partecipa a eventi esclusivi, come party o concerti, e poi posta foto e storie che promuovono un prodotto o una marca.</p>
<p>Un esempio interessante per l’Italia è la pubblicità <a href="https://www.instagram.com/glo_italia/" rel="noopener">su Instagram</a>, del device glo della British American Tobacco, che è sponsor di eventi, artisti, cantanti, sportivi, sistematicamente rilanciati sul social. Ma ci sono video Youtube meno sofisticati con tutorial accessibili a qualsiasi tredicenne, che può così apprendere come creare e personalizzare il liquido della propria e-cig.</p>
<p>Non solo social media però: quando nel 2014, la Philip Morris lancia il device iQOS e i kit di tabacco Heets, destinato a un target di giovani molto tech e molto cool, crea una rete di vendita esclusiva, composta dalle cosiddette “embassy”. Ed ecco come descrive quella di Milano <a href="https://www.picamemag.com/iqos/" rel="noopener">il webmagazine <em>Picame</em></a>: «Spazi dall’eleganza ricercata, […] in cui si svolgono eventi culturali, party e spettacoli, dove il design è il vero protagonista. Elementi distintivi […] le installazioni di Arthur Huang, elementi modulari che ridefiniscono i volumi, iconici nella forma e innovativi nella progettazione, perché forniscono luce, purificano l’aria e sono realizzati con materiali di recupero e con le stick di ricarica di iQOS. Di cosa si tratta? Dell’ultimo ritrovato in fatto di riduzione dei rischi legati al consumo di tabacco».</p>
<p>Ma i produttori di sigarette elettroniche competono anche sullo sviluppo di nuove versioni del device (fino a ora, ben <a href="https://www.tabaccoendgame.it/prodotti/sigarette-elettroniche-prodotti/oms-necessaria-la-regolamentazione-delle-sigarette-elettroniche/" rel="noopener">cinque generazioni di e-cig</a>) e tanti e-liquid con centinaia di aromi diversi, da quelli fruttati ai cremosi, ai tabaccosi ecc. A poco a poco, da prevalentemente olfattiva l’esperienza sensoriale diventa prevalentemente gustativa, un sapore che copre quello della sostanza della dipendenza, la nicotina, che può essere quindi assorbita senza dover provare l’asprezza del fumo tradizionale.</p>
<p>A questo punto, l’industria si prepara a introdurre un terzo prodotto, le <em>nicotine pouches</em>, i sacchetti di nicotina, che ne consentono l’assorbimento attraverso la mucosa orale. I sacchetti di nicotina hanno <a href="https://www.tabaccoendgame.it/politiche/oms-convenzione-politiche/cop10/gli-aromi-dei-sacchetti-di-nicotina/" rel="noopener">centinaia di sapori</a>. Oltre ai gusti più popolari (frutta, frutta ghiacciata, menta/mentolo), le aziende offrono un’ampia varietà: per esempio quelli con nomi di bevande alcoliche, caffè o tè e gusti speziati destinati a gruppi culturali specifici, fino ai <em>concept flavours</em>, gusti dai nomi evocativi (Spiced Blonde, Cosmic Dust, Midsummer Night) che non esistono in natura. Con i sacchetti, l’esperienza della nicotina diventa un gioco per bambini, anche se la dipendenza che si acquisisce è la stessa di quella del tabacco.</p>
<p>Insomma, l’industria si presenta rinnovata: un ampio portafoglio di prodotti tradizionali del tabacco insieme a nuovi prodotti definiti a “rischio ridotto”, diffusi tramite un marketing completamente rinnovato e una rete distributiva più ricca. L’industria offre i nuovi prodotti sia ai novizi, cui rende più facile e dolce l’acquisizione della dipendenza, sia ai clienti che vogliono abbandonare il fumo grazie a queste alternative intese come meno rischiose.</p>
<h2 id="litalia-un-paese-preferito">L’Italia, un paese preferito</h2><p>Possiamo solo intuirne i motivi, ma il fatto è che prima Philip Morris e poi BAT scelgono l’Italia come paese in cui fabbricare i nuovi prodotti del tabacco e sperimentare le tecniche di marketing e lobbistiche. Philip Morris ha costruito, nel distretto industriale di Bologna, la fabbrica del prodotto di punta del tabacco riscaldato: l’iQOS (acronimo di <em>I Quit Ordinary Smoking</em>, e già dal nome si intuisce che non si tratta solo di un prodotto ma di una nuova strategia industriale).</p>
<p>I vertici degli enti locali interessati e del governo partecipano alla cerimonia della posa della prima pietra. In quella occasione, alla presenza del Ceo di Philip Morris André Calantzopoulos, l’allora primo ministro Matteo Renzi pronuncia un significativo <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_vjTC51mjy8" rel="noopener">discorso</a> che comincia con: «Il futuro è oggi!», in cui mette l’accento sulla capacità di visione e di innovazione di Philip Morris e assicura l’appoggio dell’Italia. Appoggio che si rivela fondamentale per la rapida autorizzazione al commercio del prodotto e non è mai venuto meno, resistendo al cambiamento delle maggioranze. Grazie al sostegno di governo e parlamento, i nuovi prodotti del tabacco ottengono un regime fiscale di favore e un sostanziale via libera alla loro promozione pubblicitaria.</p>
<p>Mentre prima l’industria dichiarava: «Il fumo fa male, ma fumare è una libera scelta», ora, paradossalmente, l’industria basa la sua narrazione sulla salute: il fumo fa male e bisogna andare verso l’eliminazione delle sigarette. Propone quindi la visione di un mondo “senza fumo” grazie alla sostituzione delle sigarette tradizionali con nuovi prodotti che forniscono sì la nicotina, la molecola che crea e mantiene la dipendenza, ma siccome non c’è combustione del tabacco - sostiene l’industria - sono a rischio ridotto.</p>
<h2 id="fabbrica-nuova-valori-nuovi-gli-argomenti-della-lobby-economica-del-tabacco">Fabbrica nuova, valori nuovi: gli argomenti della lobby economica del tabacco</h2><p>Questa rinnovata industria del tabacco crea i suoi prodotti in una fabbrica avveniristica e pulita che produce device elettronici, frutto di ricerca e innovazione come suggeriscono i nomi evocativi e il design minimal. Allo stesso modo, l’architettura delle nuove fabbriche è studiata per trasmettere un messaggio: non siamo quelli di prima, i nostri prodotti non sporcano, non puzzano, non bruciano come quelli di prima e forse… non fanno male come quelli di prima.</p>
<p>Se le fabbriche vanno bene, anche il Paese va bene perché il business coinvolge tutta la filiera del tabacco. Per esempio, sotto l’egida del ministero delle Politiche Agricole, l’industria stipula accordi con le organizzazioni professionali per l’acquisto del tabacco italiano, sostenendo la tabacchicoltura, da decenni in declino. Ovviamente, anche la rete distributiva ne beneficia: ai tabaccai si aggiungono i negozi specializzati. Tutti ci guadagnano.</p>
<p>Ma, assieme alla motivazione economica, c’è altro: i valori. Perché la nuova industria si presenta come soggetto responsabile sotto il profilo ambientale e sociale, persegue la parità di genere. È una fabbrica, quella dei nuovi prodotti del tabacco, premiata come <em>top employer</em>, qualsiasi cosa ciò voglia dire. Questa immagine positiva è artefatta e costruita grazie a un’azione lobbistica che si sviluppa con la collaborazione di istituti di ricerca e <em>think tank</em> che, in Italia, fanno da cerniera tra mondo economico, media e mondo politico. Per esempio, in collaborazione con l’industria, la European House Ambrosetti lancia la Think Tank Platform sulla revisione del trattamento fiscale dei prodotti del tabacco, sigarette elettroniche e tabacco riscaldato.</p>
<p>D’altra parte, Philip Morris diventa sponsor del Forum di Cernobbio, organizzato da Ambrosetti, incontro annuale cui partecipano politici e imprenditori di altissimo livello, ottenendo una sessione dedicata ai nuovi prodotti del tabacco. Sono finiti i tempi in cui l’industria del tabacco era impresentabile. Ora, mettendo sotto al tappeto la polvere dei miliardi di sigarette vendute ogni anno e i circa 60.000 decessi all’anno attribuibili al tabacco in Italia, questa stessa industria è nel salotto buono.</p>
<h2 id="la-lobby-scientifica-della-riduzione-del-danno">La lobby scientifica della “riduzione del danno”</h2><p>La lobby dell’industria si basa su un assunto: i nuovi prodotti comportano meno rischi per la salute rispetto alle sigarette, una affermazione che deve essere “certificata” dalla scienza. Ecco allora che l’industria crea un settore di ricerca: nel 2018 nasce presso l’Università di Catania, il Centro di eccellenza per l’accelerazione della riduzione del danno (CoHEAR), sostenuto con circa 8 milioni di dollari nel 2019 (che diventeranno 23) dalla Foundation for a Smoke Free World, a sua volta finanziata interamente da Philip Morris. (vedi <a href="https://tobaccotactics.org/article/coehar/" rel="noopener">Tobacco Tactics &gt; Cohear</a>). Il CoHEAR è attivo nella ricerca sui nuovi prodotti del tabacco e in quello della comunicazione, che include frequenti interventi sui mass media e un’offerta di formazione per i giornalisti. Le prese di posizione di questo Centro trovano accoglienza su vari organi di stampa.</p>
<p>Un <a href="https://www.tabaccoendgame.it/news/in-che-modo-lindustria-del-tabacco-cerca-di-sovvertire-la-convenzione-quadro-per-il-controllo-del-tabacco/" rel="noopener">esempio recente</a> di come si muove il CoHEAR è la campagna contro la decima Conference of Parties della Convenzione quadro per il controllo del tabacco del febbraio 2024. La campagna si avvia con una lettera aperta del CoHEAR alla Commissione Europea e si conclude con la partecipazione del fondatore del CoHEAR, <a href="https://tobaccotactics.org/article/riccardo-polosa/" rel="noopener">Riccardo Polosa</a> a un evento, la Good Cop, svoltosi nella stessa città e negli stessi giorni della Conferenza OMS.</p>
<p>Più di recente, è nato un Osservatorio sulla riduzione del danno (MOHRE), un gruppo non orientato alla ricerca ma alla pressione sulle istituzioni. Il comitato scientifico di MOHRE include anche alcuni clinici esperti di trattamenti per smettere di fumare. Il Comitato ha recentemente inviato una <a href="https://mohre.it/chi-siamo/" rel="noopener">lettera</a> al Commissario UE Stella Kiriakides esprimendosi a favore dei nuovi prodotti del tabacco. La lettera argomenta la proposta facendo riferimento all’utilizzo della sigaretta elettronica nel trattamento del tabagista, confondendo l’approccio clinico in favore del singolo fumatore con la strategia di sanità pubblica il cui oggetto è tutta la popolazione che comprende anche gli individui che non fumano. Su questa base è stato costituito un <a href="https://mohre.it/nasce-lintergruppo-parlamentare-stili-di-vita-e-riduzione-del-rischio-obiettivo-rimettere-al-centro-la-prevenzione-a-tutti-i-livelli/" rel="noopener">intergruppo parlamentare</a>.</p>
<h2 id="le-trappole-della-riduzione-del-danno">Le trappole della riduzione del danno</h2><p>La posizione tradizionale del ministero della Salute è: sigarette elettroniche e tabacco riscaldato non sono parte di una strategia di sanità pubblica sul tabacco. Questo punto di vista non nega che le sigarette elettroniche possano essere utilizzate in un setting clinico, per singoli individui che intendono smettere di fumare. Sottolinea invece che i nuovi prodotti del tabacco, utilizzati come prodotti di consumo, sono dannosi per la salute della popolazione che è composta da persone che non hanno mai fumato, ex-fumatori e fumatori.</p>
<p>Attualmente in Italia i nuovi prodotti del tabacco sono in libera vendita e godono già di un grande sconto fiscale, rispetto agli altri prodotti del tabacco. I governi non lo ammettono pubblicamente, ma stanno applicando proprio la politica suggerita dall’industria, incluso il “liberi tutti” della pubblicità sul web. I nuovi prodotti del tabacco hanno avuto grandi agevolazioni in Italia, a cominciare dal carico fiscale ridotto in un primo tempo al 10%. Grazie a questa aliquota ridotta, si stima che nel solo 2021, l’industria abbia incassato 1,2 miliardi di euro in più. Soldi sottratti alle casse dello Stato. (Leggi su <em>Altroconsumo</em>: <a href="https://www.altroconsumo.it/azioni-collettive/sigarette-elettroniche-e-tabacco-riscaldato" rel="noopener">I privilegi fiscali che nuocciono alla salute</a>).</p>
<h2 id="il-trend-delle-vendite-e-i-suoi-effetti">Il trend delle vendite e i suoi effetti</h2><p>Come mostra la figura, la vendita di sigarette continua a diminuire, come prima dell’introduzione del tabacco riscaldato. Invece, le vendite dell’insieme dei prodotti del tabacco hanno ripreso ad aumentare, grazie alla performance del tabacco riscaldato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria-body-1.jpg.webp 907w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="907" height="571" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questa figura non tiene conto delle vendite di sigarette elettroniche, i cui dati non sono stati ancora resi disponibili dall’Agenzia delle Dogane e Monopoli</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giornata-mondiale-senza-tabacco-riflettori-accesi-sullindustria-body-2.png.webp" alt="" width="650" height="368" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Trend di uso di sigarette tradizionali e dispositivi elettronici (<a href="https://www.epicentro.iss.it/passi/dati/fumo" rel="noopener">dati PASSI 2008-2023</a>)</p>
<p>L’ultima figura mostra la prevalenza percentuale di consumatori di sigarette tra gli italiani dai 18 ai 69 anni, dal 2008 al 2023 (<a href="https://www.epicentro.iss.it/passi/dati/fumo" rel="noopener">dati Passi</a>). È possibile distinguere: la prevalenza in diminuzione dell’uso di sole sigarette, l’andamento in aumento dell’uso di sigarette e dispositivi, la prevalenza in aumento di soli dispositivi elettronici. Per interpretare correttamente questi dati bisogna tener presente che l’uso congiunto di sigarette tradizionali e dispositivi non comporta benefici per la salute. Il trend in diminuzione del fumo in Italia si è di fatto arrestato, mentre aumenta l’uso di dispositivi.</p>
<p>A questo bisogna aggiungere che i tentativi di smettere di fumare si stanno riducendo e che l’uso dei nuovi prodotti è particolarmente elevato tra i giovani e i giovanissimi per poter concludere che l’industria del tabacco sta raggiungendo i suoi scopi: rendere dipendenti dal tabacco le nuove generazioni ed evitare l’uscita dalla dipendenza dei fumatori che vogliono smettere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ponte sullo Stretto e disinformazione scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ponte-stretto-disinformazione-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ponte-stretto-disinformazione-scientifica/</guid><pubDate>Wed, 29 May 2024 14:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><description>Nei giorni scorsi la rubrica &amp;amp;ldquo;Data Room&amp;amp;rdquo; di Milena Gabanelli è stata dedicata al Ponte sullo Stretto, con una parte sugli studi scientifici sul rischio sismico che lo renderebbero un&amp;amp;rsquo;opera azzardata. Peccato che le fonti e le argomentazioni utilizzate abbiano rivelato gravi errori e approssimazioni. Si può pensare quello che si vuole sul Ponte, essere giustamente cauti e prendere il tempo che ci vuole prima di passare alla fase esecutiva del progetto. Ma per favore riportiamo con serietà quello che dice la scienza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ponte-stretto-disinformazione-scientifica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ponte-stretto-disinformazione-scientifica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il dibattito sul Ponte sullo Stretto di Messina si è riacceso in questi giorni, complici la campagna per le elezioni del Parlamento europeo e un <a href="https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ponte-stretto-messina-ecco-perche-non-si-puo-fare/88ef9080-1b56-11ef-8cfa-884ad9d08ed8-va.shtml" rel="noopener">articolo</a> pubblicato sul <em>Corriere della sera</em> del 27 maggio a firma di Domenico Affinito e Milena Gabanelli, per la rubrica “Data Room”.</p>
<p>L’articolo rileva una serie di limiti nella progettazione dell’opera, che ricordiamo sarebbe il ponte sospeso più lungo del mondo, con una distanza tra le due torri pari a 3.300 metri, circa il 60% in più del più lungo ponte sospeso costruito a oggi, quello di Çanakkale in Turchia, lungo 2.000 metri.</p>
<p>Tra i limiti individuati dai due giornalisti c’è quello della progettazione sismica, ed è su questo che vogliamo concentrarci.</p>
<p>I due autori portano una serie di argomenti per dimostrare che il progetto del 2011, quello da cui è ripartito il governo Meloni per riavviare la realizzazione del ponte nel 2023, e l’aggiornamento presentato a ottobre scorso dal consorzio Eurolink, incaricato di costruire il ponte, non considerino adeguatamente il rischio sismico che minaccerebbe la struttura. Ricordiamo che questa sarebbe effettivamente costruita in una delle zone a maggiore sismicità del paese. Il 28 dicembre 1908 alle 5:20 del mattino Messina e Reggio Calabria vennero scosse da un terribile <a href="https://ingvterremoti.com/2023/12/28/28-dicembre-1908-una-story-maps-per-ricordare-lalba-di-dolore-sullo-stretto/" rel="noopener">terremoto</a>, che provocò oltre 75.000 morti. Si tratta del terremoto più intenso mai registrato in Europa da quando esistono le stazioni sismiche (110 furono quelle sparse nel mondo che rilevarono il terremoto quella mattina) e si stima abbia avuto magnitudo 7,1.</p>
<p>Tuttavia, gli argomenti proposti da Gabanelli e Affinito, sono estremamente deboli, quando non del tutto falsi. La valutazione di un’opera tanto complessa, e costosa, è necessariamente multidimensionale e qui non abbiamo l’ambizione di farne una esaustiva. Vogliamo solo sottolineare che se l’iniziativa ha dei limiti, questi non vanno cercati dove non ci sono. Ma cominciamo.</p>
<p>Gli autori affermano che nel 2021 “le università di Catania e Kiel annunciano la scoperta di una faglia attiva di 34,5 chilometri lungo lo stretto di Messina, mai mappata, che ha deformato il fondale marino e che è in grado di scatenare terremoti di magnitudo 7,1 - il livello massimo sopportabile dalla struttura. L’aggiornamento del progettista non ne tiene conto”.</p>
<p>Lo studio cui si riferiscono è stato <a href="https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685" rel="noopener">pubblicato</a> sulla rivista <em>Earth-Science Reviews</em> e coordinato da Giovanni Barreca, geologo dell’Università di Catania. Barreca e collaboratori propongono una nuova ipotesi su forma, posizione e caratteristiche della faglia responsabile del terremoto del 1908 che ebbe, appunto, magnitudo 7,1. L’ipotesi di Barreca e dei suoi coautori si aggiunge a una decina di altre avanzate dagli scienziati a partire dagli anni Settanta (<a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1365-3121.1992.tb00583.x" rel="noopener">qui</a> lo studio più citato, firmato nel 1992 da Gianluca Valensise e Daniela Pantosti dell’INGV). Questi studi si basano su vari tipi di dati, ma tutti considerano quelli relativi alla variazione del livello del suolo osservata dopo la scossa del 1908 e raccolti fortuitamente dall’ingegner Antonio Loperfido dell’Istituto geografico militare.</p>
<p>Lo studio coordinato da Barreca aggiunge dati di tomografia del fondale marino ottenendo una conclusione diversa dagli studi precedenti. Conclusione tuttavia contestata da due diversi gruppi di ricercatori (<a href="https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103866" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0012825222000459" rel="noopener">qui</a>) sulle pagine della stessa rivista a distanza di qualche mese dalla pubblicazione iniziale.</p>
<p>Per quel che riguarda la seconda affermazione di Gabanelli e Affinito su questo studio, cioè che la relazione di aggiornamento del progetto non ne tenga conto, basta sfogliare le sue 555 pagine, <a href="https://cloudshare.strettodimessina.it/index.php/s/SC9sFGEkEe4ejna" rel="noopener">disponibili</a> sul sito della Stretto di Messina Spa, per vedere che a pagina 82 quello studio viene citato tra quelli che saranno presi in considerazione nel passaggio dal progetto definitivo a quello esecutivo, necessario ad avviare le opere di costruzione. Il Comitato scientifico, nominato dalla Stretto di Messina e incaricato di rivedere la relazione di aggiornamento, ha concordato su questa necessità (pagina 14 del <a href="https://cloudshare.strettodimessina.it/index.php/s/8TD5QDSGnare4TQ" rel="noopener">Parere</a> del Comitato).</p>
<p>A conclusione di queste osservazioni, ne va aggiunta una di metodo.</p>
<p>Nel progettare un’opera così complessa, il modo in cui viene considerato il rischio sismico è molto poco sensibile ai dettagli di forma, posizione e caratteristiche della faglia sorgente, come spiegato in un <a href="https://www.nature.com/articles/d43978-024-00040-3" rel="noopener">articolo</a> di approfondimento pubblicato su <em>Nature Italy</em>. Si fonda infatti su considerazioni di natura statistica, basate per lo più sulla storia dei terremoti in un’area di circa 300 chilometri intorno al punto di attraversamento del ponte. Analizzando i dati storici si determina il terremoto con tempo di ritorno di 2.000 anni, il massimo terremoto a cui una struttura di questa portata deve resistere. Per confronto, le normali abitazioni vengono progettate per resistere a terremoti con tempi di ritorno pari a 500 anni, quindi molto meno intensi.</p>
<p>Un approccio complementare a questo ma poco esplorato nel progetto del 2011 è quello che gli scienziati chiamano <em>physics-based</em>, che parte invece proprio dalle caratteristiche della faglia ritenuta responsabile del terremoto di progetto, ne simula lo scivolamento e ne propaga gli effetti attraverso la crosta terrestre tenendo anche in considerazione il tipo di suolo incontrato dalle onde sismiche che le può amplificare o attenuare. “Negli ultimi dieci anni ci sono stati progressi nelle simulazioni basate su modelli fisici e un aumento notevole delle capacità di calcolo, questo approccio potrebbe essere ampliato nel passaggio al progetto esecutivo&quot;, ha spiegato a <em>Nature Italy</em> Ezio Faccioli, ingegnere sismico, consulente per il progetto del 2011 e membro dell’Expert panel che affianca il consiglio di amministrazione della Stretto di Messina.</p>
<p>Eurolink ha dichiarato nella relazione di aggiornamento che amplierà questo approccio, oltre a tenere in considerazione altre novità, come le sequenze sismiche misurate nel 2016 nell’Italia Centrale. In quell’occasione infatti vennero registrate accelerazioni record, probabilmente perché i sismografi erano per la prima volta vicini agli epicentri. Quelle misure hanno convinto i ricercatori che i modelli a loro disposizione sottostimavano le accelerazioni vicine all’epicentro. Faccioli però non si aspetta sorprese da queste ulteriori analisi, “penso che i margini di sicurezza introdotti nella progettazione antisismica dell’opera siano sufficienti ad assicurare che la struttura resista a quelle accelerazioni”. Ha anche aggiunto che “non bisogna commettere l’errore di progettare la struttura per terremoti di intensità arbitrariamente grande. Ci sono dei limiti all’intensità dettati dalle caratteristiche sismo tettoniche dell’ambiente dello Stretto”.</p>
<p>Più avanti nell’articolo, Affinito e Gabanelli affermano che esiste un nuovo studio realizzato dal Comune di Villa San Giovanni che identificherebbe una nuova faglia sul versante calabrese dello Stretto e che cadrebbe esattamente nel punto in cui si progetta di ancorare al suolo una delle due torri del ponte. Non ci sono riferimenti precisi allo studio ma la fonte che sembra più plausibile è una serie di articoli pubblicati sulle pagine palermitane della <em>Repubblica</em>. Lo studio in questione sarebbe stato realizzato dall’ingegnere Paolo Nuvolone a titolo gratuito per il Comune di Villa San Giovanni, non ancora pubblicato su alcuna rivista scientifica e dunque non sottoposto al giudizio dei pari.</p>
<p>L’impressione è che Affinito e Gabanelli non abbiano dimestichezza con il processo di produzione della conoscenza scientifica, che prevede un continuo aggiustamento delle ipotesi più plausibili, sempre affette da incertezza, e un vaglio collettivo di tali aggiustamenti.</p>
<p>Se c’è un punto, per quel che riguarda la progettazione e la costruzione del ponte, su cui è fondamentale che i giornalisti vigilino è che il progettista onori le promesse fatte nella sua relazione di aggiornamento e la cui necessità è stata confermata dal Comitato scientifico della Stretto di Messina.</p>
<p>I punti da considerare sono molti e la progettazione esecutiva richiede tempo. Durante le audizioni parlamentari svolte ad aprile 2023 un rappresentante della WeBuild, la società capofila del consorzio Eurolink, aveva affermato che sarebbero stati sufficienti 8 mesi per sviluppare il progetto esecutivo visto che il progetto preliminare era stato realizzato con grande dettaglio. Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini continua ad affermare che, nonostante nel frattempo siano arrivate ulteriori e numerose osservazioni da parte della commissione di valutazione di impatto ambientale, i cantieri apriranno nel 2024. La pressione politica è alta, ma gli esperti ritengono non cauto comprimere il passaggio alla fase esecutiva del progetto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rapporto delle Nazioni Unite: la parità di genere è ancora lontana per tantissime donne</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-nazioni-unite-parita-genere-ancora-lontana-tantissime/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-nazioni-unite-parita-genere-ancora-lontana-tantissime/</guid><pubDate>Mon, 27 May 2024 09:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marzia Farrace</dc:creator><category>dati</category><description>Invece di polemiche ideologiche, ogni tanto fa bene dare un’occhiata ai numeri. Ogni giorno 800 donne muoiono durante il parto, altre 200 non possono prendere decisioni sulla propria salute né dire di no ai rapporti sessuali con il partner e quasi una donna su dieci al mondo non può scegliere se usare o meno metodi contraccettivi. Sono solo alcuni dei dati contenuti nell’ultimo rapporto dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione uscito da poco. Che mostra che in alcuni campi non si sono fatti progressi o addirittura si è regrediti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rapporto-nazioni-unite-parita-genere-ancora-lontana-tantissime-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rapporto-nazioni-unite-parita-genere-ancora-lontana-tantissime-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Oggi nel mondo quasi una donna su dieci non può scegliere se usare o meno metodi contraccettivi. Ogni giorno 800 donne muoiono durante il parto, altre 200 non possono prendere decisioni sulla propria salute né dire di no ai rapporti sessuali con il marito o il partner. Su un altro fronte, l’omofobia costa al mondo 126 miliardi di dollari all’anno, mentre il miglioramento delle condizioni legali per le persone LGBTQIA+ è associato a un aumento di 2.000 dollari del PIL pro capite.</p>
<p>Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nell’ultimo <a href="https://www.unfpa.org/publications/state-world-population-2023-8-billion-lives-infinite-possibilities" rel="noopener">rapporto</a> dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione uscito ad aprile scorso. Il rapporto, stilato ogni anno, ci racconta in modo puntuale le diverse condizioni di vita delle donne a livello mondiale.</p>
<p>Un rapporto che quest’anno assume particolare rilievo, perché esce a trent&rsquo;anni di distanza dalla grande Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (ICPD) che si è tenuta al Cairo nel 1994. Un evento che ha visto la partecipazione di 179 Paesi e ha prodotto un accordo globale che ha fatto epoca, perché per la prima volta ha posto al centro dello sviluppo le persone.</p>
<p>Obiettivo e motore trainante dell’ICPD del 1994 erano stati l’abbattimento e la riduzione dell’emarginazione e della discriminazione, ma anche crescita economica, equità e parità di genere, riduzione della mortalità infantile e materna, promozione di un accesso universale ai servizi di salute riproduttiva, compresa la pianificazione familiare e la salute sessuale. A trent’anni di distanza emerge invece che ancora oggi fattori come il genere, le condizioni socio-economiche, l’etnia, l’orientamento sessuale, la disabilità, continuano a essere motivo di discriminazioni e stigmatizzazioni, oltre a contribuire alle disparità nell’accesso all’assistenza sanitaria. A fare la differenza è soprattutto in quale parte del mondo si nasce.</p>
<p>Un altro dato preoccupante è che il rapporto UNPFA mostra che le disparità tra i Paesi sono aumentate in modo significativo e che quelle all’interno dei Paesi stessi sono ancora più ampie. Dal 1994 a oggi la popolazione mondiale è passata da 5,7 miliardi a 8,1 miliardi: «Otto miliardi di fili, ognuno dei quali è unico, uniti per comporre il tessuto dell’umanità come un arazzo», queste le parole con cui Natalia Kanem, direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, ha fatto riferimento al titolo del rapporto <em>Vite intrecciate, fili di speranza: porre fine alle disuguaglianze in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi</em>.</p>
<h2 id="i-dati-come-diritto-umano">I dati come diritto umano</h2><p>Dopo l’ICPD del Cairo, la qualità e la quantità di dati raccolti sono migliorate, e questi aiutano a orientare nuovi programmi e nuovi investimenti. Nel corso di questi trent&rsquo;anni, infatti, cifre e dati sono diventati ampiamente disponibili e affidabili, per esempio quelli sull’entità della mortalità materna e sulla disabilità. I dati raccolti dalle istituzioni internazionali e dai governi nazionali sono ora comunemente disaggregati per sesso, reddito, località ed età.</p>
<p>Resta però ancora molto da fare per ottenere un quadro completo di tutte le forme di emarginazione, perché i dati su etnia, razza, lingua, religione, status migratorio e identità LGBTQIA+ sono ancora scarsi. Un problema che non riguarda solo il Sud del mondo: è possibile osservare difformità nella raccolta dei dati in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Canada, dove per esempio la mortalità materna è stata maggiore nel 2020 rispetto al 1990.</p>
<p>Stati Uniti e Regno Unito sono tra i pochi Paesi al mondo in cui queste disparità vengono rese visibili, perché sono gli unici a disporre di sistemi di dati disaggregati, che consentono, quindi, di raccogliere dati sulla salute materna suddivisi per razza o etnia. Il Canada, al contrario, nella sorveglianza materna non distingue tra gruppi di popolazione, nonostante l’evidenza di barriere basate sulla razza nell’accesso e nell’utilizzo dell’assistenza sanitaria materna. È quindi impossibile sapere se l’aumento della mortalità materna nel Paese nel corso del tempo sia stato universale o concentrato tra determinate sottopopolazioni. Laddove i dati esistono, evidenziano le persistenti disuguaglianze dei gruppi emarginati, non solo tra i neri e le persone di origine africana ma anche tra gli indigeni, nel riuscire ad accedere alle cure sanitarie.</p>
<p>È stato proprio un rapporto UNFPA, pubblicato nel 2023, che per la prima volta ha esaminato gli indicatori di salute materna tra le donne e le ragazze di origine africana e quelle con altre origini, in tutto il mondo: i risultati dello studio hanno dimostrato che le morti materne tra le afroamericane laureate sono 1,6 volte superiori a quelle delle donne bianche non laureate o con meno di un diploma di scuola superiore.</p>
<h2 id="dal-1994-a-oggi-progressi-e-regressi">Dal 1994 a oggi: progressi e regressi</h2><p>Leggere i dati contenuti nel rapporto UNFPA 2024 è in parte incoraggiante, perché mostrano i progressi degli ultimi trent&rsquo;anni, grazie all’ampio consenso ricevuto su scala mondiale da parte dei diversi punti in agenda. Ma accanto alla persistenza di obiettivi ancora da realizzare, un’altra buona parte dei dati forniti ci pone di fronte a una realtà impietosa, perché ci mette a conoscenza di un rallentamento e a volte un vero e proprio stallo.</p>
<p>Tra il 2000 e il 2020 la mortalità materna globale è diminuita del 34%, dal 1990 al 2021 il numero di donne che utilizzano metodi di contraccezione moderna è raddoppiato, dal 2000 le nascite da madri adolescenti sono diminuite di circa un terzo, nell’ultimo decennio si è registrata una diminuzione del 7% delle adolescenti sottoposte a mutilazioni genitali femminili. Numeri incoraggianti dunque. Tuttavia anche i risultati apparentemente raggiunti possono essere a rischio o quanto meno continuamente messi in discussione. Lo dimostra, tra l’altro, per quanto riguarda i contraccettivi, proprio l’esperienza italiana di denuncia dell’attività di un gruppo pro-life che realizza corsi di formazione per gli insegnanti, nei quali demonizza l&rsquo;uso dei contraccettivi ormonali e dei preservativi, sostenendo che sarebbero pericolosi per la salute delle donne i primi e dannosi per l&rsquo;intimità della coppia i secondi. <em>Scienza in rete</em> lo ha raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/">qui</a>.</p>
<p>Un segnale inequivocabile che i progressi rallentano è il fatto che, tra il 2016 e il 2020, la riduzione annuale globale della mortalità materna è stata pari a zero, con oltre il 70% delle morti materne collocate nell’Africa sub-sahariana, dove si trovano molti dei Paesi meno sviluppati del mondo e i sistemi sanitari sono più fragili. Una donna che sperimenta complicazioni durante la gravidanza e il parto nel continente africano ha circa 130 volte più probabilità di morire rispetto a una donna che vive in Europa o in Nord America.</p>
<p>Un altro dato che emerge è che il 40% delle donne (nei 32 Paesi di cui abbiamo a disposizione i dati) ha visto diminuire la propria capacità di esercitare il potere decisionale sul proprio corpo.</p>
<p>Le donne con disabilità hanno fino a dieci volte più probabilità di quelle senza disabilità di subire violenza di genere, compresa quella sessuale. Le ricerche dimostrano che le donne e le ragazze con disabilità, infatti, sono spesso vittime di pregiudizi che mettono in dubbio la loro capacità di prendere decisioni sulla propria vita sessuale e riproduttiva, da parte di opinione pubblica, partner e operatori sanitari. Emerge inoltre che la disabilità rappresenta una causa di esclusione da un’educazione sessuale completa e per alcune donne questa discriminazione può anche tradursi in sterilizzazione forzata.</p>
<h2 id="ancora-troppe-le-madri-adolescenti">Ancora troppe le madri adolescenti</h2><p>Nel mondo le complicazioni dovute alla gravidanza e al parto sono la principale causa di morte tra le adolescenti quando vanno incontro a una gravidanza precoce. La maternità precoce, soprattutto per le adolescenti più giovani, è «Una forma di violenza di genere. È una violenza costringere una persona ad affrontare una gravidanza o a fare qualcosa con il suo corpo che non vuole fare», afferma Carmen Barroso, co-presidente del Gruppo indipendente di responsabilità nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite.</p>
<p>E ancora una volta i dati sono importanti: si stima che ogni anno si verifichino mezzo milione di nascite da ragazze tra i 15 e i 19 anni, conseguenza del fatto che per molte di loro è difficile praticare un aborto sicuro e per tante altre semplicemente accedere a metodi contraccettivi o addirittura poter decidere di farlo. Il fenomeno <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aborto-gravidanza-contraccezione-salute-sessuale-conquista-leta-giovanile/">interessa anche l’Italia</a>, dove i dati del 2020 ci dicono che nel 93,8% dei casi le ragazze al di sotto dei 15 anni scelgono di interrompere la gravidanza con un aborto.</p>
<p>Dal 1994 il diritto all’aborto è stato riconosciuto per milioni di persone in tutto il mondo, dal momento che più di 60 Paesi hanno rivisto le loro legislazioni per rimuovere le restrizioni che impedivano di praticarlo legalmente. Quattro Paesi, però, tra cui gli Stati Uniti, sono andati nella direzione opposta, revocandone o restringendone la legalità.</p>
<p>In molti Paesi le politiche e i programmi necessari per ridurre la maternità precoce si basano su dati incompleti, che spesso non sono disaggregati per singola età e altre caratteristiche importanti, il che ne inficia la qualità e alimenta le differenze tra nazioni. In ben 67 Paesi, dove vive il 20% di tutte le ragazze tra i 15 e i 19 anni, si rileva la mancanza più preoccupante di dati (Africa Sub-sahariana, Asia, Oceania e Caraibi).</p>
<p>In Europa e Nord America i dati migliorano, con 78 Paesi che rappresentano il 16% delle ragazze e delle giovani donne nel mondo. In sintesi: nelle regioni in cui si verificano alti tassi di matrimoni infantili e di maternità precoce è più scarsa la qualità e la disponibilità di dati, mentre questa è più alta nei paesi dove le incidenze sono più basse.</p>
<p>Anche la classe socio-economica di appartenenza delle donne incide sulla disparità dell’acquisizione dei dati e questo accade non solo tra i Paesi, ma anche al loro interno: lo vediamo per esempio in Brasile, dove nel gruppo a più basso reddito si registra l’88% delle nascite, mentre nelle famiglie a più alto reddito questo dato tocca il 98%.</p>
<h2 id="il-vantaggio-economico-e-sociale-come-leva-per-il-cambiamento-e-luguaglianza-di-genere">Il vantaggio economico e sociale come leva per il cambiamento e l’uguaglianza di genere</h2><p>Secondo un calcolo UNFPA, spendere 79 miliardi di dollari in più nei Paesi a basso e medio reddito entro il 2030 eviterebbe 400 milioni di gravidanze non pianificate, salverebbe 1 milione di vite e genererebbe 660 miliardi di dollari di benefici economici. Un’altra ricerca condotta nel 2022 ha stimato che il costo globale della violenza perpetrata da partner nelle relazioni intime è pari al 5% del prodotto interno lordo mondiale e a quasi il 15% del PIL nell’Africa subsahariana. Al contrario, all’investimento di 1 dollaro nella pianificazione familiare potrebbe corrispondere, nel tempo, un ritorno di 60-100 dollari in termini di crescita economica.</p>
<p>Non è stato facile e non lo è tuttora quantificare l’impatto degli investimenti e il ritorno economico degli stessi e molti sforzi vengono dedicati a esaminare i costi e i guadagni associati a tali investimenti, ma i risultati hanno sempre dimostrato che è possibile ottenere un enorme valore economico dall’impegno della promozione della salute sessuale e riproduttiva. Sebbene la logica economica abbia giustificato e permesso di realizzare investimenti importanti a favore di tali programmi, bisogna riscontrare un rallentamento e in alcuni casi un vero e proprio stallo nei progressi dal 1994 ad oggi.</p>
<h2 id="le-crisi-umanitarie-spingono-allemarginazione">Le crisi umanitarie spingono all’emarginazione</h2><p>Il rapporto dimostra ampiamente che le disuguaglianze di genere preesistenti e la discriminazione nei confronti dei gruppi emarginati vengono esacerbate durante le crisi umanitarie, durante le quali anche la violenza di genere subisce un’impennata.</p>
<p>Si stima che oltre la metà di tutte le morti materne prevenibili si verifichi in Paesi con crisi umanitarie e conflitti, vale a dire quasi 500 morti al giorno, aumentano le mutilazioni genitali e i matrimoni precoci diventano più frequenti, perché le famiglie le considerano delle strategie utili per soddisfare i bisogni di base.</p>
<p>Donne, ragazze, persone con disabilità, anziani, adolescenti, persone con diverse identità di genere e orientamento sessuale sono colpiti in modo sproporzionato dalle emergenze umanitarie, ma la prevenzione e l’attenuazione di tutto ciò restano uno dei settori umanitari più sotto finanziati e meno prioritari.</p>
<p>L’esiguità delle risorse limita anche l’accesso all’assistenza sanitaria per le persone nelle aree più difficili da raggiungere. Ne è un esempio l’Etiopia, paese in cui le equipe sanitarie mobili hanno potuto raggiungere solo il 36% delle persone interessate, lasciando invece molte comunità remote non servite. In Afghanistan, invece, circa 170 strutture fisse e mobili hanno dovuto chiudere, limitando l’assistenza sanitaria primaria per 1 milione di persone, tra cui donne incinte, bambini e persone con disabilità.</p>
<p>Sebbene le organizzazioni umanitarie continuino a essere sottofinanziate, si stanno registrando dei progressi nella qualità del loro lavoro anche grazie alla sempre più numerosa partecipazione e leadership femminile a capo delle organizzazioni stesse. Nel 2023 infatti si sono potute contare diverse importanti equipe umanitarie guidate da donne. Questo è un particolare importante, perché si è visto che le donne fanno la differenza nel garantire che le esigenze delle comunità emarginate siano soddisfatte.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La salute di giovani transgender in mani transfobiche?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche/</guid><pubDate>Mon, 20 May 2024 10:20:00 +0100</pubDate><category>salute</category><description>A metà maggio il ministro della Salute e la ministra della Famiglia, natalità e pari opportunità hanno firmato un decreto che istituisce un tavolo congiunto sulla disforia di genere i cui 29 membri dovranno effettuare «una ricognizione delle modalità di trattamento». Un paio di giorni dopo la ministra ha esplicitato che per lei l’identità sessuale deve rimanere binaria, come vuole la biologia, dimostrando di ignorare quello che la biologia riconosce da tempo: un ampio spettro di identità di genere. Abbastanza per temere che l’approccio di lavoro di questo tavolo possa essere guidato più dall’ideologia che dalla ricerca scientifica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Suona davvero un po’ beffardo. Solo pochi giorni fa il ministro della Salute Orazio Schillaci e la ministra della Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella hanno firmato un <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1715771550.pdf" rel="noopener">decreto</a> che istituisce un tavolo tecnico di approfondimento sulla disforia di genere «per una ricognizione delle modalità di trattamento di tale condizione nel territorio nazionale».</p>
<p>Qualche giorno dopo, il 17 maggio, l’Italia non ha firmato la &ldquo;Dichiarazione sul continuo progresso dei diritti umani delle persone Lgbtqia+ in Europa” promossa dalla presidenza belga del Consiglio UE e sottoscritta da 18 paesi dell’Unione Europea. Per il nostro, titolare del dossier era di nuovo la ministra Roccella, che si è inoltrata in questo distinguo: «Il nostro governo ha firmato la dichiarazione europea contro omofobia, bifobia e transfobia. Non abbiamo, invece, firmato e non firmeremo nulla che riguardi la negazione dell’identità maschile e femminile», aggiungendo che sarà sempre contro «il gender e la possibilità di dichiararsi maschio o femmina al di là della realtà biologica».</p>
<p>A parte il fatto che non si capisce che cosa ci sia di male e in che cosa faccia danno se una persona “femmina” si dichiara “maschio” o viceversa, è proprio la ricerca sulla realtà biologica a cui si richiama la ministra ad aver riconosciuto, da anni, l’esistenza di un ampio ventaglio di identità di genere. Perciò il fatto che sul trattamento farmacologico della disforia di genere possa dire la sua una figura istituzionale come la ministra, senza titolo nello specifico, senza competenza biomedica e apparentemente vittima di una gran confusione, qualche preoccupazione la fa sorgere.</p>
<h2 id="una-storia-che-viene-da-lontano">Una storia che viene da lontano</h2><p>Per capire come siamo arrivati fin qui bisogna ricostruire una storia che dura ormai da circa un anno e mezzo e che intreccia pareri medici discordanti, discussioni e prese di posizione, ma (purtroppo) anche pregiudizi, posizioni ideologiche, narrazioni mediatiche superficiali e, talvolta, malafede.</p>
<p>Tutto comincia a gennaio dello scorso anno quando Sarantis Thanopulos, presidente della Società psicoanalitica italiana, firma una lettera indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in cui esprime «grande preoccupazione» per il ricorso a farmaci che bloccano lo sviluppo puberale su minori con diagnosi di disforia di genere. <em>Scienza in rete</em> lo aveva raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/facciamo-chiarezza-questione-bloccanti-puberta-minorenni-transgender/">qui</a>.</p>
<p>Già allora l’opportunità di rivolgersi direttamente alla presidente del Consiglio invece di avviare un dibattito nella comunità scientifica aveva raccolto molte critiche, sia di metodo che di merito. E che si sia trattato di un probabile passo falso lo evidenzia il fatto che mentre <a href="https://www.avvenire.it/vita/pagine/gli-psicanalisti-no-ai-bloccanti-della-pubert" rel="noopener">sulla stampa</a> di allora si parlava di una lettera alla presidente del Consiglio, oggi sul sito della SPI è possibile rintracciare quello che viene definito un <a href="https://www.spiweb.it/la-cura/disforia-di-genere-il-comunicato-del-presidente-s-thanopulos-12-01-23/" rel="noopener">comunicato</a> dell’esecutivo a firma di Thanopulos, indirizzato, però al ministro Schillaci…</p>
<p>Comunque, allora, una mezza dozzina di società scientifiche presero posizione con un’altra <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1674208083.pdf" rel="noopener">lettera</a> indirizzata alla presidente del Consiglio specificando le conoscenze su cui esisteva una buona evidenza scientifica e i limiti del possibile ricorso ai farmaci bloccanti della pubertà.</p>
<p>Prima di continuare a ripercorrere la vicenda, può essere utile soffermarsi sugli aspetti di definizione dell’identità sessuale su cui la ministra Roccella sembra non avere le idee chiare (come tanti, del resto, visto che si tratta ormai di abbandonare il vecchio terreno della distinzione binaria in favore di una realtà più complessa ma scientificamente riconosciuta).</p>
<p>Il mondo biomedico ormai riconosce ampiamente che sono tre i parametri che concorrono a definire l’identità sessuale: sesso, genere e orientamento sessuale. Al primo corrisponde il corpo sessuato maschio, femmina o con varianza intersessuale, al secondo il senso di sé, il sentirsi appartenere a universo maschile, femminile o a nessuno dei due e quindi a identificarsi come uomo, donna o persona non binaria. Infine il terzo aspetto riguarda la direzione dei propri desideri sessuali. Questi tre aspetti possono essere allineati e portare a un agevole riconoscimento di identità sessuale, oppure disgiungersi in modi e intensità diverse dando origine a tutte quelle lettere che compongono la sigla Lgtbqia+. Ma non c’è niente di ideologico o di “teorico” in questo, non c’è una scelta, un volersi ascrivere a una categoria o a un’altra, si tratta invece del riconoscimento della complessità biologica dell’appartenenza sessuale nella nostra e in altre specie, come peraltro confermano ormai anche molti <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diversi-quando-primatologo-affronta-tema-genere/">studi etologici</a> su animali più o meno vicini a noi <em>Homo</em>.</p>
<p>Si parla di incongruenza o diversità di genere, quindi, quando una persona sviluppa un’identità di genere differente da quella che le viene assegnata alla nascita in base alla sola osservazione degli organi genitali esterni, si parla perciò di persone transgender e gender diverse, in sigla (che forse aiuta e forse no) Tgd.</p>
<h2 id="come-trattare-la-sofferenza">Come trattare la sofferenza?</h2><p>«Essere Tgd è un aspetto previsto dello sviluppo umano e tutte le identità di genere possono essere considerate possibili variazioni dell’identità sessuale di una persona, come è stato dichiarato univocamente dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Associazione psichiatrica americana. Le persone adolescenti Tgd possono provare una intensa sofferenza a causa della loro incongruenza di genere, sia psicologica che fisica. Il disagio psicologico sembra derivare in gran parte dal pregiudizio sociale e dallo stigma di coloro che non riconoscono l’esistenza di una varianza di genere come normale espressione dell’ampio spettro, in cui l’identità di genere può svilupparsi», così <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=119868" rel="noopener">scrivono</a> diverse società scientifiche a gennaio, ma di quest’anno, intervenendo nella bufera scatenata intorno al ricorso a un farmaco cosiddetto bloccante della pubertà, la triptorelina.</p>
<p>Nell’humus generato dalla discussione che è seguita all’intervento della SPI, è germogliata infatti un’altra piantina di scontro ideologico che rapidamente assume le dimensioni di un grande albero. In breve: il senatore Maurizio Gasparri, a partire da una non meglio precisata segnalazione, presenta un’interrogazione parlamentare in cui chiede di verificare le modalità con cui si somministra il farmaco per interrompere la pubertà presso il centro per il trattamento della disforia di genere dell’azienda ospedaliera universitaria Careggi. Uno dei pochi attivi in Italia. Come è facile immaginare, la pubertà può essere un momento di particolare difficoltà per una persona Tgd, già incerta e a disagio con il proprio corpo. Per ridurre questo disagio, che spesso sfocia in vera e propria sofferenza (al punto di aumentare significativamente il rischio di suicidio), e, soprattutto per consentire di guadagnare tempo e offrire la possibilità di esplorare ulteriormente il proprio percorso di affermazione di genere a chi ne sente la necessità, da qualche anno si è proposto l&rsquo;uso di farmaci che hanno lo scopo di sospendere temporaneamente la progressione delle trasformazioni indotte dalla pubertà, farmaci peraltro impiegati da molto tempo proprio nella terapia della pubertà precoce.</p>
<p>In Italia la prescrizione della triptorelina è a tutt’oggi regolata dalla Determina AIFA n. 21756/2019 del 25 febbraio 2019, emanata dopo il parere favorevole del Comitato nazionale di bioetica in data 13 luglio 2018, che prevede che la prescrizione avvenga solo dopo attenta valutazione multiprofessionale, con il contributo di una équipe multidisciplinare e specialistica, composta da neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza, psicologi dell’età evolutiva, bioeticisti ed endocrinologi. Inoltre servono l’assenso dall&rsquo;adolescente e il consenso informato fornito dai genitori o comunque dai tutori legali. Insomma, un protocollo preciso che peraltro stabilisce anche che la terapia sia a carico del Servizio sanitario nazionale. E peccato che la Determina AIFA non preveda l’istituzione di un apposito registro nazionale dei pazienti trattati che contempli la valutazione degli esiti del trattamento sulla distanza: una ricerca formale, nazionale nella pratica, in grado di produrre evidenze e di migliorare gli approcci terapeutici.</p>
<h2 id="bufera-triptorelina">Bufera triptorelina</h2><p>All’intervento di Gasparri, opportunamente pubblicizzato, segue uno tsunami di articoli di cronaca, commenti, aneddoti da parte di familiari e utenti, prese di posizione. Soprattutto, il ministro Schillaci ordina un’ispezione che deve valutare l’adeguatezza dell’operato del centro di Careggi: l’accusa è che avrebbe somministrato il farmaco senza avvalersi della consulenza psichiatrica prevista dal protocollo. Quindi una negligenza nell’applicazione di cui individuare le cause e porvi rimedio. Per settimane la narrazione mediatica suona la grancassa, secondo il solito copione: giornalisti si improvvisano esperti, veri esperti ma di altri ambiti dicono la loro, si costruisce l’identikit di un gruppo di persone che per motivi indegni (quanto imperscrutabili) vuole imporre a bambini innocenti e a genitori sprovveduti un farmaco pericoloso e inutile.</p>
<p>Intendiamoci, come tutti i farmaci anche i bloccanti della pubertà hanno un profilo rischio/beneficio che va valutato e seguito nel tempo e le indicazioni possono cambiare con l’aquisizione di nuove conoscenze. Indipendentemente dall’indicazione d’uso della triptorelina, che si usi cioè per la disforia di genere o in altri contesti terapeutici, sono conosciuti alcuni effetti collaterali  (riduzione della densità minerale ossea, riduzione della massa muscolare, ginecomastia, nausea e vomito, diarrea, atralgia, insonnia, …) che ne consigliano un monitoraggio attento durante il trattamento. Allo stesso modo è corretto valutare le performance di una struttura sanitaria (audit). Tuttavia, la bufera comunicativa intorno all’ospedale Careggi si è ben presto allargata fino a mettere in discussione l’esistenza stessa della condizione transgender e, soprattutto, con la più cinica indifferenza rispetto all’impatto che questo modo di affrontare una possibile controversia scientifica e medica ha inevitabilmente su persone che in questo caso sono giovani, già esposte a uno stress e a uno stigma e in cerca semmai di conferme. E ai loro familiari.</p>
<h2 id="i-dubbi-quelli-veri">I dubbi, quelli veri</h2><p>Tra gli argomenti che sostengono la necessità di rivedere se e come continuare a ricorrere ai farmaci bloccanti della pubertà, ci sarebbe il fatto che diversi Paesi finora antesignani nella loro somministrazione hanno promosso una revisione delle indicazioni per il trattamento della disforia di genere. Tra questi la Svezia, che nel 2022 ha ridotto drasticamente la somministrazione dei bloccanti puberali ai minori con incongruenza di genere, ma dall’altra poco più di un mese fa, 17 aprile, ha introdotto una <a href="https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2024/04/18/svezia-legge-transizione-genere" rel="noopener">riforma</a> per facilitare il cambiamento legale dei documenti e l’accesso ai trattamenti medici per l’affermazione di genere. Tuttavia, a pesare è soprattutto quello che è avvenuto in Inghilterra: non solo la chiusura della Tavistock, l’unica struttura che somministrava la terapia bloccante della pubertà, ma il completamento della revisione quadriennale sugli interventi medici per le persone giovani Tgd, la cosiddetta Cass Review. La relazione, che prende il nome da Hilary Cass, una pediatra in pensione nominata dal Servizio sanitario inglese, conclude che per la medicina affermativa del genere non esistono dati e dimostrazioni di efficacia affidabili e raccomanda perciò di limitare l’accesso ai farmaci bloccanti della pubertà.</p>
<p>Tuttavia, se in un primo momento questa revisione è stata considerata come una vittoria delle posizioni che si oppongono al trattamento farmacologico dei giovani Tgd, in realtà stanno ora affiorando numerose critiche metodologiche sui criteri utilizzati per mettere a confronto e valutare i diversi studi. Studi che, peraltro sono di piccole dimensioni e non recenti, come evidenziato da una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28334719/" rel="noopener">metanalisi</a> del 2017 e con pochi aggiornamenti (per esempio <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37584898/" rel="noopener">Luo</a>).</p>
<p>E la vicenda di Careggi? Gli ispettori inviati dal ministro della Salute hanno prodotto una relazione da cui emergono diverse critiche al modo di operare del centro per il trattamento della disforia di genere, ma nessuna così determinante da impedire di continuare l’attività. Forse anche per aggirare questo risultato in fondo modesto (Gasparri insiste e ha già annunciato una seconda interrogazione) siamo quindi arrivati all’istituzione di quel tavolo di lavoro congiunto che con una schiera di rappresentanti dei due ministeri ed esperti espressi da varie società e ambiti scientifici raggiunge i 29 membri. Con tutto ciò, non si può fare a meno di notare alcune assenze, per esempio escluse quasi tutte le società scientifiche che hanno espresso posizioni opposte a quelle della SPI, e ancor meno rappresentato il mondo della medicina di genere, le parti che più potrebbero contribuire.</p>
<p>Le motivazioni sulla carta appaiono ineccepibili: «rilevata la disomogeneità con la quale i professionisti operano nel territorio nazionale e, conseguentemente, l’esigenza di disporre di linee di indirizzo che li supportino nel complesso percorso che va dalla diagnosi alle eventuali terapie dei pazienti disforici, perché giovani con disforia di genere, insieme alle loro famiglie, possano accedere al miglior supporto possibile, da parte del Servizio sanitario nazionale». C’è da chiedersi, però, rilevata come questa disomogeneità? Con quale indagine, con quale studio? L’ispezione a Careggi, riguarda, per l’appunto Careggi. Mentre le linee di indirizzo esistono, sono quelle della Determina AIFA del 2019.</p>
<p>E a proposito di Agenzia del farmaco, nel tavolo tecnico non compare, anche se qualche giorno prima che venisse istituito il presidente Robert Nisticò in audizione alla Camera ha dichiarato che AIFA era pronta a rivalutare l’uso della triptorelina nei bambini, come è giusto fare a fronte di nuove evidenze scientifiche. Lo stesso Nisticò, tuttavia, ha ricordato anche che fino ad aprile scorso l’attività di farmacovigilanza non ha riportato «alcuna segnalazione di eventi avversi nell’uso del medicinale tra i 10 e i 18 anni».</p>
<p>Insomma, un tavolo di lavoro numeroso, con l’obiettivo di realizzare una ricognizione delle modalità di trattamento della disforia di genere nel territorio nazionale «inclusi eventuali aspetti giuridici connessi» che lavorerà senza risorse aggiuntive, a fronte di una disomogeneità di utilizzo che non si sa come sia stata rilevata, senza segnalazione di eventi avversi e alla luce di modificati orientamenti internazionali su cui cominciano a comparire dubbi. Un tavolo tecnico, inoltre, che include componenti senza competenza di valutazione dell’uso dei farmaci e dichiaratamente sostenitrici della inesistente “teoria del gender”. Non sembrano buone premesse.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I “pro-life” entrano nelle scuole pubbliche per insegnare che i contraccettivi sono pericolosi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi/</guid><pubDate>Mon, 13 May 2024 09:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>La branca italiana di un’organizzazione internazionale vicina ai movimenti “pro-life”, accreditata dal ministero dell’Istruzione, riceve finanziamenti pubblici per formare istruttori e organizza corsi nelle scuole, disseminando informazioni fuorvianti sui contraccettivi ormonali e sui preservativi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/pro-life-entrano-scuole-pubbliche-insegnare-contraccettivi-pericolosi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Le fabbriche di armi distruggono la vita, quelle di contraccettivi la impediscono», ha detto Papa Francesco il 10 maggio scorso agli Stati Generali della Natalità a Roma. Poche ore dopo, l’associazione ProVita e Famiglia ha diffuso un comunicato stampa auspicando che l’educazione sessuale dei giovani sia «in ottica generativa e non contraccettiva». Dagli storici attacchi contro l’interruzione volontaria di gravidanza, i movimenti cosiddetti pro-life sono passati a prendere di mira apertamente anche la contraccezione e l’educazione dei giovani, in un crescendo di intolleranza contro il diritto all’autodeterminazione riproduttiva.</p>
<p>In modo meno palese, l’attacco è in corso ormai da tempo.</p>
<p>Alcuni mesi fa, la stampa ha riportato la notizia di cinque famiglie torinesi che hanno protestato contro la direzione della scuola media pubblica frequentata dai figli per la decisione di ospitare un corso di educazione sessuale e affettiva di matrice cattolica, tenuto da tutor dell’associazione Teen STAR, branca italiana di un’organizzazione internazionale specializzata in questo settore. Il corso è stato inizialmente sospeso, per poi riprendere per volontà del collegio dei docenti della scuola. La notizia è riportata anche <a href="https://www.teenstar.it/" rel="noopener">sul sito</a> di Teen STAR, che risponde all’obiezione di quelle famiglie sostenendo l’assoluta laicità del programma educativo, «aconfessionale e libero da qualunque ideologia», basato su evidenze scientifiche per consentire ai ragazzi di fare scelte consapevoli.</p>
<h2 id="le-fondamenta-scientifiche-del-programma-teen-star">Le “fondamenta scientifiche” del programma Teen STAR</h2><p>Vediamo dunque quali sono le evidenze scientifiche su cui si fondano le informazioni fornite agli adolescenti dai tutor di Teen STAR. I manuali usati per organizzare i corsi non sono disponibili al pubblico, ma la presidente di Teen STAR International, la ginecologa cilena Pilar Vigil, membro della Pontificia Accademia per la Vita, ne ha esposto i contenuti in numerosi articoli e conferenze. In occasione del congresso <em>Humanae Vitae, l’audacia di un’enciclica sulla sessualità e la procreazione</em>, tenuto a Roma il 19 e 20 maggio 2023, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=plrj-njVI_U" rel="noopener">è intervenuta</a> sul tema “Contraccezione, effetti e conseguenze”. Ha sostenuto che i contraccettivi ormonali distruggono i legami di coppia perché riducono la libido femminile e allontanano così la donna dal suo partner. Che aumentano il rischio di insulino-resistenza e diabete, ipercolesterolemia, steatosi epatica, cioè accumulo di grassi nel fegato, una condizione che può portare alla cirrosi e al carcinoma epatico. Ha sostenuto inoltre che aumentano il rischio di tumore al seno e di tumore al collo dell’utero, il rischio di infezioni genito-urinarie da <em>Chlamydia trachomatis</em>, che favoriscono la proliferazione del Papillomavirus umano, che aumentano il rischio tromboembolico, il rischio di depressione, disturbi dell’ansia e condotte autolesioniste e suicide.</p>
<p>Ha sostenuto infine che i contraccettivi ormonali interferiscono con il metabolismo delle cellule cerebrali, aumentando il rischio di patologie psichiatriche, soprattutto nelle donne più giovani. Ha concluso quindi che i contraccettivi ormonali sono farmaci di vecchia concezione, dannosi per la salute della donna, in particolare per le adolescenti, imposti dalle aziende farmaceutiche unicamente interessate al guadagno. Ha promosso, di contro, i metodi di pianificazione familiare basati sull’osservazione dei segnali dell’ovulazione e sull’astinenza sessuale durante la finestra fertile del ciclo ovulatorio, i cosiddetti metodi naturali, unici consentiti dalla Chiesa cattolica.</p>
<h2 id="il-sempre-valido-criterio-del-rischiobeneficio">Il sempre valido criterio del rischio/beneficio</h2><p>Naturalmente i contraccettivi ormonali, come tutti i farmaci, possono comportare effetti indesiderati. Quel che manca nella presentazione della ginecologa sono i dati sulla frequenza degli effetti citati e il confronto con i benefici di un mezzo contraccettivo affidabile per la salute fisica e la qualità di vita di chi decide di farne uso. «Tutti questi problemi possono verificarsi, ma in una minoranza di pazienti», osserva Anne Gompel, professoressa emerita di ginecologia dell’Università Paris Cité e membro del Consiglio Direttivo della European Society of Contraception and Reproductive Health. «Per quanto concerne gli effetti vascolari, trombosi venosa e malattie cardiovascolari, il rischio riguarda pazienti con precedenti familiari, con anomalie dei fattori della coagulazione, ipertensione, ipercolesterolemia, diabete di tipo 2 e fumatrici, tutte condizioni che infatti costituiscono controindicazioni per l’assunzione dei contraccettivi estro-progestinici. L’eventualità che un evento di questo tipo si verifichi in assenza di fattori di rischio noti è estremamente rara. Inoltre, la gravidanza comporta un rischio vascolare 8-10 volte più elevato rispetto ai contraccettivi. Per quanto riguarda il cancro al seno, questi farmaci possono favorire la crescita di lesioni che siano già presenti e in meno dell’1% dei tumori al seno. Anche in questo caso, la gravidanza è associata a un rischio maggiore. D’altra parte, i contraccettivi estro-progestinici riducono drasticamente il rischio di tumore alle ovaie, più letale di quello al seno, di tumore al colon, all’endometrio e la loro azione protettiva persiste fino a 30 anni dopo l’interruzione della pillola. È vero che sono associati sul lungo termine a un maggior rischio di tumore al collo dell’utero, probabilmente perché le donne che assumono contraccettivi ormonali sono quelle che hanno più rapporti sessuali, ma nei Paesi occidentali il rischio di tumore al collo dell’utero è molto basso e grazie ai vaccini anti-HPV è destinato ad abbassarsi ulteriormente. Concludendo, se si rispettano le controindicazioni, i benefici di questi farmaci superano i rischi. E nei casi in cui gli estro-progestinici sono controindicati, si può optare per un contraccettivo a base di solo progestinico».</p>
<p>La correlazione tra contraccettivi ormonali e maggior rischio di depressione è stata riscontrata da alcuni studi, da altri no. L’argomento è ancora dibattuto. Una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27636867/" rel="noopener">revisione</a> della letteratura scientifica tuttavia evidenzia che la maggior parte delle donne che assumono contraccettivi estro-progestinici non sperimenta variazioni del tono dell’umore, che sono dunque un effetto indesiderato raro. Inoltre, esistono diversi contraccettivi estro-progestinici e gli effetti sul tono dell’umore cambiano in funzione della formulazione. Spetta al medico curante, in accordo con la paziente, scegliere la formulazione più adatta alle sue esigenze.</p>
<p>Gli strali di Pilar Vigil non colpiscono solo i contraccettivi ormonali, ma anche gli strumenti per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale. Invitata a parlare al Meeting di Rimini del 2018, ha detto che il concetto di sesso sicuro è incompatibile con l’intimità, che non ci si può donare reciprocamente «bardati come un astronauta per difendersi da chissà quale pericolo».</p>
<h2 id="obiettivo-lastinenza-sessuale">Obiettivo: l’astinenza sessuale</h2><p>Secondo gli insegnamenti del metodo Teen STAR, dunque, i profilattici guastano l’intimità e i contraccettivi ormonali nuocciono gravemente alla salute delle donne. Che cosa rimane ai giovani per proteggersi da gravidanze indesiderate e infezioni a trasmissione sessuale? La risposta è l’astinenza sessuale.</p>
<p>L’obiettivo del programma Teen STAR è prevenire l’esordio sessuale degli adolescenti che ancora non hanno rapporti e convincere quelli che hanno già rapporti a interromperli. Lo dichiara la stessa Pilar Vigil in numerosi articoli e presentazioni, come <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15661598/" rel="noopener">questo</a>, in cui descrive l’applicazione del metodo nelle scuole cilene. L’articolo vanta l’efficacia del programma Teen STAR, che avrebbe ridotto l’incidenza di gravidanze indesiderate in un gruppo di adolescenti rispetto a un gruppo di controllo che non ha ricevuto alcuna forma di educazione sessuale. In conclusione dell’articolo si avverte però che, poiché in Cile l’aborto è illegale, non c’è modo di sapere quante gravidanze siano iniziate ed eventualmente siano state interrotte clandestinamente nel gruppo delle ragazze educate con il metodo Teen STAR e nel gruppo di controllo. Inoltre, non c’è modo di sapere con certezza se gli adolescenti che dopo il corso hanno dichiarato di astenersi dai rapporti dicevano il vero o il falso.</p>
<p>Uno <a href="https://publicatt.unicatt.it/handle/10807/149666" rel="noopener">studio</a> sull’efficacia del metodo Teen STAR è stato condotto anche in Italia, da ricercatori del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che da tempo collabora con l’organizzazione della ginecologa cilena. A un campione di 644 adolescenti che hanno seguito il corso a scuola o in parrocchia è stato proposto un questionario prima e uno dopo l’esposizione al programma, per valutarne conoscenze e attitudini. È risultato che dopo aver seguito il corso ragazzi e ragazze sono più informati sui segnali dell’ovulazione e sulla fisiologia della fertilità, sul rischio di gravidanze indesiderate e di contrarre malattie a trasmissione sessuale. Non è stata valutata, ovviamente, la loro conoscenza dei mezzi contraccettivi moderni e del profilattico per la protezione dalle infezioni. Non è emersa una maggiore indipendenza dall’influenza del gruppo dei pari nelle scelte relative alla sessualità. Prima del corso, gli adolescenti del gruppo già sessualmente attivi erano 9, al termine del corso 23. A fronte di questi risultati, gli autori dell’articolo che, ricordiamo, collaborano con il programma Teen STAR, commentano che «la maggior conoscenza e consapevolezza acquisita sui temi dell’affettività e della sessualità e la maggior apertura comunicativa degli adolescenti su tali temi potrebbero anche aver influenzato le loro condotte sessuali: non si è infatti registrato un aumento significativo nel numero dei debutti sessuali».</p>
<p>Al di là delle convinzioni dei loro sostenitori, la letteratura scientifica è concorde sull’inefficacia degli interventi di educazione sessuale “abstinence-only”, cioè basati sull’astinenza come unica pratica raccomandata per prevenire gravidanze indesiderate e infezioni a trasmissione sessuale. Una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28842070/" rel="noopener">revisione</a> delle evidenze disponibili pubblicata di recente dalla Society for Adolescent Health and Medicine statunitense conclude che, pur essendo teoricamente protettiva, in concreto l’astinenza promossa da questi programmi non viene mantenuta. Inoltre questo tipo di interventi è problematico dal punto di vista etico perché di solito fornisce agli studenti informazioni incomplete e perché trascura la diversità degli orientamenti sessuali e il tema dell’identità e degli stereotipi di genere. E a proposito di stereotipi di genere, nel saggio <em>Amare ed essere amati</em> di Pilar Vigil (Edizioni San Paolo, 2017) che illustra il metodo Teen STAR, si legge: «I genitali maschili sono organi in gran parte esterni. Sul piano psicologico, questo si vede riflesso sia nel fatto che gli interessi dell’uomo sono di norma altrettanto naturalmente collocati al di fuori di lui, nella realtà che lo circonda, sia nel fatto che egli tende più all’azione che alla contemplazione. C’è in lui una necessità interiore di prendere l’iniziativa. C’è nel suo essere un’inclinazione e un’energia che lo rendono capace di esporsi al rischio e di rispondere ai pericoli, per proteggere la propria famiglia e la società. Nella donna, invece, gli organi genitali sono nascosti all’interno del corpo. Questa interiorità si rende manifesta anche nella mente e nelle emozioni della donna. La donna non possiede la medesima forza ed energia offensiva dell’uomo, tende più alla difesa che all’attacco. È disposta a dare la vita per i suoi, ma nello stesso tempo ha bisogno di protezione e sicurezza. I tratti del corpo femminile e maschile simboleggiano, dunque, nella donna la sua inclinazione di fondo a impegnarsi con tutta se stessa e insieme la sua necessità di amore e di guida da parte dell’uomo che ama. Nell’uomo manifestano la sua tendenza a prendere l’iniziativa, a esercitare un’autorità e a raggiungere le mete prefissate».</p>
<h2 id="lattività-di-teen-star-in-italia">L’attività di Teen STAR in Italia</h2><p>Nel nostro Paese l’educazione sessuale e affettiva non è compresa nei programmi scolastici di nessun ordine e grado. «L’autonomia delle singole scuole, però, consente loro di organizzare corsi, spesso coinvolgendo associazioni o enti esterni con cui la dirigenza o qualche insegnante ha contatti personali», spiega la ginecologa Maria Giuseppina Picconeri, membro del Consiglio direttivo della Società italiana di riproduzione umana, responsabile del progetto pilota della Siru per un corso di educazione sessuale e affettiva per la tutela della salute riproduttiva nelle scuole superiori. «Alcuni di questi enti collaborano gratuitamente, su base volontaria, come noi, altri vengono retribuiti con i fondi pubblici a disposizione degli istituti scolastici. Degli interventi nelle scuole dovrebbe occuparsi un’equipe di specialisti nel settore della salute sessuale e riproduttiva, ginecologi, andrologi e psicologi, per offrire ai ragazzi informazioni esaurienti e corrette a 360 gradi, che consentano loro di fare scelte consapevoli e libere. Da parte del Ministero dell’Istruzione, però, non c’è alcun controllo sui contenuti di queste iniziative e sulle qualifiche di chi le gestisce». In questo panorama nazionale disorganizzato agisce Teen STAR, che dal 2004 offre corsi alle parrocchie, ai circoli giovanili locali, alle scuole private e a quelle pubbliche. L’attività principale dell’associazione consiste nella formazione di tutor adulti: insegnanti, psicologi, operatori nel campo della salute e dell’educazione. Per diventare tutor di Teen STAR bisogna frequentare un corso base e un corso avanzato, entrambi a pagamento, e poi dei corsi di aggiornamento annuali. Gli istruttori così formati entrano a far parte di una rete, coordinata dall’associazione, che tiene gli incontri nelle scuole di tutto il Paese.</p>
<p>Secondo i dati forniti dal sito, sono 4.085 i tutor attivi e 1.765 i corsi tenuti finora da Teen STAR nelle scuole di 51 province, in tutte le Regioni. Dal 2016, l’associazione è accreditata dal ministero dell’Istruzione come ente erogatore di formazione per il personale scolastico. Ciò significa che gli insegnanti di ruolo possono iscriversi ai corsi per diventare tutor di Teen STAR pagando attraverso la carta del docente, cioè con i fondi pubblici messi a disposizione dal Ministero. È necessario chiarire che il ministero non effettua alcuna verifica sui contenuti dei corsi di formazione offerti dagli enti accreditati, quindi l’accreditamento di per sé non è garanzia di qualità dei contenuti. I maggiori sostenitori del programma Teen STAR in Italia non sorprendentemente sono <a href="https://www.agensir.it/italia/2023/11/29/giovani-teen-star-il-programma-dedicato-alla-sessualita-e-allaffettivita-degli-adolescenti/" rel="noopener">la Chiesa</a>, la <a href="https://www.famigliacristiana.it/articolo/le-differenze-tra-maschi-e-femmine-noi-ne-parliamo-cos.aspx" rel="noopener">stampa cattolica</a>, pubblicazioni religiose <a href="https://it.aleteia.org/2019/09/03/teen-star-non-sesso-protetto-educazione-affettivita-piena-felice" rel="noopener">integraliste</a> e gli stessi movimenti <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/educazione-sessuale-e-allaffettivita-su-misura-per-tutti" rel="noopener">anti-scelta</a>, omofobi, contrari alla contraccezione e alla parità di genere che si scagliano contro tutte le iniziative laiche di educazione sessuale e affettiva nelle scuole.</p>
<p><em>L’articolo è tratto dal blog <a href="https://evasaperepotere.wordpress.com/" rel="noopener">Eva-Sapere è potere</a> creato da Maria Cristina Valsecchi e Valentina Murelli</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Regolamentare la cannabis: questioni complesse per una sostanza delicata</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/regolamentare-cannabis-questioni-complesse-sostanza-delicata/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/regolamentare-cannabis-questioni-complesse-sostanza-delicata/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 10:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Perin</dc:creator><category>salute</category><description>Alla luce della recente approvazione in Germania della legge che consente e norma consumo e coltivazione della cannabis, cerchiamo di fare il punto su rischi e benefici della liberalizzazione. Ne parliamo con Viola Brugnatelli, co-fondatrice di Cannabiscienza, un’accademia online che si occupa di aggiornamento professionale in Italia sulla cannabis medica e sistema endocannabinoide.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/regolamentare-cannabis-questioni-complesse-sostanza-delicata-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/regolamentare-cannabis-questioni-complesse-sostanza-delicata-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Con 407 voti a favore, 226 contrari e 4 astenuti, il Bundestag, il Parlamento federale della Germania, il 23 febbraio 2024 ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo (anche se, secondo alcuni, sarebbe più corretto parlare di <a href="https://www.dolcevitaonline.it/legalizzazione-liberalizzazione-depenalizzazione/" rel="noopener">depenalizzazione</a>). Un mese dopo, il Bundesrat, il Consiglio federale tedesco, ha confermato il via libera del Parlamento. Adesso, a partire dal 1 aprile, in Germania è legale il consumo e la coltivazione a uso personale di cannabis, definito e limitato <a href="https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/legalizzazione-cannabis-germania-100.html#:~:text=La%20depenalizzazione,aggirano%20attorno%20ai%202%20anni." rel="noopener">secondo una precisa regolamentazione</a>.</p>
<p>Le <a href="https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/legalizzazione-cannabis-germania-100.html#:~:text=L%E2%80%99idea%20del%20governo,i%2024%20anni." rel="noopener">principali motivazioni</a> alla base di questa legge, riassunte dal ministro della Sanità del Paese Karl Lauterbach, vertono da un lato sul tentativo di combattere il mercato nero della cannabis, al fine di togliere introiti alla criminalità organizzata; dall’altro, verso la protezione di giovani dai 18 ai 24 anni (la fascia d’età più esposta alla cannabis) da sostanze illegali e non controllate. In tal modo si immette legalmente nel mercato un prodotto dal contenuto di THC ben definito e, soprattutto, non adulterato <a href="https://www.zambeza.it/blog-cos-e-la-cannabis-tagliata-n68" rel="noopener">con sostanze di origine sconosciuta</a>. Al contempo, Simone Borchardt, membro dell’opposizione conservatrice, non è di questo avviso. La parlamentare sostiene al contrario che una legge come questa non farà che aumentare il mercato nero e accusa la coalizione di governo di Scholz (a trazione social-democratica e progressista) di aver elaborato una legge “ideologica”.</p>
<p>Sul tema della liberalizzazione della cannabis, e in generale delle sostanze stupefacenti, spesso le motivazioni ideologiche si mischiano a quelle economiche, mediche e sociali nel supportare l’una o l’altra tesi. C’è chi sostiene che legalizzando si tolga una fetta d’introiti alla criminalità organizzata, e chi afferma che ciò non farà altro che muovere i consumatori sempre più verso il mercato nero, alla ricerca di versioni più potenti della sostanza legalizzata. C’è chi enfatizza l’utilità - anche terapeutica - dei cannabinoidi, e chi sottolinea i rischi derivati dal suo consumo, specie per via inalatoria. C’è chi invece fa leva su principi politico-morali, muovendosi fra gli estremi poli del liberalismo, che sostiene la libertà individuale di disporre come meglio si crede del proprio corpo, e del proibizionismo, che sostiene la necessità, da parte dello Stato, di salvaguardare i cittadini da sostanze dannose per la loro salute e dal potenziale rischio sociale.</p>
<p>Nel tentativo di aprire una finestra il più ampia e globale possibile su questo dibattito, abbiamo intervistato la dottoressa Viola Brugnatelli, co-fondatrice di Cannabiscienza, un’accademia online che si occupa di aggiornamento professionale in Italia sulla cannabis medica e sistema endocannabinoide, erogando corsi e master.</p>
<p><strong>Quali sono i rischi e i benefici della cannabis?</strong></p>
<p>Nel parlare di rischi e benefici della cannabis – e a uno sguardo attento, risulteranno essere molti di più i secondi che i primi – non si può scindere la dimensione medica da quella normativa e sociale. Il rischio maggiore è quello legato alla non-regolamentazione dei cannabinoidi: la quale apre la strada, come sappiamo, al mercato nero. Nel mercato nero non avviene una selezione standardizzata delle qualità della cannabis, né la produzione rispetta i crismi di sicurezza e salute; non è raro che, per potenziare la sostanza o aumentarne il peso, la cannabis venga adulterata (tagliata, ndr) con sostanze altamente nocive.</p>
<p>Oltretutto, un mercato legale e opportunamente regolamentato della cannabis favorirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro e toglierebbe fonti di introito <a href="https://www.wired.it/scienza/lab/2019/06/19/cannabis-legale-mercato-nero/" rel="noopener">alla criminalità organizzata</a>.</p>
<p>Venendo ai benefici medici, i cannabinoidi sono usati con successo in una pletora di patologie, molte delle quali non hanno un trattamento di prima linea (non hanno quindi un trattamento terapeutico standardizzato): dalla sclerosi multipla, all’epilessia, all’autismo&hellip; Molti dei problemi relativi alla somministrazione di cannabis in ambito medico derivano da una sua scarsa o inefficiente regolamentazione e quindi da un suo uso inappropriato. Per esempio, già solo controllare che l’accesso sia riservato a soggetti adulti e maggiorenni eliminerebbe uno dei più grandi rischi della cannabis: uno dei potenziali effetti problematici del consumo di cannabis in adolescenza (specie ad alto contenuto di THC) è infatti la possibile esacerbazione, in individui già esposti, di disturbi schizofrenici preesistenti. Un altro – possibile – rischio è ravvisato in una correlazione (della cui natura causale non si è però certi) fra insorgenza di sintomi depressivi nel giovane adulto e consumo di cannabis.</p>
<p><strong>Dovremmo quindi considerare la cannabis un prodotto farmacologico come tutti gli altri?</strong></p>
<p>Proviamo a pensare un attimo all’aspirina, uno dei prodotti <em>over-the-counter</em> fra i più venduti dagli anni ’50 a oggi. La sua finestra terapeutica (ovvero l’intervallo quantitativo fra un dosaggio efficace in ambito medico e un dosaggio letale) è sotto i 200 mg. Per la cannabis, parliamo di qualche kg: non si può parlare di rischi concreti legati alla “letalità” della cannabis.</p>
<p>Tuttavia, dal punto di vista regolativo, i cannabinoidi hanno una loro specificità; sono infatti una sostanza narcotica, perché al loro interno hanno un principio psicotropo, che le fa rientrare a pieno titolo nel mondo delle benzodiazepine e degli oppiacei. Per le quali, quindi, ci dev’essere una maggiore cautela nella somministrazione e nella prescrizione.</p>
<p><strong>Quali sono le modalità più comuni di somministrazione, e per quali patologie viene più frequentemente prescritta, nel nostro Paese?</strong></p>
<p>La modalità di somministrazione della cannabis viene scelta del medico sulla base della farmaco-cinetica: in parole semplici, come si muove il farmaco nel nostro corpo. Se ho bisogno, per esempio, che un farmaco perduri tanto tempo nel corpo di un paziente, sarà prediletta una somministrazione sublinguale o orale: degli oli somministrati sotto la lingua possono permettermi di avere una farmacocinetica molto più lunga di una somministrazione che avviene per via inalatoria, attraverso vaporizzazione.</p>
<p>Per quanto riguarda gli “ambiti di applicazione” dei cannabinoidi, in Italia non esiste una lista standardizzata di patologie per le quali è consigliata la somministrazione della cannabis. La decisione su una sua prescrizione sta alla competenza e alla sensibilità professionale del medico di caso in caso, avendo come unico fine il benessere del paziente.</p>
<p>C’è però un problema: l’ammontare del rimborso previsto da ogni SSR per questi farmaci, che sono a pagamento, varia di regione in regione a seconda delle leggi promulgate. E questa differenza, che si traduce in un diverso onere economico per i cittadini, è tutta una questione di scelta politica, non medica.</p>
<p><strong>Parlando invece di uso ricreativo, è auspicabile una liberalizzazione della cannabis?</strong></p>
<p>Da un punto di vista etico, la risposta più immediata è quella di un’equiparazione con alcool e tabacco (i quali anzi, riportano un potenziale di dipendenza e un tasso di letalità molto più alti…), che invece sono legali.</p>
<p>Un discorso analogo si può fare per quanto riguarda l’ipotesi che una legalizzazione favorisca un mercato nero per i minorenni. In ogni caso, è importante considerare esattamente come si regolamenta e legalizza la cannabis.</p>
<p>Prendiamo il caso dell’Olanda: fino a poco tempo fa (e di fatto, ancora adesso), non c’era un mercato legale di <em>suppliers</em> dei coffee-shop del Paese. In altre parole, la vendita e il consumo erano tollerati, l’esistenza di questi esercizi commerciali legale, ma per la loro fornitura non esisteva un mercato regolamentato: con tutta probabilità, l’erba e l’hashish consumati in Olanda provengono per buona parte dai garage e dalle serre sotterranee di Barcellona! Ovviamente, in questi casi non c’è un controllo standardizzato sulla qualità dell’erba e una valutazione del suo impatto sulla salute; inoltre, il mercato nero diventa un passaggio obbligatorio nella catena di produzione e consumo. Solo quest’anno è partito un <a href="https://www.brusselstimes.com/841397/the-netherlands-starts-selling-legally-grown-cannabis-from-today" rel="noopener">progetto pilota</a> per 19 coffee-shop localizzati in 11 municipalità dove, dopo una rigida selezione dei partner, si è iniziato un ciclo di produzione controllata. Una regolamentazione come questa va anche a salvaguardare i lavoratori.</p>
<p>In Svizzera è partito un simile progetto pilota per permettere alla popolazione locale di attingere a cannabis a uso ricreativo. Sarà poi effettuata una raccolta dati per valutare impatto su società, e poi alla fine del progetto pilota, si valuterà se legalizzare o no. Insomma, la questione è molto meno polarizzata e più sfumata di quel che si vuole far credere negli scontri fra fazioni: sono gli opportuni interventi legislativi, conditi dal rigore della ricerca scientifica, a rendere una situazione buona o deleteria.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La favola del taglio dei posti letto e degli ospedali in Italia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia/</guid><pubDate>Mon, 29 Apr 2024 09:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>È di pochi giorni fa un appello del Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani, secondo cui «Si stima che, negli ospedali italiani, manchino almeno 100mila posti letto di degenza ordinaria e 12mila di terapia intensiva». Ma è giustificata quest&amp;amp;rsquo;implicita richiesta? Le politiche di riduzione dei posti letto e degli ospedali sono iniziate già nel Piano Sanitario Nazionale 2003-2005, per trasferire al livello territoriale parte dei ricoveri e della loro durata. Molti altri paesi hanno meno posti letto rispetto all’Italia, che rimane nelle migliori posizioni quanto a vita attesa alla nascita, mortalità evitabile e indicatori di qualità dei servizi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nei media generalisti, e purtroppo anche di settore, che si occupano di sanità pubblica in Italia, cioè praticamente tutti in questo periodo, si favoleggia del taglio dei posti letto ospedalieri e di interi ospedali in Italia. Basta usare come parole chiave “taglio posti letto in Italia” con qualunque motore di ricerca ed escono interventi degli ultimi giorni su <em>Fanpage</em>, <em>la Stampa</em> e <em>Quotidiano Sanità</em>. Se aggiungiamo “Forum” l’elenco si allunga: <em>il Fatto Quotidiano</em>, <em>Sky TG 24</em>, <em>RAI News</em>, <em>Il Sole 24 Ore</em> e <em>Virgilio Notizie</em>. Sì, perché è di pochi giorni fa un <a href="https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=121647" rel="noopener">appello</a> del Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani, che riunisce 75 società scientifiche. Nell’appello si dice che «Si stima che, negli ospedali italiani, manchino almeno 100mila posti letto di degenza ordinaria e 12mila di terapia intensiva».</p>
<p>Per chi ha pratica di sanità pubblica, questa stima, che è implicitamente anche una richiesta, è del tutto incompatibile con le risorse a disposizione e azzererebbe quelle per il cosiddetto “territorio” e cioè i servizi distrettuali e quelli dei Dipartimenti di Prevenzione, che, bontà loro, l’appello dei clinici prevede di potenziare a loro volta. Ma da dove nasce questa richiesta e, soprattutto, è giustificata?</p>
<p>I presupposti della favola che si legge in così tanti giornali sono tanto semplici quanto sbagliati:</p>
<ul>
<li>in Italia per risparmiare si è deciso di tagliare i posti letto e gli ospedali riducendo senza criterio l’offerta ospedaliera;</li>
<li>il numero di posti letto ospedalieri risulta così molto più basso di quelli della maggioranza dei Paesi europei;</li>
<li>questa riduzione e conseguente carenza si traduce in bassa qualità dei servizi offerti e influisce negativamente sui livelli di salute della popolazione.</li>
</ul>
<p>Cominciamo dal taglio senza criterio di posti letto e ospedali, di solito ricostruita in base agli Annuari Statistici del Servizio Sanitario Nazionale. La data cui si riferisce questa decisione è di solito il 2012, anno della spending review del Governo Monti, con Ministro della Salute Renato Balduzzi, cui si deve l’avvio dei lavori che portarono al Decreto Ministeriale 70 del 2015, che forniva e fornisce i riferimenti per la razionalizzazione della rete ospedaliera.</p>
<p>In realtà le politiche di riduzione dei posti letto e degli ospedali era cominciata molto prima, quando il finanziamento annuo della sanità aumentava ogni anno, <a href="https://www.agi.it/fact-checking/news/2020-03-14/coronavirus-rianimazione-posti-letto-7500889/" rel="noopener">come ricostruito</a> molto efficacemente dalla Agenzia Giornalistica Italia (AGI). Già nel <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_654_allegato.pdf" rel="noopener">Piano Sanitario Nazionale 2003-2005</a> era chiaro l’orientamento alla riduzione del numero di posti letto e di ospedali motivata dalla opportunità di trasferire al livello territoriale parte dei ricoveri e della loro durata. Orientamento questo condiviso da molti altri paesi sulla base di una serie di considerazioni tecniche tra cui: i vantaggi legati alla introduzione di tecniche chirurgiche e anestesiologiche meno invasive, la necessità di avere strutture ospedaliere con elevata complessità organizzativa e volumi di attività adeguati, la opportunità di investire su reti cliniche coordinate spesso riferite al modello cosiddetto hub and spoke. Tutti principi che il DM 70 faceva propri prevedendo tutto tranne che tagli senza criterio (gergalmente tradotti in “lineari”). E quindi i posti letto tagliati sono stati soprattutto quelli a elevato rischio di inappropriatezza d’uso e a essere chiusi, o meglio riconvertiti, sono stati quasi esclusivamente i piccoli ospedali ormai non più sicuri.</p>
<p>La minore disponibilità di posti letto rispetto agli altri paesi viene di solito documentata dai rapporti annuali <em>Health at a Glance</em> (“La salute in uno sguardo”) dell’OECD. Come noto, il documento riporta e commenta moltissimi indicatori statistici sui sistemi sanitari di 38 paesi dei vari continenti che fanno parte dell’OECD. Questi indicatori esplorano diversi aspetti che ricomprendono: la salute digitale; la attesa di vita, la mortalità e il benessere percepito; il peso dei fattori di rischio quali il fumo, l’obesità e l’inquinamento dell’aria; l’accessibilità, la disponibilità e l’uso dei servizi; la qualità e gli esiti dell’assistenza; la spesa sanitaria; il personale sanitario; il settore farmaceutico; l’invecchiamento e l’assistenza long term.</p>
<p>Di questo rapporto si citano di solito solo i dati sui posti letto che mancherebbero in Italia, senza però ricordare due cose: che esiste un problema di comparabilità dei dati e che se siamo sotto alla media degli altri paesi, ce ne sono diversi altri che “stanno molto peggio” di noi. Per quanto riguarda i posti letto ospedalieri totali, secondo <a href="https://www.oecd.org/health/health-at-a-glance/" rel="noopener"><em>Health at a Glance 2023</em></a>, in Italia nel 2021 siamo con 3,1 ogni 1.000 abitanti sotto la media calcolata su 38 Paesi (4,3), ma meno di noi ne hanno la Spagna (3,0), la Danimarca (2,5), il Regno Unito (2,4) e la Svezia (2,0). Per quanto riguarda i posti letto intensivi per adulti l’Italia con 11,6 ogni 100.000 abitanti è al di sotto della media OECD calcolata su 29 paesi, ma ad averne di meno sono paesi come la Svizzera (9,9), la Finlandia (5,5) e la Svezia (4,9).</p>
<p>Ma arriviamo al terzo punto fondamentale: ci sono dati a supporto di una bassa qualità dei servizi e di un impatto negativo sulla salute dei cittadini di queste politiche “anti-ospedaliere”? No, assolutamente no. Sempre da <em>Health at a Glance 2023</em> ricaviamo che l’Italia, assieme ad altri paesi con “pochi posti letto”, è nelle migliori posizioni quanto a vita attesa alla nascita, mortalità evitabile e indicatori di qualità dei servizi.</p>
<p>È ovvio che in Italia abbiamo problemi importanti di qualità della assistenza ospedaliera, che vanno per esempio dai fenomeni di intasamento dei Pronto Soccorso, ai tempi di attesa della chirurgia maggiore anche di area oncologica e al cattivo funzionamento delle reti cliniche tempo dipendenti (tutti processi monitorati dalla Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), ma essi rimandano soprattutto a gravi carenze nella disponibilità di risorse umane e alla inadeguata qualità dei processi programmatori e gestionali con enormi responsabilità della politica. In Italia la direzione da prendere per la difesa del Servizio Sanitario Nazionale va nella direzione di un&rsquo;ulteriore razionalizzazione e concentrazione dell&rsquo;assistenza ospedaliera, fatta salva l&rsquo;esigenza di avere riserve operative da attivare in caso di eventi pandemici, come Covid ha dimostrato.</p>
<p>L’enfasi sul rilancio degli ospedali rimanda al decimo punto del ben più nobile appello, quello “degli scienziati”, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/possiamo-fare-meno-servizio-sanitario-pubblico/">partito proprio da <em>Scienza in rete</em></a>: «I cittadini sono consapevoli della complessità del tema salute e hanno gli strumenti per essere protagonisti?». La domanda va integrata: «I politici, i professionisti, i media e la classe dirigente sono consapevoli della complessità del tema salute e hanno gli strumenti per dare il loro contributo?». Come per le dieci domande retoriche dell’appello degli scienziati, anche questa ha una risposta negativa: esiste una sorta di analfabetismo diffuso, anche dove non te lo aspetti, sui temi della sanità pubblica. L’appello dei clinici lo dimostra, e questo ci deve ricordare che dal mondo dei clinici vengono il Ministro della Salute e il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.</p>
<p>Il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale richiede una attività di <em>public health literacy</em> senza la quale quando si parla di sanità pubblica sembra spesso di essere a <em>L’ora del dilettante</em>, il primo talent show radiofonico del nostro paese.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Diritto all'aborto in Italia: dibattito, restrizioni e impatti sulle donne</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-allaborto-italia-dibattito-restrizioni-impatti-donne/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-allaborto-italia-dibattito-restrizioni-impatti-donne/</guid><pubDate>Wed, 24 Apr 2024 18:17:00 +0100</pubDate><category>salute</category><description>Il 23 aprile è stata approvata la legge che consente l&amp;amp;rsquo;inserimento delle associazioni pro-vita nei consultori. Le restrizioni sull&amp;amp;rsquo;aborto (la cui legge al riguardo è già gravata da vincoli e limitazioni significativi) possono avere effetti gravi sul benessere fisico e psicosociale delle donne: l&amp;amp;rsquo;aborto è un diritto che non dev&amp;amp;rsquo;essere gravato da ulteriori restrizioni, mentre molto si potrebbe fare per migliorare la legislazione attuale, così da garantire davvero il diritto delle donne a scegliere e l&amp;amp;rsquo;accesso sicuro all&amp;amp;rsquo;aborto.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diritto-allaborto-italia-dibattito-restrizioni-impatti-donne-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diritto-allaborto-italia-dibattito-restrizioni-impatti-donne-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il tema dell’aborto ha acceso ancora una volta il dibattito politico e pubblico in Italia, contrapponendo chi considera questa pratica moralmente inaccettabile e chi considera il mantenimento e la promozione della libertà riproduttiva di ogni donna una priorità.</p>
<p>Il diritto di accesso all&rsquo;aborto sicuro e legale è un aspetto profondamente discusso e cruciale dei diritti riproduttivi delle donne. Sebbene il Consiglio d&rsquo;Europa abbia stabilito che l’accesso all&rsquo;interruzione volontaria della gravidanza in maniera sicura e legale debba essere concesso senza restrizioni, l&rsquo;accesso all&rsquo;aborto nei paesi europei varia notevolmente.</p>
<p>Con 182 procedure di aborto medico ogni 1000 nati, l&rsquo;Italia <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13625187.2022.2057469" rel="noopener">ha uno dei tassi di aborto più bassi</a> d’Europa. La legge 194/1978 dovrebbe garantire libero accesso all’aborto chirurgico o farmacologico, ma sembra che in Italia nei fatti «<a href="https://www.researchgate.net/publication/367349434_A_Balance_of_Rights_The_Italian_Way_to_the_Abortion_Controversy" rel="noopener">non esista un vero e proprio diritto all’aborto</a>», come conseguenza dei tanti e significativi <a href="https://obgyn.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ijgo.15150" rel="noopener">vincoli e limitazioni</a>, come per esempio l’alto numero di obiettori di coscienza tra ginecologi (<a href="https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&amp;menu=notizie&amp;p=dalministero&amp;id=6359." rel="noopener">media nazionale del 63%</a>, con picchi del 80% in alcune regioni), medici di base e farmacisti.</p>
<p>Ciò nonostante, i membri dell’attuale governo, o comunque alcuni parlamentari di area governativa hanno proposto misure ancora più restrittive, che vanno dal concedere pieni <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/420885.pdf" rel="noopener">diritti giuridici</a> dal momento del concepimento, all’obbligo dell’<a href="https://www.agenda17.it/2023/06/02/la-nuova-proposta-di-legge-contro-laborto-costringe-le-donne-ad-ascoltare-il-battito-del-feto/" rel="noopener">ascolto del battito fetale</a>, fino all’<a href="https://www.open.online/2024/04/19/pnrr-aborto-pro-vita-consultori-commissione-ue/" rel="noopener">inserimento delle associazioni pro-vita</a> nei consultori. Proposta, questa, che è diventata legge grazie a un emendamento al decreto del PNRR approvato il 18 aprile alla Camera e il 23 aprile anche dal Senato.</p>
<h2 id="leffetto-delle-restrizioni-allaborto-sulla-salute-delle-donne">L’effetto delle restrizioni all’aborto sulla salute delle donne</h2><p>Oltre a riflettere su come la restrizione dell&rsquo;aborto possa essere considerata non etica e contro i diritti delle donne, ci sembra importante offrire una panoramica delle possibili conseguenze che queste misure restrittive possono avere per il benessere fisico e psicosociale delle donne. Nonostante misure come quelle dell’ascolto del battito fetale e l’inserimento delle associazioni anti abortiste nei consultori siano state presentate come necessarie a garantire una reale scelta consapevole, in realtà sortiranno l’effetto opposto. Questi interventi andranno a influenzare l’autonomia decisionale, tentando di colpevolizzare coloro che decidono di avvalersi del proprio diritto di abortire.</p>
<p>Ben più vincolante e stringente sarebbe invece la proposta legata al garantire diritti legali dal momento del concepimento. Questa proposta cambierebbe radicalmente lo status giuridico del concepito e, in quanto tale, è complessa e controversa poiché ha ramificazioni etiche e legali. Garantendo diritti legali sin dal momento del concepimento, si andrebbe a rendere l’aborto illegale, andandolo a equiparare all’omicidio. Questa proposta inciderebbe inevitabilmente sul diritto di autodeterminazione delle donne, limitando la loro libertà di prendere decisioni autonome sulla prosecuzione o meno della gravidanza.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo non è criticare coloro che credono che un embrione abbia lo stesso status morale di una persona, ma di evidenziare che la definizione dello status morale del concepito debba essere diritto della donna incinta e non definita a prescindere dalla legge. Restrizioni all’accesso all’aborto non solo limitano il diritto di autodeterminazione delle donne, ma possono avere conseguenze molto più gravi, fino ad arrivare all’<a href="https://obgyn.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ijgo.15150#:~:text=In%20summary%2C%20the%20hyper%2Dregulation,reproducing%20stigma%20around%20this%20treatment." rel="noopener">incremento di pratiche abortive illegali</a> o di “turismo medico”. Misure restrittive o la negazione totale del diritto all’aborto comporterebbero anche <a href="https://www.ansirh.org/research/ongoing/turnaway-study" rel="noopener">rischi significativi</a> per il benessere psicosociale e fisico delle donne. Divieti e limitazioni, infatti, possono portare le donne a cercare l&rsquo;interruzione della gravidanza in strutture sanitarie non legalmente autorizzate a svolgere procedure di aborto. Una situazione ancor più pericolosa sarebbe un aumento delle donne che cercano un aborto autogestito, attraverso procedure non mediche improvvisate o pillole legali. Alcune donne possono richiedere l&rsquo;aborto altrove, nei paesi in cui il diritto all&rsquo;interruzione di gravidanza è ancora concesso. Donne che decidono di interrompere la gravidanza sono già normalmente sottoposte a stress, pressione e spesso vengono stigmatizzate per la loro scelta. Particolari restrizioni, limitazioni o pressioni posso provocare maggiori livelli di ansia e bassa autostima.</p>
<h2 id="gli-effetti-sulle-diseguaglianze-di-genere">Gli effetti sulle diseguaglianze di genere</h2><p>Mantenere il diritto all’aborto e l’accesso legale alle procedure è fondamentale per garantire il benessere delle donne, ma è anche essenziale per contrastare le già critiche disuguaglianze professionali e conseguenze relative all’<a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5803812/" rel="noopener">indipendenza socioeconomica</a>. Restrizioni all’aborto possono avere un impatto a breve e a lungo termine sui piani educativi e professionali e accrescere il divario di genere in relazione a vari fattori, per esempio istruzione, stipendio, benessere, famiglia. L&rsquo;assenza di opzioni di aborto accessibili può portare a un aumento della pressione finanziaria e dello stress per le donne, colpendo la loro salute mentale, il loro benessere, la loro capacità di scelta professionale e di partecipazione equa alla forza lavoro. In un paese in cui la disparità di genere è già un problema e in cui non vi è alcun impegno a sviluppare politiche per l&rsquo;uguaglianza tra i sessi, il divieto di aborto o la sua limitazione possono aggravare queste tipologie di disparità.</p>
<p>Il mantenimento della piena autonomia e della libertà di scelta delle donne in gravidanza è essenziale per garantire la protezione del loro benessere fisico e psicosociale sia a breve che a lungo termine. La capacità di prendere decisioni sul proprio corpo, comprese quelle relative alla gravidanza e al parto, sono un aspetto fondamentale della libertà individuale e dei diritti umani. Per promuovere l&rsquo;autonomia delle donne, è fondamentale che le donne in gravidanza abbiano accesso a informazioni complete, consulenza imparziale e servizi medici sicuri, compresa la possibilità di aborto legale e accessibile.</p>
<p>Il rispetto della piena autonomia e della libertà di scelta delle donne in gravidanza è quindi un pilastro cruciale per preservare la loro dignità, garantire il loro benessere e promuovere una società più giusta. Non abbiamo bisogno di un nuovo quadro giuridico per limitare ulteriormente il diritto all&rsquo;aborto, si può invece fare di più per migliorare la legislazione attuale in modo che il diritto delle donne a scegliere e l&rsquo;accesso sicuro all&rsquo;aborto siano veramente garantiti per tutti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La povera innocenza della gente, calpestata dalla guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/</guid><pubDate>Fri, 19 Apr 2024 10:36:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>La guerra incide in modo profondo sulla salute delle popolazioni. Non solo aumenta l’esposizione ai rischi, ma anche indebolisce, a volte sino alla distruzione, i fattori di protezione, come le reti comunitarie, l’approvvigionamento idrico sicuro, i comportamenti positivi per la ricerca della salute, la stabilità sociale. Le prime vittime sono donne e bambini. Pubblichiamo un estratto del saggio Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime (Il Pensiero Scientifico Editore) di Maurizio Bonati, di prossima pubblicazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una rappresentazione corale, che delle guerre descrive le terribili ricadute sulla salute, sulla vita e sul futuro delle persone e dei Paesi. E in cui ai dati, numerosi e solidi, si affiancano i vissuti, nella lettura che ne hanno dato scrittori, artisti, teatranti, filosofi, cantanti, testimoni e operatori di pace. Su <em>Scienza in rete</em> un’anticipazione del libro di Maurizio Bonati <em>Il cronico trauma della guerra</em>, dal 2 maggio in libreria.</p>
<h2 id="la-guerra-come-determinante-di-salute">La guerra come determinante di salute</h2><p>I determinanti sociali della salute sono le condizioni in cui le persone nascono, crescono, lavorano, vivono e invecchiano, i sistemi messi in atto per affrontare la malattia e l’insieme più ampio di azioni che plasmano le condizioni della vita quotidiana. Includono politiche e sistemi economici, programmi di sviluppo, norme sociali, politiche sociali e strutture politiche. I determinanti sociali della salute sono importanti perché affrontarli non solo aiuta a prevenire le malattie, ma promuove anche una vita sana e l’equità sociale.</p>
<p>[…] Ci sono enormi disuguaglianze nel garantire il diritto alla salute a tutti, sia tra nazioni che all’interno dello stesso Paese. […].</p>
<p>Disuguaglianze che si associano all’organizzazione politico-sociale di un Paese. L’indice di democrazia è un indice sintetico (con tutti i limiti sui criteri di classificazione e l’accuratezza delle stime delle variabili considerate) che contempla il processo elettorale e il pluralismo, il funzionamento del governo, la partecipazione politica, la cultura politica e le libertà civili di un Paese; diventa quindi un potenziale indicatore da associare allo stato di salute di una popolazione. L’ampio intervallo dei valori tra la “democrazia completa” dei pochi, con a capo la Norvegia, passando alle “democrazie imperfette”, quindi ai “regimi ibridi” per arrivare alle 59 nazioni classificate come “regimi autoritari” (ultimo classificato l’Afghanistan) sottolinea quanto l’affermazione della democrazia sia ancora lontana da raggiungere per troppi Paesi. L’indice di democrazia può quindi rappresentare un utile determinante strutturale associato alla disuguale distribuzione della salute all’interno della popolazione. Non basta quindi prendere in considerazione i determinanti della salute, ma occorre esaminare anche i determinanti delle disuguaglianze nella salute.</p>
<p>[…] Lo scoppio di un conflitto, acuto o prolungato, crea uno shock per le persone, le comunità e l’intera società tale da sovvertire le priorità di vita e sussistenza, quindi anche il valore, seppur in termini di macro indicazioni, dei determinanti della salute. Il benessere vissuto e quello atteso sono ben diversi da quelli antecedenti il conflitto. Durante la guerra aumentano le difficoltà di gestire le condizioni di vita quotidiane e i bisogni essenziali adeguati all’età, al genere, allo stato di salute, alla resilienza fisica e psicologica e allo stato socio-economico della popolazione, in particolare per le persone vulnerabili già prima della guerra e che il conflitto rende ancora più fragili. La guerra aumenta l’esposizione ai rischi per la salute (ad esempio, lo sfollamento, che porta all’esposizione a nuove infezioni, all’aumento della violenza, in particolare quella di genere, alla contaminazione ambientale) e attenua, anche sino alla distruzione, i fattori di protezione (ad esempio, le reti comunitarie, l’approvvigionamento idrico sicuro, i comportamenti positivi per la ricerca della salute e la stabilità sociale).</p>
<p>È la storia di tutte le guerre moderne ed è ampiamente documentata anche nella letteratura scientifica. Ne sono un esempio l’incremento dei casi di malaria durante la guerra nel Darfur, in particolare dopo il genocidio e con lo sfollamento di massa della primavera del 2004; l’aumentata prevalenza di malattie croniche respiratorie e cardiovascolari dopo la guerra in Bosnia e dopo quella in Siria; la crescita della mortalità materna in Burundi, in particolare nel tragico 1972 in cui venne compiuto un massacro ricordato come <em>ikiza</em> (catastrofe) e lo sfollamento di oltre 400.000 persone dal Paese; l’aumento di rapimenti e di prostituzione durante la guerra in Iraq. Sino ad arrivare all’ultima invasione russa dell’Ucraina e in attesa della documentazione sugli esiti, anche a distanza, dello sfollamento da Gaza City verso il Sud della Striscia.</p>
<p>Poco prima dell’invasione russa la popolazione ucraina contava 42 milioni di cittadini e si è ridotta, dopo l’attacco, a 28-31 milioni di residenti, in seguito alla fuga all’estero in massa di donne e bambini. Sono partite donne giovani, delle classi medio-alte, con livelli alti di scolarizzazione. Per gli uomini di 18-65 anni il governo aveva posto il divieto all’espatrio sin dall’inizio della guerra. Migrazione diversa da quella precedente l’invasione, quando sia donne che uomini andavano all’estero in cerca di lavoro; lavori umili, temporanei. Con il perdurare della guerra la migrazione diventa protratta, molte delle donne hanno trovato lavoro, i bambini frequentano le scuole, le politiche di accoglienza nei vari Paesi ospitanti cambiano e diventano più favorevoli: la prospettiva è che molte di queste donne e bambini non torneranno più in Ucraina. Questo è un fenomeno da contemplare tra i rischi a distanza della guerra sulla generazione successiva, sulla riduzione della popolazione, sul cambiamento dei bisogni, ma anche delle risorse.</p>
<p>La guerra è un macro determinante della salute e delle disuguaglianze nella salute che aumenta il bisogno di cura individuale e comunitaria, in particolare attraverso i determinanti intermedi che nel corso di un conflitto sono rappresentati, in particolare, da: sfollamenti, instabilità economica, povertà e malattie.</p>
<p>[…] Con le sommosse del febbraio 2011 scoppia la guerra civile in Libia che termina apparentemente con la caduta e l’uccisione di Gheddafi nell’ottobre dello stesso anno. Il Paese rimane però diviso e attraversato da scontri tra milizie islamiche e milizie libiche sino alla riunificazione, del marzo 2021. Dal 2010 al 2020 l’Indice di Sviluppo Umano della Libia passa da 0,739 a 0,703, dall’80° al 105° posto di 189 nazioni; il PIL pro capite quasi si dimezza passando da 18.663 a 10.630 dollari.</p>
<p>L’effetto della guerra sull’economia dei Paesi coinvolti è associato alle risorse del singolo Paese, ma anche al mercato globale, alle sue regole e alla sua organizzazione, all’indotto legale e illegale che genera. La Repubblica Democratica del Congo è il Paese più vasto dell’Africa subsahariana, dove bande armate, milizie non governative, ex militari e gruppi tribali alimentano un perenne conflitto che causa centinaia di migliaia di morti ogni anno, anche per il controllo delle immense risorse minerarie: il 70% delle riserve globali del coltan usato nei telefonini, il 30% dei diamanti, il 50% del cobalto per le batterie delle auto elettriche. È un Paese dove il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e 6 milioni di abitanti sono sfollati interni a causa dei conflitti. La guerra attiva il mercato delle armi, e non solo. Ad esempio, rodio, palladio e platino sono fondamentali per l’industria bellica (per i droni o le apparecchiature che guidano i missili). È quindi la guerra a spingere il mercato e il prezzo di questi “materiali preziosi”. Un mercato gestito da Russia e Cina. Materiali che valgono più dell’oro, 161 mila euro al chilo per il rodio, 32 mila euro per platino e palladio, la metà dell’oro, ma 40 volte il prezzo dell’argento. Metalli rari usati per ridurre le emissioni nei moderni catalizzatori delle vetture, incrementando i furti delle marmitte (un catalizzatore rubato vale fino a 300 euro) e alimentando un mercato illegale, con Serbia e Lituania come principali Paesi d’approdo.</p>
<p>L’ampio mercato illegale legato alla guerra, per generi e aree di produzione, potrebbe quindi rappresentare un ulteriore determinante della salute per i produttori, per i clienti e per le vittime.</p>
<h2 id="le-vittime">Le vittime</h2><p>Alla fine del 2020, circa 630 milioni di donne, bambine e bambini vivevano in situazioni di conflitto armato (l’8% dell’intera popolazione mondiale). Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, in tutto il mondo oltre 23,3 milioni di bambini e bambine di età inferiore ai 18 anni erano sfollati interni, di cui quasi 13 milioni erano in età di istruzione primaria e secondaria e 10,5 milioni avevano tra i 15 e i 24 anni. Circa la metà dei 53,2 milioni di persone che vivevano in condizioni di sfollamento interno a causa di conflitti e violenze […] erano bambini. Ai bambini vanno aggiunte anche le donne costrette ad abbandonare le loro case e luoghi di residenza: circa 20 milioni. Quindi, oltre due terzi degli sfollati o dei migranti a causa di conflitti bellici sono donne e bambini. Ma donne e bambini possono essere colpiti dai conflitti anche senza essere sfollati dalle loro case, esponendosi a un rischio maggiore di morbilità e mortalità a causa della violenza diretta e del deterioramento delle condizioni locali.</p>
<p>Dal punto di vista di un bambino, la guerra è un tipo di catastrofe paragonabile ai terremoti, alle carestie, ai cicloni e alle pestilenze epi- demiche. Con la differenza che la guerra è un atto volontario di alcu- ni e subito da altri, non è imprevedibile, perché costruito nel tempo. Differenze sostanziali che il bambino dovrebbe apprendere durante la crescita, nel suo percorso formativo. Il principe Mishkin di Dostoevskij non sapeva rispondere alla domanda perché i bambini muoiono, ma forse succede anche perché vengono “ingannati”.</p>
<blockquote>
<p>E mentre camminava per le strade e vedeva in ogni volto i segni di una fatica inutile, o alzava gli occhi verso i tetti delle case, su al cielo, per capire se c’era un senso, egli pareva trovarlo, e si rasserenava. Ma solo a una domanda, che lo investiva a ondate regolari con affanno, il principe Mishkin non sapeva rispondere: perché, Signore, i bambini muoiono? A un bambino si può dire tutto, tutto. Mi ha sempre sconcertato il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i piccoli, persino padri e madri i loro figli. Ai bambini non bisogna nascondere niente col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto per sapere. Che idea triste e infelice! E come si rendono ben conto i bambini che i genitori li considerano troppo piccoli e non in grado di capire, mentre invece capiscono tutto. I grandi non sanno che un bambino può dare consigli estremamente importanti anche nelle questioni più difficili. Oh Dio! Eppure quando uno di questi teneri uccellini ti guarda fiducioso e contento, ti vergogni di ingannarlo. (Da <em>L’idiota</em> di Fëdor Dostoevskij)</p></blockquote>
<p>Nel solo decennio 1985-1996 le vittime minorenni della guerra sono state 2 milioni di morti; 4-5 milioni di disabili; 12 milioni che hanno perso la casa, più di 1 milione rimasti orfani o separati dai genitori; circa 10 milioni psicologicamente traumatizzati (disturbo da stress post-traumatico). Con gli anni Novanta la crudeltà della guerra è ricomparsa in Europa prima nei Balcani, poi nel Donbass e nel 2022 nell’intera Ucraina.</p>
<p>“La guerra non risparmia mai i bambini, né quelli rapiti dalle loro case in Israele, né quelli che si nascondono dagli attacchi aerei o senza cibo e acqua a Gaza”, afferma Malala Yousafzal, nata in Pakistan nel 1997, la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014 insieme all’attivista indiano Kailash Satyarthi, “per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione”.</p>
<p>[…] I meccanismi attraverso i quali la guerra influenza la mortalità infantile sono molteplici, sebbene necessitino ancora di essere valutati in modo appropriato nei diversi contesti sociali, economici e politici di guerra. I determinanti più prossimi della mortalità infantile sono la salute materna e infantile, e quest’ultima può essere influenzata dai comportamenti materni. La salute materna può, ovviamente, essere compromessa durante la guerra a causa del ridotto accesso all’assistenza sanitaria, ma anche dei numerosi rischi cui una giovane donna in età fertile è esposta durante una guerra (tra i tanti rischi: violenza sessuale, compreso l’uso dello stupro come arma di guerra,2 quindi stress post-traumatico, gravidanze non pianificate e indesiderate; infezioni a trasmissione sessuale), oltre ovviamente delle condizioni sanitarie e sociali comuni all’intera popolazione prima e nel corso del conflitto.</p>
<blockquote>
<p>“Una volta mi hanno stuprata a turno in 12. Pensavo di morire. Mi hanno sbattuta talmente forte a terra che in parte ho perso l’udito. Da allora ogni notte ho gli incubi, mi sento una nullità. Ricordo ancora addosso il loro peso, porto i segni di quella violenza, come cicatrici indelebili, e a volte vorrei strapparmi via la pelle”.<br>
Grace, oggi trentenne, viene rapita dai ribelli nella Repubblica Democratica del Congo quando ha 10 anni e sta andando a scuola con i libri sottobraccio. È una delle testimonianze raccolte nel libro <em>La luce oltre il buio</em> di Antonella Napoli.</p></blockquote>
<p>[…] “Gli uomini fanno la guerra, le donne e i bambini ne pagano il prezzo” scriveva Juliet Dobson, editor del <em>British Medical Journal</em>, pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina.</p>
<h2 id="i-bambini-soldato">I bambini soldato</h2><p>In alcune situazioni belliche i bambini sono direttamente coinvolti nella violenza tra forze combattenti opposte. Ad esempio sono stati anche vittime prescelte nelle guerre civili genocide in Africa, quando a centinaia di migliaia sono stati uccisi e mutilati nel contesto di assalti corpo a corpo di grande ferocia. Il reclutamento o l’utilizzo di bambini nelle forze armate e nei gruppi armati è la coscrizione obbligatoria, che ha come fine l’arruolamento forzato di bambini in qualsiasi tipo di forza armata o gruppo armato. L’utilizzo di ragazzi e ragazze da parte di forze armate o gruppi armati può avvenire a qualsiasi titolo: come combattenti, cuochi, facchini, messaggeri, spie o anche oggetti di sfruttamento sessuale.</p>
<p>La Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, all’articolo 38 afferma che “gli Stati parti si impegnano a rispettare e a far rispettare le regole del diritto umanitario internazionale loro applicabili in caso di conflitto armato, la cui protezione si estende anche ai fanciulli, e adottano ogni misura possibile a livello pratico per vigilare che le persone che non hanno raggiunto l’età di quindici anni non partecipino direttamente alle ostilità”. La Corte penale internazionale ha dichiarato illegale come crimine di guerra l’arruolamento di minori di 15 anni. Tuttavia, si stima siano 300.000 i bambini soldato coinvolti direttamente nella violenza della guerra nel mondo. Il profilo tipico di un bambino soldato è quello di un ragazzo di età compresa tra gli 8 e i 18 anni, legato a un gruppo di coetanei armati, quasi sempre orfano, tossicodipendente o alcolista, spietato, analfabeta e pericoloso.</p>
<p>[…] I tipi estremi di violenza che i bambini subiscono durante il loro arruolamento nelle forze o gruppi armati comprendono l’essere costretti a guardare e prendere parte a omicidi, cannibalismo, stupri, matrimoni forzati e schiavitù sessuale, come risulta dalla documentazione su Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo ed El Salvador. Tra le adolescenti costrette ad arruolarsi è notevolmente aumentato il rischio di gravidanze indesiderate, problemi ginecologici e malattie sessualmente trasmissibili. Il processo di indottrinamento dei bambini e i metodi utilizzati per controllarli e isolarli prevedono abusi fisici e psicologici regolari, torture e la normalizzazione della violenza.</p>
<p>[…] Ci sono anche altre forme di violenza nei confronti dei bambini imputabili alla guerra. Una è quella dell’uso dei civili, e in particolare i bambini, come scudi umani. […] È, ad esempio, una delle accuse del governo ucraino contro l’esercito russo quella di aver usato bambini e intere famiglie come scudi umani in diverse località del Donbass a protezione di carri armati o di installazioni militari. Allo stesso modo il governo israeliano ha accusato Hamas di inviare gruppi di donne e bambini a fungere da scudi umani contro le truppe israeliane in occasione di attacchi nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Un’altra forma di violenza, a distanza dall’evento bellico, è quella subita dai bambini i cui genitori sono stati testimoni o hanno partecipato a conflitti armati e di conseguenza sono esposti a un rischio maggiore di abusi e abbandono come è stato dimostrato dopo i conflitti a Timor-Est, in Uganda, in Siria e in Libano, ma anche tra i figli dei veterani americani. La violenza è multidimensionale nelle sue manifestazioni, unidimensionale per le vittime che la subiscono.</p>
<h2 id="raccontare-la-guerra">Raccontare la guerra</h2><p>[…] Mazen Kerbaj, un artista multidisciplinare libanese, ha raccontato in disegni, fumetti e prosa un diario della guerra in Libano del 2006 (Beirut don’t cry). Ma essendo anche un apprezzato trombettista jazz il 16 luglio del 2006 si è registrato mentre suonava un duetto improvvisato alla tromba al suono delle bombe israeliane che cadevano vicino a dove viveva per comunicare nella sua interezza la spaventosa realtà di una sinfonia (Starry Night) fatta dal suono delle bombe, dagli allarmi innescati dall’attacco e da una tromba.</p>
<p>[…] Ci sono i libri di Storia, i saggi, i musei, i filmati, le canzoni e le composizioni varie, ma questo, per quanto importante ed essenziale, oggettivamente non basta. Anche la musica classica e operistica ha contrappuntato con ampia variabilità le guerre nei secoli. Una dimensione dell’informazione e della conoscenza meno partecipata e meno critica per celebrare o deplorare conflitti e inneggiare alla libertà.</p>
<p>C’è anche altro materiale, c’è il romanzare della letteratura formale in tema di guerra. Il contributo del romanzo storico, della biofiction, testimonianza, memoir, autobiografia e altro ancora di tutto ciò che “è frutto di immaginazione avvinghiata alle notizie storiche” (con Savina Dolores Massa). […] Ci sono poi, quei giochi di guerra dopo le ore di scuola, fra le strade di Budapest all’inizio della primavera, fatti dai ragazzi (solo maschi) della Via Pál. Adolescenti, “ragazzini”, tutti ancora incoscienti nell’inseguire con slancio le intricate trame dell’infanzia con la potenzialità di cambiare il mondo.</p>
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<p>Nell’inventare storie, i bambini impiegano l’intera personalità, quindi anche il pensiero logico e le facoltà di osservazione del reale e perciò portano al reale e non fuori da esso. Una parola, gettata nella mente a caso, provoca una serie infinta di reazioni a catena coinvolgendo suoni, immagini, analogie, ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa la memoria e l’esperienza, la fantasia e l’inconscio. La stessa mente interviene continuamente per respingere, ricordare, collegare, distruggere”<br>
Gianni Rodàri, <em>Grammatica della fantasia</em>.</p></blockquote>
<p>[…] “Per il proprio giudizio bisogna esserci” era il motto di Ryszard Kapuscinski, forse il più grande giornalista-scrittore che ha vissuto e raccontato i conflitti nel mondo di mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Riferimento professionale di molti inviati nelle zone calde, che “frequentano le guerre”, testimoni diretti che scrivono quello che vedono e conoscono al servizio del lettore. Ettore Mo è stato uno di questi. Un mestiere difficile e rischioso se non si vuole essere condizionati da veti, regolamenti e censure dei belligeranti.</p>
<p>L’antinomia del romanzare della letteratura è la narrativa non-fiction un percorso produttivo chiamato reportage o cronaca; la non-fiction è strumento e forma di narrazione di una guerra. Con María Sonia Cristoff lontano da una guerra “apro il quaderno di appunti su cui annoto idee, ipotesi, analogie, polemiche, appendici, inquietudini, riferimenti bibliografici, citazioni probabili e improbabili, e rileggo gli appunti come chi a un certo punto fa una pausa per ricontrollare una mappa.”</p>
<p>Clarissa Ward, principale corrispondente internazionale della CNN, da sempre presente nelle aree di conflitto, parlando del suo lavoro dice: “Il prezzo da pagare nel nostro lavoro è quello di testimoniare il dolore degli altri.” A volte il prezzo da pagare per questa testimonianza, per mostrare ad altri cosa è successo e cosa continua a succedere, per contagiare il maggior numero di persone sulla situazione in modo oggettivo, affinché contagino altri è molto alto e definitivo come è stato per la premiata scrittrice e poetessa ucraina Victoria Amelina vittima del bombardamento russo di un ristorante a Kramators’k nell’Ucraina orientale il 27 giugno 2023.</p>
<p>Ancora Clarissa Ward al quinto mese di gravidanza, intervistata in Ucraina da Francesca Mannocchi ebbe a dire: “Noi inviate siamo esposte ai rischi, come tutte le donne che lavorano. La maternità non è un atto singolo, ma un progetto di famiglia&hellip; Da quando sono madre, sono emotivamente più esposta e più sensibile alle sofferenze degli altri, tendo ad essere più fisica, ad abbracciare di più le persone, ad essere più coinvolta dalle storie di sofferenza delle persone normali”.</p>
<p>[…] La guerra è fatta anche di propaganda e di fake news da cui chi racconta la guerra deve difendersi nell’interesse suo e del lettore o ascoltatore. Il lavoro di verifica delle informazioni è spesso laborioso, difficoltoso, può mettere a repentaglio la sicurezza personale, necessita di tempo e di cambiamenti politici e individuali di chi è coinvolto. È ad esempio il caso degli arsenali di armi di distruzione di massa detenuti da Saddam Hussein: il grande falso che diede inizio alla guerra in Iraq nel 2003. Nonostante le certezze dell’amministrazione americana di George W. Bush sostenute anche dall’allora segretario di Stato Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite agitando una fiala contenente un liquido giallo, mai furono trovate armi di distruzione di massa in Iraq (se non alcuni vecchi depositi con avanzi di armi chimiche desuete). Solo nel 2015 si acquisisce la prova della menzogna (la post-verità quella che non turba) con l’intervista di France 5 ad Ahmad Chalabi, l’uomo politico scelto da Washington per guidare l’Iraq dopo Saddam Hussein e che nel 2001- 2002 fornì agli americani riferimenti e indicò persone utili a costruire il dossier menzognero sulle armi irachene di distruzione di massa.</p>
<p>“La menzogna di guerra è uno degli aspetti più odiosi della propaganda di guerra, e la peggior menzogna è quella di attribuire al nemico i propri crimini” afferma Edgar Morin in <em>Di guerra in guerra</em>.</p>
<p>[…] Raccontare “anche dopo” affinché non prevalga l’indifferenza, il silenzio, la disinformazione, l’impunità è il vissuto comune di molti inviati di guerra. Se durante la tragedia, mentre si è sul campo, la domanda di molti è: “Che cosa posso raccontare di più, oltre ai morti, ai cecchini, al dolore, alla fame?” dopo il dilemma, per chi vuole continuare a riferire ciò che ha visto a qualsiasi costo, è raccontare storie (apparentemente) non più attuali di testimoni e vittime e ancor più come farsi leggere o ascoltare.</p>
<p>Sono alcuni dei temi di <em>Reporters de guerre</em>, spettacolo teatrale messo in scena nel 2022 da Sébastien Foucault. Dopo sei anni di interviste e documentazione Foucault porta sul palcoscenico vittime e giornalisti che hanno vissuto il conflitto in Bosnia (1992-1995). Un’operazione fatta anche da Moravia: portare il giornalismo in teatro affinché informazione e conoscenza si manifestassero come componenti di un’unica essenzialità&hellip; contro l’indifferenza, anche verso la guerra, in particolare a distanza di anni. Alla fine di una guerra tra le macerie (simili a tutte le guerre) resta solo la parola (nelle sue varie espressioni) a salvare la memoria.</p>
<p><em>Maurizio Bonati,</em> Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime*. 256 pagine, 22 euro, Il Pensiero Scientifico Editore *(in libreria dal 2 maggio)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Abbiamo diritto alla pace</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-diritto-pace/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-diritto-pace/</guid><pubDate>Fri, 19 Apr 2024 09:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>pace</category><description>Il diritto internazionale umanitario nei conflitti armati nasce ufficialmente nel 1864. Il giurista Lorenzo Gagliardi sostiene che la scienza giuridica è una disciplina che elabora il diritto in modo tale che l’interpretazione delle norme sia compiuta attraverso procedure logiche verificabili in ogni passaggio. Tutt&amp;amp;rsquo;oggi, però, nessuna scienza sfugge a questa definizione più di quella del diritto umanitario.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/abbiamo-diritto-pace-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/abbiamo-diritto-pace-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 20 luglio 2023, il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha pubblicato il documento <em>Una nuova agenda per la pace</em>, che sollecitava gli Stati membri a lavorare per «Raggiungere l’universalità dei trattati che vietano le armi inumane e indiscriminate».</p>
<p><em>Vox clamantis in deserto</em>: di lì a pochi mesi sarebbe giunta l&rsquo;ennesima conferma che nel terzo millennio le guerre ancora spingono la loro crudeltà ben oltre il raggiungimento degli obiettivi militari, come hanno sempre fatto fin dal passato più remoto.</p>
<p>Per la nostra specie, è lungo e faticoso il percorso dalla ferinità all&rsquo;umanità, anche se in tutte le epoche vi sono stati pensatori che l&rsquo;hanno illuminato: Alberico Gentili, un giurista italiano divenuto regius professor di diritto civile all&rsquo;Università di Oxford, già nella seconda metà del XVI secolo scriveva che «La necessità militare può rendere legale qualunque cosa. Ma l’abuso dei mezzi militari potrebbe indebolire la causa della giustizia e dare all’avversario ragione per muovere a sua volta una guerra giusta. Quindi, non violare le donne del nemico e non provocare offese contro la giustizia naturale» e due secoli dopo, ne <em>Le contrat social</em> (Einaudi Tascabili, Torino, 1994), Jean-Jacques Rousseau, asseriva: «&hellip;Gli uomini sono nemici solo accidentalmente &hellip; come soldati &hellip; appena questi posano le armi e si arrendono, cessano di essere nemici o strumenti del nemico e ritornano a essere semplicemente uomini, la cui vita nessuno ha il diritto di prendere».</p>
<h2 id="gli-uomini-non-sono-nemici">Gli uomini non sono nemici</h2><p>Il diritto internazionale umanitario nei conflitti armati, basato sui due principi della tutela dei non belligeranti e del divieto di causare sofferenze inutili, nasce ufficialmente il 22 agosto 1864, data della prima Convenzione di Ginevra che sanciva l’obbligo di soccorrere i feriti e i malati e l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/verita-guerra-manuale-chirurgia/">inviolabilità dell&rsquo;apparato sanitario</a>.</p>
<p>Nelle successive Convenzioni dell&rsquo;Aja del 1899 e del 1907, emanazioni delle Conferenze per la pace promosse dallo zar Nicola II, gli Stati membri rividero «Le leggi e gli usi generali della guerra&hellip; per tracciare certi limiti destinati a restringerne, per quanto è possibile, i rigori» e costituirono una Corte permanente di arbitrato, organismo tuttora esistente cui aderiscono 121 Stati, con sede nel Palazzo della pace dell&rsquo;Aja, che ospita anche la Corte internazionale di giustizia e l&rsquo;Accademia del diritto internazionale.</p>
<h2 id="le-regole-della-guerra">Le regole della guerra</h2><p>La <a href="https://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20041031202458.pdf" rel="noopener">Convenzione del 1907</a> era molto avanzata sul trattamento dei prigionieri di guerra («&hellip; Saranno trattati per il nutrimento, l’alloggio e il vestiario, come le truppe del Governo che li avrà catturati&hellip;») e sull&rsquo;uso delle armi: «I belligeranti non hanno un diritto illimitato nella scelta dei mezzi per nuocere al nemico&hellip;  È segnatamente vietato: usare veleni o armi avvelenate; uccidere o ferire a tradimento individui appartenenti alla nazione o all’esercito nemici; uccidere o ferire un nemico il quale, avendo deposto le armi, oppure non avendo più i mezzi per difendersi, si è arreso a discrezione; dichiarare che non si darà quartiere; adoperare armi, proiettili, o materiale atti a cagionare mali superflui&hellip; È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi&hellip; Negli assedi e bombardamenti devono essere prese tutte le misure necessarie per risparmiare, per quanto è possibile, gli edifici consacrati al culto, alle arti, alle scienze, alla beneficenza, i monumenti storici, gli ospedali e i luoghi dove sono raccolti malati e feriti, a condizione che essi non siano contemporaneamente adoperati per scopi militari&hellip; Un territorio è considerato occupato quando si trovi posto di fatto sotto l’autorità dell’esercito nemico, il quale prenderà tutte le misure che dipendano da lui per ristabilire e assicurare, per quanto è possibile, l’ordine pubblico e la vita pubblica, rispettando, salvo impedimento assoluto, le leggi vigenti nel paese&hellip; Nessuna pena collettiva, pecuniaria o altra, potrà essere disposta contro un’intera popolazione a cagione di fatti individuali di cui essa non possa essere considerata come responsabile in solido». </p>
<p>In seguito, il diritto internazionale umanitario <a href="https://www.criaosta.it/images/didattica/diu_storia_evoluzione.pdf" rel="noopener">si è sviluppato</a>, incalzato e preceduto dai misfatti cui si opponeva, con nuove e più complete convenzioni che allargavano i confini di competenza: la Dichiarazione di San Pietroburgo del 1868 proibì l’uso di certi proiettili; dopo la Prima guerra mondiale, il Protocollo di Ginevra del 1925 vietò l&rsquo;impiego in guerra di gas asfissianti, tossici o similari e di mezzi batteriologici (YPRES) e la Convenzione di Ginevra del 1929 regolò il trattamento dei prigionieri di guerra.</p>
<p>I limiti tracciati furono oltrepassati dalla Seconda guerra mondiale, delle quali sono noti gli orrori; per emendarli ed evitare il loro ripetersi, nel 1949 furono stipulate le quattro Convenzioni di Ginevra delle quali oggi è parte la quasi totalità degli Stati. Le prime due impegnano la parte belligerante nelle cui mani si trovino malati, feriti, naufraghi, personale medico, ambulanze e ospedali a garantire loro protezione, cure e assistenza; la terza disciplina il trattamento dei prigionieri di guerra; la quarta protegge da atti di violenza e dall’arbitrio i civili che si trovano in mano nemica o in territorio occupato.</p>
<p>Tutte, però, fanno riferimento solo ai conflitti armati tra due o più Stati (internazionali). Negli anni a seguire, soprattutto in seguito alla decolonizzazione, il prevalere dei conflitti armati non internazionali bensì interni a uno Stato, tra le sue forze armate e gruppi armati dissidenti organizzati <a href="https://www.archiviodisarmo.it/view/96anhaQRiTQnE6mUNzUnpxitg3VAkT0NVVRuk_GLP30/2003-8-riga.pdf" rel="noopener">ha reso necessaria</a> la formulazione di due Protocolli addizionali alle Convenzioni di Ginevra, varati il 10 giugno 1977, che specificano i principi di protezione delle vittime nei due casi. Un terzo protocollo, del 2005, si è limitato ad aggiungere un nuovo segno distintivo, il Cristallo Rosso, alla Croce e alla Mezzaluna rosse, per segnalare persone e oggetti che devono essere particolarmente protetti.</p>
<p>Le norme addizionali, però, <a href="https://www.archiviodisarmo.it/view/96anhaQRiTQnE6mUNzUnpxitg3VAkT0NVVRuk_GLP30/2003-8-riga.pdf" rel="noopener">non hanno avuto la <em>near-universal acceptance</em></a> di quelle del 1949. Gli Stati Uniti, per esempio, non hanno mai aderito né al primo, né tantomeno al secondo protocollo, che avrebbe potuto avallare l&rsquo;interferenza, nei conflitti interni a Stati alleati, di potenze anti occidentali, che rifornivano i guerriglieri di Kalašnikov AK-47 e Type 56.</p>
<p>I 28 articoli del Protocollo II, relativo ai conflitti armati non internazionali, sono accessibili <a href="http://https://unipd%20centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Protocollo-II-addizionale-alle-Convenzioni-di-Ginevra-del-1949-relativo-ai-conflitti-armati-non-internazionali-1977/136" rel="noopener">qui</a>. Le garanzie fondamentali sono prescritte dall&rsquo;articolo 4: «Tutte le persone che non partecipano direttamente o non partecipano più alle ostilità, siano esse private o no della libertà, hanno diritto al rispetto della persona, dell&rsquo;onore, delle convenzioni e delle pratiche religiose. Esse saranno trattate in ogni circostanza con umanità e senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole. È vietato ordinare che non ci siano sopravvissuti». In particolare, sono sempre proibiti i trattamenti umilianti e degradanti, lo stupro, la prostituzione forzata, le violenze contro la vita, la salute fisica e psichica (tortura, mutilazioni e ogni genere di pene corporali), le punizioni collettive e la cattura di ostaggi.</p>
<p>Il secondo Protocollo completa l’articolo 3, comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, che è l’unico applicabile anche nei conflitti armati non internazionali. Nel diritto internazionale umanitario, i conflitti interni a uno Stato prevedono corpus di norme applicabili molto ridotte d&rsquo;ampiezza rispetto a quella accordata ai conflitti armati internazionali (fra due o più Stati): in questi ultimi, i belligeranti sono considerati sempre legittimi combattenti e, in quanto tali, non sono punibili per gli atti di belligeranza compiuti e se catturati sono considerati prigionieri di guerra; i combattenti interni, invece, sono assoggettabili alla potestà punitiva dello Stato.</p>
<h2 id="risparmiare-i-civili">Risparmiare i civili</h2><p>L’art. 3, comma 1 prevede che «(&hellip;) Le persone che non partecipano direttamente alle ostilità, compresi i membri delle forze armate che abbiano deposto le armi e le persone messe fuori combattimento da malattia, ferita, detenzione o qualsiasi altra causa, saranno trattate, in ogni circostanza con umanità, senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole basata sulla razza, il colore, la religione o la credenza, il sesso, la nascita, il censo, o altro criterio analogo (&hellip;)» e che, nei loro confronti, sono vietate: «Le violenze contro la vita e l’integrità corporale, specialmente l’assassinio in tutte le sue forme, le mutilazioni, i trattamenti crudeli, le torture, i supplizi; la cattura di ostaggi; gli oltraggi alla dignità personale (&hellip;)». Per far accettare l’articolo dagli Stati fu inevitabile l&rsquo;inserimento del comma 4 («L’applicazione delle disposizioni che precedono non avrà effetto sullo statuto giuridico delle Parti in conflitto»), che precisa che il fine delle Convenzioni è esclusivamente umanitario e garantisce ai Governi legittimi il diritto alla repressione delle ribellioni, considerate un crimine nei confronti dello Stato e perciò perseguibili: i ribelli non hanno il diritto di essere trattati come prigionieri di guerra e potranno essere processati e perfino condannati alla pena capitale, se le leggi dello Stato lo prevedono.</p>
<p>Il secondo Protocollo Aggiuntivo del 1977, composto da 28 articoli, accessibili <a href="https://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Protocollo-II-addizionale-alle-Convenzioni-di-Ginevra-del-1949-relativo-ai-conflitti-armati-non-internazionali-1977/136" rel="noopener">qui</a>, rappresenta un notevole passo in avanti rispetto all’art. 3, delle quattro Convenzioni di Ginevra: si applica esplicitamente «A tutti i conflitti armati che&hellip; si svolgono sul territorio di un’alta Parte contraente fra le sue forze armate e forze armate dissidenti o gruppi armati organizzati che, sotto la condotta di un comando responsabile, esercitano, su una parte del suo territorio, un controllo tale da permettere loro di condurre operazioni militari prolungate e concertate..», ma non si applica «Alle situazioni di tensioni interne, di disordini interni, come le sommosse, gli atti isolati e sporadici di violenza ed altri atti analoghi, che non sono considerati come conflitti armati». Il protocollo conferma che gli insorti non sono legittimi combattenti e che possono essere puniti dal governo legittimo per gli atti compiuti; non esclude la pena capitale, ma vieta di comminarla a minorenni, donne incinte e madri di fanciulli in tenera età (art. 6, comma 4).</p>
<p>Le garanzie fondamentali sono prescritte dall&rsquo;articolo 4: «Tutte le persone che non partecipano direttamente o non partecipano più alle ostilità, siano esse private o no della libertà, hanno diritto al rispetto della persona, dell&rsquo;onore, delle convenzioni e delle pratiche religiose. Esse saranno trattate in ogni circostanza con umanità e senza alcuna distinzione di carattere sfavorevole. È vietato ordinare che non ci siano sopravvissuti». L’art. 13 afferma che: «La popolazione civile e le persone civili godranno di una protezione generale contro i pericoli derivanti da operazioni militari»: non potranno essere presi come bersaglio, anche se rimangono lecite le azioni dirette contro obiettivi militari che colpiscano accidentalmente anche la popolazione. Sono sempre proibiti i trattamenti umilianti e degradanti, lo stupro, la prostituzione forzata, le violenze contro la vita, la salute fisica e psichica (tortura, mutilazioni e ogni genere di pene corporali), le punizioni collettive e la cattura di ostaggi.</p>
<p>La popolazione civile deve essere tutelata dalla carestia («È vietato, come metodo di guerra, far soffrire la fame alle persone civili. Di conseguenza, è vietato attaccare, distruggere, asportare o mettere fuori uso, con tale scopo, beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, quali le derrate alimentari e le zone agricole che le producono, i raccolti, il bestiame, le installazioni e le riserve di acqua potabile e le opere di irrigazione», art. 14) o dai trasferimenti forzati («Se un tale trasferimento dovesse essere effettuato, saranno prese tutte le misure possibili affinché la popolazione civile sia accolta in condizioni soddisfacenti di alloggio, di salubrità, d&rsquo;igiene, di sicurezza e di alimentazione», art. 17). Sono oggetto di protezione anche il patrimonio artistico e culturale (art. 16) e le installazioni che racchiudano forze pericolose per la popolazione civile, come dighe e centrali nucleari per la produzione di energia elettrica (art. 15).</p>
<h2 id="i-limiti-del-diritto">I limiti del diritto</h2><p>Il giurista Lorenzo Gagliardi <a href="https://www.encyclomedia.it/libri/e-book/" rel="noopener">sostiene</a> che la scienza giuridica è una disciplina che elabora il diritto in modo tale che l’interpretazione delle norme sia compiuta attraverso procedure logiche verificabili in ogni passaggio. Nessun suo ramo, però, sfugge a questa definizione più del diritto umanitario: nell&rsquo;ambito di uno specifico interesse per la salute umana, chi scrive ne ha avuto un&rsquo;ennesima prova leggendo le diverse posizioni di un <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2816516" rel="noopener">dibattito</a> ospitato, un paio di settimane fa, da <em>JAMA</em> in risposta a un <a href="https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2812862" rel="noopener">articolo</a> di Lawrence Gostin, accademico di diritto sanitario globale e consulente OMS.</p>
<p>L&rsquo;assenza di unanimità nella definizione di concetti quali &ldquo;proporzionalità&rdquo;, &ldquo;intenzionalità&rdquo; o &ldquo;uso legittimo della forza&rdquo; che emerge da quel dibattito si riflette nei vincoli pattuiti entro cui i crimini possono essere perseguiti: lo Statuto di Roma, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, che attribuisce alla Corte penale internazionale la facoltà di giudicare sulle “gravi infrazioni” alle convenzioni e ai protocolli, può agire solo se il crimine è stato commesso da un cittadino o nel territorio di uno Stato Parte (ossia che ha firmato e ratificato l&rsquo;accordo) oppure se il compito le è stato deferito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Stati Uniti, Israele e Russia hanno firmato, ma non ratificato, lo Statuto della Corte penale internazionale; Cina e Iraq non l&rsquo;hanno nemmeno firmato. La mera firma, se è soggetta a ratifica, non vincola uno Stato: esprime solo una generica volontà di continuare il processo di elaborazione del trattato. Nel 1651, Thomas Hobbes scriveva che per uscire dalla libertà selvaggia dello «stato di natura» che può degenerare in un <em>bellum omnium contra omnes</em>, gli uomini devono accettare di sottomettersi al potere sovrano dello Stato, il grande Leviatano, Dio mortale cui viene conferito il monopolio della forza; poiché senza spade i patti volontari tra le persone non sono altro che parole (<em>covenants, without sword, are but words</em>), ciò che conta è la capacità dello Stato di costringere le persone a rispettare le sue leggi (Hobbes T. <em>Il Leviatano</em>. Bompiani: Milano, 2001).</p>
<p>Il diritto penale è lo strumento più costrittivo che lo Stato democratico può legittimamente adoperare in tempo di pace, usando la spada insieme alla bilancia: la forza delle ragioni, pesate sulla bilancia, ma anche le ragioni della violenza istituzionalizzata. Nella giustizia internazionale - scrive il giurista accademico Domenico Pulitanò - l’effettiva possibilità del diritto di usare la spada dipende dai rapporti di forza, il cui monopolio è nelle mani degli Stati e, talvolta, nelle mani degli stessi autori dei crimini contro l’umanità, detentori delle armi di distruzione. Con questi limiti, la giustizia penale internazionale corre il rischio di rappresentare, insieme, «universalismo inefficace» ed «effettività imperialista» (nessuno Stato vincitore ha finora accettato di far processare i suoi militari in un Tribunale internazionale). Il bisogno vitale del diritto umanitario in tempo di guerra si scontra contro l&rsquo;irrisolto nodo dello Stato che, ergendosi a baluardo di una cultura storica, etnica o religiosa, altri non è che il Leviatano che, non volendo rinunciare alla propria sovranità, si oppone alle istituzioni internazionali.</p>
<p>Per far rispettare il diritto umanitario occorre dunque una limitazione della sovranità esterna, ma anche della sovranità interna: ai singoli cittadini, quando appartenenti a minoranze di qualsiasi natura, devono essere riconosciuti diritti <a href="https://www.sistemapenale.it/pdf_contenuti/1604877509_pulitano-2020c-penale-teoria-politica.pdf" rel="noopener">che valgano davanti al loro stesso Stato</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le cause del dilagare dei pensieri suicidi in adolescenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cause-dilagare-pensieri-suicidi-adolescenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cause-dilagare-pensieri-suicidi-adolescenza/</guid><pubDate>Wed, 17 Apr 2024 09:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Antonio Tintori</dc:creator><category>salute</category><description>Analizzando le risposte di un campione di oltre 4.000 studenti italiani, una ricerca del gruppo MUSA del CNR ha evidenziato l’importanza del deterioramento delle relazioni umane nella nascita di pensieri suicidi in adolescenza. È un risultato che conferma quanto suggerito da altri studi ed evidenzia l’urgente bisogno di interventi mirati e contestualizzati, e anche il ruolo centrale e cruciale della scuola nel sostegno del benessere relazionale giovanile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cause-dilagare-pensieri-suicidi-adolescenza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cause-dilagare-pensieri-suicidi-adolescenza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato ad approfondire l’analisi delle ideazioni suicidarie, anche a causa del loro dilagare. Questi pensieri, diversamente dal suicidio, costituiscono un oggetto di studio su cui è possibile raccogliere dati direttamente dai soggetti coinvolti nel problema. Uno studio su un campione di oltre 4.000 studenti e studentesse delle scuole superiori svolto dal gruppo MUSA del CNR sottolinea l’importanza del deterioramento delle relazioni umane nella nascita di pensieri suicidi in adolescenza.</p>
<p>L&rsquo;ideazione suicidaria, che porta concretamente a mettere in atto il suicidio <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366%2819%2930030-6/fulltext" rel="noopener">in un caso su tre</a>, riguarda ogni pensiero orientato alla pianificazione del suicidio, al suo desiderio, e anche <a href="https://europepmc.org/article/nbk/nbk565877" rel="noopener">preoccupazioni sulla morte</a>. Questo fenomeno è notevolmente aumentato negli ultimi anni a livello mondiale, in particolare tra gli adolescenti e come <a href="https://www.mdpi.com/1660-4601/18/5/2470" rel="noopener">effetto psicosociale della diffusione di COVID-19</a>. Non sembra che sia stato tanto il virus a far dilagare il problema, quanto la brusca interruzione delle relazioni faccia a faccia che ne è conseguita, e poi la successiva accelerazione della trasposizione sul piano virtuale dell’interazione umana; processo che ha generato una crescita esponenziale di ansia, depressione e altre emozioni negative <a href="https://www.jaacap.org/article/S0890-8567%2820%2930337-3/fulltext" rel="noopener">primarie tra i giovani</a> (rabbia, ansia, tristezza).</p>
<p>È proprio durante la pandemia di COVID-19 che le organizzazioni sanitarie hanno iniziato a registrare un aumento vertiginoso delle visite al pronto soccorso legate alla salute mentale tra soggetti con età compresa tra 12 e 17 anni, con un aumento dei sospetti tentativi di suicidio del 50,6% tra le ragazze di età compresa tra 12 e 17 anni e del 3,7% tra i loro coetanei maschi <a href="https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/wr/mm7024e1.htm?s_cid=mm7024e1_w" rel="noopener">rispetto al 2019</a>. Questo effetto della pandemia è stato tutt’altro che passeggero: al contrario, si è cronicizzato con il trascorrere del tempo. I dati dell’associazione italiana che fornisce servizi di emergenza e supporto telefonico hanno indicato già dal 2021 che le richieste di aiuto da parte di persone che pensano al suicidio o temono il possibile suicidio di qualcuno loro vicino sono aumentate del 55% rispetto al 2020 e quasi quadruplicate rispetto al 2019, <a href="https://www.insalutenews.it/in-salute/suicidio-nel-2021-record-di-richieste-di-aiuto-a-telefono-amico-italia-allarme-giovani-fondamentale-la-prevenzione/" rel="noopener">in particolare tra i giovani</a>.</p>
<h2 id="pensieri-suicidi-durante-ladolescenza-una-fase-critica">Pensieri suicidi durante l’adolescenza: una fase critica</h2><p>Pur essendo l’adolescenza una fase evolutiva notoriamente sostanziale nella vita dell&rsquo;individuo, momento di passaggio all’età <a href="https://acamh.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/jcpp.12831" rel="noopener">adulta</a>, durante il quale si sintetizzano le esperienze familiari, scolastiche e ambientali, l’esplosione delle ideazioni suicidarie rende evidente come gli ultimi anni abbiano reso questa fase di vita decisamente più critica.</p>
<p>Nonostante sia stato dimostrato che sia il suicidio sia l’ideazione suicidaria costituiscono costrutti sociali che <a href="https://psycnet.apa.org/record/1989-26214-001" rel="noopener">dovrebbero essere analizzati</a> in riferimento alle norme e agli atteggiamenti socio-culturali specifici di ciascuna comunità, uno dei più persistenti problemi relativi in particolare alla prevenzione del pensiero suicida riguarda ancora oggi la scarsa interdisciplinarità degli studi e degli approcci e la diffusa convinzione che si tratti di problemi originati da fattori largamente individuali. Vale la pena di ricordare che fino al 1800 il suicidio era percepito come un atto strettamente personale, privo di connotazioni sociali e culturali. Solo con le <a href="https://www.taylorfrancis.com/books/mono/10.4324/9780203994320/suicide-emile-durkheim" rel="noopener">ricerche</a> del sociologo Emile Durkheim, il suicidio ha cominciato a essere compreso come un “fatto sociale”, strettamente correlato al grado di integrazione sociale e alle norme comunitarie.</p>
<p>A parte le implicazioni psichiatriche, suicidio e ideazione suicidaria rappresentano quindi fenomeni multifattoriali. Eppure, la tendenza prevalente legge questi problemi come connotati da cause psicologiche <a href="https://www.nature.com/articles/s41572-019-0121-0" rel="noopener">in qualche modo estranee</a> al contesto di vita. È evidente che, quando ci si concentra sulla fenomenologia dello scenario suicidario, il dolore mentale <a href="https://www.psychiatrist.com/jcp/mental-pain-suicide-risk-and-childhood-trauma/" rel="noopener">appare utile</a> per comprendere la fonte della sofferenza per coloro che sperimentano desideri suicidari: ma, pur in una società sempre più interconnessa come la nostra, sfugge la robustezza del nesso tra questa sofferenza e l’intersoggettività.</p>
<h2 id="da-uno-studio-sugli-adolescenti-emerge-limportanza-della-sfera-sociale">Da uno studio sugli adolescenti emerge l’importanza della sfera sociale</h2><p>Sostengono queste considerazioni i risultati di una ricerca ideata e condotta nel 2023 nell’ambito del gruppo multidisciplinare Mutamenti sociali, valutazione e metodi (MUSA) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR). Lo <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-023-48201-6" rel="noopener">studio</a>, pubblicato sulla rivista internazionale <em>Scientific Reports</em>, è stato realizzato con lo scopo di rafforzare la comprensione scientifica della nascita del pensiero suicida tra gli adolescenti, attraverso l’analisi simultanea dell’influenza di fattori socio-demografici, psicologici e sociologici sulla produzione del problema.</p>
<p>Per questo sono stati presi in considerazione i dati tratti dalle risposte date da un campione rappresentativo di 4.288 adolescenti italiani che frequentano scuole secondarie di secondo grado pubbliche.</p>
<p>Oltre alla mappatura della diffusione dei pensieri suicidi, che coinvolgono oggi circa la metà degli adolescenti italiani (il 44,9% li ha sperimentati almeno una volta), lo studio ha permesso l’identificazione del meccanismo dello sviluppo di questo problema durante l’adolescenza.</p>
<p>I risultati hanno confermato l’esistenza di un&rsquo;associazione diretta tra il malessere psicologico e il pensiero suicida, chiarendo però come, a esclusione di implicazioni psichiatriche, esso non determina, ma al contrario è determinato, dal deterioramento dell’interazione umana. È la sfera sociale che viene così a configurarsi come il principale oggetto di ricerca ai fini della comprensione e del trattamento del problema dei pensieri suicidi.</p>
<p>Rispetto allo status socio-demografico, queste ideazioni caratterizzano maggiormente:</p>
<ul>
<li>le ragazze (6 su 10 contro 4 su 10 per i ragazzi);</li>
<li>chi vive nelle are settentrionali del Paese;</li>
<li>chi ha una cittadinanza straniera;</li>
<li>chi frequenta gli istituti tecnici;</li>
<li>i non credenti;</li>
<li>chi ha un background familiare economico basso.</li>
</ul>
<p>Come dimostrato dai modelli di regressione logistica multinomiale sviluppati nell’ambito dello studio, sono però specifiche caratteristiche dello status relazionale e dell’interazione sociale all’origine del fenomeno.</p>
<p>Nello specifico, i pensieri suicidi scaturiscono da una compromissione della salute mentale caratterizzata da ansia, depressione, basse autostima, felicità e soddisfazione, alta intensità di emozioni primarie negative e un atteggiamento negativo verso il futuro.</p>
<p>Questi aspetti sono però solo sintomi e non cause del problema, ovvero sintomi della presenza di una stretta e insoddisfacente rete amicale, di relazioni qualitativamente scarse con pari e genitori, di problemi di rendimento scolastico, iperconnessione, insoddisfazione corporea e anche di coinvolgimento come vittime in episodi di bullismo e cyberbullismo.</p>
<h2 id="serve-maggiore-attenzione-ai-mutamenti-nellinterazione-sociale">Serve maggiore attenzione ai mutamenti nell’interazione sociale</h2><p>Verificare contemporaneamente l’influenza diretta e indiretta di molteplici variabili sia di natura sociologica sia psicologica ha permesso di ridimensionare precedenti risultati scientifici, mostrando come fattori solitamente ritenuti influenti sul fenomeno, come la tolleranza all’uso dell’alcol e delle sostanze psicotrope in generale, siano di fatto assolutamente secondari ai fini della sua spiegazione.</p>
<p>Quando ancora oggi, a livello mondiale, la stragrande maggioranza degli studi sui pensieri suicidi analizza esclusivamente gli aspetti psicologici del fenomeno, che di fatto ne costituiscono il fattore più evidente, ma appunto non la causa, la descrizione del meccanismo di sviluppo di questo problema in adolescenza dimostra invece l’esigenza di maggiore attenzione ai mutamenti in corso nell’interazione sociale.</p>
<p>Il ruolo cruciale dell’interazione sociale, che in Italia tende a essere più forte nelle regioni del Centro-Sud rispetto al Nord, è dimostrato dalla più alta frequenza del pensiero suicida tra gli adolescenti delle regioni settentrionali; mentre il rischio più elevato di comportamenti suicidari negli adolescenti con un background migratorio è spiegato non solo dalle sfide di acculturazione, ma anche spesso dalla presenza di condizioni socioeconomiche svantaggiate, che costituiscono parimenti un limite all’integrazione. Analogamente, il ruolo protettivo del credo religioso si connette allo spirito di comunità e alle reti sociali di sostegno caratterizzanti la partecipazione religiosa.</p>
<p>Relazioni sociali più rarefatte o formali, o percepite come di minore intensità qualitativa, sono proprio fattori determinanti il pensiero suicida anche nel caso degli studenti liceali, che - a parte le aspettative di rendimento scolastico - stanno iniziando a sperimentare anche in Italia modelli relazionali simili a quelli del Nord Europa, con genitori con un elevato status culturale meno presenti e che delegano maggiormente l’accudimento dei figli a professionisti.</p>
<p>Infine, il fatto che le ragazze maturino più pensieri suicidi dei loro coetanei maschi è motivato dall’influenza di norme sociali di genere e dalla pressione di modelli estetici che compromettono la soddisfazione corporea, l’autostima, la frequenza e l’intensità delle emozioni primarie negative.</p>
<p>Considerando il grave impatto della pandemia di COVID-19 e la conseguente trasposizione in misura sempre maggiore dell’interazione sociale sul piano virtuale sulla salute mentale degli adolescenti, lo studio del gruppo MUSA del CNR evidenzia l’urgente bisogno di interventi mirati e contestualizzati, e il ruolo centrale e cruciale della scuola nel sostegno del benessere relazionale giovanile.</p>
<p>Interventi più esperti dovrebbero essere attivati urgentemente in particolare a partire dalle scuole primarie, con il coinvolgimento di insegnanti e genitori, in tema di iperconnessione, devianza e violenza relazionale, educazione emotiva, autostima e allo scopo di decostruire simbolismi e condizionamenti sociali che stereotipizzano e gerarchizzano l’ambiente umano, a partire dalle asimmetrie di genere. Tutti problemi, questi, che deteriorano sostanzialmente la qualità di vita degli adolescenti di oggi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il caso Neuralink: scienza, etica e le ricadute sociali delle neurotecnologie</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/caso-neuralink-scienza-etica-ricadute-sociali-neurotecnologie/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/caso-neuralink-scienza-etica-ricadute-sociali-neurotecnologie/</guid><pubDate>Thu, 11 Apr 2024 12:06:00 +0100</pubDate><category>mente</category><description>Elon Musk ha annunciato il 29 gennaio l&amp;amp;rsquo;impianto del dispositivo Telepathy N1 di Neuralink in un paziente quadriplegico, promettendo controllo di computer tramite pensiero. Risvegliando entusiasmo e dibattiti etici, mostra progressi come il movimento del cursore e piani futuri per la vista. Neuralink sfida i limiti umanità-tecnologia, ma solleva questioni etiche profonde.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/caso-neuralink-scienza-etica-ricadute-sociali-neurotecnologie-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/caso-neuralink-scienza-etica-ricadute-sociali-neurotecnologie-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 29 gennaio 2024, <a href="https://twitter.com/elonmusk/status/1752098683024220632?ref_src=twsrc%5Etfw" rel="noopener">un post su X di Elon Musk</a> ha suscitato l’attenzione globale dei media per l’impianto da parte dell’azienda Neuralink di un dispositivo elettronico, chiamato Telepathy N1, nel cervello di un individuo disabile. L’apparecchio promette di mettere in comunicazione diretta con un computer il paziente, affinché quest’ultimo possa muoversi e operare nell’ambiente superando i limiti impostigli dalla patologia (una quadriplegia che gli blocca tutti gli arti). Il razionale scientifico, in sintesi, è che gli elettrodi inseriti nella corteccia registrano l’attività dei neuroni corrispondenti all’intenzione del movimento, la traducono e la trasmettono in modalità wireless grazie al chip collocato nel cranio. </p>
<p>Di qui la sintesi suggestiva quanto imprecisa di “strumenti comandati con il pensiero”. L’annuncio ha provocato sia un “entusiasmo tecnologico” (“L’unione perfetta tra umanità e tecnologia è realizzata?”) sia “allarme neuroscettico” (“Tutte le ombre di un potenziamento senza etica”), sebbene le notizie fornite sull’intervento siano state finora scarse e molto di ciò che si può ricostruire proviene da precedenti comunicazioni della società e dello stesso Musk.</p>
<p>Successivamente, il 20 marzo, lo stesso imprenditore <a href="https://twitter.com/elonmusk/status/1770565942168420750" rel="noopener">ha diffuso un video</a> del paziente, 29 anni, da otto paralizzato dopo un tuffo, che descrive come riesca a muovere il puntatore del computer e quindi a giocare a scacchi, videogiochi e a postare messaggi su X. Il giovane si descrive in ottime condizioni, parla del dispositivo come di facile utilizzo, anche se «non tutto è perfetto». In una successiva presentazione, presente il paziente, sono stati forniti alcuni dati sui tempi di utilizzo del dispositivo. E Musk ha fatto sapere che il passo successivo sarà il tentativo di ripristinare la vista in persone cieche con la stimolazione diretta della corteccia visiva.</p>
<p>Di fronte a questo indubbio avanzamento tecnico (altri impianti simili sono già stati realizzati, quello di Neuralink sarebbe più performante - del tutto senza fili, compresa la ricarica – e meno invasivo) è opportuno fare chiarezza e approfondire i diversi profili clinici, etici, normativi, sociali e filosofici che sono toccati dal progresso nella ricerca sulle neurotecnologie. </p>
<h2 id="aspetti-clinici">Aspetti clinici</h2><p>Dal punto di vista neurochirurgico, le tecniche invasive (<em>Cortical Brain Stimulation</em> o CBS) e mininvasive (<em>Deep Brain Stimulation</em> o DBS) di neuromodulazione cerebrale sono in uso da alcuni decenni in ambito clinico, con risultati confortanti per il trattamento di patologie neurologiche. La tecnica della DBS per alcune particolari malattie (morbo di Parkinson, alcune turbe psichiatriche, sindrome di Tourette) nei casi di inadeguata risposta farmacologica fornisce risposte terapeutiche positive in un’alta percentuale di casi. Uno stimolatore esterno (pacemaker inserito sottocute e regolabile in funzione del tipo di stimolazione che si vuole inviare nei target cerebrali ai quali giungono gli elettrodi intracranici posizionati) invia impulsi elettrici in grado di “attivare” i nuclei neuronali identificati come bersaglio da neuromodulare. Dal punto di vista neuroetico, in queste situazioni l’intervento, una volta ottenuto il consenso informato del paziente, è legittimato in quanto si tratta di una procedura di tipo terapeutico su soggetti malati.</p>
<p>Si lavora anche per realizzare interventi in grado di creare un’interfaccia cervello-computer (<em>Brain-Computer Interface</em>, BCI); il primo caso umano risale al 1998. In questo caso sono gli stimoli cerebrali, captati attraverso microelettrodi posizionati su alcune aree cerebrali (corteccia parietale motoria, corteccia temporale), che inviano i loro segnali a un computer che li decodifica in modo tale che essi possano essere utilizzati per fare svolgere un’azione non possibile altrimenti per un danno cerebrale (come nei disturbi del linguaggio) o midollare (come nelle tetra- o paraplegie). </p>
<p>Clamore aveva suscitato il “ponte digitale”, messo a punto all’Università di Losanna, tra il cervello di un uomo paraplegico a causa di un incidente e la parte di midollo spinale indenne al di sotto della lesione, permettendogli in tal modo di tornare a camminare. Quando l’uomo pensava di camminare, gli elettrodi cerebrali rilevavano i segnali elettrici della corteccia che, decodificati attraverso un sistema di controllo informatico wireless indossabile contenuto in uno zaino, venivano trasmessi in tempo reale al midollo spinale, dove altri elettrodi lì applicati svolgevano la funzione di interfaccia attiva. </p>
<p>Diverse aziende, soprattutto statunitensi (Precision Neuroscience, Synchron Medical, Paradromics, Blackrock Neurotech, BrainGate e Corticale solo per citarne le principali) lavorano da tempo per mettere a punto sistemi di questo tipo sempre più perfezionati. Neuralink dunque non opera come antesignana in questo ambito, anche se le novità tecnologiche del loro primo impianto umano riguardano la miniaturizzazione del dispositivo collocato a livello intracranico e il grande numero (più di un migliaio rispetto alle consuete centinaia) di sottilissimi microelettrodi posti a livello della corteccia cerebrale. Da sottolineare inoltre la procedura robotica d’impianto del device.  </p>
<h2 id="aspetti-bioetici-e-neuroetici">Aspetti bioetici e neuroetici</h2><p>La sperimentazione di Neuralink promette di offrire benefici rilevanti per varie tipologie di pazienti con patologie neurologiche. Le possibili preoccupazioni riguardano in primo luogo la sicurezza dell’impianto e del dispositivo. È importante ottenere dati certi sul corretto funzionamento e su eventuali effetti collaterali a medio e lungo termine, inclusa la qualità del segnale, la durata nel tempo del device e l’esperienza dell’utilizzatore; vanno anche stimati la probabilità che si renda necessaria la rimozione o sostituzione del device e i rischi connessi a tali interventi. Va considerato anche il pericolo di malfunzionamento improvviso, dato che stiamo parlando di un sistema che comanda effettori esterni e che quindi può provocare danni a soggetti terzi. Su questi aspetti, Neuralink dovrebbe fornire maggiori informazioni, oltre a rendere pubblicamente disponibile il protocollo. Inoltre, ci si può interrogare sulla possibilità di sovraccaricare il cervello attraverso l’interazione con dispositivi esterni.</p>
<p>Nel novero degli aspetti etici e della comunicazione dei rischi, bisogna prendere in considerazione il fatto che i pazienti con gravi disabilità, come quelli affetti da <em>locked-in syndrome</em>, tetra- o paraplegia, possano essere così desiderosi di ottenere un miglioramento da accettare rischi elevati senza una piena comprensione delle implicazioni. Tuttavia, è fondamentale garantire a tali pazienti ampia autonomia decisionale, anche quando accettino di sottoporsi a trattamenti sperimentali o poco testati, purché siano informati in modo adeguato sui potenziali rischi e benefici.</p>
<p>Un altro tema delicato è quello delle garanzie di continuità di assistenza da parte di aziende private. L’integrazione di una BCI del tipo impiantato da Neuralink fa sì che essa diventi parte fondamentale del soggetto e la manutenzione assume un rilievo centrale per il benessere del paziente. Che cosa accadrà se l’azienda cessasse l’attività o i costi diventassero proibitivi per il paziente? Sembra sensato normare il settore per tenere conto anche di queste eventualità non così remote.</p>
<p>Inoltre, il sistema realizzato da Neuralink (come peraltro anche quelli di altre industrie che lavorano in questo ambito) è bidirezionale e questo apre incognite sia sui problemi legati al suo possibile uso come mezzo per potenziare le capacità fisiche e mentali di persone sane (e non essere usate solo per i malati) sia sulla possibilità di estrapolare informazioni che invadano la sfera della privacy individuale. Queste nuove capacità di interfaccia cervello-macchina aprono affascinanti prospettive in ambito neuroscientifico (diventa realtà il sogno di realizzare dei “cyborg” e interagire in modo dinamico con l’Intelligenza Artificiale), ma tutto questo richiede un’attenta riflessione critica relativa all’impiego di questa neurotecnologia se non vogliamo perdere il controllo della nostra dimensione umana.</p>
<h2 id="aspetti-legati-alletica-della-ricerca">Aspetti legati all’etica della ricerca</h2><p>Il processo tradizionale di disseminazione scientifica, che prevede la pubblicazione di risultati attraverso riviste peer-reviewed, conferenze specializzate e database pubblici, è fondamentale per garantire trasparenza, verificabilità e integrità nella ricerca scientifica. Questo approccio consente alla comunità scientifica e al pubblico di valutare criticamente i metodi, i risultati e le implicazioni etiche degli studi. Tuttavia, la prassi adottata da Neuralink, di comunicare aggiornamenti significativi tramite piattaforme di social media, segnala una deviazione da questi standard consolidati, sollevando preoccupazioni riguardo alla trasparenza e alla responsabilità etica.</p>
<p>Sempre dal punto di vista dell’etica della ricerca, la mancata registrazione dello studio clinico di Neuralink nel database ClinicalTrials.gov viola le linee guida etiche fondamentali per la ricerca biomedica, quali la Dichiarazione di Helsinki. Questa omissione rende difficile per la comunità scientifica e il pubblico valutare la sicurezza, l&rsquo;efficacia e l&rsquo;etica della ricerca condotta. Infatti, la preregistrazione dei trial clinici rappresenta una pratica fondamentale nel panorama della ricerca biomedica per diverse ragioni etiche, che vanno dalla trasparenza alla responsabilità fino alla protezione dei partecipanti. Questa procedura consiste nell&rsquo;iscrivere lo studio in un registro pubblico prima dell&rsquo;inizio della raccolta dei dati, dettagliandone il disegno, gli obiettivi, le ipotesi, le misure e le analisi previste.</p>
<p>Tale pratica sostiene l&rsquo;integrità della ricerca e rafforza la fiducia pubblica nei risultati scientifici per quattro motivi. Anzitutto, preregistrare un trial clinico significa rendere pubblici gli obiettivi e le metodologie dello studio prima che questo abbia inizio. Ciò aumenta la trasparenza della ricerca, permettendo alla comunità scientifica e al pubblico di avere accesso a informazioni chiare e dettagliate sugli studi in corso. La trasparenza è cruciale per costruire e mantenere la fiducia nel processo di ricerca, evidenziando l&rsquo;impegno degli scienziati nei confronti dell&rsquo;onestà e dell&rsquo;integrità.</p>
<p>Secondariamente, la preregistrazione aiuta a prevenire l&rsquo;<em>outcome switching</em>, una pratica che comporta la modifica degli obiettivi o degli esiti primari di uno studio dopo aver osservato i dati. Tale pratica può portare a distorsioni nei risultati della ricerca e a conclusioni potenzialmente fuorvianti. La preregistrazione fissa gli obiettivi dello studio prima dell&rsquo;inizio della raccolta dei dati, riducendo il rischio di reporting selettivo e aumentando la validità e la credibilità dei risultati scientifici.</p>
<p>Ancora, la preregistrazione evidenzia la responsabilità degli scienziati nei confronti della comunità scientifica e dei partecipanti allo studio. Indicando chiaramente il disegno dello studio e gli obiettivi prima dell&rsquo;inizio della raccolta dei dati, i ricercatori si impegnano a seguire un percorso predeterminato, aumentando la responsabilità per le proprie azioni e decisioni. Questo aspetto è particolarmente rilevante in studi che implicano questioni etiche delicate o il benessere dei partecipanti.</p>
<p>Infine, la preregistrazione contribuisce alla scienza fornendo una visione completa degli studi condotti, inclusi quelli che potrebbero non portare a risultati significativi o pubblicabili. Questo aiuta a combattere il problema del <em>file drawer</em>, ovvero la tendenza a non pubblicare studi con risultati negativi o non significativi. Rendendo pubblici tutti gli studi preregistrati, la comunità scientifica può avere un quadro più completo e accurato del panorama della ricerca, favorendo un avanzamento più olistico e informato della scienza.</p>
<h2 id="aspetti-giuridici">Aspetti giuridici </h2><p>Interfacce cervello-computer (BCI) quali quelle di Neuralink pongono in modo rilevante il tema della tutela dei diritti della persona rispetto alla ricerca scientifico-tecnologica e all’uso di tali device. Va, infatti, protetta la sfera della libertà dal potere pubblico (soprattutto rispetto a regimi non democratici) e privato (con riferimento ai grandi player tecnologici), oltreché da singoli terzi (malevoli): sfera che comprende sia la dimensione corporale (se il dispositivo richiede operazioni chirurgiche), che quella “mentale” (cognizione, memoria, sensorio, …), la quale può essere perturbata o violata dalla manipolazione dei segnali cerebrali mediante BCI.</p>
<p>Occorre anche assicurare la tutela dell’integrità psico-fisica dell’utilizzatore di BCI in termini di sicurezza del dispositivo. Vi sono, peraltro, diritti che beneficiano di un ampio sviluppo di BCI: il diritto all’autonomia e all’inclusione sociale delle persone diversamente abili (comunicazione, domotica, ecc.) o il diritto alla salute (recupero da patologie psichiche o motorie).  </p>
<p>Rilevante è l’impiego delle BCI, anche da parte di normodotati, per l’esercizio di diritti a contenuto economico (come l’acquisto di beni e servizi) o personale (per es. consenso/rifiuto informato a trattamenti dati, a interventi sanitari…). In tali casi, va assicurata la corretta rappresentazione della volontà di colui che si serve dell’interfaccia, e che sia possibile disconnettervisi.</p>
<p>Molti dei diritti coinvolti dal prender piede di BCI trovano codificazione nelle costituzioni nazionali o nelle carte internazionali attuali, senza, però, esser mai stati “pensati” come “neuro-diritti”. È, quindi, aperto il dibattito se applicare codeste norme alla nuova realtà, o se procedere alla “codificazione” di appositi “neuro-diritti”, e a che livello (come fu fatto per la genetica). In ogni caso, nel definire il quadro dei neuro-diritti fondamentali, non si può prescindere dai necessari bilanciamenti, e dalla considerazione del rilievo che assume la finalità dell’uso del device. </p>
<p>Lo sviluppo della neurotecnologia in ambito medico ha portato grandi speranze a pazienti con disturbi neurologici o malattie mentali. Ma cosa succede quando questi metodi per registrare, interpretare o alterare l’attività cerebrale lasciano l’arena clinica, governata da rigorosi standard e norme bioetiche, e diventano un prodotto disponibile per il consumatore? </p>
<p>Da una parte, la questione dell’aggregazione e analisi di dati cerebrali ottenuti attraverso queste tecnologie può essere inquadrata all’interno dei dibattiti sulla tutela della privacy. Quando però le neurotecnologie disponibili sul mercato non si limitano all’ottenimento dei dati ma agiscono sul cervello, sorgono rischi di natura diversa.</p>
<p>Le risposte normative a questi rischi nell’Unione Europea e negli Stati Uniti sono differenti: mentre nell&rsquo;UE la regola è la medicalizzazione di molti dispositivi neurotecnologici (considerati di classe III, alto rischio), ai quali si applica il Regolamento EU 2017/745 sui dispositivi medici, negli Stati Uniti, le neurotecnologie dirette al consumatore possono evitare di essere considerate dispositivi medici rivendicando una finalità di benessere o wellness. Di conseguenza, se il rischio associato al suo utilizzo è basso, il device sarà considerato un prodotto di consumo al quale sarà applicabile la legislazione sui consumatori (sicurezza del prodotto e normativa sulla pubblicità). </p>
<p>I legislatori su entrambe le sponde dell’oceano sembrano preoccuparsi principalmente dei rischi per la sicurezza e la salute che il loro utilizzo comporta, tralasciando l’impatto sull&rsquo;integrità mentale, autonomia e libertà di pensiero e sui valori a esse correlate. Dal 2019, organizzazioni internazionali come l’OCSE o l’UNESCO hanno reagito a questo vuoto di governance attraverso l’adozione di dichiarazioni che affrontano gli aspetti etici e di diritti umani delle neurotecnologie. </p>
<h2 id="aspetti-psicologico-filosofici">Aspetti psicologico-filosofici</h2><p>Che si tratti di un nuovo corso o di una semplice evoluzione di tecniche già ben note al mondo della medicina riabilitativa o della ricerca neuroscientifica applicata (come le interfacce cervello-computer, per esempio), la suggestione del superamento dei confini pensiero-azione pone alcuni quesiti alla ricerca e all’intera società. Limitandoci alle applicazioni relative al sistema motorio, senza aprire ulteriori scenari per estensioni del dispositivo a funzioni di più alto ordine, tre i possibili punti critici che si pongono all’attenzione, che aprono quesiti senza avere risposte immediate: come cambia il nostro senso di <em>agency</em>; che cosa fare della conoscenza “embodied”; quale il ruolo del <em>mirroring</em> dell’azione nello sviluppo del senso di con-divisione sociale. </p>
<p>Innanzitutto, il senso di <em>agency</em> (che significa essere agenti nel mondo attraverso la nostra azione) che origina dal compiere azioni, dall’averne feedback sensoriale, propriocettivo, che consente lo sviluppo di una <em>body ownership</em>, alla base del senso di essere autore dell’azione (<em>authorship</em>) e più estesamente di identità personale come agente nel mondo, con piena responsabilità del volere, del pensare e dell’agire. Il venir meno della mediazione dell’azione per agire nel mondo, modificandolo, quali scenari può aprire? </p>
<p>In secondo luogo, come le neuroscienze cognitive ci hanno detto, il cervello (dal bambino in poi) costruisce conoscenze astratte e di alto livello sulla base dell’esperienza sensoriale, mediata dal vedere, toccare, manipolare le cose del mondo, che diventano poi pensieri, ma pur sempre ancorati a quella precisa esperienza sensoriale “incarnata”, come il linguaggio ci suggerisce, preservando questa natura embodied del sapere: un nuovo pensiero disincarnato che natura avrebbe? </p>
<p>Infine, i meccanismi di <em>mirroring</em> (dai <em>mirror neurons</em> in poi) che vedono nell’osservazione dell’altro agente un&rsquo;occasione di rispecchiamento, fondamentale per riconoscere “il sé nell’altro”, per sviluppare il senso di empatia e, in ultima analisi, una socializzazione costruita sull’inter-azione. Una persona dunque con una <em>soft agency</em>, disincarnato, sarà più solipsistico? È possibile, ma certamente possiamo dire che applicazioni come quella di Neuralink promuovono il primato del pensiero sull’azione, eliminandone la linea di demarcazione.</p>
<p>Un altro aspetto rilevante è che il carattere interamente “mentale” del rapporto col computer, senza la mediazione di arti artificiali, determina un approfondimento del fenomeno di disincorporazione del sé: l’individuo può concepirsi come “esteso” al di là del proprio corpo in un ente complesso che integra in sé il computer. Ciò può modificare l’esperienza del sé e può potenzialmente mettere alla prova l’autenticità del vissuto coscienziale del soggetto; se si adotta una definizione minimale di postumano, come un individuo che possiede almeno una capacità postumana, si può addirittura dire che l’individuo con questo device impiantato sia postumano.</p>
<p>Infatti, le BCI sollevano interrogativi filosofici profondi riguardanti la nostra stessa natura umana. Ci dobbiamo chiedere se questi interventi possano portare a un cambiamento fondamentale nella nostra identità, trasformandoci in una sorta di cyborg, un ibrido tra essere umano e macchina. In tal caso, sorge la domanda se diventare meno umani e più simili a robot sia per se stesso un fatto negativo, o se ci siano aspetti positivi da considerare.</p>
<p>Probabilmente la difficoltà di integrare nella propria identità individuale qualcosa di esterno e non biologico è un prezzo meritevole di essere pagato, a fronte del miglioramento della qualità di vita e di comunicazione con l’ambiente realizzabile per i pazienti candidabili a questo trattamento. Nondimeno, questo tipo di ricerca va seguita con attenzione, perché c’è il rischio che, procedendo ulteriormente nella linea di un’ibridazione del corpo con parti non biologiche, si finisca con il compromettere nei pazienti un’esperienza di vita autenticamente umana.</p>
<p>Inoltre, bisogna capire se l’introduzione delle BCI possa interferire con la nostra autonomia. È possibile che l’accelerazione del collegamento tra pensiero e azione o la limitazione dei freni inibitori possa indebolire la nostra libertà decisionale o, al contrario, aumentarla, soprattutto per coloro che sono fisicamente limitati e incapaci di eseguire azioni che normalmente una persona farebbe autonomamente.</p>
<p>Una questione correlata all’autonomia è quella della responsabilità. Come possiamo determinare la responsabilità morale e legale per le azioni compiute tramite una BCI? È difficile stabilire se un individuo avesse effettivamente l’intenzione di compiere un’azione o se questa sia stata influenzata da un malfunzionamento del dispositivo o da una manipolazione esterna, come un <em>hacking</em> del sistema.</p>
<p>Infine, l’introduzione delle BCI solleva la possibilità futura del <em>brain uploading</em>, ovvero la creazione di una copia del cervello umano. Questo rappresenta una svolta significativa nella nostra comprensione della mente e apre nuove possibilità rispetto all’estensione indefinita della vita umana, ma solleva anche interrogativi etici e filosofici profondi che richiedono attenta riflessione e ampia discussione.</p>
<h2 id="aspetti-relativi-al-potenziamento">Aspetti relativi al potenziamento</h2><p>Ciò che è peculiare del progetto di Neuralink e che - oltre alla popolarità di Musk - può essere utile menzionare per comprendere l’interesse (e talvolta la preoccupazione) che questa BCI ha suscitato - un interesse che altri dispositivi non hanno ricevuto - è l’esplicito riferimento alle sue possibili applicazioni non terapeutiche. La maggior parte dei dispositivi in uso o in sperimentazione sono pensati unicamente, o primariamente, per aiutare coloro che soffrono di una patologia che rende difficile o impossibile svolgere alcune funzioni della vita ordinaria. Il sito ufficiale di Neuralink è, invece, molto chiaro nell’indicare come il proprio obiettivo sia duplice: «Creare un’interfaccia cerebrale generalizzata per restituire l’autonomia alle persone con esigenze mediche insoddisfatte oggi e sbloccare il potenziale umano domani».</p>
<p>È così questo secondo obiettivo che giustifica la peculiare attenzione riservata all’applicazione di un dispositivo non in soggetti affetti da qualche patologia invalidante, ma in soggetti sani, «per sbloccare il loro potenziale umano». Interventi di questo tipo sono da qualche decennio discussi ampiamente all’interno del dibattito neuroetico sotto l’etichetta di potenziamento umano (<em>human ehancement</em>). Senza assumere posizioni eccessivamente ottimistiche o pessimistiche rispetto alle potenzialità e i rischi di questo utilizzo, è certamente importante considerare le obiezioni e i problemi che in quel dibattito vengono messi in evidenza per comprendere se e fino a che punto riteniamo desiderabile l’uso potenziante delle BCI. </p>
<p>Ci si potrebbe, infatti, chiedere che cosa significhi «sbloccare il potenziale umano», qual è questo potenziale e come possiamo essere certi che a decidere le funzioni o le potenzialità desiderabili non siano solo fattori commerciali. Che cosa riteniamo essenziale mantenere degli esseri umani così come oggi li conosciamo e che cosa è invece da migliorare? Chi può decidere su questioni di questo tipo? Se il dispositivo di Neuralink sarà disponibile sul libero mercato e avrà importanti effetti su aspetti cruciali della nostra persona - sbloccando quel potenziale di cui il sito parla -, renderà meno equa la competizione lavorativa? Il suo costo permetterà a tutti coloro che vogliano usufruirne di poterlo fare o sarà per alcuni proibitivo, incrementando il già notevole vantaggio posizionale di alcuni? Si tratta di interrogativi che coinvolgono anche profili giuridici, sia dal punto di vista della responsabilità sociale delle scelte individuali, sia, all’opposto, rispetto alla tutela dei diritti fondamentali da obblighi di potenziamento imposti per ragioni di pubblico interesse in specifici contesti (per esempio, militare). </p>
<p>È presto per alcune di queste domande, poiché Neuralink è ancora in fase sperimentale su un singolo paziente, ma è importante che casi come questo sollecitino una riflessione più vasta. Per quanto il cammino sia lungo, Neuralink si sta muovendo rapidamente e considerare il possibile uso potenziante di questa tecnologia è utile per valutare eventuali regolamentazioni, ma anche futuri dispositivi ancora più avanzati. Pensare in anticipo circa la desiderabilità è fondamentale per non essere preda di entusiasmi o timori infondati e per comprendere meglio e decidere più consapevolmente che cosa riteniamo socialmente utile o consentito - non tanto per l’uso terapeutico delle BCI, quanto per il loro possibile utilizzo in chiave di potenziamento. </p>
<h2 id="aspetti-di-responsabilità-nellinnovazione-verso-quali-fini">Aspetti di responsabilità nell’innovazione: verso quali fini? </h2><p>Il caso Neuralink (e le sperimentazioni analoghe già tentate, come ricordato in precedenza) ci porta a osservare, insieme, il dito e la luna; operazione che il comune buon senso riterrebbe sconsigliabile ma alla quale non possiamo sottrarci, perché i big player delle tecnoscienze - siano essi i big del settore digitale o le molteplici intraprese targate Musk - evocano l’interrogativo: a quale sapere andrà il potere? </p>
<p>Che si tratti di capire se l’uso dei dati estratti dagli esperimenti sia o non sia regolato dalle norme esistenti (l’innovazione, si sa, non è “normale”, difficile regolarla), oppure di considerare l’impatto sulla sfera pubblica di un annuncio “scientifico” emanato tramite social network dei quali l’imprenditore scienziato è anche il proprietario, fronteggiamo collettivamente il problema dello scrutinio pubblico sui processi di innovazione. </p>
<p>Infatti, allorché ci si accinga a disegnare non solo politiche della ricerca aggiornate, ma nuovi neurodiritti (<em>habeas corpus, habeas mentem</em>), è inevitabile constatare che le neuroscienze, come le scienza della vita o l’intelligenza artificiale, hanno portato fuori dall’accademia il dibattito sulla “crisi dei saperi esperti”, trasferendo il problema della fiducia (a chi mi affido?) direttamente nella sfera dell’opinione pubblica. Appena gli esseri umnai sanno e possono di più, subito si scatena la lotta per definire verso quali fini questo plus di potere - l’innovazione - vada orientato. </p>
<p>È il tema evocato dalla responsabilità nell’innovazione, le cui prassi si sono istituzionalizzate dagli anni duemila nella formula Responsible Research and Innovation (RRI): ecco diffondersi strumenti come consensus conference, giurie di cittadini, momenti di deliberazione pubblica che comportano il coinvolgimento di cittadini, stakeholder e istituzioni quando si tratti di affrontare investimenti pubblici  - o di normare - tecnologie controverse. Presa da sola, la RRI non risolverà il problema sempre più aperto del rapporto tra tecnoscienza e società; ma è necessario collocarla nell’alveo più largo della diplomazia della scienza. Se il ministero della Scienza e tecnologia cinese ha inserito le <em>brain-computer interface</em> tra le sette aree d’innovazione strategiche per il Partito (documento del gennaio 2023), e se otto ore dopo l’annuncio di Neuralink i canali social cinesi hanno rivendicato loro analoghi esperimenti, abbiamo abbastanza materiale per ricordarci, come collettività, che sul versante della neuroetica non si attestano “solo” gli avanzamenti nella ricerca o quelli di mercato, ma si definisce una parte rilevante del nostro assetto sociale in questo secolo. Meglio, dunque, non sottovalutare i risvolti di responsabilità e gli strumenti di cui ci dotiamo per tradurli nella pratica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gestazione per altri: dignità vo cercando…</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gestazione-altri-dignita-vo-cercando/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gestazione-altri-dignita-vo-cercando/</guid><pubDate>Wed, 10 Apr 2024 16:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>societa</category><description>L’8 aprile scorso il Dicastero per la dottrina della fede ha emesso la dichiarazione Dignitas infinita , che tra i molti no sui temi dell’autodeterminazione contiene anche la condanna alla gestazione per altre persone, anzi il papa in persona esorta a dichiararla reato universale. Peccato che ancora una volta ci si riferisca alla sola versione “in affitto”, ignorando le esperienze che sono ormai di tante persone: gestanti, genitori e figli e figlie di un progetto solidale. Si guarda altrove per non dover affrontare la realtà dei nuovi modi per essere genitori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/gestazione-altri-dignita-vo-cercando-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/gestazione-altri-dignita-vo-cercando-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Io non mi sono mai, in tutta la mia vita, sentita un “prodotto”, questa è la parola che più mi ha fatto soffrire, che più mi ha fatto arrabbiare». Lia Giartosio Goretti, nata 18 anni fa grazie a un percorso di gravidanza per altri e felicemente parte di una famiglia con due padri e un fratello (a sua volta figlio di GPA) ha portato questa convinta testimonianza alla giornata di lavori “Famiglie e diritti universali. Libertà e autodeterminazione nei percorsi di gravidanza per altre e altri”, organizzata dalle associazioni Luca Coscioni e Famiglie arcobaleno, non più tardi dello scorso 5 aprile. La registrazione dell’intera giornata può essere ascoltata <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/725171/famiglie-e-diritti-universali-liberta-e-autodeterminazione-nei-percorsi-di-gravidanza" rel="noopener">qui</a>.</p>
<p>E che abisso di sentire e di vissuto tra il racconto di questa giovane donna che l’esperienza di diversità ha reso forse solo più consapevole e più determinata di tante coetanee e le parole di condanna contenute nella <a href="https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2024/04/08/0284/00588.html#it" rel="noopener"><em>Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede “Dignitas infinita circa la dignità umana”</em></a>, rese pubbliche l’8 aprile. «La Chiesa, altresì, prende posizione contro la pratica della maternità surrogata, attraverso la quale il bambino, immensamente degno, diventa un mero oggetto», si legge al punto 48 della Dichiarazione e le parole di papa Francesco, immediatamente successive sono, se possibile, ancora più drastiche: «Al riguardo, ritengo deprecabile la pratica della cosiddetta maternità surrogata, che lede gravemente la dignità della donna e del figlio. Essa è fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre. Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto. Auspico, pertanto, un impegno della Comunità internazionale per proibire a livello universale tale pratica».</p>
<h2 id="quanto-è-degno-mantenere-un-equivoco">Quanto è degno mantenere un equivoco?</h2><p>Forse non stupisce che si ritrovi in accordo con la linea dell’attuale governo questo documento che, riguardo ad alcuni dei punti controversi del più recente dibattito pubblico: suicidio assistito ed eutanasia, cambio di sesso e disforia di genere (presentata solo come teoria gender) e, naturalmente, aborto, dice solo dei no, come fa notare il filosofo Gianfranco Pellegrino sul quotidiano <em>Domani</em>. La dottrina della Chiesa cattolica si ritrova su queste posizioni da anni, seppur con qualche minima apertura su singoli aspetti.</p>
<p>A onor di cronaca bisogna riconoscere che su guerra e migranti, le posizioni del documento vaticano e l’approccio del governo sono distanti, ma qui ci preme soprattutto sottolineare quanto la rappresentazione della realtà della gravidanza per altre persone sia distorta e distorcente nella lettura che ne fa il documento vaticano, che in sostanza si riferisce solo alla versione commerciale, volgarmente nota come “utero in affitto”.</p>
<p>Come se non esistessero esperienze diverse, ormai numerose e documentate. Come ha fatto, per esempio, l’antropologa e documentarista Rossella Anitori che ha costruito il racconto in prima persona di donne che si sono offerte come gestanti in diversi Paesi europei. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=LXCDk77G3ro" rel="noopener">Qui</a> è possibile vedere il trailer. Altrettanto interessante, il lavoro di ricerca dello psicologo sociale Mariano Beltran, Università autonoma di Barcellona, che ha raccolto le testimonianze di gestanti per altre persone in Ucraina, Messico, Stati Uniti e Canada, evidenziando vissuti e motivazioni diverse per la loro scelta, palesemente legate alla cultura di appartenenza, oltre che alle diverse personalità, ma sempre libere. A smentire la recente osservazione della ministra Roccella secondo cui: «La GPA solidale non esiste, è una contraddizione in termini».</p>
<p>Insomma, visto che si ragiona di dignità, non sembra degno continuare a perpetrare l’equivoco di una narrazione dominante che descrive solo realtà in cui giovani povere e sfruttate si vedono strappare a forza dalle braccia il proprio figlio, da coppie occidentali (meglio se gay) bionde, ricche ed egoiste. Quando esiste un abuso e una coercizione, vanno sempre condannati e impediti, ma perché negare a priori la possibilità che una donna possa scegliere liberamente? Perché sottrarre alla società civile la possibilità di confrontarsi sui nuovi modelli di genitorialità resi possibili dall’evolvere delle tecniche di riproduzione medicalmente assistita cui anche la GPA appartiene?</p>
<p>Come abbiamo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gestazione-altri-reato-universale-no-grazie/">scritto qui</a>, nello scorso mese di giugno: «Tantissimi parlano di questa procedura medica (prevista e rimborsata in alcuni sistemi sanitari nazionali esteri e proposta dai ginecologi dei Paesi nei quali è legale come una delle opzioni di genitorialità per le donne affette da problemi di salute riproduttiva), come di una procedura “contro natura” adducendo proprie credenze o retaggi ideologici e culturali non suffragati da alcuna evidenza scientifica», scrive in un lungo e documentato contributo, Marcello Pili, specialista in cardiologia e presidente dell’associazione nazionale Genitori delle ragazze con Sindrome di Rokitansky, sul magazine della Fondazione Veronesi.</p>
<h2 id="lo-spettro-dellautodeterminazione">Lo spettro dell’autodeterminazione</h2><p>Per le donne che sono nell’impossibilità a condurre una gravidanza, l’unico modo di trasmettere la vita è attraverso la GPA e questo si salda al fatto che il modello classico di una maternità solo genetica e gestazionale è ormai in crisi e si vanno definendo nuovi paradigmi per nuovi progetti genitoriali. Una cosa che può far paura.</p>
<p>Anche perché riafferma prepotente il discorso dell’autodeterminazione della donna, o meglio, delle persone tutte. Negare che ci possano essere donne che non si riconoscono nel cosiddetto “istinto materno” e che sono disponibili a portare avanti una gravidanza, ma non sono poi interessate a crescere un figlio. Oppure concepire le donne solo come incapaci di tutelarsi da sé e quindi nella necessità di essere protette da leggi “universali”, che si tratti della dottrina della chiesa o della visione di un governo, significa ancora concepire gradi diversi di autonomia e di libertà per le diverse persone.</p>
<p>La scelta proibizionista, inoltre, ha sempre dimostrato di saper solo costruire le condizioni per la diseguaglianza e l’illegalità, aprendo nei fatti le porte per raggiungere il proprio obiettivo solo a chi se lo può permettere, che sia un figlio o una figlia, un aborto o la scelta di porre fine a un’esistenza diventata insopportabile.</p>
<p>In questo senso, la <em>Dichiarazione “Dignitas infinita”</em> e la richiesta del papa del reato universale per la gravidanza per altre persone esprimono davvero posizioni che ignorano a occhi volutamente bendati la realtà del mondo di oggi. Come i cardinali del Galileo di Brecht, si rifiutano di guardare nel telescopio.</p>
<h2 id="la-cattiveria-del-reato-universale">La cattiveria del reato universale</h2><p>Il reato universale, su cui a fine della scorsa settimana si è espressa la ministra Roccella affermando che sarà legge entro l’anno, è un assurdo giuridico. Anche ora che è stato più modestamente definito come “perseguibile ovunque sia commesso da un cittadino italiano”, dopo che ci si è resi conto che nella prima formulazione voleva dire per esempio dover arrestare Elon Musk nel corso della sua visita in Italia, in quanto padre per via GPA. Ma anche limitato ai soli cittadini italiani (e poveri loro) non ha possibilità di essere seriamente messo in pratica perché giuridicamente non è possibile perseguire una persona che ha seguito le leggi in vigore in un altro Paese mentre si trovava lì. Ma anche solo evocarlo, in una giurisprudenza piena di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/famiglie-arcobaleno-vuoto-normativo-genera-mostri/">buchi e contraddizioni</a> come la nostra, significa consentire di tormentare e rendere difficile la vita a tante bambine e bambini e ai loro genitori, come si è visto, tristemente, con la vicenda del riconoscimento e disconoscimento del cosiddetto genitore sociale nella battaglia tra procure e letture contrapposte.</p>
<p>Quello che sarebbe davvero utile e civile è normare in maniera da rendere impossibile ogni tipo di abuso la gravidanza per altre persone nella forma solidale, aprendo finalmente la strada a un semplice riconoscimento dei figli e delle figlie così arrivati al mondo. Facendo di loro, finalmente, dei cittadini e delle cittadine a tutti gli effetti.</p>
<p>Per dirla con Lia Giartosio Goretti «A chi mi chiede: non vorresti avere anche tu una mamma? Io rispondo: vorrei dei diritti».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/possiamo-fare-meno-servizio-sanitario-pubblico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/possiamo-fare-meno-servizio-sanitario-pubblico/</guid><pubDate>Tue, 02 Apr 2024 12:38:00 +0100</pubDate><category>salute</category><description>Il servizio sanitario italiano, che ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita tra i Paesi ad alto reddito, è in crisi e gravemente sottofinanziato. Serve un piano straordinario di finanziamento dell&amp;amp;rsquo;SSN, con risorse destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. Pubblichiamo l&amp;amp;rsquo;appello di un gruppo di medici e scienziati in difesa del Servizio sanitario nazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/possiamo-fare-meno-servizio-sanitario-pubblico-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/possiamo-fare-meno-servizio-sanitario-pubblico-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="sintesi">Sintesi</h2><p><em>Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 l&rsquo;SSN in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito. Ma oggi i dati dimostrano che <strong>il sistema è in crisi</strong>: arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali. Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica, hanno reso <strong>fortemente sottofinanziato l&rsquo;SSN</strong>, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del PIL (meno di vent’anni fa).</em></p>
<p><em>Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato. Progredire su questa china, oltre che in contrasto con l’Art.32 della Costituzione, ci spinge verso il modello USA, terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di sei anni). <strong>La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza</strong> (LEA) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute.</em></p>
<p><em>È dunque necessario un <strong>piano straordinario di finanziamento dell&rsquo;SSN e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali</strong>. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da <strong>efficienza</strong> nel loro utilizzo <strong>e appropriatezza</strong> nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema. Ancora, l’SSN deve recuperare il suo ruolo di luogo di <strong>ricerca e innovazione</strong> al servizio della salute.</em></p>
<p><em>Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità <strong>sull’edilizia sanitaria</strong>, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940. Ma il grande patrimonio dell&rsquo;SSN è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in <strong>una fuga dal pubblico</strong>, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza. È evidente che le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la v<strong>alorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili</strong>. Particolarmente grave è inoltre la carenza di infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea).</em></p>
<p><em>Da decenni si parla di <strong>continuità assistenziale</strong> (<strong>ospedale-territorio-domicilio</strong> e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli.</em></p>
<p><em><strong>La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato</strong>, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento - preoccupante - delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità ma anche dei limiti della medicina moderna.</em></p>
<p><em><strong>Molto, quindi, si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento dell&rsquo;SSN agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del PIL), ed è urgente e indispensabile, perché un SSN che funziona non solo tutela la salute ma contribuisce anche alla coesione sociale</strong>.</em></p>
<p>Firmato:</p>
<p>Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis</p>
<h2 id="non-possiamo-fare-a-meno-del-servizio-sanitario-pubblico">Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico</h2><p>In Italia una delle più grandi conquiste della Repubblica è il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che ha contribuito significativamente a migliorare prospettiva e qualità di vita e a ridurre le disuguaglianze socioeconomiche.</p>
<p>Negli ultimi decenni, in un contesto di marcato miglioramento delle condizioni generali di salute della popolazione mondiale, l’Italia si caratterizza per il maggior incremento - tra i Paesi ad alto reddito - dell’aspettativa di vita, passata da 73,8 a 83,6 anni tra il 1978 (che è l’anno di creazione dell&rsquo;SSN) e il 2019¹. Ma se segnali preoccupanti si percepivano già prima del 2019, dopo la pandemia molti dati dimostrano che <strong>il sistema presenta inequivocabili segni di crisi</strong>: frenata o arretramento di alcuni indicatori di salute, difficoltà crescente - e talora insostenibile - di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali, per citare solo i problemi più importanti.</p>
<p>Quali sono le cause principali? L’inarrestabile evoluzione tecnologica, con il conseguente incremento dei costi, l’invecchiamento della popolazione e il mutamento degli scenari delle malattie, congiuntamente all’inflazione e alle difficoltà della finanza pubblica, hanno reso fortemente sottofinanziato l&rsquo;SSN, al quale nel 2025 sarà destinato circa il 6,2% del PIL², meno di quanto (6,5%) accadeva 20 anni fa. Oltre al divario tra costi crescenti e finanziamento decrescente e a un carico di inefficienza e inappropriatezza, manca un vero dibattito sul nesso tra sostenibilità e diritto alla salute. </p>
<h2 id="1-possiamo-fare-a-meno-dellssn">1. Possiamo fare a meno dell&rsquo;SSN?</h2><p>I Servizi sanitari universalistici come quello italiano sono stati colpiti duramente dalla crisi economica del 2009, e in alcuni casi (Grecia, Spagna, Portogallo) hanno ridimensionato grandemente il ruolo del pubblico a favore del privato (con una conseguente crescita della spesa sanitaria direttamente a carico dei cittadini)³. Dal sistema pubblico viene ancora garantita a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per un’altra parte dell’assistenza (visite specialistiche, accertamenti diagnostici, piccola chirurgia) la popolazione è costretta a rinviare gli interventi o indotta a ricorrere al privato e alle assicurazioni. Progredire su questa china, oltre a essere contrario al dettato costituzionale (Art. 32)⁴, potrebbe portarci verso il modello USA, che è chiaramente il più oneroso (spesa media più che tripla rispetto all’Italia) <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2023/11/america-se-una-assicurazione-non-basta/" rel="noopener">e meno efficace</a> (aspettativa di vita inferiore di sei anni)^(5, 6). Noi crediamo che i cittadini non vogliano scegliere questo scenario.</p>
<h2 id="2-stiamo-finanziando-adeguatamente-il-nostro-ssn">2. Stiamo finanziando adeguatamente il nostro SSN?</h2><p>In Canada, nel 2002, la Commissione incaricata di proporre miglioramenti all&rsquo;SSN nelle sue conclusioni scrisse molto chiaramente che <strong>il servizio sanitario è sostenibile se i cittadini lo vogliono</strong>. <strong>Il che significa che i cittadini ne riconoscono l’importanza, lo sostengono con le loro contribuzioni e lo utilizzano in maniera appropriata</strong>⁷. Oggi l&rsquo;SSN è finanziato mediante la fiscalità generale, secondo il principio solidaristico, e la quota di incidenza rispetto al PIL sta scivolando verso il 6%, con un divario di un punto percentuale (corrispondente a circa 20 miliardi di €) rispetto alla media UE, e con differenze molto più marcate nei confronti dei grandi Paesi europei (Francia e Germania spendono oltre il 10% del PIL)⁸. La spesa sanitaria non è grado di assicurare compiutamente il rispetto del Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)⁹. Solo poco più della metà delle Regioni rispettano i LEA, mentre in molte Regioni del Sud l’effettivo esercizio dei diritti non è garantito. L’autonomia differenziata potrebbe approfondire la frattura tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute, ancora una volta contro i principi della Costituzione¹⁰. <strong>È dunque necessario un piano straordinario di finanziamento dell&rsquo;SSN e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali</strong>, come previsto dall’articolo 119 della Costituzione¹¹.</p>
<h2 id="3-le-strutture-sanitarie-sono-moderne-e-adeguate">3. Le strutture sanitarie sono moderne e adeguate?</h2><p>Parte delle nuove risorse dovrebbero essere impiegate per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940, quando la medicina era letteralmente un’altra cosa¹². La grande maggioranza degli ospedali risulta gravemente obsoleta sia sotto il profilo della sicurezza (sismica, antincendio) sia per le esigenze cliniche e organizzative della medicina moderna. In molti ospedali operano professionisti eccellenti e vengono eseguite procedure di alta specializzazione, con il paradosso di effettuare interventi di assoluta avanguardia in un contesto ottocentesco. Il PNRR pone in parte rimedio alla obsolescenza delle tecnologie, ma per gli ospedali prevede solo alcuni interventi antisismici, ora a rischio¹³. Inoltre, le risorse per l’edilizia sanitaria sono impiegate solo parzialmente dalle Regioni (oltre dieci miliardi sono ancora inutilizzati) e la capacità di spesa di molte Regioni risulta sempre più deteriorata^(14,15).</p>
<h2 id="4-gli-operatori-dellssn-si-sentono-valorizzati-tutelati-e-motivati">4. Gli operatori dell&rsquo;SSN si sentono valorizzati, tutelati e motivati?</h2><p>Più di quello edile o tecnologico, il grande patrimonio dell&rsquo;SSN è il suo personale: se per installare una sofisticata apparecchiatura sono necessari un paio d’anni dal momento della decisione, molti di più occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, per i quali il processo formativo e di aggiornamento continua lungo tutta la vita lavorativa. Ma nello scenario di obsolescenza strutturale, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti (e quindi spesso, purtroppo, aggressivi o rivendicativi) è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una forte pressione, e cresca l’insoddisfazione. <strong>Il risultato è una fuga dal pubblico e, nel perimetro del pubblico, dai luoghi di maggior tensione</strong> (si pensi, su tutte, all’area dell’urgenza-emergenza), che rischia di creare gravi carenze in particolare in alcune specialità¹⁶. È fuor di discussione che sia necessario aumentare i compensi agli operatori ma non è solo un problema salariale: molti accetterebbero incrementi contenuti della propria retribuzione se si vedessero garantite condizioni di lavoro soddisfacenti con turni meno usuranti, sicurezza personale, una formazione gratuita e di qualità, maggiori possibilità di carriera professionale, la non perseguibilità penale per errori colposi. Particolarmente grave è inoltre la carenza degli infermieri (in numero ampiamente inferiore alla media europea). Disporre di infermieri e tecnici altamente qualificati potrebbe consentire quella redistribuzione razionale dei compiti tra differenti professionalità sanitarie (oltre a una più flessibile composizione delle équipe assistenziali), delle quali è ormai ben dimostrata l’efficacia clinica e l’efficienza organizzativa¹⁷.</p>
<h2 id="5-la-continuità-assistenziale-sta-funzionando">5. La continuità assistenziale sta funzionando?</h2><p>Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono stati limitati. Oggi il problema non è più procrastinabile. Tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni, molti dei quali affetti da almeno una patologia cronica¹⁸. Quello cui assistiamo è il paradosso della medicina moderna: il miglioramento nel contrasto a molte malattie comporta un esponenziale incremento dei costi; quello che una volta non si poteva curare ora si cura (talora con grande impiego di risorse) e spesso trasforma una morte certa e in tempi brevi in una patologia cronica che determina costi continuativi per un lungo periodo. Occorre disegnare un percorso, concertato tra tutti i protagonisti, uniforme sul territorio nazionale, di continuità tra ospedale e territorio: dagli Ospedali di comunità alle Case della comunità, dal mondo del Long Term Care alle nuove tecnologie (telemedicina). E che includa, come protagonisti non periferici, anche i Medici di medicina generale, il cui ruolo va rivalorizzato¹⁹.</p>
<h2 id="6-lorganizzazione-dellssn-e-la-misurazione-dei-suoi-risultati-sono-efficienti-efficaci-e-utilizzano-le-tecnologie-disponibili">6. L’organizzazione dell&rsquo;SSN e la misurazione dei suoi risultati sono efficienti, efficaci e utilizzano le tecnologie disponibili?</h2><p>Non abbiamo dati affidabili sulla base dei quali costruire analisi, modelli, ipotesi e programmazione. L’eterogeneità delle 21 Regioni o Province autonome, e al loro interno la difformità dei sistemi informativi e della raccolta dei dati, fanno sì che oggi le informazioni raccolte contribuiscano solo marginalmente alla comprensione della realtà e alla pianificazione dell&rsquo;SSN. Esemplificativo in questo senso è il dato relativo alle liste d’attesa, su cui sappiamo troppo poco per poterlo affrontare efficacemente. Un grande sforzo, soprattutto di indirizzo e riorganizzazione, deve essere fatto per raccogliere dati attendibili, elaborarli e analizzarli, per avere una fotografia dell’esistente più prossima alla realtà, che possa permettere interventi correttivi e di programmazione puntuali ed efficaci.</p>
<h2 id="7-stiamo-governando-adeguatamente-limmissione-delle-nuove-tecnologie">7. Stiamo governando adeguatamente l’immissione delle nuove tecnologie?</h2><p>L’innovazione in medicina è una spinta formidabile al miglioramento della qualità delle cure, ma in un contesto dominato dalla carenza di pianificazione e da interessi commerciali talora accade che vengano introdotte tecnologie (e tra queste i farmaci) che non producono significativi miglioramenti sul piano clinico (beneficio per il paziente) ma che risultano invece molto onerose. Tecnologie e farmaci poco efficaci o impiegati in modo inappropriato sottraggono risorse ad ambiti dove quelle risorse potrebbero produrre benefici molto più tangibili e rilevanti. Da decenni è sollecitata da più parti la diffusione di metodologie di HTA (Health Technology Assessment - Valutazione delle tecnologie sanitarie), che verifichino, prima dell’introduzione di una tecnologia innovativa, la coerenza del rapporto costo/beneficio, sia a livello nazionale e regionale sia a livello di ASL e Ospedale. Al contempo è necessario investire molto di più in ricerca in tutti gli ambiti; si pensi per esempio alla cura delle malattie rare (pressoché ignorate dall’industria perché non redditizie) o alla questione delle differenze di genere (le donne ricevono farmaci studiati sui maschi ignorando che il metabolismo, l’efficacia e la tolleranza dei farmaci sono diversi nei due sessi).</p>
<p><strong>Ma soprattutto occorre, per quanto sia impopolare, fare delle scelte politiche trasparenti e basate su prove scientifiche su quali prestazioni garantire e quali limitare entro l&rsquo;SSN</strong>. La nostra medicina offre troppo ad alcuni (perlopiù ricchi) e troppo poco ad altri (perlopiù poveri). Anche in questo perimetro si deve inserire il potenziamento dell&rsquo;SSN nell’ambito della ricerca, sulla scorta di esperienze nazionali (come il GISSI²⁰) o internazionali, per produrre prove di efficacia laddove queste scarseggino o siano controverse. Esemplare l’esempio dello studio inglese RECOVERY²¹ sul trattamento del COVID-19, condotto nell&rsquo;NHS e decisivo per le scelte terapeutiche.</p>
<p>Inoltre, per i farmaci e i trattamenti innovativi servono nuovi modelli per fissare rimborsi che siano basati, oltre che su ragionevoli margini di profitto, sui reali costi di sviluppo, validazione e produzione.</p>
<h2 id="8-laccesso-alle-cure-è-agevole-e-sufficientemente-tempestivo">8. L’accesso alle cure è agevole e sufficientemente tempestivo?</h2><p>Si è già accennato al tema delle liste d’attesa, ma dovrebbe essere chiaro che la dilatazione - insostenibile - dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie è solo il sintomo del complesso di problemi che sta affliggendo l&rsquo;SSN. <strong>Le liste d’attesa producono effetti gravi sulla salute dei cittadini, traducendosi spesso nella rinuncia alle cure</strong>²² (un over-65 su quattro rinuncia nel corso dell’anno ad almeno una prestazione sanitaria²³) ; il fenomeno - e questo è uno degli aspetti più preoccupanti - è ancora più marcato tra i soggetti economicamente fragili, per i quali l’ipotesi di un esborso di denaro per accedere a una prestazione a pagamento non è tra le opzioni percorribili. L’intervento sulle liste d’attesa deve prevedere una strategia coordinata, che riduca drasticamente <strong>l’elevata quota di inappropriatezza</strong>: un cittadino che esegue una prestazione sanitaria inutile, oltre a rischiare di danneggiare la propria salute, certamente sottrae la disponibilità di quella prestazione a un paziente per il quale è necessaria. Attualmente il sistema nel suo complesso prescrive molto di più di quello che è in grado di erogare. Occorre quindi allineare prescritto e prodotto, utilizzando le tecnologie disponibili per effettuare prenotazioni automatiche all’interno dell&rsquo;SSN, e lavorando sia sul lato domanda/prescrizioni (appropriatezza e standard assistenziali coerenti alle risorse disponibili), sia sul lato offerta.</p>
<h2 id="9-le-attuali-politiche-di-prevenzione-sono-sufficienti">9. Le attuali politiche di prevenzione sono sufficienti?</h2><p>La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato (5% della spesa pubblica)²⁴, il che dà in parte conto degli insoddisfacenti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; se è vero che nel corso degli ultimi decenni si è ridotta la percentuale di fumatori, su altri versanti stiamo assistendo a una preoccupante inversione degli indicatori. Per fare un esempio, nell’UE abbiamo gli adulti più “magri”, ma al contempo abbiamo una delle percentuali più alte di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e tale dato correla sia con un cambiamento - preoccupante - delle abitudini alimentari sia con la scarsa propensione degli italiani all’attività fisica²⁵. <strong>La salute si tutela in tutte le politiche</strong>, da quelle industriali a quelle agricole, da quelle urbane a quelle relative alla mobilità (si pensi al modello delle “città dei 15 minuti”, i cui obiettivi convergenti sono la riduzione dell’inquinamento atmosferico da traffico veicolare e l’aumento dell’attività fisica da parte dei cittadini)²⁶.</p>
<h2 id="10-i-cittadini-sono-consapevoli-della-complessità-del-tema-salute-e-hanno-gli-strumenti-per-essere-protagonisti">10. I cittadini sono consapevoli della complessità del tema salute e hanno gli strumenti per essere protagonisti?</h2><p>I cittadini sono normalmente informati sugli scenari della salute e della sanità (quando non si trovano a farne esperienza diretta) dai media generalisti o dal web. Sono tuttavia spesso disorientati, tra visioni miracolistiche e - all’altro estremo - diffidenza o sospetto che possono trasformarsi in rifiuto della “medicina ufficiale” (con conseguenze talora serie per la loro salute). Rendere i cittadini protagonisti in ambito sanitario necessita di un grande investimento - di portata strategica, e prevalentemente culturale - per aumentare le loro conoscenze scientifiche e la consapevolezza di come tutelare la loro salute. Questo potrebbe consentire ai cittadini di comprendere come le politiche ambientali, urbane, industriali, del territorio, sono determinanti fondamentali nella tutela e nella promozione della loro salute, e uscire dalla diade fideismo-negazionismo. Per il punto precedente e per questo, l&rsquo;SSN può essere uno straordinario promotore di cultura e di iniziative intersettoriali, se tutti lo sosteniamo come patrimonio condiviso.</p>
<p>Tra qualche anno celebreremo il 50° compleanno del nostro SSN: mantenerlo efficiente e in buona salute è un dovere morale verso le prossime generazioni, per non disperdere un patrimonio unico che abbiamo avuto la fortuna di ereditare.</p>
<h4 id="1-ourworldindataorg-2-httpswwwsanita24ilsole24orecomartaziende-e-regioni2023-10-03na-3-httpswwwsaluteinternazionaleinfo202401londata-liberista-sui-sist-4-art32-la-repubblica-tutela-la-salute-come-fondamentale-diritto-dellindividuo-e-interesse-della-collettività-e-garantisce-cure-gratuite-agli-indigenti-5-httpswwwsaluteinternazionaleinfo202311america-se-una-assicurazio-6-rapporto-oasi-2023-cergas-egea-milano-2023-7-httpswwwcanadacaenhealth-canadaserviceshealth-care-systemcommi-8--9-httpswwwquotidianosanitaitgoverno-e-parlamentoarticolophpartico-10-httpswwwscienzainreteitarticolodiversa-idea-di-autonomia-differen-11-art119--la-legge-dello-stato-istituisce-un-fondo-perequativo-senza-vincoli-di-destinazione-per-i-territori-con-minore-capacità-fiscale-per-abitante-le-risorse-derivanti-dalle-fonti-di-cui-ai-commi-precedenti-consentono-ai-comuni-alle-province-alle-città-metropolitane-e-alle-regioni-di-finanziare-integralmente-le-funzioni-pubbliche-loro-attribuite-per-promuovere-lo-sviluppo-economico-la-coesione-e-la-solidarietà-sociale-per-rimuovere-gli-squilibri-economici-e-sociali-per-favorire-leffettivo-esercizio-dei-diritti-della-persona-o-per-provvedere-a-scopi-diversi-dal-normale-esercizio-delle-loro-funzioni-lo-stato-destina-risorse-aggiuntive-ed-effettua-interventi-speciali-in-favore-di-determinati-comuni-province-città-metropolitane-e-regioni--12-httpswwwpanoramaitnewsospedali-strutture-mediche-dati-sanita-ital-13-httpswwwquotidianosanitaitstudi-e-analisiarticolophparticolo_-14-httpswwwsanita24ilsole24orecomartdal-governo2023-07-27il-pnrr--15--16-2300277-3fulltext-17--18-httpswwwistatititfiles202309previsioni-popolazione-e-famiglie-19--20--21--22-httpswwwilsole24orecomartoltre-4-milioni-italiani-hanno-rinunciat-23-httpswwwissit-in-italia-3-milioni-di-anziani-rinunciano-alle-cure-24--25-httpswwwoecd-ilibraryorgsocial-issues-migration-healthitalia-prof-26">1. ourworldindata.org 2. <a href="https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2023-10-03/nadef-2023-sanita-pubblica-il-baratro-crolla-rapporto-spesa-sanitariapil-66percento-2023-62percento-2024-61percento-2026-triennio-2024-2026-spesa-sanitaria-aumenta-solo-11percento-085139.php?uuid=AFvYJG5" rel="noopener">https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2023-10-03/na&hellip;</a> 3. <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2024/01/londata-liberista-sui-sistemi-beveridge/" rel="noopener">https://www.saluteinternazionale.info/2024/01/londata-liberista-sui-sist&hellip;</a> 4. Art.32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell&rsquo;individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” 5. <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2023/11/america-se-una-assicurazione-non-basta/" rel="noopener">https://www.saluteinternazionale.info/2023/11/america-se-una-assicurazio&hellip;</a> 6. Rapporto OASI 2023, Cergas, EGEA, Milano, 2023 7. <a href="https://www.canada.ca/en/health-canada/services/health-care-system/commissions-inquiries/federal-commissions-health-care/commission-future-health-care-canada-romanow-commission.html" rel="noopener">https://www.canada.ca/en/health-canada/services/health-care-system/commi&hellip;</a> 8. <a href="https://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=SHA" rel="noopener">https://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=SHA</a> 9. <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=114312" rel="noopener">https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?artico&hellip;</a> 10. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diversa-idea-autonomia-differenziata/">https://www.scienzainrete.it/articolo/diversa-idea-di-autonomia-differen&hellip;</a> 11. Art.119: “(…) La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite. Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l&rsquo;effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. (…)” 12. <a href="https://www.panorama.it/news/ospedali-strutture-mediche-dati-sanita-italiana" rel="noopener">https://www.panorama.it/news/ospedali-strutture-mediche-dati-sanita-ital&hellip;</a> 13. <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=120838" rel="noopener">https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id&hellip;</a> 14. <a href="https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/dal-governo/2023-07-27/il-pnrr-riveduto-e-corretto-stralcia-case-ospedali-comunita-e-cot-e-rinvia-nuove-apparecchiature-e-interventi-anti-sismici-ciambella-fondi-ex-art-20-e-coesione-183640.php?uuid=AFql8RN" rel="noopener">https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/dal-governo/2023-07-27/il-pnrr-&hellip;</a> 15. <a href="https://www.pnrr.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5833_0_file.pdf" rel="noopener">https://www.pnrr.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5833_0_file.pdf</a> 16. <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667" rel="noopener">https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667</a>(23)00277-3/fulltext 17. <a href="https://www.recentiprogressi.it/archivio/3865/articoli/38515/" rel="noopener">https://www.recentiprogressi.it/archivio/3865/articoli/38515/</a> 18. <a href="https://www.istat.it/it/files//2023/09/Previsioni-popolazione-e-famiglie.pdf" rel="noopener">https://www.istat.it/it/files//2023/09/Previsioni-popolazione-e-famiglie&hellip;</a> 19. <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3094_allegato.pdf" rel="noopener">https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3094_allegato.pdf</a> 20. <a href="https://www.gissi.org/ItaIntro/T_Intro_ITA.php" rel="noopener">https://www.gissi.org/ItaIntro/T_Intro_ITA.php</a> 21. <a href="https://www.recoverytrial.net/" rel="noopener">https://www.recoverytrial.net/</a> 22. <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/oltre-4-milioni-italiani-hanno-rinunciato-curarsi-causa-liste-d-attesa-e-costi-AEKYMA5C" rel="noopener">https://www.ilsole24ore.com/art/oltre-4-milioni-italiani-hanno-rinunciat&hellip;</a> 23. <a href="https://www.iss.it/-/in-italia-3-milioni-di-anziani-rinunciano-alle-cure#:~:text=La%20rinuncia%20alle%20cure%20tra,oltre%203%20milioni%20di%20anziani" rel="noopener">https://www.iss.it/-/in-italia-3-milioni-di-anziani-rinunciano-alle-cure&hellip;</a>. 24. <a href="https://altreconomia.it/inchiesta-prevenzione-addio/" rel="noopener">https://altreconomia.it/inchiesta-prevenzione-addio/</a> 25. <a href="https://www.oecd-ilibrary.org/social-issues-migration-health/italia-profilo-della-sanita-2023_1e266bea-it" rel="noopener">https://www.oecd-ilibrary.org/social-issues-migration-health/italia-prof&hellip;</a> 26. <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3283_allegato.pdf" rel="noopener">https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3283_allegato.pdf</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>4 aprile: il perché di una giornata mondiale contro mine e bombe inesplose</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe/</guid><pubDate>Tue, 02 Apr 2024 09:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>pace</category><description>Nell&amp;amp;rsquo;attuale frangente geopolitico è più che mai significativa la ricorrenza del 4 aprile, la Giornata mondiale di promozione dell’azione contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi, istituita dalle Nazioni Unite con l&amp;amp;rsquo;intento di mantenere all&amp;amp;rsquo;ordine del giorno un argomento d&amp;amp;rsquo;interesse planetario.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli attuali frangenti geopolitici è più che mai significativa la ricorrenza del 4 aprile, la Giornata mondiale di promozione dell’azione contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2005 con l&rsquo;intento di mantenere all&rsquo;ordine del giorno un argomento d&rsquo;interesse planetario. Dopo ogni guerra, comincia un lungo lavoro di sminamento e di spolettamento: l&rsquo;ONU calcola che, per ogni giorno di combattimenti, ce ne vogliano trenta di bonifica degli ordigni inesplosi, comprese le bombe sganciate dagli aerei. Chi pone in atto un bombardamento sa, a priori, che non tutti gli ordigni sganciati esploderanno: una parte di essi (fino al 25%) sprofonderà nel terreno minacciando, nei decenni futuri, i figli e i nipoti dei nemici.</p>
<p>In Italia, gli incidenti da esplosivi bellici non si sono ancora esauriti (il bilancio del 2023 è di 5 morti, tra cui un bambino di dieci anni, e di diversi feriti) e i ritrovamenti continuano: tra il 2017 e il 2022, l&rsquo;esercito ha svolto più di 13.000 interventi. <a href="https://www.anvcg.it/attualita/archivio/item/609-in-italia-migliaia-le-bombe-inesplose-della-seconda-guerra-mondiale" rel="noopener">Secondo i dati</a> dell&rsquo;Associazione nazionale vittime civili di guerra (ANVCG), il territorio italiano è contaminato da oltre 250.000 ordigni bellici inesplosi: 25.000 sono bombe d&rsquo;aereo, interrate tra i cinque e gli otto metri di profondità e gli altri sono mine, granate, bombe a mano e munizioni di armi pesanti sepolte o abbandonate sul fondo di fiumi dalle truppe in ritirata.</p>
<h2 id="620-morti-per-sminare-litalia-dopo-la-guerra">620 morti per sminare l&rsquo;Italia dopo la guerra</h2><p>È la lunga eredità della decisione di Mussolini, proclamata il 10 giugno 1940: «La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia; scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell&rsquo;Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l&rsquo;esistenza medesima del popolo italiano». A partire dal giorno successivo, col primo bombardamento della RAF su Genova, fino al 4 maggio 1945, data dell&rsquo;ultimo bombardamento sulle colonne tedesche in fuga, le forze alleate sganciarono sull&rsquo;Italia 378.891 tonnellate di bombe (il 13,7% del totale europeo). Due milioni di mine, di 60 tipi diversi, furono trovate e disinnescate sul territorio nazionale subito dopo la fine delle ostilità, soprattutto lungo la linea Gotica e le zone di Cassino e di Anzio. Quell&rsquo;imponente bonifica fu costosa in termini di uomini (620 morti e 844 feriti o mutilati tra gli sminatori), di tempo e di mezzi, in carenza dei quali gli ordigni trovati in prossimità delle zone portuali vennero semplicemente gettati in mare. Il fondale, d&rsquo;altronde, ne era già pieno: andandosene, l&rsquo;esercito americano aveva abbandonato nei mari italiani quantità mai specificate di armamenti, tra cui bombe contenenti fosgene, cloruro di cianuro e cianuro idrato.</p>
<p>Oggi esistono centinaia di modelli di mine terrestri antiuomo, la cui detonazione si basa su vari principi come pressione, rilevazione di movimento, suono o vibrazioni. Dal 1999, l’uso, la produzione, la vendita e il trasferimento di mine anti-persona sono vietati dalla Convenzione di Ottawa, che impegna gli Stati a distruggerne gli stock e a bonificare le aree minate. La Convenzione è stata ratificata da 164 Stati (Stati Parti); non è stata firmata da 33, tra i quali Arabia Saudita, Cina, Emirati arabi, India, Iran, Israele, Pakistan, Russia, Siria e Stati Uniti. Per il ruolo cruciale nell&rsquo;ideazione e nella stesura della Convenzione di Ottawa, nel 1997 è stato assegnato il Premio Nobel per la pace alla coalizione di organizzazioni non governative International Campaign to Ban Landmines (ICBL) fondata nell&rsquo;ottobre del 1992 da Jody Williams. L&rsquo;ICBL monitora la produzione, l&rsquo;installazione e il rinvenimento delle mine nel mondo e il rispetto delle clausole del trattato di Ottawa da parte dei paesi firmatari; il monitoraggio riguarda anche le munizioni a grappolo.</p>
<h2 id="più-di-4000-morti-allanno-da-mine">Più di 4.000 morti all&rsquo;anno da mine</h2><p>Nel novembre 2023, il Landmine &amp; Cluster Munition Monitor ha presentato a Ginevra il suo 25° <a href="http://www.the-monitor.org/en-gb/reports/2023/landmine-monitor-2023.aspx" rel="noopener">rapporto annuale</a>, relativo all&rsquo;anno 2022. La lista aggiornata dei paesi produttori di mine antiuomo comprende Armenia, Cina, Cuba, India, Iran, Myanmar, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Singapore, Corea del Sud e Vietnam. Nessuno di questi Stati è parte del trattato di Ottawa. Secondo il rapporto (al quale, peraltro, hanno fornito le pattuite relazioni annuali meno della metà delle parti) nel 2022 sono state vittime di mine antiuomo o di ordigni bellici inesplosi (<em>Explosive remnants of war</em>, ERW) 4.710 persone (1.661 morti e 3.015 feriti) in 49 Stati, di cui 37 aderenti al trattato. Laddove è stato possibile determinarlo, i civili hanno rappresentato l’85% delle vittime, la metà delle quali erano bambini (1.171). La Siria, Stato non Parte, ha registrato il maggior numero di vittime annuali (834) per il terzo anno consecutivo. Lo Stato Parte dell’Ucraina ha registrato il secondo totale più alto (608). Seguono Yemen (Stato Parte) e Myanmar (Stato non Parte), in ciascuno dei quali si sono registrate più di 500 vittime. Hanno ufficialmente completato la distruzione delle scorte (complessivamente 55 milioni di mine terrestri antiuomo) 94 Stati Parti. Grecia e Ucraina stanno violando il trattato, poiché possiedono un totale di circa 3,6 milioni di mine anti-persona ancora da distruggere. Nel 2022 vi è stato un finanziamento record dell’azione contro le mine, pari a 913,5 milioni di dollari, con un aumento del 52% rispetto a quello del 2021. I maggiori donatori restano gli Stati Uniti (Stato non Parte), seguiti dall&rsquo;Unione Europea; nel pool dei 15 maggiori finanziatori (che danno il 97% di tutto il sostegno) è entrata l&rsquo;Arabia Saudita (Stato non Parte). Dal 2018, Afghanistan, Cambogia, Colombia, Iraq, Laos e Siria sono ogni anno tra i maggiori beneficiati; l&rsquo;Ucraina è salita in cima alla lista dei paesi che ricevono assistenza (le è stato destinato il 20% del totale del finanziamento); anche lo Yemen ha scalato la lista. Le motivazioni delle elargizioni sono l&rsquo;assistenza sanitaria e il recupero sociale delle vittime, l&rsquo;educazione delle popolazioni in pericolo e, principalmente, la bonifica dei territori. Finora, un totale di 30 Stati Parti ha dichiarato di aver bonificato tutte le aree minate del proprio territorio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/4-aprile-perche-giornata-mondiale-contro-mine-bombe-body-1.jpg.webp 841w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="841" height="595" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Contaminazione di mine antipersona, <a href="https://www.the-monitor.org/media/3389429/mbt2023_contamination_final.pdf" rel="noopener">Landmine and Cluster Munition Monitor</a></p>
<p>Afghanistan, Bosnia ed Erzegovina, Cambogia, Croazia, Etiopia, Iraq, Turchia e Ucraina hanno segnalato almeno 180 km² di terreni contaminati. Già da prima dell&rsquo;invasione russa, l&rsquo;Ucraina era tra i paesi più minati al mondo; ora, i terreni contaminati da mine occupano il 30% del Paese. Dal febbraio 2022, la Russia (che non ha firmato il trattato) ha utilizzato ampiamente le mine antiuomo in Ucraina che ha, a propria volta, utilizzato gli ordigni nel conflitto in corso, nell&rsquo;<em>oblast</em> di Kharkiv sotto il controllo russo.</p>
<h2 id="grappoli-di-morte">Grappoli di morte</h2><p>Una minaccia a lungo termine per l&rsquo;incolumità dei civili non inferiore a quella dalle mine è costituita dalle bombe a frammentazione o a grappolo (cluster), grossi ordigni che possono essere sganciati da mezzi aerei come cacciabombardieri ed elicotteri oppure lanciati da terra, da sistemi di artiglieria, lanciarazzi e lanciamissili. Sono definite “armi di saturazione d&rsquo;area” perché, a un&rsquo;altezza preimpostata, esplodono in aria, lanciando in un raggio anche di oltre 40 km (l&rsquo;estensione varia in base alla quota e alla velocità) molte decine di submunizioni. In passato, alcune submunizioni erano state concepite come mine terrestri: per la loro forma, disegnata per rallentare la velocità di caduta dopo il lancio dagli elicotteri, la popolazione afgana chiamava “pappagalli verdi” le PFM-1 (<em>Prativapekhatnaja Fugasnaja Mina</em>, antiuomo ad alto esplosivo), fabbricate in URSS sul modello dell&rsquo;americana BLU-43/B o Dragontooth, massicciamente impiegato in Vietnam. Oggi, la quasi totalità delle cluster bomb è progettata per esplodere all&rsquo;impatto col suolo o con il bersaglio, ma quelle che cadendo non esplodono s&rsquo;interrano parzialmente rimanendo invisibili, con effetti finali più letali di quelli delle mine anti-persona. I produttori dichiarano percentuali di questo malfunzionamento (detto “tasso di fallimento”) al massimo del 5%, ma l&rsquo;esperienza di bonifica riferita dalla Croce Rossa prova tassi notevolmente più alti, non inferiori al 15-20% e che sono arrivati al 40-45% in alcune località dell&rsquo;Afghanistan.</p>
<p>Le munizioni a grappolo hanno eluso il divieto di produzione, vendita o stoccaggio fino al 2010, anno in cui è stato finalmente raggiunto il numero minimo (30) di nazioni firmatarie, necessario a far entrare in vigore la Convenzione di Oslo. A luglio 2023, la Convenzione <a href="https://www.clusterconvention.org/wp-content/uploads/2023/10/1.-CCM-Universalization-Status-by-Region-TO-PRINT.pdf" rel="noopener">risultava ratificata</a> da 111 paesi (tra cui l&rsquo;Italia) e firmata da altri 12; non vi hanno aderito 73 Stati tra i quali importanti produttori di munizioni e loro componenti, come Stati Uniti, Cina, India, Russia, Israele, e Pakistan. In un memorandum del marzo 2003 dell&rsquo;organizzazione umanitaria e di ricerca Human Rights Watch, l&rsquo;Italia figurava tra i 57 Paesi del mondo (13 nell&rsquo;Unione Europea) noti per avere nei propri arsenali munizioni cluster ma, finora, l&rsquo;Aviazione militare italiana non ha mai impiegato questo tipo di bombe, neanche in esercitazione. Nel 2021, il parlamento italiano ha varato la <a href="https://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/39361.pdf" rel="noopener">legge 220</a>, “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo”.</p>
<h2 id="anche-se-vietate-le-bombe-a-grappolo-vengono-usate-nella-guerra-russo-ucraina">Anche se vietate, le bombe a grappolo vengono usate nella guerra russo-ucraina</h2><p>Secondo il rapporto 2023 del Landmine &amp; Cluster Munition Monitor, la Russia ha utilizzato ampiamente le munizioni a grappolo contro l’Ucraina e le forze ucraine l&rsquo;hanno fatto a loro volta: l’Ucraina, che le considera «armi legali» e «una componente importante delle capacità di difesa», ne possiede una scorta ereditata dall’ex Unione Sovietica e, dopo l’invasione russa del febbraio 2022, ha chiesto pubblicamente di riceverne altre. Nel luglio 2023, l&rsquo;amministrazione Biden ha annunciato che avrebbe trasferito all&rsquo;Ucraina una quantità non specificata delle scorte degli Stati Uniti di munizioni a grappolo con tasso di fallimento storicamente attestato al 6-14% (ma più elevato in caso di vento, terreno soffice o fitta vegetazione). Anche se l’Ucraina ha assicurato che manterrà un registro rigoroso delle aree in cui utilizza munizioni a grappolo, che avranno la priorità nello sminamento, la decisione degli Stati Uniti è stata criticata dall&rsquo;ONU e dalla Cluster Munition Coalition (CMC). Secondo indagini indipendenti condotte dall&rsquo;Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), munizioni a grappolo erano già state utilizzate nell&rsquo;Ucraina orientale dalle forze governative ucraine e dalle forze antigovernative appoggiate dalla Russia dal luglio 2014 fino al cessate il fuoco del febbraio 2015, ma nessuna delle parti in conflitto ha accettato una propria responsabilità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Integrità nella ricerca: sfide e necessità di riforma nell'ambiente accademico italiano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/integrita-ricerca-sfide-necessita-riforma-nellambiente-accademico-italiano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/integrita-ricerca-sfide-necessita-riforma-nellambiente-accademico-italiano/</guid><pubDate>Mon, 01 Apr 2024 11:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Daniel Pizzolato</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Nel contesto accademico italiano, recenti eventi hanno sollevato dubbi riguardo alla condotta scientifica di alcuni esponenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/integrita-ricerca-sfide-necessita-riforma-nellambiente-accademico-italiano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/integrita-ricerca-sfide-necessita-riforma-nellambiente-accademico-italiano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel contesto accademico italiano, recenti eventi hanno sollevato dubbi riguardo alla condotta scientifica di alcuni esponenti, tra cui l&rsquo;attuale Ministro della Salute, Orazio Schillaci. Schillaci e i suoi co-autori <a href="https://www.science.org/content/article/possible-misconduct-found-papers-italian-minister-health" rel="noopener">sono stati accusati</a> di &ldquo;manipolazione di immagini&rdquo; in pubblicazioni scientifiche. Questo caso non è isolato in Italia, ma si inserisce in un panorama più ampio di cattiva condotta scientifica, dove l&rsquo;alterazione o la contraffazione di dati e/o immagini rappresenta uno dei tre peccati capitali della ricerca scientifica: falsificazione, fabbricazione e plagio (FFP).</p>
<p>Oltre a queste pratiche, che fortunatamente sono rare, esistono altri comportamenti considerati &ldquo;questionabili&rdquo; che si collocano in una zona grigia tra i tre peccati capitali sopra menzionati (FFP) e le pratiche scientifiche corrette, in linea con i principi di integrità nella ricerca. Questi comportamenti possono derivare da pratiche legate al processo scientifico, come conflitti di interesse, cattiva supervisione, attribuzione degli autori, gestione inadeguata dei dati e uso di statistiche discutibili, così come dalle dinamiche del sistema accademico, caratterizzato da baronie, nepotismo, mobbing e favoritismi, anziché da criteri meritocratici e di valore accademico.</p>
<p>Questo sistema sta diventando sempre più restrittivo, soprattutto per la nuova generazione di ricercatori e professori, che devono confrontarsi con un panorama internazionale e si trovano a dover navigare tra scorciatoie e ostacoli pur di sopravvivere nella ricerca accademica italiana.</p>
<p>Tali pratiche danneggiano la scienza in molteplici modi, con conseguenze che si ripercuotono sulla salute pubblica, sui finanziamenti alla ricerca e sulla fiducia della società nella ricerca scientifica e, più in generale, nella scienza stessa.</p>
<h2 id="cosa-conosciamo-della-situazione-italiana">Cosa conosciamo della situazione italiana</h2><p>Con questo scritto, non si intende assegnare colpe, ma piuttosto sottolineare l&rsquo;urgente necessità di un cambiamento strutturale all&rsquo;interno dell&rsquo;ecosistema della ricerca italiana. Si tratta di un appello all&rsquo;azione per una riforma sistematica che possa promuovere un ambiente accademico più responsabile ed etico.</p>
<p>A differenza di molti altri paesi europei, come la Finlandia e la Norvegia, dove sono state effettuate iniziative esemplari riguardanti la valutazione di pratiche concernenti l&rsquo;etica e l&rsquo;integrità della ricerca, in Italia mancano informazioni chiare sulla consapevolezza e la preparazione dei ricercatori su tali tematiche. Questa lacuna è evidente soprattutto a livello universitario, fatta eccezione per uno studio recente condotto presso <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10805-020-09359-0" rel="noopener">l&rsquo;Università dell&rsquo;Insubria</a>. Questo studio, centrato sull&rsquo;analisi delle opinioni dei giovani ricercatori italiani riguardo all&rsquo;integrità della ricerca, mette in luce la loro preoccupazione per la situazione attuale e la richiesta di corsi formativi dedicati a questi argomenti.</p>
<p>In merito alla propensione verso pratiche di ricerca non del tutto corrette e trasparenti, l&rsquo;unico studio disponibile riporta che <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0172792" rel="noopener">l'80% dei ricercatori italiani in psicologia</a> ammette di aver adottato almeno una volta pratiche discutibili. Questo dato appare allarmante, soprattutto se confrontato con la percentuale <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s11948-021-00314-9" rel="noopener">(circa 39%)</a> emersa da un noto studio internazionale.</p>
<p>Nonostante il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e la maggior parte delle università italiane adottino un codice di condotta e/o di integrità della ricerca, questi si concentrano principalmente sulla responsabilità individuale in caso di pratiche scientifiche inappropriate, con un&rsquo;enfasi sulla rilevazione di comportamenti specifici e sulle relative sanzioni per i ricercatori coinvolti. Tuttavia, tali linee guida non affrontano in modo esaustivo le problematiche legate alla disonestà intellettuale diffusa nell&rsquo;ambiente accademico italiano. È necessario rivedere e aggiornare tali linee guida, ponendo maggiore enfasi sull&rsquo;importanza di educare i ricercatori universitari fin dai tempi degli studi accademici e nell&rsquo;incoraggiare le università a offrire programmi di formazione specifici, focalizzati principalmente sui giovani ricercatori e accademici.</p>
<p>Un approccio &ldquo;preventivo&rdquo;, che miri a educare piuttosto che a incutere timori, potrebbe dimostrarsi efficace e vantaggioso. Questo tipo di approccio non è nuovo; al contrario, è ampiamente consolidato in altri contesti internazionali, dove ha già prodotto risultati evidenti. Dare maggiore rilievo all&rsquo;educazione e conferire maggior responsabilità alle università nell&rsquo;istituire percorsi formativi ad hoc sono aspetti che trovano riscontro nel nuovo codice di condotta europeo per l&rsquo;integrità della ricerca, così come in vari codici nazionali sull&rsquo;integrità e nelle raccomandazioni degli esperti.</p>
<p>In aggiunta a ciò, il sistema accademico italiano attuale, con la sua lunga storia di <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0021160" rel="noopener">nepotismo e favoritismi</a>, sembra offrire poco spazio alla meritocrazia accademica. Questo accentua ulteriormente la già elevata pressione sui giovani ricercatori, costretti a navigare tra l&rsquo;integrità professionale e l&rsquo;onesta intellettuale da un lato e pratiche scientifiche discutibili che sembrano favorire un rapido avanzamento di carriera, dall&rsquo;altro.</p>
<p>Per contrastare il nepotismo e promuovere la meritocrazia, si è tentato di cambiare rotta attraverso l&rsquo;approvazione di leggi che regolamentano l&rsquo;accesso alla promozione e all&rsquo;avanzamento professionale basandosi su metriche quantitative come il numero di pubblicazioni e citazioni. Tuttavia, sembra che gli accademici italiani abbiano trovato modi per aggirare tali leggi, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S004873331730210X?via%3Dihub" rel="noopener">aumentando pratiche come l&rsquo;auto-citazione e/o la citazione preferenziale di colleghi e amici italiani</a>. Queste azioni non solo compromettono il concetto di meritocrazia, ma hanno anche l&rsquo;effetto dannoso di inflazionare l&rsquo;impatto della ricerca italiana senza un fondamento scientifico evidente. Inoltre, questo approccio non risulta innovativo e si discosta dalla direzione intrapresa da importanti voci nel panorama internazionale accademico, come la Dichiarazione di San Francisco sull&rsquo;Assessment della Ricerca (DORA) e l&rsquo;Accordo sulla Riforma dell&rsquo;Assessment della Ricerca (European Research Council), che promuovono un utilizzo più responsabile degli indicatori quantitativi e sostengono una valutazione più orientata alla qualità dei prodotti scientifici.</p>
<h2 id="cosa-si-può-fare">Cosa si può fare</h2><p>Nonostante le sfide attuali, le università italiane hanno l&rsquo;opportunità di ribaltare questa tendenza. Il management universitario deve prendere consapevolezza delle problematiche della situazione attuale e implementare strategie e politiche volte a creare un sistema in cui l&rsquo;integrità scientifica e le pratiche di ricerca responsabili siano prioritari. C&rsquo;è urgente bisogno di promuovere l&rsquo;educazione su queste pratiche, sia a livello individuale che collettivo, specialmente tra studenti, dottorandi e giovani ricercatori. Tuttavia, è altrettanto importante sensibilizzare i ricercatori e i professori più esperti, che possono avere difficoltà a distogliersi da pratiche scientifiche consolidate nel tempo.</p>
<p>Nonostante la costante riduzione degli investimenti nel sistema accademico italiano (e la mancanza di una probabile volontà politica nell&rsquo;investire in esso), fortunatamente l&rsquo;ambiente accademico italiano dispone già di risorse pronte all&rsquo;uso. Progetti di ricerca finanziati dalla Commissione Europea hanno sviluppato linee guida, raccomandazioni e programmi educativi focalizzati sull&rsquo;integrità della ricerca. Ad esempio, il progetto <a href="https://sops4ri.eu/" rel="noopener">SOPs4RI</a> (di cui ho fatto parte) ha elaborato linee guida per assistere le università nella creazione di programmi educativi incentrati sull&rsquo;integrità della ricerca e sulla promozione di pratiche di supervisione responsabili. Progetti come <a href="https://www.path2integrity.eu/" rel="noopener">Path2Integrity</a> e <a href="https://h2020integrity.eu/" rel="noopener">INTEGRITY</a> hanno sviluppato formazioni apposite per studenti, dottorandi, ricercatori e supervisori. Il progetto <a href="https://embassy.science/wiki/AboutCertifiedTrainers" rel="noopener">VIRT²UE</a> (di cui ho fatto parte) ha già formato ricercatori affiliati alle università italiane, pronti a partecipare a formazioni e workshop sull&rsquo;integrità della ricerca. Come si può vedere, le risorse sono già disponibili e accessibili gratuitamente a tutti; è solo necessario trovare la volontà e le modalità adatte per metterle in pratica.</p>
<p>È evidente la necessità di un impegno collettivo per promuovere la cultura dell&rsquo;etica e dell&rsquo;integrità della ricerca in Italia. A tal fine, si auspica l&rsquo;implementazione di iniziative finalizzate a sensibilizzare e formare i ricercatori su queste tematiche cruciali, garantendo al contempo la trasparenza e la responsabilità delle attività di ricerca.</p>
<p>Il seguente testo è basato su un <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/08989621.2024.2318230" rel="noopener">Commentary</a> in lingua Inglese di recente pubblicazione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La citizen science in Italia e in Europa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/citizen-science-italia-europa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/citizen-science-italia-europa/</guid><pubDate>Fri, 29 Mar 2024 10:35:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il 2024 è un anno di traguardi importanti per il mondo della citizen science: ripercorriamo in questo articolo gli obiettivi, i traguardi e gli eventi delle due principali associazioni di riferimento a livello nazionale ed europeo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/citizen-science-italia-europa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/citizen-science-italia-europa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quali azioni posso mettere in campo per monitorare lo stato di salute di un fiume o per la diffusione di malattie come la dengue? Quali specie di formiche vivono in città? Come possiamo organizzarci per cercare frammenti di meteore a terra? Dal monitoraggio della biodiversità, alla qualità dell’aria e dell’acqua, alla salute pubblica, fino al campo astronomico; sono davvero tanti i settori delle scienze dove i progetti di citizen science prendono forma. Sia in ambito italiano che in ambito europeo, il 2024 è un anno di importanti traguardi per la citizen science: l’associazione nazionale <a href="https://www.museonaturalemaremma.it/csi/" rel="noopener">Citizen Science Italia ETS</a> (CSI) compie il suo primo anno di attività, mentre la <a href="https://www.ecsa.ngo/" rel="noopener">European Citizen Science Association</a> (ECSA) è al suo decennale. Unite dallo stesso <em>fil rouge</em>, entrambe le realtà mirano a sostenere la diffusione e lo sviluppo della scienza dei cittadini, una modalità diversa di fare scienza, in continua espansione che permette di tessere un legame nuovo tra scienza e società.</p>
<h2 id="in-italia">In Italia</h2><p>A oggi, l’Italia risulta il primo e unico Paese europeo ad aver istituito un’associazione nazionale dedicata al tema, mentre nelle altre nazioni esistono altre forme di coordinamento, centri di riferimento e network. «Tutto è nato a Berlino durante la prima conferenza internazionale, organizzata da ECSA nel 2016, dove alcuni degli italiani presenti hanno colto l’occasione per creare un gruppo informale, con l’intenzione di diffondere la scienza partecipata in Italia, allora ancora poco conosciuta», racconta Andrea Sforzi, Direttore del Museo di Storia Naturale della Maremma.</p>
<p>Negli anni seguenti sono stati diversi i momenti di incontro e confronto per avviare il processo di diffusione e strutturazione della citizen science nel territorio italiano. Fondamentale è stato il contributo nel 2018 del progetto H2020 DITOs, che ha consentito di aprirsi al contesto europeo tramite due tavole rotonde rivolte ai portatori di interesse nazionali e lo sviluppo di linee guida per la strategia nazionale di citizen science. Nel 2021, il convegno <em>Verso l’organizzazione del network</em>, tenutosi a Grosseto, ha posto le basi per la nascita, che avverrà a febbraio del 2023, dell’associazione Citizen Science Italia ETS. Contestualmente vengono ufficialmente consegnate le <a href="https://discovery.ucl.ac.uk/id/eprint/10073921/" rel="noopener"><em>Linee guida per lo sviluppo della citizen science in Italia</em></a> al Ministero dell’Università e della Ricerca.</p>
<p>Un modello, quello dell’associazione italiana, che si ispira molto a quello europeo, dove ci si rivolge a un pubblico ampio (singolo privato, istituzioni, progetti e associazioni) con lo scopo di promuovere un coordinamento tra progetti e creare opportunità di interscambio tra la società e il mondo scientifico. E un nuovo modo di fare scienza: la scienza partecipata, nella quale vengono create attività scientifiche basate sulla raccolta dati e nella quale, inoltre, scienziati e cittadini coinvolti traggono vantaggio nel prendere parte ai progetti. Un altro aspetto caratteristico è quello di stimolare i partecipanti a porre domande sperimentali provenienti dal loro vissuto, fornire loro dei feedback nel medio e lungo periodo e riconoscere il loro contributo nei risultati dei progetti e nelle pubblicazioni in formato open access.</p>
<p>«L’associazione vuole essere un punto di riferimento per supportare e dare supporto a coloro che vogliono fare citizen science a livello nazionale», spiega Sforzi. «Tra le maggiori sfide dell’associazione c’è quella di voler partecipare a bandi europei per ottenere fondi e allo stesso tempo di costruire un centro nazionale di riferimento per la citizen science».</p>
<p>Un’ulteriore opportunità di intessere legami tra numerose realtà territoriali è stato il primo convegno nazionale <em>I primi passi per il network nazionale</em> tenutosi lo scorso novembre a Pisa, che ha visto coinvolte 180 persone provenienti da ambiti di competenza diversi: docenti, ricercatori, professionisti della comunicazione scientifica e responsabili dei musei. Tre giornate caratterizzate da brevi presentazioni orali, a workshop e focus tematici con un’area marketplace dedicata a iniziative di citizen science ed eventi per il pubblico. Il materiale condiviso durante il convegno lo si trova raccolto all’interno del <a href="https://www.museonaturalemaremma.it/incontro-nazionale-csi-23/" rel="noopener"><em>Book of abstract</em></a>, consultabile sul sito del Museo di Storia Naturale della Maremma, sede attuale di CSI. La stessa piattaforma offre inoltre la possibilità di scoprire una parte dei progetti attivi in Italia attraverso un repository online dando l’opportunità, a chi lo volesse, di inviare la richiesta per inserire il proprio progetto. L’aumento di interesse e di maggiore consapevolezza sul tema è stato confermato dalle numerose richieste di partecipazione al convegno e dal numero dei soci dell’associazione, che è in costante crescita.</p>
<h2 id="in-europa">In Europa</h2><p>Credere in un mondo nel quale le persone siano in grado di apportare un cambiamento positivo attraverso la scienza è parte della visione dell’European Citizen Science Association, un’organizzazione nata nel 2014, con sede a Berlino, che mira ad aumentare la democratizzazione della scienza, a incoraggiare la crescita della citizen science in Europa e a sostenere la partecipazione del pubblico in generale ai processi di ricerca. In questi primi dieci anni di attività ha creato un network che supera le 350 realtà con cui ha progetti in corso, dei quali 21 sono finanziati dall’Unione Europea.</p>
<p>Quest’anno, dal 3 al 6 di aprile, si terrà a Vienna la conferenza internazionale, andata sold out in poche settimane dall’apertura delle iscrizioni e il cui tema è <em>Change</em>. «Dal 2021, in Europa l’interesse nei confronti della citizen science sta crescendo in modo esponenziale», racconta Simona Cerrato, communication and community manager di ECSA. «Quest’anno saranno oltre 500 le persone partecipanti, e potremmo arrivare probabilmente fino a 800». La squadra europea non si aspettava di ricevere una richiesta di partecipazione così vasta. Così, per chi non potrà essere presente sarà possibile seguire gli interventi anche online. All’interno del programma non mancano anche momenti dedicati al pubblico, con il festival dedicato alla citizen science dentro il Museo di Storia Naturale di Vienna.</p>
<p>Tra i numerosi progetti rivolti al supporto e alla diffusione della citizen science sul territorio europeo c’è IMPETUS, che da là possibilità a piccole realtà di farsi conoscere all’interno del network internazionale e di ricevere un supporto monetario per realizzare attività di ricerca coinvolgendo i cittadini. Anche il progetto ECS (European Citizen Science) ha creato nell’ultimi mesi una rete di <em>ambassador</em> della citizen science per ogni paese europeo, incluso il Regno Unito, con lo scopo di trasmettere l’esperienza europea a livello locale e di recepire i bisogni, le aspettative e le idee della cittadinanza per creare una rete di scambio di esperienze reciproche. Per vedere quali sono i progetti di citizen science attivi in Europa e rimanere aggiornati si può consultare la piattaforma <a href="http://https://eu-citizen.science/" rel="noopener">eu-citizen.science</a>, all’interno della quale verrà lanciata a breve l’ECS Academy di citizen science, dove chiunque potrà usufruire di corsi gratuiti sul tema.</p>
<p>«Uno degli scogli principali con cui la citizen science deve confrontarsi è la riluttanza da parte del mondo accademico ad aprirsi verso questo nuovo approccio di fare ricerca», spiega Cerrato. «Siamo rimasti al deficit model, che una buona parte della comunità scientifica non ha ancora abbandonato, cioè una concezione antiquata di intendere il proprio ruolo nel dialogo tra scienza e società».</p>
<p>Per contrastare questi ostacoli serve lavorare sulla comunicazione, seguire un’azione di training capillare rivolta al mondo scientifico e cercare alleati nella comunicazione della scienza. «Non c’è citizen science senza le persone, la società civile, le associazioni, gli e le attiviste, le scuole. Non è facile cogliere e favorire l’interesse, reclutare i partecipanti, coinvolgere le persone per periodi medi o lunghi. Non si tratta di partecipare a una giornata di porte aperte, o assistere a una conferenza, o visitare una mostra. Si tratta di essere parte di un progetto di ricerca, che significa tempo, dedizione, perseveranza».</p>
<p>Un terreno fertile dove poter diffondere il valore della scienza partecipata sono le scuole, luoghi essenziali per aiutare ad avvicinare i ragazzi e le ragazze alle materie scientifiche. «Gli studenti che cominciano a intuire il legame tra scienza e società sui banchi di scuola avranno maggiori probabilità di diventare cittadini consapevoli di questa relazione in futuro e di partecipare negli ambiti di ricerca di loro competenza e interesse», spiega Cerrato.</p>
<p>Sono già stati evidenziati in alcuni studi i benefici per le persone coinvolte in esperienze di scienza partecipata: aumento dell’interesse per la scienza, maggiore consapevolezza dei suoi metodi e maggiore sensibilità per alcune tematiche, come la conservazione della natura. I risultati raggiunti fino a oggi mostrano come sia possibile contribuire alla creazione di una scienza più aperta e accessibile, dove però la partecipazione di ognuno risulta preziosa per il suo raggiungimento. Unirsi al gruppo diventando un membro dell’associazione italiana ed europea potrebbe essere un primo passo per spingere verso quella direzione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Copertura sanitaria per gli universitari extra Ue: come fargliela pagare cara</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/copertura-sanitaria-universitari-extra-ue-fargliela-pagare-cara/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/copertura-sanitaria-universitari-extra-ue-fargliela-pagare-cara/</guid><pubDate>Thu, 28 Mar 2024 16:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rosy Matrangolo</dc:creator><category>economia</category><description>Dal 1 gennaio 2024, il contributo richiesto agli studenti stranieri per l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale è passato da 149,97 all’anno a 700 euro, che diventano 2000 € annui per la copertura di eventuali familiari a carico. Per chi soggiorna in Italia per un periodo superiore ai tre mesi e non rientri tra coloro che hanno diritto all’iscrizione obbligatoria al SSN, è fondamentale assicurarsi e avere così diritto alla scelta di un medico di medicina generale e a tutte le prestazioni erogate dal SSN sul territorio nazionale come per il cittadino italiano. A voler esser maliziosi, possiamo dedurne come anche nel nostro Paese si sia ritenuto strategico mettere a valore il processo di attrarre talenti dall’estero per il proseguimento degli studi negli atenei italiani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/copertura-sanitaria-universitari-extra-ue-fargliela-pagare-cara-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/copertura-sanitaria-universitari-extra-ue-fargliela-pagare-cara-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il ritorno economico è un argomento sempre efficace quando si vuole convincere della bontà di un investimento. Prendiamo l’internazionalizzazione dell’università: il mondo accademico non ha dubbi sullo “straordinario successo della europeizzazione della formazione superiore nell’UE”, così come sull’importanza della “coopetizione” che gli atenei attivano per vincere le sfide di una domanda sempre più globale e qualificata di istruzione.</p>
<p>In questa direzione vanno le Iniziative educative transnazionali (Tne) che permettono a università, a consorzi interuniversitari e fondazioni universitarie di consolidare collaborazioni anche pluriennali grazie a fondi del PNRR. È stato calcolato che un euro investito nella scuola (e nell’università) produca un ritorno di 7 volte superiore e, a voler esser maliziosi, possiamo dedurre come anche nel nostro Paese si sia ritenuto strategico mettere a valore il processo di attrarre talenti dall’estero per il proseguimento degli studi negli atenei italiani aumentando l’importo dell’iscrizione volontaria al Servizio sanitario nazionale di circa 5 volte quanto era stabilito fino all’anno solare 2023.</p>
<h2 id="legge-di-bilancio-2024-e-copertura-sanitaria-per-gli-studenti-extra-ue">Legge di Bilancio 2024 e copertura sanitaria per gli studenti extra UE</h2><p>Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale il 30 dicembre 2023 sono state introdotte alcune modifiche all’articolo 34 del testo unico dell’immigrazione, con misure relative all’assistenza sanitaria e che riguardano, tra le diverse categorie, anche le persone straniere che vogliono proseguire i propri studi accademici nelle università italiane. Nello specifico, in questo testo di legge è stabilito che a partire dal 1 gennaio 2024 il contributo richiesto agli studenti stranieri (anche quelli in mobilità) per l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale è passato da 149,97 € all’anno (solare) a 700 €, che diventano 2000 € annui per la copertura di eventuali familiari a carico. Per chi soggiorna in Italia per un periodo superiore ai tre mesi e non rientri tra coloro che hanno diritto all’iscrizione obbligatoria al SSN, è fondamentale assicurarsi e avere così diritto alla scelta di un medico di medicina generale e a tutte le prestazioni erogate dal SSN sul territorio nazionale come per il cittadino italiano.</p>
<p>In questo primo periodo non sono mancati i disguidi: se fino a prima della nuova legge era possibile pagare l’iscrizione volontaria tramite bollettino postale, da quest’anno è possibile solo tramite F24 e in diversi casi agli sportelli postali sono stati accettati pagamenti non più validi. Ancora, tra le difficoltà, <a href="https://www.cgil.it/ci-occupiamo-di/immigrazione/commento-cgil-e-inca-su-interventi-in-materia-di-immigrazione-nella-legge-di-bilancio-2024-oqm09xgi" rel="noopener">evidenziano Cgil e Inca</a>, con l’ulteriore proroga dell’entrata in vigore delle disposizioni previste dal decreto Semplifica Italia «resta ancora impossibile per i cittadini stranieri utilizzare autocertificazioni nelle procedure previste dal Testo Unico Immigrazione e dal suo regolamento di attuazione. Anche nel 2024, i cittadini stranieri dovranno continuare a presentare i certificati originali, per esempio quello degli esami sostenuti all’università, per rinnovare un permesso per motivi di studio».</p>
<h2 id="la-lettera-al-governo-il-dialogo-non-cè">La lettera al Governo, il dialogo non c’è</h2><p>«Non riceviamo risposte da parte dei ministri dal tempo delle tende a Montecitorio», spiega Alessia Polisini, nell’esecutivo nazionale dell’Unione degli universitari (Udu) e delegata al Diritto allo studio. «Abbiamo scritto alla ministra per l’Università e la ricerca Anna Maria Bernini e al Ministro Schillaci: la scelta di aumentare il costo di accesso a un diritto fondamentale come quello alla salute non valorizza il mondo accademico e, con questa decisione di aumentare l’importo per l’iscrizione al Servizio Sanitario nazionale degli studenti internazionali, disincentivano l’internazionalizzazione delle università e scoraggiano di fatto la possibilità per studenti stranieri di proseguire il proprio percorso scegliendo la proposta degli atenei italiani. In una <a href="https://unioneuniversitari.it/2024/01/31/sanita-piu-cara-limita-diritto-studio-ricerca/" rel="noopener">lettera</a> inviata a gennaio e diretta anche al ministro della Salute Orazio Schillaci si tocca anche il tema del rincaro della sanzione, che oggi è prevista per un importo dai 100 ai 500 euro al mancato rispetto della norma. L&rsquo;Unione degli Universitari sia all&rsquo;interno dell&rsquo;European Students Union (ESU) sia del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) ha presentato una mozione mirando al ripristino dei costi precedenti e alla valutazione di politiche per la gratuità dell&rsquo;assistenza sanitaria, affinché tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro provenienza, possano avere un accesso equo all&rsquo;istruzione superiore e ai servizi sanitari, anche perché “la copertura del Ssn è sull’anno solare mentre le università hanno un calendario accademico che richiede pagamenti fino a 1400 euro per questa annualità”. Servono soluzioni che promuovano uguaglianza, internazionalizzazione, diritto allo studio e scambio di saperi nel contesto accademico italiano».</p>
<h2 id="come-si-sta-provvedendo-a-informare-gli-studenti-in-questi-mesi">Come si sta provvedendo a informare gli studenti in questi mesi?</h2><p>Elisa e Selma si occupano di “accoglienza” in più contesti: in ambito universitario svolgono presso un ateneo milanese una attività di orientamento per gli studenti stranieri che desiderano informazioni sui servizi disponibili in città, sui diritti e sugli obblighi, accompagnando i ragazzi nel completamento di pratiche burocratiche riguardanti anche la copertura sanitaria in Italia. Con l’associazione Naga di Milano, operano insieme ad altri 400 volontari per fornire assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadini stranieri irregolari e non portando avanti attività di formazione e documentazione. Il servizio si rivolge anche a rom, sinti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura.</p>
<p>«Innanzitutto lo scopo dell’associazione Naga è estinguersi, perché significherebbe che le istituzioni sono arrivate e rispondere in modo diretto alla gestione di tanti aspetti dell’immigrazione», spiegano. «Questa componente più attivista si affianca ai servizi direttamente erogati alla nostra utenza. A Milano esiste un canale tra Camera di Commercio, Comune e atenei per dare risposte attraverso sportelli dedicati. La questione dell’iscrizione volontaria al Servizio Sanitario Nazionale a questi nuovi importi è stata tra i temi da affrontare in quanto l’informazione non è stata tempestivamente comunicata dai referenti del Sistema Sanitario Nazionale a tutte le realtà coinvolte e soprattutto agli studenti già iscritti volontariamente al SSN che avrebbero in seguito potuto rinnovare l’iscrizione volontaria e, infine, dalle Poste che hanno continuato ad accettare bollettini quando la nuova norma già prevedeva il pagamento esclusivamente tramite F24».</p>
<h2 id="copertura-sanitaria-per-studenti-extra-ue-lalternativa-delle-polizze-private">Copertura sanitaria per studenti extra UE: l’alternativa delle polizze private</h2><p>«Non avendo diritto a iscrizione obbligatoria al SSN, gli studenti rientrano tra quelle categorie che devono ricorrere, per risparmiare, a un’assicurazione privata, che però non garantisce gli stessi servizi, come per esempio avere un medico di base», continuano Selma ed Elisa. «Capita, di fatto, che i ragazzi si rivolgano agli sportelli universitari perché troppo complicato accedere a una visita medica anche per paura di quanto una visita in ospedale possa costare, cosa ovviamente impraticabile ma che rende l’idea di come questa nuova tariffazione possa generare un ulteriore rischio di aumento di studenti che sceglieranno forme più convenienti per la propria copertura sanitaria. In media queste polizze possono costare dai 135 e arrivare fino ai 600 euro a seconda del contratto, del Paese e dell’assicurazione. Dal nostro osservatorio vediamo come questi rincari penalizzino altre fasce di popolazione straniera che ha necessità di stare in Italia, come gli ultrasessantacinquenni con un permesso per ricongiungimento familiare. Chi ha altre persone a carico arriva a pagare l&rsquo;iscrizione al SSN 2000 euro, una cifra che può incidere notevolmente su tutte le voci di spesa tra cui la ricerca di un alloggio. E sappiamo come questo tema sia caldo per la popolazione universitaria non soltanto straniera».</p>
<h2 id="studiare-in-italia-qualche-numero">Studiare in Italia: qualche numero</h2><p>Sul Portale dei dati della formazione superiore, a cura del ministero dell’Università e della ricerca, in riferimento all’anno 2022-2023 <a href="https://ustat.mur.gov.it/dati/didattica/italia/atenei" rel="noopener">si contano</a> 21.625 studenti stranieri (non è specificata la provenienza da Paesi UE o extra UE) immatricolati, su un totale di 334.885. I laureati dell’anno di riferimento 2022 stranieri sono 17.276 su un totale di 366.061.</p>
<p>Come conferma la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), «Le borse del diritto allo studio hanno importi differenti, variano rispetto al reddito, sono gestite a livello regionale. Le borse delle università hanno invece ovviamente gestione a livello di singolo ateneo». Le borse di studio Erasmus, a loro volta, si avvalgono di contributi variabili sia a seconda del Paese scelto che per reddito e si stima un ammontare medio di 850 euro al mese.</p>
<h2 id="e-per-i-dottorandi-cosa-cambia">E per i dottorandi cosa cambia?</h2><p>Non soltanto le matricole, ma anche dottorandi e ricercatori sono tra i soggetti colpiti da questi aumenti. A tal proposito abbiamo chiesto un commento all&rsquo;Associazione dottorandi e dottori di ricerca (ADI).</p>
<p><strong>In che modo la Legge di Bilancio riguarda dottorandi, assegnisti e dottori di ricerca?</strong></p>
<p>La Legge di Bilancio dimentica completamente il comparto della ricerca di base e applicata, oltre che il sistema universitario nel suo complesso. Non sono stanziate risorse che vadano a supporto del percorso di dottorato tramite incrementi adeguati al minimale contributivo INPS, né tantomeno interventi per il finanziamento di posizioni post-doc. La ricerca è fuori bilancio. Inoltre sono state aumentate le tariffe per l&rsquo;iscrizione al SSN per le ricercatrici e ricercatori internazionali.</p>
<p><strong>Quali sono le tariffe per l&rsquo;iscrizione al SSN attuali e quali sarebbero gli aggravi?</strong></p>
<p>Attualmente, i dottorandi sono inclusi nel corpo studentesco e vedranno aumentare i costi per l&rsquo;iscrizione al sistema sanitario di 500 euro. Inoltre, i titolari di assegni di ricerca, già privi delle necessarie tutele come ferie e malattia, saranno ora costretti a versare un contributo annuale maggiorato di 800 euro.</p>
<p><strong>La vostra associazione può fornire una stima del numero di dottorandi e assegnisti extracomunitari in Italia?</strong></p>
<p>Innanzitutto, è importante sottolineare che questa misura non riguarda soltanto i cittadini extracomunitari, ma anche tutti i cittadini comunitari. Infatti, in molti paesi europei, l&rsquo;assistenza sanitaria è legata al contratto di lavoro e, per questo, essere cittadini europei non significa necessariamente avere la copertura sanitaria nel nostro paese. Analizzando i <a href="https://dati-ustat.mur.gov.it/dataset/formazione-post-laurea/resource/d5dec3bb-b388-43f0-be95-d554f4ffb5f8" rel="noopener">dati Cineca</a>, si osserva che il numero di iscritti al dottorato senza cittadinanza italiana, dal 34° al 38° ciclo, è di 10.685 ricercatori e ricercatrici, di cui 3.092 provengono dall&rsquo;Europa, 1.160 dall&rsquo;Africa, 1.312 dall&rsquo;America, 5.100 dall&rsquo;Asia e 21 dall&rsquo;Oceania. Al momento, non disponiamo di stime sul numero dei post-doc internazionali.</p>
<h2 id="quali-conseguenze-prevedete-da-questo-aumento">Quali conseguenze prevedete da questo aumento?</h2><p>Come ADI, riteniamo che questo provvedimento rischi di compromettere la sostenibilità della vita dei ricercatori internazionali. Il sistema universitario italiano offre posizioni di dottorato e di post-doc con importi che non sono sufficienti al sostentamento in molte città italiane, come abbiamo evidenziato nelle nostre indagini. Si consideri che i ricercatori internazionali devono affrontare costi maggiori legati agli spostamenti, oltre a tutte le spese necessarie per stabilirsi in un paese diverso. Pertanto, questa misura comporta, prima di tutto, notevoli disagi economici. Sul lungo periodo, il rischio è che gli sforzi di internazionalizzazione compiuti dagli atenei negli ultimi anni vadano persi, poiché il nostro sistema universitario non risulterà per molti ricercatori internazionali che, oltre a stipendi bassi e assenza di tutele minime come ferie, malattia e sgravi fiscali, dovranno affrontare un incremento dei costi per servizi sanitari essenziali.</p>
<p>Il secondo rischio è quello di aumentare il ricorso ad assicurazioni private. È importante sottolineare che la copertura sanitaria è un requisito indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno, e molti ricercatori internazionali in Italia potrebbero rivolgersi a polizze assicurative private per risparmiare. Di conseguenza, il rischio è che si troveranno con un&rsquo;assicurazione sanitaria che, seppur a un costo minore, offrirà servizi inferiori, creando così delle disparità nell&rsquo;accesso ai servizi sanitari essenziali tra chi può permettersi una copertura parziale e chi può permettersi una copertura totale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Intelligenza artificiale ed educazione: la ricerca di un incontro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-educazione-ricerca-incontro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-educazione-ricerca-incontro/</guid><pubDate>Wed, 27 Mar 2024 09:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Perin</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Formazione ed educazione devono oggi fare i conti con l&amp;amp;rsquo;IA, soprattutto con le intelligenze artificiali generative, algoritmi in grado di creare autonomamente testi, immagini e suoni, le cui implicazioni per la didattica sono immense. Ne parliamo con Paolo Bonafede, ricercatore in filosofia dell’educazione presso l’Università di Trento.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/intelligenza-artificiale-educazione-ricerca-incontro-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/intelligenza-artificiale-educazione-ricerca-incontro-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se ne parla forse troppo poco, almeno rispetto ad altri ambiti applicativi dell’intelligenza artificiale. Eppure, quello del rapporto fra AI ed educazione è forse il tema più trasversale all’intera società: non solo nell’apprendimento scolastico ma in ogni ambito, la formazione delle persone deve fare i conti con le possibilità aperte dall’IA. Diciamo “fare i conti con” e non “essere riconfigurata da”, poiché troppo spesso la prospettiva del <a href="https://www.controversie.blog/le-tecnologie-non-sono-neutrali-la-lezione-dimenticata-del-determinismo-tecnologico/" rel="noopener">determinismo tecnologico</a> – secondo cui le tecnologie determinano da sole, per la loro configurazione tecnica, le attività e più in generale il contesto sociale in cui sono inserite - fa capolino nei nostri discorsi, veicolando l&rsquo;idea dell&rsquo;ineluttabilità del progresso tecnico, a cui dobbiamo solamente adeguarci. Così nella società, così nell’educazione: la sola denominazione di “<a href="https://www.openpolis.it/a-chi-sono-andati-i-fondi-pnrr-per-il-piano-scuola-4-0/" rel="noopener">Scuola 4.0</a>” per il piano d’investimento di modernizzazione della scuola - a cui <a href="https://www.openpolis.it/a-chi-sono-andati-i-fondi-pnrr-per-il-piano-scuola-4-0/" rel="noopener">contribuiscono i fondi del Pnrr</a> - ci dà la misura dell’orientamento verso “innovazione e digitalizzazione” dei nostri percorsi scolastici.</p>
<p>Il rischio è che <a href="https://www.agendadigitale.eu/scuola-digitale/piano-scuola-4-0-finta-innovazione-per-una-didattica-senza-futuro/" rel="noopener">vengano lasciati da parte</a> altri problemi della scuola (relativi a personale, strutture, progressivo declino di competenze tradizionali come la comprensione del testo) e soprattutto altre finalità (educare il cittadino, prima ancora che il lavoratore). Prendendo atto dell’enorme potere “narrativo” dell’intelligenza artificiale, mai quanto come in questo settore è necessario un approccio critico a queste tecnologie. In particolar modo, un occhio di riguardo va prestato alle intelligenze artificiali generative, algoritmi in grado di creare autonomamente testi, immagini e suoni a partire da una rielaborazione autonoma di dati. Le implicazioni per l’educazione, la didattica, l’apprendimento sono immense.</p>
<p>Di alcune di queste implicazioni – senza pretesa di esaustività - abbiamo parlato con Paolo Bonafede, ricercatore in filosofia dell’educazione presso l’Università di Trento.</p>
<p><strong>Con l’avvento di Internet, abbiamo avuto improvvisamente accesso a una disponibilità quasi illimitata di conoscenza. Non solo, con l’IA generativa adesso abbiamo la possibilità di riassumere, addirittura rielaborare questa conoscenza, di averla insomma “sempre più a portata di mano”. Alla luce di ciò, deve cambiare il modo di educare?</strong></p>
<p>Prima di tutto, bisogna chiarire che cosa si intenda per IA: noi assumiamo la <a href="https://www.unesco.org/en/articles/guidance-generative-ai-education-and-research" rel="noopener">definizione dell&rsquo;UNESCO</a>, per cui si considerano i sistemi di intelligenza artificiale «come sistemi che hanno la capacità di elaborare dati informazioni in un modo che ricorda il comportamento intelligente, e tipicamente comprende aspetti di ragionamento, apprendimento, percezione, previsione, pianificazione o controllo». In questa definizione si riassumono elementi informazionali, cognitivi e decisionali, che individuano i meccanismi di funzionamento delle IA generative. È chiaro dunque che l’IA ha un vantaggio enorme rispetto al normale essere umano: può rielaborare moli di informazioni in frazioni di tempo infinitesimali, offrendo un supporto quasi istantaneo.</p>
<p>Il punto è chiarire che questo processo artificiale può solo supportare i processi di apprendimento e di educazione umana, non sostituirli. La disponibilità quasi infinita di conoscenza che le macchine ci danno l’illusione di avere non è che un ammasso di informazioni alla rinfusa, se non esiste una mente in grado di vedere (o costruire) il filo logico che le lega. E la capacità di costruire questo filo logico la si impara con la fatica - perché l’apprendimento è fatica, e anche per questo si cerca di veicolarlo anche in forme divertenti (per esempio con la <em>gamification</em>) – e non con le facili scorciatoie offerte dalle simulazioni di un ragionamento umano.</p>
<p>Questo non vuol dire avere uno sguardo avverso nei confronti delle tecnologie: l’importante, come ci insegna Stiegler, è concepirle come un <em>phàrmakon</em>, al tempo stesso antidoto e veleno, a seconda del dosaggio con cui le assumiamo.</p>
<p><strong>A tal proposito, come si possono integrare a scuola?</strong></p>
<p>Esiste un’organizzazione, <a href="https://iaied.org/" rel="noopener">AIED</a>, che organizza periodicamente conferenze internazionali sull’argomento e in cui prendono forma riflessioni abbastanza “funzionali” sull’IA nel campo dell’educazione: dato l’attuale stato dell’arte delle tecnologie, ci si chiede come implementarle per raggiungere determinati obiettivi di sviluppo e/o apprendimento. Lo stesso Consiglio d’Europa, nelle apposite conferenze dei ministri dell’educazione dei vari paesi, <a href="https://www.coe.int/en/web/education/26th-session-of-the-standing-conference-of-ministers-of-education" rel="noopener">si occupa del framework normativo</a> per l’inserimento di questi strumenti. Spesso e volentieri però troviamo policy che fanno riferimento al rapporto IA-educazione in senso un po’ generico, senza chiarire come l’IA possa essere implementata nell&rsquo;educazione (l&rsquo;«imparare con l&rsquo;IA») o sulla preparazione dei cittadini a vivere in un mondo sempre più influenzato dall&rsquo;IA (cioè «imparare come attivare la collaborazione uomo-IA»).</p>
<p>Quello che bisogna mantenere, secondo me, è un approccio critico al loro utilizzo: al di là delle indubbie potenzialità che offrono, dobbiamo sempre ricordarci che vanno inserite in contesti sociali, come quello scolastico; la scuola è un ambiente che è fatto di obiettivi educativi e di apprendimento, di competenze da acquisire e consapevolezze da acquistare; un ambiente che soprattutto è un laboratorio di socialità e democrazia, fatto da bambini, bambine, ragazzi e ragazze e poi insegnanti, collaboratori, genitori e dirigenti . Il rapporto tra IA e esseri umani ha senso solo se manteniamo questo orizzonte sociale, nel quale software e dispositivi non assorbono completamente l’individuo. Una scuola veramente 4.0 è un ambiente nel quale la mediazione interpersonale fra esseri umani e tecnologia, fatta di collaborazione e confronto collettivo, non viene meno.</p>
<p>Interpreto in questo senso il contributo di Maria Ranieri, docente di didattica e pedagogia speciale dell’università di Firenze (di cui è recentemente uscito il libro <a href="https://www.carocci.it/prodotto/scuola-e-intelligenza-artificiale" rel="noopener"><em>Scuola e intelligenza artificiale. Percorsi di alfabetizzazione critica</em></a>), che si abbina al testo di Pier Cesare Rivoltella e Chiara Panciroli <a href="https://www.morcelliana.net/collane-schole/orso-blu/pedagogia-algoritmica-9788828405009.html" rel="noopener"><em>Pedagogia algoritmica</em></a>: il fatto che, parlando di IA Literacy, ciascuno di loro insista sul ruolo centrale di competenze critiche ed etiche, e non solo di aspetti procedurali e operativi (rispetto all’innovazione della didattica, alla possibilità di iper-personalizzare i percorsi di apprendimento), non è un caso. Stesso discorso per il già citato documento UNESCO del 2021 (<a href="https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000376709" rel="noopener"><em>AI and education: guidance for policy-makers</em></a>) che insiste sulla necessità di adottare un approccio umanistico come principio generale per lo sviluppo di politiche sull&rsquo;IA e l&rsquo;istruzione.</p>
<p><strong>E come si applicano all’AI queste attenzioni critiche ed etiche?</strong></p>
<p>Mantenendo vivo lo spazio del confronto e dell’analisi critica: scrivere un prompt per avere la risposta a una domanda (che più è specifica, più necessita di essere dettagliata) e far fare agli alunni un fact-checking delle risposte ottenute è un compito da svolgere insieme, di modo che si possano sviluppare discussioni sulle potenzialità ma anche le fallibilità di queste tecnologie. Penso sia a noto a tutti che ChatGPt sovente incappa in errori banali, legati alla comprensione del testo, alla fornitura di informazioni sbagliate, all’invenzione di cose che non esistono. Basta <a href="https://www.youtube.com/watch?v=WeLl7YnOa10" rel="noopener">fare un giro sul web</a>, per rendersene conto. In questo senso, uno dei compiti degli insegnanti potrebbe essere proprio quello di illustrare la fallibilità di queste tecnologie o, meglio ancora, di farle scoprire agli studenti. Solo in questo modo si può sviluppare una coscienza della natura “non oracolare” di questi strumenti, specie in questo tempo di eccessivo entusiasmo.</p>
<p>È chiaro però che l’illusione della “facile soluzione” fornita da queste tecnologie possa essere scoperta solo da una mente piuttosto matura: rimango convinto che questo genere di strumenti vada inserito - e sempre con cautela - relativamente tardi nel percorso formativo. Anzi, dirò di più: secondo me non dobbiamo cadere nella trappola del determinismo tecnologico. È importante che la ricerca pedagogica mantenga viva la sua postura dubitante, di modo che il connubio tra IA e contesti educativi e di apprendimento non sia solo di natura funzionale e a breve gittata. Per farlo, di nuovo, non si può prescindere da uno spazio dialogico. Altrimenti il rischio è quello di continuare ad abbinare, in chiave antipedagogica, educazione e performance.</p>
<p><strong>Qual è una capacità umana che l’AI non potrà mai sopperire, e su cui l’educazione deve puntare?</strong></p>
<p>Noi possiamo vincere la sfida dell’educazione e della formazione nel tempo dell’AI insistendo sulla nostra capacità di approfondimento: è la profondità della conoscenza che ci rende ciò che siamo, non l’estensione. I dataset su cui sono addestrati i modelli di intelligenza artificiale generativa contengono una tale mole di dati, che a un essere umano non basterebbe una vita intera per leggerli tutti. Ciò in cui ancora ChatGpt, Gemini e altre IA generative hanno un deficit è la profondità della conoscenza degli argomenti, essendo la loro funzione innanzitutto quella di riassumere, dare prospettive generali, sintetizzare moli di informazione… E ciò in cui ChatGpt non ci raggiungerà mai è la comprensione e la rielaborazione critica delle informazioni che produce, che valuta, che possiede nel suo dataset: il modo stesso in cui ChatGpt compie queste operazioni non è che un lavoro di associazioni statistiche – invero altamente ingegnoso - che legano delle parole ad altre parole, a seconda della probabilità della loro occorrenza in un contesto sintattico e semantico. Non c’è una reale comprensione del testo.</p>
<p>Quel genere di comprensione la può avere solo un essere umano che, educato secondo una concezione “artigianale” dell’educazione, ha pazientemente appreso un mestiere, delle competenze, delle nozioni, e che dopo lungo tempo ha imparato a padroneggiare in modo critico e flessibile quel sapere come nessuna IA attualmente esistente può fare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>30 all'ora per la vita: mettiamolo nel Codice della strada</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/30-allora-vita-mettiamolo-codice-strada/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/30-allora-vita-mettiamolo-codice-strada/</guid><pubDate>Thu, 21 Mar 2024 08:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvia Bencivelli</dc:creator><category>societa</category><description>Il limite a 30km/h non è una fissazione antiautomobilistica da fricchettoni, scrive Silvia Bencivelli: a mostrarlo sono i numeri. Eppure, mentre l’Europa rallenta in nome della vivibilità e della sicurezza, sulle strade italiane il Codice della Strada permette di continuare a correre - non appena il traffico lo consente. Insomma, con il nuovo Codice, ora all&amp;amp;rsquo;esame del Senato, abbiamo perso un&amp;amp;rsquo;occasione per avere strade più sicure.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/30-allora-vita-mettiamolo-codice-strada-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/30-allora-vita-mettiamolo-codice-strada-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le associazioni per la sicurezza stradale hanno tutte il nome di qualcuno. Lorenzo, Michele, Sonia, Matteo: persone che avrebbero preferito intestarsi altro, semmai, e invece sono morte sulla strada. Morte, perché qualcuno alla guida di un mezzo a motore le ha investite e uccise. Eppure noi quell’evento continuiamo a chiamarlo “incidente”, come se fosse inatteso, sorprendente: come se non fosse evidente che tra un pedone e un automobilista la responsabilità dello scontro è quasi sempre dell’automobilista e a morire è quasi sempre il pedone. E continuiamo a parlarne come se si trattasse di disgrazie isolate, brutti colpi di sfortuna, e non di una strage quotidiana, prima causa di morte per i giovani in Italia e nel mondo. Ecco perché le associazioni per la sicurezza stradale hanno molte battaglie da combattere. Lorenzo, Michele, Sonia, Matteo e gli altri devono essere riconosciuti come vittime di violenza, non del caso. Soprattutto, dicono le associazioni, non lasciamo che siano morti invano e interveniamo sulle regole e sui controlli: da domani di associazioni con il nome di un figlio o di una sorella non ne vogliamo fondare più.</p>
<p>La prima delle battaglie, la più attuale, è politica: Ministro Salvini, abbassiamo la velocità sulle strade. Il riferimento è al nuovo Codice della Strada (che in questo momento è passato all’esame del Senato), e in primo luogo alla Direttiva sulla disciplina dei limiti di velocità nell’ambito urbano emanata il 2 febbraio scorso, che invece di sostenere il limite di 30 km/h in città, come da indicazione del Parlamento europeo e Organizzazione mondiale della sanità (OMS), nonché da Piano Nazionale della Sicurezza Stradale dello stesso Ministero dei Trasporti, lascia il vecchio limite dei 50 km/h nei centri abitati, eventualmente estensibile a 70km/h.</p>
<p>Ma il limite a 30km/h non è una fissazione antiautomobilistica da fricchettoni, non è cattiveria, non è nemmeno un numero magico. Il sito di <a href="https://www.bolognacitta30.it/" rel="noopener">Bologna Citta30</a> (del Comune di Bologna) riporta questi numeri: passando da 50 km/h a 30 km/h il tempo di arresto di un’automobile dimezza. Significa che fare “incidenti” è meno probabile, perché si ha più tempo per frenare. Comunque, se non si riesce a frenare, una persona investita a 50 km/h ha otto probabilità su dieci di perdere la vita, a 30 km/h si scende a una probabilità su dieci. E sette persone sono salve. Al di là della teoria, la pratica conferma: le città che hanno adottato il limite di 30km/h (che adesso sono tante e anche grandi, come Bruxelles e Parigi e molte città spagnole, o la nostra riluttante Bologna) hanno visto calare della metà o anche più il numero di “incidenti” gravi e mortali. Tra qualche anno vedranno che sono calati anche i morti per malattie da inquinamento e da rumore.</p>
<p>Però, mentre l’Europa rallenta in nome della vivibilità e della sicurezza, sulle strade italiane il Codice permette di continuare a correre. O meglio: corricchiare. Cioè: per via dell’insensato traffico veicolare, la velocità media di un’automobile in una delle nostre città è di circa 18km/h. Significa che per un bel po’ di tempo viaggia a passo d’uomo. Però poi appena c’è un incrocio libero o una svolta su una strada secondaria si è autorizzati a schiacciare l’acceleratore fino a 50km/h.</p>
<p>Altro paradosso: oggi un terzo del tempo che un automobilista di città passa seduto in macchina è dedicato alla ricerca del parcheggio. E il 40% dei tragitti in città è inferiore ai tre chilometri, che si potrebbero percorrere benissimo in autobus, a piedi (mezz’ora a passo lesto, tre quarti d’ora se si cammina più rilassati) o in bicicletta (una decina di minuti). Eppure la proposta di imporre a Bologna il limite dei 30km/h, prima grande città italiana, è stata accolta da un coro di dissenso in appello a una presunta lesione della libertà personale (dell’automobilista, si intende), e lo stesso Ministro dei trasporti è sembrato felice di unirsi in qualità di solista.</p>
<p>Ma è un po’ tutto il nuovo Codice a indignare le associazioni (fondazioni, federazioni) intitolate a Lorenzo, Michele, Sonia, Matteo. Stefano Guarnieri, fondatore e vicepresidente della <a href="https://www.lorenzoguarnieri.com/" rel="noopener">Fondazione Lorenzo Guarnieri</a> (Lorenzo era suo figlio, morto a diciassette anni nel 2010), riassume così le critiche: «Per me, il Ministro Salvini è un po’ come Superciuk di Alan Ford, che rubava ai poveri per dare ai ricchi. Perché il nuovo codice ruba mobilità ai ‘deboli’ della mobilità su strada (pedoni e ciclisti) per darla a quelli che occupano più spazio e hanno da sempre maggiori diritti, cioè i soliti automobilisti».</p>
<p>Lorenzo, Michele, Sonia, Matteo sono solo alcuni dei ‘deboli’ della strada che ci hanno rimesso la vita. In Europa infatti si calcolano circa 22700 vittime all’anno e 120mila feriti gravi (negli anni della pandemia i numeri sono migliorati, ma è durata poco). In Svezia però i morti per milione di abitanti sono 18 all’anno, in Italia 52 (dato Istat riferito al 2019). Sulle strade italiane muoiono più di 9 persone al giorno, più di 3000 all’anno (3159 nel 2023), e 40 sono bambini. Tre quarti degli “incidenti” mortali avviene in città: degli oltre 600 pedoni investiti, più di 300 stavano attraversando sulle strisce. Un quarto degli “incidenti” è chiaramente causato dall’alta velocità di chi stava guidando. Comunque, in generale, nove volte su dieci è colpa di chi stava guidando, e otto volte su dieci la vittima è un utente cosiddetto fragile: bambino, anziano, disabile. È un circolo vizioso: strade pericolose, quindi tutti in automobile, quindi strade intasate, quindi automobilisti arrabbiati e pericolosi. Poi rumore, traffico, inquinamento, malumore. E una città brutta, dove l’80% dello spazio calpestabile è occupato da automobili e dove l’automobile media sta ferma il 92% del tempo occupando 10 metri quadrati di terreno. Ciliegina: il costo economico di tutto questo, per il nostro paese, è stimato (dallo stesso Ministero, quindi probabilmente è un’ampia sottostima) in più di 18 miliardi di euro all’anno.</p>
<p>Oggi le associazioni intitolate a Lorenzo, Michele, Sonia, Matteo stanno rilanciando un appello al Governo in adesione a una <a href="https://italiaius.it/wp-content/uploads/2024/02/lettera-aperta-al-Ministro-delle-infrastrutture-e-dei-trasporti.pdf" rel="noopener">lettera</a> firmata da 130 esperti di viabilità (tra cui Stefano Boeri e l’intero staff tecnico della Città Metropolitana di Bologna) perché semplicemente si faccia guidare dall’unico criterio su cui si dovrebbero decidere i limiti di velocità: «la tutela della vita umana» (articolo 142, comma 1 del Codice della Strada).</p>
<p>Nel dettaglio, la lettera dei 130 esperti spiega che le modifiche al Codice della Strada in discussione in Commissione trasporti «depotenziano le norme sulla ciclabilità introdotte dalla legge 120/2020». E che questa è «una posizione priva di qualunque giustificazione tecnica… che dimentica che, da quando sono stati introdotti, questi dispositivi hanno consentito al nostro paese di compiere significativi progressi verso il recupero della ciclabilità come modo di trasporto alternativo». In più il nuovo Codice permette di installare meno autovelox, di disegnare ZTL subordinate solo alle necessità degli automobilisti e delle attività economiche, pone uno stop alle ciclabili e lega le mani ai Comuni a favore del Ministero. Anche se, conclude, noi avremmo l’obbligo di perseguire gli obiettivi indicati dagli organismi internazionali (ONU e OMS in primis), cioè la riduzione del 50% degli scontri stradali entro il 2030.</p>
<p>Ecco, molto semplicemente, sospira Stefano Guarnieri, «Abbiamo perso un’occasione storica. Con il nuovo Codice l’automobile sarà incoraggiata a sentirsi ancora di più la regina delle nostre città. Come se ne avesse avuto bisogno».</p>
<p>P.S.: in questo articolo la parola “incidente” è stata messa tra virgolette perché è una parola sbagliata alla quale le associazioni intitolate a Lorenzo, Michele, Sonia, Matteo propongono di rinunciare. La loro battaglia linguistica è lunga e complessa ma ne parleremo un’altra volta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quanta strada ha fatto la cultura scientifica in Italia negli ultimi vent'anni?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni/</guid><pubDate>Sat, 09 Mar 2024 19:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Sarà presentata il 18 marzo la XX edizione dell&amp;amp;rsquo;Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa, che raccoglie vent&amp;amp;rsquo;anni di dati per fornire una panoramica delle dinamiche e delle tendenze più significative nei rapporti tra scienza, tecnologia e società. Qui la nostra recensione del rapporto.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Spesso quando il relatore italiano parla di qualsivoglia tema espone le sue opinioni. Il relatore anglosassone invece spesso parte esponendo dei dati, per offrire poi, se proprio deve, la sua opinione. Il gruppo in Italia che sistematicamente adotta un approccio basato su dati e statistiche per parlare di scienza e società è <a href="https://www.observa.it/" rel="noopener">Observa</a>, composto da Massimiano Bucchi, Giuseppe Pellegrini (entrambi all’Università di Trento), Andrea Rubin (Università di Ferrara) e Barbara Saracino (Università di Bologna), che coordina le attività dell’Osservatorio Scienza tecnologia e società di Observa. Essendo un affezionato lettore dei loro rapporti annuali, ho ricevuto con particolare piacere l’Annuario 2024, che analizza vent’anni di dati, raccolti appunto su un campione rappresentativo della popolazione italiana.</p>
<p>E cosa ci dicono questi dati? Prima di tutto che la società italiana ha considerevolmente aumentato le conoscenze scientifiche di base: dal 2007 infatti Observa pone a un campione di 1000 persone le seguenti affermazioni per saggiare il grado di &ldquo;alfabetismo scientifico&rdquo;:</p>
<ul>
<li>Gli elettroni sono più piccoli degli atomi</li>
<li>Gli antibiotici uccidono sia i virus che i batteri</li>
<li>Il Sole è un pianeta</li>
</ul>
<p>E, dal 2018:</p>
<ul>
<li>L’azoto è l’elemento più diffuso nell’aria;</li>
<li>Il bit è l’unità di misura di quantità di informazione</li>
</ul>
<p>Banale dire quali sono vere e quali false, diranno le nostre lettrici e lettori. In realtà non tanto. Alle prime tre affermazioni oggi risponde correttamente più del 60% del campione rispetto a percentuali che variavano dal 38 al 50% (quella del Sole) nel 2007. Sulle due aggiuntive nei 5 anni esaminati (azoto e bit) pure si naviga intorno al 50% del campione.</p>
<p>È confortante vedere che le cose migliorano, ma è anche preoccupante sapere che il 40% non sappia che il Sole è una stella e che ai virus gli antibiotici non fanno un baffo. D’altra parte, la sezione statistica che come in tutte le edizioni chiude l’Annuario non fa che confermare il nostro paese agli ultimi posti nella spesa per l’istruzione. E penultimo, davanti alla sola Romania, per il tasso di laureati e dottori di ricerca fra i 27 paesi UE. Di cosa stupirsi, allora?</p>
<p>Comunque sia, le conoscenze scientifiche si diffondono sempre più nella popolazione italiana, grazie anche a una notevole crescita dell&rsquo;informazione scientifica, come mostrano i dati che prendono in considerazione i media più seguiti (avanti ancora di gran lunga la televisione, ma con un aumento deciso dei social media, in particolare di Instagram). Negli ultimi vent’anni si registra soprattutto l’ascesa di blog e account social gestiti da comunicatori della scienza o direttamente da scienziati, i cui follower sono triplicati passando dall’11% del campione nel 2015 al 30% nel 2023. Altro fenomeno in crescita sono i festival della scienza, in numero e pubblico (15 punti percentuali in più dal 2007 al 2022). Ma direi che il fatto che più mi ha colpito è la credibilità che quasi la metà degli italiani assegna in primo luogo a scienziate e scienziati, le cui conferenze pubbliche sono in testa a tutte le altre forme di informazione scientifica. Oggi insomma, sono loro le figure più degne di fede, ben più di politici, ambientalisti, giornalisti e altri soggetti sociali. La fiducia riguarda peraltro anche le istituzioni scientifiche.</p>
<p>Il successo della scienza in particolare presso il pubblico più giovane e acculturato - quella che Observa definisce gli <em>Entusiasti e i Fiduciosi</em> <em>informati</em> che costituiscono il 42 per cento del campione - comporta una buona dose di idealizzazione. Cresce infatti la quota di persone che vede nella scienza l’unica fonte da cui ci si possa aspettare addirittura “la verità sull’uomo e il suo posto nel mondo”. E questo perché la scienza è aperta a tutti, si basa sul merito e sul controllo esercitato da una comunità coesa e competente, pronta a riconoscere gli errori e correggerli. Questa immagine della scienza - sempre secondo il nostro campione - ha due nemici dai quali guardarsi: la politica (in tutta la sua latitudine ideologica) e gli interessi economici che ne compromettono l’etica basata sul disinteresse. E, come insegnano i dati raccolti a valle della pandemia, la scienza dovrebbe anche guardarsi dalla esposizione mediatica dei suoi rappresentanti e dalla frequentazione di giornalisti e intrattenitori televisivi. Se quindi per i partiti politici sarebbe un buon affare candidare alle prossime elezioni schiere di scienziati, forse non lo sarebbe per gli scienziati, destinati a contaminare in fretta il proprio patrimonio mertoniano nell&rsquo;arena politica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/quanta-strada-fatto-cultura-scientifica-italia-ultimi-ventanni-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1920" height="1008" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questa cospicua falange di appassionati di scienza resta piuttosto disorientata anche davanti a opinioni contrapposte abbracciate dagli scienziati. Forse è inevitabile che la crescita che ha conosciuto l&rsquo;offerta informativa scientifica nell&rsquo;ultimo decennio si accompagni a una immagine idealizzata di come funziona la scienza, e che una visione più critica, realistica e pluralistica appartenga una ristretta minoranza, sia fra il pubblico che probabilmente fra gli stessi ricercatori.</p>
<p>Poi non dimentichiamo che esiste l&rsquo;altra faccia della Luna, quel 55% della popolazione italiana costituita per il 30% dai <em>Disillusi</em> e per il 25% dai <em>Disinformati</em>. Che non si fidano della scienza proprio perché la conoscono e hanno imparato a diffidarne, o perché non la conoscono e quindi ne diffidano a prescindere. Qui allignano disinformazione e teorie del complotto, di cui i social nella loro natura bifronte sono i massimi amplificatori. Qui troviamo i no-vax, così come le falangi per la verità in diminuzione dei &ldquo;naturalisti&rdquo; no-tech e i religiosi pro-life. O anche coloro che non temono lo sviluppo scientifico e tecnologico in quanto tale, ma perché troppo rapido e distruttivo di antiche certezze. O peggio ancora del loro lavoro. In questo variopinto panorama di tribù troviamo anche i più anziani, i più poveri, i più emarginati, verso i quali sarebbe doveroso indirizzare i nuovi sforzi di formazione e informazione scientifica.</p>
<p>L’Annuario di Observa tocca altri temi interessanti, come il rapporto del cinema e le serie tv con la scienza (con tanto di elenco dei 20 migliori film e serie dell’ultimo decennio), e l&rsquo;auspicata transizione da un modello paternalistico di divulgazione a uno basato sull’ingaggio attivo del pubblico, come cercano di fare i diversi festival scientifici. C’è ovviamente anche una parte che riguarda la pandemia, che se da un lato ha mostrato l’impreparazione dei media e degli stessi esperti a spiegare cosa stava accadendo, dall’altro ha consentito di vedere in diretta la “scienza in azione” in un periodo di profonda incertezza. Cosa secondo me più istruttiva di quanto si creda.</p>
<p>Il rapporto sottolinea anche come la scienza debba molto della sua popolarità anche all’emergente sensibilità ambientale dei più giovani. Movimenti come Fridays for Future prendono molto sul serio ciò che la scienza ci sta dicendo. A partire da quella ragazzina svedese che nella torrida estate del 2018 ha cominciato a manifestare solitaria davanti al parlamento di Stoccolma con il cartello “Skolstrejk för klimatet”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quante donne tra i corresponding author? Lo studio di Nature</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quante-donne-corresponding-author-studio-nature/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quante-donne-corresponding-author-studio-nature/</guid><pubDate>Fri, 08 Mar 2024 10:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>La rivista Nature ha analizzato i propri dati sulla presenza di donne tra i corresponding author degli articoli ricevuti e poi di quelli accettati dal giornale: nei 5000 lavori sottomessi al giornale negli ultimi cinque mesi, si registra una marcata superiorità nelle percentuali maschili per i lavori sottomessi, mentre la differenza percentuale tra i lavori accettati diventa meno evidente, anche se sembra sempre essere presente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/quante-donne-corresponding-author-studio-nature-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/quante-donne-corresponding-author-studio-nature-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dell’8 marzo, la rivista <em>Nature</em> pubblica un <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-00640-5" rel="noopener">editoriale</a> dedicato a uno studio sulla presenza di donne tra i <em>corresponding author</em> degli articoli ricevuti e poi di quelli accettati dal giornale. Stiamo parlando di un giornale generalista, con un impact factor altissimo, che è in cima alla lista dei desideri di quasi tutti gli scienziati del mondo.</p>
<p>Da qualche mese a questa parte, <em>Nature</em> chiede ai corresponding author, cioè gli autori che tengono i contatti con la rivista e che, in generale, sono i più coinvolti nella ricerca oppure i più alti in grado, di dichiarare il loro sesso. Vengono date quattro possibilità: maschile, femminile, né l’uno né l’altro, oppure nessuna risposta. Non è una curiosità ma piuttosto un parametro per stimare la presenza femminile in modo corretto, evitando gli errori insiti nel riconoscimento dei nomi propri delle persone che possono portare a confusioni.</p>
<p>L’analisi di 5000 lavori sottomessi al giornale negli ultimi cinque mesi ha evidenziato una marcata superiorità nelle percentuali maschili per i lavori sottomessi, mentre la differenza percentuale tra i lavori accettati diventa meno evidente, anche se sembra sempre essere presente. Nel periodo esaminato, fatti salvi 500 autori che hanno preferito non rispondere alla domanda a proposito del loro genere, solo il 17% ha dichiarato di appartenere al sesso femminile. Una percentuale solo leggermente più alta di quella calcolata nel 2018 ma decisamente inferiore alla popolazione femminile nel mondo della ricerca che, secondo i dati UNESCO, nel 2021 si aggirava intorno al 32%.</p>
<p>La percentuale delle donne corresponding author di <em>Nature</em> non è uguale in tutto il mondo: le differenze geografiche ci sono e sono importanti. Si va da un minimo del 4% in Giappone al 22% degli Stati Uniti, passando per l’11% della Cina. Sono numeri veramente bassi, che spingono <em>Nature</em> a interrogarsi su cosa si debba o si possa fare per migliore questo disequilibrio che testimonia come il numero delle scienziate in posizioni di responsabilità sia ancora insufficiente.</p>
<p>L’editoriale esamina cosa succede dopo la sottomissione, quando gli articoli sono esaminati dagli editori della rivista che devono decidere quali rifiutare subito (la grande maggioranza) e quali sottoporre alla procedura di controllo da parte di altri scienziati. Gli editori di <em>Nature</em> formano un gruppo diverso, con un numero di donne superiore a quello degli uomini, e il loro giudizio è ugualmente severo: solo il 17% dei lavori ricevuti vengono esaminati in dettaglio e questa percentuale è la stessa, indipendentemente dal sesso dell’autore responsabile. La differenza arriva dopo, perché il 46% dei lavori femminili sono stati accettati contro il 55% di quelli maschili. Alla fine del processo, il tasso di successo delle donne si aggira intorno all’8% (58 accettati su 726 inviati) contro il 9% (320 accettati su 3522 inviati) registrato per gli uomini.</p>
<p>Benché si stia parlando di numeri non grandissimi, la differenza è simile a quella riscontrata in uno studio molto più esteso fatto nel 2018 su 25 giornali della famiglia <em>Nature</em>, nei quali si era trovata una differenza del 2% nel tasso di accettazione tra lavori maschili rispetto a quelli femminili. Purtroppo non è possibile sapere se questa differenza sia dovuta a differenze intrinseche della qualità degli articoli o a pregiudizi nei processi di selezione. Pregiudizi che sicuramente sono alla base del minor numero di citazioni ricevute da lavori a guida femminile rispetto a quelli a guida maschile. Purtroppo è sempre vero che i lavori femminili ricevono giudizi meno positivi di quelli maschili.</p>
<p>Forse bisognerebbe seguire l’esempio dei comitati di selezione del tempo di osservazione ai grandi telescopi o dei finanziamenti in campo medico, che hanno deciso di rendere anonime le proposte proprio per non essere influenzati dal nome di chi propone. Per <em>Nature</em> questo editoriale è solo un inizio, visto che hanno preso un impegno a migliorare l’equilibrio tra i generi. Il prossimo passo sarà chiedere l’informazione sul genere di tutti gli autori, in modo da avere un quadro più completo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Stereotipi di genere: ne parliamo, li leggiamo, li subiamo, ma ancora non li riconosciamo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stereotipi-genere-ne-parliamo-li-leggiamo-li-subiamo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stereotipi-genere-ne-parliamo-li-leggiamo-li-subiamo/</guid><pubDate>Fri, 08 Mar 2024 08:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>Antonio Tintori</dc:creator><category>societa</category><description>Degli stereotipi di genere si parla ormai moltissimo, ma nella maggior parte dei casi non li si riconosce. Proprio per questa ragione è così importante capire come e quando li interiorizziamo e di cosa si alimenta l’apparente realtà che ci comandano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/stereotipi-genere-ne-parliamo-li-leggiamo-li-subiamo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/stereotipi-genere-ne-parliamo-li-leggiamo-li-subiamo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ormai se ne parla in continuazione. Sono gli stereotipi di genere: un virus sociale, che quando assunto produce una distorsione cognitiva delle nostre relazioni, in particolare di coppia, tale da renderle asimmetriche. Se ne parla in continuazione ma nella maggior parte dei casi non li si riconosce. La forza di questi stereotipi è nel fatto che una volta assunti non sono facili da espellere. Il nostro sistema cognitivo, spesso pigro, tende infatti naturalmente a costringere le relazioni umane in schemi comportamentali semplici, poco realistici e tanto banali quanto efficaci. Nasce così la fantasiosa idea che in particolare il rapporto tra uomini e donne debba rispondere a una gerarchizzazione che il passato ancora oggi ci tramanda e ci impone.  </p>
<p>Il video ‘Differenze di genere alle radici dei ruoli sociali’, realizzato dalla CnrWebTv in occasione dell’8 marzo, festa della donna, fa emergere le opinioni di bambini e bambine e adolescenti intervistati sugli stereotipi che plasmano le prospettive di uomini e donne fin dall’infanzia, imponendo predefiniti schemi comportamentali. I preconcetti sul gender gap sono ancora persistenti nelle nuove generazioni, come dimostrano le indagini del gruppo di ricerca Mutamenti Sociali, Valutazione e Metodi (MUSA) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpps), coordinato da Antonio Tintori, ideatore del video e voce narrante. Da <a href="https://www.cnrweb.tv/differenze-di-genere-alle-radici-dei-ruoli-sociali/" rel="noopener">cnrweb.tv</a></p>
<p>Per imparare a riconoscere veramente questi stereotipi è bene capire come e quando li interiorizziamo e di cosa si alimenta l’apparente realtà che ci comandano. Innanzitutto, la loro efficacia non sarebbe tale se la loro trasmissione non avvenisse a partire dai primissimi anni di vita. Nell’ambiente familiare, che costituisce <a href="https://psycnet.apa.org/record/1997-04650-001" rel="noopener">il principale luogo di riproduzione delle disuguaglianze sociali</a>, gli stereotipi vengono appresi in particolare per imitazione. Si assiste da bambini alla rappresentazione di “forme sociali primarie”, a schemi comportamentali cronicizzati e largamente invisibili agli agenti di trasmissione, i genitori; schemi, che divengono routine di pensiero, che si oggettivizzano, e che poi nel corso della crescita trovano conferme, e disconferme, nel mondo esteriore. </p>
<p>L’importanza della scuola e dei suoi educatori si fa qui fondamentale se si vuole veramente risolvere il problema. Ciò perché nel passaggio dalla socializzazione primaria (familiare) a quella secondaria (scolastica e ambientale) i bambini sono comunque immersi in un mondo di stereotipi. Ai modelli comportamentali genitoriali vanno infatti ad associarsi visioni nel mondo esterno che confermano proprio le indicazioni di questi condizionamenti: il primato maschile e la subalternità femminile, l’esistenza di ruoli di genere. Sono questi ultimi che producono aspettative sociali per sesso che assegnano all’uomo i compiti di comando, potere e produzione di reddito e alla donna gli oneri di cura e assistenza. In questo modo, un apparentemente innocuo canone sociale (l’interiorizzato sbilanciamento di potere tra uomo e donna) stabilisce l’esistenza di un “naturale” ruolo femminile, che si esaurisce nella dogmatica tripartizione “famiglia, casa, figli”.</p>
<p>I vincoli normativi dati da questo ordinamento del mondo intersoggettivo producono fenomeni che ben conosciamo, e che spesso riteniamo, appunto, “naturali”: <a href="https://doi.org/10.3390/ijerph19063408" rel="noopener">la segregazione orizzontale e quella verticale</a>. La prima è una forma di auto-esclusione femminile. Le donne, in quanto tali, si orientano per lo più verso una formazione umanistica - ecco perché la loro scarsa presenza nelle discipline STEM -, per attività di assistenza e mestieri anche “di base” (segretarie, maestre, infermiere, casalinghe ecc.). La segregazione verticale è invece subita dalle donne, perché rappresenta tutta quella serie di modi con cui gli uomini ostacolano lo sviluppo delle carriere femminili e quindi l’acquisizione da parte loro di posizioni apicali.  </p>
<p>E qui torniamo alla scuola, che non può che essere il principale antidoto agli stereotipi di genere. Ciò perché è in particolare a scuola che è necessario imparare (se non altro) a non auto-escludersi, erodendo così le disuguaglianze sociali e promuovendo le pari opportunità e la mobilità sociale. A scuola si entra infatti già portatori di un pregiudizio. Una <a href="http://epub.irpps.cnr.it/index.php/wp/article/view/274" rel="noopener">recente indagine campionaria</a> condotta dal gruppo di ricerca Mutamenti Sociali, Valutazione e Metodi (MUSA) del CNR-IRPPS su bambine e bambini di scuole primarie ha infatti rintracciato in questa età la presenza di un’elevatissima adesione all’idea che esistano ruoli sociali dedicati a uomini e a donne (medio-alta verso il ruolo stereotipato maschile, 58,6%; medio-alta verso il ruolo stereotipato femminile 52,9%). Tradotto, ciò significa che chi ha tra 8 e 11 anni ritiene che gli uomini siano più portati per comandare a lavoro, fare il presidente, lo scienziato o il poliziotto, mentre le donne più portate per pulire casa, cucinare, fare la spesa e occuparsi dei figli.</p>
<p>Gli stimoli ambientali, che dovrebbero essere contrastati dall’istruzione scolastica, rinforzano in molti casi queste idee, e questo oggi anche per via anche di internet, dei social media e per ultima dell’intelligenza artificiale. La sottovalutata dicotomia rosa/celeste, l’incapacità di acquisire nel linguaggio comune anche la sola declinazione al femminile delle professioni, i giochi da maschi e i giochi da femmine e così gli sport bipartiti, non fanno altro che confermare certe immagini acquisite in infanzia.</p>
<p>Ma la scuola assolve oggi al suo più importante ruolo, che è quello di socializzare all’autonomia cognitiva e al libero arbitrio? A giudicare dai libri scolastici, ancora <a href="https://www.officinaeducazionefuturi.it/images/officina/2021/documenti/IT/rapporto-tavolo4-officinacnr-it.pdf" rel="noopener">no</a>. Non sono infatti questi esenti dalle più classiche narrazioni che si risolvono nell’ideale del maschio “forte” e della femmina “principessa da salvare”. Ed è così che sopravvivono le narrazioni sui principi azzurri e le categorie estetiche del bello e del brutto che vedono ragazze con voce da cornacchia trasformarsi in adorabili donzelle alla promessa di matrimonio (combinato) con il salvifico maschio, il tutto all’insegna di famiglie “tradizionali” che esulano da una realtà sociale decisamente, e ovviamente, da sempre più complessa. Nella letteratura didattica, peraltro, le donne sono ancor oggi narrate più che narratrici, e non mancano esplicitazioni di ruoli stereotipati di genere in immagini che raffigurano “mamme stirare” e “papà guardare la tv”. Se queste visioni sono spesso la norma in ambito commerciale - e se lo sono è perché sono immagini ancora largamente condivise e che quindi vendono -, e per constatarlo basti sfogliare un qualsiasi catalogo di giochi anche dello scorso Natale, all’interno del quale non sarà di certo difficile trovare scatole rosa che racchiudono kit per la pulizia di casa, bambine che stirano, cha passano l’aspirapolvere, che riempiono la lavatrice, che accudiscono bambini e giocattoli “maschili” per diventare costruttori, scienziati o soldati, ci si aspetterebbe che nel 2024 tali idee vengano quantomeno rigettate a scuola.</p>
<p>Ciò non vuol dire che, negli ultimi anni, nel settore dell’istruzione scolastica non siano stati fatti passi avanti, e anche grandi, nel contrasto degli stereotipi di genere. Tra i vari tentavi di emancipazione dei libri scolastici da questi distorti schematismi comportamentali, si ricordano infatti <a href="https://www.zanichelli.it/chi-siamo/obiettivo-dieci-in-parita" rel="noopener">le recenti linee guida</a> per promuovere la parità di genere nei libri di Zanichelli, e ancor prima il <a href="https://www.aie.it/Portals/38/Allegati/CodicePolite.pdf" rel="noopener">codice Polite</a>, con cui l’Associazione Italiana Editori fissò norme di autoregolazione per le pari opportunità nei libri di testo. Tuttavia, il problema c’è, è grande, e come gli stereotipi che rappresenta è fortemente impermeabile al cambiamento anche nel contesto scolastico. Come si spiega tutto questo? Facilmente: come tutti e tutte, non solo gli educatori genitori sono spesso pervasi da ideali relazionali stereotipati ma anche gli stessi docenti scolastici sono talvolta portatori sani di pregiudizi e più spesso disattenti osservatori degli strumenti didattici. Se la scuola può, e deve, essere il primo antidoto alle asimmetrie di genere, un serio processo di decostruzione di questi condizionamenti sociali non potrà dunque attuarsi in assenza di una nuova sensibilità, e quindi di una formazione specifica, da parte del corpo docente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I negazionisti climatici cambiano tattica, ma sono sempre loro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro/</guid><pubDate>Thu, 29 Feb 2024 14:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ormai non si può più dire (e credere) che il riscaldamento globale non esiste o che non è causato dall’uomo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ormai non si può più dire (e credere) che il riscaldamento globale non esiste o che non è causato dall’uomo. Le evidenze sono <a href="https://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-cycle/" rel="noopener">schiaccianti</a> da decenni e purtroppo, come previsto, stiamo già iniziando a osservarne gli impatti sul nostro benessere, molto mal distribuiti geograficamente e socialmente. La strategia dei negazionisti climatici è quindi cambiata, come ha <a href="https://counterhate.com/wp-content/uploads/2024/01/CCDH-The-New-Climate-Denial_FINAL.pdf" rel="noopener">conteggiato</a> il Center for Countering Digital Hate (CCDH) relativamente all’offerta mediatica di YouTube. Il “nuovo” negazionismo ora diffonde altre tipologie di false informazioni: la scienza non è affidabile, le soluzioni non funzionano e tutto sommato non c’è molto da temere per gli impatti climatici. In parte questo è visibile anche nelle <a href="https://youtu.be/Qet8meIV6n4?feature=shared" rel="noopener">parole</a> del nostro Ministro per l’ambiente, che prende atto dell’esistenza del cambiamento climatico ma ancora dubita delle cause umane (ma questo è anche un problema di scelta delle competenze nella formazione dei governi).</p>
<p>Meccanismi del tutto simili a quelli che si sono riscontrati in pandemia da chi voleva creare scompiglio sociale generando dubbi prima sull’esistenza del virus e poi anche sull’efficacia dei vaccini. Per altro, il CCDH si occupa anche di questo e di altri temi ancora, come gli episodi crescenti di antisemitismo, su cui pure occorre prestare <a href="https://www.ipsos.com/it-it/27-gennaio-giorno-memoria-2022-conoscenza-italiani-olocausto" rel="noopener">attenzione</a>, purtroppo.</p>
<p>La ricerca sul “nuovo” negazionismo ha riguardato circa 12mila video sul clima caricati su YouTube pubblicati da 96 canali notoriamente negazionisti, per il periodo che va dal 1° gennaio 2018 al 30 settembre 2023 (l’elenco completo dei canali è riportato nel rapporto). La copertura mediatica è stata di circa 325 milioni di visualizzazioni complessive. Le oltre 4000 ore di video sono state analizzate grazie a un sistema di intelligenza artificiale che ha prodotto risultati con un’accuratezza del 78%.</p>
<p>Ecco come appaiono le modifiche nei contenuti dei messaggi veicolati dagli account.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="negazionismo" width="1653" height="1497" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>I valori sono percentuali. Dati di CCDH, grafico dell’autore. I vecchi negazionismi sono “Il riscaldamento globale non sta avvenendo” e “Le emissioni antropiche di gas serra non causano riscaldamento globale”; quelli nuovi: “Gli impatti del riscaldamento globale sono benèfici o innocui”, “Le soluzioni climatiche non funzionano” e “La scienza climatica e i movimenti climatici sono inaffidabili”.</p>
<p>I messaggi del “nuovo negazionismo” sono passati da un 35% del totale nel 2018 a un 70% nel 2023; al contempo, quelli relativi al “vecchio negazionismo” dal 65% al 30%.</p>
<p>Per esempio, a <a href="https://youtu.be/x_nUz_Z7YQQ" rel="noopener">questa iniziativa</a> del <em>think tank</em> negazionista <em>The Heartland Institute</em> si afferma come le energie rinnovabili siano pericolose e costose per i cittadini; quando in <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/wp-content/uploads/2022/08/IPCC_AR6_WGIII_FigureSPM7_IT_rev-1581x2048.png" rel="noopener">realtà</a> sono molto efficaci e poco costose. Oppure, il video seguente spiegherebbe come le politiche climatiche siano dannose per la società - realizzato con una grafica gradevole ed efficacie, che darebbe del filo da torcere ai contenuti comunicativi della stessa Convenzione ONU sul clima.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/vEFmVgjdLfs" data-titolo="Video: The Real Climate Crisis | 5-Minute Videos" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">The Real Climate Crisis | 5-Minute Videos</p>
  <button type="button" class="player-avvia">
    <svg viewBox="0 0 16 16" aria-hidden="true"><path d="M3 1.5v13l11-6.5z" fill="currentColor"/></svg>Carica il video da YouTube</button>
  <p class="player-nota">Il video sta su YouTube. Se lo carichi, YouTube riceve il tuo indirizzo IP e può salvare dati nel tuo browser (<a href="https://www.scienzainrete.it/privacy/">privacy e cookie</a>). Oppure <a href="https://www.youtube.com/watch?v=vEFmVgjdLfs" target="_blank" rel="noopener">aprilo su YouTube</a>.</p>
</div>
</figure>

<p>Uno dei casi studio riguarda il noto negazionista Jordan Peterson, che organizza interviste e dibattiti per decostruire tutto quello che riguarda il clima, dalle cause fisiche alle soluzioni. Vestito di tutto punto, video di qualità e soprattutto con moltissimo seguito: i suoi iscritti sono 7,5 milioni. I titoli dei video sono, tra gli altri, &ldquo;La grande truffa del clima&rdquo;, &ldquo;Uccidere i poveri per salvare il pianeta&rdquo; e &ldquo;Le previsioni sono sbagliate&rdquo;.</p>
<p>«La negazione della scienza è diventata insostenibile» afferma John Cook, uno dei principali ricercatori sullo scetticismo climatico. «Così, inevitabilmente, gli oppositori dell&rsquo;azione climatica stanno strategicamente passando alla disinformazione che ha come obiettivo le soluzioni climatiche, al fine di ritardare la politica climatica». Anche il noto climatologo e geofisico Michael Mann ha scritto che i negazionisti del clima si sono allontanati dalla negazione vera e propria e sono passati a quello che lui chiama “inattivismo”, tramite la promozione delle “cinque D”: deviazione, ritardo, divisione, disperazione e catastrofismo (in inglese: <em>deflection, delay, division, despair and doomism</em>). Lo scopo è diventato quindi quello di rallentare l’azione climatica tramite il dubbio e la sfiducia.</p>
<p>Al riguardo, la guida <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/wp-content/uploads/2023/11/crisi-climatica-e-come-comunicarla-okclima.pdf" rel="noopener"><em>Crisi climatica e come comunicarla</em></a> a cura di <em>Climate Media Center Italia</em> scrive:</p>
<blockquote>
<p>Il negazionismo del cambiamento climatico è un fenomeno organizzato e alimentato dagli interessi dell’industria dei combustibili fossili e da settori politici che spesso fanno leva su inerzie e <em>bias</em> personali (ideologici, religiosi o politici) difficilmente scardinabili, i cui obiettivi sono quelli di demolire la scienza e di minare il sostegno all’azione climatica. Per fare questo si sono serviti spesso, e ancora si servono, proprio dei media stessi.</p></blockquote>
<p>Bisognerebbe chiedersi quindi se anche i singoli negazionisti rispondano agli interessi dei combustibili fossili oppure no. Negazionismo che va a braccetto, come noto, con le numerose pratiche di <em>greenwashing</em>, come <a href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/eni-sanremo-greenwashing-e345v25x" rel="noopener">sostenuto da Greenpeace</a> e altre associazioni in merito ai sempreverdi <a href="https://youtu.be/amx72W5JMwk?feature=shared" rel="noopener">spot</a> di Eni trasmessi al Festival di Sanremo a più di 11 milioni di telespettatori (<a href="https://appunti.substack.com/p/gli-annunci-troppo-green-e-la-realta?utm_campaign=email-post&amp;r=bji7c&amp;utm_source=substack&amp;utm_medium=email" rel="noopener">qui</a> un&rsquo;analisi, su <em>Appunti</em> di Stefano Feltri, di Duilio Giammaria, conduttore della trasmissione di RAI 3 &ldquo;Petrolio&rdquo;). Le grandi multinazionali legate ai combustibili fossili hanno anch’esse modificato strategia: da un lato si descrivono attori verdi della transizione ecologica, ma dall’altro affermano che serve estrarre più gas metano, che le rinnovabili non sono così affidabili e via dicendo, come ha <a href="https://www.desmog.com/2024/02/19/eni-climate-trial-greenpeace-italy-recommon-global-warming-lawsuit-report-climate-denial/" rel="noopener">scritto</a>, tra gli altri, Stella Levantesi per <em>Desmog</em>.</p>
<p>Queste pratiche di manipolazione dell’informazione fanno leva sulla complessità della scienza climatica e sulle convinzioni più o meno profonde delle persone. Laddove può esserci scarsa conoscenza o magari anche paura del cambiamento (per il proprio posto di lavoro, per esempio), il dubbio si insinua più facilmente.</p>
<p>Ecco perché l’attività dei mezzi d’informazione, compreso YouTube, è essenziale. Il rapporto di CCDH, per questo, ha suggerito alcune raccomandazioni. Innanzitutto, occorre modificare le policy di Google per YouTube. Andrebbero aggiornate da «We do not allow content that contradicts authoritative scientific consensus on climate change», che si riferisce solo alla base scientifica, a «We do not allow content that contradicts the authoritative scientific consensus on the causes, impacts, and solutions to climate change», comprensiva anche degli impatti e delle soluzioni. CCDH chiede anche di non monetizzare i video che diffondono contenuti negazionisti; secondo il rapporto, infatti, YouTube «è potenzialmente in grado di guadagnare fino a 13,4 milioni di dollari all&rsquo;anno in entrate pubblicitarie» dai video che diffondono false informazioni su clima e transizione ecologica.</p>
<p>Più la transizione ecologica si farà seria più gli interessi dei combustibili fossili cercheranno di ostacolarla con negazionismo e <em>greenwashing</em>, come si è visto durante la <a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/bicchiere-mezzo-pieno-cop28/">COP28</a>, anche nel gran numero di <a href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/cop28-accordo-cosa-significa-impzev5z" rel="noopener">lobbisti</a> fossili. Saranno essenziali da questo punto di vista le prossime <a href="https://www.reuters.com/world/europe/opinion-polls-signal-eu-election-result-could-hamper-climate-action-research-2024-01-23/" rel="noopener">elezioni</a> europee a giugno (e pure quelle americane), che dovranno per lo meno confermare l’ambizione dell’attuale Green Deal, se non migliorarla ancora. L’esito non è affatto scontato, vista l’ondata crescente di movimenti di destra, che hanno costruito malcontento e sfiducia nella scienza contro le politiche climatiche – implementate durante il periodo già parecchio stressante del Covid-19. In ogni caso, chi si occupa di comunicazione del cambiamento climatico non può in alcun modo permettersi di trasmettere pessimismo: la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea/">transizione è già iniziata</a> e gli scenari catastrofici sono oggi meno probabili di qualche anno fa. Ora o mai più.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Noi, le piante e l'intelligenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-piante-lintelligenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-piante-lintelligenza/</guid><pubDate>Fri, 16 Feb 2024 11:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paola Bonfante</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le piante sono finalmente uscite dal cono d&amp;amp;rsquo;ombra in cui la plant blindness, la dispercezione per cui tendiamo a non notarle in un determinato ambiente, le aveva confinate. Ma spesso sono raccontate attraverso una lente antropomorfica. È da questa che nasce anche la domanda: le piante sono intelligenti?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/noi-piante-lintelligenza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/noi-piante-lintelligenza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono comparse sulla terra 450 milioni di anni fa. Dominano il nostro pianeta con la loro imponente biomassa: <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1711842115" rel="noopener">450 gigatonnellate di carbonio</a> contro le minimali 0,06 degli umani. Dipendiamo da loro per l&rsquo;ossigeno che producono e per il cibo che ci danno. Sono le cruciali mediatrici della concentrazione di anidride carbonica nell&rsquo;atmosfera, e questo valore <a href="https://nph.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/nph.15283" rel="noopener">è strettamente legato al cambiamento climatico</a>. Sono le piante le attrici che - in ipotetico triangolo - legano la salute umana con la salute dell&rsquo;ambiente nel contesto del One Health, la cui visione olistica è attualmente alla base di molte agenzie internazionali e nazionali.</p>
<p>Molti dei Sustainable Developmental Goals hanno direttamente o indirettamente identificato le piante come target di azioni specifiche. Importanti progetti europei come <a href="https://food.ec.europa.eu/horizontal-topics/farm-fork-strategy_en" rel="noopener">From Farm to Fork</a> si fondano su un incrocio di ricerca, tecnologia, management il cui obiettivo è mantenere alta la produttività delle piante coltivate, pur riducendo drasticamente l&rsquo;uso di pesticidi e fertilizzanti. La politica spesso usa il green come bandiera. Diamo spazio alla natura; usiamo un approccio rigenerativo. Nei paesi ancora fuori dalla guerra, questi sono gli imperativi per le generazioni più giovani e sensibili all&rsquo;ambiente.</p>
<p>Per tutti questi motivi, da alcuni anni le piante <a href="https://nph.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ppp3.51" rel="noopener">sono finalmente uscite</a> dal cono d&rsquo;ombra in cui la <em>plant blindness</em>, la dispercezione per cui molti esseri umani tendono a non notare le piante in un determinato ambiente, le aveva confinate. Anche in Italia i non specialisti guardano alle piante con rinnovato interesse e rispetto. Tuttavia, a differenza della ricerca scientifica e dei testi universitari, dove l&rsquo;obiettivo è capire i meccanismi, nella comunicazione stampata, nel web o nella pubblicità, lo spazio dato alle piante e al mondo, che ruota attorno a esse, mostra due letture dominanti. C&rsquo;è una visione utilitaristica, per la quale le piante nei campi, nei boschi e nei giardini, sono viste non solo come sorgenti di cibo &ldquo;naturale&rdquo; che richiama il buon tempo antico, ma anche di bellezza, grazie a profumi e colori che allietano la vita. Grazie all&rsquo;architettura contemporanea che sostiene boschi verticali, tetti verdi e orti urbani, le piante diventano le compagne della vita degli umani anche nell&rsquo;ambiente urbano. Da sempre elementi ornamentali nella storia umana, dalle antiche civiltà del Mediterraneo al Liberty del XX secolo, le piante nel nostro XXI sono diventate ora attrici reali, come fossero dei mattoni, una parte integrante dell&rsquo;architettura. L&rsquo;altra lettura dominante guarda invece alle piante attraverso una lente antropomorfica, che permette la costruzione di sentimenti e relazioni: in questa narrazione le piante si arricchiscono di sfumature &ldquo;new age&rdquo; diventando portatrici di doti taumaturgiche e di benefici psicofisici. È il potere del verde.</p>
<p>In questo contesto si pone un dibattito che vede contrapposti divulgatori e ricercatori con competenze diverse: le piante sono intelligenti? Google indica decine di titoli di libri sull&rsquo;argomento, che spaziano dalla vita segreta delle piante, alla loro sensibilità, alla loro capacità di avere intenzionalità e memoria, identificando anche una nuova disciplina, la neurobiologia delle piante illustrata in un <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16843034/" rel="noopener">saggio</a> da Brenner e colleghi nel 2006. <a href="https://www.edizioninottetempo.it/it/cosi-parlo-la-pianta" rel="noopener">Alcuni di questi libri</a> introducono elementi estremi: le piante non solo apprendono, ma anche &ldquo;parlano&rdquo; all&rsquo;essere umano facendo rivivere elementi di un vitalismo/animismo arcaico.</p>
<p>Tuttavia, se un&rsquo;analisi simile è condotta usando un motore di ricerca scientifico (<em>plant intelligence</em>) i risultati sono molto limitati: lavori sull&rsquo;intelligenza delle piante pubblicati su riviste scientifiche con un buon valore di impatto sono pochi. Sono, inoltre, per lo più, lavori di riflessione teorica, con pochi dati sperimentali. Negli ultimi anni, <a href="https://doi.org/10.3390/biology12060819" rel="noopener">alcuni di questi lavori</a> sono stati scritti da filosofi o da psicologi, ma certamente le scuole di biologia vegetale che indicano le direttive attuali in un settore così <a href="https://doi.org/10.1093/plcell/koac303" rel="noopener">fondamentale per il bene dell&rsquo;umanità</a>, non sviluppano tale domanda.</p>
<p>Può essere interessante <a href="https://www.lindiceonline.com/l-indice/sommario/gennaio-2024/" rel="noopener">cercare di trovare una spiegazione</a> su questa diversa percezione. Tutto parte dalla definizione di intelligenza. Se intelligenza è la capacità di un individuo di affrontare e risolvere i problemi, promuovendo la propria fitness individuale, senza dubbio le piante sono intelligenti, esattamente come lo sono tutti gli organismi viventi. Ogni cellula vivente, dal batterio <em>Escherichia coli</em> all&rsquo;alga unicellulare e agli individui multicellulari, come un delfino o una <em>Ginkgo biloba</em>, possiede una membrana cellulare che separa l&rsquo;ambiente interno da quello esterno. Grazie a essa, la cellula si interfaccia con il proprio ambiente, ne riconosce gli stimoli, li decodifica, li interpreta, e mette in atto delle risposte regolando il proprio metabolismo. Le piante quindi rispondono agli stimoli esterni e si adattano a un ambiente mutevole. Colonizzano tutti gli ambienti, dai deserti agli oceani, quindi la loro capacità di adattamento è straordinaria, come ben dimostrato dalla loro storia evolutiva.</p>
<p>Tuttavia, questa è la caratteristica insita nella definizione biologica di vivente: un individuo che non si adatta al cambiamento perisce. Un eccellente esempio è dato dalla cosiddetta &ldquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Catastrofe_dell%27ossigeno" rel="noopener">catastrofe dell&rsquo;ossigeno</a>&rdquo;: l&rsquo;estinzione di massa delle primitive forme di vita anaerobica della Terra causata dall&rsquo;accumulo di ossigeno che si creò nell&rsquo;atmosfera terrestre con la comparsa dei cianobatteri circa 2 miliardi di anni fa. Nelle nostre condizioni attuali, i batteri rappresentano il gruppo di viventi di maggiore successo nel nostro pianeta come plasticità metabolica e capacità di occupare ogni nicchia, superando meglio di tutti gli altri le difficoltà della vita sulla terra. Una definizione strettamente biologica di intelligenza (capacità di adattamento) porterebbe a mettere i batteri in testa alla classifica degli organismi più intelligenti.</p>
<p>La capacità di adattamento delle piante si realizza anche attraverso una serie di movimenti: sono sessili per natura, ma in grado di muovere alcune parti del loro corpo, grazie alla tipicità della cellula vegetale e alla sua capacità di richiamare e perdere acqua, acquisendo e perdendo turgore. Le piante rispondono quindi alla luce incurvandosi verso la sorgente luminosa (fototropismo); spingono le loro radici verso il basso (gravitropismo) e il fusto verso l&rsquo;alto (gravitropismo negativo); piante come <em>Mimosa pudica</em> e alcune piante carnivore rispondono al contatto scattando rapidamente (tigmonastia), altre lo fanno lentamente, avvolgendosi intorno a un sostegno come le rampicanti, che hanno imparato a sfruttare i supporti disponibili (tigmotropismo). Il vantaggio evolutivo per queste piante è che esse risparmiano le risorse necessarie per costruirsi un solido tessuto meccanico che ne sostenga il peso, anche se devono, come nel caso di <em>Parthenocissus tricusposata</em>, produrre dei cuscinetti adesivi, delle vere e proprie ventose. Sono le piante rampicanti ad avere affascinato Charles Darwin, che nel suo saggio <em>I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti</em>, tradotto in italiano già nel 1878, individua nelle radici una sorta di cervello delle piante. Proprio per questo Darwin, insieme al figlio Francis, <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2819436/#:~:text=The%20Darwins%27%20%27Root%2DBrain,like%20organ%20%28Box%201%29." rel="noopener">è citato</a> come il primo ad aver parlato di intelligenza delle piante con la sua <em>root-brain hypothesis</em>.</p>
<p>Le molteplici e differenziate risposte delle piante all&rsquo;ambiente da una parte si possono riassumere - come in una facile divulgazione - dicendo che le piante posseggono i sensi come gli animali, dall&rsquo;altra - e non c&rsquo;è contraddizione - si possono spiegare attraverso una serie di eventi genetico-molecolari-fisiologici che permettono di chiarire la risposta fenotipica (l&rsquo;incurvarsi della pianta verso la luce, per esempio). In questo caso, il processo parte dai recettori che catturano la luce blu, il cui segnale porta alla sintesi di proteine specifiche, oltre che dell&rsquo;auxina, l&rsquo;ormone vegetale che controlla la distensione cellulare, fino ad arrivare all&rsquo;organo bersaglio, che è il tessuto epidermico del fusticino. Qui, le cellule si distendono in modo irregolare (si accumula più auxina nella parte in ombra) in modo tale da incurvarsi verso la luce. Quindi tutti i movimenti sia quelli più rapidi quanto quelli più lenti sono sempre riconducibili a processi di percezione di uno stimolo attraverso recettori che attivano specifiche vie di segnalazione. Nelle piante, un ruolo cruciale di secondo messaggero è svolto dal calcio che, cambiando la sua concentrazione all&rsquo;interno della cellula, regola svariati processi, come anche nelle interazioni <a href="https://doi.org/10.1093/jxb/erad360" rel="noopener">tra piante e microorganismi</a>. L&rsquo;approccio riduzionistico permette quindi ai ricercatori di spiegare molti dei processi che le piante realizzano nelle loro risposte all&rsquo;ambiente senza la necessità di coinvolgere meccanismi cognitivi, di intenzionalità o di apprendimento.</p>
<p>L&rsquo;intelligenza è infatti associata a un complesso di facoltà psichiche mentali, che permettono di elaborare modelli astratti della realtà, fare previsioni, esprimere giudizi, avere consapevolezza di sé e apprendere. La definizione di intelligenza non è pertanto strettamente legata a un organo, ma certamente la neurobiologia dimostra come molti dei comportamenti cognitivi siano associati al funzionamento del sistema nervoso, del cervello e della complessa rete di neuroni. La neurobiologia ha anche identificato come precise funzioni (il linguaggio, per esempio) corrispondano all&rsquo;attività di specifiche aree cerebrali. Parlare di neurobiologia vegetale sembra pertanto essere una metafora insidiosa e potenzialmente fuorviante, visto che per certo le piante non posseggono anatomicamente tali sistemi, avendo avuto una storia evolutiva del tutto lontana da quella dei metazoi. Inoltre l&rsquo;intelligenza (nell&rsquo;essere umano come negli animali) ha anche un&rsquo;importante componente emotiva, basata sulla capacità di mettersi in relazione con l&rsquo;altro da sé, attuando comportamenti altruistici o cooperativi.</p>
<p>Questi aspetti emotivi sono colti da Susanne Simard, una famosa ricercatrice canadese, nel suo libro <em>L&rsquo;albero madre</em> (2023). Partendo da rigorosi studi in cui dimostrava il passaggio di carbonio marcato da una pianta donatrice a una ricevente, messe in connessione grazie al micelio di un fungo micorrizico, ora la ricercatrice racconta di una foresta in connessione (il WWW dei boschi), di una comunità in cui vige la cooperazione, e dove le piante madri nutrono i loro piccoli (i germogli nati dai suoi semi) attraverso la rete sotterranea che i funghi simbionti costruiscono nel suolo. Tale visione è diventata molto popolare e di successo e risponde certamente al nostro bisogno di vedere un disegno &ldquo;buono&rdquo; nella natura, attribuendo valori positivi al mondo vegetale. Tuttavia, questa narrazione è fortemente criticata in quanto i lavori su cui si poggia <a href="https://doi.org/10.1038/s41559-023-01986-1" rel="noopener">mostrano debolezze sperimentali</a>, e spesso non hanno avuto un corretto referaggio.</p>
<p>Al di là dei commenti tecnici, la critica maggiore è sempre quella di un <a href="https://www.cell.com/trends/plant-science/fulltext/S1360-1385%2823%2900272-8" rel="noopener">eccesso di antropormorfizzazione</a>. Il tema del WWW degli alberi rimane pertanto aperto e richiede sicuramente una più accurata sperimentazione. Non ci sono dubbi: oggi le piante attirano attenzione da settori diversi. Oltre alla divulgazione, i ricercatori delle scienze cognitive si pongono interrogativi carichi di valore filosofico: come si chiede il filosofo Emanuele Coccia (in <em>La vita delle piante</em>, 2018) le piante sono il respiro, il pneuma del mondo? Dall&rsquo;altro lato, i biologi vegetali scendono sempre più in profondità nel decifrare la complessità dei meccanismi che controllano l&rsquo;operatività delle piante. Tuttavia, se fate loro una domanda sull&rsquo;intelligenza nel mondo vegetale, pensano - per lo più in accordo con Karl Popper e con il suo principio di falsificabilità - che al momento l&rsquo;attività cognitiva e di apprendimento delle piante non sia sperimentalmente dimostrata. Se si valuta come attualmente il concetto di rigenerazione alla base della forestazione e dell&rsquo;agricoltura sia <a href="https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Regenerative_Agriculture/EASAC_RegAgri_Web_290422.pdf" rel="noopener">importante per le politiche europee</a>, e non solo, il problema dell&rsquo;intelligenza delle piante appare non come un ozioso dibattito, ma assume rilevanza politica. La governance penserà al WWW delle piante che si parlano e comunicano con l&rsquo;essere umano grazie alla loro intelligenza o seguirà le visioni più riduzionistiche dei ricercatori (Eckert et al, 2023)?</p>
<p><em>Si ringrazia la <a href="https://regenerativesocietyfoundation.com/" rel="noopener">Regenerative Society Foundation</a> per il permesso di pubblicare questo testo</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nancy Hopkins: storia della battaglia per la parità di genere al MIT</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nancy-hopkins-storia-battaglia-parita-genere-mit/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nancy-hopkins-storia-battaglia-parita-genere-mit/</guid><pubDate>Thu, 08 Feb 2024 17:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Si celebra tra poco la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza: cogliamo l&amp;amp;rsquo;occasione per ripercorrere la storia di Nancy Hopkins, biologa del MIT che con le colleghe ha portato avanti una lunga e impegnativa battaglia per la parità di genere in uno degli istituti più prestigiosi del mondo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/nancy-hopkins-storia-battaglia-parita-genere-mit-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/nancy-hopkins-storia-battaglia-parita-genere-mit-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Pochi giorni prima della giornata dedicata alla ragazze e donne nella scienza, fissata dalle Nazioni Unite l’11 febbraio, l&rsquo;Accademia Nazionale delle Scienze americana <a href="https://www.nasonline.org/programs/awards/2024-awards/Hopkins.html" rel="noopener">ha annunciato</a> che conferirà la Public Welfare Medal a Nancy Hopkins. Parliamo di una figura carismatica, una famosa biologa molecolare che, nel corso di quarant’anni di carriera al Massachusetts Institute of Technology, ha coraggiosamente sostenuto iniziative per creare e garantire pari opportunità alle donne nella scienza. La storia della sua carriera è così emblematica da meritare di essere raccontata in un libro, intitolato <a href="https://lit.mit.edu/the-book-and-the-story-behind-it-the-exceptions-nancy-hopkins-mit-and-the-fight-for-women-in-science-by-kate-zernike/" rel="noopener"><em>The Exceptions: Nancy Hopkins, MIT and the Fight for Women in Science</em></a>, scritto dalla giornalista Kate Zernike.</p>
<p>La carriera di Nancy Hopkins inizia nel 1973, quando arriva al Cancer Center del MIT: è la seconda donna tra i professori del dipartimento di biologia, ma la cosa non la preoccupa. Benché sia una biologa molecolare nota e apprezzata, Hopkins inizia a capire che per fare carriera nell’università il merito non è tutto. Nelle sue note racconta di come sia stata sorpassata da colleghi maschi con meno titoli di lei, come non le sia stato confermato l’insegnamento di un corso di biologia che aveva contribuito a progettare, di come abbia ricevuto insistenti attenzioni non richieste. Ma lei non molla. Dopo vent&rsquo;anni di onorato servizio al MIT, decide che vuole studiare la genetica dello zebrafish e ha bisogno di un laboratorio un po’ più grande. Chiede giusto una ventina di metri quadri in più per le taniche dei pesci, ma le sue richieste vengono respinte. Ricevuto l’ennesimo rifiuto, una sera del 1993 Nancy, esasperata, prende un metro a nastro (che in effetti è in pollici e non in centimetri) e inizia a misurare le dimensioni dei laboratori e degli uffici della palazzina dove lavora. I risultati sono chiarissimi: i ricercatori maschi hanno decisamente più spazio delle ricercatrici. Nancy è una scienziata e fa un po’ di statistica. I colleghi giovani, che sono all’inizio della carriera, hanno circa 185 m², i full professor ne hanno tra 270 e 560, lei si doveva accontentare di 140. Si confronta con le altre 15 professoresse della School of Science del MIT e, pur senza conoscersi a fondo, scoprono di avere molte esperienze in comune.</p>
<p>Nel libro viene raccontato il percorso di ciascuna e si capisce come ognuna di loro avesse sofferto una sistematica discriminazione. Nessuna si era mai ribellata apertamente, anche perché nessuna si identificava nel movimento femminista. Tutte erano scienziate che volevano poter fare la loro ricerca ed essere riconosciute per i loro meriti. Chiedono un colloquio con Robert Birgeneau, il preside di scienze, che le ascolta. Le professoresse si presentano con i dati che hanno raccolto a proposito di spazi e risorse, ma anche sull’ammontare dei loro stipendi (informazione riservata nel sistema americano, dove i salari vengono negoziati individualmente). Quasi nessuna ha figli, non perché non potessero averne ma perché hanno rinunciato a priori, dal momento che la gestione dei figli avrebbe rovinato la loro carriera. Ma i problemi sono tantissimi: c’è chi, come single, non riesce ad accendere un mutuo e non può sfruttare le possibilità offerte dal MIT, che presta soldi ai suoi docenti. Tutte lamentano di non essere riuscite a inserirsi e si sentono infelici e fuori posto.</p>
<p>Birgeneau è colto di sorpresa, ma si convince che la discriminazione esiste davvero. Potendo vedere l’ammontare degli stipendi di tutti i professori, capisce le proporzioni del problema, a cominciare dalla disparità salariale. Parla con il presidente del MIT Chuck Vest, un personaggio con un certo senso dell’umorismo perché usava dire che dal MIT aveva ricevuto due lettere: la prima nella quale veniva respinta la sua domanda di entrare come professore associato, e la seconda dove gli chiedevano di assumere l’incarico di presidente. Nonostante Vest non prendesse mai decisioni senza avere sentito il consiglio, questa volta consulta la moglie e la figlia, che gli dicono che è tutto tristemente vero. Allora incoraggia le professoresse a proseguire il lavoro che sfocerà in un rapporto pubblicato nel 1999 con la prefazione dello stesso Vest. Emergono così decenni di marginalizzazione delle donne, che avevano stipendi inferiori uniti a meno disponibilità di fondi e di spazio. Per il MIT è un momento di dolorosa presa di coscienza: parliamo di un’istituzione rispettatissima che ha accolto le prime donne nel 1873, grossomodo un secolo prima dell’università di Harvard, che è letteralmente dall’altra parte della strada.</p>
<p>Il rapporto fa scalpore; suo malgrado Hopkins diventa famosa e rilascia moltissime interviste, una delle quali proprio a Kate Zernike, che allora lavorava al <em>Boston Globe</em> e ora ha deciso di raccontare i retroscena della storica battaglia che ha portato alla creazione di asili nido all’interno del campus, di programmi per incentivare l’assunzione di donne, un migliore accesso ai fondi e una più attenta distribuzione degli spazi. A proposito di spazi, il metro a nastro usato per la storica misurazione, è ora <a href="https://mitmuseum.mit.edu/collections/object/2012.026.001" rel="noopener">in mostra al museo del MIT</a>. </p>
<p>Vale la pena di ripercorrere la storia delle battaglie di Nancy Hopkins e delle sue colleghe, perché la guerra dell’uguaglianza di genere non è ancora vinta e i pregiudizi sono durissimi a morire. Come dimostra un episodio avvenuto nel 2005, quando Nancy è invitata a una conferenza al National Bureau of Economic Research per parlare della diversità di genere nelle scienze e in ingegneria. Dopo il pranzo è previsto un discorso di Larry Summers, presidente di Harvard. Il nostro vuole provocare e dice che le donne sono in numero minore perché si impegnano meno nel lavoro di ricerca dal momento che devono badare alla famiglia ma, soprattutto, hanno meno predisposizione agli studi scientifici. Hopkins si infuria, si alza e se ne va in modo plateale. Il caso vuole che poche ore dopo riceva una chiamata da una giornalista che, informata della cosa, la pubblica, facendola rimbalzare su tutti i giornali. Summers disse che Hopkins era nemica della libertà di parola, ma l’anno dopo si dovette dimettere.</p>
<p>Purtroppo il mondo è pieno di personaggi che pensano che la scienza non sia adatta alle donne. Niente di più sbagliato. Piuttosto è vero il contrario: le Nazioni Unite sostengono che, per attuare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, c’è bisogno del contributo di tutti, uomini e donne. Per questo è stata istituita la Giornata delle ragazze e delle donne nella scienza l’11 febbraio. Denunciando le difficoltà incontrate dalle scienziate (e dalle minoranze), Nancy Hopkins ha contribuito a combattere i pregiudizi meritando amplissimamente la Public Welfare Medal, il premio più prestigioso dell&rsquo;Accademia delle Scienze americana, istituito nel 1914 per onorare un uso straordinario della scienza per il bene pubblico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Divulgatori, raccontiamo i processi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/divulgatori-raccontiamo-processi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/divulgatori-raccontiamo-processi/</guid><pubDate>Thu, 01 Feb 2024 15:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Ruggero Rollini</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Come la comunicazione scientifica può contribuire alla costruzione di una cittadinanza scientifica? Ruggero Rollini propone due approcci: il racconto del processo scientifico e il racconto del processo divulgativo, suggerendo come possano integrarsi per promuovere una migliore comprensione e partecipazione nella scienza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/divulgatori-raccontiamo-processi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/divulgatori-raccontiamo-processi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se doveste chiedere a dieci comunicatori della scienza qual è il fine per cui fanno il loro lavoro, otterreste undici risposte diverse. Quello che probabilmente troverà tutti più o meno d’accordo è che la comunicazione della scienza abbia una funzione sociale e che questa eserciti – in qualche modo - un effetto netto positivo. In sostanza, i comunicatori della scienza tenderanno a credere che una buona comunicazione scientifica faccia bene alla società. Non voglio qui domandarmi se questo assunto sia valido, né su quali siano i modi in cui la comunicazione della scienza possa essere (o meno) benefica. Un aspetto su cui però credo si possa convergere è che in una società permeata dalla conoscenza e dominata dagli sviluppi della scienza e della tecnica la diffusione di una cultura scientifica possa essere d’aiuto all’interpretazione della realtà. In quest’ottica i comunicatori della scienza sono attori chiave nella formazione di una cittadinanza scientifica, fondamentale per una sana democrazia. La comunicazione della scienza, specialmente quella rivolta ai pubblici di non-esperti può assumere quindi anche una funzione pedagogica o para-pedagogica. L’idea però che questa funzione possa essere espletata semplicemente grazie a una trasmissione delle nozioni scientifiche, premasticate dal divulgatore o giornalista di turno, ha già mostrato negli anni tutte le sue limitazioni. Così come “Si muore tutti democristiani”, forse si muore tutti col deficit model e, gira che ti rigira, regolarmente ci si ricasca. Non che questo sia necessariamente un male. Consci dei limiti di un approccio deficitario e del fatto che ogni atto comunicativo sia un una negoziazione di senso e una co-costruzione di significati, credo che anche questi approcci più tradizionali e meno partecipativi alla diffusione della cultura scientifica possano restare validi alleati dei comunicatori, specialmente si affiancati ad approcci che stimolano maggiorente l’engagement dei pubblici.</p>
<p>Se possiamo concordare sul fatto che la comunicazione scientifica possa, tra le altre cose, esercitare questa funzione di aiuto alla costruzione di una cittadinanza scientifica, sia con approcci più trasmissivi, sia con approcci più partecipativi (e forse ancor meglio attraverso una combinazione dei due), allora bisogna chiedersi su che temi potrebbe essere utile concentrarsi. Vorrei proporne due, da affiancare al sapere più strettamente scientifico, e che credo di poter riassumere con “raccontiamo i processi”. Questo approccio si declina in due modi: il racconto del processo scientifico e il racconto del processo divulgativo.</p>
<h2 id="raccontiamo-il-processo-scientifico">Raccontiamo il processo scientifico</h2><p>Nei periodi di crisi sembrano emergere maggiormente le criticità di quella che potremmo chiamare “comunicazione scientifica ingenua”. Mi viene da richiamare i primi mesi del periodo pandemico, quando si è pagato lo scotto di aver troppo spesso raccontato la scienza come portatrice di verità assolute, immutabili, dogmatiche. Si tratta di un comodo espediente che eleva la scienza all’interno del dibattito pubblico, la scollega dal contesto socioculturale in cui è stata prodotta e le dona una funzione quasi oracolare. Finché questo approccio è usato per raccontare sapere vecchio di decenni o secoli, fatica a mostrare i suoi limiti. Quando si è trattato di raccontare la scienza in itinere il disastro era dietro l’angolo. Si chiedeva agli scienziati di produrre (possibilmente in fretta) verità conclusive; ci si stupiva delle diverse posizioni espresse dai vari esperti e del loro continuo cambiare di idea; si faticava a capire la differenza tra consenso della comunità scientifica e parere del singolo scienziato; per non parlare della difficoltà con cui si contestualizzavano preprint, position paper, dichiarazioni…</p>
<p>La prima proposta è quindi di raccontare, oltre alle scoperte, le notizie e le conoscenze scientifiche, il processo scientifico. Dobbiamo raccontare l’aspetto umano della scienza, le sue radici storiche e socioculturali, gli scontri, la costruzione dei fatti scientifici, gli aspetti economici, i personalismi, riportare – anche nel discorso pubblico – la scienza all’interno della società. Dobbiamo iniziare a inserire considerazioni di sociologia della scienza, storia della scienza, filosofia della scienza, ecc. nei nostri contenuti perché l’errore più grande che possiamo commettere è trasmettere una visione distorta o parziale dell’impresa scientifica. Una cittadinanza scientifica autentica passa prima attraverso la consapevolezza del processo di costruzione della conoscenza scientifica, piuttosto che attraverso l’alfabetizzazione scientifica.</p>
<p>Nel racconto del processo scientifico si possono – oserei dire si devono – affrontare i problemi della scienza odierna: l&rsquo;abominevole <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/falsificazioni-autori-fasulli-problemi-nuovi-emergenti-pubblicazioni-scientifiche/">quantità di pubblicazioni ritirate</a>, le logiche del <em>publish or perish</em>, la quantità esorbitante di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/proliferazione-riviste-open-access/">riviste predatorie</a>, i discutibili meccanismi di valutazione della ricerca, i divari di genere, i conflitti di interesse e l’influenza (spesso anche positiva, intendiamoci) del privato nei finanziamenti, le dinamiche assurde dell’editoria scientifica, i problemi di salute mentale di ricercatori, studenti e dottorandi, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_San_Matteo" rel="noopener">l’effetto San Matteo</a> e le sue conseguenze, il difficile rapporto tra consulenza scientifica e politica… Se si vuole costruire un più saldo rapporto di fiducia tra scienza e società civile la trasparenza nel racconto del processo di produzione del sapere scientifico sarà fondamentale.</p>
<p>Non è solo una questione di mera efficacia comunicativa: il racconto dei processi di costruzione del sapere è quasi un dovere morale di scienziati e comunicatori, un atto di responsabilità. Questo è soprattutto vero nel momento in cui il sapere scientifico ha un impatto significativo sulla vita dei cittadini, con le sue ricadute tecnologiche e nella consulenza (più o meno riuscita) ai legislatori. È un diritto (e dovere?) della cittadinanza essere conoscenza di “come è fatta la salsiccia” nel momento in cui quella salsiccia permea e influenza in modo radicale la società della conoscenza in cui viviamo.</p>
<h2 id="raccontiamo-la-divulgazione">Raccontiamo la divulgazione</h2><p>Non staremo facendo la fine del giornalismo? È chiaramente una provocazione, ma con la dirompenza con cui si sono affermati i social media, in particolare, e la comunicazione digitale, in generale, nel panorama della divulgazione scientifica credo sia opportuno chiedersi come non assoggettarsi agli stessi schemi che sembrano aver messo in ginocchio il giornalismo tradizionale. La necessità di portare sulle proprie pagine un grosso traffico per lucrare sulle inserzioni pubblicitarie ha influenzato profondamente il modo di fare informazione. Si è diventati in un certo senso schiavi del click. Ciò di cui ci si lamenta è la necessità di produrre molti contenuti, estremamente accattivanti, a ritmi serratissimi. Il risultato è un abbassamento della qualità contenutistica media: si rilanciano comunicati stampa o brief delle agenzie di comunicazione, si taglia sull’approfondimento e sulla ricerca, emerge un grosso rischio di plagi e scopiazzature, ma finisce tutto comunque sotto al macro-cappello “giornalismo” o “divulgazione”.</p>
<p>Una delle possibili risposte a questo circolo vizioso, a mio avviso, è la meta-divulgazione. L’idea è quella di attingere ad alcuni strumenti propri dell’educazione mediale, per aiutare nella lettura, interpretazione e decostruzione di un contenuto di divulgazione. La proposta è quella di inserire all’interno di un prodotto di divulgazione anche il racconto del processo di costruzione di quel contenuto (ricerca e selezione delle fonti, tempo dedicato, esplicitazione delle scelte comunicative…). Un po’ come quando al ristorante, oltre a servirti un ottimo piatto, il cameriere si prende qualche secondo per raccontartelo, spiegarti le scelte dello chef e anche come gustarlo al meglio. Quel tipo di attenzione e cura potrebbe poi essere ricercata altrove o usata come chiave interpretativa di altri pasti. Fuor di metafora: se ho gli strumenti per decostruire come è stato realizzato un prodotto di comunicazione, posso fruirne e interpretarlo con maggiore consapevolezza. L’approccio meta-divulgativo prevede, in un certo senso, di divulgare la divulgazione e vuole provare a fornire gli strumenti per essere consumatori attivi e critici della comunicazione scientifica.</p>
<p>E quindi? Ho provato riassumere e dare un senso ad alcune riflessioni che mi sono portato a casa dal <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-comunicazione-societa-convegno-trieste/">Convegno Nazionale di Comunicazione della Scienza</a>, che si tenuto a fine 2023 alla SISSA di Trieste. Ci ragiono da qualche settimana e sentivo la necessità di metterle nero su bianco, di tirarle fuori dalla mia testa e di sottoporle al parere di colleghi e colleghe. La speranza è che siano buoni semi, che possano trovare terreno fertile in cui attecchire e crescere.</p>
<p>Non credo che il racconto dei processi scientifici e divulgativi possa in alcun modo essere l’unica strada da percorrere o la migliore, tutt’altro. Anche solo perché non sempre sono applicabili, per ragioni di tempo, spazio, target, obiettivi… Non penso quindi che debba sempre essere presente in ogni nostro prodotto di comunicazione scientifica. Spero invece che possa essere un utile alleato nella costruzione di alcuni lavori. Il racconto del processo scientifico può contribuire alla costruzione di un’idea di scienza più realistica e umana, aiutando la formazione di una cittadinanza scientifica attiva e consapevole. Il racconto del processo divulgativo (o metadivulgazione) può aiutare la lettura e l’interpretazione dei prodotti di comunicazione scientifica e – forse – a valorizzare e chiarire il ruolo dei professionisti della SciCom, a volte non chiaro nemmeno a noi. Se il racconto dei processi si dimostrerà un valido attrezzo da inserire nella cassetta del divulgatore, arriverà il momento di chiedersi come sia meglio raccontare i processi. Ma ogni cosa a suo tempo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dalle falsificazioni agli autori fasulli, problemi nuovi ed emergenti nelle pubblicazioni scientifiche</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/falsificazioni-autori-fasulli-problemi-nuovi-emergenti-pubblicazioni-scientifiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/falsificazioni-autori-fasulli-problemi-nuovi-emergenti-pubblicazioni-scientifiche/</guid><pubDate>Wed, 31 Jan 2024 09:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Sono sempre più gli articoli scientifici ritrattati, anche da riviste autorevoli, per errori o, peggio, falsificazioni fraudolente. E, nel frattempo, è nato l&amp;amp;rsquo;inquietante fenomeno della “vendita delle firme”, cioè servizi che offrono, dietro pagamento, la possibilità di essere inclusi tra gli autori di un articolo. In questo contesto, emerge e si fa sempre più importante nell&amp;amp;rsquo;editoria scientifica la figura del whistleblower , che svolge in modo metodico un&amp;amp;rsquo;attività di verifica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/falsificazioni-autori-fasulli-problemi-nuovi-emergenti-pubblicazioni-scientifiche-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/falsificazioni-autori-fasulli-problemi-nuovi-emergenti-pubblicazioni-scientifiche-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel mondo dell’editoria scientifica sta emergendo una nuova figura, a metà tra lo scienziato e il detective: il segnalatore di errori in articoli pubblicati in riviste scientifiche (anche importanti). Si chiama <em>whistleblower</em> ma non è una talpa e nemmeno una gola profonda, perché svolge l’attività di controllo alla luce del sole con un lavoro di metodico, a volte lungo e complesso, per evidenziare errori che possono essere stati fatti in buona fede, magari per la fretta di pubblicare, oppure essere di natura fraudolenta.</p>
<p>A riprova dell’importanza del lavoro svolto da queste figure, che passano al setaccio lavori anche di autori “pesanti” pubblicati su riviste importanti, <em>Nature</em> <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-03926-2" rel="noopener">ha scelto</a> uno di loro tra le dieci personalità che hanno ottenuto un risultato importante nel 2023. Si tratta di James Hamlin, un fisico americano esperto di superconduttività, che ha trovato sospetto un articolo pubblicato a marzo su <em>Nature</em> dove Ranga Dias e Ashkan Salamat sostenevano di avere ottenuto la superconduttività a temperatura ambiente, un risultato potenzialmente molto importante, che era finito su tutti i giornali. Hamlin, che aveva già controllato e fatto ritirare due precedenti lavori di Dias, ha indagato a fondo sul risultato, dimostrando che non era credibile perché il metodo aveva troppi punti oscuri (ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sogno-superconduttivita-caso-lk99/">qui</a>). Le sue critiche, che non hanno avuto risposte convincenti, hanno convinto gli editori di <em>Nature</em> a ritirare il lavoro a novembre (forse <em>Nature</em> dovrebbe fare più attenzione prima di accettare articoli di questo autore visto che, spinti dalle critiche di Hamlin, i suoi editori ne aveva già ritirato uno nel 2020).</p>
<p>Un epilogo molto più rapido di quanto avviene di solito con le riviste che impiegano anni per decidere se, e come, procedere. Spesso aspettano il risultato di indagini interne alle università, che scattano quando c’è il sospetto che i dati siano stati contraffatti o inventati di sana pianta. Uno dei casi più estremi coinvolge due medici giapponesi, Yoshihiro Sato e Jun Iwamoto, i cui numerosi lavori su fratture e osteoporosi, pubblicati su molti giornali, sono sembrati sospetti a un team di segnalatori di frodi scientifiche formato dai neozelandesi Andrew Grey, Mark Bolland e Greg Gamble, dell&rsquo;Università di Auckland, e dall’inglese Alison Avenell, dell&rsquo;Università di Aberdeen. L&rsquo;analisi, iniziata nel 2013, ha evidenziato dati non plausibili ed evidenti incongruenze negli articoli del gruppo giapponese. Come poteva un team formato da pochi ricercatori e senza finanziamenti dichiarati reclutare migliaia di soggetti di ricerca?</p>
<p>Col tempo, l&rsquo;elenco degli articoli sospetti è cresciuto fino a quota 300 lavori, pubblicati su 78 giornali. Dopo ripetute segnalazioni del gruppo di detective scientifici, che hanno raccontato il loro decennio di sforzi nel lavoro <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/08989621.2023.2295996" rel="noopener"><em>Ten Years later: Assessments of the integrity of publications from one research group with multiple retractions</em></a>, qualcosa ha iniziato a muoversi. Le riviste hanno preso provvedimenti per 136 articoli, ritrattandone 121, correggendone tre e segnalandone 12 come problematici. Per altri 57 articoli, le riviste hanno comunicato al team di aver fatto delle revisioni e hanno stabilito che 22 dovevano essere ritrattati. I detective non hanno ricevuto alcuna risposta su altri 107 articoli pubblicati su 41 riviste di 21 editori, tra cui Elsevier e Springer Nature. Finalmente, il mese scorso, Elsevier ne ha ritrattati sette, tre anni e mezzo dopo che il Comitato per l&rsquo;etica della pubblicazione (Committee on Publication Ethics, COPE) aveva minacciato sanzioni.</p>
<p>Guardando il <a href="https://retractionwatch.com/the-retraction-watch-leaderboard/" rel="noopener">sito delle ritrattazioni</a>, troviamo Sato, che prima di morire ha ammesso di aver falsificato i risultati, al quarto posto nella lista degli autori più ritrattati, con 119 articoli. Il tedesco Joachim Boldt è a quota 194 articoli, seguito dai giapponesi Yoshitaka Fujii con 172 e Hironobu Ueshima con 124. Operano tutti in ambito medico e tre sono giapponesi; chissà se significa qualcosa. Da notare che tutto questo è successo a valle delle segnalazioni dei detective: nessun giornale ha agito in modo autonomo.</p>
<p>Non sempre si tratta di frodi macroscopiche; a volte si tratta di disattenzione (colpevole ma non fraudolenta) che emerge con più facilità dall’esame delle figure. È quello che fatto il biologo Sholto David sul blog <a href="https://forbetterscience.com/author/sholtodavid/" rel="noopener"><em>For Better Science</em></a> per ben 57 lavori, pubblicati tra il 1997 e il 2017 dal gruppo dirigente del Dana Faber Cancer Institute (DFCI), un&rsquo;istituzione importante affiliata alla Harvard Medical School. Gli errori identificati da David comprendono porzioni di immagini identiche che compaiono più di una volta nello stesso documento. David ha affermato che è difficile capire come errori di questo genere possano accadere ma ha rifiutato di dire se ritiene che le sue scoperte costituiscano una prova di cattiva condotta della ricerca. Il DFCI ha richiesto la ritrattazione di sei articoli e la correzione di altri 31, per i quali gli autori del DFCI «hanno la responsabilità primaria dei potenziali errori nei dati»; l&rsquo;istituto sta ancora indagando su altri 16 articoli che contengono dati provenienti dai laboratori di altri ricercatori del DFCI e di Harvard. Solo tre dei documenti in questione non contenevano &ldquo;anomalie nei dati&rdquo;.</p>
<p>Sapere che un attento controllo ha evidenziato che solo il 10% degli articoli pubblicati da un prestigioso istituto di ricerca sul cancro sono immuni da errori non è affatto rassicurante, tanto che anche il <em>New York Times</em> <a href="https://www.nytimes.com/2024/01/22/health/dana-farber-cancer-studies-retractions.html?searchResultPosition=1" rel="noopener">ne ha parlato</a>. L&rsquo;indagine andrà avanti almeno per un anno, ma il responsabile per l’integrità scientifica del DFCI ha rifiutato di commentare se gli errori rappresentino una cattiva condotta scientifica, dal momento che «La presenza di discrepanze nelle immagini in un articolo non è una prova dell&rsquo;intenzione di un autore di ingannare. Questa conclusione può essere tratta solo dopo un attento esame basato sui fatti (&hellip;) La nostra esperienza ci insegna che gli errori sono spesso involontari e non assurgono al livello di cattiva condotta».</p>
<p>Certo nessuno è immune da errori. L’anno scorso, Marc Tessier-Lavigne, presidente dell’Università di Stanford, ha dato le dimissioni dopo che erano state trovate manipolazioni in alcuni dei lavori del suo gruppo; per non parlare della presidente di Harvard, Claudine Gay, costretta a dare le dimissioni perché accusata di plagio sulla base di un articolo del 2001, dove compaiono diverse frasi tratte dal libro <em>Race Redistricting and Representation</em>, pubblicato da David T. Canon nel 1999, senza che il libro fosse citato. Canon, interpellato, ha detto che si trattava semplicemente di definizioni e che, a sua parere, non c’era nessun plagio, ma tant’è.</p>
<p>Oltre a questi casi eclatanti, che mettono in grande imbarazzo riviste e istituzioni di rilievo, esiste anche un altro fenomeno preoccupante nel <em>mare magnum</em> della letteratura scientifica: la vendita delle firme su articoli da pubblicare su riviste più o meno autorevoli. Gli investigatori scientifici hanno scoperto centinaia di annunci online pubblicati su Facebook e Telegram, oltre che sui siti web di aziende che affermano di offrire servizi di pubblicazione accademica. Spesso gli annunci includono il titolo dell&rsquo;articolo, la rivista in cui sarà pubblicato, l&rsquo;anno di pubblicazione e la posizione degli spazi di firme disponibili per l&rsquo;acquisto. I prezzi variano da centinaia a migliaia di dollari, a seconda dell&rsquo;area di ricerca e del prestigio della rivista. Il meccanismo utilizzato sembra essere la richiesta di aggiungere autori dopo che l’articolo è stato accettato e deve essere finalizzato. Nel caso di grandi collaborazioni, non è inusuale che si facciano piccole modifiche alla lunga lista degli autori dopo che la pubblicazione è stata accettata: qualcuno fa notare che si è trasferito e ha cambiato affiliazione, oppure semplicemente che il suo nome è stato omesso dalla lista. Io l’ho visto succedere diverse volte, ma i nomi aggiunti erano quelli di colleghi che avevano pieno diritto di chiedere di essere inclusi nella lista degli autori; in questo caso si tratta invece di perfetti sconosciuti che pagano per avere una pubblicazione in più.</p>
<p>Dopo avere indagato su queste affermazioni, gli editori hanno ritrattato decine di articoli perché sospettano che siano stati inclusi autori che, pur non avendo partecipato alla ricerca, hanno pagato per aggiungere la loro firma. Gli specialisti avvertono che il problema è in crescita e che probabilmente seguiranno altre ritrattazioni. <em>Nature</em> <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-00062-9" rel="noopener">ha intervistato</a> i detective specializzati in queste truffe. Sono Anna Abalkina, economista alla Libera Università di Berlino, e Nick Wise, ingegnere all&rsquo;Università di Cambridge, che hanno iniziato a indagare in modo indipendente sugli annunci comparsi in gran numero a partire dal 2019. Abalkina si concentra sulle pubblicità presenti sui siti web provenienti dalla Russia e dall&rsquo;Europa orientale, mentre Wise analizza quelle diffuse su Facebook e Telegram. Entrambi sono convinti di avere trovato articoli direttamente collegabili a inserzioni per la vendita di firme. Due dei canali Telegram seguiti da Wise contengono almeno 300 annunci ciascuno. In un <a href="https://arxiv.org/abs/2112.13322" rel="noopener">preprint</a> pubblicato sul server arXiv nel dicembre 2021, Abalkina descrive un&rsquo;analisi di oltre 1.000 offerte di firme, pubblicate nel 2019-21 su un sito web in lingua russa chiamato International Publisher, per un valore complessivo di oltre 6,5 milioni di dollari. La ricercatrice ha collegato 460 articoli pubblicati alle inserzioni. Anche se la vendita delle firme è difficile da provare, le inserzioni, che elencano titoli specifici di manoscritti, offrono una prova convincente del fatto che le firme vengono comperate.</p>
<p>Nel maggio 2022, dopo aver indagato su una segnalazione di Abalkina, Springer Nature ha ritrattato per la prima volta un articolo per il sospetto che alcuni autori avessero pagato per essere inclusi. Da allora il gruppo editoriale ha ritrattato 11 articoli in altre cinque riviste a causa di sospetti simili. Altre indagini sono in corso.</p>
<p>Il COPE sostiene che gli annunci per la vendita di firme mostrano l&rsquo;evoluzione delle fabbriche di articoli (<em>paper mills</em>), che sono più che mai attive nella produzione di articoli falsi per gli scienziati che hanno bisogno di pubblicazioni per i loro curricula. Abalkina ritiene che le società si siano sviluppate a partire da quelle che in precedenza si occupavano di riviste predatorie. Visto che i database accademici hanno eliminato molte di queste riviste, le società si sono adattate alle richieste di un nuovo mercato che si è sviluppato perché, in molti Paesi i ricercatori vengono valutati in base al numero di articoli pubblicati (senza tenere conto della qualità). Secondo un altro pezzo <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-00159-9" rel="noopener">apparso su <em>Nature</em></a>, si stima che centinaia di migliaia di pubblicazioni fabbricate inquinino la letteratura scientifica. Un&rsquo;analisi indica che circa il 2% di tutti gli articoli scientifici pubblicati nel 2022 potrebbe essere prodotto da <em>paper mills</em> (ne abbiamo già parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita/">qui</a>).</p>
<p>Se individuare questi articoli è difficile, arrivare alle società che li producono è ancora più difficile. È chiaro che la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa aggraverà il problema, fornendo più modi per produrre rapidamente testi e dati falsi in grado di eludere gli attuali metodi di rilevamento. Per questo diversi gruppi editoriali hanno costituto <a href="https://united2act.org/" rel="noopener">UNITED2ACT</a>, un gruppo internazionale che lavora per affrontare la sfida collettiva delle fabbriche di articoli nell&rsquo;editoria accademica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Per il diritto alla salute alimentare: l'esempio dello sportello di ascolto del Quarticciolo di Roma</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-salute-alimentare-lesempio-sportello-ascolto-quarticciolo-roma/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diritto-salute-alimentare-lesempio-sportello-ascolto-quarticciolo-roma/</guid><pubDate>Mon, 29 Jan 2024 10:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Camilla Orlandini</dc:creator><category>alimentazione</category><description>Nonostante il diritto alla salute alimentare sia prerogativa di chiunque, le disparità socioeconomiche rappresentano un fattore discriminante, sia in termini di disponibilità di risorse che di educazione alimentare. Nel quartiere popolare del Quarticciolo di Roma è nato uno sportello di ascolto nutrizionale gratuito gestito da nutrizionisti volontari che mettono a disposizione le proprie competenze affinché la salute alimentare torni a essere un bene comune. Natura morta con formaggio. Floris van Dyck, olio su tavola (1615)</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diritto-salute-alimentare-lesempio-sportello-ascolto-quarticciolo-roma-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diritto-salute-alimentare-lesempio-sportello-ascolto-quarticciolo-roma-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A via Ugento 30, nel quartiere popolare del Quarticciolo di Roma, c’è un posto in cui la scienza si siede e ascolta, e aiuta come può - e come deve - una collettività dimenticata, solo perché nata nella zona sbagliata della città. Una scienza accessibile e soprattutto gratuita, offerta dalle competenze di diversi nutrizionisti che ogni martedì dalle 18 alle 20 aprono lo sportello di ascolto nutrizionale dell’<a href="https://www.facebook.com/p/Ambulatorio-Popolare-Roma-Est-100089160566587/" rel="noopener">ambulatorio popolare di Roma est</a> “affinché di cibo si goda e non si soffra”. «Lo sportello nasce come un luogo di prevenzione delle patologie da cibo, come obesità e diabete, e monitoraggio del benessere delle persone» spiega Mauro Serafini, professore di nutrizione umana all’università di Teramo e ideatore del progetto: «ma l’obiettivo ultimo è quello di creare un punto di riferimento per le persone e la comunità, dove ricevere consigli e supporto nutrizionale».</p>
<p>L’idea nasce a cena. Qualche anno fa, durante uno dei banchetti sociali di FooDopia: Nutrire la ConoScienza, un progetto di comunicazione sulla salute alimentare, viene proposta la creazione di uno sportello di ascolto rivolto alle comunità della periferia, in grado di orientare e supportare i cittadini nelle scelte alimentari. </p>
<h2 id="anche-in-periferia-alimentazione-significa-prevenzione">Anche in periferia “alimentazione” significa “prevenzione” </h2><p>Che l’alimentazione e salute siano strettamente connesse è un dato di fatto: l’OMS annovera un&rsquo;alimentazione non sana e la mancanza di esercizio fisico tra i principali rischi globali per la salute. Eppure il diritto a una dieta bilanciata non è sempre garantito, sia in termini di disponibilità di risorse che di educazione nutrizionale, neanche a 7,8 chilometri dal Colosseo. Anche l’esistenza di un gradiente sociale di salute nelle città è risaputo; in particolare, secondo Carlo Saitto, autore del libro <em>La sanità non è sempre salute</em>, i dati mostrano come nelle periferie romane la probabilità di morire sia del 25% superiore ai quartieri centrali. Tra le molteplici cause, l’alimentazione gioca il suo ruolo; e non si tratta solo di food security, ovvero della “possibilità di accedere a cibo sufficiente per una vita sana” ma anche di educazione alimentare e interventi personalizzati. Basti pensare alla difficoltà ad accedere a una prima visita nutrizionale con il sistema sanitario nazionale o al costo della stessa nel privato. «È molto più facile scendere sotto casa, in un luogo che non faccia sentire malati, piuttosto che entrare nella complessità della visita nutrizionale in ambulatorio» evidenzia Serafini, e rendere un servizio facilmente accessibile è il primo passo per renderlo veramente utile. </p>
<h2 id="parola-chiave-cordialità-nutrizionale">Parola chiave: cordialità nutrizionale </h2><p>Ma anche lo sportello, informale e accessibile, deve fare i conti con la realtà. «La maggior parte delle persone che arriva mangia pochissima frutta e verdura, mentre mangia molti cibi ultra-processati e derivati animali, e l’esercizio fisico è quasi assente» spiega Serafini. «Chiedere a queste persone di sconvolgere da un giorno all’altro le proprie abitudini alimentari potrebbe risultare poco efficace, quindi quello che facciamo è dare dei consigli facilmente applicabili che avviino un percorso di cambiamento». L’approccio è quello di una “cordialità nutrizionale”, ovvero «Evitiamo di essere troppo rigidi o estremi. Chiaramente promuoviamo le classiche raccomandazioni per una sana alimentazione ma cerchiamo di adattarle al contesto che troviamo, considerando le diverse situazioni di partenza, non a caso il motto dello sportello è “affinché di cibo si goda e non si soffra”. È chiaro poi che non siamo un presidio ospedaliero, quindi se incontriamo persone con condizioni patologiche come il diabete, per esempio, le indirizziamo verso il sistema sanitario nazionale o centri specialistici». Lo sportello diventa quindi anche una prima linea di screening. </p>
<p>Basta mandare un’e-mail per prenotarsi a <a href="mailto:sportelloascoltonutrizionale@gmail.com">sportelloascoltonutrizionale@gmail.com</a> o presentarsi negli orari di apertura, poi si parte con l’ascolto: nella prima visita viene chiesto di compilare un questionario riguardo le abitudini alimentari, l’orario dei pasti, dove si fa la spesa e l’attività fisica. Poi si misurano la pressione, il metabolismo, la massa magra e la massa grassa e si controllano le analisi del sangue per avere un’idea del profilo lipidico e glicemico. Una volta chiara la situazione di partenza, i nutrizionisti individuano le priorità su cui intervenire e danno al paziente un referto con i dati e dei consigli. «Il primo consiglio è quasi sempre quello di aumentare la verdura e i cereali integrali, ma spesso si tratta solo di un problema di conoscenza: gli alimenti che fanno bene non sono necessariamente quelli che costano di più, o a volte non è chiara l’importanza di certi alimenti rispetto ad altri o i gruppi di appartenenza. Cerchiamo di indirizzare le persone verso alimenti salutari ma convenienti, verso un’alimentazione sana e implementabile nella vita di tutti i giorni».  </p>
<p>E i risultati dei follow-up confermano l’efficacia dell’approccio: «A fine visita, fissiamo un secondo appuntamento per monitorare la situazione e seguire i pazienti nel tempo. Alcuni non si presentano, è normale, ma molti invece tornano e tutti loro hanno migliorato il peso o altri parametri metabolici». Piano piano lo sportello sta costruendo una banca dati che restituisce una panoramica della situazione nutrizionale degli abitanti del quartiere, con l’idea, un giorno, di aprire altri luoghi del genere in città per creare un network di prevenzione sul territorio. </p>
<h2 id="costruire-una-rete-di-supporto-uno-sportello-alla-volta">Costruire una rete di supporto, uno sportello alla volta  </h2><p>L’iniziativa dello sportello è partita lo scorso maggio e all’inizio erano in tre: Mauro Serafini, Silvia Lisciani, ricercatrice del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e Raffaella Bravi, biologa nutrizionista. Con il tempo sono arrivati altri tre volontari, per un totale di sei specialisti, che a rotazione garantiscono un servizio continuativo. Lo sportello poi si inserisce in un progetto più ampio, come parte del nascente ambulatorio popolare di Roma est, un’iniziativa della casa di quartiere di via Ugento che, oltre alla nutrizione, si prende cura dei diversi aspetti del benessere degli abitanti, dall’ascolto psicologico alla tutela per il diritto alla casa, dall’ organizzazione di giornate di screening per il rischio cardiovascolare all’aiuto nella prenotazione di prestazioni sanitarie. L’obiettivo dei <a href="https://altreconomia.it/a-roma-ce-un-progetto-di-salute-comunitaria-per-il-quarticciolo/" rel="noopener">diversi comitati</a> di quartiere coinvolti in queste iniziative è quello di costruire una rete di supporto a cui i cittadini possano rivolgersi, secondo un principio di partecipazione e condivisione. «È soddisfacente» conclude Serafini. «Vedi che grazie alle tue competenze riesci ad aiutare le persone e divulgare conoscenza».</p>
<p>Morale della favola: in un mondo in cui l’obesità e il sovrappeso coinvolgono quasi il 30% della popolazione globale, l’educazione alimentare diventa una priorità, e deve imparare a calarsi in ogni contesto economico e sociale. In un’Italia poi con <a href="https://www.infodata.ilsole24ore.com/2023/10/25/nel-2022-e-cresciuta-in-italia-la-poverta-assoluta-in-larga-parte-a-causa-dellinflazione/?refresh_ce=1" rel="noopener">5,6 milioni</a> di persone sotto la soglia della povertà (dati al 2022), il fatto che queste iniziative di prevenzione rimangano esclusivamente a carico della buona volontà dei cittadini, di certo lascia da pensare.  Il logo dell’ambulatorio parla chiaro; accanto all’armadillo-dottore disegnato da Zerocalcare, c’è una scritta: “Quando ogni aspetto della vita ha un costo, promuovere una salute gratuita e accessibile a tutti/e non ha prezzo”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa ci insegna la catastrofe etica della medicina nazista</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-medicina-nazista/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-medicina-nazista/</guid><pubDate>Wed, 24 Jan 2024 09:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>pace</category><description>Un prigioniero di Dachau viene sottoposto a condizioni di pressione paragonabili a quelle che si trovano a 15.000 metri di altitudine nel tentativo di determinare se i piloti tedeschi potessero sopravvivere a quell&amp;amp;rsquo;altezza, Dachau 1942. Photo ID: 238.5.3-Brandt Case, Pros. Ex. 610.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-medicina-nazista-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-medicina-nazista-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La rivista <em>The Lancet</em> ha da poco compiuto 200 anni: la fondò, nel 1823, il farmacista e chirurgo ventisettenne Thomas Wakley, con l&rsquo;intento di estendere la conoscenza professionale dalla piccola cerchia di clinici che ne deteneva il monopolio a tutti i medici britannici della città, della campagna e delle colonie e di operare come un bisturi (<em>lancet</em>) per estirpare dalla medicina le credenze e le pratiche inefficaci e dalla sanità inglese la corruzione. </p>
<p>Due secoli di tempestiva narrazione di ogni progresso medico e chirurgico (dalla prima trasfusione del sangue alla scoperta dei vaccini contro il coronavirus) vengono ridotti, in puro stile britannico, a &ldquo;un buon inizio&rdquo;, <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2823%2902221-3/fulltext" rel="noopener">dall&rsquo;editoriale dell&rsquo;anniversario</a>, che rimarca, invece, che &ldquo;c&rsquo;è ancora tanto da fare&rdquo;. In ammenda del passato colonialista della rivista, ma non solo, Richard Horton (che la dirige dal 1995 e ha lavorato anche per l&rsquo;ONU e in <em>Physicians for Human Rights</em>) intende fare di <em>The</em> <em>Lancet</em> l&rsquo;alfiere della missione politica, oltre che scientifica, della medicina: &ldquo;<em>We are a mission-driven family. Much more than a collection of excellent journals: we have a unique commitment among medical journals to improving health, achieving health equity and advancing social justice</em>&rdquo;.</p>
<p>Con questo intendimento, a partire dal 2009, <em>The Lancet</em> ha creato 63 Commissioni (presentate su <a href="https://www.thelancet.com/lancet/commissions" rel="noopener">https://www.thelancet.com/lancet/commissions</a>), nelle quali <em>partner</em> di alto profilo accademico hanno approfondito, di volta in volta, temi globalmente sensibili e rilevanti nel campo della salute, con l’obiettivo di fornire raccomandazioni per cambiare la politica o la pratica sanitarie. </p>
<p>La penultima (novembre 2023) è <a href="https://www.thelancet.com/commissions/medicine-and-the-holocaust" rel="noopener"><em>la Lancet Commission on medicine, Nazism, and the Holocaust: historical evidence, implications for today, teaching for tomorrow</em></a>, costituita da un gruppo internazionale di venti esperti in vari campi, coordinati da Herwig Czech, docente di etica, collezioni e storia della medicina all&rsquo;Università di Vienna, da Sabine Hildebrandt, pediatra al Children’s Hospital e alla Harvard Medical School di Boston e da Shmuel P. Reis, del Centro di educazione medica dell&rsquo;Università Hadassah di Gerusalemme (Herwig Czech et al. The Lancet Commission on medicine, Nazism, and the Holocaust: historical evidence, implications for today, teaching for tomorrow. <a href="https://doi.org/10.1016/s0140-6736%2823%2901845-7" rel="noopener">Lancet 2023; 402: 1867-1940</a>). </p>
<p>La ragion d&rsquo;essere delle qualifiche dei tre copresidenti emerge nel corso della lettura (consigliabile per esteso) delle oltre 50 pagine del <em>dossier</em>, corredato da ben 878 voci bibliografiche.</p>
<p><em>Scienza in rete</em>, che si era interessata della complicità della classe medica nei crimini del nazismo già 10 anni fa (<a href="https://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/simonetta-pagliani/notte-della-medicina/gennaio-2014">La notte della medicina</a>), ripropone oggi l&rsquo;argomento, nella consapevolezza della sua persistente estraneità alla cultura dei giovani e, in particolare, di quelli  che si candidano a diventare medici o infermieri. </p>
<p>Il lavoro della Commissione <em>Lancet</em> è guidato dalla convinzione che introdurre nel <em>curriculum</em> universitario lo studio di questo frammento della Storia, come corso a sé stante (ne tengono uno all&rsquo;Università Autonoma di Madrid Esteban Gonzalez-López e Rosa Rios-Cortés) oppure con ore integrative nei corsi di bioetica, possa costituire l&rsquo;antidoto culturale a ogni pregiudizio o stereotipo di tipo razzista, favorendo la riflessione sul primato dei diritti della persona-paziente e la resistenza a future pressioni o tentazioni di natura finanziaria, accademica o politica che li compromettano.</p>
<p>L’etica medica non è universale, stabile e intrinseca alla deontologia professionale; anzi &ldquo;&hellip; è più fragile di quanto si possa credere, perché dipende dallo spirito culturale dell’epoca*** ***e dalle circostanze politico-sociali, che sono entrambi soggetti a cambiamenti&rdquo; (<a href="https://doi.org/10.7326/M16-2758" rel="noopener">Bruns F, Chelouche T. Lectures on inhumanity: teaching medical ethics in german medical schools under nazism. Annals of Internal Medicine 2017</a>).</p>
<p>Anche se altri luoghi e momenti storici hanno visto collaborazioni scellerate di operatori sanitari e regimi politici, il periodo nazista è l’esempio più estremo e meglio documentato di complicità medica in comportamenti criminali: nei 12 anni in cui il nazionalsocialismo fu al potere, la scienza, la medicina e le istituzioni di salute pubblica furono utilizzate per giustificare e attuare stermini di massa commissionati dallo stato. </p>
<p>Tali atrocità non furono perpetrate da singoli professionisti ideologicamente radicalizzati: com&rsquo;è ampiamente documentato, non solo gli operatori sanitari aderirono individualmente e volontariamente in gran numero (per il 50-65%, una percentuale molto più alta che in qualsiasi altra professione) al partito nazista e alle organizzazioni a esso affiliate, ma divennero strumenti del regime anche istituzioni accademiche statali, tra le più avanzate dell&rsquo;epoca. </p>
<h2 id="le-radici-del-male">Le radici del male</h2><p>Il primo conflitto mondiale aveva lasciato la Germania in una grande crisi economica, accompagnata da un senso di umiliazione nazionale (conseguente ai pesanti risarcimenti e alla perdita di territori tedeschi e di colonie imposti al paese sconfitto) e in una grave crisi sanitaria, che portò molti medici tedeschi ad avversare il governo democratico della Repubblica di Weimar e a simpatizzare per il partito nazionalsocialista, attratti sia dall&rsquo;agenda eugenetica sia dalla possibilità di ricavare un vantaggio dall&rsquo;estromissione dalla professione dei medici ebrei, che, nel censimento del giugno 1933, rappresentavano più del 10% dei 51.527 medici presenti in tutta la Germania e quasi il 40% dei 6.715 di Berlino.</p>
<p>Dal 1933, gli ebrei ebbero il divieto di ricoprire incarichi nel pubblico impiego; due anni dopo furono privati della cittadinanza tedesca e della possibilità di laurearsi e, infine, furono loro revocate le abilitazioni già in essere: dal 1938 nessun ebreo ebbe più il diritto di farsi chiamare medico. </p>
<p>Dopo l&rsquo;<em>Anschluss</em> (l&rsquo;annessione dell&rsquo;Austria alla Germania, nel marzo dello stesso anno), le misure antiebraiche portarono al licenziamento di oltre la metà dei membri della facoltà di Medicina dell&rsquo;Università di Vienna.</p>
<p>Dei medici ebrei censiti in Germania nel 1933, il 25% fu assassinato e circa due terzi lasciarono la Germania e l’Austria prima della guerra (principalmente verso gli Stati Uniti, la Palestina sotto mandato britannico e il Regno Unito), privati di ogni proprietà e sottomessi alla predatoria tassa sull&rsquo;espatrio (<em>Reichsfluchtsteuer</em>). Molti medici tedeschi approvarono il licenziamento e la persecuzione dei loro colleghi israeliti e di quelli politicamente dissidenti, dei quali occuparono senza remora alcuna il posto; molti contribuirono a preparare la legislazione sulla sterilizzazione forzata delle persone etichettate come geneticamente inferiori ed eseguirono la procedura su 310.000-350.000 di esse. Pochi rifiutarono di collaborare.</p>
<p>Il bandolo dell&rsquo;intricata matassa che ha legato la medicina al nazismo è l’ossessione razziale: Rudolf Hess definiva il nazionalsocialismo una &ldquo;biologia applicata&rdquo; e il ruolo della medicina era quello di purificare e rafforzare l’organismo nazionale tedesco (<em>Volkskörper</em>) per prepararlo alla sua missione storica di costruire un impero millenario. La radicale riorganizzazione del sistema sanitario pubblico mirava, quindi, alla tutela dell&rsquo;eredità e alla cura della razza (<em>Erb und Rassenpflege</em>) mediante l&rsquo;eliminazione sia dei tedeschi ritenuti di qualità genetica inferiore sia dei gruppi considerati una minaccia alla purezza di sangue della nazione. </p>
<p>Le Università furono poste sotto il controllo ministeriale del Reich che, nel 1939, rese obbligatorio per gli studenti di medicina il corso di etica medica (il primo al mondo, <em>sic</em>), il cui il libro di testo (<em>Ärztliche Rechts-Standeskunde</em> &ldquo;Diritto medico e salute&rdquo;) fu redatto dall&rsquo;acceso antisemita Rudolf Ramm (processato e fucilato dai sovietici nell’agosto del 1945) sul principio fondante che i singoli esseri umani avevano valore solo in una prospettiva di comunità, poiché lo sviluppo del <em>Volk</em> era prioritario su ogni altra istanza. Cominciarono, così, le sterilizzazioni forzate, il 50-60% delle quali fu giustificato dalla diagnosi, utilmente elastica, di &ldquo;debolezza mentale congenita&rdquo;; le decidevano i Tribunali per la salute ereditaria, dove i medici erano sia consulenti sia giudici. </p>
<p>Va, peraltro, ricordato che la teoria dell&rsquo;igiene della razza ebbe precorritori ed epigoni. Fu lo scienziato britannico Francis Galton, intorno al 1880, a definire &ldquo;eugenetica&rdquo; la valutazione della non idoneità all&rsquo;esistenza a vantaggio dell&rsquo;evoluzione della specie umana (distorcendo i concetti darwiniani di selezione e sopravvivenza del più adatto). Il <em>Francis Galton Laboratory for the Study of National Eugenics</em>, in seguito fondato come parte dell’Università di Londra, mantenne quel nome fino al 2013.</p>
<p>La soluzione eugenetica per sbarrare la strada a povertà, prostituzione e criminalità venne introdotta nella legislazione delle province canadesi dell&rsquo;Alberta e della Columbia Britannica, del cantone svizzero di Vaud e della Danimarca e plasmò i criteri di immigrazione negli Stati Uniti tra la fine de XIX e l&rsquo;inizio del XX secolo. Era sostenuta dal co-inventore del telefono Alexander Graham Bell, dal medico William Osler e dai vincitori del premio Nobel per la medicina Charles Richet, Alexis Carrel e Hermann J Muller. L’<em>American Eugenics Society</em> ha continuato a esistere fino a molto tempo dopo la fine della seconda guerra mondiale con proseguimento degli scambi con eugenetisti tedeschi. La stessa legge nazista sulla sterilizzazione del 1933 ricalcava, in parte, quella adottata per decenni negli Stati Uniti (dove portò alla sterilizzazione forzata di almeno 64.000 persone disabili) per poi divenire, a sua volta, modello per i provvedimenti eugenetici degli stati scandinavi e baltici.</p>
<h2 id="omicidi-di-massa">Omicidi di massa</h2><p>In Germania, il primo programma di omicidio di pazienti (agosto 1939) prese di mira i bambini con disabilità fino ai 3 anni, soppressi con barbiturici a migliaia in reparti speciali. Nel 1941, il limite di età fu innalzato a 16 anni. Seguì il programma di sterminio sistematico dei disabili mentali con il gas, denominato <em>Aktion T4</em> (dall&rsquo;indirizzo Berlin Tiergartenstrasse 4 del suo quartier generale segreto) e autorizzato in via extralegale da Hitler, tramite il suo medico personale Karl Brandt, per riservare ogni risorsa medica ed economica allo sforzo bellico. Nessuno psichiatra fu costretto a partecipare al programma; opportunismo e convinzione personale fornirono le motivazioni per cooperare. </p>
<p>Furono trasformate in centri di sterminio un’ex prigione nel Brandeburgo e cinque strutture psichiatriche nel territorio tedesco esteso (Grafeneck, Hartheim, Pirna-Sonnenstein, Hadamar e Bernburg), in ciascuna delle quali lavoravano più di 50 tra medici, infermieri, impiegati, autisti, guardie di sicurezza e &ldquo;disinfettatori&rdquo; (che cremavano i corpi). Stando ai registri del programma, più di 70.000 degenti psichiatrici furono uccisi con monossido di carbonio, tra il gennaio 1940 e l&rsquo;agosto 1941, data in cui Hitler decise di sospendere i trasporti verso i centri di sterminio T4, per non alienarsi il sostegno pubblico durante l&rsquo;impegnativa guerra contro l&rsquo;Unione Sovietica. Gli anomali decessi di pazienti psichiatrici in buona salute, infatti, non erano sfuggiti alle famiglie e alle chiese e, a Vienna, il vescovo cattolico von Galen li aveva denunciati in un veemente sermone del 3 agosto 1941. </p>
<p>Le fini premature dei malati psichiatrici ripresero a lasciare provvidenzialmente liberi i letti per pazienti più &ldquo;meritevoli di cure&rdquo; nel 1943, quando i bombardamenti delle città tedesche distrussero molti ospedali.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th style="text-align:left">Omicidi programmati</th>
      <th style="text-align:left">Periodo</th>
      <th style="text-align:left">Metodi</th>
      <th style="text-align:left">Autori</th>
      <th style="text-align:left">Vittime*</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td style="text-align:left">massacri di pazienti nei territori dell&rsquo;est</td>
      <td style="text-align:left">1939-45</td>
      <td style="text-align:left">armi da fuoco, esplosivi, gas</td>
      <td style="text-align:left">unità speciali SS</td>
      <td style="text-align:left">40.000 internati in istituti psichiatrici</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">programma di eutanasia infantile</td>
      <td style="text-align:left">1939-45</td>
      <td style="text-align:left">deprivazione di cibo e cure, overdosedi farmaci</td>
      <td style="text-align:left">personale sanitario</td>
      <td style="text-align:left">10.000 bambini disabili mentali</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Aktion T4</td>
      <td style="text-align:left">1939-41</td>
      <td style="text-align:left">gas</td>
      <td style="text-align:left">personale sanitario</td>
      <td style="text-align:left">70.000 pazienti psichiatrici</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">omicidi decentrati e Aktion Brandt</td>
      <td style="text-align:left">1939-45</td>
      <td style="text-align:left">deprivazione di cibo e cure, overdosedi farmaci</td>
      <td style="text-align:left">personale sanitario</td>
      <td style="text-align:left">120.000 pazienti psichiatri e lavoratori forzati</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">Aktion 14F13</td>
      <td style="text-align:left">1941-43</td>
      <td style="text-align:left">gas</td>
      <td style="text-align:left">personale sanitario</td>
      <td style="text-align:left">10.00 internati nei campi inabili al lavoro</td>
    </tr>
    <tr>
      <td style="text-align:left">* Non è noto il numero di pazienti, lavoratori forzati e prigionieri uccisi nei territori dell&rsquo;Unione Sovietica occupati dalla Germania</td>
      <td style="text-align:left"></td>
      <td style="text-align:left"></td>
      <td style="text-align:left"></td>
      <td style="text-align:left"></td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Il primo programma di sterminio di massa sistematico associato al sistema dei <em>lager</em> fu <em>l&rsquo;Aktion 14f13</em>, il cui nome deriva dai riferimenti del fascicolo in uso all&rsquo;Ispettorato dei campi di concentramento, per indicare la morte nel campo (14f) e mediante gassazione (13). I registri dei trasporti da Sachsenhausen, Buchenwald e Auschwitz dimostrano che, in un primo tempo, i detenuti dei campi di concentramento ritenuti inabili al lavoro furono soppressi a Pirna-Sonnenstein, Bernburg e Hartheim come parte dell&rsquo;<em>Aktion 14f13</em>, poiché nel 1941 non tutti i campi avevano ancora camere a gas proprie; già alla fine di luglio di quell&rsquo;anno, la gassazione di massa di quasi 600 detenuti direttamente nel campo di concentramento di Auschwitz segnò il passaggio alla definitiva dimensione del crimine. </p>
<p>Esistono collegamenti stretti, anche se non lineari, tra i programmi di omicidio di pazienti e quelli di sterminio sistematico degli ebrei europei, come dimostra il trasferimento di 90 membri del personale dall&rsquo;<em>Aktion T4</em> nei tre campi di Bełżec, Sobibor e Treblinka, per condurre la cosiddetta <em>Aktion</em> <em>Reinhard</em>, nella quale tra il luglio 1942 e l&rsquo;ottobre 1943 furono sterminati circa 1,7 milioni di ebrei e 50.000 rom, oltre a un numero ignoto di prigionieri di guerra sovietici (che, nei vari campi tedeschi, morirono in circa 3 milioni). </p>
<h2 id="chi-espiò">Chi espiò?</h2><p>I resoconti delle &ldquo;eutanasie&rdquo; erano arrivati agli Stati Uniti già nei primi mesi del 1941 e quelli delle uccisioni sistematiche degli ebrei apparvero sui giornali palestinesi il 23 novembre 1942.</p>
<p>A guerra finita, la complicità con i nazisti delle <em>élite</em> scientifiche e della classe medica, emersa anche grazie alle testimonianze dei sopravvissuti dei campi e dei ghetti, venne giudicata in vari processi. Il primo di quelli per gli omicidi di pazienti fu celebrato nell&rsquo;ottobre del 1945 a Wiesbaden davanti a un tribunale militare statunitense, ma dal 1946 il perseguimento degli omicidi dell&rsquo;<em>Aktion T4</em> fu delegato ai tribunali tedeschi (Francoforte nel 1947 e Tubinga nel 1949), perché i sei centri di sterminio T4 erano localizzati sul territorio germanico o austriaco e le vittime erano, per la maggior parte, cittadini tedeschi non ebrei. Dopo la fondazione della Repubblica federale tedesca nel 1949, le eventuali condanne a morte furono commutate in ergastolo e, complice l’inizio della guerra fredda, le pene detentive furono gradualmente ridotte: l&rsquo;ultimo dei carnefici condannati fu rilasciato dal carcere nel 1954. </p>
<p>In Austria, le sentenze furono severe nell&rsquo;immediato dopoguerra, con cinque condanne a morte (due eseguite), ma, dopo il 1948, raramente portarono a condanne; le sentenze già emesse beneficiarono di ondate successive di amnistie. Dopo il 1949, solo la Francia, tra gli alleati occidentali, perseguì i crimini di guerra medici: in un processo del 1952 contro il personale di Natzweiler-Struthof, unico campo di concentramento nazista in territorio francese, un tribunale militare condannò i medici Otto Bickenbach ed Eugen Haagen ai lavori forzati a vita. Tre anni dopo, entrambi furono rilasciati e tornarono in Germania, dove ripresero a praticare la professione. </p>
<p>Il più noto tra i processi ai medici fu istruito a Norimberga il 9 dicembre 1946, in appendice ai dodici dibattimenti tenuti dal Tribunale militare internazionale dal 20 novembre 1945 al primo di ottobre 1946: le testimonianze delle vittime e dei carnefici non avevano lasciato dubbi - scrive Paul Weindling, storico della medicina a Oxford - che l&rsquo;apparato sanitario fosse stato &ldquo;una componente dei genocidi nazisti, dato il coinvolgimento medico nelle camere a gas, nella guerra chimica, nella sterilizzazione, nell’eutanasia, negli esperimenti umani e nei piani per sradicare i degenerati razziali”. Il processo specifico vide imputati solo 20 medici e tre amministratori e la sua portata limitata fece a malapena intravvedere l&rsquo;entità dei delitti perpetrati. </p>
<p>La sterilizzazione forzata fu minimizzata, sia perché all’epoca era legale in altri paesi, compresi molti degli Stati Uniti, sia grazie ai buoni rapporti scientifici internazionali degli eugenetisti tedeschi; alcuni dei più famigerati criminali erano morti o in fuga (Josef Mengele, tra questi); pochi furono i medici condannati e molti continuarono la loro carriera clinica o accademica in entrambe le Germanie, nonostante l’impegno ufficiale alla denazificazione. </p>
<p>D&rsquo;altronde, così come è raffigurata dall&rsquo;iconografia classica, con la spada in una mano e la bilancia nell&rsquo;altra, la Giustizia contempera il peso dei delitti con l&rsquo;affermazione delle armi, essendo sempre stata e sempre tendendo a essere giustizia dei vincitori. Le ragioni dell&rsquo;esiguità delle punizioni furono sia &ldquo;tattiche&rdquo; (la rimozione delle persone politicamente compromesse contrastava con la necessità di mantenere in funzione il sistema sanitario in un paese al collasso) sia &ldquo;strategiche&rdquo;: gli Stati Uniti valutarono utili le conoscenze scientifiche acquisite nella Germania nazista, anche in funzione anti sovietica. </p>
<p>I dati provenienti dagli esperimenti di Dachau sull&rsquo;altitudine e sull&rsquo;ipotermia, raccolti per il dibattimento da Leo Alexander, consulente capo del Processo dei medici di Norimberga, furono passati all&rsquo;industria aeronautica americana e Hubertus Strughold, fisiologo al servizio di Herman Goring, nel 1947 trasferì la sua carriera nel programma spaziale degli USA, che lo acclamarono &ldquo;padre della medicina spaziale&rdquo;. Solo dopo la sua morte (a 88 anni) i media svelarono il ruolo da lui avuto negli esperimenti condotti a Dachau, durante i quali i prigionieri venivano immersi in acqua gelata, tenuti in camere iperbariche, costretti a consumare acqua di mare e sottoposti a interventi chirurgici esplorativi senza anestesia. </p>
<p>Degli esperimenti nei campi di concentramento, alcuni, come quelli condotti da Josef Mengele ad Auschwitz, divennero noti, ma la documentazione complessiva circa lo scopo, i carnefici e il numero di vittime, cominciò a comporsi solo nel 2010, quando Paul Weindling istituì il progetto internazionale che ha raccolto un <em>database</em> di 28.655 vittime sottoposte dai nazisti a 359 diversi esperimenti, molti dei quali su bambini. Questa banca dati sarà pubblicata entro il 2024 dalla Leopoldina, l&rsquo;Accademia nazionale tedesca delle scienze (<a href="http://onlinelibrary.wiley.com/authored-by/Weindling/Paul" rel="noopener">Weindling Paul</a>. Painful and sometimes deadly experiments which Nazi doctors carried out on children. <a href="https://doi.org/10.1111/apa.16310" rel="noopener">Acta Pediatrica 24 February 2022</a>). </p>
<p>Gli obiettivi degli esperimenti erano il sostegno allo sforzo bellico, il raggiungimento dell’autarchia economica, l’espansione spaziale verso est e la costruzione di una razza ariana sana e forte. I conseguenti campi d&rsquo;indagine includevano la fisiologia delle condizioni estreme, la prevenzione e la gestione delle epidemie, gli effetti delle armi chimiche, la resistenza a ferite infette, la riproduzione umana e i metodi di sterilizzazione di massa, la genetica e la biologia ereditaria (la cosiddetta medicina razziale). </p>
<p>Quando individuati, i prigionieri esperti erano obbligati a collaborare: uno di questi fu il microbiologo Ludwig Fleck, deportato ad Auschwitz all&rsquo;inizio del 1943, che lavorò nel laboratorio dell&rsquo;Istituto d&rsquo;igiene delle Waffen-SS a Buchenwald per testare sugli internati l&rsquo;efficacia di vaccini sperimentali contro il tifo petecchiale (uguali esperimenti furono condotti anche ad Auschwitz, Natzweiler e Ravensbrück con l&rsquo;avallo e la collaborazione di istituti di ricerca medica civile e dell&rsquo;industria farmaceutica). Fleck sopravvisse, scrisse uno dei primi resoconti della sperimentazione medica forzata nei campi e nel 1948 testimoniò al processo di Norimberga contro l&rsquo;IG Farben (la ditta chimica produttrice dello Zyklon B). </p>
<p>Come parte del verdetto finale del processo, erano state emesse raccomandazioni per la futura ricerca sugli esseri umani (note come Codice di Norimberga) e nel 1946 era stata fondata, con il compito di implementarle, la <em>World Medical Association</em> (WMA) che, però, già nella sua Dichiarazione di Helsinki del 1964, su pressioni dell’<em>American Medical Association</em> e dell’industria farmaceutica, depotenziò il principio del consenso informato formulato a Norimberga, che avrebbe ostacolato la ricerca. La WMA, inoltre, deve ancora rendere conto del sostegno dato a Hans-Joachim Sewering per ottenere la presidenza dell&rsquo;Associazione medica tedesca (<em>Bundesärztekammer</em>) nel 1992, dopo che le indagini avevano già rivelato che egli era stato un membro delle SS, reo, tra l&rsquo;altro, dell&rsquo;eliminazione di 900 bambini e ragazzi disabili.</p>
<h2 id="uneredità-insanguinata">Un&rsquo;eredità insanguinata</h2><p>Tutti i progressi del sapere medico hanno una storia e la Commissione <em>Lancet</em> è convinta che gli operatori sanitari debbano conoscere le origini del loro sapere disciplinare.</p>
<p>Dal gran numero di cadaveri prodotti dal nazismo trassero vantaggio tutti gli anatomisti tedeschi, che li usarono per i corsi di dissezione e per sviluppare quelle conoscenze anatomiche delle quali si sono avvalsi i chirurghi di tutto il mondo occidentale. Le immagini dell&rsquo;atlante di anatomia Pernkopf sono basate sui corpi di oltre 1.377 persone giustiziate (per lo più per attività di resistenza) nel sistema carcerario di Vienna dai militari o dalla polizia segreta, tra il 1938 e il 1945. I disegni, spesso firmati con l&rsquo;aggiunta di una svastica, sono stati copiati in molte pubblicazioni post belliche e l’atlante è stato ritirato dal mercato solo nel 1998, in seguito a un rapporto dell&rsquo;Università di Vienna. Inaspettatamente, nel dibattito sulla liceità d&rsquo;uso delle immagini Pernkopf, riemerso nel 2016, il rabbino Joseph Polak, sopravvissuto alla Shoah, ha sostenuto che, una volta rivelata la verità sull&rsquo;origine dei disegni in ossequio alla dignità dei morti, l&rsquo;atlante vada salvaguardato, perché la sua utilità medica e chirurgica è in linea con il principio del <em>pikuach nefesh</em> (שפנ חוקפ), secondo il quale la preservazione della vita umana supera qualsiasi altra considerazione. </p>
<p>Accanto a eponimi di malattie che rimandano a scienziati che divennero vittime del nazismo (Frey, Niemann-Pick, Ellis-van Creveld), altri ricordano i nomi di medici criminali, come Wegener, Reiter, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/disturbi-dello-spettro-autistico-facciamo-punto/simonetta-pagliani/2023-06-28">Asperger</a>: la discussione, ancora in essere, divide chi ritiene sia necessario abbandonarne l’uso e chi sostiene che cambiare i nomi delle patologie comporterebbe la perdita di un&rsquo;opportunità d&rsquo;insegnamento della storia della medicina.</p>
<p>Anche le raccolte di resti umani delle Università tedesche hanno a lungo incluso quelli di vittime del nazismo: i campioni cerebrali continuarono a essere utilizzati, decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, per le pubblicazioni scientifiche di Julius Hallervorden, Berthold Ostertag, Hans Joachim Scherer e Heinrich Gross. Quest&rsquo;ultimo, coinvolto nell&rsquo;uccisione con barbiturici di 789 bambini perpetrata dal 1940 al 1945 all&rsquo;Am Spiegelgrund di Vienna nell&rsquo;ambito del programma di &ldquo;eutanasia&rdquo; infantile, agli inizi degli anni &lsquo;50 del secolo scorso fece della collezione di cervelli di quell&rsquo;Istituto la base della sua carriera di neuropatologo. Il sistema giudiziario austriaco l&rsquo;accusò di omicidio solo nel 2000, quando Gross era troppo vecchio per sostenere un processo (morì centenario). I resti delle vittime dello Spiegelgrund furono sepolti nel 2002 in una tomba onoraria nel cimitero centrale di Vienna. </p>
<p>Negli anni 80 del secolo scorso, il giornalista Götz Aly allertò il pubblico sulla provenienza di molti dei vetrini cerebrali conservati presso l&rsquo;Istituto Max Planck di Francoforte (che ne organizzò una sepoltura frettolosa); nel 2016, però, furono scoperti tessuti umani di vittime del nazismo anche presso l’archivio del Max Planck di Berlino. Quando il suo presidente, Hubert Markl, a titolo di scusa s&rsquo;impegnò a istituire un programma per ricostruire il ruolo dell&rsquo;Istituto (che allora si chiamava &ldquo;Kaiser Wilhelm&rdquo;) durante il nazionalsocialismo, Eva Mozes Kor (1934–2019), una sopravvissuta tra i gemelli di Mengele, commentò: &quot; Io non ho la procura di nessuno per perdonare e voglio ricordare che il perdono cancella la memoria&hellip; Voi, attuali capi della Società Max Planck, volete chiarire i crimini nazisti, ma poi forse dimenticare. Noi ricorderemo comunque. Voi dimenticherete comunque?&rdquo;</p>
<p>Anche l&rsquo;ammissione del coinvolgimento sostanziale degli psichiatri nei crimini nazisti fu molto tardiva: solo nel 2010 si scusò con i parenti delle vittime Frank Schneider, presidente dell&rsquo;Associazione tedesca di psichiatria (della quale ex consulenti del T4 continuavano a essere membri onorari). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/cosa-ci-insegna-catastrofe-etica-medicina-nazista-body-1.jpg.webp" alt="Raccolta di cervelli di bambini uccisi allo Spiegelgrund, Vienna. La foto è stata scattata nel 2002" width="512" height="384" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Raccolta di cervelli di bambini uccisi allo Spiegelgrund, Vienna. La foto è stata scattata nel 2002, in un seminterrato dell&rsquo;ospedale psichiatrico Otto Wagner di Vienna. Photo credit: Media Wien.</p>

<h2 id="cè-qualcosa-da-imparare">C&rsquo;è qualcosa da imparare?</h2><p>Secondo gli studiosi della Commissione <em>Lancet</em>, si può imparare da questa fetta di Storia solo se si abbandona il presupposto che i medici che collaborarono con il regime nazista fossero mostri: erano, altresì, persone con caratteristiche psicologiche condivise con il resto dell’umanità e con convinzioni scientifiche e obiettivi di carriera largamente diffusi, che agivano in un sistema politico estremo. Il tipo di medicina che essi esasperarono era il frutto marcio della cosiddetta &ldquo;rivoluzione del laboratorio&rdquo; che dalla metà del 1800 spostò l’attenzione dei medici dalla persona malata al malfunzionamento dei suoi processi biologici e strutturò sempre più l’assistenza sanitaria e la ricerca in istituzioni complesse, con un elevato grado di divisione del lavoro. Da un lato, essa consentì rapidi progressi delle conoscenze biomediche e degli interventi terapeutici e preventivi, dall&rsquo;altro mise in una prospettiva riduzionista i malati e la loro sofferenza: la &ldquo;distanza professionale&rdquo;, necessaria affinché i medici possano osservare e curare oggettivamente i malati, se non bilanciata dall’empatia, può trasformarsi in disumanizzazione. </p>
<p>La ricerca clinica, in particolare, è intrinsecamente associata a potenziali conflitti tra la tensione alla conoscenza e la protezione dei diritti fondamentali di chi è soggetto alla sperimentazione; l’arroganza della medicina è un rischio costante, soprattutto via via che questa aumenta d&rsquo;efficacia e che la forbice del potere nella relazione medico-paziente si allarga.</p>
<p>Una Commissione <em>Lancet</em> del 2010 sull&rsquo;educazione medica aveva individuato tre livelli successivi di apprendimento: l’apprendimento informativo è l’acquisizione di conoscenze e competenze con lo scopo di diventare esperti; l’apprendimento formativo è la condivisione di valori identitari con lo scopo di diventare professionisti; l’apprendimento trasformativo è lo sviluppo di capacità direttive con lo scopo di diventare agenti di cambiamento, aumentando la propria consapevolezza morale, la sensibilità alle sfumature e al contesto e l’umiltà professionale. </p>
<p>Questa Commissione <em>Lancet</em> ritiene che la formazione di professionisti sanitari moralmente coraggiosi e resilienti, attrezzati per affrontare le sfide deontologiche attuali e future e per diventare “agenti di democrazia” possa essere favorita dalla riflessione critica sui passati fallimenti etici. </p>
<p>Un medico, esemplificano gli estensori del <em>dossier</em>, può essere accettabilmente bravo senza una conoscenza dettagliata della fisiologia e della biochimica alla base di ogni condizione, ma per migliorare la pratica in corso, invece di limitarsi a replicarla, la conoscenza delle scienze di base è essenziale; allo stesso modo, un medico può agire in modo corretto senza sapere come i valori cui s&rsquo;ispira siano nati e siano stati modificati nel passato, ma per difendere l&rsquo;etica quando è necessario o sfidarla quando è appropriato, la conoscenza storica è cruciale.</p>
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