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Etologia

Il gioco di lotta come sostituto di una vera aggressione

Nella letteratura scientifica, il comportamento di gioco è tendenzialmente associato a una condizione positiva: ma un nuovo studio condotto nei maialini prima dello svezzamento suggerisce che possa, in realtà, fare da sostituto di una vera interazione aggressiva. Ci sarebbe, insomma, un “lato oscuro” del gioco, che si associa anche a mood negativi.

Crediti immagine: Marek Piwnicki/Unsplash

Se pensiamo al gioco, tra noi come tra gli altri animali, tendiamo ad associarlo a una situazione piacevole. La stessa associazione la fa anche, in genere, la letteratura scientifica: nei molti lavori dedicati al gioco tra gli animali non umani, infatti, questo è visto come un comportamento che a sua volta favorisce i comportamenti affiliativi e grazie al quale, quindi, si rinforzano i legami sociali. Ma il gioco potrebbe avere anche un altro ruolo, associato a situazioni meno positive?

Scimpanzé, gruppo in cui sei socialità che trovi

La prosocialità, cioè i comportamenti che favoriscono altri individui, non era stata dimostrata con chiarezza negli scimpanzé. Uno studio recentemente pubblicato su Science Advances mostra come, tenendo conto dell’aspetto ecologico, questa specie abbia in effetti comportamenti prosociali, ma che variano a seconda del gruppo: un aspetto richiede di considerare anche gli aspetti culturali della prosocialità ed evidenzia l’importanza di indagare le ragioni alla base del comportamento stesso.

Crediti immagine: Rishi Ragunatha/Unsplash

Sono molte le caratteristiche comportamentali e le abilità che a lungo abbiamo ritenuto essere proprie esclusivamente della nostra specie. La capacità di usare gli strumenti, per esempio, osservata in una varietà di specie, dagli elefanti ai corvidi; la condivisione di una cultura all’interno di un gruppo, come visto in alcune specie di megattere, negli elefanti e in alcuni primati; o ancora la capacità di attribuire stati mentali ad altri individui.

Richiami d'allarme, se gli uccelli evitano di diffondere fake news

Uno studio recentemente pubblicato su Nature mostra come il Sitta canadensis, o picchio muratore pettofulvo, sia in grado di discriminare la fonte da cui proviene l'informazione riguardo la possibile presenza di un predatore. Se è diretta, ossia gli uccelli avvertono proprio il richiamo del predatore, mettono in atto decise risposte di mobbing. Ma se invece è un "sentito dire", ossia se l'allarme proviene da un'altra specie di uccelli, la risposta è solo una via di mezzo: insomma, fanno attenzione, ma evitano di diffondere un allarme che potrebbe essere ingiustificato.
Crediti immagine: pbonenfant/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0

E se gli uccelli evitassero le fake news meglio di noi? Mentre i social network inventati dalla nostra specie fanno da cassa di risonanza per le notizie più improbabili, il "Twitter naturale" - in altre parole, il cinguettio di alcuni uccelli - dimostra di essere perfettamente in grado di discriminare i segnali di allarme a seconda della fonte da cui provengono. E reagire di conseguenza, senza sovra- o sottostimare una potenziale minaccia, come dimostra uno studio recentemente pubblicato su Nature.

Se il lupo riporta la palla

La capacità dei cani d'interpretare i segnali di comunicazione umani, come l'incitamento a riportare un oggetto, è solitamente considerata un effetto della domesticazione. Uno studio recentemente pubblicato su iScience, però, riporta che anche i cuccioli di lupo possono (seppur di rado) decidere di riportare una pallina da tennis che viene loro lanciata. I risultati del lavoro suggeriscono che questa capacità sia già presente nei lupi e abbia rappresentato un target per la pressione selettiva durante il corso del processo di domesticazione.
Crediti immagine: Christina Hansen Wheat

"Dai, su, riportala qui!": tutti ogni tanto proviamo a lanciare una pallina (o un bastoncino, o un peluche...) a un cane. C'è chi la ignora, magari perché ha di meglio da fare, chi le corre dietro ma poi non la riporta, e chi invece torna soddisfatto dal suo essere umano, stringendo in bocca l'oggetto del gioco.

Lo sbadiglio del leone marino

Così quotidiano che di rado ci interroghiamo su di esso, lo sbadiglio in realtà ha ancora molti misteri per scienziati: tutto ciò che sappiamo, almeno per quanto riguarda lo sbadiglio spontaneo, è che nell'essere umano e negli altri primati è associato al ritmo sonno-veglia e agli stati di ansia; nelle specie con dimorfismo nella dimensione dei canini, inoltre, è indice di un arousal aggressivo. E ora, un nuovo studio evidenzia come lo sbadiglio spontaneo si presenti nelle stesse condizioni anche in un gruppo completamente diverso, quello dei leoni marini.
Crediti immagine: Reinhard Jahn/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 2.0 Germany

Sbadigliare non è certo solo umano. Sbadigliano, anzi, quasi tutti i vertebrati, pesci compresi. Di questo comportamento così ampiamente diffuso in natura e così apparentemente banale non conosciamo i meccanismi: alcune teorie suggeriscono che possa, ad esempio, abbassare la temperatura cerebrale, ma non c'è nulla di dimostrato.

Corvidi, il controllo volontario della vocalizzazione

Una cornacchia nera (Corvus corone) mentre emette una vocalizzazione. Crediti: Tobias Macht

Un nuovo studio indaga la capacità dei corvidi di controllare volontariamente la vocalizzazione, che in questi uccelli è estremamente elaborata e ha un ruolo fondamentale nella comunicazione. I ricercatori hanno addestrato alcune cornacchie nere a emettere una vocalizzazione in risposta a uno stimolo visivo, dimostrando che è sotto il controllo volontario: tale risultato, oltre a confermare quanto sia sofisticato il sistema cognitivo dei corvidi, permette di comprendere meglio l'evoluzione del controllo vocale