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Open access: l'esempio dell’Università degli Studi di Milano

Qualcosa si sta muovendo a favore dell'Open Access (OA), che riduce i costi e rende accessibile il sapere veicolato dalle riviste. Oltre alle indicazioni che provengono dall’Europa, va segnalato un decreto annunciato dal ministro Fioramonti che sembra voler ammettere alla nuova Valutazione della qualità della ricerca (VQR) solo gli atenei in regola con l’OA. E c’è già chi si sta preparando: è il caso dell’Università degli Studi di Milano che si è da tempo dotata di una piattaforma di riviste Open Access, liberamente accessibili a lettori, autori e comitati editoriali. Le riviste (attualmente 41) hanno generato circa 70.000 download al mese di traffico culturale, che a sua volta promuove contatti e citazioni, e stimola gli autori a scrivere senza nessun costo di iscrizione e pubblicazione. Per il momento le riviste open sono quasi esclusivamente umanistiche, anche per la difficoltà di “liberare” le riviste STEM, legate a editori internazionali che richiedono abbonamenti per un totale di circa 80 milioni di euro l’anno per gli atenei italiani (nostra stima su dati CRUI).

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L’Open Science è una delle grandi sfide del mondo della ricerca. A oggi il modello prevalente è quello commerciale: gli editori, garanti della qualità, ricevono gli articoli, li sottopongo a revisione, li pubblicano, il lettore se li vuole leggere li compera. Il problema è che gran parte della ricerca è finanziata da soldi pubblici, quindi ci si chiede perché i lettori/cittadini dovrebbero pagare per leggere quello che in qualche modo hanno già pagato.