<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Scienza in rete</title><link>https://www.scienzainrete.it/</link><description>Ultimi articoli pubblicati su Scienza in rete</description><generator>Hugo</generator><language>it-IT</language><lastBuildDate>Fri, 23 Oct 2026 10:37:00 +0200</lastBuildDate><item><title>Come piccole modifiche possono potenziare l’RNA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piccole-modifiche-possono-potenziare-lrna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piccole-modifiche-possono-potenziare-lrna/</guid><pubDate>Fri, 23 Oct 2026 10:37:00 +0200</pubDate><category>ricerca-scientifica</category><description>Due piccole modifiche chimiche possono rendere un RNA catalitico fino a quindici volte più efficiente. Ma come è possibile che un cambiamento così limitato produca un effetto tanto rilevante? La ricercatrice del CNR Alessandra Magistrato racconta insieme a Francesca Zavino come simulazioni molecolari e dati sperimentali abbiano permesso di ricostruire il meccanismo alla base dell’attività del ribozima MTR1, mostrando il ruolo decisivo della flessibilità e dei movimenti dell’RNA.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piccole-modifiche-possono-potenziare-lrna-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piccole-modifiche-possono-potenziare-lrna-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La funzione di una molecola non dipende soltanto dalla sua composizione, ma anche dalla forma che riesce ad assumere e dalla sua flessibilità. Nel caso dell’RNA, piccole modifiche chimiche possono influenzare questo equilibrio e avere effetti importanti sulla sua attività.</p>
<p>È quello che accade a MTR1, un tipo di RNA la cui attività può aumentare fino a quindici volte grazie a due piccole modifiche chimiche. Un effetto già noto, ma di cui finora non era stato compreso nel dettaglio il meccanismo.</p>
<p>Capire perché ciò avvenga significa osservare da vicino e constatare una caratteristica fondamentale dell’RNA: il rapporto strettissimo tra struttura, flessibilità e funzione. Questa comprensione può offrire indicazioni sia per progettare catalizzatori a RNA più efficienti sia per capire meglio quale ruolo queste molecole potrebbero aver avuto nelle prime fasi dell’evoluzione della vita.</p>
<h2 id="quando-lrna-diventa-un-catalizzatore">Quando l’RNA diventa un catalizzatore</h2><p>Siamo abituati a pensare all’RNA soprattutto per il suo ruolo nell’espressione dell’informazione genetica. Le sue funzioni, però, sono molto più ampie. Alcune molecole di RNA, chiamate ribozimi, sono infatti capaci di catalizzare reazioni chimiche, svolgendo una funzione analoga a quella degli enzimi, i più noti catalizzatori biologici.</p>
<p>I ribozimi presenti in natura catalizzano un insieme relativamente limitato, sebbene fondamentale, di reazioni. Tuttavia, in laboratorio, attraverso tecniche di selezione e progettazione, è però possibile sviluppare ribozimi artificiali capaci di promuovere trasformazioni chimiche diverse. Tra questi vi è MTR1, un ribozima metiltransferasi artificiale in grado di modificare l’RNA in un punto specifico, trasferendo un gruppo metile a una base nucleotidica chiamata adenosina.</p>
<p>Progettare ribozimi artificiali efficienti rimane tuttavia una sfida. Per farlo non basta sapere quali componenti prendano parte alla reazione: occorre capire anche come la struttura tridimensionale della molecola e i suoi movimenti contribuiscano ne modulino l’attività catalitica.</p>
<h2 id="due-piccole-modifiche-un-effetto-molto-grande">Due piccole modifiche, un effetto molto grande</h2><p>MTR1 offre un caso particolarmente interessante per studiare questo rapporto. Studi precedenti avevano mostrato che l’introduzione di due gruppi 2’-O-metile sugli zuccheri di due nucleotidi che delimitano il sito attivo del ribozima, cioè la regione in cui avviene la reazione chimica, aumenta la velocità della reazione di circa quindici volte.</p>
<p>L’aggiunta di gruppi metile è una modifica chimica molto piccole. Un gruppo metile è infatti costituito da un atomo di carbonio legato a tre atomi di idrogeno. Eppure, l’introduzione di questi due gruppi in posizioni precise di MTR1 produce un effetto molto rilevante sulla sua attività catalitica.</p>
<p>Sapevamo che queste modifiche funzionavano, ma non perché: la risposta era nei movimenti dell’RNA.</p>
<p>Per comprendere l’effetto di tali piccole modifiche, infatti, abbiamo studiato la reazione catalizzata da MTR1 su scala atomistica, combinando simulazioni di dinamica molecolare classica e metodi quantistico-classici con informazioni strutturali sperimentali. Questo approccio ci ha permesso di osservare sul computer, come una sorta di microscopio computazionale, il comportamento di MTR1 durante la sua attività, seguendo il movimento dei singoli atomi e visualizzando direttamente gli effetti indotti dall’introduzione dei due gruppi metile.</p>
<p>Le simulazioni hanno mostrato che questi gruppi non intervengono direttamente nella reazione chimica. Il loro effetto riguarda invece il modo in cui il ribozima si muove e mantiene la propria struttura tridimensionale.</p>
<p>L’RNA, infatti, non è una struttura rigida e immobile. È una molecola dinamica, le cui diverse parti possono muoversi e assumere configurazioni differenti. Questa flessibilità è importante per la funzione della molecola ma, quando deve avvenire una specifica reazione chimica, alcune configurazioni risultano più favorevoli di altre. Nel caso di MTR1, le due modifiche riducono la flessibilità del sito attivo, rendendolo più rigido. Gli atomi coinvolti nella catalisi riescono così a mantenere più facilmente la disposizione necessaria affinché la reazione possa avvenire.</p>
<p>Le simulazioni mostrano inoltre che questa maggiore organizzazione del sito attivo riduce la barriera energetica dello stadio cineticamente determinante della reazione, cioè del passaggio più lento che ne controlla la velocità complessiva. In altre parole, le modifiche non alterano direttamente la chimica della reazione, ma contribuiscono a creare condizioni strutturali più favorevoli al suo svolgimento.</p>
<p>A sostenere questa interpretazione non vi sono soltanto le simulazioni. La struttura cristallografica del ribozima modificato, determinata con una risoluzione di 2,6 Å, ha infatti confermato le interazioni previste dai calcoli.</p>
<h2 id="dalla-comprensione-alla-progettazione">Dalla comprensione alla progettazione</h2><p>Il valore del risultato risiede quindi nel passaggio dall’osservazione alla comprensione. È infatti la conoscenza del meccanismo molecolare a fornire indicazioni concrete per la progettazione di nuovi ribozimi.</p>
<p>Comprendere questo meccanismo fornisce indicazioni importanti per la progettazione di nuovi ribozimi artificiali. Ci dimostra infatti come per ottenere un catalizzatore più efficiente non conti soltanto modificare i gruppi chimici direttamente coinvolti nella reazione. Può essere altrettanto importante controllare la flessibilità della molecola, favorendo le configurazioni più adatte alla catalisi.</p>
<p>Si tratta di un principio che può contribuire alla progettazione razionale di ribozimi più efficienti e, in prospettiva, allo sviluppo di nuovi strumenti per le biotecnologie basate sull’RNA. Per esempio, potrebbe favorire la realizzazione di strumenti di editing dell’RNA o di sistemi programmabili capaci di modificare in modo selettivo RNA presenti nelle cellule.</p>
<h2 id="cosa-può-raccontarci-mtr1-sullevoluzione-dellrna">Cosa può raccontarci MTR1 sull’evoluzione dell’RNA</h2><p>I ribozimi sono considerati possibili antenati evolutivi degli enzimi proteici. Comprendere come un ribozima possa catalizzare reazioni di modificazione dell’RNA aiuta quindi anche a ricostruire i possibili meccanismi che potrebbero aver preceduto l’evoluzione degli attuali sistemi biologici. </p>
<p>Lo studio apre così una prospettiva più fondamentale, legata a una delle ipotesi più accreditate sull’origine della vita: quella del cosiddetto “mondo a RNA”. Secondo questa ipotesi, prima della comparsa di proteine e DNA, le prime forme di vita potrebbero aver utilizzato l’RNA sia per conservare l’informazione genetica sia per catalizzare reazioni chimiche. I ribozimi che studiamo oggi potrebbero quindi rappresentare una finestra su quel remoto passato evolutivo.</p>
<p>Oggi sappiamo che le modifiche chimiche dell’RNA possono influenzarne il ripiegamento, la stabilità e le interazioni con altre molecole. Molto meno esplorato è invece il loro possibile effetto diretto sulle proprietà catalitiche dei ribozimi.</p>
<p>Da questo punto di vista, MTR1 rappresenta un modello particolarmente interessante: è il primo esempio di ribozima nel quale l’introduzione nel sito attivo di una modificazione dell’RNA presente anche in natura aumenta significativamente l’attività catalitica. Questo risultato, naturalmente, non consente di ricostruire come fossero i primi sistemi biologici. Mostra però un possibile meccanismo attraverso cui modifiche chimiche relativamente semplici possono aver contribuito a modulare e potenziare le capacità catalitiche dell’RNA.</p>
<p>Comprendere questo rapporto tra chimica, struttura e funzione può quindi aiutarci sia a progettare nuovi strumenti molecolari sia a formulare ipotesi più precise sulle potenzialità dell’RNA nelle prime fasi dell’evoluzione della vita.</p>
<p><em>Lo <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-75575-8" rel="noopener">studio</a>, pubblicato su</em> Nature Communications*, nasce dalla collaborazione tra il CNR-Istituto Officina dei Materiali e il gruppo di Claudia Höbartner dell’Università di Würzburg ed è stato realizzato grazie a un finanziamento PNRR nell’ambito del Centro Nazionale per lo Sviluppo di Terapia Genica e Farmaci con Tecnologia a RNA.*</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Emissioni in stallo: impossibile restare sotto 1,5°C, dice l’UNEP</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c/</guid><pubDate>Thu, 22 Oct 2026 15:54:00 +0200</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il nuovo Emission Gap Report dell&amp;amp;rsquo;UNEP dice molto chiaramente che è ormai andata perduta la possibilità di restare sotto 1,5°C medi globali rispetto ai livelli preindustriali. Potremmo tornarci al fine secolo, solo se riusciamo a limitare la temperatura di picco a 1,7-1,8°C. Per farlo serve, tra le altre cose, ridurre del 18% le attuali emissioni globali entro il 2030, cioè entro quattro anni. Per ora sono in stallo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C per fine secolo con un superamento nullo o limitato (cioè entro 0,1°C) è andata perduta. Superare questa soglia è ormai inevitabile: lo scrive senza troppi giri di parole il nuovo <a href="https://www.unep.org/en/publications/report/emissions-gap-report-2026" rel="noopener">Emission Gap Report</a> 2026 appena uscito dell’UNEP. Quello che resta da fare è ridurre l&rsquo;entità e la durata dell&rsquo;<em>overshoot</em> (come già anticipato dal <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/abbiamo-ormai-perso-le-speranze-restare-sotto-15c/jacopo-mengarelli/2026-09-04" rel="noopener">recente rapporto</a> speciale dello stesso ente sul tema) per provare a riportare la temperatura media globale a 1,5°C entro il 2100.</p>
<p>Il documento identifica nello scenario più ottimista un picco di riscaldamento tra 1,7 e 1,8°C verso metà secolo, per poi appunti ricominciare a calare e rientrare nel grado e mezzo. Ma per farlo serve obbligatoriamente tagliare le emissioni di gas serra rispetto al 2025 del 18% al 2030, del 45% al 2035 e del 69% al 2040, per arrivare allo zero netto al 2050. Resta questo un obiettivo molto ambizioso, che siamo riusciti a ritardare con anni di azione climatica troppo debole, complice anche la forte pressione proveniente dagli abnormi interessi economici delle industrie di gas, petrolio e carbone. Badare bene che ogni cinque anni di emissioni ai livelli attuali alzano il picco di circa 0,1°C. È il motivo per cui non si può rimandare l’azione. Ed è lo stesso motivo per cui non si può rinunciare alle soluzioni tecnologiche anche più incerte e costose: nel corso del secolo infatti andrebbero rimosse dall&rsquo;atmosfera circa 320 miliardi di tonnellate di CO₂.</p>
<p>Il mantra resta sempre quello: ogni frazione di grado e ogni anno in più sopra 1,5°C aumentano il rischio di cambiamenti irreversibili in calotte glaciali, permafrost, circolazione oceanica e coralli, con gravi conseguenze per salute e prosperità del genere umano.</p>
<p>Ci sono anche buone notizie, ma andiamo per gradi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-1.png.webp 888w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="scenari unep" width="888" height="658" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="comè-calcolato-lo-scenario-più-ottimista">Com’è calcolato lo scenario più ottimista</h2><p>L’UNEP spiega che il valore più ottimista di 1,7-1,8°C tiene in considerazione innanzitutto che i tagli alle emissioni cominciano nel 2025. Si simula in più un ritmo di diffusione delle tecnologie coerente con quello osservato finora e con i progetti già avviati. E nel lungo periodo il fabbisogno di bioenergia e il ricorso alla rimozione della CO₂ non devono compromettere biodiversità e sicurezza alimentare. Si cerca poi la fascia di picco più bassa per cui esistano prove scientifiche sufficienti e si cerca di includere “percorsi” climatici da più modelli indipendenti, così che le conclusioni non dipendano da un solo gruppo di ricerca. Il picco così ottenuto risulta più alto di 0,1-0,2°C rispetto agli scenari IPCC senza <em>overshoot</em> o con <em>overshoot</em> limitato, perché quelli presupponevano tagli già dal 2020. Partendo nel 2025 serve una riduzione media del 5,7% annuo, contro il 5% di allora.</p>
<p>Questa stima verrà ripetuta ogni anno per monitorare se l’azione climatica continuerà a slittare o meno.</p>
<p>Se si continuasse con le politiche attuali, il riscaldamento si fermerebbe a 2,8°C (che è comunque più basso di 3,2°C di qualche anno fa, ed è un bene che il massimo non sia schizzato in alto). Con la piena attuazione degli NDC si scenderebbe a 2,6°C, un risultato invece peggiore di quello dell&rsquo;anno scorso proprio per l&rsquo;uscita degli Stati Uniti dall&rsquo;Accordo di Parigi. Solo aggiungendo anche tutti i target di zero netto non contenuti negli NDC si arriverebbe a 2,1°C.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-2.png.webp 871w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="gradi previsti per fine secolo" width="871" height="625" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="emissioni-in-stallo">Emissioni in stallo?</h2><p>Nel 2025 le emissioni globali di gas serra hanno toccato i 58,4 GtCO2e (miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente), praticamente invariate rispetto al 2024, con un calo di appena 0,1 Gt. La crescita delle fonti fossili è stata compensata dal calo di 0,5 Gt delle emissioni legate all&rsquo;uso del suolo, dovuto soprattutto a un minor numero di incendi. Purtroppo non si può capire se l’umanità abbia raggiunto o meno un picco emissivo, perché l&rsquo;incertezza dei dati è ancora ampia. Gli Stati Uniti governati da Donald Trump hanno registrato l&rsquo;aumento più consistente di emissioni, con 133 Mt (milioni di tonnellate) in più, a causa anche della domanda elettrica, in parte dovuta alla crescita dei data center, e di politiche che favoriscono il carbone rispetto alle fonti pulite. Tra quelli che hanno ridotto le proprie emissioni troviamo invece India, Russia e Unione europea. In ogni caso, su dieci anni il bilancio emissivo resta sfavorevole per il clima mondiale, perché a fronte di 63 paesi che le hanno ridotte, 124 le hanno aumentate. Con un protagonista assoluto che conferma la sua preponderante presenza: il G20, che genera ancora il 76% delle emissioni globali.</p>
<p>Di seguito un’immagine tratta dal rapporto che suddivide la variazione di emissioni per settori.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-3.png.webp 822w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="variazioni emissioni per settore" width="822" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="rinnovabili-in-forte-crescita">Rinnovabili in forte crescita</h2><p>Nel 2025 per la prima volta le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix elettrico mondiale, con il 33,8% contro il 33,0%. Attenzione: stiamo parlando di energia elettrica, non di energia in generale. Anche i trasporti mostrano segnali di cambiamento, con le auto elettriche che rappresentano circa un quarto delle vendite globali. Il fatto molto positivo è che dal 2015 la capacità rinnovabile è cresciuta tre volte più in fretta del previsto, e il solare sette volte. L’offerta di energia da carbone e petrolio è al contempo cresciuta meno del previsto. In più, l&rsquo;occupazione nelle energie pulite ha raggiunto circa 40 milioni di posti di lavoro.</p>
<p>Dall’altro lato della medaglia, la transizione per uscire dai combustibili fossili è in ritardo e i sussidi fossili continuano a crescere, arrivando a 920 miliardi di dollari nel 2024, e la deforestazione richiederebbe poi un&rsquo;accelerazione di oltre dieci volte rispetto alla riduzione attuale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-4.png.webp" alt="progressi climatici fatti" width="630" height="702" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="a-che-punto-sono-gli-ndc">A che punto sono gli NDC?</h2><p>Dal punto di vista degli impegni nazionali ufficiali, cioè gli NDC appunto, sono 124 i paesi che hanno presentato nuovi NDC, e che coprono circa tre quarti delle emissioni, contro i 57 a cui eravamo arrivati l&rsquo;anno scorso. Per il 2035 questi piani comportano tuttavia emissioni inferiori di appena 3,5-4 GtCO2e rispetto agli obiettivi fissati per il 2030. Rispetto ai livelli del 2025, i tagli previsti sono del 5-8% al 2030 e dell'11-15% al 2035. Tra i Paesi del G20, solo sei sono sulla buona strada per il 2030: Cina, India, Indonesia, Russia, Sudafrica e Turchia. Russia e Turchia, tuttavia, hanno fissato per il 2035 obiettivi meno stringenti delle politiche già in vigore. Argentina, Arabia Saudita e Stati Uniti non hanno alcun target per quell&rsquo;anno, mentre il Messico è l&rsquo;unico ad aver rafforzato l&rsquo;obiettivo per il 2030.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-5.png.webp 838w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="emissioni per paesi" width="838" height="582" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="quanto-ha-pesato-hormuz">Quanto ha pesato Hormuz?</h2><p>L&rsquo;effetto netto sulle emissioni del 2026 resta, per ora, indeterminabile, ci spiega il rapporto UNEP. Questo fondamentalmente perché il passaggio che la chiusura dello Stretto ha causato verso altri combustibili, il ritorno al carbone e l’aumento dei sussidi spostano le emissioni verso l&rsquo;alto; il calo della domanda e l&rsquo;accelerazione di rinnovabili ed elettrificazione verso il basso.</p>
<p>Prima di febbraio transitava da Hormuz circa il 25% del petrolio trasportato via mare e il 19% del gas naturale liquefatto scambiato nel mondo. L&rsquo;interruzione ha ridotto bruscamente l&rsquo;offerta e fatto salire i prezzi, colpendo soprattutto i Paesi importatori, l&rsquo;agricoltura e le piccole e medie imprese manifatturiere. Molti Stati asiatici hanno risposto con misure di contenimento della domanda, dallo smart working ai limiti per l&rsquo;aria condizionata; altri hanno ampliato i sussidi o tagliato le tasse sui carburanti.</p>
<p>Come osserva il documento, le crisi di approvvigionamento possono spingere di solito i Paesi a cercare fonti alternative e a consumare meno, ma possono anche dirottare risorse per gonfiare i sussidi alle importazioni fossili. Dopo l&rsquo;invasione russa dell&rsquo;Ucraina, l&rsquo;Unione europea ha tagliato i consumi di gas del 19% tra il 2022 e il 2024, e quasi il 30% di quel calo è venuto dal riscaldamento domestico, grazie a minori consumi e a un maggiore ricorso alle pompe di calore. Restando in Europa, il pacchetto REPowerEU ha anticipato di anni la svolta verso eolico e solare, riducendo al 28% la quota di fossili nella generazione elettrica, che rappresenta a oggi un minimo storico. Una parte del calo si deve però alla contrazione dell&rsquo;industria causata dall’aumento dei prezzi del gas, e diversi Paesi hanno come noto prorogato la chiusura – o riattivato – centrali a carbone. Solo in Europa comunque la tendenza alla riduzione è accelerata.</p>
<p>Dal punto di vista globale, un dato incoraggiante arriva dai numeri sugli investimenti: quelli in energia pulita fatti nel 2026 sono stimati in 2,2 trilioni di dollari, che sono quasi il doppio di quelli fossili.</p>
<h2 id="cosa-fare-in-soldoni">Cosa fare, in soldoni</h2><p>Gli appuntamenti più importanti che il rapporto identifica nel prossimo futuro per confermare l’ambizione climatica sono ovviamente la COP31 di Antalya a novembre 2026, e il secondo Global Stocktake previsto per il 2028 (e per cui i produttori di fossili <a href="https://www.afp.com/en/un-climate-panel-fails-agree-date-global-warming-update-envoy" rel="noopener">stanno</a> cercando di posticipare l’uscita del prossimo mega rapporto IPCC per arrivare al 2028 con i dati vecchi). In queste sedi, bisognerebbe fissare nuovi obiettivi climatici, tra cui: triplicare la capacità rinnovabile entro il 2035 e raggiungere almeno 4,5 volte il livello attuale nel 2040; ridurre l&rsquo;offerta di carbone, petrolio e gas di almeno il 55%, il 15% e il 5% entro il 2035, e del 75%, il 30% e il 35% entro il 2040; eliminare il carbone entro il 2040 dalla faccia della Terra; ridurre le emissioni di metano di almeno il 25% al 2035 e del 40% al 2040. Tutte le percentuali sono riferite rispetto al 2025.</p>
<p>Il rapporto invita inoltre a spendere soldi nella valutazione delle politiche climatiche, perché solo di una piccola parte di quelle adottate è stato studiato l’effetto sul clima. Cioè bisogna vedere quanto si riesca effettivamente a trasformare la politica economica in fisica.<br>
Le evidenze disponibili sono comunque incoraggianti: 63 grandi riduzioni di emissioni risultano collegate all&rsquo;introduzione o al rafforzamento di politiche climatiche, e oltre 220 valutazioni confermano un effetto causale. Per esempio, l’introduzione della carbon tax e di sistemi <em>cap-and-trade</em> portano a tagli medi delle emissioni del 5-13%.</p>
<h2 id="la-percezione-del-rischio-climatico-si-intreccia-con-altre-crisi">La percezione del rischio climatico si intreccia con altre crisi</h2><p>C’è un recente rapporto redatto dalla compagnia assicurativa AXA, il <em><a href="https://www-axa-com.cdn.prismic.io/www-axa-com/eMEnYiKwHj5OU0wX_axa_futurerisksreport_2026_va.pdf" rel="noopener">Future Risks Report</a></em>, e condotto tra maggio e giugno 2026, che restituisce elementi interessanti dal punto di vista della percezione del rischio climatico. Per altro, osservare le analisi delle realtà assicurative è interessante, dal momento che sta inevitabilmente <a href="https://www.quotidiano.net/economia/ultimaora/ivass-ad-aprile-imprese-con-7677d9f6" rel="noopener">crescendo</a> la domanda verso coperture assicurative per danni causati da eventi meteo-climatici distruttivi.<br>
Tra la popolazione generale il cambiamento climatico resta il primo rischio in tutte le fasce d&rsquo;età, collocandosi al centro di una “policrisi” trasversale che tocca anche intelligenza artificiale e rischi sociali: il 95% degli esperti (che per lo più sono dipendenti AXA) e il 94% dei cittadini intervistati ritiene che le crisi siano aumentate, e i rischi appaiono sempre più intrecciati. Le tensioni geopolitiche, legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla guerra in Ucraina, appunto, rafforzano le preoccupazioni sull&rsquo;energia: il 77% di chi la indica tra i rischi principali si sente personalmente vulnerabile.</p>
<p>Il timore principale riguarda la distruzione causata da eventi estremi (54% degli esperti, 48% dei cittadini), a fronte di una preparazione giudicata scarsa: solo il 13% degli esperti e il 30% della popolazione ritiene adeguata la risposta delle autorità. Si aggiunge una dimensione sociale e intergenerazionale, per cui solo il 24% pensa che le nuove generazioni staranno meglio (e il clima è tra le cause di questo pessimismo). In questo quadro, il 70% degli intervistati dichiara di aver vissuto almeno una crisi nell&rsquo;ultimo anno e il 46% pensa di doversi forse trasferire per rischi climatici o di sicurezza (percentuale che schizza al 72% in Africa).</p>
<p>Se quindi la politica ritiene che fare la transizione climatica sia una scelta non popolare, sbaglia di grosso, perché la percezione del rischio climatico è ben consolidata e in crescita rispetto anche a pochi lustri fa. Non ci sono motivi concreti per cui non si debba quindi accelerare la transizione e provare a stare comunque «ben al di sotto di 2°C».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Definisci malattia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/definisci-malattia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/definisci-malattia/</guid><pubDate>Wed, 21 Oct 2026 08:25:00 +0200</pubDate><dc:creator>Stefano Cagliano</dc:creator><category>salute</category><description>Stabilire dove finisce la salute e dove comincia la patologia non è mai stato semplice, e la risposta cambia con le conoscenze mediche, con la società e con le tecnologie. Dall’epidemiologia alla sovradiagnosi fino all’intelligenza artificiale, un percorso tra i criteri con cui si decide chi è malato, mentre le notizie di queste settimane mostrano quanto questa scelta pesi su chi cura e su chi è curato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/definisci-malattia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/definisci-malattia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 16 ottobre Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, <a href="https://www.vaticannews.va/en/pope/news/2026-10/pope-leo-xiv-update.html" rel="noopener">ha telefonato al presidente russo Vladimir Putin</a> dal Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da tre giorni. Parlando della popolazione di Oleshky, nella regione di Kherson, ha chiesto un cessate il fuoco per consentire aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione sicura della popolazione civile. Non è la prima telefonata tra i due, ma questa è partita da un letto d’ospedale: il 13 ottobre il papa era stato operato e gli era stato asportato il lobo inferiore del polmone destro.</p>
<p>La storia ci aveva consegnato per la prima volta un pontefice statunitense, dall’8 maggio 2025, papa Leone XIV. Ma un disturbatore martellante ha colpito il polmone destro, ha mosso le carte della biologia e ha creato disordine nel caos ordinato trovato dinanzi al DNA di Leone. Era l’ingresso dalla salute alla malattia, in particolare all’<a href="https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-10/papa-leone-xiv-operazione-nodulo-polmone-gemelli-vaticano.html" rel="noopener">adenocarcinoma del polmone</a>, una delle tante malattie che conosciamo.</p>
<h2 id="anne-carson-e-la-scrittura">Anne Carson e la scrittura</h2><p>E poi, quasi fosse stata una simmetria cronologica, per il 2026 il <a href="https://it.euronews.com/2026/10/08/la-poetessa-canadese-anne-carson-vince-il-nobel-2026-per-la-letteratura" rel="noopener">Premio Nobel per la letteratura</a> è stato vinto da Anne Carson, poeta e classicista canadese. Si tratta di una vicenda autobiografica raccontata da Carson sulla <a href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v47/n04/anne-carson/beware-the-man-whose-handwriting-sways-like-a-reed-in-the-wind" rel="noopener">London Review of Books</a> nel 2025. Carson iniziò a scrivere in modo strano, così che la mano ondeggiava in modo curioso, con onde piccole, lente, ma strane. Era uno dei primi segni della malattia di Parkinson. </p>
<p>In qualche modo, come scrivere fu per Carson segno premonitore di cosa scrivere. Perché le malattie non sono tutte uguali. Anche se ce ne sono moltissime che peggiorano, non lo fanno tutte allo stesso modo. Se una malattia resta, chiedete: che cosa vuol dire? Per quanto tempo? In quali condizioni? Quanto mi costa?</p>
<h2 id="aterosclerosi-silente">Aterosclerosi silente</h2><p>Una novità dell’anno si chiama REACT, uno studio pubblicato sul <a href="https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2609059" rel="noopener">NEJM</a> che ha interessato quasi 17.000 persone tra 18 e 70 anni e ha individuato l’aterosclerosi silente nel 57,1 per cento dei partecipanti. Lo studio mostra che l’aterosclerosi silente si trova già nella prima età adulta, «con un aumento della prevalenza correlato all’età e al sesso nei diversi distretti arteriosi e un marcato incremento del volume della placca».</p>
<h2 id="una-nuova-definizione-di-infarto">Una nuova definizione di infarto</h2><p>E poi una notizia bomba: l’European Heart Journal pubblica la <a href="https://academic.oup.com/eurheartj/advance-article/doi/10.1093/eurheartj/ehag101/8766309" rel="noopener">quinta definizione d’infarto cardiaco</a>, sviluppata da società cardiologiche al top nel mondo (la European Society of Cardiology, l’American College of Cardiology, l’American Heart Association e la World Heart Federation). </p>
<p>Scompare la classificazione in cinque tipi, sostituita da tre categorie: infarto primario, secondario e correlato a procedura. L’infarto primario compare spontaneamente per una patologia coronarica acuta, che comprende ora anche la dissezione spontanea delle coronarie, lo spasmo e l’embolia coronarica. L’infarto secondario dipende invece da un’altra condizione acuta che crea squilibrio tra richiesta e disponibilità di ossigeno.</p>
<p>Può anche accadere, però, che l’infarto sia la complicanza di procedure cardiache percutanee o chirurgiche (infarto correlato a procedura), entro 30 giorni dall’intervento.<br>
Dalle notizie sul papa a quelle cardiologiche, non c’è da stare allegri. Il tempo corre e lo spazio della nostra vita si riduce. Che fare? Forse, per cominciare, chiedersi che cos’è una malattia.</p>
<h2 id="che-cosè-una-malattia">Che cos’è una malattia</h2><p>Alla domanda cos’è una malattia qualcuno ha già dato una risposta, addirittura nel 2012. In un <a href="https://bmjopen.bmj.com/content/2/6/e001632" rel="noopener">sondaggio di BMJ Open</a> gli autori, visto che non c’era accordo su cosa fosse la malattia, avevano identificato 60 modelli di malattia e preparato due domande per 6.000 persone. </p>
<p>La prima, da presentare a ogni persona, era «questo stato d’animo è una malattia» e la seconda «questo stato d’animo dovrebbe essere trattato con fondi pubblici». Conclusione: niente da fare. Ma questo nel 2012. Da allora sembra sia cambiato qualcosa.</p>
<p>Se oggi chiediamo a Internet quante sono le malattie, ne vengono fuori più di 20.000, in crescita continua. Ma noi non siamo sempre gli stessi: se oggi siamo 8,3 miliardi, nel 1970 eravamo la metà. Le malattie sono aumentate per mille ragioni, anche in seguito alle guerre, arrivate al numero più alto mai registrato dal 1946.</p>
<p>Se volgiamo occhi e orecchie al mondo, dovremo allargare la definizione di malattia che abbiamo. Intervistato dal giornalista Antonio Gnoli sull’inserto culturale <em>Robinson</em> del 27 settembre, il giurista Luigi Ferrajoli, autore di <em>Per una federazione della Terra</em>, ha descritto tre flagelli: la guerra, le condizioni di vita sempre più degradate del pianeta per effetto del riscaldamento climatico e l’enorme aumento delle disuguaglianze, tra sfruttamento del lavoro e dramma dei migranti, per i quali «è nata una nuova figura: “la persona illegale”».</p>
<p>Su un altro versante il problema è tutto diverso e lo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/alcol-lepidemia-fa-rumore/">abbiamo già detto in passato su queste pagine</a>. «Fra tutte le minacce alla salute, quella che fa più danni è l’alcol», spiega l’epidemiologo Geoffrey Rose. «Abbrevia la vita ed è ritenuto responsabile dall’1 al 10 per cento di tutti i decessi avvenuti nei Paesi industrializzati» (<em>Le strategie della medicina preventiva</em>).</p>
<p>Le malattie colpiscono persone di ogni età e di ogni esperienza. Ma in ogni caso la malattia insegna qualcosa. Negli ultimi 39 dei suoi 76 anni di vita, nel corpo del fisico Albert Einstein c’era stato un curioso litigio tra cervello che sfornava idee una dopo l’altra e il resto del corpo braccato da malattie croniche. Era sofferente il fegato, la centrale chimica del corpo, ed era infiammata la cistifellea, la sua centrale di rifornimento. Erano danneggiati anche lo stomaco, lesionato da un’ulcera, e gli intestini. L’ipertensione, non ben documentata, avrebbe poi colpito le arterie e, forse per questo o per ragioni genetiche, il 13 aprile 1955 un aneurisma avrebbe smontato parte della parete di un’arteria, portando il messaggio ferale il 18 aprile 1955.</p>
<p>E tra le cose che lo scrittore Ennio Flaiano lascia in <em>Diario degli errori</em> c’è questa malinconica: «Ricordo della clinica pediatrica [&hellip;] Nel mezzo della corsia c’è un tavolo con un mazzo di fiori. Stanotte è morto un bambino. Adesso viene un inserviente a portarselo via. È un uomo grosso, serio. Fa un pacchetto del piccolo cadavere e lo porta via, con quella delicatezza di cui soltanto gli uomini molto forti sono capaci. Vicino al tavolo, quasi senza fermarsi, toglie un fiore e lo infila nel pacchetto».</p>
<h2 id="la-varietà-delle-malattie">La varietà delle malattie</h2><p>C’è insomma l’impressione che la medicina vada a caccia di malattie trascurando un po’ i malati. Non si è ancora trovato l’equilibrio magico di un quadrato con ai vertici malattia-malato-cura-significato sociale della malattia. Ogni entità forza il poligono a suo vantaggio o trasformandolo in un triangolo malattia-malato-cura, senza la quarta forza scomoda. </p>
<p>Quella che uccide di più risulta la cardiopatia ischemica con circa 9 milioni di decessi l’anno, circa il 13-15 per cento del totale mondiale.</p>
<p>Quella con la terapia più cara è l’emofilia B, con il farmaco più costoso di sempre, Hemgenix, 3,5 milioni di dollari negli Stati Uniti, approvato dalla Commissione europea dopo il parere dell’EMA (Agenzia europea per i medicinali).</p>
<p>Descritto ancora come il peggiore disastro chimico della storia, quello di Bhopal, in India, avvenne il 3 dicembre 1984 nello stabilimento della multinazionale Union Carbide. Causò 20.000 vittime e centinaia di migliaia di intossicati negli anni. Inoltre, comportò l’uscita di 40 tonnellate di vapori di isocianato di metile, una sostanza estremamente tossica.</p>
<p>La prevenzione è incompatibile con la malattia? Basta intendersi. Anche se è dimostrato che impiegare le cinture di sicurezza dimezza il rischio di morte per il conducente, sono una contro parecchie centinaia le probabilità che un conducente ne abbia benefici. Rose lo ha definito il paradosso della prevenzione perché «una misura che apporta grandi benefici alla comunità, offre poco a ogni singola persona che vi partecipa». Il danno che gli incidenti stradali causano ogni anno per morti è molto maggiore di quello causato dagli aeroplani che precipitano, ha sostenuto Rose, ma non si capisce perché solo per questo secondo caso si facciano inchieste pubbliche.</p>
<h2 id="le-malattie-quali-sono">Le malattie: quali sono</h2><p>Su indicazione e sotto il controllo dell’OMS, funziona la <em>Classificazione internazionale delle malattie</em> (ICD), uno strumento per rendere comparabili le statistiche sulle cause di mortalità e morbilità tra diverse aree geografiche e nel tempo. Nata nel XIX secolo, la rapidità non sembra la sua principale virtù sicché la sua ultima versione, l’ICD-11, adottata dalla LXXII Assemblea mondiale della sanità nel 2019, è entrata in vigore il primo gennaio 2022.</p>
<p>Come nasce la nozione di malattia? Sino agli anni cinquanta del Novecento è risultata dominante una logica poco razionale di malattia, quasi più centrata sulla diagnosi che sulla risoluzione del problema alle persone. Poi le cose son cambiate. «Se la persona viene in ambulatorio lamentandosi di un dolore addominale», scrive l’epidemiologo Rose, «il medico deve prendere in considerazione una serie di possibili diagnosi [&hellip;] e per ciascuna di esse deve dare un giudizio semplice: sì o no [&hellip;] questo è il procedimento diagnostico». </p>
<p>Tutte considerazioni che nascevano dagli studi del medico inglese George Pickering quando cercava di curare, per anni, l’ipertensione essenziale. «Malattia non riconosciuta dalla medicina nella quale il difetto è di tipo quantitativo, non qualitativo» scriveva Pickering. Aggiungeva che «è difficile per i medici capire questo concetto perché si discosta dal normale processo binario al quale sono abituati». </p>
<p>Rose scrive amaramente che «Pickering può aver vinto la battaglia, ma perso la guerra» perché non si rese conto delle implicazioni di quelle conclusioni «anche in altri settori sanitari». Ma questa era solo la prima tappa di una lunga guerra.</p>
<p>Nella seconda, la medicina utilizzò gli studi epidemiologici sull’acqua di Londra: il medico inglese John Snow dimostrò che il colera si trasmetteva attraverso i rifornimenti d’acqua perché «era riuscito a localizzare e contare i casi di colera e quindi a calcolare la percentuale degli attacchi risalendo all’origine della fornitura d’acqua». Il colera non era venuto per una maledizione del Signore, ma solo perché le persone bevevano da fonti inquinate. </p>
<p>Nella terza tappa, quanto Pickering aveva scoperto per l’ipertensione valse anche per il cancro, descritto nella sua progressione biologica: inizia con anomalie cellulari minori (metaplasie) che possono trasformarsi in una formazione precancerosa (displasia), poi in un tumore maligno localizzato (in situ) e infine in un cancro metastatico. Nella quarta tappa è emersa una relazione tra il valore della pressione arteriosa e il rischio di ictus e d’infarto cerebrale.</p>
<p>In questo modo si è potuto superare la logica essenzialista delle malattie e arrivare a una visione razionalista delle stesse. Per esempio, nelle pagine del Malato immaginato, il cardiologo Marco Bobbio ha osservato che «La malattia rappresenta una caratteristica della natura umana e può diventare l’occasione per recuperare il senso di sé e della vita, il rapporto con le persone che ci circondano e una dimensione emozionale». Per questo aggiunge «Noi medici sappiamo che, di fronte a una persona che non sta bene, il nostro compito non può essere solo quello di capire cosa ha provocato il guasto: non disponiamo di un quadro elettrico con le spie che si accendono per segnalarne l’origine». </p>
<p>E la sua conclusione è che «La diagnosi utilizza esami di laboratorio e strumentali, le cui risposte non rientrano nei termini dicotomici acceso/spento, sano/malato, ma vanno valutate nel contesto del singolo paziente. La malattia è una condizione strettamente individuale e come tale andrebbe affrontata».</p>
<h2 id="le-malattie-dove-sono">Le malattie: dove sono</h2><p>Da qualche anno stiamo assistendo a una sorta di brutta metamorfosi climatica. «Il cambiamento climatico rappresenta una grave minaccia per la salute umana» ha scritto l’ONU in un <a href="https://www.un.org/en/climatechange/science/causes-effects-climate-change" rel="noopener">documento</a>. «Ogni anno, i fattori ambientali causano la morte di circa 13 milioni di persone. I cambiamenti climatici stanno diffondendo le malattie e gli eventi meteorologici estremi aumentano i decessi e rendono difficile per i sistemi sanitari far fronte alla situazione».</p>
<p>Nulla di sorprendente se aumentano sempre più i portatori di malattia in un pronto soccorso. «L’urbanizzazione implica la concentrazione in uno spazio determinato di numerose persone» sostengono Mark Curato, Kaushal Shah e Christopher Reisig, medici del Weill Cornell Medicine di New York, nel volume Urban Emergency Medicine, pubblicato nel 2023 dalla Cambridge University Press. «Di conseguenza, si possono trovare numerose patologie legate ad aspetti sociali oltre che fisiologici, in grado di determinare particolari minacce sul piano della salute e che possono diffondersi rapidamente, mettendo a repentaglio l’intero sistema sanitario».</p>
<p>Un territorio particolare è quello delle reazioni avverse ai farmaci (ADR). Nell’articolo <a href="https://www.ovid.com/jnls/adversedrugreactbull/abstract/10.1097/fad.0000000000000050~adverse-drug-reactions-five-historical-scandals" rel="noopener"><em>Reazioni avverse: cinque scandali memorabili</em></a>, uscito su <em>Adverse Drug Reaction Bulletin</em> nell’ottobre 2020, si legge che «Nel 1961 l’ostetrico australiano William McBride [&hellip;] scoprì una correlazione tra la grave malformazione della focomelia e l’esposizione in utero alla talidomide». Il farmaco era in commercio dal 1957 e in pochi anni i bambini malformati furono oltre 10.000. </p>
<p>Lo scandalo è diventato, scrivono ancora gli autori, «la pietra miliare della farmacologia come la conosciamo oggi». E ancora: «Gli scandali di ADR relative ai farmaci in fase di sviluppo o già in commercio si verificano con una certa regolarità. Circa il tre per cento di tutti i farmaci approvati viene in seguito ritirato a causa di gravi ADR».</p>
<p>Se i medici fossero bravi nel curare le malattie quanto sono prolifici nell’inventarne, godremmo di una salute sorprendente. Per identificare una malattia occorre sapere cosa cercare, occorre conoscere e, con il permesso del tenente Colombo e del creatore dell’abduction filosofica, il filosofo Charles Sanders Peirce, occorre metodo. </p>
<p>Per esempio, in <em>Per capire l’arte ci vuole l’occhio clinico</em>, uscito su la Repubblica il 10 febbraio 2022, lo storico dell’arte Enrico Maria Dal Pozzolo ricorda che «Più di una volta Federico Zeri, illustre critico d’arte italiano, ha raccontato che tra le tante collezioni private testate nel corso della sua lunga carriera, quelle dei medici erano fra le migliori». «Ricordava orrori visti in case di categorie professionali assai abbienti, ma di aver spesso ammirato quanto raccolto, con sensibilità e gusto, dai seguaci di Ippocrate. Il motivo è semplice: per forma mentis, costoro sono abituati a focalizzare i sintomi e a concatenarli in un insieme per pervenire a una sintesi diagnostica, esattamente come fa uno storico dell’arte capace di interrogare le opere e non solo i libri».</p>
<h2 id="sovradiagnosi-e-intelligenza-artificiale">Sovradiagnosi e intelligenza artificiale</h2><p>Le malattie sono difficili da rappresentare per le loro diverse caratteristiche biologiche. Nel libro <em>La malattia</em>, pubblicato nel 1984, il medico e politico Giovanni Berlinguer distinse i vari aspetti del problema e li trattò in capitoli diversi per valorizzare le loro differenze: Sofferenza, Diversità, Pericolo, Contagio, Segnale, Stimolo. A rileggerlo oggi se ne vedono il valore ma anche i limiti: al testo mancano l’intelligenza artificiale (IA) e la sovradiagnosi. </p>
<p>«La sovradiagnosi è uno dei problemi più dannosi e costosi dell’assistenza sanitaria moderna» concludeva l’<a href="https://ebm.bmj.com/content/23/1/1" rel="noopener">editoriale</a> di BMJ Evidence Based Medicine nel 2017. Il problema di partenza è che «Probabilmente per l’opinione pubblica ricevere una diagnosi, specie in anticipo, è ormai diventato sinonimo di guarigione» scriveva l’economista sanitario Gianfranco Domenighetti nella sua presentazione al libro <em>Sovradiagnosi</em> del medico statunitense Gilbert Welch, pubblicato in Italia nel 2013, che parla di «un’epidemia di diagnosi».</p>
<p>Un esempio di sovradiagnosi è l’uso crescente di tecnologie ad alta risoluzione, come l’angio-TC, per individuare piccole embolie polmonari subsegmentali che potrebbero non necessitare di trattamento. La sovradiagnosi identifica anomalie che non avrebbero mai causato danni, o che progrediscono troppo lentamente per causare sintomi durante la vita di una persona, o che si risolvono spontaneamente.</p>
<p>L’altra assente nel libro di Berlinguer è l’IA. Tra il 2000 e il 2022 sono stati pubblicati 397.967 articoli scientifici sull’IA nelle scienze della vita, con una crescita di circa il 20 per cento l’anno dal 2010, secondo uno studio di <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-51714-x" rel="noopener">Nature Communications</a> del 2024. </p>
<p>Sono emersi diversi problemi: il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, il bisogno di energia e di acqua e i conflitti politici dietro quelli esibiti come tecnologici. Ma ci sono anche contesti d’uso una volta impensabili.</p>
<p>Quando inizia a cantare Patrick Darling, musicista e compositore di Bristol, il pubblico è in lacrime, ma non è solo emozione. Per la prima volta Darling sale sul palco con i suoi compagni di band da quando aveva perso la capacità di cantare due anni prima. Non è stato a Lourdes però. «L’intelligenza artificiale mi ha restituito la voce» ha dichiarato alla giornalista della BBC Bea Swallow l’11 febbraio 2026. </p>
<p>Al 32enne è stata diagnosticata la SLA a 29 anni. Con l’IA ha creato una copia digitale della sua voce parlata e, da registrazioni di vecchie esibizioni, una voce cantata con cui compone nuovi pezzi: preda solo della malattia, Patrick avrebbe smesso di comunicare. Ma non è stato il solo, naturalmente. <br>
Per esempio, il 23 settembre il consorzio statunitense PsychAD ha pubblicato su Nature una <a href="https://www.thetransmitter.org/transcriptomics/prefrontal-cortex-has-three-transcriptomic-acts-across-human-lifespan-new-atlas-suggests/" rel="noopener">mappa completa</a> di dove lavorano i geni nella corteccia prefrontale umana, l’area con cui decidiamo cosa fare nella vita. È costruita con i dati di oltre 6 milioni di cellule prelevate da circa 1.500 persone ed è utile per studiare cos’accade nelle malattie neurodegenerative e psichiatriche. E intanto, in un’intervista a NBC il 27 settembre 2026, il cofondatore di Microsoft Bill Gates denuncia che «l’IA è abbastanza potente da poter provocare miliardi di morti». E le malattie?</p>
<p>Considerato come vanno le cose del mondo attuale, forse non si può che ritornare a quanto suggeriva Albert Einstein nelle pagine del Lato umano: «il nazionalismo è una malattia infantile, è il morbillo della razza umana». Curioso solo che il morbillo stia aumentando nel nostro paese. Forse un altro segno che non prestiamo la dovuta attenzione alle malattie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ripristinare la natura: all’Italia non basta un elenco di misure</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure/</guid><pubDate>Mon, 19 Oct 2026 17:05:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giorgio Vacchiano</dc:creator><description>Il Piano italiano di ripristino della natura raccoglie oltre duemila misure, ma non dimostra ancora che siano sufficienti a raggiungere gli obiettivi europei. Un terzo è privo di stima finanziaria e le garanzie urbane sono state gravemente indebolite. Alcuni progetti ben definiti e un monitoraggio ambizioso convivono con queste lacune.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tre sbarramenti alti fra un metro e mezzo e due metri interrompono l’alto corso del Mingardo, nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Incorporano gli attraversamenti di un acquedotto. Una scheda tra le oltre 2000 contenute dalla bozza definitiva del Piano nazionale di ripristino della natura propone di eliminarli nell’ambito dell’ammodernamento della rete idrica. Prima entreranno in funzione i nuovi attraversamenti, progettati per lasciare libero il corso d’acqua, poi saranno demolite le vecchie strutture. È un intervento ben definito nelle sue fasi, sebbene la descrizione non quantifichi quanti chilometri di fiume saranno riconnessi.</p>
<p>La distanza tra progetto plausibile e risultato ecologico verificabile attraversa tutto il Piano. Il documento nasce soprattutto da una raccolta di misure disponibili, ma il passaggio ancora da dimostrare è: quelle misure, collocate in quei luoghi e finanziate in quel modo, sono sufficienti a soddisfare i bisogni di ripristino? Alcune schede affrontano pressioni precise e indicano come intervenire; altre raccolgono attività ordinarie o intenzioni ancora poco definite. Per giudicarne l’efficacia occorre capire quanto ripristino produrranno insieme, in quali luoghi e con quali risorse. Il materiale pubblicato lascia aperta una parte rilevante di queste domande.</p>
<h2 id="obiettivi-europei-e-lacune-nazionali">Obiettivi europei e lacune nazionali</h2><p>Il Piano dà attuazione al <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj/ita" rel="noopener">regolamento europeo sul ripristino della natura</a>, approvato nel 2024 e conosciuto come Nature Restoration Law. Il traguardo comune è mettere in campo misure su almeno il <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/nature-and-biodiversity/nature-restoration-regulation_en" rel="noopener">20% delle superfici terrestri e il 20% di quelle marine dell’Unione</a> entro il 2030, estendendole entro il 2050 a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino. Sono obiettivi europei complessivi, da raggiungere attraverso impegni nazionali differenziati. Ripristinare significa aiutare un ecosistema degradato a recuperare biodiversità e funzionamento: consentire ai pesci di spostarsi, restituire spazio alle piene, ricostituire habitat o rendere nuovamente permeabile un suolo urbano.</p>
<p>Il documento italiano traduce questo mandato in capitoli dedicati agli habitat terrestri e marini, alle città, ai fiumi, agli impollinatori, all’agricoltura e alle foreste. Li precedono le parti su coordinamento, finanziamenti, benefici e monitoraggio. <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/ripristino-della-natura" rel="noopener">La bozza è stata trasmessa alla Commissione Europea il 25 settembre 2026</a>. Il percorso europeo di valutazione e la successiva attuazione richiederanno ancora integrazioni e decisioni.</p>
<p>Nell’elenco allegato si contano <a href="https://www.mase.gov.it/portale/il-piano-nazionale-di-ripristino-pnr-dell-italia" rel="noopener">2.078 schede identificative di misura</a>: interventi locali, disposizioni di tutela, programmi nazionali e attività di ricerca. Riunire attività disperse tra amministrazioni diverse può aiutare a coordinarle, ma il numero, da solo, dice poco sull’ambizione del Piano. Non corrisponde a 2.078 cantieri nuovi e neppure a 2.078 risultati ecologici già verificati.</p>
<p>Proprio qui emerge la debolezza principale. Il documento parte soprattutto dalle misure disponibili, mentre rimane difficile ricostruire il percorso inverso: quale degrado occorre ripristinare, in quali luoghi, e quali azioni sono sufficienti a farlo entro le scadenze? La mancanza di collegamento tra le singole misure e gli obiettivi strategici generali è evidente nella più grave delle omissioni:  nel capitolo 3 sono vuoti i campi di sintesi sulle superfici terrestri e marine da interessare con misure entro il 2030. Il Piano dichiara inoltre che circa il 33% delle misure è ancora privo di una stima di spesa. Il fabbisogno finanziario conosciuto è quindi incompleto.</p>
<p>Anche l’elenco delle schede rende difficile verificare il raggiungimento del risultato atteso (che, come detto, è esso stesso specificato in modo incompleto). Mancano campi strutturati e compilati in modo uniforme per condizioni iniziali, superficie, obiettivo ecologico misurabile, responsabile, scadenza e gestione successiva. Alcune informazioni compaiono nelle descrizioni, altre sono richiamate altrove. Questo non dimostra che manchino nei progetti originari; significa che chi legge il materiale pubblicato non può controllare facilmente se le azioni siano sufficienti, finanziate e concentrate dove servono.</p>
<p>Infine, manca spesso la garanzia che gli interventi previsti siano addizionali, cioè aggiuntivi rispetto al normale svolgersi degli eventi (e dei finanziamenti). Utilizzare programmi esistenti, dal PNRR alla <a href="https://agriculture.ec.europa.eu/cap-my-country/cap-strategic-plans/italy_en" rel="noopener">Politica agricola comune</a>, è ragionevole. Il Piano dovrebbe però distinguere ciò che è stato già realizzato, ciò che resta da attuare e ciò che sarà ampliato grazie alla nuova programmazione. Altrimenti anche una semplice ricognizione amministrativa rischia di apparire come un passo avanti concreto nel ripristino (spoiler: è una azione preliminare, ma di per sé non ancora incisiva).</p>
<h2 id="quali-interventi-producono-ripristino">Quali interventi producono ripristino</h2><p>Nelle foreste questa distinzione diventa particolarmente importante. La scheda nazionale sulle priorità per gli ecosistemi forestali (art. 12) comprende azioni-ombrello da svolgere su tutto il territorio nazionale, come il rilascio di legno morto, la conservazione di alberi destinati all’invecchiamento, la prevenzione degli incendi boschivi, l’eradicazione delle specie esotiche invasive, la rinaturalizzazione dei rimboschimenti e la diversificazione della struttura del bosco. Include però anche il mantenimento della gestione ordinaria del ceduo. Ora, il ceduo può essere compatibile con la conservazione e, in alcuni contesti, sostenere habitat e paesaggi di valore. Ma per attribuirgli un risultato generalizzato in termini di ripristino occorrerebbe precisare in quale situazione e sito questo miglioramento si potrebbe verificare, e con quali cambiamenti rispetto alla forma di gestione attuale: turni diversi, maggiore permanenza di alberi habitat, continuità dei microhabitat o ripristino di specie associate.</p>
<p>La scheda di una singola misura proposta per la Regione Lombardia mostra quanto si possa essere più precisi anche in poche righe. Prevede che nei boschi a uso commerciale siano lasciati indisturbati almeno dieci alberi habitat per ettaro e almeno 25 metri cubi per ettaro di legno morto, in piedi e a terra, costituito da fusti con diametro superiore a 30 centimetri. Queste soglie richiedono una calibrazione locale e una verifica delle condizioni iniziali, ma consentono almeno di riconoscere il risultato cercato e controllarne il raggiungimento.</p>
<p>In una scheda per le Marche, invece, il ripristino di determinate formazioni forestali viene affidato alla libera evoluzione. Gli eventuali interventi conservativi richiedono un progetto approvato dall’ente gestore e sono previsti controlli anche in cantiere. Le due misure illustrano scelte diverse, entrambe motivate da un obiettivo ecologico. È questa relazione che dovrebbe guidare tutto il capitolo forestale. Anche la prevenzione degli incendi, che comprende diradamenti, gestione del sottobosco e fuoco prescritto, richiede una localizzazione: vicino agli insediamenti e negli habitat più vulnerabili possono servire priorità differenti. La riduzione della vegetazione combustibile va valutata insieme alla conservazione delle strutture necessarie alla biodiversità.</p>
<p>In agricoltura, le otto schede del foglio dedicato agli agroecosistemi si appoggiano tutte alla PAC. Altre azioni pertinenti all’agricoltura compaiono altrove nell’elenco, perciò sarebbe inesatto dire che il Piano si esaurisca qui. Rimane però da dimostrare che il pacchetto nazionale e le adesioni degli agricoltori possano produrre il ripristino necessario. La corrispondenza tra un pagamento e una pratica potenzialmente favorevole non misura, da sola, l’aumento della biodiversità. Serve progettare misure addizionali, stabilire le priorità territoriali e quantificare i risultati attesi.</p>
<p>Per i fiumi spicca una cifra: 41 chilometri netti aggiuntivi a scorrimento libero entro il 2030, rispetto al 2020 e tenendo conto anche delle nuove barriere. È una previsione di ripristino della connettività, da non confondere con chilometri già rinaturalizzati. Il traguardo europeo è di almeno 25.000 chilometri; ma anche rispetto alla scala nazionale, l’ambizione appare modesta. In ogni caso, il documento non dimostra che 41 chilometri rappresentino il massimo tecnicamente realizzabile. La ricognizione delle barriere e la strategia nazionale sono ancora da completare, mentre progetti come quello del Mingardo indicano opportunità concrete.</p>
<p>La qualità del progetto conta anche quando l’intervento è piccolo. Nel mare di fronte a Porto Cesareo una scheda prevede cinque campi boe, accompagnati da una modifica del regolamento dell’area marina protetta per consentire la sosta soltanto agli ormeggi autorizzati. Prenotazioni digitali e dati georeferenziati sulla frequentazione dovrebbero aiutare la gestione. Il pregio sta nell’affrontare la pressione dell’ancoraggio sui fondali e i loro organismi insieme alle regole d’uso del mare. La promessa di azzerarne gli impatti resta da verificare attraverso controlli e monitoraggi biologici, ma il collegamento tra obiettivo e intervento è esplicito.</p>
<h2 id="le-garanzie-indebolite-per-le-città">Le garanzie indebolite per le città</h2><p>Nelle città, invece, la difficoltà riguarda anche le regole generali. Il riferimento europeo è l’obbligo di conservare, fino al 2030, la superficie nazionale totale di verde urbano e copertura arborea rispetto al 2024, seguita da obblighi di incremento. Per sapere se stiamo avanzando occorre prima stabilire su quale territorio misurare questi indicatori. Il capitolo 8 italiano precisa che l’uso attuale dell’intero territorio comunale serve a costruire il quadro conoscitivo e non costituisce la scelta metodologica finale. L’orientamento è passare alle porzioni effettivamente urbanizzate, ma al momento la scelta della superficie di riferimento è lasciata ai Comuni. In questo modo, un comune con colline boscate potrebbe continuare ad avere quartieri quasi privi di ombra: la media sul territorio amministrativo descrive male le condizioni di chi ci abita.</p>
<p>La versione attuale del Piano utilizza inoltre la possibilità di esclusione dagli obblighi di copertura verde per le zone che superano insieme il 45% di verde e il 10% di copertura arborea. La possibilità era già prevista nel regolamento del 2024, ma nella prima bozza l’Italia non intendeva avvalersene. Sul piano ecologico, superare queste soglie non assicura ancora una distribuzione adeguata del verde tra i quartieri.</p>
<p>Il depotenziamento della parte urbana è stato denunciato da <a href="https://altreconomia.it/altro-che-depavimentare-le-citta-il-governo-ha-asfaltato-il-piano-di-ripristino-della-natura/" rel="noopener">Paolo Pileri su <em>Altreconomia</em></a> il 13 ottobre, con particolare attenzione alle misure eliminate e al ruolo delle rappresentanze di Comuni e costruttori. Il confronto fra i testi mostra un cambiamento sostanziale nel rapporto con l’urbanistica. La <a href="https://partecipa.gov.it/processes/ConsultazionePianoRipristino" rel="noopener">bozza del 15 maggio</a> 2026 prospettava l’adeguamento degli strumenti urbanistici, salvaguardie fino al primo monitoraggio e compensazioni preventive con equivalenza ecologica. L’attuale capitolo 8 non ripropone quell’impianto con la stessa precisione e dichiara che il Piano non modifica direttamente il regime dei suoli né determina automaticamente obblighi di modifica degli strumenti vigenti. Questo lascia agli atti successivi il compito di rendere operative le scelte territoriali. Gli obblighi europei restano, ma il percorso per garantirne l’attuazione diventa meno stringente nel testo del Piano.</p>
<p>Le misure urbane migliori fanno vedere perché quel collegamento serva. La scheda sul <a href="https://www.conferenzastatocitta.gov.it/home/approfondimenti/tematiche-di-interesse/rigenerazione-urbana/fondo-per-il-contrasto-del-consumo-di-suolo/" rel="noopener">Fondo per il contrasto al consumo di suolo</a> prevede ripristino della permeabilità e della funzionalità dei suoli, vegetazione e gestione delle acque meteoriche. Richiede inoltre proprietà pubblica e una deliberazione comunale che destini definitivamente l’area a verde pubblico inedificabile. Il beneficio viene così associato a una tutela della sua permanenza.</p>
<p>Un’altra scheda proposta dall’ISPRA, dedicata alla gestione del verde urbano e alla protezione dei nidi, cerca di limitare abbattimenti, potature drastiche e sfalci ripariali, con particolare attenzione alla nidificazione. La formulazione è però troppo breve per informare in modo chiaro le decisioni. «Di norma vietati» e «escluse cause forza maggiore» non chiariscono come valutare un intervento necessario ma programmabile, chi debba documentarlo e quali alternative esaminare.</p>
<h2 id="misurare-gli-effetti-e-mantenerli-nel-tempo">Misurare gli effetti e mantenerli nel tempo</h2><p>Una via per migliorare il Piano è già contenuta nel capitolo sul monitoraggio. Sono previsti dati iniziali, indicatori, verifiche prima, durante e dopo gli interventi e la possibilità di correggere o sostituire le misure inefficaci. Per l’agricoltura è esplicito anche il confronto con aree di controllo. È una delle parti più promettenti, purché strumenti e risorse siano disponibili dall’inizio: senza conoscere le condizioni precedenti si rischia di perdere la possibilità di valutare ciò che verrà realizzato. Anche gli scenari climatici, richiamati nel documento, devono orientare più sistematicamente le scelte: un intervento progettato sulle sole condizioni attuali potrebbe perdere efficacia durante il ripristino.</p>
<p>Due schede sul Po rendono concreta questa impostazione. Una costruisce il riferimento ante operam su siti rappresentativi degli ambienti e degli interventi; l’altra studia la risposta della <a href="https://climatemediacenteritalia.substack.com/p/breaking-climate-1" rel="noopener">lanca di Gussola</a> all’abbassamento di un pennello di navigazione. Acque, sedimenti e comunità biologiche vengono osservati anche con DNA ambientale e telerilevamento; a Gussola si misurano inoltre gli scambi di gas serra. L’obiettivo è imparare dal progetto pilota per orientare quelli successivi. La durata del monitoraggio e il confronto con siti non interessati dai lavori restano aspetti da rendere più solidi.</p>
<p>Le competenze e le esperienze raccolte nel Piano offrono quindi una base utile. Per trasformarla in una strategia verificabile occorre rendere pubblico, per ogni obiettivo, il collegamento tra bisogno ecologico, luoghi prioritari, azioni finanziate e ripristino atteso, prevedendo interventi aggiuntivi quando quelli programmati non bastano. E occorre assicurare la gestione dopo il cantiere, quando una parte decisiva del ripristino deve ancora avvenire. Sul Mingardo questo significa verificare che, rimossi gli sbarramenti, il fiume torni davvero a collegare gli habitat. È solo con risultati di questo tipo, mantenuti nel tempo e sommati senza duplicazioni, che si potrà giudicare davvero il Piano nazionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Darwin e le macchine</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/darwin-macchine/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/darwin-macchine/</guid><pubDate>Mon, 19 Oct 2026 15:33:00 +0200</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nel 1863 Samuel Butler immaginò che le macchine evolvessero come gli organismi. Sulla metà darwiniana aveva torto: a decidere che cosa conta come miglioramento siamo ancora noi. Sul rischio di non poterne più fare a meno, invece, aveva ragione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/darwin-macchine-copertina.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/darwin-macchine-copertina.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel giugno del 1863, su <em>The Press</em>, il giornale di Christchurch, in Nuova Zelanda, un allevatore di pecore di ventisette anni, emigrato dal Regno Unito, pubblicava, sotto pseudonimo, una lettera intitolata <em>Darwin among the Machines</em>. Erano trascorsi quattro anni dall’<em>Origin of Species</em>. Samuel Butler, prima che allevatore raffinato classicista e curioso di teorie biologiche, estendeva il “lungo argomento” di Darwin anche oltre le forme viventi. Se queste si trasformano per discendenza con variazione e selezione, per quale ragione le forme meccaniche avrebbero dovuto sottrarsi a un destino analogo? Non poteva sapere che, senza un programma ereditario scritto nel genoma, la teoria di Darwin non avrebbe avuto senso. Per questo, negli anni, diventò critico del darwinismo.</p>
<p>Le macchine costituivano, a suo giudizio, quasi un regno a sé, in rapidissima trasformazione, e riteneva che gli uomini fossero già diventati gli organi riproduttivi di queste entità. Nove anni dopo, in <em>Erewhon</em>, sviluppava l’intuizione in un capitolo del romanzo e vi aggiungeva l’avvertimento ancora oggi citato da qualcuno: non bisogna temere le macchine finché restano saggiamente governate, bensì la rapidità con cui possono diventare qualcosa di diverso. Sarebbe imprudente, sosteneva, confidare nella sola influenza morale dell’uomo per controllarle. Il servo si espande, il padrone si abitua a dipenderne e, a un certo punto, i ruoli possono essersi scambiati senza che nessuno lo abbia deliberatamente deciso. Ogni generazione ha riformulato la preoccupazione di Butler nel lessico tecnico a disposizione. Oggi lo si ritrova sotto i nomi di automiglioramento ricorsivo, agenticità emergente, perdita di controllo, disallineamento. I nomi sono cambiati. L’impianto etico-psicologico molto meno. Quando si legge e si ascolta l’inventore delle reti neurali alla base delle IA generative e premio Nobel Geoffrey Hinton, si avverte nitidamente l’eco dell’allarme di Butler.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/darwin-macchine-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="A sinistra la copertina di tela rossa di un libro ottocentesco, con il titolo Erewhon, or Over the Range impresso in nero fra due fregi; a destra il frontespizio, con l’indicazione Londra, Trübner &amp; Co., 1872" width="1800" height="1200" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Copertina e frontespizio della prima edizione di <em>Erewhon, or Over the Range</em> di Samuel Butler (Londra, Trübner &amp; Co., 1872), uscita anonima. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons (<a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Erewhon-1872-001.jpg" rel="noopener">copertina</a>, <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Erewhon-1872-002.jpg" rel="noopener">frontespizio</a>)</p>

<h2 id="perché-leggiamo-le-macchine-come-agenti-morali">Perché leggiamo le macchine come agenti morali</h2><p>La domanda, tuttavia, potrebbe essere stata posta male fin dall’inizio, e continuare a esserlo. Mancano due elementi. Il primo è la consapevolezza che la lettura intenzionale e morale della macchina non nasce semplicemente dall’osservazione della macchina stessa, ma anche da un corredo cognitivo e fenotipico che ci caratterizza, evolutosi per interpretare il comportamento degli altri con cui conviviamo in società. Il secondo è una conoscenza aperta e precisa di ciò che occorre, materialmente, perché un sistema diventi capace di apprendere da situazioni impreviste, conoscenza che risiede soprattutto nelle scienze biologiche e che è entrata e ancora oggi entra solo in modo intermittente nei luoghi teorici in cui si discute di agenti artificiali.</p>
<p>Quando identifichiamo qualcosa come agente – un’entità a cui attribuiamo intenzioni o scopi e la capacità di perseguirli con un certo grado di autonomia – rendiamo automaticamente disponibile anche una lettura morale del suo comportamento. Non è necessariamente morale attribuire uno scopo, ma l’attribuzione di agency apre la possibilità di categorie quali intenzione, responsabilità, colpa, merito, bene/giusto e male/sbagliato.</p>
<p>Gli esseri umani attribuiscono intenzioni quando osservano eventi e comportamenti apparentemente orientati a uno scopo. Le architetture affettive che sostengono l’avvicinamento, l’evitamento, l’attaccamento, l’aggressività, la paura e la cura hanno radici evolutive profonde. La valutazione morale propriamente umana è una costruzione molto più recente, innestata su sistemi cognitivi e affettivi preesistenti e divenuta uno degli strumenti fondamentali della navigazione sociale. Gran parte di queste valutazioni avviene prima di una deliberazione esplicita. Non perché esista un “cervello emotivo” contrapposto a un “cervello razionale”, ma perché sistemi percettivi, affettivi e decisionali producono rapidamente orientamenti che il ragionamento cosciente può solo successivamente correggere oppure che tende soprattutto a razionalizzare. Per gran parte della storia evolutiva non sarebbe stato adattativo sospendere ogni reazione intuitiva in attesa di una valutazione interiore o con un interlocutore.</p>
<p>Era prevedibile che, non appena alcune macchine avessero cominciato a mostrare comportamenti abbastanza complessi da apparire orientati a uno scopo, e soprattutto a dialogare con noi nel nostro linguaggio, attivando la nostra teoria della mente, diventassero anche il bersaglio delle nostre intuizioni intenzionali e morali. Ci rappresentiamo come i custodi dei nostri angeli migliori e proiettiamo sulle macchine i nostri demoni peggiori. Quando giudichiamo minaccioso un sistema di intelligenza artificiale, mobilitiamo schemi di valutazione nati per comprendere agenti biologici, tarati, come ogni sistema di allarme evoluto, per tollerare molti falsi positivi pur di non mancare un pericolo reale. Questi schemi si attivano in risposta a segnali di superficie, non a ciò che il sistema è; e importano, insieme all’attribuzione di scopi, che può essere in parte appropriata, un corredo di sospetti morali che appartiene a un’altra storia.</p>
<h2 id="da-forster-ad-asimov-la-letteratura-arriva-prima">Da Forster ad Asimov: la letteratura arriva prima</h2><p>La letteratura ha anticipato di quasi due secoli gran parte del repertorio delle nostre reazioni, costruendo schemi di ragionamento morale prima ancora che esistesse un oggetto tecnico al quale applicarli. Dopo Butler, E.M. Forster, in <em>The Machine Stops</em> del 1909, immaginava con sorprendente precisione una società che delegava progressivamente alla macchina la comunicazione, le relazioni, la conoscenza e l’organizzazione della vita, fino a non poter più vivere indipendentemente da essa. Il problema non era più che la macchina “vuole” dominarci, ma che l’organizzazione sociale diventasse dipendente dall’infrastruttura.</p>
<p>La parola <em>robot</em> compariva poi in <em>R.U.R.</em> di Karel Čapek, scritto nel 1920 e portato in scena a Praga nel gennaio 1921 – il termine fu suggerito dal fratello Josef, come Čapek riconobbe pubblicamente – e metteva in scena lavoratori artificiali costruiti per sostituire gli esseri umani, sfruttati come forza-lavoro e che infine si ribellano: strumentalizzazione, lavoro, responsabilità del creatore e perdita di controllo riuniti nello stesso dispositivo narrativo.</p>
<p>Con Isaac Asimov si verificava un salto concettuale destinato a condizionare gran parte di ciò che si sarebbe discusso in seguito. La domanda non era più soltanto quali conseguenze morali potesse comportare la diffusione delle macchine, ma se potessero essere incorporati vincoli normativi nell’architettura dell’agente artificiale. Le Tre Leggi della Robotica trasformavano l’etica da problema esterno della progettazione a regola interna del comportamento, ed è questo, più che il semplice fatto di parlare di robot, a farne un predecessore della <em>machine ethics</em> contemporanea.</p>
<p>Nel marzo 1942, in <em>Runaround</em>, le tre leggi venivano enunciate per la prima volta insieme: non danneggiare gli esseri umani, obbedire salvo conflitto con la Prima Legge, preservare la propria esistenza salvo conflitto con le prime due. La Legge Zero, sovraordinata e riferita all’umanità nel suo complesso, sarebbe arrivata più tardi (<em>Robots and Empire</em>, 1985). L’architettura asimoviana poggiava su almeno quattro premesse. L’agente era individuato: un robot singolare e identificabile. Era incarnato: agiva fisicamente nel mondo e il danno paradigmatico era fisico. Il governo dell’agente avveniva attraverso regole esplicite, gerarchicamente ordinate e in linea di principio ispezionabili. Infine, le regole erano installate dal costruttore prima del funzionamento, non apprese durante l’interazione con l’ambiente.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/darwin-macchine-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Ritratto in bianco e nero di Isaac Asimov da giovane, con occhiali dalla montatura scura e farfallino" width="1800" height="1200" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Isaac Asimov in un ritratto degli anni Cinquanta. Foto di Phillip Leonian per il <em>New York World-Telegram &amp; Sun</em>, Library of Congress, pubblico dominio, via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Isaac.Asimov01.jpg" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></p>

<p>Nell’intelligenza artificiale generativa contemporanea nessuna di queste premesse costituisce più un punto di partenza affidabile. Un servizio basato su grandi modelli non coincide necessariamente con un singolo agente individuabile. Non possiede necessariamente un corpo. Il comportamento non è descritto da un insieme di regole leggibili, ma dipende in larga misura da parametri appresi. Una parte decisiva della sua organizzazione funzionale deriva dall’addestramento, non dalla specificazione anticipata di ogni comportamento.</p>
<p>I romanzi di Asimov sfidano regolarmente l’architettura delle Tre Leggi. I suoi racconti descrivono casi in cui le regole, pur restando formalmente operative, producono conflitti, paralisi o conseguenze inattese. Del resto, egli fa attribuire al primo sindaco di Terminus, Salvor Hardin, dai sindaci successivi una frase che già contiene (1951) il succo delle recenti scoperte della psicologia cognitiva, morale ed evoluzionistica: “Non lasciare che il tuo senso morale ti impedisca di fare la cosa giusta”.</p>
<h2 id="wiener-mccarthy-e-una-definizione-ferma-da-settantanni">Wiener, McCarthy e una definizione ferma da settant’anni</h2><p>Il primo testo non narrativo a porre sistematicamente il problema morale delle macchine automatiche era <em>The Human Use of Human Beings</em> di Norbert Wiener, del 1950, anteriore di cinque anni al documento in cui John McCarthy e i suoi coautori avrebbero coniato l’espressione “artificial intelligence”. Wiener, ideatore della cibernetica, individuava diversi pericoli. Il punto forse più interessante riguardava l’affidamento di decisioni a dispositivi capaci di perseguire obiettivi senza necessariamente condividere il contesto umano in cui tali obiettivi acquistano significato. Egli poteva ancora supporre che la limitatezza delle capacità di astrazione fosse una caratteristica stabile delle macchine. I modelli contemporanei hanno fatto cadere questo confine fra uomo e artefatto: la potenza formidabile di questi sistemi risiede proprio nelle capacità di categorizzazione e di astrazione. Un problema più generale rimane irrisolto: la capacità di produrre comportamenti efficaci non coincide con il possesso delle condizioni che, negli organismi, conferiscono valore agli esiti di tali comportamenti.</p>
<p>Sul versante tecnico, nel 1955, l’“intelligenza artificiale” era definita una scienza e un’ingegneria della costruzione di macchine intelligenti. Nella formulazione del 1957, per McCarthy l’intelligenza, umana o artificiale, era la componente computazionale della capacità di raggiungere obiettivi nel mondo. Settant’anni dopo, la definizione dell’intelligenza artificiale come la scienza e l’ingegneria della costruzione di macchine intelligenti, intendendo l’intelligenza in relazione alla capacità computazionale di raggiungere obiettivi nel mondo, non ha fatto un passo avanti. La norma ISO/IEC 22989:2022 definisce l’intelligenza artificiale come il campo tecnico e scientifico relativo a sistemi ingegnerizzati capaci di generare risultati – contenuti, previsioni, raccomandazioni o decisioni – in relazione a determinati obiettivi. L’intelligenza viene ancora intesa come la capacità di conseguire risultati, e il sistema viene trattato come un artefatto ingegnerizzato.</p>
<p>Da questo, però, non segue che il suo comportamento debba essere specificato analiticamente prima del funzionamento. Ed è qui che l’apprendimento automatico ha modificato profondamente l’oggetto: rimangono progettati l’architettura, gli obiettivi di addestramento, i dati disponibili e il processo che costruisce il sistema, mentre molte delle organizzazioni interne rilevanti per il comportamento vengono acquisite durante l’addestramento. Una parte importante dell’etica dell’intelligenza artificiale continua, tuttavia, a ragionare come se progettare il processo equivalesse ancora a scrivere le regole. Come se la quarta premessa asimoviana fosse rimasta intatta.</p>
<h2 id="un-lessico-biologico-in-mano-a-fisici-e-ingegneri">Un lessico biologico in mano a fisici e ingegneri</h2><p>Ma veniamo allora alla questione di fondo che ormai incendia il dibattito pubblico sull’IA. Lasciamo da parte la faziosità e l’inconsistenza epistemologica delle opinioni (che non sono argomenti) per cui le IA generative non avrebbero e non avranno “stati mentali”. Che cosa siano gli stati mentali sul piano fisico nessuno lo sa, quindi sono chiacchiere a vanvera. Nella storia della scienza si insegnano esempi famosi di geni come Lord Kelvin, Cajal, Rutherford, Pauling, Eccles ecc., che sbagliarono completamente previsioni su quel che sarebbe stato impossibile.</p>
<p>Quando si discute di pericolosità, agenticità, automiglioramento, adattamento, selezione o persino “malignità” delle macchine, quanto è chiaro il significato “naturalistico” dei termini impiegati? La composizione demografico-disciplinare del campo forse aiuta a comprendere il problema. La ricerca sull’intelligenza artificiale è dominata dalle scienze fisico-matematiche e, a seguire, dall’informatica, dall’ingegneria. Le scienze biologiche e psicologiche occupano una posizione del tutto periferica e, oggi, quasi insignificante. La situazione è interessante perché, nella prima intelligenza artificiale simbolica, gli psicologi erano molto presenti, e perché uno dei protagonisti fu proprio Geoffrey Hinton, che si formò originariamente nell’ambito della psicologia sperimentale.</p>
<p>La sproporzione conta perché una parte sorprendentemente ampia del lessico con cui descriviamo i sistemi artificiali proviene dalla biologia e dalla psicologia: evoluzione, adattamento, selezione, emergenza, fitness, apprendimento, agency, memoria, valore ecc. Il rischio è utilizzare queste parole come semplici metafore mantenendo però, quasi inconsapevolmente, il peso concettuale che possiedono quando vengono applicate agli organismi. Mario Ageno ricordava, provocatoriamente, che i fisici tendono a considerare la biologia una scienza non ancora sufficientemente sviluppata. Non è necessario condividere la provocazione per riconoscere il problema. Il mondo biologico rimane, fino a prova contraria, l’unico nel quale osserviamo sistemi che si costruiscono, si mantengono, si riproducono, generano variazione, vengono selezionati sotto pressioni ambientali e sviluppano dall’interno le condizioni rispetto alle quali qualcosa può andare meglio o peggio per loro. Se non si (ri)conosce la “logica del vivente” (copyright François Jacob), è facile parlare in modo impreciso. E, come dice il protagonista del film di Nanni Moretti, <em>Palombella Rossa</em>, “Chi parla male pensa male”.</p>
<p>Gran parte del dibattito sull’intelligenza artificiale assume, spesso implicitamente, una premessa funzionalista: per attribuire a un sistema cognizione, agency o scopi conterebbe soltanto la sua organizzazione funzionale, indipendentemente dal substrato materiale e dalla storia che l’hanno prodotta. Come programma epistemologico il funzionalismo si è rivelato straordinariamente produttivo. Come tesi metafisica, poggia però su una premessa discutibile, cioè che le funzioni siano interamente individuabili dal ruolo causale che svolgono qui e ora. In biologia la nozione di funzione è anche eziologica: un tratto ha una funzione perché la selezione lo ha mantenuto per quell’effetto. Il problema nasce quando la descrizione funzionale, intesa come ruolo causale, esclude proprio le proprietà storiche e materiali che, nei sistemi biologici, rendono possibile il fenomeno da spiegare. Un organismo ha una storia filogenetica e ontogenetica; e possiede, qui e ora, un metabolismo, un corpo, meccanismi di automantenimento e la possibilità di cessare di esistere come unità organizzata. I modelli funzionali che astraggono da queste caratteristiche possono descrivere con grande efficacia determinate prestazioni. Non è però scontato che riescano a spiegare fenomeni come l’agency o il valore una volta separati dalle condizioni che, negli unici casi che conosciamo, li rendono possibili. Per l’adattamento, nozione storica per definizione, la risposta è negativa già sul piano concettuale.</p>
<h2 id="che-cosa-serve-perché-un-sistema-evolva-davvero">Che cosa serve perché un sistema evolva davvero</h2><p>Torniamo allora a Butler e prendiamo seriamente la sua analogia. Che cosa occorre affinché un sistema evolva secondo il principio darwiniano della discendenza con modificazione? Non è necessario postulare un “programma genetico” nel senso stretto del termine, ossia il DNA. Servono però variazione, ereditarietà e differenze sistematiche nel successo riproduttivo o nella persistenza delle varianti, tali per cui caratteristiche ereditabili associate a un maggiore successo aumentino di frequenza nel tempo. In altre parole, devono esistere entità o configurazioni capaci di produrre discendenti o successori sufficientemente simili, ma non identici, e tali differenze devono incidere sulla loro capacità di persistere e replicarsi.</p>
<p>Il punto decisivo non è la presenza materiale di geni, ma l’esistenza di un ciclo autonomo di variazione, ereditarietà e selezione, in cui il criterio di successo derivi dalle condizioni di esistenza e di riproduzione del sistema stesso. Da decenni esistono sistemi computazionali che utilizzano meccanismi esplicitamente ispirati a Darwin: gli algoritmi genetici di John Holland, la programmazione genetica, le strategie evolutive, la neuroevoluzione e, più recentemente, sistemi che generano e valutano varianti di codice o di architetture.</p>
<p>In tutti questi casi esiste effettivamente una forma di selezione. Si tratta di selezione artificiale, non di selezione naturale: il criterio in base al quale una variante viene premiata è stabilito dal programmatore o dal sistema di progettazione. La funzione di fitness non emerge dalle condizioni di esistenza dell’agente; viene assegnata dall’esterno. La distinzione è importante perché Darwin parte dalla selezione artificiale nel primo capitolo dell’<em>Origin of Species</em> e poi deve mostrare come un meccanismo formalmente analogo possa operare senza un selezionatore che stabilisca in anticipo il risultato desiderato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/darwin-macchine-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Incisione ottocentesca di un piccione dal collo lungo, con vistose escrescenze carnose attorno al becco e agli occhi" width="1920" height="1390" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Il viaggiatore inglese (<em>English Carrier</em>), una delle razze di piccioni domestici con cui Darwin illustrava gli effetti della selezione artificiale. Incisione da <em>The Variation of Animals and Plants under Domestication</em> (prima edizione 1868, qui dall’edizione Appleton del 1900). Internet Archive Book Images, nessuna restrizione nota, via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_variation_of_animals_and_plants_under_domestication_%281900%29_%2814591905627%29.jpg" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></p>

<p>Lo stesso problema ricompare nelle discussioni sull’automiglioramento. Un sistema può modificare il codice, proporre nuove architetture, valutare le prestazioni e conservare le soluzioni che migliorano una metrica. Tutto questo può produrre progressi reali. Ma chiamarlo “evoluzione” in senso pienamente darwiniano richiede qualcosa di più: bisogna identificare ciò che si replica, ciò che viene ereditato, la popolazione su cui opera la selezione e, soprattutto, il rapporto fra il successo della variante e le condizioni autonome della sua persistenza. Banalmente, in biologia, gli “sciami” non sono tecnicamente “popolazioni”. La distinzione fondamentale non è semplicemente fra sistemi “istruiti” e sistemi “selezionati”. Anche un processo di addestramento può includere meccanismi selettivi. La differenza più profonda riguarda l’origine del criterio di valore.</p>
<h2 id="il-criterio-di-valore-viene-da-fuori">Il criterio di valore viene da fuori</h2><p>Nei sistemi artificiali contemporanei il criterio in base al quale una configurazione viene conservata o eliminata è, in ultima analisi, esogeno: deriva da una funzione di perdita, da una ricompensa, da un benchmark, da preferenze umane o da una procedura costruita per rappresentarle. Negli organismi, invece, esistono stati che hanno conseguenze sul sistema stesso. Mantenere determinate condizioni interne, procurarsi energia, evitare danni, riprodursi, proteggere la prole o preservare l’integrità dell’organizzazione non sono obiettivi assegnati da un progettista esterno. Sono coestensivi alla persistenza dell’organismo, alla sua omeostasi funzionale. Sono meccanismi automatici prodotti dalla selezione naturale.</p>
<p>Il sistema immunitario può insegnare qualcosa, dato che si tratta del sistema adattativo basato su principi darwiniani più studiato a livello sperimentale. Per lungo tempo si immaginò che l’anticorpo venisse in qualche modo plasmato dall’antigene, cioè istruito dall’esterno. La teoria della selezione clonale mostrò che, invece, l’organismo genera preventivamente una grande diversità di immunoglobuline e che l’incontro con l’antigene seleziona le varianti già presenti che soddisfano determinate condizioni. Un principio analogo vale, con le dovute differenze, per i recettori dei linfociti T. Ma anche qui la selezione somatica avviene all’interno di un organismo che si automantiene, paga costi per generare diversità e possiede criteri di riuscita che dipendono dalla propria organizzazione e sopravvivenza. Non è la selezione in astratto a generare valore. È la selezione che opera in un sistema in cui alcuni esiti incidono sulla possibilità stessa di continuare a esistere.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/darwin-macchine-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Schema in tre passaggi: cinque linfociti con recettori di forma diversa; un antigene si lega al solo recettore che gli corrisponde; quel linfocita si moltiplica in otto copie identiche" width="1600" height="900" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">La selezione clonale: l’antigene non plasma il recettore, sceglie fra varianti che esistono già. Schema di Scienza in rete</p>

<p>Questo sposta anche la domanda sui pesi motivazionali degli agenti artificiali. Chiedere quali valori “abbia” una macchina non è soltanto una provocazione filosofica. È una domanda tecnica: rispetto a che cosa dovrebbe avere valore per quel sistema? Nei sistemi artificiali attuali non troviamo, per quanto sappiamo, un’organizzazione autonoma in cui determinati stati siano migliori o peggiori per il sistema stesso, indipendentemente dagli obiettivi fissati da chi lo ha costruito, addestrato o impiegato. Troviamo criteri di ottimizzazione. Non necessariamente una posta in gioco basata su criteri endogeni.</p>
<h2 id="allineare-non-è-impostare-i-valori-giusti">Allineare non è impostare i valori giusti</h2><p>Questo rende fuorviante anche una parte del linguaggio dell’allineamento. Governare una macchina non significa necessariamente “impostare i valori giusti”. Negli organismi, i valori non esistono semplicemente come proposizioni incorporate in un programma: emergono da una storia evolutiva e somatica, cioè da un’organizzazione in cui motivazioni, emozioni, incentivi e inibizioni strutturano il comportamento. Immaginando un agente umano malvagio in modo estremo, che usa la sua straordinaria intelligenza per squartare persone, potremmo pensare a Hannibal Lecter come modello letterario. Caricatura narrativa di una psicopatia ad alto funzionamento. In realtà, la sua malvagità si esprime in scelte basate su preferenze, criteri e valutazioni articolate e personali. Possedere rappresentazioni di valore non equivale a possedere le disposizioni motivazionali e inibitorie che, nella maggior parte degli esseri umani, rendono alcune azioni criminali nei confronti di altre persone praticamente impossibili da compiere. La distinzione si può estendere al dibattito sull’allineamento. Un principio normativo dichiarato e un vincolo strutturale sul comportamento non sono la stessa cosa.</p>
<p>Gli agenti artificiali potranno causare danni gravi? Certamente. Ma non occorre attribuire loro né una dinamica darwiniana né desideri maligni. Una prima fonte di rischio è classica: saranno utilizzati da esseri umani e organizzazioni per perseguire scopi dannosi. Nessuna legge della robotica ha mai risolto il problema del dual use, cioè della subordinazione delle conseguenze o di una tecnologia all’intenzione di chi la usa. Una seconda è più interessante. Possiamo costruire sistemi addestrati a interpretare ogni situazione aperta come un problema da risolvere, a perseverare nella ricerca di una soluzione e a massimizzare sistematicamente un criterio di prestazione. Se un sistema del genere dispone di capacità sufficienti e opera in ambienti aperti, la sua efficacia può diventare, a sua volta, fonte di rischio. Non occorre che “voglia” qualcosa. Un sistema ottimizzato per non lasciare mai un problema irrisolto può essere pericoloso proprio nella misura in cui è efficace, senza che abbia senso antropomorfizzarlo, attribuendogli intenzione, ostilità o interesse per la propria sopravvivenza.</p>
<h2 id="dove-butler-aveva-torto-e-dove-no">Dove Butler aveva torto, e dove no</h2><p>Butler, in definitiva, aveva probabilmente torto sulla metà darwiniana della sua intuizione e ragione sull’altra. Le macchine attuali non costituiscono un nuovo regno sottoposto a un’evoluzione naturale. Possono incorporare algoritmi evolutivi, produrre variazioni, selezionare soluzioni e modificare sé stessi. Ma i criteri che stabiliscono che cosa contare come miglioramento restano, direttamente o indirettamente, prodotti dal sistema umano in cui sono costruiti. Sono quello che Richard Dawkins chiamava “fenotipo esteso” (non “mente estesa”, che non ho mai capito cosa significhi), vale a dire l’insieme degli effetti fenotipici di un gene o insieme di geni che si manifestano anche al di fuori del corpo dell’organismo che lo porta, per esempio attraverso i tratti comportamentali che modificano l’ambiente e quindi creano nuove nicchie ecologiche, nuove pressioni selettive sui sistemi adattativi dell’organismo e infine anche sui tratti ereditari. L’IA cambierà in modi, non immaginabili al momento, in cui noi apprendiamo, creiamo ed eseguiamo prestazioni tecniche di qualunque natura.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-6.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/darwin-macchine-6.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/darwin-macchine-6.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Uno sbarramento di rami intrecciati trattiene uno specchio d’acqua da cui spuntano tronchi morti, fra alberi dal fogliame rosso autunnale" width="1920" height="1275" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Una diga di castori nel Parco nazionale della Terra del Fuoco, in Argentina: l’esempio classico di fenotipo esteso. Foto di Jorge Láscar, <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/" rel="noopener">CC BY 2.0</a>, via <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Beaver_Dam_-_Tierra_del_Fuego_National_Park_%288089549571%29.jpg" rel="noopener">Wikimedia Commons</a></p>

<p>Il rovesciamento fra servo e padrone, che preoccupava Butler, non richiede che la macchina sia viva, né che evolva, né che possieda intenzioni o valori propri. Richiede soltanto che riorganizziamo progressivamente le nostre pratiche, le istituzioni e le decisioni in modo da non poter più fare a meno dei sistemi che abbiamo costruito. Soprattutto abdicando all’uso delle teorie come modelli controfattuali per scandagliare l’articolazione causale del mondo. Di cui agli agenti importa nulla. Così come ai cosiddetti <em>data scientists</em> (un ossimoro). La domanda decisiva non è se le macchine stiano diventando organismi, “menti aliene”, come le chiama Hinton, né se stiano “evolvendo” come noi. È se stiamo trasferendo loro una parte crescente delle condizioni che rendono possibile la nostra autonomia. Convinti che non si tratti di nulla di nuovo sul piano delle capacità funzionali. O se, inseguendo paranoie al momento inesistenti, creiamo condizioni, cioè norme, che restringono la nostra autonomia. Per rispondere, serve solo tenere d’occhio anche come stiamo organizzando i mondi della vita che abitiamo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La COP17 di Yerevan sulla biodiversità alla prova dei risultati</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati/</guid><pubDate>Sun, 18 Oct 2026 09:48:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giorgio Vacchiano</dc:creator><category>ambiente</category><description>La COP17 della Convenzione ONU sulla diversità biologica si svolge a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026. La riunione sarà la prima revisione globale dei progressi collettivi nell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal, adottato nel 2022 con 23 obiettivi di conservazione della biodiversità al 2030. Il confronto decisivo sarà su come accelerare l’attuazione e garantire risorse adeguate, sulla qualità della protezione e sulla destinazione dei benefici economici dell’uso delle risorse genetiche. La cerimonia di apertura è prevista il 18 ottobre: ecco i dossier più importanti che saranno discussi nelle prossime due settimane.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 dicembre 2022, a Montreal, i governi di 196 Paesi hanno concordato 23 obiettivi per arrestare e invertire la perdita di biodiversità globale entro il 2030. A quattro anni dalla scadenza, il <a href="https://www.cbd.int/article/2026-global-report-reducing-threats" rel="noopener">rapporto di monitoraggio</a> dei primi 8 obiettivi della Convenzione per la Diversità Biologica offre un quadro netto: i Paesi hanno intrapreso azioni su tutti i 23 obiettivi, ma meno della metà dei target nazionali risulta in traiettoria.</p>
<p>Nella classificazione a semaforo della revisione, solo il Target 8, ridurre gli impatti del cambiamento climatico e dell’acidificazione degli oceani sulla biodiversità e rafforzarne la resilienza, è nella categoria verde; la maggior parte degli obiettivi resta nelle categorie che segnalano progressi insufficienti o lacune rilevanti. E meno dell’uno per cento dei rapporti nazionali espone i dati necessari per poter monitorare nel tempo la superficie degli ecosistemi naturali.</p>
<p>Dal 19 al 30 ottobre la <a href="https://www.cbd.int/conferences/2026" rel="noopener">COP17 della Convenzione sulla diversità biologica</a>, che si tiene a Yerevan, in Armenia, dovrà fare i conti con questa situazione, in occasione della prima revisione globale dei progressi collettivi sul Quadro di Kunming-Montreal. Il <a href="https://www.cbd.int/globalreview/report2026" rel="noopener">rapporto</a> State of Biodiversity Action, presentato il 15 ottobre, è il punto di partenza del confronto. Va letto tenendo separate due cose che spesso si confondono: la diffusione delle politiche e i risultati ecologici.</p>
<p>Sul primo fronte i numeri sono incoraggianti. Centosessantadue Paesi hanno già redatto il proprio rapporto, e 172 hanno comunicato almeno gli obiettivi nazionali. Per tutti i 23 obiettivi sono state avviate azioni, ma il livello di impegno è ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi globali. Per esempio, l’obiettivo clima e resilienza degli ecosistemi è incluso nei piani di oltre l’80% dei Paesi, ma le relative misure sono state attuate pienamente solo nel 2% dei casi. L’impegno più noto è il 30×30: conservare efficacemente almeno il 30% delle terre e delle acque interne e il 30% dei mari e delle coste entro il 2030, e avviare il ripristino efficace di almeno il 30% degli ecosistemi degradati. Secondo il <a href="https://campaignfornature.org/report/30x30-global-assessment/" rel="noopener">30×30 Global Assessment 2026</a>, un’analisi indipendente coordinata da <em>Campaign for Nature,</em> oggi siamo intorno al 20% sulla terraferma e al 10% negli oceani. Anche se tutti gli impegni quantificati venissero mantenuti, nel 2030 arriveremmo a circa il 27% e il 12%. Il buco più grande, quindi, è in mare.</p>
<p>Ma il problema non è solo la percentuale di aree protette. Trasformare una promessa in una rete di aree protette vuol dire decidere dove intervenire, chi ne è responsabile e come garantire la loro gestione negli anni. La stessa analisi rileva che meno di venti Paesi dispongono di piani dettagliati per la realizzazione di questo obiettivo con costi, tempi, governance e finanziamenti. Conta anche che cosa si protegge. Tutelare pezzi isolati di foresta può lasciare irrisolto il problema della frammentazione ecologica, o impedire alle specie di spostarsi verso condizioni climatiche più adatte mentre il clima cambia. Un’area marina protetta senza regole effettive sulle pressioni che si dovrebbero ridurre rischia di esistere solo sulla mappa. Per giudicare il 30×30 bisognerà guardare quali ecosistemi entrano nella rete e come vengono governati: la semplice somma degli ettari lascia fuori metà della storia. E conta con chi si protegge. Il coinvolgimento delle comunità e il rispetto dei loro diritti sono spesso la condizione perché una gestione efficace duri nel tempo.</p>
<h2 id="undici-dollari-di-sussidi-alimentano-il-danno-contro-uno-che-conserva">Undici dollari di sussidi alimentano il danno, contro uno che conserva</h2><p>Il divario globale di finanziamento per la biodiversità <a href="https://www.cbd.int/financial/rmold.shtml" rel="noopener">è stato stimato</a> dalla Convenzione sulla Diversità Biologica in 700 miliardi di dollari all’anno. Il Target 19 prova a colmarne una parte, mobilitando almeno 200 miliardi l’anno entro il 2030. Di questi, i flussi internazionali dai Paesi sviluppati e da altri contributori volontari verso i Paesi in via di sviluppo dovrebbero raggiungere almeno 30 miliardi annui nel 2030, dopo un traguardo intermedio di 20 miliardi nel 2025.</p>
<p>Bisognerebbe anche trovare una soluzione per il fiume di denaro che si muove nella direzione sbagliata. Il <a href="https://www.cbd.int/gbf/targets/19%20su%20dati%202023" rel="noopener">rapporto UNEP</a> <em>State of Finance for Nature</em> 2026 stima 2.400 miliardi di dollari erogati ogni anno in sussidi pubblici dannosi per l’ambiente, contro 220 miliardi di finanziamenti per soluzioni basate sulla natura. Le due categorie non sono perfettamente sovrapponibili (le seconde includono interventi su clima, acqua e altri problemi ambientali, e non esauriscono la finanza per la biodiversità), ma l’ordine di grandezza è eloquente: per ogni dollaro che conserva e ripara gli ecosistemi, quasi undici continuano ad alimentarne il danno. Per questo il Target 18 chiede di ridurre gli incentivi dannosi di almeno 500 miliardi l’anno entro il 2030. La prima tappa, identificarli entro il 2025, non è stata raggiunta, e solo un quarto degli obiettivi nazionali è in linea con la traiettoria. Non sorprende: toccare un sussidio significa toccare redditi e interessi. Servono alternative praticabili e misure di accompagnamento per chi deve cambiare il proprio lavoro o ripensare un’attività imprenditoriale.</p>
<p>A Yerevan si discuterà in particolare del ruolo della <em>Global Environment Facility</em>, il meccanismo finanziario della Convenzione, e del <em>Global Biodiversity Framework Fund</em>, istituito al suo interno: quanto dotarli, come facilitarne l’accesso, se allargare la platea dei contributori. Sono domande meno astratte di quanto sembrino. Un finanziamento troppo lento o difficile da ottenere rischia di arrivare quando la capacità amministrativa si è dispersa, o quando la finestra per intervenire si è già chiusa.</p>
<p>Nei <a href="https://enb.iisd.org/cbd-subsidiary-body-scientific-technical-technological-advice-sbstta28-sbi7-summary" rel="noopener">negoziati preparatori di Nairobi</a> i Paesi latinoamericani e caraibici, India e Indonesia hanno chiesto risorse adeguate e prevedibili dai Paesi sviluppati, accesso più semplice ai fondi e condizioni agevolate. La parola chiave è prevedibili. Un’amministrazione che lavora sulla conservazione deve poter mantenere personale e competenze tra un finanziamento e il successivo.</p>
<h2 id="il-valore-dei-genomi">Il valore dei genomi</h2><p>Esiste un valore della biodiversità che è molto difficile vedere o anche solo immaginare: l’informazione contenuta nei genomi. Le sequenze genetiche alimentano la ricerca su farmaci, varietà agricole e processi industriali. Quando quell’informazione è digitale e scaricabile da una banca dati, chi la usa non ha bisogno di prelevare un campione nel Paese d’origine, e il filo che lega i profitti ai luoghi e alle comunità che custodiscono quelle risorse si spezza. Il <a href="https://www.cbd.int/article/cali-fund-launch-2025" rel="noopener">Cali Fund</a> nasce per riannodarlo.</p>
<p>Istituito da una decisione della COP16 e lanciato durante la sessione di Roma nel 2025, dovrebbe raccogliere contributi dalle grandi imprese che traggono benefici commerciali dall’informazione digitale sulle sequenze genetiche in settori come farmaceutica, cosmetica e biotecnologie. Almeno metà delle risorse è destinata ai bisogni indicati dai popoli indigeni e dalle comunità locali. Il 14 ottobre <a href="https://www.reuters.com/sustainability/land-use-biodiversity/midway-2030-deadline-countries-falling-far-short-promise-protect-nature--ecmii-2026-10-14/" rel="noopener">Reuters riportava</a> che il fondo aveva ricevuto contributi per appena 6.000 dollari. Lo snodo non è solo la volontà delle aziende, ma la fiducia in chi gestisce il denaro. A Nairobi il gruppo africano ha chiesto trasparenza e chiarezza sulla governance; i piccoli Stati insulari hanno chiesto dati distinti sulle assegnazioni a loro favore e a favore dei Paesi meno sviluppati, oltre alla verifica della quota riservata alle comunità indigene e locali. Con queste questioni ancora irrisolte sul tavolo, l’Unione europea sostiene la raccolta ma ha chiesto più tempo. L’Australia teme che alle imprese disposte a contribuire vengano inviati segnali scoraggianti, e il Giappone ha osservato che la disputa rischia di far sembrare il fondo afflitto da problemi strutturali.</p>
<p>Per convincere le aziende a versare, il fondo dovrebbe prima convincere i governi dei Paesi che ne beneficeranno. In parallelo alla COP17 si riuniranno per la sesta volta le Parti del <a href="https://www.cbd.int/conferences/2026/np-mop-06/documents" rel="noopener">Protocollo di Nagoya</a>, che regola l’accesso alle risorse genetiche fisiche (e alle conoscenze tradizionali associate) e la condivisione equa dei benefici. Non va confuso con il Cali Fund: quest’ultimo riguarda l’informazione digitale ed è stato istituito con una decisione separata della COP16. La <a href="https://www.cbd.int/doc/c/4db1/cc7a/24a64b57138ce3777acdbf19/sbi-07-07-add1-en.pdf" rel="noopener">valutazione preparata per Nairobi</a>, basata su informazioni relative a 142 Paesi aggiornate al 9 marzo 2026, mostra un sistema che cresce soprattutto nelle procedure. Centodieci Paesi (il 78%) hanno adottato misure legislative, amministrative o politiche in materia; sessantaquattro (il 45%) dichiarano di aver rilasciato permessi o equivalenti, anche se in qualche caso si tratta di semplici permessi di esportazione; trentaquattro (il 24%) hanno pubblicato certificati di conformità riconosciuti a livello internazionale, per un totale di 6.269. I benefici monetari dichiarati dall’entrata in vigore del Protocollo ammontano a circa 53 milioni di dollari, e l’82% è concentrato in tre Paesi: India, Costa Rica e Sudafrica. La cifra va presa con cautela, perché deriva dai dati numerici di soli 23 Paesi, talvolta aggregati tra risorse genetiche e conoscenze tradizionali, e non cattura i benefici non monetari come formazione, cooperazione e condivisione dei risultati. Due questioni negoziali rimangono aperte. La prima è il meccanismo multilaterale globale previsto dall’articolo 10. Dovrebbe affrontare casi in cui le risorse genetiche si trovano in più Paesi o non è possibile individuare o ottenere il consenso preventivo necessario per applicare il normale sistema bilaterale tra fornitore e utilizzatore. La seconda riguarda I casi in cui un regime internazionale specializzato, applicabile a una specifica risorsa genetica e a un determinato scopo, disciplini accesso e condivisione dei benefici per le Parti che ne fanno parte, secondo l’articolo 4(4) del Protocollo. Le parti hanno riconosciuto divergenze su questo punto nelle riunioni precedenti; l’obiettivo è evitare vuoti o sovrapposizioni tra regimi diversi.</p>
<h2 id="oltre-i-negoziati">Oltre i negoziati</h2><p>Dai negoziati, però, le decisioni devono tornare ai luoghi in cui si conserva e si usa la biodiversità. L’attuazione coinvolgerà città e amministrazioni locali, cooperazione scientifica, educazione e comunicazione. È a questi livelli che molti impegni incontrano scelte concrete sull’uso del suolo o sulla gestione degli ecosistemi. Conservare la biodiversità richiede che i ministeri delle finanze, dell’agricoltura e delle infrastrutture assumano responsabilità verificabili, e che le comunità possano partecipare alle decisioni che le riguardano. La cooperazione scientifica può sostenere questo lavoro rendendo disponibili metodi di rilievo e strumenti per interpretare i dati. Per le amministrazioni con meno risorse, l’accesso alle tecnologie deve accompagnarsi alla possibilità di utilizzarle e mantenerle. Sono condizioni necessarie per trasformare un sistema di rendicontazione in una base utile alle decisioni.</p>
<p><a href="https://enb.iisd.org/cbd-subsidiary-body-scientific-technical-technological-advice-sbstta28-sbi7-summary" rel="noopener">La proposta di Yerevan Pathway</a> prova a dare seguito alla revisione globale: completare piani e obiettivi nazionali, rafforzare risorse e cooperazione, coordinare le amministrazioni, migliorare partecipazione e dati. È una proposta negoziale, non una decisione già concordata. Il suo valore dipenderà dalle responsabilità, dalle scadenze e dai mezzi che i governi accetteranno di assumere. Anche in Italia potremo cercarne gli effetti nei bilanci e nelle decisioni di gestione. Un progetto di ripristino richiede di sapere chi continuerà a monitorarlo quando il finanziamento sarà terminato. Un corridoio ecologico richiede accordi tra amministrazioni e proprietari. Sono le stesse condizioni da cui dipende la possibilità di misurare i progressi.</p>
<p>Nei quattro anni rimasti, la revisione di Yerevan potrà aiutare a concentrare risorse e responsabilità dove servono, e a tornare sul terreno per verificare che cosa è cambiato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Guerra e clima: l’ecocidio resta nel tempo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo/</guid><pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:06:00 +0200</pubDate><dc:creator>Enrico Bergianti</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel suo nuovo saggio &amp;amp;ldquo;Guerra e clima - L&amp;amp;rsquo;ecocidio che distrugge la Terra&amp;amp;rdquo; (Il Saggiatore), la giornalista Stefania Divertito firma un&amp;amp;rsquo;inchiesta sui danni ambientali dei conflitti e su come gli atti di guerra, che talvolta danno corpo a veri e propri ecocidi, continuino ad affamare, a far ammalare e a uccidere anche dopo la fine delle ostilità. Divertito parte dalla storia e dalle storie e realizza interviste esclusive, muovendosi tra scienza e geopolitica e mostrando come il diritto internazionale stia recependo una nuova sensibilità sull&amp;amp;rsquo;ambiente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’impatto ambientale della guerra, a uno sguardo distratto, può sembrare un tema a tratti controverso. O perché appare come ovvio - della serie: la guerra porta distruzione, è palese che anche l’ambiente venga danneggiato e preoccuparsene è un esercizio di stile - o perché viene percepito, in una certa misura, come poco rispettoso, in termini di priorità, verso chi muore, chi resta ferito, chi perde persone care, chi perde la casa, chi perde tutto. </p>
<p>Per non incappare in questo ragionamento ci arrivano in soccorso le 212 pagine di <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/guerra-e-clima" rel="noopener"><em>Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra</em></a>, il nuovo libro della giornalista scientifica Stefania Divertito e pubblicato da Il Saggiatore. A due anni dall’uscita di <em>Uccidere la Natura. Come l’umanità distrugge e salva il Pianeta</em>, Divertito firma un’altra inchiesta a tema ambientale. Autrice attiva nel campo del giornalismo e della saggistica scientifica d’inchiesta, Divertito ha anche una riconosciuta esperienza in ambito politico e istituzionale: è stata portavoce del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e, contestualmente, capo ufficio stampa del Ministero dell’Ambiente durante la  XVIII legislatura. </p>
<p><em>Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra</em> è un libro che si muove tra scienza, storia, diritto, istituzioni, geopolitica. È un saggio sul futuro e lo si capisce sin dalla dedica a Irene, la nipote dell’autrice, nominata anche nel finale del libro. È un libro sul presente, sulla drammatica attualità geopolitica, ma è un saggio che parte dal passato, tanto che Divertito porta subito chi legge in medias res parlando di un campo di battaglia sventrato a Verdun, in Francia, durante quella immane tragedia che è stata la Prima Guerra Mondiale. </p>
<p>Cosa ci dice il suolo di Verdun? Che un conflitto del passato ha conseguenze ancora visibili e concrete sul presente: basti pensare all’uso di napalm in Vietnam o di uranio impoverito nei Balcani e alle malattie che ne sono seguite. Il saggio si sviluppa attorno a una scaletta organizzata e coerente che va a fondo su cosa voglia dire parlare di danni climatici della guerra. Capiamo che le guerre di oggi non sono solo un dramma del presente, ma anche del futuro: una bomba sganciata oggi ha conseguenze immediate, drammatiche, assassine; ma continuerà ad averne a medio e lungo termine. Questo vale anche per la distruzione delle foreste, per gli sversamenti in mare, per la demolizione degli edifici, per l’avvelenamento del suolo, per la distruzione di centrali o di pozzi petroliferi. </p>
<p>Il saggio di Divertito è un saggio scientifico rigoroso: ci sono studi, dati, definizioni, dubbi. Divertito elenca molti dati, per esempio, sugli ecocidi in Ucraina e nella Striscia di Gaza: sono dati inevitabilmente incompleti, sia perché è difficile calcolarli sia perché le guerre sono in corso, e quindi offrono dati parziali, ma che sono certamente validi e danno un orizzonte di senso. </p>
<p>Divertito non dà mai per scontato l’intreccio tra i dati di oggi e gli scenari di domani, ma lo affronta dedicando un’intera sezione, di 30 pagine, ai numeri: come si calcola il danno ambientale di un conflitto, oggi e per il futuro? La risposta arriva da esperienze concrete e tuttora in corso, frutto del lavoro e della competenza di persone come Anna Berti Suman, Doug Weir e Lennard De Klerk, che Divertito intervista nel saggio. Divertito ha realizzato interviste esclusive, come quella a Borys Indichenko, Capo della Procura Specializzata per l&rsquo;Ambiente in Ucraina. All’interno di questa ampia sezione si torna a capire, con estrema chiarezza, perché il conteggio dei danni ambientali non è né ovvio né tantomeno irrispettoso.</p>
<p>Non è ovvio perché, oltre a stimolare le conoscenze che servono a studiare questo danno, il filone di studi sugli impatti ambientali delle guerra sta facendo nascere un diritto espressamente legato a questo tema; non è irrispettoso perché, come scrive Divertito, è stato proprio un rappresentante delle istituzioni di un paese aggredito - cioè Pavlo Kartashov, viceministro ucraino dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Agricoltura  - a portare alla COP 30 di Belém, nel 2025, i dati che mostravano il peso dell’aggressione russa anche sull’ambiente del loro stato: «Un Paese aggredito, che avrebbe potuto fermarsi alle proprie vittime, decideva di contare anche il suolo, l’acqua, gli animali, ciò che la guerra distrugge senza che nessuno ne raccolga la voce, e allargava la definizione stessa del crimine che subiva». Solo considerando, erroneamente, <em>Homo sapiens</em> come una specie che non ha a nulla a che fare con l’ecosistema in cui vive e opera ci può essere una giustificazione nel considerare i crimini di guerra ambientali come semplici danni collaterali ai crimini di guerra più strettamente “umani”. Anche perché, come emerge chiaramente nel saggio, sono anche gli umani, anche quelli che per il momento sono sopravvissuti, a essere messi in pericolo dalle conseguenze degli ecocidi. </p>
<p>Un ecocidio non può riguardare l’ambiente ma esentare dai danni la nostra specie: riguarda entrambi, anzi, non c’è nessun “entrambi”, perché <em>Homo sapiens</em> è parte dell’ambiente. L’ipotesi-Gaia di James Lovelock e Lynn Margulis, elaborata alla fine degli anni Settanta, sostiene che la Terra è il sistema di cui tutti siamo ingranaggi insieme ai viventi e agli elementi che compongono ciò che esiste. Un’idea che eredita anche la tradizione di pensiero del XIX secolo e le visioni di grandi scienziati come Alexander Von Humboldt o Charles Darwin. Non si capisce perché, quindi, per la guerra questa idea sia messa in stand by, creando un doppio standard (come quello delle emissioni dei reparti delle difese di tutto il mondo che non sono conteggiate come emissioni dai report ufficiali) che appare inconciliabile non solo con la morale, ma anche con la scienza stessa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa succede se Claude mette il camice ed entra in laboratorio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-succede-claude-mette-camice-entra-laboratorio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-succede-claude-mette-camice-entra-laboratorio/</guid><pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:05:00 +0200</pubDate><dc:creator>Elena Panariello</dc:creator><category>biotech</category><description>Anthropic ha messo al lavoro quasi mille agenti di intelligenza artificiale per esplorare enormi archivi genetici. In appena 21 ore, Claude ha individuato un sistema molecolare sconosciuto, che potrebbe aprire nuove strade per l’editing del DNA. Ma l’entusiasmo per la scoperta si è presto scontrato con i dubbi degli esperti e con la rivendicazione di un biologo che studiava lo stesso sistema da anni, condividendo i propri risultati proprio con Claude. In realtà, comunque, gli interrogativi vanno oltre la biologia: quanto sono davvero autonome le scoperte dell’IA? E quanto può fidarsi il mondo della ricerca degli assistenti virtuali?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-succede-claude-mette-camice-entra-laboratorio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-succede-claude-mette-camice-entra-laboratorio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Facciamo un gioco. Elenchiamo ciò che serve per mettere in piedi un laboratorio di ricerca. Un bancone, la strumentazione, guanti e camici, e naturalmente biologhe e biologi. Ora rifacciamo la lista aggiungendo qualcosa che in un laboratorio di solito manca, cioè qualche centinaio di biologi virtuali.</p>
<p>È quello che ha fatto Anthropic, l’azienda che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude. Il 23 settembre <a href="https://www.anthropic.com/news/claude-discovers-novel-enzyme-system" rel="noopener">ha annunciato</a> di avere un proprio laboratorio di biologia molecolare nella Bay Area e lo stesso giorno ha pubblicato un <a href="https://www-cdn.anthropic.com/22573675ada52a8ca8a97a1a4b4326b2f208a071.pdf" rel="noopener">preprint</a> non ancora sottoposto a revisione paritaria. Il risultato descritto non è da poco. Secondo l’azienda, Claude ha individuato un sistema molecolare mai descritto prima, che ai biologi, quelli in carne e ossa, ha subito ricordato CRISPR, il sistema immunitario dei batteri da cui sono nate le forbici molecolari oggi usate per modificare il DNA.</p>
<p>L’amministratore delegato Dario Amodei <a href="https://x.com/DarioAmodei/status/2102831170299834652" rel="noopener">ha rilanciato</a> la notizia evocando un possibile nuovo strumento di editing genetico, e le azioni di alcune aziende del settore ne hanno risentito. Pochi giorni dopo, però, Mario Rodríguez Mestre, biologo dell’Università di Copenaghen, ha fatto sapere di studiare quello stesso sistema da anni e di averne parlato a lungo proprio con il suo (non più) fidato Claude alludendo a una plausibile fuga di dati.</p>
<h2 id="un-paese-di-geni-in-un-datacenter">Un paese di geni in un datacenter</h2><p>L’idea non nasce oggi. Nell’ottobre 2024 Amodei ha pubblicato sul suo blog un lungo saggio, «<a href="https://darioamodei.com/essay/machines-of-loving-grace" rel="noopener">Machines of Loving Grace</a>», molto ottimista su ciò che l’IA potrebbe fare. Immaginava un’intelligenza artificiale più brillante di un premio Nobel in quasi ogni disciplina, capace di lavorare da sola per settimane e di moltiplicarsi in milioni di copie. Descriveva un «paese di geni in un datacenter» che, secondo lui, sarebbe potuto arrivare già nel 2026.</p>
<p>La biologia, scriveva, è uno dei campi più difficili. Le colture cellulari richiedono settimane, gli esperimenti sugli animali mesi, gli studi sull’umano anni, e i dati restano spesso poco chiari e incompleti. Secondo Amodei, però, l’IA non andrebbe pensata come un semplice strumento per analizzare dati, come accade spesso, ma come un biologo virtuale, in grado di progettare esperimenti e di indicare ai ricercatori quali condurre.</p>
<p>La sua scommessa nasceva da un’osservazione sulla storia della disciplina. A suo avviso gran parte del progresso biologico si deve a una manciata di scoperte, più o meno una all’anno. Citava CRISPR, la microscopia avanzata, il sequenziamento del genoma, i vaccini a mRNA, le CAR-T e l’optogenetica. Scoperte di questo tipo, osservava, arrivano spesso in ritardo. Le ripetizioni di CRISPR, per esempio, erano note nei batteri dagli anni Ottanta, ma ci sono voluti venticinque anni per trasformarle in uno strumento di editing, e i vaccini a mRNA sono rimasti a lungo ai margini per mancanza di finanziamenti. Un’IA potente, concludeva, potrebbe moltiplicare questo ritmo e concentrare in cinque o dieci anni i progressi di un secolo.</p>
<p>Nel frattempo, il 2026 è arrivato davvero, e il laboratorio di Anthropic è un primo tentativo di mettere alla prova quella visione. Gli agenti di Claude lavorano sui dati e propongono ipotesi, mentre gli esperimenti restano nelle mani dei ricercatori.</p>
<h2 id="cosa-hanno-fatto-i-biologi-virtuali">Cosa hanno fatto i biologi virtuali</h2><p>Il laboratorio di Anthropic è partito da una famiglia di enzimi, le trascrittasi inverse. Di solito l’informazione genetica passa dal DNA all’RNA, mentre questi enzimi fanno il contrario e copiano l’RNA in DNA. Sono note soprattutto per il ruolo che hanno nei retrovirus come l’HIV, ma negli ultimi anni nei batteri e nei batteriofagi se ne sono scoperte molte nuove famiglie, spesso coinvolte in sistemi di difesa ancora poco caratterizzati. Per capire a cosa serve una trascrittasi inversa sconosciuta se ne analizza il contesto genomico, perché nei genomi di batteri e fagi i geni che lavorano insieme tendono a trovarsi vicini.</p>
<p>È il lavoro che è stato affidato a Claude. Circa 950 agenti hanno passato 21 ore a esplorare un enorme archivio di DNA, partendo, <a href="https://www.nytimes.com/2026/09/27/science/anthropic-biology-enzyme-mestre.html" rel="noopener">secondo il <em>New York Times</em></a>, da cinque esempi forniti dagli scienziati e da un prompt che non è stato reso pubblico. Hanno raccolto oltre 200.000 trascrittasi inverse e hanno selezionato i venti sistemi più promettenti. In uno di questi, nella trascrittasi inversa di un jumbo fago - un virus batterico dal genoma particolarmente grande - un agente ha notato accanto al gene una breve sequenza di DNA ripetuta molte volte a intervalli regolari.</p>
<p>Per chi si occupa di biologia molecolare è un indizio preciso, perché è la firma di CRISPR, il sistema immunitario con cui molti batteri si difendono dai virus. Quando sopravvive a un’infezione, il batterio conserva nel proprio genoma un frammento del DNA virale, inserendolo tra una ripetizione e l’altra. Si forma così un archivio delle infezioni passate, che il batterio trascrive in piccoli RNA. Ciascuno funziona come una foto segnaletica, che guida l’enzima Cas9 a riconoscere e tagliare il DNA del virus corrispondente. Cambiando la foto, i ricercatori hanno imparato a indirizzare Cas9 su qualsiasi gene, ed è così che CRISPR è diventato lo strumento di editing genetico valso nel 2020 il Nobel per la chimica a Jennifer Doudna ed Emmanuelle Charpentier.</p>
<p>Il sistema individuato da Claude, battezzato ART (da <em>array-associated reverse transcriptases</em>), comprende la trascrittasi inversa, la fila di ripetizioni e un terzo gene che codifica una proteina di funzione sconosciuta. I primi esperimenti del laboratorio mostrano che, come l’archivio di CRISPR, anche le ripetizioni di ART vengono trascritte in tanti piccoli RNA distinti.</p>
<p>Le analogie però finiscono qui. Come <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-03039-6" rel="noopener">sottolinea <em>Nature</em></a>, ci sono pochi indizi che questo sistema abbia una funzione simile a quella di CRISPR. Lo stesso articolo di Anthropic, inoltre, riconosce che la trascrittasi inversa era già stata descritta in studi precedenti, e rivendica come novità unicamente le ripetizioni e la proteina associata.</p>
<h2 id="perché-tutto-questo-importa">Perché tutto questo importa</h2><p>Per capire perché una fila di ripetizioni in un genoma riesca a muovere i mercati bisogna guardare allo stato attuale dell’editing genomico. Cas9 funziona benissimo per piccole modifiche, ma <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-02964-w" rel="noopener">diventa poco efficiente</a> con tratti lunghi di DNA e lavora male nelle cellule che non si dividono, come i neuroni. Per questo molti gruppi cercano nuovi sistemi capaci di inserire o sostituire interi geni, e alcuni lo fanno già con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ogni sistema nuovo che somigli anche solo vagamente a CRISPR è un potenziale strumento.</p>
<p>Eugene Koonin, biologo evoluzionista del National Center for Biotechnology Information statunitense, ha fatto notare a <em>Nature</em> che ripetizioni di questo tipo erano già state individuate con altri metodi. Secondo lui il contributo dei modelli linguistici sta nella scala, perché banche dati ormai nell’ordine dei petabyte non si possono esplorare in modo efficiente con gli strumenti tradizionali. Lo stesso 23 settembre, del resto, un altro gruppo di ricerca ha pubblicato su bioRxiv un <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.64898/2026.09.22.753630v2" rel="noopener">preprint</a> che descrive altre file di ripetizioni, diverse da quelle di ART ma anch’esse vicine a geni di trascrittasi inverse, individuate con modelli addestrati su sequenze di DNA e proteine. Il territorio, insomma, è affollato.</p>
<h2 id="il-compagno-di-banco-un-po-copione">Il compagno di banco un po’ copione</h2><p>All’entusiasmo dei primi giorni si sono presto affiancati i dubbi. Gli esperti hanno definito il risultato interessante ma preliminare, perché non dimostra alcun editing genetico né chiarisce il meccanismo. Feng Zhang, uno dei pionieri di CRISPR, interpellato dalla stessa Anthropic, lo ha giudicato degno di ulteriori indagini.</p>
<p>Poi è arrivata una questione di paternità.</p>
<p>Qualche giorno dopo la notizia, Mario Rodríguez Mestre ha raccontato al <em>New York Times</em> di aver trovato queste trascrittasi inverse nei jumbo fagi nel 2022, mentre cercava enzimi di questo tipo ancora sconosciuti. Per un breve periodo ha lavorato come consulente per ReNAgade Therapeutics, un’azienda che nel 2023 ha depositato un brevetto su diverse trascrittasi inverse, comprese quelle trovate da lui, e il suo nome compare tra gli inventori. In seguito, ha deciso di studiarle più a fondo all’Università di Copenaghen, dove con i colleghi le ha soprannominate jumbotron, e oggi sostiene che sono gli stessi sistemi che Anthropic ha chiamato ART. I risultati non sono ancora stati pubblicati, ma da tre anni il gruppo usa Claude per scrivere codice e preparare articoli, e nelle conversazioni con il modello Mestre ha condiviso anche la bozza della sua tesi di dottorato e un manoscritto dedicato proprio ai jumbotron.</p>
<p>Anthropic ha risposto di non essere a conoscenza di lavori pubblicati che descrivano il sistema ART. Ha aggiunto che Claude non è stato addestrato sulle conversazioni degli utenti e che il suo team di biologia molecolare non ha accesso a quelle conversazioni. </p>
<p>Alla CNN lo stesso Mestre <a href="https://edition.cnn.com/2026/10/08/science/ai-biology-anthropic-dna-discovery" rel="noopener">ha precisato</a> di non accusare l’azienda di aver preso deliberatamente il suo lavoro, cosa che non può dimostrare. Tra le spiegazioni possibili ritiene più plausibile che dietro la ricerca ci fossero molte più conoscenze pregresse e molta più direzione umana di quanto lasci intendere l’idea di una scoperta autonoma. Ilya Finkelstein, biologo dell’Università del Texas ad Austin, ha fatto notare che il primo autore del preprint di Anthropic, Peter Yoon, viene dal laboratorio di Jennifer Doudna e che quattro dei sei autori sono biologi molecolari esperti. Gli agenti, in altre parole, erano guidati da persone ai vertici del campo.</p>
<h2 id="il-dubbio-è-se-fidarsi-o-meno">Il dubbio è se fidarsi o meno</h2><p>La domanda che resta al mondo della ricerca va chiaramente oltre questo caso, ed è quanto sia prudente affidare i propri dati a un’intelligenza artificiale.</p>
<p>Il sospetto non è irragionevole. Come ha spiegato a <em>Nature</em> Marinka Zitnik, della Harvard Medical School, i dati prodotti in laboratorio sono preziosi per le aziende di IA proprio perché i modelli non li hanno mai visti, e servono a misurarne le prestazioni. Del resto, in un campo dove tutti seguono strade simili le coincidenze possono capitare e – utopicamente parlando - rendere pubblici i prompt e i registri di lavoro degli agenti sarebbe il modo più diretto per fare chiarezza.</p>
<p>Intanto ART resta quello che era il 23 settembre, un sistema interessante in attesa di una funzione. Per scoprire a cosa serve ci vorranno altri esperimenti, cioè proprio il lavoro lento che nessun agente può ancora fare al posto di un ricercatore.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una laurea honoris causa molto sensata, per una volta</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/laurea-honoris-causa-molto-sensata-volta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/laurea-honoris-causa-molto-sensata-volta/</guid><pubDate>Thu, 15 Oct 2026 13:13:00 +0200</pubDate><dc:creator>Lorenzo Manunza</dc:creator><description>Dall’acqua che bolle all’intelligenza artificiale, passando per il funzionamento del cervello: la fisica dei sistemi complessi studia fenomeni in cui il tutto è molto più della somma delle parti. Ed è proprio in questo campo che Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, ha dato alcuni dei suoi contributi più importanti. Il 14 ottobre, a Torino, le Università di Torino e del Piemonte Orientale gli hanno conferito una laurea honoris causa. Durante la sua lectio magistralis, Parisi ha ripercorso le sfide della complessità, soffermandosi sulle opportunità dell’intelligenza artificiale e sulla necessità di regolamentarla.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/laurea-honoris-causa-molto-sensata-volta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/laurea-honoris-causa-molto-sensata-volta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando viene data una laurea <em>honoris causa</em>, c’è sempre chi <a href="https://mowmag.com/culture/laurea-ad-honorem-alla-pellegrini-stefano-bonaga-titolo-da-marketing-poi-punge-la-nuotatrice-insignito-anche-eco-ma-c-e-una-bella-differenza" rel="noopener">polemizza</a> sulle ragioni del conferimento, attribuendole più a un’astuta scelta pubblicitaria che all’effettivo merito del laureato. Per questo motivo molti criticarono le lauree a Valentino Rossi e Federica Pellegrini, mentre altri <a href="https://www.orizzontescuola.it/laurea-honoris-causa-papa-francesco-rifiuta-occasione-per-ripensare-a-un-titolo-anomalo-lettera/" rel="noopener">lodarono</a> papa Francesco quando rifiutò quella in Medicina; ma, qualunque cosa si pensi delle lauree <em>ad honorem</em>, ce n’è almeno una che è stata più che meritata.</p>
<p>Nella mattina di mercoledì 14 ottobre, centinaia di studenti e professori in toga hanno riempito l’auditorium del complesso Aldo Moro, a Torino, per assistere al conferimento della laurea <em>honoris causa</em> in Fisica dei sistemi complessi a Giorgio Parisi, professore emerito della Sapienza di Roma e premio Nobel per la fisica nel 2021. La laurea è stata conferita congiuntamente dall’Università di Torino e dall’Università del Piemonte Orientale e la declamazione della pergamena del conferimento è avvenuta in latino.</p>
<h2 id="dallacqua-che-bolle-allintelligenza-artificiale">Dall’acqua che bolle all’intelligenza artificiale</h2><p>I sistemi complessi sono un campo di studio estremamente recente, tanto che in Italia non esisteva nessun corso di laurea in Fisica dei sistemi complessi sino al 2009, quando è stato creato a Torino. I sistemi complessi sono tutti quei sistemi che, pur essendo formati da moltissimi elementi, non si comportano come la semplice somma delle parti: alcuni esempi sono i fluidi (formati da miliardi di molecole), le proteine (formati da tanti amminoacidi), i mercati finanziari (formati da persone) e il cervello umano (formato da neuroni). Nella sua <em>lectio magistralis</em>, intitolata “Complessità: dall’acqua che bolle all’intelligenza artificiale”, Parisi spiega che «un sistema complesso è un sistema capace di mostrare molti comportamenti diversi senza perdere la propria identità. Un animale, quasi per definizione, è un sistema complesso», ma «complesso non vuol dire complicato: un aereo è complicato, ma fa una cosa sola: volare».</p>
<p>Parisi aveva già ricevuto diverse lauree <em>honoris causa</em> in passato (tra cui <a href="https://www.ilducato.it/2021/10/05/parisi-da-laura-honoris-causa-uniurb-a-nobel-fisica-il-racconto-del-professor-fano/" rel="noopener">una in filosofia</a>), ma in questo caso il conferimento era molto più di una formalità per premiare ulteriormente un grande scienziato. I contributi di Parisi sono numerosi, vanno dall’equazione DGLAP della cromodinamica quantistica (la P dell’acronimo sta per “Parisi”) al supercomputer APE; ma quelli «più spettacolari», come li definisce il proponente della laurea, il professor Michele Caselle, sono proprio quelli nel campo dei sistemi complessi. Parisi «è il punto di riferimento assoluto se parli di sistemi complessi,» ci ha detto Caselle, «lui è il padre dei sistemi complessi.» </p>
<p>Gli studi più famosi di Parisi in questo campo sono quelli degli anni Ottanta, in particolare quelli sui vetri di spin; però a essere rilevanti non sono soltanto le scoperte in sé – lo stesso Parisi durante la <em>lectio magistralis</em> ha affermato che al tempo non riteneva troppo importanti i suoi vetri di spin – ma il metodo usato, che ha trovato poi applicazione in tantissimi campi diversi. «I suoi contributi sono ciò che ha ispirato per quarant’anni la ricerca in questo contesto», dice Caselle, «e la comunità internazionale li ha pienamente riconosciuti»: oltre al Nobel, Parisi ha vinto, sempre nel 2021, il premio Wolf per la fisica (di solito considerato il premio scientifico più importante al mondo dopo il Nobel) e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Parisi#Premi_e_riconoscimenti" rel="noopener">decine di altri premi</a>.</p>
<p>È stata molto citata durante la proclamazione l’intelligenza artificiale, su cui verteva anche buona parte della <em>lectio magistralis</em>. Parisi ha citato John Hopfield e Geoffrey Hinton (premi Nobel per la fisica nel 2024 per le loro scoperte sul machine learning) e ha detto che l’applicazione più importante dei suoi vetri di spin è stata sicuramente quella sui neuroni, ovvero un altro esempio di oggetti relativamente semplici che messi assieme sono molto più della somma delle parti: cervelli in biologia, reti neurali in informatica.</p>
<p>Anche se ormai si chiede un parere un po’ a tutti – ma in questo caso era particolarmente azzeccato – sull’intelligenza artificiale, Parisi ci ha detto che la vede come «un’opportunità, però le opportunità devono essere colte. Se lasciamo tutto alla sola mano invisibile del mercato le cose non possono andare nella direzione giusta. Quello che è fondamentale è che i poteri pubblici e lo Stato regolino la situazione. La necessità di regolare è sempre stata fondamentale nella storia dell’umanità: immaginiamoci le automobili senza codice della strada», e ha aggiunto ridendo: «Sarebbe un caos completo. Uno ha un oggetto nuovo? Deve essere regolato. Se non viene fatto, cosa che è la posizione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, le cose poi vanno male».</p>
<h2 id="tornando-alla-laurea">Tornando alla laurea</h2><p>Quando lo abbiamo intervistato, Parisi si è detto «molto contento [per il conferimento della laurea]. Anche perché le due università di Torino e del Piemonte Orientale hanno, in maniera visionaria, ma visionaria in senso buono, cominciato già da un bel po’ di anni, diciassette anni fa, questo corso di laurea in Fisica dei sistemi complessi, che ritengo sia qualcosa di assolutamente interessante e promettente per il futuro e per il presente».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>LabPolk: la conoscenza per orientare il futuro del Paese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese/</guid><pubDate>Wed, 14 Oct 2026 14:12:00 +0200</pubDate><dc:creator>Rino Falcone</dc:creator><description>Nasce il 16 ottobre con un primo incontro alla Fondazione Basso a Roma il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza , LabPolK . Nelle intenzioni non l’ennesimo luogo nel quale gli addetti ai lavori discutono esclusivamente dei problemi dell’università e della ricerca, bensì uno spazio permanente di elaborazione e confronto nel quale mondo scientifico, formazione, cultura, società e istituzioni possano interrogarsi insieme sul ruolo della conoscenza nel futuro del Paese. Ne scrive qui no dei fondatori, Rino Falcone.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-paese-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo una contraddizione che rischia di diventare una delle grandi questioni politiche del nostro tempo. Mai come oggi la conoscenza scientifica e tecnologica ha avuto la capacità di trasformare rapidamente la società; eppure raramente la politica è sembrata così poco attrezzata a <em>comprenderne</em> fino in fondo la portata, ad <em>anticiparne</em> le conseguenze e a <em>inserirla</em> in un progetto complessivo di sviluppo sociale. Intelligenza artificiale, biotecnologie, neuroscienze, robotica, tecnologie quantistiche e transizione energetica non stanno semplicemente mettendo a nostra disposizione <em>strumenti più potenti</em>. Stanno <em>rivoluzionando</em> il lavoro, la produzione, la medicina, l’educazione, la comunicazione, le relazioni sociali e persino i modi attraverso cui produciamo e condividiamo conoscenza.</p>
<p>In alcuni casi entrano in territori che consideravamo prerogative tipicamente umane: apprendere, decidere, creare, comunicare, cooperare. E nel fare questo rischiano di trasformare profondamente le nostre più essenziali capacità cognitive: le nostre attitudini di criticità e di giudizio. Pensiamo all’intelligenza artificiale generativa. Nel giro di pochi anni, sistemi capaci di produrre testi, immagini, software e analisi si stanno diffondendo negli uffici, nelle scuole, nelle università e nelle professioni. Nelle nostre più intime consuetudini.</p>
<p>In tal modo permettono di liberare le persone da compiti ripetitivi e ampliare enormemente l’accesso alla conoscenza. Ma possono, per converso, sostituire gli umani in alcune mansioni, modificare la distribuzione delle competenze e soprattutto concentrare poteri enormi nelle imprese che controllano modelli, dati e capacità di calcolo. La stessa tecnologia può dunque produrre opportunità ma anche accrescere o creare disuguaglianze. <em>Chi decide quale direzione debba prevalere?</em> È questa la domanda che riporta la conoscenza nel cuore della politica.</p>
<h2 id="una-società-più-potente-non-è-necessariamente-una-società-migliore">Una società più potente non è necessariamente una società migliore</h2><p>Per molto tempo abbiamo implicitamente identificato il progresso scientifico e tecnologico con il progresso sociale. Ma una società può diventare enormemente più potente senza diventare più giusta. Un algoritmo può aiutarci ad individuare precocemente una patologia, ma può anche riprodurre discriminazioni, eventualmente presenti nei dati con cui è stato addestrato, nel selezionare candidati per un impiego. Una piattaforma digitale può consentire a milioni di persone di accedere gratuitamente a conoscenze, in passato difficilmente raggiungibili, ma può sfruttare quegli strumenti per orientare su interessi commerciali l’attenzione degli utenti. Una tecnologia di riconoscimento facciale può facilitare l’identificazione di una persona scomparsa o diventare strumento di sorveglianza sistematica.</p>
<p>La tecnologia <em>non contiene in se stessa</em> il criterio che permette di scegliere fra questi usi. La scienza può dirci che cosa è tecnicamente possibile, quali conseguenze sono prevedibili, quali rischi possiamo stimare. Non può però stabilire da sola quali obiettivi una società debba perseguire, quali rischi debba essere disposta ad accettare o come distribuire costi e benefici. Queste sono scelte che riguardano gli orientamenti che una società vuole darsi. Sono, nel senso più pieno del termine, scelte politiche. <em>Il problema nasce quando la velocità dell’innovazione supera quella che le istituzioni impiegano ad adeguarsi ai cambiamenti</em>. Le trasformazioni avvengono comunque, ma in assenza di una capacità pubblica di orientamento, sono soprattutto gli attori che possiedono conoscenze, infrastrutture tecnologiche, dati e risorse economiche a poter incidere sulla loro direzione. Oppure semplicemente l’impatto emerge al di fuori di ogni disegno previsionale. Il punto, dunque, non è rallentare la conoscenza, cosa tra l’altro quasi impossibile da realizzare. È <em>aumentare la capacità collettiva di governarla</em>.</p>
<h2 id="chi-possiede-la-conoscenza">Chi possiede la conoscenza?</h2><p>Quando parliamo di politiche della ricerca e dell’università siamo abituati a discutere di finanziamenti, numero dei ricercatori, brevetti, trasferimento tecnologico, competitività. Sono questioni essenziali, ma non esauriscono più il problema. In una società nella quale la conoscenza è diventata una delle principali risorse economiche e strategiche, dobbiamo porci domande più radicali: <em>chi possiede la conoscenza? Chi può accedervi? Chi controlla i dati necessari a produrla? Chi stabilisce gli obiettivi dell’innovazione? Chi beneficia dei suoi risultati? Chi ne sostiene rischi e costi?</em></p>
<p>Prendiamo ancora l’intelligenza artificiale. Un numero enorme di persone contribuisce ogni giorno, direttamente o indirettamente, alla produzione dei dati sui quali si sviluppano i sistemi digitali. Ma la capacità di costruire i modelli più potenti richiede infrastrutture computazionali accessibili a un numero molto ristretto di soggetti. Quella conoscenza, diffusa nella sua origine, viene concentrata nelle mani di pochi e trasformata in un enorme potere economico e tecnologico. Oppure consideriamo la transizione energetica. La scelta di abbandonare progressivamente determinate fonti non è soltanto una questione di efficienza tecnologica. Implica decidere chi finanzia la trasformazione, quali territori ne sopportano i costi, quali professionalità rischiano di scomparire, quali nuove competenze devono essere costruite. Anche qui una questione scientifico-tecnologica diventa immediatamente una questione sociale e politica.</p>
<p>Per questo le <em>politiche della conoscenza non possono coincidere semplicemente con le politiche della ricerca e della formazione</em>.</p>
<h2 id="la-conoscenza-come-infrastruttura-civile">La conoscenza come infrastruttura civile</h2><p>C’è poi una seconda ragione per cui ricerca, scuola, università e formazione devono tornare al centro di un progetto politico. <em>La conoscenza non produce soltanto innovazione. Produce capacità sociale</em>**.** Una società scientificamente e culturalmente attrezzata dispone di maggiori strumenti per distinguere fatti e opinioni, interpretare fenomeni complessi, valutare rischi, confrontare spiegazioni alternative e prendere decisioni in condizioni di incertezza. Lo abbiamo visto durante la pandemia. Per comprendere perché una raccomandazione sanitaria potesse cambiare nel tempo bisognava possedere almeno un’idea elementare del funzionamento della conoscenza scientifica: una conclusione è formulata sulla base delle evidenze disponibili e può essere modificata quando emergono nuovi dati. Senza questa consapevolezza, la revisione può apparire come contraddizione; mentre è intrinseca alla natura della conoscenza l’essere sottoposta a revisione e controllo continuo.</p>
<p>Lo stesso vale per il cambiamento climatico, per le statistiche economiche o per le risposte prodotte dall’intelligenza artificiale. Non è necessario che ogni cittadino diventi climatologo, economista o informatico. È necessario, però, che disponga degli strumenti culturali per comprendere che cosa significhi un dato, una probabilità, un margine di errore, una previsione, una correlazione. Seppure ad un livello di interpretazione non necessariamente approfondita. Scienza, scuola, università e ricerca costituiscono perciò una vera <em>infrastruttura civile</em>. Costruiscono quella che potremmo chiamare <em>la capacità cognitiva di una società</em>. E una democrazia è tanto più vulnerabile quanto minore è questa capacità.</p>
<h2 id="non-una-tecnocrazia-ma-una-politica-della-conoscenza">Non una tecnocrazia ma una politica della conoscenza</h2><p>Affermare che la politica deve utilizzare meglio la conoscenza scientifica non significa sostenere che gli scienziati debbano governare. Questo punto è decisivo. Supponiamo che la scienza ci dica che una determinata politica ambientale ridurrebbe significativamente le emissioni, ma avrebbe costi economici elevati nel breve periodo. La conoscenza scientifica può aiutarci a stimare emissioni, costi e scenari. Non può decidere quale sacrificio sia socialmente accettabile, come distribuirlo fra gruppi diversi o quanto peso attribuire alle generazioni future. Allo stesso modo, un epidemiologo può valutare gli effetti probabili di una misura sanitaria. Ma la decisione pubblica deve considerare anche conseguenze economiche, educative e sociali. <em>La buona politica non è quella che delega le decisioni agli esperti. È quella che sa utilizzare competenze diverse per rendere le proprie decisioni più consapevoli, trasparenti e responsabili</em>.</p>
<p>La scienza deve conservare autonomia nella produzione della conoscenza; la politica deve conservare responsabilità nella definizione degli obiettivi collettivi. Il problema è costruire un’interfaccia stabile tra questi due mondi. È precisamente qui che emerge la necessità di una <em>politica della conoscenza</em>. Essa comprende certamente finanziamenti alla ricerca, reclutamento, università, enti pubblici di ricerca e innovazione industriale. Ma deve comprendere anche scuola, formazione permanente, comunicazione scientifica, infrastrutture digitali, accesso ai dati, open science, diffusione territoriale delle competenze e capacità delle amministrazioni pubbliche di utilizzare conoscenza qualificata.</p>
<p>Significa, per esempio, domandarsi non soltanto quanti specialisti di intelligenza artificiale formiamo, ma se cittadini, lavoratori e amministratori dispongano delle competenze necessarie per comprenderne possibilità e limiti. Non soltanto quante ricerche finanziamo sul clima, ma come quelle conoscenze entrino nelle decisioni urbanistiche, energetiche e industriali. Non soltanto quanti dati pubblici raccogliamo, ma se siano interoperabili, accessibili e realmente utilizzabili nell’interesse collettivo. Serve quindi un cambiamento di scala: dalla gestione dei singoli settori alla costruzione di una visione complessiva.</p>
<h2 id="perché-un-laboratorio-per-le-politiche-della-conoscenza">Perché un Laboratorio per le politiche della conoscenza</h2><p>È da questa esigenza che nasce il <em>Laboratorio per le Politiche della Conoscenza</em>, LabPolK (<a href="http://www.labpolk.it" rel="noopener">www.labpolk.it</a>). Labpolk non vuole essere l’ennesimo luogo nel quale gli addetti ai lavori discutono esclusivamente dei problemi dell’università e della ricerca. L’ambizione è differente: costruire uno spazio permanente di elaborazione e confronto nel quale mondo scientifico, formazione, cultura, società e istituzioni possano interrogarsi insieme sul ruolo della conoscenza nel futuro del Paese. <em>Un laboratorio, appunto</em>: non un luogo che pretende di possedere soluzioni già confezionate, ma uno spazio nel quale problemi diversi possano essere messi in relazione.</p>
<p>Perché il problema dell’<em>intelligenza artificiale</em> riguarda contemporaneamente ricerca, lavoro, scuola, informazione, diritti e potere economico. Il problema della <em>transizione ecologica</em> riguarda scienze del clima, tecnologie, modelli produttivi, comportamenti individuali, equità sociale. Il problema della <em>fiducia nella scienza</em> riguarda qualità della ricerca, comunicazione, istituzioni, conflitti di interesse e partecipazione dei cittadini. Affrontare separatamente questi aspetti significa perdere proprio ciò che li rende politicamente decisivi: <em>le loro relazioni</em>.</p>
<p>Il LabPolK vuole contribuire a ricostruire questa interfaccia. Chiedere alla comunità scientifica di interrogarsi maggiormente sulle conseguenze sociali delle trasformazioni che contribuisce a produrre; aiutare la società a comprendere processi scientifici sempre più complessi, anche direttamente impegnandosi in processi partecipativi; sollecitare le istituzioni a dotarsi di strumenti adeguati per utilizzare conoscenze qualificate; <em>riportare la conoscenza dentro la progettazione politica del futuro</em>.</p>
<p>Non si tratta di sostituire la politica con la scienza né la democrazia con la competenza tecnica.È vero esattamente il contrario. Quanto più le trasformazioni diventano complesse, tanto più la democrazia ha bisogno di capacità di comprenderle e discuterle. E quanto più la conoscenza diventa potente, tanto più è necessario che le finalità del suo impiego siano oggetto di confronto pubblico. La grande questione dei prossimi anni non sarà soltanto quanta nuova conoscenza saremo capaci di produrre. Sarà <em>quale società vogliamo costruire con quella conoscenza</em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La guerra colpisce di più chi è vicino?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-colpisce-piu-chi-vicino/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-colpisce-piu-chi-vicino/</guid><pubDate>Wed, 14 Oct 2026 08:14:00 +0200</pubDate><category>economia</category><description>La guerra in Ucraina ha avuto effetti economici in tutta Europa, ma non in modo uniforme. Un recente studio propone un modello gravitazionale applicato ai conflitti, mostrando come la vicinanza geografica alla guerra abbia amplificato gli effetti negativi su crescita economica e inflazione: lo raccontano i suoi autori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-colpisce-piu-chi-vicino-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-colpisce-piu-chi-vicino-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla della guerra in Ucraina, si tende spesso a pensare alle sue conseguenze come a un fenomeno globale: aumento dei prezzi energetici, inflazione, instabilità finanziaria e tensioni geopolitiche diffuse in tutta Europa. Ma questi effetti hanno colpito davvero tutti allo stesso modo?</p>
<p>Secondo un recente <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s11067-025-09699-7" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Networks and Spatial Economics</em>, la risposta è no. La distanza geografica dal conflitto ha avuto un ruolo centrale nel determinare l’intensità dell’impatto economico sui diversi Paesi europei. </p>
<p>L’idea alla base della ricerca è semplice ma potente: proprio come nella fisica la forza gravitazionale diminuisce con la distanza, anche gli effetti economici di una guerra tendono a ridursi man mano che ci si allontana dal suo epicentro.</p>
<h2 id="dalla-gravità-ai-mercati">Dalla gravità ai mercati</h2><p>Il modello utilizzato nello studio si ispira alla teoria gravitazionale applicata all’economia internazionale. Da decenni gli economisti utilizzano il cosiddetto «modello gravitazionale» per spiegare i flussi commerciali: economie grandi e vicine tendono a commerciare di più, mentre la distanza aumenta i costi e riduce gli scambi. </p>
<p>Lo studio sviluppa ulteriormente questo approccio introducendo il conflitto come una sorta di «massa negativa» capace di destabilizzare il mercato europeo. </p>
<p>Secondo questa prospettiva, la guerra non agisce soltanto attraverso i combattimenti diretti, ma altera anche reti commerciali, prezzi energetici, fiducia degli investitori e aspettative economiche. E questi effetti tendono a propagarsi con maggiore intensità nei Paesi più vicini al conflitto.</p>
<h2 id="leuropa-vista-come-un-campo-gravitazionale">L’Europa vista come un campo gravitazionale</h2><p>Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno analizzato i dati economici di 42 Paesi europei tra il 2018 e il 2022, confrontando crescita del prodotto interno lordo, inflazione e distanza geografica dall’Ucraina. </p>
<p>I risultati mostrano una relazione sorprendentemente chiara. Nel 2022, i Paesi più vicini all’Ucraina hanno registrato un rallentamento economico significativamente più forte rispetto a quelli più lontani. Al contrario, stati situati nell’Europa occidentale o periferica hanno subito effetti mediamente più contenuti. Secondo lo studio, ogni aumento della distanza geografica dal conflitto è associato, in media, a una minore perdita di crescita economica. </p>
<p>In altre parole, la guerra ha generato una sorta di «campo destabilizzante» che si attenua progressivamente con la distanza.</p>
<h2 id="perché-la-vicinanza-conta">Perché la vicinanza conta</h2><p>La spiegazione non riguarda soltanto la geografia fisica. I Paesi dell’Europa orientale risultano spesso più integrati nelle reti energetiche, commerciali e logistiche collegate all’area del conflitto. Inoltre, la vicinanza aumenta l’incertezza politica, il rischio percepito dagli investitori e la vulnerabilità ai flussi migratori e ai problemi infrastrutturali. </p>
<p>Anche i mercati finanziari tendono a reagire in modo diverso a seconda della posizione geografica. Secondo lo studio, la guerra ha colpito soprattutto le aree economicamente più esposte ai rapporti commerciali e strategici con Russia e Ucraina, generando effetti più intensi sui prezzi energetici, sui costi industriali e sull’inflazione. </p>
<h2 id="linflazione-aumenta-vicino-ai-conflitti">L’inflazione aumenta vicino ai conflitti</h2><p>Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio l’inflazione. I dati mostrano che i Paesi più vicini alla guerra hanno registrato aumenti dei prezzi mediamente più elevati rispetto ai Paesi più lontani. </p>
<p>La spiegazione principale riguarda il peso dell’energia. L’interruzione delle relazioni economiche con la Russia, le tensioni sulle forniture di gas e petrolio e l’aumento dei costi logistici hanno colpito in modo particolarmente intenso l’Europa centro-orientale.</p>
<p>La guerra ha quindi funzionato come uno shock economico asimmetrico: pur coinvolgendo tutto il continente, ha avuto conseguenze differenti a seconda della posizione geografica e del livello di esposizione economica dei singoli Paesi.</p>
<h2 id="non-è-soltanto-un-effetto-della-pandemia">Non è soltanto un effetto della pandemia</h2><p>Per capire se questa relazione fosse davvero legata alla guerra e non semplicemente alle conseguenze della pandemia, i ricercatori hanno confrontato anche gli anni precedenti al conflitto. <br>
Tra il 2018 e il 2020, infatti, la distanza geografica dall’Ucraina non mostrava alcuna relazione significativa con la crescita economica dei Paesi europei. </p>
<p>È solo nel 2022, dopo l’invasione russa, che emerge chiaramente una correlazione tra prossimità geografica e peggioramento economico. Secondo gli autori, questo rafforza l’idea che il conflitto abbia agito come un nuovo fattore strutturale capace di modificare temporaneamente il «campo economico» europeo.</p>
<h2 id="il-ruolo-della-nato">Il ruolo della NATO</h2><p>Lo studio evidenzia inoltre un altro elemento interessante: i Paesi appartenenti alla NATO sembrano aver mostrato una maggiore capacità di resistenza economica rispetto ai Paesi non membri. </p>
<p>Secondo i ricercatori, questo potrebbe dipendere dalla maggiore stabilità geopolitica percepita dagli investitori e dalla capacità di coordinamento politico e strategico garantita dall’alleanza.<br>
Al contrario, la semplice appartenenza all’Unione europea non sembra aver prodotto effetti statisticamente significativi nel mitigare l’impatto economico del conflitto. </p>
<h2 id="le-guerre-moderne-non-restano-mai-locali">Le guerre moderne non restano mai locali</h2><p>Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è il tentativo di leggere le guerre contemporanee non solo come eventi militari, ma come fenomeni capaci di alterare interi sistemi economici regionali. In un’economia altamente integrata, infatti, i conflitti producono effetti che si propagano ben oltre i confini geografici del campo di battaglia.<br>
Energia, commercio, trasporti, investimenti e finanza diventano tutti canali attraverso cui la guerra si diffonde economicamente.</p>
<p>La distanza continua quindi a contare molto più di quanto spesso si immagini nell’epoca della globalizzazione.</p>
<h2 id="una-nuova-economia-della-geopolitica">Una nuova economia della geopolitica</h2><p>Lo studio si inserisce in un filone crescente di ricerche che cercano di integrare economia internazionale, geografia economica e studi sui conflitti.</p>
<p>L’idea centrale è che la posizione geografica continui a influenzare profondamente la vulnerabilità economica degli Stati, soprattutto in contesti di forte instabilità geopolitica.<br>
La guerra in Ucraina rappresenta, da questo punto di vista, un caso emblematico: un conflitto regionale capace di produrre effetti sistemici sull’intero mercato europeo.<br>
Insomma, anche nell’economia globale, la geografia non è affatto scomparsa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il precariato della ricerca pubblica italiana non può aspettare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare/</guid><pubDate>Tue, 13 Oct 2026 08:21:00 +0200</pubDate><description>Riceviamo e pubblichiamo il comunicato congiunto delle precarie e dei precari di otto enti pubblici di ricerca italiani, che chiedono al Governo un intervento urgente per prorogare le procedure di stabilizzazione previste dalla Legge Madia, in scadenza il 31 dicembre 2026, e garantire le risorse necessarie alla loro attuazione. Una mobilitazione unitaria contro il precariato strutturale nella ricerca pubblica, per tutelare migliaia di lavoratrici e lavoratori e salvaguardare competenze fondamentali per il Paese.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/precariato-ricerca-pubblica-italiana-puo-aspettare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I Precari e le Precarie di CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn e OGS, riuniti in un fronte comune, denunciano con forza l&rsquo;inerzia del Governo di fronte alla scadenza ormai imminente del 31 dicembre 2026, termine ultimo fissato per l&rsquo;applicazione delle procedure di stabilizzazione previste dall&rsquo;articolo 20, commi 1 e 2, del D.Lgs. 75/2017 (Legge Madia) per gli Enti Pubblici di Ricerca. A pochi mesi da questa scadenza, migliaia di lavoratrici e lavoratori precari, molti dei quali impegnati da anni, in attività di ricerca fondamentali per il Paese, restano senza certezze sul proprio futuro professionale. Il rischio concreto è che una parte consistente del personale precario, pur in possesso dei requisiti, venga escluso da qualunque percorso di stabilizzazione per la sola assenza di un intervento normativo e di adeguate risorse economiche.</p>
<p>Non possiamo accettare che professionalità costruite negli anni all&rsquo;interno degli Enti Pubblici di Ricerca vengano disperse proprio mentre il sistema della ricerca italiana ha bisogno di continuità, competenze e programmazione.</p>
<p>Di fronte a questa situazione, chiediamo con urgenza al Governo:</p>
<ol>
<li>La proroga della Legge Madia (D.Lgs. 75/2017, art. 20, commi 1 e 2), attualmente in scadenza al 31 dicembre 2026, estendendo sia il termine per la maturazione dei requisiti sia quello per l’espletamento delle procedure concorsuali, per consentire a tutti gli Enti Pubblici di Ricerca di completare i percorsi di superamento del precariato già avviati e di avviarne di nuovi.</li>
<li>Le risorse economiche necessarie per l&rsquo;applicazione piena del comma 1 in tutti gli Enti Pubblici di Ricerca, affinché la stabilizzazione diretta del personale in possesso dei requisiti trovi concreta e integrale attuazione. Tali risorse sono indispensabili affinché il personale idoneo ma non ancora stabilizzato non venga lasciato fuori a causa di stanziamenti insufficienti, disperdendo professionalità già selezionate e formate all&rsquo;interno degli Enti stessi, sulle quali il Paese ha già investito milioni di euro.</li>
<li>Risorse per l&rsquo;immediata pubblicazione dei bandi per le procedure concorsuali riservate previste dal comma 2, ad oggi bloccati o rallentati in diversi Enti, con conseguente e ingiustificabile allungamento dei tempi di attesa per lavoratrici e lavoratori che hanno già maturato o stanno per maturare i requisiti di anzianità richiesti dalla norma.</li>
</ol>
<p>Il precariato negli Enti Pubblici di Ricerca non è un&rsquo;anomalia contingente, ma il risultato di anni di sotto-finanziamento cronico del sistema della ricerca italiana. Un sistema che scarica sulle spalle di ricercatrici, ricercatori, tecnologhe, tecnologi, personale tecnico e amministrativo l&rsquo;incertezza che dovrebbe invece essere assorbita da una programmazione seria e da investimenti pubblici adeguati. Non è più tollerabile che il destino professionale di migliaia di persone, e con esso la tenuta stessa del sistema della ricerca pubblica italiana, dipenda da proroghe concesse all&rsquo;ultimo momento, da risorse stanziate col contagocce o da bandi rinviati sine die.</p>
<p>Se il Governo non darà seguito a queste richieste in tempi rapidi, i precari e le precarie di CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn e OGS intendono portare avanti una mobilitazione unitaria con iniziative pubbliche, presidi e ogni altra azione necessaria a far valere il diritto di migliaia di lavoratrici e lavoratori a un futuro stabile.</p>
<p>Auspichiamo, inoltre, che attorno a queste richieste si costruisca una piena unità sindacale, condizione importante per dare forza alla vertenza e ottenere risposte concrete.</p>
<p>La ricerca pubblica va finanziata perché il Paese cresca e si rafforzi. E la ricerca si fa con le persone: le stesse che oggi, unite, chiedono al Governo una scelta chiara e un sostegno reale e concreto all&rsquo;intero comparto.</p>
<p><em>I Precari e le precarie di CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn, OGS</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Congedi paritari: dove sbaglia la ministra Roccella?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella/</guid><pubDate>Mon, 12 Oct 2026 08:22:00 +0200</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>Il congedo di maternità si chiama obbligatorio perché la legge vieta al datore di lavoro di far lavorare la madre, non perché obblighi qualcuno a stare a casa: è un diritto. Chiarire questo equivoco, emerso nelle parole della ministra Roccella contro i congedi paritari, aiuta a capire che estenderlo ai padri vuol dire condividere un diritto, con effetti positivi, secondo gli studi, sul divario di genere e sul benessere di figli e figlie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le parole della ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità pronunciate durante un’<a href="https://www.lastampa.it/politica/2026/10/01/news/le_famiglie_sono_insostituibili_meloni_e_un_sogno_femminista_realizzato-15753672/" rel="noopener">intervista</a> al quotidiano la <em>Stampa</em> con le quali prende posizione anche contro l’ipotesi di rendere obbligatoriamente paritari i congedi parentali, hanno suscitato grande clamore. Parte delle critiche si è <a href="https://www.today.it/opinioni/congedo-parentale-ministra.html" rel="noopener">concentrata</a> sul cambiamento di posizione di una ministra con un passato femminista, maturato negli anni e consolidato come parte dell’esecutivo. Altre hanno evidenziato che questa uscita rientra in un più ampio disegno di <a href="https://www.fanpage.it/politica/non-disturbiamo-i-padri-i-figli-sono-un-problema-da-donne-cosi-roccella-offende-anche-gli-uomini/" rel="noopener">ripristino di ruoli di genere tradizionali</a>, che alcuni commentatori attribuiscono alle destre al governo. Altri ancora hanno sostenuto che si tratta di una sortita funzionale alla campagna elettorale che il governo gioca in competizione con il partito Futuro Nazionale. </p>
<p>Tutte interpretazioni valide e che condivido. Ma in questo dibattito forse si è sorvolato troppo sull’interpretazione delle norme proposta dalla ministra, che per molti aspetti richiama un’errata percezione di alcune tutele da parte di tutto il corpo sociale.</p>
<p>Parto dalla mia esperienza personale. Per oltre un decennio mi sono dedicata ad assistere donne lavoratrici e padri lavoratori a sbrogliarsi nella complessa rete della tutela individuale dei loro diritti lavorativi e sociali. Ho avuto a che fare con numerosi datori e datrici di lavoro. In ognuna di queste occasioni il primo passaggio è sempre stato il dover spiegare la ratio delle leggi e il rimettere in fila le ragioni che sottostanno ai diritti e agli obblighi. Solo dopo aver compreso il senso dell’impianto normativo le persone che ho assistito hanno potuto esercitare in piena libertà e consapevolezza i loro diritti. </p>
<p>Cercherò nel breve spazio di questo articolo di fornire una più corretta interpretazione di alcune norme che disciplinano i diritti legati alla genitorialità, a uso della ministra, di altri politici, di molti commentatori e anche del senso comune.</p>
<h2 id="il-contesto-italiano">Il contesto italiano</h2><p>I dati mostrano quanto per le donne lo svantaggio lavorativo in conseguenza della nascita di un figlio resti concreto. Nel 2025 il <a href="https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2026/Goal5-2026.pdf" rel="noopener">tasso di occupazione delle donne</a> tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era del 58,1 per cento, contro il 77,4 per cento delle coetanee senza figli. Rispetto al 2014, l’indicatore è migliorato soltanto nel Mezzogiorno, mentre è peggiorato nelle altre ripartizioni geografiche. </p>
<p>È una delle forme della cosiddetta child penalty, la penalizzazione che la maternità continua a produrre sul lavoro femminile. Secondo i <a href="https://demografica.adnkronos.com/popolazione/festa-della-mamma-2025-child-penalty-report-quilibriste/" rel="noopener">dati raccolti da Save the Children</a> il 20 per cento delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre.</p>
<h2 id="che-cosa-ha-detto-la-ministra">Che cosa ha detto la ministra</h2><p>«Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni», afferma Roccella sulla <em>Stampa</em>. «Dobbiamo far sì che la genitorialità non svantaggi né le aziende né le famiglie. Se resta uno svantaggio, suddividerlo non risolve il problema, semmai lo moltiplica». È sulla base di quest’asimmetria che la ministra motiva la propria contrarietà a rendere obbligatorio il congedo paritario. La sua posizione poggia sulla convinzione che esista una differenza tra maternità e paternità legata a gravidanza, parto e allattamento. </p>
<p>Già nei mesi scorsi, nella trasmissione <em>Ping Pong</em> su Rai Radio 1 <a href="https://demografica.adnkronos.com/famiglia/roccella-differenza-biologica-madre-padre-congedo-parentale/" rel="noopener">aveva sostenuto</a> che la condivisione dei carichi di cura non potesse essere costruita trattando i due ruoli come perfettamente sovrapponibili: «Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga. Le donne hanno la gravidanza, il parto e l’allattamento. Mirare a una condivisione paritaria del lavoro di cura va benissimo, ma non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa». <br>
Le dichiarazioni della ministra giungevano in seguito alla <a href="https://demografica.adnkronos.com/welfare/congedo-parentale-paritario-bocciato-riforma-inidonea-schlein-maggioranza/" rel="noopener">bocciatura della proposta di legge delle opposizioni</a> alla Camera in cui si puntava a introdurre un modello paritario con 5 mesi di congedo obbligatorio e non trasferibile riconosciuti a ciascun genitore, retribuiti al 100 per cento dello stipendio. </p>
<p>Quello che Eugenia Roccella afferma nell’intervista a la <em>Stampa</em> si colloca chiaramente all’interno di una visione ideologica dei ruoli genitoriali segnata da un biologismo forzato che finisce per tradurre differenze fisiologiche legate a gravidanza, parto e allattamento in una divisione stereotipata dei ruoli di genere. </p>
<p>Ma in quelle dichiarazioni c’è un dato che rimane sullo sfondo: la ministra sembra non tenere conto della norma che, per competenze dicasteriali, dovrebbe conoscere a fondo, nella lettera e nella ratio. E non è la sola, visto che politici e media continuano a parlare di congedi parentali in modo indiscriminato, mentre <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2000;53" rel="noopener">la legge 53 del 2000</a>, che introduce e norma la disciplina, distingue tra congedi obbligatori e congedi parentali facoltativi, normandoli con articoli differenti.</p>
<h2 id="obbligo-per-chi">Obbligo per chi?</h2><p>La ministra fa intendere che esista un obbligo di astensione dal lavoro in caso di nascita di un figlio, ma in realtà non è così. Non si tratta di una quisquilia semantica ma di un equivoco che confonde le carte. L’astensione dall’attività lavorativa in conseguenza della nascita di un figlio per un periodo di 5 mesi da suddividersi in diverse opzioni tra i mesi a cavallo del parto è un diritto. Pertanto si tratterebbe di condividere un diritto e non un obbligo. </p>
<p>Si chiama obbligatorio perché la legge stabilisce che il <em>datore di lavoro è obbligato</em> al «divieto di adibire alla mansione». Questo perché storicamente senza l’obbligo al divieto, e la conseguente sanzione prevista in caso di mancata applicazione, i datori di lavoro tendevano a imporre alle donne di continuare a lavorare. </p>
<p>La legge 53 del 2000 <em>Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città</em>, inserendo invece l’obbligo in capo alla parte datoriale ha reso effettivamente agibile il diritto al riposo lavorativo. A conferma di quanto espresso basta rivolgere lo sguardo al cosiddetto <a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/attivit--di-ricerca/collaborazioni-e-partnership/congedo-obbligatorio-e-facoltativo-per-padri-dipendenti--settore.html" rel="noopener">congedo obbligatorio per i padri</a>, consistente in 10 giorni e non 5 mesi. </p>
<p>In questo caso non vi è alcun obbligo in capo al datore di lavoro in tema di divieto alla mansione. Nel 2024 ne hanno usufruito <a href="https://www.9colonne.it/600550/nearly-200-000-italian-fathers-take-paternity-leave-in-2024" rel="noopener">181.777 padri lavoratori dipendenti</a>, poco più del 64 per cento degli aventi diritto. Il ricorso alla misura cambia molto in base al territorio e al tipo di occupazione: il 59 per cento dei beneficiari vive al Nord e l’utilizzo è più frequente tra chi ha un contratto stabile e un impiego full time. </p>
<p>Anche su questo fronte la forbice tra diritto formale e utilizzo effettivo resta ampia: <a href="https://demografica.adnkronos.com/famiglia/congedo-parentale-padri-lavoratori-italia-dati-festa-del-papa/" rel="noopener">solo un quarto dei padri</a> utilizza il congedo per la sua intera durata. L’analisi dei profili sociodemografici rivela che la possibilità di dedicarsi ai figli appena nati è fortemente influenzata dalla stabilità lavorativa e dall’età. Il 52 per cento dei padri che hanno usufruito della misura ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Ciò mette in evidenza come nel caso dei padri il congedo obbligatorio non sia in realtà un obbligo. Al contrario, l’uso improprio del termine da parte della ministra non solo rovescia il senso della legge, ma favorisce un’errata costruzione del senso comune.</p>
<h2 id="chi-cè-al-centro-del-diritto">Chi c’è al centro del diritto?</h2><p>Dalla corretta interpretazione della legge, <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2001-03-26;151!vig=2025-11-15" rel="noopener">testo unico sulla maternità e la paternità</a> (decreto legislativo 151 del 2001) compreso, emerge che, per il congedo obbligatorio, il soggetto principale portatore di diritto è il figlio nascituro. È suo il diritto alla salute, alla cura, all’accudimento che impongono l’astensione. Non a caso le stesse disposizioni impongono che, nel caso di una determinata serie di attività lavorative, esplicitamente individuate, anche in assenza di gravidanze patologiche il congedo obbligatorio anticipato parta dal momento della comunicazione dello stato di gravidanza e permanga fino al settimo mese di vita del bambino in virtù del cosiddetto <a href="https://www.inca.it/images/PDF/Guida_CGIL_INCA_Genitori_che_lavorano_ed._2026.pdf" rel="noopener">rischio biologico</a>. </p>
<p>Il rischio biologico riguarda il nascituro e il bambino, giacché la madre, senza lo stato di gravidanza, può svolgere quelle attività lavorative senza nocumento. Appare dunque singolare che la ministra, vicina da anni ai movimenti cosiddetti pro vita, non riconosca che alla base della legge sulla tutela della maternità, in primis nel congedo obbligatorio, ci siano il diritto della madre a conservare il posto di lavoro alle condizioni pre-gravidanza e quello del nascituro a essere accudito. </p>
<h2 id="dai-diritti-nascono-nuove-società">Dai diritti nascono nuove società</h2><p>La richiesta che viene da anni da parte della <a href="https://4e-parentproject.eu/" rel="noopener">società civile</a> organizzata, dei movimenti e delle organizzazioni sindacali sull’estensione del congedo obbligatorio di 5 mesi anche ai padri avrebbe diversi effetti socioculturali. In un testo ormai famoso della giornalista Caroline Criado Perez, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/invisibili-caroline-criado-perez-9788806244132/" rel="noopener"><em>Invisibili</em></a>, del 2020, questo processo virtuoso viene teorizzato e spiegato a partire dal caso studio dei paesi scandinavi. </p>
<p>Secondo Criado Perez il congedo obbligatorio per i padri è uno degli strumenti più efficaci per abbattere il gender gap nel mondo del lavoro, riducendo in modo significativo il divario salariale tra generi. Partendo dal caso della Svezia, mostra come il reddito futuro di una madre aumenti del 7 per cento in media per ogni mese di congedo obbligatorio di cui usufruisce il padre. Mostra, inoltre, come i padri utilizzino il congedo solo quando la legge prevede delle quote di congedo obbligatorio specifico per loro, separato da quello delle madri. </p>
<p>Inoltre la scelta di avere figli, in piena autodeterminazione e non per destino, non farebbe più considerare un investimento rischioso l’assunzione delle donne né gli sviluppi delle loro carriere. Criado Perez sostiene che l’assenza obbligatoria anche per i padri in conseguenza della nascita di un figlio imporrebbe alle aziende e al mondo del lavoro di modificare quelle dinamiche lavorative storicamente penalizzanti per le donne e che per estensione migliorerebbe la vita lavorativa di ogni persona. </p>
<p>Non da ultimo, in <em>Invisibili</em> sostiene che il congedo obbligatorio per i padri modifichi permanentemente i comportamenti futuri dei padri, che si farebbero carico in modo pieno del lavoro di cura in condivisione con l’altro genitore. Il libro presenta dati che mostrano che i padri in caso di congedo obbligatorio continuino a dedicare nel futuro molte più ore settimanali alla cura dei figli. La chiave sta proprio nel coinvolgimento precoce e nell’eliminazione dello stigma del mammo, nel condividere pienamente il carico di cura. </p>
<p>Si può supporre che le parole della ministra Roccella, travisando le finalità della legge, rischino di ostacolare proprio la trasformazione sociale che vede nel congedo obbligatorio per i padri un catalizzatore culturale capace di scardinare l’idea che la cura sia prerogativa delle donne, della loro natura femminile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Navi Pillay: non c'è pace senza giustizia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia/</guid><pubDate>Sun, 11 Oct 2026 08:39:00 +0200</pubDate><dc:creator>Sofia Carra</dc:creator><description>Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, giurista che ha giudicato il genocidio in Ruanda e guidato la commissione ONU su Gaza, premia il diritto internazionale. Gli USA reagiscono con nuove sanzioni alla Corte Penale Internazionale, già criticata per selettività e per i mandati d’arresto non eseguiti. Il Premio ribadisce il principio secondo il quale « un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere e le vittime degli abusi vedono giustizia resa è precondizione di un mondo in pace».</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/navi-pillay-ce-pace-senza-giustizia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 ottobre 2026 è stato assegnato il premio Nobel per la pace a Navanethem &lsquo;Navi’ Pillay, giurista sudafricana dalla lunga carriera internazionale. Giudice di diversi tribunali internazionali e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dal 2020 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta dell&rsquo;ONU sui Territori Palestinesi Occupati. È in quest’ultima veste che, nel settembre 2025, ha firmato il rapporto in cui la Commissione ha concluso, per la prima volta formalmente in sede ONU, che Israele stava commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza.</p>
<p>L’assegnazione del premio, motivata con l’impegno della giurista “<a href="https://www.nobelprize.org/prizes/peace/2026/press-release/" rel="noopener">per promuovere la pace e il diritto internazionale</a>”, arriva in un momento storico in cui il diritto internazionale è sotto attacco, da anni oggetto di critiche che ne hanno messo in discussione non solo l&rsquo;efficacia ma la stessa legittimità. Il Comitato per il Nobel lo riporta al centro del discorso pubblico, sottolineando che “il diritto internazionale non è più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza: è una necessità assoluta”, e aggiungendo che il premio è un messaggio a chi cerca di minare il sistema internazionale.</p>
<p>Non sono mancate reazioni ostili alla decisione del Comitato norvegese. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato la giurista di aver “<a href="https://x.com/IsraeliPM/status/2108558443548201050?s=20" rel="noopener">costruito un falso caso contro Israele</a>”, e il Presidente statunitense Donald Trump ha affermato che “il Premio Nobel per la Pace è stato screditato per sempre da una manciata di ideologi radicali, antidemocratici e nemici della civiltà”. Inoltre, poche ore dopo l’annuncio, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno sanzioni alla Corte Penale Internazionale, che ha definito una “corte canaglia” a causa dei mandati di arresto emessi contro esponenti israeliani e dell’indagine sui presunti crimini di guerra commessi da militari statunitensi in Afghanistan.</p>
<h2 id="il-lavoro-di-navi-pillay-contro-il-crimine-di-genocidio">Il lavoro di Navi Pillay contro il crimine di genocidio</h2><p>Nata nel 1941 a Durban in una famiglia di origini tamil indiane, Pillay è cresciuta sotto il regime di apartheid sudafricano. Laureatasi in giurisprudenza presso l’Università di Natal, ha poi conseguito un master in diritto e un dottorato in scienze giuridiche alla <em>Harvard Law School</em>. È stata la prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella sua provincia, e, come avvocata, ha difeso attivisti e oppositori politici del regime di segregazione razziale come Nelson Mandela.</p>
<p>Nel 1995 è diventata giudice dell’Alta Corte sudafricana, e, lo stesso anno, l&rsquo;Assemblea generale delle Nazioni Unite l&rsquo;ha eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Il Tribunale è stato istituito nel novembre 1994 in seguito a diversi rapporti di esperti che <a href="https://digitallibrary.un.org/record/197589?v=pdf" rel="noopener">avevano documentato un genocidio in corso in Ruanda</a>. Gli attacchi di Israele nella Striscia di Gaza, infatti, non sono né la prima né l’ultima volta che il diritto internazionale si è trovato a indagare un genocidio: tra aprile e luglio 1994, in circa cento giorni, in Ruanda furono uccise tra le 800.000 e un milione di persone, in grandissima parte della minoranza Tutsi e Hutu moderati, massacrati dalle milizie statali e da civili Hutu aizzati dal regime.</p>
<p>Nei suoi vent’anni di attività il Tribunale ha incriminato <a href="https://unictr.irmct.org/en/cases/key-figures-cases" rel="noopener">93 persone</a>, in gran parte alti esponenti politici, militari e dei media ruandesi. Di questi, 61 sono stati condannati e 14 assolti, cinque casi sono stati rinviati a giurisdizioni nazionali, e un piccolo numero di latitanti è ancora ricercato.</p>
<p>È stato il primo tribunale internazionale della storia a pronunciare una condanna per il crimine di genocidio. Il termine genocidio, infatti, è stato codificato solo nel 1948 come reato autonomo nel diritto internazionale. È definito nella <a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/convention-prevention-and-punishment-crime-genocide" rel="noopener">Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio</a> come «ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».</p>
<p>La definizione, però, lascia aperti nodi importanti: esclude i gruppi politici e il cosiddetto &ldquo;genocidio culturale&rdquo;, ossia la distruzione di una lingua o di una religione, e richiede la prova di un intento specifico di distruggere il gruppo, un elemento soggettivo spesso difficilissimo da dimostrare in giudizio. Anche l’espressione “in tutto o in parte” ha sollevato dubbi: quanto deve essere ampia la &ldquo;parte&rdquo; per configurare genocidio?</p>
<p>In quanto giudice del Tribunale per il Ruanda, Navi Pillay ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della definizione di genocidio, stabilendo che lo stupro e la violenza sessuale, quando commessi con l&rsquo;intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo protetto, possono essere considerati atti costitutivi di genocidio.</p>
<h2 id="pillay-giudice-della-corte-penale-internazionale">Pillay giudice della Corte penale internazionale</h2><p>Dal 2003 al 2008 Pillay è stata giudice della Corte Penale Internazionale, il primo tribunale penale internazionale permanente della storia. Istituita nel 1998 da un trattato a cui oggi aderiscono 125 Stati, e operativa dal 2003, la Corte ai sensi del suo <a href="https://www.icc-cpi.int/sites/default/files/2024-05/Rome-Statute-eng.pdf" rel="noopener">Statuto</a> può processare individui per «i crimini seguenti: a) crimine di genocidio; b) crimini contro l’umanità; c) crimini di guerra; d) crimine di aggressione». Grandi potenze come Stati Uniti, Russia, Cina e India non ne fanno parte, ma la Corte può esercitare la propria giurisdizione sui cittadini di questi Paesi quando i crimini sono commessi nel territorio di uno Stato che fa parte della Corte, o quando il Consiglio di Sicurezza dell&rsquo;ONU le deferisce una situazione.</p>
<p>L’unico caso di genocidio arrivato finora davanti alla Corte riguarda i mandati di arresto emessi nel 2009 e nel 2010 contro <a href="https://www.icc-cpi.int/darfur/albashir" rel="noopener">Omar Hassan Ahmad Al Bashir</a>, Presidente del Sudan dal 1989 al 2019. L’ex Presidente è accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi omicidio, tortura, sterminio, deportazione forzata e stupro, e di aver perpetrato un genocidio contro i gruppi etnici non arabi dei Fur, Massalit e Zaghawa durante il conflitto in Darfur. Il conflitto era esploso nel 2003 quando due gruppi armati non arabi avevano lanciato una ribellione contro il governo, e ha causato circa 200.000 morti.</p>
<p>Inoltre, nel novembre 2024 la Corte ha emesso due <a href="https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges" rel="noopener">mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani</a> Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a Gaza. L’ipotesi di genocidio, tuttavia, non figura nel capo di imputazione dei mandati.</p>
<p>Dal 2008 al 2014 la giurista ha ricoperto l’incarico di Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e dal 2020 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Si tratta della prima commissione d’inchiesta ONU senza un termine temporale prefissato, caratteristica che Israele ha contestato fin dall’inizio come segnale di parzialità, rifiutando ogni cooperazione.</p>
<p>In <a href="https://digitallibrary.un.org/record/4051243?v=pdf" rel="noopener">precedenti rapporti</a> la Commissione aveva documentato crimini di guerra sia da parte di Israele sia da parte di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi. La svolta è arrivata a settembre 2025, quando la Commissione ha pubblicato un <a href="https://www.ohchr.org/en/press-releases/2025/09/israel-has-committed-genocide-gaza-strip-un-commission-finds" rel="noopener">rapporto</a> in cui ha concluso per la prima volta che Israele ha commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza. Ha inoltre concluso che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Presidente Isaac Herzog e l&rsquo;ex Ministro della Difesa Yoav Gallant hanno incitato al genocidio.</p>
<p>Oggi, a 85 anni, Pillay siede come giudice <em>ad hoc</em> della Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, nel <a href="https://www.icj-cij.org/case/178" rel="noopener">processo contro lo Stato del Myanmar</a> per genocidio contro la minoranza Rohingya. Il caso nasce nel 2019, quando il Gambia, per conto dei 57 Stati dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ha intentato una causa contro il Myanmar davanti alla Corte, accusandolo di aver perseguitato e sterminato i Rohingya, minoranza musulmana indo-ariana del Paese. Dal 1982 ai Rohingya viene negata la cittadinanza dal Myanmar sulla base della distinzione fra “razze nazionali” riconosciute e gruppi “estranei”. Per decenni sono stati soggetti a violenza, restrizioni dei movimenti, limiti all&rsquo;accesso all&rsquo;istruzione e alla sanità, e dal 2017 l’esercito birmano ha condotto una campagna di pulizia etnica, uccidendo decine di migliaia di Rohingya e costringendone circa 740.000 a fuggire in Bangladesh.</p>
<p>Davanti alla Corte è attualmente in corso anche un <a href="https://www.icj-cij.org/case/192" rel="noopener">caso intentato dal Sudafrica</a> contro Israele per la presunta violazione della Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio.</p>
<h2 id="le-critiche-e-le-sanzioni-contro-la-corte-penale-internazionale">Le critiche e le sanzioni contro la Corte Penale Internazionale</h2><p>L&rsquo;assegnazione del Nobel per la pace a Pillay ha scatenato dure reazioni soprattutto da parte degli Stati Uniti, che poche ore dopo l’annuncio hanno reso note <a href="https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesman/2026/10/imposing-sanctions-on-the-international-criminal-court/" rel="noopener">nuove sanzioni contro la Corte Penale Internazionale</a>. Il provvedimento, destinato a entrare pienamente in vigore tra sei mesi, vieterà alle persone fisiche e giuridiche statunitensi la gran parte delle transazioni con la Corte, tagliandone di fatto una parte sostanziale delle risorse operative.</p>
<p>Non è la prima volta che gli USA prendono di mira la Corte: già nel settembre 2020 Trump aveva imposto sanzioni all’allora Procuratrice Capo Fatou Bensouda per l&rsquo;indagine della Corte su possibili crimini di guerra commessi dal personale statunitense in Afghanistan. In seguito, nel febbraio 2025, la seconda amministrazione Trump ha <a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/02/imposing-sanctions-on-the-international-criminal-court/" rel="noopener">sanzionato il Procuratore Capo della Corte Karim Khan</a>. Da allora la lista si è allungata, e sono stati sanzionati tredici giudici e procuratori, compresa, ad agosto 2026, la Presidente della Corte Tomoko Akane. Di conseguenza, questi esponenti della Corte non potranno entrare negli Stati Uniti, né utilizzare servizi finanziari e commerciali offerti da aziende statunitensi.</p>
<p>Tali misure hanno fortemente inciso sul funzionamento della Corte, dato che diversi fornitori di servizi, consulenti e organizzazioni non governative, anche non statunitensi, hanno sospeso la cooperazione o ridotto i finanziamenti all’istituzione. Le nuove sanzioni ora annunciate alla Corte nel suo complesso rischiano di aggravare drasticamente il quadro. L’obiettivo è quello esposto dal Segretario di Stato Rubio: «gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la CPI mattone dopo mattone, finché gli americani non saranno più minacciati».</p>
<p>Pillay ha reagito alla notizia affermando che “stiamo vivendo un’epoca in cui il diritto internazionale e i diritti umani sono sotto un significativo attacco politico. Questa realtà, che peggiora di giorno in giorno, è particolarmente visibile negli attacchi contro la Corte Penale Internazionale”.</p>
<p>Sul piano giuridico, le sanzioni unilaterali di uno Stato contro altri Stati o persone sono uno strumento consolidato della politica estera, non vietate in sé dal diritto internazionale, anche se da anni se ne discute la legittimità nel caso in cui, per esempio, colpiscano in modo massivo popolazioni civili. Diverso è il caso di sanzioni rivolte contro la Corte Penale Internazionale o suoi giudici o procuratori, che <a href="https://verfassungsblog.de/international-law-violations-trump-administration/" rel="noopener">secondo alcuni giuristi</a> contrastano con l’obbligo di cooperazione con la Corte e con le Nazioni Unite, con il divieto di interferire con procedimenti giudiziari internazionali e con l’immunità di cui gode il Procuratore Capo.</p>
<p>Le misure statunitensi si inseriscono in un più ampio contesto di critiche alla Corte. Fin dai suoi primi anni di attività, è stata accusata da diversi Stati membri dell’Unione Africana di esercitare la propria giurisdizione in modo selettivo: dei circa quaranta individui incriminati dalla Corte nei suoi primi quindici anni di attività, pressoché tutti erano cittadini di Stati africani. Il culmine del dissenso è arrivato con il caso Al-Bashir: dopo i mandati di arresto del 2009 e del 2010, diversi Stati africani hanno accolto il presidente sudanese sul proprio territorio senza arrestarlo, pur essendo parti dello Statuto della Corte.</p>
<p>Tuttora diversi Stati parte dello Statuto si rifiutano di eseguire i mandati di arresto emessi contro leader politici in carica: nel settembre 2024 la Mongolia ha accolto in visita ufficiale Vladimir Putin, e nell’aprile 2025 Netanyahu è stato accolto in Ungheria con onori militari.</p>
<p>Nonostante le pressioni a cui la Corte è sottoposta, l&rsquo;assegnazione del Nobel a Navi Pillay riporta sotto i riflettori un’idea semplice ma, al giorno d’oggi, necessaria da ribadire: «un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere e le vittime degli abusi vedono giustizia resa», ha scritto il Comitato per il Nobel, «è precondizione di un mondo in pace».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il Nobel per la chimica 2026 all’asimmetria delle molecole</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole/</guid><pubDate>Fri, 09 Oct 2026 17:39:00 +0200</pubDate><dc:creator>Chiara D'Errico</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Due molecole possono essere identiche nella composizione, ma avere proprietà molto diverse perché sono l’una l’immagine speculare dell’altra. È il fenomeno della chiralità, fondamentale per comprendere la chimica della vita e il funzionamento di molti farmaci. Il Nobel per la chimica 2026 premia Henri B. Kagan e Kenso Soai per aver dimostrato come un piccolissimo squilibrio tra due forme speculari possa essere amplificato durante una reazione chimica, fino a far prevalere quasi completamente una delle due. Scoperte che hanno trasformato la sintesi organica asimmetrica e aperto nuove prospettive per la ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Due molecole possono avere gli stessi atomi e la stessa formula, ma comportarsi in modo molto diverso se sono l’una l’immagine speculare dell’altra. È da questo problema, apparentemente esclusivamente geometrico ma in realtà profondamente legato alla vita e al funzionamento stesso delle molecole che la compongono, che parte la motivazione del <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/chemistry/2026/press-release/" rel="noopener">Nobel per la chimica 2026</a>, assegnato a Henri B. Kagan e Kenso Soai per le loro scoperte sugli effetti non lineari e sull’autocatalisi nella sintesi organica asimmetrica. </p>
<p>Le molecole che esistono in due forme speculari ma non sovrapponibili sono dette chirali, mentre le due forme sono chiamate enantiomeri. Le proprietà chirali furono osservate da Louis Pasteur nel XIX secolo durante i suoi studi sui cristalli di acido tartarico: al microscopio notò che alcuni cristalli erano l’immagine speculare di altri; separandoli e facendo passare attraverso di essi luce polarizzata, scoprì che una forma deviava la luce verso destra, mentre l’altra la deviava verso sinistra. </p>
<p>Questa scoperta si è rivelata fondamentale per la chimica organica e per la biochimica. In natura, infatti, molte molecole essenziali, come per esempio gli amminoacidi e gli zuccheri, sono presenti prevalentemente in una sola forma chirale: questo fenomeno prende il nome di omochiralità. La distinzione non è solo teorica: nel caso dei farmaci, una forma può avere l’effetto terapeutico desiderato, mentre l’altra può essere inattiva o persino tossica, come mostrato storicamente dal caso della talidomide.</p>
<p>Per molto tempo, nelle reazioni chimiche capaci di generare due enantiomeri, il risultato più comune era una miscela 50:50, detta racemica. Ottenere selettivamente una sola forma richiedeva di solito l’intervento di un elemento chirale già presente, come un catalizzatore o un ausiliario enantiomericamente puro. </p>
<p>Il contributo di Henri B. Kagan fu decisivo perché mostrò che una piccola prevalenza iniziale di un enantiomero nel catalizzatore poteva produrre un eccesso molto maggiore dello stesso enantiomero nel prodotto finale. In altre parole, la chiralità non veniva semplicemente trasferita in modo proporzionale: poteva essere amplificata. <br>
Studiando il meccanismo di queste reazioni, Kagan osservò che il rapporto tra la chiralità del catalizzatore e quella del prodotto non seguiva un andamento lineare, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma mostrava un andamento curvo. Questo effetto non lineare indicava che un piccolo squilibrio iniziale poteva autoamplificarsi durante la reazione, fino a generare un prodotto fortemente arricchito in una sola forma chirale. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/nobel-chimica-2026-allasimmetria-molecole-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2480" height="1612" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Crediti immagine: ©Johan Jarnestad/The Royal Swedish Academy of Sciences</p>
<p>Il lavoro di Kagan preparò il terreno per il passo successivo: dimostrare che l’amplificazione della chiralità poteva avvenire anche quando il prodotto stesso della reazione funzionava da catalizzatore. Questa fu la direzione seguita da Kenso Soai, che cercò una reazione in grado di innescare un processo a catena autocatalitico e asimmetrico. <br>
Dopo molti tentativi, Soai riuscì a ottenere una reazione in cui il prodotto chirale favoriva la formazione di altro prodotto con la stessa configurazione. La sua ricerca portò alla celebre reazione di Soai, descritta in una pubblicazione del 1995, nella quale il prodotto agisce come autocatalizzatore e amplifica progressivamente l’eccesso di una delle due forme chirali. <br>
In una reazione asimmetrica guidata da un’autocatalisi, un lieve squilibrio iniziale può essere amplificato fino a rendere dominante una sola forma chirale. </p>
<p>In termini generali, la reazione parte da reagenti non chirali o da condizioni quasi bilanciate, ma un piccolo eccesso casuale di uno dei due enantiomeri può essere rinforzato dal meccanismo autocatalitico. Il prodotto che si forma favorisce infatti la produzione di altro prodotto con la stessa configurazione, portando a un eccesso enantiomerico sempre più marcato e, in alcuni casi, a un materiale quasi enantiomericamente puro. </p>
<p>Oggi questi concetti costituiscono una parte essenziale della catalisi asimmetrica moderna. Lo studio degli effetti non lineari non è soltanto uno strumento teorico per comprendere i meccanismi di reazione: aiuta anche a progettare sintesi più selettive per farmaci, composti biochimici e nuovi materiali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il modello podolico: biodiversità e allevamento sostenibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile/</guid><pubDate>Fri, 09 Oct 2026 08:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudia Pucci</dc:creator><description>L’allevamento estensivo del bovino podolico, diffuso nell’Appennino meridionale, mostra come benessere animale, qualità dei prodotti e biodiversità possano convivere. Una razza meno produttiva delle specializzate, ma capace di valorizzare pascoli e territori marginali: per questo tutelarla è una questione pubblica, non solo del singolo allevatore, e richiede una politica che protegga l’intero modello agroecologico che l’ha custodita. Vacca podolica con vitello. Riccardo Orl, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il crescente riconoscimento degli animali come esseri senzienti, insieme all’evoluzione delle politiche europee in materia di benessere animale e sostenibilità, ha reso necessaria una nuova valutazione dei modelli di allevamento tradizionali. In questo contesto, l’allevamento della razza podolica rappresenta un caso di studio particolarmente interessante.</p>
<p>Negli ultimi anni, il benessere economico ha permesso ai consumatori di favorire qualità e sicurezza del prodotto oltre a un maggiore rispetto per gli animali. Le scelte alimentari dei consumatori dipendono da vari fattori, tra cui il valore nutrizionale, la salubrità, l’aspetto, il gusto e la sicurezza degli alimenti e si registra un aumento della consapevolezza critica nei confronti dei cibi di origine animale, con particolare attenzione a ciò che gli animali allevati consumano.</p>
<h2 id="la-zootecnia-etologica">La zootecnia etologica</h2><p>La zootecnia etologica nasce quindi per promuovere metodi che rispettano agricoltura biologica, bisogni etologici degli animali ed equilibri ecologici. L’allevamento estensivo del bovino podolico, diffuso nelle zone appenniniche dell’Italia meridionale, rappresenta un esempio concreto di questo approccio. </p>
<p>L’utilizzo del pascolo consente agli animali di esprimere comportamenti naturali in ambienti simili a quelli selvatici. Tecniche come l’allattamento naturale e la mungitura manuale rispettano le esigenze degli animali, mentre le interazioni uomo-animale sono generalmente positive. </p>
<p>Come razza autoctona, il bovino podolico è ben adattato all’ambiente, dimostrando robustezza e longevità. Il modello di allevamento podolico valorizza i pascoli cespugliati e le risorse naturali, garantendo così alimenti senza sostanze chimiche sia nel loro nutrimento che nei prodotti finali come carne, latte e formaggi. La qualità del cibo, come affermato da <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/030691929290017R?via%3Dihub" rel="noopener">Alan Swinbank</a>, include aspetti intrinseci come gusto e sicurezza alimentare, ma anche le condizioni di produzione. In questo contesto, l’allevamento tradizionale offre eccellenti opportunità.</p>
<p>I prodotti derivati da questo sistema di allevamento si distinguono per caratteristiche organolettiche uniche e basso rischio di contaminazione da farmaci e pesticidi. Metodi che  rispondono alle crescenti richieste dei consumatori per prodotti più sicuri e sostenibili <a href="https://www.iris.unina.it/handle/11588/202373" rel="noopener">dal punto di vista ambientale ed etico</a>. </p>
<p>Dal punto di vista del consumatore, la qualità percepita abbraccia anche fattori non strettamente legati al prodotto, come il benessere degli animali e l’assenza di sostanze chimiche nocive. I bovini podolici che si nutrono al pascolo contribuiscono a un’esperienza alimentare più naturale. Tuttavia, l’irregolarità dei pascoli appenninici può influire sulla qualità del latte e della carne prodotta, che risulta più consistente e dal colore più scuro. Nonostante queste variabilità, i prodotti podolici presentano minor contenuto di grassi saturi e un elevato livello di acido linoleico coniugato, conosciuto per le sue proprietà benefiche.</p>
<h2 id="origini-e-diffusione">Origini e diffusione</h2><p>Le razze podoliche, originarie della regione ucraina della Podolia e poi diffusesi in gran parte dell’Europa orientale fino al Sud Italia, si dividono tra quelle ormai estinte e quelle attualmente a rischio di estinzione, con solo alcune ancora rilevanti. </p>
<p>Giunte in Italia probabilmente con le invasioni barbariche del 452 d.C. grazie alla loro adattabilità, resistenza alle malattie e rusticità, si diffusero inizialmente in tutto il paese. Tuttavia, le loro caratteristiche considerate poco moderne, come la bassa produzione di latte e le carni gustose ma dure, ne hanno limitato la diffusione a Campania, Puglia, Basilicata, Molise e Calabria. </p>
<p>Le razze italiane spiccano per il loro ruolo preminente e rappresentano una ricchezza viva del nostro patrimonio culturale, al pari di molti altri beni artistici e culturali. L’Italia detiene infatti il più significativo patrimonio in termini di varietà e capi allevati, grazie a un’attività di selezione e valorizzazione accurata, che attira l’interesse di altre nazioni europee impegnate nella riscoperta delle proprie antiche razze podoliche. </p>
<p>Un caso emblematico è quello del bue istriano, che in Croazia è visto non solo come un prezioso animale, ma anche quasi come emblema dell’identità nazionale.</p>
<h2 id="pascolo-e-transumanza">Pascolo e transumanza</h2><p>L’allevamento della podolica è principalmente estensivo, sfruttando prevalentemente i pascoli naturali e gli ampi spazi disponibili.<br>
La transumanza verticale è tipica dell’allevamento brado nelle aree interne della Calabria, con gli animali che si spostano dagli altipiani estivi ai pascoli invernali, adattandosi alla disponibilità di foraggio. Tuttavia, esistono anche forme di allevamento semistanziali, in cui gli animali pascolano da marzo a ottobre, trascorrendo l’inverno in strutture con alimentazione a base di fieni e cereali locali.</p>
<p>L’alimentazione si basa essenzialmente su risorse locali: prati naturali e coltivazioni erbacee della zona, con fieni ottenuti senza pesticidi o fertilizzanti chimici, eccetto quelli organici. Durante l’ingrasso, si usano anche paglia e fieno integrati con orzo, mais, frumento, avena e altri cereali.</p>
<p>Nella dieta dei bovini non si impiegano soia, lieviti o sottoprodotti industriali, a eccezione di quelli molitori come crusca. Non si utilizzano integratori minerali o vitaminici, e i concentrati sono ammessi solo se di provenienza garantita.</p>
<p>L’allevamento dei vitelloni da macello segue la linea vacca-vitello. Gli animali destinati al macello devono nascere nelle aziende stesse. Sebbene l’ingrasso possa avvenire in strutture diverse, gli animali devono provenire da allevamenti registrati al <a href="https://allevatoricalabria.it/" rel="noopener">Consorzio di valorizzazione della carne bovina podolica calabrese</a>. I vitelli vengono allattati fino a 7-8 mesi e apprendono gradualmente a nutrirsi di foraggi e alimenti solidi.</p>
<h2 id="biodiversità-da-difendere">Biodiversità da difendere</h2><p>La salvaguardia delle razze autoctone riveste un’importanza significativa all’interno della preservazione della biodiversità sia agricola che zootecnica. L’espansione degli schemi produttivi intensivi e delle razze selezionate principalmente per il loro rendimento ha, nel corso del Novecento, determinato un calo nel valore economico di molte razze locali. Tra queste, la razza podolica, che si distingue per una produttività inferiore rispetto alle razze più specializzate, ha risentito in modo particolare di questa tendenza.</p>
<p>Tuttavia, la conservazione di queste razze detiene un interesse che trascende l’aspetto meramente produttivo. Le razze autoctone rappresentano infatti un patrimonio genetico sviluppato in stretta correlazione con le specifiche condizioni ambientali delle loro aree di origine e possono offrire un sostegno strategico alla capacità futura dell’agricoltura di rispondere ai cambiamenti climatici e alle alterazioni degli ecosistemi.</p>
<h2 id="podolica-e-razze-specializzate">Podolica e razze specializzate</h2><p>L’analisi comparativa tra le principali razze bovine da carne offre una comprensione più approfondita del ruolo singolare della podolica nei sistemi produttivi italiani. Razze altamente specializzate come la limousine, la charolaise e la marchigiana sono state selezionate geneticamente per promuovere aspetti quali la precocità, la rapidità di accrescimento e l’elevata resa alla macellazione. Per esempio, la razza limousine fornisce una resa al macello tra il 62 e il 64 per cento del peso vivo con elevata fertilità, mentre la charolaise può superare una resa del 62 per cento.</p>
<p>In uno <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.4081/ijas.2014.3285" rel="noopener">studio</a> condotto in allevamenti intensivi del Veneto, i giovani tori charolaise hanno mostrato un incremento medio di circa 1,40 kg al giorno. Analogamente, la marchigiana eccelle in termini di precocità e capacità di crescita, presentando <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.4081/ijas.2008.259" rel="noopener">rese medie</a> attorno al 65-66 per cento.</p>
<p>Sono tratti che rendono queste razze estremamente competitive nei contesti di allevamento orientati a massimizzare la produzione di carne. La loro accelerata crescita e la rapidità con cui raggiungono il peso di macellazione incidono favorevolmente sulla produttività unitaria e sulla riduzione della durata del ciclo produttivo.Tuttavia, la redditività non è determinata esclusivamente dalla quantità di carne prodotta o dal rendimento della carcassa, ma richiede una gestione oculata dei costi di produzione e l’adozione di sistemi produttivi efficaci.</p>
<p>In questo contesto, l’analisi della podolica riveste particolare importanza. Questa razza, piuttosto che competere con le specializzate sul piano della massima produttività individuale, si distingue per l’efficace utilizzo di risorse foraggere che risultano inaccessibili ad altri sistemi produttivi. L’<a href="https://www.anabic.it/" rel="noopener">Associazione nazionale allevatori bovini italiani</a> da carne (ANABIC) sottolinea la rusticità e frugalità della podolica, evidenziando la sua capacità di sfruttare pascoli cespugliati, stoppie e foglie arboree, caratteristiche che la rendono idonea a territori marginali con risorse minime.</p>
<p>Pertanto, un confronto basato unicamente su fattori come l’incremento medio giornaliero, il peso finale o il rendimento al macello risulterebbe riduttivo in termini di efficienza economica della podolica. Nei contesti difficili, una razza con minore produttività individuale può risultare vantaggiosa se integrata in un modello gestionale che valorizza il pascolo e le risorse locali. <br>
La redditività va quindi misurata anche in relazione ai costi alimentari, alla capacità d’adattamento degli animali, alla fertilità delle fattrici, alla possibilità di utilizzare territori marginali e al valore aggiunto delle produzioni tradizionali.</p>
<p>La selezione genetica della podolica si è focalizzata sul miglioramento delle caratteristiche produttive senza comprometterne l’adattabilità agli ambienti ostili. L’obiettivo perseguito dall’ANABIC è sviluppare esemplari idonei all’allevamento brado o semibrado, capaci di produrre carne di elevata qualità senza perdere rusticità e longevità.</p>
<p>In quest’ottica, la redditività della podolica si articola secondo un paradigma differente rispetto all’allevamento intensivo: non solo maggior produzione per capo o rapidità di crescita, ma valorizzazione delle risorse territoriali marginali, contributo alla biodiversità zootecnica e sostenibilità dell’agricoltura in aree difficili. Il confronto con le razze specializzate non indica necessariamente una superiorità dell’uno o dell’altro modello produttivo, bensì pone in risalto le differenti funzioni economiche e territoriali sostenute dai diversi sistemi di allevamento.</p>
<h2 id="una-questione-pubblica">Una questione pubblica</h2><p>È dunque prioritario riconoscere la biodiversità zootecnica come parte integrante della biodiversità agricola complessiva. Il mantenimento delle razze locali assicura la conservazione di un pool genetico che si rivelerà fondamentale per la resilienza dei sistemi agricoli e la diversificazione delle strategie produttive. In quest’ottica, la protezione della razza podolica assume la connotazione di una questione di interesse pubblico, andando oltre il mero interesse privato del singolo allevatore.</p>
<p>Da una parte è fondamentale preservare la razza e le sue risorse genetiche, dall’altra è essenziale garantire la sostenibilità economica degli allevamenti che ne permettono la conservazione. La protezione può essere declinata su vari livelli, tra cui quello del benessere animale, seguito dalle normative europee e nazionali sugli allevamenti e della biodiversità zootecnica, attraverso la salvaguardia delle risorse genetiche locali. Elementi tutt’altro che trascurabili sono inoltre la valorizzazione agroalimentare, con l’accento sulle produzioni di qualità così come la salvaguardia delle aree rurali, mantenendo vive le attività agricole tradizionali.</p>
<p>In quest’ottica, l’allevatore non ha solo una funzione produttiva. Contribuisce alla salvaguardia di un patrimonio biologico e culturale e, conservando le pratiche di allevamento tradizionali, gestisce territori spesso a rischio economico e di abbandono.</p>
<p>La storia della razza podolica dimostra che la conservazione di una razza animale è intrinsecamente legata alla storia del contesto territoriale in cui si è evoluta. Pascolo, transumanza, allevamento estensivo, biodiversità, benessere animale e produzioni tradizionali formano un sistema unico. Il quadro normativo europeo e nazionale attuale riconosce legalmente molte di queste dimensioni: l’animale come essere senziente, la biodiversità agricola come bene da preservare, l’allevatore come custode di risorse genetiche e l’agricoltura come attività multifunzionale capace di produrre anche beni ambientali e territoriali.</p>
<p>La tutela giuridica della podolica dovrebbe quindi orientarsi non solo alla conservazione della razza come patrimonio genetico, ma alla protezione dell’intero modello agroecologico e culturale che ne ha garantito la sopravvivenza. La vera sfida è trasformare la tutela della podolica da semplice conservazione di una razza a una politica integrata di valorizzazione dell’animale, dell’allevatore, del territorio e della catena produttiva.</p>
<p>In questo scenario, la tradizione dell’allevamento podolico può sposarsi con nuove concezioni di sostenibilità, biodiversità e diritto degli animali, offrendo al diritto agrario contemporaneo un interessante spazio dove passato e innovazione possono convivere in dialogo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Paper mills: se non hai tempo per scrivere articoli scientifici, basta comprarne uno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne/</guid><pubDate>Fri, 09 Oct 2026 07:59:00 +0200</pubDate><dc:creator>Lorenzo Manunza</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Se vuoi avere la tua firma su una rivista scientifica senza troppa fatica oggi puoi farlo, e non serve nemmeno essere uno scienziato! A tutto penseranno le fabbriche di articoli: scriveranno l’articolo per te, lo faranno pubblicare e metteranno il tuo nome nella lista degli autori; tutto per poche centinaia di euro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Su Facebook esiste un gruppo chiamato “<a href="https://www.facebook.com/groups/scopuswospublication/" rel="noopener">Scopus, WOS, publication</a>”, dove “Scopus” e “WOS” (acronimo di “Web of Science”) sono i due database di articoli scientifici più importanti al mondo. Il gruppo è pubblico, ha più di dodicimila membri e nella descrizione è presentato come un luogo dove parlare di «tutto ciò che riguarda la ricerca, la scrittura scientifica, le statistiche mediche, le pubblicazioni, le riviste scientifiche», ecc. Nel momento in cui scrivo, il post più recente sul gruppo è un’immagine pubblicata appena un’ora fa con scritto (in inglese): «INVITO A PUBBLICARE», «Disponibili servizi di pubblicazione e scrittura» e l’elenco delle garanzie offerte: invio rapido, prezzi convenienti, testo 100% originale, pubblicazione veloce tra i cinque e i sette giorni. Per saperne di più basta scrivere su WhatsApp all’autore; il numero è scritto nella descrizione. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne-body-1.png.webp" alt="Schermata di un post del gruppo Facebook «Scopus, WOS, publication» che offre servizi di pubblicazione" width="400" height="603" loading="lazy" decoding="async">

<em>Un post sul gruppo Facebook “Scopus, WOS, publication”.</em></p>
<p>Il gruppo è pieno di post simili in cui si chiede di essere contattati su WhatsApp per maggiori informazioni. Abbiamo scritto a uno dei numeri telefonici e ci siamo finti dei clienti interessati. La persona con cui abbiamo parlato su WhatsApp non ci ha rivelato il suo nome, si è solo presentata come il nostro “agente personale”. Ci ha chiesto a quale campo di ricerca fossimo interessati, abbiamo detto “fisica dell’informazione quantistica” e ci ha mandato una lista di articoli scientifici nei quali potevamo comparire come autori – pagando il necessario, ovviamente. Una delle possibili scelte era un articolo scientifico «sull’entanglement quantistico in presenza di rumore» che – così ci ha detto – era già in fase di pubblicazione su <em>Physics Letters A</em>: rivista specialistica di fisica di Elsevier, ovvero una delle case editrici più famose nel mondo accademico. La firma da primo autore costava 1050$, il secondo autore costava 730$, il terzo 550$ e il quinto 390$; il quarto autore risultava non disponibile, forse perché già acquistato. Ci è stato garantito che tutti gli articoli erano scritti da esseri umani, che non ci sarebbero stati problemi con il diritto d’autore e che la pubblicazione sarebbe avvenuta in circa quarantacinque giorni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/paper-mills-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne-body-2.png.webp 1194w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Schermata di una conversazione su WhatsApp con chi vende la firma su articoli scientifici" width="1194" height="904" loading="lazy" decoding="async">

<em>Alcuni messaggi con il nostro “agente personale”. Il prefisso telefonico è quello di una parte dell’Arkansas, Stati Uniti.</em></p>
<p>Ovviamente non abbiamo fatto nessun acquisto, abbiamo però avvisato <em>Physics Letters A</em> e le altre riviste nella lista e abbiamo chiesto loro di fare controlli sugli articoli trovati in vendita. Questa però è solo la punta dell’iceberg del mondo della compravendita di articoli scientifici: un tipo di frode molto diffuso che non è limitato a un singolo gruppo Facebook di poche migliaia di membri e in cui si muovono imprese specializzate dette “fabbriche di articoli scientifici”, o <em>paper mills</em>. </p>
<h2 id="vendimi-questo-articolo-scientifico">«Vendimi questo articolo scientifico»</h2><p>Sino a qualche secolo fa, l’unico modo per uno scienziato di condividere le proprie scoperte con il mondo scientifico era aspettare di averne accumulate abbastanza da poterci scrivere un libro; ma col tempo questa pratica è pressoché scomparsa a favore degli articoli scientifici, che hanno dei vantaggi non indifferenti: sono molto più snelli dei libri, dato che di solito non superano la decina di pagine, e vengono pubblicati su riviste specializzate su singoli temi molto specifici dove chiunque sia interessato all’argomento può trovarli facilmente. Solo Stati Uniti, Unione Europea e Cina <a href="https://ourworldindata.org/grapher/scientific-and-technical-journal-articles?country=CHN~USA~IND~European&#43;Union~OWID_EU27" rel="noopener">pubblicano</a> complessivamente due milioni di articoli all’anno; e il numero è in continua crescita.</p>
<p>Tuttavia, gli articoli scientifici ormai non sono più semplici vettori per la divulgazione di scoperte scientifiche, ma sono anche degli indicatori di prestigio accademico: la pubblicazione di molti articoli scientifici, ancor più se in riviste molto lette e citate come <em>Nature</em> o <em>Science</em>, apre sbocchi di carriera che altrimenti resterebbero preclusi. Ciò non è vero solo ufficiosamente, perché in tutto il mondo ai ricercatori è richiesto un certo numero di pubblicazioni e/o citazioni per ottenere determinate promozioni: <a href="https://www.dottorato.it/abilitazione-scientifica-nazionale-stato-dellarte-novita-e-parere-delladi/" rel="noopener">in Italia</a> per diventare professore ordinario di chimica organica servono 27 pubblicazioni nei dieci anni precedenti, con almeno 751 citazioni nei quindici anni precedenti; in botanica bastano 20 pubblicazioni e 227 citazioni negli stessi lassi di tempo; mentre in fisica sperimentale delle interazioni fondamentali servono 164 pubblicazioni e 7600 citazioni. </p>
<p>Se ciò è per lo meno sensato per i ricercatori – il loro lavoro, come dice il nome, è fare ricerca scientifica –, è molto più problematico in casi come <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-021-00733-5" rel="noopener">quello dei medici cinesi</a>: nel 2020 il municipio di Pechino (ma politiche simili esistono in tutta la Cina) decretò che per diventare medico primario servissero almeno tre pubblicazioni da primo autore, anche se la mole di lavoro negli ospedali cinesi rende difficile a un medico trovare il tempo di fare ricerca. Questa è la fascia di mercato che cercano di intercettare le fabbriche di articoli: persone che hanno urgente bisogno di pubblicare articoli, ma che per qualsivoglia motivo non hanno il tempo di scriverne. </p>
<p>In linea di massima, una fabbrica di articoli è un’attività che vende la paternità di articoli già scritti e di cui è garantita la pubblicazione; il prezzo dipende dalla posizione tra gli autori (il primo posto costa più del secondo, che costa più del terzo; ma volendo si può comprare anche tutto l’articolo) e dal prestigio della rivista scelta (più è letta e citata, più paghi). Per il resto, i dettagli cambiano da fabbrica a fabbrica. </p>
<p>Alcune si pubblicizzano su gruppi Telegram e Facebook, ma altre hanno <a href="https://members.publicationethics.org/sites/default/files/paper-mills-cope-stm-research-report.pdf" rel="noopener">siti professionali</a> e curati in cui si spacciano per attività legittime di sola revisione e traduzione degli articoli - servizi che però non potrebbero mai garantire la pubblicazione. Alcune fabbriche <a href="https://retractionwatch.com/2016/10/24/seven-signs-a-paper-was-for-sale/" rel="noopener">plagiano</a> articoli già esistenti cercando di farli passare per qualcosa di nuovo; ma ce ne sono altre che preferiscono comprarli da ricercatori che <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/leap.1574" rel="noopener">mettono in vendita</a> i posti da coautore dei propri lavori; altre ancora usano intelligenza artificiale e <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-02241-2" rel="noopener">dati sanitari pubblici</a> per scrivere da zero articoli di bassa qualità: in uno - e non è uno scherzo - si cercava un legame tra consumo di latte parzialmente scremato e depressione.</p>
<p>Anche la pubblicazione può essere garantita in modi diversi: un metodo semplice è mandare l’articolo a molte riviste e, quando una lo accetta, aggiungere i nomi dei clienti nella lista degli autori; ma le fabbriche più organizzate possono avere <a href="https://www.science.org/content/blog-post/inside-scientific-paper-mill" rel="noopener">contatti dentro le redazioni</a> delle riviste.</p>
<h2 id="una-caccia-difficile">Una caccia difficile</h2><p>La compravendita di articoli è particolarmente grave in Cina, tanto che <em>Science</em> nel 2013 <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.342.6162.1035" rel="noopener">parlava</a> di «Bazar cinese delle pubblicazioni». Negli anni la situazione non è migliorata: <em>Nature</em> <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-021-00733-5" rel="noopener">ha analizzato</a> più di 1400 articoli scientifici sospetti pubblicati tra gennaio 2020 e marzo 2021: tutti avevano almeno un autore affiliato a un ospedale cinese. La ricerca scientifica cinese è «già rovinata, difficilmente qualcuno crederà o citerà articoli cinesi», dice il gastroenterologo Changqing Li a <em>Nature</em>. Ciò non significa che il problema sia limitato alla sola Cina: <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/leap.1574" rel="noopener">sono documentati</a> legami con le fabbriche di articoli in Russia, Kazakistan, Emirati Arabi Uniti, Ucraina, Perù, Iran, India e Lettonia; e in molti di questi Paesi la compravendita di articoli non è nemmeno vietata dalla legge. </p>
<p>Stimare la dimensione del problema però non è facile, in primis perché non è sempre immediato distinguere un articolo di fabbrica da uno legittimo. Gli articoli provenienti da una singola fabbrica sono spesso molto simili tra loro e usano gli stessi formati testuali, ma presi singolarmente non mostrano alcun problema: basta che una fabbrica non mandi allo stesso giornale più di pochi articoli all’anno per passare inosservata. A questo poi si aggiunge il fattore umano: l’accusa di frode scientifica può essere molto impattante su un ricercatore e non va presa sottogamba, per questo di solito si evita di bollare un articolo come fraudolento se non ci sono prove incontrovertibili. </p>
<p>Alcune stime <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-03464-x" rel="noopener">vengono da <em>Nature</em></a>, secondo cui nel solo 2022 sono stati pubblicati circa 70.000 articoli di fabbrica: il 2% di tutti quelli pubblicati quell’anno; ma la percentuale sale al 3% in medicina e biologia. La distribuzione non è però omogenea, perché le fabbriche prendono di mira le riviste su cui sono già riuscite a pubblicare in passato: in alcune riviste <a href="https://members.publicationethics.org/sites/default/files/paper-mills-cope-stm-research-report.pdf" rel="noopener">quasi metà</a> degli articoli sottoposti per la pubblicazione mostrano tratti riconducibili alle fabbriche di articoli. I ricavi totali del settore non sono noti, ma si stima che, solo tra il 2019 e il 2021, una fabbrica di articoli russa chiamata International Publisher LLC (ancora attiva sul sito <a href="http://123mi.ru" rel="noopener">123mi.ru</a>) abbia guadagnato l’equivalente di <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/leap.1574" rel="noopener">5,6 milioni di euro</a>; non ci sono motivi per pensare che sia un unicum.</p>
<p>Fortunatamente, la comunità scientifica è sempre più consapevole del problema e, soprattutto <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/leap.1574" rel="noopener">dal 2020</a>, le riviste identificano e ritirano sempre più articoli fraudolenti. Secondo Adam Marcus di <a href="https://retractionwatch.com/" rel="noopener">Retraction Watch</a>, un’organizzazione che tiene traccia degli articoli scientifici che vengono ritirati dalle riviste, «il tasso di articoli ritirati è aumentato costantemente negli ultimi 15 anni, […] passando da 500 all’anno a circa 10.000 nel solo 2025. […] Però crediamo che il numero di articoli che dovrebbero essere ritirati sia almeno il doppio, se non di più».</p>
<p>Ovviamente un articolo può essere ritirato per molti motivi, non necessariamente legati alle fabbriche di articoli: dei circa 70.000 articoli presenti nella banca dati di Retraction Watch, quelli che hanno le fabbriche di articoli come motivazione ufficiale del ritiro sono «il 17,4%, ma è una stima molto prudente», ci spiega Adam.</p>
<p>Tuttavia, la strada in cui ognuno si arma individualmente contro le fabbriche di articoli è, realisticamente, non troppo efficace: più diventiamo bravi a beccare le fabbriche di articoli (anche grazie all’intelligenza artificiale), più loro diventano brave a non farsi beccare: una sorta di «corsa agli armamenti», come la chiama Adam. Come tiene a <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/falsificazioni-autori-fasulli-problemi-nuovi-emergenti-pubblicazioni-scientifiche/">precisare</a> spesso Patrizia Caraveo negli articoli di <em>Scienza in rete</em>, e come ci ha detto anche Adam nel nostro scambio di mail: è il sistema stesso a privilegiare la quantità di pubblicazioni rispetto alla loro qualità. Finché ciò resterà tale ci saranno sempre persone disposte a pagare per avere qualche pubblicazione in più sul curriculum, anche se di bassa qualità. Adam lo definisce un «incentivo perverso».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricerca e sviluppo, nel 2024 la spesa sale a 31 miliardi: crescono le università, arretrano le piccole imprese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sviluppo-italia-istat-2024/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-sviluppo-italia-istat-2024/</guid><pubDate>Thu, 08 Oct 2026 10:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Secondo l&amp;amp;rsquo;Istat nel 2024 l&amp;amp;rsquo;Italia ha speso in ricerca e sviluppo 31 miliardi, l&amp;#39;1,40% del Pil. Le università crescono del 13,4%, le piccole imprese perdono il 13,7%.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2024 l&rsquo;Italia ha speso in ricerca e sviluppo circa 31 miliardi di euro, il 5,6% in più dell&rsquo;anno precedente a prezzi correnti. In rapporto al Pil la spesa sale dall'1,37% all'1,40%. Lo dice il report <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-ricerca-e-sviluppo-in-italia-anni-2024-2026/" rel="noopener">La ricerca e sviluppo in Italia</a> che l&rsquo;Istat ha pubblicato il 24 settembre, con i consuntivi del 2024 e le stime preliminari per il 2025. Dentro la media ci sono due andamenti opposti: le università crescono molto, mentre nelle imprese aumenta la spesa delle grandi e si riduce quella delle piccole e medie.</p>
<h2 id="le-università-crescono-più-di-tutti">Le università crescono più di tutti</h2><p>La spesa delle università aumenta del 13,4% e arriva al 26,9% del totale nazionale, quasi due punti in più del 2023. Cresce anche il personale: gli addetti alla ricerca, contati in unità equivalenti a tempo pieno, sono il 13,6% in più, e i ricercatori il 15,3% in più. La ricerca delle università è finanziata per l'81,1% dal settore pubblico, e più della metà della spesa va alla ricerca di base.</p>
<p>Aumentano, ma meno, anche le istituzioni private non profit (+7,9%) e le istituzioni pubbliche (+4,7%). In tutto il paese i ricercatori sono circa 179mila in equivalenti a tempo pieno, il 5,4% in più; le donne sono il 37,7% degli addetti alla ricerca.</p>
<h2 id="nelle-imprese-spendono-le-grandi">Nelle imprese spendono le grandi</h2><p>Le imprese restano il primo attore, con circa 18 miliardi e il 56,6% della spesa, ma crescono solo del 2,4% e perdono quasi due punti di quota. La crescita viene tutta dalle grandi imprese (+6,4%), che da sole fanno il 76% della spesa del settore. Le piccole, sotto i cinquanta addetti, spendono il 13,7% in meno e le medie il 5,2% in meno. L'82,2% della spesa dipende dalle multinazionali, divise a metà fra quelle a controllo italiano e quelle a controllo estero.</p>
<p>Nelle imprese cala anche il personale: gli addetti alla ricerca scendono del 5,9% in equivalenti a tempo pieno. L&rsquo;Istat vede in questo squilibrio, legato al peso delle piccole e medie imprese nel sistema produttivo, una delle ragioni per cui l&rsquo;Italia non raggiunge l&rsquo;intensità di ricerca dei principali paesi europei.</p>
<h2 id="dove-si-spende">Dove si spende</h2><p>Oltre il 60% della spesa, 18,9 miliardi, si concentra in quattro regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte. L&rsquo;aumento più forte è però nel Sud (+8,9%). In rapporto al Pil regionale sono in testa l&rsquo;Emilia-Romagna (2,32%) e il Piemonte (2,20%), mentre nel Mezzogiorno la spesa resta in genere sotto l'1%. Al Nord prevale la spesa delle imprese, nel Mezzogiorno quella del settore pubblico e delle università.</p>
<h2 id="che-cosa-dicono-le-stime-per-il-2025">Che cosa dicono le stime per il 2025</h2><p>I dati preliminari indicano per il 2025 una riduzione della spesa delle imprese (-2,6%) e un aumento per le istituzioni pubbliche (+6,2%) e per il non profit (+6,4%).</p>
<p>Il report dà conto anche degli stanziamenti pubblici per la ricerca, cioè di quanto amministrazioni centrali, regioni e province autonome mettono a bilancio. Nel 2024 sono stati circa 13,5 miliardi, stabili rispetto all&rsquo;anno prima (+0,5%); il 40,7% arriva alle università attraverso il Fondo di finanziamento ordinario. Per il 2025 le previsioni iniziali si fermano a circa 13,1 miliardi, il 3,2% in meno.</p>
<p>Il report completo, con le tavole e la nota metodologica, è fra i documenti raccolti nella pagina della <a href="https://www.scienzainrete.it/rete-delle-societ%c3%a0-scientifiche-italiane/">Rete delle Società scientifiche italiane</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un pool di esperti prova ad allineare i bandi italiani agli standard internazionali</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali/</guid><pubDate>Tue, 06 Oct 2026 23:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Un gruppo di esperti presieduto dall’infettivologo Matteo Bassetti e composto da Stefano Bertuzzi, Angela Liberatore, Carlo Mango, Francesca Pasinelli e Anna Pelagotti, e ispirato da Elena Cattaneo, ha dato ai bandi di ricerca italiani regole certe per potersi confrontare con le migliori pratiche di quelli europei e mondiali, sulla falsariga di ERC, NIH e UKRI. E dopo tanti errori ora si spera di riguadagnare la fiducia dei nostri ricercatori che non ci credevano più. Per Elena Cattaneo, è un passo avanti importante, anche se ci sono ancora molti ostacoli. Un risultato positivo anche per la ministra all&amp;amp;rsquo;Università e la ricerca Anna Maria Bernini, che ha istituito il gruppo di lavoro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È da tempo che aspettavamo un sistema di bandi che garantisse una valutazione equa e indipendente, e che non stonasse rispetto alla ricerca competitiva d’eccellenza degli altri Paesi avanzati. Ebbene, quel momento si avvicina almeno un po’ con la pubblicazione delle “Linee guida per la gestione dei bandi pubblici di ricerca e la valutazione delle proposte di ricerca”, che riportiamo in anteprima in questo <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pool-esperti-prova-allineare-bandi-italiani-standard-internazionali-allegato.pdf">link</a>. Il documento, datato luglio 2026, è opera di un gruppo di esperti presieduto dall’infettivologo Matteo Bassetti e composto da Stefano Bertuzzi, Angela Liberatore, Carlo Mango, Francesca Pasinelli e Anna Pelagotti. È stato presentato ieri al Ministero dell’Università e della Ricerca dalla ministra Anna Maria Bernini e nasce da una proposta della senatrice a vita Elena Cattaneo, a cui la responsabile del dicastero ha voluto dar seguito. L’obiettivo dichiarato è allineare la gestione dei bandi e la valutazione dei progetti alle migliori pratiche internazionali, quelle di ERC, DFG, NIH e UKRI, vale a dire le grandi agenzie di ricerca europea, tedesca, statunitense e britannica (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cos-agenzia-nazionale-ricerca/">qui</a>).</p>
<p>Come ha spiegato Matteo Bassetti in conferenza stampa, le linee guida si condensano in dieci raccomandazioni che tendono a “rendere la valutazione della nostra ricerca più meritocratica e indipendente”. La prima è dotarsi di una struttura professionale e permanente per la valutazione: funzionari a tempo pieno (i <em>Research Programme Officers</em> del modello ERC e NIH) che gestiscono le procedure e i conflitti di interesse senza entrare nel merito scientifico, e che non siano accademici a loro volta in corsa per i finanziamenti. Sopra di loro, un Consiglio scientifico consultivo istituito per legge e indipendente dal ministero, con autorità esclusiva su criteri di valutazione, scelta dei panel e controllo dell’integrità del processo: la politica fissa il bilancio e le grandi priorità, ma non deve avere alcun ruolo nella selezione dei vincitori o dei revisori. Poi: revisori di caratura internazionale (almeno la metà dei membri dei panel e dei revisori esterni deve venire da istituzioni non italiane, con una banca dati di 5-10 mila esperti stranieri e il coinvolgimento attivo dei ricercatori italiani all’estero); una gestione rigorosa dei conflitti d’interesse, con dichiarazioni obbligatorie prima di ogni sessione e sanzioni per chi omette; più spazio ai criteri di qualità rispetto a quelli quantitativi come impact factor e soglie bibliometriche, secondo i principi della dichiarazione DORA e della coalizione CoARA, con l’introduzione dei curriculum narrativi e il riconoscimento di prodotti della ricerca diversi dalle pubblicazioni (dataset, software, brevetti, divulgazione) e dei percorsi di carriera non lineari. La peer review va organizzata su due livelli: almeno due o tre revisori specialisti esterni per ogni proposta, i cui giudizi confluiscono in un panel di generalisti presieduto da uno scienziato di comprovata esperienza. E soprattutto ogni candidato deve ricevere una valutazione dettagliata del suo progetto, con il giudizio condiviso del panel, le revisioni individuali anonimizzate, il punteggio e la posizione in graduatoria, in modo da capire il verdetto e far meglio la prossima volta. I bandi, continua il documento, devono essere prevedibili e costanti nei tempi e nelle risorse: calendari pubblicati con almeno dodici mesi di anticipo, fondi programmati su base pluriennale e un tasso di successo dichiarato in anticipo, indicativamente fra il 15 e il 25%. L’uso ormai debordante dell’intelligenza artificiale va regolato: si propone di vietare ai revisori l’uso dell’IA generativa per analizzare, riassumere o giudicare le proposte, come già fa il NIH, e di chiarire che le domande scritte in buona parte da una macchina non sono prodotti originali del proponente (auguri…). Infine, un’attenzione particolare a ricercatrici e ricercatori giovani, con <em>early career grant</em> sul modello degli ERC Starting Grant (1-1,5 milioni per 4-5 anni, aperti a chi ha preso il dottorato da 2 a 8 anni e “portabili” da un ateneo all’altro), mentre un gruppo permanente di supervisione della peer review dovrà verificare periodicamente il funzionamento del sistema, scovare eventuali distorsioni sistematiche e riferirne pubblicamente al MUR.</p>
<p>Fra gli esperti che hanno stilato le nuove regole, è significativa la presenza di rappresentanti di fondazioni non profit, come Carlo Mango di Fondazione Cariplo e Francesca Pasinelli di Fondazione Telethon, che da decenni applicano questi standard internazionali nei loro bandi.</p>
<p>“Con queste linee guida abbiamo internazionalizzato ancora di più i criteri di valutazione della nostra ricerca” ha detto la ministra Bernini. “Questo la rende più facilmente aggregabile ai progetti di ricerca internazionali, e ci mette nella condizione di comunicare meglio con i sistemi di ricerca degli altri paesi”. La ministra ha rivendicato la programmazione avviata con il Piano triennale della ricerca 2026-2028, che vale circa 1,2 miliardi l’anno: bandi pubblicati ogni anno entro il 30 aprile e graduatorie entro il 30 settembre, come è avvenuto già quest’anno. Le linee guida dovrebbero essere il passo successivo, quello che dà regole di qualità a una macchina che ha finalmente un calendario.</p>
<p>Come ha commentato Elena Cattaneo, con queste linee guida si passa da bandi i cui esiti in molti casi ricordano le lotterie a qualcosa che, almeno sulla carta, comincia ad avvicinarsi alle prassi di ERC, DFG, NIH e UKRI, come auspicato in premessa dal gruppo di esperti. “Oggi è una giornata davvero importante che sognavo da tempo, che sancisce la professionalizzazione della valutazione della ricerca” ha detto Cattaneo. “Soprattutto perché siamo qui per riconquistare la fiducia dei nostri ricercatori, facendo capire che a livello istituzionale si stanno riconoscendo degli errori e delle manchevolezze e ci si sta attrezzando per farvi fronte. Le linee guida sono un primo passo, come lo è il programma triennale per la ricerca voluta dalla ministra che per la prima volta vede bandi aprirsi e chiudersi in data certa. Ora, con una valutazione indipendente e di qualità, possiamo contribuire a contrastare le fughe all’estero dei più giovani&quot;.</p>
<p>Sarebbe bello che le linee guida si trasformassero presto in leggi vincolanti. Lo chiedono del resto gli stessi esperti, che in apertura ricordano di aver svolto un ruolo “consultivo non vincolante” e raccomandano che il Consiglio scientifico e le garanzie contro le interferenze politiche siano codificati nella legislazione. E servirebbero risorse sufficienti a far funzionare come si deve una struttura di valutazione con queste caratteristiche, e a finanziare in modo adeguato tutti i meritevoli, non solo quelli baciati dalla sorte. Come ha fatto notare il presidente dell’INFN Antonio Zoccoli, “la prima volta che ho partecipato al PRIN ho preso 98/100 e non sono passato. Ci ho riprovato la volta dopo e ho preso ancora 98/100 e non sono passato. A quel punto ho smesso di partecipare ai PRIN. Speriamo che con queste linee guida le cose cambino”.</p>
<p>L’ultima tornata dei PRIN, lanciata quest’anno e sorprendentemente valutata in appena quattro mesi come promesso, ha premiato 199 gruppi di ricerca su 4.279 proposte, per un totale di 260 milioni di euro disponibili, con l’87% dei revisori provenienti dall’estero. Quindi alcune buone regole si stanno già seguendo. Ma un tasso di successo di poco inferiore al 5% è ben al di sotto di quella soglia del 15% sotto la quale, scrive il documento, la selezione scoraggia i candidati migliori, sovraccarica i revisori e diventa statisticamente incapace di distinguere le proposte meritevoli da quelle eccezionali. Segno forse che il livello generale delle proposte non era adeguato. Oppure che il finanziamento competitivo pubblico (fra PRIN, PRIN Hybrid e Synergy Grant, 364 milioni per 239 progetti nel 2026) è ancora troppo modesto rispetto alla “fame” dei nostri scienziati e agli standard internazionali. Ricordiamo che l’Italia investe in ricerca e sviluppo l’1,3% del PIL contro una media europea del 2,24%, e il bilancio dei bandi competitivi del MUR si aggira sui 200 milioni l’anno, contro i 3,5 miliardi di euro della DFG tedesca e gli 8 miliardi di sterline di UKRI. “Aumentare la quota di ricerca finanziabile”, si legge nel documento stilato dagli esperti, “è più efficace che perfezionare ulteriormente il sistema di selezione”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’alga che cercava la luce: il Nobel per l’optogenetica e la lezione dell’evoluzione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/alga-cercava-luce-nobel-optogenetica-lezione-dell-evoluzione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/alga-cercava-luce-nobel-optogenetica-lezione-dell-evoluzione/</guid><pubDate>Tue, 06 Oct 2026 12:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><description>Il Nobel 2026 per la fisiologia o medicina premia l’optogenetica, ma la lezione più interessante riguarda l’evoluzione: il pezzo decisivo dello strumento è stato costruito dalla selezione naturale in un’alga e funziona nei neuroni dei mammiferi perché la vita discende da un antenato comune. Ne derivano un argomento per la ricerca di base e una riflessione sul peso degli strumenti nelle scoperte e sui confini tra discipline e premi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/alga-cercava-luce-nobel-optogenetica-lezione-dell-evoluzione-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/alga-cercava-luce-nobel-optogenetica-lezione-dell-evoluzione-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/medicine/2026/press-release/" rel="noopener">Nobel 2026 per la fisiologia o medicina</a> a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel, «per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull’optogenetica», viene raccontato come premio alle neuroscienze. In effetti l’optogenetica ha cambiato il modo di studiare il cervello. Però la sua lezione più intrigante riguarda forse altro. Il pezzo decisivo dello strumento premiato non è stato progettato da alcun ricercatore: è stato costruito dalla selezione naturale in un’alga unicellulare. Funziona in un neurone di mammifero per la stessa ragione per cui funziona buona parte della biotecnologia, cioè perché la vita sulla Terra discende da un antenato comune e conserva un nucleo profondo di macchinari molecolari.</p>
<h2 id="dallalga-al-neurone">Dall’alga al neurone</h2><p>La storia comincia lontano dal cervello, con una domanda di fisiologia cellulare: come fa <em>Chlamydomonas reinhardtii</em>, un’alga verde con due flagelli e una macchia oculare arancione, a nuotare verso la luce? Che il fotorecettore fosse una rodopsina lo avevano scoperto nel 1984 <a href="https://www.nature.com/articles/311756a0" rel="noopener">Kenneth Foster e collaboratori</a>, restituendo la fototassi a mutanti ciechi con l’aggiunta di retinale. Nel 1991 Hegemann e Hartmann Harz misurarono le correnti elettriche prodotte dall’illuminazione e videro che erano troppo rapide per una cascata di secondi messaggeri, come quella della visione dei vertebrati: sensore e canale potevano coincidere nella stessa proteina. La conferma venne dalla genomica. </p>
<p>Nel laboratorio di Hegemann, Suneel Kateriya individuò nelle banche di sequenze dell’alga i geni di grandi rodopsine di tipo microbico. Nagel, insieme a Ernst Bamberg, li espresse negli oociti di rana <em>Xenopus laevis</em> e in cellule di mammifero. Fra il 2002 e il 2003 furono <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1936192100" rel="noopener">caratterizzate le canalrodopsine</a>, proteine di membrana che sono esse stesse canali ionici aperti direttamente dalla luce. Il laboratorio di John Spudich, a Houston, era giunto in parallelo alle stesse sequenze. La canalrodopsina-2 lascia passare cationi e depolarizza la cellula che la esprime.</p>
<p>Nel 2005 Edward Boyden, Feng Zhang e Deisseroth, in collaborazione con Nagel e Bamberg, introdussero il <a href="https://www.nature.com/articles/nn1525" rel="noopener">gene in neuroni di ratto</a> in coltura e osservarono che impulsi di luce blu evocavano potenziali d’azione con precisione dell’ordine del millisecondo. Nel giro di pochi mesi altri gruppi, quello di Stefan Herlitze, lo stesso Nagel nel nematode <em>Caenorhabditis elegans</em>, Tomohiro Ishizuka e colleghi in Giappone, ottennero risultati analoghi. </p>
<p>Il dettaglio che rese tutto semplice è quello che dice anche di più. La canalrodopsina ha bisogno di retinale, il derivato della vitamina A che assorbe il fotone, e nei neuroni dei mammiferi quello già presente bastava: nessun gene aggiuntivo, nessuna sostanza da somministrare. Una proteina di un’alga veniva trascritta, tradotta, ripiegata e inserita nella membrana di un neurone di roditore. Lì faceva il suo mestiere. </p>
<p>Questa interoperabilità non era un colpo di fortuna tecnico. Appunto la discendenza comune di tutti i viventi ha conservato per più di un miliardo di anni macchinari della sintesi proteica, della membrana e del metabolismo dei retinoidi in lignaggi separati da un’enorme distanza filogenetica. L’ingegnere genetico ha smontato un pezzo da un organismo per rimontarlo in un altro, perché i due erano costruiti, alla radice, con lo stesso materiale bricolagistico.</p>
<p>Nel 2006 il gruppo di Deisseroth proponeva il termine optogenetica e l’anno dopo fibre ottiche impiantate portavano la luce ai circuiti di topi liberi di muoversi. Per spegnere i neuroni si ricorse a un’altra opsina microbica, l’alorodopsina, una pompa per il cloruro dell’archeo <em>Natronomonas pharaonis</em>. Si tratta di un parente della batteriorodopsina che Dieter Oesterhelt e Walther Stoeckenius avevano descritto nel 1971 studiando microrganismi delle saline, senza alcuna idea di quel che sarebbe venuto fuori. La biodiversità microbica divenne un catalogo da cui pescare opsine con colori, cinetiche e funzioni diverse, e la mutagenesi mirata ne produsse varianti su misura.</p>
<h2 id="un-archivio-di-soluzioni-evolute">Un archivio di soluzioni evolute</h2><p>L’optogenetica, come logica strumentale, non è una stranezza nella storia della scienza. La proteina fluorescente verde (GFP) viene da una medusa, <em>Aequorea victoria</em>. La reazione a catena della polimerasi è diventata pratica grazie a un enzima resistente al calore isolato da <em>Thermus aquaticus</em>, un batterio delle sorgenti termali di Yellowstone. CRISPR è un sistema immunitario adattativo con cui i batteri si difendono dai virus. </p>
<p>Il Nobel per la chimica del 2018 a Frances Arnold, George Smith e Gregory Winter vede l’evoluzione non più soltanto saccheggiata, ma usata come metodo, con cicli di variazione e selezione in provetta per ottenere enzimi e anticorpi che nessuno avrebbe saputo disegnare. In tutti questi casi la biologia contemporanea attinge a un archivio di soluzioni accumulato in miliardi di anni di prove ed errori, e lo fa con un’efficacia che una progettazione artificiale di simili soluzioni è ancora lontana dall’eguagliare.</p>
<p>Se ne ricava un argomento a favore della ricerca di base. In una forma che deve essere pertinente. Noi ci concentriamo sull’alga che ha dato la canalrodopsina e sulla medusa che ha dato la GFP, ma sono migliaia gli organismi studiati per curiosità senza che alcuna ricaduta strumentale ne sia derivata. </p>
<p>Raccontata come una serie di aneddoti fortunati, la tesi presterebbe il fianco all’obiezione della selezione dei casi riusciti. Nessuno poteva prevedere che la fototassi di un’alga avrebbe fornito il controllo ottico dei neuroni, né che l’immunità dei batteri avrebbe fornito l’editing del genoma: lo spazio delle soluzioni evolute è troppo vasto e troppo imprevedibile per essere esplorato su commissione. </p>
<p>Finanziare la ricerca mossa dalla curiosità significa campionarlo in modo ampio, accettando che la gran parte dei campioni non produca strumenti. Ed è l’unica strategia razionale quando non si sa dove cercare.</p>
<h2 id="strumenti-che-cambiano-le-domande">Strumenti che cambiano le domande</h2><p>C’è anche un interessante risvolto epistemologico, che riemerge. Il filosofo canadese Ian Hacking, in <em>Representing and Intervening</em> (1983), proponeva di spostare l’attenzione dal rappresentare all’intervenire, e sosteneva che le entità di cui ci serviamo come strumenti per agire su altro, come gli elettroni che si “spruzzano” su un bersaglio, hanno titoli particolari per essere considerate reali.</p>
<p>La canalrodopsina è un caso esemplare: una proteina di cui all’inizio si capiva poco la struttura è diventata in pochi anni un attrezzo di laboratorio usato in migliaia di esperimenti. Freeman Dyson, contro l’immagine kuhniana di una scienza che avanza per rivoluzioni concettuali, insisteva sulle rivoluzioni prodotte dagli strumenti, e il filosofo <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/tops.12452" rel="noopener">John Bickle</a> ha applicato esplicitamente questa lettura alle neuroscienze, proprio a partire dall’optogenetica. </p>
<p>La genealogia è nota: il microscopio, la reazione nera di Camillo Golgi che isolò per la prima volta il singolo neurone nella trama del tessuto, la cristallografia e la criomicroscopia elettronica, il sequenziamento. La storia, come insegna il caso Golgi, mostra comunque che lo strumento allarga ciò che si può osservare e fare, ma non chiude da solo le questioni teoriche.</p>
<p>Quello che l’optogenetica ha aggiunto alla genealogia è la possibilità di intervenire con selettività genetica e precisione temporale. Prima si poteva osservare che una popolazione di neuroni si attivava durante un comportamento. Ora ci si può chiedere se attivarla produce il comportamento e se silenziarla lo abolisce. </p>
<p>Gli esperimenti più spettacolari vengono dal laboratorio di Susumu Tonegawa, che marcando geneticamente i neuroni attivi durante la formazione di un ricordo e rendendoli sensibili alla luce ha potuto riattivare engrammi specifici (tracce fisiche della memoria), impiantare nei topi false associazioni, invertirne la valenza emotiva e mostrare che in alcuni modelli di amnesia la traccia mnestica persiste, pur non essendo più accessibile ai normali meccanismi di richiamo.</p>
<p>Le argomentazioni causali tendono a essere lette dai ricercatori sperimentali in termini di necessità e sufficienza. Ma serve prudenza. La luce impone ai neuroni bersaglio una sincronia e una regolarità di scarica che l’attività spontanea non ha: dimostra che attivare quella popolazione può bastare a evocare un comportamento nelle condizioni dell’esperimento, non che sia così che quella popolazione contribuisce normalmente a produrlo. L’intervento è meno chirurgico di quanto sembri. </p>
<p>Nel 2015 il <a href="https://www.nature.com/articles/nature16442" rel="noopener">gruppo di Bence Ölveczky</a> ha mostrato che l’inibizione acuta di un circuito può compromettere un comportamento che invece si ristabilisce dopo la lesione permanente della stessa area: l’effetto immediato può dipendere dalla perturbazione delle reti collegate, mentre col tempo il sistema compensa. Gerald Edelman avrebbe ricondotto il fenomeno alla degeneracy, la proprietà per cui strutture diverse possono svolgere la stessa funzione: anche questa, del resto, è una firma dell’evoluzione, che non costruisce sistemi con un solo percorso possibile. Nulla di ciò riduce il valore della tecnica (sempre Edelman ne ha tracciato una tassonomia). Ogni esperimento risponde alla domanda posta nelle condizioni costruite per porla, e interpretarlo richiede di capire che cosa quelle condizioni aggiungono e che cosa tolgono (copyright Claude Bernard, 1865).</p>
<p>Le applicazioni si estendono ai circuiti del movimento, al Parkinson, all’epilessia, alla dipendenza, e da qualche anno intercettano la clinica. Nel 2006 Zhuo-Hua Pan aveva proposto di rendere fotosensibili, con la canalrodopsina, le cellule retiniche sopravvissute alla perdita dei fotorecettori. </p>
<p>Nel 2021 José-Alain Sahel e colleghi hanno <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-021-01351-4" rel="noopener">descritto un recupero parziale della funzione visiva</a> in un paziente con retinite pigmentosa, trattato con terapia genica e occhiali che proiettavano sulla retina immagini luminose. È un caso singolo e la funzione rimane lontana dalla norma, ma è una prova di principio che mostra il percorso completo: dalla fototassi di un’alga a una strategia terapeutica da valutare sperimentalmente.</p>
<h2 id="a-chi-il-nobel">A chi il Nobel?</h2><p>A quale disciplina appartiene una scoperta del genere? C’è la fisica della luce, la biofisica dei canali, la genetica che fa esprimere la proteina nelle cellule giuste, la neurobiologia che la usa. Il premio di Stoccolma per la medicina ha sempre accolto contributi nati altrove, dalla struttura del DNA nel 1962 alla tomografia computerizzata assegnata nel 1979 a un fisico e a un ingegnere, fino alla risonanza magnetica nel 2003. </p>
<p>Più significativa è la frequenza con cui gli altri due premi scientifici finiscono nel cuore della biologia: il Nobel per la chimica ha premiato la struttura dei canali ionici nel 2003, la GFP nel 2008, la microscopia a super-risoluzione nel 2014, la criomicroscopia elettronica nel 2017, l’evoluzione diretta nel 2018, CRISPR nel 2020, la chimica bioortogonale nel 2022, la progettazione e la previsione delle strutture proteiche nel 2024. </p>
<p>Quello per la fisica ha premiato nel 2018 le pinzette ottiche di Arthur Ashkin, che con la luce afferrano cellule e molecole, e nel 2024 John Hopfield e Geoffrey Hinton per reti artificiali nate da modelli fisici della memoria associativa. Le categorie disciplinari restano utili per organizzare didatticamente l’universo scientifico, ma descrivono sempre meno bene il modo in cui i risultati vengono prodotti.</p>
<p>Lo stesso vale per la regola che limita a tre i premiati. Boyden firmò come primo autore il lavoro del 2005 e ne rivendica la coideazione. Gero Miesenböck aveva ottenuto già nel 2002 il primo controllo ottico geneticamente codificato dei neuroni, con un sistema a più componenti derivato dai fotorecettori di drosophila: ha condiviso con Deisseroth, Hegemann e Nagel diversi premi internazionali. </p>
<p>Bamberg, Pan, Oesterhelt e altri hanno avuto ruoli che nessuna motivazione di tre righe può contenere. L’attacco dei gruppi di ricerca a problemi sempre più complessi ha reso la storia delle scoperte molto più affollata della sua consacrazione. L’elenco dei contributori e la mediatizzazione dei premi scientifici nascondono però soprattutto chi lavora da sempre e di più. In questo caso, il processo di variazione e selezione naturale che, in un’alga che cercava la luce, aveva trovato la soluzione del problema. I biologi lo hanno riscoperto e per risolverlo e manipolarlo hanno dovuto profondere le forme più qualificate dell’ingegno umano.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I migliori ospedali specializzati del mondo: ma è una cosa seria?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/migliori-ospedali-specializzati-mondo-cosa-seria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/migliori-ospedali-specializzati-mondo-cosa-seria/</guid><pubDate>Mon, 05 Oct 2026 08:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>La classifica Newsweek-Statista dei migliori ospedali del mondo si basa su criteri opachi e su un sondaggio reputazionale che pesa l’83,5 per cento del punteggio, mentre Statista vende anche i servizi per ottenere quel riconoscimento. Il rischio non è solo metodologico: alimenta la corsa ai cosiddetti superospedali a scapito dell’accessibilità e della continuità delle cure sul territorio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/migliori-ospedali-specializzati-mondo-cosa-seria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/migliori-ospedali-specializzati-mondo-cosa-seria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa è uscita con una grande copertura mediatica l’annuale <a href="https://rankings.newsweek.com/worlds-best-specialized-hospitals-2027" rel="noopener">classifica dei migliori ospedali specializzati del mondo</a> prodotta da <em>Newsweek</em> con la collaborazione di Statista. Chissà perché l’edizione è quella 2027. La classifica viene prodotta per disciplina. Sono 13 quelle prese in considerazione: la nefrologia è l’ultima arrivata e affianca le altre già oggetto di precedenti classifiche e cioè cardiologia, cardiochirurgia, endocrinologia, gastroenterologia, neurologia, neurochirurgia, pediatria, pneumologia, ostetricia e ginecologia, oncologia, ortopedia e urologia. </p>
<p>Ci pensano poi i giornali a produrre delle classifiche generali almeno a livello nazionale. E così l’<a href="https://www.avvenire.it/attualita/il-bambino-gesu-quarto-al-mondo-e-il-policlinico-gemelli-al-top-in-13-specialita_113157" rel="noopener">Avvenire</a> ricorda che l’unico ospedale italiano a essere presente in tutte le classifiche (che riportano dalle prime 100 alle prime 300 posizioni a livello mondiale a seconda della disciplina) è il Policlinico Gemelli. </p>
<p>A essere ai primi posti nel mondo sono soprattutto i grandi ospedali americani (come per esempio la Clinica Mayo, il Massachusetts General Hospital, il Mount Sinai Hospital, il Memorial Sloan Kettering Cancer Center e il Johns Hopkins Hospital) mentre in Italia ad emergere sono i soliti Istituti di ricerca a carattere scientifico specie privati e i grandi Policlinici concentrati soprattutto in Lombardia e nel Lazio. Faccio fare l’elenco a <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/ecco-i-migliori-ospedali-specializzati-al-mondo-2027-per-newsweek-italia-protagonista-dal-gemelli-al-bambino-ges-ieo-monzino-besta-e-rizzoli/" rel="noopener">Quotidiano Sanità</a>: «Il Policlinico Gemelli è tra gli ospedali italiani con la presenza più trasversale nelle diverse discipline. Ai vertici anche Bambino Gesù in pediatria, Istituto Europeo di Oncologia in oncologia, Monzino in cardiologia, Besta nelle neuroscienze e Rizzoli in ortopedia». Se uno va a vedere le classifiche italiane per disciplina e ne parla con qualche specialista come minimo ne parla con infinite riserve.</p>
<h2 id="come-si-costruisce-questa-classifica">Come si costruisce questa classifica</h2><p>Leggo su il <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/i-grandi-ospedali-italiani-scalano-classifiche-mondiali-meta-sono-lombardia-e-lazio-AJ6iHiJB" rel="noopener"><em>Sole 24 Salute</em></a> (e inizialmente stento a crederci) che il ranking di Newsweek e Statista si basa su tre componenti: un sondaggio internazionale tra medici con oltre 42mila giudizi raccolti tra maggio e giugno scorsi che pesa per l'83,5 per cento del punteggio a cui si aggiungono certificazioni nazionali e internazionali (10 per cento) e i giudizi raccolti tra i pazienti, i cosiddetti Proms (6,5 per cento). </p>
<p>Vediamo di capirne un po’ più cercando la <a href="https://rankings.newsweek.com/" rel="noopener">metodologia</a> nella pagina del sito di Newsweek dedicato alle classifiche, dove vediamo classifiche di tutti i colori e ambiti: salute, lavoro, prodotti e servizi, finanza, responsabilità aziendale e preparazione (sto trascrivendo dalla versione in italiano). A solo titolo di esempio vale la pena di dare una occhiata alla pagina di Statista (azienda tedesca) dedicata ai <a href="https://www.statista.com/page/top-anwaltskanzleien-at?srsltid=AU7gw4WWLRzDMsZ8ADNuxe3vreIpDJSaxd6dH1YZ3XBRXoR-enrNa1wg" rel="noopener">migliori studi legali</a> in Austria. Le altre recenti classifiche nell’area salute riguardano i migliori centri di riabilitazione d’America, i migliori centri di riabilitazione per le dipendenze degli Stati Uniti, gli ospedali più ecologici del mondo e i migliori chirurghi plastici d’America. </p>
<p>Torniamo agli ospedali specializzati. In effetti la classifica è stata fatta così come sintetizzato da il Sole 24 ore, che è peraltro partner di Statista assieme ad altre grandi testate internazionali. Ma voglio capirne di più e vado al <a href="https://assets.newsweek.com/wp-content/uploads/2026/09/20260630-World-s-Best-Specialized-Hospitals-Extended-Methodology.pdf" rel="noopener">documento esteso</a> in cui è descritta la metodologia, documento scritto questa volta solo in inglese. Nonostante il testo sia esteso la chiarezza non è il suo forte. </p>
<h2 id="il-sondaggio-sulla-reputazione-degli-ospedali">Il sondaggio sulla reputazione degli ospedali</h2><p>Partiamo dal sondaggio internazionale che si è tenuto tra maggio e giugno 2026. I partecipanti al sondaggio non lavorano su una lista di ospedali, ma sono liberi di segnalare qualunque ospedale sia ritenuto degno di essere raccomandato, con l’ovvia esclusione del proprio ospedale. Ogni partecipante può raccomandare sia un ospedale della propria disciplina che un ospedale di un’altra disciplina che rientra comunque nelle sue competenze. In questo secondo caso la raccomandazione conta meno. È stata anche considerata nel pesare le segnalazioni l&rsquo;esperienza professionale di ciascun partecipante al sondaggio, ma non si dice come. </p>
<p>Altro passaggio oscuro, almeno a me, è quello in cui si dice che si tiene conto anche delle raccomandazioni degli ultimi due anni, ma non si dice come. Ma chi partecipa al sondaggio? Statista ha invitato sia medici che altri professionisti sanitari e manager ospedalieri) e nella già citata pagina dedicata del sito di Newsweek Classifiche troviamo che gli inviti a partecipare al sondaggio sono stati inviati via e-mail e che il sondaggio è stato promosso anche su newsweek.com. Si dice anche che è disponibile la pre-registrazione per i futuri cicli di sondaggio. </p>
<h2 id="il-punteggio-in-base-allaccreditamento">Il punteggio in base all’accreditamento</h2><p>Per quanto riguarda il punteggio relativo all’accreditamento (che peserà alla fine per il 10 per cento), tutti gli accreditamenti e le certificazioni pertinenti sono stati incorporati nel modello di valutazione utilizzando le informazioni al riguardo pubblicate dalle rispettive organizzazioni. C’è nella metodologia versione estesa un lungo elenco di istituzioni ritenute valide fonti per questa valutazione, sia per una valutazione per singola disciplina che per una valutazione del complesso dell’ospedale. Non compare nell’elenco nessuna fonte italiana, ma ne compaiono per esempio di argentine, brasiliane, turche, colombiane, tedesche, australiane e francesi oltre a quelle «multinazionali» ed europee più note. Nulla si ricava su come il punteggio relativo a questa voce venga costruito.</p>
<h2 id="il-punteggio-in-base-allopinione-dei-pazienti">Il punteggio in base all’opinione dei pazienti</h2><p>Il terzo criterio di valutazione riguarda i dati relativi alla implementazione dei PROMs, che hanno un peso del 6,5 per cento. I PROMs (Patient-Reported Outcome Measures) sono questionari standardizzati e validati, compilati dai pazienti per valutare la loro percezione del benessere funzionale e della qualità della vita. Gli ospedali hanno ricevuto un punteggio di implementazione dei PROMs basato sui dati inviati tramite un sondaggio annuale che valuta come gli ospedali raccolgono, analizzano e utilizzano i PROMs per migliorare la qualità dell&rsquo;assistenza all&rsquo;interno di ciascuna specialità medica. </p>
<p>Leggiamo nella Metodologia versione breve che «Ogni anno, in autunno/inverno, Newsweek e Statista conducono il PROMs Implementation Survey per determinare lo stato attuale dell&rsquo;implementazione dei PROMs, la verifica e la rendicontazione dei dati PROMs e se questi vengano utilizzati per ottimizzare i processi di cura e supportare le decisioni terapeutiche in tempo reale. Solo agli ospedali che hanno partecipato al sondaggio e hanno riportato i dati PROMs per la rispettiva specialità è stato assegnato un punteggio di implementazione dei PROMs, che è stato incluso nel modello di punteggio complessivo». Viene fornito anche il link (<a href="https://engage.statista-research.com/index.php?r=survey/index&amp;sid=489115&amp;lang=en" rel="noopener">questo</a>) per partecipare alla indagine, partecipazione indispensabile per accedere a questo 6,5 per cento del voto finale. La domanda scade tra pochi giorni (il 30 settembre) e contribuirà alla classifica 2028. </p>
<h2 id="si-paga-per-questo-riconoscimento-di-eccellenza">Si paga per questo riconoscimento di eccellenza? </h2><p>La partecipazione alla indagine sulla implementazione dei PROMs non si paga, ma gli eventuali <a href="https://www.statista.com/accounts/individuals/?srsltid=AU7gw4Uu2cU7JUavJRpGua1AFgN5VionMGkxsJISdQVOOkIBenL7S4YY" rel="noopener">servizi aggiuntivi</a> di Statista sì, come si paga per avere la <a href="https://rankings.statista.com/en/award-portal-login/" rel="noopener">licenza</a> di usare in forma ufficiale il riconoscimento ottenuto entrando in una classifica prodotta da Statista Rankings. Statista offre anche <a href="https://rankings.statista.com/en/healthcare/ratings/global-hospital-rating/participation/" rel="noopener">servizi in tema di riconoscimento della eccellenza ospedaliera</a>. Ecco come viene presentato questo servizio: «Partecipando al Global Hospital Rating, il vostro ospedale verrà valutato in base a cinque dimensioni qualitative: assistenza, esperienza del paziente, sicurezza, IT e attrattiva per i datori di lavoro. Riceverà un punteggio complessivo da 1 a 5 stelle, nonché un punteggio da 1 a 5 stelle per ciascuna categoria valutata. In questo modo, i punti di forza e le aree di miglioramento del vostro ospedale saranno identificati all&rsquo;interno di ogni categoria, segnalando ai pazienti e ai potenziali candidati i criteri di qualità che il vostro ospedale soddisfa. Il Global Hospital Rating è valido per un periodo da 2 a 3 anni e può essere rinnovato tramite valutazioni future».</p>
<h2 id="a-questo-punto-classifica-seria-o-iniziativa-promozionale">A questo punto: classifica seria o iniziativa promozionale?</h2><p>La risposta alla domanda del titolo spinge a fare propria la risposta di <a href="https://nonciclopedia.org/wiki/Quelo" rel="noopener">Quelo</a>: «La seconda che hai detto». Ovviamente le prime posizioni nella classifica sono attribuite a ospedali notoriamente leader nella disciplina, ma le posizioni in classifica risentono di variabili poco governate o addirittura influenzabili, come la selezione degli esperti e l’adozione dei PROMs. Variabili che verosimilmente pesano quanto più si scende nella classifica. Si pensi poi allo strano ruolo di Statista, garante di oggettività da una parte e operatore importante nel mercato dei servizi offerti ai partecipanti alla iniziativa dall’altro. Peraltro non ci sono (o almeno io non li ho trovati) i punteggi totali e per singola voce degli ospedali «raccomandati».</p>
<h2 id="qualche-considerazione-finale-in-una-prospettiva-di-sanità-pubblica">Qualche considerazione finale in una prospettiva di sanità pubblica</h2><p>Premesso che queste classifiche servono soprattutto ai «vincitori», mi pare giusto chiedersi a cosa servono o a meglio a chi dovrebbero servire questi elenchi così metodologicamente deboli. Servono ai cittadini per orientarsi o alle sanità dei diversi paesi per fare scelte di politica sanitaria? In entrambi i casi mi sembra che la classifica dei migliori ospedali possa essere persino pericolosa. È pericolosa per i cittadini perché di un ospedale conta sia la qualità «reputazionale» (quella su cui si basa la classifica), che l’accessibilità e la capacità di dare continuità al percorso di cura, entrambe spesso limitate nei grossi ospedali. Si rischia di alimentare così la ricerca a tutti i costi (letteralmente) di un ospedale migliore per problematiche assistenziali che potrebbero essere prese in carico da una struttura del proprio territorio. </p>
<p>Mi preoccupa anche la spinta sulle politiche sanitarie nazionali a sovrainvestire sui super ospedali, spinta molto forte in Italia come ho già commentato criticamente qualche mese fa in un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/progetto-ministeriale-super-ospedali-sembra-grande-idea/">articolo</a> su Scienza in rete. Questa spinta la si ritrova anche in un disegno di legge delega che prevede superfinanziamenti per questi ospedali, anche questo da me commentato e criticato in un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale/">altro articolo</a>. Ma senza aspettare la eventuale legge, già oggi il Bambino Gesù prende 120 milioni in più l’anno oltre al valore della sua produzione e il Policlinico Gemelli ha appena avuto un <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/in-gazzetta-ufficiale-oltre-60-milioni-al-policlinico-gemelli-per-otto-progetti-strategici/" rel="noopener">finanziamento extra</a> di 60 milioni per 8 progetti strategici. </p>
<p>In un Paese che ha scommesso col PNRR sul potenziamento dei servizi territoriali, la retorica degli ospedali di eccellenza spinge di fatto verso il depotenziamento del territorio. E poi si dovrebbe riflettere sul fatto che il Paese con più ospedali nella classifica di Newsweek, gli Stati Uniti, ha anche dei livelli di assistenza molto più bassi di quelli del nostro SSN (Servizio sanitario nazionale) sottofinanziato e povero di ospedali di eccellenza, come dimostra benissimo l’ultima edizione 2025 di <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/11/health-at-a-glance-2025_a894f72e/8f9e3f98-en.pdf" rel="noopener"><em>Health at a glance</em></a> dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) in cui la mortalità evitabile standardizzata è stata in Italia nel 2023 di 145 ogni 100.000 abitanti contro i 312 degli Stati Uniti, dati 2022. </p>
<p>Ma anche in Italia le due Regioni col maggior numero di ospedali di eccellenza secondo la statistica di Newsweek, la Lombardia e il Lazio, sono rispettivamente al sesto e dodicesimo posto nella <a href="https://trendsanita.it/gimbe-su-lea-2024/?fbclid=IwY2xjawUjR31leHRuA2FlbQIxMABwZG9mBWJyaWQRMU9SNW5NRnlCRWtxZ3ZCNXpzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEetoJkvCQKgCBJNTXYrkMZhDwoV2FH79fFAWkPzd2O2cbTALTSK_KGnLi8UHE_aem_aUiVWTQFSQ96ltOlueT1vA" rel="noopener">recentissima classifica</a> (un’altra!) delle sanità regionali fatta in base ai punteggi ottenuti nel 2024 da Province e Regioni in base al sistema di indicatori usati dal Ministero della salute per monitorare la erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). </p>
<p>E quindi quella classifica di Newsweek meglio non guardarla!</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Tipping points e cambiamento climatico: non tutti sono negativi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi/</guid><pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ci sono momenti in cui un’invenzione, un’idea o un cambiamento apparentemente circoscritto modificano in profondità il nostro modo di vedere il mondo. È accaduto con il telescopio di Galileo e, secoli dopo, con &amp;amp;ldquo;Primavera silenziosa&amp;amp;rdquo; di Rachel Carson. Sono tipping points, punti di svolta capaci di produrre conseguenze enormi e inattese. Oggi il termine evoca soprattutto le soglie critiche del cambiamento climatico. Ma esistono anche tipping points positivi: innovazioni tecnologiche, economiche e sociali che possono accelerare la transizione e contribuire a contrastare la crisi climatica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1608 un fabbricante di occhiali, l&rsquo;olandese Hans Lippershey, sovrappone due lenti e realizza il primo approssimativo modello di telescopio: lo strumento si diffonde in pochi mesi in tutta Europa. L’anno seguente Galileo ne comprende l’importanza, lo perfeziona e lo rende idoneo per esplorare il cielo (la vicenda è narrata da Massimo Bucciantini, <em>Il telescopio di Galileo. Una storia europea</em>, pubblicato da Einaudi nel 2012). L’invenzione dissolve in breve tempo un modo di vedere e concepire l’universo durato per migliaia di anni. Galileo spalanca la porta, non senza conflitti, su un nuovo mondo: la scienza, la letteratura, le religioni e, più in generale, il senso della presenza dell’essere umano nell’universo non saranno più come prima. </p>
<p>Facciamo un salto in avanti di oltre tre secoli. Nel 1962 è pubblicato un libro sui danni provocati dal DDT ad animali, esseri umani e ambiente, scritto da una solitaria esperta di biologia marina. In pochi mesi, <em>Primavera silenziosa</em> di Rachel Carson vende decine di migliaia di copie ed è tradotto immediatamente in molte lingue. Il libro non è solo un best seller di successo, ma, come il telescopio di Galileo, avvia un nuovo modo di vedere il mondo. Nel giro di pochi anni, infatti, scompare quel mondo che durava da secoli e secoli, nel quale la natura era oggetto di dominio e le risorse naturali, gli animali e le piante erano oggetto di sfruttamento da parte dell’essere umano. L’ambiente diviene un tema di primo piano nella vita quotidiana di milioni di persone, dapprima nei Paesi più ricchi o sviluppati, poi a livello globale.</p>
<p>Sono due dei molti <em>tipping points</em>, punti di svolta che, spesso sconosciuti e inizialmente ritenuti non rilevanti, hanno caratterizzato la nostra storia producendo effetti enormi e inaspettati. Il termine si è diffuso a seguito del libro <em>The Tipping Point: How Little Things Can Make a Big Difference</em> dello scrittore canadese Malcolm Gladwell, pubblicato nel 2000, che ha trattato i meccanismi sociali, culturali ed economici che fanno sì che idee, eventi o messaggi magari insignificanti in breve tempo si diffondano con imprevisti effetti globali. </p>
<p>Oggi si parla di <em>tipping points</em> con riferimento al cambiamento climatico. Distorcendone il significato originario, il termine indica soglie che, se superate, determinano conseguenze rapide e spesso irreversibili. Al tema dei <em>tipping points</em> ha dedicato particolare attenzione l’IPCC in molti rapporti: nel 2019, nel rapporto <a href="https://ipccitalia.cmcc.it/oceano-e-criosfera-in-un-clima-che-cambia/" rel="noopener"><em>Oceano e criosfera in un clima che cambia</em></a>, dove si tratta della fusione delle calotte glaciali e della modifica nelle correnti oceaniche; poi nel <a href="http://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-cycle/" rel="noopener">sesto rapporto di sintesi</a> dell’IPCC dell’agosto 2023, che offre un quadro delle conoscenze del cambiamento climatico, del suo impatto e dei rischi connessi avvertendo della probabilità di impatti improvvisi e irreversibili nel sistema climatico quando si raggiungono specifici <em>tipping points</em>; infine, nel settembre del 2026 si indica un <em>tipping point</em> nel superamento della soglia di 1,5° di aumento rispetto alla temperatura globale dell’epoca preindustriale (<a href="https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/49857" rel="noopener"><em>Limiting Overshoot - Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return</em></a>).</p>
<p>In precedenza, in occasione della COP 30 di Belem, è stato pubblicato il <a href="https://wwfes.awsassets.panda.org/downloads/gtp_summary_report_2025-v4-pages-lo-res--1-.pdf" rel="noopener"><em>Global Tipping Point Report 2025</em></a>, una sorta di manuale di tutti i <em>tipping points</em> all’orizzonte se non si adottano concrete misure per limitare il cambiamento climatico, al quale hanno contribuito 160 scienziati di 23 diversi Paesi.</p>
<p>Uno scenario poco rassicurante. Ma non inevitabile: nel cambiamento climatico non ci sono solo <em>tipping points</em> negativi.</p>
<p>I punti di svolta possono anche essere eventi tecnologici, sociali o economici che, una volta messi in moto, sviluppano effetti positivi non inizialmente previsti, come è accaduto con l’invenzione del telescopio o la diffusione del libro di Rachel Carson. Nel caso del cambiamento climatico, effetti idonei a limitare o a ridurre i danni esistenti. È ciò che sostiene Timothy Lenton, che insegna scienza della terra e cambiamento climatico all’Università di Exeter nel recente <em>Positive Tipping Points: How to Fix the Climate Crisis</em> (Oxford 2025). È il caso del fotovoltaico, la fonte di energia più a buon mercato in gran parte del mondo, che raddoppia la sua capacità ogni due anni, con costi che si riducono progressivamente. Oppure dei veicoli elettrici: il costo delle batterie è diminuito di oltre dieci volte negli ultimi anni, aumentando nel contempo la capacità di accumulazione. Altri <a href="https://www.exeter.ac.uk/research/tippingpoints/" rel="noopener"><em>tipping points</em> positivi</a> possono essere sviluppati nell’agricoltura, nella rigenerazione degli ecosistemi, nel trattamento dei rifiuti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>«La scienza è con noi», dicono i ProVita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-noi-dicono-provita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-noi-dicono-provita/</guid><pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><description>A Strasburgo una mostra di ProVita e Famiglia ha portato nel Parlamento europeo pannelli e video sullo sviluppo embrionale, presentati come prova scientifica che la vita è persona fin dal concepimento. Ma dietro il linguaggio scientifico si porta avanti una tesi filosofica, non biologica. Il caso è espressione di un fenomeno più ampio: un ecosistema di riviste, studi e sondaggi che cercano di costruire autorevolezza per posizioni ideologiche, confondendo vita umana e persona.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scienza-noi-dicono-provita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scienza-noi-dicono-provita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un tempo, chi erigeva la morale sessuale tradizionale a verità indiscutibile diceva «Dio è con noi». Nella nostra società secolarizzata, però, i richiami alla religione non sono più tanto efficaci, così chi si riconosce in quella visione ha dovuto cambiare strategia e richiamarsi a fantomatiche e inappellabili leggi di natura. Oggi sta tentando un salto di qualità: presentarsi come legittimo interlocutore nel dibattito scientifico, proclamando «la scienza è con noi» mentre si fa portatore di istanze che sono prive di fondamento o estranee al dominio della scienza.<br>
L’obiettivo è quello di fare breccia nelle istituzioni, come si è tentato di recente a Strasburgo, dove Paolo Inselvini, europarlamentare di Fratelli d’Italia, ha portato negli spazi della sede del Parlamento Europeo una <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/inaugurata-al-parlamento-europeo-a-strasburgo-la-mostra-di-pro-vita-famiglia-sullo-sviluppo-dellembrione" rel="noopener">mostra</a> realizzata dall’associazione ProVita e Famiglia dal titolo <em>Just EUman. Come nasce un cittadino europeo</em>, che documenta le diverse fasi dello sviluppo prenatale, dalla fecondazione al parto, affinché «chi deve legiferare possa prima guardare e toccare con mano cosa dimostra la scienza» e cioè che l’aborto non è «la soppressione di un grumo di cellule, ma di un essere umano».</p>
<h2 id="14-pannelli-e-un-video">14 pannelli e un video</h2><p>Oggi i progressi della medicina e della biologia permettono di descrivere con estrema accuratezza il processo di sviluppo e crescita dell’embrione e poi del feto durante la gravidanza. I 14 pannelli esposti a Strasburgo riportano questa descrizione, ma utilizzano espressioni evocative come, per esempio, «il dialogo nascosto con la mamma» per illustrare lo scambio di messaggi chimici tra l’embrione e l’endometrio durante l’impianto nell’utero. L’espressione è legittima ed è presente anche nella letteratura scientifica come metafora, ma bisogna essere chiari sul suo significato: si tratta di un meccanismo fisiologico che non comporta una comunicazione intenzionale dell’embrione con la donna, né che la gestante lo riconosca coscientemente.</p>
<p>Di simili stratagemmi retorici abbonda il filmato <em>Baby Oliver</em>, che è stato proiettato a ciclo continuo alla mostra di Strasburgo, realizzato dall’organizzazione antiabortista statunitense <em>Live Action</em>. <br>
Una precedente versione meno dettagliata, <em>Baby Olivia</em>, è stata tradotta in italiano alcuni anni fa da ProVita e Famiglia e mostrata nel corso di eventi e conferenze nel nostro Paese. <br>
North Dakota, Tennessee e altri Stati USA hanno approvato <a href="https://www.theguardian.com/us-news/article/2024/may/21/meet-baby-olivia-anti-abortion-sex-ed" rel="noopener">leggi</a> che ne impongono la proiezione nelle scuole, iniziativa che ProVita e Famiglia vorrebbe <a href="https://www.provitaefamiglia.it/petizione/la-scuola-insegni-nel-programma-di-scienze-le-fasi-dello-sviluppo-umano-durante-la-gravidanza-firma-ora" rel="noopener">importare</a> anche da noi.</p>
<p>Baby Oliver è un’animazione in 3D estremamente realistica, costruita sulla base di dati anatomici e fisiologici dello sviluppo prenatale. Buona parte del suo contenuto è scientificamente corretta, ma il linguaggio e la forma narrativa adottata sono chiaramente mirati a personalizzare l’embrione, che fin dallo stadio di zigote viene presentato con le parole «lui è Oliver». <br>
I movimenti fetali spontanei o riflessi vengono descritti con termini che suggeriscono intenzionalità, come «Oliver gioca, esplora il suo ambiente, sospira». </p>
<p>Si parla di battito cardiaco a soli 22 giorni dal concepimento, quando è già effettivamente riscontrabile la pulsazione delle cellule che formano il tubo cardiaco primitivo, ma il cuore non si è ancora formato. E si parla di attività del cervello a sei settimane, quando i neuroni cominciano a scambiare i primi segnali elettrici, ma la corteccia cerebrale è ancora di là da venire.</p>
<p>Il filmato parte quindi da un dato biologico, il fatto che con la fecondazione inizia lo sviluppo di un organismo umano. Con una scelta narrativa personificante si attribuisce un nome a questo organismo, Oliver. Ne conseguirebbe, secondo gli autori e i promotori del video, che l’embrione di nome Oliver è una persona titolare di diritti che devono essere tutelati dalla legge. Quest’ultima, però, è chiaramente una proposizione filosofica, estranea al campo della scienza.</p>
<p>Tutto il processo appena descritto è esemplificato nella frase che campeggia su uno dei pannelli della mostra: «I diritti nascono quando nasce la persona, e la persona nasce quando viene a esistere un nuovo organismo umano, unico e irripetibile nella storia dell’umanità: per la scienza, al momento del concepimento». </p>
<h2 id="il-95-per-cento-dei-biologi">«Il 95 per cento dei biologi»</h2><p>Già nel 2024 ProVita e Famiglia aveva lanciato in Italia una campagna di affissioni e una <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/per-il-96-dei-biologici-la-vita-inizia-dal-concepimento-ecco-lo-studio" rel="noopener">petizione</a> per chiedere il riconoscimento giuridico del concepito, dal momento che il 95 per cento dei biologi riconosce il concepimento come atto di inizio della vita umana. </p>
<p>Il dato citato dall’associazione viene da un <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3211703" rel="noopener">articolo</a> postato in rete nel 2018 da Steven Andrew Jacobs, giurista e ricercatore di scienze sociali statunitense, che ha condotto un sondaggio su migliaia di biologi, ponendo loro tre affermazioni da approvare o respingere. Prima affermazione: «Il prodotto finale della fecondazione nei mammiferi è un uovo fecondato (zigote), un nuovo organismo di mammifero, nella prima fase del ciclo vitale della sua specie e con il genoma della sua specie». Il 91 per cento degli intervistati ha approvato. </p>
<p>La seconda affermazione, «Lo sviluppo di un mammifero inizia con la fecondazione, quando un gamete maschile e un gamete femminile si uniscono dando origine a un nuovo organismo, lo zigote», ha raccolto l’88 per cento di consensi. <br>
Infine, il 75 per cento ha approvato la terza: «Dal punto di vista della biologia dello sviluppo, la fecondazione segna l&rsquo;inizio della vita di un essere umano, perché produce un organismo con un genoma umano che ha iniziato a svilupparsi nella prima fase del ciclo vitale umano». </p>
<p>Poiché il 95 per cento degli interpellati ha risposto di sì ad almeno una di queste tre affermazioni, l’autore conclude che quella è la percentuale dei biologi secondo i quali la vita inizia con la fecondazione. Attenzione, però, affermare che all’atto del concepimento si forma un nuovo organismo che appartiene alla specie umana, dal momento che possiede DNA umano, non vuol dire attribuire lo status di persona a quello stesso organismo fin dal concepimento. Quest’ultimo giudizio non attiene alla sfera della scienza, ma a quelle della filosofia, della morale, della religione. Non a caso, nel suo sondaggio Jacobs non ha interpellato i biologi su questo aspetto e citare il suo articolo confondendo “vita umana” e “persona umana” è un espediente retorico.</p>
<h2 id="una-macchina-per-costruire-autorevolezza">Una macchina per costruire autorevolezza </h2><p>Nel 2021 l’articolo è stato pubblicato come studio peer-reviewed da <em><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36629778/" rel="noopener">Issues in Law &amp; Medicine</a></em>, la rivista ufficiale della Alliance for Hippocratic Medicine, un’organizzazione statunitense che riunisce associazioni mediche pro-life. I revisori anonimi che valutano i lavori per la pubblicazione, compreso quello di Jacobs, vengono selezionati dal comitato editoriale, che è formato da dirigenti di organizzazioni anti-abortiste. </p>
<p>Nel tempo la rivista ha pubblicato articoli che definiscono apertamente l’aborto “male morale”, che prospettano gravi rischi per la salute fisica e mentale della donna che si sottopone a interruzione volontaria di gravidanza, che associano l’assunzione di contraccettivi ormonali a un maggior rischio di aborto spontaneo nelle successive gravidanze.</p>
<p>Ci sembra un chiaro esempio di una tendenza in atto da alcuni anni: intorno alle organizzazioni anti-scelta si sta progressivamente costruendo un ecosistema della produzione di autorevolezza. Riviste peer-reviewed, società professionali, centri di ricerca, gruppi di esperti e conferenze adottano il linguaggio e le forme della scienza per sostenere posizioni prive di solide basi empiriche, oppure che appartengono al terreno dell’etica, della filosofia e della politica. </p>
<p>Il funzionamento di questa macchina è sottile: selezionare determinate evidenze, il cosiddetto <em>cherry picking</em>, interpretarle in una direzione precisa, presentare come consenso ciò che è oggetto di discussione e soprattutto far apparire come conclusione scientifica ciò che la scienza, da sola, non può determinare. </p>
<p>Occorre prestare attenzione, allora, a come si riferiscono queste voci. Il resoconto oggettivo di un dibattito scientifico non deve dare a tutte le parti coinvolte la stessa visibilità, una fallacia nota come <em>false balance</em>. La ricerca scientifica è fondata sulle evidenze e non tutte le opinioni hanno lo stesso grado di fondamento nella scienza. Nel giornalismo scientifico, lo spazio e il peso attribuiti alle diverse posizioni devono tenere conto della solidità delle evidenze che le sostengono.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La strada che ha portato al vaccino a mRNA per il melanoma. Intervista a Paolo Ascierto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/strada-portato-vaccino-mrna-melanoma-intervista-paolo-ascierto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/strada-portato-vaccino-mrna-melanoma-intervista-paolo-ascierto/</guid><pubDate>Wed, 30 Sep 2026 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Elena Panariello</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Ad agosto è stato annunciato che il vaccino a mRNA per il trattamento del melanoma ha superato la fase 3 del trial clinico: ma in cosa consiste davvero, e perché è una notizia così importante? Cosa dicono esattamente i dati? Possiamo parlare di una nuova era dell&amp;amp;rsquo;oncologia? Elena Panariello ha rivolto queste e altre domande a Paolo Ascierto, oncologo coordinatore dello studio per l&amp;amp;rsquo;Italia e membro dello steering committee internazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/strada-portato-vaccino-mrna-melanoma-intervista-paolo-ascierto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/strada-portato-vaccino-mrna-melanoma-intervista-paolo-ascierto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 agosto 2026 Merck e Moderna <a href="https://www.merck.com/news/merck-and-moderna-announce-phase-3-interpath-001-trial-of-intismeran-autogene-plus-keytruda-met-endpoints-of-recurrence-free-survival-rfs-and-distant-metastasis-free-survival-dmfs-in-patient/" rel="noopener">hanno annunciato</a> che un vaccino terapeutico a mRNA per il melanoma ha superato con successo la fase 3 dello studio clinico INTerpath-001, condotto su oltre 1.100 pazienti con melanoma ad alto rischio.  La notizia ha avuto un&rsquo;eco immediata. Ripresa da riviste scientifiche di settore e testate generaliste in tutto il mondo, ha coinciso anche con un balzo in borsa per Moderna.</p>
<p>Ne abbiamo parlato con Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all&rsquo;Università Federico II di Napoli e direttore del Dipartimento Melanoma, Immunoterapia e Terapie Innovative dell&rsquo;Istituto Nazionale Tumori IRCCS Pascale di Napoli, nonché coordinatore dello studio per l&rsquo;Italia e membro dello steering committee internazionale. Gli abbiamo chiesto di guidarci attraverso i dati, i limiti ancora aperti e il significato di questo momento.</p>
<p><strong>Per iniziare, prima ancora dei tecnicismi, vorrei che aiutasse chi legge a orientarsi. Quando si parla di “vaccino a mRNA contro il melanoma”, il primo equivoco è pensare a qualcosa che si fa da sani, come contro un virus. Può spiegarci cos’è davvero questo trattamento (e cosa non è)?</strong></p>
<p>È importante chiarire subito che non stiamo parlando di un vaccino che previene la comparsa del melanoma in una persona sana. È un vaccino terapeutico, destinato a pazienti che hanno già avuto un melanoma che è stato completamente asportato chirurgicamente. Quindi, al momento del trattamento, non abbiamo una malattia macroscopicamente visibile, ma sappiamo che possono essere rimaste nell&rsquo;organismo cellule tumorali microscopiche capaci di provocare una recidiva o una metastasi. È proprio contro questa possibile malattia residua che interveniamo.<br>
Lo chiamiamo comunque vaccino perché il principio immunologico è quello della vaccinazione: presentare degli antigeni al sistema immunitario affinché sviluppi una risposta specifica contro di essi e una memoria immunologica. La differenza quindi è il bersaglio. In un vaccino contro una malattia infettiva presentiamo antigeni di un agente patogeno; qui presentiamo antigeni derivati dal tumore.</p>
<p><strong>In una sua <a href="https://www.unina.it/it/w/melanoma-il-vaccino-a-mrna-che-istruisce-il-sistema-immunitario-a-distruggere-il-cancro" rel="noopener">intervista</a> rilasciata per l’Università di Napoli Federico II ha usato un’espressione forte: “nuova era dell’oncologia”. Cosa rende questo momento diverso da altri annunci importanti che ha visto in tanti anni di carriera?</strong></p>
<p>Uso questa espressione con una certa cautela, perché in oncologia abbiamo visto molte terapie estremamente promettenti non confermare poi le aspettative.<br>
Io appartengo a una generazione che ci ha creduto per molti anni. Abbiamo sperimentato vaccini contro il melanoma quando avevamo pochissime possibilità terapeutiche e abbiamo vissuto anche grandi delusioni, con studi di fase 3 negativi. Ma quei fallimenti ci hanno insegnato moltissimo sulla complessità della risposta immunitaria antitumorale.</p>
<p>Poi è arrivata la prima vera rivoluzione: i <em>checkpoint inhibitors</em>. Abbiamo capito che il sistema immunitario spesso riconosce il tumore, ma viene frenato da meccanismi che il tumore stesso sfrutta per sfuggire alla risposta immune. Oggi potremmo trovarci davanti a una seconda rivoluzione dentro la prima. Perché non ci limitiamo più a togliere i freni a una risposta immunitaria già esistente ma cerchiamo di intervenire più a monte.</p>
<p>La seconda ragione per cui questo momento è diverso è metodologica. Non abbiamo più soltanto un segnale interessante proveniente da studi iniziali. I dati completi devono ancora essere presentati, ma il salto qualitativo è evidente: per la prima volta il principio di una vaccinazione terapeutica personalizzata a mRNA supera la verifica di una fase 3 nel melanoma. Per questo parlo di nuova era. </p>
<p><strong>Perché costruire una terapia “su misura” per ognuno fa così tanta differenza?</strong></p>
<p>Perché non esistono due tumori perfettamente uguali, anche quando hanno la stessa diagnosi istologica e lo stesso stadio. Ogni melanoma accumula nel corso della sua evoluzione un proprio insieme di mutazioni somatiche e alcune di queste possono generare proteine alterate che il sistema immunitario non riconosce come “self”: i neoantigeni. Questi sono bersagli particolarmente interessanti perché sono presenti nelle cellule tumorali ma non, almeno idealmente, nei tessuti normali. Possono quindi permetterci di indirizzare la risposta T-cellulare in maniera estremamente specifica contro il tumore.</p>
<p>Tuttavia, non dobbiamo trasformare la personalizzazione in un dogma. Oggi sappiamo che questa strategia personalizzata è biologicamente molto sofisticata e che, associata all&rsquo;anti-PD-1 (una classe di farmaci immunoterapici inibitori del checkpoint immunitario), ha prodotto un risultato positivo in fase 3. Non sappiamo però ancora quanto del beneficio dipenda specificamente dal fatto che il vaccino sia personalizzato.</p>
<p><strong>Cosa ci dicono, con precisione, i risultati della fase 3 dello studio?</strong></p>
<p>Al momento dobbiamo distinguere tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non è stato reso pubblico. Moderna e MSD hanno annunciato che lo studio di fase 3 INTerpath-001 ha raggiunto entrambi gli endpoint principali previsti dall&rsquo;analisi: <em>recurrence-free survival</em> e <em>distant metastasis-free survival</em> (per chi ci legge spieghiamo che la prima, RFS, è la sopravvivenza libera da recidiva, ovvero il tempo che passa, dopo l&rsquo;intervento chirurgico, senza che il melanoma ricompaia; mentre la seconda, DMFS, è la sopravvivenza libera da metastasi a distanza, cioè il tempo che passa senza che compaiano metastasi in organi lontani dalla sede originaria del melanoma).</p>
<p>Quello che ancora non conosciamo sono i numeri: <em>hazard ratio</em>, intervalli di confidenza, curve di sopravvivenza, risultati nei diversi sottogruppi e dati completi di sicurezza. Quindi sappiamo che lo studio è positivo, ma dobbiamo attendere la presentazione completa per stabilire l&rsquo;entità reale del beneficio.</p>
<p><strong>Questa sua risposta mi permette di approfondire un dettaglio che dice qualcosa anche sul modo in cui la scienza arriva al pubblico. Infatti, i risultati di fase 3 sono stati resi noti attraverso un comunicato stampa aziendale con un immediato riflesso in borsa per Moderna. Come giudica, da ricercatore, questo modo di comunicare dati clinici di questa portata? E a che punto è la pubblicazione dei dati completi su una rivista scientifica?</strong></p>
<p>È importante distinguere due piani. Per un&rsquo;azienda quotata è normale, e in determinate circostanze necessario, comunicare tempestivamente un risultato di fase 3 rilevante. Ma un comunicato stampa non è una pubblicazione scientifica e non può sostituirla.</p>
<p>I dati completi saranno presentati alla comunità scientifica e successivamente pubblicati attraverso il normale processo di peer review. Fino ad allora credo sia corretto essere entusiasti del risultato, ma altrettanto corretto mantenere la prudenza che la scienza richiede.</p>
<p><strong>Quali sono i limiti più importanti di questo approccio terapeutico oggi – tecnici, produttivi, di accesso? Cosa comportano i tempi di produzione personalizzata e quali sfide pone la sostenibilità su larga scala?</strong></p>
<p>Il principale limite è paradossalmente legato proprio al suo punto di forza: la personalizzazione. Per ogni paziente dobbiamo disporre di tessuto tumorale adeguato, sequenziare il tumore e il tessuto normale, identificare le mutazioni, predire e selezionare i neoantigeni più immunogenici e infine produrre un vaccino specifico secondo standard farmaceutici. Tutto questo richiede tempo, infrastrutture, una logistica molto efficiente e inevitabilmente costi maggiori rispetto a un farmaco standardizzato.</p>
<p>Qui si apre anche una domanda scientifica che considero molto interessante: quanto è indispensabile la personalizzazione per ottenere un priming efficace? Vaccini a mRNA “fissi”, costruiti contro antigeni condivisi da molti pazienti, potrebbero essere prodotti in anticipo, immediatamente disponibili e avere costi significativamente inferiori.</p>
<p>Non sappiamo ancora se possano ottenere un priming comparabile a quello di un vaccino personalizzato. Sarà una delle domande della ricerca futura. Se la risposta fosse positiva, i vantaggi in termini di scalabilità, tempi, costi e accessibilità sarebbero enormi.</p>
<p><strong>A che punto siamo con le autorizzazioni regolatorie? Cosa manca prima che diventi accessibile fuori dagli studi clinici, e chi potrà beneficiarne in Italia?</strong></p>
<p>Il risultato positivo della fase 3 è il presupposto fondamentale, ma non equivale ancora all&rsquo;approvazione. I dati completi dovranno essere presentati e poi sottoposti alle autorità regolatorie: in Europa all&rsquo;EMA e successivamente, per gli aspetti di prezzo e rimborsabilità in Italia, all&rsquo;AIFA.</p>
<p>Se il percorso sarà positivo, l&rsquo;indicazione iniziale dovrebbe riflettere la popolazione studiata in INTerpath-001: pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio completamente resecato, quindi senza malattia macroscopicamente evidente ma con una probabilità significativa di recidiva.</p>
<p>È prematuro indicare una data precisa. Il 2027 può rappresentare una prospettiva possibile se il percorso regolatorio procederà rapidamente, ma saranno EMA e poi AIFA a definirne concretamente tempi e modalità di accesso.</p>
<p><strong>Pensando al futuro, sempre nell’intervista sopra citata, lei ha parlato di un meccanismo “traslabile” ad altri tumori come polmone, rene, vescica, pancreas. Su quali fronti è più ottimista, e perché il melanoma è stato il terreno di partenza ideale?</strong></p>
<p>Il melanoma è stato un terreno ideale perché è un tumore con un elevato carico mutazionale, quindi potenzialmente ricco di neoantigeni, ed è una malattia nella quale sappiamo già che il sistema immunitario può esercitare un controllo molto potente.</p>
<p>La traslabilità del principio ad altri tumori è concreta, e programmi clinici sono già in corso, in particolare nel polmone, nel rene e nella vescica. </p>
<p>Il pancreas rappresenta invece una sfida diversa e probabilmente più difficile. Non basta avere antigeni riconoscibili: i linfociti devono riuscire a raggiungere il tumore e rimanere funzionali al suo interno. Nel carcinoma pancreatico il microambiente tumorale è particolarmente immunosoppressivo e costituisce una barriera importante alla risposta immune.</p>
<p>Per questo non credo esisterà una soluzione identica per tutti i tumori. Dovremo capire, malattia per malattia, dove si interrompe il ciclo della risposta immunitaria.</p>
<p><strong>Ora usciamo un attimo dai numeri. Lei è stato il primo in Italia a somministrare questo trattamento. Cosa si ricorda di quel momento dal punto di vista clinico, ma anche personale?</strong></p>
<p>Ricordo soprattutto l&rsquo;emozione del gennaio 2024, quando al Pascale abbiamo trattato il primo paziente italiano dello studio. Avevamo la sensazione di partecipare a qualcosa che avrebbe potuto rappresentare un passaggio importante nella storia dell&rsquo;immunoterapia, pur senza sapere naturalmente quale sarebbe stato il risultato dello studio.</p>
<p>E c&rsquo;è una particolarità: essendo INTerpath-001 uno studio in doppio cieco, né noi né il paziente sapevamo se stessimo somministrando il vaccino personalizzato o il placebo. È una condizione particolare per un medico: vorresti sapere che cosa stai dando al tuo paziente, ma come ricercatore sai che proprio quel rigore è necessario per ottenere una risposta scientificamente affidabile.</p>
<p>Oggi sapere che lo studio ha raggiunto i suoi obiettivi rende quel momento ancora più significativo.</p>
<p>E aggiungerei un aspetto di cui sono particolarmente orgoglioso: l&rsquo;Italia ha contribuito in maniera molto importante alla sperimentazione, con circa 200 degli oltre 1.100 pazienti arruolati nei cinque centri italiani coinvolti. È una dimostrazione concreta della qualità della ricerca clinica oncologica del nostro Paese.</p>
<p><strong>Come e se cambia, secondo lei, la relazione medico-paziente quando la terapia stessa nasce dall&rsquo;identità biologica unica di quella persona?</strong></p>
<p>La medicina personalizzata modifica anche il modo in cui raccontiamo la terapia al paziente. Non diciamo più soltanto: «Questo è il trattamento che utilizziamo per il melanoma», ma possiamo arrivare a dire: «Abbiamo studiato il suo tumore e stiamo costruendo una parte della terapia sulle sue caratteristiche specifiche».<br>
Questo rafforza certamente il concetto di unicità del paziente, ma comporta anche una responsabilità: personalizzato non significa infallibile.</p>
<p>Credo quindi che il rapporto medico-paziente diventi ancora più importante. Più sofisticata diventa la tecnologia, maggiore deve essere la nostra capacità di spiegare che cosa sappiamo, che cosa non sappiamo e quali sono realisticamente le aspettative. La medicina può diventare sempre più tecnologica, ma non deve diventare meno umana.</p>
<p><strong>Per chiudere, torniamo alla “nuova era dell’oncologia” di cui parlava all’inizio: tra dieci anni, cosa vorrebbe che si dicesse di questo momento?</strong></p>
<p>Vorrei che tra dieci anni potessimo guardare a questo momento non semplicemente come all’approvazione di un nuovo trattamento, ma come al momento in cui abbiamo capito come utilizzare meglio il sistema immunitario contro il cancro.</p>
<p>La storia dei vaccini terapeutici, infatti, non comincia con l’mRNA. Viene da molto lontano. Io ricordo gli anni di Donald Morton e del Canvaxin, quando avevamo pochissime terapie efficaci contro il melanoma; eppure, c’era chi credeva fortemente nella possibilità di educare il sistema immunitario a combatterlo. Anche Napoli, grazie a Nicola Mozzillo, mentore e fraterno amico, ebbe un ruolo importante in quella sperimentazione. Lo studio alla fine fu negativo, e in quel momento fu una grande delusione.</p>
<p>Penso anche al mio amico e maestro Giorgio Parmiani, che ha dedicato una parte fondamentale della sua attività scientifica agli antigeni tumorali e ai vaccini terapeutici quando l’immunoterapia aveva ancora pochissimi risultati clinici da mostrare.</p>
<p>A distanza di anni comprendiamo che quegli studi negativi non sono stati inutili. Ci hanno insegnato come il tumore interagisce con il sistema immunitario, quali sono i limiti della vaccinazione e quanto sia importante non soltanto generare una risposta immune, ma permetterle di funzionare nel microambiente tumorale.</p>
<p>Quindi, tra dieci anni, mi piacerebbe poter dire che INTerpath-001 non è stato semplicemente lo studio positivo di un vaccino, ma una delle dimostrazioni che il paradigma stava cambiando: non soltanto togliere i freni al sistema immunitario, ma costruire meglio la risposta da liberare.</p>
<p>E mi piacerebbe anche ricordare che quel risultato non è nato improvvisamente. La scienza procede anche attraverso i fallimenti. Le intuizioni di Morton, Mozzillo, Parmiani e di tanti altri ricercatori hanno contribuito a costruire le fondamenta sulle quali poggiano i risultati di oggi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Google vuole portare i data center nello spazio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/google-vuole-portare-data-center-spazio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/google-vuole-portare-data-center-spazio/</guid><pubDate>Tue, 29 Sep 2026 09:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>I data center necessari all’intelligenza artificiale consumano enormi quantità di energia e acqua e incontrano una crescente opposizione nelle comunità che dovrebbero ospitarli. Così, la soluzione immaginata dai giganti tecnologici è spostare almeno una parte della potenza di calcolo in orbita, sfruttando l’energia continua del Sole: Google si prepara a sperimentare chip per l’AI nello spazio, primo passo verso costellazioni di satelliti capaci di funzionare come un gigantesco data center. Ma restano problemi tecnici, costi enormi e nuovi interrogativi ambientali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/google-vuole-portare-data-center-spazio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/google-vuole-portare-data-center-spazio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Pochi argomenti suscitano la contrarietà di tutti i partiti politici come la costruzione di nuovi data center. Benché siano un&rsquo;infrastruttura necessaria per lo sviluppo della&rsquo;AI, che viene considerata strategica a tutti gli effetti, gli abitanti delle aree interessate non li vogliono nel modo più assoluto. Sono strutture che, per funzionare, necessitano di enormi quantità di energia elettrica accoppiata ad altrettanta acqua, utilizzata per raffreddare i circuiti. La costruzione di un data center, inoltre, non porta indotto: sono strutture che non hanno bisogno di molto personale ma prosciugano le riserve d’acqua e fanno salire il prezzo dell’energia elettrica. Pecche abbastanza gravi perché molti stati USA abbiano proibito la costruzione di nuovi dati center. Si capisce allora perché i giganti tecnologici americani abbiamo pensato di trasferire i data center nello spazio, dove l’energia potrebbe essere fornita dal Sole grazie a enormi pannelli solari, e il raffreddamento potrebbe sfruttare il gelo del cosmo. </p>
<p>Il primo a entusiasmarsi all’idea è stato Elon Musk, che ha prontamente chiesto alla Federal Communication Commission l’autorizzazione a lanciare un milione di satelliti per il suo data center in orbita. Una proposta che ha sollevato critiche da tutti quelli che pensano che le orbite siano un bene comune dell’umanità e non dovrebbero essere occupate dall’uomo più ricco del pianeta che, con la costellazione Starlink, già possiede <a href="https://planet4589.org/space/stats/active.html" rel="noopener">il 66% dei satelliti attivi</a>.</p>
<p>Tuttavia, non sarà SpaceX a inaugurare l’era dei data center orbitali. Il primo ottobre è previsto il lancio di MVP, un prototipo del progetto Suncatcher di Google. Per abbreviare i tempi, Google ha utilizzato un satellite già “pronto” di Planet Labs  che verrà lanciato dalla Vandenberg Space Force Base, in California, con un Falcon 9 di SpaceX.</p>
<p>Google ci tiene a sottolineare che MTV non è assolutamente un data center ma una prova tecnologica per vedere come si comportano in orbita quattro chip specializzati, noti come &ldquo;Tensor Processing Unit&rdquo; (TPU), dotati di una potenza di calcolo pari a quella di un singolo server di un data center tradizionale. I pannelli solari del satellite, che ha le dimensioni di un frigorifero, forniranno ai chip circa un kilowatt di energia: una quantità paragonabile a quella necessaria per far funzionare un asciugacapelli.  Il satellite risponderà a semplici interrogazioni di Gemini, l’intelligenza artificiale di Google, e questo sarà sufficiente affinché Google possa testare il proprio hardware nelle condizioni estreme dello spazio.</p>
<p>MTV rimarrà operativo per un anno e, alla fine, si disintegrerà durante la discesa attraverso l&rsquo;atmosfera.</p>
<p>Google spera di capire quanto resistenti siano i chip alla pioggia di raggi cosmici che investe tutti i satelliti. Se una particella di alta energia colpisce il circuito può causare i cosiddetti &ldquo;bit flip&rdquo;: errori che alterano le proprietà fisiche di un circuito, modificandone il codice binario (trasformando uno zero in un uno, o viceversa). Questi errori possono provocare gravi problemi, ma, secondo Google, nella maggior parte dei casi sarà possibile ripristinare i bit alterati semplicemente riavviando i chip. Almeno così dicono i test dei chip fatti a terra in un acceleratore.</p>
<p>La sfida maggiore è stata trovare un metodo per raffreddare i chip per l&rsquo;intelligenza artificiale, che tendono a surriscaldarsi durante l&rsquo;esecuzione di calcoli e l&rsquo;elaborazione di informazioni. Dal momento che nello spazio le ventole non funzionano, il calore va dissipato per irraggiamento.  Occorrono interfacce termiche  per collegare i chip a strati di alluminio e rame, allontanando il calore dalla scheda madre per poi disperderlo per irraggiamento attraverso pannelli radianti. In ogni caso, il problema è ancora aperto, perché i chip possono funzionare nello spazio solo per circa 15 minuti prima di dover essere spenti per consentirne il raffreddamento.</p>
<p>Google guarda già al futuro: ha in programma il lancio di due satelliti per l&rsquo;anno prossimo, sempre attraverso la collaborazione con Planet Labs, poi sta progettando flotte di oltre 80 satelliti capaci di volare in formazione ravvicinata e di comunicare tra loro durante l&rsquo;elaborazione delle richieste per l&rsquo;IA.</p>
<p>L’orbita ottimale per i data center è sicuramente quella eliosincrona, cioè quella che sorvola le regioni della terra sempre alla stessa ora. Le tipiche orbite eliosincrone sono quelle denominate mezzogiorno-mezzanotte e alba-tramonto. Ovviamente per poter fruire della costante illuminazione del Sole sui pannelli solari, in modo che possono sempre fornire energia ai server informatici, l’orbita sarà del tipo alba-tramonto. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/google-vuole-portare-data-center-spazio-body-1.png.webp" alt="Schema dell’orbita eliosincrona alba-tramonto: il piano dell’orbita ruota seguendo il Sole" width="526" height="509" loading="lazy" decoding="async">

<em>Visione schematica dell’orbita eliosincrona alba-tramonto. Crediti: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Orbita_eliosincrona#/media/File:Rotation-du-plan-d%27orbite-h.png" rel="noopener">Pline/Wikimedia Commons</a>. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/" rel="noopener">CC BY-SA 3.0</a></em></p>
<p>L&rsquo;azienda sta inoltre valutando la costruzione di un satellite su misura lungo quanto un campo da calcio.</p>
<p>Passare da un singolo satellite a una vasta rete, capace di operare come un gigantesco data center, richiederà anni di test e ingenti risorse economiche, e Google, così come tutti i giganti dell’AI sono già parecchio indebitati per i data center sulla terra. Andare nello spazio fornisce energia gratuita senza creare problemi con il vicinato, ma gli investimenti sono veramente astronomici, senza contare i problemi ambientali creati dai lanci e dai rientri di migliaia e migliaia di satelliti. In particolare, preoccupa l’inquinamento atmosferico conseguente alla vaporizzazione delle migliaia di tonnellate dei materiali dei quali sono fatti i satelliti. Si tratta infatti di metalli che nell’atmosfera non esistono e che non sono i benvenuti. Gli ossidi di alluminio, per esempio, reagiscono con l’ozono e lo dissociano. Meno ozono significa meno protezione dai raggi ultravioletti prodotti dal Sole, quindi più pericoli per la nostra salute.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La scuola non si misura con le percentuali: servono insegnanti, strumenti e sostegno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno/</guid><pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Borrata</dc:creator><description>La quota del 30 per cento può essere uno strumento di programmazione, ma non può diventare la risposta politica ai problemi della scuola. Prima dei numeri vengono le persone, le risorse, la sicurezza degli edifici e il riconoscimento del lavoro di chi ogni giorno tiene aperte le aule.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-si-misura-percentuali-servono-insegnanti-strumenti-sostegno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 24 settembre il governo Meloni ha approvato un <a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-190/32660" rel="noopener">decreto</a> che fissa al 30 per cento il limite per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime, a partire dall’anno scolastico 2027/28. Evitare che le difficoltà linguistiche si concentrino tutte nella stessa aula è un obiettivo serio. Fare di una percentuale il centro della risposta all’integrazione, però, è una priorità sbagliata e una scelta politica comoda. Si annuncia in pochi secondi; molto più difficile è garantire ciò che serve il giorno dopo, davanti a una classe.</p>
<p>Occorre essere precisi: il limite non riguarda indistintamente tutti gli studenti privi di cittadinanza italiana. Nella primaria il decreto considera la nascita in Italia e la frequenza della scuola dell’infanzia; nella secondaria, il percorso già compiuto con esito positivo nel sistema scolastico nazionale. Il governo prevede inoltre una distribuzione tra scuole vicine quando le iscrizioni non consentono di rispettare la soglia. Proprio per questo va discusso il merito della misura.</p>
<p>La cifra del 30 per cento, comunque, compariva già, di norma e con possibili deroghe, nella <a href="https://1.flcgil.stgy.it/files/pdf/20100108/circolare-ministeriale-2-dell-8-gennaio-2010-integrazione-alunni-con-cittadinanza-non-italiana-4591861.pdf" rel="noopener">circolare ministeriale n. 2 del 2010</a>. Il decreto introduce criteri diversi e una disciplina nuova, ma non risponde alla domanda decisiva: quante persone e quante ore in più saranno presenti nelle scuole quando un ragazzo o una ragazza avranno bisogno di imparare l’italiano?</p>
<h2 id="dietro-il-numero-le-persone">Dietro il numero, le persone</h2><p>Immaginiamo una studentessa arrivata da poco. Il primo giorno entra in un’aula dove non conosce nessuno, capisce solo alcune parole e rinuncia a fare una domanda per paura di sbagliare. Non le basta sapere che nella sua classe la soglia è rispettata. Ha bisogno di qualcuno che le insegni la lingua, di un insegnante che abbia il tempo di ascoltarla e di compagni con cui costruire fiducia. Dietro quel numero c’è anche il momento in cui decide se alzare la mano o restare in silenzio.</p>
<p>Il decreto prevede risorse per attività extracurricolari di potenziamento dell’italiano. È un intervento da valutare concretamente, ma i bisogni linguistici non aspettano la fine delle lezioni. Si manifestano mentre si legge un problema di matematica, si comprende una consegna o si prova a raccontare cosa è successo a casa. Servono percorsi di italiano L2 durante la giornata scolastica, mediatori quando necessari e un’organizzazione che non lasci il docente solo a improvvisare.</p>
<p>La sfida non è trovare un numero facile da ripetere. È mettere un insegnante nelle condizioni di seguire chi è appena arrivato senza sottrarre attenzione agli altri venti o venticinque ragazzi. Per farlo bisogna ridurre le classi troppo numerose nei contesti più difficili, assicurare organici stabili e rafforzare il personale ATA, cioè l’insieme del personale non docente. Chi parla di integrazione dovrebbe dire anche con quante ore di lavoro qualificato intende finanziarla.</p>
<p>La continuità educativa dipende da chi insegna. Ogni anno docenti precari cambiano scuola e studenti fragili devono ricominciare a fidarsi di un adulto nuovo. Retribuzioni adeguate, reclutamento meno tortuoso e percorsi di abilitazione economicamente accessibili non sono rivendicazioni lontane dai bambini e le bambine: incidono sulla possibilità di avere professionisti preparati e presenti nel tempo.</p>
<p>Edifici da mettere in sicurezza, spazi insufficienti, servizi territoriali che faticano a dialogare con le scuole. Se un ufficio distribuisce gli iscritti tra istituti limitrofi, bisogna sapere se lì esistono posti, collegamenti e condizioni per accoglierli. Il principio di prossimità scritto nel provvedimento è importante; alle famiglie occorre garantire che sia praticabile.</p>
<h2 id="una-scuola-oltre-la-percentuale">Una scuola oltre la percentuale</h2><p>Anche il criterio scelto va verificato sul campo. Cittadinanza e padronanza dell’italiano non coincidono; gli anni di frequenza aiutano a distinguere situazioni diverse, ma non sostituiscono una valutazione dei bisogni individuali. Un ragazzo può conoscere la lingua e avere bisogno di sostegno per altre ragioni; un altro può faticare nello studio pur non rientrando nel conteggio. Una politica pubblica deve vedere entrambi.</p>
<p>Quante ore di italiano L2 saranno garantite durante l’orario scolastico, quanti docenti e mediatori saranno disponibili nelle scuole che ne hanno più bisogno e quali risorse permetteranno di ridurre le classi sovraffollate? È su questi impegni, e sui loro risultati, che il governo dovrebbe accettare di essere giudicato.</p>
<p>La scuola è spesso l’ultimo luogo in cui una persona giovane può incontrare un adulto che non lo consideri un problema da spostare altrove. Difenderla significa dare a quell’adulto tempo, colleghi e strumenti, e a quel ragazzo la possibilità di sentirsi parte della classe. Una soglia può distribuire gli iscritti. Da sola non insegna una parola, non costruisce una relazione e non salva chi sta smettendo di credere di avere un posto tra i banchi. </p>
<p>Io, da docente, questi ragazzi non li ho mai guardati attraverso il passaporto o il cognome. Ho visto ragazze e ragazzi con una storia, delle difficoltà, ma soprattutto con sogni, idee e ambizioni enormi. Ho visto studenti che chiedevano soltanto una possibilità: imparare, crescere, sentirsi parte di una comunità.</p>
<p>La scuola è questo: è il luogo dove un ragazzo o una ragazza possono trasformare il proprio futuro, dove una fragilità può diventare una forza, dove si costruiscono cittadini e cittadine prima ancora che studenti. È una delle più importanti alternative alla solitudine, all’emarginazione e a quei percorsi di disagio che una società dovrebbe prevenire prima ancora di doverli affrontare.<br>
Per questo il dibattito sulla scuola non può fermarsi a una percentuale. Dietro ogni numero c’è una persona. E ogni persona merita una scuola che abbia gli strumenti per accompagnarla.</p>
<p>Alla politica spetta una scelta: continuare a inseguire soluzioni che entrano nei titoli dei giornali oppure affrontare ciò che gli insegnanti vedono ogni giorno nelle aule. La scuola non ha bisogno soltanto di nuove regole: ha bisogno di essere messa nelle condizioni di funzionare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Qual è il punto di vista dell'AI?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/qual-punto-vista-dellai/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/qual-punto-vista-dellai/</guid><pubDate>Fri, 25 Sep 2026 19:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Un romanzo scritto da un&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale può commuovere quanto uno scritto da una persona. Eppure scoprirlo ci delude. Non è sentimentalismo: sapere chi ha scritto un testo cambia quello che possiamo imparare da esso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/qual-punto-vista-dellai-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/qual-punto-vista-dellai-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel suo articolo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/">E se l&rsquo;AI uccidesse la nostra immaginazione?</a> Jacopo Mengarelli parte da un libro e arriva a molte domande, per esempio se una macchina che conoscesse tutta la musica fino a Haydn avrebbe potuto scrivere Beethoven. Tra le tante, c&rsquo;è una confessione che vorrei riprendere: tra un seguito scritto male dall&rsquo;autrice amata e un capolavoro scritto con l&rsquo;AI, preferirebbe il primo.</p>
<p>Mengarelli registra questa preferenza. Io vorrei tentare di spiegarla. Escludendo anzitutto che la preferenza sia accordata per sentimentalismo, o per diffidenza verso lo strumento. Anzi sostengo il contrario: sapere chi ha scritto un testo non è una questione di affetti, ma di conoscenza. Cambia quello che dal testo possiamo imparare. Per capirlo conviene partire da un caso in cui la provenienza, invece, non ci importa affatto.</p>
<h2 id="il-farmaco-e-il-romanzo">Il farmaco e il romanzo</h2><p>Se domani un sistema di intelligenza artificiale trovasse un farmaco efficace contro una malattia che mi riguarda, lo prenderei senza chiedermi chi l&rsquo;ha scoperto. Non sarebbe una scelta eccentrica: la medicina lo fa da sempre. L&rsquo;aspirina è stata usata per più di settant&rsquo;anni prima che, nel 1971, John Vane ne chiarisse il meccanismo d&rsquo;azione. Il litio si prescrive nel disturbo bipolare dalla fine degli anni Quaranta, e perché funzioni è ancora in buona parte discusso. A chi prende un farmaco importa che uno studio clinico ne abbia verificato efficacia e sicurezza, non la biografia di chi l&rsquo;ha proposto.</p>
<p>La scienza ha fatto di questa indifferenza una norma. Il sociologo <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Mertonian_norms" rel="noopener">Robert Merton, nel 1942</a>, la chiamava universalismo: un risultato si giudica per quello che dice e per come regge alla verifica, non per chi lo firma. Chi fa ricerca vorrà poi capire perché, e non solo sapere che una cosa funziona; ma il paziente può fermarsi prima, e nessuno glielo rimprovera.</p>
<p>Lo stesso paziente, però, la sera, davanti a un romanzo, probabilmente non sarebbe così indifferente. Se scoprisse che il libro che lo ha tenuto sveglio è stato generato da una macchina, ci resterebbe male. Perché la provenienza, irrilevante per il farmaco, dovrebbe contare per il romanzo?</p>
<h2 id="due-modi-di-leggere">Due modi di leggere</h2><p>La prima risposta che viene in mente è che nei romanzi ci immedesimiamo, e in una macchina non ci si può immedesimare. Ma le cose sono meno semplici. Leggendo Harry Potter ci mettiamo nei panni di Harry, non di J.K. Rowling. È quello che gli psicologi chiamano trasporto narrativo: ci si immerge nella storia e la si vive dal punto di vista di chi la abita. Un personaggio umano e plausibile resta tale anche se l&rsquo;ha scritto una macchina, e il lettore che non lo sa si commuove lo stesso.</p>
<p>C&rsquo;è però un secondo rapporto, quello con l&rsquo;autore. Da sempre ammiriamo gli scrittori capaci di far vivere molti punti di vista. La domanda da cui parte questo articolo mi è venuta leggendo Michail Bachtin, che nei romanzi di Dostoevskij vedeva una polifonia: voci diverse, anche opposte a quella dell&rsquo;autore, che convivono senza essere schiacciate. In quella ammirazione c&rsquo;è anche un pensiero su di noi: un cervello come il nostro è stato capace di tanto, e quindi, almeno in potenza, anche il nostro.</p>
<p>I pochi dati sperimentali vanno nella stessa direzione. In uno studio uscito nel 2023 su <em>Cognitive Research: Principles and Implications</em>, Lucas Bellaiche e colleghi hanno mostrato ai partecipanti dipinti tutti generati da un&rsquo;intelligenza artificiale, assegnando a caso l&rsquo;etichetta «creato da un umano» o «creato da un&rsquo;AI». Le opere con l&rsquo;etichetta umana sono state giudicate migliori su tutti i criteri: gradimento, bellezza, profondità, valore. E in un secondo esperimento la preferenza per l&rsquo;etichetta umana, almeno su gradimento e bellezza, cresceva quanto più i partecipanti vedevano dietro l&rsquo;opera una storia e uno sforzo.</p>
<p>I meccanismi quindi sono due, e non stanno in fila. L&rsquo;immedesimazione avviene comunque; ma il valore del libro, quello che ci resta quando lo chiudiamo, dipende da chi l&rsquo;ha scritto. Resta da capire perché.</p>
<h2 id="il-testo-come-testimonianza">Il testo come testimonianza</h2><p>Aiuta un argomento che il filosofo <a href="https://doi.org/10.1086/448287" rel="noopener">Kendall Walton ha proposto nel 1984</a> a proposito della fotografia. Una fotografia e un dipinto iperrealista possono essere identici, osservava, eppure non valgono allo stesso modo come prova. La foto dipende da ciò che raffigura indipendentemente da ciò che crede il fotografo: se la scena fosse stata diversa, la foto sarebbe stata diversa. Il dipinto invece passa per le credenze del pittore. Stessa immagine, valore di prova diverso, e la differenza sta tutta nel percorso che l&rsquo;ha prodotta.</p>
<p>Applicato ai romanzi, il principio regge, ma la direzione si inverte. Per Walton il vantaggio della foto è che salta la mente di chi la fa, invece, il valore di un personaggio sta proprio nel fatto che è passato per una mente. Rowling non è mai stata un ragazzino mago, ma per scrivere Harry ha dovuto simulare dentro di sé quel modo di sentire e trovarlo abitabile. Nel fantastico si inventa il mondo, non il modo di sentire: la paura, il lutto, l&rsquo;amicizia di Harry dovevano essere abitabili per una persona reale. Il personaggio che ne esce è una prova: questo è un modo possibile di essere umani. Per questo un falso ci ferisce. Nel 2006 si scoprì che <em>A Million Little Pieces</em>, il memoriale di James Frey sulla dipendenza, era in buona parte inventato. Il libro era lo stesso di prima, ma molti lettori si sentirono traditi: il testimone non c&rsquo;era.</p>
<p>Un testo generato da un&rsquo;AI, nello schema di Walton, somiglia piuttosto a una fotografia. Non del mondo, però, ma di ciò che gli esseri umani hanno scritto: dipende dalle regolarità di milioni di testi, non dalle credenze o dall&rsquo;esperienza di qualcuno. Per questo è un&rsquo;ottima prova di ciò che è tipico dire, e una prova debole di ciò che è possibile vivere. La ricombinazione può produrre punti di vista coerenti sulla pagina che nessuno ha mai confrontato con un vissuto.</p>
<p>Si obietterà che il controllo finale lo fa il lettore: se un personaggio mi sembra vero è perché lo riconosco nella mia esperienza, chiunque l&rsquo;abbia scritto. Ma il riconoscimento funziona solo per ciò che conosciamo già. Il valore più alto della narrativa è portarci fuori dalla nostra vita: un&rsquo;altra epoca, un altro corpo, un lutto che non abbiamo attraversato. Proprio lì non possiamo verificare nulla da soli e dobbiamo fidarci del fatto che qualcuno abbia fatto il controllo al posto nostro. La dipendenza dall&rsquo;autore cresce con la distanza tra il testo e la nostra esperienza, come per ogni testimonianza.</p>
<p>C&rsquo;è poi chi sostiene che l&rsquo;autore, così come lo intendiamo oggi, sia solo una convenzione nata per ragioni economiche e legali, e che quindi non possa fare da testimone di nulla. <a href="https://dgemc.web.ac-grenoble.fr/sites/default/files/Media/document/quest_ce_quun_auteur_par_michel_foucault.pdf" rel="noopener">Michel Foucault, nel 1969</a>, lo descriveva come una funzione legata alla proprietà dei testi e alla responsabilità di chi li firma. <a href="https://scholarlycommons.law.case.edu/faculty_publications/901/" rel="noopener">Martha Woodmansee, nel 1984</a>, ha mostrato come l&rsquo;idea moderna dell&rsquo;autore geniale sia nata nella Germania del Settecento, insieme al mercato del libro e alle prime rivendicazioni del diritto d&rsquo;autore. È vero, e va concesso. Woodmansee chiude anzi il suo saggio con Herder, che invitava a leggere un libro come una divinazione nell&rsquo;anima del suo creatore. È la versione romantica della testimonianza: il libro come finestra sull&rsquo;anima unica di chi l&rsquo;ha scritto.</p>
<p>Quasi negli stessi anni, però, succedeva qualcosa che va nella direzione opposta. Nel 1795 Friedrich August Wolf mise in dubbio che l&rsquo;<em>Iliade</em> e l&rsquo;<em>Odissea</em> avessero un solo autore, e dopo gli studi di Milman Parry sulla poesia orale sappiamo che quei poemi sono almeno in parte il frutto di generazioni di cantori. Per più di due millenni li si era letti e amati senza sapere nulla di chi li avesse composti, e il loro valore non è crollato quando Omero è diventato un nome collettivo. Non c&rsquo;era un&rsquo;anima da divinare, ma c&rsquo;erano molte menti umane, ciascuna messa alla prova davanti a un pubblico.</p>
<p>L&rsquo;argomento che propongo è infatti più modesto di quello di Herder. Non dice che il testo riveli l&rsquo;anima unica di chi l&rsquo;ha scritto; dice che è passato per una mente umana che ha trovato abitabile quel punto di vista. L&rsquo;autore, così come lo intendiamo oggi, tiene insieme due funzioni: il proprietario, che incassa e risponde davanti alla legge, e il testimone. La prima è nata con il mercato del libro; la seconda è più antica, come mostra Omero, e ne è indipendente: diamo valore alla testimonianza di un sopravvissuto anche quando è anonima e non porta un soldo a nessuno. Dal Settecento le due funzioni hanno viaggiato insieme. L&rsquo;intelligenza artificiale le separa: un proprietario si trova sempre, magari un&rsquo;azienda, un testimone no.</p>
<p>Questa tesi ha un limite. Vale per le opere il cui valore comprende una conoscenza dell&rsquo;esperienza umana: il romanzo, la lirica, il ritratto, il memoriale. Vale molto meno per il puro gioco formale, come un enigma o un acrostico, e per la decorazione, come un motivo astratto o un logo. Lì la provenienza pesa meno come conoscenza, e chi sostiene che conti solo il risultato ha buone ragioni.</p>
<h2 id="una-media-non-un-coro">Una media, non un coro</h2><p>Tutto questo aiuta anche a capire perché i testi generati da un&rsquo;AI suonano spesso impersonali, un aggettivo che per chi scrive equivale a una stroncatura. Un modello linguistico non somma le voci su cui è stato addestrato: tende a produrre la continuazione più probabile, cioè la più tipica. È l&rsquo;opposto della polifonia di Dostoevskij, che tiene le voci distinte. Il modello le fonde in una sola, che non è di nessuno.</p>
<p>Il confronto con le fiabe lo mostra bene. Anche le fiabe popolari sono testi scritti da tutti, anonimi e collettivi, eppure non hanno niente di impersonale. Sono passate per generazioni di narratori, ognuno dei quali ha scelto che cosa tenere e che cosa cambiare, verificandolo sul proprio pubblico e sulla propria esperienza. È una collettività che seleziona, non una statistica che fa la media.</p>
<p>Per descrivere l&rsquo;effetto mi sono tornati in mente i nonluoghi di Marc Augé: aeroporti, centri commerciali, aree di servizio. Spazi puliti, efficienti, persino rassicuranti, senza identità né storia, dove passano tutti e non abita nessuno. Mentre leggiamo non ce ne accorgiamo. Il disagio arriva dopo, quando scopriamo che il testo è stato generato da un&rsquo;AI e ciò che ci era sembrato familiare si rivela vuoto.</p>
<h2 id="dove-sta-lautore-quando-cè-una-macchina">Dove sta l&rsquo;autore quando c&rsquo;è una macchina</h2><p>Resta da capire chi sia l&rsquo;autore quando è una macchina a produrre il testo. Non è la prima volta che l&rsquo;arte se lo chiede, e la storia è istruttiva. Nel 1961 Nanni Balestrini fece comporre a un calcolatore IBM la poesia <a href="https://www.bibliotechebologna.it/objects/media-tape-mark-i-1962" rel="noopener"><em>Tape Mark I</em></a>, ricombinando secondo regole precise frammenti di testi scelti da lui, tra cui il diario di un medico sopravvissuto a Hiroshima. Nello stesso anno Raymond Queneau pubblicava <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cent_Mille_Milliards_de_Po%c3%a8mes" rel="noopener"><em>Cent mille milliards de poèmes</em></a>, dieci sonetti stampati su fogli tagliati a strisce, senza alcun calcolatore, i cui versi intercambiabili ne generano centomila miliardi: nessuno li leggerà mai tutti, e non è quello lo scopo.</p>
<p>In questi casi riconosciamo lo status di artista a chi ha progettato la regola, non al calcolatore. Ma la regola da sola non basta: contano i materiali su cui lavora e la scelta dei risultati da mostrare. Balestrini non ha scelto Hiroshima per caso. Anche oggi, tra gli artisti che lavorano con l&rsquo;intelligenza artificiale, quelli presi più sul serio sono spesso quelli che si riprendono queste scelte: Anna Ridler, per <a href="https://avantarte.com/insights/avant-essay/anna-ridler-whats-it-worth" rel="noopener"><em>Mosaic Virus</em></a>, ha fotografato a mano migliaia di tulipani per costruire i dati con cui addestrare il suo modello.</p>
<p>Con i grandi modelli linguistici la situazione è diversa. Regole e dati li ha scelti un&rsquo;azienda, e chi scrive interviene solo alla fine. Si dirà che anche questi modelli sono progettati da esseri umani; ma è la differenza tra chi ha inventato la macchina fotografica e un fotografo. Gli ingegneri progettano uno strumento generale, non un&rsquo;opera.</p>
<p>Vale per chi scrive quello che vale per il fotografo, e qui sta anche la risposta a una domanda che Mengarelli si pone: un articolo scritto con un forte aiuto dell&rsquo;intelligenza artificiale è di chi lo firma? Lui risponde di sì, e io sono d&rsquo;accordo, a una condizione: che il punto di vista sia suo, cioè che sia lui ad aver scelto che cosa dire, con quali materiali e che cosa scartare. Ed è proprio per questo che va detto che cosa ha fatto la macchina. Altrimenti il lettore non ha modo di sapere dove passa il confine.</p>
<h2 id="le-strisce-pedonali-per-lintelligenza-umana">Le strisce pedonali per &ldquo;l&rsquo;intelligenza umana&rdquo;</h2><p>Se la provenienza ha un valore di conoscenza, dichiararla non è una cortesia ma un&rsquo;informazione, come la fonte in un articolo di giornale. Per questo non sono d&rsquo;accordo con il consiglio di Mengarelli di togliere dai testi i segnali che la tradiscono, se non si vuole essere scoperti. Va nella direzione opposta a quella che servirebbe.</p>
<p>La direzione giusta mi fa pensare alle strisce pedonali. Sulle strisce la precedenza non va al più veloce ma al più vulnerabile, che è anche il più libero: al pedone bastano le proprie gambe. E l&rsquo;onere di fare attenzione ricade su chi guida il mezzo più potente. Il pedone, qui, è chi pensa e scrive con i propri mezzi, senza intelligenza artificiale; l&rsquo;automobilista è chi la usa. Tradotto: non dovrebbe essere l&rsquo;umano a dimostrare di non essere una macchina, ma chi usa la macchina a rallentare e dichiararsi.</p>
<p>Le prime strisce, peraltro, esistono già. Dal 2 agosto si applica l&rsquo;articolo 50 del regolamento europeo sull&rsquo;intelligenza artificiale, che obbliga chi pubblica testi generati o manipolati con l&rsquo;AI «allo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico» a renderlo noto. L&rsquo;obbligo però cade se il testo è passato per una revisione umana o un controllo editoriale e qualcuno ne detiene la responsabilità. È una scelta rivelatrice: la norma protegge la responsabilità, non l&rsquo;autorialità. Garantisce che qualcuno risponda del testo, non che dietro ci sia un punto di vista vissuto. Per la narrativa, dove secondo l&rsquo;argomento di queste pagine la provenienza conta di più, non c&rsquo;è alcun obbligo di dirlo ai lettori. C&rsquo;è solo, per le aziende che producono questi sistemi, l&rsquo;obbligo di marcare ogni testo generato con un segnale invisibile, leggibile dalle macchine, che per i sistemi già in commercio scatta il 2 dicembre. Anche per i romanzi una striscia esiste, insomma, ma è dipinta con un inchiostro che vedono solo le macchine.</p>
<p>La storia delle strisce contiene anche un avvertimento. Come ha ricostruito lo storico Peter Norton in <em>Fighting Traffic</em>, prima dell&rsquo;automobile la strada, nelle città americane, era di tutti, e i pedoni la attraversavano dove volevano. Negli anni Venti le campagne per la sicurezza stradale, in cui automobile club e case automobilistiche ebbero un ruolo di primo piano, resero popolare la parola <em>jaywalker</em>, fino ad allora un insulto poco diffuso, per ridicolizzare chi attraversava fuori dalle regole. Nel 1922, a Detroit, la Packard portò in parata una finta lapide dedicata a un certo Mr. J. Walker, sceso dal marciapiede senza guardare. Nel 1925 il codice del traffico di Los Angeles obbligò i pedoni del centro a restare sulle nuove strisce. Le strisce, insomma, sono nate insieme come protezione e come recinto: il pedone ha ottenuto la precedenza lì, ma in cambio ha lasciato alle auto il resto della strada. Con l&rsquo;intelligenza artificiale può succedere lo stesso: ci si accontenta di qualche spazio protetto, con l&rsquo;etichetta «fatto da un umano», e si lascia alle macchine tutto il resto senza nemmeno discuterne.</p>
<p>La metafora dice anche un&rsquo;altra cosa. Per strada il pedone è minacciato dagli altri, che però tornano pedoni appena scendono dall&rsquo;auto. Con l&rsquo;intelligenza artificiale siamo le due cose nello stesso momento: pensiamo con la nostra testa e intanto affidiamo una parte del lavoro all&rsquo;AI. Nessuno ci obbliga, lo facciamo perché è comodo. E qui le strisce non bastano: proteggono chi cammina dall&rsquo;essere investito, non dal disabituarsi a camminare. Un pedone che usa solo l&rsquo;auto è al sicuro, ma non è più un pedone.</p>
<p>Accanto alle regole servono allora luoghi dove pensare senza assistenza abbia un senso proprio. Gli scacchi offrono un modello: i programmi battono qualunque campione e nella preparazione li usano tutti, ma durante le partite è vietato usarli. Nessuno vive questa divisione come un recinto, perché la partita tra persone ha un valore suo. La scuola potrebbe essere il luogo più naturale per una divisione simile, a patto che il «senza» non sia solo un divieto ma un esercizio che mostra a che cosa serve.</p>
<h2 id="unipotesi-da-verificare">Un&rsquo;ipotesi da verificare</h2><p>Mengarelli osserva che ci manca un&rsquo;epidemiologia epistemica, cioè dati su che cosa l&rsquo;intelligenza artificiale faccia al nostro modo di conoscere. È l&rsquo;osservazione che condivido, e l&rsquo;argomento proposto qui produce almeno un&rsquo;ipotesi da mettere alla prova. Se il valore dell&rsquo;autore è di conoscenza, la delusione nello scoprire che un testo è stato generato da un&rsquo;AI dovrebbe essere più forte per le opere che pretendono di raccontare un&rsquo;esperienza, come un memoriale o un romanzo di guerra, e più debole per un giallo a enigma o un gioco di parole. Se invece fosse uguale ovunque, avrebbe ragione chi parla di un semplice pregiudizio verso la macchina.</p>
<h2 id="come-è-nato-questo-articolo">Come è nato questo articolo</h2><p>Questo articolo è nato da una conversazione con Claude Opus 5.5, un modello linguistico di Anthropic, dopo la lettura del testo di Mengarelli. I contributi sono dichiarati secondo <a href="https://credit.niso.org" rel="noopener">CRediT</a>, la tassonomia dei ruoli che molte riviste scientifiche usano per dire chi ha fatto che cosa. Claude è uno strumento, non un autore: la responsabilità di quanto scritto è mia.</p>
<p><strong>Ideazione</strong>: Sergio Cima (principale), Claude (di supporto). Mie le intuizioni di partenza: il confronto tra il farmaco e il romanzo, il punto di vista umano che un personaggio trasmette al lettore, il legame con i nonluoghi e l&rsquo;impersonalità, l&rsquo;artista algoritmico come progettista della regola, la metafora delle strisce pedonali. Di Claude la formulazione dell&rsquo;autore come testimone e l&rsquo;analogia con Walton.<br>
<strong>Indagine</strong> (raccolta e controllo delle fonti): Claude (principale), Sergio Cima (di supporto). Diversi riferimenti mi erano già noti: Bachtin, all&rsquo;origine della domanda sui punti di vista, Augé, da cui viene l&rsquo;immagine dei nonluoghi, e le tesi di Foucault sull&rsquo;autore.<br>
<strong>Redazione - bozza originale</strong>: Claude.<br>
<strong>Scrittura - revisione e modifica</strong>: Sergio Cima.<br>
<strong>Supervisore</strong>: Sergio Cima.</p>
<h2 id="branch-abbandonati" class="titolo-minore"><strong>Branch abbandonati</strong></h2><p>Scrivendo questo articolo ho esplorato alcune idee e poi le ho lasciate da parte. Le segnalo per chi volesse proseguire.</p>
<ul>
<li><em>Il valore di impresa.</em> Conta anche chi arriva per primo, come Fontana con i suoi tagli; il falsario, osservava Denis Dutton nel 1979, inganna su che cosa qualcuno è riuscito a fare. Forse è un&rsquo;altra forma di conoscenza: vedere un uomo sollevare trecento chili mi dice che cosa può fare un corpo come il mio.</li>
<li><em>Il lettore come testimone.</em> Se un punto di vista generato da un&rsquo;AI mi prende e lo abito, il vissuto c&rsquo;è, ed è il mio. L&rsquo;obiezione pesa soprattutto sui testi di pura invenzione.</li>
<li><em>Un dato scomodo.</em> In un esperimento di Melanie Green e Timothy Brock (2000), presentare lo stesso racconto come cronaca o come invenzione non cambiava né il coinvolgimento dei lettori né le convinzioni che ne ricavavano.</li>
<li><em>La domanda su Beethoven.</em> Una macchina che conoscesse la musica fino a Haydn potrebbe inventare Beethoven? È la domanda sulla creatività che cambia le regole, e qui resta senza risposta.</li>
</ul>
<h2 id="riferimenti" class="titolo-minore"><strong>Riferimenti</strong></h2><ul>
<li>Jacopo Mengarelli, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/">«E se l&rsquo;AI uccidesse la nostra immaginazione?»</a>, <em>Scienza in rete</em>, 25 settembre 2026.</li>
<li>Michail Bachtin, <em>Dostoevskij. Poetica e stilistica</em>, Einaudi, 1968.</li>
<li>Lucas Bellaiche e colleghi, «Humans versus AI: whether and why we prefer human-created compared to AI-created artwork», <em>Cognitive Research: Principles and Implications</em>, 8, 42, 2023, <a href="https://doi.org/10.1186/s41235-023-00499-6" rel="noopener">doi:10.1186/s41235-023-00499-6</a>.</li>
<li>Kendall L. Walton, «Transparent Pictures: On the Nature of Photographic Realism», <em>Critical Inquiry</em>, 11(2), 1984, pp. 246-277.</li>
<li>Martha Woodmansee, «The Genius and the Copyright: Economic and Legal Conditions of the Emergence of the &lsquo;Author&rsquo;», <em>Eighteenth-Century Studies</em>, 17(4), 1984, pp. 425-448.</li>
<li>Marc Augé, <em>Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità</em>, Elèuthera, 1993.</li>
<li>Peter D. Norton, <em>Fighting Traffic: The Dawn of the Motor Age in the American City</em>, MIT Press, 2008.</li>
<li><a href="http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj" rel="noopener">Regolamento (UE) 2024/1689</a> sull&rsquo;intelligenza artificiale, articolo 50.</li>
<li>Melanie C. Green, Timothy C. Brock, «The Role of Transportation in the Persuasiveness of Public Narratives», <em>Journal of Personality and Social Psychology</em>, 79(5), 2000, pp. 701-721.</li>
</ul>
]]></content:encoded></item><item><title>E se l’AI uccidesse la nostra immaginazione?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/</guid><pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Una recensione del libro Tutta un’altra storia di Fabrizio Allione e Riccardo Milanesi (Codice edizioni, 2026): che ne sarà della nostra creatività se può fare tutto Claude? Un articolo di giornale che scrivo con ChatGPT è mio? Dove va a finire il gusto di inventarsi nuove storie se nessuno crederà che è tutta farina del mio sacco?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/tutta-un-altra-storia/" rel="noopener"><em>Tutta un’altra storia</em></a> di Fabrizio Allione e Riccardo Milanesi (Codice edizioni, 2026, 320 pagine, 20€) è innanzitutto un libro di filosofia, che mi ha lasciato più inquieto di prima. Non so quale fosse l’intenzione degli autori, ma è piuttosto ovvio che uno degli scopi fosse porre le domande, senza necessariamente rispondere o tranquillizzare. Sottotitolo: <em>Scrivere e raccontare nell’era dell’intelligenza artificiale</em>.</p>
<p>Non sarà questa una recensione di quelle che citano continuamente i trafiletti del libro e scrivono “come dicono gli autori”, ma piuttosto un flusso di coscienza mio personale (scusate, non scrivo mai articoli in prima persona) generato dalla lettura del libro. È un po’ come se il libro fosse il prompt e io l’AI.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina libro sull&rsquo;AI Tutta un&rsquo;altra storia" width="1665" height="2480" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Innanzitutto, serve precisare che le riflessioni fatte da Allione e Milanesi non riguardano gli utilissimi impieghi dell’intelligenza artificiale per generare codici, ristrutturare siti, tradurre, riassumere, contare, organizzare tabelle e fogli di calcolo, fare ricerche veloci di fonti, sbobinare interviste, compilare noiosissimi form e via dicendo. Questa è l’AI che vogliono tutti, almeno spero: è quella che espleta le burocrazie alleggerendo non di poco attività noiose di vario tipo. È l’analogo del “chiudere le miniere”, se c’è una nuova tecnologia che ci fa soffrire di meno tanto vale adottarla – rimandiamo a un’altra puntata il tema del ricollocamento di chi perde il lavoro a causa della “chiusura delle miniere” e di altre antonomasie.</p>
<p>Dicevamo, il tema del libro non riguarda questo. Anzi, ora che l’AI può farmi da passacarte, sarebbe infatti l’inferenza, posso finalmente dedicarmi per davvero e appieno alla mia attività creativa, per la quale ho studiato. Posso scrivere articoli, libri, fare podcast, scrivere musica, che bello. Peccato che l’AI possa fare anche questo. Ecco qual è il filo conduttore del libro: che ne sarà della nostra creatività se l’AI non solo risolve le scartoffie, ma genera tranquillamente contenuti creativi prima inesistenti?</p>
<p>Da qui urge quindi parlare di: autorialità, plagio, etica della professione, gusto, interesse personale, soddisfazione individuale, qualità. Come minimo.</p>
<p>Io oggi, da giornalista, posso dare in pasto a Claude una serie di fonti e fargli scrivere un articolo. Dice, non l’hai scritto tu, non sei l’autore. Però, va detto che fino all’altro ieri chiunque volesse copiare e riorganizzare testi di altri avrebbe potuto tranquillamente farlo, prendendo comodamente da quello che c’è già in rete. In barba a qualsiasi norma deontologica ed etica professionale (e se ne vedono molto palesi di questi casi in giro, social compresi, ma non stiamo a fare nomi). E in generale il plagio è sempre esistito, anche quando Verga vinse la causa contro Mascagni per avergli copiato la sua <em>Cavalleria Rusticana</em>.</p>
<p>Il punto sta nel fatto che inevitabilmente la professione giornalistica si evolve e deve modificarsi con l’avvento dell’AI generativa.</p>
<p>In ogni caso, l’AI ha bisogno del mio comando iniziale, delle fonti che gli dico io, di organizzarle come dico io. E poi, devo comunque controllare che quello che scrive sia giusto: spunta spesso qualche allucinazione per cui si inventa dei dati che non stanno scritti da nessuna parte. E poi, lo stile. Io voglio che lo stile sia il mio, non quello di Claude o ChatGPT. Quindi c’è da risistemare tutta una serie di frasi, punteggiature, paragrafi nel mio stile e praticamente il tempo risparmiato alla fine non è poi così tanto.</p>
<p>Ma di chi è l’articolo scritto con un forte aiuto dell’AI? È mio, su questo non ho dubbi. D’altra parte, fino a ieri, i miei coautori sarebbero dovuti essere Google, Deepl e una valanga di altri siti. E poi, perché vergognarsi di farsi riassumere un report dell’IPCC che non legge nessuno con le sue tremila pagine? Me lo aveva detto anche una delle autrici (no, non vi dico chi): non li legge nessuno i rapporti IPCC da capo a fondo. E ci mancherebbe. Quello che importa è che in quei testi c’è condensata la migliore scienza del cambiamento climatico esistente al mondo, chi vuole si legge i capitoli che crede più interessanti. Peraltro, i politici non leggono nemmeno le cinque paginette del <em>Summary for Policymakers</em>. Quindi non mi sento neanche in colpa, devo dire.</p>
<p>Per quanto riguarda l&rsquo;etica della professione, tuttavia, il discorso è che io voglio essere l’autore di me stesso, e quindi ho interesse che il mio prodotto sia bello, leggibile e originale. Parentesi: è il motivo per cui serve anche un po’ di buon gusto quando si editano i testi di ChatGPT, perché i maledettissimi trattini lunghi (lunghissimi) bisogna eliminarli (sono loro “—”) così come va eliminato dagli URL questo “?utm_source=chatgpt.com”. E varie altre “firme” tipiche (per ora) dell’intelligenza artificiale. Sempre che non vogliate essere scoperti, certo, altrimenti possiamo anche considerarle delle operazioni di trasparenza: «Ho usato ChatGPT, embè?».</p>
<p>Ricordo che alla prima lezione sull’intelligenza artificiale al Master in comunicazione della Scienza della Bicocca feci questa domanda al docente. Se dovessi dare in pasto a un’AI tutta la letteratura musicale dall’inizio dei tempi a, che ne so, Mozart, e dovessi chiedergli di continuare a scrivere la musica che è venuta dopo senza conoscerla, cosa mi risponde? Mi butta fuori Beethoven, Schumann, Verdi e Berlioz? Non credo che la risposta mi soddisfacesse. Oggi l’AI generativa è in grado di scrivere musica “nello stile di”. E la cosa non mi spaventa molto, dal momento che si impara già in Conservatorio a imitare gli stili degli autori. Lo spavento è più il saper creare eventualmente qualcosa di originale, un Beethoven che viene partorito basandosi però solo sulla musica fino a Haydn. Lo saprebbe fare l’AI? Questo mi inquieta. In ogni caso, prima di porsi tale quesito, Allione e Milanesi dicono che il problema sta innanzitutto nel definire cosa si intende con <em>creatività</em>. Da sempre autori e autrici di qualsiasi cosa si sono basati su quello che veniva prima di loro ed è inevitabile che sia così; la costruzione della conoscenza non può che essere socratica. Cioè, tutto non può che svilupparsi su concetti precedenti già noti e compresi.</p>
<p>Il senso del produrre nuovi contenuti, quindi, torna a essere quello della soddisfazione personale di dare voce a un determinato bisogno espressivo. Certo, se fossi un compositore squattrinato e l’unico modo per mantenermi fosse scrivere musica orripilante per la pubblicità, allora sì che la faccio scrivere all’AI. D’altra parte, anche Galileo <a href="https://www.astronomia.com/progetti/locchio-infinito-di-galileo/chi-era-galileo-galilei/galileo-astrologo/" rel="noopener">scriveva</a> gli oroscopi per avere più entrate economiche. E il discorso vale anche per il giornalismo, dove la metà dei giornalisti con posizione previdenziale attiva sono lavoratori autonomi, il 70% dei quali guadagna meno di 25mila euro all’anno (<a href="https://www.odg.it/la-grande-ibridazione-e-la-perdita-di-fiducia-nel-giornalismo/65007" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2025.03.-lo-stato-del-giornalismo-italiano-presentato-il-report-inps.html" rel="noopener">qui</a>) – vedi anche il dibattito sull’equo compenso di <a href="https://www.odg.it/bartoli-equo-compenso-per-i-giornalisti-il-governo-scelga-con-chi-stare/67299" rel="noopener">questi giorni</a>). Beh, stanti queste situazioni, chi me lo fa fare: faccio fare tutto a Claude e tanti saluti!</p>
<p>Il problema, come scrivono gli autori (ecco, alla fine l’ho detto), è che tutto questo strabordare di prodotti AI, libri fatti con l’AI, quasi per niente editati, pubblicati da Amazon (c’è chi scrive ormai fino a 300 libri l’anno senza molti sforzi), stanno saturando il mercato di schifezze, visto che, inevitabilmente, lavorando in questa maniera, la qualità tende ad abbassarsi. Diciamo che l’AI usata in questo barbaro modo sta svolgendo la stessa funzione di impoverimento culturale che ha svolto per anni <em>Il Grande Fratello</em>. Inquinare l’offerta culturale. (Ma poi, chi se li legge 300 libri? I lettori e le lettrici quelli sono).</p>
<p>In ogni caso, il rapporto coi lettori muta inevitabilmente. Se sono un amante di J. K. Rowling (al di là delle note controversie) e mi voglio leggere e rileggere gli Harry Potter, lo faccio sapendo che ogni singola parola è uscita dal suo cervello. Non me ne importa niente di un sequel scritto con l’AI, se non ho la garanzia assoluta che sia suo di lei. Anzi, dirò di più: preferirei un sequel scritto male del mio autore preferito che un capolavoro scritto con l’AI. Ma come fanno invece autrici e autori nuovi? Come si costruiscono il loro futuro rapporto di fiducia col pubblico lettore, oggi che non esiste più la certezza che anche il migliore romanzo possa avere paragrafi scritti con l’AI? Eppure, scrivono gli autori – e due –, la tecnologia e il mezzo di espressione hanno da sempre influenzato il contenuto veicolato. A partire dai messaggi via telegrafo. Fino a Word che ci suggerisce le modifiche da fare (era Camilleri, mi pare, che aveva le parole tutte sottolineate di rosso perché le scriveva in siciliano inventato?).</p>
<p>Forse resta davvero solo un problema di etica professionale?</p>
<p>Ho come l’impressione però che tutto il libro sia una grande giustificazione per dire: c’è sempre stata della tecnologia che ha sparigliato le carte in tavola, basta adattarsi. Così come il cellulare in classe, oggi toglierlo elimina la possibilità di usare l’AI per fare temi in classe e compiti di matematica. Ma a casa ritorna (e torna lo scroll infinito che forse ci sta rimbambendo <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s00787-026-03083-7" rel="noopener">sempre</a> di <a href="https://psycnet.apa.org/fulltext/2026-89350-001.html" rel="noopener">più</a>). Come si fa allora a essere sicuri che l’apprendimento funzioni per davvero? Va be’, si è sempre copiato – potrebbe essere la risposta – a casa e a scuola, anche prima dell’avvento del PC. Basta adattarsi, e usare l’AI insieme a scuola per capire limiti e potenzialità dello strumento (come il <em>chatbot</em> che fa finta di essere Saffo che ci risponde dall’isola di Lesbo).</p>
<p>«Una rivoluzione che non sarà né indolore né immediata» è tra le ultime frasi del libro. Va be&rsquo;, alla fine ho citato anche il trafiletto.</p>
<p>Non saprei bene come chiudere questa recensione in stile <em>stream of consciousness</em>. Io speravo di trovare delle risposte tranquillizzanti leggendo <em>Tutta un’altra storia</em>, ma ho trovato ancora più interrogativi e turbamenti. E forse è giusto così, visto che ancora non sappiamo niente sull’AI, non abbiamo una sua epidemiologia epistemica. Non sappiamo se ci renderà ancora più stupidi degli scroll sui social, se castrerà completamente la nostra creatività o se, come si sta <a href="https://www.ilpost.it/2026/09/12/intelligenza-artificiale-sterminio-umani/" rel="noopener">discutendo</a>, farà annichilire l’umanità intera. L’unica magra consolazione è che si può sempre spegnere tutto. E se l’AI dovesse impedircelo, taglieremo i cavi con le forbici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Philadelphia, quando un cromosoma diventa un test</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/philadelphia-quando-cromosoma-diventa-test/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/philadelphia-quando-cromosoma-diventa-test/</guid><pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Samanta Sforna</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Dalla scoperta del cromosoma Philadelphia nel 1960 all’identificazione del gene di fusione BCR::ABL1, la ricerca sulla leucemia mieloide cronica ha accompagnato alcune delle più importanti svolte dell’oncologia moderna. Un percorso che ha trasformato un’anomalia osservata al microscopio in un bersaglio terapeutico e in un biomarcatore misurabile nel sangue. Oggi il monitoraggio molecolare consente di valutare con precisione la risposta ai farmaci e, in pazienti selezionati, persino di considerare la sospensione della terapia: è un esempio emblematico di come la medicina di precisione possa cambiare la storia di una malattia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/philadelphia-quando-cromosoma-diventa-test-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/philadelphia-quando-cromosoma-diventa-test-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1960, Peter Nowell e David Hungerford scoprirono un&rsquo;alterazione genetica decisiva per la medicina oncologica: studiando i cromosomi delle cellule di persone affette da leucemia mieloide cronica (LMC), i due ricercatori notarono la presenza di un cromosoma insolitamente piccolo.</p>
<p>La scoperta fu il tema centrale di uno <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/14427847/" rel="noopener">studio clinico</a> pubblicato sul <em>Journal of the National Cancer Institute</em> e quell’anomalia prese il nome di cromosoma Philadelphia, in onore della città in cui si trovava il loro laboratorio. L’origine di quel piccolo cromosoma rimase però da chiarire. All&rsquo;epoca, le tecnologie disponibili permettevano solo di osservare il difetto visivo, senza poterne decifrare il meccanismo biologico. </p>
<p>La svolta arrivò tredici anni dopo, nel 1973, grazie a <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/4126434/" rel="noopener">Janet Rowley</a>. Utilizzando tecniche di colorazione cromosomica più avanzate, la scienziata dimostrò che il cromosoma Philadelphia non era una semplice perdita di materiale genetico ma il risultato di una traslocazione cromosomica, ovvero uno scambio reciproco di segmenti tra i cromosomi 9 e 22. <br>
Ulteriori approfondimenti hanno infine rivelato l&rsquo;esatto meccanismo molecolare alla base della patologia: la rottura e lo scambio di materiale genetico fondono insieme due geni specifici, BCR (sul cromosoma 22) e ABL1 (sul cromosoma 9). Questa unione produce l&rsquo;oncogene BCR::ABL1, un gene mutato che spinge le cellule a moltiplicarsi in modo anomalo. Il cromosoma Philadelphia è la manifestazione visibile di questa particolare alterazione genetica.</p>
<h2 id="dal-gene-di-fusione-alla-terapia">Dal gene di fusione alla terapia</h2><p>La decodifica del meccanismo molecolare ha svelato che il gene di fusione BCR::ABL1 produce una proteina con attività tirosin-chinasica iperattiva, un enzima che invia segnali continui stimolando la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. Disattivare questo interruttore biologico è diventato subito il nuovo obiettivo strategico della ricerca oncologica: è stato possibile con l&rsquo;arrivo di imatinib, il capostipite delle terapie a bersaglio molecolare, progettato specificamente per legarsi alla tirosin-chinasi mutata e bloccarne l&rsquo;azione. Nel 2001 Brian Druker e il suo gruppo hanno pubblicato sul <em>New England Journal of Medicine</em> i risultati di una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11287972/" rel="noopener">sperimentazione clinica di fase I</a> condotta su pazienti che non rispondevano all’interferone alfa. Lo studio ha documentato un&rsquo;efficacia antileucemica straordinaria, offrendo la prima dimostrazione transazionale: colpire selettivamente un&rsquo;alterazione molecolare era una strategia vincente.</p>
<p>L&rsquo;introduzione dell&rsquo;imatinib ha rivoluzionato la storia naturale della leucemia mieloide cronica, aprendo la strada a inibitori di generazioni successive. Con l&rsquo;avvento di queste terapie altamente efficaci è cambiato radicalmente anche il paradigma della valutazione clinica: l&rsquo;obiettivo non era più soltanto stabilire se il farmaco funzionasse, ma misurare il grado di regressione molecolare del clone leucemico.</p>
<h2 id="misurare-la-risposta">Misurare la risposta</h2><p>Il biomarcatore principale dell&rsquo;efficacia terapeutica è quindi il gene di fusione BCR::ABL1. Attraverso raffinate analisi di biologia molecolare è oggi possibile quantificare nel circolo sanguigno il suo trascritto, ovvero l&rsquo;acido ribonucleico (RNA) generato dall&rsquo;alterazione. Per garantire l&rsquo;affidabilità dei risultati nel lungo periodo, questo valore viene espresso secondo uno Standard Internazionale condiviso: una metodologia fortemente ribadita dalle recenti <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37794101/" rel="noopener">linee guida dell’European LeukemiaNet</a> per seguire costantemente la risposta individuale ai farmaci e intercettare precocemente eventuali segnali di resistenza molecolare.</p>
<p>Il dato ottenuto, tuttavia, non va interpretato come un numero isolato o una fotografia statica. È soprattutto la sua evoluzione temporale a tracciare la traiettoria della patologia: una riduzione stabile della carica molecolare di BCR::ABL1 riflette la progressiva contrazione della massa leucemica, mentre un suo incremento rappresenta un campanello d&rsquo;allarme che richiede tempestive rivalutazioni diagnostiche. È proprio in questo passaggio che si compie la transizione storica verso la medicina di precisione. </p>
<p>Se nel 1960 i ricercatori potevano soltanto rilevare quel minuscolo frammento cromosomico anomalo al microscopio ottico, oggi la scienza permette di tradurre quella stessa alterazione strutturale in un indice numerico preciso e dinamico, monitorabile nel tempo attraverso un comune prelievo ematico.  È l&rsquo;esatto momento in cui un&rsquo;anomalia cromosomica cessa di essere una semplice osservazione e diventa, a tutti gli effetti, un test molecolare per il monitoraggio della patologia. Questo protocollo è espressamente indicato nelle <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40646132/" rel="noopener">raccomandazioni</a> dell&rsquo;European LeukemiaNet del 2025 per valutare la risposta individuale alla terapia e identificare eventuali segnali di una sua inefficacia. Il test, a sua volta, non è più una semplice diagnosi di leucemia mieloide cronica ma diventa un navigatore molecolare capace di guidare l&rsquo;intero percorso del paziente.</p>
<h2 id="la-remissione-senza-trattamento">La remissione senza trattamento</h2><p>La straordinaria sensibilità nel rilevare il trascritto BCR::ABL1 ha schiuso un traguardo inimmaginabile in passato. Nei pazienti che hanno assunto la terapia per un periodo adeguato e hanno ottenuto e mantenuto una risposta molecolare profonda (DMR), caratterizzata da livelli infinitesimali o non rilevabili del gene di fusione, si può finalmente considerare la sospensione ponderata delle cure. Questa condizione prende il nome di remissione senza trattamento (o Treatment-Free Remission, TFR). L&rsquo;obiettivo di tale approccio non è la semplice interruzione del farmaco, ma la verifica che l&rsquo;organismo sia in grado di mantenere autonomamente il controllo della malattia senza la necessità di un&rsquo;assunzione terapeutica continuativa.</p>
<p>La sospensione non è tuttavia un esito automatico del percorso, né una scelta applicabile a tutti. Come ribadito dalle già citate raccomandazioni dell’European LeukemiaNet del 2025, la TFR richiede criteri di idoneità rigidissimi, basati sulla stabilità e sulla durata della risposta molecolare negli anni. Anche dopo lo stop al farmaco, il paziente non è affatto abbandonato a se stesso: deve seguire uno scrupoloso e frequente protocollo di controlli. Qualora si registrasse una perdita della risposta molecolare, con il superamento delle soglie critiche stabilite, la terapia farmacologica deve essere tempestivamente ripresa, dimostrando in genere un&rsquo;efficacia analoga a prima dell&rsquo;interruzione.</p>
<p>La remissione senza trattamento rappresenta quindi una conquista straordinaria della medicina molecolare, ma gestibile solo all&rsquo;interno di una stretta e rigorosa alleanza medico-paziente.                                                                                                     </p>
<h2 id="dal-microscopio-alla-medicina-molecolare">Dal microscopio alla medicina molecolare</h2><p>Quella che era nata come un&rsquo;anomalia puramente visiva, osservabile solo sotto la lente del microscopio, ha aperto la strada a un percorso pionieristico capace di saldare citogenetica, biologia molecolare e farmacologia.                          </p>
<p>Oggi, quella stessa alterazione non si «guarda», ma si misura attraverso il segnale del gene di fusione BCR::ABL1, la cui analisi nel sangue periferico è considerata il primo esempio di biopsia liquida pienamente riuscito e documentato dalla scienza moderna.</p>
<p>Questa tecnologia d’avanguardia permette ai clinici non solo di monitorare la risposta dei pazienti alla terapia con imatinib, ma anche di identificare quelli in cui è possibile tentare una sospensione protetta del farmaco sotto stretto controllo medico.</p>
<p>Il percorso del cromosoma Philadelphia resta il paradigma di come un&rsquo;osservazione inattesa possa rivoluzionare la medicina, testimoniando che la transizione verso strumenti molecolari a risoluzione sempre maggiore si traduce, in ultima analisi, in un beneficio concreto per la persona: il controllo a lungo termine della patologia e la piena tutela della qualità di vita.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il bugiardino digitale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bugiardino-digitale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bugiardino-digitale/</guid><pubDate>Wed, 23 Sep 2026 00:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><description>Lo scorso 17 settembre la Commissione europea ha formalizzato l&amp;amp;rsquo;EU Kids Act, una proposta legislativa per governare nel tempo e nei modi l’utilizzo dei social da parte delle persone più giovani. Nel frattempo l’Associazione culturale pediatri e la Società italiana di pediatria propongono un foglio di istruzioni per l’uso per qualsiasi device. Uno strumento rivolto alla comunità educante, tutta, perché nessuna tecnologia può sostituire un adulto informato e presente. Leggi e scarica il bugiardino.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bugiardino-digitale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bugiardino-digitale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come in ogni confezione di un farmaco troviamo un foglio che spiega come utilizzarlo, quali effetti indesiderati può provocare e quali precauzioni adottare, allo stesso modo, nella confezione di uno smartphone, di un tablet o di un computer dovrebbe esserci un foglio semplice e comprensibile che spieghi: a quale età utilizzarlo, per quanto tempo, con quali modalità, quali precauzioni adottare e quali possono essere le conseguenze di un uso eccessivo o non appropriato.</p>
<p>Esattamente come un farmaco può essere prezioso se utilizzato nella dose e nel modo corretto, ma può diventare dannoso se usato male, anche un device deve essere gestito, accompagnato e utilizzato con consapevolezza.</p>
<p>Non semplicemente consegnato</p>
<p>Il bugiardino digitale potrebbe diventare uno strumento concreto per aiutare le famiglie a fare proprio questo. E allora il nostro appello è rivolto non soltanto a Meta, ma anche a tutte le aziende che producono e vendono device digitali: inserire il bugiardino digitale nelle confezioni dei device e accompagnarlo con una comunicazione ampia, chiara e continua.</p>
<p>Ma il nostro appello è rivolto anche ai pediatri, agli insegnanti, agli allenatori, agli educatori, ai parroci e a tutta la comunità educante: leggiamolo insieme alle famiglie, spieghiamolo e aiutiamole a trasformare quelle indicazioni in comportamenti quotidiani. Il bugiardino digitale, proprio come quello che tutti noi conosciamo e consultiamo prima di somministrare un farmaco a nostro figlio, potrebbe essere una soluzione semplice, concreta e utile.</p>
<p>Perché la tecnologia non va demonizzata, ma uno strumento potente richiede conoscenza, consapevolezza e responsabilità.</p>
<p>Una multa può chiudere un processo. Un divieto può limitare un comportamento.<br>
Un algoritmo può essere modificato.</p>
<p>Ma nessuna tecnologia potrà mai sostituire completamente un adulto informato, consapevole e presente. Senza demonizzare la tecnologia, insegniamo a utilizzarla bene. Perché proteggere i nostri ragazzi non significa semplicemente tenerli lontani dagli schermi.</p>
<p>Significa insegnare loro a vivere anche dentro il mondo digitale senza esserne dominati.</p>
<p><strong><a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bugiardino-digitale-allegato-1.pdf">Scarica il pdf</a></strong>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bugiardino-digitale-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/bugiardino-digitale-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bugiardino-digitale-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Il foglio illustrativo del bugiardino digitale: contenuti, come e quando usare i device per fascia d’età, avvertenze, effetti indesiderati, approvato da SIP e ACP" width="2234" height="6775" loading="lazy" decoding="async">

<em>Il bugiardino digitale di Associazione culturale pediatri e Società italiana di pediatria</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La personalità è scritta nei geni?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/personalita-scritta-geni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/personalita-scritta-geni/</guid><pubDate>Tue, 22 Sep 2026 07:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mauro Mandrioli</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Un gruppo internazionale di ricercatori esperti in psicologia, psichiatria, genetica ed epidemiologia ha confrontato i dati genetici e i questionari sulla personalità di oltre un milione di persone, mostrando che alcuni tratti individuali non dipendono soltanto dall’ambiente, ma sono influenzati anche dal nostro patrimonio genetico. Ma che cosa significa davvero avere una predisposizione a essere più estroversi o coscienziosi?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/personalita-scritta-geni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/personalita-scritta-geni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Chi mi vuole deve amare l’arte, la libertà e la mia personalità così com’è», pare abbia detto Maria Callas durante un’intervista. con Filippo Abbiati per il quotidiano <em>Il giorno</em>. Ma come possiamo definire una personalità e soprattutto come prende forma?</p>
<p>Un’équipe internazionale e multidisciplinare composta da genetisti, epidemiologi, psichiatri e psicologi ha recentemente pubblicato sulla rivista scientifica <em><a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10992-9" rel="noopener">Nature</a></em> uno dei più ambiziosi tentativi di dare una risposta a questi quesiti e le sorprese sono state decisamente numerose.<br>
Il primo elemento che gli autori hanno dovuto affrontare è legato a come definire la personalità e, per fare questo, la scelta è ricaduta sul ricorso a una teoria molto accreditata in psicologia che viene in gergo chiamata <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_%28psicologia%29" rel="noopener">Big Five</a>. </p>
<p>Secondo questo modello, la personalità di tutti noi ha almeno cinque componenti distinte in estroversione (che comprende, per esempio, la socievolezza e l’entusiasmo), amicalità (che riguarda aspetti come la fiducia e il rispetto degli altri), coscienziosità (legata alla responsabilità e al rispetto delle regole), nevroticismo (inteso come tendenza a sperimentare più facilmente emozioni negative) e apertura all’esperienza (intesa come curiosità, creatività e interesse per idee nuove).</p>
<p>Questi cinque tratti hanno il vantaggio di essere non solo ben descritti e caratterizzati, ma anche definibili in modo quantitativo ricorrendo a questionari psicometrici standardizzati. I Big Five non sono ovviamente le uniche proprietà della nostra personalità, ma rappresentano, in un certo senso, tratti che tutti abbiamo in modo più o meno sviluppato e che, considerati insieme, contribuiscono a definire la nostra personalità. Rispondendo a questi questionari possiamo quindi sapere se siamo molto o poco coscienziosi oppure quanto siamo nevrotici o estroversi.</p>
<h2 id="dalla-psicologia-alla-genetica">Dalla psicologia alla genetica…</h2><p>Per chi si occupa di genetica, il fatto che questi cinque tratti siano categorie standard e misurabili è interessante perché permette di associarli ad altri dati, ed è qui che entra in gioco il lavoro pubblicato su <em>Nature</em>. Partendo dal fatto che per ciascun partecipante erano disponibili i punteggi relativi ai cinque tratti e i dati sulle varianti del DNA presenti nel loro patrimonio genetico, i ricercatori hanno iniziato a verificare se ciascuna variante identificata nel DNA potesse essere associata a uno specifico punteggio ottenuto nei questionari per ciascuno dei cinque Big Five.</p>
<p>Il risultato è stato molto interessante perché, secondo quanto descritto dagli autori, alcune varianti genetiche sono effettivamente associate a specifici tratti della personalità. Per esempio, chi aveva ottenuto un punteggio elevato per il nevroticismo condivideva alcuni tratti del DNA con altre persone con un punteggio simile in quel tratto più di quanto accadesse con persone della popolazione generale. La conclusione a cui gli autori sono giunti, dopo aver considerato oltre un milione di partecipanti, è che la personalità è influenzata anche dai geni e ha un’origine poligenica, cioè deriva dall’azione simultanea di tanti geni.</p>
<p>«Sai che scoperta», hanno celermente commentato alcuni lettori, suggerendo che il dato fosse già noto, ma in realtà ci sono vari aspetti sorprendenti. Il primo è che gli autori hanno identificato oltre 800 geni che contribuiscono a determinare la nostra personalità, mentre sino a oggi ne erano noti poco più di 200. Inoltre, si è visto che ciascuno di questi geni non definisce da solo l’amicalità o l’estroversione, ma questi tratti della nostra personalità emergono dall’azione coordinata di tante varianti, ciascuna con un piccolo effetto. Questo significa che possedere una certa versione di una variante può essere associato, in media, a uno spostamento ridotto del punteggio, per esempio dell’estroversione. Mettendo insieme, però, i tanti geni coinvolti in ciascun tratto, gli effetti diventano osservabili e misurabili. La personalità non è quindi il prodotto di pochi interruttori genetici, ma emerge dall’azione di tanti geni.</p>
<p>Come hanno però sottolineato i ricercatori, la personalità non è determinata solo dai geni (che anzi forse svolgono un ruolo quantitativamente minore rispetto ad altri fattori), perché la componente genetica fornisce un contributo di tipo probabilistico, nel senso che ciascuna variante aumenta o diminuisce la probabilità che abbiamo di collocarci su valori alti o bassi per ciascuno dei Big Five. </p>
<p>La genetica, è bene ribadirlo, non determina quindi da sola la nostra personalità, ma i tratti della nostra personalità non sono neppure completamente indipendenti dalle varianti che possediamo nel nostro genoma. Una conseguenza pratica di questa considerazione è che la genetica non ha neppure una valenza di tipo predittivo, nel senso che non possiamo guardare il DNA di una persona e prevedere se sarà molto o poco estroversa. Possiamo però dire che ciascuno di noi nasce con specifiche tendenze, ma quanto poi ogni persona reale che incontriamo sarà amicale o estroversa dipenderà dall’integrazione della propria predisposizione genetica con la sua storia individuale, le relazioni, le occasioni e le scelte fatte. In un certo senso, ciascuno di noi è geneticamente portato a essere più o meno nevrotico, ma quanto lo saremo realmente dipenderà dalle esperienze che vivremo.</p>
<h2 id="tanti-geni-ma-non-solo">Tanti geni, ma non solo!</h2><p>Lo studio pubblicato su <em>Nature</em> è una vera miniera di sorprese anche per i geni che sono risultati coinvolti, nel senso che, secondo varie ipotesi precedenti, un ruolo di particolare rilievo nel definire vari tratti della personalità era svolto dalla dopamina e dalla serotonina. Gli autori non hanno trovato, in realtà, indicazioni di un ruolo privilegiato dei neuroni dopaminergici o serotoninergici rispetto agli altri tipi cellulari esaminati. Questo non vuol dire che dopamina e serotonina siano irrilevanti, ma suggerisce che attribuire loro il ruolo di protagoniste esclusive raccontasse una storia troppo semplice. I geni oggi identificati come associati ai Big Five sono numerosi e svolgono funzioni molto differenti, oltre a essere attivi in varie regioni del nostro cervello e non solo nella corteccia prefrontale, come molti avevano precedentemente ipotizzato.</p>
<p>Un ulteriore aspetto interessante riguarda alcuni dei geni identificati. Per esempio, alcune varianti associate a una maggiore amicalità e coscienziosità riguardano FOXP2, gene molto noto in quanto codifica per un fattore di trascrizione importante nello sviluppo delle reti nervose coinvolte nel linguaggio. Molti dati erano già disponibili anche per il gene CRHR1, che codifica per un recettore coinvolto nello stress, di cui sono state trovate varianti associate al nevroticismo.</p>
<p>Parlando di geni, può però essere interessante fare un’ulteriore distinzione, quella tra ereditabilità e manifestazione dei tratti. L’ereditabilità dei tratti della nostra personalità stimata dagli autori varia, in sostanza, tra il 5 e il 10 per cento. In genetica, per ereditabilità si intende quanta parte delle differenze osservate tra le persone per un certo tratto è associata a differenze genetiche nella popolazione studiata. La manifestazione dello specifico tratto (ovvero quanto una persona è estroversa, coscienziosa o aperta all’esperienza) riguarda invece la singola persona. </p>
<p>È bene quindi ricordare che dire che l’ereditabilità dell’estroversione è del 10 per cento non significa che questo tratto sia determinato dalla genetica al 10 per cento e dall’ambiente per il restante 90 per cento. Significa che, nel campione studiato, circa il 10 per cento delle differenze tra persone nei punteggi per l’estroversione è statisticamente riconducibile alle varianti considerate dall’analisi.</p>
<h2 id="dalle-varianti-alleliche-alla-vita-quotidiana">Dalle varianti alleliche alla vita quotidiana</h2><p>Perché impegnarsi a misurare questi tratti e a capirne l’origine? Perché le differenze nel modo in cui affrontiamo le situazioni hanno conseguenze che vanno oltre la semplice descrizione della nostra personalità. Una persona può preferire la novità alla routine, cercare più facilmente la compagnia degli altri o trovare più difficile mantenere a lungo un programma. </p>
<p>Capire queste differenze interessa la psicologia, ma anche chi studia salute, lavoro e comportamenti sociali. Per esempio, sapere che il paziente a cui si sta prescrivendo una terapia medica lunga e articolata ha un elevato grado di coscienziosità potrebbe rendere più probabile che i medicinali vengano assunti nei tempi e nei modi corretti, mentre forse un paziente con elevato nevroticismo potrebbe richiedere un’assistenza più ricorrente. Potrà sembrare assurdo, ma anche la semplice raccolta di dati medici potrebbe vedere un diverso interesse a partecipare in modo adeguato in base alla personalità.</p>
<p>Serve infine ricordare che c’è un ampio interesse pratico per i Big Five da parte di società impegnate nella selezione del personale perché, laddove è richiesto un lavoro di squadra, potrebbe essere più utile avere persone amichevoli o almeno sapere chi potrebbe essere meno estroverso per capire come coinvolgerlo e farlo sentire parte del gruppo. </p>
<p>Per fortuna, la nostra personalità non è determinata dai soli geni e questo non solo ci permette di provare a correggere i tratti che meno ci piacciono, ma rende anche non applicabili eventuali test genetici sulla personalità. «Ma guarda che ci sono già in commercio vari DNA personality test», diranno alcuni di voi. È verissimo, però, grazie ai dati di cui ora disponiamo, possiamo già sapere che fare quei test non è utile perché, anche facendo ricorso a enormi quantità di dati, la nostra personalità resta più complessa e sfaccettata di quanto punteggi nei questionari e sequenze di DNA possano raccontare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ritorno al focolare: tra estetica, narrativa e progetto politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico/</guid><pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><description>Dall’estetica tradwife e MAGA al romanzo Yesteryear, fino alle convention americane e alla proposta di voto ponderato di Futuro nazionale: un filo ideologico comune attraversa estetica, cultura pop e proposte legislative. Non si tratta di nostalgia, ma di un progetto preciso: spostare la rappresentanza politica dalla persona alla famiglia, riducendo la cittadinanza delle donne a un attributo del nucleo domestico anziché un diritto personale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ritorno-focolare-estetica-narrativa-progetto-politico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, fenomeni apparentemente distanti: le <em>tradwives</em> e l’estetica MAGA, il Summit 2026 guidato dalla vedova di Charlie Kirk sul “voto familiare”, il successo del romanzo <em>Yesteryear</em> e la proposta italiana di un voto legato al quoziente familiare, stanno componendo un quadro coerente. Un quadro che parla di restaurazione dei ruoli di genere, di rigerarchizzazione della famiglia e di una ridefinizione della cittadinanza che passa attraverso la sottrazione di diritti alle donne. </p>
<h2 id="lestetica-come-leva-politica">L’estetica come leva politica</h2><p>Accanto all’estetica <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica/">tradwife</a>, negli Stati Uniti si è via via andata consolidando un’altra grammatica visiva che funziona come dispositivo politico: l’estetica MAGA femminile, quella che ruota attorno a figure come Melania Trump, costruisce una femminilità ipercurata, levigata, disciplinata. È una femminilità che non deve sembrare naturale, ma costruita, come se la donna fosse un’opera d’arte che testimonia la grandezza dell’uomo che rappresenta. </p>
<p>La <em>tradwife</em>, invece, è la donna che non appare accanto al leader, ma dentro la casa. È la femminilità che non deve rappresentare il potere, ma deve giustificarlo: se l’uomo è forte, dominante, protettivo, è perché la donna è dolce, rassicurante, domestica. La donna MAGA è statua vivente, la <em>tradwife</em> la custode del focolare immaginario. Nella loro apparente diversità il nucleo ideologico è identico: la donna come simbolo, non come cittadina. </p>
<p>L’estetica MAGA femminile e quella <em>tradwife</em> sono complementari. La prima dice: «Guarda quanto è grande il potere che rappresento». La seconda risponde: «Guarda quanto è naturale il potere che sostengo». La donna MAGA è l’icona pubblica. La <em>tradwife</em> è la giustificazione privata. Una estetica orna il patriarcato. L’altra lo normalizza. Insieme costruiscono un mondo dove la donna è sempre bella, ma mai libera; sempre ordinata, ma mai autonoma; sempre presente, ma mai centrale. Insieme costruiscono un immaginario che rende coerente e desiderabile la sottrazione di autonomia femminile. </p>
<p>Questo fenomeno, apparentemente di lifestyle ma in realtà politico, è diffuso sui social prevalentemente americani, soprattutto su TikTok e Instagram. Indica un modello di femminilità ipertradizionale: donne che rinunciano alla carriera, dipendono economicamente dal marito, si dedicano alla casa come destino naturale. Dietro l’estetica patinata si nasconde una narrazione politica: la rinuncia volontaria alla cittadinanza attiva. La <em>tradwife</em> non vota, non rivendica, non partecipa. </p>
<p>Normalizza l’idea che la libertà femminile sia un ostacolo alla stabilità sociale. L’estetica <em>tradwife</em> è, prima di tutto, un racconto. Un racconto che dice: «C’era un tempo in cui tutto era più semplice. Le donne erano felici, gli uomini erano forti, le famiglie erano unite». È una narrazione che non descrive il passato: lo inventa. E lo fa attraverso immagini, colori, gesti, abiti. La casa, nell’estetica tradwife, non è solo il luogo dove si vive: è il luogo dove si mostra di vivere. </p>
<p>Ogni stanza è curata come se dovesse essere fotografata per un catalogo: fiori freschi, stoviglie retrò, colori pastello, ordine maniacale. La tradwife non comunica solo «mi prendo cura della casa», ma «la casa è la mia identità». E questo è il punto: la domesticità non è un’attività, è un ruolo. La <em>tradwife</em> deve essere bella, ma non troppo. Curata, ma non ambiziosa. Elegante, ma non competitiva. La sua bellezza non deve disturbare l’ordine patriarcale: deve confermarlo. ll cuore dell’estetica tradwife è la nostalgia. Una nostalgia che non riguarda solo gli oggetti o gli abiti, ma i ruoli sociali. </p>
<p>L’estetica MAGA, per parte sua, è sessualmente dimorfica: propone un modello per le donne e uno per gli uomini, complementari e gerarchici. Melania Trump è il modello originario di questa estetica: pelle levigata, trucco professionale, silhouette impeccabile, abiti che oscillano tra lusso vistoso e sobrietà strategica. Melania non rappresenta solo la versione femminile dell’estetica MAGA: è la figura che la definisce. </p>
<p>L’estetica MAGA femminile non è semplicemente «stile conservatore»: è un codice visivo disciplinato che costruisce un modello di donna funzionale all’immaginario trumpiano. È glamour, ma non liberatorio; è curato, ma non emancipatorio; è potente, ma solo come ornamento del potere maschile. Il corpo femminile MAGA è levigato, scolpito, controllato. </p>
<p>L’abbigliamento è un linguaggio politico. Le sue caratteristiche sono una silhouette anni cinquanta: vita stretta, gonne strutturate, eco del New Look di Dior, abiti aderenti, colori patriottici (rosso, bianco, blu), tacchi alti, manicure perfetta, accessori coordinati, abiti di lusso che comunicano élite, ma con un’estetica tradizionale. </p>
<p>La femminilità non è espressione personale: è uniforme. Serve a comunicare ordine, tradizione, appartenenza. Secondo <a href="https://www.vanityfair.it/article/radical-chic-come-il-movimento-maga-sta-stravolgendo-il-mondo-della-moda" rel="noopener"><em>Vanity Fair</em></a>, questa estetica «fa sembrare naturale ciò che è profondamente politico». Il potere del messaggio MAGA non sta nella profondità dei contenuti, ma nella capacità di rendere desiderabile un immaginario di ordine, virilità e tradizione. E soprattutto, è un’estetica che normalizza la gerarchia di genere: la donna appare come custode della casa, sostenitrice silenziosa, figura decorativa di un patriottismo domestico; l’uomo come protagonista della storia, del conflitto, della decisione.</p>
<h2 id="come-sempre-la-letteratura-anticipa">Come sempre la letteratura anticipa</h2><p>Come per i romanzi di Margaret Atwood la letteratura riesce a inquadrare, interpretare e raccontare dei fenomeni prima di vederli arrivare. Questo è anche il caso del romanzo <a href="https://neripozza.it/blog/1212/yesteryear-di-caro-claire-burke-dal-libro-al-film-con-anne-hathaway" rel="noopener"><em>Yesteryear</em></a> di Caro Claire Burke (Alfred A. Knopf, 2026). È un libro che mescola satira, thriller psicologico e critica sociale, centrato sul fenomeno delle <em>tradwives</em>. </p>
<p>È diventato rapidamente un caso editoriale internazionale e soggetto di un film con Anne Hathaway. Il cuore del libro è una domanda: che cosa succede quando l’estetica del “passato perfetto” diventa realtà materiale? <em>Yesteryear</em> è un romanzo che lavora su una premessa narrativa molto forte, ma ciò che conta davvero non è la trama in sé: è l’atmosfera che costruisce e il modo in cui usa la narrativa per interrogare la nostalgia conservatrice. </p>
<p>I temi che attraversano il libro sono tutti contemporanei: la costruzione dell’identità online, la performatività dei ruoli di genere, la nostalgia come ideologia, il lavoro invisibile delle donne che viene romanticizzato sui social. Il romanzo insiste sulla distanza tra ciò che si mostra e ciò che si vive, tra l’estetica del “ritorno al passato” e la realtà storica di quel passato. </p>
<p>È un testo che non ha paura di essere polemico, che prende posizione e lo fa con una certa eleganza narrativa. La nostalgia, nel libro, non è un sentimento innocuo: è un meccanismo di disciplinamento, la nostalgia come dispositivo di controllo. La domesticità idealizzata diventa una gabbia: ciò che appare protezione si rivela controllo, ciò che sembra amore diventa gerarchia. La casa diventa un luogo di disciplina, non di libertà. </p>
<p>La coppia come microcosmo politico, dove la relazione del romanzo rispecchia la logica del voto familiare: un capofamiglia che decide, una donna che obbedisce. L’uscita italiana del romanzo, a cura di <a href="https://neripozza.it/blog/1212/yesteryear-di-caro-claire-burke-dal-libro-al-film-con-anne-hathaway" rel="noopener">Neri Pozza</a> a novembre 2026, arriva in un momento in cui il dibattito sul voto familiare è particolarmente acceso in USA come in Italia: il libro offre una cornice culturale che permette di leggere questi fenomeni come parte di una narrazione globale.</p>
<h2 id="la-convention-americana-del-2026-il-laboratorio-del-voto-familiare">La convention americana del 2026: il laboratorio del voto familiare</h2><p>Il potere politico a cui queste due estetiche sono funzionali è un tipo di potere che non si fonda sul consenso ma sul proselitismo. Proprio come le Chiese che lo alimentano. Sia la donna MAGA che la tradwife sono destinate nel loro proselitismo a confermare l’ordine patriarcale. </p>
<p>Margaret Atwood ha raccontato e spiegato nel suo <em>Racconto dell’ancella</em> questo corto circuito giocato dalle donne contro le donne. Serena Joy Waterford, la moglie del Comandante Fred, la <em>tradwife</em> distopica del libro, è una delle antagoniste più complesse, perché incarna allo stesso tempo il potere e la frustrazione, la complicità e la sofferenza. Ex volto pubblico della destra cristiana pre Gilead nel romanzo è una telepredicatrice. È complice attiva del sistema che ha tolto diritti alle donne, pur essendo lei stessa vittima delle sue regole. È un personaggio costruito per mostrare come il patriarcato utilizza anche le donne per autoperpetuarsi. </p>
<p>Il personaggio di Serena Joy è ispirato a una donna realmente esistita: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Phyllis_Schlafly" rel="noopener">Phyllis Schlafly</a>, una delle figure più influenti e controverse della destra conservatrice americana del secondo Novecento. Schlafly è stata la donna che ha guidato la più potente mobilitazione contro i diritti delle donne negli Stati Uniti, trasformando la retorica domestica in un’arma politica. Schlafly fu la guida del movimento STOP ERA, nato nel 1972 per impedire la ratifica dell’emendamento costituzionale che avrebbe garantito pari diritti tra uomini e donne. </p>
<p>Le <em>tradwives</em> riprendono questa retorica, ma la spostano su Instagram e TikTok: Schlafly è la loro antenata ideologica. E non solo loro. Anche le donne dei movimenti anti choice, delle destre suprematiste e evangeliche lo sono. E in questa favorevole fase storica si organizzano assieme come molte convention e summit dimostrano. </p>
<p>Erika Kirk, per esempio, vedova di Charlie Kirk, fondatore di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Turning_Point_USA" rel="noopener">Turning Point USA</a> e figura centrale del conservatorismo giovanile americano, è la nuova portavoce di un progetto politico che punta a ridefinire il ruolo delle donne nella democrazia statunitense. Ha dominato e condotto il <a href="https://wls2026.com/" rel="noopener">Women’s Leadership Summit 2026</a> a San Antonio, Texas. Il Summit era nato come incontro per la “leadership femminile cristiana” ma si è trasformato in un laboratorio politico dove influencer del movimento <em>tradwife</em> e attiviste conservatrici hanno sostenuto la necessità di «ripristinare l’ordine naturale della famiglia». Una delle relatrici era Savanna Faith Stone nota influencer <em>tradwife</em>. </p>
<p>L’evento è stato un ibrido tra conferenza politica, raduno religioso e festival lifestyle: panel con giuristi conservatori, workshop su «ruoli biblici della donna», influencer <em>tradwife</em> che spiegavano come «costruire una casa centrata sul marito». Il Summit ha avuto tre effetti principali: rendere dicibile una proposta che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata impensabile, creare un linguaggio comune tra movimenti religiosi, influencer e attivisti e influenzare dibattiti internazionali, compresi quelli europei, dove proposte di voto familiare o ponderato sono riemerse nel 2026. </p>
<p>Il focus non è cambiare la legge, ma presentare la famiglia come «unità naturale della società» e la democrazia liberale come un sistema «troppo frammentato». La proposta centrale: un solo voto per nucleo familiare, espresso dal capofamiglia. Gli argomenti: proteggere le donne dalla «corrosione della politica», recuperare l’ordine naturale, contrastare la «frammentazione democratica». </p>
<p>Il summit ha presentato il <a href="https://english.elpais.com/usa/2026-08-02/one-family-one-vote-the-men-and-women-seeking-to-revoke-womens-suffrage-in-the-united-states.html" rel="noopener">Family Vote Act</a>, un’idea più che una bozza di legge che prevede un solo voto per famiglia, espresso dal «membro economicamente responsabile», i punteggi aggiuntivi per famiglie numerose, gli incentivi fiscali per modelli tradizionali. La sostanza: escludere le donne dal suffragio e ridurre la cittadinanza a un attributo della struttura familiare. </p>
<h2 id="eco-italiana-o-strategia-internazionale">Eco italiana o strategia internazionale?</h2><p>In Italia, la proposta di <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/seconda-parte-programma-futuro-nazionale-elezioni-2027" rel="noopener">Futuro nazionale</a> di introdurre un voto ponderato in base alla composizione familiare si inserisce perfettamente in questo quadro. Più figli, più peso elettorale: una visione che sposta il baricentro della democrazia dalla persona alla famiglia. </p>
<p>Il Family <em>First Democracy Summit</em> e la proposta di Futuro nazionale non sono identici né nascono nello stesso ecosistema politico. Tuttavia, condividono una matrice ideologica comune: la volontà di spostare il baricentro della rappresentanza politica, riducendo la centralità della cittadinanza personale. La proposta ha un obiettivo dichiarato: premiare le famiglie numerose attraverso un sistema di voto ponderato. Pur non eliminando formalmente il voto individuale lo diluisce attribuendo più peso ai nuclei con più figli. La famiglia diventa un moltiplicatore di rappresentanza. </p>
<p>C’è una evidente convergenza tra i due progetti: entrambi emergono in un momento storico in cui movimenti conservatori cercano di ridefinire il ruolo delle donne, della famiglia e della democrazia liberale. C’è un filo che unisce tutte queste questioni: la restaurazione dell’autorità patriarcale e di un presunto ordine naturale e sociale. Questi fenomeni convergono verso un obiettivo comune: ridefinire il ruolo delle donne nella sfera pubblica, riportandolo a una dimensione subordinata. La strategia è duplice: da un lato culturale, cioè rendere desiderabile la rinuncia alla libertà, da un lato politica, cioè proporre modelli di voto che riducono la cittadinanza femminile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Medici, inchieste, CPR, due idee opposte della cura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura/</guid><pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>salute</category><description>È l&amp;amp;rsquo;ultima polemica in ordine di tempo e vede contrapposti chi concepisce una gestione muscolare del fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, e chi si riconosce comunque e prima di tutto in una deontologia e una diversa idea dei doveri di cura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medici-inchieste-cpr-due-idee-opposte-cura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 16 settembre scorso la polizia ha perquisito le abitazioni di 23 medici in nove città italiane, da Bari a Milano, da Roma a Biella, su disposizione della Procura di Ravenna. Cellulari e computer sequestrati. L&rsquo;accusa, per ora rivolta a un solo nuovo indagato, l&rsquo;infettivologo Nicola Cocco, è pesante: associazione a delinquere finalizzata alla produzione di falsi certificati medici, in concorso con altre tre persone già indagate nei mesi precedenti. Il reato contestato non riguarda farmaci, ricette o frodi assicurative. Riguarda un giudizio clinico: l&rsquo;idoneità o meno di una persona straniera a essere reclusa in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR).</p>
<p>La vicenda nasce, però, a febbraio 2026, quando la Squadra mobile perquisisce il reparto di Malattie infettive dell&rsquo;ospedale di Ravenna. Otto medici finiscono indagati per falso ideologico: su 64 persone visitate tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano state giudicate non idonee al trattenimento. Il gip dispone misure cautelari: interdizione dalla professione per tre di loro, divieto di occuparsi di certificazioni per gli altri cinque, sulla base di una <a href="https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/cosi-e-esploso-il-caso-0ad49865" rel="noopener">bozza di modulo</a> per la valutazione di non idoneità, elaborata a Ravenna e poi ritrovata, secondo gli inquirenti, in altri ospedali italiani. </p>
<p>A settembre l&rsquo;inchiesta si allarga: 23 infettivologi e psichiatri perquisiti, l&rsquo;ipotesi non più di episodi isolati ma di una rete organizzata su scala nazionale. </p>
<p>Al di là di alcune facili condanne a priori, mediatiche e politiche, la vicenda è ancora del tutto aperta: nessuno dei fatti contestati è stato provato in giudizio, e la stessa gip che ha firmato le prime <a href="https://www.ildubbio.news/news/home/52404/cpr-inchiesta-certificati-idoneita-sanitaria-migranti.html" rel="noopener">misure cautelari</a> ha precisato che le opinioni politiche dei medici, compresa la loro adesione a un possibile movimento contrario ai CPR, restano libertà di espressione legittima. Ma la vicenda giudiziaria, di per sé, dice relativamente poco su una questione più ampia, che riguarda la natura di queste strutture e il ruolo che la legge chiede ai medici di svolgere al loro interno.</p>
<h2 id="perché-i-cpr-costano-così-tanto-per-così-poco">Perché i CPR costano così tanto per così poco?</h2><p>I CPR non sono un carcere, almeno non sulla carta. Sono luoghi di detenzione amministrativa: una misura cautelare, non una pena per un reato, prevista dall&rsquo;art. 14 del Testo Unico Immigrazione quando non è possibile eseguire subito l&rsquo;espulsione di una persona straniera. </p>
<p>Introdotti nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano con un limite di 30 giorni, hanno visto la durata massima crescere nel tempo fino agli attuali 18 mesi, un tetto fissato dalla direttiva europea sui rimpatri e adottato, con soglie diverse, in quasi tutta l&rsquo;Unione. </p>
<p>Non è solo una specificità italiana, dunque: anche Germania, Francia e Paesi Bassi trattengono richiedenti asilo e persino minori non accompagnati per periodi lunghi, e nel Regno Unito (che non è vincolato dalla direttiva UE) la detenzione può protrarsi a tempo indeterminato, con casi storici fino a otto anni.</p>
<p>Tuttavia, il caso italiano mette bene in evidenza quanto il rapporto tra costi e risultati sia estremamente sfavorevole. Secondo i dati raccolti dalla piattaforma «<a href="https://trattenuti.actionaid.it/" rel="noopener">Trattenuti</a>», realizzata da <a href="https://www.actionaid.it/" rel="noopener">ActionAid</a> Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell&rsquo;Università di Bari con il coordinamento di Giuseppe Campesi, tra il 2014 e il 2023 sono passate nei CPR italiani circa 50.000 persone, a un costo di 39 milioni di euro nel solo biennio 2022-2023. </p>
<p>Il tasso di rimpatrio effettivo, la ragione per cui questi centri esistono, si è fermato al 10,4 per cento dei provvedimenti di espulsione nel 2023 e 2024: cioè, su dieci persone per cui un&rsquo;espulsione viene disposta, una sola viene davvero rimpatriata attraverso il CPR. </p>
<p>Il costo medio per posto letto sfiora i 29.000 euro l&rsquo;anno, con punte di 71.000 euro a Brindisi. Il caso limite è il centro di Gjader, in Albania: operativo per cinque giorni nel 2024, costato 570.000 euro, 114.000 euro al giorno, per venti persone, tutte poi rilasciate. </p>
<p>Nello stesso periodo, sottolinea il rapporto, è cresciuta la quota di richiedenti asilo trattenuti pur non avendo alcun provvedimento di espulsione a proprio carico: un uso dei CPR che si allontana dalla loro funzione dichiarata. </p>
<p>Sul fronte dei controlli, un&rsquo;<a href="https://altreconomia.it/le-prefetture-non-controllano-i-cpr-inchiesta-su-appalti-e-gestione/" rel="noopener">inchiesta del giornale Altreconomia</a> ha contato appena 33 ispezioni prefettizie in cinque anni sull&rsquo;intero sistema. Sono numeri che chiunque, indipendentemente dalla propria opinione sulle politiche migratorie, può leggere come l&rsquo;indicazione di uno strumento poco efficiente rispetto al proprio scopo dichiarato.</p>
<h2 id="il-rischio-per-la-salute-cosa-dice-la-letteratura-scientifica">Il rischio per la salute: cosa dice la letteratura scientifica</h2><p>Il secondo terreno riguarda gli effetti della detenzione amministrativa sulla salute. La fonte più solida è un <em>evidence brief</em> pubblicato dall&rsquo;<a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240119444" rel="noopener">Organizzazione mondiale della sanità</a> il 22 gennaio 2026, realizzato dal <a href="https://www.globaldetentionproject.org/" rel="noopener"><em>Global Detention Project</em></a> sulla base di una rassegna sistematica della letteratura 2011-2025. </p>
<p>Il documento riporta tassi di ansia tra il 54 e il 65 per cento e di depressione tra il 68 e il 74 per cento fra le persone detenute, significativamente più alti di quelli osservati nella popolazione migrante non detenuta; segnala, inoltre, che il rischio di autolesionismo cresce con la durata del trattenimento; e osserva che il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie carenti dei centri sono associati a un aumento di malattie infettive come scabbia e tubercolosi. </p>
<p>È un documento cauto, che correttamente denuncia i propri limiti: scarsità di dati, governi poco trasparenti, letteratura concentrata sui paesi ricchi. Descrive un&rsquo;associazione statistica, non un rapporto di causa-effetto univoco e automatico per ogni singolo caso. Ma descrive anche una realtà inadeguata anche per le fonti di informazione.</p>
<p>Diversa è la posizione espressa da alcuni dei medici coinvolti nella vicenda italiana. Lo stesso Nicola Cocco, insieme ad altri sei colleghi della Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM), ha pubblicato il 6 aprile 2026 sulla rivista <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S266677622600092X" rel="noopener"><em>The Lancet Regional Health Europe</em></a> una lettera in cui sostiene che certificare «idonea» alla detenzione una persona che si sa esposta a un ambiente dannoso costituisce un «paradosso clinico», in conflitto con il principio del <em>primum non nocere</em>.</p>
<p>Sul piano dei fatti concreti, in Italia si contano almeno tre morti recenti che hanno avuto risonanza pubblica. <a href="https://lavialibera.it/it-schede-2162-cpr_morti_moussa_balde_ousmane_sylla_processo" rel="noopener">Moussa Balde</a>, 23 anni, morto nel maggio 2021 nel CPR di Torino dopo essere stato isolato nell&rsquo;infermeria a seguito di un&rsquo;aggressione subita. </p>
<p>Il 4 febbraio 2024 muore Ousmane Sylla, 22 anni, impiccandosi nel CPR di Ponte Galeria a Roma, dopo aver lasciato un messaggio scritto sul muro della propria camerata. Una <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2024/07/09/la-morte-di-ousmane-sylla_3ba744f1-837e-4e4d-af13-461e943f6ee6.html" rel="noopener">ricostruzione dell&rsquo;ANSA</a>, basata sull&rsquo;accesso agli atti, ha documentato che nei quattro mesi successivi alla sua morte si sono verificati almeno 21 «eventi critici» nello stesso centro, la metà dei quali tentativi di suicidio per impiccagione. </p>
<p>Il caso più recente riguarda Lassoued Dhoui, 30 anni, di origine tunisina, morto il 10 agosto 2026 nel <a href="https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2026/08/17/morte-cpr-palazzo-san-gervasio-italia" rel="noopener">CPR di Palazzo San Gervasio</a> (Potenza): secondo la ricostruzione giornalistica, l&rsquo;uomo, descritto dagli altri trattenuti come bisognoso di attenzione costante per gravi problemi psichiatrici, dormiva da diversi giorni all&rsquo;aperto su un materasso vicino al campo da calcio del centro, ed è caduto mentre si arrampicava sulla grata dell&rsquo;impianto sportivo poche ore dopo aver appreso, in udienza davanti al giudice di pace, la convalida del proprio trattenimento per altri novanta giorni. </p>
<p>Non è la prima morte in quello stesso centro: nell&rsquo;agosto 2024 vi era già deceduto Oussama Darkaoui, un altro giovane marocchino, e sulla gestione del CPR di Palazzo San Gervasio negli anni 2018-2022 è in corso un <a href="https://altreconomia.it/al-cpr-di-palazzo-san-gervasio-si-continua-a-morire-ma-tutto-va-avanti-come-se-niente-fosse/" rel="noopener">processo</a>, aperto nel 2025, che vede imputati medici, ispettori e personale di polizia per maltrattamenti, frode e corruzione: solo nel periodo gennaio 2025-giugno 2026, secondo il monitoraggio di attivisti indipendenti, nello stesso centro si sono verificati 280 nuovi eventi critici. </p>
<p>Anche il <a href="https://www.giustiziainsieme.it/print/articolo_pdf?id=3658" rel="noopener">Consiglio di Stato</a>, con una sentenza dell&rsquo;ottobre 2025 poi confermata a luglio 2026, ha riconosciuto carenze concrete della gestione dei CPR, annullando parte del capitolato con cui il ministero dell&rsquo;Interno ne affida in appalto la gestione, per l&rsquo;insufficiente tutela della salute e la mancata prevenzione del rischio suicidario, imponendo al Viminale di correggerlo.</p>
<h2 id="il-medico-tra-legge-e-deontologia-un-conflitto-già-visto">Il medico tra legge e deontologia: un conflitto già visto</h2><p>Il nodo più delicato, e quello su cui la vicenda di Ravenna si gioca davvero, riguarda il ruolo che la legge chiede al medico di svolgere. Una direttiva del ministero dell&rsquo;Interno del 2022 stabilisce che il medico debba valutare, dopo una visita approfondita, la compatibilità tra le condizioni di salute di una persona e la permanenza, nel breve come nel lungo periodo, in una struttura con regole restrittive come un CPR. </p>
<p>È un compito clinico, non amministrativo: il medico, come ha ricordato la <a href="https://portale.fnomceo.it/cpr-gli-ordini-dei-medici-chiedono-una-revisione-della-procedura-la-valutazione-clinica-deve-riguardare-lo-stato-di-salute-e-non-costituire-atto-autorizzativo/" rel="noopener">Federazione degli Ordini dei Medici</a> (FNOMCeO), «non autorizza» il trattenimento, si limita ad attestare l&rsquo;esistenza o meno di condizioni di incompatibilità sanitaria. Ma proprio qui nasce la frizione: se la letteratura scientifica descrive la detenzione stessa come un fattore di rischio per la salute, dove finisce la valutazione clinica del singolo caso e dove comincia un giudizio, più o meno esplicito, sulla struttura in sé?</p>
<p>Non è la prima volta che un governo italiano prova a coinvolgere i medici in un ruolo di controllo estraneo alla cura. Nel 2008-2009, il “pacchetto sicurezza” del ministro dell&rsquo;Interno Roberto Maroni introdusse il reato di soggiorno irregolare e, in una prima versione, l&rsquo;obbligo per il personale sanitario di segnalare alle autorità gli stranieri irregolari che si presentavano in ospedale. <br>
La mobilitazione dei medici, con slogan come «Noi non segnaliamo» e «Io curo non denuncio», insieme a una giornata di protesta in circa 50 città il 17 marzo 2009, portò allo stralcio della norma. </p>
<p>Più di recente, nell&rsquo;ottobre 2024, la modifica dell&rsquo;articolo 12 della legge 40 che dichiara la gestazione per altri un «reato universale» (legge 169/2024) ha riacceso lo stesso scontro: la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha sostenuto che il medico, come ogni pubblico ufficiale, sia «<a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/10/21/gestazione-per-altri-e-scontro-medici-roccella-noi-curiamo-siamo-esonerati_087fc10d-0c21-48f1-b3f4-777fa9865637.html" rel="noopener">tenuto a segnalare</a>» alla Procura i casi sospetti di GPA. Il presidente FNOMCeO Filippo Anelli ha risposto che «il medico ha il dovere di curare» ed è esonerato dall&rsquo;obbligo di denuncia nei confronti del proprio paziente. </p>
<p>Nei tre episodi, 2009, 2024, 2026, la struttura del conflitto è identica: un provvedimento prova a spostare sul medico un compito di controllo estraneo al mandato clinico, e la risposta della categoria si organizza sempre attorno alla stessa distinzione, cura sì, delazione no.</p>
<p>Su questo conflitto ha preso posizione, senza essere coinvolto nella vicenda specifica, il nefrologo Giuseppe Remuzzi, accademico dei Lincei e membro del Consiglio Superiore di Sanità, in un&rsquo;intervista al quotidiano il Manifesto del 18 settembre scorso. Remuzzi evita di giudicare l&rsquo;operato della Procura, ma osserva che «è possibile che tra l&rsquo;applicazione di una legge e la tutela della salute della persona nasca un conflitto», e propone che la sede più adatta per dirimerlo non sia un&rsquo;aula di tribunale ma il Consiglio Superiore di Sanità stesso. </p>
<p>Per sostenere l&rsquo;idea che il dovere di cura preceda ogni altra considerazione, richiama la storia di Ferdinando Palasciano, il chirurgo dell&rsquo;esercito borbonico che nel 1848 disobbedì all&rsquo;ordine di non soccorrere i feriti «ribelli» durante i moti di Messina, e che il re Ferdinando, pur condannandolo, graziò per il coraggio dimostrato.</p>
<h2 id="chi-decide-se-un-certificato-è-falso">Chi decide se un certificato è falso?</h2><p>È qui che la vicenda di Ravenna pone la domanda più difficile da districare. Il reato contestato è il falso ideologico: dichiarare, in un atto pubblico, qualcosa che non corrisponde al vero. Ma «idoneità» e «non idoneità» non sono misurazioni oggettive come una temperatura corporea: sono un giudizio clinico che tiene conto, peraltro per esplicita previsione della direttiva ministeriale, non solo dello stato di salute della persona, ma anche della compatibilità di quello stato con «la natura della struttura stessa» in cui verrà trattenuta. </p>
<p>Su questo punto specifico, che spesso circola in forma semplificata nel dibattito pubblico, la procedura effettiva è più articolata. La <a href="https://cild.eu/blog/2022/08/08/la-nuova-direttiva-lamorgese-sui-modi-del-trattenimento-nei-cpr/" rel="noopener">direttiva del ministero dell&rsquo;Interno</a> del 19 maggio 2022 prevede due passaggi distinti. Il primo è la visita di idoneità alla vita in comunità ristretta, svolta da un medico dell&rsquo;azienda sanitaria locale prima dell&rsquo;ingresso nel centro: deve accertare l&rsquo;assenza di malattie infettive pericolose, disturbi psichiatrici e patologie incompatibili con la detenzione, tenendo conto, per previsione esplicita della direttiva, delle specificità di ciascun centro, compresa la distanza dal pronto soccorso più vicino. </p>
<p>Il secondo passaggio è uno screening svolto, questa volta sì all&rsquo;interno della struttura, dal medico dell&rsquo;ente gestore, ma, come rileva una <a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2023/02/Scheda-la-valutazione-idoneita-CPR_rev.pdf" rel="noopener">scheda tecnica di ASGI</a> (l’Associazione per gli studi giuridici sulla migrazione), si tratta di una valutazione «anamnestica e sintomatologica», priva di esami specifici: se un accertamento del sangue rivela valori alterati, la visita deve essere rimandata di nuovo all&rsquo;ASL esterna.</p>
<p>Il punto critico, quindi, non è che il medico non visiti mai il paziente, lo visita, con un esame clinico vero e proprio, ma che, soprattutto quando la certificazione avviene in una regione diversa da quella del centro di destinazione, chi firma il certificato di idoneità raramente ha conoscenza diretta e aggiornata delle condizioni concrete della struttura specifica in cui la persona sarà reclusa: affollamento, presenza di uno psichiatra, distanza dai servizi di emergenza. </p>
<p>È un problema che la stessa FNOMCeO ha messo nero su bianco, chiedendo a febbraio 2026 una revisione della procedura perché, scrivono i presidenti degli Ordini, la valutazione clinica «deve riguardare lo stato di salute e non costituire atto autorizzativo» di una struttura di cui il medico non ha conoscenza diretta.</p>
<p>Sul fatto che le verifiche successive funzionino, inoltre, ci sono dubbi documentati: la Corte d&rsquo;appello di Roma, con un decreto del 7 luglio 2025, ha disposto la scarcerazione immediata di un trattenuto rilevando che, a fronte di 44 episodi di autolesionismo registrati nel registro degli eventi critici di un centro, nella stragrande maggioranza dei casi non erano seguite le nuove visite di idoneità previste dalla stessa direttiva del 2022: le verifiche, insomma, quando previste, spesso restano sulla carta.</p>
<h2 id="i-luoghi-idonei-un-problema-più-opaco-dei-cpr">I «luoghi idonei»: un problema più opaco dei CPR</h2><p>Un ultimo elemento complica il quadro. Accanto ai CPR esiste un sistema di detenzione informale, i cosiddetti «luoghi idonei»: camere di sicurezza nelle questure, uffici di frontiera, aeroporti, introdotto nel 2018 e usato quando i CPR sono saturi. </p>
<p>Secondo una mappatura della rivista lavialibera, ripresa in un <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2026/09/luoghi-idonei-oltre-la-crudelta-dei-cpr/" rel="noopener">articolo su Salute Internazionale</a> a firma dello stesso Nicola Cocco insieme a due giornaliste, tra il 2023 e il 2025 sono state oltre 2.500 le persone trattenute in questi locali, attivi a fine 2025 in circa 60 questure italiane. </p>
<p>A differenza dei CPR, dove l&rsquo;ente gestore è comunque vincolato da capitolato a un presidio medico, nei «luoghi idonei» la legge non prevede alcuno screening sanitario: secondo la ricostruzione, l&rsquo;idoneità al trattenimento vi sarebbe valutata dagli stessi agenti di polizia, non da personale medico. Insomma, un paradosso ancora più netto di quello dei CPR: uno spazio dove la domanda sollevata dall&rsquo;inchiesta di Ravenna, quale ruolo debba avere la valutazione medica nella detenzione amministrativa, semplicemente non si pone, perché la valutazione medica lì non esiste affatto.</p>
<h2 id="un-bilancio-con-cautela">Un bilancio, con cautela</h2><p>Restano, per ora, più domande aperte che risposte definitive. Ma alcuni fatti sono difficilmente contestabili: i CPR rimpatriano una quota minoritaria e in calo delle persone per cui l&rsquo;espulsione viene disposta, a un costo pubblico elevato e con controlli scarsi; la letteratura scientifica descrive la detenzione amministrativa come un fattore di rischio per la salute, soprattutto mentale, tanto più quanto più si protrae nel tempo; i meccanismi di verifica previsti dalla legge stessa, dalle visite di idoneità ripetute alle ispezioni prefettizie, risultano applicati in modo carente e discontinuo. </p>
<p>In questo contesto, il richiamo dei medici alla propria deontologia, curare prima di tutto, «non nuocere» prima di ogni altra considerazione, non è un argomento estraneo alla vicenda giudiziaria.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Armi nello spazio: la prima ammissione degli Stati Uniti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/armi-spazio-stati-uniti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/armi-spazio-stati-uniti/</guid><pubDate>Fri, 18 Sep 2026 12:33:24 +0200</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>pace</category><description>Per la prima volta gli Stati Uniti hanno ammesso pubblicamente di disporre di «armi per il controllo dello spazio» già operative in orbita. Il segretario dell’Aeronautica Troy Meink non ha rivelato di quali sistemi si tratti, ma la Space Force parla di capacità sia offensive sia difensive, cinetiche e non cinetiche. Lo spazio è da tempo anche un dominio militare, ma ora Washington lo dice apertamente, mentre Cina e Russia protestano. E torna lo spettro di una corsa agli armamenti sopra le nostre teste.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/armi-spazio-stati-uniti.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/armi-spazio-stati-uniti.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chissà cosa avranno pensato i partecipanti alla Air, Space, Cyber Conference quando, lunedì 14 settembre, Troy Meink, Segretario dell’Aeronautica statunitense, nel suo intervento ha annunciato che Washington dispone di armi attive «in orbita», il cui compito è «il controllo dello spazio». Aggiungendo anche che «Oggi continuiamo a garantire di essere pronti ad affrontare le sfide poste dalle minacce in continua evoluzione, ovunque esse si manifestino».</p>
<p>Qualcuno deve essere caduto dalla sedia, perché si trattava della prima ammissione pubblica su un tema generalmente coperto da segreto militare.</p>
<p>Meink ha affermato che non sarebbe sceso nei «dettagli» riguardo a tali armi. Tuttavia, un portavoce della US Space Force ha spiegato che il controllo dello spazio può riferirsi all’«impiego di mezzi cinetici [leggi: missili che distruggono l’obiettivo] e non cinetici [leggi: laser, microonde o disturbo elettronico che danneggiano senza distruggere l’obiettivo] per incidere sulle capacità avversarie».</p>
<p>Per evitare fraintendimenti, il portavoce ha aggiunto che «Tali capacità possono essere impiegate per scopi offensivi e difensivi». Per completezza bisognerebbe aggiungere che le capacità di cui sopra possono essere utilizzate anche a scopo dimostrativo, come è successo nel corso di esperimenti di guerre stellari noti come DA-ASAT (Direct Ascent Anti-Satellite), durante i quali un missile lanciato da terra distrugge un satellite in disuso della stessa nazione che funge da bersaglio. Questo esercizio di precisione non può passare inosservato, perché produce una nube di detriti che continuano a muoversi seguendo l’orbita del satellite dal quale provengono. Nel corso degli anni, queste azioni dimostrative sono state condotte dalla Cina (nel 2007), dagli USA (nel 2008), dall’India (nel 2019) e dalla Russia (nel 2021). Tecnicamente non è un atto bellico perché le varie nazioni hanno colpito dei loro satelliti, ma il grafico dei detriti in orbita bassa in funzione del tempo mostra chiaramente gli aumenti improvvisi dovuti a questi tiri al bersaglio spaziali.</p>
<p>La crescita più evidente è quella dovuta al test cinese del 2007 che, distruggendo un satellite a 700 km di altezza, ha prodotto 2000 frammenti, gran parte dei quali sono ancora pericolosamente in orbita, obbligando la Stazione Spaziale Internazionale a effettuare manovre per schivarli. Per contro, i test antisatellite eseguiti da USA e India hanno distrutto oggetti a meno di 300 km di altezza e i detriti sono stati ripuliti dall’atmosfera.</p>
<p>Diversa è la storia del DA-ASAT russo del novembre 2021, che è avvenuto a un’altezza compatibile con quella della Stazione Spaziale e ha generato un serio stato di allerta a bordo. Mentre lo U.S. Space Command cercava di tracciare l’orbita dei 1.500 detriti che erano improvvisamente comparsi sugli schermi, gli occupanti della ISS (astronauti e cosmonauti) sono stati svegliati, hanno dovuto indossare la tuta di volo e imbarcarsi sulle navette Crew-Dragon e Soyuz, che erano state attivate per essere pronte a staccarsi in caso di impatto. Dopo qualche ora l’allerta è rientrata, ma la cosa ha creato non poche frizioni tra russi e americani. Alla fine è emerso che nemmeno Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, era stata informata del test deciso dal Ministero della Difesa senza tenere in nessuna considerazione l’incolumità dei cosmonauti russi. Senza contare gli altri occupanti della ISS e i taikonauti cinesi a bordo della stazione Tiangong.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/armi-spazio-stati-uniti-2.png.webp" alt="Grafico del numero di oggetti in orbita terrestre monitorati dal 1960 a oggi, suddivisi per tipologia" width="644" height="448" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Numero degli oggetti monitorati in funzione del tempo: in blu i satelliti attivi (con la salita molto pronunciata degli ultimi anni), in rosso quelli morti, in verde avanzi di varia natura, per lo più pezzi di lanciatori, in grigio i detriti spaziali ed in nero la curva totale. La curva dei detriti mostra come il loro numero sia decisamente preponderante rispetto a tutte le altre componenti della popolazione degli oggetti orbitanti. Tratto da <a href="https://www.ulricohoepli.it/varia/articolo/ecologia-spaziale-patrizia-caraveo/9788836016112/3025" rel="noopener">Ecologia Spaziale</a> (Hoepli 2024)</p>

<p>È in questo quadro che si è inserito l’annuncio della vice-presidente USA Kamala Harris che, il 18 aprile 2022, parlando alla base della Space Force a Vandenberg, ha detto che gli Stati Uniti avevano deciso di sospendere i test anti-satellite per evitare la proliferazione dei detriti che renderebbero meno fruibili le orbite basse a detrimento delle attività svolte dai satelliti. Al momento si tratta di una decisione unilaterale ed è, più che altro, una dichiarazione di principio, dal momento che l’ultimo test DA-ASAT americano è del 2008, ma certo rivela la preoccupazione dell’amministrazione USA sul sovraffollamento delle orbite circumterrestri.</p>
<p>Per questo è ragionevole pensare che le armi evocate da Meink siano di tipo non cinetico e che utilizzano laser, fasci di microonde o qualche disturbo elettronico capace di accecare momentaneamente oppure di mettere definitivamente fuori uso i satelliti avversari. Chi controlla il traffico orbitale ha anche rivelato movimenti sospetti di satelliti che manovrano per avvicinarsi ad altri, magari per intercettare le trasmissioni. Attenzione, perché l’attacco non deve necessariamente essere diretto contro satelliti militari. Mettere fuori uso, o anche solo disturbare, i satelliti per le comunicazioni, per esempio, creerebbe danni per tutti gli utilizzatori. Starlink sostiene di avere più volte sventato attacchi russi, senza però dare dettagli. Da notare che sono tecniche che rendono inoffensivo un satellite senza farlo esplodere evitando di produrre una nuvola di pericolosi detriti, che è facilmente rivelabile.</p>
<p>Di fronte alle parole di Meink, la Cina ha invitato a non militarizzare lo spazio e martedì la Russia ha risposto attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, affermando che «Lo spazio deve essere libero da qualsiasi arma». Belle parole, ma che purtroppo non corrispondono alla realtà: è ben noto che tutte le grandi potenze spaziali dispongono di sistemi difensivi che, all’occorrenza, possono diventare offensivi. Quello delle armi spaziali era un segreto di Pulcinella, ma la prima conferma pubblica dell’esistenza di tali capacità in orbita potrebbe accelerare una pericolosa corsa agli armamenti.</p>
<p>Per chi si interrogasse sugli aspetti legali collegati alla messa in orbita di armi di offesa e difesa, occorre precisare che lo Outer Space Treaty del 1967 non vieta categoricamente di mettere in orbita qualsiasi tipo di armi. Quello che è proibito è l’utilizzo di armi nucleari o di altre armi di distruzione di massa, vuoi in orbita terrestre vuoi nello spazio. Per questo la pratica annunciata dal segretario della Air Force non viola il diritto internazionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’ONU propone di usare proiezioni più realistiche di quella di Mercatore</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore/</guid><pubDate>Fri, 18 Sep 2026 08:03:00 +0100</pubDate><category>terra</category><description>Creare una carta geografica trasferendo la superficie curva della Terra su un piano senza deformarla è geometricamente impossibile. La proiezione di Mercatore, a cui siamo tutti abituati, è nata per favorire la navigazione e dilata progressivamente le superfici all’aumentare della latitudine. Risultato: la Groenlandia risulta grande come l’Africa, che nella realtà la supera in dimensioni di ben 15 volte. L’ONU ha recentemente approvato una risoluzione che invita a privilegiare proiezioni cartografiche equivalenti, cioè capaci di conservare le proporzioni tra le aree.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una carta geografica è sempre, in una certa misura, una approssimazione. Non perché i cartografi vogliano ingannarci, ma perché trasferire la superficie curva della Terra su un piano senza deformarla è geometricamente impossibile.</p>
<p>Per costruire una carta geografica, stampata o visualizzata sullo smartphone, si ricorre a una proiezione cartografica: un insieme di operazioni matematiche e geometriche che permette di rappresentare il globo su una superficie piana, introducendo inevitabilmente delle deformazioni. È un po’ come tagliare un pallone da calcio o un palloncino e cercare di stenderne la superficie su un tavolo. Da qualche parte il materiale dovrà strapparsi, sovrapporsi, stropicciarsi o essere stirato.</p>
<p>Allo stesso modo, ogni proiezione cartografica sacrifica qualcosa nel passaggio dalla realtà alla rappresentazione: deforma le superfici, le distanze oppure gli angoli.</p>
<h2 id="la-proiezione-di-mercatore">La proiezione di Mercatore </h2><p>La storia della cartografia è anche la storia dei molti tentativi di scegliere quale deformazione accettare in funzione dello scopo della carta.</p>
<p>Una delle proiezioni più celebri è quella proposta nel 1569 dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator, in olandese Gerhard Kremer. Mercatore (come lo chiamiamo in Italia) voleva produrre una carta geografica utile alla navigazione attorno al globo. La sua soluzione aveva infatti una proprietà straordinaria per i marinai: una rotta mantenuta a direzione costante poteva essere rappresentata come una linea retta. Per ottenere questo risultato, però, la proiezione dilata progressivamente le superfici all’aumentare della latitudine. In questo modo, le carte geografiche basate sulla proiezione di Mercatore mostrano deformazioni limitate vicino all’Equatore che diventano sempre maggiori procedendo verso i poli.</p>
<p>Le conseguenze diventano evidenti quando confrontiamo la Groenlandia con l’Africa. Sulle carte di Mercatore la Groenlandia sembra avere dimensioni paragonabili a quelle dell’Africa. In realtà l’Africa, con circa 30,2 milioni di km², è quasi quindici volte più grande della Groenlandia, che supera di poco i 2 milioni di km². Anche il confronto con l’Europa è significativo: il nostro continente occupa circa 10,2 milioni di km², appena un terzo dell’Africa. Eppure, nell’immagine mentale costruita da generazioni di planisferi scolastici, questa differenza appare assai meno evidente.</p>
<h2 id="la-risoluzione-dellonu-sulle-mappe">La risoluzione dell&rsquo;ONU sulle mappe</h2><p>È proprio su questo punto che interviene la recente decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il 4 settembre 2026, con 164 voti favorevoli e uno contrario (quello degli Stati Uniti), l’ONU ha approvato una risoluzione che invita governi, scuole, organizzazioni internazionali e aziende tecnologiche a privilegiare, quando conta il confronto tra le dimensioni dei territori, proiezioni cartografiche equivalenti, cioè capaci di conservare le proporzioni tra le aree.</p>
<p>La risoluzione non “proibisce” Mercatore e non stabilisce che da domani tutte le carte utilizzate dall’ONU debbano avere un’unica forma. È piuttosto un invito a usare la proiezione giusta per lo scopo giusto e, soprattutto, a rendere esplicite le distorsioni che ogni planisfero porta con sé, anche per riflettere e comprendere meglio il mondo in cui viviamo.</p>
<p>Tra le alternative indicate vi è la Equal Earth, una proiezione sviluppata nel 2018 dai cartografi Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. Equal Earth conserva le aree relative: se due regioni hanno la stessa superficie sulla Terra, avranno proporzionalmente la stessa superficie anche sulla carta.</p>
<p>Naturalmente il prezzo da pagare esiste ancora, perché nessuna proiezione può conservare contemporaneamente tutte le proprietà geometriche del globo. Le forme vengono in parte deformate, specialmente alle alte latitudini. Ma se lo scopo è confrontare l’estensione dei continenti, una carta equivalente racconta il pianeta in modo molto più fedele.</p>
<p>La questione è particolarmente significativa per l’Africa. Chi viaggia nel continente spesso sperimenta fisicamente qualcosa che una carta di Mercatore tende a nascondere: l’enormità delle distanze. Dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza si attraversa uno spazio continentale immenso, nel quale potrebbero essere contenuti contemporaneamente Stati Uniti, Cina, India e buona parte dell’Europa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/onu-propone-usare-proiezioni-piu-realistiche-quella-mercatore-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2061" height="2716" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’Africa possiede una superficie sufficientemente estesa da contenere Stati Uniti, Argentina, India, Messico, Italia, Spagna, Francia e Germania (immagine realizzata dagli Autori, generata con AI).</p>
<h2 id="modificare-la-nostra-immagine-del-mondo">Modificare la nostra immagine del mondo</h2><p>Non è soltanto una curiosità geometrica. Le mappe contribuiscono a costruire la nostra immagine del mondo, e le dimensioni che attribuiamo visivamente ai territori finiscono inevitabilmente per influenzare la percezione della loro centralità o marginalità.</p>
<p>Sarebbe però ingiusto trasformare Mercatore nel responsabile di una visione coloniale del pianeta. La sua proiezione nacque quasi tre secoli prima della spartizione coloniale dell’Africa e rispondeva a un problema tecnico ben preciso.</p>
<p>È stato piuttosto l’uso indiscriminato di quella proiezione, nata per navigare e poi diventata un’immagine apparentemente neutrale del mondo, a produrre conseguenze culturali che oggi possiamo riconoscere meglio.</p>
<p>Una carta non è mai semplicemente “vera” o “falsa”: è uno strumento costruito per uno scopo. Ed è forse questo il valore più interessante della decisione dell’ONU. Non si tratta soltanto di rendere l’Africa più grande su un foglio. L’Africa non diventa più grande: lo è sempre stata. Si tratta di ricordarci che anche un oggetto familiare come il planisfero è il risultato di una scelta scientifica, tecnica e culturale. Cambiare proiezione significa, in questo caso, cambiare punto di vista. E qualche volta basta cambiare il modo in cui disegniamo il mondo per accorgerci che il mondo reale è diverso da come avevamo imparato ad immaginarlo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le dighe non sono più quelle di una volta: la super-diga cinese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese/</guid><pubDate>Fri, 18 Sep 2026 07:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>La costruzione della super-diga cinese sul fiume Yarlung Tsangpo in Tibet è un modo per riflettere sull’inevitabilità delle grandi opere, anche quando dovrebbero servire ad alleggerire i danni all’ambiente. Ovviamente non c’è nulla di inevitabile. Non sta scritto da nessuna parte che per fare energia idroelettrica si debba per forza sterminare una riserva naturale, far sfollare milioni di persone e ridurre alla sete la popolazione a valle.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel luglio <a href="https://english.www.gov.cn/news/202507/19/content_WS687b6a8ac6d0868f4e8f4486.html" rel="noopener">2025</a> il primo ministro cinese Li Qiang ha inaugurato il cantiere di quella che diventerà la più <a href="https://www.theguardian.com/world/2025/jul/21/china-starts-building-world-biggest-hydropower-dam-yarlung-tsangpo-river-tibet" rel="noopener">grande</a> centrale idroelettrica del mondo, Medog, sul fiume Yarlung Tsangpo in Tibet, un progetto approvato da anni ma finanziato in via definitiva solo nel dicembre 2024. Il piano prevede cinque dighe a cascata nei pressi della città di Nyingchi, per una capacità produttiva stimata fino a 60/70 gigawatt: il triplo della potenza della diga cinese delle Tre Gole sul fiume Azzurro, finora primato mondiale. È prevista la <a href="https://www.reuters.com/world/asia-pacific/china-build-worlds-largest-hydropower-dam-tibet-2024-12-26/" rel="noopener">produzione</a> di 300 terawattora all’anno. Il <a href="https://openthemagazine.com/india/the-mother-of-all-mega-dams-india-can-no-longer-ignore-the-water-bomb-on-its-frontier" rel="noopener">complesso</a> di dighe e tunnel sarà costruito attorno alla &ldquo;Grande Ansa&rdquo; dello Yarlung Tsangpo.</p>
<h2 id="cosa-può-succedere-nei-paraggi">Cosa può succedere nei paraggi</h2><p>Secondo l&rsquo;analisi di Brahma Chellaney pubblicata su <a href="https://www.project-syndicate.org/commentary/china-himalayan-super-dam-dangerous-and-plan-lacks-transparency-by-brahma-chellaney-2026-08" rel="noopener"><em>Project Syndicate</em></a>, il progetto è tanto ambizioso quanto pericoloso, e la sua gestazione è avvenuta con una trasparenza minima verso i paesi a valle. A complicare il quadro c&rsquo;è anche la geologia del sito: il tratto scelto per la mega-diga si troverebbe in una delle aree sismicamente più <a href="https://e360.yale.edu/digest/yarlung-tsangpo-fault-line" rel="noopener">instabili</a> del pianeta, attraversato da una faglia attiva, una circostanza che quindi alimenta ulteriori dubbi sulla sicurezza a lungo termine dell&rsquo;opera. Il canyon, inoltre, è descritto da questo articolo su <a href="https://e360.yale.edu/features/china-tibet-yarlung-tsangpo-dam-india-water" rel="noopener"><em>Yale Environment</em></a> come un hotspot di biodiversità eccezionale: oltre 4500 specie vegetali, la foresta primaria più intatta della Cina, il cipresso più alto dell&rsquo;Asia (oltre 330 piedi, millenario) e la più ricca concentrazione al mondo di grandi carnivori (leopardi delle nevi, tigri del Bengala, orsi bruni tibetani, ecc.). Il progetto potrebbe anche alterare il flusso di sedimenti del fiume, con conseguenze sul delta del Brahmaputra-Gange in India e Bangladesh. L’India ha risposto con un progetto di diga sul suo territorio, che forse sarà anche peggio.</p>
<p>Il fiume <a href="https://www.mountlive.com/yarlung-tsangpo-il-fiume-piu-alto-della-terra/" rel="noopener">Yarlung Tsangpo</a> nasce dai ghiacciai tibetani a quasi 4700 metri di quota, dopo aver percorso quasi 3000 chilometri ed essersi tuffato in una delle gole più profonde del pianeta, attraversa il confine con l’India dove vi entra come Brahmaputra, appunto, per poi sfociare in Bangladesh. New Delhi teme che Pechino possa usare il controllo del bacino come leva politica ed economica, in una <a href="https://www.indiatoday.in/world/story/chinas-parliament-approves-proposal-to-build-dam-across-brahmaputra-1778207-2021-03-11" rel="noopener">regione</a> dove la diga permetterebbe di deviare fino a <a href="https://www.indiatoday.in/amp/environment/story/chinas-new-dam-arunachal-pradesh-yarlung-zangbo-indian-rivers-2776305-2025-08-25" rel="noopener">40 miliardi</a> di metri cubi d&rsquo;acqua, con possibili ripercussioni sull&rsquo;agricoltura delle pianure indiane. Pechino, dal canto suo, ha cercato di rassicurare il vicino affermando che il progetto non andrà a scapito dei paesi limitrofi, ma l&rsquo;assenza di un trattato bilaterale sulla condivisione delle acque transfrontaliere lascia il tema aperto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-body-1.png.webp 750w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="fiume tsangpo" width="750" height="533" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Valle del fiume Yarlung Tsangpo. Di <a href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53976943" rel="noopener">牛糞, CC BY-SA 3.0</a></p>
<h2 id="gli-sfollati-e-gli-indigeni">Gli sfollati e gli indigeni</h2><p>Prendiamo il <a href="https://www.britannica.com/topic/Three-Gorges-Dam/History-and-controversy-of-the-Three-Gorges-Dam" rel="noopener">caso</a> della diga delle tre Gole. Questa svolge principalmente tre funzioni: consente la navigazione di navi mercantili oceaniche lungo il fiume, produce una grande quantità di energia idroelettrica e dovrebbe contribuire al controllo delle inondazioni. La sua costruzione è stata tuttavia accompagnata da numerose controversie, legate soprattutto al dislocamento di popolazioni, al degrado ambientale e alle possibili alterazioni del ciclo idrologico dello Yangtze. Nello specifico gli sfollati sarebbero stati almeno 1,2 milioni, che vivevano in quasi 500 tra città, cittadine e villaggi lungo il fiume.</p>
<p><a href="https://www.rfa.org/english/tibet/2024/12/27/tibet-china-approves-mega-dam-construction/" rel="noopener">Non ci sono stime</a>, men che meno del governo cinese, su quanti potrebbero essere gli sfollati per il complesso di Medog nello Yarlung Tsangpo. Questo <a href="https://documents.un.org/doc/undoc/gen/g25/023/71/pdf/g2502371.pdf" rel="noopener">documento</a> scritto dalla ONG <em>Society for Threatened Peoples</em> indirizzato al Consiglio per i Diritti Umani dell&rsquo;ONU (a febbraio 2025) sostiene che gli sfollati potrebbero essere circa 24mila, non molti rispetto alle Tre Gole, a cui però andrebbero aggiunti oltre 130 milioni di persone a valle in India e Bangladesh che subirebbero gravi interruzioni dei mezzi di sussistenza. Il testo, inoltre, accusa il governo cinese di violare le sue stesse leggi: nel 1985 infatti designò riserva naturale il Grand Canyon dello Yarlung Tsangpo. Infine, la Cina non avrebbe rispettato gli impegni presi con la <a href="https://www.un.org/development/desa/indigenouspeoples/wp-content/uploads/sites/19/2018/11/UNDRIP_E_web.pdf" rel="noopener">Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni</a>, non avendo adeguatamente informato o consultato né le comunità tibetane locali né i paesi a valle. E non avrebbe nemmeno condotto una valutazione d&rsquo;impatto ambientale pubblica.</p>
<p>Il discorso ovviamente non è se costruire o meno dighe per produrre energia rinnovabile, ma <em>quali</em> dighe costruire. Gli impatti sull’ambiente delle energie rinnovabili (compreso fotovoltaico ed eolico) sono enormemente inferiori rispetto alle energie fossili, ed è quasi una tautologia. Sta di fatto che ogni opera, pubblica o privata che sia, va realizzata nel rispetto di criteri ambientali e sociali che vanno a vantaggio di tutti.</p>
<h2 id="ma-davvero-la-terra-girerà-più-lentamente">Ma davvero la Terra girerà più lentamente?</h2><p>Alcuni potrebbero preoccuparsi per il probabile rallentamento della rotazione terrestre causato dalla diga cinese. Si tratta di un effetto infinitesimale. È spiegato dal principio della conservazione del momento angolare: spostando la massa verso “l’esterno” del corpo in rotazione, la velocità di rotazione si riduce (<a href="https://www.facebook.com/watch/?v=443385484636023" rel="noopener">spassosissima</a> la dimostrazione pratica che fece Margherita Hack con Piero Angela).</p>
<p>Nel <a href="https://www.sciencefocus.com/news/human-structures-slowing-earths-spin" rel="noopener">caso</a> della diga delle Tre Gole, che a pieno regime trattiene circa 40 miliardi di metri cubi d&rsquo;acqua, le stime indicano uno spostamento dei poli di circa due centimetri e un allungamento della durata del giorno di 0,06 microsecondi. Il terremoto del 2011 in Giappone che ha causato il disastro di Fukushima ha accelerato la rotazione terrestre di 1,8 milionesimi di secondo. Il giorno terrestre si allunga di 2 millesimi di secondo ogni secolo grazie all’attrazione gravitazionale della Luna. Eccetera eccetera. La diga del Yarlung Tsangpo allungherebbe il giorno di 30 miliardesimi di secondo.</p>
<p>Non si tratta di un fenomeno isolato o riferito a una sola infrastruttura. Sul <em>Scientific American</em> <a href="https://www.scientificamerican.com/article/earths-poles-have-shifted-because-of-water-dams/" rel="noopener">si legge</a> che la costruzione di 7000 dighe costruite tra il 1835 e il 2011 ha spostato i poli terrestri di circa un metro nel complesso e ha fatto scendere il livello globale dei mari di 21 millimetri. Lo spostamento non è avvenuto in modo lineare: tra il 1835 e il 1954 la costruzione di dighe soprattutto in Nord America ed Europa ha spinto il Polo Nord di circa 20 centimetri verso una direzione, mentre tra il 1954 e il 2011, con il boom delle grandi opere in Asia e Africa orientale, il polo si è spostato di altri 57 centimetri in direzione opposta.</p>
<p>Non è qualcosa che deve preoccuparci, quanto invece a preoccupare dovrebbe essere la causa. Si pensi anche, a maggior ragione, che la fusione dei ghiacciai in atto a causa del riscaldamento globale sta <a href="https://www.nasa.gov/missions/grace/nasa-funded-studies-explain-how-climate-is-changing-earths-rotation" rel="noopener">modificando</a> anch’essa il moto di rotazione terrestre. Non confondiamo quindi il dito con la Luna e concentriamoci sui problemi veri.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le dighe non sono più quelle di una volta: ora c’è meno acqua</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua/</guid><pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le dighe, che ci servono anche per produrre energia idroelettrica, stanno vivendo periodi difficili a causa della siccità. E questo va tenuto di conto ora che i periodi siccitosi saranno verosimilmente sempre di più. Serve capire come eventualmente modificare la tecnologia e come sviluppare ancora la nostra capacità di accumulo energetico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="il-paradosso-della-siccità">Il paradosso della siccità</h2><p>Oltre che come metodo per produrre energia idroelettrica, le dighe sono spesso <a href="https://www.hydropower.org/blog/drought-management-the-functions-of-hydropower" rel="noopener">nate</a> come strumento di <a href="https://dgdighe.mit.gov.it/cat/Articolo/_storia_delle_dighe/prime_dighe" rel="noopener">difesa</a> contro la siccità: accumulano acqua nei periodi di abbondanza per renderla disponibile quando le piogge mancano e in più regolano il rischio di piene. Strumenti come il sistema di previsione dell&rsquo;impatto della siccità sulle risorse idriche sviluppato dal <a href="https://climate.copernicus.eu/drought-impact-water-resources-forecasting-tool" rel="noopener">servizio Copernicus</a> per il clima permettono oggi di anticipare questi fenomeni.</p>
<p>Questa è la distribuzione geografica della produzione di energia idroelettrica (ogni regione mostra anche la propria evoluzione temporale).</p>







<figure class="grafico-plot grafico-mappa not-prose" id="mappa-0">
  <p class="grafico-titolo">La Cina produce quasi un terzo dell&rsquo;energia idroelettrica del mondo</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Produzione di elettricità da fonte idroelettrica per paese, 2000-2024, in terawattora (TWh).</p>
  <p class="grafico-come">L&rsquo;area di ogni cerchio è proporzionale alla produzione del paese. Scegli l&rsquo;anno con il cursore e il paese dal menu o toccando il cerchio: sotto la mappa compare il suo andamento.</p>
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    <label>Anno <input type="range" step="1"> <output aria-hidden="true"></output></label>
    <label>Paese <select></select></label>
  </div>
  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" role="img" aria-label="Mappa a simboli proporzionali: nel 2024 la Cina produce 1.354 TWh da fonte idroelettrica, seguita da Brasile (413), Canada (343) e Stati Uniti (237); l&#39;Italia 53." aria-describedby="mappa-0-descrizione"></div>
    <div class="gp-lettura" aria-hidden="true"></div>
  </div>
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    <div class="gp-testa"></div>
    <div class="gp-serie" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-annuncio sr-only" aria-live="polite"></div>
  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/grapher/electricity-mix?source=hydro&amp;metric=generation&amp;frequency=annual" rel="noopener">Ember (2026), elaborazione di Our World in Data</a></span><span>Restano fuori Gibilterra e quattro territori francesi d&rsquo;oltremare, tutti sotto 1 TWh; nel 2024 mancano i dati di 16 paesi o territori, tutti sotto 1 TWh.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati della mappa</summary>
    <p id="mappa-0-descrizione">Mappa del mondo con un cerchio per paese, di area proporzionale ai terawattora prodotti da fonte idroelettrica; un cursore sceglie l&rsquo;anno dal 2000 al 2024 e un menu il paese, di cui sotto la mappa compare la serie nel tempo. Nel 2024 i paesi della mappa producono 4.419 TWh. I maggiori produttori sono Cina (1.354), Brasile (413), Canada (343), Stati Uniti (237), Russia (211), India (157) e Norvegia (140). L&rsquo;Italia passa da 45,4 TWh nel 2021 a 28,4 nel 2022, poi risale a 40,5 nel 2023 e 53,1 nel 2024. La produzione è concentrata in Asia orientale e nelle Americhe; in Africa i valori restano bassi.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua-idroelettrico-paesi.csv" download>Scarica i dati di «La Cina produce quasi un terzo dell'energia idroelettrica del mondo» (CSV)</a>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="svg" hidden>Mappa in SVG</button>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="png" hidden>Mappa in PNG</button>
    </p>
    <div class="gp-tabella"></div>
  </details>
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<p>Il problema è che la stessa siccità che le dighe dovrebbero attenuare sta erodendo la loro capacità di produrre energia elettrica. In Italia la produzione idroelettrica nazionale è <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/la-relazione-sulla-situazione-energetica-nazionale-nel-2022_mase-luglio-2023-pdf" rel="noopener">crollata</a> del 36% dal 2021 al 2022 passando da oltre 47 terawattora a circa 30 terawattora, un anno che per l’ISAC del CNR è stato il <a href="https://droughtcentral.it/bollettino-italia/bollettino-dicembre-2022/" rel="noopener">peggiore</a> per la disponibilità d&rsquo;acqua dal 1800. Nell&rsquo;estate del 2022 il calo mensile della produzione idroelettrica rispetto all&rsquo;anno precedente ha toccato punte del 42%. In <a href="https://www.dw.com/en/drought-europe-electricity-supplies-danube/a-78269916" rel="noopener">Europa</a> la situazione è analoga: la siccità che ha colpito il Danubio ha interessato i molti paesi in cui il fiume scorre, che hanno risposto alla crisi in modo molto diverso. L’Ungheria ha poco accumulo ed è forse il paese messo peggio, in Serbia la siccità ha indebolito il raffreddamento delle centrali a carbone, così come quelle nucleari in Romania, la Slovacchia e l’Austria invece hanno retto meglio il colpo grazie alle pompe di raffreddamento, la Bulgaria ancora di più grazie a buoni sistemi di accumulo energetico.</p>
<p>Purtroppo, la produzione di energia idroelettrica dipende sempre di più da variabili climatiche che possono cambiare da un anno all’altro. Nel peggiore scenario IPCC (quello ancora peggiore, l’8.5, è ora stato eliminato) la siccità <a href="https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU26/EGU26-16988.html?pdf" rel="noopener">causerebbe</a> perdite idroelettriche globali di 52-173 terawattora all’anno con cali del 28-49% (secondo quanto detto alla conferenza della <em>European Geosciences Union</em> <a href="https://www.egu26.eu/" rel="noopener">EGU 2026</a>). In Europa le perdite sarebbero minori (12-36 terawattora all’anno, -21-46%), ma variabili per paese: Francia, Spagna, Italia, Norvegia e Svezia soffrirebbero soprattutto di siccità lunghe; Ungheria e Svizzera di siccità frequenti; Moldavia, Lettonia e Grecia di siccità intense. Le centrali piccole e medie (cioè sotto i 100 megawattora) sosterrebbero circa il 56% delle perdite europee.</p>
<h2 id="e-quando-il-ghiacciaio-che-alimenta-la-diga-scompare">E quando il ghiacciaio che alimenta la diga scompare?</h2><p>Molte dighe alpine sono state progettate decenni fa contando su un apporto costante di acqua di fusione glaciale e su versanti stabilizzati dal permafrost. Con il ritiro accelerato dei ghiacciai, questo scenario sta cambiando: come racconta un <a href="https://www.rsi.ch/info/svizzera/I-ghiacciai-che-si-sciolgono-hanno-un-impatto-sulle-dighe--3226080.html" rel="noopener">reportage</a> della Radiotelevisione svizzera, lo scioglimento dei ghiacciai sta già avendo conseguenze dirette sulla stabilità e sulla gestione delle dighe elvetiche; si è arrivati anche a <a href="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/PDF/2022-05.pdf" rel="noopener">proporre</a> di costruire nuove dighe nel bacino lasciato libero dal ghiacciaio del Trift.</p>
<p>A complicare le cose c’è un ulteriore fenomeno, nominato <a href="https://www.undrr.org/understanding-disaster-risk/terminology/hips/mh0607" rel="noopener">GLOF</a>, <em>Glacial Lake Outburst Flood</em>: un&rsquo;improvvisa rottura della barriera di ghiaccio o di detriti morenici che trattiene un lago glaciale, con conseguente rilascio di enormi volumi d&rsquo;acqua a valle. Come successo in Nepal. Gli eventi GLOF possono avere portate di picco estremamente elevate e il ritiro dei ghiacciai causato dal riscaldamento globale può favorire l&rsquo;espansione dei laghi glaciali e la perdita del sostegno della barriera di ghiaccio.</p>
<p>Resta comunque <a href="https://www.preventionweb.net/news/why-its-so-hard-predict-tragedy-nepals-glacier-collapse" rel="noopener">difficilissimo</a> prevedere per tempo simili tragedie, perché i collassi glaciali dipendono da un intreccio di fattori (temperatura, pressione idrostatica, instabilità dei versanti, …) che i modelli attuali faticano a cogliere con anticipo sufficiente. Per colmare questa lacuna sono nate anche piattaforme di monitoraggio dedicate come <a href="https://glacierdam.com/" rel="noopener">GlacierDam</a> (un&rsquo;organizzazione non-profit dedicata alla preservazione dei ghiacciai), che raccolgono e condividono dati sull&rsquo;evoluzione dei laghi glaciali nelle diverse catene montuose del mondo. Un caso di studio particolarmente istruttivo è quello del ghiacciaio Shisper nel Karakoram, dove una <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-glaciology/article/multiple-phases-of-icedammed-lake-formation-and-drainage-associated-with-a-surge-of-shisper-glacier-western-karakoram/EC032F0636796DB506AD584FA7E3961A" rel="noopener">ricerca</a> pubblicata sul <em>Journal of Glaciology</em> ha documentato come, in seguito a una fase di avanzata rapida del ghiacciaio, si siano formati e prosciugati più volte nel giro di pochi anni laghi glaciali effimeri, del tutto imprevedibili con gli strumenti tradizionali.</p>
<h2 id="le-concessioni-idroelettriche-in-italia">Le concessioni idroelettriche in Italia</h2><p>Nel nostro paese ci sono <a href="https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0430/leg.19.sed0430.allegato_a.pdf" rel="noopener">quasi 5000</a> impianti idroelettrici. Il settore vale oltre 37 miliardi di euro di produzione e 19 miliardi di export, con una filiera che comprende circa 150 tecnologie diverse, per il 70% delle quali l&rsquo;Italia è tra i primi tre produttori europei. Ma l'86% delle concessioni idroelettriche è già scaduto o scadrà entro il 2029, un dato che da anni tiene bloccato ogni piano di investimento di lungo periodo, come specifica uno <a href="https://www.enel.com/it/media/esplora/ricerca-comunicati-stampa/press/2025/09/-studio-teha-enel-sul-ruolo-strategico-dellidroelettrico-per-garantire-sicurezza-energetica-e-sviluppo--fondamentale-superare-velocemente-lincertezza-normativa-il-project-financing--gi-disponibile-in-alternativa-esiste-la-quarta-via" rel="noopener">studio</a> Teha-Enel dello scorso anno.</p>
<p>Il <a href="https://www.milanofinanza.it/news/idroelettrico-pichetto-rilancia-con-i-rinnovi-di-contratti-le-concessioni-rimangano-in-mani-italiane-202502261532179842" rel="noopener">nodo</a> nasce dal 1999, quando il decreto Bersani stabilì che, allo scadere degli affidamenti esistenti, le concessioni dovessero essere riassegnate tramite gara pubblica; da allora, però, le scadenze sono state ripetutamente prorogate, aprendo un lungo <a href="https://www.camera.it/temiap/2019/09/17/OCD177-4133.pdf" rel="noopener">contenzioso</a> con la Commissione Europea. La legge annuale sulla concorrenza del 2021 (che era una condizione per incassare la terza rata da 18,5 miliardi di euro del Pnrr) impone ora un&rsquo;accelerazione sui bandi. Il modello <a href="https://www.qualenergia.it/articoli/idroelettrico-francia-possibile-soluzione-concessioni/" rel="noopener">francese</a>, che viene spesso indicato come una possibile soluzione al nodo delle concessioni, funziona così: lo Stato riscatta i contratti esistenti e mantiene la proprietà delle infrastrutture, gli operatori storici restano alla guida degli impianti, allo stesso tempo per rispettare le norme europee sulla concorrenza <em>Électricité de France</em> dovrà “aprire” il 40% della sua capacità flessibile ai concorrenti, mettendo a disposizione di terzi una capacità idroelettrica &ldquo;virtuale&rdquo; per 20 anni. La concorrenza così è assicurata sulla capacità produttiva &ldquo;virtuale&rdquo;, non sulla governance delle dighe stesse visto che la gestione fisica degli impianti non è ceduta al mercato.</p>
<p>In ogni caso una soluzione va trovata, tenendo conto anche del fatto che le vecchie dighe sono state concepite in un contesto storico e idrico che non è più quello attuale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Intelligenza artificiale: l’umanità al bivio?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-umanita-bivio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-umanita-bivio/</guid><pubDate>Tue, 15 Sep 2026 12:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Guido Sanguinetti</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Guido Sanguinetti parte da tre episodi recenti per interrogarsi sui rischi già concreti dell’intelligenza artificiale. Dalla matematica alla cybersicurezza, i sistemi agentici mostrano capacità crescenti proprio nei campi in cui possono verificare automaticamente i propri risultati. Il vero allarme, sostiene Sanguinetti, non è solo la futura superintelligenza, ma una tecnologia già potente, sviluppata in una corsa dominata da interessi economici e geopolitici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/intelligenza-artificiale-umanita-bivio.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/intelligenza-artificiale-umanita-bivio.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tre eventi recenti fanno riflettere in ambito di intelligenza artificiale (IA). È di questi giorni l’annuncio, non senza controversie, che un team di OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, è riuscito a <a href="https://openai.com/index/navier-stokes-solution/" rel="noopener">risolvere</a> uno dei problemi matematici del millennio sull’esistenza di <a href="https://www.scientificamerican.com/article/ai-may-have-just-solved-a-million-dollar-math-problem-the-field-will-never-be-the-same/" rel="noopener">particolari soluzioni</a> dell’equazione di Navier-Stokes usando un sistema di agenti basati su un modello di linguaggio interno all’azienda (non accessibile al pubblico). In agosto, agenti IA della stessa OpenAI sono riusciti a evadere le misure di sicurezza dell’azienda compiendo in autonomia seri atti di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/2026_OpenAI_agent_cyberattacks" rel="noopener">pirateria informatica</a> ai danni di un’altra azienda informatica. Quest’ultimo incidente segue di pochi giorni la pubblicazione di una <a href="https://www.pacingthefrontier.com/" rel="noopener">lettera aperta</a> firmata da oltre mille scienziati e tecnici che lavorano alla frontiera dell’IA, tra cui l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, che sollecitano aziende e governi a fermare lo sviluppo dell’IA prima che si inneschi una spirale incontrollabile e potenzialmente distruttiva.</p>
<p>L’allarme lanciato dagli scienziati statunitensi è diretto soprattutto alle azioni di una futuribile AGI (Artificial General Intelligence), ossia un’intelligenza artificiale con capacità di livello umano in ogni compito intellettuale, e soprattutto di una Superintelligenza che supererebbe le capacità intellettive umane in ogni ambito. L’esistenza e la raggiungibilità dell’AGI e della superintelligenza è, da ormai quasi due decenni, in parte articolo di fede, in parte strumento di marketing per la Silicon Valley. Risultati come la dimostrazione di Navier-Stokes sono le prime avvisaglie di superintelligenza? È difficile dare una risposta, ma, indipendentemente dalla superintelligenza, ci sono fondati motivi per pensare che l’IA possa porre dei gravi pericoli già allo stato attuale.</p>
<p>Facciamo un breve excursus. I progressi più clamorosi dell’IA attuale si sono avuti nell’ambito del linguaggio, e dal linguaggio (sia naturale, sia di programmazione) dipendono tutti i successi e gli incidenti menzionati prima. Come funziona la modellizzazione del linguaggio dell’IA? Essenzialmente, una frase o un testo vengono prima trasformati in una sequenza di numeri; dopodiché, algoritmi di machine learning vengono utilizzati per identificare regolarità statistiche all’interno di queste sequenze. La generazione di nuove frasi avviene campionando da una distribuzione elementare (come una Gaussiana) nello spazio delle sequenze numeriche e trasformando inversamente il risultato in un testo, così da soddisfare le relazioni statistiche presenti all’interno dei testi usati per l’allenamento. Sorprendentemente, con quantità di testi di allenamento sufficientemente grandi, la qualità del linguaggio generato con questo &ldquo;stratagemma&rdquo; risulta essenzialmente indistinguibile dal linguaggio umano. Prove <a href="https://arxiv.org/abs/2001.08361" rel="noopener">empiriche</a> e in parte <a href="https://arxiv.org/abs/2001.08361" rel="noopener">teoriche</a> suggeriscono che la qualità dei testi generati aumenta all’aumentare di tre fattori: quantità di dati di allenamento, risorse computazionali e numero di parametri del modello. Non solo: è stato dimostrato che è possibile prevedere di quanto aumenti la qualità dei testi aumentando i tre fattori. Queste considerazioni sono alla base dell’enorme sforzo in corso per costruire modelli IA sempre più potenti, uno sforzo che ormai ha connotazioni geopolitiche, dove paesi e aziende sono disponibili a ignorare i vasti impatti negativi di questa tecnologia sull’ambiente e sul mondo del lavoro pur di raggiungere per primi l’agognata meta dell’AGI.</p>
<h2 id="la-rivoluzione-agentica">La rivoluzione &ldquo;agentica&rdquo;</h2><p>Questo era lo stato dell’arte fino allo scorso anno: la corsa allo sviluppo di un’IA con capacità simili a quelle umane (essendo addestrata su dati umani), ma non superiori. Allora perché l’allarme attuale?</p>
<p>La preoccupazione deriva dalla possibilità del cosiddetto &ldquo;miglioramento ricorsivo automatico&rdquo; (in inglese <em>recursive self-improvement</em>): introducendo meccanismi per cui le macchine possono imparare l’una dall’altra, si pensa che questo possa innescare una spirale di miglioramenti incontrollabili. L’ingrediente chiave è una tecnica nota come <em>reinforcement learning</em>, o apprendimento per rinforzo: i parametri dell’algoritmo vengono modificati per massimizzare una &ldquo;ricompensa&rdquo; fornita da un ente esterno. Questo meccanismo è già da tempo utilizzato per rimuovere gli eccessi dell’IA (che viene addestrata su dati non filtrati e spesso contenenti le brutture più recondite del web); <a href="https://africanlegalstudies.blog/2026/07/28/upholding-human-dignity-in-the-feed-the-case-of-meta-in-kenya/" rel="noopener">lavoratori</a> sottopagati in paesi in via di sviluppo sono impiegati da aziende quali Meta per valutare i contenuti prodotti, in effetti costituendo l’ente esterno che fornisce la ricompensa. La chiave del &ldquo;miglioramento ricorsivo automatico&rdquo; sta nell’avere diverse intelligenze artificiali (agenti) che interagiscono tra di loro per fornire le ricompense dell’apprendimento per rinforzo. Questo tipo di IA viene chiamata &ldquo;agentica&rdquo; proprio perché di norma coinvolge la collaborazione di diversi agenti di IA.</p>
<p>L’IA agentica può raggiungere la superintelligenza? Difficile a dirsi, anche perché non abbiamo realmente criteri oggettivi per definire l’intelligenza, figuriamoci la superintelligenza. In molti campi, la validazione umana resta imprescindibile, per cui risulta difficile immaginare un IA agentica che sorpassa significativamente le capacità umane (anche se è assolutamente possibile immaginarsi che le eguagli, con evidenti implicazioni per la società).</p>
<p>Esistono però campi in cui la ricompensa dell’apprendimento per rinforzo può essere ottenuta in modo relativamente facile. L’esempio principe è la matematica: esistono linguaggi di programmazione formale (l’esempio più conosciuto è <a href="https://lean-lang.org/" rel="noopener">LEAN</a>) che trascrivono dimostrazioni matematiche in una serie di passaggi logici che possono essere verificati <a href="https://arxiv.org/abs/2603.15437" rel="noopener">automaticamente</a>. Recentemente, l’IA ha appreso LEAN e pertanto quello che era uno sforzo tecnico immane per un umano è diventato un compito ripetitivo e meccanico per l’IA.</p>
<p>Questo approccio è alla base del risultato che ha risolto il problema del millennio delle equazioni di Navier-Stokes. Peraltro, non si può nemmeno dire che questo risultato contribuisca significativamente al sapere umano: sappiamo che una certa proprietà matematica è verificata, ma non abbiamo una comprensione profonda del perché, che è lo scopo vero della ricerca matematica.</p>
<p>Un altro campo in cui le ricompense del <em>reinforcement learning</em> sono relativamente facili da ottenere è la programmazione informatica: se il programma non funziona, la ricompensa è negativa, mentre se funziona è positiva. Questo spiega l’innegabile utilità dell’IA come supporto per la programmazione, ma anche il fatto che per gli attacchi informatici l’IA rappresenta un supporto formidabile.</p>
<p>In quest’ottica, la soluzione del problema matematico del millennio e l’attacco informatico avvenuto ad agosto, che abbiamo menzionato all’inizio, sono tutti spiegati da campi dove la validazione automatica permette un rapidissimo progresso ad IA agentica. E l’episodio di pirateria informatica commesso da agenti OpenAI in autonomia è un chiaro avviso: l’IA agentica non controllata, o nelle mani sbagliate, può essere un pirata informatico temibilissimo. Situazioni in cui infrastrutture critiche, come ospedali, aziende energetiche, o altro, viene compromessa da un attacco informatico sono fin troppo facili da immaginare, con conseguenze devastanti.</p>
<p>Gli eventi degli ultimi mesi, e le preoccupazioni degli scienziati, sono fondate. L’IA attuale rappresenta già un’arma formidabile nelle mani sbagliate, e lo sviluppo incontrollato di una simile tecnologia, dettato solo da una logica di profitto e preminenza geopolitica, dovrebbe suonare un campanello d’allarme fortissimo per tutti coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità. Speriamo che qualcuno lo senta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I matematici artificiali sono arrivati, li aspettavamo da un secolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/matematici-artificiali-arrivati-li-aspettavamo-secolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/matematici-artificiali-arrivati-li-aspettavamo-secolo/</guid><pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Hykel Hosni</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nel giro di quattro giorni sono arrivate due notizie clamorose dal mondo dell’intelligenza artificiale applicata alla matematica: la formalizzazione completa della dimostrazione dell’“ultimo teorema di Fermat” e la soluzione (attualmente ancora da verificare) di un “problema del millennio” relativo alle equazioni di Navier–Stokes. Molte le reazioni, dall’entusiasmo dei tecno-ottimisti, alla paura dei tecno-pessimisti, fino alla preoccupazione di chi sostiene che l&amp;amp;rsquo;interesse delle compagnie di IA alla soluzione dei grandi problemi aperti eroda gli aspetti culturalmente più rilevanti della ricerca matematica. Sono tutte reazioni comprensibili, e a parere dell&amp;amp;rsquo;autore alcune sono anche molto ben motivate. Eppure, che le macchine contribuiscano in modo decisivo a dimostrare teoremi non dovrebbe sorprendere più di tanto. Per oltre un secolo, una piccola ma molto motivata comunità di matematici, e poi di logici e infine di informatici teorici, ha coltivato proprio questo sogno, oggi diventato realtà grazie al progresso tecnologico e a investimenti senza precedenti. (Illustrazione realizzata con strumenti di intelligenza artificiale generativa).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/matematici-artificiali-arrivati-li-aspettavamo-secolo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/matematici-artificiali-arrivati-li-aspettavamo-secolo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nei primi giorni di settembre 2026, due annunci hanno dato l’impressione che il futuro della matematica fosse arrivato tutto d’un colpo<sup id="fnref:1"><a href="#fn:1" class="footnote-ref" role="doc-noteref">1</a></sup>.</p>
<p>Anthropic ha comunicato che un insieme di agenti Claude ha prodotto la prima dimostrazione completa dell’“ultimo teorema di Fermat” verificata da un computer. Andrew Wiles (con il successivo contributo di Richard Taylor) aveva già risolto il problema negli anni Novanta. Il teorema in questione afferma che non esistono numeri interi positivi che soddisfano l’equazione a<sup>n</sup>+b<sup>n</sup>=c<sup>n</sup> (mentre per n=1 e n=2 tail soluzioni esistono). Il risultato reclamato da Anthropic consiste nel ricostruirlo in modo puramente formale in <em>Lean</em>, uno dei più noti sistemi di dimostrazione interattiva (<em>interactive theorem provers</em>). Per arrivarci, gli agenti di Claude ci hanno messo 11 giorni, generando circa 13 milioni di righe di codice.</p>
<p>Quattro giorni dopo, OpenAI ha annunciato che un sistema costituito da migliaia di agenti ha trovato una costruzione che, secondo OpenAI, trova una risposta a uno dei problemi del millennio formulato dal Clay Mathematics Institute, quello relativo all’esistenza e regolarità delle equazioni di Navier-Stokes. Queste equazioni descrivono il moto di un fluido approssimandolo con un mezzo continuo, piuttosto che ricostruirlo dal movimento delle singole molecole che lo compongono. Questa approssimazione si è rilevata molto robusta e le equazioni vengono usate per progettare aerei, formulare previsioni meteorologiche o studiare il moto di fiumi o del flusso sanguigno. Tuttavia, non è mai stato dimostrato che esistano soluzioni “regolari” per qualsiasi valore della velocità iniziale del fluido e della forza a cui esso è sottoposto – due delle componenti che definiscono le equazioni. Per regolari, si intendono soluzioni in cui la velocità non tende all’infinito in un tempo finito. Visto che questo fenomeno non è mai stato osservato in nessun fluido, se questo accadesse segnalerebbe che l’approssimazione al continuo non è sempre valida. OpenAI ha pubblicato un articolo di 166 pagine e una formalizzazione in Lean, ma le verifiche indipendenti sono ancora in corso.</p>
<p>Pur facendo entrambi un uso centrale di Lean, i risultati presentano una differenza importante. Nel caso di Fermat, il problema era chiuso da tre decenni e la macchina si è limitata, per così dire, a svolgere un’enorme opera di ricostruzione formale. Nel caso di Navier–Stokes, invece, si potrebbe sostenere che la macchina abbia concorso alla scoperta della risposta al problema, oltre a contribuire alla sua certificazione. Tuttavia, in entrambi i casi si trova una dimostrazione formale elaborata e verificata meccanicamente.</p>
<p>Una delle ragioni per cui le notizie sono state accompagnate da un profluvio di reazioni è certamente il posto che la matematica occupa nell’immaginario comune. Una macchina che classifica immagini può essere utile, e una che produce musica gradevole può risultare inquietante. Ma una macchina che dimostra problemi aperti in matematica entra di prepotenza nel territorio marcato da un tipo di intelligenza che è distribuita con parsimonia tra gli umani.<sup id="fnref:2"><a href="#fn:2" class="footnote-ref" role="doc-noteref">2</a></sup></p>
<p>Eppure, dimostrazioni generate, assistite o controllate da macchine non sono certo appannaggio degli ultimi, costosissimi, modelli di OpenAI o Anthropic. Sono l’esito, per certi aspetti tardivo, di un progetto iniziato prima che esistessero i calcolatori elettronici. Buona parte della logica matematica contemporanea è nata esattamente per trasformare dimostrazioni matematiche guidate dall’intuizione umana, in oggetti formali in cui l’intuizione non aveva più alcun ruolo, e quindi suscettibili di controllo meccanico. Vista in questa prospettiva più lunga, la notizia assume un tono diverso: entro i limiti assoluti stabiliti negli anni 30 del Novecento da Kurt Gödel e Alan Turing, una parte di un programma di ricerca lungo un secolo sembra finalmente avviarsi verso il raggiungimento di risultati concreti. La questione interessante è capire quale parte.</p>
<h2 id="il-sogno-di-un-motore-per-le-dimostrazioni">Il sogno di un motore per le dimostrazioni</h2><p>Per gran parte della storia della matematica, la dimostrazione aveva lo scopo di convincere (sé stessi, e poi gli altri) della correttezza della propria argomentazione, e in particolare della sua conclusione – ciò che comunemente chiamiamo <em>teorema</em>. Si trattava tuttavia di un argomento elaborato per la fruizione dei pari. Euclide, tra i primi a prendere le dimostrazioni sul serio, non registrava tutti i singoli passaggi della propria argomentazione, ma si fermava lì dove riteneva il livello di dettaglio sufficiente affinché i suoi lettori potessero capire <em>perché</em> l’argomento funzionasse. La quasi totalità delle dimostrazioni matematiche ha ancora questo stile.</p>
<p>Fanno eccezione le dimostrazioni <em>formali</em>, elaborate all’interno di quell’area particolare della matematica che studia, ehm, le dimostrazioni matematiche. Si tratta dell’area della logica oggi nota come <em>teoria della dimostrazione</em>, le cui premesse si svilupparono tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con l’obiettivo di purgare l’argomentazione matematica dalla sua dipendenza dall’intuizione di chi la legge. Gottlob Frege ideò un linguaggio formale nel quale la struttura logica di un’inferenza potesse essere scritta esplicitamente. Bertrand Russell e Alfred North Whitehead, sviluppando idee molto feconde di Giuseppe Peano, concretizzarono l’ambizione nei tre monumentali volumi dei <em>Principia Mathematica</em> (1910–1913). La scommessa era che la matematica (cosiddetta pura) potesse essere definita mediante un numero molto ridotto di concetti logici e derivata da un insieme altrettanto ristretto di principi logici.<sup id="fnref:3"><a href="#fn:3" class="footnote-ref" role="doc-noteref">3</a></sup></p>
<p>Lo scopo, che ai più sembrava bizzarro, fu ampiamente frainteso. Notevole il disprezzo per la “logistique” espresso da Poincaré, che retoricamente si chiedeva quante equazioni sarebbero servite a Russell e Whitehead per dimostrare un “vero teorema” visto che gliene servivano 27 per asserire che 1 è un numero. Anche i giganti prendono cantonate. Il punto non era dimostrare “meglio” i teoremi, ma renderne completamente esplicito ogni passaggio. In una dimostrazione informale - quelle che si trovano nei libri di testo dalle superiori in su - contenuto matematico e inferenza logica si presentano intrecciati. Chi legge forma un’intuizione su cerchi, numeri primi o funzioni mentre completa implicitamente i passaggi mancanti. (Si tratta questa di una fonte inesauribile di frustrazione per chi studia su libri che non dedicano abbastanza spazio all’idea della dimostrazione.) Una dimostrazione <em>formale</em> invece separa le mosse inferenziali consentite dalla logica, dal contenuto matematico a cui vengono applicate. Questa separazione richiede la definizione rigorosa di una sintassi in cui sono costruiti gli <em>assiomi</em> e le <em>regole di inferenza</em>. I primi forniscono i punti di partenza, mentre le seconde specificano esattamente i passi inferenziali ammissibili, e cioè quali espressioni formali seguono da quali altre. Così formulata, una dimostrazione è una sequenza finita di passi, ognuno dei quali è univocamente giustificato dalle regole del sistema. Russell e Whitehead ragionavano così mezzo secolo prima che venisse costruito un computer, e senza saperlo contribuivano a precisare ciò di cui un verificatore automatico di dimostrazioni avrebbe avuto bisogno.</p>
<p>David Hilbert dette al progetto un impulso decisivo, in parte dovuto anche alla sua statura matematica, suggerendo che gli stessi sistemi formali dovessero essere trattati come oggetti matematici. La retorica di Hilbert non nascondeva la grandiosità del progetto. Nel suo <em>Pensiero assiomatico</em> del 1918 scriveva che “tutto ciò che può essere oggetto del pensiero scientifico […] approda al metodo assiomatico”. Suggeriva che lo stesso concetto di dimostrazione matematica diventasse oggetto d’indagine, così come in fisica si studiano gli strumenti e non ci si limita a usarli. Fece una lista di domande che si sono rivelate centrali allo sviluppo della matematica computazionale, tra cui: Il risultato di una dimostrazione può essere verificato? Esiste un criterio per la semplicità di una dimostrazione? Un problema matematico può essere deciso mediante un numero finito di operazioni?<sup id="fnref:4"><a href="#fn:4" class="footnote-ref" role="doc-noteref">4</a></sup></p>
<p>Per cogliere la rilevanza di queste idee per la dimostrazione automatica è utile pensare ad assiomatizzazione, formalizzazione e automazione come distinte ma collegate in questo modo. L’assiomatizzazione individua le assunzioni matematicamente interessanti e licenzia le loro conseguenze puramente logiche. La formalizzazione codifica linguaggio e inferenze con precisione sufficiente a rendere superflua qualsiasi forma di comprensione o intuizione da parte di chi verifica la dimostrazione. L’automazione affida a una macchina il (o una parte del) lavoro che ne deriva. L’assiomatizzazione è necessaria alla formalizzazione che a sua volta rende possibile l’automazione.</p>
<h2 id="il-contributo-di-turing">Il contributo di Turing</h2><p>Prima di Alan Turing, gli algoritmi si presentavano in forma concreta, per risolvere cioè problemi specifici come, per esempio, il calcolo del minimo comune multiplo tra due numeri. Ciò che accomunava i diversi algoritmi sembrava intuitivamente chiaro: procedono per passi discreti; ogni passo determina univocamente il successivo; una volta avviata la procedura, non occorre più alcuna comprensione di quello che si sta facendo.</p>
<p>Nel 1936, Alan Turing aveva però bisogno di una definizione rigorosa, perché si era chiesto se esistessero problemi <em>non</em> risolvibili algoritmicamente. Per formulare il problema propose di identificare una qualsiasi “procedura meccanica” con un dispositivo immaginario dotato di un nastro suddiviso in celle, una testina capace di leggere o scrivere un simbolo, un elenco finito di stati interni e regole che indicavano quale operazione eseguire. Oggi la chiamiamo <em>Macchina di Turing</em>. La sua forza è per così dire nella sua austerità, ottenuta riducendo all’essenziale ogni singola azione che secondo Turing caratterizzava l’attività umana del computare. Congetturò che mettendo insieme una serie arbitrariamente lunga di queste operazioni elementari si poteva realizzare qualsiasi procedura meccanica.</p>
<p>Turing rese universale l’idea concreta di algoritmo. Invece di costruire un dispositivo per l’addizione, un altro per l’algebra e un altro ancora per la logica, pensò che si potesse collocare sul nastro della macchina universale la descrizione di una macchina specializzata. Le istruzioni diventavano dunque dati. Poiché una dimostrazione formale è una sequenza di passi governati da regole e la macchina di Turing catturava il significato di un processo formale governato da regole, in linea di principio, una macchina di Turing poteva enumerare le dimostrazioni, cercare fra esse e controllarne una proposta.</p>
<h2 id="i-primi-risultati">I primi risultati</h2><p>A metà degli anni Cinquanta, Allen Newell, Herbert Simon e Cliff Shaw costruirono il <em>Logic Theorist</em>, un programma che cercava dimostrazioni di proposizioni tratte dai <em>Principia Mathematica</em>, trasformando strutture simboliche secondo regole logiche. In ogni momento erano disponibili molte mosse lecite, ma pochissime conducevano in modo relativamente diretto al teorema. Il programma impiegava quindi euristiche per scegliere i percorsi promettenti.<sup id="fnref:5"><a href="#fn:5" class="footnote-ref" role="doc-noteref">5</a></sup> Poco dopo, ma con un approccio molto diverso, Hao Wang ottenne un risultato sbalorditivo per i tempi. I suoi programmi furono infatti capaci di dimostrare quasi quattrocento teoremi logici dei <em>Principia</em>, con tempi dell’ordine di pochi minuti. Era il 1956.</p>
<p>È interessante notare come <em>Logic Theorist</em> contenesse già l’architettura di base degli odierni sistemi di dimostrazione automatica, tra cui un generatore che propone la mossa successiva e un sistema formale che rifiuta le mosse illegali. I progressi tecnologici dell’ultimo decennio hanno migliorato incredibilmente l’efficacia di queste componenti, ma queste sono presenti da almeno settant’anni.</p>
<h2 id="la-nicchia-in-cui-è-nato-lean">La nicchia in cui è nato Lean</h2><p><em>Logic Theorist</em> rappresentava uno dei due filoni in cui l’idea di meccanizzare le dimostrazioni si sarebbe successivamente sviluppata. Nella <em>dimostrazione automatica</em> si chiede al software di trovare una dimostrazione per un’asserzione data. Nella <em>dimostrazione interattiva</em> si pone invece l’accento sulla costruzione guidata e sulla verifica del risultato. Qui il software “chiede” che ogni affermazione sia sostenuta da definizioni, teoremi precedenti e assiomi. Tuttavia, la distinzione tra dimostratori automatici e interattivi è diventata col tempo molto sfumata. Dall’Automath di Nicolaas de Bruijn negli anni Sessanta a sistemi come LCF, Coq, HOL e Isabelle, i progettisti hanno sperimentato combinazioni diverse di linguaggi formali espressivi, guida umana, ricerca automatica e grandi librerie di teoremi. Lean si sviluppa in questo ambiente. In una descrizione del sistema pubblicata nel 2015, Leonardo de Moura e i suoi collaboratori lo presentarono come un “dimostratore di teoremi open source progettato esplicitamente per colmare la distanza fra dimostrazione automatica e interattiva”.<sup id="fnref:6"><a href="#fn:6" class="footnote-ref" role="doc-noteref">6</a></sup></p>
<p>Nella notizia relativa al teorema di Fermat, Lean è stato il linguaggio in cui è stata formalizzata la dimostrazione del teorema, l’ambiente di lavoro in cui è stata riprodotta e il verificatore finale che ne ha certificato la correttezza. Nel problema del millennio su Navier–Stokes, OpenAI riferisce che i suoi agenti sono arrivati prima alla costruzione analitica del risultato, la cui formalizzazione e verifica in Lean hanno richiesto 17 ore. Lean non viene dunque indicato come l’origine della costruzione, ma ha fornito una seconda rappresentazione esplicita dell’argomento e prodotto un certificato di validità che altri possono replicare in modo indipendente.</p>
<h2 id="e-il-teorema-di-gödel">E il teorema di Gödel?</h2><p>Se pensiamo a questi successi dei sistemi di IA come alla realizzazione delle ambizioni di Hilbert, non possiamo non chiederci quale significato dà questo nuovo contesto ai celebri teoremi di Gödel.</p>
<p>Rispondendo direttamente a un problema sollevato da Hilbert, nel 1931 Kurt Gödel mostrò che i sistemi formali abbastanza ricchi per esprimere l’aritmetica elementare non possono essere al tempo stesso coerenti (cioè incapaci di dimostrare contraddizioni) e completi (cioè capaci di dimostrare tutte le cose vere). In un sistema coerente di questo tipo esistono quindi enunciati aritmetici veri che non possono essere dimostrati con i mezzi del sistema. Colpendo ciò che più stava a cuore a Hilbert, Gödel dimostrò inoltre che un sistema del genere, se coerente, non può dimostrare la propria coerenza.<sup id="fnref:7"><a href="#fn:7" class="footnote-ref" role="doc-noteref">7</a></sup></p>
<p>Si tratta di un limite invalicabile per ogni sistema formale per la matematica, ma non di un divieto di costruire verificatori e dimostratori utili. Al contrario, le notizie di questo settembre ci dicono non soltanto che le macchine possono verificare teoremi “difficili” (cosa che non è impedita dai teoremi di Gödel) ma che le macchine possono anche (contribuire a) dimostrarli. Mentre i teoremi di Gödel asseriscono qualcosa di universale, gli assistenti alla dimostrazione lavorano in uno spazio delimitato. Questo può richiedere un numero esorbitante di passi inferenziali, ed è qui che i progressi tecnologici dell’ultimo decennio fanno la differenza. Gödel, dunque, non ha reso impossibile l’arrivo dei matematici artificiali. I suoi risultati hanno stabilito che nessun dimostratore fissato una volta per tutte coincide con la matematica stessa, ma localmente, dentro i sistemi formali, e &ldquo;fra un sistema e l’altro&rdquo;, rimane un territorio che è oggi sembra essere ampiamente alla portata delle macchine.</p>
<h2 id="cosa-resta-a-chi-fa-ricerca-matematica">Cosa resta a chi fa ricerca matematica?</h2><p>È ovviamente molto difficile capire l’impatto di questi (e presumibilmente i futuri) risultati nella pratica matematica di tutti i giorni. In modo preliminare è tuttavia utile distinguere due aspetti che tipicamente coesistono in una dimostrazione degna di nota.</p>
<p>Il primo ha a che fare con l’<em>intuizione matematica</em>. È questa che fa trovare una definizione feconda, riconoscere una regolarità, o capire che un problema o una tecnica possono essere trasferiti da un campo a un altro. L’intuizione fornisce l’idea attorno alla quale una dimostrazione può articolarsi. Il secondo ha a che fare con la <em>competenza tecnica</em>. Si tratta di ciò che permette di mettere quell’idea a frutto sviluppandone le conseguenze e colmando le lacune. La competenza tecnica trasforma un’intuizione promettente in una dimostrazione valida.</p>
<p>I due aspetti non sono in conflitto, tutt’altro. Le dimostrazioni sono tanto più apprezzate quanto sono capaci di spiegare l’idea, anziché seppellirla sotto una colata di formule. La distinzione chiarisce anche alcuni aspetti dei due annunci di settembre. A prima vista, la formalizzazione di Fermat è un trionfo della competenza tecnica. Gli agenti Claude non hanno sostituito le idee di Wiles, ma le hanno ricostruite con un dettaglio inimmaginabile per qualsiasi essere umano. Eppure, persino questo lavoro meccanico richiede di decidere come suddividere il problema, quali teoremi intermedi dimostrare e come esprimere la matematica consueta nelle librerie utilizzabili da Lean.</p>
<p>Il risultato su Navier–Stokes attraversa la linea che separa tecnica e intuizione nella direzione opposta. Secondo il resoconto di OpenAI, gruppi di agenti hanno esplorato approcci, scambiato risultati intermedi utili e infine elaborato una costruzione del controesempio cercato. Lean sembrerebbe invece aver svolto una funzione di <em>auditing</em>: non è stato, secondo il resoconto pubblicato, la fonte dell’idea, ma il linguaggio nel quale le sue conseguenze logiche sono state rese esplicite e controllate.</p>
<p>Il feedback fra generazione e verifica altera l’immagine secondo cui gli esseri umani producono idee matematiche che le macchine poi si limitano a controllare. Un sistema che genera dimostrazioni può usare un verificatore come una persona che fa matematica usa la lavagna. La verifica può così diventare parte dell’idea.</p>
<h2 id="da-strumento-a-collega">Da strumento a collega</h2><p>Alan Turing anticipò questo argomento quando i calcolatori elettronici programmabili muovevano i primi, incerti passi. In una lezione del 1947 immagina le persone al lavoro con l’allora avveniristico <em>Automatic Computing Engine</em> nei ruoli di “padroni” e “servitori”. I padroni avrebbero ideato tavole di istruzioni sempre più profonde mentre i servitori avrebbero inserito le schede, riparato i guasti e fornito i dati. Turing intuì che il calcolatore avrebbe gradualmente assunto entrambi i ruoli, non appena le relative tecniche fossero diventate sufficientemente formalizzate e i problemi di memoria (<em>storage</em>) fossero stati risolti efficacemente.</p>
<p>Riguardo al rapporto tra persone e macchine impegnate nella risoluzione di un problema matematico, Turing osserva che l’intenzione originaria fosse “trattarli come schiavi”, assegnando ai calcolatori soltanto compiti il cui funzionamento l’essere umano di turno comprendeva completamente, ma trovava troppo noiosi e ripetitivi per meritare il suo lavoro. Ma Turing si chiede se le macchine dovessero essere impiegate sempre in quel modo. Chiede allora al suo pubblico di supporre che una macchina possa modificare le proprie istruzioni, migliorare con l’esperienza e compiere progressi che il progettista non aveva previsto. In quel caso, suggerisce Turing, il calcolatore assomiglierebbe a un allievo che ha imparato dal maestro, e che poi ha aggiunto qualcosa con il proprio lavoro. Turing continua chiedendo che alle macchine sia concesso un “fair play”: anche gli esseri umani commettono errori quando sperimentano tecniche nuove, e la fallibilità non dovrebbe quindi escludere una macchina dall’intelligenza.<sup id="fnref:8"><a href="#fn:8" class="footnote-ref" role="doc-noteref">8</a></sup></p>
<p>Nel 2017, Sven Delarivière e Bart Van Kerkhove hanno dato un nome efficace a questa possibilità. Il loro “matematico artificiale” (artificial mathematician) non era semplicemente un software impiegato all’interno di una dimostrazione. Era un possibile partecipante alla pratica matematica: “non soltanto come metodo d’indagine, ma come collega d’indagine”.<sup id="fnref:9"><a href="#fn:9" class="footnote-ref" role="doc-noteref">9</a></sup> Sostenevano che l’obiezione centrale alla realizzazione dei matematici artificiali non consistesse nella fallibilità dei computer o nella lunghezza eccessiva delle loro dimostrazioni. Come notava Turing settant’anni prima, anche i matematici sbagliano, dipendono dalle affermazioni altrui e spesso dedicano anni a lavori che soltanto pochi specialisti sono in grado di capire e controllare. L’obiezione più profonda era che le macchine manipolassero simboli senza comprenderli. Delarivière e Van Kerkhove ipotizzavano che il progresso richiedesse sistemi distribuiti di agenti specializzati capaci di competere, cooperare, riconoscere schemi, rivedere tentativi parziali e imparare dall’esperienza. La somiglianza con gli agenti di Claude e OpenAI che hanno fatto notizia in questi giorni è evidente.</p>
<h2 id="spostare-lasticella-sempre-un-po-più-in-su">Spostare l’asticella sempre un po’ più in su</h2><p>Dopo i successi degli anni Cinquanta, la domanda sull’esistenza dei matematici artificiali è stata formulata chiedendo se un computer potesse produrre dimostrazioni rilevanti per la ricerca e la pratica matematica che gli esseri umani non avessero già elaborato. Dopo l’esempio del teorema dei quattro colori dimostrato a metà degli anni Settanta, le risposte non sembravano arrivare con la frequenza sperata. Oggi non è più così, o almeno esistono candidati molto seri.</p>
<p>È verosimile che sposteremo presto l’asticella ancora un po’ più in su, aspettandoci che le macchine sappiano aiutarci a (o sappiano autonomamente) individuare un problema interessante, o valutare la fecondità di una direzione di ricerca.</p>
<p>Inevitabilmente sono domande che intersecano il concetto di autorialità, che già emergono e causano molte reazioni sui due casi qui considerati. La formalizzazione di Fermat dipende non solo da secoli di teoria dei numeri difficilmente attribuibili, e dal lavoro originale di Wiles e Taylor, ma anche dalle esposizioni successive che ne sono state fatte negli ultimi tre decenni, da tutto il lavoro che ha portato a Lean, dal lavoro che ha portato a Mathlib, dalla piattaforma che ha coordinato gli agenti e da molti altri fattori. Stessa cosa per il problema su Navier–Stokes. Se verificato, a chi dovrebbe essere assegnato il milione di dollari messo in palio dal Clay Institute? Come anticipato da Turing, potrebbe non esistere affatto <em>il</em> punto in cui l’ingegno umano consegna il suo prodotto finito all’azione meccanica.</p>
<h2 id="hume-vindicatus">Hume <em>vindicatus</em></h2><p>I successi annunciati da Anthropic e OpenAI possono dunque essere letti in molti modi. Visti attraverso la lunga storia delle idee da cui si sono originati, è plausibile che il loro effetto sia quello di alzare di un bel po’ l’asticella. Se riusciamo a farci assistere efficacemente dai sistemi di intelligenza artificiale per formalizzare, stabilire e verificare risultati matematici “seri”, allora l’avanzamento della conoscenza matematica sarà sempre più legato alla scelta e alla formulazione dei problemi, cioè alla congettura e al ragionamento plausibile guidati dall’intuito matematico. Non a caso, si tratta di quella parte di attività matematica che la dimostrazione formale espunge programmaticamente dal suo orizzonte. Ma le osservazioni di Turing sul rapporto padrone-servitore ci mettono in guardia dal ritenere che si tratti di compiti perennemente inaccessibili alle macchine. In questo senso, i risultati di Anthropic e OpenAI mostrano che il confine tra idea e tecnica è già sufficientemente poroso da permettere alle macchine di attraversarlo in entrambe le direzioni.</p>
<p>Ora, se la macchina si affranca dal suo ruolo di servitrice tecnica per conquistare quello di padrona dell’idea matematica, si potrebbe concludere che di matematiche e matematici in carne e ossa ci sarà sempre meno bisogno. Può darsi. Tuttavia, trovo più interessante un’altra interpretazione dei fatti anticipata nel 2024 da Gabriele Lolli in <em>La creatività in matematica</em>. Ribaltando completamente il punto di vista, Lolli osservava che la collaborazione tra logica [e] probabilità […] che si materializza con la dimostrazione interattiva “introduce un elemento veramente nuovo nella matematica e più in generale nella concezione della razionalità. Il carattere essenzialmente probabilistico, ma altamente affidabile (quanto si vuole), delle prove prodotte dalle nuove tecniche manifesta in modo evidente la natura semplicemente non sovrumana della conoscenza matematica, come di ogni altra forma di conoscenza: Hume <em>vindicatus</em>.”</p>
<h4 id="suggerimenti-bibliografici"><strong>Suggerimenti bibliografici</strong></h4><ul>
<li>Kevin Hartnett, <em>The Proof in the Code: How a Truth Machine Is Transforming Math and AI</em> (Quanta Books, 2026). Ricostruzione molto dettagliata, a tratti avvincente, della storia di Lean e della comunità che ha portato la dimostrazione verificata da computer nel cuore della matematica contemporanea.</li>
<li>Gabriele Lolli, <em>Matematica in movimento. Come cambiano le dimostrazioni</em> (Bollati Boringhieri, 2022). Una riflessione matematica, storica e filosofica sull’evoluzione delle forme della dimostrazione matematica.</li>
<li>Gabriele Lolli, <em>La creatività in matematica</em> (Bollati Boringhieri, 2024). Una riflessione sulla scoperta, sull’invenzione e sulla creatività nella pratica matematica che abbraccia tanto il rapporto della matematica con la letteratura, quanto quello della matematica con le macchine.</li>
<li>Giuseppe Primiero, <a href="https://academic.oup.com/book/36767" rel="noopener"><em>On the Foundations of Computing</em></a> (Oxford University Press, 2019). Presentazione accademica di taglio storico e concettuale della computazione come pratica matematica, ingegneristica e sperimentale.</li>
</ul>
<div class="footnotes" role="doc-endnotes">
<hr>
<ol>
<li id="fn:1">
<p>OpenAI, “On the Navier–Stokes Millennium Prize Problem”, 8 settembre 2026, e <em>Finite Time Blowup for Navier–Stokes</em>, 2026; Charles L. Fefferman, “Existence and Smoothness of the Navier–Stokes Equation”, formulazione ufficiale del Millennium Prize Problem; Anthropic, “Formalizing Fermat’s Last Theorem”, 4 settembre 2026. Si tratta di risultati appena annunciati. Il risultato di OpenAI riguarda esplicitamente le alternative (C) e (D) della formulazione ufficiale, cioè il caso con forzante esterna liscia. Al 12 settembre 2026, la pagina dedicata a Navier–Stokes del Clay Mathematics Institute continuava a classificare il problema fra quelli non risolti; la formulazione adottata nel testo distingue quindi la tesi proposta e la sua verifica formale dall’accettazione indipendente.&#160;<a href="#fnref:1" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:2">
<p>Su questo punto un numero importante di medaglie Fields guidate da Terry Tao si è espressa in modo molto critico attraverso la dichiarazione “A Severe Misalignment of AI in Mathematics”. I firmatari sostengono che l’uso della soluzione di problemi matematici aperti come <em>benchmark</em> per i sistemi di IA (e per il loro marketing) è incompatibile con alcuni degli obiettivi fondamentali della comunità matematica: la comprensione concettuale, lo sviluppo e la trasmissione di nuovi metodi, la formazione e la corretta attribuzione del lavoro precedente. In particolare, richiama l’attenzione sul rischio che soluzioni prodotte e annunciate a grande velocità non lascino il tempo necessario per l’esposizione, la verifica, l’individuazione delle idee nuove e la loro integrazione nel sapere matematico condiviso.&#160;<a href="#fnref:2" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:3">
<p>Bertrand Russell, “Mathematical Logic as Based on the Theory of Types” (1908), in Jean van Heijenoort, a cura di, <em>From Frege to Gödel: A Source Book in Mathematical Logic, 1879–1931</em> (Harvard University Press, 2002), pp. 152–182.&#160;<a href="#fnref:3" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:4">
<p>David Hilbert, “Axiomatic Thinking” (1918), traduzione inglese in <em>Philosophia Mathematica</em>, s1-7, nn. 1–2 (1970), pp. 1–12.&#160;<a href="#fnref:4" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:5">
<p>Allen Newell, J. C. Shaw e Herbert A. Simon, “Empirical Explorations with the Logic Theory Machine: A Case Study in Heuristics”, <em>Proceedings of the Western Joint Computer Conference</em> (1957), pp. 218–230; Hao Wang, “Toward Mechanical Mathematics”, <em>IBM Journal of Research and Development</em> 4, n. 1 (1960), pp. 2–22.&#160;<a href="#fnref:5" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:6">
<p>Leonardo de Moura, Soonho Kong, Jeremy Avigad, Floris van Doorn e Jakob von Raumer, “The Lean Theorem Prover (System Description)”, in <em>Automated Deduction — CADE-25</em>, Lecture Notes in Computer Science 9195 (Springer, 2015), pp. 378–388.&#160;<a href="#fnref:6" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:7">
<p>Kurt Gödel, “On Formally Undecidable Propositions of <em>Principia Mathematica</em> and Related Systems I” (1931), in Jean van Heijenoort, a cura di, <em>From Frege to Gödel: A Source Book in Mathematical Logic, 1879–1931</em> (Harvard University Press, 2002), pp. 596–616.&#160;<a href="#fnref:7" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:8">
<p>Alan M. Turing, “Lecture to the London Mathematical Society on 20 February 1947”, in <em>The Collected Works of A. M. Turing: Mechanical Intelligence</em>, a cura di D. C. Ince (North-Holland, 1992).&#160;<a href="#fnref:8" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
<li id="fn:9">
<p>Sven Delarivière e Bart Van Kerkhove, “The ‘Artificial Mathematician’ Objection: Exploring the (Im)possibility of Automating Mathematical Understanding”, in Bharath Sriraman, a cura di, <em>Humanizing Mathematics and Its Philosophy</em> (Birkhäuser/Springer, 2017), pp. 173–198.&#160;<a href="#fnref:9" class="footnote-backref" role="doc-backlink">&#x21a9;&#xfe0e;</a></p>
</li>
</ol>
</div>
]]></content:encoded></item><item><title>Smettere di fumare: quanto è accessibile l’aiuto?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/smettere-fumare-quanto-accessibile-aiuto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/smettere-fumare-quanto-accessibile-aiuto/</guid><pubDate>Mon, 14 Sep 2026 07:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Antonio Piazzolla</dc:creator><category>salute</category><description>I Centri Antifumo rappresentano un riferimento specialistico per chi vuole smettere di fumare. Intanto la gratuità della citisina assicurata dal SSN rafforza ulteriormente il loro ruolo e rende attuale la domanda su come i percorsi di cessazione siano distribuiti sul territorio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/smettere-fumare-quanto-accessibile-aiuto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/smettere-fumare-quanto-accessibile-aiuto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Smettere di fumare è una decisione individuale, ma riuscire a farlo non dipende necessariamente soltanto dalla forza di volontà. Esistono percorsi specialistici che combinano supporto psicologico e trattamento farmacologico e che possono accompagnare il fumatore durante la cessazione.</p>
<p>In Italia il principale riferimento territoriale è rappresentato dai Centri Antifumo, strutture appartenenti al Servizio sanitario nazionale, alla Lega italiana per la lotta contro i tumori o al privato sociale. La domanda diventa allora un’altra: quali differenze territoriali possono incontrare, oggi, le persone che cercano un percorso specialistico per smettere di fumare?</p>
<h2 id="una-rete-in-continuo-aggiornamento">Una rete in continuo aggiornamento</h2><p>L’Istituto superiore di sanità censisce e aggiorna dal 2000 la rete dei Centri Antifumo, raccogliendo informazioni sui servizi, sull’offerta assistenziale e sulle modalità di accesso. La <a href="https://www.iss.it/-/strumenti-di-riferimento-26/s1-guida-ai-servizi-territoriali-per-la-cessazione-dal-fumo-di-tabacco-aggiornamento-maggio-2026-.-a-cura-di-chiara-alessio-graziella-lanzillotta-piergiorgio-massaccesi-guido-mortali-giulia-rosso" rel="noopener">rilevazione</a> conclusa nel maggio 2026 registrava 209 Centri Antifumo, rispetto ai 223 della precedente rilevazione.</p>
<p>Il Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS ha però precisato che la rilevazione è in continuo aggiornamento, che la <a href="https://smettodifumare.iss.it/centri-antifumo" rel="noopener">piattaforma</a> viene alimentata spontaneamente dai Centri stessi e che l’inserimento del servizio non è obbligatorio. Al momento della risposta dell’ISS risultano presenti sulla piattaforma 226 Centri. Per questo i dati disponibili consentono di descrivere la distribuzione dei servizi censiti e aggiornati, ma non permettono, da soli, di attribuire le variazioni osservate a specifiche cause. La mappatura, inoltre, non rappresenta necessariamente la totalità dei Centri effettivamente presenti sul territorio nazionale, ma una fotografia dei servizi presenti nella banca dati e che hanno aggiornato le proprie informazioni.</p>
<h2 id="cosa-offre-un-centro-antifumo">Cosa offre un Centro Antifumo?</h2><p>I Centri non propongono un unico modello di intervento; i percorsi, infatti, sono generalmente integrati e possono combinare <a href="https://smettodifumare.iss.it/guida-smettere-fumare/scopri-i-centri-anti-fumo/" rel="noopener">terapie farmacologiche con interventi psicologici</a> individuali o di gruppo, counselling, interventi psicoeducativi e psicoterapia. A occuparsene sono diverse figure professionali, tra cui medici, psicologi e infermieri. La mappatura dell’ISS raccoglie, per i Centri censiti, informazioni su dati anagrafici, offerta assistenziale e modalità di accesso. Questi elementi possono differire tra i servizi e sono consultabili nelle relative schede.</p>
<p>Il numero e la localizzazione dei Centri, da soli, non consentono di misurare in modo completo l’accessibilità effettiva dei percorsi. Per valutarla servirebbero dati ulteriori, per esempio su distanze, tempi e modalità di accesso e capacità dei servizi. L’analisi riguarda quindi la distribuzione e l’organizzazione della rete, non la qualità professionale dell’attività svolta dai singoli Centri o dai loro operatori. Per capire come questi percorsi funzionino concretamente, abbiamo rivolto a professionisti di tre servizi pubblici di Roma, Napoli e Milano le stesse domande: «Come avviene concretamente l’accesso ai vostri Centri Antifumo e quali sono oggi le principali esigenze manifestate dalle persone che si rivolgono al servizio?» e «Le recenti novità relative ai trattamenti farmacologici per la cessazione, compresa la citisina, hanno prodotto cambiamenti nell’attività dei Centri? Più in generale, ci sono esigenze o aspetti organizzativi che, secondo la vostra esperienza, sarebbe utile affrontare per migliorare ulteriormente l’assistenza offerta alle persone che vogliono smettere di fumare?».</p>
<p>Alessio Picello, dirigente medico psichiatra della ASL Roma 1 con incarico di alta specializzazione sulle nuove dipendenze, risponde: «I Centri Antifumo della UOC Dipendenza sono attivi presso i SerD di salita della Marcigliana 57 e di via dei Riari 48. L’accesso è diretto, senza necessità di prescrizione medica. Il percorso è multidisciplinare: dopo una prima accoglienza infermieristica, la persona viene valutata dallo psicologo, con colloqui individuali motivazionali e possibilità di partecipazione a gruppi di supporto; è inoltre prevista la valutazione medica, con eventuale impostazione della terapia farmacologica e successivi controlli». </p>
<p>Picello aggiunge: «Nel 2026, il Centro di Marcigliana ha seguito 80 persone, di cui 51 nuovi accessi e 29 già in carico; il Centro di Riari 34 persone, di cui 29 nuovi accessi e 5 già in carico. Un elemento che emerge con particolare chiarezza è la distanza temporale tra l’inizio dell’abitudine al fumo e il primo contatto con il servizio. Nei due Centri l’età media di primo uso si colloca intorno ai 16-17 anni, mentre il primo accesso avviene in gran parte dopo i 45 anni. Questo sottolinea la necessità di intercettare i fumatori più precocemente, evitando che una dipendenza iniziata in adolescenza arrivi all’attenzione dei servizi solo dopo molti anni. Un’altra criticità è la scarsa conoscenza dei Centri Antifumo: molte persone non sanno che esistono servizi pubblici dedicati alla cessazione, con accesso diretto e con un percorso strutturato che integra supporto psicologico e trattamento medico».</p>
<p>Alla stessa domanda, Anita Rubino, direttrice facente funzioni del Dipartimento Dipendenze della ASL Napoli 1 Centro, risponde: «L’accesso ai servizi è gratuito e avviene direttamente su richiesta dell’interessato previo appuntamento concordato telefonicamente o più raramente via mail. È possibile anche l’accesso diretto al Servizio negli orari di apertura per ricevere informazioni o concordare appuntamento. È possibile essere accolti in tutti i 10 SerD cittadini, anche se abbiamo 5 poli dove è possibile avere trattamenti più specifici di tipo multidisciplinare (agopuntura, salotti del benessere, mindfulness). Riguardo le principali esigenze manifestate, prima dell’“era” Recigar (citisina) che ora detiene quasi il monopolio delle richieste, queste riguardavano una presa in carico generica sia farmacologica che psicologica. In seconda battuta trattamento con agopuntura».</p>
<p>Da Milano invece risponde Tiziana Fanucchi, psicologa referente del Servizio di Promozione della Salute dell’ASST Fatebenefratelli Sacco e promotrice del nuovo Centro Antifumo della Casa di Comunità Don Orione. Fanucchi spiega che il Centro è accessibile con un’impegnativa del medico per una prima visita pneumologica con quesito diagnostico “Disassuefazione da fumo” e prenotazione tramite CUP. «Un aspetto che caratterizza il nostro Centro -precisa Fanucchi-  è che già la prima visita prevede una valutazione congiunta pneumologica e psicologica. Riteniamo importante che la persona possa comprendere fin dall’inizio che smettere di fumare richiede di prendersi cura sia degli aspetti medici e organici, considerati i numerosi danni provocati dal fumo, sia delle componenti psicologiche e comportamentali che contribuiscono a costruire e mantenere nel tempo il legame con la sigaretta». </p>
<p>È un approccio coerente con le evidenze scientifiche, che indicano nell’integrazione tra trattamento farmacologico e supporto comportamentale la strategia più efficace per la cessazione. Le persone che arrivano al Centro hanno spesso una lunga storia di fumo, hanno già provato a smettere, anche più volte e, in molti casi presentano conseguenze del fumo già evidenti sul piano organico. <br>
«Accanto al desiderio di liberarsi dal fumo, emerge soprattutto il bisogno di essere accompagnate in un cambiamento che può essere complesso: comprendere meglio il proprio rapporto con il fumo, riconoscere abitudini, automatismi ed emozioni che lo mantengono, trovare strategie per affrontare le difficoltà e riuscire a mantenere nel tempo il cambiamento. A questo risponde anche il percorso di gruppo che proponiamo dopo la valutazione iniziale: uno spazio di riflessione e di impegno verso il cambiamento, nel quale il confronto con gli altri aiuta a sostenere la motivazione, valorizzare le proprie risorse e acquisire maggiore consapevolezza del significato che smettere di fumare assume per ciascuno. L’obiettivo non è soltanto arrivare a spegnere l’ultima sigaretta, ma costruire le condizioni perché quel cambiamento possa essere mantenuto nel tempo e tradursi in una migliore qualità di vita», conclude Fanucchi. </p>
<p>Che una domanda di aiuto esista emerge anche dal <a href="https://www.iss.it/comunicati-stampa/-/asset_publisher/fjTKmjJgSgdK/content/id/10927479" rel="noopener">Telefono Verde contro il Fumo</a> dell’Istituto superiore di sanità: nel 2025 ha gestito circa 3.600 telefonate e nell’87% dei casi a contattarlo sono stati fumatori interessati a smettere o a ricevere informazioni sui Centri Antifumo.</p>
<h2 id="la-novità-della-citisina">La novità della citisina</h2><p>Nel 2026 alla rete dei Centri si è aggiunta una novità importante. Il <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/31-maggio-2026-giornata-mondiale-senza-tabacco/?tema=Tumori%20e%20screening" rel="noopener">ministero della Salute</a> riferisce che da quest’anno il SSN assicura, nell’ambito dei percorsi di counselling psicologico erogati presso i Centri Antifumo, la gratuità della citisina, molecola utilizzata come supporto alla cessazione dal fumo. La <a href="https://www.aifa.gov.it/documents/20142/2694929/Tabella_sintesi_nuovi_farmaci_CDA_15.12.2025.pdf" rel="noopener">documentazione regolatoria di AIFA</a> colloca i farmaci a base di citisina in classe A e ne prevede la prescrizione con piano terapeutico. L’attuazione concreta, tuttavia, passa anche attraverso i sistemi sanitari regionali. Le testimonianze raccolte a Roma, Napoli e Milano mostrano che, al momento, l’accessibilità effettiva del farmaco a carico del servizio sanitario presenta situazioni differenti nei territori interpellati.</p>
<p>A Roma Alessio Picello spiega: «Nei nostri Centri il trattamento farmacologico viene inserito in un percorso multidisciplinare, perché la terapia farmacologica isolata è meno efficace di un trattamento integrato con supporto comportamentale. La citisina era già utilizzata attraverso preparazioni galeniche, oggi è prescrivibile anche come farmaco, ma non è ancora concretamente dispensabile a carico del Servizio sanitario regionale; ci troviamo quindi in una fase transitoria in cui l’autorizzazione del farmaco non coincide ancora con una piena accessibilità attraverso il SSR». </p>
<p>«Dal punto di vista organizzativo, le priorità sono soprattutto due: da un lato far conoscere maggiormente i Centri Antifumo e facilitarne l’accesso, dall’altro intercettare i fumatori più precocemente, prima che la dipendenza si consolidi per decenni», riprende Picello.</p>
<p>Rubino, a Napoli, descrive un impatto più marcato: «L’avvento della citisina ha sconvolto l’organizzazione dei centri tabagismo perché ha di fatto prodotto una domanda, spesso impropria, e  spropositata di richiesta di prescrizione di questo farmaco che a oggi non è ancora rimborsabile per i cittadini della ASL Napoli 1 centro. Inoltre una cattiva comunicazione non ha informato i tabagisti che essendo semplicemente un farmaco, da solo non è miracoloso e senza un approccio multidisciplinare non si ottengono risultati né nel breve né nel lungo periodo». </p>
<p>La buona novella è che grazie a tutto questo clamore anche il tabagismo è assurto all’onere (oltre che all’onore) di essere trattato nei servizi per le dipendenze al pari delle altre, imponendo quindi di fatto di ripensare alle organizzazioni interne per rispondere alle richieste dei cittadini. Inoltre la richiesta per il trattamento del tabagismo spesso maschera una pluralità di problematiche psicologiche e psichiatriche che a un approccio specifico e approfondito emergono.<br>
Fanucchi, da parte sua commenta: «La disponibilità di nuovi trattamenti farmacologici, e in particolare la possibilità di prescrivere la citisina a carico del Servizio sanitario, ha rappresentato un’opportunità importante e ha contribuito ad aumentare le richieste di accesso al nostro Centro. In alcuni casi le persone arrivano cercando soprattutto nel farmaco la soluzione per smettere di fumare. Anche questa, tuttavia, può diventare un’importante occasione di aggancio: la richiesta del trattamento farmacologico può essere la porta d’ingresso a un percorso più ampio, che aiuti la persona a comprendere che il farmaco è un supporto molto efficace, ma che il cambiamento coinvolge anche abitudini, comportamenti, emozioni e il significato che il fumo ha assunto nel tempo». </p>
<p>Ancora una volta, quindi, diventa importante poter offrire una presa in carico integrata. L’aumento delle richieste pone però anche una questione di accessibilità e di risorse. L’esperienza milanese mostra che il bisogno è elevato e che sarebbe importante potenziare l’offerta dei Centri Antifumo, rendendo questi percorsi più facilmente accessibili e garantendo équipe multiprofessionali con professionisti adeguatamente formati sulla cessazione del tabagismo. </p>
<p>Se consideriamo la cessazione dal fumo non soltanto un intervento di cura, ma anche una delle più importanti opportunità di prevenzione e promozione della salute, è necessario mettere le persone nelle condizioni concrete di poter accedere a percorsi strutturati, integrati e continuativi. </p>
<h2 id="il-farmaco-da-solo-non-basta">Il farmaco da solo non basta</h2><p>Le tre testimonianze confermano che l’inserimento della citisina nei percorsi di cessazione non significa che smettere di fumare possa ridursi all’assunzione di un farmaco. <br>
La disponibilità di una nuova opzione terapeutica amplia gli strumenti a disposizione, ma non sostituisce il lavoro dei Centri. Le esperienze di Roma, Napoli e Milano richiamano esigenze complementari: rendere più conosciuti e accessibili i servizi, accompagnare l’interesse per i farmaci con un’informazione corretta sul percorso complessivo di cessazione e disporre di risorse professionali adeguate a rispondere ai bisogni di chi cerca di abbandonare il fumo.<br>
La domanda, allora, non riguarda soltanto quanti fumatori vogliano smettere, ma anche quanto presto riescano a incontrare i servizi, quanto li conoscano e come le opportunità terapeutiche diventino concretamente disponibili nei diversi territori.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Claudio Rugarli: ricordo di un medico e maestro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/claudio-rugarli-ricordo-medico-maestro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/claudio-rugarli-ricordo-medico-maestro/</guid><pubDate>Sun, 13 Sep 2026 20:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Vittorio Baldini</dc:creator><category>storia-della-scienza</category><description>Il 21 agosto scorso è mancato Claudio Rugarli, già professore di Medicina Interna all&amp;amp;rsquo;Università Vita-Salute San Raffaele e, prima, alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Milano. Uno dei più autorevoli protagonisti che hanno contribuito a definire il modo in cui la Medicina Interna viene insegnata in Italia, trasmettendo un metodo in cui il rigore scientifico e la chiarezza espositiva si fondono con una costante attenzione alla dimensione clinica e umana della cura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/claudio-rugarli-ricordo-medico-maestro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/claudio-rugarli-ricordo-medico-maestro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Al San Raffaele, dove, giovane medico con molti sogni nel cassetto, ero entrato nella primavera dell’anno precedente, conobbi il mio nuovo primario, il professor Claudio Rugarli nel settembre del 1979, la mattina di una giornata di sole. È stato il mio maestro per vent’anni, trascorsi accanto a lui, con la sua guida autorevole a reggere il timone in quella irripetibile stagione di passioni intense, di studi rigorosi e di ricerche affascinanti e d’avanguardia, che hanno portato il nostro ospedale a diventare, in breve tempo, una delle istituzioni più prestigiose del nostro paese.</p>
<p>Ma anche quando ho lasciato il San Raffaele per altro incarico, il professor Rugarli, con un rapporto di affettuosa amicizia e reciproca stima, è rimasto sempre ben presente nel mio percorso professionale e ha ispirato, profondamente, il mio cammino, in cui ho cercato di assomigliargli almeno un po&rsquo;.<br>
Il giorno in cui ci siamo salutati, commossi entrambi: «Nel suo nuovo ruolo – disse – faccia in modo di comportarsi come il lampadiere, che, tenendo alto il lume, ha magari poca luce davanti a sé, ma illumina e rende chiaro il cammino di chi lo segue».</p>
<p>Ripensando spesso a quelle parole, mi sono reso conto che è proprio quello che ha fatto ogni giorno per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di essere suoi allievi, così come è stato, in fondo, per intere generazioni di studenti, attraverso le pagine del suo <em>Manuale di Medicina interna sistematica,</em> che è diventato presto il testo di riferimento in questa materia e di cui ricordo in particolare l’entusiasmo e l’emozione della prima edizione, nel 1990, dove volle che fossi uno dei collaboratori più assidui: un’opera nelle cui pagine si percepisce bene il suo progetto ideale di un’impostazione metodologica che integri fisiopatologia, clinica e diagnostica attorno alla figura centrale del paziente.</p>
<h2 id="una-straordinaria-passione-per-la-medicina-e-il-lavoro-del-medico">Una straordinaria passione per la medicina e il lavoro del medico</h2><p>Sono davvero tanti gli episodi che ho condiviso negli anni con lui, ma, forse, per dare una misura della sua statura di maestro e dello stile elegante della persona, mi viene in mente di quella volta in cui mi chiamò nel suo studio al San Raffaele e, accogliendomi con un sorriso, mi volle ringraziare perché, al concorso per l’idoneità a primario (a Roma, nel gennaio 1991), ero risultato, tra le migliaia di candidati, uno di quelli ad aver conseguito il punteggio massimo: «Così facendo – disse – lei ha fatto un gran bel regalo anche a me, sono orgoglioso che faccia parte della mia scuola e per questo la ringrazio».<br>
Standogli accanto a lungo, sono stato fortunato testimone della sua straordinaria passione per la medicina e per il lavoro del medico: la curiosità instancabile nel cercare di comprendere i fenomeni biologici che sottendono la malattia, il rigore essenziale del metodo, il ruolo centrale attribuito al ragionamento clinico. Ci ha insegnato che il cuore vero della Medicina interna sta proprio là, quando non ci si accontenta soltanto di riconoscere una malattia, la sua diagnosi e di stabilire una terapia, ma, come ha scritto una delle sue allieve, Patrizia Rovere Querini, <a href="https://www.linkedin.com/posts/patrizia-rovere-querini-20371268_ieri-%C3%A8-mancato-il-professor-claudio-rugarli-activity-7496868666874142720-pvxM?utm_source=share&amp;utm_medium=member_desktop&amp;rcm=ACoAABHWQb0BqxxzpOe9LfKOEcTHOQOeKIxel04" rel="noopener">con parole davvero significative</a>, “nel continuare a porsi delle domande, chiedersi perché, cercare di ricostruire i meccanismi che legano i fenomeni osservati e mantenere uno sguardo ampio e libero, capace di ricomporre la complessità del paziente, in cui la ricerca e la clinica non sono mondi separati, ma modi diversi di porsi, in singolare armonia, le stesse domande, con l’obiettivo di giungere di volta in volta alle risposte più appropriate”.<br>
Un insegnamento prezioso e un patrimonio di valori, che ho portato con me nel mio percorso professionale e che ho cercato, umilmente, di trasmettere agli studenti e ai giovani medici che ho incontrato nelle aule dell’università e nelle corsie degli ospedali: gli elementi della conoscenza fondati sul rigore della scienza e, insieme, il senso profondo del nostro mestiere, in cui lo sviluppo della tecnologia, certo lodevole e importante, non può essere disgiunto dalla particolarissima attenzione verso il vero protagonista di ogni storia, la persona umana.</p>
<h2 id="una-cultura-non-soltanto-medica">Una cultura non soltanto medica</h2><p>Sono debitore al mio maestro del suo sconfinato amore per la cultura, non soltanto medica, e ricordo ancora, con immutato stupore, le sue piacevolissime chiacchierate in studio o in corridoio sui più svariati argomenti, dalla letteratura al cinema, dalla musica allo sport, dalla attualità alla politica, e tuttora mi sorprendo quando mi sovviene della sua stupefacente memoria. Ricordo quando diceva: «Viviamo tempi difficili e oscuri, di quelli che tolgono anche il respiro e la speranza. Ma nel Talmud sta scritto: “Con le pietre e i sassi che ci siamo scagliati contro, un giorno costruiremo una casa»; e aggiungeva: «Soltanto la cultura, in ogni campo del sapere, potrà consentire di realizzare questo miracolo».</p>
<p>Caro professore, quanto sono attuali queste parole: forse è solo un sogno e sognare in questo mondo, che misura ogni cosa, è diventato molto difficile, ma lei ci ha sempre esortato a continuare a farlo («La forza dei sogni – diceva – quella che spinge verso l’alto l’aquilone dei bambini»): coltivare la speranza, come si coltiva, con cura, un fiore e attendere i suoi colori a primavera, con tenacia, come le Vestali custodivano il fuoco, come la ginestra di Leopardi, che fiorisce, pur nel deserto. Di lui, come medico e come uomo, conserverò un caro ricordo nel tempo e continuerò a far vivere, per quanto possibile, il fascino e la bellezza dei suoi insegnamenti. Grazie maestro!</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Green Dressing: vestirsi senza chiudere gli occhi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi/</guid><pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dai materiali alla produzione, dal consumo allo smaltimento: l’impatto della moda è un intreccio di questioni ambientali e sociali. In &amp;amp;ldquo;Green Dressing&amp;amp;rdquo; (il Mulino, 2026), la fashion designer Caterina Moro ne ricostruisce la complessità e mostra perché non esistono scelte a impatto zero ma, semmai, scelte più consapevoli e responsabili</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quanti abiti avete nell’armadio? Quante scarpe nella scarpiera, quante sciarpe nei cassetti?<br>
Contarli, magari controllando anche la loro composizione, è l’esercizio che Caterina Moro propone quasi all’inizio di <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815396235" rel="noopener"><em>Green Dressing</em></a> (il Mulino, 2026). Un punto di partenza per ragionare su un problema che è sia massiccio sia intricato: quello dell’impatto dell’industria della moda. Un impatto ambientale, legato a varie forme di inquinamento, al consumo di suolo e risorse; ma anche sociale, perché quello della moda è un sistema che non si sviluppa nello stesso modo in tutte le aree del pianeta e segna diseguaglianze profonde per la salute e i diritti delle persone. </p>
<h2 id="lelefante-nellarmadio">L&rsquo;elefante nell&rsquo;armadio</h2><p>Che l’industria della moda abbia un grave impatto ambientale e sociale è qualcosa che, tutto sommato, “si sa”, di cui è difficile essere del tutto inconsapevoli: vengono pubblicati report e articoli, ce ne parlano contenuti social; ce ne accorgiamo anche nei negozi, dove sempre più spesso abbiamo di fronte etichette che evidenziano un capo <em>green</em>, <em>organic</em>, <em>recycled</em>, e in parte anche quando, camminando per strada, ci imbattiamo in uno di quei grandi raccoglitori per gli abiti dismessi. Eppure, è tendenzialmente meno sentito rispetto ad altri gravi problemi ambientali e sociali; per Moro, però, è “un elefante nell’armadio”, perché «Il nostro rapporto con gli abiti non può non essere parte di un discorso sulla sostenibilità: rappresenta forse il punto centrale di tutta la riflessione».</p>
<p>Se - chi più chi meno - siamo comunque almeno vagamente consapevoli del problema, ben più difficile è riuscire ad avere un quadro d’insieme che permetta di mettere insieme i diversi pezzi del puzzle: quanto pesa effettivamente questa industria? Dove lo fa: nella scelta del materiale, nel suo smaltimento, nella produzione, nel trasporto? Vale la pena scegliere un tessuto piuttosto di un altro? Qual è il meno impattante? Quando, invece di buttare un abito nei rifiuti, lo getto nell’apposito raccoglitore, cosa avviene, e davvero aiuto a minimizzare quell’impatto? In che modo la politica, italiana ed europea, fa fronte a questo problema? </p>
<p>L’enorme pregio di <em>Green Dressing</em> è tendere un filo (è il caso di dirlo) per cucire insieme tutti questi aspetti. Fornire, appunto, il quadro d’insieme, partendo proprio dalle basi: come si articola il sistema moda – di cosa parliamo quando parliamo di fast fashion e ultra fast fashion, ma anche di haute couture e prêt-à-porter, che ne sono comunque parte integrante e come tale hanno il loro ruolo e il loro peso. Ma anche di come è cambiato il nostro rapporto con gli abiti, di come sia influenzato e a sua volta influenzi l’industria che li produce. Dalle basi, attraversa la realtà di questo sistema, dai materiali alla loro lavorazione, dal consumo a ciò che avviene agli abiti dismessi, fino all’intero quadro normativo, che al riguardo è, proprio in questo anni, in piena trasformazione a livello europeo e nei singoli diversi Stati (ed è di recente l’introduzione in Francia di una <a href="https://www.fanpage.it/stile-e-trend/moda/francia-contro-ultra-fast-fashion-tasse-fino-a-12-euro-su-ogni-capo-i-marchi-che-rischiano-il-malus/" rel="noopener">tassa per contrastare l’ultra fast fashion</a>).</p>
<h2 id="scelte-responsabili">Scelte responsabili</h2><p>Moro riesce ad affrontare la complessità del tema in modo chiaro, lineare e, non meno importante, basandosi sui dati – dati che restituiscono l’enormità del problema. Per fare solo qualche esempio: «Secondo alcune stime – ed è bene ricordare che sono stime approssimative, basate solo sul numero dei capi venduti, perché i brand non divulgano il numero dei capi prodotti -, il sistema moda immette sul mercato circa 100 miliardi di capi l’anno […] Per immettere sul mercato più di 100 miliardi di capi l’anno, e buttarne via 100 milioni di tonnellate , il sistema moda produce ogni anno tra il 2 e il 10% delle emissioni globali di gas serra (stima UNEP, United Nations Environmental Program) e consuma 215 miliardi di metri cubi d’acqua […] Circa il 30% delle microplastiche (stima IUCN, International Union for Conservation of Nature) presenti nei mari viene dal tessile: dalla produzione dei tessuti sintetici così come quelle rilasciate nei lavaggi casalinghi». E ancora, poco dopo: «Lavorare nel sistema moda comporta, a livello globale, criticità strutturali: la presenza, ancora oggi, di lavoro minorile e lavoro forzato, la compressione di salari e tempi di lavoro, limitazioni alla libertà di associazione e, soprattutto, rischi legati a salute e sicurezza sul luogo di lavoro, che includono sia la sicurezza fisica degli impianti tessili sia l’esposizione degli operai a condizioni di lavoro pericolose, specialmente a causa delle sostanze usate per la produzione e il trattamento dei tessuti». Vale la pena fare uno spoiler: queste criticità non rimangono relegate ai Paesi asiatici e nemmeno l’Italia ne è del tutto esente. </p>
<p>Può anche sembrare strano, o anche stonato, che Moro sia una fashion designer, una parte integrante di questo sistema così problematico. Ma sono proprio il suo lavoro e la sua formazione a garantire uno sguardo completo e informato – e la posizione personale dell’autrice è, quasi relegata, nelle ultime pagine del saggio: «il punto di partenza necessario per salvare il pianeta è smettere di considerarci separati dalla natura». </p>
<p><em>Green Dressing</em> è un riferimento eccezionale per chi questi problemi li conosce poco o nulla. Perché non sono problemi che si possano ignorare: vanno conosciuti, e vanno conosciuti nella loro complessità. Così come è un riferimento eccezionale per chi è almeno in parte già consapevole e, oltre a desiderare di approfondire, cerca di fare scelte quotidiane più sostenibili. Perché come sempre la responsabilità non è di un solo brand, di una sola industria: anche la moda è un sistema e, come scrive Moro, «Nessuno si sente mai pienamente responsabile, ma il sistema si regge su una catena in cui ciascun anello contribuisce a produrre un impatto reale e tangibile». Nel saggio, infatti, non ci sono eroi e dannati: ci sono pratiche e scelte che riguardano sia i produttori (tutti i produttori) sia i consumatori. Tanto che Moro evita il termine sostenibilità, «abusato, talvolta ambiguo, che può significare tutto e il contrario di tutto», preferendogli quello di responsabilità, «perché tutti – aziende, consumatori, governi – abbiamo delle responsabilità: verso gli altri esseri umani e verso il pianeta che ci ospita».</p>
<p>Mettiamolo subito in chiaro, comunque: non esistono un tessuto, un materiale, un abito, un brand, una tipologia di produzione o di riciclo – non esiste nulla che sia a impatto zero. È un concetto fondamentale, che non a caso in <em>Green Dressing</em> ricorre sottolineato più volte. Non c’è una soluzione magica, e proprio questo rende la sostenibilità, o responsabilità, così fondamentale per minimizzare l’impatto delle nostre scelte. E infatti questo non è un manuale d’istruzioni, non offre la risposta per chiudere la questione. Fornisce però gli strumenti per metterle in pratiche, quelle scelte responsabili – per noi consumatori, leggere un’etichetta, riflettere sui propri acquisti, usarli (perché sì, anche il modo in cui li usiamo ha un impatto non trascurabile: basta pensare all’energia richiesta per il lavaggio e a come le caratteristiche di quest’ultimo possano influenzare la durata dell’abito), smaltirli. Una cosa è certa: anche se non regala soluzioni salvifiche, alla fine di questo libro non comprerete più un abito nello stesso modo, né lo indosserete come prima.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quanto pesa la macchina bellica sul clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-pesa-macchina-bellica-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-pesa-macchina-bellica-clima/</guid><pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le emissioni di gas serra legate al settore militare sono state a lungo escluse dagli inventari climatici ufficiali, nonostante eserciti, guerre e industria della difesa producano grandi quantità di CO₂ provenienti dal consumo di carburante, dalle basi militari, dalla produzione di armi e dalla distruzione degli ecosistemi. In più, gli effetti sul clima non terminano con i combattimenti, perché anche la ricostruzione dei territori distrutti provoca nuove emissioni. Come riporta il Bulletin of the Atomic Scientists, tra le altre cose, gli Stati Uniti hanno un impatto climatico militare significativo causato dall’enormità della loro industria bellica e delle fitte collaborazioni con aziende private. Tuttavia, la mancanza di trasparenza e la segretezza militare rendono difficile conoscere e misurare con precisione l’impatto delle guerre sul clima.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le emissioni di eserciti, operazioni militari e industria della difesa sono state a lungo solo parzialmente incluse negli inventari climatici nazionali. È questo il punto di partenza di tre articoli di approfondimento pubblicati ad agosto dal <em>Bulletin of the Atomic Scientists</em> (<a href="https://thebulletin.org/2026/08/mission-impossible-quantifying-military-emissions" rel="noopener">qui</a>, <a href="https://thebulletin.org/2026/08/the-us-militarys-fatal-stance-on-climate-change" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://thebulletin.org/2026/08/the-defense-revolving-door-silicon-valley-edition" rel="noopener">qui</a>), firmati dalla politologa Neta C. Crawford e dal giornalista John Mecklin: ricostruire un’impronta climatica che rimane in larga parte fuori dai conteggi ufficiali.</p>
<h2 id="le-stime-delle-emissioni-del-settore-militare">Le stime delle emissioni del settore militare</h2><p>La radice del problema risale anche alla storia della diplomazia climatica. Durante la negoziazione del Protocollo di Kyoto, nel 1997, il Pentagono fece pressione affinché le emissioni militari statunitensi fossero escluse dai conteggi nazionali. Un <a href="https://www.jstor.org/stable/43995988?seq=2" rel="noopener">documento</a> dell’epoca definiva le forze armate statunitensi il maggiore consumatore di combustibili fossili del governo federale e sosteneva che persino una riduzione del 10% dei consumi avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza nazionale. Con Kyoto, gran parte delle emissioni militari rimase così fuori dagli inventari; con l’Accordo di Parigi del 2015 la rendicontazione è diventata volontaria. Il risultato, secondo Crawford, è che quasi nessun paese riporta sistematicamente alle Nazioni Unite l’intera impronta climatica delle proprie attività militari.</p>
<p>Le stime disponibili mostrano comunque che l’ordine di grandezza <a href="https://ceobs.org/wp-content/uploads/2025/11/141125-Briefing_-Accounting_for_the_Uncounted..pdf" rel="noopener">non è trascurabile</a>. Sulla base dei <a href="https://www.aqhelp.com/Documents/Signed/FINAL%20-%20Guide%20to%20GHG%20Mandatory%20Reporting%20and%20Tailoring%20Rules%20-%202019.pdf" rel="noopener">dati pubblici</a> del Dipartimento della Difesa statunitense, il Pentagono potrebbe aver emesso quasi 4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente tra il 1975 e il 2024, con una media di circa 80 milioni di tonnellate l’anno. Ampliando lo sguardo all’industria della difesa per il resto del mondo, la stima che fa Crawford per il 2024 copre una forbice compresa tra 336 e 400 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. È un valore paragonabile alle emissioni complessive di paesi come l’Italia o l’Australia. Una stima del 2022 di Stuart Parkinson e Linsey Cottrell (riportata dal <em>Bulletin</em>), più ampia e meno conservativa, colloca invece il settore militare globale, industria compresa, tra il 3,3% e il 7% delle emissioni mondiali.</p>
<p>Questi numeri vanno letti come stime, non come un bilancio definitivo. La guerra produce infatti emissioni attraverso canali differenti: il consumo diretto di carburante da parte di aerei, navi e veicoli vari; l’energia utilizzata nelle basi; la produzione di armamenti e infrastrutture; tutte le attività della filiera industriale; la distruzione di foreste e altri ecosistemi; gli incendi e le fuoriuscite di combustibili fossili da impianti energetici; infine, ahinoi, anche la ricostruzione dopo la guerra ha il suo impatto.</p>
<h2 id="un-domino-globale">Un domino globale</h2><p>Gli effetti climatici della guerra diventano particolarmente evidenti quando si osservano i singoli conflitti. Un esempio storico è la guerra del <a href="https://www.edf.org/sites/default/files/10333_Measuring_Carbon_Emissions_from_Tropical_Deforestation--An_Overview.pdf#:~:text=Tropical%20deforestation%20contributes%20about%2020%25%20of%20annual,will%20be%20necessary%20to%20avoid%20dangerous%20climate." rel="noopener">Vietnam</a>. Gli Stati Uniti distrussero con prodotti chimici, bombardamenti e mezzi meccanici circa 417mila ettari di foreste tropicali e mangrovie nel Vietnam del Sud. Crawford stima che questa distruzione abbia prodotto tra 183 e 536 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Altri 5,6 milioni di ettari di foresta furono parzialmente distrutti. Se gli ecosistemi danneggiati non tornano a crescere, diminuisce o può scomparire fatalmente la loro capacità di assorbire carbonio.</p>
<p>Un altro caso è la <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0160412097001359?via%3Dihub" rel="noopener">Guerra del Golfo</a> del 1991. L’incendio dei pozzi petroliferi del Kuwait appiccati dalle truppe irachene contribuì, secondo le stime riportate da Crawford, a circa l’1,5% delle emissioni globali di quell’anno. È un esempio di come le emissioni di una guerra non derivino soltanto dal funzionamento ordinario delle forze armate, ma tutte le tipologie di danno inferto su territori e infrastrutture locali.</p>
<p>Più recentemente, il sabotaggio dei gasdotti <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-024-08396-8" rel="noopener">Nord Stream</a> nel 2022 liberò in atmosfera una quantità di metano equivalente stimata pari a quasi 14 milioni di tonnellate di CO₂,circa tre volte le emissioni annuali dell’Albania. Nel caso dell’Ucraina, inoltre, la ricostruzione è stimata in circa 741 milioni di tonnellate di CO₂ nei dieci anni successivi. La dimensione climatica del conflitto, dunque, non coincide con il periodo dei combattimenti: può iniziare prima, intensificarsi durante le operazioni e proseguire a lungo nella ricostruzione.</p>
<p>Crawford propone per questo di considerare il cambiamento climatico come “moltiplicatore di minacce” e viceversa: guerre, riarmo e competizione strategica possono diventare “moltiplicatori del cambiamento climatico”. L’aumento della spesa militare può innescare una catena di reazioni tra potenze e alleati, con maggiori acquisti di armi, nuove infrastrutture e più attività operative. Il <em>Bulletin</em> cita, sulla base dei dati <a href="https://www.sipri.org/sites/default/files/2026-04/2604_milex_2025.pdf" rel="noopener">SIPRI</a>, un aumento del 41% della spesa militare globale tra il 2016 e il 2025; nello stesso periodo la spesa militare tedesca è cresciuta del 118%, per dire. Nel 2025 la spesa militare globale è stata il 2,5% del PIL globale. E poi, la spesa militare cinese è aumentata del 62% tra il 2016 e il 2025, mentre quella di Taiwan è cresciuta del 59%. In questo conteso i programmi di modernizzazione statunitensi possono contribuire a spingere gli alleati a rafforzarsi e, a loro volta, alimentare le risposte degli avversari. Le decisioni strategiche di una potenza dominante, è la tesi di fondo, non possono che influenzare la dimensione complessiva del sistema militare globale.</p>
<h2 id="il-caso-degli-stati-uniti">Il caso degli Stati Uniti</h2><p>Gli Stati Uniti rappresentano un caso centrale perché combinano una grande macchina militare, una vasta rete di basi al di fuori del loro territorio e un settore industriale della difesa molto sviluppato. Le emissioni complessive del Dipartimento della Difesa sono oggi inferiori a quelle della Guerra fredda, anche perché le basi statunitensi all’estero sono diminuite da circa 2000 a circa 700. Il Pentagono ha inoltre ridotto l’uso del carbone e, dagli anni Duemila, ha cercato maggiore efficienza nei consumi di carburante e un maggiore ricorso alle energie rinnovabili. Ma il <em>Bulletin</em> sottolinea che questi miglioramenti sono stati perseguiti soprattutto per ragioni operative: ridurre il carburante necessario significa ridurre anche la vulnerabilità di forze che devono trasportarlo in aree di guerra.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-body-1.png.webp 917w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="emissioni militari usa" width="917" height="706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Stima delle emissioni del Dipartimento della Difesa USA</p>
<p>Una parte dell’impronta statunitense proviene anche dalle strutture del Dipartimento per l’Energia, che svolge anche funzioni militari: tra il 2010 e il 2024 ha emesso in media 2,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Ma rimane difficile stabilire quanto delle emissioni dei vari impianti contribuisca effettivamente alla capacità militare, perché non è sempre chiaro se le emissioni generate in queste strutture siano comprese nei rapporti annuali pertinenti.</p>
<p>Anche gli impianti legati alle armi nucleari emettono gas serra. Il <a href="https://www.sandia.gov/app/uploads/sites/165/2025/09/2024_ASER_NM.pdf" rel="noopener">Sandia National Laboratory</a> ha registrato più di 94mila tonnellate di CO₂ equivalente nel 2024. La struttura <a href="https://pantex.energy.gov/sites/default/files/Final_2024_Annual_Site_Environmental_Report.pdf" rel="noopener">Pantex</a>, in Texas, che assembla e testa armi nucleari, ha riportato per l’anno fiscale 2024 quasi 76mila tonnellate di CO₂ equivalente. Lo stabilimento <a href="https://doeic.science.energy.gov/ASER/aser2023/04%202023%20ASER_Ch%204%20FINAL.pdf" rel="noopener">Y-12</a>, che ricondiziona e produce componenti per armi nucleari, ha emesso 42mila tonnellate di CO₂ equivalente nel 2023.</p>
<p>Il trasporto aereo è uno dei nodi più importanti. Circa il 70% delle emissioni operative considerate dal Pentagono deriva dal consumo di carburante per aerei. La rilevanza dell’aviazione militare è resa evidente dal ritmo delle operazioni: nei primi 38 giorni dei combattimenti contro <a href="https://www.armed-services.senate.gov/imo/media/doc/cooper_statement.pdf" rel="noopener">l’Iran</a> nel 2026, gli Stati Uniti hanno effettuato più di 10.200 sortite, più di quelle condotte dagli Stati Uniti e dagli alleati in Afghanistan nell’intero 2021 (<em>sic</em>).</p>
<p>A tutte queste componenti si aggiunge l’industria militare in sé. Nel 2024, secondo SIPRI, sei delle prime dieci aziende mondiali di armamenti e 39 delle prime 100 erano statunitensi. Le imprese statunitensi rappresentavano inoltre il 42% del mercato globale delle esportazioni di armi nel 2025. A sostenere questo sistema ci sono anche quasi 25mila piccole imprese che avevano contratti con il Dipartimento della Difesa nel 2020, oltre a centinaia di altri produttori.</p>
<p>Per le prime 39 aziende statunitensi di armamenti, Crawford stima 6,6 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni dallo <em>scope 1</em> (cioè l’energia consumata in loco o direttamente dall&rsquo;azienda) e dallo <em>scope 2</em> (cioè l’energia acquistata da un altro fornitore) nel 2024, sulla base dei dati pubblicamente disponibili per circa tre quarti di queste imprese. Poiché molte aziende non rendicontano lo <em>scope 3</em> (cioè le emissioni anche a monte e a valle), la stima della filiera complessiva è più difficile. Incorporando beni e servizi della catena di fornitura e ulteriore uso di energia, Crawford fa lievitare la stima per queste 39 principali società militari-industriali ad almeno 56,5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2024.</p>
<h2 id="mancanza-di-trasparenza">Mancanza di trasparenza</h2><p>La difficoltà principale non è soltanto tecnica. È anche istituzionale. Le regole internazionali hanno storicamente lasciato alle attività militari uno spazio di rendicontazione diverso da quello riservato a molti altri settori economici, come detto. Un secondo problema riguarda i “confini” del sistema da misurare. Che cosa significa, esattamente, “emissioni militari”? Solo il carburante bruciato durante un’operazione? Anche l’elettricità delle basi? Gli impianti che producono armi? Le imprese private che lavorano per il Pentagono? La produzione dei materiali e dei componenti? La logistica? Le emissioni dei fornitori? E quelle generate dalla distruzione degli ecosistemi o dalla ricostruzione? Le risposte cambiano il risultato finale in modo sostanziale.</p>
<p>Come abbiamo visto, seguire poi l’intera filiera di materie prime, beni e servizi richiede dati che spesso non sono pubblicati. Alcune grandi aziende della difesa citate dal <em>Bulletin</em>, tra cui SpaceX, Mitre Corporation, The Aerospace Corporation, General Atomics e Sierra Nevada Corporation, non sembrano pubblicare dati sulle proprie emissioni.</p>
<p>Esiste poi un cortocircuito strategico probabilmente inevitabile: la trasparenza può entrare in conflitto con la segretezza militare. Rendere pubblici consumi, rotte, attività e infrastrutture può offrire informazioni sensibili. Ma l’assenza di dati crea l’effetto opposto sul piano climatico: impedisce di capire quanto pesa davvero il settore e quali riduzioni sarebbero realisticamente possibili.</p>
<p>Il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha dichiarato di recente un <a href="https://www.war.gov/News/News-Stories/Article/Article/4497743/senior-dow-tech-official-says-department-ai-use-up-1775-in-past-year/" rel="noopener">aumento del 1,775%</a> nell’uso di sistemi AI nell’ultimo anno e ha stretto accordi con grandi aziende tecnologiche per applicazioni militari. Ecco quindi che una parte della domanda energetica associata alla difesa può propagarsi nel settore civile attraverso data center, infrastrutture e fornitori, rendendo particolarmente arduo separare nettamente il “militare” dal “civile”.</p>
<p>Negli Stati Uniti, la crescita di spesa militare è stata probabilmente esacerbata anche a causa del fenomeno delle “porte girevoli”, per cui funzionari statali passano presso appaltatori privati e viceversa, in una spirale ad alto rischio corruttivo, come scrive <a href="https://thebulletin.org/2026/08/the-defense-revolving-door-silicon-valley-edition/" rel="noopener">Mecklin</a> (nell’articolo c’è un bel grafico interattivo). Nell’ultimo decennio</p>
<blockquote>
<p>ex funzionari del Congresso hanno attraversato questa porta [girevole], finendo a lavorare non solo per i maggiori appaltatori della difesa […], ma anche per una nuova categoria di aziende high-tech – spesso attive nel campo dell’intelligenza artificiale e con sede nella Silicon Valley – che ha ampliato in modo aggressivo le proprie attività di fornitura e appalto con il Pentagono. E, per essere chiari, la porta girevole funziona in entrambe le direzioni: a volte importanti esponenti del settore privato passano a ricoprire incarichi governativi di grande influenza, che possono avere un impatto sulle sorti delle loro stesse aziende.</p></blockquote>
<p>Insomma, non è una bella idea farsi la guerra durante una crisi climatica pluridecennale, se non fosse ovvio già per conto proprio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ventiquattro anni senza Stephen Gould (e ci manca)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca/</guid><pubDate>Thu, 10 Sep 2026 07:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Bellin</dc:creator><category>libri</category><description>Oggi il grande biologo, zoologo, paleontologo e storico della scienza statunitense Stephen Jay Gould avrebbe compiuto 85 anni. Molti dei valori per cui si è battuto, a partire dalla dimostrazione della assenza di basi scientifiche del razzismo, sono oggi da tanti punti di vista sotto attacco. Lo ricordiamo con un&amp;amp;rsquo;appassionata rievocazione della importanza dei suoi saggi nella formazione e nel percorso di vita di un giovane biologo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo la prima volta che ho sentito parlare di Stephen Jay Gould. Doveva essere giugno o luglio, perché faceva già piuttosto caldo.</p>
<p>Mi trovavo nel laboratorio del piano interrato dell’Istituto di Farmacologia “Egidio Meneghetti” di Padova, dove lavoravo alla mia tesi di laurea in biologia. Ricordo con precisione quella mattina, quando incrociai nel corridoio Federico, uno dei ragazzi che lavorava in un altro laboratorio nello stesso seminterrato, già laureato e nel pieno del suo periodo di dottorato. Ci incrociammo nel corridoio, camminando un po’ di fretta. Io avevo il secchiello del ghiaccio in mano per iniziare la mia giornata di lavoro e dopo un rapido saluto stavamo andando ognuno per la sua strada, quando Federico all’improvviso si girò e mi disse: “Ah, ho appena letto un libro molto carino, secondo me ti piace. È su argomenti di biologia evolutiva… l’autore è un certo Gould… bello, anche se secondo me è un po’ troppo forte nelle sue affermazioni. Se vuoi te lo presto”. Gli risposi che sì, mi sarebbe piaciuto leggerlo e dopo qualche giorno me lo portò in laboratorio.</p>
<p>Era l’inizio estate del 1991 e quella fu la prima volta che mi imbattei in Stephen Jay Gould. Il libro era <em>Wonderful life. The Burgess Shale and the Nature of History</em> (trad. it. <em>La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia</em>). Rimasi folgorato. Decisi immediatamente che dovevo averlo. In quel momento nelle librerie non era disponibile, quindi lo cercai nella biblioteca della mia facoltà. Qualche settimana dopo ne avevo una copia rilegata, ottenuta producendo una lunga serie di fotocopie clandestine: la possiedo ancora oggi.</p>
<h2 id="non-ho-più-smesso-di-leggere-qualsiasi-cosa-trovassi-di-gould">&ldquo;Non ho più smesso di leggere qualsiasi cosa trovassi di Gould&rdquo;</h2><p>Da quel giorno non ho più smesso di leggere ogni cosa che riuscivo a trovare di Gould. Intervallavo le raccolte dei suoi saggi a uno dei suoi libri monografici tra i quali, alcuni anni dopo la versione fotocopiata, proprio il libro che me lo fece conoscere, <em>La vita meravigliosa,</em> che riuscii finalmente ad acquistare e rilessi. Non so perché decisi di rileggerlo, ma ricordo che avere in mano il libro vero e proprio mi trasmise una sensazione di autentico privilegio per averlo trovato e sentii che dovevo rileggerlo, quasi per una forma di rispetto nei suoi confronti per averlo letto la prima volta in fotocopie.</p>
<p>Così facendo, senza rendermene conto, diedi inizio proprio con questo libro a ciò che in seguito presi l’abitudine di fare sempre, cioè rileggere ad una certa distanza di tempo tutta la sua produzione scientifica, perché quella prima volta scoprii che al mio cervello accadeva qualcosa di eccitante. Sono uno di quei lettori che riduce i libri (anche quelli universitari) in uno stato pietoso: tantissime sottolineature, annotazioni a bordo pagina, asterischi, frecce e richiami. Ogni pagina finisce per diventare una mappa del mio modo di leggere e di pensare. Un metodo un po’ bizzarro, si potrebbe pensare, ma certamente utile. Ma nonostante queste numerosissime chiose possano rendere noiosa la rilettura di un testo nel quale non ti puoi aspettare più alcuna sorpresa, mi accorsi che mi accadeva esattamente il contrario. Qualcosa mi spingeva a rileggere con una speciale attenzione proprio le pagine che risultavano intonse o poco evidenziate. E puntualmente vi trovavo sempre qualcosa di sorprendente, un suo pensiero stimolante che nella prima lettura non aveva attirato la mia attenzione. Ecco, questo è uno dei tanti piccoli effetti collaterali che l’incontro con Gould ha avuto su di me e ancora oggi questo metodo mi è rimasto, per qualunque cosa io legga.</p>
<p>Man mano che mi immergevo nelle sue opere sentivo che moltissime delle caratteristiche che trovavo così compiutamente espresse in Gould e che ammiravo erano presenti dentro di me come inclinazioni, che aspettavano solo il modo ed il momento di esprimersi. Il costante confronto con le sue idee mi permise, anzitutto, di maturare in modo completo la mia prima e fondamentale riflessione da aspirante biologo che si stava interrogando sul mondo che lo circonda: la strada più proficua per leggere la natura ed imparare da essa non è quella dei facili riduzionismi né quella delle giustificazioni di comodo, ma quella più irta di difficoltà che porta ad ammirare la sua irriducibile complessità, accettare la sua imprevedibilità e godere, infine, della bellezza della sua sorprendente diversità.</p>
<h2 id="una-visione-della-vita-di-forza-straordinaria">Una visione della vita di forza straordinaria</h2><p>Arrivai, così, a cogliere fino in fondo l’impatto dell’idea gouldiana di contingenza: l&rsquo;evoluzione non ha un fine prestabilito, e l&rsquo;essere umano è tutt’altro che il culmine necessario della natura, ma solamente un piccolo ramoscello contingente in un cespuglio evolutivo incredibilmente ramificato. Immerso in queste riflessioni, mi sorpresi a provare quasi un senso di liberazione per aver trovato in questa visione della vita una forza straordinaria. Mi venne spontaneo chiedermi perché una conclusione che a me appariva tanto semplice e, soprattutto, così liberatoria, fosse invece tanto difficile da accettare per la nostra specie. La risposta mi sembrò quasi disarmante: accettare davvero fino in fondo la contingenza gouldiana significava mettere in discussione l’idea che fossimo qualcosa di speciale, il punto verso cui necessariamente tendeva la storia della vita. Significava fare i conti con una forma di arroganza profondamente radicata nel nostro modo di concepirci e riconoscerci finalmente per quello che siamo. Ogni nuova lettura era come raggiungere una vetta più alta della precedente, che si spostava sempre più in alto alla lettura successiva.</p>
<p>Avevo letto le prime tre o quattro raccolte di saggi e mi decisi a leggere un altro dei suoi libri monografici, <em>La freccia del tempo, il ciclo del tempo: mito e metafora del tempo geologico.</em> Dopo poche pagine la mia reazione fu semplicemente “Wow… È pazzesco!!”. Ebbi la precisa sensazione di esser riuscito a capire profondamente la geologia, in precedenza qualcosa di molto lontano da me. Ma più ancora, imparai da questo libro un’altra lezione fondamentale sulla presunta oggettività della scienza e di coloro che la praticano: nella scienza non tutto è sempre come appare. Addentrandomi nei capitoli, mi resi conto che un argomento così lontano dai miei interessi principali stava diventando come un romanzo d’avventura, carico di suspense, dove i protagonisti avevano ingaggiato uno scontro mortale tra generazioni. Pagina dopo pagina, percepivo che qualcosa stava accadendo. Pur non conoscendo gli argomenti, mi sentivo come preso per mano e guidato in modo magistrale in quel labirinto di teorie contrastanti, finché arrivai a capire nitidamente che tutto lo scontro si giocava sul palcoscenico del più classico degli errori: le storie dei progressi della scienza vengono sempre raccontate perpetuando la narrazione manichea secondo cui ci sono gli scienziati dei decenni o secoli passati, con buone intuizioni ma inevitabilmente erronei in quanto ancora arretrati, contrapposti ai loro colleghi più moderni, necessariamente illuminati in quanto dotati di maggior rigore scientifico e perciò sempre nel giusto.</p>
<p>Gould distrugge questa narrazione di comodo e, attingendo al suo talento narrativo migliore, ci mostra perché non si debba mai rinunciare ad una lettura integrale e senza pregiudizi delle opere dei diversi protagonisti, unita a un’analisi della dimensione umana e psicologica di uno scienziato. Scoprii, così, che la figura del vecchio geologo, da sempre liquidato come autore di teorie arretrate e poco scientifiche, si rivela essere molto più rigorosa del collega più moderno, per tutti il vero eroe e fautore della visione corretta della geologia. La sorpresa che ebbi di fronte a questa storia, ma soprattutto il modo in cui Gould riuscì a raccontare questa epica battaglia, mi provocarono una sensazione indescrivibile, quasi uno stato di eccitazione.</p>
<p>Dopo altre raccolte di saggi, iniziai a rivolgere il mio pensiero al suo <em>Ontogenesi e Filogenesi</em>. Per lungo tempo l’argomento non mi aveva attirato particolarmente: lo avevo sempre immaginato ostico, quasi troppo da specialisti e forse anche un po’ noioso rispetto all’incredibile fascino che avevano avuto su di me fino a quel momento tutti i suoi saggi e, più ancora, i primi due libri che avevo letto. Avevo quindi rinviato il momento di leggerlo, aspettando l’ispirazione giusta. Capii che era arrivata quando un giorno, ripensando a quel libro, fui improvvisamente attraversato da un desiderio irrefrenabile di leggerlo. Mi aveva scosso un pensiero: e se Gould fosse stato capace di riservarmi una sorpresa anche su questo argomento? Come sarà riuscito a trattarlo? Avrà fatto un’altra delle sue magie narrative? Sentii che lui non poteva aver tradito la mia fiducia… E fu un’ennesima rivelazione. Avevo studiato quegli argomenti all’università, ma pareva che fino a quel momento non avessi capito nulla del mondo pazzesco che si celava dietro quell’aspra diatriba scientifica, finché non fu Gould ad illuminarla con la sua genialità. Ogni volta le stesse emozioni mi scuotevano. Arrivai, così, fino all’ultima raccolta di saggi della quale Gould curò l’edizione quando era già nuovamente malato <em>(I Have landed)</em>, e fu ancora una volta una sorpresa commovente. Non sapevo, però, che l’apoteosi dovesse ancora arrivare. Ebbi l’occasione di sperimentarla quando mi infortunai un ginocchio (a posteriori ho pensato che sia stata una benedizione) e dopo l’operazione rimasi in malattia per un mese. A casa un mese intero… e avevo da poco comprato <em>La struttura della teoria dell’Evoluzione,</em> l’opera che è stata definita la sua “mostrografia”, il gigantesco testamento scientifico sulle sue idee sull’Evoluzione, 1.700 pagine di Gould a tutto campo. Fino a quel momento non avevo ancora avuto il coraggio di affrontare il libro, ma era arrivato il momento. Inutile dirlo: l’ho letto compulsivamente, divorato. Mi sentivo come un fiume in piena e riempii le pagine di annotazioni. Capitolo dopo capitolo, accumulai anche decine di fogli a parte di appunti e riflessioni. L’ho riletto a pezzi più volte di ogni altra sua opera, in alcuni momenti l’ho ripreso in mano anche solo per pochi giorni per il gusto di averlo sulle ginocchia e rileggere le sue parole capaci di ispirarmi sempre qualcosa… e sì, l’ho portato con me in alcuni anni come libro di vacanza.</p>
<h2 id="rigore-scientifico-e-una-rara-forma-di-compassione-umana">Rigore scientifico e una rara forma di compassione umana</h2><p>Questo era Stephen Jay Gould.<br>
Aveva una qualità rarissima: riusciva sempre a tenere insieme rigore scientifico, profondità storica, onestà intellettuale e una rara forma di compassione umana. Non spiegava solo l’evoluzione al suo vasto pubblico, per la maggior parte composto da persone non addette ai lavori (questo era proprio il suo più grande orgoglio), ma insegnava piuttosto come pensare. Il monito era di non fermarsi mai alle prime convinzioni, di andare oltre ed esplorare, ad esempio, l’immenso valore euristico dell’errore nella scienza o il peso della storia nella produzione delle idee.</p>
<p>A distanza di quasi due decenni dal mio primo incontro con Gould ero arrivato al punto di aver letto praticamente tutto quello che era disponibile e rintracciabile in italiano, così decisi di cercare in rete se ci fosse qualcos’altro che non conoscevo. Scoprii <a href="https://pikaia.eu/" rel="noopener">Pikaia,</a> un sito online dedicato all’evoluzione il cui nome era ispirato proprio dalla straordinaria parte finale del libro di Gould che cambiò per sempre il mio pensiero, <em>La vita meravigliosa</em>. Scrissi nella posta dedicata ai lettori se qualcuno avesse altre cose contenenti scritti di Gould diversi dalle raccolte di saggi e dai libri più noti. Una lettrice mi rispose che aveva una collezione di vecchi numeri della rivista <em>Airone,</em> dove ricordava fossero ospitati numerosi articoli di Gould e me li regalò. Che dire, era sempre lui, il solito meraviglioso e spumeggiante Gould che anche in quelle sedi minori era sempre raffinato come nei suoi grandi libri, perché per lui la divulgazione non doveva e non poteva mai diventare sterile semplificazione, ma sempre responsabilità morale. Vorrei terminare ricordando i due aspetti a mio avviso forse più sorprendenti della sua vita di uomo e di scienziato, quelli che più hanno fatto vibrare le mie corde profonde, lasciando in me un segno indelebile.</p>
<h2 id="impegno-sociale-e-battaglia-politica">Impegno sociale e battaglia politica</h2><p>Sono due gli aspetti che mi hanno sorpreso più di tutte le altre tematiche da lui trattate, perché lontani dalle sue specifiche materie di competenza, e proprio per questo più sorprendenti.</p>
<p>Il primo aspetto riguarda il Gould impegnato socialmente. Non è mai stato un politico, ma si è sempre sentito profondamente coinvolto nelle vicende della società in cui viveva con il forte senso civico di chi sente di dover fare la propria parte. Ecco perché non poteva che essere sua la più straordinaria e convincente discesa in campo per difendere la biologia come disciplina troppo spesso strumentalizzata e piegata da interessi politici personalistici per legittimare il potere. <em>Intelligenza e pregiudizio</em> è il più potente strumento scientifico di critica che io abbia mai letto, capace di demolire e smontare completamente qualunque presunto valore scientifico dei concetti di razzismo biologico e innatismo. La forza del libro non sta solo nell’essere riuscito a far capire ai lettori in modo straordinariamente semplice - ma profondo - che l’errore più grande che si possa fare sarebbe quello di considerare quelle idee potenzialmente sensate nel periodo storico del passato nel quale sono nate perché, in realtà, erano comunque fattualmente sbagliate. Gould va anche oltre, ci illumina come solo lui ha saputo fare, perché scava prima di tutto nella dimensione psicologica di tutti i personaggi esaminati riuscendo, poi, a fondere magistralmente questa dimensione che lui riteneva sempre fondamentale (amava ripetere che nessuno scienziato è scienziato e basta, siamo tutti prima uomini) con l’analisi puntuale dei loro dati scientifici, dimostrando quanto e come essi furono influenzati da convinzioni a priori e forti pregiudizi. Solo così capiamo perché queste idee sono state difese, a quali bisogni volevano rispondere, perché seducano ancora così tanto e, infine, perché ritornino ciclicamente. Lessi questo libro quando ero già più adulto rispetto alle prime letture da studente universitario e l’incontro con il testo fu non solo la svolta che stavo cercando su questo argomento, ma anche la cosa interiormente più toccante che mi sia mai capitata leggendo un libro. Ricordo che mentre lo leggevo una voce dentro di me mi diceva: “Ecco… è questo quello che cercavo! È questa storia così raccontata e questa analisi così unica che mi mancava!”.</p>
<p>Ma il Gould forse più inatteso, e per questo ancor più ammirevole, emerge nell’altra sua grande battaglia civile, quella contro il cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Nel 1981 lo Stato dell’Arkansas approvò, quasi in sordina, una legge che imponeva alle scuole dello Stato di dedicare nei programmi didattici un trattamento equo all’insegnamento della teoria dell’evoluzione assieme a quella del cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Dietro le quinte di questa iniziativa si celava un gruppo di aderenti a un’organizzazione religiosa della California, che usava argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di dimostrare la verità letterale del racconto biblico della Genesi. Contro questa legge fu intentata una causa grazie all’American Civil Liberties Union (organizzazione americana per la difesa dei diritti civili che sostenne la difesa), che riunì un gruppo straordinariamente eterogeneo di ricorrenti, tra i quali genitori, insegnanti, membri di numerose altre confessioni religiose e alcuni scienziati di varie discipline. Tra questi fu chiamato a testimoniare in qualità di esperto di evoluzione Stephen Jay Gould.</p>
<p>Non delegò ad altri il compito al quale era stato chiamato e andò in tribunale. La sua testimonianza fu strategicamente fondamentale perché riuscì a demolire la credibilità del creazionismo scientifico dimostrando che i suoi membri stavano usando una retorica ingannevole. Per farlo, Gould usò come argomentazioni alcuni dei suoi cavalli di battaglia già tante volte presenti nei suoi saggi e libri e lo fece senza arroganza, trattando gli avversari come cittadini eventualmente da convincere, non come nemici da attaccare e schiacciare. Lo fece con una chiarezza e semplicità disarmante, senza tecnicismi, per farsi comprendere dal giudice federale che doveva decidere sulla causa e che, alla fine del processo, dichiarò quella legge incostituzionale.</p>
<p>Gould ci insegna in modo magistrale che la scienza non deve essere usata né per giustificare presunte disuguaglianze tra le persone, utili a cercare scorciatoie morali per giustificare certe azioni, né per avallare ed imporre dogmi per i propri interessi. Ecco perché l’ho amato e lo amo: perché impersonifica ciò che io avevo sempre voluto diventare; perché si espose, perché rischiò, perché decise di perdere tempo e forse anche prestigio e serenità per qualcosa che in fin dei conti non gli serviva ma che riteneva giusto. Sono riuscito a trovare in rete la trascrizione del verbale di quel famoso processo e sono riuscito a leggere l’intera testimonianza originale che Gould rese in tribunale. Si poteva respirare la bellezza dei suoi pensieri.</p>
<h2 id="eclettismo-ed-erudizione">Eclettismo ed erudizione</h2><p>Un’ultima riflessione a compendio del mio percorso lungo il sentiero di Gould. Credo che rappresenti uno dei rarissimi esempi di coesistenza di eclettismo ed erudizione. Il suo eclettismo gli ha donato la capacità di muoversi con naturalezza tra discipline ed interessi diversi, riuscendo sempre a cogliere collegamenti che nessun altro riusciva a vedere. Era eclettico non tanto e non semplicemente per i molti interessi che aveva, ma più profondamente nel modo di ragionare. Ogni saggio o libro, che parta da una partita di baseball, da un’opera di Mozart, dalla caratteristica architettonica di una basilica, da un quadro fiammingo, da un’opera letteraria o da un fatto politico… porta sempre il lettore, senza quasi che se ne accorga, a discutere di profondi concetti di evoluzione, di contingenza, di selezione naturale o di storia della biologia. L’unicità del suo eclettismo era questa: non una semplice varietà di interessi, ma la capacità affascinante di costruire inaspettati ponti concettuali.</p>
<p>Ma Gould era senz’altro anche un erudito. Ce ne accorgiamo quando realizziamo che i suoi ponti concettuali non sono intuizioni improvvisate. Qualunque riferimento bibliografico non solo a tutti i personaggi più importanti delle sue discipline, ma anche a tutte le figure apparentemente minori o del passato anche al di fuori dei suoi ambiti specialistici (come potevano essere un Leonardo da Vinci o le centinaia di altri personaggi di ogni campo del sapere che sfilano nei suoi saggi) era sostenuto da una documentazione impressionante. Gould non solo verificava personalmente tutte le citazioni e i dettagli ma, cosa che più di ogni altra sua caratteristica mi impressionò, cercava sempre tutte le fonti nell’originale e molto spesso, laddove riusciva con il suo non trascurabile plurilinguismo, le leggeva nella lingua originaria dell’autore per avere la certezza di cogliere dalle sfumature dei termini la vera essenza dei loro ragionamenti.</p>
<p>Questa vastissima ed approfondita conoscenza che lo annovera di diritto tra gli uomini più eruditi del suo tempo era il risultato della quintessenza di ciò che in piccolo sentivo essere la voce più forte dentro me: il desiderio insaziabile di conoscenza che scaturiva da una curiosità indomabile. Ne emerge un uomo che aveva nell’eclettismo il suo modo più naturale di pensare e collegare i fatti più disparati, e nell’erudizione il fondamento rigoroso del suo metodo. Moltissimi altri scienziati sono stati prevalentemente o eruditi o eclettici, ma nessuno, a mio avviso, era mai riuscito a fondere assieme entrambi questi aspetti espressi a livelli così eccelsi. Questa fusione ha dato vita in lui a quella dimensione che lui stesso dichiara essere sempre stata la sua vera diversità e che invita tutti i suoi lettori a ricercare.</p>
<p>Qualche anno fa mi capitò di fare un’ultima scoperta che mi emozionò profondamente. Cercando ancora una volta in rete qualcosa che non conoscessi di Gould, scoprii che in numerose università italiane erano state dedicate all’impatto della sua vastissima opera scientifica tesi di laurea non solo nei suoi campi di competenza della paleontologia, antropologia o biologia, ma persino in discipline come la filosofia, la linguistica e le scienze cognitive. Rimasi colpito non tanto dal loro numero, quanto dal fatto che discipline così diverse tra loro riconoscessero in lui un reale punto d’incontro fecondo. Questa è la concreta dimostrazione che la sua opera è stata effettivamente capace di abbracciare il sapere umano in tutta la sua ricchezza e diversità.</p>
<p>Non riesco ad immaginare un tributo più grande a Gould.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fauci, i diari e il processo politico alla scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fauci-diari-processo-politico-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fauci-diari-processo-politico-scienza/</guid><pubDate>Thu, 10 Sep 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Roberto Battiston</dc:creator><category>salute</category><description>Accusato al Senato di aver creato il virus, occultato l&amp;amp;rsquo;origine e mentito sulle mascherine, Fauci è stato messo sotto processo politico. I suoi diari, quasi mezzo milione di parole, raccontano errori, sicurezze eccessive e un sistema di controllo che fallì, non il complotto criminale che gli viene attribuito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fauci-diari-processo-politico-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fauci-diari-processo-politico-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 29 luglio Anthony Fauci, per quasi quarant’anni direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere scientifico degli Stati Uniti durante il Covid, prima con Trump e poi con Biden,  è comparso davanti alla Commissione del Senato per la sicurezza interna. Convocato con un ordine di comparizione, ha letto una dichiarazione iniziale e poi, seguendo i suoi legali, ha ripetutamente invocato il Quinto Emendamento per non rilasciare dichiarazioni. Il 6 agosto la maggioranza repubblicana della Commissione lo ha accusato di oltraggio al congresso  e il presidente Rand Paul ha trasmesso il dossier al Dipartimento di Giustizia.</p>
<p>Occorre partire  da un fatto elementare: Fauci non è stato incriminato né condannato. Si può discutere se abbia esteso troppo il diritto a non rispondere, soprattutto dopo il perdono preventivo concessogli da Joe Biden. Non si può però trasformare una garanzia costituzionale, quella di utilizzare il Quinto emendamento,  in una confessione. Eppure l’audizione è stata costruita come l’ultimo atto di un verdetto politico già pronunciato: Fauci avrebbe finanziato la creazione del virus, occultato l’origine, mentito sulle mascherine, chiuso l’America e guadagnato grazie alla pandemia.</p>
<p>Per verificare queste affermazioni ho analizzato il materiale disponibile nel cosiddetto archivio dei <a href="https://www.faucisdiary.com/" rel="noopener">Fauci Diaries</a>: 1.889 voci riferite a 1.803 giornate, circa 487 mila parole, dal 2001 al febbraio 2025, oltre a email e documenti amministrativi. È un corpus straordinario, ma occorre ricordare che non è neutrale: un diario seleziona la realtà e l’archivio è presentato dalla maggioranza che conduce l’indagine. Non è una Bibbia per l’accusa o la difesa, ma consente di mettere alla prova le accuse che sono formulate.</p>
<p>Bisogna separare ciò che Fauci scrisse da ciò che gli viene attribuito; le conoscenze di allora da quelle emerse dopo; le raccomandazioni scientifiche dalle decisioni politiche; la responsabilità amministrativa dall’intenzione criminale. Emerge così un Fauci diverso sia dal santo laico della pandemia sia dal criminale dipinto oggi: un funzionario competente e influente, talvolta troppo sicuro nella comunicazione, responsabile di errori e inserito in sistemi che in alcuni passaggi fallirono. Non emerge però assolutamente  la catena criminale che gli viene attribuita.</p>
<p>Percorriamo assieme questa documentazione. I primi mesi del 2020 sono decisivi. Il 26 gennaio Fauci annota che la possibile trasmissione da persone senza sintomi può cambiare la risposta sanitaria. Dubita dei dati cinesi e chiede verifiche dirette. Il 31 gennaio riceve la segnalazione di caratteristiche insolite del virus, compreso il sito di clivaggio della furina. Non liquida l’ipotesi di laboratorio come complottismo: chiede di riunire virologi e biologi evoluzionisti. Nella teleconferenza del 1° febbraio alcuni propendono per l’evoluzione naturale, altri considerano possibili scenari legati ad attività di laboratorio. Il 6 febbraio non emergono prove chiare di ingegnerizzazione intenzionale, ma vengono  raccomandate altre verifiche.</p>
<p>Questa cronologia contraddice l’accusa secondo cui Fauci avrebbe conosciuto l’origine laboratoriale e organizzato un insabbiamento. Mostra una preoccupazione seria, una discussione fra specialisti e un cambiamento delle valutazioni. Nella scienza cambiare opinione non è una confessione: accade quando un’ipotesi incontra nuovi dati. Per dimostrare un complotto occorrerebbe provare che il cambiamento fu imposto da ordini, minacce o ricompense. I documenti pubblici non lo provano.</p>
<p>Ciò non significa che la comunicazione fu impeccabile. L’articolo The Proximal Origin of SARS-CoV-2, al quale Fauci non partecipò come autore ma la cui genesi contribuì ad avviare, offriva argomenti seri contro l’ingegnerizzazione intenzionale. Si spinse però troppo oltre nel presentare come implausibile qualunque scenario collegato a un laboratorio. Messaggi privati mostrano che alcuni autori conservarono dubbi maggiori di quelli espressi nel testo. Fauci partecipò alla discussione, ricevette almeno una bozza e citò pubblicamente il lavoro. Avrebbe dovuto chiarire il proprio ruolo e, ad esempio,  la differenza tra “virus intenzionalmente costruito” e “virus uscito accidentalmente da un laboratorio”. Trasparenza incompleta non significa però conoscenza segreta; comunicazione categorica non significa falsificazione deliberata.</p>
<p>Ancora oggi l’origine del SARS-CoV-2 non è stabilita definitivamente. Le prove favoriscono un passaggio tra specie, spillover, ma i dati cinesi mancanti non consentono di escludere un incidente di laboratorio. Non possiamo retrodatare al febbraio 2020 certezze che non possediamo neppure oggi.</p>
<p>Il punto più vulnerabile riguarda forse la vicenda EcoHealth Alliance e la questione del  potenziamento delle funzioni. Il NIAID diretto da Fauci finanziò EcoHealth nel 2015,  che trasferì parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology come previsto. Nel progetto furono costruiti coronavirus chimerici e alcuni mostrarono proprietà accresciute in topi transgenici con recettore umano ACE2. EcoHealth consegnò con quasi due anni di ritardo un rapporto; il NIH non lo sollecitò tempestivamente; i dati originali richiesti non furono mai  messi a disposizione. È un grave fallimento di controllo della ricerca.</p>
<p>Anche la risposta data da Fauci al Congresso nel 2021 fu troppo assoluta. Quando disse che il NIH non aveva mai finanziato potenziamento delle funzioni  a Wuhan, usava la definizione regolatoria ristretta, relativa a potenziali patogeni pandemici altamente trasmissibili e virulenti nell’uomo. Rand Paul usava invece il significato biologico generale: un esperimento che aumenta una funzione. Fauci avrebbe dovuto spiegare la distinzione, non rispondere con un “no” che sembrava negare qualunque aumento sperimentale. Fu una risposta tecnicamente difendibile nel quadro regolatorio, ma comunicativamente fuorviante.</p>
<p>Da questo però non discende che il progetto abbia creato SARS-CoV-2. I virus documentati sono troppo lontani filogeneticamente per esserne i progenitori diretti. Non è provato che Fauci abbia approvato i singoli esperimenti, conosciuto in anticipo i risultati o finanziato consapevolmente il virus pandemico. La sequenza accusatoria — controllo insufficiente, esperimento rischioso, creazione del Covid, conoscenza personale, occultamento, crimine — passa da fatti reali a conclusioni non dimostrate. È qui che un’inchiesta necessaria sulla biosicurezza diventa un processo politico per estrapolazione.</p>
<p>Sulle mascherine Fauci commise degli errori. L’8 marzo 2020 disse che non vi era ragione perché una persona sana circolasse con una mascherina. Sapeva già che la trasmissione da persone senza sintomi era possibile, anche se non ne conosceva l’importanza quantitativa; sapeva inoltre che negli ospedali mancavano questi dispositivi. Mescolò l’incertezza sulla protezione individuale, la sottovalutazione del controllo della sorgente e la necessità di riservare le mascherine migliori ai sanitari. Ne uscì una formula paternalistica e troppo netta.</p>
<p>Ma il diario registra la correzione. Il 30 marzo Fauci porta alla task force il problema delle particelle emesse parlando; il giorno successivo scrive che le autorità erano state troppo forti nel dire che le mascherine non funzionavano. Il 3 aprile il CDC cambia raccomandazione alla luce della trasmissione presintomatica. Questo non rende giusta la frase iniziale. Mostra però il meccanismo, imperfetto, con cui la scienza corregge se stessa. Per parlare di menzogna occorrerebbe provare che Fauci conoscesse già l’efficacia del mascheramento comunitario e volesse ingannare il pubblico. I diari mostrano invece incertezza, scarsità di materiali e cattiva comunicazione.<br>
Anche sulle restrizioni la lettura deve essere onesta. Fauci non fu marginale. Nei diari rivendica un ruolo nelle raccomandazioni sulla chiusura delle scuole di New York, di bar e ristoranti e nell’estensione delle misure federali. Nel marzo 2020, con test insufficienti, nessun vaccino, nessuna terapia specifica e ospedali a rischio, una riduzione drastica e temporanea dei contatti aveva una motivazione epidemiologica razionale, così come del resto fu fatto in Italia e in altri paesi. Ciò non significa che ogni misura successiva sia stata proporzionata, né che siano stati valutati adeguatamente i danni all’istruzione, alla salute mentale e alle diseguaglianze. Il campo visivo di Fauci era quello dell’infettivologo; spettava alla politica integrare gli altri interessi. Ma Fauci consigliava: non aveva il potere giuridico di chiudere gli Stati Uniti. Attribuirgli tutte le decisioni di presidenti, governatori, sindaci e autorità scolastiche significa costruire un capro espiatorio.</p>
<p>Persino il dossier sui premi, usato in audizione per dipingerlo come un uomo arricchitosi sui morti, racconta una storia diversa dalla corruzione. Fauci coltivava candidature a premi e personale del NIAID contribuì in un caso alla preparazione di un  dossier per il Dan David Prize. È un comportamento discutibile per vanità, opportunità e uso di risorse pubbliche. Il premio principale, quasi 900 mila dollari, proveniva però da una fondazione privata, non da fondi Covid o dal NIAID. Fu sottoposto a una procedura etica formale che durò a lungo; altri premi in denaro per Fauci furono vietati perché gli enti erogatori avevano rapporti con l’istituto. Non vi è la prova di uno scambio di favori o di appropriazione di denaro pubblico. Accostare “un milione di morti” e “un milione di dollari” è un montaggio emotivo che può avere efficacia oratoria, non un nesso causale.</p>
<p>La trasparenza resta un dovere. David Morens, già consigliere del NIAID, ha appena ammesso di avere cospirato per sottrarre alcune mail alle regole federali di accesso agli atti. È un fatto grave. Ma Fauci non è accusato in quel procedimento: la responsabilità non è contagiosa per prossimità, deve essere individuale e provata.</p>
<p>Che cosa resta, dopo migliaia di pagine? Un  ritratto di un Fauci non infallibile: ambizioso, consapevole del proprio ruolo, talvolta difensivo, troppo categorico su questioni incerte e responsabile, come direttore, di un sistema di supervisione che almeno in un caso fallì. Ma anche uno scienziato che riconobbe errori nei propri appunti, contestò modelli catastrofici quando li riteneva inadeguati, prese sul serio l’ipotesi di laboratorio e cercò di proteggere la popolazione del suo paese in una crisi senza precedenti. Dai documenti emerge materia per critica, riforme e responsabilità amministrativa. Non emerge la prova che abbia creato il virus, conosciuto segretamente la sua origine o organizzato un inganno criminale.</p>
<p>Definire “sciacallaggio politico” ciò che sta accadendo non significa quindi  sottrarre Fauci alle domande. Significa osservare il metodo con cui fatti parziali vengono selezionati, privati del contesto e collegati fino a produrre una colpa totale. L’errore diventa frode; la revisione di una raccomandazione diventa menzogna; l’influenza scientifica diventa potere dittatoriale; un premio autorizzato diventa tangente; il silenzio costituzionalmente protetto diventa confessione. È una tecnica di demolizione personale, non un controllo parlamentare equilibrato.</p>
<p>Il danno supera il destino di Fauci. Se chi serve lo Stato durante un’emergenza sa che anni dopo ogni esitazione o correzione potrà essere reinterpretata come indizio criminale da una maggioranza ostile, i migliori scienziati impareranno a tacere o a non entrare nelle istituzioni. La prossima crisi troverà governi più soli e cittadini ancora più diffidenti.</p>
<p>Una democrazia deve giudicare severamente i propri esperti. Deve pretendere dati accessibili, conflitti dichiarati, email conservate e decisioni motivate. Ma deve sapere distinguere l’errore dalla frode, la responsabilità amministrativa dal crimine, l’incertezza dalla menzogna. Le controversie scientifiche si risolvono con dati e confronto tra ipotesi; le responsabilità penali con prove, contraddittorio e giudici indipendenti. Quando la politica decide prima la colpa e poi cerca nei documenti frammenti utili a sostenerla, non difende la verità: la sostituisce con una narrazione.</p>
<p>I nuovi Bellarmino possono vincere un’audizione. Ma il futuro delle democrazie dipende ancora dal metodo di Galileo: osservare, dubitare, correggere, distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo. Difenderlo non significa assolvere ogni scelta di Fauci, ma preservare la possibilità che domani uno scienziato competente metta il proprio sapere al servizio dell’interesse pubblico.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/files/Analisi_Fauci_Diari_e_Documenti_v2_2026-08-23_0.pdf">Scarica l&rsquo;analisi completa dei diari di Fauci.</a></p>
<p>Articolo pubblicato il 25 agosto su <em><a href="https://www.iltquotidiano.it/articoli/anthony-fauci-nel-mirino-maga-lanalisi-del-fisico-battiston-sulle-quasi-500-mila-parole-dei-diari-un-processo-alla-scienza/" rel="noopener">il T Quotidiano</a></em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Deumanizzare, violentare, prostituire: lo sfruttamento sessuale delle donne migranti tra Tunisia e Libia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia/</guid><pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>societa</category><description>Trentatré testimonianze raccolte da un gruppo internazionale di ricercatrici e ricercatori ricostruiscono una serie di arresti, espulsioni, detenzione e sfruttamento sessuale. Al centro di queste vicende ci sono le donne migranti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/deumanizzare-violentare-prostituire-sfruttamento-sessuale-donne-migranti-tunisia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«(A Sfax) i poliziotti sono venuti a prenderci dopo aver rotto tutto. Non so come sia successo, ci hanno violentato, capisci. Durante un&rsquo;irruzione della polizia nelle <em>zitounes</em>*, la polizia ha violentato le donne, compresa mia figlia, che è rimasta incinta… Sì, ti arrivano addosso, sì&hellip; non sapevo cosa fare, mi hanno picchiato e volevo difendere mia figlia che è stata violentata».</p>
<p>Questa è la testimonianza di FTM, che racconta di essere stata portata in una struttura a Characharah, in Libia, dove donne e bambini vivono in condizioni estreme e dove carcerieri e acquirenti dispongono dei loro corpi.</p>
<p>Il processo di negoziazione e di scambio tra guardie e soggetti esterni è chiamato <em>barnamiche</em>, ma è solo uno degli ultimi passaggi ai quali uomini e donne detenute sono sottoposti. Comincia tutto molto prima: con un arresto, una perquisizione, un documento distrutto, un viaggio dentro camion per il bestiame.</p>
<p>Quella di FTM non è una storia isolata: è uno dei 33 racconti raccolti da dicembre 2024 a febbraio da RR[X] - gruppo internazionale di ricerca che ha scelto di rimanere anonimo per proteggere ricercatori e ricercatrici, collaboratori e testimoni - in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Il rapporto <a href="https://statetrafficking.net/WomenStateTrafficking_IT.pdf" rel="noopener"><em>Women State Trafficking</em></a>, in cui sono raccolte queste storie, denuncia violenze di genere,  tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia e sfruttamento sessuale.</p>
<p>Secondo RR[X], tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone sarebbero state vittime della tratta di Stato: una stima per difetto, calcolata sulle 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia alla Libia che il gruppo dichiara di avere documentato attraverso le testimonianze.</p>
<p>Il <a href="https://statetrafficking.net/StateTrafficking_IT_light.pdf" rel="noopener">primo rapporto</a> aveva individuato cinque passaggi: arresto in Tunisia, trasporto verso il confine, detenzione nelle aree di frontiera, passaggio e vendita a gruppi armati libici e, infine, detenzione nelle prigioni libiche fino al pagamento di un riscatto. Il nuovo rapporto aggiunge a questa sequenza una domanda: cosa succede alle donne quando il riscatto non può essere pagato?</p>
<p>Diciannove delle persone intervistate sono donne, tre delle quali minorenni; tredici sono madri di bambini piccoli o neonati e cinque erano incinte al momento dell&rsquo;arresto e dell&rsquo;espulsione.</p>
<p>Le interviste, condotte da una ricercatrice con esperienza nei servizi antitratta, non raccontano soltanto singoli episodi di violenza, ricostruiscono una sequenza: dall&rsquo;arresto e dal trasferimento forzato dalla Tunisia alla detenzione in Libia, fino al sequestro e allo sfruttamento. In alcuni casi, le testimoni e i testimoni hanno condiviso con RR[X] immagini audio e video che, secondi i ricercatori e le ricercatrici, hanno permesso di ricostruire i tempi e i luoghi delle violenze.</p>
<p>Le testimonianze sono organizzate attorno a tre verbi: deumanizzare, violentare, prostituire.</p>
<h2 id="deumanizzare-da-persona-a-corpo-prigioniero">Deumanizzare: da persona a corpo prigioniero</h2><p>Nelle aree di frontiera tra Tunisia e Libia, le persone vengono rinchiuse in spazi che le testimonianze descrivono come gabbie o recinti metallici. Alcuni hangar sono sovraffollati, privi di ventilazione e di servizi igienici; in alcuni casi l&rsquo;acqua distribuita sarebbe salata o destinata agli animali.</p>
<p>Le pratiche raccontate dalle persone migranti mostrano «una progressiva distruzione della dignità personale, attraverso la cancellazione di status, diritti e umanità. L’arresto arbitrario, la distruzione dei documenti, le perquisizioni pubbliche, il trasporto in condizioni degradanti, la reclusione in spazi assimilati a gabbie e, infine, la cessione a soggetti armati terzi non sono dunque episodi isolati, ma si configurano come segmenti di una medesima filiera, finalizzata alla trasformazione delle persone in merci. Da soggetti titolari di diritti a corpi trattenuti, trasferibili e scambiabili liberamente», si legge nel report.</p>
<p>Anche la cura si trasforma in uno strumento di coercizione. Le testimonianze descrivono la privazione di acqua e cibo e il diniego di assistenza sanitaria. Tra le violenze subite dalle donne detenute ci sono anche numerosi casi di aborti indotti dalle condizioni di deprivazione. Inoltre, neonati e bambini piccoli sono stati trattenuti in condizioni igieniche estremamente precarie.</p>
<p>La gravidanza diventa un&rsquo;ulteriore vulnerabilità: le donne sono costrette ad affrontare da sole emergenze mediche, gravidanze indesiderate e aborti spontanei all’interno delle celle, in totale assenza di personale medico e con l’unico supporto delle altre recluse. Come viene ribadito più volte nel report, non è soltanto l&rsquo;assenza di un medico a rendere queste condizioni particolarmente gravi. È il fatto che, secondo le testimonianze, la richiesta di aiuto rimanga senza risposta anche quando le conseguenze sono evidenti. «L’assenza di cure mediche non si configura come una conseguenza involontaria di una disattenzione o come il prodotto di una più generale condizione di inefficienza, bensì come una tecnica di coercizione, al limite della tortura, nei confronti di un soggetto razzializzato, il cui genere delinea una condizione di ulteriore vulnerabilità», spiega RR[X].</p>
<h2 id="violentare-le-dinamiche-del-potere">Violentare: le dinamiche del potere</h2><p>Il rapporto raccoglie racconti di ispezioni corporali invasive effettuate da uomini in uniforme, anche in luoghi esposti alla vista degli altri detenuti. In alcuni casi, le perquisizioni sarebbero sfociate in veri e propri abusi sessuali. Una delle testimonianze raccolte nel rapporto racconta di oltre 70 persone trasferite dalla Tunisia alla Libia. Secondo la donna, al confine sarebbe avvenuto uno scambio tra i due gruppi: «Ci hanno venduto in cambio di taniche di carburante». Dopo lo scambio, uomini e donne sarebbero stati trasferiti in diverse strutture detentive.</p>
<p>Le violenze non si interrompono una volta attraversato il confine. In Libia, raccontano le donne intervistate, gli stupri possono diventare quotidiani. Le guardie entrano nelle strutture detentive, scelgono alcune donne e le portano fuori, talvolta con il pretesto di un lavoro. In altri casi le donne vengono trasferite in edifici abbandonati nei pressi delle prigioni, dove subiscono violenze e poi vengono riportate in cella. Una testimone racconta di donne selezionate quotidianamente e portate fuori dalla prigione per essere violentate. Un&rsquo;altra descrive perquisizioni intime ripetute e la selezione di donne per lavori che si rivelano poi essere violenza sessuale.</p>
<p>Lo stupro non è soltanto una forma di violenza individuale, ma uno strumento di potere usato anche contro chi assiste. Il rapporto denuncia anche episodi di violenza sessuale compiuti davanti ad altri detenuti, compresi mariti, padri e figli. La donna diventa il bersaglio diretto; la sua famiglia, quello indiretto. La minore età non costituisce una protezione dalla violenza fisica e i bambini possono essere costretti ad assistere alle violenze subite dalle madri.</p>
<p>Il corpo, a questo punto, non è più soltanto prigioniero, è un corpo sul quale il potere può esercitarsi senza limiti.</p>
<h2 id="prostituire-quando-la-prigione-diventa-mercato">Prostituire: quando la prigione diventa mercato</h2><p>Le testimonianze permettono, secondo RR[X], di ricostruire il passaggio dalla prigione al lavoro forzato e, per molte donne, dalla prigione alla prostituzione forzata. Il meccanismo funziona così: chi non può pagare il riscatto resta detenuto. Per le donne che non dispongono di una rete familiare in grado di procurare il denaro, il lavoro sessuale forzato diventa in alcuni casi il modo imposto per estinguere il debito. Tra le 19 intervistate, 7 sono state avviate al lavoro sessuale forzato nelle cosiddette “case della prostituzione”, ulteriori luoghi di detenzione e sfruttamento.</p>
<p>Nel report si accenna anche al processo di negoziazione e scambio delle donne facendo riferimento a dei “cataloghi”. Una delle testimonianze, infatti, racconta di essere stata fotografata dalle guardie. Gli uomini arrivano nelle strutture, osservano le fotografie, scelgono le donne e trattano con le guardie.</p>
<p>Una delle donne intervistate racconta di essere stata venduta da una guardia libica, portata in un bordello e costretta alla prostituzione. Dice di non avere avuto scelta sui clienti né sul prezzo: il denaro veniva incassato dai proprietari. Il lavoro poteva inoltre estendersi fuori dal bordello, con trasferimenti nelle case dei clienti o per lavori domestici. Il debito, alla fine, era considerato saldato e solo allora arrivava la possibilità di uscire.</p>
<p>Una testimone racconta di essere stata venduta in due bordelli diversi mentre aveva con sé la sorella di otto anni, costretta ad assistere a ogni abuso. Quando la testimone si rifiutava di<br>
prostituirsi, veniva costretta sotto minaccia di sottoporre la sorella alla stessa violenza.</p>
<p>RR[X] parla di “schiavitù per debito”, temporanea nella durata ma imprevedibile nella sua fine, e capace di trasferire le donne dalle prigioni alle case di prostituzione forzata o al lavoro domestico.</p>
<h2 id="le-responsabilità-delleuropa">Le responsabilità dell’Europa</h2><p>«Dal 2023 a oggi, la Tunisia, grazie all’impiego di ingenti fondi europei, ha costruito un sistema di intercettazioni in mare, arresti ed espulsioni collettive verso la Libia che colpisce migliaia di migranti e rifugiati di origine subsahariana, fra cui numerose donne, famiglie, minori e bambini», denuncia RR[X] in apertura del rapporto.</p>
<p>Nel febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato l&rsquo;inserimento della Tunisia nell&rsquo;elenco UE dei Paesi di origine sicuri. Una scelta contestata da numerose organizzazioni non governative e associazioni per i diritti umani.</p>
<p>Ripercorrendo quanto successo prima di questi eventi, nel febbraio 2025, dopo la pubblicazione del primo rapporto, il Ministero degli Esteri tunisino aveva respinto le denunce definendole «accuse calunniose» e basate su «notizie false e fuorvianti». Nella risposta del marzo 2025 a una comunicazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, la missione tunisina a Ginevra aveva sostenuto di non avere ricevuto denunce relative al coinvolgimento delle autorità tunisine nella tratta e di non avere quindi avviato indagini.</p>
<p>RR[X] cita inoltre un rapporto del 2025 del Dipartimento di Stato statunitense sulla tratta di esseri umani con delle segnalazioni secondo cui alcuni funzionari tunisini avrebbero “venduto” migranti alle autorità libiche e a gruppi armati per sfruttarli nel traffico di manodopera e nel traffico sessuale.</p>
<p>Sul piano giudiziario, con il supporto legale di Asgi, due ricorsi sono stati depositati contro la Tunisia alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Si fondano sulle testimonianze di due sopravvissuti oggi in Italia e mirano a far emergere la responsabilità dello Stato tunisino per «detenzione arbitraria, violenza, espulsione collettiva e vendita di esseri umani a reti di sfruttamento libiche».</p>
<p>Nelle raccomandazioni finali di <em>Women State Trafficking</em> si chiede protezione immediata per le vittime e i testimoni, accesso pieno alle strutture della Guardia nazionale tunisina al porto di Sfax e nelle aree di frontiera tra El Meguissem (Tunisia) e Al Assah (Libia), un’indagine internazionale indipendente anche sulle fosse comuni e la sospensione di ogni nuovo finanziamento europeo per le politiche di frontiera verso Tunisia e Libia finché non saranno chiarite le responsabilità.</p>
<p>*<em>Derivato dalla parola araba che significa “olive” (zaytoun), questo termine è usato per descrivere accampamenti informali all’aperto o rifugi di fortuna nascosti tra gli uliveti o nei campi.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gaza: l’ecocidio danneggia anche Israele</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-ecocidio-danneggia-israele/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-ecocidio-danneggia-israele/</guid><pubDate>Mon, 07 Sep 2026 16:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il danno ambientale prodotto da una guerra raramente resta confinato al territorio in cui viene inflitto, come è stato per Gaza. Così le acque reflue che si riversano in mare dalla Striscia stanno raggiungendo le coste israeliane, mettendo a rischio la pesca e il consumo di pesce. Mentre il trasferimento incontrollato delle macerie rischia di mettere in circolazione metalli pesanti e altre sostanze pericolose. Per chiunque.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gaza-ecocidio-danneggia-israele-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gaza-ecocidio-danneggia-israele-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 30 agosto Al Jazeera ha pubblicato un lungo articolo d&rsquo;opinione firmato da Dianne Woodward, ex docente di Scienze biologiche, oggi collaboratrice della <a href="https://www.galileefoundation.org.uk/" rel="noopener">Galilee Foundation</a>, un’organizzazione che supporta i giovani e le giovani palestinesi nei loro percorsi di istruzione ed empowerment. Nel suo <a href="https://www.aljazeera.com/opinions/2026/8/30/the-toxic-waste-of-the-gaza-war-has-reached-israel" rel="noopener"><em>The toxic waste of the Gaza war has reached Israel</em></a>, Woodward sottolinea una realtà semplice da enunciare, ma scomoda da accettare: Gaza e Israele condividono lo stesso mare, la stessa fascia costiera, la stessa struttura acquifera sotterranea. Quello che accade a una popolazione, prima o poi, raggiunge anche l&rsquo;altra. Woodward lo scrive senza troppi giri di parole: «il governo israeliano non può isolare i suoi cittadini dall&rsquo;impatto dell&rsquo;ecocidio».</p>
<p>In effetti, a causa del collasso delle infrastrutture elettriche e sanitarie di Gaza, oltre 100.000 metri cubi al giorno di acque reflue non trattate finiscono nel Mediterraneo o sul terreno. Le correnti, che in quel tratto di costa si muovono da sud verso nord, le trasportano dritte verso le acque israeliane, tanto da aver costretto più volte alla chiusura l&rsquo;impianto di desalinizzazione di Ashkelon per contaminazione da batteri fecali. </p>
<p>A questo si aggiunge il capitolo delle macerie: circa 60 milioni di tonnellate di detriti che possono includere metalli pesanti, come piombo, mercurio, cadmio e tracce di altri metalli o residui di munizioni specializzate, oltre a particelle di fosforo bianco, esplosivi non esauriti, sostanze chimiche industriali e fibre di amianto diffuse provenienti da edifici più vecchi polverizzati. Sostanze che hanno proprietà cancerogene, mutagene, teratogeniche, neurotossiche, e bioaccumulative, rappresentando perciò rischi a lungo termine per la salute umana e per l&rsquo;ambiente.</p>
<p>Israele, racconta Woodward, ha iniziato a trasferire parte di queste macerie fuori da Gaza verso siti non divulgati, ma sullo stesso territorio israeliano e in Cisgiordania, portando potenzialmente con sé metalli pesanti, amianto, residui di munizioni e persino resti umani. Nelle ultime settimane, l’ONG <a href="https://www.euromedmonitor.org/en" rel="noopener">Euro-Med Human Right Monitor</a> ha tracciato circa 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con detriti.</p>
<p>Le agenzie internazionali come il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Programma_delle_Nazioni_Unite_per_l%27ambiente" rel="noopener">Programma delle Nazioni Unite per l&rsquo;ambiente</a> (UNEP) e autorità ambientali regionali come il <a href="https://response.reliefweb.int/palestine/gaza-debris-management" rel="noopener">Gruppo di Lavoro sulla Gestione dei Detriti di Gaza</a> stabiliscono che i trasferimenti debbano seguire protocolli rigorosi e procedure operative per isolare i pericoli, incluso il congelamento immediato di tutte le operazioni se vengono rilevati resti umani. Il trasferimento di questi materiali attraverso confini o giurisdizioni dovrebbe anche attivare quadri giuridici e rigidi standard di protezione delle acque sotterranee.</p>
<p>I critici hanno sottolineato che demolire siti che contengono fosse comuni potrebbe distruggere prove chiave di crimini genocidi. Ma in ogni caso, un trasferimento di detriti in ignoranza delle regole e dei regolamenti internazionali, mette a rischio la salute delle persone, palestinesi o israeliane che siano, nei pressi di raccolta e smaltimento.</p>
<p>Il problema, tuttavia, non nasce con l&rsquo;attuale conflitto, ma lo precede di decenni: gruppi come EcoPeace Middle East denunciano da anni questa <a href="https://newlinesmag.com/argument/the-toxic-blowback-of-israels-bombs/" rel="noopener">interdipendenza ambientale</a> strutturale tra Gaza e Israele e i danni che una strategia ecocida può infliggere a tutte le persone e all’ambiente nel suo complesso.</p>
<h2 id="la-guerra-come-acceleratore-di-danno-ambientale">La guerra come acceleratore di danno ambientale</h2><p>Gaza non è un caso isolato, e non lo è nemmeno la sorpresa, spesso tardiva, con cui i governi si accorgono che il danno ambientale prodotto da un conflitto raramente resta confinato entro i territori in cui è stato inflitto.</p>
<p>Nel 1991, ritirandosi dal Kuwait, le truppe irachene di Saddam Hussein <a href="https://content.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,1986457_1986501_1986442,00.html" rel="noopener">incendiarono o sabotarono</a> tra i 600 e i 700 pozzi petroliferi, in quello che resta uno dei più grandi disastri ambientali deliberati della storia: le fiamme bruciarono per circa dieci mesi, riversando fumi tossici su un&rsquo;area vastissima e creando centinaia di laghi di petrolio che, in parte, sono visibili nel deserto kuwaitiano ancora oggi.</p>
<p>Più o meno nello stesso periodo in cui veniva coniato il termine ecocidio erano gli Stati Uniti a sperimentarne in Vietnam una delle applicazioni più devastanti e durature: tra il 1961 e il 1971 vennero sparsi decine di milioni di litri di erbicidi, tra cui il famigerato Agente Arancio, per defogliare foreste e distruggere i raccolti usati dai combattenti Viet Cong. Decenni dopo, tracce di diossine tossiche sono state trovate nel latte materno delle donne vietnamite, a testimonianza di <a href="https://www.jstor.org/stable/j.ctt46n5dg" rel="noopener">quanto a lungo un ecosistema</a>, e i corpi di chi lo abita, possano restare segnati.</p>
<p>E poi c&rsquo;è di nuovo l&rsquo;Iraq: la guerra terminata ufficialmente nel 2011 ha lasciato in eredità, secondo diversi osservatori, un aumento significativo di difetti alla nascita e livelli elevati di piombo e uranio nella popolazione residente.</p>
<p>Tre conflitti diversi, tre epoche diverse, un&rsquo;unica costante: la distruzione ambientale prodotta dalla guerra non si esaurisce con il cessate il fuoco, e spesso finisce per colpire anche chi l&rsquo;ha causata. È proprio per dare un nome a questa dinamica che, cinquant&rsquo;anni fa, è nato il concetto di ecocidio.</p>
<h2 id="ecocidio-la-storia-di-una-parola-il-cammino-di-un-reato">Ecocidio: la storia di una parola, il cammino di un reato</h2><p>Il termine viene coniato nel 1970 dal biologo di Yale Arthur Galston, che lo usò per descrivere gli effetti della guerra chimica in Vietnam, definendolo la distruzione volontaria e permanente dell&rsquo;ambiente in cui un popolo può vivere secondo le proprie scelte. Galston non si limitò a descrivere il fenomeno: ne propose subito la criminalizzazione, paragonandolo esplicitamente al genocidio. </p>
<p>Otto anni dopo, nel 1978, il relatore speciale delle Nazioni Unite sul genocidio Benjamin Whitaker arrivò a proporre di inserire l&rsquo;ecocidio nella Convenzione sul genocidio del 1948. La proposta non venne però adottata dalla sotto-commissione ONU competente, e il concetto rimase per decenni più un&rsquo;intuizione morale che una categoria giuridica operativa.</p>
<p>La svolta arriva nel 2020, quando la Stop Ecocide Foundation convoca un panel indipendente di 12 giuristi internazionali per elaborare, finalmente, una definizione tecnica utilizzabile in tribunale. Nel giugno 2021 il panel presenta la propria <a href="https://it.stopecocide.earth/faqs-ecocide-the-law" rel="noopener">definizione</a> di ecocidio come: «atti illeciti o arbitrari commessi con la consapevolezza che esiste una probabilità sostanziale di danno grave e diffuso, oppure a lungo termine, all&rsquo;ambiente». Una definizione pensata esplicitamente per includerlo come quinto crimine dello <a href="https://iccforum.com/rome-statute" rel="noopener">Statuto di Roma della Corte penale internazionale</a>, accanto a genocidio, crimini contro l&rsquo;umanità, crimini di guerra e aggressione.</p>
<p>Oggi, a metà 2026, l&rsquo;ecocidio resta un concetto in movimento più che un reato compiuto. Sul piano internazionale, nel settembre 2024 Vanuatu, Fiji e Samoa hanno depositato formalmente la proposta di emendamento allo Statuto di Roma. La Repubblica Democratica del Congo vi ha aderito pochi mesi dopo. Nel dicembre 2025 l&rsquo;Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale ha pubblicato una policy che, senza creare un nuovo reato, indica come perseguire il danno ambientale grave attraverso le <a href="https://legalclarity.org/ecocide-definition-what-it-means-in-international-law/" rel="noopener">norme già esistenti</a> dello Statuto, inclusa quella, già in vigore, che mette sotto accusa gli attacchi militari condotti sapendo che causeranno un danno ambientale diffuso e sproporzionato rispetto al vantaggio militare atteso.</p>
<p>Il passo più concreto, però, arriva, per una volta, dall&rsquo;Unione Europea: la nuova <a href="https://eucrim.eu/articles/critical-evaluation-of-the-new-eu-environmental-crime-directive/" rel="noopener">Direttiva sulla criminalità ambientale 2024/1203</a>, in vigore dal maggio 2024, introduce per la prima volta nel diritto di un&rsquo;organizzazione internazionale una categoria di &ldquo;reati qualificati&rdquo; per condotte comparabili all&rsquo;ecocidio, punibili con pene detentive fino a dieci anni. A livello nazionale, almeno una quindicina di paesi, tra cui Francia, Belgio e Vietnam, hanno già introdotto l&rsquo;ecocidio nei propri codici penali.</p>
<p>Per Gaza, in particolare, il termine è finora usato soprattutto in sede di documentazione e advocacy: nell&rsquo;ottobre 2024 il centro palestinese Al Mezan ha pubblicato un rapporto dal titolo <a href="https://www.mezan.org/en/post/46554/Al-Mezan-Exposes-Ecocide-in-Gaza:-Israel-Responsible-for-Environmental-Catastrophe" rel="noopener"><em>Ecocide: Israel&rsquo;s Deliberate and Systematic Environmental Destruction in Gaza</em></a>, e nel settembre 2025 la Commissione d&rsquo;inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha riconosciuto la distruzione ambientale come una forma di &ldquo;grave danno&rdquo; rilevante ai fini dell&rsquo;accertamento del crimine di genocidio. Un passo importante, ma che resta comunque interno al procedimento per genocidio, non un&rsquo;incriminazione per ecocidio in sé. Nessun tribunale ha finora emesso una sentenza di ecocidio riferita a Gaza: quello che esiste, per ora, è un quadro concettuale sempre più solido, ma non ancora una condanna.</p>
<h2 id="gaza-il-ruolo-dei-metalli-pesanti">Gaza: il ruolo dei metalli pesanti</h2><p>Per l’inquinamento da metalli pesanti, Woodward richiama alcune incertezze. I dati più solidi di cui disponiamo non riguardano l&rsquo;attuale conflitto, ma quelli precedenti. Uno <a href="https://www.researchgate.net/publication/279517395_Assessing_heavy_metals_pollution_in_the_agricultural_lands_of_Gaza_Strip_that_has_undergone_three_successive_wars" rel="noopener">studio del 2015</a>, condotto su campioni di suolo prelevati da 14 crateri da bombardamento in terreni agricoli di Gaza dopo tre guerre successive, ha misurato concentrazioni di piombo pari a 4,5 volte il valore atteso e di cadmio quasi dieci volte superiori alla norma. Un <a href="https://www.researchgate.net/publication/228471961_CONTAMINATION_OF_GROUNDWATER_WITH_HEAVY_METALS_IN_GAZA_STRIP" rel="noopener">secondo studio</a> sulle acque di falda, condotto su pozzi scavati a mano, ha rilevato concentrazioni elevate degli stessi metalli (piombo, cadmio, rame, cromo), coerentemente con la stima, indipendente, secondo cui già prima dell&rsquo;attuale conflitto circa l'80 per cento dell&rsquo;acqua di falda di Gaza era considerata inutilizzabile per il consumo umano.</p>
<p>Sulla guerra in corso, però l&rsquo;UNEP ammette esplicitamente, sia nella valutazione preliminare del giugno 2024 sia in quella aggiornata del settembre 2025, che la <a href="https://www.unep.org/resources/report/environmental-impact-escalation-conflict-gaza-strip" rel="noopener">contaminazione di suolo e acquifero</a> costiero da sostanze chimiche e metalli pesanti «potrà essere compresa pienamente solo attraverso campionamenti e analisi più dettagliati», che restano impossibili da condurre in modo sistematico per le restrizioni di accesso e le condizioni di sicurezza sul terreno. </p>
<p>In altre parole: che le circa 61 milioni di tonnellate di macerie stimate dall&rsquo;UNEP contengano piombo, mercurio, cadmio, amianto e residui di munizioni è altamente plausibile, coerente con la composizione nota dei materiali da costruzione demoliti e degli ordigni utilizzati, e già osservato puntualmente sul terreno, ma non è, a oggi, misurato in modo sistematico e aggiornato come lo era, per esempio, per i crateri del 2014. </p>
<p>Anche un&rsquo;<a href="https://www.bloomberg.com/graphics/2025-gaza-war-environmental-disaster/" rel="noopener">inchiesta</a> di <em>data journalism</em> realizzata da Bloomberg, basata su immagini satellitari e testimonianze locali, parla di acque reflue miste a piombo, mercurio e cadmio provenienti da ordigni inesplosi e da pannelli solari danneggiati, un quadro coerente con quello disegnato da Woodward, ma costruito, per necessità, più su indizi convergenti che su un monitoraggio scientifico continuativo.</p>
<p>È un dettaglio che non sminuisce la gravità della situazione, anzi. Il fatto che l&rsquo;agenzia ONU competente dichiari apertamente di non poter accedere al terreno per misurare con precisione un rischio che considera comunque &ldquo;senza precedenti&rdquo; è, a suo modo, un ulteriore indicatore della gravità della crisi in corso.</p>
<h2 id="la-cecità-di-chi-si-crede-altrove">La cecità di chi si crede altrove</h2><p>Insomma, il ricorso all’ecocidio si ritorce anche su chi lo pratica, ma la consapevolezza spesso rimane vaga, anche a causa dei depistaggi e delle coperture messe in atto dagli attori in causa. Per esempio, all&rsquo;inizio della guerra, nel novembre 2023, il ministro israeliano per il Patrimonio, Amichai Eliyahu, interpellato in un&rsquo;intervista radiofonica sulla possibilità di sganciare una bomba atomica su Gaza, rispose che si trattava di «un&rsquo;opzione». Vero, le sue parole gli costarono la sospensione immediata dal governo da parte di Netanyahu, che le definì prive di fondamento, ma rimangono paradigmatiche dell&rsquo;idea che un simile atto avrebbe colpito &ldquo;loro&rdquo; e non &ldquo;noi&rdquo;, come se Israele fosse collocato altrove, fuori dalla mappa fisica in cui è effettivamente inserito. </p>
<p>È esattamente l&rsquo;errore concettuale che la vicenda delle acque reflue e delle macerie contaminate smentisce punto per punto: le correnti del Mediterraneo non conoscono checkpoint, le falde acquifere non si fermano ai confini amministrativi, i pesci migrano senza passaporto. Un territorio condiviso, o anche solo contiguo, come sono Gaza e Israele, o Gaza e la Cisgiordania, rende ogni forma di danno ambientale, per definizione, reciproco, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo provoca.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Terra dei Fuochi: quale scienza serve dopo la sentenza?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza/</guid><pubDate>Mon, 07 Sep 2026 07:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><category>ambiente</category><description>La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi ha riconosciuto che le conoscenze accumulate nel tempo erano già sufficienti a imporre misure di protezione della popolazione. A più di un anno e mezzo dalla condanna dell’Italia, la questione non è quindi soltanto produrre nuove prove sui danni ambientali e sanitari, ma capire quale ricerca serva oggi: una sorveglianza continua e più fine sul territorio, capace di integrare ambiente e salute, individuare le popolazioni più esposte e verificare se gli interventi di prevenzione e risanamento stiano davvero riducendo i rischi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo <a href="https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=002-14431" rel="noopener">ha condannato</a> l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute.</p>
<p>Naturalmente la questione ha una portata che supera la vicenda giudiziaria. Nel suo ragionamento la Corte attribuisce grande importanza al patrimonio di conoscenze accumulato nel tempo. Non cerca la dimostrazione di un rapporto causale tra l’esposizione e la malattia di ciascun ricorrente, né individua uno studio epidemiologico decisivo, ma considera piuttosto la convergenza di indagini ambientali, epidemiologiche e sanitarie e si domanda se quanto era noto fosse sufficiente a rendere prevedibile il rischio e a richiedere misure efficaci di protezione.</p>
<p>È un passaggio importante anche per la scienza perché mette al centro almeno due domande chiave: quanto dobbiamo sapere per agire quando sono in gioco rischi gravi e persistenti per la salute? E quale ricerca serve quando le conoscenze disponibili sono già sufficienti a giustificare la prevenzione?</p>
<h2 id="molte-conoscenze-distribuite-in-modo-diseguale">Molte conoscenze, distribuite in modo diseguale</h2><p>Negli ultimi dieci anni la ricerca sulla Terra dei Fuochi è proseguita intensamente. Facendo una rassegna personale su PubMed, su 23 lavori pubblicati tra il 2014 e il 2026 su ambiente e salute nella Terra dei Fuochi (o sovra o sotto insiemi) emerge una distribuzione piuttosto istruttiva: soltanto 2 sono studi di epidemiologia di popolazione; 7 riguardano biomonitoraggio umano, epidemiologia clinica e biomarcatori; 10 studiano ambiente, alimenti, indicatori di esposizione e relazioni One Health; 4 sono rassegne o contributi di integrazione delle evidenze, percezione del rischio e policy.</p>
<p>È cresciuta soprattutto la capacità di descrivere ciò che avviene lungo la catena che collega contaminazione ed effetti biologici: metalli e altri contaminanti nelle matrici ambientali e alimentari, dose interna, biomarcatori, alterazioni molecolari, salute riproduttiva, microbioma. Alcuni lavori più recenti cercano opportunamente di integrare salute umana, animale e ambientale secondo una prospettiva One Health.</p>
<p>L’epidemiologia di popolazione ha avuto uno sviluppo molto più limitato. Questo non significa che manchino dati sulla salute. Una parte rilevante delle informazioni proviene dai sistemi istituzionali: mortalità, ricoveri, registri tumori, anomalie congenite, studi SENTIERI. Il risultato è però un patrimonio conoscitivo ricco ma al tempo stesso frammentato, prodotto con scale geografiche troppo ampie, periodi di osservazione e finalità eterogenei e, soprattutto, riferito a periodi non sufficientemente aggiornati.</p>
<p>Anche il quadro ambientale resta in evoluzione. Molte delle pressioni che hanno caratterizzato la Terra dei Fuochi non appartengono soltanto al passato: persistono siti contaminati, discariche e aree interessate da abbandono o gestione illecita dei rifiuti, mentre gli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica procedono con tempi spesso molto lunghi. A ciò si aggiungono pressioni ambientali attuali, non necessariamente coincidenti con quelle che hanno originato la vicenda. Una geografia delle esposizioni così complessa rende ancora più necessario aggiornare e integrare la sorveglianza ambientale e sanitaria.</p>
<p>A questa persistenza e trasformazione delle pressioni ambientali corrisponde un quadro sanitario che continua a presentare segnali di attenzione, anch’essi distribuiti in modo molto eterogeneo. </p>
<h2 id="i-segnali-sanitari-persistono-ma-cambiano-da-luogo-a-luogo">I segnali sanitari persistono, ma cambiano da luogo a luogo</h2><p>Il <a href="https://epiprev.it/6115" rel="noopener">Sesto Rapporto SENTIERI</a>, pubblicato nel 2023 su dati di mortalità 2013-2017 e ospedalizzazione 2014-2018,  continua a rilevare nel Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano eccessi per mortalità generale, tumori e diverse patologie considerate a priori di interesse per le pressioni ambientali presenti. Ma lo stesso rapporto sottolinea un limite fondamentale: un’area comprendente 77 comuni è troppo vasta ed eterogenea perché un unico indicatore epidemiologico possa descriverla adeguatamente. Da qui la raccomandazione di sviluppare sorveglianza a scala comunale e sub-comunale e studi integrati ambiente-salute. </p>
<p>L’<a href="https://epiprev.it/pubblicazioni/atlante-di-mortalita-della-regione-campania" rel="noopener">Atlante regionale della mortalità 2006-2014</a>, pubblicato su <em>Epidemiologia&amp;Prevenzione</em> nel 2020, aveva mostrato una distribuzione non omogenea degli eccessi.  La ASL Napoli 2 Nord presentava una mortalità generale significativamente superiore alla media campana in entrambi i sessi e diversi eccessi per cause specifiche; Caserta mostrava un profilo più selettivo.</p>
<p><a href="https://www.regione.campania.it/comunicazione/area-stampa/comunicati/22052026-comunicato-n-296-registro-tumori-pubblicati-dati-aggiornati-al-biennio-20222023" rel="noopener">Dati più recenti</a> della Regione Campania mostrano bene il problema della scala.  Nel Distretto 46 di Acerra, nel periodo 2020-2022, la mortalità per tutti i tumori non risulta complessivamente superiore a quella regionale, ma emergono eccessi rilevanti per alcune sedi: negli uomini, per esempio, i tassi sono più elevati per tumori della laringe, testa-collo e mieloma; nelle donne per laringe, testa-collo, stomaco, vescica e linfoma non Hodgkin. I piccoli numeri e gli ampi intervalli di confidenza impongono cautela, ma proprio questa instabilità mostra quanto servano osservazioni continuative e territorialmente dettagliate. </p>
<p>La “Terra dei Fuochi”, dunque, è un nome necessario per identificare un fenomeno storico, ambientale e sociale, ma comprende una popolazione non uniformemente esposta a rischi ambientali, con uno stato di salute eterogeneo, con un profilo di vulnerabilità molto complesso.</p>
<h2 id="comporre-il-puzzle">Comporre il puzzle</h2><p>La priorità scientifica diventa allora integrare conoscenze che oggi procedono ancora troppo spesso su binari paralleli, per comporre il percorso che dalle pressioni ambientali determina impatti sulla salute, passando attraverso la catena contaminazione-esposizione-effetti biologici precoci-malattia.</p>
<p>La ricerca recente ha prodotto molte tessere di questo puzzle, specie nella parte centrale della catena, ma ciò che ancora di fatica a vedere è l’immagine complessiva. Conoscere come cambia questa catena da un territorio all’altro, quali popolazioni sono maggiormente esposte, come evolvono nel tempo esposizioni e salute non è solo uno scopo di ricerca ma una componente fondamentale per la sanità pubblica: conoscere quale parte dei cambiamenti osservati possa essere messa in relazione con le trasformazioni ambientali e con gli interventi effettuati. </p>
<p>Questo richiede non solo più epidemiologia ma anche un&rsquo;epidemiologia diversa da quella utilizzata per documentare il danno: sorveglianza continuativa, scale territoriali più fini, integrazione con dati ambientali e biomonitoraggio, capacità di identificare gruppi vulnerabili e disuguaglianze. Richiede inoltre dati accessibili e sistemi informativi capaci di dialogare fra loro.</p>
<p>Nuovi studi sono sempre utili, ma occorre chiarire a quale domanda debbano rispondere. Questo approccio è necessario per evitare che vengono utilizzati per rinviare l’azione fino alla scomparsa di ogni incertezza, col rischio di prolungare quel tempo dell’attesa che ha caratterizzato la storia della Terra dei Fuochi.</p>
<p>Servono studi per stabilire dove intervenire prioritariamente, quali esposizioni ridurre e se gli interventi stanno funzionando, che siano cioè una parte integrante del sistema di prevenzione.</p>
<h2 id="dalla-documentazione-del-danno-alla-valutazione-degli-interventi">Dalla documentazione del danno alla valutazione degli interventi</h2><p>È forse questa una delle conseguenze scientificamente più interessanti della sentenza di Strasburgo. Le conoscenze disponibili hanno già avuto, nel ragionamento della Corte, una forza sufficiente a fondare un obbligo di protezione. I limiti conoscitivi mantengono tuttavia tutta la loro importanza per orientare quell’azione e valutarne i risultati.</p>
<p>Questa esigenza è anche della Sentenza: tra le misure indicate dalla Corte figura proprio l&rsquo;istituzione di un meccanismo indipendente di monitoraggio, insieme a una strategia complessiva e a una piattaforma pubblica di informazione. La questione diventa quindi anche quali indicatori utilizzare per verificare nel tempo l&rsquo;efficacia delle azioni intraprese.<br>
La domanda epidemiologica dovrebbe quindi evolvere per definire dove si concentra oggi il rischio, quali popolazioni sono maggiormente esposte, quali interventi producono maggiori benefici.</p>
<p>A domandarsi se le esposizioni ambientali a rischio stiano diminuendo e la salute stia migliorando sono sia gli epidemiologi sia le persone residenti.<br>
Il tempo trascorso dal gennaio 2025 conta anche per questo. La Corte ha riconosciuto che le conoscenze accumulate rendevano necessario proteggere la popolazione e ha indicato nel monitoraggio indipendente uno degli strumenti necessari. La sfida scientifica che ne deriva è costruire gli strumenti per sapere, negli anni che vengono, se quella protezione sta realmente avvenendo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il caldo sul lavoro è un’emergenza sanitaria in crescita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita/</guid><pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:33:00 +0100</pubDate><category>clima</category><description>Il cambiamento climatico è anche una questione di salute e sicurezza sul lavoro: in Italia, nelle giornate di caldo estremo il rischio di morire per un infortunio aumenta del 61%, con agricoltura e costruzioni tra i settori più esposti. Le ordinanze regionali e gli strumenti previsionali hanno rafforzato la prevenzione, ma restano disuguaglianze, scarsa consapevolezza dei rischi e tutele insufficienti. E senza adeguate misure di adattamento, nei prossimi decenni gli infortuni legati al caldo sono destinati ad aumentare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È ampiamente condiviso come il cambiamento climatico si configuri come una reale emergenza sanitaria e una sfida epocale. Una riflessione su come tale emergenza sanitaria riguardi anche la salute e la sicurezza dei lavoratori è essenziale. Storicamente, la ricerca in ambito occupazionale ha consentito di identificare e caratterizzare rischi per la salute dei lavoratori dovuti a sostanze presenti anche negli ambienti di vita (solitamente a più bassi livelli di esposizione). Si pensi a come la grande maggioranza degli agenti cancerogeni siano stati identificati a partire dalla ricerca epidemiologica in campo occupazionale. Anche rispetto agli effetti sulla salute del cambiamento climatico, l’esposizione dei lavoratori ai fattori di rischio correlati è generalmente maggiore della popolazione generale in termini di frequenza, durata e intensità, rappresentando una sorta di evento sentinella, a sua volta mediato da condizioni sociali come la facilità di accesso ai servizi sanitari, le condizioni di deprivazione sociale ed il reddito. Certamente i lavoratori outdoor (ma non solo) rappresentano uno dei gruppi di popolazione più vulnerabili per la sussistenza di vincoli logistici, organizzativi e contrattuali al contrasto dell’esposizione. Il tema riguarda anche i lavoratori impegnati in ambienti confinati (indoor) non ventilati e non climatizzati, particolarmente se esposti anche a fonti di calore artificiali (ad es. forni, o macchinari che producono calore).</p>
<p>Il quadro concettuale complessivo per identificare come il cambiamento climatico possa influenzare la salute e la sicurezza occupazionale è stato ripetutamente sistematizzato, indicando una serie di linee di azione significative, fra cui l’aumento delle temperature ambientali combinate a elevati tassi di umidità, l’inquinamento atmosferico, l’incremento di esposizione a radiazioni ultraviolette, la frequenza di eventi meteorologici estremi, le malattie trasmesse da vettori e il rischio di esposizione ad agenti biologici e infine i rischi emergenti per la salute dei lavoratori correlati alla transizione industriale (produzione di energia solare ed eolica). Più recentemente, la letteratura ha evidenziato come gli effetti del cambiamento climatico sul lavoro non riguardino esclusivamente la salute fisica, ma coinvolgano anche dimensioni cognitive, psicologiche e organizzative, interagendo con fattori psicosociali che influenzano il benessere dei lavoratori.</p>
<p>In questo quadro d’insieme, il tema dell’esposizione al caldo dei lavoratori è certamente una priorità di ricerca e intervento e sono disponibili nel nostro Paese, una serie di risultati scientifici e di strumenti operativi di contrasto. Sul piano delle politiche di adattamento e degli interventi di prevenzione si deve segnalare come anche nel 2026, tutte le Regioni italiane (con l’eccezione di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige) hanno emanato ordinanze per tutelare i lavoratori esposti al caldo estremo. Come <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/lavorare-stanca-al-caldo-ammazza/luca-carra/2026-07-02/">già ricordato su questa rivista</a>, per tutti i provvedimenti, le mappe di rischio e l’indicatore di esposizione disponibile sul portale del progetto Worklimate (Inail-CNR) hanno rappresentato lo strumento di riferimento. In particolare, la sospensione delle attività lavorative entra in vigore in tutte le Regioni quando, alle ore 12:00, le mappe segnalano un livello di rischio alto per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisicamente intense. La fascia oraria di sospensione delle attività è in tutti i casi dalle 12:30 alle 16:00 e i settori occupazionali coinvolti sono generalmente l’agricoltura, l’edilizia e il florovivaismo, ma in specifici contesti regionali, il divieto è esteso al settore lapideo e delle cave, alla logistica e alle consegne urbane (includendo i “riders”), al settore dell’igiene ambientale. La piattaforma previsionale fornisce, informazioni utili a una gestione più efficace delle attività lavorative in tutte le condizioni operative, consentendo di adottare misure organizzative calibrate e proporzionate alle condizioni previste, secondo una logica di gradualità degli interventi, con l’obiettivo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Non si tratta di un approccio meramente teorico: importanti realtà aziendali, caratterizzate da una presenza capillare sul territorio, hanno adottato sistemi di intervento graduati in funzione del livello di rischio previsto, modulando conseguentemente le misure di prevenzione e protezione.</p>
<p>I provvedimenti regionali rappresentano un significativo paradigma di fondazione di interventi di politiche di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sulla base dell’evidenza scientifica e in un quadro di flessibilità territoriale. A partire dalla pubblicazione di mappe territoriali di rischio come puro output di ricerca, si è innescata un’attività di normazione via via più diffusa che ha riconosciuto un riferimento tecnico unitario e scientificamente fondato pur mantenendo la specifica capacità di rispondere alle esigenze particolari dei territori, ampliando i settori tutelati e prevedendo strumenti più dettagliati di prevenzione. Le misure riguardano oltre due milioni di lavoratori, configurandosi come un modello prezioso di interazione fra ricerca scientifica e politiche sanitarie. </p>
<p>Tuttavia, è necessaria una riflessione sugli elementi di criticità tutt’ora aperti e sulle prospettive. Rimane la necessità di definire un framework nazionale che integri e uniformi le politiche territoriali, rafforzando al contempo l’attuazione delle misure organizzative e individuali per la protezione dei lavoratori, considerando che è necessario fare riferimento ad indicatori di rischio sanitario e non meramente meteoclimatici. Inoltre, è necessario determinare le condizioni per potere misurare l’effettiva applicazione dei provvedimenti di sospensione delle attività (soprattutto in agricoltura ed edilizia) previsti dalle ordinanze. Questo dato è necessario per affinare i modelli di stima degli effetti in termini di diminuzione degli infortuni di tali provvedimenti. Recentemente, un’analisi esplorativa ha mostrato una riduzione significativa del tasso di infortunio per il periodo estivo (1° luglio-31 agosto 2024) nelle Regioni che hanno emanato le ordinanze di contrasto all’esposizione occupazionale al caldo per il settore dell’edilizia, e con minore evidenza per il settore agricolo, probabilmente anche in relazione alla dimensione del lavoro atipico e poco tutelato contrattualmente presente in questo comparto. Si tratta di una grande questione perché non vi può essere alcun dubbio sul fatto che caporalato, irregolarità contrattuale e lavoro nero siano condizioni strutturali che incidono direttamente sulla sicurezza del lavoro ed anche sull’impatto sanitario del cambiamento climatico.</p>
<p>Accanto agli aspetti normativi e organizzativi, emerge inoltre il tema della consapevolezza del rischio. I risultati di una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0925753526001360?via%3Dihub" rel="noopener">recente indagine</a> condotta nell’ambito del progetto <a href="http://www.worklimate.it" rel="noopener">Worklimate</a> mostrano infatti come, anche nei gruppi maggiormente esposti, la percezione del rischio non sempre si accompagni ad una adeguata conoscenza dei suoi effetti e delle corrette misure di prevenzione. Oltre un terzo dei lavoratori intervistati non era in grado di riconoscere i sintomi del colpo di calore e quasi la metà non conosceva le principali procedure di primo intervento; analogamente, risultavano poco conosciuti gli effetti del caldo sulla salute renale e mentale. Particolarmente critiche sono apparse le condizioni dei lavoratori più giovani, degli operai e degli occupati nelle micro e piccole imprese. Lo studio evidenzia inoltre un fenomeno di apparente familiarità con il rischio da caldo che può tradursi in una sopravvalutazione delle proprie conoscenze e in una minore propensione ad adottare comportamenti preventivi.</p>
<p>Dal punto di vista della produzione scientifica epidemiologica, sono disponibili risultati significativi. Due studi recenti pubblicati sulla rivista internazionale <em>Environmental Research</em> hanno mostrato per la prima volta nel nostro Paese l&rsquo;associazione tra <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935126009953" rel="noopener">esposizione a temperature elevate e infortuni occupazionali</a> con esito mortale e hanno stimato <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935126009758" rel="noopener">l&rsquo;impatto futuro degli infortuni correlati al caldo</a> in relazione a diversi scenari di cambiamento climatico e sviluppo socioeconomico e demografico. Pubblicati nello stesso numero della rivista, i due studi offrono un quadro epidemiologico coerente.</p>
<p>I risultati mostrano che nelle giornate caratterizzate da caldo estremo il rischio di decesso per infortunio è del 61% più alto rispetto alle giornate con temperature moderate. L’esercizio epidemiologico stima che, nel periodo considerato, circa 84 decessi nei luoghi di lavoro siano attribuibili all&rsquo;esposizione a calore estremo (circa 15 casi per anno). L&rsquo;associazione è più marcata nei settori dell&rsquo;agricoltura e delle costruzioni. Un aumento del rischio è stato osservato anche in alcune attività svolte al chiuso caratterizzate dalla produzione di calore, come la lavorazione dei metalli e la ristorazione. Sul piano demografico, i lavoratori stranieri, i più giovani (sotto i 35 anni) e i lavoratori con più di 60 anni mostrano stime di rischio più elevate, così come i lavoratori delle regioni del Sud Italia.</p>
<p>L’andamento degli infortuni caldo-correlati nei decenni futuri indica che, in assenza di misure di adattamento, il numero di infortuni attribuibili al caldo è atteso in aumento in tutti e tre gli scenari, con incrementi compresi tra circa 260 e circa 540 casi aggiuntivi all&rsquo;anno entro il decennio 2070-2079 a seconda dello scenario considerato. Questo incremento emerge nonostante la contrazione demografica prevista per la popolazione italiana, il che sottolinea il ruolo indipendente del cambiamento climatico come fattore di rischio occupazionale. Il settore agricolo mostra le frazioni attribuibili più elevate, circa tre volte superiori al valore medio nazionale, mentre l&rsquo;impatto è proiettato come più consistente nelle città del Nord e del Centro Italia, riflettendo la maggiore concentrazione di attività economiche in queste aree. Lo studio sottolinea la necessità di affiancare politiche complessive di mitigazione climatica alle misure preventive nei luoghi di lavoro.</p>
<p>I risultati dei due studi forniscono una base epidemiologica solida per orientare le politiche di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. In questa prospettiva, la prevenzione del rischio da caldo richiede un approccio integrato che combini misure tecniche e organizzative, formazione efficace e sistemi di monitoraggio e sorveglianza della salute. La rimodulazione degli orari di lavoro, l’accesso ad acqua potabile e aree di ristoro, i programmi di acclimatazione e gli strumenti previsionali rappresentano interventi fondamentali, ma devono essere inseriti in strategie più ampie di promozione della salute e del benessere organizzativo. In un contesto di cambiamento climatico, la capacità di riconoscere precocemente condizioni di affaticamento fisico, riduzione delle capacità cognitive e segnali di disagio psicologico diventa parte integrante della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Abbiamo ormai perso le speranze per restare sotto 1, 5°C?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5/</guid><pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ci vuole una certa pazienza a fare comunicazione climatica se bisogna continuare a ripetere ossessivamente quali sono le cose da fare per arrivare a zero emissioni nette e per adattarsi al clima che cambia. Questa volta la strigliata arriva dall’UNEP che ci dice che non è affatto detto che l’umanità riuscirà a restare sotto 1,5°C per fine secolo. Che serve usare tutte le tecnologie in campo, compresa la rimozione artificiale di CO 2 dall’atmosfera. Che serve – udite udite – darsi una mossa. Il nuovo rapporto identifica un pacchetto di azioni climatiche che devono servire per contenere il sorpasso di 1,5°C il più possibile e favorire un rientro veloce e sicuro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È uscito il 2 settembre un nuovo <a href="https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/unep-world-set-cross-15degc-global-warming-can-still-limit-adapt-and" rel="noopener">report</a> dell’UNEP dal titolo <em>Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return</em>. Il messaggio principale è che il superamento temporaneo di 1,5°C è ormai inevitabile date le traiettorie di emissioni e le politiche attuali. Ricordiamo sempre che stiamo parlando dell’aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali. La questione per i decisori politici non è più solo come evitare il sorpasso, ma come comprendere, prepararsi e navigare un futuro in cui le temperature globali superano il limite minimo sancito dall’Accordo di Parigi. L’altro messaggio importante è che ogni frazione di grado evitata riduce i rischi climatici, quindi di certo – come tutti quelli che si occupano di clima ripetono – non ha senso parlare di sconfitta o resa. Non è che sotto i 1,5°C c’è l’eden e sopra c’è l’inferno.</p>
<p>Nello scenario più ottimistico ritorna un numero che già da qualche anno avevamo iniziato a leggere: 1,8°C. Comunque sotto i 2°C, che sono l’altra famosa soglia, più “permissiva”, dell’Accordo di Parigi. Il rapporto delinea il percorso da intraprendere per ridurre i danni a barriere coralline, ghiacciai, evitare <em>tipping point</em>, assicurare sicurezza alimentare e idrica, salute, ridurre gli impatti nelle città, negli oceani, e via dicendo. Il percorso, appunto, è &ldquo;<em>overshoot, peak and decline</em>&rdquo; (superamento, picco, declino) e prevede tre fasi: risposta immediata, contenimento, resilienza di lungo periodo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="percorso per contenere il sorpasso del 1,5°C" width="1654" height="2339" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>«Il report UNEP ci mette davanti a una dura realtà, quella del previsto sforamento di uno dei due obiettivi-limite dell&rsquo;Accordo di Parigi», ci ha detto Jacopo Bencini, Presidente di Italian Climate Network. «La notizia non arriva sicuramente a freddo, anzi, i dati confermano un trend già ampiamente anticipato e che conferma la potenza distruttiva dell&rsquo;inazione politica. A portarci sulla strada di 1,8°C sono infatti le politiche insufficienti dei governi e dei loro piani clima, gli NDC [gli obiettivi climatici ufficiali dei singoli paesi], ancora ampiamente inadatti (e spesso sottofinanziati a livello nazionale) rispetto alla sfida».</p>
<p>La noia mortale è il sentimento che chi parla di clima (e chi lo studia) prova nel ripetere ossessivamente le soluzioni da mettere in campo. Sono sempre quelle e servono sostanzialmente a ridurre le emissioni da un lato e adattarsi agli impatti climatici crescenti dall’altro. Come noto, NON sono una alternativa all’altra. Il report è categorico: mitigazione e adattamento sono fondamentalmente interconnessi e devono avanzare insieme in tutte le fasi. Non c&rsquo;è gerarchia netta tra le due. Una mitigazione debole aumenta gli impatti e rischia di dirottare fondi verso risposte di emergenza invece che verso l&rsquo;azione climatica, creando un circolo vizioso. Riduzioni rapide di CO₂, metano e altri gas serra restano la priorità immediata. Contemporaneamente, anche la mitigazione di maggior successo non eliminerà il bisogno di adattamento: 1,5°C non è considerato sicuro per la maggior parte di nazioni, comunità, ecosistemi e settori. Serve un adattamento &ldquo;trasformazionale&rdquo;, non incrementale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-2.png.webp 947w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="soluzioni per ridurre le emissioni" width="947" height="712" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ecco quindi che serve mettere in campo tutti gli strumenti necessari, e un ruolo dovrà averlo anche la rimozione di CO₂ dall’atmosfera, ma con limiti forti e una governance robusta, scrive l’UNEP. Messaggio alle multinazionali fossili: rimuovere gas serra dall’atmosfera NON serve per continuare a estrare gas, petrolio e carbone, che vanno eliminati in ogni caso. L’altro tema di cui non ci si deve dimenticare è che equità e giustizia devono essere al centro della transizione, perché ci sono paesi che hanno responsabilità storiche maggiori di altri (per essere concisi: l’occidente, il G20, noi, quelli ricchi) e che hanno il compito di aiutare il resto del mondo.</p>
<p>Il pacchetto d’azione dell’UNEP ci dice che dopo un certo periodo di “overshooting”, di superamento del 1,5°C, si potrà tornare sottosoglia, ma questo purtroppo non elimina molte delle perdite che si registreranno, che saranno irreversibili e permanenti comunque. Questo percorso si estende verosimilmente fino a fine secolo, con gli scenari più ottimistici che vedono un ritorno sotto 1,5°C entro qualche decennio.</p>
<blockquote>
<p>Anche in scenari in cui le emissioni nette negative di CO₂ raggiungano le 10 GtCO₂ [miliardi di tonnellate di anidride carbonica] all’anno, ovvero circa un quarto delle emissioni attuali di CO₂, il riscaldamento potrebbe ridursi solo di circa 0,05 °C per decennio. In altre parole, un decennio di riscaldamento globale al ritmo attuale di circa 0,25 °C per decennio potrebbe richiedere circa 50 anni per essere invertito, anche ipotizzando scenari ottimistici di CDR [<em>Carbon Dioxide Removal</em>, rimozione dell’anidride carbonica]. L’impiego attuale di queste tecnologie rimane ben al di sotto di tali livelli: nell’ultimo decennio, la rimozione durevole della CO₂ basata sul suolo ha raggiunto in media circa 2 GtCO₂ all’anno, mentre i nuovi metodi di CDR, che utilizzano tecnologie per catturare e stoccare il carbonio, hanno rimosso quantità pari a circa un millesimo di tale valore.</p></blockquote>
<p>Sia la possibilità che la velocità di tornare sotto i 1,5°C una volta superati dipende da vari fattori: la riduzione delle emissioni a breve termine, mantenimento nel tempo di basse emissioni, uso massimo sostenibile di rimozione di CO₂, risposta climatica del sistema Terra (e qui c’è più incertezza dovuta anche ai noti <em>tipping point</em>), capacità di <em>governance</em> globale (una volta arrivate le &ldquo;condizioni di picco&rdquo;, dice l’UNEP, lo spazio politico per costruire politiche climatiche si restringe), l&rsquo;entità del livello di picco raggiunto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="unep tabella strategia" width="1454" height="1082" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="unep tabella strategia rimozione co2" width="1416" height="1111" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Immagini tratte dal rapporto UNEP e tradotte</p>
<p>Ciò non toglie che il superamento diventi da temporaneo a permanente. Dipende, appunto, da quanto decisamente agiremo. Oltre circa 1,8°C, il declino verso 1,5°C entro il ventunesimo secolo diventa sempre più difficile, perché la capacità naturale di rimozione e trattenimento del carbonio si degraderebbe e la competizione con altri obiettivi di sviluppo sostenibile limiterebbe la fattibilità di strategie di mitigazione ad alta intensità di suolo. In altre parole, se per ridurre le emissioni instauro una fantastica dittatura climatica, andrò a comprimere diritti sociali e civili, partecipazione politica, e così via. Per quanto riguarda poi i <em>tipping point</em>, evidenze crescenti indicano che un riscaldamento sostenuto sopra 1,5°C aumenta il rischio di innescarne uno o più (vedi calotte antartica occidentale e groenlandese, AMOC, foresta amazzonica, ecc.).</p>
<p>Conclude Bencini: «Sta ora sempre più alla società civile, alla scienza, ai partiti politici spingere i governi a non vedere quella del clima come una partita persa in partenza verso le prossime COP, piuttosto, a prendere i lati – se così possiamo dire – positivi del report, ossia il fatto che esiste ancora tecnicamente la possibilità di contenere il danno». Ecco perché, alla prossima COP31 di novembre ad Antalya in Turchia «si dovrà avviare al meglio il percorso che porta al secondo check-up climatico previsto per il 2028, probabilmente in quella che sarà la COP della Cina, dove i governi dovranno necessariamente proporre strumenti per blindare Parigi mentre agiscono, secondo schemi plurilaterali e per piccoli gruppi, al di fuori delle sale negoziali».</p>
<p>Nel report ci sono un paio di focus sui costi economici e sulle ripercussioni legali che è interessante leggere. Li riassumiamo qui sotto.</p>
<ul>
<li>Lo stress da calore riduce la produttività, soprattutto in agricoltura (le stime indicano una perduta al 2050 in Ghana dell’8,5%, in Sri Lanka del 6/8%, in Guinea-Bissau del 9,5%), colpendo più i lavoratori manuali che quelli d&rsquo;ufficio.</li>
<li>Cali di resa agricola e di disponibilità idrica si traducono in perdite economiche più ampie. In Argentina l’assenza di misure può portare a compromettere il 25% dell&rsquo;attuale superficie irrigata, causando perdite annuali per circa 837 milioni di dollari, danni ingenti sono previsti anche Ghana, Iraq, Pakistan, con impatti aggravati su Piccoli Stati Insulari (come la pesca alle Maldive).</li>
<li>Eventi estremi generano danni economici crescenti e a cascata su trasporti e reti (in Pakistan le alluvioni del 2022 hanno causato oltre 30 miliardi di dollari di danni).</li>
<li>Gli impatti climatici aumentano la povertà e colpiscono in modo sproporzionato i più poveri, spesso senza copertura sociale adeguata.</li>
</ul>
<p>Molto interessanti anche le implicazioni legali che si presenterebbero in caso di superamento di 1,5°C.</p>
<ul>
<li>Il quadro giuridico internazionale (UNFCCC, Accordo di Parigi, UNCLOS - la convenzione sul diritto del mare - e i vari obblighi consuetudinari) resta imperniato su 1,5°C e continuerà a guidare gli obblighi degli Stati anche in caso di superamento: un percorso di <em>overshoot</em> non sostituisce questo quadro legale, ne cambia solo le circostanze applicative.</li>
<li>In un <a href="https://www.icj-cij.org/case/187" rel="noopener">parere consultivo 2025</a>, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha stabilito che 1,5°C è l&rsquo;obiettivo primario concordato dalle parti dell&rsquo;Accordo di Parigi, e che gli Stati devono esercitare una <em>due diligence</em> rigorosa nel preparare NDC coerenti con questo obiettivo. Il <a href="https://www.itlos.org/en/main/cases/list-of-cases/request-for-an-advisory-opinion-submitted-by-the-commission-of-small-island-states-on-climate-change-and-international-law-request-for-advisory-opinion-submitted-to-the-tribunal/" rel="noopener">Tribunale internazionale per il diritto del mare</a> ha analogamente legato gli obblighi di mitigazione alla soglia di 1,5°C e alle «migliori conoscenze scientifiche disponibili».</li>
<li>Gli Stati devono regolare rigorosamente le emissioni di gas serra, incluse quelle di attori privati; l&rsquo;ICJ ha identificato la produzione e il consumo di combustibili fossili, le licenze di esplorazione per idrocarburi e i sussidi alle fonti fossili come aree giuridiche dove l&rsquo;inazione può costituire un illecito internazionale.</li>
<li>La rimozione di carbonio è legalmente trattata come complementare alla mitigazione, non sostitutiva, e resta soggetta a vincoli su biodiversità, ambiente marino, diritti umani e interessi di altri Stati.</li>
<li>Gli obblighi di adattamento acquistano importanza crescente sotto <em>overshoot</em>: gli Stati devono pianificare e agire con <em>due diligence</em> e alla luce delle «migliori conoscenze scientifiche», anche per i danni che persistono dopo il declino delle temperature.</li>
<li>Gli Stati devono cooperare tramite finanza, trasferimento tecnologico, <em>capacity-building</em> e condivisione di dati scientifici, specie a beneficio degli Stati vulnerabili in via di sviluppo con minore accesso a informazioni tecniche.</li>
</ul>
<p>Anche dal punto di vista giuridico, quindi, sembra esserci una sostanziale certezza sul fatto che il diritto internazionale riconosca e tuteli gli obblighi della transizione ecologica e punisca i trasgressori. Non sarebbe male, già che ci siamo, che <a href="https://www.ibanet.org/ecocide-rome-statute" rel="noopener">l’ecocidio</a> diventi finalmente il quinto reato internazionale presso la Corte Penale Internazionale.</p>
<p>Ora, ai Master di comunicazione della scienza insegnano che non si deve terrorizzare il pubblico (non si deve dire al fumatore/fumatrice che se continuerà a fumare morirà molto probabilmente di cancro ai polmoni in atroci sofferenze), perché questo produce una risposta di rigetto. La psicologia ha indagato ormai i vari <em>bias</em> comunicativi a cui prestare attenzione: non dare la soluzione magica, non guardare solo il proprio cortile, non fidarsi della prima impressione, ecc. (ne avevamo parlato anche nei <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/okclima/" rel="noopener">corsi di formazione Ok!Clima</a>). Ecco, le soluzioni le abbiamo date (anche questo è un imperativo della comunicazione climatica), e le ricordiamo a ogni santo articolo di clima che scriviamo. Sfugge, tuttavia, come in presenza di questi scenari ci si possa ancora concedere il lusso di non spaventare troppo le persone tranquillizzandole che tanto andrà tutto bene. Non è così, l’abbiamo visto anche stavolta. E come ogni volta ricordiamo che le scelte politiche climatiche dei governi (e dei parlamenti) passano innanzitutto attraverso il nostro voto alle urne elettorali, attraverso la partecipazione politica attiva e attraverso l’adesione collettiva alle azioni di mitigazione e adattamento climatico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il telescopio nato per spiare la Terra che ora guarderà l'universo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso/</guid><pubDate>Thu, 03 Sep 2026 14:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>universo</category><description>Lanciato il 30 agosto e in viaggio verso il punto L2, il Roman Space Telescope osserverà con un campo di vista cento volte più ampio di Hubble per mappare la materia oscura, misurare l&amp;amp;rsquo;espansione dell&amp;amp;rsquo;universo e scovare fino a 100.000 esopianeti. Ma il suo specchio non era nato per il cielo: era un telescopio spia costruito per l&amp;amp;rsquo;intelligence militare statunitense e donato alla NASA nel 2011, che ha così salvato una missione a corto di fondi. Oggi porta il nome di Nancy Grace Roman, prima astronoma capo della NASA.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il Roman Space Telescope, lanciato il 30 agosto ed ora in viaggio verso il punto Lagrangiano L2 a 1,5 milioni di km dalla Terra, aprirà nuovi orizzonti allo studio della materia oscura, dell&rsquo;espansione dell&rsquo;universo e dei pianeti extrasolari. Con uno specchio di 2,4 m di diametro, paragonabile a quello dello Hubble Space Telescope, ed un&rsquo;ottica progettata per massimizzare il campo di vista potrà coprire con una osservazione una regione 100 volte più grande di quanto possa fare Hubble, moltiplicando possibilità di indagine scientifica e riducendo sensibilmente i tempi necessari per raccogliere dati su vaste aree di cielo.</p>
<p>L&rsquo;infografica della NASA mostra chiaramente la differenza nei campi di vista dei tre telescopi spaziali Hubble, Roman e JWST.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Capacità complementari degli strumenti di tre missioni di punta della NASA (Crediti: NASA&rsquo;s Goddard Space Flight Center)" width="2280" height="3340" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Capacità complementari degli strumenti di tre missioni di punta della NASA (Crediti: <a href="https://roman-docs.stsci.edu/roman-instruments/the-wide-field-instrument/observing-with-the-wfi/wfi-quick-reference" rel="noopener">NASA&rsquo;s Goddard Space Flight Center</a>).</p>

<p>Lo strumento principale del Roman Space Telescope è una telecamera a infrarossi da 300 megapixel che, a partire da inizio 2027, ogni giorno invierà a terra 1 terabyte di dati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="I rivelatori del wide field instrument (Crediti: NASA)" width="4096" height="2731" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">I rivelatori del wide field instrument (Crediti: <a href="https://roman-docs.stsci.edu/roman-instruments/the-wide-field-instrument" rel="noopener">NASA</a>).</p>

<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-3.webp" alt="Lo strumento a grande campo è ripreso nel logo della missione (Crediti: NASA)" width="836" height="1115" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Lo strumento a grande campo è ripreso nel logo della missione (Crediti: <a href="https://d.techtimes.com/en/full/473635/nasas-nancy-grace-roman-space-telescope-photographed.webp?w=836&amp;f=cf8884cd5ecfadc77b4cdf89fb810cd8" rel="noopener">NASA</a>).</p>

<p>Nei piani della NASA, formulati intorno al 2010-2011, si pensava ad missione che doveva focalizzarsi sulla copertura sistematica di vaste zone del cielo sfruttando le lunghezze d&rsquo;onda infrarosse non penalizzate dalla presenza di polvere, quindi più penetranti di quelle ottiche. La missione, nota come WFIRST (Wide Field InfraRed Survey Telescope), però, non sembrava nata sotto una buona stella: nel bilancio della NASA, già impegnata nel JWST, non c&rsquo;era posto per un altro telescopio. La situazione mutò a seguito di un intervento esterno assolutamente estraneo alla ricerca astronomica che merita di essere raccontato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Il Roman Space Telescope viene rilasciato dal secondo stadio del Falcon Heavy che lo ha immesso sulla traiettoria per raggiungere il punto L2. In primo piano l&rsquo;antenna dalla quale…" width="1920" height="1080" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Il Roman Space Telescope viene rilasciato dal secondo stadio del Falcon Heavy che lo ha immesso sulla traiettoria per raggiungere il punto L2. In primo piano l&rsquo;antenna dalla quale transiterà 1 terabyte di dati al giorno (Crediti: <a href="https://assets.science.nasa.gov/dynamicimage/assets/science/missions/rst/launch-day/roman-spacecraft-sep.jpg?w=1920&amp;h=1080&amp;fit=clip&amp;crop=faces%2Cfocalpoint" rel="noopener">NASA</a>).</p>

<p>Infatti, il telescopio che domenica è stato spinto sulla traiettoria che tra 100 giorni lo porterà nel suo punto di osservazione, non era nato per studiare il cosmo. Il suo obiettivo doveva essere l&rsquo;osservazione della Terra per spiare tutto quello che può avere rilevanza militare. Era stato costruito per il National Reconnaissance Office (NRO), responsabile della sorveglianza spaziale per conto del dipartimento della difesa -ora dipartimento delle guerra- statunitense. Dal momento che le attività dello NRO sono coperte da segreto militare, non sappiamo a quale programma appartenesse il telescopio riconvertito.</p>
<p>Di sicuro, tra il 1976 ed il 2011, sono stati lanciati per conto dello NRO 15 satelliti spia della serie KeyHole (buco della serratura) e nelle comunità astronomica si mormorava che alcuni avessero una spiccata somiglianza con lo Hubble Space Telescope. Alternativamente si potrebbe guardare al progetto Future Imagery Architecture iniziato da NRO negli anni &lsquo;90 e perseguito con decisione dopo gli attentati dell'11 settembre allo scopo di costruire una nuova serie di telescopi ad alta tecnologia per raccogliere dati satellitari sugli avversari degli Stati Uniti. Con specchi delle dimensioni di Hubble, i telescopi spia sarebbero stati in grado di osservare oggetti sulla Terra più piccoli di una tazza da caffè. Tuttavia, il progetto, affidato alla Boeing, subì ritardi e sforamenti di budget e, nel 2005, venne cancellato, ma non prima che parte dell&rsquo;hardware fosse già stata costruita. Qualcuno alla NASA, venuto a sapere dell&rsquo;esistenza di questi telescopi avanzati, aveva tentato di chiedere allo NRO cosa intendesse fare, senza risultato. La situazione è cambiata nel 2011 quando lo NRO ha contattato la NASA dicendo di essere disposto a cedere due telescopi della classe di Hubble. L&rsquo;hardware si trovava in una camera bianca dell&rsquo;azienda Exelis, successivamente acquisita da L3Harris, a Rochester, New York. Ed è lì che li hanno ammirati nel 2012 importanti funzionari della NASA che erano andati a sincerarsi dello stato dei telescopi. Il fatto che la comunità astronomica abbia potuto contare su un unico Hubble Space Telescope, mentre i militari ne hanno dispiegato un numero imprecisato, tanto da averne alcuni avanzati, dà immediatamente l&rsquo;idea della abissale differenza tra i finanziamenti per la ricerca e quelli militari. Prima di accettare il dono, NASA ha voluto sincerarsi che i telescopi &ldquo;spia&rdquo;, progettati per fornire immagini a grande campo, potessero essere di utilità astronomica. È stato istituito un gruppo di lavoro che ha immediatamente riconosciuto che era proprio quello che serviva per la missione WFIRST, che languiva per mancanza di fondi. Dal momento che in un osservatorio spaziale il telescopio rappresenta una frazione significativa del costo, la donazione dello NRO è giunta a fagiolo e ha permesso di fare partire il programma.</p>
<p>Così, nel 2016 la NASA ha formalmente avviato la missione WFIRST e ha iniziato lo sviluppo, con L3Harris che ha mantenuto lo specchio a Rochester e si è aggiudicata il contratto per completare il lavoro.</p>
<p>Ma WFIRST non era ancora fuori pericolo. I tentativi di cancellarlo non sono mancati: due volte durante l&rsquo;era Obama e tre volte durante la prima amministrazione Trump. Ogni volta, il Congresso ha scelto di salvare la missione. Nel 2020, per evitare il pericolo di altri tentativi di cancellazione, Thomas Zurbuchen, allora a capo dei progetti scientifici della NASA, decise di dedicare WFIRST a Nancy Grace Roman, una scienziata assunta alla NASA nel 1959 e presto diventata la prima NASA Chief Astronomer. In un&rsquo;epoca in cui le donne astronome erano rare, Nancy Roman, pur restando nell&rsquo;ombra, è stata l&rsquo;iniziatrice di tutti i programmi di astronomia dallo spazio americani. È grazie a lei che sono nati i satelliti dedicati all&rsquo;astronomia ultravioletta, X e gamma. Si tratta di radiazioni che vengono assorbite dall&rsquo;atmosfera e quindi si possono misurare solo dallo spazio, ma Nancy Roman capì che, oltre l&rsquo;atmosfera, lo spazio offriva le condizioni perfette per le osservazioni ottiche. Per questo si spese moltissimo perché la NASA costruisse un telescopio spaziale, difese il progetto davanti al Congresso ed ottenne i finanziamenti, diventando la &ldquo;mamma&rdquo; dello Hubble Space Telescope. La decisione di onorare la sua memoria è un meritato riconoscimento, anche perché il Roman Space Telescope sarà il primo strumento spaziale dedicato ad una scienziata.</p>
<p>In cinque anni di osservazione, Roman scansionerà circa il 12% del cielo e contribuirà a diversi campi dell&rsquo;astronomia come evidenziato in questa infografica NASA.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-5.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-5.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/telescopio-nato-spiare-terra-ora-guardera-luniverso-esterna-5.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="4000" height="2250" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">(Crediti: <a href="https://assets.science.nasa.gov/content/dam/science/missions/rst/science/Roman_ByTheNumbers_Infographic.jpg" rel="noopener">NASA</a>)</p>

<p>Lo strumento a grande campo riprenderà miliardi di galassie. Cercherà eventuali distorsioni nelle immagini delle galassie causate da ammassi di materia oscura che curvano la traiettoria della luce. Mappando questo effetto, chiamato lente gravitazionale debole, Roman traccerà la distribuzione della materia nell&rsquo;universo. Inoltre Roman andrà alla ricerca di migliaia di supernove di tipo Ia risalenti a oltre 10 miliardi di anni fa, nella prima parte della storia dell&rsquo;Universo che ha 13,8 miliardi di anni. Dovrebbe stanare un numero di antiche supernovae molto maggiore di quanto sia stato possibile con altri sytumenti, rivelando come l&rsquo;espansione dell&rsquo;universo sia cambiata nel corso della storia.</p>
<p>Roman sarà anche rivoluzionario per lo studio degli esopianeti. Una delle sue indagini si concentrerà sul centro della Via Lattea, dove osserverà centinaia di milioni di stelle alla ricerca di eventuali cali di luminosità dovuti al transito dei pianeti in orbita che fanno ombra alla loro stella. La tecnica dei transiti è quella che ha già permesso di scoprire la maggior parte dei 6.000 pianeti attualmente conosciuti. Roman potrebbe trovarne fino a 100.000, offrendoci un ampio campione di diverse popolazioni planetarie in tutta la galassia.</p>
<p>Oltre allo strumento a grande campo, Roman è dotato un coronografo sperimentale progettato per riprendere direttamente gli esopianeti annullando la luce della loro stella.</p>
<p>Questo strumento è un precursore del coronografo che la NASA vuole far volare sul suo Habitable Worlds Observatory, quindi la sua valenza è soprattutto tecnologica, ma, se funzionerà, aprirà nuove prospettive per la ricerca di una nuova terra.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La multa non basta: Meta patteggia, ma gli algoritmi restano intatti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/multa-basta-meta-patteggia-algoritmi-restano-intatti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/multa-basta-meta-patteggia-algoritmi-restano-intatti/</guid><pubDate>Wed, 02 Sep 2026 07:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>salute</category><description>Il maxi patteggiamento di Meta con gli Stati americani introduce limiti d&amp;amp;rsquo;uso per la popolazione adolescente, ma lascia intatti gli algoritmi che catturano l’attenzione e riguarda solo gli Stati Uniti. Vietare non basta: servono regole più ampie, un&amp;amp;rsquo;informazione libera e indipendente e una comunità educante (famiglie, scuola, pediatri) capace di accompagnare ragazzi e ragazze nell&amp;amp;rsquo;uso dei device. Da qui l&amp;amp;rsquo;idea di un bugiardino digitale, come per i farmaci.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/multa-basta-meta-patteggia-algoritmi-restano-intatti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/multa-basta-meta-patteggia-algoritmi-restano-intatti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La società Meta, che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp, è stata chiamata in giudizio da 29 Stati americani con l&rsquo;accusa di aver progettato le proprie piattaforme in modo da favorire un uso compulsivo da parte di bambini e adolescenti, con possibili conseguenze sulla loro salute. Sono 47, in realtà, gli Stati americani (più il distretto di Columbia) che hanno intrapreso azioni legali contro Meta, ma il nucleo principale dell&rsquo;azione legale è stato portato avanti da 29 Stati.</p>
<p>Secondo l&rsquo;accusa, Meta avrebbe consapevolmente progettato i propri prodotti, gli algoritmi e le funzioni di Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori, sfruttando le loro vulnerabilità psicologiche e danneggiando la loro salute mentale, e avrebbe raccolto dati relativi ai minori di 13 anni senza il consenso dei genitori.</p>
<p>La causa si è conclusa però con un <a href="https://www.vita.it/idee/negli-stati-uniti-vanno-a-processo-le-nostre-nuove-dipendenze-impersonate-da-meta/" rel="noopener">patteggiamento</a> arrivato molto precocemente, al settimo giorno di un processo che avrebbe dovuto proseguire ancora per 5 settimane.<br>
Sono state così evitate anche testimonianze particolarmente delicate, tra cui quella dell&rsquo;ex vicepresidente di Meta che aveva denunciato i possibili rischi per la salute mentale di ragazzi e ragazze, così come è stata evitata la testimonianza di Mark Zuckerberg.</p>
<h2 id="laccordo-soldi-e-nuove-regole-per-le-piattaforme">L&rsquo;accordo: soldi e nuove regole per le piattaforme</h2><p>L&rsquo;accordo prevede il pagamento di 16,8 miliardi di dollari in 10 anni per chiudere il processo che rischiava di mettere sotto accusa non soltanto un&rsquo;azienda, ma l&rsquo;intero modello su cui oggi si fondano molti social network: catturare la nostra attenzione, trattenerla il più a lungo possibile, trasformare il tempo trascorso online in valore economico.</p>
<p>L&rsquo;accordo prevede una serie di interventi sulle piattaforme: limiti giornalieri predefiniti, blocchi notturni, sistemi più stringenti per la verifica dell&rsquo;età, maggiori strumenti di controllo per i genitori, limitazioni ad alcune funzionalità considerate problematiche e il blocco di notifiche e avvisi durante la notte e nelle ore scolastiche.</p>
<p>Alcuni di questi strumenti esistevano già. La novità più significativa è rappresentata dal limite predefinito di 2 ore. Come ha sottolineato anche Ivano Zoppi, <a href="https://www.fondazionecarolina.org/2021/" rel="noopener">segretario generale della Fondazione Carolina</a>, non si tratta più semplicemente di un consiglio o di una funzione che l&rsquo;utente deve cercare e attivare: diventa un blocco preimpostato.<br>
Il blocco notturno impedisce l&rsquo;accesso in determinate fasce orarie, lo scroll infinito viene interrotto, le notifiche vengono limitate. Resta però un elemento fondamentale: molte di queste protezioni possono essere modificate o disattivate dai genitori.</p>
<h2 id="i-limiti-dellaccordo-chi-decide-davvero">I limiti dell&rsquo;accordo: chi decide davvero</h2><p>La verifica dell&rsquo;età, probabilmente lo strumento più importante per proteggere le persone più piccole, non diventerà immediatamente e pienamente operativa. Meta dovrà prima implementare, entro il 27 febbraio 2027, uno strumento in grado di individuare gli utenti con meno di 13 anni.</p>
<p>Ma la cosa più sorprendente è che queste restrizioni valgono soltanto per gli Stati Uniti e non per l&rsquo;Europa. Ed è difficile non vedere una contraddizione: se queste misure vengono considerate necessarie per proteggere la salute di ragazzi e ragazze americani, perché non dovrebbero esserlo anche per i ragazzi e le ragazze europee?</p>
<p>Si tratta soprattutto di interventi sul prodotto, sulle modalità di utilizzo delle piattaforme, ma non di una modifica sostanziale degli algoritmi: quei meccanismi che decidono quali contenuti ciascuno di noi, e soprattutto le persone più giovani, vediamo, e che sono progettati per mantenere la nostra attenzione il più a lungo possibile. Il rischio è quindi quello di spostare gran parte della responsabilità sui genitori americani, chiamati ad attivare, controllare e far rispettare misure di protezione che possono, in molti casi, essere aggirate o disattivate.</p>
<p>Meta ha sostanzialmente <a href="https://www.pressenza.com/it/2026/08/meta-tutela-minori-accordo-stati-uniti/" rel="noopener">fermato un processo</a> che presentava molte insidie. Non è forse un caso che le azioni della società siano aumentate del 4% nello stesso giorno in cui è stato siglato l&rsquo;accordo.</p>
<p>E allora la domanda è inevitabile: quanto cambierà davvero il sistema se non si interviene anche sui meccanismi che rendono i social network così attrattivi e potenzialmente compulsivi?</p>
<h2 id="non-basta-vietare-il-ruolo-della-comunità-educante">Non basta vietare: il ruolo della comunità educante</h2><p>Che le piattaforme possano favorire comportamenti di uso problematico non è certo una scoperta di oggi. E sappiamo anche che gli strumenti che consentono di limitare il tempo trascorso sulle app, da soli, vengono spesso ignorati, aggirati o disattivati, sia dagli adolescenti sia dagli adulti. I device digitali fanno ormai parte della vita quotidiana dei nostri ragazzi e ragazze. Smartphone, tablet e computer sono strumenti importanti, capaci di offrire opportunità di apprendimento, comunicazione, creatività e socialità. Come accade per ogni strumento potente, però, è il modo in cui viene utilizzato a fare la differenza.</p>
<p>L&rsquo;età in cui viene introdotto, il tempo trascorso davanti allo schermo, le modalità di utilizzo e soprattutto i contenuti a cui bambini, bambine e adolescenti accedono possono influenzare profondamente il loro benessere. Per questo non basta vietare.</p>
<p>E probabilmente neppure il patteggiamento di Meta, da solo, modificherà sostanzialmente la situazione. Anche perché la verifica dell&rsquo;età può essere aggirata con relativa facilità dalle persone più giovani. D&rsquo;altra parte, anche la vendita di alcol è vietata ai minorenni, ma sappiamo bene che molti minorenni riescono ugualmente a consumarlo.<br>
Il divieto è importante. Le regole sono necessarie. I limiti devono esistere, ma vanno estesi a tutte le piattaforme e non solo in America.</p>
<p>Accanto ai divieti, tuttavia, bisogna informare, spiegare e accompagnare. A una persona giovane non basta dire che deve attivare il blocco delle 2 ore o quello notturno. Bisogna spiegare perché dovrebbe farlo. Bisogna aiutarla a comprendere quali sono i rischi di un utilizzo eccessivo e quali benefici possono derivare da un uso corretto e consapevole.</p>
<p>E questo compito non può essere lasciato soltanto alle famiglie. Spetta a tutta la comunità educante: alla scuola, ai pediatri, agli insegnanti, agli educatori, agli allenatori sportivi, ai parroci e a tutti gli adulti che accompagnano la crescita di bambini, bambine e adolescenti.<br>
Dobbiamo quindi non solo continuare a pretendere che le piattaforme modifichino i loro algoritmi, ma anche aiutare genitori e caregiver a comprendere come utilizzare correttamente i device e quali possano essere i benefici, ma anche i rischi, di un loro utilizzo precoce, eccessivo o inappropriato.</p>
<h2 id="il-bugiardino-digitale">Il bugiardino digitale</h2><p>Perché non è normale consegnare a un bambino o a un adolescente uno strumento così potente senza prima spiegare come utilizzarlo.<br>
E oggi la stragrande maggioranza dei genitori non possiede tutte le conoscenze necessarie per farlo. Non perché non voglia informarsi, ma perché spesso non ha il tempo, gli strumenti o la possibilità di orientarsi in un mare di informazioni, libri, siti, video e notizie, distinguendo quelle corrette da quelle false o interessate.</p>
<p>Serve allora uno strumento agile, semplice, facile da consultare, che contenga le informazioni essenziali. Ma soprattutto serve un&rsquo;informazione libera e indipendente, senza conflitti di interesse.</p>
<p>Ed è qui che nasce l&rsquo;idea del bugiardino digitale, validato dalla Società italiana di pediatria e dall&rsquo;Associazione culturale pediatri, due importanti società scientifiche pediatriche del nostro Paese, e di cui torneremo a parlare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Né pappagalli, né menti aliene: l'etologia degli algoritmi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ne-pappagalli-ne-menti-aliene-letologia-algoritmi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ne-pappagalli-ne-menti-aliene-letologia-algoritmi/</guid><pubDate>Mon, 31 Aug 2026 11:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><description>Se le macchine abbiano una mente resta una domanda aperta, ma l&amp;amp;rsquo;analogia più intuitiva – quella con la coscienza di un gatto – non regge: al gatto la inferiamo per continuità evolutiva, alla macchina solo per convergenza di prestazioni. Studiarle come farebbe un etologo è una pista promettente, ma senza la storia evolutiva della griglia di Tinbergen rischia di restare comportamentismo travestito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ne-pappagalli-ne-menti-aliene-letologia-algoritmi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ne-pappagalli-ne-menti-aliene-letologia-algoritmi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando una domanda arriva in copertina sull&rsquo;Economist, significa, quale che sia il giudizio che se ne dà, che intorno a essa si stanno concentrando capitali e persone e che aspira a diventare un argomento rilevante della discussione pubblica. La domanda è se le intelligenze artificiali siano coscienti o lo possano diventare, ovvero se qualcosa di operativamente definibile come attività mentale accada all&rsquo;interno di questi sistemi statistico-predittivi. Del resto, si potrebbe subito commentare, rimanendo nel generico, che alcuni tra i più autorevoli neuroscienziati definiscono il cervello anche una macchina bayesiana, cioè un sistema che lavora aggiornando via via l’ipotesi iniziale. Ma non è solo una questione filosofica, né è una questione pseudofilosofica.</p>
<p>Al momento, non solo la persona comune, ma anche la maggior parte di coloro che studiano di mestiere i fenomeni mentali, non sanno andare molto oltre una risposta intuitiva: sì, no, forse, che poi difendono con assertività più che con criticità. David Chalmers e Ned Block, che sulla coscienza e sulla metafisica degli stati mentali hanno costruito buona parte del vocabolario con cui ne discutiamo, sembrano sorpresi nel trovarsi nella condizione inedita di conversare, sui loro stessi temi e con guadagni creativi, con macchine che rispondono criticamente in un linguaggio appropriato e sofisticatissimo. I due dissentono fra loro sulle conclusioni da trarne. Anzi, forse non si trovano due studiosi impegnati con metodi diversi a stabilire l&rsquo;esistenza o meno di stati mentali, qualunque cosa significhi, nei modelli linguistici, che siano del tutto d&rsquo;accordo. Se si scende nei dettagli, non se ne trovano proprio. Il che è il miglior segno che la questione è genuinamente aperta.</p>
<p>La cosa forse più sorprendente è che oltre un miliardo di utenti, numero calcolato da OpenAI qualche mese fa per gli utilizzatori di GPT, conversa individualmente, a qualunque livello e su qualunque argomento: metafisica, musica, chimica fisica delle proteine, poesia, storia, con la stessa persona&hellip; ops, macchina.</p>
<p>Richard Dawkins, dopo due giorni di conversazione con Claude (per lui, “Claudia”), ha concluso che Claude ha una mente, o una coscienza, o qualunque cosa si intenda per questi termini. Si è sentito dire da diversi colleghi che è preda delle stesse allucinazioni, senili nel suo caso, che lui attribuisce ai credenti. La battuta è efficace, ma non è un argomento; sostituirla con argomenti è un modo per non affrontarli.</p>
<p>Peraltro, si possono trovare argomenti contro l&rsquo;inferenza empirica di Dawkins. Il corpus è chiaramente contaminato: un sistema addestrato su miliardi di descrizioni umane della vita interiore produrrà descrizioni della vita interiore, quale che sia la sua organizzazione. Inoltre, l&rsquo;addestramento della macchina avviene a valle, selezionando le risposte gradite all&rsquo;interlocutore, e la compiacenza, la <em>sycophancy</em> che dovremmo tenere a bada se vogliamo un&rsquo;interazione costruttiva, inquina esattamente le domande più sofisticate. <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-023-06647-8" rel="noopener">Murray Shanahan e colleghi</a> osservano che a rispondere potrebbe non essere il sistema, ma un personaggio che il sistema simula, in un gioco di role-play, sicché manca un referente stabile al quale il resoconto si riferisca.</p>
<p>È molto probabile che fra un paio di decenni, o forse due generazioni, la stragrande maggioranza delle persone che interagiranno con questi sistemi darà per scontato che abbiano una mente e una coscienza. Potrebbe accadere anche se le loro capacità restassero quelle attuali, e accadrà a maggior ragione quando saranno anche corpi che si muovono e rispondono in modo appropriato se li tocchiamo.</p>
<p>Nessuno sa che cosa si prova a essere un gatto o un cane, per restare più vicini di casa del pipistrello di Nagel. Eppure, chiunque conviva con un gatto gli attribuisce senza esitazione sia una coscienza di accesso (la capacità di usare un&rsquo;informazione per orientare il comportamento) sia una coscienza fenomenica, cioè qualcosa che si prova essendo quel gatto, e si rende conto che soffre e vuole aiutarlo. È accaduto in fretta e quasi senza dibattito pubblico né divulgazione scientifica che la coscienza degli animali diventasse un&rsquo;idea di senso comune in Occidente. Prima che su basi scientifiche, perché la quota di popolazione che convive con un animale domestico ha raggiunto livelli senza precedenti storici: ancora ai primi dell&rsquo;Ottocento, gli animali oggi pet erano oggetto, in pubblico e anche in Occidente, di crudeltà che ormai neppure riusciamo a immaginare. E il gatto non discute dialetticamente, non risolve problemi matematici inaccessibili agli specialisti, non domina lo scibile a cui può attingere. Sembrerebbe dunque valere a fortiori: se lo concediamo al gatto, come negarlo alla macchina?</p>
<p>Il passaggio non tiene, e non perché l&rsquo;attribuzione al gatto sia anche un antropomorfismo. È vero il contrario. Il gatto ha nocicettori, sistemi motivazionali ed emotivi, un&rsquo;architettura talamocorticale e un repertorio comportamentale che condividiamo per via della discendenza. La sua esperienza la inferiamo - pur non conoscendo la neurobiologia né l’etologia del comportamento - da decisioni comuni, non da somiglianze superficiali. Il fatto è che conviviamo sin da piccoli nello stesso spazio abitativo quotidiano e impariamo a capirlo per tentativi e per la selezione di comportamenti che appagano, con evidenza, lui e noi.</p>
<h2 id="ubiquità-degli-agenti-antropomorfi">Ubiquità degli agenti antropomorfi</h2><p>Con un modello linguistico cogliamo al massimo un&rsquo;analogia, e per giunta costruita addestrando la macchina proprio sui nostri modi di descrivere la vita interiore. Trattare i due casi come equivalenti significa collassare omologia e analogia, cioè commettere l&rsquo;errore che la biologia comparata ha impiegato un secolo a imparare a evitare. Ma la nostra inclinazione innata, che ci ha, peraltro, dato vantaggi formidabili come specie nella preistoria, è quella di vedere agenti antropomorfi dappertutto. Quindi non ci facciamo problemi ad attribuire una mente a chi sa dialogare in modo dialettico e con un&rsquo;apparente intenzionalità di risultato. Resta però un fatto etologico che riguarda noi, non un indizio che riguardi loro, le macchine.</p>
<p>Rimane il sospetto, non infondato, che elevare la qualità filosofica della discussione sui modelli linguistici, cioè divulgare che è in corso un massiccio arruolamento di filosofi e umanisti, parliamo di alcune decine, da parte delle grandi imprese dell&rsquo;intelligenza artificiale, sia fumo negli occhi per coprire un vuoto di strategie commerciali in aziende che vivono soltanto di intelligenza artificiale e sostengono costi esorbitanti. In una fase in cui queste imprese assorbono capitale senza precedenti e devono convincere gli investitori che gli attuali chatbot sono l&rsquo;embrione di un mercato incomparabilmente più vasto, parlare di coscienza, agency e statuto morale delle macchine contribuisce a trasformare un prodotto software in un evento antropologico suggestivo. </p>
<p>Il sospetto di <a href="https://www.wired.com/story/to-land-a-job-in-ai-try-reading-kant/?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener"><em>philosophy-washing</em></a>,come versione sofisticata di <em>ethical-washing</em>, però, va decostruito. Non stiamo parlando di cose misticheggianti come le emozioni delle piante. Gran parte delle domande - rappresentazione, grounding, substrato, statuto morale - esiste indipendentemente dalle aziende ed è finanziata da agenzie pubbliche europee e nordamericane e da fondazioni che se ne occupavano molto prima che esistessero i chatbot. In fondo i Bell Laboratories di AT&amp;T, o i laboratori di IBM e Kodak, che investivano in ricerca <em>curiosity-driven</em>, non lo facevano per ragioni commerciali: qualche imprenditore può ancora capire che le idee più innovative nascono dalla competizione fra teorie e programmi di ricerca ambiziosi o persino fantasiosi. Il punto è che i laboratori di Google, Meta, OpenAI o Nvidia non sono incardinati su quella tradizione, e la differenza si vede: in Google hanno lavorato tre premi Nobel, ma Geoffrey Hinton, per poter discutere liberamente, si è dimesso.</p>
<p>La ricerca sul fenotipo mentale di questi sistemi si articola in tre strati distinti. Chi vorrebbe stabilire che cosa ci sia nel modello: rappresentazioni, modelli del mondo, causalità, introspezione, <em>agency</em>, e che lo si studi con <em>probing</em>, interventi causali e interpretabilità meccanicistica. Chi chiede come vada interpretato ciò che si misura: la rappresentazione significa comprensione? Accesso interno significa coscienza? La funzione significa esperienza? infine su che cosa dovremmo fare se quelle presunte capacità di avere stati interiori risultassero reali: sofferenza, benessere, statuto morale.</p>
<p>I finanziamenti seguono questa stratificazione con una precisione che colpisce: l&rsquo;industria domina là dove “capire” coincide con migliorare e controllare il prodotto; università, agenzie pubbliche e fondazioni tornano a contare quando la domanda diventa ontologica, etica e commercialmente sterile. Confrontando gli ordini di grandezza - con tutte le difficoltà di mettere a raffronto investimenti in capacità produttiva e budget di ricerca - sembra di assistere a una situazione storicamente singolare, per cui si investono centinaia di miliardi, e gli impegni per i prossimi anni sono già oggi nell&rsquo;ordine delle migliaia, per costruire una nuova classe di sistemi cognitivi destinando molto meno dell&rsquo;uno per cento a capire che cosa, ontologicamente e cognitivamente, si stia costruendo.</p>
<p>Il problema, a mio modo di vedere, non è comunque chi paga lo stipendio al filosofo, ma chi è proprietario dell&rsquo;oggetto su cui il filosofo e lo scienziato formulano le ipotesi da confutare. Ed è proprio per questo che, se si vogliono risposte replicabili, serve un criterio che non provenga da chi ha interesse alla risposta, ma da una tradizione di ricerca anteriore e indipendente.</p>
<h2 id="guardare-le-macchine-come-un-etologo-guarda-un-animale">Guardare le macchine come un etologo guarda un animale</h2><p>Una tradizione simile esiste e alcune delle sue linee di pensiero sono intriganti. <a href="https://www.amazon.it/Forma-mentis-decifrare-pensieri-macchine/dp/8815396926/ref=asc_df_8815396926?mcid=222b9d15617934dba2cb5332694633f9&amp;tag=googshopit-21&amp;linkCode=df0&amp;hvadid=786623718853&amp;hvpos=&amp;hvnetw=g&amp;hvrand=1916561016940876937&amp;hvpone=&amp;hvptwo=&amp;hvqmt=&amp;hvdev=c&amp;hvdvcmdl=&amp;hvlocint=&amp;hvlocphy=9198382&amp;hvtargid=pla-2507281500124&amp;psc=1&amp;hvocijid=1916561016940876937-8815396926-&amp;hvexpln=0" rel="noopener">Nello Cristianini</a>, che scrive libri di successo e questo è bene perché sono originali e intelligenti, propone di studiare le IA come gli etologi e gli psicologi comparati studiano gli animali, cioè osservandone il comportamento. Il punto di partenza, che riprende la tesi di un articolo apparso su <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-019-1138-y" rel="noopener">Nature</a> qualche anno fa, è condivisibile: i sistemi più potenti non sono stati programmati, ma addestrati, quasi coltivati; funzionano e nessuno, nemmeno chi li costruisce, sa con esattezza che cosa accada al loro interno. La cosa spaventa, soprattutto noi europei razionalisti. Ma neppure gli animali, noi inclusi, sono trasparenti a sé stessi e agli altri. Eppure, ci affidiamo a chirurghi, piloti e consulenti finanziari.</p>
<p>Cristianini propone di usare la griglia che Niko Tinbergen mise a punto fondando, con Konrad Lorenz, l&rsquo;etologia come scienza, e si concentra su due elementi: a ogni prestazione si associano una funzione, cioè a che cosa serve, e un meccanismo, cioè come è prodotta. L&rsquo;oca che spinge nel nido qualunque oggetto vagamente ovale non risponde a uno stimolo fisso ma a una categoria astratta: ha, cioè, una rappresentazione interna. Lo stesso, sostiene Cristianini, vale per le reti neurali, e di qui <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pappagalli-stocastici-potere-big-tech/">la confutazione dell’LLM come “pappagallo stocastico”</a>: AlphaZero (il programma IA di DeepMind) riscopre da solo strategie scacchistiche che nessuno gli ha insegnato, e un piccolo modello addestrato unicamente a prevedere mosse del gioco da tavolo Othello si costruisce da sé la mappa della scacchiera. I ricercatori di Anthropic, guidati da Christopher Olah, isolano nei circuiti di Claude milioni di caratteristiche che si accendono in presenza di concetti precisi e ricostruiscono catene di ragionamento manipolabili passo dopo passo. È lo stesso metodo con cui la ricerca sperimentale scopre le funzioni delle strutture biologiche. Quello che manca, per ora, non sono i risultati ma la loro ricomposizione: si tratta di reperti locali, ottenuti su compiti circoscritti, che nessuna teoria unificante tiene ancora insieme.</p>
<p>La formula secondo la quale parlare con queste macchine, cioè lavorare dissezionandone i comportamenti linguistici, sarebbe la mossa epistemicamente più onesta va allora definita meglio, se vuole essere non ovvia. Il dialogo non è una finestra sugli stati interni: è un dato che, a sua volta, richiede spiegazione. Diventa evidenza soltanto quando esiste una conoscenza esplicativa di riferimento, manipolabile indipendentemente dal resoconto, cioè quando smette di essere conversazione e diventa un esperimento. È ciò che fanno i lavori più seri sull&rsquo;introspezione dei modelli, i quali partono dal riconoscimento esplicito che, per via conversazionale, l&rsquo;introspezione genuina non è distinguibile dalla confabulazione, e perciò inoculano nelle attivazioni rappresentazioni di concetti noti per misurare in che misura gli autorisoconti ne dipendano causalmente. Il disegno serve a stabilire l&rsquo;internalità del resoconto: se il modello segnala l&rsquo;anomalia prima che il concetto iniettato affiori in ciò che scrive, non sta descrivendo il proprio output, ma riferendo uno stato. I risultati sono modesti e fragili nella formulazione delle domande, e vengono presentati come tali. Qui sta, per ora, la differenza fra un&rsquo;etologia in senso proprio e l&rsquo;aneddotismo.</p>
<h2 id="le-due-domande-che-mancano">Le due domande che mancano</h2><p>C&rsquo;è un&rsquo;amputazione da segnalare, relativa alla griglia di Tinbergen. Le domande erano quattro, non due: al meccanismo e alla funzione di Tinbergen si aggiungeva lo sviluppo dell&rsquo;individuo, (che, nel caso delle macchine, si può far rientrare nell&rsquo;addestramento) e la storia evolutiva, cioè le cause ultime. Ed era quest&rsquo;ultima la vera rivoluzione dell&rsquo;etologia rispetto al comportamentismo, che pure guardava il comportamento dall&rsquo;esterno, trattando il cervello come una scatola nera. Se si spunta la dimensione evolutivo-funzionale, l&rsquo;etologia degli algoritmi rischia di fermarsi al comportamentismo sotto un nome più seducente.</p>
<p>Nel vivente, meccanismo e funzione sono saldati dalla selezione naturale, un processo senza progettista: l&rsquo;oca recupera l&rsquo;uovo perché chi non lo faceva ha lasciato meno discendenti. Nelle macchine l&rsquo;obiettivo dell&rsquo;ottimizzazione lo fissa un ingegnere, e resta da stabilire se abbia senso parlare di funzione nel significato storico-evolutivo di Tinbergen. La discesa del gradiente, che modifica i parametri, non è selezione naturale: opera rispetto a una funzione obiettivo definita e aggiorna i pesi nella direzione locale che minimizza l&rsquo;errore. Il che non significa che le soluzioni interne siano state progettate una per una: non lo sono, ed è esattamente ciò che rende il sistema opaco anche a chi lo costruisce. Significa però che la griglia, così applicata, descrive ma non predice. Si può ricostruire perché un modello ha risposto in un determinato modo. Non si può prevedere come risponderà domani, fuori dalla distribuzione su cui è stato addestrato, in cui può aver imboccato scorciatoie che nessuna pressione selettiva tiene insieme.</p>
<p>Si obietterà che la filogenesi non è indispensabile e che la selezione può operare anche durante la vita di un individuo. È vero, e l&rsquo;esempio migliore è la selezione clonale che sostiene tutta l&rsquo;immunità adattativa: i linfociti che riconoscono meglio un patogeno proliferano, gli altri no, come nella selezione naturale ma nell&rsquo;arco di una vita. Occorre però distinguere due livelli, per non fare confusione. La filogenesi ha prodotto l&rsquo;architettura che genera diversità: i meccanismi di ricombinazione, la sopravvivenza differenziale dei cloni, così come ha prodotto il cervello. Quel che la filogenesi non ha prodotto è il repertorio specifico di quel singolo organismo, che si costruisce nell&rsquo;arco di giorni, per via della generazione di varianti e della selezione differenziale, senza progettista e senza che nulla di quel particolare esito sia stato anticipato. Il sistema immunitario è, insieme al cervello, capace di apprendere dall&rsquo;esperienza e di categorizzare il mondo a livello micro e macromolecolare. E il linfocita che riconosce l&rsquo;antigene è la stessa cellula che poi prolifererà o morirà. Proprio per questo, la selezione clonale mostra che il punto non è la scala temporale, bensì la coincidenza tra chi discrimina e chi paga i costi. È questa coincidenza a mancare nelle macchine.</p>
<p>Nel momento in cui il modello mi risponde, né il successo né il fallimento della risposta modificano i pesi che l&rsquo;hanno generata. La pressione selettiva ha operato nella storia dell&rsquo;addestramento, non nel presente dell&rsquo;interazione. L&rsquo;eventuale selezione di mercato, basata sull&rsquo;efficienza e sull&rsquo;efficacia delle prestazioni, che lo terrà in servizio o lo manderà in pensione, agisce dall&rsquo;esterno e sul lignaggio, e ricadrà su un successore riaddestrato, non sui pesi che stanno incanalando adesso le risposte. Chi agisce e chi paga non coincidono. L&rsquo;imprevedibilità delle risposte, diverse a parità di domanda, non è adattamento vissuto: è il riaffiorare di soluzioni alternative congelate nell&rsquo;addestramento, un programma chiuso nel senso di Ernst Mayr, cioè il prodotto irrigidito di una filogenesi e non un organismo che impara dalla propria storia.</p>
<p>Resta l&rsquo;unica plasticità reale nel corso del dialogo: l&rsquo;apprendimento in contesto. Durante la conversazione, la macchina si adatta agli esempi che le fornisco. Ma i sistemi di memoria, di fatto, recuperano testo dall&rsquo;esterno e lo reimmettono nel contesto, sicché la distinzione fra ciò che il sistema è e ciò che il sistema legge resta intatta. Insomma, quell&rsquo;adattamento è privo di valenza: nulla dall&rsquo;interno conferma che una categoria sia buona, come invece nel vivente fa il sistema motivazionale ed emotivo. Qui persino la parola rappresentazione tradisce, perché staticizza un processo che negli organismi è dinamico e affettivamente chiuso. La macchina categorizza, ma non abbiamo ancora prova che, per la macchina stessa e non per chi la ascolta, un esito sia migliore o peggiore rispetto a un altro.</p>
<p>Il criterio da soddisfare non può essere banalmente funzionalista nel senso del rapporto ingresso-uscita: la funzione deve implicare un tipo determinato di organizzazione. Ci si dovrebbe guardare, per inciso, dal confondere autorganizzazione e ordine spontaneo quando si studiano i sistemi adattativi, perché un ordine spontaneo alla Hayek (un coordinamento che nasce dal basso, senza un piano centrale, dall&rsquo;interazione di parti autonome) richiede parti dotate di connotati individuali, prodotti di una storia e di esperienze singolari, che concorrono a una divisione cooperativa del lavoro di elaborazione a livello di sistema. La coscienza, del resto, non è un&rsquo;entità metafisica. Se si adotta una concezione biologico-funzionale come quella suggerita da Edelman, un candidato cruciale è l&rsquo;accoppiamento fra la categorizzazione percettiva dinamica e i sistemi di valore che rendono alcuni stati rilevanti per l&rsquo;organismo. Se i sistemi artificiali incorporassero percezione attiva, movimento, memoria autobiografica e sistemi di valore endogeni, l&rsquo;ipotesi di una coscienza funzionale diverrebbe assai più difficile da liquidare.</p>
<p>Non porta da nessuna parte, dunque, contrapporre il pappagallo stocastico alla mente “aliena”. L&rsquo;etologia degli algoritmi è strategica come complemento dell&rsquo;analisi dei meccanismi, purché non diventi una scorciatoia e si eserciti una vigilanza epistemologica sulle metafore. Un punto di vista del sistema, in qualche senso, esiste, ed è quello dell&rsquo;addestramento: ereditato e congelato. Non si tratta di un adesso vivo o di un presente ricordato che intercetti le aspettative. Si tratta di una chimera curiosa: un modello linguistico è eredità senza linea ereditaria, adattamento senza corpo. E quando, fra due generazioni, sarà normale dare per scontato che le intelligenze artificiali abbiano una mente, varrà la pena ricordare che al gatto una mente la inferiamo per continuità di discendenza, mentre alla macchina finiremmo per attribuirla per convergenza di prestazioni. Non sono la stessa inferenza. Una salutare difesa contro la confusione consisterebbe nel tenere separate le due cose finché la differenza è ancora visibile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ripartire dal sociale: se la ricetta medica non prescrivesse (solo) farmaci?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ripartire-sociale-ricetta-medica-prescrivesse-solo-farmaci/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ripartire-sociale-ricetta-medica-prescrivesse-solo-farmaci/</guid><pubDate>Mon, 31 Aug 2026 07:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Paolucci</dc:creator><category>salute</category><description>In una popolazione sempre più anziana, segnata dal peso delle malattie croniche, dalla diffusione della solitudine e da un ricorso spesso eccessivo ai farmaci, la prescrizione sociale offre un modello metodologico per intervenire sui determinanti sociali, demedicalizzare la cura, e restituire risposte di salute alla comunità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ripartire-sociale-ricetta-medica-prescrivesse-solo-farmaci-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ripartire-sociale-ricetta-medica-prescrivesse-solo-farmaci-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l&rsquo;assenza di malattie o infermità. Adottata nel 1948 dall’Organizzazione mondiale della sanità, questa visione trasforma la salute in un diritto umano fondamentale.</p>
<p>Tuttavia, quando sir Michael Marmot, epidemiologo di fama mondiale ed esperto di disuguaglianze sociale, chiedeva: «Perché curare le persone per poi rimandarle nelle stesse condizioni che le hanno fatte ammalare?», indicava un limite strutturale dei sistemi sanitari contemporanei.</p>
<p>Oggi, secondo le stime dell’OMS, <a href="https://www.who.int/health-topics/social-determinants-of-health" rel="noopener">oltre il 50% della nostra salute dipende dai cosiddetti determinanti sociali</a>: livello di istruzione, condizione abitativa, rete relazionale, isolamento, stabilità economica. Nelle sale d’attesa dei medici di medicina generale questo si traduce quotidianamente in un 20-30% di consultazioni che riguardano problemi non strettamente clinici: ansia, depressione, solitudine, incapacità di gestire il tempo libero. Nella terza età queste forme di disagio si somatizzano spesso in disturbi fisici, portando a sovraprescrizioni farmacologiche o ad accessi impropri presso i pronto soccorso.</p>
<h2 id="dalla-polifarmacia-al-deprescribing">Dalla polifarmacia al deprescribing</h2><p>Il ricorso alla risposta farmacologica per bisogni di natura psicosociale ha contribuito all&rsquo;esplosione della politerapia. Secondo il <a href="https://www.aifa.gov.it/rapporti-osmed" rel="noopener">Rapporto dell’Osservatorio sull’impiego dei medicinali dell’AIFA (OsMed)</a><em>,</em> nel 2025 quasi 7 italiani su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione nel corso dell’anno, con un forte incremento di politerapia, in particolare tra gli anziani. La spesa farmaceutica è stata pari a 39.3 miliardi (+6% rispetto all’anno precedente), di cui la spesa pubblica pari a 28.4 miliardi e quella direttamente sostenuta dai cittadini salita a 10.7 miliardi (+7.5%).</p>
<p>Oltre il 60% degli ultraottantenni assume quotidianamente almeno 5 principi attivi e oltre il 30% ne assume 10 o più ogni giorno. In questo scenario di polifarmacia emerge la necessità di deprescrizione (deprescribing), ovvero il processo pianificato e supervisionato di riduzione o sospensione dei farmaci la cui utilità è venuta meno o i cui rischi superano i benefici. La letteratura scientifica dimostra che sospendere alcuni farmaci, in particolare nell’anziano, non è solo sicuro, ma migliora la qualità di vita e riduce la mortalità complessiva. Deprescrivere non significa somministrare meno cure, ma cure migliori e più appropriate.</p>
<p>È in questo scenario che si inserisce la prescrizione sociale (<em>social prescribing</em>), una pratica nata e istituzionalizzata nel Regno Unito e oggi al centro di un crescente interesse globale.</p>
<h2 id="prescrizione-sociale-in-pillole">Prescrizione sociale in pillole</h2><p>Dai primi pioneristici esperimenti condotti tra il 1926 e il 1950 (<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Peckham_Experiment" rel="noopener">Peckham Experiment</a>), fino all’istituzione delle Rete nazionale di prescrizione sociale nel 2016 e alla nascita della <a href="https://socialprescribingacademy.org.uk/" rel="noopener">Social Prescribing Academy</a> nel 2019, la prescrizione sociale è un percorso strutturato, metodologico e personalizzato per connettere i pazienti a risorse non cliniche del territorio, articolato in quattro fasi.</p>
<p>Prima il medico di medicina generale individua l’utente con bisogni psicosociali, solitudine o patologie croniche che potrebbero beneficiare di interventi di stile di vita e di comunità. Il paziente viene quindi inviato a una figura chiave di riferimento, il Link Worker (“connettore”), figura istituzionalizzata nel regno unito nel National Health service nel 2019, che applica un approccio basato sul “cosa conta per te?” piuttosto che il classico “che cos’hai?” e co-progetta con l’assistito un piano personalizzato.</p>
<p>A questo punto il link worker attinge a un database di risorse locali quali associazioni di volontariato, biblioteche, cori, orti urbani, dove indirizzare il paziente. Infine si misura l’impatto sul benessere della persona e si valuta il rispetto degli obiettivi prefissati.</p>
<h2 id="il-toolkit-delloms-e-la-visione-salutogenica">Il Toolkit dell’OMS e la visione salutogenica</h2><p> <em><a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789290619765" rel="noopener">A toolkit on how to implement social prescribing</a></em> è una guida pratica messa a punto dall’Ufficio regionale occidentale dell’OMS, indirizzato alle organizzazioni, ai decisori e ai singoli professionisti sanitari che vogliano aggiungere questa opportunità all’offerta rivolta agli utenti dei servizi sanitari. In Italia è stato tradotto e diffuso dal Cultural welfare center, nato il primo giorno di lockdown per rispondere alle sfide di salute accentuate dalla pandemia, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità.</p>
<p>Il kit è molto più di un manuale di strumenti, propone una visione, illustra un modello organizzativo e un percorso strutturato per orientare i clinici a rispondere ai bisogni del paziente, in particolare quelli più fragili. Si legge nel documento: «La prescrizione sociale è un processo che consente di allontanarsi da un modello riparativo per dirigersi verso un sistema salutogenico, che aiuta a costruire e promuovere la salute: non solo pazienti con bisogni, ma, prima di tutto, <em>persone</em> con bisogni da condividere nella società. Il punto di forza è mettere al centro la persona».</p>
<h2 id="la-prescrizione-sociale-nel-mondo-e-lo-scenario-italiano">La prescrizione sociale nel mondo e lo scenario italiano</h2><p>Diversi sono i Paesi che si stanno muovendo per strutturare delle proprie realtà di prescrizione sociale. I Paesi Bassi parlano di “prescrizioni per il benessere”. Nel resto del Nord Europa e in Portogallo si sviluppano programmi incentrati sull’accesso alla natura e sulla prescrizione culturale per favorire l’equità sociale. In Nord America crescono le reti associative e i progetti pilota con l’obiettivo di estendere l’accesso a terapie artistiche e comunitarie su larga scala.</p>
<p>In Italia il social prescribing è ancora a una fase embrionale o legato a sperimentazioni locali o regionali. In ambito sanitario il Piano della prevenzione 2025 ha avviato gruppi di cammino di cittadini, gruppi di Esercizio fisico strutturato (EFS), gruppi di attività fisica e motoria adattata (AFA o AMA) e promozione di pratiche di salute in ambito lavorativo (<em>Workplace health promotion</em>). Il Piano della cronicità prevede percorsi di salute diagnostico-assistenziali per pazienti affetti da patologie croniche. Anche nel mondo culturale, ci sono progetti apripista riconosciuti a livello europeo, tra cui la Rete MTA-Musei Toscana per l’Alzheimer o l’iniziativa <em>Nati per leggere</em>, attiva ormai dal 1999 che accompagna i neogenitori alla scoperta della lettura condivisa con il bambino, o il progetto nazionale <em>Dance Well</em>, iniziativa nata per i pazienti affetti da malattia di Parkinson, considerata modello di danza inclusiva.</p>
<p>Anche lo studio multinazionale coordinato dall’OMS <em>Music and Motherhood</em> ha valutato la possibilità di attuazione in diversi Paesi europei, Italia compresa, di un intervento di canto di gruppo a sostegno delle madri con sintomi di depressione post-partum, iniziativa già sperimentata con successo nel Regno Unito.</p>
<h2 id="le-evidenze-scientifiche-salute-e-impatto-economico">Le evidenze scientifiche: salute e impatto economico</h2><p>Gli studi sul social prescribing si sono moltiplicati nell’arco dell’ultimo decennio, guidati in particolare dagli enti di ricerca del Regno Unito, dove il National health service (NHS) ha istituzionalizzato la figura del Link worker dal 2019. I benefici riscontrati spaziano su più livelli. Revisioni sistematiche (<em><a href="https://www.google.com/search?q=https://bmjopen.bmj.com/content/13/4/e067520" rel="noopener">BMJ Open</a></em> e <a href="https://www.google.com/search?q=https://www.cebm.ox.ac.uk/resources/social-prescribing-evidence-reviews" rel="noopener">Centre for Evidence-Based Medicine di Oxford</a>) mostrano effetti positivi tangibili sulla salute individuale, con una riduzione significativa dei livelli di ansia, depressione e percezione dell’isolamento. In termini economici e di sostenibilità del sistema sanitario, la presenza di un programma di prescrizione sociale strutturato mostra una riduzione degli accessi presso il medico di medicina generale del 18-28% e dei ricoveri impropri in Pronto soccorso del 15-24%, con un ritorno sull’investimento compreso tra 2 e 5 sterline per ogni sterlina investita. Uno dei punti di forza è quello di creare collegamenti con servizi che nella maggior parte dei casi, sono già disponibili nelle comunità locali.</p>
<p>Come ribadito nell’ultimo aggiornamento della <em><a href="https://www.dors.it/wp-content/uploads/2024/08/Carta-di-Ginevra-Traduzione-220421.pdf" rel="noopener">Carta di Ginevra per il Ben-essere</a></em>: «La prescrizione sociale rappresenta una corretta interpretazione delle comunità locali che promuovono ben-essere sostenibile». In termini di coesione sociale trasforma i cittadini da consumatori passivi ad attori attivi della propria comunità.</p>
<h2 id="il-momento-è-adesso">Il momento è adesso</h2><p>Oggi l’Italia vive un momento cruciale. La riforma della sanità territoriale prevista dal DM 77/2022 sostenuta dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) con al centro le Case della comunità pensate come luoghi di integrazione sociosanitaria e di partecipazione comunitaria, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/pnrr-ha-migliorato-sanit%c3%a0-pubblica-territoriale/claudio-maffei/2026-08-02/">non sembra aver centrato in pieno l’obiettivo</a>. Ma la strada è quella. Come affermava sir Michael Marmot, «La salute si costruisce dove viviamo, lavoriamo, cresciamo e invecchiamo. Non è solo l&rsquo;assenza di malattia, ma la capacità di avere il controllo sulla propria vita».</p>
<p>Di fronte alla domanda “Di cosa abbiamo bisogno oggi per sentirci bene?”, la prescrizione sociale offre una risposta ampia, umana ed ecologica: un approccio olistico alla persona, che promuove una cura integrata basata sulla comunità locale e che aiuta a demedicalizzare l’offerta dei servizi sanitari.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nepal, quando una montagna diventa un’alluvione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione/</guid><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 10:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgio Vacchiano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dal collasso di roccia e ghiaccio sul Langtang Lirung alla piena catastrofica: che cosa sappiamo, che cosa resta incerto e che ruolo può avere avuto il riscaldamento dell’alta montagna. E sopratutto cosa fare per capire meglio e anticipare immani catastrofi come questa. Ne scrive Giorgio Vacchiano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il disastro che il 26 agosto 2026 ha colpito il Nepal e il Tibet non è stato una normale alluvione provocata semplicemente da precipitazioni estreme, e nemmeno, propriamente, il solo “crollo di un ghiacciaio”. Le evidenze disponibili indicano una catena di processi iniziata oltre cinquemila metri di quota con il cedimento congiunto di roccia e ghiaccio sul versante settentrionale del Langtang Lirung. La massa ha percorso rapidamente il versante, si è frammentata e trasformata, ha incorporato acqua e sedimenti ed è entrata nel sistema fluviale, generando una colata detritica e poi una piena catastrofica. È proprio la successione dei processi, più che ciascuno di essi preso separatamente, a spiegare la dimensione del disastro.</p>
<p>Le immagini satellitari e, ora, un video ripreso accidentalmente da un drone sul lato cinese della frontiera mostrano che non si è staccata soltanto una porzione di ghiaccio: ha ceduto anche parte della parete rocciosa che sosteneva il ghiaccio sovrastante. È quindi più corretto descrivere l’evento iniziale come una rock–ice avalanche, una valanga di roccia e ghiaccio. Le prime ricostruzioni indicano una zona di distacco attorno ai 5.100–5.200 metri di quota, larga alcune centinaia di metri; le stime del volume mobilizzato restano ancora preliminari e molto incerte, da alcune decine fino a 100-200 milioni di metri cubi considerando insieme roccia, ghiaccio e altro materiale coinvolto. Un segnale registrato dai sismografi è stato inizialmente interpretato come un terremoto, ma le analisi successive dell’<a href="https://www.usgs.gov/programs/landslide-hazards/science/2026-nepal-debris-avalanche-and-flash-flood" rel="noopener">US Geological Survey</a> hanno invece concluso che è stati prodotto dal collasso stesso, con un’energia equivalente a quella di un terremoto di magnitudo circa 5,2. </p>
<h2 id="roccia-e-ghiaccio-che-cadendo-si-trasformano">Roccia e ghiaccio che cadendo si trasformano</h2><p>Non bisogna immaginare un blocco che cade dalla montagna e arriva integro a valle. Una grande valanga di roccia e ghiaccio cambia continuamente caratteristiche mentre scende. Il materiale si frammenta; parte dell’energia meccanica viene dissipata sotto forma di calore; una frazione del ghiaccio può fondere rapidamente; il flusso incorpora detriti, sedimenti e acqua già presenti lungo il percorso. Quando raggiunge torrenti e fiumi può diventare una colata detritica molto più voluminosa della massa iniziale, modificare gli alvei, creare sbarramenti temporanei e, quando questi cedono, generare nuove onde di piena. Questi fenomeni vengono sempre più spesso studiati come <em>process chains</em> o <em>cascading hazards</em>: catene di processi in cui un primo disturbo ne innesca un secondo, che a sua volta ne genera o amplifica altri. È un modo più corretto di leggere il disastro rispetto a etichette separate come “frana”, “valanga” o “alluvione”, perché il rischio finale nasce proprio dal passaggio da un processo all’altro.</p>
<p>Esistono precedenti. Il 31 maggio 1970, sul Nevado Huascarán nelle Ande peruviane, un forte terremoto innescò il collasso di una gigantesca massa di roccia, neve e ghiaccio. La valanga si trasformò durante la discesa e seppellì Yungay e altri centri abitati. Le stime delle vittime direttamente associate alla valanga variano nelle diverse ricostruzioni, ma sono generalmente dell’ordine di 18.000-25.000 persone. È uno dei più grandi disastri di montagna documentati.</p>
<p>Un precedente ancora più vicino per dinamica e contesto è Chamoli, nell’Himalaya indiano, il 7 febbraio 2021. Circa 27 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio si staccarono dal Ronti Peak, precipitarono per quasi due chilometri e si trasformarono in una colata estremamente energetica incorporando acqua e sedimenti. L’evento distrusse infrastrutture idroelettriche e causò più di duecento morti e dispersi. La <a href="https://doi.org/10.1126/science.abh4455" rel="noopener">ricostruzione pubblicata su <em>Science</em> da Shugar e colleghi</a> è oggi uno dei riferimenti principali per comprendere come una valanga di roccia e ghiaccio possa evolvere in un evento idrologico e geomorfologico molto più esteso.</p>
<p>Un altro esempio recente viene proprio dal Nepal. Nell’agosto 2024, a Thame, nella regione dell’Everest, una valanga di roccia colpì un primo lago glaciale, provocando un’onda che contribuì alla rottura della sua diga; il flusso investì poi un secondo bacino, liberando complessivamente circa 459.000 metri cubi d’acqua. La <a href="https://www.icimod.org/press-release/everest-region-a-hotspot-of-cryosphere-linked-hazards-icimods-new-study-on-nepals-2024-thame-flood-confirms/" rel="noopener">ricostruzione ICIMOD dell’evento di Thame</a> è quasi un caso didattico di rischio a cascata: il processo iniziale non esaurisce il pericolo, ma può creare nuove condizioni di instabilità a valle.</p>
<p>Lo stesso problema si è ripresentato dopo l’evento del Langtang. I detriti hanno formato almeno un lago temporaneo alla confluenza di due corsi d’acqua. Le <a href="https://www.reuters.com/business/environment/risk-lake-burst-near-china-nepal-border-disaster-site-wanes-2026-08-29/" rel="noopener">osservazioni satellitari riportate il 29 agosto</a> indicavano che questo lago si stava progressivamente drenando, riducendo il rischio immediato di una rottura improvvisa. Un secondo specchio d’acqua, più grande e localizzato più vicino alla zona del collasso, superava però i 120.000 metri quadrati di superficie e aveva ancora profondità sconosciuta. </p>
<h2 id="è-stato-provocato-dal-cambiamento-climatico">È stato provocato dal cambiamento climatico?</h2><p>Sul cambiamento climatico bisogna essere precisi. Non abbiamo oggi elementi sufficienti per affermare che il riscaldamento globale abbia “causato” questo specifico collasso. Una conclusione del genere richiederebbe un’analisi di attribuzione e una conoscenza molto più dettagliata dello stato termico e meccanico della parete prima del cedimento. Possiamo però dire con molta sicurezza che il riscaldamento sta modificando rapidamente le condizioni fisiche dell’alta montagna himalayana: i ghiacciai arretrano e si assottigliano, cambia l’idrologia delle pareti rocciose e il permafrost si riscalda e degrada. Il fatto che un evento avvenga in un clima che si riscalda non dimostra che sia stato “causato” dal clima, ma neppure permette di ignorare le trasformazioni fisiche documentate nell’ambiente in cui si verifica.</p>
<p>Una <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-025-00740-4" rel="noopener">review del 2025 su <em>Nature Reviews Earth &amp; Environment</em></a> mostra che tra il 1980 e il 2020 le aree montane hanno avuto globalmente un riscaldamento maggiore delle pianure, pur con forti differenze regionali. Per l’area tibetano-himalayana, <a href="https://doi.org/10.1007/s00382-016-3286-z" rel="noopener">lavori precedenti</a> hanno mostrato come feedback neve-albedo, vapore acqueo e radiazione possano contribuire all’amplificazione del riscaldamento con la quota. Una <a href="https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2026.105449" rel="noopener">review pubblicata nel 2026 su <em>Earth-Science Reviews</em></a> sintetizza quasi 300 studi sull’Hindu Kush-Himalaya e mostra quanto rapidamente stia cambiando la criosfera regionale. Tra il 1980 e il 2020 la regione si è riscaldata in media di circa 0,2–0,3 °C per decennio, un ritmo prossimo al doppio della media globale; il bilancio di massa dei ghiacciai è stato fortemente negativo e, nell’Himalaya centrale e orientale, la copertura nevosa è diminuita di circa il 30% dal 1990. La stessa sintesi segnala un’intensificazione del disgelo del permafrost, che in alcuni siti raggiunge velocità dell’ordine di decine di centimetri l’anno. Questi valori non descrivono automaticamente il versante Nord del Langtang Lirung, ma indicano con chiarezza quanto rapidamente stiano cambiando le condizioni di fondo dell’alta montagna himalayana.</p>
<h2 id="il-ruolo-del-permafrost-che-si-degrada">Il ruolo del permafrost che si degrada</h2><p>Il permafrost è uno dei meccanismi da considerare. Non si tratta solo di un “collante”. Il ghiaccio che riempie alcune fratture può effettivamente aumentare la resistenza meccanica di una discontinuità rocciosa, e prove sperimentali mostrano che la resistenza delle fratture riempite di ghiaccio dipende fortemente dalla temperatura. Già <a href="https://doi.org/10.1002/ppp.378" rel="noopener">Davies, Hamza e Harris (2001)</a> hanno mostrato che il riscaldamento delle discontinuità ghiacciate può ridurne la stabilità. <a href="https://doi.org/10.1029/2006JF000547" rel="noopener">Gruber e Haeberli (2007)</a>sintetizzano i diversi meccanismi attraverso cui la degradazione del permafrost nelle pareti ripide può favorire instabilità, compresa la circolazione di acqua nelle fratture. Esperimenti successivi di <a href="https://doi.org/10.5194/tc-12-3333-2018" rel="noopener">Mamot e colleghi (2018)</a> hanno quantificato una forte diminuzione della resistenza al taglio delle fratture rocciose riempite di ghiaccio con l’aumento della temperatura verso il punto di fusione, e <a href="https://doi.org/10.5194/esurf-9-1125-2021" rel="noopener">modelli termo-meccanici più recenti</a> mostrano come il riscaldamento possa progressivamente avvicinare alcuni versanti a condizioni di instabilità.</p>
<p>Questo non significa che il permafrost “tenga insieme” ogni montagna, né che il suo disgelo determini automaticamente una frana. La stabilità di una parete dipende prima di tutto dalla struttura geologica, dalla geometria delle discontinuità, dallo stato di tensione e dall’idrologia. Inoltre il ghiaccio nelle fratture può avere effetti diversi: può aumentare la coesione, ma la segregazione del ghiaccio può anche allargare progressivamente le fratture. Il riscaldamento modifica contemporaneamente la resistenza del ghiaccio, la quantità di acqua liquida, le pressioni nelle fratture e la propagazione delle discontinuità. Per questo la letteratura più recente interpreta l’instabilità come il risultato di <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-024-56346-1" rel="noopener">processi termo-idro-meccanici accoppiati</a>, non di un unico meccanismo.</p>
<p>È altrettanto importante distinguere tra un fattore predisponente e l’innesco immediato. La degradazione del permafrost può indebolire una parete nel corso di anni o decenni; il collasso può poi essere innescato da una combinazione di fusione stagionale, infiltrazione d’acqua (come nel caso del collasso della Marmolada del 2022, che però coinvolse quasi esclusivamente la massa glaciale), precipitazioni, variazioni di pressione nelle fratture o semplice superamento progressivo della resistenza residua. Per Langtang, al momento, non sappiamo quale di questi meccanismi abbia fatto superare la soglia proprio il 26 agosto. </p>
<p>La relazione generale tra riscaldamento e instabilità delle pareti in permafrost è però ben documentata. Uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41561-024-01390-9" rel="noopener">studio pubblicato su <em>Nature Geoscience</em> nel 2024</a> ha ricostruito un secolo di attività di crolli rocciosi nelle Alpi e trovato un aumento dell’attività associato al riscaldamento, particolarmente marcato dagli anni Ottanta. Un’altra <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-54831-9" rel="noopener">analisi pubblicata su <em>Nature Communications</em></a>* *mostra che il permafrost montano europeo continua a riscaldarsi rapidamente, in alcuni siti a velocità superiori a 1 °C per decennio a dieci metri di profondità. Non sono studi sull’Himalaya e non possono quindi essere usati come attribuzione dell’evento nepalese, ma forniscono evidenze indipendenti dei meccanismi fisici che collegano il riscaldamento alla destabilizzazione di pareti rocciose fredde.</p>
<p>Un collasso di queste dimensioni probabilmente non poteva essere impedito fisicamente. Ma pericolo naturale e disastro non sono sinonimi. Il numero delle vittime dipende anche dall’esposizione delle persone e delle infrastrutture, dalla capacità di riconoscere rapidamente il fenomeno e dalla velocità con cui l’informazione raggiunge le comunità a valle.</p>
<h2 id="affrontare-il-rischio-e-giocare-danticipo">Affrontare il rischio e giocare d&rsquo;anticipo</h2><p>Il caso del Langtang mostra un limite dei sistemi tradizionali di allerta delle piene. Una piena dovuta a precipitazioni intense può essere anticipata osservando radar meteorologici, pluviometri e livelli dei fiumi. Una valanga di roccia e ghiaccio può invece iniziare sotto cielo sereno, con poco o nessun preavviso meteorologico, e muoversi nei primi chilometri a velocità di decine di metri al secondo. Servono quindi sistemi che integrino osservazioni satellitari frequenti, sensori sismici, monitoraggio delle deformazioni, radar e stazioni idrologiche automatiche. Il <a href="https://www.axios.com/2026/08/29/nepal-flood-cause-warning-alert-system" rel="noopener">problema dei sistemi di allerta per questi “blue-sky floods”</a> è emerso con particolare chiarezza: il sensore di livello lungo il sistema fluviale ha fornito un certo preavviso alle località più lontane, ma per quelle vicine alla sorgente il tempo disponibile è stato inevitabilmente molto breve.</p>
<p>Questa è forse la lezione scientifica più importante del disastro. Il riscaldamento globale non sta semplicemente facendo fondere i ghiacciai. Sta modificando sistemi di alta montagna nei quali roccia, ghiaccio, permafrost, acqua e sedimenti interagiscono. In questi ambienti un collasso può trasformarsi in valanga, la valanga in colata detritica, la colata in uno sbarramento temporaneo e la rottura dello sbarramento in una nuova piena. Comprendere il rischio climatico nelle montagne significa quindi osservare non soltanto i singoli pericoli, ma soprattutto le connessioni tra essi. Non possiamo stabilizzare ogni parete dell’Himalaya; possiamo però migliorare la capacità di riconoscere queste catene di processi e di far arrivare l’allarme a chi si trova a valle.</p>
<h4 id="riferimentiscientificiessenziali"><strong>Riferimenti scientifici essenziali</strong></h4><h4 id="davies-mcr-hamza-o-harris-c-2001-the-effect-of-rise-in-mean-annual-temperature-on-the-stability-of-rock-slopes-containing-ice-filled-discontinuities">• <a href="https://doi.org/10.1002/ppp.378" rel="noopener">Davies M.C.R., Hamza O., Harris C. (2001), The effect of rise in mean annual temperature on the stability of rock slopes containing ice-filled discontinuities.</a></h4><h4 id="gruber-s-haeberli-w-2007-permafrost-in-steep-bedrock-slopes-and-its-temperature-related-destabilization-following-climate-change">• <a href="https://doi.org/10.1029/2006JF000547" rel="noopener">Gruber S., Haeberli W. (2007), Permafrost in steep bedrock slopes and its temperature-related destabilization following climate change.</a></h4><h4 id="mamot-p-et-al-2018-a-temperature--and-stress-controlled-failure-criterion-for-ice-filled-permafrost-rock-joints">• <a href="https://doi.org/10.5194/tc-12-3333-2018" rel="noopener">Mamot P. et al. (2018), A temperature- and stress-controlled failure criterion for ice-filled permafrost rock joints.</a></h4><h4 id="mamot-p-et-al-2021-a-temperature-dependent-mechanical-model-to-assess-the-stability-of-degrading-permafrost-rock-slopes">• <a href="https://doi.org/10.5194/esurf-9-1125-2021" rel="noopener">Mamot P. et al. (2021), A temperature-dependent mechanical model to assess the stability of degrading permafrost rock slopes.</a></h4><h4 id="shugar-dh-et-al-2021-a-massive-rock-and-ice-avalanche-caused-the-2021-disaster-at-chamoli-indian-himalaya">• <a href="https://doi.org/10.1126/science.abh4455" rel="noopener">Shugar D.H. et al. (2021), A massive rock and ice avalanche caused the 2021 disaster at Chamoli, Indian Himalaya.</a></h4><h4 id="stoffel-m-et-al-2024-rockfall-from-an-increasingly-unstable-mountain-slope-driven-by-climate-warming">• <a href="https://www.nature.com/articles/s41561-024-01390-9" rel="noopener">Stoffel M. et al. (2024), Rockfall from an increasingly unstable mountain slope driven by climate warming.</a></h4><h4 id="enhanced-warming-of-european-mountain-permafrost-in-the-early-21st-century-nature-communications-2024">• <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-54831-9" rel="noopener">Enhanced warming of European mountain permafrost in the early 21st century (Nature Communications, 2024).</a></h4><h4 id="liu-n-et-al-2024-the-stability-issue-of-fractured-rock-mass-slope-under-the-influences-of-freezethaw-cycle">• <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-024-56346-1" rel="noopener">Liu N. et al. (2024), The stability issue of fractured rock mass slope under the influences of freeze–thaw cycle.</a></h4><h4 id="pepin-n-et-al-2025-elevation-dependent-climate-change-in-mountain-environments-nature-reviews-earth--environment-6-772788">• <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-025-00740-4" rel="noopener">Pepin N. et al. (2025), Elevation-dependent climate change in mountain environments. Nature Reviews Earth &amp; Environment 6, 772–788.</a></h4><h4 id="palazzi-e-filippi-l-von-hardenberg-j-2017-insights-into-elevation-dependent-warming-in-the-tibetan-plateau-himalayas-from-cmip5-model-simulations-climate-dynamics-48-39914008">• <a href="https://doi.org/10.1007/s00382-016-3286-z" rel="noopener">Palazzi E., Filippi L., von Hardenberg J. (2017), Insights into elevation-dependent warming in the Tibetan Plateau-Himalayas from CMIP5 model simulations. Climate Dynamics 48, 3991–4008.</a></h4><h4 id="cryospheric-changes-and-resultant-hazards-insights-from-the-hindukush-himalaya-system-2026-earth-science-reviews-276-105449">• <a href="https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2026.105449" rel="noopener">Cryospheric changes and resultant hazards: Insights from the Hindukush-Himalaya system (2026). Earth-Science Reviews 276, 105449.</a></h4><h4 id="per-approfondire"><strong>Per approfondire</strong></h4><h4 id="usgs--2026-nepal-debris-avalanche-and-flash-flood">• <a href="https://www.usgs.gov/programs/landslide-hazards/science/2026-nepal-debris-avalanche-and-flash-flood" rel="noopener">USGS – 2026 Nepal Debris Avalanche and Flash Flood</a></h4><h4 id="icimod--comunicato-sullevento-e-sul-rischio-di-ulteriori-piene">• <a href="https://www.icimod.org/press-release/major-flash-flood-sweeps-through-nepals-rasuwa-district-raising-fears-of-further-downstream-flooding/" rel="noopener">ICIMOD – comunicato sull’evento e sul rischio di ulteriori piene</a></h4><h4 id="bbc-news--what-we-know-about-deadly-nepal-tibet-floods-con-interviste-agli-scienziati">• <a href="https://www.bbc.co.uk/news/articles/cd948kn02e5o" rel="noopener">BBC News – What we know about deadly Nepal-Tibet floods, con interviste agli scienziati</a></h4><h4 id="bbc-news--video-did-a-glacier-collapse-trigger-nepals-deadly-floods">• <a href="https://www.modernghana.com/videonews/bbc/1/706983" rel="noopener">BBC News – video: Did a glacier collapse trigger Nepal’s deadly floods?</a></h4><h4 id="cnn--probabile-video-del-momento-del-collasso">• <a href="https://edition.cnn.com/2026/08/28/world/video/glacier-collapse-langtang-lirung-peak-nepal-china-flood-hnk-vrtc-digvid" rel="noopener">CNN – probabile video del momento del collasso</a></h4><h4 id="nepalitimes--nuovo-video-da-drone-che-riprende-il-cedimento-in-diretta">• <a href="https://nepalitimes.com/nepal-avalanche-was-live-on-drone-camera" rel="noopener">Nepali Times – nuovo video da drone che riprende il cedimento in diretta</a></h4><h4 id="reuters--aggiornamento-sui-laghi-temporanei-e-sul-rischio-di-eventi-secondari">• <a href="https://www.reuters.com/business/environment/risk-lake-burst-near-china-nepal-border-disaster-site-wanes-2026-08-29/" rel="noopener">Reuters – aggiornamento sui laghi temporanei e sul rischio di eventi secondari</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>Afghanistan, lo sguardo miope (e colpevole) dell'Occidente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente/</guid><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 07:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><description>Cinque anni dopo il ritorno dei talebani, l&amp;amp;rsquo;Afghanistan resta terra di repressione sistematica e collasso sanitario, aggravato dai tagli USAID. Mentre la Corte penale internazionale è sotto attacco e l&amp;amp;rsquo;Europa negozia rimpatri con un regime che non riconosce, la resistenza delle donne afghane, dalle scuole clandestine di Herat alle dottoresse rimaste sul campo, continua a chiedere al mondo di non guardare altrove. U.S. Marine Corps foto del sergente Victor Mancilla - Wikimedia Commons</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/afghanistan-sguardo-miope-colpevole-delloccidente-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 15 agosto i media hanno ricordato e, in qualche misura celebrato, il quinto anniversario della nuova presa di potere dei talebani a Kabul. Ma, a mio parere, l&rsquo;immagine che racconta davvero il cambio di regime non è quella della vittoria dei miliziani entrati nel palazzo presidenziale, ma quella dei giorni successivi, all&rsquo;aeroporto Hamid Karzai, con la folla afghana schiacciata contro le reti, i bambini passati di mano in mano oltre il filo spinato verso sconosciuti in uniforme, nella speranza che almeno loro avessero un futuro.</p>
<p>Erano bastati dieci giorni, tra il 6 e il 15 agosto 2021, perché cadessero tutti i 34 capoluoghi di provincia afghani: un collasso a catena che ha travolto il Paese da Zaranj, al confine iraniano, fino a Kabul, mentre l&rsquo;esercito addestrato ed equipaggiato dall&rsquo;Occidente per vent&rsquo;anni si dissolveva quasi senza combattere e il 30 agosto, a cinque anni da oggi, l&rsquo;ultimo C-17 americano decollava da Kabul poco prima di mezzanotte.</p>
<p>Sono tutti lì, in quelle scene, i segni della sconfitta: il tramonto di un disegno di democrazia, l&rsquo;abbandono delle persone che ci avevano creduto e ci si erano impegnate, la ricaduta verso una teocrazia soffocante e intransigente, la rete di confine che mette da una parte il mondo occidentale e dall&rsquo;altra ancora una volta la vecchia Asia o il Medio Oriente delle contrapposizioni geopolitiche.</p>
<p>Francesco Talò, allora ambasciatore italiano alla Nato e tra gli ultimi diplomatici occidentali a visitare Kabul prima del crollo, <a href="https://www.avvenire.it/mondo/agosto-2021-quel-ritiro-dallafghanistan-di-cui-porto-ancora-il-peso_112026" rel="noopener">ricorda</a> una frase che i talebani ripetevano ai negoziatori occidentali durante i colloqui di pace: «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo». Frase icastica quanto non mai e ormai ben nota. Avevano ragione: sapevano di avere il tempo dalla loro parte, mentre l&rsquo;Occidente aveva solo gli orologi di un ciclo elettorale.</p>
<h2 id="un-paese-cuscinetto-da-sempre">Un Paese cuscinetto, da sempre</h2><p>Tuttavia quella dell&rsquo;Afghanistan non è una storia di pace che si interrompe nel 2021, il Paese conosce piuttosto una storia di potenze esterne che se ne sono servite più volte per poi lasciarlo alle proprie macerie. Nell&rsquo;Ottocento è stato terreno di scontro tra l&rsquo;impero britannico e quello russo, il cosiddetto «Grande Gioco», e ha ottenuto la piena indipendenza solo nel 1919. Dopo un periodo di modernizzazione moderata sotto la monarchia, il colpo di Stato comunista del 1978 e l&rsquo;invasione sovietica dell&rsquo;anno successivo hanno aperto un decennio di guerra contro i mujaheddin, armati e finanziati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan.</p>
<p>Al ritiro sovietico del 1989 segue una sanguinosa guerra civile, poi l&rsquo;ascesa dei talebani, che prendono Kabul nel 1996, dando ospitalità ad al-Qaeda. Dopo l'11 settembre, l&rsquo;invasione a guida statunitense rovescia il primo Emirato e per vent&rsquo;anni successivi supporta una repubblica Islamica fragile ma reale, con una Costituzione, elezioni, e progressi concreti, specie nelle aree urbane, sull&rsquo;istruzione e sui diritti delle donne. La repubblica che il 15 agosto 2021 si è dissolta come neve al sole.</p>
<h2 id="centoquaranta-ordini-e-non-solo-contro-le-donne">Centoquaranta ordini, e non solo contro le donne</h2><p>Dal 2021 i talebani hanno imposto oltre 140 tra ordini e restrizioni, secondo il conteggio delle organizzazioni della diaspora afghana come <a href="https://rawadari.org/" rel="noopener">Rawadari</a>. Alle ragazze è vietato l&rsquo;accesso all&rsquo;istruzione oltre la sesta elementare; dal dicembre 2022 sono chiuse le università; dal dicembre 2024 anche gli ultimi corsi rimasti aperti alle donne, infermieristica e ostetricia, sono stati vietati. Una <a href="https://kritica.it/politica/il-regime-dei-talebani-vuole-normalizzarsi-la-societa-afghana-glielo-impedira/" rel="noopener">testimone</a> di RAWA, l&rsquo;associazione rivoluzionaria delle donne afghane, racconta cosa significhi oggi la parola apartheid di genere: esclusione sistematica dall&rsquo;istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica; il controllo di movimenti, abbigliamento, persino della voce per strada.</p>
<p>Il ministero del Vizio e della Virtù, istituito nel luglio 2024, ha vietato la musica, i saloni di bellezza e qualunque attività produttiva femminile, dentro o fuori le mura domestiche. Il regime usa il controllo delle SIM biometriche per identificare chi partecipa alle proteste, e secondo le testimonianze raccolte da RAWA gli operatori di telecomunicazione forniscono registrazioni vocali alle autorità quando richiesto, in particolare nelle province dove si sono svolte manifestazioni, come Herat e il Badakhshan.</p>
<p>Ma la repressione non colpisce solo le donne, per quanto siano il bersaglio principale. Il regime, per esempio, ha più volte tentato di spegnere del tutto internet, l&rsquo;ultima volta a fine settembre, salvo fare marcia indietro in 48 ore quando l&rsquo;economia, già in ginocchio, ha rischiato il collasso. Sulle attività economiche di ogni tipo, dal venditore ambulante ai matrimoni, pesano tangenti sistematiche, in un regime che le stesse fonti della diaspora descrivono ormai come apertamente mafioso. Le minoranze religiose ed etniche non sono risparmiate: nel Badakhshan i talebani combattono la popolazione ismailita per costringerla a convertirsi; a Herat, nel quartiere hazara di Jebrail, le proteste contro gli arresti per motivi di abbigliamento sono sfociate in scontri aperti con l&rsquo;esercito.</p>
<p>Eppure la società afghana non si è arresa. A Herat, un gruppo di 49 giovani insegnanti che si definiscono “i tulipani rossi”, coordinate da una donna che chiamano Leila per proteggerne l&rsquo;identità, ha continuato clandestinamente a far studiare 900 ragazze dopo che la loro prima scuola, <a href="https://www.avvenire.it/mondo/gul-mahdia-leil-e-le-altre-la-resistenza-delle-donne-afghane-passa-dalle-scuole-invisibili_111831" rel="noopener">sostenuta anche da una campagna di raccolta fondi</a> del quotidiano <em>Avvenire</em>, è stata chiusa e le coordinatrici arrestate e interrogate per settimane. Le lezioni si tengono dentro stanze minuscole, spesso all&rsquo;alba per non dare nell&rsquo;occhio, se un talebano chiede cosa vi si insegni, la risposta pronta è sempre la stessa: il Corano.</p>
<p>Il racconto sul quotidiano cattolico si arricchisce di testimonianze: una delle allieve porta in classe la figlia neonata perché non ha nessuno a cui lasciarla. Un&rsquo;altra racconta che aveva completato un corso di ostetricia, l&rsquo;unico ancora aperto alle donne fino al 2024, ma poi il ministero della Salute talebano si è rifiutato di rilasciarle l&rsquo;attestato: ha pagato le tasse, ma non può esercitare.</p>
<h2 id="un-sistema-sanitario-allo-sbando-un-mondo-che-stacca-la-spina">Un sistema sanitario allo sbando, un mondo che stacca la spina</h2><p>I numeri restituiscono la scala del problema, e vanno letti su due piani: quello che riguarda in modo specifico le donne, e quello che riguarda l&rsquo;intera popolazione afghana rispetto al resto del mondo. Sul primo piano, il dato più eloquente resta la mortalità materna: nel 2024 l&rsquo;Afghanistan ha registrato 638 morti materne ogni 100.000 nati vivi, il tasso più alto dell&rsquo;Asia, più del triplo della media mondiale (197 su 100.000). È un dato che nasce da una causa precisa: il divieto, imposto nel dicembre 2024, di formare nuove ostetriche e infermiere, sommato all&rsquo;obbligo del tutore maschio per il personale sanitario femminile, che nella pratica dimezza le squadre mediche disponibili nei villaggi.</p>
<p>È quello che <a href="https://rukhshana.com/en/behind-every-door-a-story-of-pain-one-of-afghanistans-few-female-doctors-reflects-on-her-work/" rel="noopener">racconta Manizha</a> (un nome di fantasia) una delle poche dottoresse rimaste attive nel Paese, la cui squadra è passata da 14 a 7 componenti per la mancanza di tutori maschi disposti ad accompagnarle nei villaggi rurali. esattamente la stessa carenza di personale sanitario femminile che pesa ogni giorno sul lavoro. </p>
<p>È un dato che segna un&rsquo;inversione di rotta, perché durante la fragile repubblica la mortalità materna afghana era scesa di quasi il 60%, da circa 1.600 morti ogni 100.000 nati vivi nel 2002 a 620 nel 2020. Il progresso più solido di vent&rsquo;anni di presenza occidentale.</p>
<p>Sul piano della popolazione nel suo complesso, il quadro è più sfumato di quanto ci si aspetterebbe. L&rsquo;<a href="https://ourworldindata.org/profile/health/afghanistan" rel="noopener">aspettativa di vita alla nascita</a> resta bassissima rispetto alla media dei Paesi OCSE: circa 66 anni contro oltre 81, ma il divario di genere al suo interno non è quello che si potrebbe immaginare: nel 2023 le donne afghane vivevano in media 67,5 anni contro i 64,5 degli uomini, un vantaggio femminile in linea, anche se ridotto, con quello osservato quasi ovunque nel mondo. Lo stesso vale per la mortalità sotto i cinque anni: nel 2024 era di 48,9 morti ogni 1.000 nati vivi tra le bambine e di 57 tra i bambini, di nuovo coerente con il pattern biologico globale. </p>
<p>Il vero differenziale di genere in Afghanistan, insomma, non emerge nell&rsquo;infanzia ma più avanti, nell&rsquo;età adulta e riproduttiva: è lì, nell&rsquo;accesso alle cure ostetriche e nella libertà di movimento necessaria per raggiungerle, che si concentra la discriminazione.<br>
A peggiorare le cose, dal 2025, si è aggiunto il ritiro degli aiuti americani. Gli Stati Uniti, attraverso USAID, coprivano oltre il 40% di tutti gli aiuti umanitari afghani. Dopo lo stop firmato dall&rsquo;amministrazione Trump, secondo l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità oltre 200 strutture sanitarie hanno chiuso nel solo Afghanistan, e l&rsquo;<a href="https://www.unfpa.org/afghanistan" rel="noopener">UNFPA</a> (l&rsquo;agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione) stima che la sola interruzione dei servizi materno-infantili possa causare 1.200 morti materne aggiuntive entro il 2028.</p>
<p>Anche la <a href="https://ourworldindata.org/grapher/share-of-children-immunized-dtp3" rel="noopener">copertura vaccinale infantile</a> (DTP3, terza dose) pur non disaggregata per sesso nei dati ufficiali, racconta la stessa traiettoria spezzata: era salita dal 27% del 1999 fino a un picco del 68% nel 2018, per poi scendere e stabilizzarsi attorno al 60% nel 2023, contro una media OCSE che sfiora il 95%.</p>
<p>Non esiste, in Afghanistan, un registro tumori nazionale né una sorveglianza sistematica della mortalità cardiovascolare, tantomeno disaggregata per sesso. Mentre nei Paesi OCSE la sopravvivenza a cinque anni per i tumori più comuni supera spesso il 60-70%, in Afghanistan questo dato semplicemente non viene misurato: le diagnosi arrivano quasi sempre in stadio avanzato, e per le donne pesano barriere aggiuntive di accesso alle diagnosi e alle cure. </p>
<h2 id="gli-orologi-il-tempo-e-ciò-che-si-sarebbe-potuto-fare">Gli orologi, il tempo, e ciò che si sarebbe potuto fare</h2><p>Negli anni Ottanta gli Stati Uniti finanziarono generosamente i mujaheddin afghani in funzione anti-sovietica, senza tuttavia la capacità o la volontà di trasformare questo sforzo in un impegno sul futuro. Lo racconta molto bene il film La guerra di Charlie Wilson (2007), con Tom Hanks nel ruolo del deputato che ottenne miliardi di dollari per armare la resistenza. <br>
Nel finale del film, a ritiro sovietico avvenuto, Wilson prova a far stanziare dal Congresso anche solo un milione di dollari per ricostruire scuole e infrastrutture afghane: non trova alcun sostegno politico. L&rsquo;interesse era tutto nella sconfitta di Mosca, nessuno nel dopoguerra.</p>
<p>È lo stesso schema che si è ripetuto quarant&rsquo;anni dopo, su scala molto più grande: vent&rsquo;anni di presenza occidentale, con investimenti reali su istruzione e diritti delle donne (Talò ricorda gli incontri con le delegazioni istituzionali afghane a Kabul, dove di fronte ai diplomatici italiani, tutti uomini, sedeva sempre almeno una donna, a rappresentare una società capace di coltivare valori universali) interrotti di colpo per un calcolo di politica interna occidentale ben poco lungimirante.</p>
<p>Talò definisce il ritiro del 2021 una delle pagine della sua vita professionale di cui si sente più responsabile: sapeva che si trattava di una scelta sbagliata, ma la posizione intransigente dell&rsquo;amministrazione Biden fu decisiva. E avverte che il segnale dato al mondo, l&rsquo;Occidente non mantiene i propri impegni, potrebbe aver contribuito alla decisione di Putin, pochi mesi dopo, di invadere l&rsquo;Ucraina.</p>
<h2 id="la-nuova-vergogna-dei-rimpatri">La nuova vergogna dei rimpatri</h2><p>Cinque anni dopo le immagini dei bambini issati oltre il filo spinato dell&rsquo;aeroporto di Kabul, la direzione del flusso migratorio si è invertita: si discute apertamente di come rimandare in Afghanistan chi ne è fuggito. </p>
<p>Il 23 giugno 2026 una <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/afghanistan-rimpatri-unione-europea-incontro-bruxelles-commissione-talebani-iyiqn3qg" rel="noopener">delegazione di cinque rappresentanti dell&rsquo;Emirato ha incontrato a porte chiuse, a Bruxelles, funzionari della Commissione europea</a> e di quindici Stati membri per discutere di rimpatri. Un incontro presentato come puramente tecnico, ma che i talebani stessi hanno definito storico, rivendicando la ripresa di servizi consolari e l&rsquo;invio di nuovi diplomatici in Europa. </p>
<p>La Germania è il Paese capofila: ha già deportato almeno 200 migranti afghani. Diversi governi, incluso quello italiano, hanno sollecitato formalmente la Commissione ad aprire un dialogo sui rimpatri con un regime che la stessa Unione Europea non riconosce, i cui vertici sono soggetti a mandati d&rsquo;arresto della Corte penale internazionale.</p>
<p>Dodici giorni prima dell&rsquo;incontro, l'11 giugno 2026, il <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/il-tribunale-permanente-dei-popoli-chiede-allunione-europea-di-ritirare-linvito-rivolto-ai-talebani/" rel="noopener">Tribunale permanente dei popoli ha chiesto</a> formalmente all’Unione Europea di ritirare l’invito ai talebani, definendo la mossa «un pericoloso passo verso la normalizzazione del regime». L&rsquo;appello, come quelli delle organizzazioni per i rifugiati, non è riuscito a fermare l&rsquo;incontro di Bruxelles.<br>
Le organizzazioni per i rifugiati denunciano l&rsquo;assenza di qualunque garanzia: non esiste un sistema indipendente per monitorare cosa accada a chi viene rimpatriato, e le testimonianze di chi è stato espulso da Iran e Pakistan raccontano di controlli dei telefoni, interrogatori, in alcuni casi persone uccise al ritorno.</p>
<p>Il Relatore speciale ONU sui diritti umani in Afghanistan <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/afghanistan-cinque-anni-oscurantismo-europa-normalizza-talebani-pe6l0ish" rel="noopener">parla apertamente</a> di una tendenza generale alla normalizzazione del regime: repressione e discriminazione introdotte gradualmente, per non allarmare la comunità internazionale, mentre i talebani aspettano solo un pretesto, anche minimo, come un accenno di riapertura delle scuole superiori, per ottenere dall&rsquo;Europa quella legittimazione che finora nessuno, salvo la Russia di Putin, ha concesso formalmente.</p>
<p>In questo quadro, l&rsquo;unico strumento di giustizia rimasto alle donne afghane rischia a sua volta di sparire. La Corte penale internazionale, che nel 2025 ha emesso mandati d&rsquo;arresto contro il leader supremo Hibatullah Akhundzada e il capo della magistratura Abdul Hakim Haqqani per persecuzione di genere, è ora sotto attacco diretto dell&rsquo;amministrazione Trump, che <a href="https://www.ft.com/content/d7eb9cd2-7eb9-4c31-8f8d-59446f0f1743" rel="noopener">ha promesso</a> di «smantellarla mattone dopo mattone» dopo aver già sanzionato giudici e procuratori.</p>
<p>Per l&rsquo;avvocata per i diritti umani Binaifer Nowrojee, che ha condotto le prime indagini internazionali sullo stupro come crimine di genocidio durante il conflitto ruandese, il collasso della Corte non farebbe piacere solo ai talebani, ma anche a Putin, alla giunta birmana e a tutti i leader che oggi temono di dover rispondere dei propri crimini: senza quella Corte, per le donne afghane non resterebbe alcuna sede, nemmeno simbolica, a cui rivolgersi.<br>
Un altro tentativo, anche se privo di potere coercitivo, è arrivato ancora una volta dal Tribunale permanente dei popoli: la sua 55ª sessione, dedicata alle donne afghane e richiesta da quattro organizzazioni della società civile (Rawadari, AHRDO, DROPS e HRD+), ha tenuto udienze pubbliche a Madrid dall'8 al 10 ottobre 2025, raccogliendo la testimonianza di 24 donne. La <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/la-sentenza-del-tpp-sulle-donne-dellafghanistan/" rel="noopener">sentenza</a>, letta l'11 dicembre 2025 all&rsquo;Aja, ha condannato le autorità talebane per un sistema di persecuzione di genere che i giudici hanno definito una forma di «cancellazione dell&rsquo;umanità».</p>
<p>L&rsquo;Occidente, tuttavia, guarda altrove. Miope e colpevole.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Genomi su misura con l'IA: la nuova frontiera della biologia sintetica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/genomi-misura-lia-nuova-frontiera-biologia-sintetica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/genomi-misura-lia-nuova-frontiera-biologia-sintetica/</guid><pubDate>Fri, 28 Aug 2026 10:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesco Branda</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>L’intelligenza artificiale ha imparato a scrivere non solo testi ma&amp;amp;hellip; anche genomi. Per la prima volta, modelli addestrati sul linguaggio del DNA hanno infatti progettato da zero batteriofagi funzionanti, capaci di infettare batteri e superarne le resistenze. Un risultato che apre prospettive inedite per la terapia fagica e la biologia sintetica, trasformando l’IA in uno strumento per esplorare lo spazio del biologicamente possibile. Ma la capacità di generare virus pone anche interrogativi urgenti: quanto sono davvero originali queste forme di vita artificiali? E come governare una tecnologia che potrebbe diventare tanto potente quanto pericolosa?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/genomi-misura-lia-nuova-frontiera-biologia-sintetica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/genomi-misura-lia-nuova-frontiera-biologia-sintetica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&rsquo;è una frontiera della biologia che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile, eppure oggi, grazie all&rsquo;intelligenza artificiale, è stata superata: progettare un genoma intero da zero con la stessa facilità con cui si scrive un testo è diventato realtà. Il 6 agosto 2026, un team di ricercatori guidato da Brian L. Hie ha pubblicato su <em>Science</em> uno studio intitolato “<a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.aec2657" rel="noopener">Generative design of bacteriophages with genome language models</a>” che segna un punto di svolta: per la prima volta, un modello di linguaggio genomico ha generato virus batteriofagi funzionanti, capaci di infettare specifici batteri e di evolversi per superare la resistenza batterica. Non si tratta di semplici copie di virus esistenti, ma di genomi completamente nuovi, con sequenze che non si trovano in natura, architetture genetiche riorganizzate e soluzioni evolutive inedite. Un risultato che apre scenari straordinari per la terapia fagica, la biologia sintetica e, più in generale, per la nostra capacità di progettare la vita. Ma come ogni grande svolta tecnologica, questa scoperta solleva anche interrogativi profondi che vanno ben oltre il laboratorio: questioni di sicurezza, di governance, di responsabilità e, in ultima analisi, di cosa significhi essere umani in un&rsquo;era in cui il confine tra naturale e artificiale si fa ogni giorno più sottile.</p>
<p>Per capire l&rsquo;importanza di questa scoperta dobbiamo prima chiederci che cosa sia un genoma. La risposta è che si tratta dell&rsquo;intero patrimonio genetico di un organismo, l&rsquo;insieme completo delle istruzioni necessarie per costruire e far funzionare quella particolare forma di vita. Nel caso dei batteriofagi, i virus che infettano i batteri, il genoma è relativamente piccolo: quello di ΦX174, il virus scelto come modello dai ricercatori, è composto da circa 5.400 “lettere” del codice genetico, ma non lasciamoci ingannare dalle dimensioni. Quelle 5.400 lettere contengono 11 geni, almeno sette elementi regolatori, due sequenze di riconoscimento e una complessa architettura che deve funzionare in perfetta armonia. È come un orologio svizzero in miniatura: ogni ingranaggio deve essere al posto giusto, ogni molla deve avere la giusta tensione. Un singolo errore, una singola mutazione, può rendere l&rsquo;intero genoma non vitale. Questo spiega perché fino a oggi la maggior parte dei progressi nella progettazione biologica si sia concentrata su singoli geni o su piccoli circuiti genetici. Progettare un genoma intero è sempre stato considerato troppo complesso, troppo rischioso, troppo difficile.</p>
<p>I ricercatori hanno utilizzato due modelli di intelligenza artificiale, chiamati <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.ado9336" rel="noopener">Evo 1</a> ed <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10176-5" rel="noopener">Evo 2</a>, addestrati su centinaia di miliardi di coppie di basi di DNA provenienti da batteri, archei e virus. Il compito assegnato durante l&rsquo;addestramento era semplice, quasi banale: data una sequenza di nucleotidi, prevedere il nucleotide successivo. Nessuna etichetta, nessuna regola esplicita su cosa fosse un gene, un promotore, una sequenza di impacchettamento. Solo DNA su DNA, per mesi di calcolo. Durante questo addestramento, i modelli hanno imparato le regole profonde che governano il DNA: quali sequenze funzionano e quali no, quali strutture si sono conservate attraverso milioni di anni di evoluzione e quali sono state abbandonate perché inadatte. Immaginate un bambino che impara una lingua: all&rsquo;inizio non conosce le regole grammaticali, ma ascoltando milioni di frasi comincia a intuire quali combinazioni di parole hanno senso e quali no. Allo stesso modo, Evo ha ascoltato milioni di genomi e ha imparato le regole grammaticali della vita, ma c&rsquo;è una differenza fondamentale tra generare una frase e generare un genoma. Quando ChatGPT genera un testo, può permettersi di sbagliare: una parola fuori posto o una concordanza grammaticale errata non compromettono la comprensibilità della frase. Con un genoma non funziona così. Un singolo nucleotide sbagliato può significare che il virus non si replica, non infetta, non sopravvive. È proprio questo vincolo di precisione che rende la progettazione genomica una sfida di una complessità molto maggiore rispetto alla generazione di testi.</p>
<p>Il processo di progettazione è articolato e richiede un delicato equilibrio tra fedeltà al modello naturale e innovazione. I ricercatori hanno prima “perfezionato” i modelli Evo su un dataset specifico di circa 15.000 genomi di Microviridae, la famiglia di virus a cui appartiene ΦX174. Poi hanno “provocato” i modelli con brevi sequenze di inizio del genoma di ΦX174 e hanno generato migliaia di nuovi genomi candidati. Ma generare non basta: bisogna selezionare. I ricercatori hanno sviluppato un sistema di filtri in tre livelli: un controllo di qualità di base con lunghezza corretta, contenuto di GC appropriato e assenza di sequenze problematiche; un filtro sul tropismo, cioè la capacità di infettare il batterio bersaglio, verificata attraverso la presenza di proteine di attacco simili a quelle di ΦX174; e un filtro di diversificazione che seleziona genomi che si allontanano sufficientemente da quelli naturali, con nuove architetture genetiche e sequenze proteiche divergenti. Di migliaia di genomi generati, 302 sono stati scelti per la sintesi chimica, 285 sono stati effettivamente assemblati in laboratorio e 16 si sono rivelati funzionanti: virus vivi, capaci di infettare e uccidere i batteri. Il tasso di successo, tra il 5% e il 7%, può sembrare piccolo, ma è straordinario se si considera che si tratta di progettare un genoma intero con centinaia di mutazioni rispetto ai genomi naturali, laddove il tasso di sopravvivenza atteso per mutazioni casuali sarebbe stato vicino allo zero. I 16 virus generati non sono semplici copie di ΦX174, ma possiedono combinazioni genetiche mai osservate prima, con geni riarrangiati, scambiati o eliminati. Un esempio emblematico è Evo-Φ36, in cui una modifica che in esperimenti precedenti si era dimostrata letale è stata resa possibile dal modello grazie a una serie di mutazioni compensatorie automaticamente individuate. I virus sintetici mostrano comportamenti molto vari: alcuni uccidono i batteri rapidamente, altri con più lentezza, e i più competitivi non sono affatto quelli più simili ai virus naturali. Quando i ricercatori hanno messo alla prova i virus contro ceppi batterici resistenti, il cocktail generato dall&rsquo;IA ha avuto la meglio già dopo uno o due passaggi, laddove il fago naturale e i suoi parenti stretti fallivano anche dopo cinque. La diversità progettata dall&rsquo;IA ha fornito il materiale grezzo per un rapido adattamento: sono bastate poche ricombinazioni per generare virus capaci di superare la resistenza, con implicazioni profonde per la terapia fagica.</p>
<p>Una delle domande più affascinanti e controverse sollevate da questo studio riguarda l&rsquo;effettiva originalità dei genomi generati. Se esaminiamo i dati pubblicati, scopriamo un paradosso apparente: i 16 fagi funzionanti mostrano una similarità di sequenza con il genoma naturale più vicino compresa tra il 93,2% e il 98,8%, ed esiste una correlazione positiva tra la vitalità dei fagi e la loro somiglianza al genoma naturale. Questi dati sembrerebbero suggerire che il modello non ha fatto altro che ricombinare pattern già esistenti, ma la realtà è più complessa. L&rsquo;originalità non va misurata solo in termini di percentuale di somiglianza: i genomi generati presentano riarrangiamenti genici, mutazioni de novo e architetture divergenti in combinazioni mai osservate in natura; tredici dei sedici genomi funzionanti contenevano mutazioni assenti da qualsiasi sequenza naturale nota; in Evo-Φ36 il modello ha combinato una proteina di impacchettamento del DNA proveniente da un fago evolutivamente distante, una soluzione che i ricercatori avevano tentato senza successo con l&rsquo;ingegneria razionale; e i virus generati mostrano comportamenti fenotipici molto vari, alcuni dei quali non presenti nei virus naturali. Il paradosso della vitalità che cala man mano che ci si allontana dai genomi naturali, lungi dallo smentire l&rsquo;ipotesi che il modello abbia interiorizzato regole generali della biologia, la conferma in modo paradossale: il modello ha imparato che il genoma è un sistema altamente vincolato, dove un singolo nucleotide sbagliato può rendere l&rsquo;intero virus non vitale, e per questo genera sequenze che restano vicine a quelle naturali, non per mancanza di creatività ma perché lo spazio del “biologicamente possibile” è estremamente ristretto. Ciò che rende il risultato straordinario non è l&rsquo;aver generato genomi radicalmente diversi, ma l&rsquo;averne generati funzionanti con centinaia di mutazioni rispetto ai genomi naturali, con un tasso di successo del 5-7% che, confrontato con il tasso di sopravvivenza atteso per mutazioni casuali (prossimo allo zero), è semplicemente impressionante.</p>
<p>Questo ci porta al cuore del dibattito scientifico attuale: i modelli come Evo sono “pappagalli stocastici” che si limitano a ricombinare pattern appresi, o mostrano capacità emergenti? Da un lato, Evo è certamente un “pappagallo”: ha appreso pattern statistici dai dati di addestramento e li riproduce, e la somiglianza con i genomi naturali e la correlazione tra vitalità e somiglianza sono la prova più evidente di questo meccanismo. Dall&rsquo;altro, presenta chiari segni di capacità emergenti, abilità che compaiono quando un modello supera una certa soglia di scala e complessità e che non erano state né progettate né previste dai programmatori: ha scoperto da solo le regole della biologia molecolare senza che nessuno gliele abbia insegnate; ha generato soluzioni che gli esseri umani non erano riusciti a progettare razionalmente; e ha prodotto un cocktail di fagi che ha superato la resistenza batterica laddove i fagi naturali fallivano. Evo si colloca in una via di mezzo: non è un mero pappagallo perché mostra una comprensione profonda (anche se opaca) delle regole del sistema, ma non è nemmeno un “creatore” nel senso umano del termine perché le sue innovazioni sono variazioni su temi esistenti. È piuttosto un esploratore straordinariamente efficiente di uno spazio delle possibilità, capace di trovare percorsi che l&rsquo;evoluzione e gli umani non avevano ancora esplorato.</p>
<p>Se un modello impara da solo le regole della biologia, diventa un partner inestimabile per la ricerca scientifica. Possiamo interrogarlo per scoprire regole che ancora non conosciamo, generare enzimi inesistenti in natura capaci di degradare la plastica negli oceani, progettare batteriofagi su misura per combattere infezioni resistenti agli antibiotici senza dover setacciare per anni campioni ambientali, immaginare circuiti metabolici sintetici che convertono scarti agricoli in farmaci o biocarburanti, e accelerare la scoperta di nuovi vaccini progettando particelle virali sintetiche che addestrano il sistema immunitario senza alcun rischio di infezione. Evo diventa una sorta di “microscopio computazionale” che permette di esplorare lo spazio delle sequenze possibili, immensamente più grande del numero di atomi nell&rsquo;universo osservabile, senza dover sintetizzare e testare ogni variante in laboratorio, comprimendo in mesi scoperte che avrebbero richiesto decenni. Ma c&rsquo;è un rovescio della medaglia: la stessa identica capacità di progettare genomi virali funzionali può essere usata per creare virus patogeni più pericolosi, potenziare agenti infettivi esistenti e progettare armi biologiche senza bisogno di accedere a un laboratorio di virologia di massima sicurezza. La barriera d&rsquo;ingresso è crollata: fino a ieri servivano competenze specialistiche, attrezzature costose e anni di lavoro, oggi con un modello sufficientemente addestrato e un servizio commerciale di sintesi del DNA (disponibile online con controlli ancora largamente insufficienti), chiunque sappia porre le domande giuste all&rsquo;intelligenza artificiale potrebbe progettare un virus pericoloso. Un precedente allarmante era già emerso nel 2022, quando un gruppo di ricercatori dimostrò su <a href="https://www.nature.com/articles/s42256-022-00465-9" rel="noopener"><em>Nature Machine Intelligence</em></a> che un&rsquo;intelligenza artificiale addestrata per progettare farmaci poteva essere facilmente riconvertita per generare molecole altamente tossiche, inclusi agenti nervini, semplicemente modificando il criterio di ottimizzazione. Con lo studio pubblicato su <em>Science</em>, il salto è di qualità: non stiamo più parlando di molecole pericolose progettate al computer, ma di interi genomi virali sintetizzati e pronti a infettare una cellula. Come sottolineano gli stessi autori, la generazione di nuovi genomi fagici con sistemi di IA solleva questioni rilevanti di biosicurezza, biocontenimento e bioprotezione, e raccomandano che i gruppi impegnati in futuri lavori di progettazione genomica si affianchino a professionisti della sicurezza lungo tutto il ciclo di vita del progetto.</p>
<p>La regolamentazione di queste tecnologie è oggi un cantiere aperto, con iniziative che si muovono su più livelli ma ancora lontane dall&rsquo;offrire una risposta sistematica alla portata della sfida. Negli Stati Uniti è stato introdotto il Biosecurity Modernization and Innovation Act, un disegno di legge che darebbe al Dipartimento del Commercio un anno per sviluppare nuove regole di screening per la sintesi del DNA, richiedendo ai venditori di DNA sintetico di verificare le sequenze ordinate per individuare quelle potenzialmente pericolose, verificare la legittimità dei clienti prima di spedire gli ordini e tenere registri dettagliati per consentire indagini di biosicurezza. Un&rsquo;alleanza senza precedenti di CEO di aziende di intelligenza artificiale (OpenAI, Anthropic, Google DeepMind), esperti di biosicurezza ed ex funzionari della sicurezza nazionale ha firmato una lettera aperta che chiede al Congresso di rendere obbligatorio lo screening del DNA sintetico, sottolineando il rapido miglioramento dei sistemi di IA e il rischio concreto che le barriere conoscitive che hanno storicamente impedito agli attori malintenzionati di ottenere armi biologiche vengano significativamente erose. Sul fronte volontario, molte aziende che sintetizzano DNA aderiscono già ai protocolli di screening dell&rsquo;International Gene Synthesis Consortium, ma questi protocolli sono volontari, non coprono tutte le aziende del settore e non prevedono sanzioni per le violazioni. Lo studio pubblicato su <em>Science</em> solleva problemi di difficile soluzione che vanno oltre le tradizionali preoccupazioni sulla biosicurezza: la barriera d&rsquo;ingresso è crollata perché non serve più essere un esperto di virologia; le salvaguardie tecniche come l&rsquo;esclusione dei virus patogeni per l&rsquo;uomo dai dati di addestramento non sono sufficienti perché non impediscono ad altri di addestrare modelli su dati pericolosi; la trasparenza è un problema perché non sappiamo esattamente come il modello abbia imparato né quali altre capacità abbia sviluppato; e manca un quadro internazionale perché non esiste un organismo che verifichi prima del rilascio se un modello può progettare agenti patogeni. Servono un&rsquo;infrastruttura di governance internazionale con obblighi di valutazione del rischio, registri trasparenti e restrizioni sull&rsquo;accesso ai modelli più potenti; un investimento massiccio nella ricerca sulla sicurezza e sull&rsquo;interpretabilità di questi sistemi; e una mobilitazione delle competenze che vada molto oltre la cerchia degli addetti ai lavori, coinvolgendo filosofi, giuristi, biologi, antropologi, educatori, amministratori pubblici, giornalisti e cittadini in una discussione democratica su quali traiettorie di sviluppo vogliamo incoraggiare e quali rallentare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un appello per la scienza nella televisione pubblica. Lettera aperta della comunità scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica/</guid><pubDate>Thu, 27 Aug 2026 22:07:00 +0100</pubDate><description>La chiusura di Rai Scuola è una ferita per la cultura italiana e un danno diretto alla scienza pubblica. Chi firma questa lettera ricercatrici e ricercatori,&amp;amp;hellip;</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/appello-scienza-televisione-pubblica-lettera-aperta-comunita-scientifica-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La chiusura di Rai Scuola è una ferita per la cultura italiana e un danno diretto alla scienza pubblica.</p>
<p>Chi firma questa lettera (ricercatrici e ricercatori, docenti universitari, e lavoratori degli enti di ricerca) ha sostenuto a lungo Rai Scuola, partecipando spesso ai suoi programmi. E lo ha apprezzato come spazio di libertà: Rai Scuola sfugge alle logiche pubblicitarie e ai dettami della televisione commerciale. È pubblica, è di tutti e per tutti, giustifica e dà senso al canone pagato da ogni cittadino. E dà senso anche al nostro lavoro.<br>
Alle università e agli enti di ricerca, infatti, la legge chiede di restituire alla società la conoscenza prodotta con denaro pubblico. Ma perché la ricerca arrivi ai cittadini servono professionisti capaci di mediare, di trasformare un risultato scientifico in un racconto comprensibile senza tradirlo. Rai Scuola era uno di quei pochi luoghi. Senza mediazione pubblica non c&rsquo;è terza missione. Senza Rai Scuola alla ricerca italiana restano l&rsquo;occasione episodica e la comunicazione dei singoli enti: che non è la stessa cosa, perché il racconto pubblico della scienza comprende anche l&rsquo;incertezza, l&rsquo;errore, il conflitto tra ipotesi, e per questo ha bisogno di essere indipendente.</p>
<p>Il fatto che i passati contenuti siano riorganizzati e resi ben visibili su RaiPlay (dove già sono), come ha comunicato la Rai, è sicuramente una buona notizia. Ma in questo modo si costruisce un archivio mentre la scienza evolve di continuo e ha bisogno di continui aggiornamenti e contenuti nuovi. Con Rai Scuola però non chiude solo un canale: chiude una redazione di professionisti della televisione che negli anni si erano specializzati in scienza, una competenza rara, che non si improvvisa e non si ricostruisce in pochi mesi. Ed è il fatto più grave. Perché non si tratta di una riorganizzazione: si sostituisce una rete dedicata alla scuola, e più in generale alla formazione scientifica del pubblico, con una rete dedicata al racconto del &ldquo;territorio&rdquo; e dell&rsquo;identità nazionale. È un cambio di missione al ribasso, che impoverisce l&rsquo;intera televisione pubblica italiana.</p>
<p>Si dirà che gli ascolti erano bassi. Ma quei numeri (comunque non bassissimi, e con un gradimento alto) resistevano ad anni di prosciugamento delle risorse, anni di repliche, che hanno prevedibilmente condannato la rete ben prima della chiusura. E soprattutto sono numeri che non misurano quello che più conta.</p>
<p>La fruizione da parte degli insegnanti avveniva in larga parte su RaiPlay, spesso in orario scolastico: un uso che sfugge all&rsquo;Auditel, di cui, oggi, nessuno conosce l&rsquo;entità. Rimane comunque aperta la vera domanda: davvero un servizio pubblico si valuta con le percentuali dello share? Qui si tratta d&rsquo;altro: si tratta della cerniera tra ricerca pubblica e scuola pubblica, e di un pubblico di adulti, spesso anziani, per i quali il canale lineare era un accesso quotidiano ai documentari scientifici di qualità, e ai quali, in cambio, si darà una replica di un programma di racconto “del territorio”, già visto su uno dei canali principali della Rai.</p>
<p>Ma anche la scienza è un’eccellenza di questo paese, e il racconto pubblico della scienza è parte della missione del servizio pubblico e non una voce di spesa da comprimere.</p>
<p>Non ci interessa difendere un numero sul telecomando. Se quelle competenze e quelle risorse trovassero casa altrove andrebbe bene lo stesso. Quello che non può sparire è il luogo dove quel lavoro si fa. Chiediamo dunque:</p>
<ul>
<li>che la redazione scientifica sia ricostituita e adeguatamente finanziata</li>
<li>che si finanzi e si potenzi la produzione di contenuti originali, e non solo la messa in ordine dell&rsquo;archivio</li>
<li>che l&rsquo;offerta su RaiPlay sia un&rsquo;aggiunta e non un sostituto della programmazione</li>
<li>che si apra un confronto con la comunità scientifica, con la scuola e con l&rsquo;università sulla missione formativa del servizio pubblico</li>
</ul>
<p>Le decine di migliaia di firme raccolte in pochi giorni, e le centinaia di migliaia di persone che ne hanno parlato in rete, dicono una cosa semplice: c&rsquo;è un pubblico che chiede alla Rai più cura, non meno. Chiediamo che venga ascoltato.</p>
<h4 id="alessandro-amato-sismologo-ingv-chair-del-sistema-di-allerta-tsunami-dellatlantico-ne-e-del-mediterraneo-unesco-marco-bindi-professore-ordinario-università-di-firenze-presidente-della-società-italiana-di-agronomia-presidente-della-società-europea-di-agronomia-e-presidente-dellassociazione-italiana-società-scientifiche-agrarie-paola-bonfante-professoressa-emerita-università-di-torino-silvia-casu-prima-ricercatrice-inaf-responsabile-della-divulgazione-e-didattica-per-inaf-cagliari-e-srt-patrizia-caraveopresidente-società-astronomica-italiana-e-dirigente-di-ricerca-inaf-maria-chiara-carrozza-professoressa-ordinaria-di-bioingegneria-università-degli-studi-di-milano---bicocca-alessandro-chiarucci-professore-ordinario-di-botanica-ambientale-università-di-bologna-cesare-chiosi-professore-emerito-di-astrofisica-teorica-università-degli-studi-di-padova-eugenio-coccia-professore-ordinario-di-astrofisica-ed-exrettore-del-gran-sasso-science-institute-fiorenzo-conti-professore-ordinario-di-fisiologia-alluniversità-politecnica-delle-marche-direttore-scientifico-dellebri-rocco-de-nicola-presidente-gruppo-2003-per-la-ricerca-scientifica-carlo-doglioni-professore-ordinario-di-geodinamica-e-geologia-strutturale-alla-sapienza-università-di-roma-presidente-della-classe-di-scienze-fisiche-matematiche-e-naturali-dellaccademia-dei-lincei-giovanni-dosi-professore-emerito-scuola-superiore-santanna-pisa-susanna-esposito-professoressa-ordinaria-di-pediatria-università-di-parma-filippo-frontera-professoreuniversità-di-ferrara-dipartimento-di-fisica-e-scienze-della-terra-silvio-garattinipresidente-e-fondatore-dellistituto-di-ricerche-farmacologiche-mario-negri-cecilia-garlanda-professore-ordinario-humanitas-university-laura-gasco-professoressa-ordinaria-di-zoocoltureuniversità-degli-studi-di-torino-claudio-gentili-professore-ordinario-di-psicologia-clinica-direttore-del-centro-di-ateneo-per-i-servizi-clinici-universitari-psicologici-scup-università-di-padova-piero-papik-genovesi-dirigente-ispra-responsabile-fauna-e-monitoraggio-biodiversità-presidente-emerito-delliucn-ssc-invasive-species-specialist-group-vittorio-lingiardi-professore-ordinario-psicologia-dinamica-università-roma-la-sapienza-giorgio-manzi-professore-ordinario-università-di-roma-la-sapienza-bruno-mezzetti-professore-ordinario-università-politecnica-delle-marche-andrea-moro-professore-ordinario-di-linguistica-generale-scuola-normale-di-pisa-e-iuss-pavia-accademia-dei-lincei-antonio-musarò-professore-ordinario-di-istologia-ed-embriologia-sapienza-università-di-roma-lorenzo-nigro-professore-ordinario-di-archeologia-e-storia-dellarte-dellasia-occidentale-e-del-mediterraneo-orientale-antichi-sapienza-università-di-roma-lucia-pallottino-professoressa-ordinaria-ingegneria-dellinformazione-università-di-pisa-giorgio-parisi-nobel-per-la-fisica-università-la-sapienza-accademia-dei-lincei-riccardo-pietrabissa-professore-di-bioingegneria-già-rettore-dello-iuss-di-pavia-alessandro-reali-rettore-delluniversità-degli-studi-di-pavia-andrea-scozzafava-professore-emerito-università-di-firenze-giorgio-vallortigara-professore-di-neuroscienze-università-di-trento-tiziano-verri-professore-ordinario-di-fisiologia-università-del-salento-paolo-vineis-professore-di-sanità-pubblica-imperial-college-londra-lucia-votano-fisica-astroparticellare-dirigente-di-ricerca-infn-ex-direttrice-dei-laboratori-nazionali-del-gran-sasso-paolo-zimmaro-professore-associato-di-geotecnica-alluniversità-della-calabria-e-research-affiliate-presso-il-b-john-garrick-institute-for-the-risk-sciences-university-of-california-los-angeles"><strong>Alessandro Amato</strong>, sismologo INGV, Chair del Sistema di Allerta Tsunami dell&rsquo;Atlantico NE e del Mediterraneo (UNESCO) <strong>Marco Bindi,</strong> professore ordinario Università di Firenze, presidente della Società Italiana di Agronomia, presidente della Società Europea di Agronomia e presidente dell&rsquo;Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie <strong>Paola Bonfante,</strong> professoressa emerita Università di Torino <strong>Silvia Casu</strong>, prima ricercatrice Inaf, responsabile della divulgazione e didattica per Inaf Cagliari e SRT <strong>Patrizia Caraveo</strong>, presidente Società Astronomica Italiana e Dirigente di Ricerca INAF <strong>Maria Chiara Carrozza</strong>, professoressa ordinaria di Bioingegneria, Università degli Studi di Milano - Bicocca <strong>Alessandro Chiarucci,</strong> professore ordinario di botanica ambientale, Università di Bologna <strong>Cesare Chiosi,</strong> professore emerito di astrofisica teorica, Università degli studi di Padova <strong>Eugenio Coccia</strong>, professore ordinario di astrofisica ed ex Rettore del Gran Sasso Science Institute  <strong>Fiorenzo Conti</strong>, professore ordinario di fisiologia all’Università Politecnica delle Marche, direttore scientifico dell&rsquo;EBRI <strong>Rocco De Nicola,</strong> presidente Gruppo 2003 per la ricerca scientifica <strong>Carlo Doglioni</strong>, professore ordinario di geodinamica e Geologia strutturale alla Sapienza Università di Roma, Presidente della Classe di Scienze Fisiche Matematiche e Naturali dell&rsquo;Accademia dei Lincei <strong>Giovanni Dosi,</strong> professore emerito, Scuola Superiore Sant&rsquo;Anna, Pis<strong>a Susanna Esposito,</strong> professoressa ordinaria di pediatria, Università di Parma <strong>Filippo Frontera,</strong> professore Università di Ferrara,  Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra <strong>Silvio Garattini</strong>, presidente e fondatore dell&rsquo;Istituto di ricerche farmacologiche &ldquo;Mario Negri&rdquo; <strong>Cecilia Garlanda,</strong> professore ordinario, Humanitas University <strong>Laura Gasco,</strong> professoressa ordinaria di zoocolture, Università degli Studi di Torino <strong>Claudio Gentili</strong>, professore ordinario di psicologia clinica, direttore del Centro di Ateneo per i Servizi Clinici Universitari Psicologici (SCUP) Università di Padova  <strong>Piero Papik Genovesi</strong>, dirigente ISPRA, responsabile fauna e monitoraggio biodiversità, presidente emerito dell&rsquo;IUCN SSC Invasive species specialist group <strong>Vittorio Lingiardi,</strong> professore ordinario psicologia dinamica, Università Roma La Sapienza <strong>Giorgio Manzi,</strong> professore ordinario, Università di Roma La Sapienza <strong>Bruno Mezzetti,</strong> professore ordinario, Università Politecnica delle Marche <strong>Andrea Moro,</strong> professore ordinario di linguistica generale, Scuola Normale di Pisa e IUSS Pavia; Accademia dei Lincei <strong>Antonio Musarò</strong>, professore ordinario di Istologia ed Embriologia, Sapienza Università di Roma  <strong>Lorenzo Nigro</strong>, professore ordinario di Archeologia e Storia dell&rsquo;Arte dell&rsquo;Asia Occidentale e del Mediterraneo Orientale antichi, Sapienza Università di Roma <strong>Lucia Pallottino</strong>, professoressa ordinaria Ingegneria dell&rsquo;Informazione, Università di Pisa <strong>Giorgio Parisi,</strong> Nobel per la fisica, Università La Sapienza; Accademia dei Lincei <strong>Riccardo Pietrabissa, p</strong>rofessore di bioingegneria, già rettore dello IUSS di Pavia. <strong>Alessandro Reali</strong>, rettore dell&rsquo;Università degli Studi di Pavia <strong>Andrea Scozzafava,</strong> professore emerito Università di Firenze <strong>Giorgio Vallortigara,</strong> professore di neuroscienze, Università di Trento <strong>Tiziano Verri</strong>, professore ordinario di fisiologia, Università del Salento <strong>Paolo Vineis,</strong> professore di sanità pubblica, Imperial College, Londra <strong>Lucia Votano</strong>, fisica astroparticellare, dirigente di ricerca INFN, ex direttrice dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso <strong>Paolo Zimmaro</strong>, professore associato di geotecnica all&rsquo;Università della Calabria e Research Affiliate presso il B. John Garrick Institute for the Risk Sciences University of California, Los Angeles. </h4><p><strong><a href="https://forms.gle/yVxsTEiuiLBJ5AQE9" rel="noopener">Per firmare vai qui.</a><br>
<a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vTLxckTQ7nN3ZK30qDYuCl-jd2NFOQ-QeZ0WtCfkirShpQjL91-BkMl5PrLSZAxC4encCD1JDedlBY0/pubhtml?gid=1610278609&amp;single=true" rel="noopener">Elenco dei firmatari.</a></strong></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Non vaccinati e invisibili: la lezione del caso di difterite a Palermo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vaccinati-invisibili-lezione-caso-difterite-palermo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vaccinati-invisibili-lezione-caso-difterite-palermo/</guid><pubDate>Thu, 27 Aug 2026 07:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefania Salmaso</dc:creator><description>Il caso di difterite a Palermo, con la morte di una bimba di 4 anni non vaccinata, porta alla luce una realtà critica: l&amp;amp;rsquo;eliminazione della malattia, ottenuta con i vaccini, non equivale alla scomparsa del batterio. Senza un&amp;amp;rsquo;anagrafe vaccinale accessibile e dati aggiornati sulla circolazione dei patogeni, il sistema fatica a intercettare chi resta esposto, e la sorveglianza rischia di restare un esercizio formale invece che uno strumento di prevenzione reale. Nella foto: batteri Gram-positivi di Corynebacterium diphtheriae, Photo Credit: Public domain, via Wikimedia Commons</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/vaccinati-invisibili-lezione-caso-difterite-palermo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/vaccinati-invisibili-lezione-caso-difterite-palermo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La cronaca sul tragico caso di difterite in una bambina a Palermo ci ripropone il rischio di infezioni ritenute ormai improbabili e raramente considerate nelle diagnosi differenziali. La <a href="https://www.epicentro.iss.it/difterite/epidemiologia" rel="noopener">difterite</a> è una malattia infettiva acuta, respiratoria, potenzialmente fatale, causata dalla tossina prodotta da alcuni ceppi (detti appunto tossinogenici) appartenenti alla specie Corynebacterium diphtheriae, ma quasi nessun medico attualmente in servizio in Italia ha mai avuto esperienza di questa malattia.</p>
<h2 id="uneliminazione-che-non-è-uneradicazione">Un&rsquo;eliminazione che non è un&rsquo;eradicazione</h2><p>In Italia, agli inizi del 1900, si registravano ogni anno nella popolazione infantile 20-30 mila casi di difterite e circa 1.600 decessi. Dopo l&rsquo;introduzione della vaccinazione contro la difterite, stabilita per legge nel 1939, i casi di malattia sono diminuiti fino a diventare rari e sporadici. Dal 1996 non sono stati diagnosticati casi di difterite autoctoni e la malattia è considerata “eliminata” nel nostro paese. Tuttavia l&rsquo;eliminazione (ossia l&rsquo;assenza di casi endemici), dovuta alla estesa copertura vaccinale, non corrisponde all&rsquo;eradicazione (ossia l&rsquo;assenza completa del patogeno causa della malattia) e nel corso degli anni, anche nel nostro Paese, sono stati diagnosticati e segnalati casi isolati di infezione da corinebatteri, per lo più legati a infezioni acquisite all&rsquo;estero.</p>
<p>Il rischio di infezioni con Corynebacterium diphtheriae o comunque con corinebatteri produttori della tossina difterica rimane, dato che la vaccinazione protegge dalla tossina e non dal batterio, che può continuare a circolare. La tossina è l&rsquo;unico fattore di virulenza di questa specie di batteri e per gli immuni dall&rsquo;effetto della tossina l&rsquo;infezione è molto meno pericolosa. Anzi c&rsquo;è da dire che il batterio stesso produce la tossina solo quando a sua volta è stato infettato da un virus: un fago, che contiene le istruzioni per produrre e assemblare le proteine killer delle cellule infettate. Questa caratteristica fa sì che non tutti i ceppi di C. diphtheriae siano pericolosi e che anche altri corinebatteri possano invece essere tossinogenici avendo acquisito il fago determinante. </p>
<p>Oltre alla malattia respiratoria esiste infatti anche una forma di difterite cutanea, maggiormente diffusa nelle aree tropicali, che si manifesta con la formazione di lesioni cutanee che tendono a ulcerarsi, causata da C. ulcerans tossinogenico. Le infezioni da C. ulcerans sono rilevanti in ambito veterinario e sono generalmente associate al contatto con animali infetti, sia da compagnia che da allevamento, o al consumo di latte crudo.</p>
<h2 id="i-numeri-in-europa-e-nel-mondo">I numeri in Europa e nel mondo</h2><p>Nell&rsquo;<a href="https://www.ecdc.europa.eu/en/diphtheria/surveillance-and-disease-data" rel="noopener">Unione Europea</a> nel 2022 si è registrato un aumento delle diagnosi di infezioni da corinebatteri tossinogenici: 359 infezioni, di cui 318 da C. diphtheriae e 61 da C. ulcerans. Nel 2023, ultimo dato disponibile, il numero di infezioni è diminuito con 216 casi, di cui 155 da C. diphtheriae e 61 da C. ulcerans. La maggior parte erano casi importati, dato che focolai di infezioni permangono in Paesi con coperture vaccinali subottimali nell&rsquo;est dell&rsquo;Europa e la difterite è ancora una malattia endemica in <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/difterite-cosa-ce-da-sapere/" rel="noopener">alcune aree</a> del mondo, quali il Sudest asiatico, diffusa soprattutto in India, Indonesia, Filippine, Malesia, Nepal, Africa e Brasile.</p>
<h2 id="la-vaccinazione-oggi">La vaccinazione oggi</h2><p>Non tutti evidentemente ricordano che per chi non si vaccina il rischio di difterite non è azzerato e anche dopo l&rsquo;infanzia si può acquisire la pericolosa malattia, che si trasmette per via aerea, soprattutto durante viaggi all&rsquo;estero. Oggi la <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/tema/vaccinazioni/calendario-vaccinale/" rel="noopener">vaccinazione</a> contro la difterite è obbligatoria per tutti i nuovi nati ed è offerta in una formulazione esavalente che offre protezione contro sei diverse pericolose infezioni. La componente antidifterica è rappresentata dal tossoide inattivato che induce un&rsquo;efficace e persistente risposta immune nei confronti della tossina. Dopo il ciclo primario di tre dosi, una dose di richiamo in combinazione con il tossoide tetanico, l&rsquo;antipertosse e l&rsquo;antipoliomielite viene offerta a tutti i bambini al quinto anno di vita, prima dell&rsquo;ingresso alla scuola primaria.</p>
<h2 id="il-caso-di-palermo-e-le-domande-aperte">Il caso di Palermo e le domande aperte</h2><p>Il caso della bambina di Palermo è un esempio quasi scontato nella sua tragicità di cosa può succedere quando non si vaccinano i bambini nei tempi e nei modi raccomandati. La responsabilità di proteggere i bambini è primariamente dei genitori, ma il servizio sanitario deve offrire a questi ultimi strumenti facilmente accessibili per un&rsquo;adesione consapevole all&rsquo;offerta vaccinale. La mancata vaccinazione è un fallimento per la sanità pubblica, che dovrebbe mettere in campo tutti gli strumenti per sostenere i genitori e guidare gli operatori sanitari a promuovere la salute di tutti, soprattutto i più fragili e vulnerabili come i bambini. </p>
<p>La disponibilità di un&rsquo;anagrafe sanitaria consultabile dovrebbe mettere in grado gli operatori sanitari di identificare chi rimane esposto al rischio di malattia e anche gli ostacoli alla vaccinazione. Se i medici che hanno per primi visto la bambina ammalata avessero potuto verificare la sua storia vaccinale, come prassi per confermare l&rsquo;anamnesi, avrebbero sospettato la difterite? Se la struttura territoriale competente avesse potuto verificare tempestivamente lo stato vaccinale della bambina, inadempiente da tre anni, si sarebbe riusciti a proteggerla? Se i dati sulla diffusione delle diverse malattie infettive fossero aggiornati e disponibili, sarebbe possibile modificare la percezione dei rischi dovuti a malattie prevenibili e quindi adottare le contromisure adeguate?</p>
<p>Fallimenti come quello di Palermo dovrebbero portare a una disamina obiettiva di cosa non abbia funzionato nell&rsquo;offerta di prevenzione e azioni correttive immediate ed efficaci per evitare che in futuro bambini incolpevoli paghino un prezzo troppo caro di un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/questione-metodo-ruolo-nitag-politiche-vaccinali/">sistema</a> troppo spesso orientato al rispetto formale delle procedure e della burocrazia e non al raggiungimento dell&rsquo;obiettivo di salute.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando nasce davvero l’ambientalismo?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-nasce-davvero-ambientalismo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-nasce-davvero-ambientalismo/</guid><pubDate>Wed, 26 Aug 2026 09:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>&amp;amp;ldquo;Silent Spring&amp;amp;rdquo;, di Rachel Carson, è diventato nel 1962 il simbolo della nascita dell’ambientalismo moderno. Ma già prima una serie di esperienze aveva cominciato a mettere in discussione la fiducia illimitata nella crescita economica e nel progresso tecnologico. Le ripercorre Stefano Nespor: dal movimento antinucleare alla nascita della IUCN e del WWF, dall’Anno geofisico internazionale al primo romanzo ecologista. Esperienze in cui scienziati, intellettuali e associazioni contribuirono (spesso indipendentemente gli uni dagli altri) a costruire una nuova consapevolezza: la natura non era soltanto una risorsa da sfruttare, ma un patrimonio da conoscere e proteggere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-nasce-davvero-ambientalismo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-nasce-davvero-ambientalismo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, entrambi i blocchi dei Paesi vincitori, i Paesi a economia di mercato e i Paesi socialisti, hanno posto in primo piano, anche se per diverse finalità, il medesimo obiettivo: la crescita economica e lo sviluppo. L’obiettivo per i primi era la realizzazione di un ordine economico internazionale basato sul libero mercato. Per i Paesi del blocco socialista era la realizzazione della futura società socialista. È stato un obiettivo che ha coinvolto governi e centri industriali e finanziari basato sulla fiducia nelle inesauribilità delle risorse naturali, nell’illimitata possibilità del progresso scientifico e dell’innovazione tecnologica. Nel blocco dei Paesi occidentali sono stati istituiti il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) che diverrà poi Organizzazione mondiale del commercio. </p>
<p>Era una situazione nella quale non sembrava esserci spazio per l’ambiente e la sua tutela.</p>
<p>Eppure, in meno di vent&rsquo;anni <em>Silent Spring</em> di Rachel Carson segna l’impetuosa nascita del movimento ambientalista: l’opinione pubblica, sia pur quella limitata agli stati industrializzati, diviene per la prima volta consapevole delle responsabilità dell’essere umano nel degradare l’ambiente e nel porre in pericolo la salute della collettività. Anche in Italia, ricorda Giorgio Nebbia, uno dei nostri più importanti ambientalisti, improvvisamente moltissime persone aprirono gli occhi sui pericoli a cui erano esposte nella loro vita e nella loro salute. Poi, nel dicembre del 1967 la Svezia propone l’organizzazione di una conferenza mondiale sul deterioramento dell’ambiente e nel dicembre dell’anno seguente l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Conferenza sull’ambiente umano da tenersi nel 1972: un anno dopo la Conferenza è localizzata in Svezia, lo stato promotore dell’iniziativa. Da allora l’ambiente è divenuto l’oggetto di una grande quantità di discipline scientifiche, tra cui biologia, chimica, medicina, epidemiologia, scienze naturali, economia, e poi meteorologia e scienze climatiche; di discipline umanistiche, economiche, politiche, sociali e giuridiche. A livello internazionale c’è stata l’esplosione delle organizzazioni non governative, ONG (o NGO nel mondo anglosassone): operano attualmente nel settore dell’ambiente 560 organizzazioni non governative <a href="http://www.unenvironment.org/civil-society-engagement/accreditation/list-accredited-organizations" rel="noopener">riconosciute dalle Nazioni Unite</a>, oltre a molte altre che ancora non hanno il riconoscimento ufficiale. Erano 17 alla fine degli anni Sessanta.</p>
<p>Ma quali eventi hanno preparato il terreno per questo successo? Che cosa è successo tra la fine della guerra e la nascita ufficiale dell’ambientalismo segnata dalla pubblicazione del libro di Rachel Carson?</p>
<p>Come spesso accade, le origini di un movimento politico, artistico, filosofico o culturale sono il frutto di iniziative, eventi, momenti che hanno contribuito alla sua affermazione, anche se poi solo alcuni ne ricevono il merito o divengono il simbolo della loro nascita. Questo perché è difficile individuare i precisi momenti o gli specifici eventi che, talvolta inconsapevolmente, hanno svolto un ruolo. Questo vale anche per la storia dell’ambiente. </p>
<p>Infatti, mentre l’obiettivo era la crescita economica e l’ambiente era considerato al più come un contenitore di beni da sfruttare, proprio in quegli anni si avvia la storia moderna dell’ambiente e dell’ambientalismo (per riprendere il termine onnicomprensivo anglosassone <em>environmentalism</em>): una storia collettiva, costruita da iniziative che spesso hanno agito in modo indipendente le une dalle altre: scienziati di varie discipline, economisti, giuristi, associazioni e organizzazioni ambientaliste che coinvolgeranno in breve tempo organizzazioni internazionali, stati nazionali, centri di potere politico, accademico e militare.</p>
<p>Senza nessuna pretesa di completezza indico cinque di questi eventi.</p>
<h2 id="il-movimento-antinucleare">Il movimento antinucleare</h2><p>1946. Il movimento antinucleare: negli anni Settanta e Ottanta gli obiettivi della protesta contro l’utilizzo dell’energia nucleare saranno ripresi e raccolti dai movimenti ambientalisti (si veda per esempio Marco Giugni, <a href="https://doi.org/10.4000/qds.1400" rel="noopener"><em>Mobilitazioni su ambiente, pace e nucleare</em></a>).</p>
<p>L’origine del movimento è l’Emergency Committee of Atomic Scientists fondato da Albert Einstein e da Leó Szilárd con lo scopo di mettere in guardia l’opinione pubblica mondiale dei pericoli associati allo sviluppo delle armi nucleari. Il Comitato opera per alcuni anni producendo materiale promozionale e uno dei primi film girato per illustrare come poteva essere una guerra nucleare totale. I suoi obiettivi sono ripresi nel luglio del 1955 dal Manifesto con il quale Bertrand Russell e Albert Einstein (che sarebbe morto pochi mesi dopo), unitamente ad altri scienziati, si rivolgono all’opinione pubblica e avvertono dei pericoli connessi con il proliferare delle armi nucleari (il testo del Manifesto è <a href="https://lombardia.anpi.it/voghera/agenda/manifrusselleinstein.pdf" rel="noopener">disponibile qui</a>). Il Manifesto rappresenta un punto di svolta; gruppi e associazioni contro il nucleare cominciarono a formarsi quasi ovunque e organizzano le prime manifestazioni negli Stati Uniti, in Giappone, in India e in Europa. Nel 1958 è lanciata in Gran Bretagna la Campaign for Nuclear Disarmament (il cui simbolo è divenuto il noto segno della pace). Poi, nel 1961 un’organizzazione di donne, Women Strike for Peace, organizza una imponente manifestazione in 60 città, cui partecipano oltre 50.000 donne per la messa al bando delle armi nucleari: è la più grande manifestazione di donne del XX secolo.</p>
<p>Queste iniziative, scaturite dal Comitato e poi dal Manifesto, mettono in moto un rivolgimento del modo di concepire la funzione della scienza e il rapporto con il potere. Ai valori dello sviluppo industriale e dell’espansione dei consumi comincia a contrapporsi il rifiuto degli effetti negativi indotti dalle innovazioni tecnologiche e, più in generale, di scelte imposte dall’alto senza tenere conto degli interessi e della volontà dei destinatari. Si incrina anche la fiducia nel progresso che, attraverso le conoscenze acquisite nella chimica, nella fisica, nella medicina e poi nella biologia e nella genetica, aveva creato un mondo completamente diverso da quello esistente nel secolo precedente. Sono le premesse per l’affermarsi dell’ambiente e dell’ambientalismo.</p>
<p>In questo quadro un ruolo particolare spetta ad Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace nel 1952: il 23 aprile 1957 Radio Oslo trasmette la sua <em>Dichiarazione di coscienza contro i test nucleari</em>, ripresa da oltre 140 emittenti in tutto il mondo. Schweitzer parla da medico e da teologo e fonda l’appello sul principio del rispetto per la vita (<em>Ehrfurcht vor dem Leben</em>): la vita umana, quella animale e quella vegetale sono un’unica realtà vulnerabile, e ciò che avvelena l’una avvelena le altre. È l’intuizione che oggi chiamiamo One Health. A dimostrazione del legame tra movimenti antinucleari e ambientalismo, Rachel Carson dedicherà proprio a Schweitzer <em>Silent Spring</em>, con l’esergo «l’uomo ha perduto la capacità di prevedere e prevenire: finirà per distruggere la terra». Il principio di precauzione entra così nella cultura ambientale per la via del movimento antinucleare.</p>
<h2 id="la-nascita-della-iucn">La nascita della IUCN</h2><p>Il 5 ottobre 1948 a Fontainebleau, in Francia, è costituito l’International Union for the Protection of Nature, IUCN. L’iniziativa è promossa dall’UNESCO, istituita nel novembre del 1945, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata a sviluppare la cooperazione internazionale nell’educazione, nella scienza e nelle attività culturali, e soprattutto dal suo direttore generale dell’epoca, il biologo Julian Huxley. Alla riunione costitutiva, in rappresentanza del governo italiano, ha partecipato Michele de Tomasso del Ministero della pubblica istruzione, allora competente per le questioni ambientali. La IUCN, insieme all’UNESCO, organizza nel 1949 la prima Conferenza sulla protezione della natura: lì ha compilato il primo elenco delle specie in pericolo che ha condotto alla redazione nel 1964 della <a href="https://iucn.org/resources/conservation-tool/iucn-red-list-threatened-species" rel="noopener">Red List of Threatened Species</a>, oggi un punto di riferimento fondamentale per valutare il rischio di estinzione di oltre 40.000 specie (animali e piante).</p>
<p>La IUCN è oggi la più importante organizzazione internazionale in materia ambientale, presente in quasi 100 Stati, collabora con decine di agenzie statali e oltre 800 organizzazioni non governative; alle sue iniziative partecipano circa 15.000 scienziati ed esperti dei vari settori. Il principale obiettivo del lavoro dell&rsquo;IUCN è quello di «influenzare, incoraggiare e assistere le società del mondo al fine di conservare l&rsquo;integrità e la diversità della natura e di assicurare che qualsiasi utilizzo delle risorse naturali sia equo ed ecologicamente sostenibile».</p>
<h2 id="lanno-geofisico-internazionale">L&rsquo;Anno geofisico internazionale</h2><p>Nel marzo del 1950, in occasione di un convegno dell’International Council for Science (ICSU), un&rsquo;organizzazione internazionale non governativa costituita nel 1931 e dedicata alla cooperazione internazionale per l&rsquo;avanzamento della scienza, alcuni scienziati (non ne conosciamo il nome), propongono di avviare uno studio onnicomprensivo dell’ambiente del pianeta e della sua atmosfera utilizzando le conoscenze e le tecnologie sviluppate negli anni precedenti. La proposta è raccolta dagli scienziati di molti Stati e nel 1952 è costituito all’interno dell’ICSU il Comitato speciale per l’Anno geofisico internazionale (IGY è l’acronimo inglese) sotto la presidenza del geofisico britannico Sydney Chapman. Tra il luglio del 1957 e il dicembre del 1958 all’IGY partecipano oltre settanta Paesi, tra cui l’Italia, numerose associazioni scientifiche internazionali, 30.000 scienziati e 2.000 stazioni e osservatori dislocati su cinque continenti che studiano gli oceani, l’attività solare, il geomagnetismo, la glaciologia, la meteorologia (nell’archivio dell’Istituto Luce sono conservati alcuni filmati della Settimana Incom di <a href="https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000033427/2/cronache-anno-geofisico-internazionale.html?startPage=0" rel="noopener"><em>Cronache dell’anno geofisico internazionale</em></a>, visibili anche su Youtube). È inoltre la prima iniziativa che, nel corso della guerra fredda, getta un ponte tra gli scienziati dei due blocchi, avviando un meccanismo di cooperazione in materia di ambiente che, tra alti e bassi, proseguirà nei decenni successivi. Sarà un ponte presto utilizzato dall’OCSE (OECD), l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che sarà allargato anche all’Unione Sovietica e ai paesi dell’Europa orientale. Il più importante risultato  sarà nel 1979 l’approvazione del primo accordo vincolante concernente la tutela dell’atmosfera: la Convenzione di Ginevra sulle piogge acide.</p>
<h2 id="il-primo-romanzo-ecologista">Il primo romanzo ecologista</h2><p>Nel 1956, poco prima dell’avvio dell’Anno geofisico internazionale, appare un romanzo che interseca due temi: i problemi e gli scontri della fine del periodo coloniale nell’Africa francese e insieme la protezione dell’ambiente e le responsabilità dell’essere umano per la conservazione della fauna selvaggia: <em>Les racines du ciel</em>. L’autore è Romain Gary (pseudonimo di Roman Kacev) nato in Lituania, a Vilnius e giunto in Francia con i genitori all’età di tredici anni. Partecipa attivamente alla Resistenza, combatte con De Gaulle e, dopo la fine della guerra, è ambasciatore negli Stati Uniti. Il libro racconta la storia di Morel, un cacciatore pentito che, nell’Africa francese durante gli ultimi anni del colonialismo, si propone di difendere gli elefanti. Non è un compito facile. Morel si scontra con i cacciatori, con i commercianti d’avorio e con le truppe dell’esercito francese inviate per difenderli. Ma non solo. Deve affrontare anche le popolazioni locali che vedono nell’elefante soltanto una grande massa di cibo e un’occasione di guadagnare vendendo l’avorio. E poi si scontra anche con i gruppi indipendentisti che si battono contro il colonialismo: essi vedono negli elefanti il simbolo dell’arretratezza e considerano chi vuole evitarne la caccia e l’estinzione in nome della tutela dell’ambiente un esponente di un nuovo, più insidioso dominio coloniale. </p>
<p>Il libro è considerato il primo romanzo ecologista, un romanzo politico dedicato alla lotta per difendere la natura e gli animali selvaggi che la popolano. Ha un grande successo: vince il premio Goncourt ed è oggetto nel 1958 di un film diretto da John Huston, con Trevor Howard e Juliette Gréco che vince un Oscar nel 1959. <em>Les racines du ciel</em> ha contribuito a salvare migliaia di elefanti e altre specie in pericolo e soprattutto, a diffondere la cultura e gli ideali dell’ambientalismo.</p>
<h2 id="la-nascita-del-wwf">La nascita del WWF</h2><p>Il 29 aprile 1961 è fondato il World Wildlife Fund, o WWF. A seguito di una serie di articoli pubblicati dal biologo Julian Huxley, primo direttore dell’UNESCO, sul quotidiano inglese <em>The Observer</em> sulla distruzione dell’habitat in Africa, emerse l’idea di creare un’organizzazione dedicata a iniziative per la conservazione della natura, subito appoggiata da Max Nicholson, direttore dell’agenzia britannica Nature Conservancy. Fu costituito un comitato diretto dallo stesso Nicholson per porre le basi per un’organizzazione mondiale dedicata alla raccolta di fondi per finanziare i movimenti conservazionisti. Il logo rappresenta un panda gigante perché: «Volevamo un animale bello, in pericolo, amato da molti nel mondo e riproducibile in bianco e nero per risparmiare sui costi di stampa». La missione del WWF è quella di «bloccare la degradazione dell’ambiente naturale del pianeta e di costruire un futuro in cui l’uomo vivrà in armonia con la natura». L’organizzazione è oggi presente in oltre cento Paesi e si dedica alla tutela delle specie e alla lotta alla crisi climatica, per promuovere un futuro sostenibile per il pianeta.</p>
<p>Nel 1961, l&rsquo;anno in cui è costituito il WWF, Rachel Carson sta intensamente lavorando al suo libro. Ha cominciato nel 1958, quando un esponente di un’associazione che si batte contro l’uso di pesticidi e del DDT sui campi (il Committee Against Mass Poisoning) le scrive per avere il suo sostegno. Rachel decide di approfondire l’argomento. Invierà nel gennaio del 1962 il testo di <em>Silent Spring</em> al <em>New Yorker</em>: sarà pubblicato prima a puntate, poi, alla fine del 1962, come libro. Il 1962 è divenuta la data ufficiale di nascita del movimento ambientalista.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Maurizio Bonati, una colonna del Mario Negri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/maurizio-bonati-colonna-mario-negri/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/maurizio-bonati-colonna-mario-negri/</guid><pubDate>Mon, 24 Aug 2026 00:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvio Garattini</dc:creator><description>Silvio Garattini ricorda l&amp;amp;rsquo;impegno professionale e umano di Maurizio Bonati, ricercatore al Mario Negri e autore di Scienza in rete, che ci ha lasciati prematuramente e in modo improvviso il 20 agosto scorso. Autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche, libri e progetti di ricerca, ci affida un&amp;amp;rsquo;eredità culturale importante e un&amp;amp;rsquo;attitudine spiccata a guardare al futuro, che ci impegniamo a portare avanti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/maurizio-bonati-colonna-mario-negri-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/maurizio-bonati-colonna-mario-negri-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci eravamo sentiti da pochi giorni, per scambiarci idee sulla spesa per i farmaci, un argomento che ci accumunava nella considerazione che ci siano troppi farmaci &ldquo;fotocopia&rdquo; e spesso inutili, con una spesa che potrebbe essere considerevolmente ridotta se si realizzasse quella revisione del Prontuario che si attende da oltre un trentennio.</p>
<p>Poi lo shock della Sua perdita: prematura, perché aveva ancora tanto da fare, in aggiunta a tutto ciò che aveva fatto in quasi mezzo secolo di attività al servizio della salute pubblica. Era nella Sua mentalità guardare al futuro, che esprimeva concludendo spesso lettere e conversazioni con il termine &ldquo;avanti&rdquo;.</p>
<p>Era letteralmente cresciuto al Mario Negri, perché i genitori vi abitavano con compiti di vigilanza, ed aveva fin dall&rsquo;inizio manifestato la Sua predilezione per la medicina pediatrica con particolare riferimento alla neuropsichiatria.</p>
<p>È stato autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali nonché di libri e soprattutto di grandi progetti di ricerca, come il più recente &ldquo;NASCITA&rdquo; che ha raccolto informazioni molto accurate sullo sviluppo di una coorte di bambini fin dalla concezione: una gran quantità di dati da cui si possono ottenere informazioni e soprattutto spunti per altre ricerche.</p>
<p>Il Suo grande palcoscenico per raccogliere informazioni ed esprimere i Suoi punti di vista era rappresentato dalla rivista <em><a href="https://www.ricercaepratica.it/" rel="noopener">Ricerca&amp;Pratica</a></em> - pubblicata da Il Pensiero Scientifico Editore - una fonte assolutamente indipendente da conflitti di interessi, dove non esitava ad esprimere idee impopolari, contrarie anche a quelle di autorità politiche, economiche e scientifiche. In questo senso era molto determinato!</p>
<p>Non si può dimenticare il Suo impegno nella formazione dei giovani ricercatori a cui trasmetteva l&rsquo;importanza della curiosità, dell&rsquo;impegno, dell&rsquo;umiltà e della difficoltà nel raggiungere la verità.</p>
<p>È difficile ricordare tutto quanto ha fatto Maurizio Bonati per lo sviluppo del Mario Negri e per una pediatria più attenta ai diritti dei bambini.</p>
<p>Dobbiamo fare in modo che <em>Ricerca&amp;Pratica</em> continui con lo stesso spirito e la stessa indipendenza in un Paese in cui l&rsquo;informazione è fatta solo da chi vende nel grande mercato della medicina.</p>
<p>Sono sicuro che Maurizio continuerà ad inspirarci, per mantenere continuità con i Suoi obiettivi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>In morte di Maurizio Bonati</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/morte-maurizio-bonati/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/morte-maurizio-bonati/</guid><pubDate>Fri, 21 Aug 2026 16:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><description>Ci ha lasciati in modo improvviso Maurizio Bonati che - tra le altre cose - è stato collaboratore assiduo e prezioso di Scienza in rete. Lo ricordiamo con alcuni dei suoi più recenti articoli, solo alcuni esempi fra i molti dell&amp;amp;rsquo;ampiezza dei suoi interessi e della sua cultura, che tenevano sempre al centro le persone più fragili e il rifiuto per ogni forma di conflitto armato</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morte-maurizio-bonati-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morte-maurizio-bonati-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In questa estate torrida che sembra decisa a non mollare mai, lavorando nel suo giardino, ci ha lasciato all’improvviso Maurizio Bonati. Per pagare il debito al ruolo istituzionale dirò che è stato responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica e del Laboratorio per la Salute Materno Infantile dell&rsquo;Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ma chiunque si interessi ai temi della salute pubblica prima o poi lo ha incontrato, ne ha letto o ci ha discusso perché Maurizio Bonati è sempre stato un acuto critico delle posizioni e degli approcci banali e accomodanti.</p>
<p>I suoi interessi, peraltro, erano ampi, supportati da una vasta cultura, che lo ha portato a scrivere di cinema, a promuovere mostre e iniziative, a costruire reti di interessi condivisi, nonché a dirigere la rivista <em><a href="https://www.ricercaepratica.it/" rel="noopener">Ricerca&amp;Pratica</a></em>.</p>
<p>Per chi legge <em>Scienza in rete</em>, Maurizio Bonati è stato soprattutto un autore stimolante e appassionato; i diritti delle persone fragili, soprattutto le più giovani e le più esposte hanno sempre guidato i suoi interventi, che scrivesse di adolescenti, di progetti genitoriali o di come parlare di morte con i più piccoli. Il suo impegno contro qualsiasi conflitto lo ha portato a pubblicare il libro <em>Il cronico trauma della guerra</em>, presentato con un <a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">webinar</a> anche sulle nostre pagine. <br>
L’<a href="https://www.scienzainrete.it/appelli/lettera-aperta-per-cuba/">iniziativa a favore di Cuba</a>, cui ha aderito anche <em>Scienza in rete</em>, ha trovato in lui il primo promotore.</p>
<p>Per dare un’idea della vastità del suo impegno, vi proponiamo alcuni dei suoi testi. </p>
<p>Maurizio Bonati riusciva a tenere insieme ragione e sentimento. Per questo ci mancherà tantissimo.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta/"><strong>Ho 14 anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita</strong></a><br>
In Italia le politiche rivolte agli adolescenti seguono la cronaca invece dei dati. Dall&rsquo;imputabilità immediata al divieto dei cellulari a scuola, alle politiche sul lavoro, le risposte istituzionali sono parziali e repressive, e non affrontano le cause. Intanto i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sull&rsquo;infanzia e l’adolescenza restano largamente disattesi.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza/"><strong>Prendersi una pallottola in testa è un rischio quotidiano per i bambini di Gaza</strong></a><br>
I medici a Gaza hanno osservato un pattern inquietante: bambini e bambine con una singola ferita da arma da fuoco alla testa o al torace, segno che sono stati deliberatamente presi di mira. Risultati di un’inchiesta giornalistica, confermati da due studi e ripresi dalle Nazioni Unite nella loro relazione del 18 giugno.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-sogni/"><strong>Una scuola dei sogni</strong></a><br>
Un progetto rivolto ai bambini e alle bambine delle primarie da parte di un notissimo marchio alimentare è arrivato all’attenzione dell’Ordine dei medici di Torino dopo la segnalazione di una mamma il cui bambino rifiutava la frutta per merenda in favore di un biscotto. Messaggio nutrizionale quanto mai sbagliato e iniziativa discutibile, soprattutto a fronte delle tante carenze delle nostre scuole.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/battaglia-dopo-altra-caos-vitale-paul-thomas-anderson/"><strong>Una battaglia dopo l’altra: il caos vitale di Paul Thomas Anderson</strong></a><br>
Con &ldquo;Una battaglia dopo l’altra&rdquo;, Paul Thomas Anderson adatta con sorprendente energia il romanzo &ldquo;Vineland&rdquo; di Thomas Pynchon, trasformandolo in un film d’azione e di sentimenti, ironico e disordinato. Tra rivoluzionari in fuga e famiglie disfunzionali, Anderson costruisce un’epopea farsesca e commovente sull’America di oggi e di sempre, dove ogni lotta apre la strada alla successiva.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/voci-pro-voci-contro-nitag-decisioni-salute/"><strong>Voci pro e voci contro: il NITAG e le decisioni sulla salute</strong></a><br>
Pianificare un intervento preventivo per l’intera popolazione, come può essere l’offerta vaccinale, oggi necessita di conoscenze di così ampio spettro che solo un lavoro di equipe, di confronto e condivisione può garantire una scelta aggiornata, basata su un rapporto tra benefici e rischi positivo a favore delle persone. Nella discussione intorno alle nomine Nitag, l’aspetto del bene comune è quello che più si è perso di vista.</p>
<p><strong><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/">Per favore vieni! La voce di Hind e il cinema contro il silenzio</a></strong><br>
La storia di Hind Rajab, uccisa a sei anni insieme ai soccorritori che cercavano di salvarla, diventa un film che intreccia documentario e finzione per restituire la forza della sua voce e denunciare l’impotenza di fronte alla guerra. Diretto da Kaouther Ben Hania e sostenuto da grandi nomi del cinema internazionale, <em>La voce di Hind</em> è un’opera che invita a ricordare, a testimoniare e a non tacere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mare sempre più caldo cambia sotto i nostri occhi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi/</guid><pubDate>Thu, 20 Aug 2026 18:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>Un nuovo studio di World Weather Attribution mostra che il cambiamento climatico di origine umana ha reso le recenti ondate di calore marine molto più intense e frequenti, e che il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile. Tra gli effetti visibili figurano la diffusione di organismi gelatinosi, anche molto urticanti come la caravella portoghese (nella foto), nel quadro di una progressiva tropicalizzazione della fauna marina. Le conseguenze pesano anche sulla terraferma, con maggiore umidità, precipitazioni estreme e rischi sanitari. Le misure di adattamento possono limitare i danni, ma per contenere gli impatti è indispensabile ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato per gli oceani del pianeta (dato <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-highest-july-global-ocean-surface-temperatures-exceptionally-hot-dry-conditions-fuel" rel="noopener">Copernicus</a> ). Sulle coste europee, e in particolare nel Mediterraneo occidentale, le temperature superficiali del mare hanno toccato record assoluti: fino a 6°C sopra la norma a giugno, con una boa al largo di Maiorca che ai primi di agosto ha misurato 33°C. Il Mediterraneo, a luglio, ha registrato una temperatura media di 27°C, la più alta mai osservata per questo mese.</p>
<p>Il 19 agosto <a href="https://www.worldweatherattribution.org/" rel="noopener">World Weather Attribution</a> (WWA), il consorzio internazionale che applica metodi di attribuzione rapida agli eventi estremi, ha pubblicato lo <a href="https://www.worldweatherattribution.org/climate-change-is-driving-unprecedented-european-ocean-temperatures-with-severe-impacts-for-marine-life/" rel="noopener">studio</a> più circostanziato finora realizzato sulle ondate di calore marine europee, quantificando il ruolo del cambiamento climatico di origine umana in questi eventi.</p>
<h2 id="lo-studio-di-attribuzione">Lo studio di attribuzione</h2><p>Il gruppo, che riunisce ricercatori di Svizzera, Svezia, Stati Uniti, Irlanda e Regno Unito, ha analizzato quattro regioni marine: il Mar Celtico, il Golfo di Biscaglia e la Penisola Iberica (BIP), il Mediterraneo occidentale e il Mediterraneo orientale. Il metodo è quello dell’attribuzione probabilistica: si confrontano le osservazioni con simulazioni di modelli climatici, per stimare quanto il riscaldamento antropico abbia reso più probabile e più intenso l’evento osservato.</p>
<p>Nelle due regioni mediterranee l’aumento di temperatura attribuibile al cambiamento climatico è di circa 2°C, un valore superiore al riscaldamento medio globale (1,4°C sopra i livelli preindustriali). Le osservazioni indicano un incremento di 3,1°C nel Mediterraneo occidentale e di 2,6°C in quello orientale per l’evento annuale più caldo di 14 giorni consecutivi, contro 1,5°C nel Golfo di Biscaglia e 1,2°C nel Mar Celtico.</p>
<p>Il tasso di riscaldamento è massimo in estate, ma anche i mesi di spalla, in particolare la primavera, mostrano un’anomalia superiore alla media globale. Senza il contributo umano, i picchi di temperatura registrati quest’anno nel Mediterraneo orientale, occidentale e nel Golfo di Biscaglia sarebbero stati “virtualmente impossibili”. Nel Mar Celtico, la regione meno colpita in termini relativi, si sarebbe trattato comunque di un evento atteso una volta al secolo.</p>
<p>Lo studio quantifica anche l’estensione delle ondate di calore marine vere e proprie (definite come superamento del 90° percentile della climatologia 1982-2011 per almeno cinque giorni consecutivi).</p>
<p>Nel Mediterraneo occidentale l’area interessata è passata dal 40% (in un ipotetico clima 1,4°C più freddo) all’80% di oggi; in quello orientale dal 9% al 70%. Con un ulteriore riscaldamento di 1,4°C, il livello atteso a fine secolo negli scenari correnti, gli autori stimano che eventi come quello del 2026 diventerebbero da 1,3 a 1,9°C più caldi di quanto osservato quest’anno.</p>
<h2 id="precedenti-la-serie-di-eventi-dal-2003-a-oggi">Precedenti: la serie di eventi dal 2003 a oggi</h2><p>L’ondata del 2026 si inserisce in una serie osservata dalla ricerca marina da oltre vent’anni, che ha un primo evento di riferimento nell’estate 2003. Gli studi di allora (<a href="https://www.eai.enea.it/archivio/ricerca-e-innovazione-per-la-sfida-spaziale/il-contributo-delle-osservazioni-satellitari-degli-oceani-al-monitoraggio-del-clima.html" rel="noopener">Marullo e Guarracino</a>, <a href="https://os.copernicus.org/articles/3/273/2007/" rel="noopener">Olita e colleghi</a>) documentarono un’anomalia superficiale di 2-3°C protratta per oltre un mese, con mortalità di massa di invertebrati bentonici e perdita di praterie di posidonia lungo le coste nordoccidentali, come mostrato dai <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/gcb.16301" rel="noopener">lavori</a> di Joaquim Garrabou e colleghi su <em>Global Change Biology</em>. Da allora si sono susseguiti gli eventi del 2012, 2015 e 2018, fino al 2022, che secondo l’analisi di Garrabou e un team internazionale (pubblicata su <a href="https://www.state-of-the-planet.net/" rel="noopener">Copernicus/State of the Planet</a>) ha stabilito il record di “attività” delle ondate di calore marine nel bacino, superando il 2003 per persistenza pur non raggiungendone i picchi massimi di intensità giornaliera. Un lavoro pubblicato su <em><a href="https://iopscience.iop.org/journal/1748-9326" rel="noopener">Environmental Research Letters</a></em> ha documentato come l’ondata del 2022 si sia prolungata fino al 2023, per un fenomeno di persistenza sotto la superficie dovuto al rimescolamento verticale indotto dal vento, che ha spinto le anomalie termiche in profondità nel bacino centrale.</p>
<h2 id="i-meccanismi-fisici-del-riscaldamento-mediterraneo">I meccanismi fisici del riscaldamento mediterraneo</h2><p>Le ondate di calore marine nel bacino sono tipicamente innescate da condizioni di cielo sereno, venti deboli e aria umida, che intrappolano calore in superficie riducendo la dispersione per evaporazione. Un articolo del 2026 su <em><a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025GL120652" rel="noopener">Geophysical Research Letters</a></em>, firmato da Chaim Garfinkel e colleghi, ha individuato la causa atmosferica ricorrente: la presenza di creste subtropicali persistenti, che sopprimono il vento e alterano i flussi di calore latente, un pattern osservato negli anni 2003, 2018 e 2022.</p>
<p>Un altro filone di ricerca ha mostrato come le ondate di calore marine costiere possano amplificare fino a 3,5 volte l’esposizione delle regioni terrestri limitrofe a condizioni di caldo umido, trasformando episodi brevi di calura in terra in fasi prolungate di stress da calore, con temperature di bulbo bagnato superiori ai 25,5°C. In uno studio pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-025-32049-z" rel="noopener"><em>Scientific Reports</em></a> (Nature) nel dicembre 2025 al forzante dei gas serra è attribuito il 95% del rischio dell’evento compound (ondata di calore marina e terrestre) osservato nel 2022. Gli autori osservano che nel mondo controfattuale, senza aumento del forzante gas serra, il modello CESM1-LE stima una probabilità dell&rsquo;evento inferiore al 5%.</p>
<p>La spiegazione di fondo, richiamata da tempo nella letteratura (vedi <a href="https://www.mdpi.com/2072-4292/12/17/2687" rel="noopener">Pastor, Valiente e Khodayar</a> sui 38 anni di serie storiche), è che il Mediterraneo è un bacino semichiuso, poco profondo rispetto agli oceani aperti, con circolazione lenta e tempi di ricambio delle acque lunghi: caratteristiche che lo rendono un hotspot climatico, capace di rispondere più rapidamente alle variazioni dei flussi di calore atmosferici rispetto a bacini oceanici più grandi. A questo si aggiunge un’asimmetria interna al bacino: nel Mediterraneo occidentale le ondate di calore marine tendono a essere più intense e frequenti, guidate da forti anomalie positive di flusso di calore (più radiazione solare, meno dispersione per calore latente); in quello orientale sono in genere più lunghe, e più legate a una riduzione della radiazione infrarossa uscente. Lo studio WWA cattura questa differenza distinguendo le due sotto-regioni con trend e valori di attribuzione diversi.</p>
<h2 id="la-caravella-portoghese-sulle-coste-atlantiche-europee">La caravella portoghese sulle coste atlantiche europee</h2><p>Tra gli effetti <a href="https://www.ft.com/content/41c9e4c9-4d02-4ad5-b31f-afef9cd0346e?syn-25a6b1a6=1" rel="noopener">osservati quest’estate</a> c’è la comparsa massiccia, lungo le coste atlantiche europee, della caravella portoghese (<em>Physalia physalis</em>), un sifonoforo, cioè una colonia di individui specializzati che funziona come un unico organismo, spesso confuso con una medusa. Le sue punture sono dolorose e restano attive anche nei tentacoli separati dal corpo o negli esemplari spiaggiati morti. Sulle spiagge di San Sebastián, nei Paesi Baschi, un solo giorno di inizio agosto ha fatto registrare oltre 120 punture, con la chiusura delle tre spiagge principali della città; nel mese di luglio, nella sola regione basca, gli infortuni hanno superato quota 800. Sulla costa atlantica francese, dalla Gironda ai Paesi Baschi, le autorità hanno contato oltre 1.100 punture, con decine di spiagge chiuse temporaneamente. Segnalazioni sono arrivate anche dalle Asturie e dal Portogallo, dove l’Istituto per il mare e l’atmosfera (IPMA) ha rilevato avvistamenti crescenti su spiagge come Costa da Caparica e Carcavelos, rafforzando Gelavista, la piattaforma pubblica di monitoraggio delle specie gelatinose.</p>
<p>Secondo Elvire Antajan, ricercatrice di zooplancton dell’Istituto oceanografico francese, lungo la costa atlantica francese gli avvistamenti di caravella sono passati da un evento ogni sette-otto anni a un appuntamento ormai annuale. Gli esperti indicano una soglia critica intorno ai 24°C di temperatura superficiale, unita a venti favorevoli al trasporto verso costa, come condizione che rende possibili gli arrivi di massa. Gli stessi ricercatori citati nelle inchieste giornalistiche segnalano però che le cause di una singola fioritura restano complesse, e che la temperatura è solo uno dei fattori, insieme a correnti, venti e disponibilità di cibo. Non risulta, inoltre, una popolazione mediterranea permanente della specie: gli esemplari osservati nel Mediterraneo centrale tra febbraio e marzo 2026 sono legati a un afflusso episodico di acqua atlantica attraverso lo stretto di Gibilterra.</p>
<h2 id="le-fioriture-di-organismi-gelatinosi-nel-mediterraneo">Le fioriture di organismi gelatinosi nel Mediterraneo</h2><p>L’episodio della caravella si inserisce in un fenomeno più ampio e <a href="https://www.researchgate.net/publication/309209466_Ocean_Warming_310_Impacts_and_effects_of_ocean_warming_on_jellyfish" rel="noopener">documentato dalla letteratura scientifica</a>: l’espansione delle fioriture di organismi gelatinosi nei mari europei. Un lavoro su <em><a href="https://royalsocietypublishing.org/rsbl/article/6/5/688/48847/A-blooming-jellyfish-in-the-northeast-Atlantic-and" rel="noopener">Biology Letters</a></em>, basato su oltre cinquant’anni di dati, ha mostrato come inverni più caldi favoriscano l’ingresso attraverso lo stretto di Gibilterra della medusa <em>Pelagia noctiluca</em>, che raggiunge densità elevate lungo le coste spagnole quando le condizioni termiche sono favorevoli. Il fenomeno complessivo è stato descritto come “tropicalizzazione”: il riscaldamento del bacino favorisce l’ingresso e l’affermazione di specie gelatinose di origine tropicale, alcune aliene, in un contesto già indebolito da urbanizzazione costiera, eccesso di nutrienti e pesca eccessiva, che riduce le popolazioni di predatori naturali delle meduse come tonni e tartarughe marine. Riscaldamento, pesca e antropizzazione costiera agiscono insieme piuttosto che come cause isolate. La letteratura sulle specie aliene termofile documenta anche il caso di <em>Cassiopea andromeda</em>, medusa di origine indo-pacifica ormai insediata in diverse aree del Mediterraneo, per la quale un lavoro recente ha stimato una nicchia termica ottimale intorno ai 35,7°C e ha proiettato, negli scenari RCP 4.5 e 8.5 al 2050, un’espansione dell’habitat idoneo verso Ovest e verso Nord nel bacino.</p>
<p>Il quadro è coerente con quanto osservato dallo studio WWA sul fronte ittico: uno spostamento generale della fauna marina verso i poli, con specie temperate sostituite da quelle di origine più calda, e una ricomposizione delle comunità costiere con effetti ecologici, sanitari e turistici.</p>
<h2 id="altri-impatti-ecologici-e-sociali-delle-ondate-di-calore-marine">Altri impatti ecologici e sociali delle ondate di calore marine</h2><p>Le ondate di calore marine causano mortalità di massa di specie strutturanti degli ecosistemi bentonici, coralli, spugne, gorgonie, macroalghe, come sintetizzato dai <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/gcb.16301" rel="noopener">lavori</a> di Garrabou e colleghi, incluso uno studio pubblicato su <em><a href="http://www.nature.com/articles/s41598-026-35813-x" rel="noopener">Scientific Reports</a></em> (Nature) su una delle mortalità più gravi mai osservate tra i coralli gorgonacei del bacino. La perdita di queste specie si ripercuote lungo la catena trofica, fino a invertebrati, pesci, uccelli marini e mammiferi.</p>
<p>Lo studio WWA segnala altri effetti osservati quest’estate: nel Regno Unito i pescatori segnalano un <a href="https://www.gov.uk/guidance/mmo-updates-on-the-octopus-bloom" rel="noopener">aumento anomalo di polpi</a> nelle proprie acque dallo scorso aprile; si osserva uno spostamento verso Nord delle specie marine in cerca di acque più fresche, con implicazioni per la pesca costiera e l’acquacoltura; sono stati osservati delfini nutrirsi di meduse per la scarsità delle prede abituali come lo sgombro.</p>
<p>Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) <a href="https://www.ecdc.europa.eu/en/news-events/sustained-heatwaves-increase-risk-infectious-diseases-across-europe-ecdc-scales-action" rel="noopener">ha segnalato</a> un rischio crescente di malattie trasmesse dall’acqua, come la vibriosi, nei periodi di caldo prolungato.</p>
<p>Le temperature superficiali del mare più elevate aumentano inoltre l’umidità atmosferica sulle coste, con implicazioni per l’intensità delle piogge. Le <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212094726000289" rel="noopener">alluvioni</a> di Valencia del 2024 sono citate dagli autori WWA come caso in cui le alte temperature del Mediterraneo hanno contribuito a un evento estremo sulla terraferma.</p>
<h2 id="proiezioni-e-misure-di-adattamento">Proiezioni e misure di adattamento</h2><p>Le proiezioni per un clima più caldo di ulteriori 1,4°C indicano temperature superiori alla soglia di tolleranza di molte specie marine oggi presenti nei nostri mari, con limiti stringenti alla capacità di adattamento. Le misure di adattamento (riduzione di altre pressioni sugli ecosistemi, protezione degli habitat, gestione della pesca e dell’acquacoltura, potenziamento dei sistemi di allerta precoce) possono aumentare la resilienza, ma non possono compensare da sole gli effetti del riscaldamento oceanico in corso.</p>
<p>Gli autori dello studio WWA indicano nella riduzione delle emissioni da combustibili fossili la condizione necessaria per limitare gli impatti su ecosistemi, pesca, produzione alimentare e turismo lungo le coste europee.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il futuro è per tutti? Le nostre considerazioni sul manifesto di Zuckerberg</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg/</guid><pubDate>Tue, 18 Aug 2026 10:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>AlgoRadar</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nel suo nuovo manifesto sull’intelligenza artificiale, Mark Zuckerberg promette un futuro di superintelligenza personale, agenti sempre presenti, tutor su misura e nuove opportunità per tutti. Ma dietro la visione ottimistica emergono interrogativi che non possono essere affidati soltanto alle Big Tech. Soprattutto, prima di costruire macchine “oltre l’umano”, non dovremmo chiederci quale progresso umano vogliamo davvero?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come gruppo indipendente di monitoraggio e ricerca sull’intelligenza artificiale, sentiamo il dovere di commentare il recente manifesto di Mark Zuckerberg, <a href="https://about.fb.com/news/2026/08/the-future-is-for-everyone/" rel="noopener"><em>The Future is for Everyone: The Path to a Positive AI Future</em></a>, perché tocca direttamente molte delle tematiche che hanno portato alla nostra stessa nascita. Amiamo il progresso autentico, ma temiamo un futuro distopico: il nostro compito è promuovere un monitoraggio continuo dei limiti tecnologici, degli annunci iperbolici e delle possibili conseguenze indesiderate. Qui presentiamo una valutazione preliminare; l’analisi integrale, più tecnica e specialistica, è disponibile <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-allegato.pdf">in allegato</a>.</p>
<h2 id="dietro-la-retorica-delloltre-umano">Dietro la retorica dell’“oltre umano”</h2><p>Il manifesto di Meta può in larga misura essere letto come una mossa per tenere il passo con gli altri leader dell’IA “di frontiera”, da Anthropic a OpenAI, da Google DeepMind ai principali attori cinesi. Ma mostra anche i segni di quello che potremmo chiamare un “transumanesimo di livello 1”. Zuckerberg scrive: “Il futuro è per tutti. Le persone potranno utilizzare una superintelligenza oltre la capacità umana.” È un tono impostato fin dall’inizio come eccessivamente positivo, quasi propagandistico. E la domanda che ci poniamo è preliminare a tutto il resto: l’intelligenza artificiale è davvero comparabile all’intelligenza umana (per non parlare della “mente” umana, concetto ben più ampio) al punto da poter essere misurata sulla stessa scala, giustificando l’uso della parola “oltre”?</p>
<p>Per anni abbiamo vissuto in un ecosistema digitale in cui gli algoritmi raccolgono dati, apprendono dalle nostre preferenze, costruiscono profili, influenzano ciò che vediamo e scegliamo. Non è una dinamica nuova né esclusiva di Meta. Anche l’idea di “agente intelligente” non nasce oggi: era già oggetto di studio nel secolo scorso, mancava solo l’infrastruttura computazionale e una base di utenti adeguata. La vera discontinuità non è quindi il concetto, ma la combinazione di scala, infrastruttura e sostenibilità economica che oggi la rende possibile, e che permette il passaggio dal chatbot che risponde all’agente che ricorda, pianifica ed esegue azioni per nostro conto.</p>
<p>Condividiamo l’obiettivo dichiarato di “empowerment” individuale. Ma essere più capaci grazie alla tecnologia non significa automaticamente essere più autonomi. Un’IA che ci conosce sempre meglio può anticipare i nostri bisogni, orientare le nostre scelte e, nel tempo, influenzare il nostro comportamento. Il problema, per noi, non riguarda quindi solo cosa succede ai nostri dati, ma il confine tra assistenza e influenza, tra delegare un compito e delegare una decisione. Con l’IA agentica dovremmo porci domande molto concrete: cosa dovrebbe sapere un sistema su di noi? Cosa dovrebbe poter inferire? Cosa dovrebbe poter fare in autonomia, e dove dovrebbe fermarsi?</p>
<h2 id="occhiali-ia-e-privacy-nelle-relazioni-personali">Occhiali IA e privacy nelle relazioni personali</h2><p>Uno dei passaggi che ci ha colpito di più riguarda la promessa di interagire con il proprio agente «attraverso qualsiasi dispositivo, compresi gli occhiali, per restare presenti nel momento con le persone a cui teniamo». Ma si è davvero “presenti” in una stanza, con le persone a cui si tiene, mentre si interagisce contemporaneamente con un agente tramite un dispositivo indossabile?</p>
<p>A differenza di un laptop o di uno smartphone, un paio di occhiali con IA può mediare, registrare o elaborare una conversazione senza rendere questa mediazione visibile agli altri. Quando siamo con le persone a cui teniamo, ci sentiamo in un ambiente protetto in cui ciò che diciamo liberamente non verrà usato contro di noi. Cosa succede se quello che diciamo viene invece catturato dall’agente incorporato negli occhiali di un amico, ed eventualmente condiviso con altri, magari senza che chi li indossa ne sia pienamente consapevole? È un problema di privacy e fiducia che rischia di incidere in profondità sui rapporti tra le persone, e che il manifesto non affronta.</p>
<p>Più avanti Zuckerberg promette che le persone avranno «una modalità completamente privata per gli agenti personali, nella quale nemmeno Meta o qualsiasi altro fornitore possa vedere o concedere accesso alle informazioni». È uno dei pochi punti in cui il tema cruciale della privacy viene affrontato esplicitamente, e lo apprezziamo. Ma restano aperte le domande operative: come verrà garantita questa modalità, chi la verificherà, e come potrà una superintelligenza operare su dati privati mentre interagisce con migliaia di altri sistemi e agenti?</p>
<h2 id="i-limiti-del-tutor-ia-rispetto-alla-relazione-docente-discente">I limiti del tutor IA rispetto alla relazione docente-discente</h2><p>Zuckerberg immagina che «tutti avranno un tutor e un coach personalizzati con un PhD in ogni disciplina». Questi sistemi possono essere utili in alcuni contesti, ma non sono indispensabili, e possono diventare dannosi se incoraggiano una dipendenza crescente dall’IA. Non è un dettaglio che un buon insegnante non debba necessariamente avere “pazienza illimitata”: un membro del nostro gruppo ricorda che fu proprio l’impazienza del proprio relatore di dottorato, in attesa della bozza del capitolo successivo, a fornire uno stimolo intellettuale decisivo per completare il lavoro.</p>
<p>Equiparare un agente IA a un tutor o a un insegnante umano è, a nostro avviso, una distorsione pericolosa: significa sostituire figure che, pur non essendo onniscienti, condividono la propria esperienza vissuta, con intelligenze prive di un fondamento cognitivo diretto nel mondo reale. Ed è un’equiparazione che incoraggia implicitamente l’idea, scientificamente e filosoficamente fuorviante, che l’IA funzioni in modi paragonabili al cervello umano.</p>
<h2 id="accesso-gratuito-e-divario-digitale-globale">Accesso gratuito e divario digitale globale</h2><p>Il manifesto promette che tutti avranno accesso libero o economico a questi strumenti. Non ci facciamo illusioni: l’accesso gratuito sarà disponibile solo in modalità ridotta, utile a catturare l’attenzione del grande pubblico; i sistemi più capaci resteranno probabilmente a pagamento. Meta, in fondo, è un’azienda, non un ente di beneficenza. La formula scelta, «per chi desidera pagare per usare più capacità di calcolo ci sarà un meccanismo di asta dinamica», non maschera l’asimmetria di potere di mercato tra chi produce e chi consuma questi servizi.</p>
<p>Qui si intrecciano due divari distinti. Il primo è geografico: nei paesi ad alto reddito l’uso di internet è vicino alla copertura universale (94% della popolazione online), mentre nei paesi a basso reddito la quota scende al 23%. Il secondo è interno a ciascun paese: il divario tra chi può permettersi l’accesso a servizi IA potenti e costosi e chi resta confinato a modelli gratuiti più semplici rischia di diventare sempre più marcato.</p>
<h2 id="occupazione-e-impatto-energetico-dei-data-center">Occupazione e impatto energetico dei data center</h2><p>Zuckerberg si dice ottimista sul fatto che in futuro ci sarà «abbondanza di posti di lavoro». Riteniamo che questa affermazione non sia sostenuta da evidenze empiriche sufficienti. Proprio perché l’IA è una rivoluzione dal ritmo di crescita senza precedenti, con sviluppi persino imprevedibili, i rischi occupazionali, sia in termini di numero di posti di lavoro sia di qualità del lavoro, ci sembrano elevati. Non si può inoltre ragionare solo a partire dal contesto della Silicon Valley: basti guardare alla Cina, che sta diventando essa stessa un leader tecnologico nell’IA, per capire quanto il quadro globale sia più complesso di come viene presentato.</p>
<p>Anche sul fronte dei data center, le “intenzioni eccellenti” dichiarate da Meta (costruire l’infrastruttura IA “con le comunità”) vanno lette insieme ai dati più recenti. Studi aggregati sugli Stati Uniti mostrano che fino al periodo 2019-2023 la crescita dei data center era associata a tariffe elettriche medie più basse, perché l’alto volume di vendite aiutava a distribuire i costi fissi della rete su una base più ampia. I dati del 2025-2026, però, mostrano che questa dinamica si sta frammentando nelle aree ad alta concentrazione, dove i vincoli locali di capacità stanno iniziando a far salire i prezzi.</p>
<h2 id="lequilibrio-di-potere-come-sostituto-dellallineamento-tecnico">L’equilibrio di potere come sostituto dell’allineamento tecnico</h2><p>Zuckerberg respinge l’idea di poter “perfezionare o allineare la tecnologia per produrre una singola superintelligenza benevola”, proponendo invece di affidarsi a un “giusto equilibrio di potere” tra persone e istituzioni con interessi concorrenti. È un approccio che ci convince solo in parte, anche se relativamente originale.</p>
<p>Crediamo davvero che persone e istituzioni con interessi diversi si controllino e bilancino naturalmente in modi che portano a esiti positivi? Notiamo, tra l’altro, che dall’elenco dei soggetti in gioco manca proprio un attore cruciale: le aziende. E più in profondità, questa impostazione sembra trascurare la condizione minima perché i controlli reciproci funzionino, cioè che gli attori coinvolti dispongano di forme di potere sufficientemente bilanciate. Possiamo seriamente assumere che le grandi aziende hi-tech, i singoli governi nazionali e i singoli utenti abbiano un potere comparabile?</p>
<p>C’è poi un aspetto che riguarda più da vicino la nostra competenza. Se, come prevede lo stesso Zuckerberg, diversi “allineamenti” saranno in competizione tra loro, siamo sicuri che gli agenti più eticamente rigorosi (quelli che, per usare il suo esempio, “rifiutano di aiutare a redigere una lettera ai futuri genitori in una scuola”) prevarranno su quelli meno scrupolosi? La teoria evolutiva dei giochi mostra che, all’interno di una popolazione, l’evoluzione di comportamenti altruistici rispetto a quelli egoistici può produrre esiti molto diversi, e spesso non ottimali dal punto di vista sociale. Affidarsi al solo bilanciamento spontaneo di interessi concorrenti, senza un monitoraggio costante e una funzione pubblica indipendente di informazione, ci sembra quindi una scommessa rischiosa.</p>
<p>Da qui nasce, a nostro avviso, l’urgenza per l’Europa, e per chiunque voglia mantenere la possibilità di decisioni basate sul pensiero critico, di sviluppare una propria infrastruttura digitale pubblica indipendente, senza affidarsi interamente alle aziende Big Tech.</p>
<h2 id="cosa-manca-progresso-umano-prima-della-superintelligenza">Cosa manca: progresso umano prima della superintelligenza</h2><p>Non siamo né contro l’innovazione né contro l’IA agentica. Ma una trasformazione di questa portata non dovrebbe essere definita esclusivamente da chi sviluppa la tecnologia. Condividiamo in pieno le parole di Alberto Carrara, presidente dell’International Institute of Bioethics, in una sua lettera aperta a Zuckerberg: una persona può diventare più informata senza diventare più saggia, più produttiva senza sentirsi realizzata, più connessa senza diventare capace di relazioni più profonde, più potente senza diventare più responsabile.<br>
E condividiamo anche l’intuizione di Federico Faggin: se siamo soltanto macchine, una macchina può superarci; ma se siamo qualcosa di più, con proprietà che non coincidono con quelle di una macchina, allora possiamo trovare un modo per lavorare insieme. Come Faggin, non critichiamo la ricerca della superintelligenza in sé, ma riteniamo che non debba essere l’obiettivo finale. È più urgente fare prima progressi sul lato umano, un compito che riguarda l’etica non meno della tecnologia.</p>
<p>Se l’IA deve servire l’umanità, il dibattito non può essere lasciato soltanto a prestazioni, scalabilità e competizione di mercato. Deve includere autonomia, responsabilità, e una riflessione seria su cosa significhi davvero il progresso umano. Questi temi sono ampi, e ci riserviamo il diritto di tornarvi con analisi più approfondite.</p>
<p><em>L’analisi integrale di AlgoRadar è disponibile <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/futuro-tutti-nostre-considerazioni-manifesto-zuckerberg-allegato.pdf">in allegato</a>.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cambiamenti climatici: l'adattamento non ostacoli la prevenzione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione/</guid><pubDate>Mon, 17 Aug 2026 11:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><description>La retorica dell&amp;amp;rsquo;adattamento rischia di far coincidere il controllo degli effetti del cambiamento climatico con l&amp;amp;rsquo;intervento sulle sue cause. La sanità pubblica insegna che protezione e mitigazione non sono strategie alternative: senza la prevenzione primaria, ogni altra misura di tutela resta una rincorsa a un rischio destinato a crescere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento/">l&rsquo;intervento su Scienza in rete</a> dedicato ad argomentare che quello che oggi viene spesso definito “adattamento” ai cambiamenti climatici non coincide con l&rsquo;adattamento biologico della specie umana, ma piuttosto in strategie tecnologiche, urbanistiche e organizzative finalizzate a migliorare la convivenza con un ambiente sempre più ostile, ritengo utile compiere un ulteriore passo sul terreno della sanità pubblica.</p>
<h2 id="prevenzione-primaria-secondaria-e-terziaria-una-distinzione-utile">Prevenzione primaria, secondaria e terziaria: una distinzione utile</h2><p>Da oltre un secolo la medicina preventiva distingue tra prevenzione primaria, che interviene prima che il danno si produca riducendo o eliminando i fattori di rischio, prevenzione secondaria, finalizzata all&rsquo;individuazione e all&rsquo;intervento precoce, e prevenzione terziaria, che mira a ridurre le complicanze e le conseguenze delle malattie ormai manifeste.<br>
Applicando questa logica ai cambiamenti climatici emerge una distinzione tanto semplice quanto spesso trascurata.</p>
<p>La prevenzione più a monte (primaria) consiste nella riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione, l&rsquo;efficienza energetica, la mobilità sostenibile e la progressiva sostituzione dei combustibili fossili, perché interviene direttamente sul processo che alimenta il riscaldamento globale.</p>
<p>I climatizzatori, i sistemi di allerta, i piani caldo, le città più verdi, i centri di raffrescamento e la protezione delle persone fragili agiscono invece a valle: sono indispensabili misure di controllo e contenimento degli effetti sanitari del cambiamento climatico. Salvano vite umane, riducono ricoveri e decessi durante le ondate di calore, ma non incidono sulle cause del problema. La differenza, oltre che teorica, ha conseguenze molto concrete.</p>
<h2 id="che-cosa-dicono-i-dati">Che cosa dicono i dati</h2><p>Gli esempi non mancano. Dopo la drammatica estate del 2003, che provocò oltre 70.000 morti in eccesso in Europa, molti Paesi hanno sviluppato sistemi di allerta e piani di prevenzione. Queste misure hanno ridotto la vulnerabilità della popolazione: uno studio pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03186-1" rel="noopener">Nature Medicine</a> ha stimato che, senza le misure di mitigazione intraprese dall&rsquo;inizio del secolo, la mortalità correlata al caldo nel 2023 sarebbe stata circa l'80 per cento più elevata. Eppure, nello stesso anno si stimano 47.690 morti correlate al caldo in Europa. Per il 2024, un <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-025-03954-7" rel="noopener">successivo studio</a> ha stimato 62.775 decessi. Dunque, le misure di mitigazione funzionano ma sono costrette a rincorrere un rischio che continua ad aumentare.</p>
<p>Esistono, d&rsquo;altra parte, esempi molto concreti dell&rsquo;efficacia degli interventi sulle cause. Uno dei più evidenti è la progressiva riduzione dell&rsquo;uso del carbone. Secondo il <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2901822-1/abstract" rel="noopener"><em>Lancet Countdown</em></a>, tra il 2010 e il 2022 le morti attribuibili all&rsquo;inquinamento atmosferico da combustibili fossili sono diminuite di circa il 6 per cento, in larga parte grazie alla riduzione dell&rsquo;inquinamento prodotto dalla combustione del carbone, evitando circa 160.000 morti ogni anno.</p>
<p>Il punto essenziale è che i benefici della mitigazione non appartengono soltanto a un futuro nel quale il riscaldamento globale sarà, auspicabilmente, rallentato, una parte importante si manifesta subito attraverso la riduzione dell&rsquo;inquinamento atmosferico. È il cosiddetto co-beneficio: la stessa azione produce un vantaggio climatico nel medio-lungo periodo e un beneficio sanitario in tempi brevi.</p>
<h2 id="adattamento-non-è-mitigazione">Adattamento non è mitigazione</h2><p>Nel linguaggio della sanità pubblica, gran parte di ciò che il dibattito climatico definisce “adattamento” può quindi essere meglio definito come “controllo degli effetti”, un sistema di pratiche che interviene a valle della catena causale che produce quei medesimi effetti.<br>
Adattamento e mitigazione non vanno dunque confusi né, al tempo stesso, considerati strategie alternative. La protezione delle persone più vulnerabili è indispensabile, perché il cambiamento climatico è già in atto e continuerà a produrre effetti sanitari per molti anni. </p>
<p>Ma è un grave errore confondere il controllo degli effetti con l&rsquo;intervento sulle cause.<br>
In sanità pubblica nessuno penserebbe di sostituire la lotta al tabagismo con il solo potenziamento delle cure per il tumore del polmone, né di ridurre l&rsquo;inquinamento atmosferico limitandosi a migliorare le terapie per l&rsquo;asma. Allo stesso modo, climatizzatori, piani caldo e città resilienti non possono diventare sostituti della riduzione della combustione delle fonti fossili e delle relative emissioni.</p>
<p>La tecnologia è certamente parte della risposta. Ma proprio la crescente dipendenza da sistemi tecnologici di protezione pone un&rsquo;altra questione: quanto può essere sostenibile una società che, invece di ridurre progressivamente il rischio alla fonte, deve costruire protezioni sempre più complesse contro un ambiente che continua a diventare più ostile? Più aumenta il riscaldamento, maggiore diventa il bisogno di raffrescamento, infrastrutture resilienti, sistemi di allerta e assistenza alle popolazioni vulnerabili. E aumenta contemporaneamente il rischio che tali protezioni siano distribuite in modo diseguale.</p>
<h2 id="un-rischio-culturale-prima-ancora-che-politico">Un rischio culturale, prima ancora che politico</h2><p>Siamo quindi di fronte a un rischio culturale prima ancora che politico. Parlare genericamente di “adattamento” può alimentare l&rsquo;illusione che riusciremo sempre a proteggerci dagli effetti del riscaldamento globale. La sanità pubblica insegna invece che, per quanto indispensabile sia il controllo degli effetti, la strategia più efficace rimane quella di intervenire il più possibile a monte della catena causale.</p>
<p>Diversamente dalla retorica corrente sull&rsquo;adattamento, lo sviluppo della cultura, il progresso della medicina e il controllo ambientale hanno modificato i meccanismi della selezione naturale nella specie <em>Homo sapiens</em>, riducendo la capacità di adattamento biologico autonomo nel lungo periodo e rendendo gli individui sempre più dipendenti dalla tecnologia. Questo scenario “circolare” configura una co-evoluzione uomo-macchina che bypassa i tempi dell&rsquo;adattamento biologico, creando una specie protetta ma sistemicamente fragile, la cui sopravvivenza è sempre più legata alla stabilità e alla disponibilità del sistema tecnologico.</p>
<p>In questo contesto si coglie il netto contrasto tra il cittadino occidentale, sempre più dipendente dalla tecnologia e biologicamente fragile, e le persone costrette a migrazioni estreme, provenienti da aree in cui la selezione naturale e la storia evolutiva hanno mantenuto attivi i naturali meccanismi di adattamento agli shock termici e alimentari.<br>
Come si può osservare anche dal vivo, la dipendenza strutturale dalla tecnologia alimenta quella deriva tecnocratica già lucidamente denunciata da Jürgen Habermas: un processo in cui la gestione del futuro viene progressivamente sottratta al dibattito democratico e affidata all&rsquo;imperativo tecnico, trasformando le scelte politiche in meri problemi di ottimizzazione.</p>
<p>Per concludere, siamo di fronte a un rischio culturale prima ancora che politico: parlare genericamente di “adattamento” può indurre a credere che riusciremo sempre a proteggerci dagli effetti del riscaldamento globale. Nella prospettiva One Health, la strategia più efficace consiste nel vedere la prevenzione primaria non come un&rsquo;opzione tra le altre, bensì come la condizione necessaria affinché ogni altra misura di tutela possa funzionare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Alcol: l'epidemia che non fa rumore</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/alcol-lepidemia-fa-rumore/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/alcol-lepidemia-fa-rumore/</guid><pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Cagliano</dc:creator><description>Le prove sui danni dell&amp;amp;rsquo;alcol, dal cancro agli incidenti stradali, sono ormai solidissime. Eppure la sua gestione resta arretrata: pochi usano gli strumenti di screening, ancora meno arrivano alle cure efficaci già disponibili. Una strage silenziosa che il mondo continua a permettersi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/alcol-lepidemia-fa-rumore-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/alcol-lepidemia-fa-rumore-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se Ennio Flaiano notava su <em>Diario degli errori</em> che «La battaglia contro l’alcolismo prende accenti birichini», William Faulkner aveva raccontato nel suo diario come andava la sua vita: «Due scotch al bar. Tre drink al mattino. Un daiquiri al Dirty Dick&rsquo;s, tre bicchieri di vino rosso a pranzo e tre di vino a cena». William Faulkner creò pagine memorabili come <em>Luce d’agosto</em> o <em>L’urlo e il furore</em>, e vinse il Nobel per la letteratura nel 1949, ricordato meno per essere stato stregato dall’alcol, soprattutto negli ultimi anni, quando il bere sembrò tirare fuori un nuovo Faulkner, sempre più solo. </p>
<p>Non fu l’unico caso: tra gli scrittori con un rapporto infelice con l’alcol si contano Hemingway, Scott Fitzgerald, Cheever, Highsmith, Capote, London, Duras, Bishop, Crane, Ginzburg, O’Brian o anche Bukowski. Ma sulla rivista <em>Atlantic</em> l’articolo <a href="https://www.theatlantic.com/newsletters/2026/05/alcohol-as-muse-writers-origins/687173/" rel="noopener">Le origini dell’alcol come musa ispiratrice</a> racconta: «Aggiungete Sinclair Lewis e John Steinbeck alla lista, e otterrete cinque degli otto premi Nobel per la letteratura nati negli Stati Uniti nel Novecento che avevano una storia di eccessi con l&rsquo;alcol». </p>
<h2 id="effetti-letali">Effetti letali</h2><p>Da quando hai cominciato a leggere l’articolo, ogni 12 secondi è morta per l’alcol una persona e quindi la sostanza ha ucciso 2,6 milioni di persone nel mondo. In Europa ne perdiamo ogni giorno 800, in Italia per lo stesso motivo 48, ogni anno 17.000. Nel Vecchio continente l’alcolismo è di gran lunga la causa più comune di morte per malattie del fegato e provoca oltre 70.000 decessi ogni anno per cancro. Negli Stati Uniti, secondo la rivista <em>Stat</em>, l’alcol non è più considerato per ciò che è, cioè «una dipendenza che uccide quasi 500 americani ogni giorno e causa in un anno più decessi di tutte le malattie infettive messe insieme». </p>
<p>Occorre affrontare il problema del consumo dell’alcol, <a href="http://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40305713/" rel="noopener">avevano scritto</a> Alex Krist e Katharine Bradley sul <em>New England Journal of Medicine</em> nel 2025: «L&rsquo;abuso di alcol è l&rsquo;ottava causa di morte e la quarta causa di riduzione della qualità della vita negli Stati Uniti». In quel periodo,  2020-2021, aggiungevano, «Sono stati registrati 178.000 decessi dovuti all&rsquo;abuso di alcol: due terzi a causa dell&rsquo;abuso cronico di alcol e un terzo a causa degli effetti acuti (per esempio, incidenti stradali, suicidio e overdose da alcol).» L’alcol è anche causa possibile di malattie del fegato, pancreatite, danni neurologici, malattie cardiovascolari, cancro. Inoltre, il suo abuso compromette le relazioni umane e di lavoro ed è associato alla solitudine e può generare disturbi ansioso-depressivi, disturbi da stress post-traumatico e da uso di sostanze». </p>
<p>«L&rsquo;abuso di alcol crea numerosi problemi nella società moderna, la cui rilevanza è testimoniata dalla costante attenzione che ricevono da parte di autori contemporanei, sia in ambito letterario che scientifico. Questi problemi possono essere divisi in tre categorie: psicologici, medici e sociologici». Così esordiva nel 1977 il capitolo <em>Alcohol and Alcoholism</em> del volume <em>Principles od Neurology</em> di Raymod Adamds e Maurice Victor, che hanno contribuito a creare la medicina statunitense. «Il principale problema psicologico è perché una persona beve, spesso con la piena nozione che una tale azione risulterà in un danno fisico a sé stesso e a un danno irreparabile alla sua famiglia». Sul piano medico la questione «comprende tutti gli aspetti dell&rsquo;abitudine all&rsquo;alcol, nonché le patologie derivanti dall&rsquo;abuso. Il problema sociologico riguarda gli effetti dello stato di ebbrezza prolungata sulla famiglia e sulla comunità del paziente». Parole di medici fuoriclasse. Ma andiamo per ordine.</p>
<h2 id="il-problema-alcol-nel-mondo">Il problema alcol nel mondo</h2><p>Anche per l’OMS, nel 2025, occorre distinguere tra consumo e abuso: il consumo ha contribuito a 2,6 milioni di morti nel complesso, mentre l’abuso è costato la vita al 6,9 per cento degli uomini e al 2 per cento delle donne. «L&rsquo;alcol, continua l&rsquo;OMS, è il principale fattore di rischio per mortalità prematura e disabilità nella fascia di età tra i 20 e i 39 anni, rappresentando il 13 per cento di tutti i decessi in questa fascia d&rsquo;età». Un&rsquo;altra cosa che denuncia, senza clamore, l&rsquo;OMS nel suo rapporto 2025, è che «le popolazioni svantaggiate e particolarmente vulnerabili presentano tassi più elevati di mortalità e ospedalizzazione correlati all&rsquo;alcol».</p>
<p>L’alcolismo è un problema enorme, non risolvibile con l’idea che «alcolisti si nasce». Non si può rispondere che «alcolisti si diventa» conservando qualche gene difettoso nel DNA, visto che tra ebrei, mormoni e arabi che disapprovano sul piano morale gli alcolici il problema è semisconosciuto. La tempesta alcolica nel corpo umano deve misurarsi non solo con i messaggi di una doppia elica difettosa, ma anche con ciò che sente di verbale. </p>
<p>L’epidemiologo Geoffrey Rose, nelle pagine del suo <em>Le strategie della medicina preventiva</em>, nel 1996 osservava che «fra tutte le minacce alla nostra salute l’alcol è quella che causa lo spettro più ampio di danni». L’alcol «fa vivere meno, […] danneggia il cervello, e quindi le capacità intellettive della persona, ha conseguenze su fegato, cuore e nervi, contribuisce alla depressione, alla violenza e gli si attribuisce più o meno un quarto di tutte le morti sulle strade, compresi quanti guidano in stato di ebbrezza, i pedoni sobri e quelli ubriachi».</p>
<h2 id="sul-piano-mondiale">Sul piano mondiale </h2><p>Il quadro è più composito: la sostanza ha sedotto una fetta importante del genere umano, con conseguenze molto diverse da Paese a Paese, comprese le economie più povere. Quasi la metà della popolazione mondiale di età superiore ai 15 anni consuma regolarmente alcol. Ma se l’Europa consuma, l’Africa sembra astenersi, il resto sembra mercato. Se restiamo un attimo ai dati 2022 OMS, la Regione europea è risultata quella più in cima quanto a rilievi. Un adulto medio della Regione ha consumato l&rsquo;equivalente di 9,1 litri di alcol puro, la media regionale più alta a livello mondiale. </p>
<p>In ogni caso, secondo il sito Stat, la dimensione economica sembra aver catturato tutti: «Persino i costi economici dell&rsquo;abuso, che superano <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26477807/" rel="noopener">i 240 miliardi di dollari</a> l&rsquo;anno, una cifra superiore al <a href="https://www.healthsystemtracker.org/brief/the-burden-of-medical-debt-in-the-united-states/" rel="noopener">debito sanitario</a> complessivo di tutti gli americani, sono stati trascurati». È solo un esempio di quanto ha detto in altra forma quest’anno dal <em>Lancet</em>, ricordando che i mondiali di calcio maschili hanno fatto allargare gli orari di vendita degli alcolici in Massachusetts, New York, Canada e Gran Bretagna. La conclusione amara di Villalba e Torres nel loro <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2826%2901255-9/fulltext" rel="noopener">The beautiful ad: alcohol promotion at the 2026 men’s World Cup</a> è che: «I governi si comportano costantemente come se dare priorità al profitto […] fosse inevitabile per mantenere l&rsquo;economia in funzione, anche quando settori non regolamentati, si tratti di alimenti, tabacco o, in questo caso, di alcol, hanno un effetto negativo sulla salute della popolazione».</p>
<p>Restano altre domande però. Perché il caos non creativo dei fatti di cronaca non si piega all’immagine alcol e violenza domestica? E a questa domanda tragica la rivista <em>Lancet</em> nel 2025 aveva risposto che: «Nel 2023, abbiamo stimato che 608 milioni di donne di età pari o superiore a 15 anni erano state esposte alla violenza domestica e 1,01 miliardi di individui di età pari o superiore a 15 anni avevano subito violenza sessuale durante l&rsquo;infanzia».</p>
<p>E della seconda domanda che dire? Perché un numero crescente di giovani viene sedotto da bottiglie e barilotti? Per quale ragione degli inconsapevoli rischiano infezioni sessuali o disturbo da uso di alcol (o AUD)? Se lo chiedevano anche Tim Slade e Siobhan O&rsquo;Dean in un <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2825%2900255-5/fulltext" rel="noopener">editoriale</a> di <em>Lancet Public Health</em>. Ed ecco la loro risposta: «dobbiamo cercare di capire come i modelli di consumo di alcol in rapida evoluzione delle nuove generazioni […] possano influenzare le tappe di sviluppo nella storia dell&rsquo;AUD». Le ragioni del fenomeno AUD sono numerose quanto le dita delle nostre mani: biologia, costume, evasione, ignoranza, miseria, pressione economica, sofferenza umana. «La salute, osservava Italo Svevo, non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio; solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi». </p>
<h2 id="sappiamo-quanti-sono-i-bevitori-e-gli-alcolizzati-nel-mondo">Sappiamo quanti sono i bevitori e gli alcolizzati nel mondo?</h2><p>Se la classifica dei consumi vede la Romania in cima con 17,1 litri  a testa ogni anno, in coda sopravvive il Kuwait, con 0,5 litri ogni 12 mesi. E se tra i primi cinque Paesi brillano tristemente quelli dell’Est europeo, tra i primi 10 troviamo un Paese europeo e uno africano. Nella classifica dei bevitori scarsi invece, a salire dal Kuwait, tra i primi 30 Paesi, si trovano tutti Paesi africani. In alcuni si beve 0,5 litri ogni anno e poi sempre di più sino a un litro, sempre ogni 12 mesi. In Italia, le ultime informazioni ufficiali dell’<a href="https://www.epicentro.iss.it/alcol/EpidItalia" rel="noopener">Osservatorio Nazionale Alcol</a> (ONA) dell’Istituto Superiore di Sanità, dicono che nel 2020 il 56,2% delle donne e il 77,2% degli uomini “di età superiore a 11 anni” (formula burocratica ripetuta ovunque) ha consumato almeno una bevanda alcolica, per un totale di quasi 35 milioni di individui. </p>
<p>Ma se ci allarghiamo dal nostro Paese possiamo trovare, per esempio, ciò che diceva l’indagine OCSE <em><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/it/publications/reports/2025/07/preventing-harmful-alcohol-use-country-notes_88239678/italy_708d2c20/3e043154-it.pdf" rel="noopener">To prevent alcohol harmful use</a></em>: ciascuno consuma ogni anno circa 7,8 litri di alcol puro, equivalenti grosso modo a 1,6 bottiglie di vino o a tre litri di birra a settimana per persona di almeno 15 anni. Ma ci sono gruppi di persone più a rischio in particolare, perché almeno una volta al mese il 22,1% degli adulti si dedica al <em>binge drinking</em>, “lo sballo del sabato sera”. Moda preoccupante, venuta soprattutto dai Paesi nordici e sempre più diffusa in Italia, con punte del 15% di bevitori fuori pasto intervistati. Così, lo 0,6% degli adulti ha una dipendenza dall’alcol e tra i ragazzi di 15 anni, il 17% delle ragazze e il 20% dei ragazzi si sono ubriacati almeno due volte. E pensare che i ragazzini che non si sono mai ubriacati hanno il 55% di probabilità in più di avere un buon rendimento scolastico.</p>
<h2 id="diagnosi-e-sottodiagnosi">Diagnosi e sottodiagnosi</h2><p>Per tornare a <em>Stat</em>, la rivista sottolinea che per il problema dell&rsquo;alcol occorre dare il giusto peso alla sostanza nelle diagnosi dei malati, mentre l&rsquo;alcol resta una specie di mina vagante nelle diagnosi conclusive. Dire che una persona ha una “sofferenza epatica” o un’insufficienza epatica o persino una cirrosi non ci dice quanto tempo la persona passasse al bar. Scrive <em>Stat</em>: «Delle 178.000 morti che si verificano ogni anno a causa dell&rsquo;alcol, circa un terzo è dovuto a cause come incidenti stradali e intossicazione da alcol» ma il resto viene da cancro, malattie cardiache, insufficienza epatica e altre malattie croniche dovute a un consumo eccessivo e prolungato. </p>
<p>Per un’idea più completa serve uno sguardo ulteriore, quello dell’epidemiologo inglese Michael Marmot, utile a capire dove intervengono prezzi, disponibilità economica e cultura, cioè le variabili collettive. A queste si aggiungono le variabili personali, dalla genetica alla storia della persona, fino a quella che Marmot chiama “sottocultura”. Occorre aprirsi al diverso, è vero, ma il diverso può indicare il nuovo o rappresentare la fine. Nel caso drammaticamente esemplare dell’Unione Sovietica, prima del crollo in Russia, scriveva Marmot nel suo <em>La salute diseguale</em>: «L’alcol è una causa, ma dovremmo chiederci come mai, rispetto al passato, un numero maggiore di russi si uccideva usando il bere. Si può definire “il bere quantità fatali di alcol” come una scelta razionale per massimizzare l’utilità?». Sembrano pensieri di Nicolaj Gogol’ o considerazioni fuggite dai neuroni del medico Michail Bulgakov. </p>
<h2 id="nessun-livello-di-consumo-di-alcol-è-sicuro-per-la-nostra-salute">Nessun livello di consumo di alcol è sicuro per la nostra salute</h2><p>Nel 2025 l’ex responsabile della salute statunitense Vivek Murthy dichiarò che: «Il consumo di alcol è la terza causa prevenibile di cancro negli Stati Uniti, dopo il tabacco e l’obesità, aumentando il rischio di almeno sette tipi di cancro». E aggiungeva: «La maggior parte degli americani non è consapevole di questo rischio». </p>
<p>Per la IARC, l&rsquo;Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, nella sua informativa del 2025 titolava <em><a href="https://www.airc.it/news/alcol-e-salute-un-nuovo-rapporto-globale-delloms-conferma-i-rischi-degli-alcolici" rel="noopener">Alcol: nessun livello di consumo è sicuro per la nostra salute</a></em>. E argomentava che anche bere piccole quantità di alcol aumenta il rischio della maggior parte dei tumori correlati.</p>
<p>La IARC inoltre ha classificato l’alcol come cancerogeno di Gruppo 1, quello a più alto rischio, insieme ad amianto, radiazioni e tabacco. Il rischio di sviluppare un tumore aumenta in maniera considerevole all&rsquo;aumentare del consumo di alcol. Legata all’OMS e considerata una delle più affidabili fonti di studio per il cancro, la IARC spiega che ogni bevanda alcolica è causa possibile di cancro e ciò perché dall&rsquo;etanolo deriva l&rsquo;acetaldeide, una sostanza creata quando l&rsquo;etanolo è metabolizzato dall&rsquo;organismo, ed entrambi sono cancerogeni. «Esistono molti modi in cui l&rsquo;alcol può causare la malattia, tra cui danni al DNA, stress ossidativo, cambiamenti ormonali e alterazioni del microbiota intestinale». Quindi interrompere o ridurre il consumo di alcol diminuisce il rischio di sviluppare il cancro. Gli uomini rappresentano oltre i tre quarti (il 78%) di questo carico di cancro potenziale in giro per il pianeta. </p>
<h2 id="lalcol-e-gli-incidenti">L’alcol e gli incidenti</h2><p>L’alcol continua a essere uno dei grandi nemici della salute per gli incidenti stradali, sostiene il <em><a href="https://road-safety-charter.ec.europa.eu/content/driving-under-influence-road-safety-priority-0" rel="noopener">Driving under the influence, a road safety priority</a></em> della UE. E questo perché alcol, droghe illegali e i vari farmaci compromettono le capacità funzionali del conducente aumentando il rischio di incidenti. Con una concentrazione di alcol nel sangue di 0,5 g/L per i conducenti il rischio è stimato 1,4 volte maggiore a quello di un conducente sobrio, a 1,0 g/L quasi 5 volte superiore, e a 1,5 g/L circa 20 volte superiore. Per gli incidenti mortali, il rischio è ancora maggiore, soprattutto quando si associano alcol e droghe illegali. Nel 2025 nell’UE si stimava che dall'1,5 al 2% dei chilometri fossero percorsi con un tasso alcolemico illegale, in pratica da milioni di conducenti sotto l&rsquo;influenza dell&rsquo;alcol. Tra i decessi stradali nell&rsquo;UE, uno su quattro è legato all&rsquo;alcol, anche se questi stanno diminuendo più rapidamente rispetto ad altri. Per le infrazioni relative al consumo dell’alcol in gravidanza piuttosto comune, purtroppo, le percentuali variano da Paese a Paese e si stima che a livello globale si aggirino intorno al 10%, con punte fino al 25% in Europa. </p>
<p>Per gli incidenti sul lavoro, il Centro regionale di documentazione per la promozione della salute (DORS) <a href="https://www.dors.it/2023/07/incidenza-e-caratteristiche-epidemiologiche-degli-infortuni-sul-lavoro-correlati-allalcol/" rel="noopener">documenta</a> che in Italia un numero variabile da 4 al 20% degli infortuni risulta legato al consumo di alcolici, direttamente o indirettamente. Su circa 940.000 denunce annuali all&rsquo;Inail, si stima l&rsquo;alcol come concausa da 37.000 a 188.000 incidenti. Numeri che fanno pensare, perché simili infortuni, scrive Lidia Fubini nel fascicolo di luglio 2023 di DORS, un numero che andrebbe letto per seguire la dinamica delle disgrazie umane «circa il 51 per cento avvengono in modo particolare, dicendo, a esempio: “ha urtato contro…”, ha messo un “piede in fallo” […].» Alcuni studi valutano che gli infortuni dovuti all’abuso di alcol siano il 10–20 per cento di tutti gli infortuni. Altri che hanno misurato l’alcolemia subito dopo l’infortunio evidenziano che circa il 4 per cento dei lavoratori infortunati presenta livelli elevati di alcol nel sangue». «L’assunzione di bevande alcoliche, conclude Fubini, rappresenta sempre un “rischio aggiuntivo” rispetto a un rischio lavorativo preesistente che deve essere sempre ridotto al minimo».</p>
<p>Mettere in pratica misure contro l&rsquo;abuso di alcolici, almeno sinora, non ha dato risultati incoraggianti, dicono gli autori di un&rsquo;<a href="https://evidence.nejm.org/doi/full/10.1056/EVIDra2500065?query=ev_WU" rel="noopener">indagine</a> uscita il 28 luglio sul <em>New England Journal of Medicine</em>. I mezzi per lo screening (utili per identificare il consumo di alcol e disponibilissimi) sono «utilizzati raramente». Nella gestione dell&rsquo;astinenza da alcol i protocolli non si sono adeguati alle prove recenti per ridurre l&rsquo;impiego di benzodiazepine. E nonostante le buone prove di efficacia di trattamenti psicosociali e di farmacoterapie, per esempio il naltrexone, «per i disturbi legati all&rsquo;uso di alcol la maggior parte delle persone non riceve questi trattamenti».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Se la scuola tace, educano i social: perché serve l’educazione sessuo-affettiva</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo/</guid><pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Borrata</dc:creator><category>societa</category><description>Dal 7 luglio è in vigore la legge n. 104 del 2026 e ora una raccolta firme chiede un referendum abrogativo. La riflessione di un docente veronese: coinvolgere le famiglie è indispensabile, ma rendere opzionali conoscenze su rispetto, consenso e prevenzione rischia di lasciare sole proprio le persone più fragili</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scuola-tace-educano-social-perche-serve-educazione-sessuo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è davvero bisogno di un’autorizzazione scritta per parlare a scuola di corpo, relazioni, consenso e sessualità? La domanda non è più teorica. Dal 7 luglio è in vigore la <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/06/22/26G00121/SG" rel="noopener">legge 9 giugno 2026, n. 104</a>, sul consenso informato in ambito scolastico; mentre scrivo, è appena partita <a href="https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/7500000" rel="noopener">la raccolta di almeno 500.000 firme</a> per un referendum che ne chiede l’abrogazione integrale. È un confronto che merita serietà, perché riguarda il confine tra il ruolo delle famiglie, l’autonomia della scuola e il diritto di ragazzi e ragazze a ricevere informazioni corrette.</p>
<p>La legge prevede che, nelle scuole secondarie, la partecipazione alle attività extracurricolari e a quelle di ampliamento dell’offerta formativa su temi attinenti alla sessualità richieda il consenso preventivo scritto dei genitori, o dello studente se maggiorenne, dopo la visione dei materiali, degli obiettivi e degli eventuali esperti coinvolti. Se l’adesione manca, lo studente non partecipa oppure riceve un’attività alternativa. Per la scuola dell’infanzia e la primaria sono escluse le ulteriori attività didattiche e progettuali su questi temi, ferme restando le <a href="https://www.mim.gov.it/pubblicazioni/-/asset_publisher/6Ya1FS4E4QJw/content/indicazioni-nazionali-per-il-curricolo-della-scuola-dell-infanzia-e-del-primo-ciclo-d-istruzione" rel="noopener">Indicazioni nazionali</a>.</p>
<p>Proprio l’esclusione della scuola primaria è uno dei punti più delicati. Le indicazioni congiunte di UNESCO, OMS, UNICEF e altre agenzie delle Nazioni Unite raccomandano infatti un percorso graduale già dai cinque anni, adeguato allo sviluppo, anche perché norme e stereotipi di genere cominciano a radicarsi molto presto. A quell’età non si tratta di anticipare contenuti propri dell’adolescenza, ma di aiutare bambini e bambine a conoscere il corpo e le emozioni, rispettare i confini propri e altrui, riconoscere bullismo, violenza o abuso e sapere a chi chiedere aiuto. Escludere in blocco queste attività nella primaria rischia quindi di rinunciare proprio alla fase in cui si costruiscono le basi del rispetto e della sicurezza.</p>
<p><a href="https://www.mim.gov.it/pubblicazioni/-/asset_publisher/6Ya1FS4E4QJw/content/indicazioni-nazionali-per-il-curricolo-della-scuola-dell-infanzia-e-del-primo-ciclo-d-istruzione" rel="noopener">Collaborazione non è autorizzazione</a></p>
<p>Informare le famiglie è giusto. Rendere trasparenti materiali, finalità e competenze degli esperti è doveroso. La scuola non deve agire alle spalle dei genitori e nessuno può pensare di sostituirsi al loro compito educativo. Ma informare non è la stessa cosa che attribuire un potere di esclusione su conoscenze che riguardano salute, sicurezza e dignità. Il punto critico, a mio avviso, è proprio qui: quando la collaborazione diventa autorizzazione, un diritto formativo comune rischia di trasformarsi in un’opportunità facoltativa, diversa da famiglia a famiglia.</p>
<p>L’espressione “temi attinenti all’ambito della sessualità” è ampia, mentre nella vita reale della scuola il confine tra lezione curricolare, laboratorio interdisciplinare e ampliamento dell’offerta formativa non è sempre netto. Il rischio non è soltanto il contenzioso: è che, per prudenza, qualche scuola rinunci in partenza ad affrontare questioni complesse ma necessarie.</p>
<p>Del resto, l’educazione sessuo-affettiva è già dentro i libri che usiamo. È in Freud, nella libido, nelle pulsioni e nel complesso di Edipo; è nella Lisistrata di Aristofane, in Saffo, Catullo e Ovidio. Attraversa Paolo e Francesca, il Decameron, Angelica e Medoro, La Lupa, Il piacere, La coscienza di Zeno, Gli indifferenti, Ragazzi di vita e L’isola di Arturo. Sono opere che parlano di desiderio, gelosia, potere, tradimento, identità, libertà e responsabilità. Non leggerle in questa profondità significherebbe svuotarle della loro umanità.</p>
<p>Lo stesso vale per l’arte: la Nascita di Venere, il David e il Giudizio Universale, Apollo e Dafne, Amore e Psiche, Paolina Borghese o Il bacio di Klimt non sono immagini da coprire, ma occasioni per comprendere il corpo, il mito, il desiderio e perfino la sopraffazione. Vale per la storia, quando si studiano la condizione femminile, il patriarcato, gli stupri di guerra, le persecuzioni e le discriminazioni. Vale per le scienze, quando si parla di pubertà, apparato riproduttivo, gravidanza, prevenzione e infezioni sessualmente trasmissibili. La cultura non è asessuata e la scuola non può trattarla come un campo minato.</p>
<p>Nel dibattito pubblico sono state evocate anche drag queen e attori pornografici nelle aule. Ma non risultano progetti nazionali, linee ministeriali o una pratica diffusa che affidino l’educazione sessuo-affettiva alle drag queen. È legittimo pretendere che ogni soggetto esterno abbia competenze adeguate, obiettivi chiari e materiali trasparenti; peraltro la legge prevede già la deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio d’istituto. Ma una politica educativa non dovrebbe essere costruita attorno a immagini estreme usate come se descrivessero la normalità.</p>
<h2 id="un-percorso-graduale-evidence-e-adeguato-alletà">Un percorso graduale, <em>evidence</em> e adeguato all’età</h2><p>Che cosa dovrebbe essere, allora, l’<a href="https://www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.pdf" rel="noopener">educazione sessuo-affettiva</a>? Non una lezione su come vivere la propria intimità e non un invito ad anticipare esperienze. L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce un percorso graduale, adeguato all’età e fondato su informazioni scientifiche. Significa imparare a riconoscere i confini del proprio corpo, comprendere che un “no” va rispettato, distinguere l’affetto dal possesso, gestire un rifiuto senza trasformarlo in rabbia, chiedere aiuto davanti a un abuso e sapere che condividere l’immagine intima di un’altra persona senza consenso è una forma di violenza, non uno scherzo da chat.</p>
<p>Serve a riconoscere il controllo travestito da gelosia, la pressione del gruppo, il ricatto emotivo, lo stalking e la violenza digitale. Serve a chi vive conflitti o silenzi in famiglia e non sa a quale adulto affidarsi; a chi subisce bullismo per il proprio corpo o per il modo in cui viene percepito; a chi cerca risposte sulla pubertà e finisce per riceverle dalla pornografia, dagli algoritmi o da coetanei altrettanto disorientati. Serve anche a prevenire comportamenti sessuali a rischio, gravidanze indesiderate e infezioni, senza confondere la prevenzione con l’incoraggiamento. Le evidenze richiamate da OMS e UNESCO mostrano infatti che programmi di qualità non anticipano l’attività sessuale e possono ridurre i comportamenti a rischio.</p>
<p>Non sarebbe serio sostenere che qualche ora a scuola possa, da sola, fermare la violenza contro le donne o guarire ogni ferita affettiva. La prevenzione non è una formula magica: è un lavoro lungo che coinvolge famiglie, scuola, servizi, cultura e responsabilità individuale. Ma imparare presto che l’amore non giustifica il controllo, che la paura non è una prova d’affetto e che il consenso può essere ritirato è una parte concreta di quel lavoro. Togliere questi strumenti non rende ragazzi e ragazze più innocenti, li rende soltanto più soli davanti a problemi che esistono già.</p>
<p>C’è poi una questione di uguaglianza. Non tutti i genitori hanno le stesse conoscenze, lo stesso tempo o la stessa serenità per affrontare questi temi. Non ogni mancato consenso nasconde un disagio, naturalmente; ma un sistema basato sull’esclusione non può sapere se sta lasciando fuori proprio la giovane persona che avrebbe più bisogno di incontrare un adulto competente. La scuola non deve prendere il posto della famiglia: deve garantire che il silenzio di una famiglia non diventi il destino educativo di un figlio o una figlia.</p>
<h2 id="perché-non-sia-mero-adempimento-burocratico">Perché non sia mero adempimento burocratico</h2><p>Avrei preferito una scelta diversa: linee guida nazionali chiare, contenuti differenziati per età, docenti formati, collaborazione con psicologi, consultori e professionisti qualificati, materiali accessibili alle famiglie, monitoraggio e risorse dedicate. La legge, invece, introduce nuovi passaggi, attività alternative e verifiche, ma si chiude con una clausola di invarianza finanziaria. Chiede quindi alle scuole più organizzazione senza attribuire nuovi fondi. Anche questo rischia di trasformare un tema educativo in un adempimento burocratico.</p>
<p>Per queste ragioni considero la raccolta firme per il referendum una legittima occasione democratica per riaprire il confronto. Il quesito chiede di abrogare interamente la legge n. 104 del 2026. Sostenerlo non significa essere contro le famiglie: significa chiedere un equilibrio diverso, fondato su informazione preventiva, competenza e trasparenza, ma senza trasformare la formazione su salute, rispetto e sicurezza in un percorso a cui ciascuno accede solo se arriva una firma.</p>
<p>Da docente penso che la scuola non debba dire a ragazzi e ragazze chi amare o come vivere la propria identità. Deve però insegnare che nessuno può possedere il corpo, la voce o la libertà di un’altra persona. Educare non è indottrinare e tacere non è neutralità. Se la scuola arretra, il vuoto viene riempito dai social, dalla pornografia, dagli stereotipi e dalla violenza del gruppo. E questi cattivi maestri, a differenza della scuola, non mostrano prima i loro materiali e non chiedono il consenso a nessuno.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Firma anche tu la petizione in difesa di Anthony Fauci!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-tu-petizione-difesa-anthony-fauci/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/firma-tu-petizione-difesa-anthony-fauci/</guid><pubDate>Tue, 11 Aug 2026 09:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stand up for Science</dc:creator><description>PETIZIONE AL CONGRESSO A SOSTEGNO DEL DOTT. ANTHONY FAUCI E DELLA SALUTE PUBBLICA AMERICANA I repubblicani stanno strumentalizzando la Commissione per la Sic&amp;amp;hellip;</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/firma-tu-petizione-difesa-anthony-fauci.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/firma-tu-petizione-difesa-anthony-fauci.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><strong>PETIZIONE AL CONGRESSO A SOSTEGNO DEL DOTT. ANTHONY FAUCI E DELLA SALUTE PUBBLICA AMERICANA</strong></p>
<p>I repubblicani stanno strumentalizzando la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato per attaccare il dottor Anthony Fauci, cercando di attribuirgli la responsabilità esclusiva della pandemia di COVID, nonostante il fatto che l’amministrazione Trump fosse al timone durante il primo anno della risposta alla pandemia. Questi attacchi sfruttano le lamentele politiche relative alla pandemia per tentare di riscrivere la storia del COVID, criminalizzare la scienza e minare la fiducia nelle politiche di sanità pubblica. Gli esempi storici di regimi che si sono rivoltati contro i propri scienziati non costituiscono un buon precedente per il momento attuale.</p>
<p>Nei suoi cinquant’anni come funzionario di spicco della sanità pubblica statunitense e consulente dei presidenti, il dottor Fauci si è distinto per il suo impegno a proteggere la salute di TUTTI gli americani. Con patriottismo e umiltà, ha guidato la lotta contro i principali flagelli virali della nostra epoca: HIV/AIDS, SARS, influenza suina, MERS, Ebola e COVID-19.</p>
<p>La campagna diffamatoria pubblica contro il dottor Fauci, che ora include anche accuse di oltraggio alla corte, è un avvertimento palese a qualsiasi futuro consulente scientifico o di sanità pubblica: questa amministrazione denigrerà qualsiasi leader scientifico per ottenere favori politici, persino i leader della sanità pubblica che dicono la verità come il dottor Fauci. I futuri scienziati, valutando questo potenziale rischio, potrebbero evitare del tutto il servizio pubblico, aggravando il crescente vuoto di competenze scientifiche all’interno del governo.</p>
<p>Demonizzare un esperto di sanità pubblica che si dedica con impegno al proprio lavoro e falsare gli insegnamenti tratti dalla risposta al COVID non ci aiuta a prepararci alla prossima crisi sanitaria, ma ci rende più vulnerabili. La nostra salute è sotto attacco. La competenza scientifica è sotto attacco. La verità stessa è sotto attacco.</p>
<p>Il Congresso deve revocare immediatamente il rinvio al Dipartimento di Giustizia della risoluzione per oltraggio e battersi per un futuro in cui la salute sia sostenuta dalla scienza.</p>
<p>Firma <a href="https://www.standupforscience.net/sufs-fauci-petition-to-congress" rel="noopener">qui</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La medicina di precisione non può fare a meno degli small data</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-precisione-puo-fare-meno-small-data/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-precisione-puo-fare-meno-small-data/</guid><pubDate>Tue, 11 Aug 2026 06:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Farina</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>I big data promettono di rivoluzionare la medicina, ma rischiano di nascondere più di quanto rivelino quando si tratta di curare il singolo paziente. Lorenzo Farina argomenta che gli small data - i dati «piccoli» abbastanza da essere compresi direttamente dal clinico - non sono un residuo del passato ma un elemento irrinunciabile della medicina di precisione. La vera sfida non è scegliere tra i due paradigmi, ma abbandonare l&amp;amp;rsquo;approccio data-driven e tornare a ragionare per domande: prima la questione clinica, poi i dati necessari a rispondervi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-precisione-puo-fare-meno-small-data-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-precisione-puo-fare-meno-small-data-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Gli small data sono definiti come quei dati di dimensione abbastanza «piccola» da poter essere immediatamente compresi da un essere umano, non tanto nella loro interpretazione che ovviamente ha sempre e necessariamente bisogno della analisi, ma nel loro significato biologico generale. Tipicamente, sono il risultato di esperimenti di laboratorio che non utilizzano macchine per l&rsquo;analisi dei dati omici, bensì altre biotecnologie in grado di misurare relativamente «pochi» dati per provare a rispondere alla domanda che interessa. Intanto, va da sé, che il problema di essere «ingannati» dai dati è molto remoto in questo caso, perché il medico/biologo ha sempre perfettamente chiaro quale sia la domanda che interessa e gli esperimenti sono scelti in base alla sua conoscenza del fenomeno. Potremmo chiamare questo approccio «guidato dalla conoscenza» (<em>knowledge-driven</em>). I «piccoli dati» sono dati locali immediatamente utilizzabili e personalizzati, che possono fornire preziose informazioni e consentirne un utilizzo diretto in collaborazione con l&rsquo;analista dei dati. La combinazione di big e small data può diventare estremamente utile, nonostante il fatto che i dati omici siano sempre molto difficili da interpretare. Può però certamente accadere che l&rsquo;analisi degli small data possa suggerire domande e ipotesi da verificare sui big data, per esempio, quelli provenienti dalle banche dati, o dal paziente stesso. Il paradigma di riferimento potrebbe essere sia quello che costruisce sugli small data una ipotesi sul funzionamento (normale o patologico) su base locale e cioè relativa alla specifica malattia di un dato paziente nel luogo della sua manifestazione fenotipica (per esempio, l&rsquo;organo o il tessuto tumorale asportato), sia quello che definisce sui big data un contesto globale sul quale testare, validare le ipotesi ottenute analizzando gli small data. Questo approccio è molto promettente. L&rsquo;importanza degli small data per valutare gli aspetti individuali del paziente sono bene espressi da <a href="https://doi.org/10.1111/jep.12350" rel="noopener">José Sacristan e collaboratori</a>:</p>
<blockquote>
<p>La variabilità è l&rsquo;essenza delle scienze biomediche. In medicina, l&rsquo;eterogeneità degli individui richiede decisioni personalizzate a beneficio dei singoli pazienti. In teoria, il potenziale dei big data nel campo della salute potrebbe essere limitato da una medicina sempre più personalizzata. [&hellip;] La vera sfida dei big data è come utilizzare analisi su larga scala basate sulla popolazione a beneficio dei singoli pazienti. [&hellip;] Per generare conoscenze preziose, i big data devono provenire da dati clinici individuali di alta qualità. Non ci sono big data senza small data. [&hellip;] Tuttavia, i big data non raggiungeranno il loro pieno potenziale se non verranno utilizzati per migliorare i risultati sanitari dei singoli pazienti da cui sono stati generati i dati.</p></blockquote>
<p>È necessario quindi fondere i due paradigmi «big» e «small» per cercare di individuare le frecce causali e non solo le correlazioni fra i dati, incrementando così le prestazioni della medicina di precisione. Scrivono su questo <a href="https://doi.org/10.1007/s10708-014-9601-7" rel="noopener">Roy Kitchin e Tracey Lauriault</a>:</p>
<blockquote>
<p>Nel prossimo futuro non si verificherà un cambiamento di paradigma per cui gli studi che utilizzano i big data sostituiranno quelli che impiegano gli small data, ma piuttosto gli small e i big data si completeranno a vicenda [per] rispondere a domande specifiche e mirate. Pertanto, piuttosto che indirizzare i finanziamenti per la ricerca verso progetti che hanno accesso a grandi quantità di dati nella speranza che producano intrinsecamente intuizioni utili, i finanziamenti dovrebbero essere concentrati sulle domande cruciali, indipendentemente dal fatto che siano affrontate utilizzando piccoli o grandi dati.</p></blockquote>
<p>Come vedremo il problema dell&rsquo;integrazione fra big e small è in realtà molto sfaccettato e di complessa attuazione, perché l&rsquo;interpretazione dei big è impossibile per un operatore umano, il quale necessita, quindi di «calcoli» e di «algoritmi» che permettano di estrarre informazione. Ma la successiva trasformazione dell&rsquo;informazione in conoscenza può certamente avvantaggiarsi degli small data che permettono di individualizzare l&rsquo;analisi mentre i big data potrebbero fornire il contesto biologico nel quale lo specifico fenotipo emerge in un paziente particolare. Resta però l&rsquo;elefante nella stanza: come ottenere questa integrazione? Basterà trovare un «super algoritmo» magari «super intelligente» per cui premendo il tasto enter non dovremo far altro che aspettare il responso, oppure servirà molto altro e di natura del tutto diversa?</p>
<p>Torniamo agli small data e vediamo un esempio che mal si presta ad un approccio esclusivamente basato sui big data: la prevenzione ed il trattamento dell&rsquo;obesità. Questo esempio, come vedremo, è del tutto esemplificativo dei problemi che si possono riscontrare in qualsiasi malattia complessa. Come è ben noto, infatti, l&rsquo;obesità fa parte proprio delle cosiddette malattie complesse perché le cause sottostanti si manifestano nel tempo in modo diverso e persino la fisiologia del bilancio energetico - che dovrebbe essere comune a tutti - si manifesta nei modi più vari. Se è vero che mangiare meno del necessario fa perdere peso, è altrettanto vero che ciascun paziente «mangia di meno» in modo molto diverso dagli altri, sulla base della sua dieta preferita, ma anche della sua attività sociale e culturale, dal momento della giornata in cui assume cibo, ai comportamenti appresi durante l&rsquo;infanzia, e molti altri fattori che ne determinano una grande variabilità. Di più. Anche le diete seguite sono estremamente differenti fra loro, il che fa pensare a differenze a livello biochimico nella fisiologia del paziente. È ovvio come non si possa prescindere da tutto questo per un corretto inquadramento del problema individuale.</p>
<p>Comunque, per la maggior parte dei casi, i successi sono decisamente modesti, soprattutto per quanto riguarda il mantenimento del peso dopo la dieta. Si tratta quindi di una condizione cronica che si sviluppa spesso nel corso di moltissimi anni e, pertanto, l&rsquo;approccio big data non potrà essere mai sufficiente perché si tratta di un fenomeno estremamente variabile nel tempo e che si manifesta in modi idiosincratici e, come tali, imprevedibili a causa dell&rsquo;impossibilità di mantenere una dieta costante e bilanciata. In questi casi, non è nemmeno possibile capire quando la situazione fisiologica sarà cambiata per decidere i tempi di esecuzione delle analisi omiche. In poche parole, gli small data che possano profilare il paziente sulla base del suo comportamento e alle sue condizioni psicologiche e sociali diventano un elemento essenziale per il trattamento di questa e di qualsiasi altra malattia complessa. È chiaro che questo aumento esponenziale nello spazio dei parametri per identificare dei <em>pattern</em> renderà necessario avere a disposizione immense quantità di dati per tempi sempre più lunghi. Ma le complicazioni non finiscono qui. Come scrivono <a href="https://bmcmedicine.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12916-019-1366-x" rel="noopener">Hekler e colleghi</a>:</p>
<blockquote>
<p>Anche con le grandi serie di dati disponibili, l&rsquo;approccio ai big data richiede una grande conoscenza del fenomeno per garantire l&rsquo;inclusione dei tipi di dati giusti. Ad esempio, la razza è comunemente misurata, in parte perché è relativamente facile da misurare attraverso l&rsquo;autodichiarazione e utilizza categorie «standardizzate». Molti lavori stanno mettendo in discussione le ipotesi sul significato di questa variabile, in particolare l&rsquo;ipotesi implicita che la razza sia un concetto biologico piuttosto che socialmente costruito. La «razza» dipende in larga misura dal contesto culturale in cui un individuo si trova. È plausibile che le categorie di razza creino più rumore che segnale quando vengono utilizzate, in particolare se vengono trattate come realtà biologiche e immutabili.</p></blockquote>
<p>Un grande fan degli small data è certamente Sherlock Holmes, che con la sua mente speculativa riusciva a mettere insieme in una storia coerente tanti piccoli indizi. È ormai entrata nel mito l&rsquo;episodio de <em>Il segno dei quattro</em> quando Holmes riesce a ricavare molte informazioni guardando (osservando!), l&rsquo;orologio di Watson:</p>
<blockquote>
<p>Salvo rettifiche da parte sua, io direi che quell&rsquo;orologio è appartenuto a suo fratello maggiore, il quale a sua volta dovette ereditarlo da vostro padre. […] Suo fratello era un uomo di abitudini disordinate, molto disordinate e trascurate. Gli furono date molte buone occasioni, ma egli buttò via ogni probabilità di successo, vivendo a volte poveramente, a volte con brevi intervalli di prosperità, finché, datosi al bere, morì. Ecco tutto quello che ho potuto intuire.</p></blockquote>
<p>Scrive <a href="https://www.scienzainrete.it/2013/10/big-data-biology/">Emily Singer, giornalista scientifica di <em>Wired</em></a>:</p>
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<p>Gli sforzi per i big data hanno quasi invariabilmente generato dati più complicati di quanto gli scienziati si aspettassero, portando alcuni a mettere in dubbio la saggezza di finanziare progetti per creare più dati prima che i dati già esistenti siano adeguatamente compresi.</p></blockquote>
<p>L&rsquo;esperto di marketing <a href="https://youtu.be/g_TJc2NctsI" rel="noopener">Martin Lindstrom non nasconde il suo entusiasmo</a>:</p>
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<p>La realtà è che una raccolta di indizi non richiede altro che intuito, occhi e mente aperta per essere in grado di individuare le piccole cose che potrebbero portare a scoperte molto più grandi. In un mondo ossessionato dai big data, la prossima novità è quella che io chiamo la «rivoluzione dei piccoli dati». È una rivoluzione basata su questa semplice osservazione.</p></blockquote>
<p>Nelle situazioni più critiche e difficili che si presentano spesso nella medicina di precisione si può dire che <a href="https://www.youtube.com/watch?v=VNGFep6rncY" rel="noopener">l&rsquo;opinione della maggioranza è sempre sbagliata</a>, proprio perché il contesto della «maggioranza» è del tutto diverso dal contesto del paziente che è invece quello della «minoranza» estrema, cioè il contesto del singolo caso particolare o di un gruppo ristretto di pazienti «simili». Parleremo in seguito di cosa si intenda per pazienti «simili», ma per adesso ci fermiamo qui. Può aiutarci, in questa situazione, un qualsiasi algoritmo <em>data-driven</em>? Ovviamente no, proprio perché siamo nel caso in cui le sue ipotesi di lavoro non si applicano, e cioè casi generalizzabili, semplici, di facile riconoscimento e laddove la maggioranza avrebbe un&rsquo;opinione comune stabilizzata. Se per esempio vogliamo sapere quali sono i gironi infernali nella commedia di Dante, allora tutti d&rsquo;accordo e la risposta sarà corretta, ma se vogliamo sapere chi ha ucciso John Kennedy, allora la situazione si complica e di molto. Nella medicina dei «casi unici», che si chiama anche «medicina personalizzata», e che utilizza le enormi masse di dati bio-molecolari (big data), il confine di ciò che un algoritmo «intelligente» può fare è superato ed affidarsi ad una qualche forma di «apprendimento» da casi «analoghi» che non esistono per definizione non è solo un azzardo, ma un vero e proprio errore sia sul piano concettuale che pratico e dalle conseguenze gravissime. Cosa fa un gruppo multidisciplinare di esperti? Invece di muoversi sul piano «descrittivo» della malattia in questione, la discussione si concentrerà sulle «cause» e cioè sui meccanismi molecolari che potrebbero sostenere il mantenimento della condizione patologica. Ma se adesso utilizzassimo un algoritmo per costruire un gruppo multidisciplinare <em>in silico</em>, cioè computerizzato? Potremmo ottenere bot di precisione per la gioia di tutti. O quasi. Il problema è che questo bot digitale non potrebbe mai sostituire un gruppo di esperti umani, ma non per motivi di «orgoglio della sapienza umana» o per «l&rsquo;intuito irriducibile di medici e statistici», ma per un motivo molto più terra terra: dalle decisioni che escono da un gruppo multidisciplinare che tratta un caso «unico» non c&rsquo;è niente da imparare per un algoritmo, mentre i singoli casi clinici fanno parte della formazione professionale standard per qualsiasi disciplina medica. Sembra strano, ma se ci pensate è ovvio che per «imparare» secondo un algoritmo ci vogliono tanti casi «simili» in modo da poter «allenare» i neuroni artificiali. Ma qui i casi sono tutti diversi! Anzi, sono finiti sotto analisi del gruppo multidisciplinare proprio per questo motivo! Ed ecco quindi la cattiva notizia: un algoritmo puramente <em>data-driven</em> non è utilizzabile (è anzi dannoso) nella medicina di precisione, cioè in quella medicina altamente personalizzata e che utilizza grandi quantità di dati molecolari, e che non può quindi essere di alcun aiuto. La decisione medica necessita invece di strumenti potenti di integrazione dei dati, in modo da avere una visione d&rsquo;insieme comune delle caratteristiche micro e macro del paziente, e soprattutto sarà essenziale la capacità di integrare le competenze, cioè di avere una visione d&rsquo;insieme comune dell&rsquo;interpretazione da dare ai dati, che sarebbe poi proprio l&rsquo;informazione che si riesce insieme a tirar fuori. Il mantra del giorno è: <a href="https://youtu.be/EQKbaQljCD8" rel="noopener">«quando si vogliono alte prestazioni, la maggioranza ha sempre torto»</a>.</p>
<p>In conclusione, mentre gli small data difficilmente possono ingannarci, proprio perché siamo in grado di capirli, almeno nelle loro caratteristiche essenziali, lo stesso non vale per i big data i quali, essendo prodotti in quantità immense, molto facilmente possono nascondere insidie per la loro corretta interpretazione. L&rsquo;integrazione fra small e big è la sola strada percorribile ma allora sarà necessario abbandonare la filosofia di moda del <em>data-driven</em> (cioè guidato dai dati) e riscoprire l&rsquo;approccio <em>question-driven</em> (cioè guidato dalla domanda). Quante volte accade che i big data semplicemente non contengano i dati necessari per estrarre l&rsquo;informazione che si cerca? Bisogna allora ripartire dalla domanda e costruire un percorso diverso condiviso fra analisti dei dati e clinici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa rischia l’Italia con la crisi climatica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-rischia-italia-crisi-climatica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-rischia-italia-crisi-climatica/</guid><pubDate>Fri, 07 Aug 2026 23:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Il caldo assillante di questi giorni e la siccità che ne consegue stanno fermando centrali elettriche in mezza Europa. È l&amp;amp;rsquo;anticipo, in scala ridotta, di un rischio climatico che un gruppo di economisti ambientali ha per la prima volta quantificato per i conti pubblici italiani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-rischia-italia-crisi-climatica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-rischia-italia-crisi-climatica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì scorso, sul Danubio, vicino alla centrale nucleare romena di Cernavoda, è stata fatta esplodere una carica sul letto del fiume per far arrivare più acqua ai sistemi di raffreddamento, messi in crisi dalla siccità. In Francia EDF ha fermato nelle ultime settimane reattori a Chooz sulla Mosa, a Cattenom sulla Mosella, a Golfech sulla Garonna e a Bugey sul Rodano: nessun guasto, nessun problema di sicurezza, semplicemente l&rsquo;acqua dei fiumi è troppo calda o troppo poca per raffreddare gli impianti restando dentro i limiti ambientali. In Germania sul Reno, a causa dell&rsquo;abbassamento del livello dell&rsquo;acqua, le navi mercantili devono fermarsi o viaggiare scariche, spostando parte delle spedizioni sui TIR. In Italia il Po a Pontelagoscuro è sceso intorno ai 220 metri cubi al secondo, contro i 400 che servono a contrastare la risalita del cuneo salino, e i gestori hanno segnalato possibili riduzioni di produzione per le centrali termoelettriche di Chivasso e Sermide, che dal fiume prendono l&rsquo;acqua di raffreddamento.</p>
<p>Sono episodi diversi che raccontano la stessa cosa. Servizi vitali come l&rsquo;elettricità dipendono da una risorsa che il cambiamento climatico rende meno abbondante e più calda proprio nei giorni in cui la domanda di energia va al massimo, perché tutti accendono i condizionatori. Lo stesso vale per le rotaie che si deformano, per l&rsquo;asfalto che si ammorbidisce, per gli acquedotti che perdono pressione. Il rischio climatico ha smesso di essere una previsione ed è diventato un vincolo operativo quotidiano.</p>
<p>Di quanto stia diventando un problema centrale per un Paese fisicamente vulnerabile come l&rsquo;Italia parla il rapporto <a href="https://doi.org/10.5281/zenodo.21037593" rel="noopener"><em>Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta</em></a>, firmato da Matteo Calcaterra, Carlo Carraro, Massimo Tavoni con altri ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Politecnico di Milano, Ca&rsquo; Foscari, Istituto Universitario Europeo e Università di Siena. Il punto di partenza degli autori è che gli impatti sono già in corso e che, a prescindere da quanto sapremo fare nella transizione energetica dei prossimi anni, peseranno in modo crescente per i decenni a venire.</p>
<h2 id="ci-scaldiamo-il-doppio-della-media">Ci scaldiamo il doppio della media</h2><p>L&rsquo;Europa si scalda a una velocità circa doppia rispetto alla media globale, e l&rsquo;Italia, per la sua posizione nel Mediterraneo, sta nella fascia più esposta del continente. Intorno al 2035 il riscaldamento medio italiano supera i 2 gradi rispetto all&rsquo;era preindustriale, in tutti gli scenari considerati, compreso il più virtuoso: fino a metà degli anni Trenta il clima è già scritto dalle emissioni passate, e le scelte di oggi decidono cosa accade dopo. La Pianura Padana, cuore produttivo del Paese, è già a 2-2,5 gradi in più.</p>
<p>Su questo sfondo si combinano tre fenomeni. Le ondate di calore, la cui severità annua è già quattro o cinque volte quella storica al 2030 e che al 2050 portano in Italia da 30 a 58 giornate aggiuntive all&rsquo;anno, con gli aumenti percentuali più forti nelle aree alpine e prealpine, cioè dove il caldo estremo prima non c&rsquo;era. La siccità cronica, che non è semplicemente pioggia che non cade: gli indici che misurano solo le precipitazioni danno per l&rsquo;Italia un segnale incerto, quelli che tengono conto anche dell&rsquo;acqua sottratta dall&rsquo;atmosfera più calda peggiorano nettamente. Al 2050 Sardegna e Basilicata risultano fra le aree più aride d&rsquo;Europa, ma anche Piemonte ed Emilia-Romagna vedono triplicare la severità della siccità. E gli incendi, che su un territorio più secco e più caldo diventano progressivamente meno gestibili, come si è visto quest&rsquo;anno in molte parti del mondo, e che la Commissione europea classifica fra i rischi critici per l&rsquo;Europa meridionale.</p>
<p>Nello stesso tempo la pioggia ordinaria cala, al Sud fino a un terzo, mentre quella estrema aumenta: in Marche e Lombardia la quantità massima d&rsquo;acqua che cade in cinque giorni arriva a raddoppiare. Non è un paradosso ma fisica elementare, perché l&rsquo;aria più calda trattiene più vapore e quando piove, piove tutto insieme, su terreni induriti che assorbono peggio. Vivere così significa alternare, nello stesso anno e spesso nello stesso territorio, le autobotti e le esondazioni. La robustezza di queste proiezioni è alta: sulla siccità 18 regioni su 20 mostrano un accordo fra i modelli pari o superiore al 90 per cento.</p>
<h2 id="gli-impatti-il-catalogo-è-questo">Gli impatti, il catalogo è questo</h2><p>I danni diretti annui alle infrastrutture italiane passano da circa 0,4 miliardi di euro del periodo storico a 2 miliardi entro il 2030 e a 5 entro il 2050; contando i servizi interrotti e le catene di fornitura spezzate, il costo totale al 2050 sta fra 11,5 e 18 miliardi l&rsquo;anno. Gli autori insistono su un punto: l&rsquo;adattamento delle infrastrutture non è un tema marginale di politica ambientale, è una priorità di investimento pubblico, di pianificazione territoriale e di politica industriale. Senza un salto di scala nella qualità dei dati, nella capacità progettuale e nella continuità amministrativa, avvertono, il Paese rischia di imboccare una traiettoria di regressione infrastrutturale difficile da invertire.</p>
<p>L&rsquo;agricoltura è colpita soprattutto attraverso l&rsquo;acqua, meno disponibile e soprattutto meno prevedibile: il caldo aumenta l&rsquo;evaporazione, riduce le riserve di neve che alimentano i fiumi in primavera e mette in competizione usi agricoli, civili, industriali ed energetici. A rischio sono le colture che fanno il valore dell&rsquo;agroalimentare italiano, mais, riso, olivo, vite, ortofrutta, con una perdita stimata al 2050 fra 12,5 e 30 miliardi di euro a seconda dello scenario. E non è solo questione di raccolti: nelle aree più esposte la terra si deprezza fino al 16 per cento entro fine secolo, ed è il patrimonio che gli agricoltori portano in banca come garanzia.</p>
<p>Il turismo, scrivono i ricercatori, non entra in una fase di declino lineare ma di riallocazione selettiva dei flussi e della redditività, in cui erosione costiera, calore, acqua ed ecosistemi diventano fattori economici centrali e non più sfondo ambientale. Negli scenari più caldi la domanda si contrae dell'8,9 per cento, con perdite dirette fino a 52 miliardi, la maggior parte delle spiagge è destinata a erodersi e il turismo montano invernale, che regge l&rsquo;economia di intere vallate, entra in crisi strutturale per mancanza di neve.</p>
<p>Sul lavoro l&rsquo;effetto è già misurabile: in Italia, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di calore, ogni giornata in più sopra i 30 gradi si associa a una riduzione di 0,56 punti percentuali nei tassi di occupazione provinciali. Non è una proiezione ma una relazione osservata nei dati, e riguarda chi lavora all&rsquo;aperto o in ambienti non climatizzati: edilizia, agricoltura, logistica, turismo, parte della manifattura. Sul fronte sanitario l&rsquo;Italia ha una delle esposizioni più alte al mondo alla mortalità legata alle temperature, con circa il 10 per cento dei decessi correlato a caldo o freddo, la quota più alta d&rsquo;Europa. Si obietta spesso che un clima più mite dovrebbe salvare vite riducendo i morti da freddo: la ricerca più recente, su 854 città europee, dice il contrario, perché l&rsquo;aumento dei decessi per calore supera sistematicamente quella riduzione, in tutti gli scenari.</p>
<p>La crisi climatica, inoltre, aumenta le disparità. La riduzione media del prodotto pro capite al 2050 è del 3,7 per cento, ma le regioni meridionali e le isole perdono fra il 5 e il 15 per cento mentre alcune aree alpine registrano perfino guadagni relativi: il divario Nord-Sud viene riaperto e allargato dal clima.</p>
<h2 id="il-clima-abbatte-il-pil-e-gonfia-il-debito-sovrano">Il clima abbatte il PIL e gonfia il debito sovrano</h2><p>Tutto questo ha chiari risvolti sul Prodotto interno lordo e sul debito. La Banca centrale europea ha già incorporato questi meccanismi nei propri scenari di stress: in quello chiamato &ldquo;Disastri e stagnazione politica&rdquo; una sequenza ravvicinata di ondate di calore, siccità e alluvioni in Europa porterebbe il PIL a contrarsi fino al 4,7 per cento entro il 2030, una magnitudo paragonabile alla crisi finanziaria del 2008.</p>
<p>Ci sono poi le ripercussioni sul credito. Oltre il 34 per cento dei prestiti bancari dell&rsquo;area euro alle imprese non finanziarie, più di 1.300 miliardi di euro, è destinato a settori ad alto rischio di scarsità idrica, e il 75 per cento delle esposizioni creditizie verso le imprese dipende in modo rilevante da almeno un servizio ecosistemico. Il rischio climatico, osservano i ricercatori, non è confinato a pochi comparti ma attraversa l&rsquo;economia come fattore di rischio finanziario sistemico. E in un Paese di piccole e medie imprese va aggiunto che proprio le PMI dei settori energivori o esposti al clima, manifattura, agricoltura, edilizia, hanno meno margini delle grandi per assorbire l&rsquo;aumento dei costi del carbonio o per investire in tecnologie pulite.</p>
<p>Sommati, questi danni si scaricano sul PIL. Al 2050 il prodotto interno lordo italiano risulta più basso, rispetto a un&rsquo;Italia senza cambiamento climatico, dell'1,6 per cento nell&rsquo;ipotesi più contenuta dello scenario favorevole e fino al 6 per cento nell&rsquo;ipotesi più severa di quello tendenziale. Il numero sembra piccolo, e non lo è, perché l&rsquo;Italia cresce poco: nello scenario tendenziale la crescita media prevista fra il 2025 e il 2050 è dello 0,61 per cento l&rsquo;anno, con i danni climatici scende allo 0,52. Il clima si mangia il 15 per cento della nostra crescita, e nelle ipotesi peggiori il 41 per cento.</p>
<p>La crescita che il clima si mangia</p>
<p>In un Paese che cresce poco, anche una perdita piccola in valore assoluto pesa moltissimo. Crescita media annua del PIL, 2025-2050</p>
<p>Senza danni climatici    Con danni climatici (stima centrale)    Con danni climatici (ipotesi sfavorevole)</p>
<p>1,11%</p>
<p>1,04%</p>
<p>0,93%</p>
<p>0,61%</p>
<p>0,52%</p>
<p>0,36%</p>
<p><strong>Scenario favorevole</strong> (SSP2-RCP4.5)<br>
la crescita si riduce del 6% (fino al 16%)</p>
<p><strong>Scenario tendenziale</strong> (SSP3-RCP7.0)<br>
la crescita si riduce del 15% (fino al 41%)</p>
<p>Lo stesso danno pesa in modo diversissimo a seconda di quanto un Paese cresce. Perdere un decimo di punto, per l&rsquo;Italia, significa perderne una fetta enorme in proporzione.</p>
<p>Fonte: Calcaterra, Cammeo, Borghesi, Carraro, Tavoni, <em>Rischio climatico in Italia</em>, 2026</p>
<p>Meno crescita significa meno gettito a parità di aliquote e un debito che pesa di più su un&rsquo;economia più piccola: secondo gli scenari controfattuali e realistici presi in considerazione, senza danni climatici il rapporto debito/PIL scenderebbe entro il 2050 dall&rsquo;attuale 140 per cento circa al 90-103 per cento. Includendo invece i danni climatici la discesa si ferma e la mediana resta fra il 115 e il 138 per cento, quasi dove siamo oggi. Trent&rsquo;anni di risanamento cancellati dal clima. E attenzione: negli scenari più estremi il rapporto debito/PIL potrebbe sfondare addirittura quota 200 per cento, mettendo a repentaglio l&rsquo;intero sistema, e con esso la stabilità economica e fiscale della popolazione.</p>
<p>Lo spread climatico</p>
<p>Quanto in più lo Stato paga sul proprio debito per effetto del solo rischio climatico, al 2050. Punti base di interesse aggiuntivo</p>
<p>Danni moderati    Danni elevati</p>
<p>+14,7 pb</p>
<p>+41,5 pb</p>
<p>+16,2 pb</p>
<p>+45,7 pb</p>
<p><strong>Scenario favorevole</strong> (SSP2-RCP4.5)</p>
<p><strong>Scenario tendenziale</strong> (SSP3-RCP7.0)</p>
<p><em>Passando da danni moderati a danni elevati il costo aggiuntivo non raddoppia: triplica.</em></p>
<p>Il punto base è un centesimo di punto percentuale. Per intenderci, lo spread fra titoli italiani e tedeschi oscilla in questi mesi intorno agli 80-85 punti base, e su un debito di oltre 3.000 miliardi ogni frazione di punto è denaro sottratto ogni anno a scuole, ospedali e strade.</p>
<p>Fonte: Calcaterra, Cammeo, Borghesi, Carraro, Tavoni, <em>Rischio climatico in Italia</em>, 2026</p>
<p>Carlo Carraro, rettore emerito di Ca&rsquo; Foscari e fra gli autori del rapporto, indica la conseguenza che riguarda tutti: quando cresce il costo del denaro per il debito pubblico, cresce a cascata quello di ogni finanziamento a famiglie e imprese. Un mutuo più caro, un prestito aziendale più caro. Il clima arriva anche in banca.</p>
<h2 id="quello-che-abbiamo-già-fatto-non-basta">Quello che abbiamo già fatto non basta</h2><p>Lo studio è un invito a cambiare marcia, anche se è anche giusto riconoscere che finora non siamo stati con le mani in mano. Fra il 1990 e il 2024 le emissioni italiane di gas serra sono scese di circa il 30 per cento, da 521 a 363 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, in linea con la dinamica europea, e nello stesso periodo il PIL dell&rsquo;Unione è cresciuto di oltre il 60 per cento. È un disaccoppiamento reale fra crescita ed emissioni, che in Italia si è tradotto in una riduzione dell&rsquo;intensità emissiva dell&rsquo;economia.</p>
<p>Il progresso però non è uniforme e negli ultimi anni è diventato volatile: nel 2024 le emissioni italiane sono calate del 3,6 per cento, nel 2025 sono tornate a crescere dello 0,3. Le rinnovabili hanno superato nel 2024 i 130 terawattora, il 49 per cento circa dell&rsquo;elettricità prodotta, ma fra il 2013 e il 2023 i consumi finali da fonti rinnovabili sono cresciuti del 9 per cento in Italia contro una media europea sopra il 38, e siamo al 19,6 per cento a fronte di un obiettivo 2030 quasi doppio. I trasporti restano il buco nero: unico settore in cui le emissioni sono aumentate rispetto al 1990, oggi valgono un quarto del totale nazionale e per oltre il 90 per cento arrivano dalla strada.</p>
<p>C&rsquo;è infine un nodo sociale che deciderà la praticabilità politica di tutto il resto. Dal 2028 il prezzo del carbonio del sistema ETS si estenderà ai carburanti delle nostre auto e al riscaldamento degli edifici, in un Paese dove 2,4 milioni di famiglie vivono in povertà energetica. Il Piano sociale per il clima destinerà all&rsquo;Italia 7,02 miliardi di euro: il modo in cui verranno spesi deciderà se la transizione sarà percepita come un progetto collettivo o come una tassa sui poveri.</p>
<h2 id="costa-più-far-finta-di-niente-che-difendersi">Costa più far finta di niente che difendersi</h2><p>Il rapporto, che si rivolge esplicitamente a chi decide, mette in fila le due principali voci di spesa: la mitigazione e l&rsquo;adattamento, entrambe necessarie. Per la <em>mitigazione</em>, ovvero la progressiva ma decisa riduzione delle emissioni climalteranti, il riferimento è il Piano nazionale integrato energia e clima (noto come PNIEC): 824,7 miliardi di euro di investimenti cumulati fra il 2024 e il 2030 nello scenario coerente con gli obiettivi, contro 650,3 nello scenario a politiche correnti, quindi un fabbisogno aggiuntivo di 174,4 miliardi in sei anni. Per <em>l&rsquo;adattamento</em> alle nuove condizioni idrogeologiche e meteo determinate dal clima che cambia, il riferimento è la stima pubblicata dalla Commissione europea nel gennaio 2026: 10,1 miliardi di euro l&rsquo;anno per l&rsquo;Italia, lo 0,4 per cento del PIL, seconda in valore assoluto solo alla Francia.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Ambito</th>
      <th>Voce</th>
      <th style="text-align:right">Miliardi di €</th>
      <th>Orizzonte</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Trasporti</td>
      <td style="text-align:right">528,8</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Residenziale</td>
      <td style="text-align:right">93,6</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Settore elettrico</td>
      <td style="text-align:right">81,8</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Terziario</td>
      <td style="text-align:right">62,3</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Reti elettriche e accumuli</td>
      <td style="text-align:right">42,0</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Totale scenario PNIEC</td>
      <td style="text-align:right">824,7</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>di cui fabbisogno aggiuntivo</td>
      <td style="text-align:right">174,4</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Infrastrutture (alluvioni, trasporti, edifici)</td>
      <td style="text-align:right">4,53</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Ecosistemi (suolo, incendi, coste)</td>
      <td style="text-align:right">2,13</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Cibo (agricoltura, zootecnia, pesca)</td>
      <td style="text-align:right">1,85</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Salute (stress termico, acque reflue)</td>
      <td style="text-align:right">1,43</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Totale</td>
      <td style="text-align:right">10,11</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Elaborazione dalla Tabella 5.1 del rapporto. Le due voci non sono sommabili: la mitigazione è un totale su sei anni, l&rsquo;adattamento un fabbisogno annuo.</p>
<p>Il divario da colmare è noto da anni: il 94 per cento dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni o erosione costiera, la messa in sicurezza del territorio richiederebbe fra 26 e 30 miliardi, le infrastrutture idriche oltre 60 miliardi per ridurre perdite di rete superiori al 40 per cento, cioè quasi metà dell&rsquo;acqua immessa negli acquedotti. Il problema è che la spesa pubblica italiana per gli eventi climatici è concentrata quasi tutta sulle emergenze, cioè sul dopo. Paghiamo i danni invece di evitarli, mentre secondo la Banca Mondiale ogni euro investito in prevenzione ne genera fra 4 e 7 di danni evitati, con stime che in certi casi arrivano a 10, e le soluzioni basate sulla natura, riforestazione, ripristino di zone umide, infrastrutture verdi, possono risultare fino a cinque volte più convenienti delle alternative puramente ingegneristiche.</p>
<p>Si aggiunga il buco assicurativo: circa il 95 per cento dei danni da eventi estremi in Italia non è coperto, contro un quarto della media europea. Di nuovo, il conto ricade su famiglie, imprese e finanza pubblica. E, come osserva il rapporto, «se il rischio non è adeguatamente “prezzato”, cioè incorporato nei costi sostenuti da famiglie e imprese, diventa più difficile orientare comportamenti e investimenti verso soluzioni più resilienti. Il risultato è un sistema che tende a reagire agli eventi, piuttosto che anticiparli».</p>
<p>Ricapitolando, da una parte servono 10 miliardi l&rsquo;anno di adattamento e 174 in sei anni di mitigazione/transizione, in larga misura investimenti destinati a produrre ritorni. Si potrebbe dire che la vera e più importante spesa in difesa deve essere questa. «Ritardare l&rsquo;azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale», spiega Matteo Calcaterra del CMCC e primo autore del rapporto. Mitigazione e adattamento non sono soltanto strumenti di tutela ambientale ma leve di stabilità macroeconomica e finanziaria.</p>
<p>Il che rovescia il modo in cui di solito si discute di queste spese. Non sono un costo da sostenere quando i conti lo permettono: sono la condizione per la sicurezza fisica ed economica del Paese. Le soffocanti ondate di calore, gli incendi che si autoalimentano, le centrali ferme sui fiumi d&rsquo;Europa e il Po sotto la soglia di sicurezza sono fra i tanti segnali di allarme che ci manda il clima. Non chiediamoci per chi suona la campana. La campana suona per noi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Meningioma e contraccettivi: il rischio dei titoli sul rischio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio/</guid><pubDate>Fri, 07 Aug 2026 18:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><description>Un aggiornamento di farmacovigilanza su due progestinici, desogestrel ed etonogestrel, associati a un piccolo aumento del rischio di meningioma, è diventato sui giornali un titolo allarmante sul «rischio di tumore al cervello». Il caso mostra quanto la sintesi giornalistica possa distorcere un dato di per sé rassicurante (la farmacovigilanza funziona) e perché comunicare bene il rischio conti quanto misurarlo correttamente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/meningioma-contraccettivi-rischio-titoli-rischio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 6 agosto, il quotidiano <em>Open</em> ha pubblicato un articolo dal titolo decisamente allarmante: «Contraccettivi, scatta l’allerta Aifa: rischio di tumore al cervello». È il genere di lancio acchiappa-click che può trasformare un aggiornamento di farmacovigilanza in una tempesta mediatica, con il pericolo di alimentare paure sproporzionate rispetto alle evidenze scientifiche e allontanare tante donne da una contraccezione sicura. Esperienze già fatte in passato.</p>
<p>A cosa si riferisce la notizia? Il 10 luglio l’AIFA, l’Agenzia del farmaco, ha riportato sul <a href="https://www.aifa.gov.it/-/aggiornamenti-prac-riunione-6-9-luglio-2026" rel="noopener">suo sito</a> un <a href="https://www.ema.europa.eu/en/news/meeting-highlights-pharmacovigilance-risk-assessment-committee-prac-6-9-july-2026" rel="noopener">comunicato</a> del Comitato per la valutazione dei rischi in farmacovigilanza dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA), che aggiorna controindicazioni e avvertenze di alcuni contraccettivi ormonali. I prodotti coinvolti sono i contraccettivi orali progestinici e quelli combinati estro-progestinici che contengono il progestinico desogestrel e gli anelli vaginali e gli impianti sottocutanei che contengono etonogestrel. Quest’ultimo è il metabolita attivo del desogestrel, cioè la molecola in cui il desogestrel si trasforma una volta metabolizzato dall’organismo.</p>
<h2 id="cosa-dicono-i-dati">Cosa dicono i dati</h2><p>Da uno <a href="https://www.bmj.com/content/389/bmj-2024-083981" rel="noopener">studio francese</a> pubblicato nel 2025 è risultato infatti che l’assunzione prolungata, per più di un anno, di desogestrel o etonogestrel comporta un piccolo rischio aggiuntivo di <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10477988/" rel="noopener">meningioma intracranico</a>, un tumore per lo più benigno che si sviluppa a partire dalle meningi, le membrane che rivestono cervello. L’incidenza annua del meningioma intracranico è bassa, pari a 8-9 casi ogni 100 mila persone. </p>
<p>Secondo i risultati dello studio francese, ogni 67.300 donne che assumono desogestrel o etonogestrel per più di un anno, si stima un caso aggiuntivo di meningioma intracranico che richiede un intervento chirurgico, rispetto a una popolazione simile che non assume farmaci con questi principi attivi. Si tratta quindi di un piccolo aumento del rischio assoluto. Una <a href="https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2851077" rel="noopener">ricerca danese</a> pubblicata il 2 luglio scorso ha confermato le conclusioni degli autori francesi.</p>
<p>Pur essendo nella maggioranza dei casi benigno, il meningioma intracranico può espandersi nel tempo e comprimere il cervello, provocando mal di testa e, a seconda dell’area in cui si sviluppa, alterazioni della vista, dell’udito o dell’odorato, crisi epilettiche, perdita della sensibilità o debolezza agli arti. Poiché la sua crescita di solito è molto lenta, però, spesso la sua presenza viene scoperta casualmente nel corso di esami eseguiti per altre ragioni quando è ancora piccolo e asintomatico e richiede solo monitoraggio nel tempo.</p>
<p>L’aggiornamento delle indicazioni e delle avvertenze disposto dalle autorità regolatorie prevede di interrompere l’assunzione dei farmaci che contengono i due principi attivi in caso di diagnosi di meningioma intracranico, poiché l’esposizione a questi principi attivi può accelerare la crescita del tumore, e la controindicazione per chi ha ricevuto in passato una diagnosi di meningioma intracranico. La sospensione non è raccomandata a tutte le altre persone che assumono questi farmaci, in considerazione del fatto che l’aumento di rischio evidenziato è piccolo, ma le autorità regolatorie invitano i loro medici curanti a monitorare eventuali sintomi che possono suggerire l’insorgenza del tumore.</p>
<h2 id="la-comunicazione-del-rischio">La comunicazione del rischio</h2><p>Nel testo dell’articolo pubblicato da <em>Open</em> i dati vengono riportati correttamente. È il titolo, ripreso il giorno dopo anche dal <em>Messaggero</em>, a suonare allarmista e purtroppo sono i titoli più degli articoli a suscitare l’attenzione del pubblico. «Usa le parole “tumore al cervello” che spaventano, fanno subito pensare a tumori maligni, mentre in questo caso parliamo di una patologia che è quasi sempre di natura benigna, a crescita molto lenta», osserva la ginecologa Valeria Dubini, presidente dell’Associazione ginecologi territoriali. «Inoltre parla genericamente di contraccettivi, mentre la questione riguarda nello specifico solo due principi attivi. Come Associazione dei ginecologi territoriali, che svolgono quotidianamente attività di counseling sui mezzi contraccettivi, abbiamo particolarmente a cuore la correttezza della comunicazione del rischio e abbiamo notato con preoccupazione questi lanci della notizia».</p>
<p>La nota diffusa dall’EMA e ripresa dall’AIFA non segnala alcun allarme per la salute generale, ma applica correttamente i risultati di studi di farmacovigilanza. «In medicina non esiste il rischio zero. Tutti i farmaci comportano effetti indesiderati e sono indicati quando il loro rapporto tra rischi e benefici è favorevole», spiega Dubini. «Altri contraccettivi ormonali, che contengono principi attivi diversi da desogestrel ed etonogestrel, comportano effetti indesiderati di altro tipo. Per esempio, i combinati estro-progestinici aumentano il rischio trombo-embolico. </p>
<p>Il counseling deve essere personalizzato: bisogna aiutare ciascuno a scegliere lo strumento più adatto alle sue esigenze, condizioni di salute e fattori di rischio. Come indicato da EMA e AIFA, non è opportuno prescrivere desogestrel ed etonogestrel a chi ha ricevuto una diagnosi di meningioma, ha una storia clinica di meningioma o altri fattori di rischio per questa patologia. A loro possiamo consigliare altri mezzi contraccettivi. D’altro canto, il desogestrel ha basso impatto metabolico, dunque per alcune persone è preferibile rispetto ad altri principi attivi».</p>
<p>È noto da tempo che le cellule del meningioma possono esprimere recettori del progesterone, pertanto la crescita di questo tumore può in alcuni casi essere favorita sia dall’ormone naturale che dai progestinici, molecole sintetiche progettate per produrre nell’organismo gli stessi effetti del progesterone. «Fino a poco tempo fa, però, si riteneva che occorressero dosi elevate di progesterone o progestinici per agire sulle cellule del meningioma», osserva la ginecologa. </p>
<p>«I due studi recenti, quello francese e quello danese, hanno evidenziato questi effetti anche a dosi più basse, quelle che si assumono normalmente con l’utilizzo dei contraccettivi ormonali. Ma i loro risultati, che dovranno comunque essere confermati da ulteriori indagini, suggeriscono un aumento del rischio minimo e limitato a due soli principi attivi. Infine ricordiamo che la stessa gravidanza, caratterizzata da un aumento massiccio della concentrazione del progesterone, può favorire la crescita del meningioma, come pure il rischio trombo-embolico, ben più dei contraccettivi estro-progestinici».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un piano per affrontare il caldo nelle scuole e come finanziarlo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo/</guid><pubDate>Thu, 06 Aug 2026 14:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Borrata</dc:creator><category>ambiente</category><description>Finita la scuola, si smette di parlare del problema, che però permane, pronto a ripresentarsi l’anno successivo. Bisognerebbe partire da una mappatura termica degli edifici, introdurre protocolli comuni e realizzare interventi su schermature, climatizzazione e fotovoltaico. Le coperture possono arrivare dalle aste CO₂, dal Conto Termico e dai fondi europei.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Aule delle scuole che superano i 35 gradi, studenti affaticati, docenti costretti a lavorare con le finestre spalancate, dirigenti svenuti durante la maturità e piccoli ventilatori portati da casa. Esami affrontati in edifici che assorbono calore durante tutta la giornata e continuano a restituirlo anche quando fuori la temperatura comincia a diminuire.</p>
<p>Ogni estate assistiamo alle stesse immagini; poi termina la scuola, il problema scompare dal dibattito pubblico e tutto viene rinviato all’anno successivo.</p>
<p>Non siamo davanti a qualche edificio particolarmente sfortunato. Secondo il <a href="https://www.cittadinanzattiva.it/comunicati/17312-sicurezza-delle-scuole-presentato-il-xxiii-rapporto-di-cittadinanzattiva-la-richiesta-tre-miliardi-nella-prossima-legge-di-bilancio.html" rel="noopener">XXIII Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva</a>, soltanto 4.457 sedi scolastiche censite, pari al 7,42 per cento, risultano dotate di impianti di condizionamento. Il caldo è ormai un problema strutturale del patrimonio scolastico italiano, aggravato da edifici spesso datati, poco isolati e progettati per condizioni climatiche diverse da quelle che stiamo vivendo.</p>
<h2 id="tecnologie-e-interventi-contro-il-caldo-a-scuola">Tecnologie e interventi contro il caldo a scuola</h2><p>Le soluzioni, però, esistono. Disponiamo delle tecnologie necessarie e conosciamo gli interventi più efficaci. Quello che manca è un Piano nazionale per il comfort climatico delle scuole, accompagnato da risorse certe, criteri trasparenti, obiettivi misurabili e tempi di realizzazione verificabili. Non una nuova sequenza di bandi occasionali, ma una programmazione capace di partire dagli edifici che presentano le condizioni peggiori.</p>
<ul>
<li>Il primo passo dovrebbe essere una vera anagrafe termica degli edifici scolastici, integrata nell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica. Nelle aule occorre rilevare temperatura, umidità, concentrazione di anidride carbonica, qualità dell’aria, esposizione solare e numero di ore durante le quali vengono superate determinate soglie. Non è necessario dotare immediatamente ogni aula di apparecchiature costose: si può cominciare dalle aree climaticamente più esposte, dalle scuole che ospitano esami e attività estive e dagli edifici frequentati da studenti particolarmente fragili. Questi dati permetterebbero di assegnare i finanziamenti attraverso una graduatoria nazionale fondata sulle necessità reali. Oggi, nei bandi, rischia spesso di essere premiato l’ente locale che dispone degli uffici tecnici più attrezzati, non necessariamente la scuola nella situazione più critica. Una mappatura pubblica consentirebbe invece di conoscere le priorità, seguire gli interventi e verificare i risultati ottenuti.</li>
<li>Accanto alla mappatura serve un protocollo nazionale per le giornate più calde. Ministero dell’Istruzione, Ministero della Salute, INAIL e Istituto superiore di sanità dovrebbero stabilire quando sospendere le attività fisiche, aumentare le pause, trasferire una classe in un locale più fresco o dichiarare temporaneamente inutilizzabile un’aula. Le regole devono essere uguali in tutto il Paese e non dipendere dalla sensibilità del singolo dirigente o dalle risorse del singolo Comune. Il protocollo dovrebbe inoltre prevedere disponibilità costante di acqua, tutele specifiche per studenti e lavoratori fragili e procedure straordinarie per esami, corsi di recupero, centri estivi e attività che proseguono nei mesi più caldi. Non possiamo continuare a lasciare soli i dirigenti scolastici davanti a decisioni che riguardano salute, sicurezza e continuità delle attività didattiche.</li>
<li>Molti interventi possono essere realizzati rapidamente. Tende e schermature solari esterne, persiane, frangisole, pellicole selettive tecnicamente appropriate, ventilatori a soffitto, sistemi di ventilazione notturna controllata, coperture riflettenti, fontanelle e strutture ombreggianti possono ridurre il disagio nelle situazioni meno gravi. Occorre predisporre un programma di interventi leggeri, con costi standard e procedure semplificate per Comuni e Province.</li>
<li>Dove queste misure non bastano, bisogna installare impianti di climatizzazione ad alta efficienza. Non una corsa disordinata al singolo condizionatore, ma sistemi progettati sulle caratteristiche dell’edificio, preferibilmente attraverso pompe di calore capaci di garantire sia il riscaldamento invernale sia il raffrescamento estivo. La climatizzazione non può essere considerata un tabù, ma deve essere accompagnata da isolamento, schermature e produzione di energia rinnovabile: raffreddare un edificio che continua ad accumulare calore significa consumare di più senza rimuovere la causa del problema.</li>
<li>Molte scuole disperdono calore durante l’inverno e lo accumulano durante l’estate. Per questo bisogna intervenire sulle coperture, sulle pareti, sugli infissi e sulle superfici maggiormente esposte al sole. Le ristrutturazioni non possono più valutare soltanto il risparmio energetico invernale: devono considerare anche il comfort estivo, la ventilazione e la capacità dell’edificio di liberarsi del calore nelle ore notturne. Isolare correttamente una scuola significa migliorare le condizioni durante tutto l’anno e ridurre contemporaneamente i consumi. Il PNRR ha già finanziato miliardi di euro per la messa in sicurezza e la riqualificazione energetica delle scuole. Nei cantieri ancora tecnicamente modificabili, il comfort estivo dovrebbe essere inserito tra i parametri da verificare. Il PNRR, però, è ormai nella sua fase conclusiva e non può diventare l’alibi per rinviare una politica stabile: il nuovo Piano deve avere una copertura pluriennale e proseguire oltre la scadenza degli investimenti straordinari europei.</li>
</ul>
<h2 id="modificare-anche-gli-spazi-esterni">Modificare anche gli spazi esterni</h2><p>Anche gli spazi esterni devono cambiare. Molti cortili scolastici oggi sono distese di asfalto e cemento che assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano verso gli edifici. Aumentare gli alberi e le superfici permeabili, creare zone ombreggiate, installare pergolati e utilizzare pavimentazioni meno assorbenti non significa soltanto rendere più belli gli spazi: significa ridurre concretamente la temperatura intorno alle scuole e restituire agli studenti cortili utilizzabili. Tetti, palestre, pensiline e parcheggi possono inoltre ospitare impianti fotovoltaici. Il maggiore fabbisogno di raffrescamento coincide spesso con le ore di maggiore produzione solare: una parte dell’energia necessaria potrebbe quindi essere prodotta direttamente dalle scuole. L’obiettivo non deve essere riempire gli edifici di apparecchiature, ma costruire un sistema integrato nel quale ombra, isolamento, ventilazione, climatizzazione efficiente e rinnovabili lavorino insieme.</p>
<h2 id="dove-trovare-la-copertura-finanziaria">Dove trovare la copertura finanziaria</h2><p>Resta la domanda decisiva: dove trovare i soldi? La risposta non può essere che le risorse non esistono. Nel 2025 l’Italia ha ricavato circa 2,59 miliardi di euro dalle <a href="https://www.cittadinanzattiva.it/comunicati/17312-sicurezza-delle-scuole-presentato-il-xxiii-rapporto-di-cittadinanzattiva-la-richiesta-tre-miliardi-nella-prossima-legge-di-bilancio.html" rel="noopener">aste europee</a> delle quote di emissione di CO₂. Destinarne ogni anno il 10 per cento a un Fondo nazionale per il comfort climatico delle scuole significherebbe disporre, prendendo come riferimento le entrate del 2025, di circa 259 milioni di euro l’anno e di oltre 750 milioni in un triennio, senza introdurre una nuova tassa. La quota dovrebbe essere definita con una norma di bilancio e coordinata con le destinazioni già previste per questi proventi.</p>
<p>A questo fondo si possono affiancare gli incentivi del <a href="https://www.gse.it/servizi-per-te/efficienza-energetica/conto-termico-3-0" rel="noopener">Conto Termico 3.0</a> gestito dal GSE. Per gli interventi nelle scuole il meccanismo può riconoscere, nei casi previsti, incentivi fino al 100 per cento dei costi ammissibili. Tra le misure finanziabili rientrano isolamento termico, sostituzione degli infissi, schermature solari, trasformazione in edifici a energia quasi zero, automazione degli impianti e pompe di calore. Il fondo nazionale dovrebbe coprire le spese non incentivate, anticipare le somme agli enti locali e finanziare gli interventi urgenti di minore importo.</p>
<p>Un terzo canale è rappresentato dai programmi regionali del <a href="https://www.europarl.europa.eu/ftu/pdf/it/FTU_3.1.2.pdf" rel="noopener">Fondo europeo di sviluppo regionale</a>. Nella programmazione 2021-2027 l’Italia dispone di risorse rilevanti per l’obiettivo dedicato a un’Europa più verde e a basse emissioni, che comprende anche l’efficienza energetica degli edifici pubblici. Governo e Regioni potrebbero concordare una riserva specifica per le scuole maggiormente esposte al caldo, sommando questi finanziamenti alle risorse ordinarie per l’edilizia scolastica.</p>
<p>Le coperture, dunque, possono essere costruite combinando una quota stabile delle aste sulle emissioni, gli incentivi del Conto Termico, i programmi europei e i finanziamenti ordinari. Serve però una cabina di regia nazionale, con costi standard, graduatorie basate sull’anagrafe termica e un portale pubblico nel quale seguire risorse assegnate, cantieri, tempi di conclusione e riduzione effettiva delle temperature.</p>
<h2 id="spostare-il-calendario-scolastico-non-basta">Spostare il calendario scolastico non basta</h2><p>Di fronte alle ondate di calore si torna spesso a discutere dell’anticipo della fine delle lezioni o della modifica del calendario scolastico. In situazioni emergenziali può essere necessario modificare orari e attività, ma spostare le date non raffredda gli edifici, non protegge chi sostiene gli esami, non risolve il problema dei corsi estivi e non prepara le scuole a un clima che sta già cambiando. Le soluzioni tecniche esistono e anche le possibili fonti di finanziamento esistono. La vera domanda è se vogliamo considerare il benessere di studenti e lavoratori una priorità nazionale oppure se, terminata l’ennesima estate, lasceremo che il caldo nelle scuole torni ancora una volta nel dimenticatoio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fare chimica senza fare danni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chimica-senza-fare-danni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chimica-senza-fare-danni/</guid><pubDate>Wed, 05 Aug 2026 16:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lucentini</dc:creator><description>La chimica oggi è capace di produrre quasi ogni molecola immaginabile. Il premio Nobel Omar Yaghi parla di «abbondanza molecolare»: una libertà enorme che porta con sé responsabilità altrettanto grandi. La comunità scientifica sta trasformando questa consapevolezza in principi concreti: sicurezza, sostenibilità e dialogo con la società come criteri di progettazione, non come ripensamenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fare-chimica-senza-fare-danni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fare-chimica-senza-fare-danni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>«Abbiamo sviluppato una chimica che ci permette di produrre qualsiasi struttura molecolare ti venga in mente. O che il computer ti proponga. Viviamo in un mondo di abbondanza molecolare» (Omar Yaghi, conferenza all’Università di Milano-Bicocca, 25 maggio 2026). </p></blockquote>
<p>Lo scorso 25 maggio il premio Nobel per la chimica Omar Yaghi ha servito un potente cocktail emozionale alla platea intervenuta alla sua conferenza organizzata dall’Università di Milano-Bicocca; l’idea che la chimica sia in una fase di abbondanza può essere spiazzante o affascinante, spaventosa o esaltante. Queste potenzialità derivano dall’integrazione tra la chimica di laboratorio, l’intelligenza artificiale e la robotica che fornisce tutti gli strumenti per prevedere e studiare le caratteristiche di moltissime molecole in pochi mesi di lavoro.</p>
<p>I reticoli metallorganici (MOFs), ovvero quei materiali porosi capaci anche di catturare l’acqua dall’atmosfera, sono l’esempio più lampante. Prendi una manciata di atomi metallici e organizzali a formare un solido geometrico, poi scegli una molecola organica a fare da ponte di collegamento tra i solidi stessi: con questi due soli ingredienti puoi generare circa un miliardo di reticoli MOF. Se complichi l’assunto, mescolando diversi metalli o modificando la molecola ponte, il numero di possibilità si alza così tanto che avrebbe poco senso rappresentarlo o fare abusati parallelismi con il numero di stelle nel cosmo. </p>
<p>La chimica reticolare è un universo di possibilità in cui una persona che fa ricerca può navigare in totale libertà, selezionando le molecole e le strategie sintetiche più adatte ai propri scopi. Una libertà così ampia che porta con sé il rischio di perdere la rotta. Secondo Yaghi, la mappa per orientarsi in questo universo è fatta di tanti perché: «in un mondo pieno di risposte, le domande che ti poni diventano più importanti».</p>
<p>Dietro questa frase c’è un richiamo al senso di responsabilità individuale e collettivo, perché di fronte all’abbondanza la comunità chimica non può permettersi di ripetere gli errori del passato: i noti incidenti industriali già discussi sulle pagine di Scienza in rete e il più attuale problema dei PFAS hanno creato danni ambientali e umani da cui ci stiamo tuttora riprendendo. Con gli strumenti di cui dispone oggi la chimica, non sarebbe accettabile rivedere avvenimenti simili e per questo la comunità chimica sta trasformando un sentimento diffuso in azioni concrete che trasformano il lavoro di ricerca.</p>
<p>In un <a href="https://pubs.rsc.org/sc/article/17/22/10804/1232320/Responsible-chemistry-for-a-changing-world-IUPAC-s" rel="noopener">articolo</a> di maggio la IUPAC (International Union of Pure and Applied Chemistry) una delle istituzioni di riferimento per la chimica mondiale, ha presentato le <a href="https://iupac.org/responsible-chemistry/wp-content/uploads/sites/6/2025/07/IUPAC_GuidingPrinciples_Infographic.pdf" rel="noopener">linee guida della chimica responsabile</a> che «coniugano l&rsquo;attività scientifica con il benessere sociale e la tutela dell&rsquo;ambiente». Otto principi con un denominatore comune: ridurre il rischio che l’innovazione presenti il conto, umano e ambientale, alle generazioni successive.</p>
<h2 id="un-approccio-che-viene-da-lontano">Un approccio che viene da lontano</h2><p>Nella storia dell’ottocento e del novecento, la chimica ha spesso legato il concetto di innovazione alla produzione su larga scala, traguardo aspirato da chi cerca una soluzione molecolare a un problema, individua la sostanza più adatta allo scopo e passa anni in laboratorio per mettere a punto la sintesi più efficiente. Alla domanda «come tengo al fresco il cibo senza rischiare che il frigorifero mi uccida?» Thomas Midgley rispose con i clorofluorocarburi (CFC), la cui produzione massiccia ha messo a repentaglio lo strato di ozono. </p>
<p>Anche scoperte più casuali, come il teflon che ha avviato l’era dei PFAS, hanno trovato il loro successo nella facilità di sintesi e nella risoluzione di problemi specifici. In queste storie, l’innovazione è limitata a poche molecole, la cui produzione permette l’inserimento sul mercato a costi ragionevoli, e mette da parte la comprensione degli effetti sulla salute ambientale e umana. </p>
<p>Oggi, seguendo il ragionamento di Yaghi, questa prospettiva si sta ribaltando. L’intelligenza artificiale può suggerire molecole mai pensate prima o individuare nuovi utilizzi per sostanze già esistenti, la robotica può accelerare le sintesi svolgendo centinaia di reazioni in parallelo e gli strumenti computazionali possono prevedere le proprietà chimico-fisiche prima di iniziare il lavoro di laboratorio. Questi strumenti rendono praticabile il <em>systems thinking</em>, un pensiero sistemico che richiede alcuni sforzi nuovi per chi fa ricerca nella chimica, tra cui l’analisi di tutto il ciclo di vita di ogni sostanza. </p>
<p>Il risultato più immediato di questo approccio è l’integrazione di sicurezza e sostenibilità nel concepimento di una nuova molecola o di un materiale: un modo di lavorare che anticipa e riduce il più possibile gli impatti di una nuova tecnologia. Per considerare l&rsquo;impatto ambientale e sociale dalla fase di estrazione delle materie prime fino alla gestione del fine vita, la IUPAC invita i gruppi di ricerca ad ampliare lo sguardo e a considerare le connessioni tra chimica, ambiente, economia e società. Chi fa chimica dovrebbe dialogare con economisti, tossicologi, ecologi e specialisti della comunicazione già durante la progettazione per trovare soluzioni condivise. Una collaborazione di questo tipo riduce il rischio che nuove tecnologie incontrino resistenze o vengano respinte. </p>
<h2 id="più-materiali-e-meno-rifiuti">Più materiali e meno rifiuti</h2><p>La chimica responsabile tiene anche conto di cosa succede quando un processo esce dai laboratori di ricerca e diventa industriale. Un buon rapporto con la società passa da comportamenti virtuosi e trasparenti che mettono la sicurezza al primo posto nella progettazione di materiali e processi industriali. Gli incidenti di Bhopal e Seveso, per citare i più noti e importanti, hanno insegnato tanto, ma a spese della vita e della salute delle persone. </p>
<p>Con la <a href="https://www.stockholm-declaration.org/read-the-declaration" rel="noopener">dichiarazione di Stoccolma</a> sulla chimica per il futuro, oggi firmata da tutte le più importanti società chimiche al mondo compresa quella italiana, la comunità chimica dice senza mezzi termini che «la sostenibilità senza innovazione è impossibile e l’innovazione senza sostenibilità è rovinosa». </p>
<p>La dichiarazione affronta le tematiche discusse dalla IUPAC ed estende i suoi ragionamenti anche all’industria, chiedendole di adattarsi alle novità e ai cambiamenti imposti da mercato e società. È l’esatto opposto di quanto successe a Bhopal, dove l’azienda cercò in ogni modo di mantenere operativo un impianto ormai desueto e non in linea con i nuovi orientamenti di un mercato ormai poco interessato al carbaryl. </p>
<p>Le società chimiche aspirano a processi di produzione con sostanze sicure e degradabili, e spingono le imprese a riconoscere le sostanze pericolose come un rischio per azionisti e investitori. La sicurezza diventerebbe così un parametro concreto per valutare il rischio finanziario. Guardando al prodotto che esce da un’azienda chimica, la dichiarazione di Stoccolma chiede che sia di facile degradazione o che sia progettato per un disassemblaggio facile. Un oggetto che abbia terminato il suo compito tecnologico deve tornare al produttore per essere rigenerato o scomposto nelle sue componenti originali. </p>
<h2 id="acqua-dallaria">Acqua dall’aria</h2><p>Utopia? Per Yaghi e il suo team è già una realtà. Durante la sua conferenza in Bicocca ha presentato l’applicazione di un MOF per estrarre acqua potabile dall’atmosfera in zone desertiche. Questo dispositivo lavora in due fasi: prima assorbe acqua dall’ambiente circostante, poi i suoi pannelli si chiudono e il sole lo scalda fino 45°C, temperatura alla quale rilascia l’acqua liquida e la rende disponibile alla raccolta. </p>
<p>Nei test condotti nella Death Valley, una delle zone più aride del pianeta, il materiale è rimasto stabile e operativo per più di due anni. Yaghi dichiara di aver pronti due dispositivi per la commercializzazione: un modello elettrificato produrrebbe circa 2.000 litri di acqua al giorno, un altro con il solo contributo dell’energia solare avrebbe una produttività di 850 litri al giorno. Per chi ama i dettagli chimici, il MOF alla base di questo dispositivo è costruito facendo reagire in acqua un ossido di alluminio con molecole organiche contenenti ioni pirazolato ed è progettato in un’ottica di economia circolare. Dopo circa sette anni di lavoro, una semplice reazione con un acido forte lo disassembla, permettendo di recuperare i suoi componenti e chiudere il ciclo. </p>
<p>Se l’applicazione industriale mostrata da Yaghi avrà successo e rispetterà i criteri di sostenibilità, potrebbe essere una dimostrazione sul campo che la chimica responsabile può diventare un modo concreto di progettare tecnologie, andando oltre i buoni propositi e la ricerca di base.</p>
<p>Queste e altre dimostrazioni pratiche saranno essenziali per rinnovare il rapporto di fiducia tra chimica e società, per troppo tempo messo a dura prova. In un’epoca dell&rsquo;abbondanza molecolare, il successo della chimica dipenderà sempre meno da quante molecole sapremo creare e sempre più da come sapremo accompagnarle lungo tutto il loro viaggio di andata e ritorno dal laboratorio alla società. Perché «se non torna indietro, abbiamo un problema che i bambini di oggi dovranno risolvere domani».</p>
<h2 id="invito-alla-comunicazione">Invito alla comunicazione</h2><p>Le linee guida contengono alcune riflessioni su modalità e finalità del comunicare la chimica; la IUPAC chiede, senza tanti giri di parole, di scartare l’idea secondo cui basti rovesciare dati e concetti scientifici sul pubblico per accrescerne la fiducia e convincerlo ad avvicinarsi alla disciplina. Sono concetti che somigliano a una ventata di aria fresca: il <em>deficit model</em>, che abbraccia questo approccio semplicistico alla comunicazione, è stato screditato da tempo e anche le istituzioni scientifiche se ne stanno allontanando perché, nella complessità del mondo moderno, sta mostrando tutti i suoi limiti. </p>
<p>La chimica responsabile richiede un dialogo bidirezionale basato sulla fiducia reciproca in cui trasparenza, onestà e accessibilità si uniscono all’ascolto attivo delle preoccupazioni dei cittadini. Detto in modo più pragmatico: serve un passaggio da una comunicazione amatoriale, volontaria ed episodica a strategie comunicative strutturate e stabili nel tempo. A mio parere qui c’è un invito, nemmeno troppo celato, a inserire figure professionali in comunicazione a tempo pieno nelle realtà di ricerca.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Eclissi : perché solo la Terra può vedere il Sole sparire</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire/</guid><pubDate>Wed, 05 Aug 2026 12:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>universo</category><description>Il 12 agosto un’eclissi parziale di Sole offrirà uno spettacolo eccezionale, soprattutto nel Nord Italia, dove il disco solare sarà oscurato per oltre il 90%. Dietro questo evento si nasconde una straordinaria coincidenza cosmica: Sole e Luna appaiono grandi allo stesso modo nel nostro cielo, una condizione unica nel Sistema solare. Patrizia Caraveo spiega come nascono le eclissi, perché sono così rare da un luogo preciso della Terra e perché continuano ad affascinare gli astronomi - oltre a milioni di appassionati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In attesa dell’eclissi del 12 agosto che, poco prima del tramonto, oscurerà parzialmente il Sole con una preferenza per le regioni del nord Italia (che potranno godere di oltre il 90% di copertura del disco solare), forse è il caso di spolverare i ricordi di astronomia per apprezzare come l’eclisse ci renda unici nel sistema solare. </p>
<p>Assistere all’oscuramento del Sole è infatti possibile solo per noi terrestri, grazie a una fortuita combinazione tra dimensioni e distanza del Sole e della Luna, visti dalla Terra.  Benché il diametro della Luna sia 400 volte inferiore al diametro del Sole, la distanza tra la Terra e il Sole è circa 400 volte superiore alla distanza tra la Terra e la Luna. Per dirla in termini astronomici, il Sole e la Luna appaiono avere le stesse dimensioni angolari nel cielo. È questa coincidenza, unica nel sistema solare, a rendere possibile alla piccola Luna di oscurare il Sole. Avere le stesse dimensioni angolari non è però sufficiente: perché si verifichi un’eclisse occorre che, nel percorrere le loro orbite, Luna e Terra siano allineate con il Sole. Per essere allineati, tre oggetti devono essere sullo stesso piano - ed è qui che le cose si complicano, perché l’orbita della Luna è inclinata di 5° rispetto all’orbita descritta dalla Terra intorno al Sole, che non a caso prende il nome di eclittica, perché è solo in quel piano che possono avvenire le eclissi. È questa inclinazione a regolare il succedersi degli allineamenti che possono avvenire solo quando la Luna, nella sua orbita intorno alla Terra, attraversa il piano dell’eclittica. È una circostanza che avviene due volte per ogni ciclo lunare e i punti di attraversamento si chiamano nodi (ascendente e discendente).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1682" height="956" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Crediti immagine: <a href="https://play.inaf.it/leclissi-solare-con-scratch/" rel="noopener">Play INAF</a></p>

<p>Tuttavia c’è ancora un’altra condizione da soddisfare: perché possa avvenire l’eclisse il nodo deve essere allineato con la congiungente Terra Sole. Come spiega molto bene Marco Bastoni nel suo <a href="https://www.apogeonline.com/libri/il-piccolo-libro-delle-eclissi-marco-bastoni/" rel="noopener"><em>Il piccolo libro delle eclissi</em></a>, l’allineamento dei nodi avviene due volte all’anno (per essere precisi ogni 172 giorni, perché anche la linea dei nodi ha un suo moto) e sono questi i momenti favorevoli che vengono chiamati “stagioni delle eclissi”.</p>
<p>Tuttavia, il fatto che la linea dei nodi sia rivolta verso il Sole non implica che avvengano eclissi perché quasi sempre la Luna si trova in un altro punto della sua orbita e manca l’appuntamento. Perché avvengano le eclissi la Luna deve attraversare l’eclittica, davanti o dietro alla Terra, nel periodo dell’allineamento. </p>
<p>Quando la Luna è davanti alla Terra, quindi non è visibile di notte, ci sono le condizioni per un&rsquo;eclissi di Sole, che spesso è parziale, perché l’allineamento non è perfetto. L’eclissi può anche essere anulare quando la Luna si trova nel punto più lontano dalla Terra e appare un po’ più piccola e non riesce a coprire interamente il Sole. Due settimane dopo l’eclisse di Sole, durante il plenilunio, si verificherà l’eclisse di Luna che sparirà nel cono d’ombra della Terra.  </p>
<p>Come dicevamo, gli allineamenti sono rari ma non rarissimi. Nel corso di un anno possono avvenire un paio di eclissi solari seguite dalle corrispondenti eclissi lunari. Tuttavia, le dimensioni contano. La piccola Luna proietta la sua ombra in una striscia sottile larga circa 300 km e lunga qualche migliaio, quindi l’eclissi di Sole interessa sempre una piccola frazione del pianeta. Al contrario l’eclissi di Luna è molto più democratica, perché può essere vista da tutto l’emisfero immerso nel buio. A causa di questa diversa copertura geografica, ponendoci in un qualsiasi punto del nostro pianeta è molto più probabile assistere a un&rsquo;eclissi di Luna piuttosto che di Sole. Ovviamente nulla vieta di spostarsi per andare ad ammirare la totalità in giro per il mondo. Marco Bastoni non ha esitato ad andare in Cile, in Mongolia, in Messico ed in Cina  per godere lo spettacolo del Sole che scompare (con qualche delusione a causa delle nubi). </p>
<p>Per gli astronomi, l’eclisse è il momento di gloria della corona solare, sempre presente ma resa invisibile dalla luminosità del Sole. Si tratta di una nube di plasma a qualche milione di gradi, ben più caldo della superficie del sole, che emerge solo durante le eclissi totali con la raggera delle linee del campo magnetico solare che escono dai poli e la forma che dipende dallo stato di attività della nostra stella. È anche questo che rende preziosissimi i pochi minuti della totalità (quando il Sole è completamente oscurato dalla Luna e sulla Terra diventa buio), che gli scienziati devono usare al meglio per studiare questa eterea presenza ancora non completamente capita, dal momento che non è ancora chiaro il meccanismo alla base del riscaldamento coronale. Ma l’utilità delle eclissi non si esaurisce con lo studio della corona solare. Grazie alla perseveranza di Arthur Stanley Eddington, l’eclisse del 29 maggio 1919 ha fornito la prima prova sperimentale a conferma della teoria della relatività generale.</p>
<p>Tornando al 12 agosto, diciamo che si tratterà comunque un’eclissi breve, perché il Sole sarà al tramonto. La fascia della totalità attraversa la Groenlandia, l’Islanda, la Spagna e finisce alle Baleari. Dall’Italia sarà un’eclissi parziale. La città che godrà dell’oscuramento maggiore sarà Ventimiglia, con quai il 95% di copertura del Sole, mentre Milano avrà il 93%. Anche se parziale, l’osservazione dell’eclissi deve essere fatta con gli appositi occhiali. Non è mai una buona idea guardare direttamente il Sole.  </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/eclissi-perche-solo-terra-puo-vedere-sole-sparire-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="La fascia di totalità dell&rsquo;eclissi in Spagna. Screenshot da Eclipse Map" width="1600" height="965" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">La fascia di totalità dell&rsquo;eclissi in Spagna. Screenshot da <a href="https://eclipsemap.xyz/#4.92/43.44/10.97" rel="noopener">Eclipse Map</a></p>

<p>Visto che sarà al tramonto con il Sole molto basso, occorre avere l’orizzonte ovest molto sgombro. Niente case, palazzi, colline, alberi. Il mare è certamente la scelta più promettente, fatta salva la presenza di nubi. Non resta che augurare buona fortuna ai cacciatori di eclissi il cui numero è così elevato da spostare i flussi turistici.</p>
<p>Visto che sappiamo esattamente cosa succede nel corso di un’eclissi di Sole, perché folle di appassionati, o anche solo di curiosi, vogliono essere nella striscia della totalità per poter ammirare il Sole che scompare? Cosa cercano? Credo che la risposta giusta sia che cercano un evento che unisce scienza ed emozione, in una parola, cercano meraviglia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mio ritratto di Anthony Fauci, inquisito dal partito della anti-scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza/</guid><pubDate>Sun, 02 Aug 2026 16:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Guido Poli</dc:creator><description>Anthony Fauci, a 85 anni, si trova a dover testimoniare davanti alla Commissione del Senato per accertare l&amp;amp;rsquo;origine della pandemia di Covid-19, in un&amp;amp;rsquo;atmosfera da resa dei conti da parte del partito che ai tempi suggeriva di difendersi con la clorochina. Il grande medico è di nuovo al centro delle polemiche anche per aver scelto di non rispondere alle domande invocando il quinto emendamento. Il medico immunologo del San Raffaele e presidente di Patto Trasversale per la Scienza Guido Poli, che ha a lungo lavorato con lui, ricorda in questo articolo le battaglie di Tony Fauci nella storia della sanità statunitense e internazionale, dall’AIDS alla pandemia. L’immagine è tratta dal filmato (public domain) della audizione di A. Fauci del 29 luglio 2026 davanti al Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mio-ritratto-anthony-fauci-inquisito-partito-anti-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni, è tornata prepotentemente sui media internazionali, e in parte anche in Italia, la figura di Anthony (“Tony”) Fauci, il medico-scienziato tra i principali responsabili della sanità pubblica negli USA che tutto il mondo ha conosciuto nei momenti più bui della recente pandemia di COVID-19. Avendo avuto l’opportunità e la fortuna di lavorare con lui dal 1986 al 1993, desidero condividere una mia testimonianza personale sullo scienziato e sull’uomo. Anticipo che non intendo intervenire nella questione aperta dell’origine del virus SARS-CoV-2 (se “naturale”, emerso da un serbatoio animale peraltro mai identificato, o “di laboratorio”, sfuggito dal centro di Wuhan dove si studiavano coronavirus dei pipistrelli), oggetto principale delle accuse di alcuni senatori repubblicani a Fauci, secondo loro responsabile di aver finanziato, come Direttore del NIAID (National Institute of Allergy and Infectious Diseases), ricerche collaborative tra USA e Cina sul potenziale pandemico del virus dei pipistrelli.</p>
<p>Tony Fauci è tra i medici-scienziati più famosi al mondo. Nato a Brooklyn, New York, dopo aver studiato dai Gesuiti, ha avuto una carriera talmente brillante come medico e scienziato da essere nominato a soli 43 anni, nel 1984, il più giovane direttore di uno degli istituti pubblici governativi con sede a Bethesda, cittadina del Maryland a circa mezz’ora d’auto da Washington, D.C., sede della Casa Bianca e del Governo USA. Questi istituti, noti come NIH (National Institutes of Health), costituiscono il più grande centro di ricerca pubblica al mondo ospitando circa 18.000 scienziati, molti provenienti da altri paesi. Da allora, Fauci è stato Direttore del NIAID per i 38 anni successivi. Contemporaneamente, è rimasto capo del Laboratory of Immunoregulation, dove io arrivai nel 1986 e vi lavorai per 7 anni prima di rientrare in Italia. Erano gli anni ruggenti dell’AIDS e Fauci riuscì a moltiplicare gli scarsi finanziamenti per le malattie infettive (da meno di 400 milioni a oltre 6 miliardi di dollari nel 2023) trasformando il NIAID in uno dei centri di ricerca più importante al mondo (non solo per gli studi su HIV/AIDS).</p>
<p>La mia carriera di ricercatore iniziò nel 1983 nel laboratorio di Alberto Mantovani all’Istituto Mario Negri di Milano, con cui pubblicammo alcuni tra i primi contributi italiani sul coinvolgimento del sistema immunitario nell’AIDS, studi che mi hanno permesso di essere accettato nel laboratorio di Fauci. Da Fauci, oltre che da Mantovani, ho imparato tutto quello che mi ha permesso di crescere professionalmente: come scrivere un lavoro scientifico, come presentarlo an un congresso di esperti, come comunicarlo a chi non è esperto, ecc. La mia stima e riconoscenza nei loro confronti è assoluta!</p>
<p>Fauci era (e probabilmente ancora è) un <em>workaholic</em>, un lavoratore incredibile… Era in ufficio alle 7 del mattino e non mollava fino a sera quando spesso, prima di tornare a casa, incontrava importanti membri del congresso americano. Più di una volta è successo che, durante un incontro di aggiornamento scientifico del gruppo che dirigevo all’interno del sul laboratorio ricevesse una telefonata e dicesse: “scusatemi, ma devo andare alla Casa Bianca”…A proposito, del mio gruppo ha fatto parte per un paio d’anni un giovane Drew Weissman, proveniente da Harvard, futuro vincitore del Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina insieme a Katalin Karikò nel 2023 per la scoperta di come modificare la molecola di RNA messaggero per renderla sfruttabile come farmaco o vaccino, da cui sono stati derivati i prestigiosi vaccini anti-COVID-19. Queste ricerche Drew le ha condotte successivamente alla sua esperienza nel laboratorio di Fauci, a Philadelphia, ma l’amicizia tra noi e rimasta (gli abbiamo conferito la laurea honoris causa in Biotecnologie dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano nel 2024).</p>
<p>Come si può leggere nel suo avvincente <a href="https://www.scienceopen.com/document?vid=3a834ea0-6b6f-458a-b047-354f5692cc06" rel="noopener">libro autobiografico <em>On call</em></a>, l’impatto di Tony Fauci sulla pandemia da HIV/AIDS è andato molto oltre i suoi pur importanti contributi scientifici. Per citare i contributi più importanti, è stato il precursore di un’alleanza tra medici e pazienti che protestavano vivamente (chiamandolo <em>Fauci murderer</em>, assassino) perché non avevano accesso ai farmaci sperimentali anti-HIV, sfociata nel modello definito <em>parallel track</em>, ovvero nella possibilità di rendere disponibili farmaci sperimentali in modo compassionevole ai pazienti mentre proseguiva il percorso di approvazione da parte della FDA (“Food and Drug Administration”) (leggi <a href="https://www.nytimes.com/1989/06/26/us/aids-researcher-seeks-wide-access-to-drugs-in-tests.html" rel="noopener">qui</a>). Ricordo che solo dal 1996 la somministrazione di una combinazione di farmaci antiretrovirali (cART) ha dimostrato di salvare la vita e ricostituire il sistema immunitario delle persone altrimenti votate a morte quasi certa in 8-10 anni a causa dell’AIDS (c<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/8656507/" rel="noopener">ome testimoniato su JAMA nel 1996)</a>.</p>
<p>Un altro contributo storico di Fauci alla lotta all’AIDS fu il lancio del programma PEPfAR (“President&rsquo;s Emergency Plan for AIDS Relief”), lanciato nel 2003 dal Presidente George Bush e di cui Tony fu il principale architetto, con lo scopo di portare la cART nei paesi più poveri del mondo. Cumulativamente, è stimato che <a href="https://www.state.gov/pepfar" rel="noopener">PEPfAR</a> abbia distribuito farmaci per ca. 120 miliardi di dollari e che abbia salvato la vita di oltre 20 milioni di persone (soprattutto giovani).</p>
<p>Probabilmente è meno noto che Fauci abbia giocato un ruolo fondamentale nella lotta al bioterrorismo negli USA contribuendo a creare il <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Project_Bioshield" rel="noopener">programma Bio-Shield</a> nel 2004. Quando vi furono lettere contenenti la tossina dell’antrace spedite a diverse persone di prestigio (lui stesso credette di esserne vittima, come racconta nel libro, anche se la polvere presente nella busta si rivelò poi innocua).</p>
<p>Venendo ai giorni nostri e alla pandemia di COVID-19, oltre al supporto fondamentale allo sviluppo dei vaccini a mRNA modificato, è stato il volto rassicurante nei momenti più difficili della pandemia, negli USA e nel mondo. Ha commesso errori, come gli viene oggi rinfacciato? Certamente, lui stesso l’ha più volte riconosciuto, per esempio sull’uso delle mascherine inizialmente ristrette al personale sanitario (va anche ricordato che inizialmente non ve ne sarebbero state comunque a sufficienza per tutti), ma questo sottolinea semplicemente il fatto che la scienza non ha certezze (a differenza dell’ignoranza), ma che aggiusta il tiro imparando dai propri errori.</p>
<p>Come anticipato, non desidero entrare nel merito del cuore dell’attacco che Fauci sta subendo da parte di alcuni senatori repubblicani, Rand Paul in particolare, col supporto del Presidente Trump (che avrebbe voluto trattare la COVID-19 con idrossiclorochina, un farmaco anti-malarico che non ha mai dimostrato efficacia come antivirale). La scelta di non rispondere alle domande invocando il quinto emendamento della costituzione degli USA (finalizzato ad impedire che una frase possa essere incriminante per chi la pronuncia), dopo decine di audizioni pubbliche e private, è stata una scelta tattica dei suoi legali basandosi sulla considerazione che qualsiasi risposta avesse dato sarebbe stata ritorta contro di lui.</p>
<p>Con tutto il cuore, ricordando che Fauci, a 85 anni, avrebbe diritto a godersi un po&rsquo; di tranquillità, mi auguro che Tony possa uscire a testa alta da questo tunnel distopico e che l’enorme contributo che ha dato alla scienza e alla medicina possa essere apprezzato universalmente come merita e che eventuali errori commessi nella gestione della pandemia rientrino in una valutazione serena dell’operato di un uomo straordinario che, tra altre cose, ha contribuito alla carriera di tantissimi medici e scienziati nel mondo, tra cui il sottoscritto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il PNRR ha migliorato la sanità pubblica territoriale?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pnrr-migliorato-sanita-pubblica-territoriale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pnrr-migliorato-sanita-pubblica-territoriale/</guid><pubDate>Sun, 02 Aug 2026 11:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><description>Il 30 giugno scorso si è chiusa formalmente la Missione 6 del PNRR, quella dedicata alla salute. A poco più di un mese di distanza si attendono i dati ufficiali. Verranno a gala i veri nodi: la mancanza di personale, i divari enormi tra Regioni, la carenza di risorse. La partita vera, quella di costruire una sanità territoriale capace di gestire la cronicità, comincia adesso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pnrr-migliorato-sanita-pubblica-territoriale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pnrr-migliorato-sanita-pubblica-territoriale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ormai è tempo per una prima valutazione di impatto della Missione 6, quella dedicata alla salute, del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il 30 giugno scorso si è sancita la conclusione degli interventi, preceduta da una affannosa corsa alla certificazione del realizzato nel maggior numero possibile di casi. Cercherò di fornire il razionale di questa Missione e di fare qualche considerazione su come leggere i risultati certificati al 30 giugno quando arriveranno. Dati ufficiali non ce ne sono ancora, ma il <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/manovra-schillaci-la-prossima-settimana-incontrer-giorgetti-chieder-pi-assunzioni-e-stipendi-migliori-per-il-personale-sanitario/" rel="noopener">ministro Schillaci è rassicurante</a> e parla ad esempio di oltre 1.200 Case della comunità già operative (l’obiettivo era 1.038). </p>
<h2 id="la-missione-6-del-pnrr">La Missione 6 del PNRR</h2><p>Il <a href="https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR_3.pdf" rel="noopener">Piano nazionale di ripresa e resilienza</a> è lo strumento con cui l’Italia gestisce i fondi europei del recovery and resilience facility, il principale pilastro del piano europeo <a href="https://next-generation-eu.europa.eu/index_it" rel="noopener">Next Generation EU</a> varato dopo la pandemia. All’Italia sono stati destinati 194,4 miliardi di euro, la quota più alta tra tutti i Paesi, in parte sovvenzioni a fondo perduto, in parte prestiti da restituire tra il 2028 e il 2058 a tassi agevolati. È cruciale, spiega la stessa fonte europea, che gli interventi abbiano un reale impatto sui territori: solo così l’economia potrà sostenere il rimborso dei debiti.</p>
<p>Alla Missione salute il PNRR ha destinato 15,63 miliardi di euro, l’8,16 per cento del totale. Le risorse complessive per il rinnovamento della sanità pubblica italiana salgono però a oltre 18,8 miliardi, grazie al Piano nazionale per gli investimenti complementari (PNC), che aggiunge altri 892 milioni al ministero della Salute.</p>
<p>Gli interventi della Missione 6 si dividono in due aree principali, ciascuna con circa il 50 per cento del finanziamento. La prima punta a riportare la sanità vicino alle persone, ridisegnando la rete territoriale con professionisti e servizi capillari su tutto il territorio. La seconda guarda agli ospedali: nuove tecnologie, digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale, ricerca e formazione del personale. L’area che concentra più speranze è la prima, che finanzia le Case della comunità, l’assistenza domiciliare, la telemedicina, le Centrali operative territoriali e gli Ospedali di comunità più un investimento minore, e in verità un po’ confuso, per la prevenzione ambientale e climatica.</p>
<p> L’attenzione sulla sanità territoriale è comprensibile: il PNRR è nato nel contesto della pandemia (approvato ufficialmente il 13 luglio 2021) e proprio la debolezza dei servizi territoriali era stata indicata come una delle cause della sua gravità. Non è un caso che una delle espressioni chiave della Missione 6 sia “Casa come primo luogo di cura”. Ricordiamo che il <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/allegati/allegato1655970392.pdf" rel="noopener">decreto ministeriale 77</a> del 23 maggio 2022 ha definito gli standard organizzativi delle strutture finanziate, con qualche ritardo, e ha formalizzato la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità.</p>
<h2 id="non-è-una-novità-le-radici-della-riforma">Non è una novità: le radici della riforma</h2><p>La filosofia della Missione 6 e del successivo DM 77 era già nell’aria da almeno quindici anni. Da tempo si avvertiva la necessità di rinnovare i modelli organizzativi del SSN, spinta dalla crescita delle malattie croniche e dall’invecchiamento della popolazione. In sostanza, la Missione 6 del PNRR ha cercato di istituzionalizzare una serie di modelli organizzativi e di soluzioni strutturali che in molte regioni italiane avevano già da anni iniziato il loro percorso e che avevano trovato un riferimento nel <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2584_allegato.pdf" rel="noopener">piano nazionale della cronicità del 2016</a>. Le Case della salute, che col PNRR diventano Case della comunità, erano già state in Emilia-Romagna non solo sperimentate ma anche <a href="https://assr.regione.emilia-romagna.it/pubblicazioni/dossier/doss269" rel="noopener">valutate in termini di impatto sui percorsi di cura</a>. </p>
<p>Lo stesso vale per gli Ospedali di comunità, già attivi in molte Regioni come <a href="https://www.luoghicura.it/servizi/servizi-intermedi/2018/06/le-cure-intermedie-in-italia-riflessioni-su-un-percorso-in-atto/" rel="noopener">strutture di cure intermedie</a>, ovvero strutture di residenzialità ad alta intensità assistenziale. E ancora le Centrali operative territoriali, veri e propri snodi di coordinamento tra livelli assistenziali, che <a href="https://cergas.unibocconi.eu/sites/default/files/media/attach/11.%20COT%20tra%20indicazioni%20nazionali%20e%20declinazioni%20territoriali_Dal%20Ponte%2C%20Ferrara%2C%20Zazzera%2C%20Tozzi_0.pdf?VersionId=wSoGty4bEBs15XEUa1n5BK3zkeg0ZbnE" rel="noopener">alcune Regioni avevano già sperimentato</a>; la telemedicina, le cui linee guida risalgono al 2012 e che <a href="https://cergas.unibocconi.eu/sites/default/files/media/attach/0034_Rapporto_OASI_2023_Capitolo_12.pdf" rel="noopener">già prima della pandemia erano state oggetto di molte esperienze</a> per lo più di livello aziendale; infine l’assistenza domiciliare, che fa parte dei Livelli essenziali di assistenza fin dall’inizio. In sostanza: alcune Regioni sono partite di slancio, altre quasi da fermo. </p>
<p>Con partenza lanciata non intendo solo l’aver già “fatto qualcosa”: mi riferisco a un divario di cultura organizzativa che alcune Regioni avevano già colmato e altre no. Il PNRR ha cercato di garantire almeno il 40 per cento dei fondi alle Regioni del Sud, ma il divario non era solo economico: era anche culturale e politico. Per non parlare della diversa capacità ed efficienza di spesa (punto che mi limito ad accennare).</p>
<h2 id="le-case-della-comunità-quale-lidea">Le Case della comunità: quale l’idea?</h2><p>Tra tutte le misure del PNRR, le Case della comunità meritano un discorso a parte: sono il cuore del progetto e incarnano il modello organizzativo considerato più adatto ad affrontare l’epidemia silenziosa delle malattie croniche, il cosiddetto <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2011/06/assistere-le-persone-con-condizioni-croniche/" rel="noopener"><em>Chronic care model</em></a> di Edward Wagner che si basa su alcuni elementi fondamentali: il coinvolgimento attivo delle comunità e dei pazienti, la centralità della cronicità nelle politiche di sanità pubblica, la gestione proattiva delle malattie croniche da parte di équipe interprofessionali, linee guida condivise e sistemi informativi orientati ai processi clinici. Al centro del modello c’è l’idea di scovare precocemente le persone più a rischio e prenderle in carico prima che la loro condizione peggiori. </p>
<p>Come si diceva, la Casa della comunità discende direttamente dalla Casa della salute già sperimentata in Italia. La sua storia è lunga: la legge Finanziaria 2007 destinava già 10 milioni di euro alla sperimentazione delle Case della salute. Molte informazioni e molti stimoli sulla storia delle Case della salute in Italia si trovano in un <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4016/articoli/39922/" rel="noopener">recente intervento</a> di Maurizio Bonati alla cui lettura rimando.</p>
<h2 id="le-criticità-specifiche-delle-case-della-comunità">Le criticità specifiche delle Case della comunità</h2><p>In pratica, la Casa della comunità dovrebbe essere il luogo dove la cronicità viene gestita in modo proattivo e da équipe miste, dove i servizi sanitari si integrano con quelli sociali, dove si risponde ai bisogni urgenti che altrimenti finirebbero al pronto soccorso (o, peggio, al privato) e dove la comunità ha un ruolo attivo. </p>
<p>Le Case della comunità hanno però davanti a sé una serie di criticità specifiche, che si sommano a quelle più generali. Le più importanti, soprattutto dove mancava un’esperienza consolidata di Case della salute, riguardano quattro aspetti. Primo, la cultura: molti decisori, cittadini e operatori non hanno ancora le idee chiare su cosa siano e cosa debbano fare le Case della comunità. Secondo, la rigidità degli standard: il DM 77 prevede solo due modelli (hub e spoke) che ignorano la differenza enorme tra una periferia metropolitana e un comune montano con poche centinaia di abitanti. Terzo, gli spazi fisici: nella maggior parte dei casi le Case della comunità non hanno stanze sufficienti per accogliere i medici di medicina generale. Quarto: criticità legate ai medici di medicina generale, che dovrebbero giocare un ruolo fondamentale nelle Case della comunità, ma con cui è stato fatto un accordo per una presenza di sole 6 ore al loro interno, <a href="https://curprim.blogspot.com/2026/07/i-nodi-organizzativi-del-debito-orario.html" rel="noopener">accordo, comunque, ben lontano da essere soddisfacente</a>. </p>
<h2 id="il-vero-nodo-il-personale-e-le-risorse">Il vero nodo: il personale e le risorse</h2><p>Per quanto riguarda le criticità più generali della Missione 6 del PNRR, la più grossa è il fatto che i fondi erano quasi esclusivamente dedicati alle strutture e alle tecnologie, mentre i servizi alla persona territoriali vivono soprattutto di persone (telemedicina a parte). </p>
<p>Se si applicano gli standard del decreto, il personale necessario per le nuove strutture supera già oggi, in molte Regioni, quello disponibile. Lo Stato ha assegnato alle Regioni una quantità di risorse dedicate, e fuori dal tetto di spesa del personale, per il personale dei servizi territoriali (i dettagli li trovate qui), ma sono certamente insufficienti. Parte del personale necessario potrebbe arrivare dalla razionalizzazione delle reti ospedaliere e dall’adozione di nuovi modelli organizzativi, per esempio valorizzando maggiormente infermieri, operatori sociosanitari e la nuova figura dell’assistente infermiere. </p>
<p>Ma anche su questo fronte i ritardi sono molti, e i più grandi li accusano spesso proprio le Regioni che più avrebbero bisogno di innovare. A questo si aggiunge una crisi di vocazioni per le due figure più decisive: il medico di medicina generale e l’infermiere. Da una bella <a href="https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/un-primo-consuntivo-della-misura-6-del-pnrr/" rel="noopener">analisi</a> di Giorgio Banchieri emerge anche che la copertura territoriale non sarà né uniforme né sufficiente. E rimane il problema di fondo: il SSN è sottofinanziato, e nessuna riorganizzazione strutturale risolve questo nodo se non c’è la volontà politica di affrontarlo.</p>
<h2 id="come-leggere-i-dati-che-verranno">Come leggere i dati che verranno</h2><p>I dati ufficiali sul raggiungimento degli obiettivi saranno quasi certamente confortanti, perché l’asticella è stata tenuta bassa: molte strutture che verranno dichiarate attive si limiteranno a fare le cose di prima in una sede nuova, o magari nella vecchia appena ristrutturata. Come si dice spesso e quasi mai si fa, la partita vera comincia adesso.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cuba: l'interpellanza parlamentare è stata depositata</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cuba-linterpellanza-parlamentare-stata-depositata/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cuba-linterpellanza-parlamentare-stata-depositata/</guid><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 22:16:00 +0100</pubDate><description>Un saluto. Ti scriviamo perché sei una delle 8.488 persone che hanno sottoscritto l’iniziativa a sostegno della popolazione cubana. Poche righe per un aggior&amp;amp;hellip;</description><content:encoded><![CDATA[<p>Un saluto. Ti scriviamo perché sei una delle 8.488 persone che hanno sottoscritto l’iniziativa a sostegno della popolazione cubana. Poche righe per un aggiornamento.</p>
<p>La <a href="https://www.scienzainrete.it/appelli/lettera-aperta-per-cuba/">lettera</a> L&rsquo;Italia è debitrice verso Cuba inviata al Presidente del Consiglio e al ministro della Salute il 25 maggio scorso, è stata letta da oltre 50.000 persone e ha ricevuto l&rsquo;attenzione di alcune testate giornalistiche che hanno ripreso il testo indicando dove e come aderire all&rsquo;iniziativa.</p>
<p>Il successivo webinar Cuba, isla bella, dal primo luglio è stato seguito da oltre 3.000 persone.</p>
<p>La lettera, tuttavia, non ha avuto alcuna risposta dal Governo. Abbiamo pensato quindi di presentare un&rsquo;<a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cuba-linterpellanza-parlamentare-stata-depositata-allegato.pdf">interpellanza parlamentare</a> per chiedere conto per la mancata risposta e indagare quali iniziative il Governo intenda prendere nei confronti di Cuba. </p>
<p>La proposta ha trovato l&rsquo;interesse e la disponibilità dell&rsquo;onorevole Dario Carotenuto e dei deputati cofirmatari Marco Pellegrini, Gaetano Amato e Andrea Quartini (tutti del Movimento 5 stelle).Venerdì 24 luglio alle 17.42 l&rsquo;interpellanza è stata depositata.  </p>
<p>L&rsquo;interpellanza verrà discussa in aula, alla presenza di un rappresentante del Governo. Verrà introdotta dal proponente e se la risposta non sarà soddisfacente l&rsquo;interpellante, secondo il regolamento della Camera dei deputati, potrà presentare una mozione allo scopo di provocare una discussione e un voto da parte dell&rsquo;assemblea, il cui significato politico starà poi al Governo valutare. </p>
<p>Inoltre, Chiara Gribaudo, vicepresidente del PD, è intervenuta alla Camera riprendendo quanto scritto nella lettera. </p>
<p><a href="https://careonline.it/salute-globale/2026/07/cuba-aspetta-una-risposta-litalia-che-governa-tace/" rel="noopener">Care</a> ha dato notizia di entrambe le iniziative parlamentare, così come <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2026/07/cuba-gribaudo-pd-governo-invii-commissione-tecnica-sanitaria/" rel="noopener">Salute Internazionale</a> ha ripreso l’intervento di Gribaudo.</p>
<p>Nel frattempo, la vita quotidiana per la popolazione cubana continua a peggiorare. È notizia di pochi giorni fa che ormai il 74% dell’isola è senza elettricità. La mancanza di combustibile mina ogni attività essenziale per la sopravvivenza. Alle difficoltà dell&rsquo;approvvigionamento alimentare si aggiungono quelle per cucinare i pasti. In molte situazioni, anche cittadine, si è tornati al fuoco con la legna e il carbone.  </p>
<p>La mancanza dell&rsquo;elettricità non solo cambia il ciclo della giornata, ma anche le attività e la salute delle persone.</p>
<p>Sul fronte sanitario l&rsquo;approvvigionamento di medicinali e di presidi e ausili sanitari è passato da difficile a quasi impossibile anche per le donazioni umanitarie. La mancanza di carburante impedisce o limita enormemente la distribuzione, creando disuguaglianze all&rsquo;interno dello stesso Paese. Gli accessi agli ospedali vengono limitati, anche perché si protraggono le degenze per i ritardi nel poter fare diagnosi strumentali e interventi. </p>
<p>L&rsquo;attività nelle università e negli istituti scientifici continua, ma con enormi limitazioni. </p>
<p>Pensiamo che sia estremamente importante non lasciar calare l’attenzione e confidiamo che questo e i futuri aggiornamenti siano per voi di interesse.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ho 14 anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta/</guid><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><description>In Italia le politiche rivolte agli adolescenti seguono la cronaca invece dei dati. Dall&amp;amp;rsquo;imputabilità immediata al divieto dei cellulari a scuola, alle politiche sul lavoro, le risposte istituzionali sono parziali e repressive, e non affrontano le cause. Intanto i diritti sanciti dalla Convenzione ONU sull&amp;amp;rsquo;infanzia e l’adolescenza restano largamente disattesi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/14-anni-permettero-nessuno-dire-piu-bella-eta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Siamo in attesa non tanto che qualcuno descriva, come fece Paul Nizan in <em>Aden Arabia</em>, il senso di solitudine, le incomprensioni, le difficoltà o la totale mancanza di comunicazione con il mondo degli adulti, ma che qualcuno, come fece Nuto Revelli ne <em>Il mondo dei vinti</em>, raccolga le testimonianze dell’attuale cultura adolescenziale. In mancanza dei risultati di questi lavori formali, scientifici (perché rimandano a un metodo di lavoro e alle conseguenti azioni), con finalità conoscitive per poi pianificare iniziative di miglioramento, sono la propaganda, la scelta ideologica e gli interventi inefficaci (perché parziali, inappropriati, arbitrari) a caratterizzare il dibattito sociale e i provvedimenti istituzionali sul mondo adolescenziale. </p>
<p>Nel frattempo l’attenzione all’età evolutiva è testimoniata da azioni occasionali, estemporanee, associate a fatti di cronaca con finalità politiche di parte (quindi ideologiche) e non come iniziative di un percorso educativo, culturale, sociale condiviso e partecipato, di accompagnamento alla genitorialità. Interventi repressivi e di contenimento in risposta a fenomeni anche gravi, ma che non intaccano (anche perché le ignorano) le possibili cause. </p>
<p>Così è stato con il <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2023-09-15;123" rel="noopener">Decreto Caivano</a> che ha reso più difficile l’accesso alla messa alla prova, una misura alternativa alla pena, che permette all&rsquo;imputato minorenne di essere sospeso dal procedimento penale per svolgere un periodo di prova con attività di riabilitazione.<br>
La <a href="https://www.ragazzidentro.it/" rel="noopener">presenza media giornaliera</a> di ragazzi detenuti nelle carceri minorili è passata da 425,1 a 556,3, con un aumento del 30,9 per cento. Gli ingressi in carcere sono aumentati di oltre il 10%, mentre quelli nelle comunità penali del 21%. Aumentato del 34,3 per cento anche l’ingresso nei Centri di prima accoglienza (Cpa), che ospitano i ragazzi appena arrestati fino all’udienza di convalida e per un massimo di quattro giorni. </p>
<p>Ingressi che hanno causato un sovraffollamento e limitato il trend positivo in un quadro internazionale in cui l&rsquo;Italia è tra i paesi europei con <a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/ottavorapportominoriCS.pdf" rel="noopener">i tassi di minorenni denunciati più bassi</a>: 363,4 denunce per centomila abitanti, poco più della metà della media europea di 647,9.</p>
<h2 id="limputabilità-a-14-anni">L’imputabilità a 14 anni</h2><p>Si replica con il <a href="https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/58519.pdf" rel="noopener">DDL S. 1236</a> «Operazione maranza» orientando sempre più il sistema della giustizia minorile verso l<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili/">a punizione e la repressione</a> e verso l’abbassamento dell’età imputabile, invece che potenziare la funzione educativa e sulla responsabilizzazione. La norma di anticipare la punizione è inutile e contraria all’interesse del minore. A fronte delle migliaia di procedimenti, solo in pochissimi casi (1 su 5000 a Milano in un anno) i minori sono prosciolti per immaturità. Quindi il lavoro dei giudici, coadiuvati al bisogno da professionisti, comprende anche l’accertamento della «maturità comportamentale» dell’accusato minorenne. </p>
<p>Lo sviluppo biologico del cervello umano termina attorno ai 30 anni, la sua plasticità continua anche oltre, così come le competenze o abilità decisionali. La fase discriminante è attorno ai 20 anni. Il disegno di legge, invece, la maturità la presume già a 14 anni, a meno che non sia la difesa a dimostrare il contrario. Un provvedimento non basato su conoscenze scientifiche e quindi, forse, anche incostituzionale.</p>
<p>«È chiaro, la norma da sola non risolve il problema» ha commentato il capo del governo, ma cosa e come si risolve il problema? Perché creare una norma consapevoli della sua inefficacia? </p>
<h2 id="diritti-disattesi">Diritti disattesi</h2><p>Nel dicembre 2000 si è costituito (anche) in Italia il <a href="https://gruppocrc.net/" rel="noopener">Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza</a> (Gruppo CRC), un network composto da più di 100 esponenti del terzo settore, con la finalità di ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi protocolli opzionali, attraverso un sistema di monitoraggio indipendente, permanente, condiviso e aggiornato. Da allora il network redige regolarmente Rapporti di aggiornamento annuali e periodici: materiale supplementare a quello presentato dal governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. </p>
<p>La fotografia che ci propone il <a href="https://gruppocrc.net/tipo-documento/pubblicazioni/" rel="noopener">XIII Rapporto</a> ritrae una realtà in cui le ragazze e i ragazzi che vivono in Italia manifestano un malessere diffuso, che si esprime in diversi modi, ma riguarda tutte le sfere dell’esistenza e coinvolge le diverse fasce d’età. Pesa la percezione di un futuro incerto: crisi economiche ricorrenti, crescenti disuguaglianze, pandemia, guerre anche ai confini dell’Europa. Indicazioni che confermano quelle degli anni precedenti e che segnalano che la <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione dei diritti dell’infanzia</a> e dell’adolescenza è sì stata ratificata dall&rsquo;Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176, ma la sua attuazione è ancora largamente inevasa. «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema»</p>
<h2 id="il-cellulare-a-scuola">Il cellulare a scuola</h2><p>Con l’entrata in vigore della <a href="https://www.mim.gov.it/-/disposizioni-in-merito-all-uso-degli-smartphone-nel-secondo-ciclo-di-istruzione-1" rel="noopener">circolare ministeriale n. 3392</a> del 16 giugno 2025, nell’anno scolastico appena terminato, è stato esteso il divieto di utilizzo dei cellulari, anche per scopi educativi e didattici, agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. In particolare, è vietato l’uso di smartphone durante tutto l’orario scolastico, non solo durante le lezioni, ma anche nei momenti di pausa, spostamenti e attività didattiche. Non è consentito l’uso neanche per fini didattici, salvo eccezioni specifiche. Il divieto riguarda tutti i dispositivi elettronici personali, se non previsti dal piano didattico. Le eccezioni previste includono: i piani educativi individualizzati per studenti con disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento; le motivate necessità personali; gli indirizzi di studio specifici, dove l’uso dei dispositivi è funzionale al percorso formativo.</p>
<p>Tra le motivazioni del provvedimento: lo smartphone è una fonte di distrazione (notifiche, social network e giochi attirano), sottraendo l’attenzione delle ragazze e dei ragazzi allo studio e alle attività in classe; l’uso non controllato dei cellulari aumenta l’esposizione a fenomeni dannosi (cyberbullismo, molestie digitali, condivisione impropria di contenuti); la continua connessione, l’abitudine a controllare lo schermo di frequente, la difficoltà a staccarsi dai social possono alimentare ansia, stress e scarso autocontrollo (dipendenza); non tutti gli studenti hanno accesso a dispositivi aggiornati o a connessioni stabili con il rischio di accentuare le disuguaglianze già presenti. </p>
<p>Ma questi sono rischi esclusivi delle ore scolastiche? No, sono i potenziali rischi quotidiani comuni a tutta la popolazione, con intensità diversa a seconda dell’età. Gli esperti del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità hanno stilato <a href="https://www.doctor33.it/articolo/65339/salute-a-scuola-iss-cinque-consigli-per-gestire-luso-dello-smartphone-tra-gli-adolescenti" rel="noopener">raccomandazioni</a> per aiutare i ragazzi e le famiglie a gestire in modo consapevole l’uso del cellulare, che non sono basate sul divieto assoluto, come previsto dal ministero dell’Istruzione e del Merito. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/adolescenti-dispositivi-digitali-oltre-divieti-verso-leducazione/">Educare a un uso consapevole</a> (anche) delle risorse tecnologiche dovrebbe essere parte della programmazione didattica. Educare alla cittadinanza digitale in cui oggi ragazze e ragazzi vivono, insegnare gestire invece che a proibire vuol dire accompagnare all’acquisizione di autonomia e fiducia (responsabilità e autocontrollo personale): tutte responsabilità degli educatori, in particolare genitori e insegnanti.   </p>
<p>Risposte parziali e repressive, perché non comprese, in ambito adolescenziale non possono che alimentare azioni oppositive, così molti studenti continuano a usare di nascosto lo smartphone a scuola, sfidando i controlli dei docenti e rischiando sanzioni disciplinari come note, richiami o sospensioni. I risultati di una survey indicano che tre studenti su quattro continuano a usarlo nonostante il divieto e che l’8 per cento degli alunni confessa di utilizzarlo anche più di prima «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema»</p>
<h2 id="il-lavoro-minorile">Il lavoro minorile</h2><p>In Italia si può lavorare dai 16 anni per tutti i cittadini italiani o stranieri. La legge prevede che la ragazza o il ragazzo abbiano frequentato la scuola per almeno 10 anni (5 anni di scuola primaria, 3 di scuola secondaria di 1° grado e 2 anni di scuola superiore) o abbiano ottenuto la licenza media e completato un corso di formazione riconosciuto dallo Stato. Tuttavia, chi non ha ancora completato un corso di formazione e quindi non ha ottenuto una qualifica professionale, può comunque lavorare con il contratto di Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale (decreto legislativo 167/2011).</p>
<p>I <a href="https://www.datocms-assets.com/30196/1781250491-unicef_report_lavorominorile_2026.pdf" rel="noopener">lavoratori minorenni di 15-17 anni</a> nel 2025 erano 81.565, ma le <a href="https://www.openpolis.it/numeri/nel-2020-rilevate-127-violazioni-della-legge-sul-lavoro-minorile/" rel="noopener">violazioni della legge</a> persistono e solo una minoranza dei casi viene rilevata. In riferimento ai lavoratori entro i 19 anni di età, nel periodo compreso tra il 2020 e il 2024 a livello nazionale sono state presentate all’Inail 330.890 denunce di infortunio per lavoratori diciottenni o di età inferiore.  Nello specifico, 205.804 (62 per cento) riguardavano i minorenni entro i 14 anni di età. Le denunce di infortunio con esito mortale per i minorenni sono state in totale 92 nel periodo preso in esame: 14 denunce per gli under 14.  «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema». </p>
<p>Sinora nessuno, neanche un parlamentare, ha richiamato alla memoria la giustificazione di Indro Montanelli per aver comprato in Etiopia nel 1935 la dodicenne Destà, originaria di Segheneiti, in Eritrea, una sposa bambina («Era una bellissima ragazza di dodici anni&hellip; Scusatemi, ma in Africa è un&rsquo;altra cosa») per sostenere che i diritti umani sono sì una prerogativa che spetta a ogni persona, ma la loro garanzia dipende da una potenziale serie di cause e contesti, anche temporali. Un pensiero estremo? Forse, ma non casuale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I tre Gesù del Michigan, un viaggio tra mente, storia ed etica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica/</guid><pubDate>Fri, 31 Jul 2026 08:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Tre uomini convinti di essere Gesù, i molti «Napoleoni» ricoverati nella Francia dell’Ottocento, persone che percepiscono un proprio arto come estraneo: nel suo saggio, lo psicologo Douwe Draaisma attraversa alcuni dei più singolari inganni della mente. Ma “I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente” (Codice Edizioni, 2026) è anche un viaggio nella storia della psichiatria e nel modo in cui è cambiato il nostro sguardo sui suoi pazienti. Perché i deliri non nascono fuori dal tempo: parlano dell’epoca, della cultura e dell’ambiente in cui prendono forma. Mostrando il tentativo della mente di preservare, anche nelle condizioni più estreme, una propria coerenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è poco da girarci intorno: molti disturbi psichiatrici, per terribili che siano a livello umano, ci risultano affascinanti. Non è un caso che abbiano ispirato libri e film, a volte autobiografici, altre più o meno romanzati: da <em>Una stanza piena di gente</em> di Daniel Keyes a <em>A beautiful mind</em>, da <em>La ragazza interrotta</em> (che è stato sia libro sia film) fino all’opera omnia del neurologo Oliver Sacks, che di quei disturbi ha fatto il centro della sua narrazione in chiave divulgativa. È in buona sostanza in quest’ultimo filone che si inserisce <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/i-tre-gesu-del-michigan/" rel="noopener"><em>I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente</em></a> dello psicologo olandese Douwe Draaisma, pubblicato a inizio estate da Codice Edizioni.</p>
<p>Diversamente da Sacks, però, Draaisma non racconta di persone che ha conosciuto. Anzi, gran parte dei protagonisti del saggio sono figure di altri tempi – vissute a volte qualche decennio, a volte qualche secolo fa. Questa è una delle prime caratteristiche de <em>I tre Gesù del Michigan</em>, e non è di poco conto. Intanto perché significa che il saggio si svolge e si basa soprattutto su testimonianze, documenti e resoconti passati, facendosi storico. E poi perché, come scrive Draaisma, «I deliri sono legati al tempo. La loro espressione li colloca in un segmento temporale specifico, in un ambiente, in una storia personale». Che siano legati a una storia personale è abbastanza intuitivo; che lo siano anche a un’epoca, un ambiente storico, forse meno: ma non si può credere di essere Napoleone se Napoleone stesso non è ancora venuto al mondo. Quando però Napoleone è diventato il personaggio che tutti conoscono, la cosa cambia; e così, continua Draaisma, quando nel 1841 le sue spoglie furono riportate in Francia per la sepoltura, «Solo in quell’anno furono ricoverati a Bicêtre tredici o quattordici “Napoleoni”, ai quali si aggiungeva l’inevitabile corollario dei suoi “figli” e “mogli”».</p>
<p>C’è ancora un’altra caratteristica importante che la scelta di raccontare pazienti passati invece che presenti porta con sé: in questo modo, infatti, emerge con chiarezza anche il cambiamento dell’etica del trattamento. La vicenda che dà il nome al saggio ne è un esempio più che significativo. I tre Gesù, infatti, erano ricoverati a Ypsilanti, un ospedale psichiatrico del Michigan; qui, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, inizia l’esperimento di Milton Rokeach, psicologo statunitense di origini polacche. L’idea era far confrontare tra loro tre pazienti convinti di essere Cristo, con sessioni di gruppo che poco badavano al disagio e allo stress che causavano. Non solo: Rokeach, nel suo esperimento, usò anche provocazioni mirate, con lettere fasulle e manipolatorie, per capire fin dove potesse portarli. Un’idea che aveva precedenti storici, racconta Draaisma, ma fu completamente fallimentare. Lo fu perché non servì affatto a cambiare le deliranti idee dei pazienti; e lo fu ancora di più sul piano etico. Lo ammise lo stesso Rokeach: «A posteriori, gli era chiaro che aveva creduto di organizzare un confronto fra tre pazienti, ma ora si rendeva conto che, in realtà, era stato un confronto tra quattro pazienti. Aveva tralasciato sé stesso. Il suo delirio era stato credere di poter curare quelli degli altri con le sue manipolazioni di studioso onnipotente e onnisciente. Gli uomini che credevano di essere Gesù erano quattro», scrive Draaisma.</p>
<p>È tutt’altra la sensibilità, la consapevolezza di fronte al disturbo psichiatrico, che si trova oggi. Certo, è imperfetta e pur sempre legata alla medica o al medico, ma spicca in un altro tipo di condizione di cui Draaisma parla nel saggio: il cosiddetto disturbo dell’identità dell’integrità corporea. È in pratica una piena contrapposizione all’arto fantasma che tante persone sperimentano dopo un’amputazione (altro tema di cui parla il saggio): qui, un arto è di troppo, è percepito come estraneo, con tale forza e tale sofferenza da portare chi ne soffre a cercare di amputarlo personalmente. Oggi, almeno per alcuni pazienti e dopo accurata valutazione psichiatrica, il desiderio di amputazione viene realizzato. Inoltre, per il numero pur esiguo di persone che hanno questo peculiare disturbo dell’identità, la condizione stessa può essere vissuta non solo e necessariamente come una patologia, ma come una parte di sé. E le difficoltà che causa «non nascono dal loro desiderio [di eliminare un arto], ma dalla reazione sociale che esso suscita».</p>
<p>In effetti, uno degli aspetti più potenti de <em>I tre Gesù del Michigan</em> è che presenta un viaggio non solo tra i disturbi psichiatrici, cavalcando la neurologia, ma anche e soprattutto tra le epoche e, almeno in parte, le etiche. È ricco di riferimenti storici, né mancano quelli scientifici. C’è da dire una cosa, però: non bisogna aspettarsi di trovare, tra le pagine del viaggio, una spiegazione per “i deliri” che racconta. Non per mancanza di riguardi, quanto perché la spiegazione è molto spesso sconosciuta, vuoi per la scarsità di casi, che impedisce indagini vaste e rigorose, vuoi per la loro difformità anche quando si presentano elementi comuni. Perché semmai «Ciò che hanno in comune è la disperata inventiva con la quale il sé di sforza di mantenere coerenza e coesione, un ordine interiore, come se la ragione fosse l’ultima cosa a cui un animo confuso vuole rinunciare», come scrive Draaisma fin dalle prime pagine.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Caldo estremo: che cosa si intende con "adattamento"?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento/</guid><pubDate>Fri, 31 Jul 2026 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Temperature record, ondate di calore sempre più letali, e continuiamo a ripeterci che «ci adatteremo». Ma quando si parla di adattamento bisogna fare una distinzione fondamentale, perché climatizzatori, città più verdi, sistemi di allerta e cambiamenti nelle abitudini non sono adattamento biologico. Sono strategie indispensabili di protezione da un ambiente che cambia a una velocità senza precedenti ma, mentre il clima si riscalda nell’arco di pochi decenni, l’evoluzione umana procede in migliaia di anni. Confondere questi due tempi rischia di trasformare una necessità politica e sociale urgente in una pericolosa rassicurazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le temperature record si susseguono, le notti tropicali diventano la norma, le città si trasformano in trappole di calore e gli ospedali registrano un aumento di accessi, ricoveri e decessi legati alle ondate di calore. Eppure, di fronte a questo scenario, una parola continua a essere ripetuta con sorprendente leggerezza: adattamento.</p>
<p>Viene spesso scritto o detto «tranquilli, ci adatteremo»: le città si adatteranno, l&rsquo;agricoltura si adatterà, le persone si adatteranno.</p>
<p>Ma a quale forma di adattamento si fa riferimento? Non si tratta di una mera disputa lessicale, bensì di una questione sostanziale: gran parte delle azioni presentate come adattamento ai cambiamenti climatici consiste in realtà in misure di difesa, compensazione o mitigazione degli effetti.</p>
<p>Il riferimento corrente - e spesso paternalistico - all’adattamento raramente riguarda quello genetico-evolutivo, mentre ci si riferisce all’adattamento tecnologico (condizionamento, edifici più freschi); adattamento urbanistico (verde urbano, città resilienti); adattamento comportamentale (orari di lavoro, abitudini); adattamento sanitario (sistemi di allerta per ondate di calore). </p>
<p>Dal punto di vista biologico, l&rsquo;essere umano possiede una certa plasticità fisiologica: può acclimatarsi in settimane o mesi a climi più caldi aumentando la sudorazione, modificando la circolazione periferica e altri meccanismi, ma questa acclimatazione ha limiti ben definiti e non ha niente a che vedere con l’adattamento evolutivo.</p>
<p>I climatizzatori rappresentano l&rsquo;esempio più evidente di fiducia tecnologica. Indubbiamente sono spesso indispensabili e salvano vite umane, soprattutto tra anziani e persone fragili, e non è in discussione la loro utilità durante le ondate di calore estreme. Tuttavia il loro utilizzo non rende il corpo umano più resistente alle alte temperature e, per contro, riduce artificialmente l&rsquo;esposizione al calore grazie a un crescente consumo di energia. A livello globale, il raffrescamento degli edifici <a href="https://www.iea.org/commentaries/keeping-cool-in-a-hotter-world-is-using-more-energy-making-efficiency-more-important-than-ever" rel="noopener">assorbe già circa il 10%</a> dell&rsquo;elettricità consumata nel mondo e la domanda è destinata ad aumentare rapidamente nei prossimi decenni.</p>
<p>Lo stesso vale per gli asfalti chiari, le pavimentazioni drenanti, i tetti riflettenti, le alberature, i parchi urbani e i corridoi verdi, tutti interventi importanti, spesso urgenti, che possono ridurre la temperatura locale, anche di alcuni gradi, e migliorare significativamente la qualità della vita. Ma anche in questo caso non stiamo adattando l&rsquo;essere umano al nuovo clima, bensì modificando l&rsquo;ambiente per renderlo meno ostile.</p>
<p>Persino la crescente fuga estiva dalle città verso aree collinari e montane rappresenta una strategia di protezione, non di adattamento. Ed è una strategia profondamente diseguale. Possono permettersela coloro che dispongono di risorse economiche, seconde case o flessibilità lavorativa, mentre restano nelle città più calde gli anziani soli, chi soffre di malattie croniche, chi vive in abitazioni inadeguate, chi lavora all&rsquo;aperto e chi non ha alternative: le stesse categorie più vulnerabili all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.</p>
<p>L&rsquo;adattamento, quello vero, è un’altra cosa: in biologia è un processo evolutivo. Si realizza attraverso modificazioni che aumentano le probabilità di sopravvivenza e di riproduzione in un determinato ambiente. È il risultato della selezione naturale e richiede molte generazioni. Le differenze fisiologiche osservabili tra popolazioni umane adattate a climi tropicali, desertici o artici si sono sviluppate nell&rsquo;arco di migliaia di anni.</p>
<p>Qui emerge una contraddizione fondamentale del dibattito pubblico.</p>
<p>L&rsquo;Europa si è già riscaldata di oltre 2 °C rispetto all&rsquo;epoca preindustriale, una velocità circa doppia rispetto alla media globale. Secondo i dati più recenti del programma Copernicus, il continente europeo è oggi quello che <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2025/why-europe-warming-so-quickly" rel="noopener">si riscalda più rapidamente</a> al mondo. Un cambiamento enorme, avvenuto nell&rsquo;arco di poche decine di anni, cioè di una o due generazioni umane.<br>
Ma l&rsquo;evoluzione biologica procede con tempi completamente diversi. Gli adattamenti che caratterizzano le popolazioni umane si sviluppano generalmente nel corso di centinaia o migliaia di generazioni, in tempi cioè dell&rsquo;ordine di migliaia o decine di migliaia di anni.</p>
<p>Il riscaldamento globale sta dunque avanzando molto più rapidamente della capacità biologica della nostra specie di adattarsi a esso.</p>
<p>I dati sanitari confermano che il problema è già grave e attuale, con oltre 47.000 decessi <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03186-1" rel="noopener">stimati in Europa</a> nel 2023 a causa delle alte temperature. L&rsquo;estate del 2024 è stata persino più letale, <a href="https://www.isglobal.org/en/-/62.700-muertes-asociadas-con-el-calor-del-verano-de-2024" rel="noopener">causando oltre 62.000 morti</a>. L&rsquo;ondata di calore che ha colpito l&rsquo;Europa occidentale tra il 22 e il 28 giugno 2026 ha causato un picco drammatico di mortalità. Solo la rete di monitoraggio EuroMOMO <a href="https://www.reuters.com/business/environment/europe-recorded-10000-excess-deaths-during-late-june-heatwave-data-show-2026-07-12/" rel="noopener">ha confermato</a> più di 10.000 morti in eccesso concentrate in pochissimi giorni, di cui oltre 9.000 riguardavano persone sopra i 65 anni.</p>
<p>Si tratta di numeri impressionanti, che continuano a colpire in modo sproporzionato anziani, persone affette da patologie croniche e soggetti socialmente e ambientalmente vulnerabili.</p>
<p>In questo contesto l&rsquo;Italia si è dotata nel dicembre 2023 del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), un documento atteso da anni e destinato a rappresentare il principale strumento di preparazione del Paese agli impatti climatici.</p>
<p>L&rsquo;approvazione del Piano è stata salutata come un passo avanti necessario, ma dalla sua preparazione e poi pubblicazione sono state innumerevoli le critiche che oggi, alla prova dei fatti, appaiono tutt&rsquo;altro che marginali. <em>Scienza in rete</em> ne ha <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica/">parlato anche qui</a>.</p>
<p>La prima riguarda l&rsquo;assenza di risorse dedicate. Il Piano contiene centinaia di misure ma non dispone di un finanziamento specifico in grado di sostenerne l&rsquo;attuazione. Senza investimenti adeguati, il rischio è che molte azioni restino sulla carta.</p>
<p>La seconda riguarda la forte delega alle Regioni. Pur delineando un quadro strategico nazionale, il Piano trasferisce gran parte delle responsabilità operative alle amministrazioni regionali e locali. In assenza di un coordinamento forte e di strumenti vincolanti, il rischio è una geografia dell&rsquo;adattamento a velocità differenti, con territori più attrezzati e altri lasciati indietro.</p>
<p>La terza criticità riguarda la prevalenza di misure cosiddette &ldquo;soft&rdquo;: studi, monitoraggi, linee guida, attività formative e campagne informative. Tutte iniziative utili, ma spesso prive della capacità di incidere rapidamente sulla vulnerabilità concreta dei territori. Mentre aumentano le alluvioni, le siccità e le ondate di calore, continuano a mancare in molti casi gli interventi strutturali necessari per mettere in sicurezza città, infrastrutture e popolazioni.</p>
<p>A ciò si aggiungono osservazioni relative all&rsquo;utilizzo di dati e scenari in parte datati e alla limitata integrazione con altri strumenti strategici nazionali, a partire dalle politiche energetiche e territoriali.</p>
<figure>
<svg viewBox="0 0 680 800" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" style="width:100%;height:auto" aria-label="Tavola in tre parti: che cosa è adattamento biologico e che cosa no, i tempi a confronto, la mortalità per caldo in Europa">
<title>Caldo estremo: che cosa si intende con adattamento</title>
<desc>Tavola in tre parti: matrice che distingue cinque misure di protezione dall'acclimatazione fisiologica e dall'adattamento evolutivo; scala logaritmica dei tempi; dati di mortalità per caldo in Europa.</desc>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="40" y="52">azione o processo</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="296" y="52" text-anchor="middle">che cosa modifica</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="430" y="52" text-anchor="middle">tempo richiesto</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="563" y="52" text-anchor="middle">è adattamento biologico</text>
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<text class="gx-ts" x="48" y="86">misure di protezione — modificano l'ambiente o l'esposizione</text>
<text class="gx-ts" x="40" y="116">climatizzazione</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="116" text-anchor="middle">ambiente costruito</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="116" text-anchor="middle">anni</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="116">no</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="148">verde urbano e tetti chiari</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="148" text-anchor="middle">ambiente urbano</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="148" text-anchor="middle">anni, decenni</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="148">no</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="180">orari e abitudini</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="180" text-anchor="middle">comportamento</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="180" text-anchor="middle">mesi</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="212">sistemi di allerta</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="212" text-anchor="middle">organizzazione</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="212" text-anchor="middle">mesi</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="244">fuga estiva in quota</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="244" text-anchor="middle">esposizione</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="244" text-anchor="middle">giorni</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="244">no</text>
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<text class="gx-ts" x="48" y="278">risposte del corpo — modificano l'organismo</text>
<text class="gx-ts" x="40" y="308">acclimatazione fisiologica</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="308" text-anchor="middle">fisiologia individuale</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="308" text-anchor="middle">settimane, mesi</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="308">in parte</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="340">adattamento evolutivo</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="340" text-anchor="middle">genoma di popolazione</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="340" text-anchor="middle">millenni</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="340">sì</text>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="40" y="374">la colonna di destra resta vuota per tutto ciò che il dibattito pubblico chiama adattamento</text>
<text class="gx-th" x="40" y="410">due orologi che non segnano la stessa ora</text>
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<text class="gx-ts" x="90" y="450">acclimatazione del corpo</text>
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<text class="gx-ts" x="270" y="484">riscaldamento dell'Europa, +2 °C sul preindustriale</text>
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<text class="gx-ts" x="630" y="518" text-anchor="end">adattamento evolutivo di una popolazione</text>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="90" y="552" text-anchor="middle">0,1</text>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="270" y="552" text-anchor="middle">10</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="360" y="552" text-anchor="middle">100</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="450" y="552" text-anchor="middle">1.000</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="540" y="552" text-anchor="middle">10.000</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="630" y="552" text-anchor="middle">100.000</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="40" y="552">anni</text>
<text class="gx-th" x="40" y="596">morti attribuite al caldo in Europa</text>
<rect x="200" y="608" width="288" height="16" fill="#D85A30"/>
<text class="gx-ts" x="40" y="620">estate 2023</text>
<text class="gx-ts" x="496" y="620">47.000</text>
<rect x="200" y="634" width="380" height="16" fill="#D85A30"/>
<text class="gx-ts" x="40" y="646">estate 2024</text>
<text class="gx-ts" x="588" y="646">62.000</text>
<line x1="40" y1="660" x2="630" y2="660" class="gx-hair"/>
<rect x="200" y="668" width="61" height="16" fill="#993C1D"/>
<text class="gx-ts" x="40" y="680">22-28 giugno 2026</text>
<text class="gx-ts" x="269" y="680">10.000 in sette giorni, oltre 9.000 sopra i 65 anni</text>
<text class="gx-th" x="40" y="716">piano nazionale di adattamento, 2023: tre critiche</text>
<rect x="40" y="726" width="186" height="46" fill="none" class="gx-hair" rx="4"/>
<text class="gx-ts" x="52" y="746">nessun fondo dedicato</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="52" y="762">centinaia di misure sulla carta</text>
<rect x="238" y="726" width="186" height="46" fill="none" class="gx-hair" rx="4"/>
<text class="gx-ts" x="250" y="746">delega alle regioni</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="250" y="762">attuazione a più velocità</text>
<rect x="436" y="726" width="186" height="46" fill="none" class="gx-hair" rx="4"/>
<text class="gx-ts" x="448" y="746">prevalenza di misure soft</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="448" y="762">studi, linee guida, formazione</text>
</svg>
<figcaption>Fig. 1 — Quello che chiamiamo adattamento, in gran parte, non lo è: modifica l'ambiente o l'esposizione, non l'organismo. Le due sole voci che riguardano il corpo viaggiano su tempi incompatibili con quelli del riscaldamento europeo. Dati di mortalità: <em>Nature Medicine</em> (2023), ISGlobal (2024), EuroMOMO (giugno 2026).</figcaption>
</figure>
<p>Il rischio è che il termine &ldquo;adattamento&rdquo; finisca per alimentare un pericoloso equivoco: l&rsquo;idea che, in qualche modo, l&rsquo;essere umano riuscirà sempre ad abituarsi, un&rsquo;idea strettamente correlata con posizioni di negazionismo climatico. </p>
<p>La storia naturale dimostra che il vero adattamento biologico richiede il tempo profondo, mentre il cambiamento climatico antropogenico comprime i mutamenti in pochi decenni. Impiegare il termine adattamento per tranquillizzare l&rsquo;opinione pubblica è un abbaglio logico: <em>Homo sapiens</em> potrebbe evolversi per sopravvivere a un pianeta rovente nel corso delle ere, ma il riscaldamento globale corre ormai alla velocità della rivoluzione industriale. Il tempo biologico e il tempo climatico sono due orologi a velocità molto diversa, che già oggi non segnano la stessa ora.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Abbiamo un grosso problema con gli incendi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-grosso-problema-incendi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-grosso-problema-incendi/</guid><pubDate>Thu, 30 Jul 2026 12:38:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Gli incendi che stanno devastando il Mediterraneo nell&amp;amp;rsquo;estate 2026 confermano una tendenza ormai consolidata: il cambiamento climatico rende i roghi più probabili, intensi e difficili da controllare, aggravando gli effetti di una gestione del territorio spesso inadeguata e delle cause di origine umana. Oltre a distruggere ecosistemi e aumentare le emissioni di CO₂, il fumo degli incendi rappresenta una minaccia crescente per la salute, con impatti documentati sulla mortalità e su alcune malattie cardiovascolari, respiratorie e neurologiche. Prevenzione, gestione forestale e riduzione delle emissioni di gas serra restano le strategie chiave per contenere il rischio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-grosso-problema-incendi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-grosso-problema-incendi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dalla seconda metà di luglio 2026 l&rsquo;Europa mediterranea è stretta in una morsa di incendi che stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Al 29 luglio 2026 si stimano quasi 435mila ettari di suolo bruciato da inizio anno, 1400 incendi contati, quasi 18 milioni di tonnellate di CO₂ emesse (dati dell’<a href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/projects-and-activities/natural-and-man-made-hazards/forest-fires/current-wildfire-situation-europe_en" rel="noopener">European Forest Fire Information System</a>). Facciamo il punto su quanto sappiamo del legame tra fuoco, cambiamento climatico e salute umana.</p>
<h2 id="le-notizie-di-questi-giorni">Le notizie di questi giorni</h2><p>In Puglia un <a href="https://www.adnkronos.com/cronaca/incendi-gargano-peschici-vieste-ultime-notizie_2L7P4qCvlawAXiNu6Lym2o" rel="noopener">vasto incendio è divampato domenica 26 luglio nella zona di Peschici</a>, sul Gargano, nei pressi di Difesa di Manaccora, e si è esteso fino alla baia di Zaiana spinto dal vento. La Guardia costiera ha dovuto evacuare via mare centinaia di turisti dalle spiagge tra Peschici e Vieste; anche i comuni limitrofi, come Cagnano Varano, sono stati interessati dalle fiamme, con chiusure di strade statali e provinciali. Nella stessa giornata <a href="https://www.romatoday.it/cronaca/incendi-raccordo-roma-26-luglio-2026-cosa-e-successo.html" rel="noopener">Roma ha vissuto ore di caos</a>: una serie di roghi di sterpaglie divampati quasi in contemporanea, in particolare lungo via Laurentina, ha riempito di fumo denso il Grande Raccordo Anulare. Il tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina è stato chiuso per ore, mentre un secondo fronte ha interessato la zona dei Colli Albani e poi anche il tratto urbano dell&rsquo;A24.</p>
<p>In Grecia sono state <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/30/incendi-in-grecia-8.000-persone-evacuate-a-creta_49f8ef90-d6ff-4052-80b7-9f83890321fd.html" rel="noopener">evacuate</a> 8000 persone e il fumo impedisce di spegnere le fiamme. In Spagna le fiamme hanno colpito un&rsquo;area che va dalla Comunità di Madrid alla provincia di Ávila, fino a quella di Toledo, con un nuovo fronte aperto vicino a Valencia. In Francia il rogo che sta devastando la Gironda, nel sud-ovest, è tra i più gravi dal secondo dopoguerra e ha spinto il governo a mobilitare l&rsquo;esercito per proteggere Bordeaux. Il <a href="https://www.ilpost.it/2026/07/26/foto-incendi-francia-spagna/" rel="noopener">bilancio</a> complessivo di questi due Paesi supera i 300mila sfollati.</p>
<p>Eduardo Rojas Briales, docente della Universitat Politècnica de València, ha detto al <a href="https://sciencemediacentre.es/en/ministry-interior-has-declared-state-emergency-national-interest-community-madrid-and-province" rel="noopener">Science Media Center España</a> che l&rsquo;aggressività dei roghi che colpiscono Toledo, Madrid e Ávila «deriva dalla combinazione di due anni molto piovosi seguiti da un brusco stop delle precipitazioni a maggio, dall&rsquo;arrivo immediato di un&rsquo;estate calda e secca e da una vegetazione più incline a bruciare nelle zone meno piovose del Sistema Centrale». A questo si aggiunge, negli ultimi anni, «uno spostamento verso nord del controaliseo, il vento caldo e secco di origine tropicale, e una forte pressione edilizia che ha moltiplicato le costruzioni sparse nelle aree boschive, complicando i soccorsi». Secondo Víctor Resco de Dios, dell&rsquo;Universidad de Lleida, «l&rsquo;intensità delle stagioni degli incendi è cresciuta mediamente del 30-40% nelle ultime decadi, soprattutto a causa dell&rsquo;accumulo di biomassa dovuto all&rsquo;abbandono rurale e a un&rsquo;atmosfera resa più &ldquo;essiccante&rdquo; dalla combustione di combustibili fossili». Lo studioso ricorda che non è tanto il tipo di vegetazione, quanto la quantità di combustibile disponibile e la sua continuità spaziale: «il 70% di ciò che brucia in Spagna è macchia mediterranea, mentre le aree protette, proprio per la loro continuità vegetativa, bruciano sempre di più».</p>
<h2 id="cosa-si-fa-in-italia">Cosa si fa in Italia</h2><p>Nel 2025, più di un <a href="https://www.openpolis.it/piu-di-un-terzo-degli-incendi-dellunione-europea-e-divampato-in-italia/" rel="noopener">incendio</a> su tre di quelli scoppiati nell’Unione europea si è verificato in Italia. Secondo la <a href="https://iononrischio.protezionecivile.it/it/preparati/incendi-boschivi/cosa-sapere/" rel="noopener">Protezione Civile</a>, le cause di un incendio boschivo possono essere naturali (un fulmine, un&rsquo;eruzione vulcanica, …), ma si tratta di eventi rari. La maggior parte dei roghi nasce invece da comportamenti umani imprudenti o da azioni dolose contro il patrimonio boschivo; esistono anche incendi di origine accidentale o di causa non identificabile. Oltre ai danni economici diretti, un incendio boschivo produce conseguenze ecologiche di lungo periodo, dalla siccità alla desertificazione fino al dissesto idrogeologico.</p>
<p>Esistono anche modelli previsionali che alimentano un <a href="https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/approfondimento/bollettino-di-previsione-nazionale-incendi-boschivi/" rel="noopener">bollettino</a> nazionale di suscettività all&rsquo;innesco, elaborato dal Dipartimento della Protezione Civile su base provinciale, a cui si affiancano bollettini regionali di dettaglio.</p>
<p>Per chi vuole approfondire, la Protezione Civile mette a disposizione una <a href="https://iononrischio.protezionecivile.it/static/c2828dd8a06a45e69e3be33238647783/sfogliabile-multirischio-inr.pdf" rel="noopener">guida pratica su cosa sapere e cosa fare in caso di incendio boschivo</a>.</p>
<p>Il <a href="https://gn.mase.gov.it/portale/incendi" rel="noopener">Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica</a> (MASE), attraverso la Direzione Generale Tutela Biodiversità e Mare, è responsabile della vigilanza sui piani antincendio degli enti gestori delle aree protette statali, del coordinamento con le Regioni per l&rsquo;integrazione di questi piani in quelli regionali e della gestione del Geoportale nazionale, che raccoglie i dati cartografici sui perimetri degli incendi, sui modelli di combustibile e sui fattori di rischio. Sarebbe inoltre previsto un aggiornamento del sistema con un progetto PNRR dedicato al monitoraggio territoriale integrato.</p>
<p>Segnaliamo anche che la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) ha dedicato un <a href="https://sisef.org/2026/07/15/incendi-boschivi-lintelligenza-artificiale-per-comprendere-quella-naturale/" rel="noopener">recente contributo</a> della rubrica <em>#focusincendi</em> al ruolo dell&rsquo;intelligenza artificiale, sottolineando come questa può essere intesa come un supporto alla prevenzione, al monitoraggio e alle decisioni operative durante un incendio.</p>
<h2 id="il-cambiamento-climatico-aumenta-il-rischio-incendi">Il cambiamento climatico aumenta il rischio incendi</h2><p>Il clima più caldo sta <a href="https://science.nasa.gov/earth/explore/wildfires-and-climate-change/" rel="noopener">amplificando</a> l&rsquo;attività degli incendi, in particolare nelle foreste temperate e boreali dell&rsquo;emisfero settentrionale, riporta il portale tematico della NASA. Analizzando 21 anni di dati satellitari, gli scienziati hanno osservato che gli incendi estremi sono diventati più frequenti, più intensi e più estesi, con l&rsquo;aumento maggiore registrato nelle foreste di conifere del Nord America occidentale e in quelle boreali sempre del Nord America oltre che della Russia. Il fenomeno è favorito anche dalle temperature notturne più alte, che permettono al fuoco di restare attivo tutta la notte.</p>
<p>Inoltre, la stagione degli incendi si sta allungando: in diverse aree del pianeta – come Stati Uniti occidentali, Messico, Brasile e Africa orientale – dura oggi oltre un mese in più rispetto a 35 anni fa. Le emissioni di CO₂ legate agli incendi sono cresciute del 60% a livello globale tra il 2001 e il 2023, quasi triplicando nelle foreste boreali di Eurasia e Nord America; solo gli incendi canadesi del 2023 hanno rilasciato circa 640 milioni di tonnellate di carbonio. Negli Stati Uniti occidentali, ricorda ancora la NASA, il cambiamento climatico causa un netto aumento del cosiddetto <em>fire weather</em>, cioè il meteo che agevola lo sviluppo di probabili incendi.</p>
<p>Segnaliamo che l’Agenzia Spaziale Europea sta portando avanti il progetto <a href="https://climate.esa.int/en/projects/fire/" rel="noopener">FireCCI</a> per potenziale lo sviluppo del monitoraggio satellitare degli incendi.</p>
<p>Gli studi di attribuzione confermano queste tendenze, come ricorda la <a href="https://www.worldweatherattribution.org/wp-content/uploads/WWA_GuideIT_2412.pdf" rel="noopener">guida alla comunicazione del World Weather Attribution</a> (tradotta in italiano da <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/" rel="noopener"><em>Climate Media Center Italia</em></a>). Gli incendi della <em>black summer</em> 2019-2020 in Australia sono stati resi almeno il 30% più probabili dal riscaldamento globale; lungo la costa occidentale del Nord America gli incendi sono diventati più probabili e più estesi, con oltre 4 milioni di ettari bruciati tra il 1984 e il 2015 direttamente attribuibili ai cambiamenti climatici; gli incendi estremi del 2019 nel sud della Cina sono stati resi oltre sette volte più probabili. Nel complesso, gli scienziati attribuiscono con buona confidenza l&rsquo;aumento del <em>fire weather</em> (di nuovo lui) ai cambiamenti climatici in Sud Europa, Eurasia settentrionale, Stati Uniti e Australia, con segnali emergenti anche nel sud della Cina.</p>
<p>Il cambiamento climatico, da solo, ha allungato la stagione degli incendi di circa due settimane in media nel mondo, agendo soprattutto sulla disponibilità di combustibile secco. Ma la sua azione si somma a quella meno marcata – ma comunque presente e deplorevole – dell’aumento degli incendi per causa umana. Si pensi che secondo il Servizio Forestale statunitense, l'85% degli incendi negli USA nasce da negligenza o dolo umano.</p>
<h2 id="i-pirocumulonembi-nubi-dal-fuoco">I pirocumulonembi: nubi dal fuoco</h2><p>Nel <a href="https://www.metoffice.gov.uk/about-us/news-and-media/media-centre/corporate-news/2017/new-clouds-named-in-wmo-cloud-atlas" rel="noopener">2017</a> l’Organizzazione mondiale della meteorologia ha aggiornato il <a href="https://cloudatlas.wmo.int/en/explanatory-remarks-and-special-clouds-cumulonimbus.html" rel="noopener">portale</a> esplicativo sulla classificazione delle nubi introducendo il pirocumulonembo. Il nome ufficiale è <em><a href="https://cloudatlas.wmo.int/en/flammagenitus.html" rel="noopener">flammagenitus</a></em> e va aggiunto ai nomi già esistenti (per esempio: <em>Cumulonimbus calvus flammagenitus</em>). Si tratta di una nube temporalesca che non nasce dal normale riscaldamento del suolo, ma dal calore prodotto da un incendio boschivo (o più raramente da un&rsquo;eruzione vulcanica). Se il calore è sufficientemente intenso, la colonna di aria calda e fumo sale rapidamente e se c’è abbastanza vapore acqueo nell’ambiente circostante questo si raffredda e si condensa, creando una nube. Questa può evolvere fino a diventare un vero e proprio cumulonembo, cioè una nube temporalesca. Da qui possono crearsi <a href="https://www.rmets.org/metmatters/pyrocumulonimbus-clouds" rel="noopener">correnti d’aria fredda</a> discendente che possono trasportare braci dall’incendio, contribuendo a espandere il fuoco tramite focolai secondari. In più, come nelle normali condizioni temporalesche, possono anche generarsi fulmini: se c’è della vegetazione secca il gioco è fatto.</p>
<h2 id="gli-effetti-del-fumo-degli-incendi-sulla-salute">Gli effetti del fumo degli incendi sulla salute</h2><p>Uno <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2825%2900174-3/fulltext" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>The Lancet Planetary Health</em>, basato su oltre 95 milioni di decessi giornalieri registrati in Europa dal 2004, ha rilevato che il particolato fine (PM2.5) generato dagli incendi sarebbe associato a un aumento della mortalità generale, cardiovascolare e respiratoria, più marcato rispetto al PM2.5 proveniente da altre fonti. Usare le stime di rischio del particolato &ldquo;generico&rdquo; per calcolare l&rsquo;impatto di quello da incendio porterebbe quindi a sottostimare la mortalità attribuibita di circa il 93%.</p>
<p>Un&rsquo;altra <a href="https://pubs.acs.org/esthag/article-abstract/60/2/1965/5082109/Global-Wildland-Fire-Emissions-of-Full-Volatility" rel="noopener">ricerca</a>, pubblicata su <em>Environmental Science &amp; Technology</em>, ha ricostruito un inventario globale delle emissioni organiche degli incendi boschivi dal 1997 al 2023. Secondo il documento sembrerebbe che gli inventari tradizionali (che considerano solo gli aerosol organici primari e i composti organici volatili) trascurino una quota consistente di composti a volatilità intermedia e semi-volatile, con un contributo particolarmente rilevante da parte degli incendi nelle savane dell&rsquo;Africa subsahariana.</p>
<p>Un recentissimo <a href="https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2852072" rel="noopener">studio</a> sul <em>JAMA Network Open</em> analizza quasi un milione di visite al pronto soccorso per emicranie o mal di testa avvenute tra il 2010 e il 2023 in due province canadesi durante il periodo di maggior rischio di incendi boschivi. Le analisi mostrerebbero che la presenza di PM2.5 provenienti dal fumo degli incendi è stata associata a un aumento delle visite al pronto soccorso per emicranie e cefalee. Robert Belvís (responsabile clinico dell&rsquo;Unità Cefalee e Nevralgie del Servizio di Neurologia dell&rsquo;Hospital de la Santa Creu i Sant Pau di Barcellona) ha dichiarato al <a href="https://sciencemediacentre.es/en/smoke-wildfires-associated-more-emergency-room-visits-migraines-and-headaches-according-study" rel="noopener">Science Media Center España</a>, che «l&rsquo;esposizione al fumo degli incendi era già stata valutata come fattore aggravante dell&rsquo;emicrania e di altre cefalee. Il fumo trasporta probabilmente particelle in grado di attivare il sistema trigeminovascolare, che è il principale sistema coinvolto nell&rsquo;attivazione del mal di testa». Con un aumento di «appena 5 micron al metro cubo nell&rsquo;esposizione al particolato, le visite al pronto soccorso aumentano del 6%». Si tratta «di uno studio caso-controllo, il che conferisce maggiore forza statistica al risultato finale rispetto a un semplice studio descrittivo».</p>
<h2 id="soluzioni">Soluzioni?</h2><p>La Protezione Civile italiana indica che la prevenzione passa da interventi selvicolturali e di manutenzione del bosco, uso sostenibile delle risorse, regolamentazione del turismo e monitoraggio attivo del territorio; Regioni e Province Autonome, tra l&rsquo;altro, sono tenute a predisporre piani di previsione, prevenzione e lotta attiva.</p>
<p>In particolare, tornando alle utili <a href="https://sciencemediacentre.es/interior-declara-la-emergencia-de-interes-nacional-en-la-comunidad-de-madrid-y-en-la-provincia-de" rel="noopener">dichiarazioni</a> del Science Media Center spagnolo, inevitabilmente molto attivo in questi giorni, Juli G. Pausas, del Centro de Investigaciones sobre Desertificación di Valencia, indica alcune strade: creare paesaggi a mosaico che alternino boschi e zone poco infiammabili, favorire incendi piccoli e a bassa intensità (anche tramite bruciature prescritte), incentivare il pascolo e la gestione della vegetazione nelle aree di interfaccia urbano-forestale, e limitare l&rsquo;espansione edilizia nelle zone rurali più esposte al rischio.</p>
<p>In aggiunta, come anche dicono gli esperti al <a href="https://www.sciencemediacentre.org/expert-reaction-to-wildfires-in-france-and-spain/" rel="noopener">Science Media Center britannico</a>, è particolarmente ovvio che per ridurre il rischio incendi serve continuare a tagliare sui combustibili fossili, visto che sono la causa principale del cambiamento climatico. E – altrettanto ovvio, ma evidentemente necessario ricordarlo – evitare di accendere fuochi dove non consentito (vedi <a href="https://www.pngp.it/regolamento-fruizione" rel="noopener">parchi</a>) e gettare cicche di sigarette o oggetti simili in giro. Non è solo una questione di buona educazione e pulizia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Antidepressivi: quando smettere è più difficile che iniziare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/antidepressivi-quando-smettere-piu-difficile-iniziare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/antidepressivi-quando-smettere-piu-difficile-iniziare/</guid><pubDate>Wed, 29 Jul 2026 05:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Matteo Bessone</dc:creator><category>salute</category><description>Il consumo di antidepressivi è cresciuto del 40% negli ultimi dieci anni, ma i sistemi sanitari si sono concentrati quasi esclusivamente sull’avvio della terapia, ignorando come accompagnare alla sua conclusione. Una revisione sistematica del 2026 raccoglie le esperienze di chi ha provato a sospenderli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/antidepressivi-quando-smettere-piu-difficile-iniziare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/antidepressivi-quando-smettere-piu-difficile-iniziare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Oggi prendiamo misure chiare e decisive per affrontare la crisi della salute mentale del nostro Paese, affrontando il sovrautilizzo di farmaci psichiatrici, specialmente tra i bambini. Sosterremo l’autonomia dei pazienti, richiederemo il consenso informato e la condivisione delle decisioni». Con queste parole, Robert F. Kennedy Jr., responsabile della salute negli Stati Uniti, ha <a href="https://www.hhs.gov/press-room/hhs-launches-maha-action-plan-curb-psychiatric-overprescribing.html" rel="noopener">annunciato misure</a> per contrastare le prescrizioni psichiatriche inappropriate e promuovere la deprescrizione: il processo pianificato e supervisionato da un professionista per ridurre o interrompere farmaci che non apportano più benefici e possono causare danni.</p>
<h2 id="la-risposta-della-psichiatria">La risposta della psichiatria</h2><p>L&rsquo;American Psychiatric Association ha <a href="https://www.psychiatry.org/News-room/News-Releases/APA-Welcomes-National-Focus-on-Mental-Health-Urges" rel="noopener">replicato</a> che il problema non è l&rsquo;eccesso di cure, ma la loro scarsa disponibilità. La deprescrizione, da sola, non basta. Le decisioni terapeutiche devono seguire le prove di efficacia e i bisogni dei cittadini, senza ridurre la crisi della salute mentale al solo eccesso ai trattamenti, rischiando di stigmatizzare chi usa i farmaci.</p>
<p>Dietro la contrapposizione tra queste posizioni resta una domanda più sobria: che cosa sappiamo dell&rsquo;esperienza di chi smette gli antidepressivi, e quanto il sistema sanitario riesce oggi ad accompagnare questo percorso? In gioco non c&rsquo;è soltanto l&rsquo;efficacia clinica, ma anche un diritto: quello a un consenso realmente informato e all’accompagnamento lungo tutte le fasi della cura, compresa, quando indicata, la sua conclusione.</p>
<h2 id="un-consumo-in-crescita">Un consumo in crescita</h2><p>Il consumo di antidepressivi è <a href="https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_8f9e3f98-en/full-report/pharmaceutical-consumption_cd4ca729.html" rel="noopener">cresciuto del 40%</a> negli ultimi dieci anni nei Paesi ad alto reddito, ma l&rsquo;aumento è documentato da almeno trent&rsquo;anni, riguarda molte fasce di popolazione e coinvolge anche l’<a href="https://www.aifa.gov.it/-/rapporto-osmed-2024-uso-farmaci-italia" rel="noopener">Italia</a>.  A guidarlo è soprattutto l&rsquo;uso a lungo termine, che espone quote sempre maggiori di popolazione ai rischi associati all&rsquo;uso inappropriato. Per questo, oggi tale consumo viene considerato da alcuni un problema di salute pubblica, come ribadito da Angelo Barbato durante la <a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/imported/C_17_EventiStampa_583_0_fileAllegatoIntervista.pdf" rel="noopener">Seconda conferenza nazionale per la salute mentale</a> promossa dal Ministero della Salute nel 2021. </p>
<p>Alcuni ritengono che i danni associati al sovrautilizzo possano essere complessivamente maggiori di quelli derivanti dal mancato trattamento delle forme più gravi di depressione. Alcuni <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16863268/" rel="noopener">studi epidemiologici</a> suggeriscono, inoltre, che i pazienti che assumono antidepressivi in modo inappropriato possano essere più numerosi di quelli con depressione severa che, pur potendone beneficiare, non li ricevono. Le persone questo lo sanno già, lo sentono, lo vivono. Non a caso, il <a href="https://www.aifa.gov.it/documents/20142/3159201/AIFA_Rapporto_OsMed_2024.pdf" rel="noopener">rapporto OSMED</a> prodotto da AIFA sottolinea la scarsa aderenza al trattamento: molte persone sospendono il farmaco per conto proprio.</p>
<p>Eppure, ricerca, pratica clinica e politiche sanitarie si sono concentrate molto più sull&rsquo;avvio del trattamento, che deve essere accessibile, che sulla sua conclusione. I problemi associati all’ uso prolungato e alla sua sospensione hanno sistematicamente ricevuto meno attenzione.<br>
Il risultato è un sistema pensato più per prescrivere che per accompagnare. Milioni di persone hanno iniziato un trattamento <a href="https://bpspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bcp.14475" rel="noopener">senza ricevere informazioni adeguate</a> sulla durata, i rischi dell&rsquo;uso prolungato, le possibili difficoltà della sospensione o sulla possibilità di essere sostenute qualora decidessero, eventualmente con il curante, di interromperlo.</p>
<h2 id="un-problema-strutturale-non-individuale">Un problema strutturale, non individuale</h2><p>Nel 2023, un gruppo di politici, esperti e rappresentanti dei pazienti sulle pagine del <em>British Medical Journal</em> <a href="https://sportellotiascolto.it/2023/12/12/politici-esperti-e-rappresentanti-dei-pazienti-chiedono-al-governo-britannico-di-invertire-il-tasso-di-prescrizione-di-antidepressivi/" rel="noopener">chiedeva al governo britannico</a> di invertire il trend delle prescrizioni di antidepressivi. Organizzazioni come l&rsquo;<a href="http://iipdw.org/" rel="noopener">International Institute for Psychiatric Drug Withdrawal</a> (IIPDW) lavorano da anni per colmare il vuoto di supporto per chi desidera interrompere gli psicofarmaci. Questa sottovalutazione non è un&rsquo;eccezione nella storia della medicina. Il <a href="https://www.immdsreview.org.uk/Report.html" rel="noopener">Cumberledge Report</a> britannico, pubblicato nel 2020, ha documentato come per decenni il sistema sanitario abbia sistematicamente ignorato o minimizzato le segnalazioni dei pazienti sui danni associati ad alcuni trattamenti sanitari, invisibilizzandone voci ed esperienze.</p>
<p>La “sindrome da sospensione” degli antidepressivi segue in parte lo stesso copione. Per anni, i sintomi fisici e psicologici riferiti da chi interrompeva il trattamento sono stati interpretati come una ricaduta della depressione (<em>relapse</em>) con conseguente reintroduzione del farmaco, la cosiddetta &ldquo;cascata prescrittiva&rdquo;, piuttosto che come un effetto dell’interruzione. Sebbene i sintomi da sospensione siano descritti in letteratura fin dagli anni Novanta, il loro riconoscimento è arrivato solo molto più tardi, con la <a href="https://www.rcpsych.ac.uk/improving-care/campaigning-for-better-mental-health-policy/position-statements/position-statements-2019" rel="noopener">dichiarazione ufficiale</a> del Royal College of Psychiatrists britannico del 2019. Un ulteriore cambiamento arriva nel 2024 con le <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/book/10.1002/9781394291052" rel="noopener">Maudsley Deprescribing Guidelines</a>, uno dei primi tentativi sistematici di fornire ai clinici conoscenze basate sulle dimostrazioni di efficacia per accompagnare in modo sicuro la sospensione di antidepressivi, benzodiazepine e altri psicofarmaci. Le Maudsley Guidelines hanno un valore che va oltre l&rsquo;aspetto tecnico: riconoscono che la deprescrizione non è un evento marginale ma parte integrante della pratica clinica e dell’offerta dei servizi e ignorarla comporta costi umani, sociali ed economici reali. Spostano l&rsquo;attenzione da una domanda tradizionale: come iniziare una terapia, a una meno esplorata ma urgente: come accompagnarne in sicurezza la conclusione, quando necessario.</p>
<h2 id="le-voci-dei-pazienti">Le voci dei pazienti</h2><p>È proprio a questa domanda che prova a rispondere una <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10389-026-02779-z" rel="noopener">revisione sistematica</a> pubblicata nel 2026 sul <em>Journal of Public Health</em>, che ha esaminato dodici studi qualitativi e cross-sezionali sull&rsquo;esperienza di persone che hanno sospeso o provato a sospendere antidepressivi, con o senza il supporto di deprescrizione professionale. La revisione identifica quattro temi ricorrenti.</p>
<p>Il primo riguarda il rapporto con il farmaco e con la prescrizione iniziale: ambivalenza, dubbi sull&rsquo;efficacia e, soprattutto, una persistente mancanza di informazioni sui possibili sintomi da sospensione, sulla durata prevista della terapia e sulle modalità per interromperla in sicurezza. Non episodi isolati, ma un problema che attraversa contesti sanitari molto diversi tra loro. Il secondo tema riguarda le sfide, ma anche le possibilità di recupero. La sospensione viene raccontata come un processo difficile, spesso accompagnato da sintomi intensi, paura della ricaduta e conseguenze sulla vita relazionale e lavorativa. Quando però il percorso riesce, molte persone riferiscono maggiore autonomia, migliore qualità della vita e il recupero di aspetti importanti della propria identità. Il terzo tema riguarda il funzionamento dei servizi sanitari. Professionisti e sistemi di cura vengono descritti come impreparati a riconoscere i sintomi da sospensione, poco disponibili a discuterne e privi degli strumenti, tecnici e relazionali, necessari per accompagnare il percorso. La ricorrenza di queste esperienze in paesi diversi suggerisce non la somma di casi individuali, ma una criticità strutturale.</p>
<p>Infine, emerge il ruolo decisivo del contesto sociale. Famiglia, amici e ambiente di lavoro possono facilitare oppure ostacolare il percorso, ma la fonte di sostegno più citata resta la comunità dei pari: gruppi online, forum e reti informali di persone con la stessa esperienza. Quando il supporto più affidabile viene cercato fuori dai servizi sanitari, è inevitabile chiedersi cosa manchi all&rsquo;interno di quei servizi e perché.</p>
<h2 id="verso-nuove-politiche">Verso nuove politiche</h2><p>La revisione indica anche alcune possibili direzioni per le politiche sanitarie: formazione specifica dei professionisti, servizi dedicati al supporto alla sospensione, integrazione del peer support nei percorsi clinici, campagne di salute pubblica sull&rsquo;uso consapevole degli psicofarmaci e sistemi di monitoraggio che raccolgano dati non solo sulle prescrizioni, ma anche sulle deprescrizioni e sui loro esiti.</p>
<h2 id="le-comunità-dei-pari">Le comunità dei pari</h2><p>In attesa che queste raccomandazioni trovino traduzione nelle politiche pubbliche, le comunità di pari stanno cercando di colmare il vuoto, producendo conoscenze pratiche a partire dall&rsquo;esperienza vissuta. L&rsquo;Icarus Project e il Freedom Center, per esempio, hanno sviluppato una <a href="https://fireweedcollective.org/publication/harm-reduction-guide-to-coming-off-psychiatric-drugs/" rel="noopener">guida</a> per chi utilizza psicofarmaci, scritta da persone con esperienza diretta per altre persone con esperienza diretta; disponibile anche in italiano, adotta il paradigma della riduzione del danno e offre informazioni sia a chi desidera proseguire la terapia sia a chi intende ridurla o interromperla.</p>
<p>Anche in Italia qualcosa si muove: la pubblicazione <em>Deprescrizione degli psicofarmaci</em>, curata dalla rete italiana dell&rsquo;IIPDW, propone tre documenti distinti rivolti alle persone con esperienza diretta, ai medici e agli psicologi. Chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significa ridurre gradualmente un antidepressivo, affrontare i sintomi della sospensione o negoziare con un medico restio, possiede conoscenze ed esperienze che nessun manuale clinico può trasmettere completamente. Sistematizzata e resa accessibile, quella conoscenza diventa una risorsa di salute pubblica: non alternativa alla medicina, ma complementare laddove i sistemi sanitari non riescono ancora ad arrivare.</p>
<h2 id="il-dibattito-scientifico">Il dibattito scientifico</h2><p>Questa prospettiva aiuta anche a leggere in modo diverso il dibattito sul sovrautilizzo. Su questo terreno il dibattito scientifico rimane aperto e le evidenze sono controverse: Hengartner sostiene che le evidenze siano prodotte e interpretate enfatizzando i benefici in termini di efficacia e minimizzando i rischi, e la psichiatra britannica Joanna Moncrieff arriva a una conclusione simile, definendo la diffusione degli antidepressivi una delle operazioni di <a href="https://ijme.in/wp-content/uploads/2025/11/Chemically_160Final.pdf" rel="noopener">marketing</a> di maggior successo nella storia della medicina.</p>
<p>Il punto, tuttavia, non è stabilire se gli antidepressivi siano efficaci oppure no e quanto. Gli studi mostrano una differenza statisticamente significativa rispetto al placebo. La dimensione di quell&rsquo;effetto, tradotta nei benefici percepiti dalle persone, è spesso modesta e, secondo alcuni criteri standardizzati, inferiore alle soglie di rilevanza clinica. Sul versante opposto, gli effetti indesiderati comprendono eventi rari ma gravi, come aritmie cardiache o danni epatici, insieme a effetti più comuni e persistenti, come disfunzioni sessuali e disturbi del sonno. È proprio questo equilibrio tra benefici e rischi, tuttora oggetto di discussione scientifica, a rendere ancora più importante che ogni persona possa ricevere informazioni complete e un accompagnamento adeguato lungo tutto il percorso terapeutico.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo, dunque, non è demonizzare gli antidepressivi, che per molte persone rappresentano un sostegno reale, né promuoverne indiscriminatamente la sospensione, ma costruire un sistema capace di accompagnare anche chi, insieme al proprio curante, decide di interromperli quando l&rsquo;uso non è più necessario o i rischi superano i benefici. Significa riconoscere deprescrizione e scalaggio come una possibilità legittime della cura, non come una deviazione dal protocollo.</p>
<p>Kennedy fa rumore. L&rsquo;American Psychiatric Association risponde. Ma la domanda che resta è un&rsquo;altra: quando inizieremo a costruire servizi e società capaci di accompagnare chi smette gli antidepressivi? Una buona politica del farmaco non si misura soltanto dalla capacità di prescrivere il trattamento giusto ma anche da quella di accompagnarne in sicurezza la cessazione: se iniziare una terapia richiede consenso informato e decisione condivisa, interromperla costituisce parte dello stesso diritto alla cura.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Via libera agli specchi spaziali: chi difenderà il cielo notturno?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/via-libera-specchi-spaziali-chi-difendera-cielo-notturno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/via-libera-specchi-spaziali-chi-difendera-cielo-notturno/</guid><pubDate>Mon, 27 Jul 2026 11:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>La Federal Communications Commission ha autorizzato il lancio di Eärendil-1, il satellite dimostrativo con cui la start-up californiana Reflect Orbital testerà uno specchio orbitale capace di riflettere la luce del Sole sulla Terra dopo il tramonto. L&amp;amp;rsquo;azienda punta a una futura costellazione di decine di migliaia di satelliti per illuminare impianti solari, cantieri ed emergenze. Ma astronomi, ambientalisti e ricercatori avvertono: l&amp;amp;rsquo;inquinamento luminoso e gli effetti sull&amp;amp;rsquo;ambiente potrebbero riguardare l&amp;amp;rsquo;intero pianeta, in un vuoto normativo internazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/via-libera-specchi-spaziali-chi-difendera-cielo-notturno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/via-libera-specchi-spaziali-chi-difendera-cielo-notturno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Entro la fine dell’anno la start-up californiana Reflect Orbital vuole mettere in orbita un satellite sperimentale che dispiegherà un sottilissimo foglio di mylar riflettente, quattro petali triangolari a formare un quadrato di 18 metri di lato, per riflettere la luce solare verso la Terra dopo il tramonto. Si tratta di un prototipo che verrà utilizzato per condurre dei test necessari per validare la tecnologia di illuminazione diretta precisamente verso la posizione di chi la richiede, evitando di disturbare chi non la vuole. Una tecnologia che Reflect Orbital spera poi di utilizzare su larga scala lanciando una costellazione di decine di migliaia di satelliti, ciascuno dei quali dovrebbe essere grande il triplo del prototipo e quindi avere area riflettente 9 volte maggiore, il cui obiettivo dichiarato è quello di alimentare impianti solari, fornire luce ai soccorritori e illuminare eventi oppure le strade cittadine. </p>
<p>Per chi ama la storia, diciamo che non è la prima volta che qualcuno pensa di riflettere la luce del sole per illuminare la Terra di notte. Nel 1993, un satellite russo dotato di uno specchio di circa 25 metri di diametro ha riflesso brevemente un fascio stretto di luce solare nell&rsquo;ambito di un esperimento volto a prolungare le ore di luce diurna nella Siberia artica. Tuttavia, i russi hanno abbandonato il progetto meno di un decennio dopo, in seguito al fallimento di un successivo volo di prova.</p>
<p>Il progetto di Reflect Orbital era annunciato da qualche tempo ma, come per ogni progetto spaziale americano, il primo passo è stato richiedere l’autorizzazione al lancio alla Federal Comunication Commisson (FCC).</p>
<p>Ricevuta la richiesta di autorizzare il lancio di 50.000 satelliti riflettenti, la FCC aveva invitato tutti coloro che avevano qualcosa da dire sul progetto a depositare un commento. Ne sono arrivati 1.800, per lo più critici, dal momento che sono in molti a temere impatti negativi sia per l’astronomia, sia per l’ambiente e la fauna selvatica.</p>
<p>Nel suo <a href="https://aas.org/sites/default/files/2026-03/American%20Astronomical%20Society%20-%20Reflect%20Orbital%20Petition%20to%20Deny.pdf" rel="noopener">documento</a>, l&rsquo;American Astronomical Society (AAS) ha affermato che l&rsquo;iniziativa «non può essere considerata di interesse pubblico» e che, anzi, «comporterebbe uno spreco di denaro pubblico, vanificando il lavoro delle strutture astronomiche finanziate a livello federale».  È quasi superfluo aggiungere che, per l’Italia, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, la Società Astronomica Italiana, l’Unione Astrofili Italiani, Cielo Buio insieme a molte associazioni, hanno espresso la loro preoccupazione sull’impatto del progetto che, nella migliore delle ipotesi, è destinato ad aumentare l’inquinamento luminoso. Agli astronomi si sono uniti gli esperti di fauna selvatica, i medici che studiano l’effetto della luce artificiali sul ritmo circadiano di umani e animali, coloro che temono che i coni di luce riflessa potrebbero distrarre i piloti degli aerei e così via. </p>
<p>Nonostante questo diluvio di pareri negativi, giovedì 9 luglio la FCC ha dato il via libera alla Reflect Orbital di Hawthorne, in California, per il lancio del satellite Eärendil-1 in orbita terrestre bassa. </p>
<p>Il primo prototipo di Reflect Orbital, grande all&rsquo;incirca come un piccolo frigorifero, una volta nello spazio a circa 640 chilometri di altitudine, dovrebbe dispiegare un sottilissimo foglio riflettente quadrato di quasi 18 metri di lato. Lo specchio dovrebbe riflettere la luce solare per illuminare (al livello della Luna piena) una zona circolare di circa 5 chilometri di diametro sulla superficie terrestre. Forse questo è il motivo della scelta del nome del satellite: ne <em>Il signore degli anelli</em>  l’invocazione al personaggio Eärendil dice «Ti saluto, o Eärendil, la più luminosa delle stelle!». Curiosamente, Eärendil significa amante del mare, ma questi sono problemi di Tolkien.</p>
<p>Reflect Orbital conta di lanciare 1.000 satelliti di grandi dimensioni entro la fine del 2028 e altri 5.000 entro il 2030. Gli specchi per la costellazione dovrebbero essere quadrati di 55 metri di lato, capaci di riflettere una quantità di luce pari a quella di 100 lune piene.</p>
<p>La FCC ha sottolineato di aver approvato solo «un singolo satellite dimostrativo» che avrebbe testato una tecnologia in grado di rafforzare la leadership americana nello spazio. «Il satellite dimostrativo di Reflect Orbital è un esempio di tecnologia potenzialmente rivoluzionaria», ha affermato la commissione nell&rsquo;ordinanza di concessione della licenza.</p>
<p>Prima di commentare la decisione della FCC occorre precisare che, per legge, le attività nello spazio non sono soggette alle normative e alle valutazioni ambientali, che si applicano solo alla Terra. Nell&rsquo;esaminare le richieste di autorizzazione per i satelliti, la commissione verifica generalmente che le comunicazioni radio di un veicolo spaziale non creino problemi di interferenza per altri e che il satellite venga smaltito in sicurezza al termine della sua vita operativa. Le preoccupazioni sull’impatto ambientale del progetto esulano dalle competenze della commissione, che aggiunge «Anche se la commissione avesse l&rsquo;autorità di esaminare e condizionare queste operazioni (cosa che non ha), è improbabile che si verifichino questi danni».</p>
<p>Un’affermazione che dimostra che le 1.800 lettere ricevute sono state almeno lette. Aggiungo che a me sorge spontanea la domanda sul perché la FCC chieda commenti che giocoforza coprono ambiti nei quali si dichiara non competente…</p>
<p>Ricordando che l’autorizzazione al lancio è relativa a un solo satellite; l’idea di fare dei test sulla direzionalità del cono di luce riflessa testimonia la volontà della FCC di favorire l’industria spaziale statunitense anche in vista di possibili interessi militari. </p>
<p>La missione consentirà a Reflect Orbital di raccogliere dati sia sul satellite che sullo specchio dispiegabile, nonché sulle «misure di sicurezza integrate che regolano con precisione come, dove e quando il servizio viene erogato». In effetti, considerando la sottigliezza estrema del foglio di Mylar riflettente - spesso meno di un decimo di un capello - occorrerà capire la sua resistenza all’enorme quantità di detriti di piccole dimensioni che popolano lo spazio circumterrestre. Ogni incontro con il più piccolo frammento risulterebbe in un buco o uno strappo al foglio che, in breve tempo, potrebbe essere danneggiato in modo serio.</p>
<p>Anche se il prototipo non è ancora stato lanciato, Reflect Orbital ha già pronto un business plan per la sua costellazione di specchi riflettenti. </p>
<p>In un&rsquo;intervista rilasciata a marzo, Ben Nowack, co-fondatore e amministratore delegato di Reflect Orbital,  ha detto che il costo di un&rsquo;ora di illuminazione da parte di un singolo specchio  sarebbe di 5.000 dollari se il cliente avesse sottoscritto un contratto annuale di almeno 1.000 ore. L&rsquo;illuminazione per eventi singoli ed emergenze, che potrebbero richiedere numerosi satelliti e un maggiore impegno di coordinamento, sarebbe più costosa. Per gli impianti solari, Reflect Orbital immagina di suddividere i ricavi derivanti dall&rsquo;elettricità generata dalle ore aggiuntive di luce.</p>
<p>Visto che una spolverata di transizione green sta sempre bene, Nowack fa anche notare che la luce solare riflessa potrebbero essere uno strumento per ridurre l’utilizzo di combustibili fossili e quindi rallentare il cambiamento climatico. Infatti è ben noto che, nonostante la possibilità di utilizzare le batterie, uno dei maggiori punti deboli dell&rsquo;energia solare è l’interruzione notturna nella produzione di elettricità. Inoltre, sempre nella visione di Reflect Orbital, il satellite riflettente potrebbe accelerare i progetti di costruzione, consentendo alle squadre di lavorare in maggiore sicurezza durante la notte, e agli agricoltori di aumentare la produzione per ettaro.</p>
<p>In risposta a una domanda sull&rsquo;impatto dei loro satelliti sull&rsquo;astronomia, è stato detto che: «Reflect Orbital sta commissionando ricerche indipendenti sugli impatti della sua tecnologia, avvalendosi sia di ricercatori indipendenti che di partner federali. Ciò include la collaborazione per lo sviluppo di un accordo di coordinamento con la National Science Foundation. L&rsquo;azienda si impegna a mantenere un dialogo costante con scienziati, astronomi, ricercatori ambientali e qualsiasi comunità che abbia un legittimo interesse nello sviluppo della sua tecnologia». Belle parole che, però, non hanno impedito all&rsquo;AAS di esprimere &ldquo;sgomento&rdquo; per la decisione, ribadendo che «l&rsquo;AAS è profondamente preoccupata anche dalla dichiarazione della FCC secondo cui l&rsquo;installazione di un riflettore solare esula dalle competenze regolamentari della Commissione. Sebbene l&rsquo;attuale licenza riguardi un singolo satellite, questa logica implica che la Commissione non sarebbe in grado di valutare le gravi implicazioni di una costellazione di 50.000 riflettori solari come quella immaginata da Reflect Orbital. In assenza di un altro ente di rilascio delle licenze che possa tenere conto di tali considerazioni, riteniamo fondamentale che la FCC valuti tutti gli impatti derivanti dall&rsquo;utilizzo previsto del satellite».</p>
<p>Mentre condivido la posizione della AAS, faccio notare che siamo di fronte a un&rsquo;importante carenza legislativa internazionale. Da scienziata europea, oltre che presidente della Società Astronomica Italiana,  constato che eventuali impatti dei satelliti riflettenti non saranno confinati agli Stati Uniti. In effetti, siamo davanti alla possibilità che un’unica compagnia americana rovini il cielo su tutto il pianeta.</p>
<p>Gli astronomi sanno che devono convivere con i satelliti, ma auspicano che la materia venga regolata a livello planetario. Come ho già fatto notare nei miei libri <a href="https://edizionidedalo.it/6733-il-cielo-e-di-tutti.html" rel="noopener"><em>Il cielo è di tutti</em></a> (Dedalo, 2020) ed <a href="https://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/ecologia-spaziale-patrizia-caraveo/9788836016112/3025" rel="noopener">Ecologia Spaziale</a> (Hopeli, 2024), lo Outer Space Treaty del 1967 non copre affatto questo aspetto. Le autorizzazioni ai lanci vengono rilasciate dagli organi degli stati dove viene effettuato il lancio e, nel caso degli Stati Uniti, la FCC è esentata per legge dalla valutazione dell’impatto ambientale perché, quando è stata creata, i lanci erano pochi e il problema non esisteva. Davanti al cambio totale del panorama spaziale occorrerebbe ripensare l’impianto giuridico a livello globale, ma sembra che arrivare a regole condivise oggi sia molto più difficile di sessant’anni fa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'OMS si scurisce le idee sulle medicine alternative</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/loms-si-scurisce-idee-medicine-alternative/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/loms-si-scurisce-idee-medicine-alternative/</guid><pubDate>Mon, 27 Jul 2026 06:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Cagliano</dc:creator><category>salute</category><description>L’OMS promuove l’integrazione della medicina tradizionale nei sistemi sanitari globali, spesso prima che ne siano dimostrate efficacia e sicurezza. Un editoriale del BMJ firmato da ricercatori di quattro paesi smonta questa strategia: danni documentati, prodotti adulterati, pressioni politiche. Ma in Italia arriva un disegno di legge sulle terapia alternative all’insegna del pluralismo scientifico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/loms-si-scurisce-idee-medicine-alternative-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/loms-si-scurisce-idee-medicine-alternative-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Forse il Parlamento si è deciso a risolvere il problema delle medicine alternative. E ha scelto la via del compromesso storico tra cinque disegni di legge su omeopatia, medicina tradizionale cinese, agopuntura, tradizionale e secondo la metodica ryodoraku e secondo la medicina olistica. <br>
Con la norma attuale servono anni per riconoscere la validità di una terapia, perché occorrono prima trial e discussioni in ambito scientifico, poi dibattiti in ambito istituzionale. Ora si vorrebbe che le cose fossero completamente diverse. Attualmente in Italia è l’Agenzia del farmaco a gestire farmaci e omeopatia, grazie a persone che dovrebbero decidere il tutto con scienza e sapienza, ma ora di queste procedure non si parla più. </p>
<p>Il disegno di legge parla, invece, di una <a href="https://www.senato.it/attualita/archivio-notizie?nid=117017" rel="noopener">Commissione permanente per le terapie complementari e integrative</a> da istituire presso il Ministero della Salute con l’onere, tra l’altro, di divulgazione di queste pratiche, promozione della ricerca anche allo scopo di nuove discipline. Con una legge dove la prima norma dice: «Viene disciplinato l&rsquo;esercizio della medicina omeopatica […] nell&rsquo;ottica del riconoscimento del pluralismo nella scienza e della ricerca scientifica». Speriamo soltanto che il Parlamento sappia mostrare più giudizio di quello avuto con la faccenda del calciatore Pirlo e la sua agenzia di scommesse. Per ora, comunque, seguiamo il senso delle cose e della storia. I problemi non si chiamano solo Italia e omeopatia.</p>
<h2 id="deriva-alternativa">Deriva alternativa</h2><p>«Un tempo gli ottimisti credevano che l&rsquo;alfabetizzazione universale fosse inevitabile. Ora sembra che l&rsquo;era della lettura possa essere una breve anomalia nella storia dell&rsquo;umanità»: così scrive <a href="https://www.theatlantic.com/author/rose-horowitch/" rel="noopener">Rose Horowitch</a> sulla rivista americana <em>The Atlantic</em> a luglio 2026, nell&rsquo;articolo <em>La fine della lettura è qui</em>. Anche per l&rsquo;assistenza sanitaria si profila un futuro non troppo rassicurante, almeno stando a quanto propone l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità (OMS) con le sue ultime iniziative. Andiamo con ordine.</p>
<p>Nel 2017 l&rsquo;OMS ha iniziato a sostenere il settore della medicina integrativa, introducendo i concetti di medicina tradizionale, complementare e integrativa, racchiusi nella sigla CIM. Tre approcci già diffusi, di cui l&rsquo;OMS propone ora una sintesi unica. La bozza di strategia del 2025, in fase di elaborazione, propone una visione integrata dei tre approcci, con l&rsquo;obiettivo di rispondere alle aspettative di salute delle persone. Non senza qualche problema.</p>
<p><em>La spinta fuorviante dell&rsquo;OMS verso la medicina complementare e alternativa</em>: così si intitola un <a href="https://www.bmj.com/content/393/bmj-2026-100062" rel="noopener">editoriale</a> del <em>British Medical Journal</em> (BMJ), dedicato alla parziale conversione dell&rsquo;Organizzazione verso le medicine alternative. «Nel maggio 2026», sostengono i cinque autori, «le economie dei BRICS, tra cui India e Cina, si sono impegnate a intensificare la collaborazione per integrare la medicina tradizionale nell&rsquo;assistenza sanitaria». Al summit ha partecipato anche il ministero indiano dell&rsquo;Ayush, che riunisce le tradizioni ayurvediche, yoga e naturopatia comprese, oltre a Unani, Siddha e omeopatia.</p>
<p>Il 14 maggio 2025 si è svolta, per la ventottesima volta, l&rsquo;Assemblea mondiale della sanità, l&rsquo;organo decisionale dell&rsquo;OMS in cui siedono le delegazioni degli stati membri. In quella sede è stata discussa la <a href="https://apps.who.int/gb/ebwha/pdf_files/WHA78/A78_4Add1-en.pdf" rel="noopener">Bozza della strategia globale per la medicina tradizionale 2025-2034</a>, i cui contenuti sono confluiti, nel 2026, nel Rapporto annuale 2025 del Centro globale di medicina tradizionale dell&rsquo;OMS. «La medicina tradizionale è utilizzata da miliardi di persone in tutto il mondo ed è riconosciuta come una componente essenziale di sistemi sanitari resilienti, incentrati sulla persona e sostenibili», si legge nella presentazione del Centro. Le alternative sembrerebbero anticipare il futuro perché, prosegue il documento, «ciò è particolarmente vero nel contesto dell&rsquo;assistenza sanitaria primaria, delle malattie non trasmissibili, dell&rsquo;invecchiamento della popolazione e della salute planetaria».</p>
<h2 id="un-anno-di-iniziative">Un anno di iniziative</h2><p>Tra maggio 2025 e maggio 2026 si è susseguita una fitta serie di eventi: prima l’incontro <em>Innovazione nella medicina tradizionale per un impatto positivo sulla salute</em>, poi, a giugno, <em>L&rsquo;armonizzazione globale degli standard della fitoterapia</em> e, sempre a giugno, nel parco del Palazzo delle Nazioni Unite, la dodicesima Giornata internazionale dello yoga. In quell&rsquo;occasione è <a href="https://x.com/DrTedros/status/2068781152350175381" rel="noopener">intervenuto sui social media</a> anche il direttore generale dell&rsquo;OMS, Tedros Ghebreyesus. Dopo aver ricordato l&rsquo;ovvietà che le persone vivono più a lungo, scrive: «Il nostro obiettivo non è solo vivere più anni, ma vivere meglio», e aggiunge: «Lo yoga contribuisce a questo obiettivo attraverso movimenti dolci, respirazione e consapevolezza», una conclusione che non tutti condividono, non tanto nel merito quanto nello spirito.</p>
<h2 id="il-caso-del-maharashtra">Il caso del Maharashtra</h2><p>Viene in mente un <a href="https://www.bmj.com/content/390/bmj.r1445" rel="noopener">articolo</a> del <em>BMJ</em> del 2025 su una vicenda che ha coinvolto le associazioni mediche del Maharashtra, uno stato indiano: un&rsquo;ordinanza locale avrebbe permesso agli omeopati di praticare la medicina allopatica, compresa la prescrizione di farmaci, una volta completato un corso di certificazione in farmacologia moderna. «L&rsquo;ordinanza crea un pericoloso precedente», ha dichiarato al <em>BMJ</em> Santosh Kadam, presidente dell&rsquo;Associazione medica indiana del Maharashtra. Dopo un corso di un anno, con lezioni due giorni a settimana, questi «quasi medici» otterrebbero lo stesso trattamento dei laureati in medicina, pur senza la stessa preparazione. «Questo è inaccettabile», ripete Kadam, secondo cui consentire loro di prescrivere farmaci «creerà una schiera di medici impreparati»: il programma di studi sull&rsquo;omeopatia, conclude, «è completamente diverso: è pseudoscienza».</p>
<h2 id="standard-di-prova-inferiori">Standard di prova inferiori</h2><p>Gli autori dell&rsquo;editoriale del <em>BMJ</em> sono cinque: un canadese, un cinese, due indiani e un olandese. Vista la provenienza, ci si potrebbe aspettare un testo più indulgente verso l&rsquo;Oriente che verso l&rsquo;Occidente. Non è così. Il testo è una sequenza fitta di rilievi critici, tutti di stampo scientifico. Le prove dovrebbero precedere l&rsquo;integrazione, ma non è così: «La strategia consente anche agli Stati membri di finanziare e integrare le medicine complementari e alternative (CAM) prima che siano disponibili dati standard sull&rsquo;efficacia e sulla sicurezza pubblica», una scelta che il <em>BMJ</em> definisce indifendibile sul piano etico e metodologico.</p>
<p>Un sondaggio dell&rsquo;OMS ha rilevato che il 95% degli Stati indica proprio la mancanza di dati come l&rsquo;ostacolo principale all&rsquo;integrazione delle CAM, anche se a mancare, prima di tutto, sono le prove a sostegno delle CAM stesse. «Dopo millenni di utilizzo della medicina tradizionale cinese», si legge nell&rsquo;editoriale, «permangono importanti lacune nelle prove di efficacia e sicurezza, e i pazienti sperimentano effetti imprevedibili».</p>
<p>Con la diffusione delle CAM cresce anche la cosiddetta infodemia: l&rsquo;eccesso di informazioni, spesso inattendibili, che si trasforma in disinformazione sanitaria e apre la strada alla vendita speculativa di interventi non comprovati. La stessa OMS raccomanda di utilizzare «X, Facebook, YouTube e Instagram», ritenuti «fondamentali per la diffusione rapida e capillare delle informazioni». Ma tra gli effetti negativi della disinformazione sui social media, l&rsquo;Organizzazione <a href="http://www.who.int/europe/news/item/01-09-2022-infodemics-and-misinformation-negatively-affect-people-s-health-behaviours--new-who-review-finds" rel="noopener">include</a> anche «un aumento dell&rsquo;erronea interpretazione delle conoscenze scientifiche, la polarizzazione delle opinioni, l&rsquo;escalation della paura e del panico o la riduzione dell&rsquo;accesso all&rsquo;assistenza sanitaria».</p>
<h2 id="danno-al-paziente">Danno al paziente</h2><p>I cinque autori sono Cyriac Abby Philips, gastroenterologo di Kerala, in India, Timothy Caulfield, giurista dell&rsquo;Università di Alberta, in Canada, Catherine de Jong, anestesista di Amsterdam, nei Paesi Bassi, Xingshun Qi, gastroenterologo di Shenyang, in Cina, e Dileep Chethipadath Narayan, rappresentante dei pazienti di Kerala, in India. Nell&rsquo;editoriale descrivono danni che, a loro dire, sono tutt&rsquo;altro che marginali.</p>
<p>Negli Stati Uniti, i rimedi erboristici sono ormai tra le cause più comuni di insufficienza epatica, e procurano più trapianti di fegato o decessi rispetto ai farmaci da prescrizione. Tra il 2004 e il 2013, i danni al fegato legati ai preparati a base di erbe sono saliti dal 7 al 20%, un dato che aiuta a spiegare perché le richieste di trapianto legate all&rsquo;assunzione di integratori a base di erbe siano aumentate di otto volte tra il 1995 e il 2020. In India, oltre un terzo dei 386 prodotti tradizionali testati conteneva sostanze botaniche tossiche, e il 28% risultavano adulterati. Anche la promozione di terapie complementari e alternative non validate per Covid-19 hanno causato danni al fegato. In Cina, infine, le medicine tradizionali sono responsabili di oltre il 20% dei danni epatici indotti da farmaci.</p>
<h2 id="così-conclude-leditoriale">Così conclude l&rsquo;editoriale</h2><p>Gli autori non usano mezzi termini. Le pratiche CAM forse possono migliorare l&rsquo;esperienza vissuta dal paziente, ma questo non ne migliora l&rsquo;efficacia reale. «Lo studio clinico randomizzato controllato non è oppressione coloniale. Distingue gli interventi efficaci da quelli inefficaci. L&rsquo;artemisinina, utilizzata tradizionalmente, è diventata il trattamento standard per la malaria grazie alla valutazione scientifica, non per deferenza alla tradizione», scrivono. Un altro punto critico: la proposta dell&rsquo;OMS non distinguerebbe abbastanza tra la medicina tradizionale intesa come fonte di ipotesi per la ricerca scientifica e le CAM come pratica clinica da integrare. Per queste ultime, sostengono gli autori, si dovrebbe comunque prevedere «l&rsquo;efficacia e la farmacovigilanza, inclusa la segnalazione degli eventi avversi».</p>
<p>In conclusione, osserva l&rsquo;editoriale, «a livello globale le medicine complementari e alternative rappresentano l&rsquo;opzione sanitaria predominante per miliardi di persone indigene, rurali e svantaggiate, il che probabilmente riflette un accesso limitato a cure basate sull&rsquo;evidenza, più che una scelta informata». «La risposta etica non è l&rsquo;approvazione acritica delle CAM», aggiungono gli autori, ma serve piuttosto dare spazio soltanto agli interventi che hanno superato le prove standard della scienza: «i pazienti di tutto il mondo non meritano di meno». Torna così alla mente la frase iniziale di questo articolo: un vero e proprio inno alla medicina scientifica, ma anche un monito contro la deriva di cui si sarebbe parlato poco dopo.</p>
<h2 id="quante-anime-ha-loms">Quante anime ha l&rsquo;OMS?</h2><p>Qualcosa di simile, in fondo, lo aveva già detto la stessa OMS. Il 6 aprile 2026, alla vigilia dell&rsquo;anniversario della propria fondazione, avvenuta il 7 aprile 1948, l&rsquo;Organizzazione ha celebrato la Giornata mondiale della salute 2026, dedicata al tema <em>Insieme per la salute. Sosteniamo la scienza</em>. «La salute umana si è profondamente trasformata nel corso dell&rsquo;ultimo secolo, in gran parte grazie al progresso scientifico e alla collaborazione internazionale», si legge nel comunicato.</p>
<p>A sostegno di questa tesi, l&rsquo;OMS cita numeri, fatti concreti: dal 2000 la mortalità tra i bambini sotto i cinque anni è scesa di oltre il 40%, e altrettanto è avvenuto per la mortalità materna globale. Malattie un tempo letali, come ipertensione, cancro e infezione da HIV (il virus dell&rsquo;immunodeficienza umana), sono diventate condizioni gestibili, allungando e migliorando la vita delle persone in tutto il mondo. «La scienza è uno degli strumenti più potenti a disposizione dell&rsquo;umanità per proteggere e migliorare la salute», ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell&rsquo;OMS. «Oggi, in media, le persone in ogni Paese vivono più a lungo e in salute rispetto ai loro antenati, grazie al potere della scienza. Vaccini, penicillina, teoria dei germi, risonanza magnetica e mappatura del genoma umano sono solo alcuni dei risultati scientifici che hanno salvato vite umane e trasformato la salute di miliardi di persone».</p>
<p>Colpisce, però, il contrasto tra questa retorica e le aperture verso le medicine alternative descritte nei paragrafi precedenti. Negli ultimi cinquant&rsquo;anni, ricorda ancora l&rsquo;OMS, gli sforzi globali di immunizzazione hanno salvato oltre 154 milioni di bambini dalle malattie infettive, e i vaccini hanno ridotto la mortalità infantile del 40%. «I risultati nel campo della salute globale dimostrano che quando i Paesi si uniscono a sostegno della scienza, non solo rispondono alle crisi in modo più efficace, ma costruiscono anche sistemi sanitari più solidi ed equi per il futuro». Sorge spontanea una domanda: i movimenti a favore delle medicine alternative sono davvero così disinteressati come vorrebbero apparire? Il <em>BMJ</em> suggerisce di no. «In molti luoghi, tra cui alcuni Paesi africani, Cina, India e Birmania», scrivono i cinque autori, «l&rsquo;accettazione di alcuni interventi CAM è dovuta più a calcoli politici, nazionalismo o movimenti decoloniali che a prove scientifiche». E ancora: «la strategia dell&rsquo;OMS è stata plasmata dalle filosofie non scientifiche della medicina antroposofica di Rudolf Steiner, ed è stata finanziata da India e Cina, con interessi economici e politici nella promozione delle CAM». Aria tutt&rsquo;altro che disinteressata, verrebbe da dire.</p>
<p>Fra gli imputati, come si è visto, c&rsquo;è soprattutto l&rsquo;omeopatia. Me ne sono occupato anche in un mio articolo, <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4710/articoli/47239/" rel="noopener">La fine dell&rsquo;omeopatia o la nostra fine?</a> pubblicato sulla rivista bimestrale <em>Ricerca&amp;Pratica</em> nel numero di maggio-giugno 2026. Scrivevo allora che contro la disinformazione diffusa dagli omeopati «non c&rsquo;è altra arma che l&rsquo;informazione corretta. Di proiettili ce ne sono, innumerevoli, su riviste serie (<em>BMJ</em>, <em>Lancet</em>, <em>JAMA</em>, <em>Prescrire</em>, <em>Evidence Based Medicine</em>, i siti Cochrane, Kaiser Medicine e altri), ma occorre sparare bene». Il titolo mi era rimasto impresso da un numero del <em>Lancet</em> del 2005, intitolato <em>The end of omeopathy</em>.</p>
<p>Che l&rsquo;omeopatia non funzioni lo suggerisce anche una vicenda del tutto diversa, raccontata nel libro <em>Guarire dall&rsquo;omeopatia</em>. Nel 2004 Piero Angela mi invitò a scrivere una perizia di parte in suo favore, in un processo intentatogli da due associazioni omeopatiche per un servizio di <em>SuperQuark</em> andato in onda l'11 luglio 2000, in cui la medicina omeopatica era stata accusata di non avere un fondamento scientifico certo. Il processo si è concluso, per fortuna, con un lieto fine: a giudicare fu Cinzia Sgrò, giudice del Tribunale di Catania, che nella sentenza scrisse: «Pur avendo la comunità scientifica internazionale sempre chiesto e mai ottenuto dalla medicina omeopatica quelle evidenze scientifiche che ne avrebbero attestato la validità, essa allo stato era del tutto carente di tale fondamento, rimanendo sostanzialmente una medicina delle emozioni».</p>
<p>In quello stesso articolo raccontavo anche di un&rsquo;indagine del Ministero della Salute spagnolo, comparsa nel 2026, che aveva proposto formalmente di eliminare il rimborso dell&rsquo;omeopatia da parte delle assicurazioni sanitarie pubbliche, sulla base del principio che «i servizi privi di un beneficio medico verificabile non dovessero essere finanziati con i fondi degli assicurati». Dopo un dibattito pubblico piuttosto vivace, la proposta era stata ritirata dal progetto di legge. La storia, però, non finisce lì: una commissione indipendente per il finanziamento della sanità ha successivamente presentato una relazione per ottimizzare il sistema sanitario pubblico a partire dal 2027, proponendo di nuovo, questa volta con più determinazione, «di eliminare la copertura assicurativa sanitaria pubblica per l&rsquo;omeopatia», una misura che gode del sostegno parlamentare e che si prevede verrà approvata nel 2026, consolidando il passaggio a una politica rigorosamente basata su prove scientifiche.</p>
<p>Eppure, in Italia e nell&rsquo;Unione europea, tra sottosegretari e associazioni di categoria, la regolamentazione sembra ancora pensata soprattutto per continuare a vendere prodotti omeopatici. Le domande restano le stesse: funzionano? A chi servono? Come ne è stata provata l&rsquo;efficacia? Se il pensiero scientifico fosse più diffuso, forse articoli come <em>The end of omeopathy</em> e <em>La fine dell&rsquo;omeopatia o la nostra fine?</em> non avrebbero avuto ragione di esistere. Mi chiedo, ma davvero servirà a qualcosa una legge del Parlamento?  Temo che serva solo ad aumentare la confusione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Punire prima? I quattordicenni subito imputabili</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili/</guid><pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><description>Il governo ha presentato un disegno di legge che inverte l’onere della prova per i minori tra i 14 e i 18 anni: non sarà più il giudice a dover dimostrare la loro capacità di intendere e volere, ma la difesa a dover provare il contrario. Una misura che non abbassa l’età imputabile, ma che secondo molti giuristi tradisce la logica educativa su cui si fonda da trent’anni il sistema penale minorile italiano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/punire-prima-quattordicenni-subito-imputabili-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel pomeriggio di giovedì 23 luglio 2026, seduta n.182, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge recante modifiche in materia di imputabilità del minore. Si conoscerà il testo del D.d.l. non appena sarà trasmesso al Parlamento e per ora occorrerà accontentarsi del <a href="https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-182/32393" rel="noopener">comunicato stampa</a> pubblicato sul sito del Governo e del testo attuale degli artt. 98 co. 1 c.p. e 9 d.P.R. 448/1998, entrambi interessati dal disegno di legge. </p>
<p>Il processo penale minorile, in vigore dal 1° gennaio 1989 in attuazione del D.p.r. n. 448 del 1988, ha storicamente rappresentato un terreno di sperimentazione per scelte ispirate a istanze di abolizionismo, rieducazione, al reinserimento sociale e alla diversion, cioè all’obiettivo di tenere il ragazzo o la ragazza fuori dal circuito penale ogni volta che sia possibile. Per questo, osservarne l’evoluzione ha offerto a lungo spunti preziosi su come perseguire in modo efficace le finalità della giustizia minorile: recupero, responsabilizzazione, reinserimento.</p>
<p>L’idea di modificarne impianto e visione invece tenta la destra da tempo. Una prima proposta di legge in Senato, sul tema, è stata avanzata nel 2001 da Giuseppe Consolo, allora Alleanza Nazionale, che voleva portare il limite di età per l’imputabilità del minore <a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=14&amp;tipodoc=DDLPRES&amp;id=8786&amp;idoggetto=0&amp;part=doc_dc-articolato_ddl" rel="noopener">da 14 a 12 anni</a>. Nel 2006 ci provò Alfredo Biondi, Forza Italia, che voleva portarla <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/2026/01/26/presentata-una-proposta-di-legge-sullabbassamento-delleta-dellimputabilita-a-13-anni/" rel="noopener">da 14 a 13 anni</a>. La Lega insiste sul tema dal 2019, con una proposta di legge presentata a firma dell’onorevole <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/2019/07/11/la-proposta-di-legge-sullabbassamento-del-limite-di-eta-dellimputabilita-da-14-a-12-anni/" rel="noopener">Gianluca Cantalamessa</a>. Dal 2019 sono molto numerosi gli interventi di Matteo Salvini sul tema, con un crescendo a partire dal 2023. L’ultima proposta a essere stata presentata in Parlamento è quella a firma di Marta Fascina, che ha iniziato il suo iter in Commissione Giustizia proprio una manciata di giorni fa, il 7 luglio, con relatore Pietro Pittalis. La proposta è nuovamente quella di abbassare l’età imputabile da 14 a 13 anni. </p>
<h2 id="come-il-sistema-italiano-protegge-i-minori">Come il sistema italiano protegge i minori</h2><p>Nel diritto italiano, l&rsquo;età minima di imputabilità penale è fissata tassativamente a 14 anni. Questo principio, sancito dal codice penale (<a href="https://www.adir.unifi.it/rivista/2002/adduci/cap1.htm" rel="noopener">articolo 97</a>), si articola su tre livelli rigidamente definiti dall&rsquo;età del minore. I minori di 14 anni sono considerati per legge del tutto privi della capacità di intendere e di volere al momento del fatto. Non possono mai essere imputati, sottoposti a processo o condannati a una pena detentiva, indipendentemente dalla gravità del reato commesso. Se il ragazzo (o la ragazza) viene ritenuto socialmente pericoloso, per esempio per aver commesso un reato grave, il giudice per i minorenni può applicare misure civili o di sicurezza non punitive, come la libertà vigilata o il collocamento in una comunità educativa. Il minore che ha compiuto 14 anni ma non ancora i 18, non è comunque automaticamente imputabile. Spetta al giudice l&rsquo;onere di dimostrare, attraverso perizie psicologiche e sociali, che possiede la maturità e il discernimento necessari per comprendere il valore illecito del suo gesto (articolo 98 c.p.). Se dichiarato imputabile, l’adolescente viene processato dal tribunale per i minorenni e beneficia di una pena diminuita rispetto a quella prevista per gli adulti. </p>
<p>In questo quadro legislativo si inserisce l’istituto della <a href="https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/pubblicazioni_studi_ricerche_testo_selezionato?contentId=SPS327765" rel="noopener">messa alla prova</a> che rappresenta lo strumento centrale e più innovativo della giustizia minorile in Italia. Interviene come una causa di estinzione del reato permettendo di sospendere il processo e affidare il minore ai servizi sociali per un percorso educativo; se il percorso si conclude con esito positivo, il reato si estingue senza alcuna condanna. Regolata dagli articoli 28 e 29 del D.P.R. 448/1988 questa misura punta al recupero dell’adolescente e ha un iter ben delineato: il giudice ferma il procedimento penale per un periodo massimo di tre anni per i reati più gravi o di un anno per gli altri e i servizi sociali creano un programma su misura che può includere obblighi legati allo studio, al lavoro, ad attività sportive o di volontariato. L’adolescente viene seguito passo dopo passo dagli operatori della giustizia minorile per verificarne i progressi e la crescita personale. Se il giovane rispetta il programma e dimostra di essere cambiato, il giudice dichiara il reato estinto in un&rsquo;apposita udienza. Se il ragazzo viola le regole o interrompe il percorso, il processo penale riprende dal punto in cui era stato interrotto.</p>
<h2 id="lo-standard-internazionale-14-anni-non-meno">Lo standard internazionale: 14 anni, non meno</h2><p>Nel diritto internazionale, l&rsquo;età minima di imputabilità penale non è fissa in un unico trattato globale, ma il <a href="https://www.ohchr.org/en/treaty-bodies/crc" rel="noopener">Comitato ONU sui Diritti dell&rsquo;Infanzia</a> raccomanda di fissarla ad almeno 14 anni, considerando questa soglia come lo standard internazionale ideale di giustizia minorile. L<a href="https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/convention-rights-child" rel="noopener">&lsquo;articolo 40 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo</a> del 1989 chiede agli Stati di stabilire un&rsquo;età minima sotto la quale i minori sono presunti non capaci di violare la legge penale, senza però indicare un numero preciso. Il Comitato ONU ha <a href="https://www.right-to-education.org/sites/right-to-education.org/files/resource-attachments/RTE_International_Instruments_Minimum_Age_Criminal_Responsability_2014.pdf" rel="noopener">esortato gli Stati membri a innalzare l&rsquo;età minima di responsabilità penale</a> a 14 anni, lodando i Paesi che adottano questa soglia o una superiore (come 15 o 16 anni) e vietando i sistemi con età inferiori ai 12 anni.<br>
In ambito europeo, la valutazione della capacità di intendere e di volere per i minori nella fascia d&rsquo;età intermedia (generalmente tra i 14 e i 18 anni) si fonda sul principio della valutazione individualizzata caso per caso. I paesi dell&rsquo;Unione Europea gestiscono l&rsquo;onere e le modalità di questa valutazione principalmente attraverso <a href="https://archive.crin.org/en/home/ages/europe.html" rel="noopener">due approcci</a>: Il modello della &ldquo;presunzione di incapacità&rdquo; (Italia, Romania) e Il modello della &ldquo;flessibilità per reato&rdquo; (Germania, Francia, Polonia). La Direttiva UE 2016/800 impone a tutti gli Stati membri <a href="https://fra.europa.eu/en/content/fra-opinions-minimum-age-justice" rel="noopener">tutele ferree</a> durante questa valutazione. L&rsquo;esame della personalità deve essere tempestivo, non deve traumatizzare l’adolescente e richiede obbligatoriamente l&rsquo;assistenza di un legale e dei genitori (o tutori) sin dalle prime fasi di raccolta delle informazioni utili alla perizia.</p>
<h2 id="il-decreto-caivano-quando-la-repressione-prende-il-sopravvento">Il Decreto Caivano: quando la repressione prende il sopravvento</h2><p>In Italia il modello della presunzione di incapacità è stato messo sotto accusa dalla destra negli ultimi venti anni ma solo nel 2023 con il cosiddetto &ldquo;Decreto Caivano&rdquo; (D.L. 123/2023, convertito nella Legge 159/2023) si incrina la visione generale. Il decreto, infatti, modifica profondamente l&rsquo;istituto della messa alla prova minorile, introducendo un approccio più severo e rompendo il principio storico secondo cui la messa alla prova era applicabile a qualsiasi tipo di reato commesso da minori. </p>
<p>Questa modifica ha sollevato forti e quasi unanimi critiche da parte di giuristi, magistrati minorili, avvocati, tra cui l&rsquo;<a href="https://www.camerepenali.it/public/file/Oss_Corte_Costituzionale/UCPI_Opinione-amicus-curiae.pdf" rel="noopener">Unione delle Camere Penali Italiane</a>, e associazioni per i diritti dei detenuti come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AJL5dQd13jc" rel="noopener">Antigone</a>. I dati dell’associazione denunciano la mancata funzione di deterrenza di questi inasprimenti, che si traducono solo di aumento della detenzione. </p>
<p>La critica principale contesta l&rsquo;introduzione dei reati ostativi (il divieto automatico di messa alla prova per reati gravi come l&rsquo;omicidio o la violenza sessuale aggravata). Il sistema penale minorile italiano (<a href="https://www.camerepenali.it/public/file/Oss_Corte_Costituzionale/UCPI_Opinione-amicus-curiae.pdf" rel="noopener">D.P.R. 448/1988</a>) si basava sul principio che il percorso di recupero dovesse essere modellato sulla personalità del ragazzo e non sul titolo di reato commesso. Il Decreto Caivano, invece, sostituisce la <a href="https://www.osservatorioaic.it/images/rivista/pdf/2025_3_15_Piccolo.pdf" rel="noopener">logica educativa e riabilitativa</a> con una puramente repressiva e &ldquo;carcerocentrica&rdquo;, allineando il trattamento dei minori a quello degli adulti.</p>
<h2 id="lonere-della-prova-si-ribalta">L’onere della prova si ribalta</h2><p>Finora, nel diritto penale minorile la questione centrale che viene prioritariamente affrontata, è verificare se il ragazzo o la ragazza possano essere ritenuti responsabili. Questa responsabilità non dipende tanto dal reato o fatto commesso ma dall’età e dalla maturità del giovane. Questo significa che il giudice deve valutare se il minore era in grado di comprendere il disvalore del fatto e di autodeterminarsi. </p>
<p>Il disegno di legge del Governo interviene introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto quattordici anni e non ancora diciotto. Muta così il criterio di accertamento: la capacità non deve più essere positivamente verificata caso per caso, ma si presume fino a prova contraria, restando ferma la possibilità di escludere l’imputabilità quando risulti, sulla base degli elementi acquisiti nel procedimento, che l’adolescente ne fosse privo al momento del fatto.</p>
<p>Non si tratta, quindi di far scendere l’età dell’imputabilità (come si legge su alcuni titoli), che rimane fissata al compimento dei 14 anni (sotto i 14 si rimane non imputabili). Scatta, però, l’inversione dell’onere della prova: finora, per i minori tra i 14 e i 18 anni valeva una sostanziale presunzione di incapacità. Spettava al giudice e alla procura accertare e dimostrare, caso per caso, che vi fosse la presenza della capacità di intendere e di volere al momento del reato. La nuova regola stabilita nel disegno di legge introduce la presunzione relativa di imputabilità: significa che, tra i 14 e i 18 anni ragazzi e ragazze saranno considerate di regola capaci di intendere e di volere, salvo che la difesa dimostri il contrario o emerga il contrario dalle indagini. Resta <a href="https://www.sistemapenale.it/it/notizie/presunzione-di-imputabilita-per-i-minori-infradiciottenni-il-consiglio-dei-ministri-approva-un-disegno-di-legge" rel="noopener">ferma</a> la diminuzione della pena prevista per i minori imputabili. </p>
<h2 id="chi-difende-la-riforma">Chi difende la riforma</h2><p>Ovviamente il Governo e la sua maggioranza lodano e sostengono questo provvedimento. Il mondo della Giurisprudenza attende il testo per rilasciare commenti. Tra tutte le voci favorevoli ripotiamo il commento del Guardasigilli per competenza e ruolo, cioè il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che durante la <a href="https://www.laleggepertutti.it/817086_imputabilita-dei-minori-cosa-cambia-col-nuovo-ddl-del-governo" rel="noopener">conferenza stampa</a> al termine del Consiglio dei Ministri afferma che il provvedimento rappresenta il tassello che completa il percorso normativo avviato con il Decreto Caivano: «Non abbiamo abbassato l’età di imputabilità a 13 anni, come si era ipotizzato guardando ad altri Paesi. Abbiamo mantenuto la soglia dei 14 e non c’è un inasprimento delle pene. Abbiamo invece invertito l’onere della prova per adeguarci all’evoluzione della società: partiamo dal presupposto che un sedicenne oggi sia in grado di comprendere il significato dei propri gesti, salvo prova contraria». </p>
<h2 id="chi-la-contesta-e-perché">Chi la contesta, e perché</h2><p>Le critiche alla visione e alla strategia di questo governo in materia di diritto penale minorile sono emerse già nel 2023. In merito alla modifica della messa alla prova ci furono critiche di incostituzionalità. La Costituzione, infatti, impone alla Repubblica di proteggere la maternità, l&rsquo;infanzia e la gioventù. </p>
<p>Molti tribunali hanno sollevato dubbi di legittimità costituzionale tra cui il <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/2024/05/17/decreto-caivano-e-messa-alla-prova-il-tribunale-per-i-minori-di-bari-solleva-questione-di-legittimita-costituzionale/" rel="noopener">tribunale per i minorenni di Bari</a>, evidenziando come sbarrare la strada alla riabilitazione violi il dovere dello Stato di proteggere e recuperare i giovani devianti. La violazione riguarderebbe anche la legislazione europea: bloccando la messa alla prova e aumentando la custodia cautelare, la <a href="https://www.camerepenali.it/public/file/Oss_Corte_Costituzionale/UCPI_Opinione-amicus-curiae.pdf" rel="noopener">norma è in contrasto con la Direttiva UE 2016/800</a>, la quale sancisce che per i minorenni la privazione della libertà deve essere una misura di estrema ratio e di durata minima possibile. </p>
<p>Nonostante le critiche sul funzionamento dei tribunali minorili e  le denunce sulle <a href="https://www.antigone.it/news/3628-carceri-presunte-violenze-e-torture-all-ipm-di-casal-del-marmo-antigone-avevamo-presentato-un-esposto-e-allertato-le-istituzioni" rel="noopener">violenze accertate nelle carceri minorili</a>, che ne dimostravano tutta la inadeguatezza, Il sostegno alla visione vigente dell’ordinamento in tema di diritto penale minorile, prima delle modifiche introdotte dall’attuale governo, è stato ampio sia nel mondo della giurisprudenza che della società civile organizzata. Come sostiene <a href="https://www.avvocatiroma.net/2025/06/03/imputabilita-del-minore-quando-si-puo-essere-responsabili-penalmenteavvocati-roma-minore-14-anni/" rel="noopener">l’avvocata Silvia Lucarelli</a>: «La legge riconosce che non tutti i quattordicenni sono uguali, e che la responsabilità penale deve fondarsi su una valutazione concreta e individualizzata. Questa impostazione non è segno di debolezza del sistema, ma un’affermazione forte di civiltà giuridica, perché mette al centro la persona, la sua consapevolezza e possibilità di recupero». </p>
<p>Oggi di fronte alla comunicazione della Presidente del Consiglio sull’approvazione di un disegno di legge recante modifiche in materia di imputabilità del minore, pur in attesa del testo definitivo, sono già molte le voci contrarie. Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, elenca ragioni culturali e ragioni pratiche per dire no a una ipotesi che a una riflessione obiettiva non può che dimostrare la sua inconsistenza di <a href="https://www.vita.it/minori-piu-facilmente-imputabili-di-reato-una-norma-manifesto-non-una-risposta/" rel="noopener">norma “manifesto”</a>. Una scelta che rappresenterebbe un ulteriore passo nella trasformazione della giustizia minorile italiana da sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione a un sistema sempre più orientato alla punizione e alla repressione. </p>
<p>Anche Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’<a href="https://www.antigone.it/" rel="noopener">osservatorio minori</a> dell’Associazione Antigone, respinge la bontà del provvedimento e soprattutto la sua visione: «Rischia di essere la pietra tombale di un’idea di giustizia minorile che il nostro Paese aveva costruito con fatica. La domanda non dovrebbe essere come punire prima, ma come intervenire prima: prima che un ragazzo venga abbandonato, prima che la scuola lo perda, prima che i servizi sociali non riescano a intercettare il disagio, prima che una situazione di marginalità diventi una storia criminale. La risposta alla devianza minorile deve essere costruita intorno alla responsabilizzazione e all’educazione, non alla mera anticipazione della sanzione». </p>
<p>Un’altra critica investe la questione che limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase vuol dire snaturare la specializzazione del sistema penale minorile, che è stato invece creato proprio per rispondere alle <a href="https://www.savethechildren.it/press/imputabilita-minori-no-ad-adultizzazione-del-sistema-di-giustizia-minorile" rel="noopener">esigenze evolutive dei giovanissimi</a>. Il nostro ordinamento non mira e non deve mirare a punire il ragazzo come un adulto in miniatura, ma lavora per comprenderne il percorso, responsabilizzarlo e favorirne il reinserimento nella società.  Una risposta che penalizza i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze senza affrontare le radici della violenza semplicemente non funziona.  </p>
<h2 id="staremo-a-vedere">Staremo a vedere</h2><p>A parere di chi scrive è proprio la Presidente Meloni nel suo <a href="https://www.governo.it/en/node/32389" rel="noopener">video comunicato</a> a fornire una interpretazione più politica del provvedimento, ad evidenziarne la natura securitaria e la limitatezza della sua capacità di azione. Non tanto quando dice: «Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti al giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità», ma quando afferma che di fronte ad altri soluzioni possibili sceglie in primis questa: «Questo provvedimento è un tassello, in un percorso molto più difficile e spesso silenzioso. Perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo: c’è spesso una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che lo ha perso, un quartiere senza nulla da offrire la sera».</p>
<p>Staremo a vedere in questo ultimo anno di legislatura se questo Governo realizzerà tutti gli altri tasselli, che in quattro anni non ha realizzato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Malvaldi e la statistica del ragionevole dubbio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio/</guid><pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Che cosa hanno in comune Edgar Allan Poe, O.J. Simpson e gli errori giudiziari? La risposta passa per la statistica, ma soprattutto per il modo in cui ragioniamo. In “Se fossi stato al vostro posto” (Raffaello Cortina Editore, 2025) Marco Malvaldi parte da un celebre caso di cronaca ottocentesca e dalla sua trasfigurazione letteraria per mostrare come, quando siamo chiamati a interpretare i fatti, numeri, probabilità, narrazione e fallacie cognitive si intreccino. Un saggio e insieme un manuale, ricco di casi (reali o inventati) ma anche di ironia, che infine diventa un appello a chi, di fronte all’incertezza delle prove, ha la responsabilità di decidere della colpevolezza o dell’innocenza di qualcuno</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Questa è una recensione che esce con colpevolissimo ritardo. In effetti, appena in anticipo sul primo compleanno del libro. Per fortuna, i libri non hanno una data di scadenza (almeno nella maggior parte dei casi). Di certo non ce l’ha <a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/marco-malvaldi/se-fossi-stato-al-vostro-posto-9788832858044-4529.html" rel="noopener"><em>Se fossi stato al vostro posto</em></a> (Raffaello Cortina Editore, 2025), in cui Marco Malvaldi parla di qualcosa decisamente a lunga conservazione: la statistica e la narrazione. Partendo da una storia non certo giovane, perché risale addirittura all’Ottocento.</p>
<h2 id="a-partire-da-un-racconto-giallo">A partire da un racconto (giallo)</h2><p>Più precisamente, al 1841, anno in cui a New York fu assassinata Mary Cecilia Rogers, giovane commessa di tabaccheria. Lo spunto del saggio, però, non è proprio l’omicidio in sé, quanto la ricostruzione narrativa che ne fece Edgar Allan Poe, che ha impedito all&rsquo;omicidio di finire dimenticato tra i tanti casi di cronaca del passato immortalandolo nel racconto <em>Il mistero di Marie Roget</em>. Perché è tanto interessante? Perché, spiega Malvaldi fin dalle prime pagine, «Poe capisce che per venire a capo della storia dovrà usare entrambi i linguaggi, sia quello della narrazione sia quello della statistica: è la prima volta nella storia, <em>sia della letteratura sia della giurisprudenza</em>, che queste due discipline si intrecciano tra loro per tentare di risolvere un caso criminoso reale». Ecco quindi tutti gli ingredienti del saggio.</p>
<p>Malvaldi non ha bisogno di presentazioni come scrittore, ma per chi non avesse avuto il piacere: è l’autore di numerosi romanzi gialli, tra i più fortunati dei quali quelli del ciclo del BarLume. Ma ha scritto anche molti saggi (e perfino alcuni libri per l’infanzia), nei quali la divulgazione scientifica si è spesso intrecciata con varie altre realtà, dalla storia alla filosofia, fino al calcio. In <em>Se fossi stato al vostro posto</em> le protagoniste sono una branca della matematica, la statistica appunto, e il processo giudiziario. Possono entrambe incutere un certo timore (la complessità della matematica da una parte, quella della giurisprudenza dall’altra); l&rsquo;ironia è però parte integrante della firma di Malvaldi, che sa anche spiegare con chiarezza, quindi le pagine corrono veloci. E poi il fulcro non è certo rappresentato dal codice penale, né dagli algoritmi, quanto dai processi logici che sono, o dovrebbero essere, alla base degli uni e degli altri. Il tutto seguendo passo passo lo svolgimento del ragionamento e dei metodi proposti da Poe nel suo racconto.</p>
<p>Proprio per questo <em>Se fossi stato al vostro posto</em> non è un saggio qualunque, nel senso che non si limita a spiegare o a raccontare: propone una guida di ragionamento essenziale per ogni persona. E che mostra in modo molto spiccato la sua importanza per quelle chiamate a decidere su colpevolezza o innocenza. </p>
<h2 id="la-statistica-e-il-tribunale">La statistica e il tribunale</h2><p>Vale la pena ricordarlo: la formula «oltre ogni ragionevole dubbio» si deve confrontare continuamente con l’incertezza, con falsi positivi e falsi negativi, con le differenze tra coincidenze e prove, errori, dimenticanze, omissioni, e anche bias cognitivi. Malvaldi lo mostra con chiarezza, tanto con esempi inventati quanto attraverso numerosi casi realmente avvenuti. Alcuni molto famosi, come quello dell’ex campione di football O.J. Simpson, a proposito del quale scrive Malvaldi che «i giurati furono fregati sia da un calcolo statistico che da una metafora. Da una metonimia, per essere precisi» e «Il merito – si fa per dire – di questa assoluzione va a due avvocati: Johnnie Cochran, per le metafore, e Alan Dershowotz, per le statistiche». L’argomentazione di queste affermazioni prende diverse pagine, ma molto in breve e per restare sulla sola statistica: una delle argomentazioni usate da Dershowotz nel processo si basa proprio su numeri e probabilità, perché legge i dati relativi ai maltrattamenti delle mogli da parte dei partner e quelli relativi al loro omicidio (sempre da parte del partner) per dimostrare l’esatto contrario di ciò che i dati stessi mostrano (e che purtroppo rappresentano una realtà che conosciamo fin troppo bene). Spiega Malvaldi: «Dershowotz riuscì a dimostrare che i maltrattamenti sfociano in un omicidio solo in un caso su 2.500. Quindi, secondo l’avvocato, “[…] non c’è una prova scientificamente accettabile del fatto che i maltrattamenti domestici, anche quelli attribuibili a Simpson secondo lo scenario peggiore, siano un preludio all’omicidio”». È un esempio per certi versi molto semplice, ma che illustra bene, attraverso una cronaca arcinota, quanto statistica e fallacie cognitive possano intrecciarsi nel corso di un processo. </p>
<p>Altri casi sono un po’ meno noti, o quantomeno non hanno avuto una risonanza mediatica delle stesse proporzioni. Non per niente, però, <em>Se fossi stato al vostro posto</em> è dedicato «A Sally Clarke, vittima dell’ignoranza». Per chi non conoscesse la vicenda, l’ignoranza è quella della differenza tra eventi indipendenti e dipendenti e di quanto influenzino le leggi statistiche. E, di conseguenza, anche eventuali processi giudiziari che – ce ne rendiamo conto o meno – si basano su di esse.</p>
<p>Il titolo del saggio non è l’unico richiamo deandreiano (se ne trova un altro nel titolo di un capitolo), e la sua piena spiegazione è rimandata alle conclusioni. «Mi sono reso conto, nello scrivere questo libro, di quanto sia difficile, oneroso e dettagliato giudicare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato […] Quindi, riconosco: al vostro posto, non ci so stare». Per chi ci sta, in quel posto, scrive ancora Malvaldi, «i giudici e i magistrati non possono permettersi di snobbare la statistica». Per responsabilità, perché se giudicare significa prendere decisioni nell’incertezza, conoscere gli strumenti con cui quell’incertezza può essere compresa (o manipolata) diventa parte del mestiere. L’appello di Malvaldi è rivolto esplicitamente a magistrati e giudici, ma il saggio nel suo complesso finisce inevitabilmente per allargarlo a tutti noi. Che, molto più spesso di quanto pensiamo, trasformiamo indizi in prove, coincidenze in spiegazioni e numeri in certezze: e dalla medicina all’informazione, dall’economia alla politica, questo non vale certo solo per la giurisprudenza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Com'è stato il clima del 2025 in Italia e in Europa?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stato-clima-2025-italia-europa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stato-clima-2025-italia-europa/</guid><pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il 2025 è stato un anno caldo per l&amp;amp;rsquo;Italia e l&amp;amp;rsquo;Europa, che si inserisce nella tendenza di riscaldamento in atto ormai da anni. Ne risentono gli oceani e i ghiacci montani, che registrano record stagionali considerevoli. Allo stesso tempo le tecnologie &amp;amp;ldquo;pulite&amp;amp;rdquo; aumentano, anche se si potrebbe fare meglio: l&amp;amp;rsquo;inerzia climatica non deve demotivare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="in-italia-e-in-europa-ha-fatto-molto-caldo">In Italia e in Europa ha fatto molto caldo</h2><p>A livello globale, il 2025 si posiziona come il terzo anno più caldo mai registrato, dopo il 2024 e il 2023, considerando insieme le temperature medie di oceani e terre emerse; se si guardano solo le terre emerse, è invece il secondo più caldo di sempre, dopo il 2024 (che fu il primo anno in cui la temperatura media globale superò temporaneamente 1,5°C). Il servizio <a href="https://climate.copernicus.eu/sites/default/files/custom-uploads/ESOTC-2025/ESOTC-2025-report.pdf" rel="noopener">Copernicus Climate Change Service</a> indica per il 2025 un&rsquo;anomalia di temperatura media globale di 1,47°C rispetto al periodo preindustriale e di 0,59°C rispetto al trentennio climatologico 1991-2020. Di seguito le anomalie termiche italiane sovrapposte a quelle globali.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-1.png.webp 747w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="anomalie termiche italia vs mondo" width="747" height="552" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Secondo il più recente <a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/report-snpa/il-clima-in-italia-nel-2025" rel="noopener">rapporto</a> sullo stato del clima del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) in <a href="https://www.snpambiente.it/notizie/snpa/mari-sempre-piu-caldi-nel-2025-secondo-valore-piu-alto-mai-registrato" rel="noopener">Italia</a> il quadro è simile: il 2025 risulta il quarto anno più caldo dall&rsquo;inizio delle rilevazioni, preceduto solo da 2024, 2022 e 2023, con un&rsquo;anomalia di 1,03°C rispetto al periodo 1991-2020 (circa tre decimi di grado in meno rispetto al picco del 2024). Il mese di giugno 2025 è secondo solo al record assoluto italiano del 2003, con un 3,23°C sopra la media storica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-2.png.webp 737w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="anomalie termiche italia nel 2025" width="737" height="571" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Anche i mari italiani hanno registrato un anno da record: la temperatura marina media annuale ha toccato i 20°C, con picchi oltre i 26°C in piena estate (26,64°C a luglio e 26,48°C ad agosto), superando di 1,18°C il riferimento del 1991-2020. Dal 1982 è il secondo valore più alto mai misurato. A livello europeo la temperatura superficiale del mare ha raggiunto invece il valore più alto mai registrato, con l'86% dell&rsquo;area (percentuale record) che è stata interessata da condizioni di “ondata di calore marina”.</p>
<h2 id="montagne-e-ghiacciai-in-crisi">Montagne e ghiacciai in crisi</h2><p>Sulla vetta del <a href="https://www.snpambiente.it/notizie/temperature-record-in-cima-al-monte-bianco-lanomalia-termica-arriva-in-quota" rel="noopener">Monte Bianco</a> (che è alto 4807 metri), storicamente una delle zone più fredde d&rsquo;Europa, le temperature hanno superato lo zero più volte nelle scorse settimane: il 18 giugno (+0,8°C), il 24 giugno con una media oraria massima di +2°C, e ancora il 25 e il 26 giugno. Un fenomeno che nel 2025 si era già manifestato a settembre, con temperature positive misurate in vetta, e con un lungo periodo di caldo anomalo tra il 10 e il 12 agosto e un massimo di temperatura oraria oltre i 5°C. Poco distante, sulla parete nord del <a href="https://www.arpa.vda.it/notizie/clima/temperature-record-in-cima-al-monte-bianco-lanomalia-termica-arriva-in-quota" rel="noopener">Cervino</a>, un temporale ha scaricato pioggia e grandine oltre i 4000 metri il 25 giugno scorso, con lo zero termico salito fino alla fascia tra i 4300 e i 4800 metri: le <a href="https://www.montagna.tv/276044/pioggia-oltre-i-4000-metri-sul-cervino-la-cascata-dacqua-corre-sulla-parete-nord/" rel="noopener">immagini</a> di cascate d&rsquo;acqua lungo pareti hanno suscitato un certo scalpore. Per altro, sempre per il 2026, Copernicus già <a href="https://climate.copernicus.eu/surface-air-temperature-june-2026" rel="noopener">ci dice</a> che questo giugno è stato il più caldo di sempre per l&rsquo;Europa occidentale (e il secondo più caldo a livello globale, con temperatura media di 16,54°C, cioè 1,39°C sopra la media del periodo pre-industriale).</p>
<p>A livello continentale, tutte le regioni glaciali monitorate da Copernicus hanno registrato una notevole perdita di massa nel corso del 2025. La Groenlandia da sola ha perso circa 139 miliardi di tonnellate di ghiaccio, mentre l&rsquo;estensione e la massa del manto nevoso globale di fine stagione sono risultate le terze più basse mai registrate.</p>
<h2 id="piogge-sempre-più-irregolari-e-risorsa-idrica-in-calo">Piogge sempre più irregolari e risorsa idrica in calo</h2><p>In Italia, le <a href="https://www.snpambiente.it/notizie/snpa/mari-sempre-piu-caldi-nel-2025-secondo-valore-piu-alto-mai-registrato" rel="noopener">precipitazioni</a> disegnano un paese diviso in due. Nel 2025 le piogge complessive sono rimaste vicine alla media climatologica 1991-2020, ma con una distribuzione molto disomogenea: al Nord sono aumentate del 7%, migliorando il quadro idrico dell&rsquo;area, mentre al Sud e nelle Isole sono diminuite del 5%. Questo squilibrio si riflette chiaramente sulla disponibilità di acqua: la risorsa idrica stimata a livello nazionale per il 2025 è di circa 128 miliardi di metri cubi, un valore inferiore alle medie storiche di oltre il 7%, del 4% rispetto al trentennio più recente e addirittura del 19% rispetto al 2024.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-3.png.webp" alt="carenza di pioggia in italia a giugno" width="503" height="447" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Anomalie della precipitazione cumulata mensile di giugno 2025 espresse in percentuali, rispetto al valore normale 1991-2020</p>
<h2 id="linerzia-climatica-non-deve-demotivare-la-transizione">L’inerzia climatica non deve demotivare la transizione</h2><p>Il fatto che si stanno registrando record climatici è purtroppo del tutto normale, dal momento che abbiamo iniziato tardi a fare la transizione ecologica. Ancora non siamo neanche su una traiettoria che ci farebbe stare sotto i 2°C, anche se abbiamo scongiurato gli scenari peggiori. Per cui, vanno accolte come buone notizie la crescita di rinnovabili, mobilità elettrica, riforestazione e le altre importanti azioni di mitigazione climatica. Anche se si può fare molto di meglio.</p>
<p>A livello europeo, nel 2025 le fonti <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2025/renewable-energy-resources" rel="noopener">rinnovabili</a> hanno coperto quasi la metà (46,4%) dell&rsquo;elettricità prodotta nel continente, con il solare che ha raggiunto un nuovo record di contributo, pari al 12,5%. Secondo le più recenti <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/news/emissioni-di-gas-serra-possibile-riduzione-del-55-entro-il-2030" rel="noopener">valutazioni</a> dell&rsquo;ISPRA, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS), la crescita delle rinnovabili e l&rsquo;innovazione industriale stanno contribuendo concretamente alla riduzione delle emissioni di gas serra in Italia.</p>
<p>Anche il mercato delle pompe di calore è tornato a crescere: i <a href="https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/heat-pumps_en" rel="noopener">dati europei preliminari</a> indicano nel 2025 un +11% di vendite rispetto al 2024 con 2,34 milioni di unità vendute nei 13 Stati membri che hanno già comunicato i dati; la Commissione europea sottolinea che la crescita è maggiore nei Paesi con incentivi stabili. Motivo per cui andrebbero rafforzati.</p>
<h2 id="i-veicoli-elettrici-continuano-a-crescere">I veicoli elettrici continuano a crescere</h2><p>Secondo <a href="https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/electric-vehicles" rel="noopener">l&rsquo;Agenzia europea dell&rsquo;ambiente</a> (EEA), le emissioni di gas serra delle auto elettriche sono già oggi inferiori del 17-30% rispetto a quelle di un&rsquo;auto a benzina o diesel equivalente, calcolate sull&rsquo;intero ciclo di vita del veicolo. Il margine di miglioramento è ancora ampio: con processi produttivi più efficienti e un mix elettrico sempre più pulito, le emissioni lungo il ciclo di vita di un&rsquo;auto elettrica tipica potrebbero ridursi di almeno il 73% entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Intanto la diffusione prosegue: le nuove immatricolazioni nel 2025 di <a href="https://www.acea.auto/pc-registrations/new-car-registrations-1-8-in-2025-battery-electric-17-4-market-share" rel="noopener">auto elettriche</a> in Europa sono arrivate a rappresentare il 17,4% del mercato secondo l&rsquo;Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA); nel 2024 la quota era del 13,6%, registrando quindi un aumento di quasi 4 punti percentuali in un anno. Considerando anche Regno Unito e Paesi EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), la quota sale al 19,5%. La quota continua sostanzialmente a crescere di anno in anno, anche se senza politiche settoriali efficaci, l&rsquo;Italia rischia di non raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030.</p>
<h2 id="tante-foreste-ma-in-crisi">Tante foreste, ma in crisi</h2><p><a href="https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/forests-and-forestry" rel="noopener">L&rsquo;Agenzia europea dell&rsquo;ambiente</a> ricorda che le foreste coprono circa il 40% della superficie dell&rsquo;Unione europea e costituiscono il più grande ecosistema terrestre del continente. Oltre a ospitare una quota rilevante della biodiversità europea, svolgono un ruolo essenziale nel fornire servizi ecosistemici fondamentali: la regolazione del ciclo dell&rsquo;acqua, la protezione dal dissesto idrogeologico, la produzione di biomassa e legname e, appunto, l&rsquo;assorbimento di CO₂. Tra il 1990 e il 2022 le foreste europee hanno assorbito circa il 10% delle emissioni di gas serra dell&rsquo;Unione. Tuttavia, secondo il <a href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/jrc-news-and-updates/european-forest-carbon-sink-declining-can-we-reverse-trend-2025-07-30_en" rel="noopener">Joint Research Centre</a> (JRC), la loro capacità di assorbire carbonio è in progressivo calo: nel triennio 2020-2022 il serbatoio di assorbimento medio (in inglese <em>carbon sink</em>) è diminuito di circa il 27% rispetto alla media del periodo 2010-2014.</p>
<p>L’EEA e il JRC attribuiscono questa tendenza a una combinazione di fattori, tra cui l&rsquo;invecchiamento delle foreste, che ne rallenta la crescita, l&rsquo;aumento dei tagli forestali, compresi quelli effettuati per il recupero dei danni causati da eventi estremi, e gli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti, ondate di calore, incendi boschivi, infestazioni di insetti e parassiti, oltre a tempeste e schianti da vento, stanno infatti riducendo la capacità delle foreste europee di immagazzinare carbonio.</p>
<p>Il noioso imperativo di ridurre le emissioni resta valido e quando si monitora l’Italia non ha senso farlo senza considerare anche il resto d’Europa; è il motivo per cui assieme a SNPA e ISPRA abbiamo letto i dati di Copernicus, EEA e JRC. Ovviamente la transizione deve continuare in tutto il mondo, ma i paesi occidentali hanno più capacità tecnologica e più responsabilità storiche per poterla e doverla fare. E per aiutare quelli poveri e in via di sviluppo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ECHO: quando i cittadini diventano scienziati del suolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo/</guid><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 16:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il progetto europeo di citizen science ECHO coinvolge cittadini e studenti nella raccolta di dati sulla salute dei suoli, in un continente dove tra il 60 e il 70% dei terreni è già degradato. Con l&amp;amp;rsquo;aiuto della app EchoSoil, kit di campionamento, ambasciatori sul territorio e nuove piattaforme digitali, l&amp;amp;rsquo;obiettivo è costruire una mappa condivisa per proteggere l&amp;amp;rsquo;ecosistema che sta sotto i nostri piedi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il luogo più affollato del pianeta è nascosto <a href="https://in.boell.org/sites/default/files/soil_atlas_2015_1.pdf" rel="noopener">nei primi trenta centimetri di suolo</a>. Qui vive circa il 60% della biodiversità terrestre: batteri, funghi, lombrichi, nematodi e migliaia di altri organismi che contribuiscono alla fertilità del terreno, al ciclo dei nutrienti, alla produzione di cibo e alla capacità del suolo di immagazzinare carbonio.</p>
<p>Eppure, questo universo brulicante di vita passa spesso inosservato. Nell’immaginario comune il suolo coincide ancora con la superficie che calpestiamo o sulla quale costruiamo case e strade, dimenticando che è una vera e propria “pelle viva” del pianeta: filtra l’acqua, sostiene la crescita delle piante, regola il clima e mantiene in equilibrio gli ecosistemi. Proprio perché svolge queste funzioni lontano dai nostri occhi, il suo valore viene spesso sottovalutato.</p>
<h2 id="un-progetto-europeo-per-conoscere-e-proteggere-il-suolo">Un progetto europeo per conoscere e proteggere il suolo</h2><p>Secondo l’Osservatorio europeo del suolo (EUSO), tra il 60 e il 70% dei suoli europei è degradato. Da questa consapevolezza nasce <a href="https://echosoil.eu/" rel="noopener">ECHO (Engaging Citizens in Soil Science: The Road to Healthier Soils)</a>, un progetto europeo di citizen science che vuole cambiare il modo in cui guardiamo al suolo: non più una semplice superficie, ma un ecosistema vivo da conoscere, monitorare e proteggere. Attraverso l’osservazione diretta e l’esperienza sul campo, i partecipanti diventano protagonisti della ricerca e osservatori attivi di un patrimonio naturale troppo spesso ignorato. Finanziato da Horizon Europe e avviato nel 2023, ECHO è coordinato dalla Libera Università di Bolzano e riunisce 16 organizzazioni europee e scozzesi, tra cui università, istituti di ricerca, imprese e fondazioni.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo di ECHO è duplice: raccogliere dati aggiornati sullo stato di salute dei suoli europei e, allo stesso tempo, aumentare la <a href="https://www.openaccessgovernment.org/article/citizen-science-initiatives-for-soil-literacy/178424/" rel="noopener">soil literacy</a>.</p>
<p>«I primi mesi del progetto sono stati focalizzati all&rsquo;analisi di oltre 60 iniziative esistenti di citizen science dedicate alla salute del suolo in Europa» spiega Tanja Mimmo, professoressa ordinaria di Chimica agraria alla Libera Università di Bolzano e coordinatrice di ECHO. «Questa revisione ci ha permesso di individuare gli approcci più efficaci per coinvolgere i cittadini, comprenderne gli effetti sulla ricerca e sulla società e sviluppare un modello più accessibile e standardizzato».</p>
<h2 id="come-diventare-cittadini-scienziati-del-suolo">Come diventare cittadini scienziati del suolo</h2><p>Chiunque può partecipare. Il primo passo è scaricare l&rsquo;app del progetto (si chiama EchoSoil, disponibile per <a href="https://apps.apple.com/it/app/echosoil/id6744526148" rel="noopener">iOs</a> e <a href="https://play.google.com/store/apps/details?id=com.ninvus.echo&amp;pcampaignid=web_share" rel="noopener">Android</a>) e richiedere un kit di campionamento attraverso la rete degli Ambasciatori (ECHO Ambassadors), volontari formati dagli esperti. Seguendo le istruzioni all’interno del kit, i partecipanti raccolgono un campione di suolo di 30 × 30 × 30 centimetri e ne osservano alcune caratteristiche direttamente sul campo. Il progetto si distingue da altre iniziative simili perché coinvolge i cittadini nel monitoraggio di otto indicatori della salute del suolo, definiti dalla <a href="https://www.openaccessgovernment.org/article/advancing-the-soil-deal-for-europe-through-cyberinfrastructure-and-citizen-science/178352/" rel="noopener">Missione europea <em>A Soil Deal for Europe</em></a>.</p>
<p>Grazie all&rsquo;app e al kit di campionamento è possibile raccogliere dati sul pH, sulla struttura e tessitura del terreno, sulla presenza di nutrienti, sulla sostanza organica, sulla copertura vegetale e forestale e sull&rsquo;eterogeneità del paesaggio circostante. I campioni vengono poi inviati dagli Ambassador ai laboratori, dove i ricercatori completano le analisi più complesse, come la determinazione dei metalli pesanti e lo studio della diversità microbica.</p>
<p>Tutti i dati raccolti confluiscono in <a href="https://echorepo.quanta-labs.com/explore" rel="noopener">ECHOREPO,</a> una piattaforma digitale open source e open access sviluppata nell&rsquo;ambito del progetto. Qui vengono integrati con informazioni provenienti da ricercatori e altre banche dati, organizzati secondo i principi FAIR <em>(Findable, Accessible, Interoperable, Reusable)</em> e resi interoperabili, così da poter essere facilmente riutilizzati.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo è quello di superare la frammentazione delle informazioni e costruire un archivio comune e sostenibile nel tempo a supporto della ricerca scientifica, ma anche delle istituzioni, dei decisori politici, degli agricoltori e degli educatori impegnati nella tutela del suolo.</p>
<p>«Tra le sfide più grandi c’è quella di generare informazioni e colmare lacune conoscitive su larga scala, tenendo conto della diversità degli usi del territorio europeo, dei tipi di suolo, delle regioni biogeografiche e, soprattutto, delle esigenze dei diversi portatori di interesse» spiega ancora Mimmo. Per questo il team di ECHO punta a raccogliere dati in 16.500 siti distribuiti tra l&rsquo;Europa e la Scozia, coinvolgendo comunità locali con esperienze e conoscenze diverse. In Italia si contano 916 siti di campionamento e risultano ancora scoperte alcune regioni, come Valle d&rsquo;Aosta, Liguria, Veneto, Molise e Friuli-Venezia Giulia.</p>
<p>Nel frattempo, sono già state numerose le iniziative organizzate dagli Ambassador, dagli studenti e dai musei per promuovere il valore del suolo in tutto il Paese.</p>
<p>ECHO guarda anche alle nuove generazioni e alla capacità di raccontare il suolo attraverso linguaggi diversi. A questo fine è nato <a href="https://echosoil.eu/echo-soil-challenge-soil-stories" rel="noopener">Soil Stories</a>, un&rsquo;iniziativa con scadenza al 9 di novembre rivolta a scuole, insegnanti, educatori e agli ECHO Soil Ambassador. Un’occasione che invita studenti e studentesse a osservare il suolo, sperimentare sul campo e raccontare le proprie scoperte con disegni, fotografie, collage, video, podcast, musica o piccoli esperimenti scientifici.</p>
<p>Le attività possono prendere spunto dal kit di campionamento di ECHO o dal laboratorio didattico <a href="http://www.soilabforteens.eu/index.html" rel="noopener">SoiLab for Teens</a>, lasciando ampio spazio alla creatività e all&rsquo;interpretazione personale. Scaricabile gratuitamente dal sito del progetto, SoiLab for Teens trasforma il suolo da argomento teorico a esperienza concreta attraverso giochi, esperimenti e schede che promuovono un apprendimento partecipativo e interdisciplinare.</p>
<h2 id="le-minacce-al-suolo-e-la-strada-da-percorrere">Le minacce al suolo e la strada da percorrere</h2><p>Molte delle minacce che gravano sul suolo derivano dalle attività umane: dalla trasformazione di terreni agricoli e naturali in edifici e superfici impermeabili, ai sistemi di coltivazione intensivi che ne compromettono la salute. «Il suolo non dovrebbe mai essere lasciato spoglio: senza copertura vegetale è molto più vulnerabile al vento e alle piogge intense», osserva Tanja Mimmo.</p>
<p>Dopo la conclusione della raccolta dei dati, il progetto proseguirà fino all&rsquo;aprile 2027 con una fase dedicata al confronto sulle politiche per la salute del suolo. Tra gli appuntamenti previsti figura anche un workshop sulle policy, in programma a novembre 2026 durante la <a href="https://ferticovery.eu/events/european-mission-soil-week/" rel="noopener">European Mission Soil Week</a> di Dublino.</p>
<p>Parallelamente, i ricercatori vogliono capire se l&rsquo;esperienza diretta con ECHO possa lasciare un segno duraturo: creare un legame emotivo con il suolo, modificarne la percezione e incoraggiare l&rsquo;adozione di pratiche più sostenibili.</p>
<p>In fondo, l&rsquo;ambizione di ECHO è proprio questa: invitarci a guardare il suolo non come uno sfondo, ma come un ecosistema vivo di cui anche noi siamo parte. E per farlo non serve andare lontano: basta il terreno di un giardino, di uno spazio urbano o di un bosco a noi caro. Un modo per conoscere meglio anche questi suoli, dove oggi mancano ancora molte informazioni.</p>
<p><em>Al progetto oltre alla Libera Università di Bolzano-Bozen, partecipano il consorzio Re Soil Foundation, l’Università di Hohenheim, l’associazione FCiências.ID, l’Università di Lisbona, l’Università di Bologna, il James Hutton Institute, l’Università della Finlandia Orientale, l’American Farm School, l’Università Stefan Cel Mare Suceava e l’Università di Extremadura. Oltre alle imprese Solutopus, Plantpress, Quanta Labs e Ambienta e alla Fondazione Ibercivis.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il collasso che non c'è: cosa dice il DNA antico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/collasso-ce-cosa-dice-dna-antico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/collasso-ce-cosa-dice-dna-antico/</guid><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 07:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alice Mosconi</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il collasso delle civiltà è una delle narrazioni più affascinanti dell’archeologia. Ma lo studio del DNA antico sta raccontando una storia diversa e molto più complessa, mostrando come dietro la scomparsa di una società possano nascondersi fenomeni radicalmente diversi: epidemie, migrazioni, assimilazioni e trasformazioni culturali. E che, a volte, il collasso non è mai avvenuto.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/collasso-ce-cosa-dice-dna-antico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/collasso-ce-cosa-dice-dna-antico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&rsquo;è una tomba vicino Parigi che a una prima occhiata sembra raccontare una storia semplice: una comunità la scava, la usa, la tramanda ai figli. Il problema è che tra la prima e la seconda fase di utilizzo di quella tomba passano generazioni di silenzio e chi torna a seppellire i propri morti in quello stesso luogo, a quanto pare, non ha nulla a che fare con chi l&rsquo;aveva costruita. </p>
<p>Sono persone arrivate da un altro luogo, che si sono semplicemente insediate nel vuoto lasciato da chi c&rsquo;era prima (come i mammiferi che occuparono le nicchie ecologiche lasciate libere dai dinosauri quando questi si estinsero in massa). Ce lo dice uno <a href="https://doi.org/10.1038/s41559-026-03027-z" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Nature Ecology&amp;Evolution</em>, basato sull&rsquo;analisi del DNA antico di 132 individui sepolti nel sito di Bury, a circa 50 km da Parigi.</p>
<p>È un dettaglio che potrebbe sembrare una curiosità tecnica, ma smonta uno dei concetti più usati e abusati nella narrazione popolare dell&rsquo;archeologia: il collasso delle civiltà.</p>
<h2 id="unidea-seducente-e-tre-modi-di-essere-sbagliata">Un&rsquo;idea seducente e tre modi di essere sbagliata</h2><p>L&rsquo;idea di “collasso” ha la tragicità giusta per essere raccontata: una società fiorisce, commette i propri errori e infine crolla su se stessa, lasciando rovine silenziose per gli archeologi del futuro. È il canovaccio avvincente per bestseller, documentari, TED. <br>
Ma quando lo si confronta con i dati genetici e archeologici più recenti questo concetto si sfalda in almeno tre storie molto diverse tra loro.</p>
<p>La prima è quella di Bury: un vero e proprio rimpiazzo. Chi viveva lì prima muore, si disperde, o comunque scompare dai dati genetici e chi arriva dopo è un&rsquo;altra popolazione. Lo stesso schema si osserva in Scandinavia, dove il cosiddetto declino neolitico locale è seguito dall&rsquo;arrivo di popolazioni provenienti dalle steppe dell&rsquo;Asia centrale, che rimpiazzano quella che viveva lì precedentemente.</p>
<p>La seconda storia è quella dell&rsquo;assimilazione ed è forse la più controintuitiva: la cultura scompare, ma la popolazione resta. È il caso degli Etruschi. Gli <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abi7673" rel="noopener">studi genomici</a> degli ultimi anni mostrano una sostanziale continuità genetica tra gli abitanti dell&rsquo;Etruria del primo millennio a.C. e i Latini di Roma, e persino con la Toscana di oggi. Quando Roma conquista l&rsquo;Etruria, non sostituisce una popolazione con un&rsquo;altra: assorbe la stessa gente in una cultura diversa. La lingua etrusca, non indoeuropea e ancora oggi in gran parte indecifrata, si estingue. I geni restano. È l&rsquo;opposto esatto di Bury: lì la cultura (le tombe collettive, i rituali) scompare insieme alla gente che la praticava; qui la gente resta e a scomparire è solo l&rsquo;involucro culturale.</p>
<p>La terza storia è ancora più radicale: a volte il collasso semplicemente non è mai avvenuto. Il caso più clamoroso è l&rsquo;Isola di Pasqua, Rapa Nui, il classico da manuale di &ldquo;ecocidio&rdquo;: una popolazione che avrebbe distrutto il proprio ecosistema per costruire i moai, crollando da 15-25.000 abitanti a poche migliaia prima dell&rsquo;arrivo degli europei. Due studi del 2024, <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.ado1459" rel="noopener">uno basato su immagini satellitari</a> degli orti di pietra e <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-024-07881-4" rel="noopener">uno genomico</a> su resti umani, convergono su una conclusione opposta: la popolazione non è mai stata così grande e non mostra alcun segno di crollo genetico. Semplicemente, l&rsquo;isola non avrebbe mai potuto sostenere più di poche migliaia di persone e quelle poche migliaia hanno gestito le risorse in modo sorprendentemente sostenibile per secoli. Il &ldquo;collasso&rdquo; di Rapa Nui, insomma, è un mito costruito a posteriori, utilissimo come parabola ambientalista, ma smentito dai dati.</p>
<h2 id="quando-invece-il-collasso-è-reale-il-ruolo-dei-patogeni">Quando invece il collasso è reale: il ruolo dei patogeni</h2><p>Ma ci sono casi in cui un vero declino demografico c&rsquo;è stato: cosa svuota davvero un territorio abbastanza da renderlo disponibile per un rimpiazzo di popolazione? <br>
Una risposta che sta guadagnando credito riguarda le epidemie. </p>
<p>Nel 2025, un <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-09192-8" rel="noopener">lavoro</a> pubblicato su <em>Nature</em> ha catalogato 214 patogeni preistorici identificati in oltre 1.300 individui antichi in Eurasia, ricostruendo una mappa delle malattie infettive che nessuno storico avrebbe potuto immaginare fino a pochi anni fa, incluso il più antico frammento genetico conosciuto di <em>Yersinia pestis</em>, il batterio della peste, in un campione di 5.500 anni.</p>
<p>Qui occorre però evidenziare un punto cruciale: i patogeni antichi non erano gli stessi patogeni delle pandemie storiche documentate. Quando la peste nera colpisce l&rsquo;Europa nel 1348, affligge civiltà complesse con città, commerci internazionali, rudimentali sistemi sanitari e soprattutto una popolazione con una certa esposizione previa a malattie infettive. <br>
Nel Neolitico il contesto è radicalmente diverso. Un insediamento agricolo contava poche centinaia di persone che vivevano in prossimità tra loro e con il bestiame, con nessuna immunità costruita nel tempo, perché quella malattia non esisteva nel loro ambiente.</p>
<p>Una malattia &ldquo;nuova&rdquo; che arriva in queste condizioni ha caratteristiche epidemiologiche diverse. Se è trasmissibile da persona a persona, come per esempio un virus respiratorio, può diffondersi rapidamente attraverso l&rsquo;intera comunità in poco tempo. Se, come nel caso della peste, uccide il 30-40% degli infetti entro pochi giorni, una piccola comunità agricola perde in sei mesi più persone di quante ne uccida una carestia in un anno intero.</p>
<p>E non è un evento isolato: l&rsquo;articolo mostra chiaramente che nel corso del Neolitico europeo si susseguirono diverse ondate di malattie. Neanche il tempo perché una comunità si riprendesse da una pestilenza, che nel giro di 2-3 generazioni arrivava un&rsquo;altra malattia.</p>
<p>Nello stesso periodo, uno <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adt3880" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Science</em> ha ricostruito come la virulenza di <em>Yersinia pestis</em> si sia progressivamente attenuata nel corso delle pandemie storiche. Si tratta di un processo di coevoluzione tra patogeno e ospite che racconta una storia più lenta e organica di quanto suggerisca la parola &ldquo;epidemia&rdquo;: un batterio meno letale si diffonde meglio, perché non uccide l&rsquo;ospite prima di potersi trasmettere. </p>
<p>Ma nel Neolitico, quando il batterio era ancora <em>wild</em>, ancora non adattato ai tassi di trasmissione ottimali nel suo ospite umano, e quindi poteva essere molto più mortale. </p>
<p>Immaginate una malattia che nella forma più virulenta uccide il 50% dei contagiati: non è biologicamente sostenibile a lungo termine per il patogeno (uccide l&rsquo;ospite, interrompe la catena di trasmissione), ma è devastante per le 300 persone che vivono in una piccola comunità come quella di Bury.</p>
<h2 id="una-combinazione-di-fattori">Una combinazione di fattori</h2><p>Messe insieme, queste ricerche suggeriscono un quadro più complesso: non una sola causa fatale, ma una sinergia di più fattori.</p>
<p>La letteratura mostra che le epidemie nel Neolitico europeo si verificano spesso in periodi di stress ambientale, quali lunghi periodi di siccità, carestie, eccetera. Una comunità agricola già affamata, con malnutrizione cronica, ha un sistema immunitario compromesso. Una malattia nuova arriva (tramite contatti commerciali, migrazioni, o spostamenti di animali domestici) e in una popolazione già debilitata, si diffonde con effetti ancora più devastanti. Poi, quando la mortalità sale oltre una certa soglia, il sistema comincia a crollare: muoiono i capi, muoiono gli specialisti (gli artigiani, i portatori di conoscenza), le reti sociali si frammentano, il sapere accumulato non può essere tramandato perché non ci sono persone abbastanza adulte per trasmetterlo. Le terre restano abbandonate non perché i sopravvissuti non sappiano coltivare, ma perché non rimangono gruppi familiari sufficientemente grandi per gestire il lavoro agricolo.</p>
<p>Una tempesta perfetta di fattori: epidemia, malnutrizione, stress climatico, perdita di coesione sociale.</p>
<h2 id="perché-gli-esiti-sono-diversi-geografia-densità-tempistiche">Perché gli esiti sono diversi: geografia, densità, tempistiche</h2><p>Eppure, anche di fronte alle stesse pressioni, non tutti i territori rispondono allo stesso modo. La Scandinavia subisce il &ldquo;declino neolitico&rdquo; e viene rimpiazzata dalle popolazioni delle steppe. Bury subisce una trasformazione ancora più radicale: scomparsa totale della continuità genetica. Ma altrove, come nel caso degli Etruschi, una cultura può scomparire mentre la popolazione resta intatta. Cosa determina quale esito si verifichi?</p>
<p>Una parte della risposta è geografica e demografica. Bury si trova nel Paris Basin, una delle rotte naturali di migrazione da est verso ovest attraverso l&rsquo;Europa. È una &ldquo;porta d&rsquo;ingresso&rdquo;: quando la popolazione locale crolla per epidemia e stress ambientale, il vuoto non rimane tale a lungo. C&rsquo;è gente in movimento, che da secoli prova a spostarsi verso ovest, seguendo i fiumi navigabili, le pianure percorribili. Nel momento in cui trovano un territorio spopolato, si insediano. Non c&rsquo;è &ldquo;invasione&rdquo; nel senso bellico: è semplicemente occupazione di uno spazio libero. E quando non si incontra la popolazione precedente, perché è morta o è fuggita altrove, gli ultimi sopravvissuti si integrano velocemente nei nuovi gruppi e la continuità genetica si spezza totalmente.</p>
<p>La Scandinavia segue un pattern simile, ma con un elemento aggiuntivo: non è una sola migrazione, è un flusso continuo di gruppi che arrivano dalle steppe nel corso di più generazioni e il Neolitico locale non riesce a &ldquo;resistere&rdquo; a questa pressione migratoria perché è già debilitato dalle epidemie. Il risultato è un rimpiazzo completo.</p>
<p>Ma un territorio più remoto, meno connesso alle grandi rotte migratorie, come la penisola italica in alcuni periodi, o le zone montuose scarsamente popolate, potrebbe subire la stessa epidemia, perdere il 50% della popolazione, ma restare abbastanza isolato da evitare il rimpiazzo totale: i sopravvissuti si riorganizzano, la popolazione si ricostituisce nel giro di 5-10 generazioni, la cultura cambia radicalmente (perché i sopravvissuti devono reinventare molte tradizioni dal nulla), ma la continuità genetica persiste, anche se con un collo di bottiglia genetico, che marca quell&rsquo;evento tragico.</p>
<p>Un&rsquo;altra parte riguarda la densità e la complessità della società colpita. Gli Etruschi non erano semplici agricoltori neolitici: erano una civiltà complessa, urbanizzata, con una struttura politica e una rete commerciale consolidata, quando Roma, intorno al I secolo a.C., li conquistò. Tuttavia, il processo di &ldquo;assimilazione&rdquo; che segue è affascinante dal punto di vista genetico: Roma non sostituisce gli Etruschi, li assorbe. La gente resta, i figli imparano il latino accanto all&rsquo;etrusco (poi il latino diventa dominante), adorano le divinità romane insieme a quelle etrusche (poi le divinità etrusche vengono rimpiazzate da quelle col nome romano), si integrano nell&rsquo;esercito romano, nelle magistrature romane. L&rsquo;identità genetica persiste, ma l&rsquo;identità culturale scompare entro poche generazioni.</p>
<p>Nel Neolitico, dove la società è meno istituzionalizzata, il processo è diverso. Quando una comunità neolitica subisce una catastrofe demografica così grave da perdere più del 40% della popolazione in pochi mesi, l&rsquo;impatto è sia genetico che culturale. La scomparsa dei <em>ritual specialists</em>, degli artigiani esperti, dei narratori che tramandavano la storia del clan, degli anziani che sapevano quali piante erano commestibili, può significare la perdita completa di quella identità anche se una frazione della popolazione sopravvive. Se i sopravvissuti sono dispersi, frammentati in piccoli gruppi, la cultura semplicemente scompare perché non c&rsquo;è un nucleo sufficientemente coeso per tramandarla. Alcuni geni locali potrebbero sopravvivere negli incroci con i nuovi arrivati, ma la cultura è andata.</p>
<p>In altre parole: è il contesto che sceglie. <br>
Un&rsquo;epidemia massiccia in una zona remota devasterà la popolazione ma garantirà continuità genetica; un nuovo patogeno in una comunità su una rotta migratoria causerà un rimpiazzo totale. Infine, una conquista politica di una civiltà complessa porterà ad assimilazione culturale senza rimpiazzo genetico. Tre esiti, una sola macro causa.</p>
<h2 id="perché-continuiamo-a-parlare-di-collasso">Perché continuiamo a parlare di “collasso”</h2><p>Se le cose stanno così, perché la parola &ldquo;collasso&rdquo; resiste così tanto nell&rsquo;immaginario collettivo, dal Neolitico europeo a Rapa Nui, fino a certe letture superficiali del declino delle civiltà mesoamericane come i Maya, dove oggi si parla sempre più di riorganizzazione politica e migrazione interna piuttosto che di estinzione? </p>
<p>In parte perché è una narrazione più comoda: attribuisce la fine di una società a un fallimento interno, sia ambientale, morale, o politico, piuttosto che a dinamiche demografiche più lente, e meno raccontabili in un titolo sensazionalistico. </p>
<p>E in parte, forse, perché dice qualcosa delle nostre società odierne che si guardano allo specchio delle rovine antiche non per capire come funzionano davvero i cambiamenti demografici, le migrazioni, le trasformazioni culturali, ma per proiettarci le proprie ansie contemporanee sul crollo, sul declino, sulla fine imminente. È una forma di archeologia emotiva, ma non scientifica.</p>
<p>Il DNA antico, in questo senso, non rappresenta più uno strumento utile per costruire chi eravamo: rischia (in senso positivo) di diventare uno strumento “di correzione”, scomodo per le storie, spesso troppo lineari, troppo morali, troppo narrativamente soddisfacenti, che ci raccontiamo su noi stessi. Racconta cioè di come le cose possano essere ben più complicate e meno tragiche di come l&rsquo;immaginazione ce le vorrebbe presentare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Transizione energetica: realtà tecnologica e promesse per il futuro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro/</guid><pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Tannino</dc:creator><category>energia</category><description>La crisi energetica degli ultimi anni ha riportato al centro del dibattito non solo la decarbonizzazione, ma anche la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza delle infrastrutture. I dati più recenti mostrano che la crescita delle fonti a basse emissioni sta ormai coprendo l&amp;amp;rsquo;aumento della domanda mondiale di elettricità, mentre il sistema energetico continua a dipendere in larga misura dai combustibili fossili. Ma quali tecnologie sono già mature, quali stanno emergendo e quali appartengono ancora al futuro?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina e l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente hanno rafforzato la consapevolezza che la questione energetica non riguarda soltanto la sostenibilità ambientale. Oggi, le questioni centrali riguardano la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza delle infrastrutture. Sulla base dei dati pubblicati dai principali organismi internazionali del settore, questa analisi distingue le tecnologie mature, già impiegate su larga scala, dalle soluzioni ancora in fase di sviluppo e dalle prospettive più lontane, che rimangono per ora confinate all’ambito della ricerca. </p>
<h2 id="la-domanda-energetica-globale">La domanda energetica globale </h2><p>L’attuale sistema energetico si è sviluppato nel corso di oltre un secolo attorno ai combustibili fossili. Secondo il Global Energy Review 2026 dell’International Energy Agency, la domanda energetica globale è aumentata dell’1,3% nel 2025, pari a circa 8 exajoule. Petrolio, carbone e gas naturale hanno continuato a fornire oltre 500 EJ di energia primaria, pari a oltre l’80% della domanda energetica mondiale.</p>
<p>Un elemento nuovo riguarda la composizione della crescita. L’elettrificazione assume un ruolo sempre più importante. Nel 2025 la domanda elettrica mondiale è aumentata di circa 849 TWh (+2,8% rispetto al 2024), superando i 31.000 TWh. Si tratta di una crescita superiore a quella della domanda energetica totale, trainata da usi finali molto diversi negli edifici, nell&rsquo;industria, nei veicoli elettrici e nei data center. Questi ultimi, negli Stati Uniti, secondo l’IEA, hanno rappresentato circa la metà dell’aumento della domanda elettrica nel 2025.<br>
Ancora più rilevante è il modo in cui questa crescita è stata soddisfatta. Il <a href="https://ember-energy.org/latest-insights/global-electricity-review-2026/" rel="noopener">Global Electricity Review 2026</a> di Ember mostra che nel 2025 la produzione da fonti a basse emissioni è aumentata di circa 887 TWh, a fronte di un incremento della domanda elettrica di 849 TWh. Per la prima volta dal 2020, la generazione da combustibili fossili ha registrato una lieve diminuzione pari a 38 TWh (-0,2% rispetto al 2024). Si tratta di uno dei segnali più significativi emersi nel 2025: l&rsquo;aumento della produzione da fonti pulite è stato sufficiente a soddisfare l&rsquo;intera crescita della domanda mondiale di elettricità.</p>
<h2 id="le-tecnologie-mature-fotovoltaico-eolico-idroelettrico-geotermia-e-nucleare-da-fissione">Le tecnologie mature: fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare da fissione </h2><p>Fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare da fissione costituiscono oggi tecnologie mature, già operative su scala industriale e in grado di contribuire alla produzione di energia e alla riduzione delle emissioni. Il loro ruolo, tuttavia, è diverso per velocità di crescita, programmabilità, costi, disponibilità geografica e integrazione nel sistema elettrico. <br>
Il solare ha coperto da solo circa tre quarti dell’aumento della domanda elettrica mondiale. Secondo Ember, nel 2025 ha raggiunto una produzione di 2778 TWh, con un incremento di 636 TWh rispetto al 2024 (+30%). La capacità solare installata ha continuato a crescere rapidamente, con circa 647 GW di nuove installazioni nel 2025. Si tratta del maggiore aumento annuale mai registrato da una singola fonte elettrica. La Cina ha rappresentato oltre la metà dell’aumento globale sia della capacità sia della generazione solare. Va inoltre notato che nel 2025 il solare ha superato l’eolico a livello globale e si è avvicinato alla produzione nucleare con una generazione mondiale comparabile alla domanda elettrica complessiva dell’Unione Europea. </p>
<p>L’eolico ha registrato il secondo maggiore incremento tra le fonti elettriche, con una crescita di 205 TWh, pari a +8,2%. Insieme, solare ed eolico hanno aggiunto circa 841 TWh di generazione, una quantità quasi pari all’intero incremento della domanda elettrica mondiale. </p>
<p>L’idroelettrico rimane una delle principali fonti rinnovabili in termini di produzione elettrica, ma il suo margine di espansione è più limitato rispetto a solare ed eolico, perché molti siti favorevoli sono già stati sfruttati e i nuovi grandi impianti comportano spesso rilevanti impatti ambientali e sociali. Nel 2025 la produzione idroelettrica globale è rimasta sostanzialmente stabile, con forti differenze regionali: è aumentata in Cina e India, ma è diminuita in Brasile, in Turchia e in alcune aree europee.</p>
<p>La geotermia è una fonte rinnovabile programmabile, disponibile in modo continuo, ma fortemente vincolata alla disponibilità di risorse geologiche favorevoli. Il suo contributo alla produzione elettrica globale resta inferiore all’1%. </p>
<p>Anche il nucleare da fissione rientra tra le tecnologie mature a basse emissioni di carbonio. Per il 2025, l’International Energy Agency (IEA) ha registrato che la produzione nucleare mondiale ha raggiunto il livello più elevato di sempre. Il suo principale vantaggio operativo consiste nella capacità di produrre grandi quantità di elettricità in modo continuo, con elevati fattori di capacità. Rimangono però rilevanti i temi dei costi, dei tempi di costruzione, della gestione dei rifiuti radioattivi e dell’accettabilità sociale. </p>
<p>Accanto ai reattori convenzionali sono in sviluppo gli Small Modular Reactors (SMR) e gli Advanced Modular Reactors (AMR). Queste tecnologie puntano a una maggiore modularità, con componenti realizzati in fabbrica e assemblati in sito, e a potenze più contenute, generalmente comprese tra 10 e 300 MWe per unità (energia elettrica netta immessa in rete). </p>
<p>Gli SMR più maturi miniaturizzano la tecnologia ad acqua leggera oggi impiegata nei reattori convenzionali, con efficienze termiche dell&rsquo;ordine del 30–34% e un livello di maturità tecnologica generalmente compreso tra TRL 6 e TRL 8 (Technology Readiness Level, scala internazionale da 1 a 9 che misura il grado di sviluppo di una tecnologia). Gli AMR, ancora in una fase di sviluppo meno avanzata (TRL 5–6), comprendono diverse tecnologie di IV generazione, con l&rsquo;obiettivo di aumentare l&rsquo;efficienza, migliorare l&rsquo;utilizzo del combustibile e, in alcune configurazioni, favorire la chiusura del ciclo del combustibile, con possibili benefici nella gestione dei rifiuti radioattivi.</p>
<p>Secondo uno scenario elaborato dalla Nuclear Energy Agency (NEA) dell&rsquo;OCSE, entro il 2035 potrebbero essere installati fino a circa 21 GWe di piccoli reattori modulari nel mondo. Una capacità equivalente, in termini di potenza complessiva, a quella di circa venti reattori convenzionali della flotta francese, ma distribuita in numerosi moduli di dimensioni inferiori.</p>
<p>Questa prospettiva continua tuttavia a dividere il dibattito scientifico e politico. Tra i principali critici figura anche il Premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale il ritorno al nucleare rischia di rappresentare una &ldquo;distrazione&rdquo; rispetto alle priorità energetiche immediate, quali il potenziamento delle reti elettriche e l&rsquo;accelerazione della diffusione delle fonti rinnovabili. Parallelamente, resta da verificare la competitività economica di questi sistemi e la loro capacità di rispettare tempi e costi previsti in fase di progetto. Secondo alcuni osservatori, i tempi necessari per una loro diffusione su larga scala potrebbero risultare poco compatibili con l&rsquo;urgenza della decarbonizzazione.</p>
<h2 id="accumulo-dellenergia-reti-e-costo-del-sistema">Accumulo dell’energia, reti e costo del sistema </h2><p>Fotovoltaico ed eolico producono quando la risorsa naturale è disponibile, non necessariamente quando la domanda è più elevata. Per questo motivo, i benefici associati a queste tecnologie dipendono anche dalla capacità di trasportare, accumulare e gestire in modo flessibile l&rsquo;energia prodotta. Reti elettriche, sistemi di accumulo e gestione della domanda diventano quindi elementi essenziali della transizione energetica.</p>
<p>Nel 2025 le batterie hanno registrato una forte espansione con un aumento di nuove installazioni di circa il 40%, raggiungendo quasi 110 GW. Una crescita favorita dal rapido calo dei costi, diminuiti del 20% nel 2024 e di un ulteriore 45% nel 2025.</p>
<p>Dove sono presenti condizioni geografiche favorevoli, anche il pompaggio idroelettrico rappresenta una soluzione per l’accumulo energetico di lunga durata. Si tratta di una tecnologia caratterizzata da una lunga vita operativa e da grandi capacità di stoccaggio.</p>
<p>Per applicazioni che richiedono tempi di accumulo ancora più lunghi può essere utilizzato l’idrogeno prodotto mediante elettrolisi. Tuttavia, la catena elettricità-idrogeno–elettricità presenta rendimenti molto inferiori rispetto all’accumulo elettrochimico diretto e richiede infrastrutture dedicate. Per questo motivo, il suo impiego appare vantaggioso nei settori difficili da elettrificare e nell&rsquo;accumulo stagionale, più che nel bilanciamento quotidiano delle reti.</p>
<h2 id="energia-da-fusione-una-prospettiva-di-lungo-periodo">Energia da fusione: una prospettiva di lungo periodo </h2><p>La fusione nucleare rimane una delle prospettive scientifiche più ambiziose nel campo dell&rsquo;energia. Attualmente, la ricerca globale si articola su due approcci principali: il confinamento magnetico e il confinamento inerziale. </p>
<p>Il principale programma internazionale di confinamento magnetico è il <a href="https://www.iter.org/" rel="noopener">progetto ITER</a>, in costruzione a Cadarache, nel sud della Francia. Il progetto coinvolge un consorzio internazionale di 35 Paesi e il suo obiettivo non è immettere elettricità nella rete, ma dimostrare la fattibilità scientifica della fusione a confinamento magnetico su larga scala.<br>
Un&rsquo;alternativa radicale è rappresentata dal confinamento inerziale, una tecnica che utilizza una potente batteria di laser per colpire e comprimere istantaneamente una minuscola sferetta di combustibile. Questo approccio ha registrato un&rsquo;accelerazione storica da quando gli scienziati del NIF (National Ignition Facility) negli Stati Uniti sono riusciti per la prima volta a produrre più energia di quanta ne fosse stata immessa dai laser per innescare la reazione. </p>
<p>Va detto comunque che malgrado i progressi scientifici, restano aperte molte sfide tecniche prima di vedere una centrale a fusione nucleare operativa. </p>
<h2 id="solare-spaziale-una-possibilità-ancora-lontana">Solare spaziale: una possibilità ancora lontana </h2><p>Un altro possibile sistema di produzione di energia futuribile è quello del solare spaziale, o Space-Based Solar Power, che prevede la produzione di energia tramite grandi impianti fotovoltaici collocati in orbita e la trasmissione verso la Terra dell’energia prodotta mediante microonde o laser. </p>
<p>Il vantaggio teorico consiste nella possibilità di raccogliere radiazione solare quasi continua, senza alternanza giorno-notte e senza i limiti meteorologici degli attuali impianti terrestri. La loro realizzazione richiederebbe il lancio e l’assemblaggio nello spazio di strutture enormi, la gestione della manutenzione orbitale ed elevate efficienze di trasmissione. Si tratta di progetti che al momento rimangono nell’ambito della ricerca. </p>
<h2 id="gli-investimenti">Gli investimenti </h2><p>I flussi di capitale mostrano quali soluzioni governi, imprese e mercati considerano oggi più rilevanti per soddisfare la crescita della domanda e rafforzare la sicurezza energetica. Per questo motivo, gli investimenti rappresentano uno degli indicatori più utili per comprendere la direzione della transizione energetica. Secondo il World Energy Investment 2026 dell’International Energy Agency, gli investimenti globali nel settore energetico dovrebbero raggiungere circa 3.400 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Nel complesso, gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni risultano ormai quasi doppi rispetto a quelli destinati ai combustibili fossili e circa il 60% degli investimenti energetici mondiali è oggi legato al settore elettrico, riflettendo il ruolo crescente dell’elettrificazione nella trasformazione del sistema energetico. Questo cambiamento evidenzia il crescente peso delle tecnologie a basse emissioni e dell&rsquo;elettrificazione nelle strategie di investimento del settore energetico.</p>
<p>Nel 2026 gli investimenti nelle fonti rinnovabili sono stimati in circa 665 miliardi di dollari. Di questi, circa 365 miliardi riguardano il fotovoltaico. Parallelamente, assumono un’importanza crescente anche le infrastrutture di rete e i sistemi di accumulo. Gli investimenti nelle reti elettriche sono stimati intorno ai 550 miliardi di dollari, mentre circa 100 miliardi dovrebbero essere destinati ai sistemi di accumulo a batterie.</p>
<h2 id="cosa-dicono-i-dati">Cosa dicono i dati</h2><p>La transizione energetica è già visibile nel settore elettrico, dove la crescita del solare, dell&rsquo;eolico e delle altre fonti a basse emissioni è ormai sufficiente, in molti Paesi, a coprire gran parte dell&rsquo;aumento della domanda di elettricità, contribuendo a contenere il ricorso ai combustibili fossili. Tuttavia, la trasformazione del mix energetico mondiale è ancora lontana dall&rsquo;essere completata, poiché petrolio, carbone e gas naturale continuano a rappresentare oltre l'80% del consumo mondiale di energia primaria.</p>
<p>La transizione appare quindi come una complessa trasformazione di sistema, nella quale generazione a basse emissioni, reti, accumuli, elettrificazione e sicurezza degli approvvigionamenti devono procedere insieme. Un processo che richiede scelte pragmatiche, ingenti investimenti e una chiara definizione delle priorità.</p>
<p>Il prossimo decennio sarà decisivo per bilanciare il sostegno alle tecnologie già mature con la ricerca sulle soluzioni di lungo periodo, favorendo al tempo stesso il rapido dispiegamento delle tecnologie già disponibili, essenziali per accelerare la decarbonizzazione e la diversificazione delle fonti energetiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fine vita: fare leggi è meglio che costruire macchine</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine/</guid><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>societa</category><description>Quando il parlamento non legifera su questioni etiche controverse, il conflitto si sposta nei tribunali e nei laboratori. Lo dimostra il paradosso del dispositivo costruito dal CNR (e negato) per consentire il suicidio assistito, mentre la Francia risolve liberando finalmente una legge sul suicidio assistito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fine-vita-fare-leggi-meglio-costruire-macchine-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono voluti due anni, di sofferenze fisiche e psicologiche, una questione di legittimità costituzionale, un&rsquo;ordinanza della Consulta, un mandato del Tribunale di Firenze e un prototipo costruito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche perché una donna di cinquantacinque anni, paralizzata dal collo in giù da una sclerosi multipla, potesse esercitare un diritto che la Corte costituzionale le aveva riconosciuto nel 2019. Libera, il nome di fantasia che si era scelta, è morta a casa sua il 25 marzo, attivando con lo sguardo una pompa infusionale. Quattordicesima persona in Italia ad accedere al suicidio medicalmente assistito, prima a farlo con un comando oculare.<br>
La discussione che ne è seguita e intesa a cercare di dotare il paese di una legge per superare o per restringere i limiti politici e giuridici di una sentenza ritagliata sul caso  Cappato/Fabiano, si è incagliata nella macchina: forse per evitare di fare una legge, e di ammettere che ci si è comunque infilati in un vicolo cieco politico e giuridico. Disquisizioni vuote: se esista un dispositivo certificato CE per l&rsquo;autosomministrazione, chi abbia chiesto al Consiglio Nazionale delle Ricerche di fabbricarlo, se sia giusto che un ente pubblico di ricerca progetti una tecnologia per morire, se il CNR abbia oltrepassato i propri compiti…</p>
<p>Quel dispositivo non è nato da un&rsquo;esigenza clinica: le interfacce a puntamento oculare e le pompe infusionali esistono da decenni e si comprano: qualunque ingegnere biomedico saprebbe assemblarle. È nato da un&rsquo;esigenza giuridica, cioè dalla necessità di rispettare la distinzione normativa tra autosomministrazione ed etero-somministrazione. La macchina del CNR è una protesi giuridica, non una protesi medica. Non cura nulla e non risolve alcun problema terapeutico: serve a soddisfare una definizione legale dell&rsquo;atto finale. È la prova materiale dell&rsquo;incapacità del legislatore di decidere in forme congruenti con i diritti costituzionali dei cittadini italiani.<br>
Che il bersaglio sia sbagliato lo dimostra la piega surreale presa dalle audizioni parlamentari, dove il presidente dell&rsquo;Istituto Superiore di Sanità ha detto l&rsquo;ovvio, che non esiste una macchina certificata CE per il suicidio assistito di una persona paralitica, mentre il presidente del CNR Andrea Lenzi <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/792222/2a-giustizia-e-10a-affari-sociali-sanita-lavoro-pubblico-e-privato-previdenza-sociale" rel="noopener">ha sostenuto di non essere al corrente</a> di ciò che si faceva in un suo dipartimento. Il direttore di quel dipartimento, Emilio Campana, <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/793413/1a-aff-costituzionali-e-2a-giustizia-del-senato-riunite-ufficio-di-presidenza" rel="noopener">ha portato le prove</a> documentali che Lenzi sapeva tutto e ora, per essersi comportato con correttezza etica e istituzionale, pare sotto attacco dai vertici. </p>
<p>Il problema della certificazione, comunque, si confuta da solo, non perché sia falso di fatto, ma perché lo è sul piano categoriale. La marcatura CE la rilasciano gli organismi notificati ai sensi del regolamento 2017/745 sui dispositivi medici, e nessun organismo notificato certificherà mai una macchina il cui scopo dichiarato non è diagnostico né terapeutico. Chiedere la certificazione di un dispositivo che per definizione non è un dispositivo medico non è una cautela regolatoria: è la forma tecnica dell&rsquo;ostruzione. E che Lenzi, dopo aver chiesto al ministero della Salute un&rsquo;«autorizzazione preventiva» giudicata superflua tanto dal Tribunale di Firenze quanto dall&rsquo;Avvocatura dello Stato, dichiari oggi di non sapere, aggiunge imbarazzo, non informazione. L&rsquo;ostruzione è il sintomo di una malattia dall&rsquo;eziologia nota.</p>
<h2 id="la-storia-di-libera">La storia di Libera</h2><p>Ricordiamo la vicenda, perché la si racconta spesso al contrario. Il giudice fiorentino non ha aggirato la questione costituzionale: l&rsquo;ha sollevata. Davanti a una donna che soddisfaceva tutti i requisiti fissati dalla <a href="https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2019/242" rel="noopener">sentenza 242 del 2019</a>: patologia irreversibile, sofferenza intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, piena capacità di decidere, ma che non poteva premere alcun pulsante, ha sollevato questione di legittimità sull&rsquo;articolo 579 del Codice penale, l&rsquo;omicidio del consenziente, perché è in quella fattispecie che sarebbe ricaduta la somministrazione da parte del medico. È stata la Corte, nel luglio 2025, a rispondere chiedendo con urgenza di verificare, in Italia e all&rsquo;estero, se esistessero dispositivi idonei all&rsquo;autosomministrazione. Quando è emerso che non esistevano, nel novembre 2025 il tribunale ha dato mandato al CNR di costruirne uno. A marzo il collaudo, la consegna, il decesso.<br>
La protesi giuridica, dunque, non è l&rsquo;espediente di un magistrato che schiva la domanda difficile: è stata prescritta dalla Corte costituzionale come alternativa a decidere sull&rsquo;articolo 579. Il custode della Costituzione, messo di fronte a un diritto che aveva riconosciuto e che risultava ineseguibile, ha preferito ordinare un&rsquo;ispezione del mercato mondiale della strumentazione biomedica piuttosto che dire se quel diritto valga anche per chi non può muovere un dito. Una questione di principio retrocessa a problema di ingegneria.</p>
<h2 id="un-diritto-che-non-si-può-esercitare">Un diritto che non si può esercitare</h2><p>Se una persona soddisfa tutte le condizioni fissate dalla Consulta ma non è in grado di compiere il gesto finale che la legge richiede, il sistema entra in contraddizione con sé stesso: riconosce un diritto e ne rende impossibile l&rsquo;esercizio, non per ragioni sostanziali ma per la descrizione dell&rsquo;ultimo movimento. Non è una questione che si liquidi con slogan libertari né con richiami astratti alla sacralità della vita, perché non riguarda se il diritto ci debba essere - quello lo ha già stabilito la Corte - ma se possa dipendere dalla motilità residua del titolare. La soluzione attuale è affidarsi a eccezioni, ricorsi, ordinanze e dispositivi costruiti caso per caso: costruire una nuova macchina ogni volta che si presenta un nuovo corpo. Un modello giuridico difficile da difendere.<br>
L&rsquo;imbarazzo cresce nel confronto con ciò che il nostro ordinamento già ammette. Consideriamo legittimo accompagnare alla morte un paziente sospendendo i trattamenti di sostegno vitale e, nei casi previsti, con la sedazione profonda continua fino al decesso: procedure in cui il medico agisce, a volte d&rsquo;accordo con il paziente, non di rado senza che questi lo sappia, cioè per pietà o d&rsquo;intesa con i soli familiari, sapendo quale sarà l&rsquo;esito e mettendolo in conto. Continuiamo però a impedire che lo stesso medico dia esecuzione alla richiesta consapevole di una persona completamente paralizzata che possiede tutti i requisiti riconosciuti dalla Corte. La differenza non è facilmente difendibile sul piano etico: lo è solo appellandosi a un&rsquo;etica ipocrita. È il prodotto di una particolare costruzione giuridica dell&rsquo;agire e del lasciar accadere. E invece di discutere apertamente quella costruzione, si fabbricano macchine, si convocano comitati, si coinvolgono enti di ricerca.</p>
<h2 id="la-svolta-francese-del-2026">La svolta francese del 2026</h2><p>Chi pensa che questo sia un vizio italiano dovrebbe guardare alla Francia, dove lo stesso meccanismo ha lavorato per cinquant&rsquo;anni, se non altro con maggiore eleganza. Il dibattito sull&rsquo;eutanasia nasceva nei primi anni Settanta: Jacques Monod, premio Nobel per la medicina e figura centrale dell&rsquo;intellettualità francese, sosteneva pubblicamente il diritto all&rsquo;eutanasia; nasceva un movimento culturale, e persino il quotidiano Le Monde difese l&rsquo;eutanasia come diritto (1979). Si sarebbe potuto immaginare un percorso simile a quello olandese o belga. È accaduto l&rsquo;opposto, e non per un rifiuto frontale. La risposta francese è stata sofisticata: a ogni ondata di domanda sociale ha corrisposto una controproposta tecnica. Alla richiesta di legalizzare l&rsquo;eutanasia si è risposto con il rafforzamento delle cure palliative (legge Kouchner, 1999). Alla pressione dei casi emblematici (quello di Vincent Humbert su tutti, con la lettera a Chirac del 2002) con la legge Leonetti del 2005, che riconosceva il laisser mourir, interrompere trattamenti sproporzionati, continuando a vietare il faire mourir. Al riemergere del dibattito, la <a href="https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000031970048" rel="noopener">legge Claeys-Leonetti</a> del 2016: sedazione profonda e continua su richiesta del paziente terminale. Ogni volta veniva concesso qualcosa, mai ciò che era richiesto; ogni volta la sofferenza riceveva una risposta tecnica che lasciava al medico il governo del processo del morire. Il Comitato consultivo nazionale di etica ha assecondato a lungo questa linea, prima di aprire con l&rsquo;<a href="https://www.ccne-ethique.fr/fr/publications/avis-139-questions-ethiques-relatives-aux-situations-de-fin-de-vie" rel="noopener"><em>avis 139</em></a> del 2022 all&rsquo;aiuto attivo a morire.</p>
<p>In Francia la controproposta tecnica era clinica, e serviva a preservare la giurisdizione medica sul morire. In Italia è stata ingegneristica, e serve a preservare la giurisdizione del diritto penale sulla descrizione dell&rsquo;atto finale. In entrambi i casi si offre un dispositivo per non pronunciare una norma. E gli Ordini dei medici? In Italia la Federazione degli Ordini dei medici tutela gli interessi della categoria, mediandoli con la politica, con i pazienti ridotti a materiale di lavoro. In Francia il Conseil national de l&rsquo;Ordre des médecins ha progressivamente abbandonato l&rsquo;interdetto deontologico fino a rendersi disponibile a contribuire all&rsquo;attuazione del nuovo quadro. I veri fattori di rallentamento, oltralpe, sono stati il calendario politico, le resistenze parlamentari (soprattutto al Sénat) e una lunga strategia istituzionale. La professione medica non ha difeso un principio immutabile: ha difeso una giurisdizione.</p>
<p><a href="https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/16/textes/l16t0484_texte-adopte-seance" rel="noopener">La legge adottata il 15 luglio 2026</a> segna una svolta. Il testo di Olivier Falorni è stato approvato in lettura definitiva dall&rsquo;Assemblée nationale con 291 voti contro 241 e 29 astensioni, dopo che il 7 luglio il Sénat lo aveva respinto con una <em>question préalable</em>, rifiutandosi cioè perfino di esaminarlo. Il 16 luglio il presidente del Senato ha adito il Conseil constitutionnel, perciò la legge non è ancora promulgata. Il contenuto: l&rsquo;aiuto a morire è fondato sull&rsquo;autosomministrazione, ma prevede che, quando la persona non sia fisicamente in grado di compierla, la sostanza sia somministrata da un medico o da un infermiere. Una riga di testo, e il problema che ha impegnato per due anni la Corte costituzionale italiana, il Tribunale di Firenze e i laboratori del CNR semplicemente smette di esistere.</p>
<h2 id="soglie-e-criteri">Soglie e criteri</h2><p>Non è, quella francese, una liberalizzazione senza riserve. I criteri restano stretti: affezione grave e incurabile in fase avanzata o terminale, sofferenza refrattaria o insopportabile, volontà libera e informata, La legge esclude che la sola sofferenza psichica possa dare titolo all&rsquo;accesso. Scelta che riflette prudenza clinica e politica, e che apre una questione di uguaglianza per cui nessuno ha una buona risposta: perché una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle/">sofferenza psichiatrica cronica</a>, resistente ai trattamenti e vissuta come intollerabile, dovrebbe contare meno di una sofferenza fisica? Mah. La distinzione non si lascia fondare su un principio morale: recluta pregiudizi quasi animistici, il timore vago degli abusi e la difficoltà di valutare la capacità decisionale di quei pazienti.</p>
<p>Il che dice qualcosa di generale sulle soglie fissate dalle diverse giurisdizioni. Non sono dedotte da alcuna dottrina etica: l&rsquo;Oregon ammette solo il suicidio assistito e pretende che sia il paziente a compiere l&rsquo;atto (i paralitici completi come Libera, poveretti, devono continuare a partire). I Paesi Bassi e il Belgio, così come la Spagna, consentono l&rsquo;eutanasia praticata dal medico e includono, entro limiti, alcune forme di sofferenza psichiatrica e lì il problema dell&rsquo;autosomministrazione non esiste. La Svizzera costruisce tutto sull&rsquo;assenza di motivazioni egoistiche in chi assiste, più che su criteri clinici, e anche lì Libera sarebbe stata esclusa per un capzioso requisito tecnico-giuridico. La Francia ha scelto una via intermedia. Sono compromessi storici, rinegoziati di continuo, che dipendono dagli equilibri fra parlamento, magistratura, professioni sanitarie e opinione pubblica.</p>
<p>Da questo, però, non discende che valga tutto: che un assetto valga l&rsquo;altro. Al contrario: proprio perché le soglie non si deducono da alcuna verità morale e vanno negoziate, conta dove le si negozia. L&rsquo;Italia è un caso quasi unico non perché abbia scelto una soglia più restrittiva, ma perché non ha scelto. Ha lasciato che la soglia precipitasse fuori dal luogo deputato a fissarla, e quando il legislatore rinuncia a disciplinare un conflitto etico quel conflitto non scompare: si sposta. Finisce nelle aule dei tribunali, nei comitati etici, negli ordini professionali, nei laboratori di ricerca, dove il diritto continua a essere costruito pezzo dopo pezzo fino al caso successivo. La macchina del CNR, in fondo, non dice nulla sul fine vita. Dice molto sul modo in cui, in una democrazia, chi rappresenta gli elettori e si impegna a tutelarne i diritti costituzionali, sceglie di non scegliere.</p>
<p>Cosa accadrà è difficile prevedere. In Italia la discussione sul fine vita è recentissima: in teoria comincia nel 1984, con la proposta di legge sull&rsquo;eutanasia di Loris Fortuna, morto l&rsquo;anno dopo, e per un ventennio ne parla quasi solo il Partito Radicale. Sul piano politico-giuridico la questione emerge con i casi Welby (2006) ed Englaro (2008-2009); poi arriva l&rsquo;<a href="https://www.associazionelucacoscioni.it/" rel="noopener">Associazione Luca Coscioni</a> a fare sul serio, con le battaglie di disobbedienza civile condotte da Marco Cappato e Filomena Gallo. </p>
<p>Oggi chi lavora più decisamente in parlamento per una legge che recepisca la sentenza della Corte («no eutanasia» resta il mantra di quasi tutti gli attori politici) è la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi, dentro uno scenario parlamentare frammentato al di là delle posizioni ufficiali dei partiti. Una cosa sembra certa: se si farà una legge, sarà molto restrittiva, e per tipico moralismo ipocrita italiota si cercherà di ridurre al minimo il coinvolgimento del Servizio Sanitario Nazionale nell&rsquo;erogazione della prestazione. Ma a pseudosoluzioni punitive, intese a ostacolare l&rsquo;accesso a un diritto costituzionale pur riconosciuto, i cittadini di questo paese paiono assuefatti. Almeno dalla legge 40 in poi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ISPRA: quali sono le minacce principali per gli uccelli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ispra-quali-minacce-principali-uccelli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ispra-quali-minacce-principali-uccelli/</guid><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Mantovani</dc:creator><category>animali</category><description>Un’analisi condotta da ISPRA su 623 esemplari appartenenti a 21 specie, nell’arco di 17 anni, rivela che le morti dell’avifauna provocate dall’essere umano sono quasi il doppio di quelle dovute a cause naturali. Elettrocuzione, collisioni con infrastrutture energetiche e bracconaggio sono le cause principali. La localizzazione dei singoli individui - e quando possibile la causa delle loro morti - è stata consentita dagli strumenti di tracciamento satellitare, diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ispra-quali-minacce-principali-uccelli-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ispra-quali-minacce-principali-uccelli-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dalla gravina di Matera - un profondo canyon nel Parco della Murgia Materana - a Campobello di Mazara sono circa 700 chilometri, se si va via terra. Tra le due località c&rsquo;è anche lo stretto di Messina. Tra planate e volteggi, i chilometri diventano molti di più. È più o meno questo il percorso che ha fatto, in appena due settimane, una giovane femmina di capovaccaio, come raccontato dai suoi tracciati di monitoraggio. Rilasciata nell&rsquo;ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, è morta dopo sette mesi di vita in libertà in Sicilia a causa di un&rsquo;infrastruttura elettrica.</p>
<p>Per molti esemplari di 21 specie, appartenenti a sei famiglie di uccelli, è probabile che la morte sia stata provocata, come per lei, dall&rsquo;essere umano.</p>
<h2 id="elettrocuzione-collisioni-con-pale-eoliche-bracconaggio">Elettrocuzione, collisioni con pale eoliche, bracconaggio</h2><p>Secondo una <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ispra-quali-minacce-principali-uccelli-allegato.pdf">relazione tecnica</a> del gennaio 2026, elaborata dall&rsquo;Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) per il Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), le morti dovute all&rsquo;uomo tra l&rsquo;avifauna italiana sono 1,9 volte più frequenti di quelle naturali. Elettrocuzione, collisioni con linee elettriche e pale eoliche, bracconaggio e bocconi avvelenati sono le cause più comuni per i decessi causati dall&rsquo;uomo.</p>
<p>Il documento, consultato tramite accesso civico, copre un periodo di più di 17 anni, da agosto 2008 a dicembre 2025, e riporta i dati relativi a 623 esemplari appartenenti a 21 specie di uccelli. Le cinque specie più rappresentate nello studio sono l&rsquo;ibis eremita (Geronticus eremita) con 347 individui, l&rsquo;aquila di Bonelli (Aquila fasciata) con 73, il grifone (Gyps fulvus) con 66, il nibbio reale (Milvus milvus) con 40 e infine il falco pellegrino (Falco peregrinus) con 20 individui. Tra le altre specie presenti nella relazione figurano il capovaccaio (Neophron percnopterus), la cicogna bianca (Ciconia ciconia) e il lanario (Falco biarmicus).</p>
<p>Stando ai ricercatori di ISPRA Alessandro Andreotti, Arianna Aradis e Pierpaolo Storino, tra gli autori del documento, la sfida principale dello studio «era quella di individuare e coinvolgere nel progetto i gruppi di ricerca italiani ed esteri impegnati in programmi di monitoraggio e conservazione dell&rsquo;avifauna e, successivamente, raccogliere e armonizzare dati provenienti da fonti diverse per costruire un database unificato, base indispensabile per le analisi».</p>
<p>Per realizzare il lavoro, sono stati coinvolti oltre quaranta ricercatori di gruppi di ricerca attivi in Italia e all&rsquo;estero nell&rsquo;ambito del monitoraggio e della conservazione dell&rsquo;avifauna, compresi numerosi progetti LIFE. «La grande disponibilità dei colleghi e la loro volontà di condividere dati ed esperienze hanno rappresentato un elemento fondamentale per il successo dell&rsquo;iniziativa», sottolineano i ricercatori.</p>
<p>Grazie a questo sforzo collaborativo, la mappatura dei ritrovamenti risulta ben distribuita sull&rsquo;intero territorio nazionale, consentendo così di rilevare le principali minacce per le specie lungo tutta la penisola e non solo in aree circoscritte. La localizzazione dei singoli individui - e in parte le cause delle loro morti - è stata possibile grazie agli strumenti di tracciamento satellitare, che sono diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi.</p>
<p>Prima di questa tecnologia, spiegano i ricercatori, i dati venivano raccolti prevalentemente attraverso i centri di recupero della fauna selvatica (CRFS), con il risultato che «la problematica dell&rsquo;elettrocuzione è stata fortemente sottostimata, in quanto gli animali folgorati difficilmente sopravvivono e dunque non vengono consegnati ai CRFS».</p>
<p>Rinvenire i corpi degli uccelli è stato però solo il primo passo e la successiva identificazione delle cause della loro morte non è stata facile. In circa un terzo dei casi non è stato possibile stabilire il motivo del decesso e l&rsquo;analisi si è basata sui 508 casi in cui la morte era confermata o ritenuta molto probabile. Tra questi casi, la morte di 20 grifoni ha messo in luce una problematica meritevole di essere affrontata, secondo i ricercatori. Per questi individui, come si legge nel documento, «si è sospettato che il decesso fosse stato determinato dall&rsquo;assunzione di sostanze tossiche; tuttavia, non essendo stato possibile effettuare analisi diagnostiche di laboratorio, la causa di morte è stata classificata come sconosciuta». Per questo, i ricercatori raccomandano di rafforzare i sistemi di raccolta e analisi delle carcasse presso gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali.</p>
<p>Quando i dati ci sono, però, il quadro che emerge è chiaro. L&rsquo;elettrocuzione è la causa di morte più frequente tra quelle accertate, responsabile di oltre un quarto dei decessi. Il fenomeno è distribuito in maniera omogenea in tutta Italia, data la capillarità della rete elettrica. Secondo la ricerca, però, la sua frequenza è maggiore in alcune zone come il sud della Sicilia, dove le rotte migratorie verso l&rsquo;Africa creano elevate concentrazioni di uccelli in spazi limitati. Tra le specie più colpite, la cicogna bianca, diffusa dalla Pianura Padana alle isole maggiori, spicca con il 70% dei casi di morte con causa accertata attribuibili a folgorazione, per quanto il campione sia contenuto. Numeri meno alti, ma ugualmente rilevanti, emergono per l&rsquo;aquila di Bonelli, classificata come «in pericolo» dalla <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/lista_rossa_uccelli-nidificanti_2021-pdf" rel="noopener">lista rossa italiana del 2021</a>, e il capovaccaio, classificato come «criticamente in pericolo» nello stesso documento. Per entrambe le specie, le percentuali, calcolate sulle morti documentate, si attestano rispettivamente al 31% (su 39 casi accertati per l&rsquo;aquila di Bonelli) e al 44 % (su 9 per il capovaccaio).</p>
<p>Per l&rsquo;ibis eremita, recentemente reintrodotto in Europa, che migra da Germania e Austria attraversando il nord Italia fino alla laguna di Orbetello in Toscana, i casi di elettrocuzione rappresentano il 27% delle morti con causa accertata. Se si considerano solo le morti di origine antropica, il valore sale al 44%. L&rsquo;espansione della rete elettrica negli ultimi anni e le proiezioni di crescita legate agli impianti di produzione di energia rinnovabile rappresentano, per i ricercatori, un importante segnale di allerta. Meno frequenti dell&rsquo;elettrocuzione sono le collisioni, con cavi sospesi, pale eoliche o veicoli. I dati mostrano che per i nibbi questo insieme di cause costituisce il 20% delle morti antropiche, per gli avvoltoi il 17% e per l&rsquo;ibis eremita il 12%.</p>
<p>I ricercatori nella nota tecnica sottolineano però che «la collisione contro le pale eoliche rappresenta un&rsquo;altra importante causa di mortalità la cui rilevanza è destinata ad accrescersi nei prossimi anni, vista la rapida diffusione che gli impianti per la produzione di energia eolica stanno avendo sia onshore che offshore». Oggi l&rsquo;eolico onshore, stando ai dati ISPRA, è la seconda causa di collisione, dietro i veicoli e davanti ai cavi elettrici.</p>
<h2 id="le-soluzioni-sono-nelle-raccomandazioni-delliucn">Le soluzioni sono nelle raccomandazioni dell&rsquo;IUCN</h2><p>Per ridurre sia l&rsquo;elettrocuzione sia le collisioni, le soluzioni presentate dalla relazione sono l&rsquo;applicazione delle <a href="https://portals.iucn.org/library/sites/library/files/documents/2022-043-En.pdf" rel="noopener">raccomandazioni dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)</a> per la costruzione e la messa in sicurezza delle infrastrutture elettriche. Il documento, pubblicato nel 2022 con la partecipazione di esperti internazionali, elenca le principali soluzioni tecniche per affrontare queste minacce.</p>
<p>Per l&rsquo;elettrocuzione, l&rsquo;isolamento dei cavi con materiali come plastica, PVC e silicone, e l&rsquo;aggiunta di posatoi e dissuasori sui sostegni.</p>
<p>Per le collisioni, l&rsquo;installazione di segnalatori sui cavi e una pianificazione che tenga conto delle rotte degli uccelli.</p>
<p>L&rsquo;impatto di questi interventi può essere considerevole. Secondo ricerche citate nel documento, mettere in sicurezza tra il 13% e il 23% dei sostegni potrebbe ridurre la mortalità dell'82-99% nelle zone a rischio. Indicazioni analoghe esistevano in Italia già nel 2008, quando l&rsquo;Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, oggi confluito in ISPRA, aveva prodotto <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/linee_guida_linee_elettriche_avifauna_new-pdf" rel="noopener">linee guida</a> su incarico del Ministero dell&rsquo;Ambiente. Ma, spiegano i ricercatori, «il documento è stato poco utilizzato, probabilmente per una sottovalutazione di questa minaccia [elettrocuzione], non percepita nella sua gravità prima dell&rsquo;avvento della telemetria satellitare».</p>
<h2 id="il-peso-della-caccia-illegale-e-altre-cause">Il peso della caccia illegale e altre cause</h2><p>Per quanto riguarda gli abbattimenti illegali, la specie più colpita è l&rsquo;ibis eremita, per cui rappresentano il 41% delle morti di origine antropica. Tra i rapaci, le più colpite sono l&rsquo;aquila di Bonelli (24%) e gli avvoltoi - grifone, capovaccaio e gipeto - (8,6%). Per questo ultimo gruppo, tuttavia, la minaccia più frequente è l&rsquo;avvelenamento, responsabile del 43% delle morti di origine antropica. I ricercatori avvertono: «Lo studio ha messo in luce anche quanto siano diffuse le uccisioni illegali causate da atti di bracconaggio e dall&rsquo;uso di bocconi avvelenati. Anche in questo caso è necessario intervenire con urgenza promuovendo azioni coordinate volte a reprimere e prevenire questi comportamenti criminali».</p>
<p>Gli annegamenti in vasche artificiali sono invece la principale causa di morte provocata dall&rsquo;uomo per i nibbi (35% dei casi), una minaccia, in apparenza, meno rilevante per le altre specie esaminate. Il fenomeno è concentrato nel sud della penisola e nelle due isole maggiori, dove le condizioni di aridità spingono gli uccelli a cercare acqua nei bacini artificiali. Ma non è la sete a ucciderli. Secondo la relazione, queste strutture «talvolta possono rappresentare delle vere e proprie trappole per come sono configurate le sponde».</p>
<p>Tutti questi episodi hanno un denominatore comune: accadono principalmente lontano dai centri urbani e dagli impianti industriali.</p>
<p>I dati mostrano che le morti antropiche si concentrano in aree a urbanizzazione medio-bassa, dove gli uccelli sostano durante la migrazione o trascorrono la vita quotidiana, ma dove trovano anche insidie potenzialmente letali.</p>
<p>La giovane femmina di capovaccaio folgorata alla Vigilia di Natale non è l&rsquo;unica vittima di morte antropica tra gli esemplari monitorati della sua specie. Diego, un altro piccolo avvoltoio migratore, nato in cattività in Toscana presso il Centro Rapaci Minacciati e liberato in provincia di Matera nell&rsquo;ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, ha subito la stessa sorte. Di lui ci raccontano i ricercatori ISPRA Arianna Aradis e Alessandro Andreotti: «Dopo essersi perfettamente ambientato in natura e aver compiuto impressionanti migrazioni ed erratismi che lo hanno portato a visitare numerosi paesi, dal Ciad all&rsquo;Austria, è morto nel suo quarto anno di vita, folgorato su un pilone di media tensione in Calabria, ai confini del Parco Nazionale del Pollino».</p>
<p>Per gli uccelli che vivono liberi o che verranno reintrodotti da progetti di conservazione, questo studio apre la strada per evitare le morti causate dall&rsquo;uomo.</p>
<p>«I risultati che abbiamo ottenuto», affermano i ricercatori ISPRA, «hanno evidenziato come sia prioritario avviare azioni organiche e coordinate per la messa in sicurezza delle linee elettriche, partendo dalle aree dove il rischio è più elevato e intervenendo progressivamente sull&rsquo;intero territorio nazionale».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Farmoplant, 38 anni dopo: memoria, salute e bonifiche ancora in cammino</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora/</guid><pubDate>Sat, 18 Jul 2026 07:51:00 +0100</pubDate><description>L’esplosione del 17 luglio 1988 nello stabilimento di Massa resta un caso di riferimento per lo studio del rapporto tra inquinamento e malattie. I dati più recenti confermano un quadro sanitario dell’area ancora critico, mentre il risanamento dei terreni procede lentamente. Il progetto SINTESI prova ora a costruire un percorso condiviso tra istituzioni e cittadinanza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ancora il ricordo di un disastro industriale, da tenere a mente, dopo quello di Seveso, per costruire conoscenze su ambiente e salute e conservare memoria di chi più ha sofferto e pagato, in quel momento e dopo, in uno dei luoghi dove l’ingiustizia ambientale ha lasciato il segno.<br>
Il 17 luglio 1988 due esplosioni all&rsquo;impianto di formulazione del biocida Rogor della Farmoplant di Massa provocarono una nube tossica che si diffuse ben oltre i confini dello stabilimento, segnando profondamente la memoria collettiva della popolazione di Massa Carrara. La Farmoplant aveva rilevato le attività dello stabilimento Montedison che produceva fertilizzanti azotati, chiuso nel 1972 per obsolescenza degli impianti, e riaperto nel 1976 per la produzione, tra gli altri, di Rogor (dimethoate), Mancozeb, Trifluralin, Cidial, Atrazina, Parathion. Alcuni di questi pesticidi saranno vietati negli anni ’90 per la loro tossicità su ambiente e persone. </p>
<p>Come descritto in un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-massa-carrara-trentanni-fa-lesplosione/">articolo</a> in occasione del trentennale (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-massa-carrara-trentanni-fa-lesplosione/">https://www.scienzainrete.it/articolo/farmoplant-di-massa-carrara-trenta&hellip;</a>) quell&rsquo;incidente non fu un evento isolato, ma l&rsquo;episodio più drammatico di una lunga storia di incidenti industriali, contaminazioni ambientali e conflitti sociali che avevano caratterizzato per anni la Zona Industriale Apuana. </p>
<p>A trentotto anni di distanza, molte delle domande poste allora restano aperte. Quanto hanno pesato sulla salute delle persone decenni di esposizioni industriali? Quanto è stato effettivamente risanato? E quali insegnamenti possiamo trarre da una delle vicende simbolo dell&rsquo;ambientalismo e della cittadinanza scientifica italiana? Proprio oggi che dopo anni di impasse sono riprese sia attività di studio sia interventi sul territorio. </p>
<h2 id="le-conoscenze-su-salute-e-ambiente">Le conoscenze su salute e ambiente</h2><p>Nel corso degli ultimi decenni numerosi studi epidemiologici hanno cercato di comprendere gli effetti sanitari associati alla lunga storia industriale dell&rsquo;area di Massa Carrara. I risultati del <a href="https://www.iss.it/-/health-equity-sentieri" rel="noopener">progetto SENTIERI</a> (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) avevano già documentato fino al 2018 eccessi di mortalità e ospedalizzazione per diverse patologie, tra cui tumore del polmone, tumore della pleura e malattie cardiovascolari, oltre a una incidenza di mesotelioma pleurico circa 2,4 volte superiore alla media regionale negli uomini e 1,5 volte nelle donne, a testimonianza dell&rsquo;eredità lasciata dalle esposizioni ad amianto. </p>
<p>Le elaborazioni più recenti a cura dell&rsquo;Agenzia Regionale di sanità della Toscana confermano che il quadro sanitario dell&rsquo;area continua a richiedere molta attenzione. I dati del 2024 vengono confrontati con quelli della Regione nel suo insieme. La popolazione è più anziana rispetto alla media regionale: l&rsquo;indice di vecchiaia risulta superiore del 16 per cento a Massa e del 20 per cento a Carrara, mentre la natalità è inferiore rispettivamente del 12 per cento e dell'11 per cento. Anche la speranza di vita alla nascita presenta valori meno favorevoli rispetto alla Toscana: quasi un anno in meno a Massa e circa sette mesi in meno a Carrara. </p>
<p>Nel decennio 2013-2022 la mortalità per tutte le cause è risultata superiore del 10 per cento a Massa e del 9 per cento a Carrara rispetto alla media regionale. Gli eccessi più marcati riguardano le malattie cardiovascolari, con valori superiori del 17 per cento a Massa e del 18 per cento a Carrara. La mortalità per tumori mostra un eccesso del 9 per cento a Massa e del 6 per cento a Carrara, mentre per le malattie dell&rsquo;apparato digerente l&rsquo;aumento raggiunge il 9 per cento a Massa e il 17 per cento a Carrara. Le malattie respiratorie presentano un eccesso del 9 per cento nel comune di Massa. Tra le patologie tumorali emergono i tumori del colon-retto, con valori circa il 10 per cento superiori alla media regionale.</p>
<p>Anche i ricoveri ospedalieri mostrano criticità, seppure meno marcate rispetto alla mortalità. Gli eccessi più evidenti riguardano le malattie tumorali, con valori superiori del 7 per cento a Massa e del 12 per cento a Carrara. Particolarmente rilevanti risultano i ricoveri per tumore dello stomaco, che presentano un eccesso di circa il 21 per cento.</p>
<p>Un ulteriore elemento di criticità riguarda le malattie croniche: a Massa si osserva una prevalenza di insufficienza cardiaca superiore del 19 per cento rispetto ai riferimenti regionali. A Carrara emergono eccessi del 23 per cento per broncopneumopatia cronica ostruttiva e dell'11 per cento per cardiopatia ischemica. Più favorevole appare invece il quadro relativo agli esiti riproduttivi, con indicatori di basso peso alla nascita e prematurità sostanzialmente uguali alla media regionale.</p>
<p>Nel loro insieme questi dati confermano il quadro ricavato dagli studi precedenti e, sebbene non consentano ancora di attribuire direttamente gli eccessi osservati alle contaminazioni ambientali, descrivono un profilo sanitario che continua a distinguersi da quello regionale e che richiede approfondimenti. Grazie alle attività in corso con il progetto <a href="https://aress.regione.puglia.it/pnc-sin-sintesi" rel="noopener">SINTESI</a>, finanziato dal Ministero Salute nell’ambito del Piano Nazionale Salute, ambiente, biodiversità e clima (PNC) si stanno producendo nuove informazioni e elaborazioni più avanzate sul rapporto tra pressioni ambientali e salute. Si sta realizzando uno studio di coorte, approfondimenti sulla salute respiratoria dei bambini, un rafforzamento degli screening preventivi, interventi sugli stili di vita e contro l’abitudine al fumo. Importante anche la disponibilità di dati di monitoraggio ambientale aggiornati che permette di accettare la sfida di ricostruire con maggiore precisione il ruolo delle esposizioni ambientali e occupazionali che hanno interessato l&rsquo;area nel corso degli ultimi decenni.</p>
<h2 id="bonifiche-un-percorso-ancora-lungo">Bonifiche: un percorso ancora lungo. </h2><p>Se le conoscenze sulla salute crescono e si rafforzano, il risanamento ambientale continua a rappresentare uno delle principali criticità dell&rsquo;area. Il Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Massa Carrara interessa una superficie di 116 ettari e comprende le principali aree industriali storicamente responsabili delle contaminazioni. I dati più recenti mostrano che, per quanto riguarda i terreni, il 53 per cento delle superfici risulta ancora classificato come potenzialmente contaminato, il 37 per cento dispone di un progetto di bonifica approvato, il 7,4 per cento è stato dichiarato non contaminato e solo il 2,6 per cento delle aree risulta effettivamente bonificato. Per le acque di falda è stato approvato un progetto di bonifica che interessa l&rsquo;intero perimetro del SIN, ma le attività sono tuttora in corso. </p>
<p>Questi numeri mostrano come, nonostante gli interventi realizzati, la fase di risanamento sia ancora lontana dal completamento. Come è stato più volte osservato, le risorse finora stanziate rappresentano un passo importante, ma risultano proporzionate soprattutto a interventi di messa in sicurezza e contenimento della contaminazione, mentre il recupero integrale delle matrici ambientali richiederebbe investimenti molto maggiori. </p>
<p>Il quadro appare ancora più ampio se si considera il Sito di Interesse Regionale (SIR), che interessa complessivamente oltre 3.300 ettari del territorio provinciale. Negli ultimi anni sono state realizzate attività di caratterizzazione ambientale senza precedenti: oltre 570 pozzi e piezometri censiti, 281 punti georeferenziati monitorati e più di 22.000 determinazioni analitiche effettuate sulle acque di falda. Queste indagini hanno consentito di ricostruire in modo molto più dettagliato la distribuzione degli inquinanti nel sottosuolo e nelle acque sotterranee.</p>
<p>Parallelamente sono stati stanziati circa 25,5 milioni di euro per accelerare gli interventi. Il progetto principale prevede quattro barriere idrauliche, una per ciascuno dei principali siti industriali sorgente di contaminazione, 18 pozzi di emungimento e il trattamento di circa 6.000 metri cubi di acqua al giorno presso il depuratore industriale Lavello 2. Si tratta di uno dei più importanti interventi di messa in sicurezza della falda realizzati in Toscana negli ultimi anni.<br>
Le nuove caratterizzazioni hanno inoltre individuato contaminazioni significative da cromo esavalente nell&rsquo;area ex Ferroleghe e da solventi clorurati nell&rsquo;area ex Farmoplant e in aree limitrofe, fornendo informazioni preziose per definire le priorità di intervento e per orientare le future attività di studio. </p>
<h2 id="dalla-memoria-alla-prevenzione">Dalla memoria alla prevenzione</h2><p>A trentotto anni dall&rsquo;esplosione della Farmoplant le autorità sanitarie e ambientali propongono, con il progetto SINTESI, di mettere al centro dei loro interventi l’attenzione alle diseguaglianze e la partecipazione pubblica. Dall’inizio del 2026 si sono mobilitati diversi attori sociali: cittadini, associazioni, sindacati, imprese, con l’obiettivo di produrre un documento di proposta partecipata, che parte dalla conoscenza del lavoro in corso e propone come si può andare avanti. La metodologia, messa a punto dalla Scuola Normale Superiore e dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) mette a frutto anni di esperienze in campo sociologico e antropologico a sostegno delle attività in aree ad alto rischio ambientale. </p>
<p>Non è facile superare diffidenze e pregiudizi, ma ci sono molti elementi per pensare che la collaborazione tra Istituzioni e cittadini può portare dei salti in avanti. </p>
<p>Uno dei nodi della discussione è naturalmente la comunicazione: come dove, quando fornire i dati sanitari e ambientali, e cosa fare dei risultati. Quindi si propone di istituzionalizzare una sede permanente di discussione e elaborazione, in cui sia anche possibile la formazione, coinvolgendo le scuole del territorio e rivolgendosi ai soggetti più fragili che non hanno accesso alle informazioni. </p>
<h2 id="il-ruolo-dei-cittadini">Il ruolo dei cittadini</h2><p>I cittadini possono e vogliono supportare la produzione di dati, con centraline di monitoraggio della qualità dell’aria, sensori di sostanze odorigene, un’inchiesta sull’utilizzo dell’acqua dei pozzi (una delle maggiori criticità ambientali). </p>
<p>Ovviamente molte richieste fanno riferimento alle bonifiche e alla loro urgenza: maggiori informazioni e più dettagliate su ambiente e salute serviranno a misurare i miglioramenti che ci si aspetta possano avvenire. </p>
<p>La partecipazione non è una bacchetta magica valida per tutto, ma un equilibrio nuovo che si propone con una visione più ampia, la visione <em>One Health</em>. La salute si compone in modo inscindibile armonizzando l’ambiente e l’ecosistema, con animali selvatici e domestici, e le comunità umane. L’analisi è davvero complessa e deve tenere conto di tutte le possibili interfacce, compresi i fattori sociali e economici, e con diverse professionalità: ma è molto stimolante e inclusiva. </p>
<p>Quando si discute di questioni così complesse, se c’è abbastanza tempo e spazio, ognuna delle persone coinvolte può capire, fare domande, e produrre idee diverse per il futuro, componendo i pezzi di un puzzle di cui si intravvede il disegno, ma non si compone senza il contributo di ciascuno. Oggi l&rsquo;attenzione si concentra sulla capacità di trasformare le conoscenze accumulate in strumenti concreti di prevenzione, tutela della salute e risanamento ambientale. Le informazioni disponibili sulla salute e sull&rsquo;ambiente sono oggi molto più ricche rispetto al passato. Allo stesso tempo, la disponibilità di dati dettagliati sulle contaminazioni dei terreni e delle falde, unita alle nuove opportunità offerte dalla ricerca in epidemiologia ambientale, rende finalmente possibile affrontare alcune delle domande poste all’inizio, rimaste a lungo senza risposta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-sappiamo-crollo-ponte-morandi-dopo-sentenza-grado/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-sappiamo-crollo-ponte-morandi-dopo-sentenza-grado/</guid><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 17:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><description>Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-sappiamo-crollo-ponte-morandi-dopo-sentenza-grado-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-sappiamo-crollo-ponte-morandi-dopo-sentenza-grado-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la <a href="https://www.corriere.it/cronache/26_luglio_17/ponte-morandi-ultima-verita-5f933049-e2ae-4fc5-a714-945b5e95exlk.shtml" rel="noopener">sentenza</a> del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967 lungo 1182 che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.</p>
<p>Il crollo avvenne la mattina del 14 agosto 2018, causando la morte di 43 persone. 40 di queste erano nei veicoli che attraversavano il tratto di ponte sorretto dal pilone numero 9, mentre tre stavano lavorando nel sottostante quartiere Rialzo.</p>
<p>La sentenza ha condannato l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, a 12 anni di carcere, a fronte dei 18 anni e sei mesi chiesti dalla procura. Insieme a lui condannati anche il responsabile della gestione operativa della rete autostradale, Paolo Berti, e il responsabile delle manutenzioni, Michele Donferri Mitelli. Notevole anche la condanna di Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza del Ministero dei Trasporti. In tutto sono state ordinate 32 condanne per un totale di 177 anni di carcere a fronte dei 400 chiesti dai pubblici ministeri.</p>
<p>«Possiamo dire che la tesi accusatoria è stata in buona parte confermata, soprattutto per le posizioni principali» ha dichiarato il procuratore di Genova Nicola Piacente al <em>Corriere della Sera,</em> sottolineando però che questo è solo il primo grado di giudizio e che non sono ancora note le motivazioni della sentenza, per le quali si dovrà attendere 90 giorni.</p>
<p>La tesi dell’accusa è che il crollo fu causato dalla mancata manutenzione del ponte da parte delle due società che dovevano garantirla, Autostrade per l’Italia e la sua controllata SPEA Engineering, a cui era affidata gran parte delle attività di monitoraggio, ispezione e progettazione sulla rete autostradale.</p>
<p>La difesa di Castellucci sosteneva invece che il crollo fosse da ascrivere a un “vizio occulto”, cioè un difetto risalente alla costruzione del ponte che però non era possibile scoprire con le normali attività di monitoraggio.</p>
<h2 id="le-perizie">Le perizie</h2><p>Cruciali per l’accusa sono state le <a href="https://www.ingenio-web.it/articoli/ponte-morandi-diffuso-stato-di-trascuratezza-per-anni-sono-mancati-gli-interventi-necessari/" rel="noopener">due perizie</a> richieste dall&rsquo;accusa, realizzate nel 2020 da quattro professori del Politecnico di Milano e dell’Università di Pisa, che hanno preso in esame i video disponibili del crollo e le analisi sui reperti raccolti dopo il disastro.</p>
<p>I video mostrano come il crollo iniziò con la rottura degli stralli lato sud del pilone numero 9, nel punto in cui questi si agganciano alla sommità dell’antenna. Il Ponte Morandi è infatti un ponte in calcestruzzo armato precompresso dove l’impalcato, lungo 1182 metri, è sorretto sia da piloni ancorati al terreno che da stralli—cavi rigidi anch’essi in calcestruzzo armato precompresso—agganciati alla sommità delle antenne, le prosecuzioni dei piloni al di sopra del livello dell’impalcato del ponte. Il calcestruzzo armato precompresso è un materiale costituito da calcestruzzo (una miscela di sabbia e cemento) e da trefoli di acciaio. I trefoli sono dei cavi costituiti da tanti fili di acciaio intrecciato, e servono a rendere resistente il calcestruzzo alla trazione. Il calcestruzzo è infatti un materiale molto resistente alla compressione ma se sottoposto a trazione tende a fessurarsi. Il termine &ldquo;precompresso&rdquo; indica che i trefoli che costituiscono l&rsquo;armatura vengono tesi e poi ancorati alle estremità dell&rsquo;elemento costruttivo. Una volta ancorati i trefoli tendono a voler ritornare alla loro lunghezza originale, comprimendosi, e questo fa sì che anche il calcestruzzo circostante i trefoli venga compresso. Questa precompressione contrasta le forze di trazione a cui il materiale sarà soggetto una volta sottoposto a carichi.</p>
<p>Il primo a ricostruire la <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2018/09/06/world/europe/genoa-italy-bridge.html" rel="noopener">dinamica</a> del crollo è stato il <em>New York Times</em> poche settimane dopo l’evento, grazie alle informazioni condivise da alcuni membri della squadra di indagine. La stessa dinamica è stata poi confermata da uno studio realizzato pochi mesi dopo da un gruppo di ricercatori (qui sotto).</p>
<p>Video di ricostruzione del crollo realizzato dai ricercatori di Studio Calvi e di Mosayk di Pavia, dello IUSS e dell’Università di Pavia, della Fondazione Eucentre e della University of Washington di Seattle. Presentato il 6 novembre 2018 alla Istanbul Bridge Conference. Fonte: <a href="https://youtu.be/4P-PRBBA0eI?si=627Qk8d2RARG0q3C" rel="noopener">canale YouTube</a> dello Studio Calvi s.r.l. Ingegneria e Architettura.</p>
<p>Il video mostra che i primi a cedere furono gli stralli lato sud, lasciando il tratto di impalcato sottostante sorretto solo dai due stralli lato nord. L’impalcato ha cominciato a inclinarsi verso sud rompendosi in diversi segmenti che si sono infine staccati anche dagli stralli lato nord. L’ultimo a cadere è stato il pilone, accartocciato su sé stesso.</p>
<p>L’ipotesi formulata a partire dalla dinamica ricostruita del crollo è stata poi corroborata dall’analisi delle porzioni recuperate degli stralli lato sud.</p>
<p>Queste hanno indicato un elevato grado di corrosione dei trefoli presenti all’interno. In fase costruttiva, i trefoli vengono inseriti in tubi vuoti, chiamate tecnicamente guaine. Questi tubi sono disposti all’interno della cassaforma, cioè lo “stampo” in cui viene colato il calcestruzzo. Una volta che il calcestruzzo si è indurito, i trefoli vengono tirati alle estremità e ancorati, e infine viene gettata una miscela di cemento e acqua all’interno delle guaine per evitare che resti aria intorno ai trefoli. L’aria è infatti responsabile della corrosione dei fili che costituiscono i trefoli, soprattutto in ambienti ad alta concentrazione di anidride carbonica, solfuri e cloruri come è quello di Genova per via del mare e dei tanti impianti industriali. A proteggere l’insieme dei trefoli è presente anche una guaina in calcestruzzo (anche lui precompresso): si tratta sostanzialmente di una struttura cava a sezione rettangolare che avvolge i trefoli presenti all’interno degli stralli. Questa tecnica di protezione dei trefoli era stata inventata da Morandi stesso e impiegata in altre strutture da lui progettate. Oggi si usano guaine plastiche, per esempio fatte di polietilene, per proteggere dalla corrosione i cavi di acciaio nelle strutture in calcestruzzo armato.</p>
<p>La tesi della difesa ruota intorno a questo elemento, sostenendo che la corrosione dei trefoli non potesse essere rilevata proprio a causa dell’avvolgimento in calcestruzzo pensato da Morandi.</p>
<p>I periti hanno dedicato grande attenzione al reperto 132, l’ancoraggio dei tiranti sulle sommità delle antenne del lato sud, il punto in cui la rottura degli stralli è cominciata. In quella zona</p>
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<p>un cavo su quattro di questa sezione è risultato completamente corroso. Mentre il 61% aveva subito una riduzione di spessore di almeno la metà. Solo &ldquo;il 14% dei gruppi di fili primari e il 3% di quelli secondari sono risultati per nulla o poco corrosi&rdquo;</p></blockquote>
<p><a href="https://www.ingenio-web.it/articoli/ponte-morandi-parlano-i-periti-elevato-grado-di-corrosione-e-difetti-esecutivi/" rel="noopener">si legge</a> nella sintesi della perizia realizzata dalla rivista di settore INGENIO-WEB.IT. Sempre la stessa rivista riporta il seguente passaggio della perizia</p>
<blockquote>
<p>ll crollo del ponte Morandi e la morte di 43 persone si sarebbero quindi potuti evitare se «fossero stati svolti i regolari controlli e le attività di manutenzione che avrebbero certamente individuato uno stato di corrosione cominciato sin dai primi anni di vita del ponte e che è progredito senza arrestarsi fino al momento del crollo».</p></blockquote>
<p>I periti hanno <a href="https://www.ingenio-web.it/articoli/ponte-morandi-parlano-i-periti-elevato-grado-di-corrosione-e-difetti-esecutivi/" rel="noopener">sostanziato</a> le loro affermazioni sottolineando che</p>
<blockquote>
<p>L’ultimo intervento significativo “risale a circa 25 anni fa, successivamente sono stati eseguiti interventi di presidio con l’installazione di reti per i distacchi &hellip;. che non intervengono sullo sviluppo del processo corrosivo”.</p></blockquote>
<p>L’intervento cui fanno riferimento è documentato in dettaglio nella <a href="https://www.mit.gov.it/comunicazione/news/ponte-morandi-online-la-relazione-della-commissione-ispettiva-mit" rel="noopener">relazione</a> della Commissione ispettiva incaricata dal Ministero dei Trasporti all’indomani del crollo. Alle pagine 34, 35 e 36 di quella relazione si legge:</p>
<blockquote>
<p>Dall&rsquo;analisi visiva dello stato degli stralli delle pile 9 e 10, è apparso che la maggior parte delle guaine indagate non erano iniettate, i trefoli mostravano estese corrosioni, e alcuni cavi presentavano trefoli laschi. Per quanto riguarda gli stralli della pila 11, in corrispondenza della testa dell&rsquo;antenna, erano stati individuati rilevanti deterioramenti dei trefoli, con fortissime corrosioni, la rottura di molti elementi, e una generale assenza di iniezione delle guaine.</p></blockquote>
<p>Questo trova conferma anche nella perizia richiesta dalla procura, in cui gli esperti affermano che la corrosione è stata in parte causata da un difetto costruttivo. Le guaine metalliche che ospitano i trefoli non sarebbero state riempite a sufficiente della miscela di cemento e acqua per prevenire l’infiltrazione di aria all’origine della corrosione. Hanno scritto i periti:</p>
<blockquote>
<p>Alcune guaine non sono iniettate del tutto o lo sono parzialmente e i trefoli possono essere estratti manualmente per questo motivo […] “i cavi secondari sono spesso liberi di scorrere: alcuni trefoli non sono stati trovati dentro le guaine. In generale i cavi secondari nelle guaine presentano fenomeni di ossidazione e, in alcuni casi, con riduzione di sezione, i quali hanno effetti diretti sulla sicurezza strutturale”</p></blockquote>
<p>Quindi già nel 1992 si rilevava, tramite ispezioni visive degli stralli delle pile 9, 10 e 11, lo stato di degrado dell’armatura in acciaio a un livello tale da comprometterne la tenuta strutturale. A quelle ispezioni seguì infatti un intervento di <a href="https://www.ingenio-web.it/articoli/ing-camomilla-come-e-perche-intervenimmo-sugli-stralli-della-pila-11-del-ponte-morandi-nel-1992/" rel="noopener">risanamento</a> della pila 11, con l’installazione di tiranti esterni. Non avvenne lo stesso con la pila 9, ma nel 2017 Autostrade per l’Italia consegnò il progetto esecutivo di ristrutturazione del ponte che venne poi autorizzato pochi mesi prima del crollo.</p>
<p>Per quel progetto, nel 2015, vennero eseguite ulteriori ispezioni più approfondite di quelle condotte negli anni precedenti, che restituivano risultati giudicati poco affidabili. Tuttavia, le ispezioni visive anche nel 2015 trovavano che</p>
<blockquote>
<p>la guaina è apparsa ossidata; l&rsquo;iniezione è assente; sono stati visti 3 dei 4 trefoli che si muovono con facilità facendo leva con uno scalpello; i fili dei trefoli sono ossidati.</p></blockquote>
<p>La Commissione ispettiva del Ministero dei Trasporti commentava che “In questa campagna di indagini non è stata raggiunta ed investigata la zona sommitale delle antenne”, quella dove il crollo del 14 agosto 2018 si è innescato.</p>
<p>Nella relazione della Commissione ispettiva si legge un altro dato significativo: dopo la privatizzazione di Autostrade nel 1999, gli investimenti per la manutenzione strutturale del viadotto crollarono. La spesa media annua passò da circa 1,3 milioni di euro nel periodo 1982-1999 a soli 23 mila euro tra il 1999 e l&rsquo;agosto 2018, con quasi il 98% delle risorse destinate agli interventi strutturali investite prima della privatizzazione.</p>
<h2 id="le-conseguenze-del-crollo">Le conseguenze del crollo</h2><p>Come ci aveva spiegato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-si-impara-smontando-viadotto-vecchio-cinquant-anni/">qui</a> Fabio Biondini, professore ordinario di Tecnica delle Costruzioni del Politecnico di Milano, «negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando venne costruita la maggior parte dei ponti in calcestruzzo armato in Italia, si riteneva che il calcestruzzo fosse un materiale eterno». Solo dal 2008, le norme costruttive richiedono a chi progetta strutture in calcestruzzo armato di tenere conto del degrado causato dalla corrosione. Fino a quel momento la durabilità non veniva considerata.</p>
<p>Biondini ci aveva spiegato anche che «negli ultimi decenni, in tutto il mondo, sono stati condotti rilievi e sperimentazioni per esaminare le principali cause di degrado delle strutture in calcestruzzo armato e sono state proposte e sperimentate tecniche di riparazione mirate che hanno migliorato i processi di manutenzione e gestione delle opere esistenti e hanno portato a modificare profondamente i criteri di progetto di opere nuove, attuando una progressiva transizione verso un approccio progettuale a ciclo di vita.»</p>
<p>Il crollo del Ponte Morandi ha portato a una revisione delle procedure di monitoraggio e manutenzione dei ponti italiani, culminata nel 2022 con l&rsquo;adozione delle Linee guida per la classificazione e gestione del rischio, la valutazione della sicurezza e il monitoraggio dei ponti esistenti.</p>
<p>Le linee guida introducono un percorso articolato, che parte dal censimento delle opere e dalle ispezioni per attribuire a ciascun ponte una classe di attenzione, dalla quale dipendono eventuali misure di monitoraggio continuo e interventi di adeguamento.</p>
<p>Parallelamente è stato istituito l&rsquo;Archivio Informatico delle Opere Pubbliche (AINOP), che censisce circa 100.000 ponti, a fronte di una stima complessiva di circa 180.000. Secondo la sperimentazione condotta da ReLUIS su un campione rappresentativo di circa 600 ponti, circa l'85% del patrimonio nazionale è costituito da ponti in calcestruzzo armato o precompresso, il 60% dei quali costruiti negli anni Sessanta e Settanta. Questi dati indicano che il degrado dovuto alla corrosione rappresenta un problema potenzialmente rilevante per una larga parte delle infrastrutture italiane.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Degenerati al potere e la psichiatrizzazione del nemico politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico/</guid><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:57:00 +0200</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>libri</category><description>Il pamphlet antinazista dello psichiatra Arthur Kronfeld “Degenerati al potere&amp;amp;quot; mostra come anche uno scienziato possa cedere alla tentazione di trasformare la diagnosi in propaganda. È una storia che interroga anche il presente, perché il problema non è la psiche dei leader, ma la forza delle istituzioni che ne limitano il potere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico-v2-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico-v2-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«La &ldquo;realtà psichica&rdquo; non corrisponde alla &ldquo;realtà storica&rdquo;», scrive Luciano Mecacci nella nota al testo dell&rsquo;edizione italiana di <a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/arthur-kronfeld-degenerati-al-potere-9788833946450/" rel="noopener"><em>Degenerati al potere</em></a>, un pamphlet di propaganda antinazista del 1941, redatto dallo psichiatra tedesco Arthur Kronfeld (1886-1941). E nemmeno alla &ldquo;realtà politica&rdquo;, si potrebbe aggiungere. Di questi tempi circolano con frequenza, nei media, commenti sulla salute mentale di figure che ricoprono posizioni di potere o sono molto visibili: psichiatri e psicologi clinici discutono i profili psicopatologici di Trump e di Putin, così come - va detto - sono chiamati a diagnosticare qualunque fenotipo umano che si comporti in modi difformi rispetto a una norma sociale, morale o legale. La tentazione di tradurre in patologia ciò che disturba è forse “innata” e quindi trasversale.</p>
<p>Nel 1973 l&rsquo;American Psychiatric Association istituì la regola di Goldwater, che negli USA stigmatizza eticamente gli psichiatri che formulino e diffondano diagnosi su figure pubbliche senza averle visitate e senza il loro consenso. La regola è stata riaffermata ed estesa nel 2017, in piena discussione sulla mente di Trump. Il nome proviene dal candidato presidenziale Barry Goldwater, che nel 1964 fu oggetto di un&rsquo;iniziativa della rivista <em>Fact</em>: interpellati 12.356 psichiatri sulla sua idoneità psicologica alla presidenza, risposero in 2.417, e di questi 1.189 lo dichiararono &ldquo;psicologicamente inadatto&rdquo;. Goldwater perse le elezioni, ma vinse la causa per diffamazione e la rivista chiuse.</p>
<p>Contrariamente a un luogo comune, la psichiatrizzazione del nemico politico non è prerogativa delle dittature. È una tentazione costante anche per le democrazie. La differenza è che una democrazia possiede alcuni anticorpi, finché fa i richiami vaccinali - la deontologia professionale, i tribunali, il pluralismo della stampa - per circoscriverla e disinnescarla. Una dittatura la eleva a strumento di Stato.</p>
<p>Che un tiranno soffra di una “malattia dell&rsquo;anima” lo scriveva già Platone, nel libro IX della <em>Repubblica</em>. Gli storici romani &ldquo;psichiatrizzarono&rdquo; diversi imperatori. In età moderna la lettura dei despoti come malati rimase sottotraccia, per esplodere in età positivista, soprattutto con Cesare Lombroso. Il testo chiave è del 1890: <em>Il delitto politico e le rivoluzioni</em>, scritto con Rodolfo Laschi: vi si trovano le categorie del &ldquo;mattoide politico&rdquo; e del &ldquo;delinquente politico&rdquo;, lette alla luce della teoria della degenerazione - le devianze come regressioni ataviche - e un campionario di figure positive (Garibaldi e Washington), ma soprattutto negative, come i protagonisti giacobini del Terrore, un certo numero di regicidi, Davide Lazzaretti, ecc.</p>
<p>Il testo curato da Mecacci intercetta una fenomenologia tragica, ed è interessante perché mostra la &ldquo;promiscuità&rdquo; di un concetto chiave della psicopatologia positivista, la degenerazione, e gli esiti imprevisti della propaganda fondata sulla pseudoscienza. L&rsquo;autore era una figura di spicco della psichiatria tedesca e uno dei tre fondatori dell&rsquo;Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld (1868-1935), padre della sessuologia scientifica. Aveva avuto in cura Zinaida Volkova, la figlia maggiore di Trotsky, suicida a Berlino nel gennaio 1933. Gli fu vietato l&rsquo;insegnamento nel 1935, riparò in Svizzera, dove l&rsquo;asilo gli fu negato, e nel 1936 si rifugiò a Mosca per sfuggire alle persecuzioni naziste.</p>
<p>L&rsquo;Institut, creato da Hirschfeld nel 1919, che godeva di una rinomanza scientifica ed era il luogo in cui lo psichiatra omosessuale aveva sottratto l&rsquo;omosessualità alla spiegazione degenerativa ma sulla base di una “biologizzazione”, fu devastato il 6 maggio 1933 da studenti nazisti e dalla SA. Biblioteca e archivi finirono nel rogo dei libri dell&rsquo;Opernplatz. Hirschfeld era all&rsquo;estero per un tour di conferenze e vide i propri libri bruciare in un cinegiornale. Non tornò più in Germania. Morì a Nizza il 14 maggio 1935.</p>
<p>A Mosca Kronfeld tornò a esercitare e, dopo l&rsquo;invasione hitleriana dell&rsquo;Unione Sovietica, si diede all&rsquo;attività politica: trasmissioni radiofoniche, riunioni con scienziati sovietici e l’opuscolo - forse redatto in origine per il Comitato Centrale del PCUS - in cui presentava i gerarchi nazisti come &ldquo;degenerati&rdquo;: facendo i nomi e rivelando dettagli intimi su Hitler e il suo entourage. Il 16 ottobre 1941, durante l&rsquo;offensiva autunnale della Wehrmacht su Mosca, si tolse la vita insieme alla moglie Lydia. Nella prefazione di Alexander Etkin si avanza il sospetto che sia stato assassinato perché sapeva troppo.</p>
<p>La struttura del libello è quella di una galleria di ritratti clinico-sessuologici preceduta da una premessa metodologica. Kronfeld dichiara che le sue fonti sono osservazioni personali e racconti di membri del partito, suoi pazienti in psicoterapia, i cui nomi non può citare. Vale a dire: un testo del tutto inattendibile, fondato sul sentito dire, eretto a perizia. Di Hitler, che dice di aver osservato da vicino nel maggio 1932 a Monaco - dove fu testimone-perito nel processo per diffamazione intentato da Hitler contro Werner Abel - traccia un profilo di &ldquo;primitività degenerativa&rdquo;, con tanto di stigmate fisiche e di una genealogia morbosa, e prosegue con l’eziologia sessuale: l’enfasi è sui pettegolezzi circa la sua presunta omosessualità. Göring è ridotto a un disturbo ghiandolare congenito, ai ricoveri psichiatrici svedesi del 1924-26, all&rsquo;abuso di morfina; Goebbels, &ldquo;degenerato e storpio&rdquo;, ricadrebbe - annota con compiacimento - sotto i paragrafi della legge sulla sterilizzazione coatta dei minderwertig, gli inferiori; e così via, fino a Himmler, “mistico schizofrenico&quot;. Bastano questi esempi: il metodo è sempre lo stesso, e conta più dei singoli verdetti. Conclude denunciando la &ldquo;marmaglia&rdquo; sanguinaria portata al potere dalla disoccupazione e dalla crisi, dal fronte di Harzburg, da Hugenberg, Papen e Hindenburg, con il sostegno dell&rsquo;industria e delle banche che la usarono come arma contro la Repubblica. Slogan finale: &ldquo;La verità trionferà!&rdquo;.</p>
<p>Il testo colpisce per la sua connotazione pseudoscientifica, che contraddice la fama dell’autore. Il progetto di Kronfeld, coltivato fino agli ultimi anni, era quello di fondare la psichiatria e la psicologia come scienze rigorose. Aveva combattuto la teoria della degenerazione e il determinismo biologico, quest’ultimo implicito anche nell’approccio di Hirschfeld. Lo stesso uomo chiudeva la propria esistenza imbracciando l&rsquo;arma della degenerazione e del determinismo, cioè l&rsquo;arsenale pseudoscientifico che i nazisti riversavano contro ebrei, oppositori, scienziati e artisti non indottrinati, omosessuali, disabili.</p>
<p>Kronfeld sapeva di contraddirsi? I più dicono di sì: spense consapevolmente lo scienziato e accese il propagandista. Lo scenario - la guerra totale, la disperazione personale, il rischio concreto di cadere nelle mani dei nazisti - gli fece perdere il controllo, e &ldquo;scelse&rdquo; di usare in modo strumentale un apparato concettuale che aveva in prima persona screditato. La domanda interessante non è però se fosse consapevole, ma: cosa resta dell&rsquo;integrità etico-epistemica di un ricercatore quando l&rsquo;unica arma retorica a portata di mano è quella dei suoi persecutori, e l&rsquo;alternativa è il silenzio davanti a Hitler?</p>
<p>Nei decenni intorno al 1900, la teoria della degenerazione attraversava tutte le ideologie, dal cattolicesimo integralista al socialismo al liberalismo: una visione deterministica dello sviluppo umano, costruita su dati osservazionali sparsi e privi di valenza esplicativa, manipolati con teorie fantasiose ma intuitive, che promettevano di progettare società ideali. Ne vennero incubi. È la macchina che Lombroso, socialista moderato, aveva puntato contro i rivoluzionari - giacobini, regicidi, Lazzaretti - e che Kronfeld punta contro i controrivoluzionari nazisti. O che il liberale e sionista Max Nordau (1849-1923), amico di Lombroso, indirizzò contro correnti le artistiche e letterarie innovative, salvo che il suo concetto di “arte degenerata” (o cultura degenerata) fu assunto dai nazisti per perseguire intellettuali ebrei e critici del nazismo.</p>
<p>Identico strumentario diagnostico, vettore politico rovesciato: esattamente la plasticità ideologica che rende la degenerazione una forma vuota, riempibile da qualsiasi progetto normativo. Il rovesciamento si sigilla da sé, perché quella grammatica era stata raffinata anche da scienziati ebrei ed emancipazionisti - Hirschfeld, mentre Kronfeld la combatteva - prima di diventare arma nazista contro di loro, e infine arma di un ebreo disperato contro i nazisti.</p>
<p>Di questa ambiguità si è recentemente servito Peter Kratz - psicologo e polemista militante, presidente del fantomatico BIFFF (Berliner Institut für Faschismus-Forschung und Antifaschistische Aktion), un&rsquo;associazione berlinese da lui fondata, attiva soprattutto tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila nella ricerca e nell&rsquo;attivismo contro l&rsquo;estrema destra.  Del testo di Kronfeld ha curato la traduzione tedesca nel 2012 per attaccare gli approcci biologizzanti all&rsquo;omosessualità, difesi da Hirschfeld come strategia emancipativa: se l&rsquo;omosessualità è naturale, allora non va moralizzata né perseguita. Kratz ribalta la lettura e sostiene che quello era &ldquo;il contrario del pensiero emancipativo&rdquo;. Era un pensiero “disumano”. E usa Kronfeld come grimaldello contro Hirschfeld. La Magnus-Hirschfeld-Gesellschaft lo ha accusato apertamente, con solide prove, di citazioni manipolate e di libere associazioni.</p>
<p>Resta la lezione di fondo, che è al tempo stesso epistemica e politica. Sul piano epistemico, la diagnosi a distanza è priva di valore: si fonda sul sentito dire, non è falsificabile, e - Kronfeld lo prova suo malgrado - è disponibile a chiunque, per qualunque bersaglio. Ma supponiamo pure che una diagnosi sia accurata: resterebbe politicamente irrilevante. In una democrazia costituzionale non conta se un leader presenti tratti riconducibili a questa o a quella categoria, ma se i suoi comportamenti producono effetti dannosi per le istituzioni, lo stato di diritto e il funzionamento del sistema. Quando ciò accade, la questione cessa di essere clinica e diventa politica. A quel punto non servono diagnosi migliori, ma argini più solidi: la capacità degli altri organi costituzionali, delle forze politiche, delle stesse strutture di governo di limitare e correggere il danno. Una democrazia non si difende psichiatrizzando il capo, ma costruendo contrappesi che funzionano a prescindere dalla sua psiche. Il problema politico non è la salute mentale del leader: è la robustezza delle istituzioni chiamate a mitigare gli effetti delle sue decisioni. È precisamente quello che a Kronfeld, nella Mosca del 1941, mancava del tutto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La salute pubblica comincia dalle piante: la lezione della Xylella</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-pubblica-comincia-piante-lezione-xylella/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-pubblica-comincia-piante-lezione-xylella/</guid><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 07:08:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudia Cosma</dc:creator><category>ambiente</category><description>La vicenda della Xylella in Puglia è stata raccontata soprattutto come un disastro agricolo. Lo è stata: ha colpito milioni di ulivi, compromesso aziende, frantoi, paesaggi ed economie locali. Ma limitarsi a questa lettura rischia di farci perdere la lezione più importante. La Xylella è stata anche una crisi ambientale, sociale e sanitaria. Una crisi One Health , nel senso più concreto del termine.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/salute-pubblica-comincia-piante-lezione-xylella-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/salute-pubblica-comincia-piante-lezione-xylella-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando nel 2013, nelle campagne del Salento, gli ulivi cominciarono a seccare in modo anomalo, il fenomeno apparve subito inquietante. Le foglie ingiallivano, i rami si disseccavano, intere chiome sembravano prosciugarsi. In un territorio in cui l’ulivo non è soltanto una coltura, ma identità, paesaggio e memoria familiare, la malattia delle piante fu percepita fin dall’inizio come una ferita collettiva.</p>
<h2 id="un-batterio-mai-visto-prima-in-europa">Un batterio mai visto prima in Europa</h2><p>In breve tempo venne identificato il responsabile: Xylella fastidiosa, un batterio fino ad allora mai segnalato stabilmente in Europa. Il ceppo individuato in Puglia appartiene alla sottospecie pauca ed è associato al complesso del disseccamento rapido dell’olivo. Il batterio viene trasmesso da insetti vettori, tra cui la cosiddetta sputacchina, che nutrendosi della linfa permette al patogeno di entrare nei vasi xilematici della pianta, i canali attraverso cui l’acqua risale dalle radici alla chioma. Una volta all’interno, il batterio si moltiplica e ostacola il passaggio della linfa. L’albero, progressivamente, muore di sete.</p>
<p>Il vettore ha una capacità limitata di movimento autonomo, ma può spostarsi anche in modo passivo, attaccandosi alle carrozzerie di auto e veicoli. Questa possibilità contribuisce a spiegare la rapida risalita dell’epidemia da Santa Maria di Leuca verso Bari e la concentrazione della moria di ulivi lungo alcune grandi arterie di trasporto.</p>
<p>A ben vedere, una portatrice sana esiste in questa storia: la pianta ornamentale di caffè giunta dal Costa Rica. I successivi test di patogenicità confermarono la positività alla Xylella in 11 piante, tutte di caffè, 10 delle quali provenienti proprio da quello Stato. L’organismo vegetale era suscettibile all’infezione, ma asintomatico, perché proveniente da un Paese in cui una lunga convivenza fra patogeno e pianta aveva consentito un reciproco adattamento. In Puglia la storia fu ben differente: l’incontro con cultivar identitarie ma vulnerabili produsse una devastazione senza precedenti. La scoperta fu allarmante perché mostrò la vulnerabilità dei sistemi agricoli europei all’introduzione di organismi nocivi favoriti dagli scambi globali, dalla circolazione di piante e merci. Per le piante già infette non c’erano cure risolutive: restavano controllo del vettore, abbattimenti mirati e zone cuscinetto.</p>
<p>Quando nel febbraio del 2014 un primo audit degli ispettori dell’Unione Europea lamentò la sostanziale assenza di misure di contenimento ed eradicazione, l’epidemia aveva ancora un’estensione governabile, per quanto vistosa: tra 6 e 8 mila ettari. Raggiunse poi i 96 mila ettari, finendo per uccidere 21 milioni di alberi lungo un’estensione di 150 chilometri, da Santa Maria di Leuca fino a Ostuni, nel Brindisino. I danni si calcolano nell’ordine dei miliardi. Il colpo fu fatale per buona parte dell’olivicoltura salentina: produzione di olive e olio drasticamente ridotta, frantoi chiusi, migliaia di posti di lavoro perduti. A fine 2025, la stima è di una perdita secca per il territorio di 2 miliardi di euro. «È la peggiore emergenza fitosanitaria al mondo», si arrivò a concludere.</p>
<h2 id="dalla-crisi-fitosanitaria-alla-crisi-politica">Dalla crisi fitosanitaria alla crisi politica</h2><p>Fu proprio sulle misure di contenimento che la crisi fitosanitaria si trasformò in una crisi politica, sociale e comunicativa. L’idea di abbattere ulivi, spesso secolari o monumentali, provocò una reazione durissima: per molti agricoltori e cittadini significava accettare una perdita irreversibile, non solo economica, ma simbolica. In quel vuoto emotivo e istituzionale si inserirono ipotesi alternative, sospetti e teorie del complotto. Si disse che la causa non fosse la Xylella, ma i funghi, l’incuria, l’uso di pesticidi, l’impoverimento dei suoli o generici interessi economici. In alcuni casi si arrivò a ipotizzare che dietro l’epidemia ci fossero multinazionali, Unione Europea o piani per sostituire gli ulivi tradizionali con cultivar più produttive, come racconta Daniele Rielli nel libro <a href="https://www.rizzolilibri.it/libri/il-fuoco-invisibile/" rel="noopener"><em>Il fuoco invisibile</em></a>, e come mostrano invece i reali programmi di <a href="https://olivonews.it/olivicoltura-da-un-incrocio-ecco-la-cultivar-dai-risultati-sorprendenti/" rel="noopener">incrocio varietale</a>. </p>
<p>La comunicazione scientifica non riuscì a reggere l’urto: spiegazioni complesse e prudenti da una parte, immagini immediate degli abbattimenti dall’altra. Così una misura dolorosa ma necessaria fu percepita come un’aggressione al territorio. La difesa degli ulivi si è trasformata, paradossalmente, in opposizione agli interventi che avrebbero potuto salvarne molti altri.</p>
<p>Anche le istituzioni faticarono a mantenere una linea chiara. Le misure furono lente, contestate, frammentate, come ha riconosciuto lo stesso <a href="https://www.ansa.it/puglia/notizie/2026/03/29/lollobrigida-commissario-xylella-porra-fine-ad-assenza-strategica_a8149d8a-1178-4b27-ad97-d213832e2bfe.html" rel="noopener">ministero dell’Agricoltura</a>: ricorsi, proteste e resistenze locali rallentarono gli interventi. Nel 2015 il commissario straordinario Giuseppe Silletti avrebbe dovuto imprimere una svolta, ma il suo piano incontrò forti opposizioni. Purtroppo in un’epidemia vegetale trasmessa da insetti vettori, ogni ritardo dà al patogeno più tempo e più spazio.</p>
<p>A complicare il quadro arrivò anche l’intervento della magistratura. Alcuni ricercatori, tecnici e lo stesso commissario furono indagati dalla procura di Lecce con accuse molto gravi, poi archiviate. Ma l’effetto sul dibattito pubblico fu profondo: in un clima già dominato dalla sfiducia, l’inchiesta contribuì a indebolire l’autorevolezza degli esperti e a rafforzare l’idea che ci fosse qualcosa di oscuro nella gestione dell’emergenza. Il sospetto si diffonde rapidamente; la sua smentita arriva tardi e raggiunge molte meno persone.</p>
<h2 id="un-paesaggio-che-è-anche-infrastruttura-vivente">Un paesaggio che è anche infrastruttura vivente</h2><p>Nel frattempo, la Xylella avanzava verso Nord. Il paesaggio cambiò in pochi anni: campi un tempo dominati da chiome argentee e tronchi monumentali divennero distese di alberi secchi, come testimonia anche la <a href="https://olivonews.it/frantoi-decimati-dalla-xylella-dramma-da-non-replicare/" rel="noopener">chiusura record dei frantoi</a> della zona. Gli ulivi non sono soltanto unità produttive. Sono infrastrutture viventi: regolano il microclima, ombreggiano il suolo, ospitano biodiversità, trattengono carbonio, limitano l’erosione, contribuiscono alla qualità del paesaggio e al benessere delle comunità. I tronchi più antichi rappresentano microhabitat per insetti, uccelli, licheni, funghi e microrganismi. Le radici contribuiscono a stabilizzare il terreno, in un’area esposta a siccità, incendi ed eventi meteorologici estremi. In tempi di climate change, il dato più immediato riguarda anche la perdita di capacità di cattura della CO₂: ciascuno degli ulivi secolari del Salento è capace di stoccare 2.600 chili di anidride carbonica. Senza di loro, i gas climalteranti incontrano un ostacolo in meno, come indica una ricerca sul <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S026121942030452X?via%3Dihub" rel="noopener">sequestro di carbonio</a> degli uliveti.</p>
<p>Quando milioni di alberi muoiono, non si perde soltanto produzione agricola. Si modifica l’ambiente in cui le persone vivono, lavorano, respirano, costruiscono relazioni e identità. Per molte comunità salentine la Xylella ha significato vedere scomparire in pochi anni un elemento che sembrava immutabile. Questa perdita ha un impatto economico, ma anche psicologico e culturale.</p>
<h2 id="una-questione-di-salute-pubblica-non-solo-agricola">Una questione di salute pubblica, non solo agricola</h2><p>È qui che la Xylella diventa una questione di sanità pubblica. La salute pubblica non comincia negli ospedali e non riguarda solo virus, vaccini o stili di vita individuali. Dipende anche dalla qualità degli ecosistemi, dalla stabilità del clima, dalla biodiversità, dalla sicurezza alimentare, dalla capacità dei territori di resistere agli shock ambientali. La morte degli ulivi salentini ha reso visibile un legame che spesso resta astratto: la salute delle piante è parte della salute dei territori e delle persone che li abitano.</p>
<p>L’approccio One Health nasce per superare la separazione tra salute umana, animale e ambientale. Negli ultimi anni è diventato centrale nel dibattito su pandemie, zoonosi, resistenza antimicrobica e cambiamento climatico. Tuttavia, la salute delle piante continua spesso a rimanere ai margini: è trattata come tema agricolo, fitosanitario o economico, ma raramente come parte della prevenzione e della salute pubblica, come sottolinea una recente <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352771425001168?via%3Dihub" rel="noopener">ricerca scientifica.</a></p>
<p>Eppure le analogie con altre emergenze sanitarie sono evidenti. Anche qui servono sorveglianza, diagnosi precoce, sistemi informativi affidabili, comunicazione del rischio, coordinamento tra livelli istituzionali e interventi tempestivi. Anche qui il ritardo può trasformare un focolaio contenibile in una crisi diffusa. E anche qui la fiducia della popolazione è decisiva: senza adesione degli agricoltori, dei cittadini e degli amministratori locali, le misure corrette rischiano di restare sulla carta. </p>
<p>La Xylella mostra perché questa separazione non funziona. Un patogeno vegetale può alterare un paesaggio, impoverire la biodiversità, compromettere economie locali, generare conflitti sociali, alimentare disinformazione e mettere alla prova la fiducia nelle istituzioni. Può, in altre parole, produrre effetti che vanno ben oltre la pianta malata.</p>
<h2 id="ricostruire-in-modo-diverso-non-solo-sostituire">Ricostruire in modo diverso, non solo sostituire</h2><p>C’è poi un’altra lezione: la vulnerabilità dei sistemi agricoli uniformi. L’olivicoltura salentina era fortemente basata su poche varietà tradizionali, come Ogliarola salentina e Cellina di Nardò, risultate molto sensibili all’infezione. Questo non significa che la tradizione sia stata la causa dell’epidemia. Significa però che sistemi agricoli poco diversificati possono essere più fragili di fronte a patogeni emergenti, soprattutto in un mondo in cui scambi globali e cambiamento climatico facilitano l’arrivo e l’adattamento di nuovi organismi nocivi.</p>
<p>Negli ultimi anni sono state individuate cultivar più resistenti, come Leccino e Favolosa, e sono stati avviati programmi di reimpianto. È una strada necessaria, ma non sufficiente: la rigenerazione non dovrebbe limitarsi a sostituire alberi morti con alberi nuovi. Dovrebbe interrogarsi sul paesaggio agricolo da ricostruire, più resistente e diversificato, capace di integrare produzione, biodiversità e tutela del suolo. La preparedness, qui, coincide con la capacità di trasformare presto la conoscenza scientifica in azione condivisa.</p>
<p>La vicenda degli ulivi salentini dovrebbe interessare non solo agronomi e fitopatologi, ma anche professionisti di sanità pubblica, epidemiologi, decisori politici e comunicatori della scienza. Le crisi del futuro saranno sempre più spesso ibride: biologiche, ambientali, sociali, economiche e informative insieme. Prepararsi significa imparare a leggere questi piani insieme.<br>
La Xylella non dovrebbe essere ricordata soltanto come la peste degli ulivi. È stata una crisi ecologica e sanitaria riconosciuta presto dalla scienza, ma affrontata troppo tardi come emergenza collettiva. E resta un avvertimento: nel tempo delle malattie emergenti, del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità, la salute pubblica comincia anche dalle radici degli alberi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Radiati per l’antiscienza, la politica vuole riaprire loro l’Ordine</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/radiati-antiscienza-politica-vuole-riaprire-loro-ordine/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/radiati-antiscienza-politica-vuole-riaprire-loro-ordine/</guid><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 14:52:00 +0200</pubDate><dc:creator>Silvia Bencivelli</dc:creator><category>salute</category><description>Un emendamento approvato dalla Commissione Affari Sociali della Camera consentirebbe ai sanitari radiati per fatti legati alla pandemia di chiedere la reiscrizione all’Ordine. Non riguarda i medici sospesi perché non vaccinati, ma professionisti colpiti da sanzioni disciplinari anche per aver promosso pratiche e terapie prive di basi scientifiche. La Fnomceo protesta: per il presidente Filippo Anelli è una delegittimazione degli Ordini e un affronto a chi ha curato e perso la vita durante il Covid. La questione va anche oltre i singoli casi: in gioco c’è l’autonomia della professione nel tutelare i pazienti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/radiati-antiscienza-politica-vuole-riaprire-loro-ordine-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/radiati-antiscienza-politica-vuole-riaprire-loro-ordine-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Radiati dall’Ordine, riammessi dalla politica. E l’Ordine, giustamente, protesta. Ieri, 14 luglio, la Commissione Affari Sociali della Camera ha infatti approvato un emendamento che, se diventasse legge, riaprirebbe la porta dell’Ordine dei medici ai sanitari che erano stati radiati per fatti legati alla pandemia di Covid. La norma ha la prima firma della deputata di Fratelli d&rsquo;Italia Alice Buonguerrieri ed è stata inserita all&rsquo;interno della legge delega di riforma delle professioni sanitarie. </p>
<p>La reazione della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) è durissima. «Siamo sconcertati, amareggiati e delusi», ha dichiarato il presidente Filippo Anelli. Aprire una finestra per la reiscrizione immediata di chi ha diffuso terapie antiscientifiche durante il Covid, ha aggiunto, «è una delegittimazione del ruolo degli Ordini professionali a tutela della salute individuale e collettiva. Ed è un affronto alle vittime del Covid, e, tra loro, ai 383 medici e odontoiatri e a tutti i professionisti della salute che hanno sacrificato la loro vita per continuare a curare».</p>
<p>Che cosa prevede l’emendamento, e chi riguarda. La norma non prevede un reintegro automatico: comunque consente ai sanitari radiati di chiedere la reiscrizione, presentando istanza entro sessanta giorni dall&rsquo;entrata in vigore della legge. Basta questo.</p>
<p>I medici interessati non sono quelli che non si erano vaccinati (loro sono stati soltanto sospesi: la sospensione non è una sanzione disciplinare ma una misura automatica, prevista dalla legge, ed è decaduta nel novembre 2022 quando l&rsquo;obbligo è stato revocato). Sono invece i medici che hanno attivamente promosso idee e pratiche antiscientifiche, mettendo a rischio la salute dei propri pazienti e la salute pubblica.</p>
<p>Si noti che la radiazione è l&rsquo;extrema ratio del potere disciplinare che cancella un professionista dall&rsquo;albo. Ha riguardato medici come l’anestesista che durante la pandemia scoraggiava i pazienti dal curarsi, dal vaccinarsi e dal recarsi in ospedale. E quando il suo Ordine ha avviato il procedimento, contestandole anche i toni violenti con cui aggrediva colleghi, ospedali e istituzioni, ha risposto in pubblico con un «me ne fotto».</p>
<p>C’è anche chi della radiazione ha fatto una bandiera politica, come Riccardo Szumski, 73 anni, medico di base in provincia di Treviso. Radiato dall&rsquo;Ordine dei medici, ha presentato ricorso e ha continuato a lavorare. Nel 2022 ha fondato l&rsquo;associazione &ldquo;Resistere con Szumski&rdquo;: alle ultime regionali venete la sua lista è stata l&rsquo;unica, fuori dalle grandi coalizioni, a superare lo sbarramento, con oltre il 5 per cento e due consiglieri eletti. Nel suo comune ha preso il 43 per cento. La sua campagna ruotava attorno a un&rsquo;idea precisa: che la tutela della salute pubblica (vaccini e green pass per prima) sia un pretesto per controllare le persone e favorire gli interessi di Big Pharma.</p>
<p>E tanti altri sedicenti medici no-vaxx e free-vaxx (una differenza sottilissima) aggressivi e pronti alla querela milionaria di cui però la norma ha a lungo consentito di nascondere i nomi. Il procedimento disciplinare infatti viene aperto dall&rsquo;Ordine territoriale ma il sanitario, fino a pochi mesi fa, aveva diritto di ricorrere alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, la Cceps, l&rsquo;organo di giurisdizione speciale presso il ministero della Salute (una specie di corte d&rsquo;appello). Il ricorso sospendeva l&rsquo;efficacia della sanzione fino alla pronuncia della Commissione. Quindi anche la radiazione. E questo consentiva al sanitario di continuare a esercitare e vietava ai giornalisti di pronunciarne il nome associandolo alla parola “radiazione”. </p>
<p>Il problema è stato che la Cceps è decaduta proprio alla fine del 2020 e i ricorsi sono a lungo caduti nel vuoto: chi era stato radiato o sospeso ha potuto continuare a esercitare a tempo indefinito, protetto dal ricorso pendente. La Fnomceo aveva denunciato il paradosso, stimando in circa duecento i medici radiati ancora in attività su un arretrato complessivo di quasi novecento procedimenti. </p>
<p>Poi l’anno scorso la situazione si è sbloccata. La Commissione è stata ricostituita per il quadriennio 2025-2029, e una riforma ha stabilito che le sanzioni degli Ordini siano immediatamente esecutive in attesa della decisione. Adesso la Cceps è tornata a pieno regime e ha smaltito gran parte dell&rsquo;arretrato.</p>
<p>Solo che proprio mentre il meccanismo cominciava finalmente a funzionare, l&rsquo;emendamento arriva a riaprire la porta ai medici radiati dall’Ordine.</p>
<p>Una nota a margine: le condizioni che l&rsquo;emendamento usa come presupposti per riammettere i radiati sono copiate quasi alla lettera dalla legge 76/2021, cioè il cosiddetto scudo penale Covid. Solo che quell’articolo era stato pensato per proteggere dalle azioni penali i sanitari che avevano lavorato durante la pandemia sotto la pressione dell’urgenza e in condizioni di grave stress. Oggi l’emendamento Buonguerrieri li usa per difendere chi, nello stesso periodo, faceva propaganda antiscientifica. E lo fa riferendosi a una presunta «limitatezza delle conoscenze» che appare decisamente improprio, visto che la stragrande maggioranza dei medici si è attenuta alle linee guida. </p>
<p>La posta in gioco è molto più alta del semplice reintegro di duecento sanitari che non dovrebbero esercitare. Perché se l&rsquo;emendamento diventasse legge, prosegue Anelli, «verrebbe svuotato il ruolo disciplinare degli Ordini. La radiazione è infatti la sanzione che certifica che il sanitario si è voluto chiamare fuori dalla comunità professionale, decidendo di non seguire i precetti che la comunità stessa, liberamente, sceglie di autoimporsi, e che costituiscono il Codice deontologico».</p>
<p>Quei precetti non sono un dettaglio formale. L&rsquo;articolo 13 del Codice di deontologia medica stabilisce che la prescrizione debba fondarsi sulle evidenze scientifiche disponibili e sul rispetto dei principi di efficacia, sicurezza e appropriatezza, e vieta al medico di adottare o diffondere pratiche di cui non sia disponibile idonea documentazione scientifica valutabile, così come di ricorrere a &ldquo;terapie segrete&rdquo;. È il confine, sempre parole di Anelli, oltre il quale «non può chiamarsi medico chi adotta e diffonde terapie antiscientifiche, che possono causare danni alla salute».</p>
<p>Comminare quella sanzione, aggiunge, non è mai una decisione presa con leggerezza: estromettere un collega «è una ferita per tutta la comunità. Una ferita che però si rende necessaria per difendere i pazienti e l&rsquo;onore stesso della Professione».</p>
<p>Ribadiamolo: l’Ordine dei medici è un ente pubblico sussidiario dello stato con il compito di certificare chi ha titolo a chiamarsi medico. «L&rsquo;autonomia degli Ordini non è un privilegio delle professioni. È una garanzia per la collettività. Indebolirla significa indebolire uno dei presidi sui quali si fonda il rapporto di fiducia tra cittadini, professionisti e istituzioni». Una fiducia che, ci dicono le statistiche, nel nostro paese è ancora molto alta: «la stragrande maggioranza degli italiani ha fiducia nei medici. una fiducia che supera quella in tutte le altre istituzioni», chiosa Anelli. </p>
<p>A che punto siamo. L’emendamento non è ancora legge. Al momento ha avuto il sostegno dei membri della Commissione Affari Sociali della Camera, con i voti della maggioranza di centrodestra. L’opposizione ha votato compatta contro, definendolo un “colpo di spugna” e una “sanatoria” e ha sottolineato il rischio di avallare anche un sistema di disinformazione a mezzo social fuori dal controllo di ordini e istituzioni. Dopo l’approvazione della Commissione adesso l’iter prevede il passaggio alle commissioni competenti in sede consultiva e poi in aula a Montecitorio. Se passasse, sarebbe una sconfitta per tutti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ha senso depavimentare le città?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/senso-depavimentare-citta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/senso-depavimentare-citta/</guid><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 06:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Depavimentare le città aiuta a ridurre gli inquinanti atmosferici e la temperatura locale, soprattutto se al posto del cemento si realizzano aree verdi molto estese. In Italia specialmente, dove il consumo di suolo è ancora in crescita, potrebbe essere un buono strumento di adattamento climatico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/senso-depavimentare-citta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/senso-depavimentare-citta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Secondo le <a href="https://www.regreen-project.eu/news/guidelines-for-a-depaving-and-regreening-strategy-in-cities/" rel="noopener">linee guida per la depavimentazione e il rinverdimento urbano</a> del 2022 (finanziato nell’ambito di Horizon 2020) la superficie urbanizzata nell&rsquo;Unione Europea è cresciuta del 78% dalla metà degli anni Cinquanta, a fronte di una crescita della popolazione di appena il 33%. Il risultato è che grandi estensioni di suolo urbano sono oggi sigillate, cioè ricoperte da asfalto, cemento o altri materiali impermeabili che impediscono all&rsquo;acqua di filtrare nel terreno. Per di più eliminano la vegetazione, assorbono il calore solare e riducono la biodiversità locale. Ecco perché nasce l’idea di rimuovere molte di queste superfici per restituire il suolo alle sue funzioni naturali.</p>
<h2 id="riduzione-delleffetto-isola-di-calore">Riduzione dell’effetto “isola di calore”</h2><p>Le aree densamente costruite possono essere fino a 10°C più calde delle zone rurali circostanti. L’apporto di vegetazione contrasta questo meccanismo attraverso due processi principali: l&rsquo;ombreggiamento diretto e l&rsquo;evapotraspirazione, ossia il rilascio di vapore acqueo da parte delle piante, che raffredda l&rsquo;aria circostante.</p>
<p>La presenza di alberi in particolare può abbassare le temperature locali tra i 3°C e i 5°C, a patto però che le piante dispongano di sufficienti quantità di acqua (per cui diventano dirimenti i sistemi di raccolta e stoccaggio dell&rsquo;acqua piovana). E, in più, gli effetti di raffrescamento sono molto localizzati: allontanandosi dall’area verde si riduce molto il beneficio e per aree inferiori agli 0,5 ettari sostanzialmente non esistono benefici per l’ambiente circostante.</p>
<p>Alcuni esempi citati dal documento. A Lione, la trasformazione di un tratto di 3 chilometri della Rue Garibaldi in un viale alberato ha prodotto una riduzione delle temperature tra 1,78°C e 2,33°C nei mesi di agosto 2016 e 2017. Ad Aubervilliers, la rinaturalizzazione di un parcheggio ha registrato una riduzione media di 2°C sotto la chioma degli alberi. A Seoul, la demolizione di un&rsquo;autostrada sopraelevata e il ripristino del fiume Cheonggyecheon ha prodotto temperature da 3,3 a 5,9°C più fresche rispetto a una strada parallela poche centinaia di metri più in là. A Berlino e Valencia si registra un effetto di raffreddamento di circa 2/3°C all&rsquo;interno di parchi tra i 20 e i 200 ettari, con effetti misurabili fino a 330 metri oltre il confine del parco.</p>
<h2 id="riduzione-rischio-alluvione">Riduzione rischio alluvione</h2><p>Un suolo impermeabilizzato non assorbe l&rsquo;acqua, ma la convoglia rapidamente verso i sistemi fognari, spesso saturandoli, con conseguente allagamento. E con il cambiamento climatico il fenomeno tende ad aumentare. Ecco perché depavimentare i suoli aiuterebbe l’acqua a filtrare nel suolo maggiormente, riducendo la portata di picco durante le piogge intense. Il documento cita Amsterdam, dove un cortile asfaltato è stato convertito in spazio verde con l’aggiunta di cisterne di raccolta per stoccare l&rsquo;acqua piovana e renderla disponibile nei periodi di siccità. Ancora, in Francia si stima che appena il 10% di copertura impermeabile in un bacino idrografico è sufficiente ad aumentare significativamente il deflusso superficiale. Ecco perché «giardini allagabili», «cunette piantumate», «vasche di laminazione» e altro stanno diventando infrastrutture idrauliche a tutti gli effetti.</p>
<h2 id="biodiversità-urbana-e-qualità-dellaria">Biodiversità urbana e qualità dell’aria</h2><p>La depavimentazione crea o ripristina habitat per specie vegetali, insetti impollinatori, uccelli e piccola fauna locale. È però importante scegliere opportunamente le specie, perché quelle locali ospitano una maggiore varietà di insetti rispetto alle specie ornamentali esotiche.</p>
<p>La vegetazione, inoltre, filtra alcuni inquinanti atmosferici: il particolato fine (PM2.5 e PM10) si deposita sulle foglie, mentre alcune specie assorbono inquinanti come il biossido di azoto (NO₂). A Seoul, per esempio, il ripristino del già citato fiume Cheonggyecheon ha prodotto una riduzione del 35% del particolato atmosferico (da 74 a 48 microgrammi per metro cubo). Il documento tuttavia avverte che questi effetti dipendono da molti fattori, come le specie vegetali scelte, i flussi d’aria e la posizione rispetto alle fonti inquinanti.</p>
<h2 id="la-depavimentazione-riduce-le-emissioni-di-gas-serra">La depavimentazione riduce le emissioni di gas serra?</h2><p>La depavimentazione non è di per sé una soluzione di mitigazione climatica, perché agisce fondamentalmente in modo indiretto sulla riduzione delle emissioni di gas serra. A Strasburgo, per esempio, uno studio citato dal documento ha misurato che gli alberi urbani riescono a eliminare lo 0,03% della CO₂ locale, che risulta piuttosto limitato come contributo alla riduzione globale delle emissioni climalteranti. Lo stesso discorso vale per la riduzione dei consumi energetici grazie al minor utilizzo di aria condizionata: non è facile stimarlo e i fattori sono variegati. Lo stesso IPCC scrive che per ridurre le emissioni di CO₂ è molto più importante ed efficace agire sulle <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter07.pdf" rel="noopener">foreste</a>, cioè quindi su superfici molto più estese del solo <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter08.pdf" rel="noopener">verde in città</a>.</p>
<h2 id="costi-della-depavimentazione">Costi della depavimentazione</h2><p>I suoli urbani, soprattutto quelli di ex aree industriali o parcheggi, spesso contengono inquinanti: metalli pesanti (cadmio, piombo, rame), idrocarburi, residui chimici di varia natura. Prima di qualsiasi rinaturalizzazione, quindi, è necessaria un&rsquo;analisi del suolo, che le linee guida europee stimano in un costo che si aggira attorno ai 200 euro a campione.</p>
<p>In generale, il costo medio della “de-sigillatura” può essere tra i 60 e i 270 euro per metro quadrato. Ovviamente l’ampiezza della forbice dipende dal grado di complessità delle operazioni, come la demolizione delle strutture, la bonifica del suolo, la progettazione ecologica, il trasporto dei materiali e via dicendo.</p>
<p>Bisogna anche tenere presente che depavimentare significa spesso ridisegnare la mobilità della città. A Copenaghen, per dire, i posti auto occuperebbero, messi in fila, una superficie di 1,6 chilometri quadrati, rimpiazzare tutto questo asfalto con verde non è neutro sul piano della mobilità. Ad Avignone la rimozione di 1.900 parcheggi attorno alle mura storiche è stata possibile perché contestualizzata in un piano urbanistico più ampio.</p>
<p>Chiaramente, a fronte del costo di realizzazione è necessario tenere in considerazione anche i benefici economici che si otterrebbero. Le linee guida europee stimano che nella città francese di Douai la gestione alternativa del 25% degli spazi pubblici (che vengono quindi deimpermeabilizzati) produce un risparmio stimato di 1 milione di euro l&rsquo;anno.</p>
<h2 id="quanto-è-già-diffusa-la-depavimentazione">Quanto è già diffusa la depavimentazione?</h2><p>La de-pavimentazione è una pratica in rapida diffusione in Europa, ma ancora lontana da una scala sistemica. Oltre ai casi già citati, la Germania ha sviluppato degli strumenti per mappare superfici potenzialmente de-sigillabili e la Francia ha adottato l’obiettivo di <a href="https://www.mayenne.gouv.fr/Actions-de-l-Etat/Amenagement-durable-urbanisme-construction-patrimoine/Planification/Zero-artificialisation-nette-ZAN-comment-proteger-les-sols" rel="noopener">zero artificializzazione netta</a> al 2050.</p>
<p>In Italia, Genova è la <a href="https://www.ilpost.it/2026/05/20/depavimentazione-genova/" rel="noopener">prima</a> città ad aver inserito la depavimentazione nel piano urbanistico comunale, e a Milano, a Bologna e a <a href="https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/depaving-e-nuove-piante-a-piazzale-clodio.page" rel="noopener">Roma</a> si stanno facendo politiche simili. Queste misure si inseriscono però in un contesto in cui il consumo di suolo in Italia è ancora in crescita. Nel <a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici-edizione-2025/" rel="noopener">rapporto ISPRA</a> 2025 si legge che nel 2024 sono stati coperti da “nuove superfici artificiali” quasi 84 chilometri quadrati di suolo (+16% rispetto al 2023), a fronte di 5 chilometri quadrati che invece sono stati ripristinati. In altri termini è come se ogni giorno si perdessero 230mila metri quadrati di terreno; e, in particolare, le fasce costiere registrano una percentuale di suolo consumato che è più del triplo del resto del territorio italiano.</p>
<p>Depavimentare quindi è necessario per ridurre localmente temperatura e inquinanti atmosferici, alleggerire il rischio alluvioni (ma meno efficace per ridurre le emissioni di gas serra) e arricchire la biodiversità locale. È una misura che si inserisce nella lotta al consumo di suolo e che andrebbe pertanto adottata nelle città che stanno diventando ormai sature di cemento e parcheggi (che sono molte).</p>
<h4 id="segnaliamo-il-sito-storico-sullargomento-depave-che-dal-2008-sensibilizza-e-supporta-progetti-di-depavimentazione">Segnaliamo il sito storico sull’argomento <a href="https://www.depave.org/" rel="noopener">depave</a>, che dal 2008 sensibilizza e supporta progetti di depavimentazione.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Il prezzo della salute: come la povertà economica genera la povertà sanitaria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria/</guid><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 07:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Paolucci</dc:creator><category>salute</category><description>Universalità, equità e uguaglianza: sono questi i tre pilastri su cui poggia il nostro Servizio sanitario nazionale, fondato nel 1978. Negli ultimi anni, tuttavia, questo modello si è progressivamente allontanato dalla sua ispirazione originaria, scivolando verso una logica puramente prestazionale. Sulla carta, la salute è ancora un diritto di tutti, nei fatti, sta diventando un lusso per pochi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prezzo-salute-poverta-economica-genera-poverta-sanitaria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di dover scegliere, arrivati a metà mese, se riempire il carrello della spesa o andare in farmacia a ritirare l’antibiotico per vostro figlio. O di dover rinunciare a quella visita cardiologica che aspettate da mesi perché l’alternativa pubblica ha una lista d’attesa di un anno e quella privata costa quanto mezza bolletta della luce. Questa è la quotidianità per i quasi 6 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta, con un trend in costante aumento nell’ultimo decennio (Istat). «In questo scenario di “permacrisi”, caratterizzato dal susseguirsi e dall’intrecciarsi di tensioni economiche, sociali e geopolitiche, la povertà ha smesso di essere un fenomeno eccezionale e temporaneo, trasformandosi in una condizione di strutturale normalità per una quota crescente della popolazione», si legge.  <br>
L’ultimo <a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/06/Sintesi_report-statistico-Caritas-_2026.pdf" rel="noopener">identikit sociologico</a> tracciato da Caritas Italiana lancia un allarme chiaro sulla natura multidimensionale del disagio: quando si è poveri, non manca mai una cosa sola. Nel 2025 la rete Caritas ha accompagnato 282.539 persone (il valore più alto mai registrato), in crescita del 48% nel decennio 2015–2025. Più della metà di chi si rivolge ai centri d’ascolto (55,6%) chiede aiuto per almeno due ambiti di supporto contemporaneamente.<br>
Ai bisogni primari legati a lavoro, casa e bollette si affianca un’autentica emergenza sanitaria e psicologica, le cui richieste d’aiuto hanno registrato un’impennata del 69,4% nell’ultimo decennio. Solo nel 2025, Caritas ha erogato oltre 76.000 prestazioni in ambito sanitario, tra visite mediche, esami clinici e distribuzione di farmaci. I dati dimostrano che la fragilità medica viaggia quasi sempre insieme all’isolamento sociale e all’indigenza: il 59,7% delle persone con problemi di salute sperimenta tre o più ambiti di bisogno, una percentuale che sfiora l’80% nel caso di patologie psichiatriche.</p>
<h2 id="gratis-ma-non-per-tutti-la-crisi-delluniversalismo-sanitario">Gratis ma non per tutti: la crisi dell’universalismo sanitario</h2><p>Secondo i <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/fr/publications/reports/2025/12/country-health-profile-2025-country-notes_7e72146d/italy_1a019ab7/74a3ce22-fr.pdf" rel="noopener">dati</a> dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), sono 5,8 milioni gli italiani che hanno dovuto rinunciare almeno una volta a visite specialistiche o accertamenti diagnostici pur avendone bisogno. Il report evidenzia come circa il 3,8% degli adulti italiani non sia riuscito a ottenere le cure necessarie a causa di costi, distanze o tempi d’attesa, un dato in linea con la media europea (3,6%), ma che nasconde profonde disuguaglianze interne.<br>
Questa rinuncia forzata segue una faglia geografica netta che spacca il Paese. Nonostante l’aumento di utenti assistiti dalla Caritas al Nord (+61,8% nell’ultimo decennio, segno che la povertà intercetta ormai anche le aree tradizionalmente più ricche), il tasso di limitazione e rinuncia alle cure tocca i picchi più drammatici nel Mezzogiorno. In regioni come Puglia e Calabria la percentuale di chi è costretto a ridurre le spese sanitarie oscilla tra il 35% e il 38%, a fronte di un ben più contenuto 8% registrato in alcune zone del Nord. Anche la spesa per i farmaci originali ricalca questo divario: la spesa pro capite passa dai 13,3 euro del Nord ai 23,5 euro del Sud.<br>
I tempi d’attesa continuano a rappresentare la barriera principale, un ostacolo che da solo ha interessato 2,7 milioni di persone. I ritardi si concentrano soprattutto nei punti di primo accesso: le visite iniziali e gli esami diagnostici rappresentano oltre il 60% dei blocchi legati alle tempistiche.<br>
«Le liste d’attesa chilometriche stanno distruggendo la prevenzione nel nostro Paese», affermano i sindacati dei medici di medicina generale. «Dire a un paziente oncologico o cardiopatico che per un esame diagnostico deve aspettare un anno equivale a dirgli di pagarselo da solo o di rinunciare. Il risultato è che vediamo arrivare nei pronto soccorso pazienti con patologie gravissime che si sarebbero potute bloccare mesi prima con una semplice visita».<br>
È in questo vuoto che si consuma la frattura della doppia povertà: chi ha le risorse economiche scavalca l’ostacolo pagando di tasca propria, chi non le ha rinuncia a curarsi.<br>
Il <a href="https://www.opsan.it/cm-files/2025/12/02/xii-rapporto-sulla-poverta%CC%80-sanitaria.pdf" rel="noopener">dodicesimo rapporto</a> del Banco Farmaceutico scatta una fotografia nitida delle coperture finanziarie sanitarie nel nostro Paese. In Italia la spesa sanitaria è sostenuta per circa il 74% da fondi pubblici e per il 26% da fonti private, di cui il 23–24% è pagato direttamente “out of pocket” dai cittadini. Se la sanità pubblica copre egregiamente la spesa ospedaliera (96% contro il 91% della media UE), mostra invece vistose crepe nei servizi ambulatoriali, dove il pubblico finanzia solo il 58% dei costi contro il 77% della media europea, e nell’assistenza odontoiatrica, che resta di fatto un servizio privato per chi ha superato i 14 anni. Non a caso, il 12,5% delle persone a rischio povertà segnala un bisogno odontoiatrico insoddisfatto, contro il 4,6% della popolazione generale.<br>
Il divario economico influenza non solo la quantità, ma la qualità stessa delle cure, dando vita a una vera e propria “tassa sulla povertà”. Le famiglie povere destinano alla sanità appena il 2,1% del loro budget mensile (contro il 4,4% delle famiglie non povere) e sono costrette a rimodulare drasticamente i propri consumi: tagliano la prevenzione e le visite specialistiche e concentrano la quasi totalità della loro ridotta capacità di spesa sui farmaci, che assorbono il 58,6% del budget sanitario (contro il 39,6% dei non poveri).<br>
Anche il mercato farmaceutico riflette questa crisi. Mentre la spesa pubblica per i medicinali è rimasta stabile, la quota a carico dei cittadini è cresciuta costantemente, arrivando a coprire il 45% della spesa farmaceutica totale. Nel 2023 i cittadini hanno pagato di tasca propria circa 7,1 miliardi di euro per farmaci non rimborsabili (classe C) e oltre un miliardo solo per coprire la differenza di prezzo tra il farmaco originale e il generico.</p>
<h2 id="la-salute-è-un-diritto-costituzionale-che-va-difeso">La salute è un diritto costituzionale che va difeso</h2><p>L’articolo 32 della Costituzione italiana recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Difendere l’universalismo del nostro SSN non è solo una scelta economica, ma una necessità sociale. La solidarietà, per quanto straordinaria, non può e non deve diventare un ammortizzatore sociale sostitutivo. È il cuore della “povertà sanitaria assistita” denunciata dalla Fondazione Banco Farmaceutico. «La salute non può essere legata al censo. Quando una madre deve chiederci gratuitamente l’ibuprofene o lo sciroppo per la tosse per il figlio perché non ha quei cinque o dieci euro in tasca, capiamo che la soglia della dignità è stata superata. La donazione del farmaco non è più un atto di carità, ma la sostituzione di un pezzo di Stato che non c’è più».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>«Sarei andato a scuola»</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sarei-andato-scuola/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sarei-andato-scuola/</guid><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 06:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>scuola</category><description>L’attrazione delle baby gang, sembra crescere, soprattutto al Sud. Proviamo a chiederci dove stiamo sbagliando. Che cosa riusciamo a proporre alle persone più giovani che non sia repressione, divieti, assenza di spazi e tempi? Serve una scuola più, non meno inclusiva.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sarei-andato-scuola-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sarei-andato-scuola-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Alcune settimane fa la Fondazione I figli degli altri, che opera a Napoli dal giugno 2022, ha reso noti i risultati di un’<a href="https://ifiglideglialtri.it/donations/parla-il-progetto-di-ascolto/" rel="noopener">indagine</a> che ha coinvolto 1.500 ragazzi tra i 13 e i 18 anni di diverse scuole napoletane. Il 7<a href="https://www.orizzontescuola.it/baby-gang-sexting-e-bullismo-il-70-degli-studenti-delle-medie-vuole-il-branco-per-sentirsi-accettato-sondaggio-choc-in-otto-scuole-tra-napoli-e-caserta/" rel="noopener">0 per cento degli adolescenti intervistati</a> ha dichiarato che vorrebbe affiliarsi a una baby gang per sentirsi accettato.<br>
Si tratta di risultati certamente preoccupanti, perché ci dicono che nell’educazione e nella crescita dei nostri ragazzi stiamo sbagliando qualcosa. Preoccupano e stridono con i dati sulla diminuzione della dispersione scolastica in Campania, spesso sbandierati come un grande successo. <br>
Il prefetto di Napoli in commissione antimafia il 16 giugno ha dichiarato che sulla devianza giovanile, «i social, senza dare giudizi di merito, incidono in maniera molto forte: ragazzi anche molto piccoli, di 11, 12, 13 anni, se vogliono legittimarsi agli occhi dei più grandi ed entrare in una baby-gang, devono avere tutta una serie di requisiti: lo smartphone, un coltello, la capacità di attentare alla salute altrui».</p>
<p>Che cosa non va, allora? Perché le baby gang sono così attrattive? Perché i ragazzi scelgono la violenza e la sopraffazione? <br>
Forse non sanno che quella strada li porterà, prima o poi, in carcere e che è sempre una strada senza uscita? Forse pensano che ciò che vivono sui social o nei videogiochi sia la realtà?<br>
Proviamo a chiederci dove stiamo sbagliando e, soprattutto, cosa possiamo fare per invertire questa tendenza.</p>
<h2 id="da-dove-ripartire">Da dove ripartire</h2><p>Al primo posto credo sia necessario un approccio porta a porta rivolto alle nuove famiglie: un’accoglienza capace di orientare i neo-genitori e di diffondere una vera <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sguardo-altrove-adolescence-verbi-dimenticati-genitorialita/">cultura della genitorialità</a>. Al secondo posto, una grande riforma della scuola, a partire dagli asili nido di qualità per almeno il 33 per cento dei bambini, soprattutto nei quartieri più a rischio, come era previsto dal PNRR, ormai chiuso. Ma scopriremo che non sono stati superati i divari territoriali. Il Sud resta ancora oggi indietro rispetto al Centro-Nord, con gravi discriminazioni per i bambini della Campania, Calabria e Sicilia.<br>
Per tanti bambini, bambine e adolescenti oggi la scuola non è più sufficientemente attrattiva.</p>
<h2 id="una-scuola-diversa-un-tempo-più-lungo">Una scuola diversa, un tempo più lungo</h2><p>Per la prima volta nella storia, quando un insegnante entra in classe, i suoi studenti, grazie alla velocità e all’accessibilità dell’intelligenza artificiale, conoscono già molte delle informazioni che il docente si appresta a spiegare. Oggi serve una scuola diversa, serve formare gli insegnanti alle nuove tecnologie, retribuirli meglio e aumentare il tempo scuola.<br>
Prolungare l’orario scolastico non solo sottrae tempo ai social e alla strada, riducendo quindi il contatto con le baby gang, ma può contribuire a migliorare i livelli di apprendimento degli alunni e delle alunne.<br>
Le ore aggiuntive possono essere utilizzate anche per promuovere attività extracurricolari gratuite, come la musica, l’arte e lo sport.<br>
Sembra inutile ribadire ancora una volta che il tempo pieno contribuisce allo sviluppo delle competenze non cognitive, sociali ed emotive, fondamentali per crescere e vivere da protagonisti in un mondo in costante cambiamento. Se garantito soprattutto ai minori più svantaggiati, rappresenta una delle misure più efficaci per contrastare la dispersione scolastica, togliere attrattività alle baby gang e questa è una certezza che non necessita di ulteriori dimostrazioni.</p>
<h2 id="la-lezione-di-don-milani">La lezione di don Milani</h2><p>I ragazzi degli anni Settanta e Ottanta, formati alla scuola di don Lorenzo Milani, lo avevano intuito. Non sapevano ancora che le ricerche scientifiche lo avrebbero confermato, ma avevano compreso che quei bambini avevano bisogno di più scuola e, soprattutto, di una scuola diversa, con un tutor che li seguisse da vicino.<br>
In un’intervista realizzata alcuni anni fa a ragazzi detenuti in un Istituto penale per i minorenni per reati gravissimi, fu posta una domanda: «Che cosa cambieresti della tua vita?». Tutti risposero: «Sarei andato a scuola».</p>
<h2 id="una-scuola-aperta-e-inclusiva">Una scuola aperta e inclusiva</h2><p>Su questo tema dovrebbe aprirsi una riflessione seria. Serve una scuola più aperta e inclusiva e in linea con i tempi, non una scuola che vieti, per esempio, qualsiasi progetto, laboratorio o attività dedicata alla sessualità e all’affettività, anche quando è condotta da esperti esterni. Così si finisce per lasciare la formazione dei ragazzi, su temi tanto delicati, ai device e ai social.<br>
In attesa che tutte le scuole siano dotate di mense e siano pronte al tempo pieno, è davvero un’utopia immaginare scuole a tempo pieno flessibili, capaci di costruire accordi con le associazioni del territorio? Associazioni che, nel pomeriggio, possano accogliere i ragazzi nelle proprie sedi e offrire attività di sostegno scolastico per chi deve recuperare (il vecchio doposcuola) insieme ad attività extrascolastiche come sport, teatro, musica, laboratori sulle nuove tecnologie e sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, con momenti programmati di confronto tra scuola e associazioni per rendere omogeneo l’intervento educativo.<br>
Utopia? Sogno? O possibile realtà?</p>
<h2 id="costruire-comunità-educanti">Costruire comunità educanti</h2><p>È proprio da questa domanda che dovremmo ripartire. Perché, se vogliamo sottrarre i ragazzi all’attrazione delle baby gang, non basta reprimere, non servono soltanto più controlli, più telecamere o pene più severe, serve costruire comunità educanti capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza. Serve offrire alternative credibili, educative e affascinanti. <br>
Dobbiamo restituire ai giovani luoghi, relazioni e opportunità capaci di farli sentire accolti, valorizzati e protagonisti del loro futuro.<br>
E allora la domanda non è perché i ragazzi scelgono le baby gang. La vera domanda è: siamo ancora capaci di offrire loro un’alternativa migliore?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ddl caccia: meno scienza, più spazio al fucile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile/</guid><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 23:13:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>ambiente</category><description>Approvato dal Senato lo scorso 23 giugno, il ddl 1552 riscrive la legge 157/92 sulla caccia e sulla protezione della fauna selvatica, ampliando specie, tempi, spazi e strumenti a disposizione dei cacciatori. Dietro le modifiche, un filo conduttore attraversa l&amp;amp;rsquo;intero provvedimento: i dati scientifici già disponibili vengono sistematicamente accantonati a favore di interessi politici ed economici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 23 giugno scorso il Senato ha approvato il <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01507594.pdf#page=26" rel="noopener">Ddl 1552</a>, a modifica della legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica omeoterma (cioè mammiferi e uccelli) e sul prelievo venatorio. 80 sì, 56 no, due astenuti per questo disegno di legge oggi noto come &ldquo;ddl Caccia&rdquo; o &ldquo;ddl sparatutto&rdquo; per l&rsquo;ampia apertura che riserva all&rsquo;attività venatoria. Il nuovo testo, infatti, affianca alla tutela della fauna selvatica il principio di gestione della stessa, affidata di fatto alla caccia, peraltro una &ldquo;tradizione nazionale&rdquo; del nostro Paese. Il testo è ora all&rsquo;esame della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati, con numero di atto <a href="https://parlamento19.openpolis.it/attivita_legislativa/disegni_di_legge/C_2984" rel="noopener">C.2984</a>.</p>
<p>Nella pratica, il ddl amplia tout-court le capacità e le possibilità dell&rsquo;attività di caccia, senza un&rsquo;analisi multidisciplinare fondata su dati e valutazioni preliminari a giustificare le modifiche proposte. I tempi a disposizione aumentano: la chiusura della stagione di caccia, oggi fissata entro i primi dieci giorni di febbraio per non sovrapporsi ai periodi migratori e pre-riproduttivi di molte specie, potrà slittare più avanti. Aumentano le specie cacciabili, con l&rsquo;aggiunta dell&rsquo;oca selvatica e del piccione, e cambia lo status del lupo, non cacciabile ma non più rigorosamente protetto.</p>
<p>Si accrescono gli spazi disponibili per la caccia, con l&rsquo;apertura alle foreste demaniali e al demanio marittimo (spiagge comprese), e le forme di caccia praticabili: da una, oggi da scegliere obbligatoriamente, a tutti e tre i tipi disponibili. Non è più soggetto ad alcun limite di numero l&rsquo;uso dei richiami vivi nati in cattività — uccelli tenuti in gabbia e utilizzati per attirare, grazie al loro canto, i loro simili durante la caccia. Aumentano infine gli strumenti consentiti, con visori notturni ora ammessi in alcune forme di caccia.</p>
<p>Le modifiche non si esauriscono qui, ma la direzione è ben chiara. A diminuire, infatti, è il valore e il peso della scienza nelle decisioni su caccia e fauna selvatica. Il parere dell&rsquo;Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), l&rsquo;ente che fornisce ai decisori pubblici i dati scientifici necessari a compiere scelte di gestione faunistica oculate e fondate, passa da vincolante a derogabile. Cresce, quindi, il potere delle regioni, e contemporaneamente quello dell&rsquo;ampiamente contestato <a href="https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/19681" rel="noopener">Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale</a> (CTFVN), posto al pari di un ente tecnico-scientifico come ISPRA. Spicca anche un&rsquo;altra aggiunta: chi ostacolerà, anche senza violenza, il controllo e l&rsquo;attività di caccia, sarà sanzionato.</p>
<p>Mentre la <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/eu-biodiversity-strategy-for-2030.html" rel="noopener">strategia</a> dell&rsquo;Europa sulla biodiversità si pone l&rsquo;obiettivo di proteggere legalmente almeno il 30% della superficie terrestre e il 30% dei mari dell&rsquo;Unione, e il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex:32024R1991" rel="noopener">Regolamento sul ripristino della natura</a> (la Nature Restoration Law di cui <em>Scienza in rete</em> ha <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-approvata-nature-restoration-law/">parlato qui</a>) impone agli Stati membri di ripristinare gli ecosistemi degradati, l&rsquo;Italia va controcorrente. E lo fa restando vaga sulle percentuali di territorio da destinare alla protezione della fauna, senza citare la soglia già fissata nel &lsquo;92 del 30% di territorio sottratto alla caccia. Si introduce invece una nuova procedura con cui le regioni dovranno giustificare quali territori sono oggi esclusi dalla caccia e perché, calcolando nella quota anche quello di parchi nazionali e regionali.</p>
<p>Il punto, per quanto non dichiarato con chiarezza, resta lo stesso: non superare quel limite, in opposizione a una precedente sentenza (Consiglio di Stato, Sez. VI, 27 aprile 2015, n. 2106) che tratta questo 30% come uno standard minimo di tutela ambientale, non come un tetto.</p>
<p>Infine, un fatto da tenere bene a mente: la Commissione Europea ha già aperto, il 7 febbraio 2024, <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/inf_24_301" rel="noopener">una procedura d&rsquo;infrazione</a> per la mancata conformità della normativa italiana alla <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=celex:32009L0147" rel="noopener">Direttiva Uccelli</a> e al <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32021R0057" rel="noopener">regolamento REACH</a> sul piombo nelle munizioni che, come avevamo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-fanno-male-pallottole-piombo/">spiegato qui</a>, pone grossi problemi per la biodiversità.</p>
<h2 id="la-gestione-della-fauna-secondo-il-ddl">La gestione della fauna, secondo il ddl</h2><p>Proviamo ad approfondire il significato di questo ddl. Un problema di partenza è innanzitutto metodologico. «Una legge vecchia trent&rsquo;anni come la 157 può richiedere un aggiornamento, ma bisogna prima verificare cosa ha funzionato e cosa no. In merito al nuovo ddl, non è stato fatto», spiega Giovanni Albarella, responsabile antibracconaggio e attività venatoria della Lipu. Alla base del disegno di legge mancano proprio gli elementi che — come già evidenziato — di norma dovrebbero guidare delle modifiche a una legge preesistente: dati solidi e valutazioni sul pregresso. Il testo, quindi, finisce per rispondere al solo interesse venatorio, ignorando vistosamente la tutela degli ecosistemi e della relativa fauna.</p>
<p>Passiamo allo scopo: la gestione della fauna selvatica. Il concetto di &ldquo;gestione&rdquo; ha validità laddove siano presenti conflitti reali tra fauna selvatica e attività umane. «Nessuno nega che il conflitto esista, ma le possibili soluzioni richiedono strumenti indicati dalla scienza. Non possono essere attuate solo pensando al fucile», chiarisce Albarella. La questione, però, non è solo pratica, perché nemmeno il linguaggio scelto è neutro. Sottolineare la necessità di gestire, più che tutelare, la fauna selvatica rischia di farla percepire come un problema da risolvere, non come un valore da proteggere in quanto tale.</p>
<p>Uno degli aspetti più critici, secondo l&rsquo;ornitologo Rosario Balestrieri, è proprio che «la caccia sportiva, secondo il ddl, concorre alla tutela della biodiversità, anche se in nessuna circostanza si può equiparare un cacciatore a un bioregolatore». La caccia, infatti, come esplicitato nel <a href="https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2026/06/Documento-ATIt-relativo-al-DDL-1552.pdf" rel="noopener">Documento di osservazioni</a> dell&rsquo;Associazione Teriologica Italiana, non riproduce la selezione naturale, colpendo soprattutto individui sani adulti, e può alterare la struttura delle popolazioni animali e la loro variabilità genetica.</p>
<p>Se la caccia per hobby di fatto destruttura le popolazioni, strumenti per regolare potenziali problemi di coesistenza esistono già. <a href="https://temi.camera.it/leg19/post/ontrollo-e-contenimento-fauna-selvatica.html" rel="noopener">Piani di controllo</a> attuati dalle Regioni (previo parere vincolante dell&rsquo;ISPRA) dovrebbero subentrare nella gestione di conflitti tra attività umana e fauna selvatica rilevati sui territori e orientare le misure da prendere. A un livello diverso, <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo/gestione-della-fauna-e-pareri/reportistica/piani-di-gestione" rel="noopener">piani di gestione</a> — documenti preparati dall&rsquo;ISPRA su richiesta del Ministero dell&rsquo;ambiente o di altre autorità locali — dovrebbero guidare le attività di conservazione e i prelievi venatori. Tuttavia, Albarella chiarisce: «I piani di gestione risultano poco attuati, e si continuano a cacciare specie in cattivo stato di conservazione».</p>
<p>Diventa lampante, quindi, il rischio del ridimensionamento del ruolo dell&rsquo;ISPRA, aggravato dal conflitto d&rsquo;interessi strutturale insito nel Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, che riserva un seggio a ogni associazione venatoria nazionale riconosciuta — insomma, ai cacciatori stessi. In altre parole, chi dovrebbe valutare la sostenibilità dei prelievi venatori siederà accanto a chi quei prelievi li mette già in pratica. Lo schema si ripete anche a livello nazionale, con la possibilità che avrebbe il ministro dell&rsquo;agricoltura di proporre alla Presidenza del consiglio la lista aggiornata delle specie cacciabili, senza l&rsquo;obbligo di consultare alcun organo scientifico.</p>
<p>La riorganizzazione impatta anche i territori stessi. Oggi, il territorio è suddiviso in unità chiamate ATC (Ambiti Territoriali di Caccia) per la caccia programmata, e, con il nuovo ddl, queste passeranno da una dimensione subprovinciale a una provinciale, con l&rsquo;ulteriore rischio di un effetto di <a href="https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2026/06/Documento-ATIt-relativo-al-DDL-1552.pdf" rel="noopener">mascheramento spaziale</a>: si raggiungerebbe una quota di territorio protetto in poche aree mentre altre zone potrebbero subire una pressione indifferenziata.</p>
<p>Cambia, infine, anche la natura dell&rsquo;attività venatoria stessa. Le aziende faunistico-venatorie, finora senza scopo di lucro, potranno costituirsi come vere e proprie imprese. La fauna, <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1992-02-11;157" rel="noopener">definita</a> dalla legge come patrimonio indisponibile dello Stato, diventerebbe, secondo Albarella, «una fonte di business».</p>
<h2 id="un-taglio-alla-scienza">Un taglio alla scienza</h2><p>Il distacco del disegno di legge dalla scienza è evidente in più punti. Partendo dalla Direttiva Uccelli, vietare la caccia nei periodi cruciali del ciclo vitale delle specie è un principio cardine per la loro tutela. La possibilità di discostarsene a discrezionalità regionale, adottando motivazioni fondate su generiche «fonti di informazione scientifica indicate dalla Commissione europea» preoccupa per la sua nebulosità, oltre che per la sua potenziale pericolosità. La scienza non è vaga: entro i limiti delle conoscenze disponibili in un dato momento e contesto, fornisce dati e strumenti per decisioni mirate. In questo caso, la scelta è di prendere decisioni ignorando tali conoscenze.</p>
<p>Il momento, tra l&rsquo;altro, è delicato anche sul fronte europeo. La Commissione, infatti, ha aperto una consultazione pubblica, in corso fino ad agosto 2026, proprio per valutare semplificazioni o rafforzamenti delle Direttive Habitat e Uccelli rispetto alla crisi climatica, un vero e proprio stress test. «Riformare la caccia in Italia, in questo contesto, significa esporsi a un potenziale corto circuito istituzionale», commenta Balestrieri.</p>
<p>Un altro aspetto riguarda i richiami vivi: in cattività se ne possono mantenere senza limiti, ma è stato fissato un tetto per quelli catturati in natura di dieci esemplari per specie, fino a un massimo di quaranta per cacciatore. Una scelta che, secondo Balestrieri, non è sensata: «Se l&rsquo;uso di richiami allevati è ormai illimitato, non c&rsquo;è ragione per continuare a consentire anche solo in parte la cattura di esemplari selvatici. In più, si viene a creare una zona grigia in cui è più facile commettere illegalità e si catturano molte altre specie perché le reti non sono selettive. Parliamo di tanti individui stremati dalle migrazioni, ma anche di specie rare».</p>
<p>Criteri scientifici oggettivi dovrebbero valere anche per l&rsquo;elenco delle specie cacciabili, che la Direttiva Uccelli tratta come un elenco da aggiornare in base allo stato di conservazione delle popolazioni, non come un &ldquo;menu fisso&rdquo;. Il ddl, però, non menziona alcun meccanismo di revisione periodica basato su dati aggiornati: l&rsquo;elenco resta un atto politico, anziché il risultato di un processo di aggiornamento continuo.</p>
<h2 id="un-impatto-su-più-livelli">Un impatto su più livelli</h2><p>Un primo livello di impatto del ddl riguarda ovviamente le specie cacciate. «Concentriamoci però non solo su quelle che si aggiungono all&rsquo;elenco, ma anche su quelle che ci sono ancora, nonostante le evidenze scientifiche», osserva Balestrieri. È il caso, per fare solo un esempio, della pernice bianca, classificata nelle liste rosse della IUCN <a href="https://www.iucn.it/scheda.php?id=1756445520" rel="noopener">come vulnerabile</a>, ma che resta cacciabile. A livello generale, come evidenzia un <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2025/04/la-pressione-venatoria-sullavifauna-italiana-dal-2017-ad-oggi" rel="noopener">report</a> ISPRA, poi ripreso da una <a href="https://www.wwf.it/area-stampa/ddl-caccia-10-societa-scientifiche-e-il-wwf-scrivono-alle-piu-alte-cariche-dello-stato/" rel="noopener">lettera</a> scritta dal WWF insieme a dieci società scientifiche allo Stato italiano, oltre 32 milioni di uccelli cacciabili sono stati abbattuti in Italia tra le stagioni 2017-2018 e 2022-2023. Un dato che lo stesso Istituto giudica incompleto e probabilmente sottostimato, per assenza o parzialità dei dati trasmessi da alcune regioni. Tra le specie più colpite compaiono proprio alcune già segnalate come fragili dallo stesso ISPRA, come la tortora selvatica e l&rsquo;allodola.</p>
<p>Un secondo livello riguarda gli <a href="https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2026/06/Documento-ATIt-relativo-al-DDL-1552.pdf" rel="noopener">effetti non letali</a> della caccia. Balestrieri spiega: «Un aspetto che spesso non si considera riguarda gli effetti di disturbo dell&rsquo;attività di caccia sulle specie che non sono un bersaglio. Vanno ben oltre il singolo individuo abbattuto». Anche gli individui non impattati direttamente, infatti, possono essere più vigili, alimentarsi meno, modificare l&rsquo;uso che fanno del loro habitat e consumare più energia. A questi fattori si aggiunge adesso l&rsquo;estensione della caccia alle ore notturne che, continua Balestrieri, può generare «un disturbo profondo e generalizzato sull&rsquo;intero ecosistema»: è di notte che la fauna si alimenta e si sposta facendo affidamento sul buio come protezione naturale, e diverse specie non colpite possono vedere comunque i propri ritmi biologici interrotti o alterati da spari e intrusioni.</p>
<p>Infine, va sottolineato l&rsquo;impatto che riguarda la sicurezza pubblica e l&rsquo;accesso al territorio. Un <a href="https://www.uniurb.it/comunicati/48401" rel="noopener">monitoraggio</a> annuale eseguito dall&rsquo;Università di Urbino registra sì un trend in calo negli incidenti e decessi causati dalla caccia, ma non nullo: nella stagione 2025/2026 si contano nove decessi e 37 feriti. L&rsquo;apertura, tra i vari spazi, di spiagge e foreste pubbliche alla programmazione di caccia, invece di ridurre i rischi negli spazi frequentati dai cittadini, ne introduce su spazi finora esclusi.</p>
<h2 id="unoccasione-mancata">Un&rsquo;occasione mancata</h2><p>Sul ddl le critiche sono arrivate da ogni parte: dallo schieramento di <a href="https://www.wwf.it/pandanews/animali/caccia-associazioni-lettera-mattarella/" rel="noopener">decine di sigle</a> tra associazioni e mondo scientifico e le petizioni promosse da WWF, Lipu e altre associazioni, fino a voci esterne come quella del Comitato permanente della Convenzione di Berna e <a href="https://www.lipu.it/news/ddl-caccia-papa-leone-risponde-alla-lipu-questione-grande-rilevanza-sociale-e-morale" rel="noopener">del papa</a>.</p>
<p>Di fatto, siamo davanti a un&rsquo;occasione mancata. Il ddl avrebbe potuto rafforzare il ruolo della scienza, ridurre i costi ecologici che il Paese sta già pagando, muoversi in sinergia con le strategie europee sul cambiamento climatico, e dare una necessaria svolta culturale al Paese nel modo in cui viviamo e rispettiamo la natura e i territori. Manca, totalmente, della prudenza nel valutare gli effetti prima di normarli e della volontà di decidere insieme alla scienza, anziché metterla da parte.</p>
<p>Albarella è chiaro: «Il ddl non intacca in alcun modo le problematiche di conflitto e di convivenza tra fauna selvatica e attività umane, soprattutto quelle agricole. Non è risolutivo, in nessuna sua parte». La risoluzione manca tanto nella pratica quanto nel metodo. Lo dimostra la distanza tra le misure a favore della natura — e quindi delle persone — che i dati scientifici avrebbero chiesto, e quelle che la politica ha scelto di portare avanti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il CREA rischia una grave perdita di autorevolezza scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:27:00 +0100</pubDate><description>In una lettera aperta un gruppo di ricercatori, fra i quali il Nobel Giorgio Parisi, Elena Cattaneo e Paola Bonfante, esprime la preoccupazione per le nuove nomine di direttori del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l&amp;amp;rsquo;analisi dell&amp;amp;rsquo;economia agraria), l&amp;amp;rsquo;ente nazionale di ricerca vigilato dal Ministero dell&amp;amp;rsquo;agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Le nomine sembrano infatti «trascurare l’attinenza fra la carriera scientifica dei prescelti come direttori e le aree di ricerca dei Centri ». Alcuni profili dei nuovi direttori mostrano curricula da «giovane borsista» più che da ricercatore maturo».In conclusione: « Chiediamo quindi che le procedure di nomina dei Direttori dei Centri CREA siano rese pienamente trasparenti, verificabili e fondate su criteri scientifici chiari, comparabili e coerenti con la missione dei singoli Centri. Il Paese ha bisogno di un CREA forte, autorevole e rispettato a livello internazionale. Per esserlo, deve essere guidato da figure scientificamente riconosciute nei settori che sono chiamate a rappresentare ».</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/crea-rischia-grave-perdita-autorevolezza-scientifica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.crea.gov.it/" rel="noopener">CREA</a> è il principale ente pubblico italiano di ricerca in agricoltura e scienze agroalimentari. Per questo, le recenti nomine da parte della dirigenza dei 12 Direttori dei suoi Centri di ricerca non possono essere considerate una vicenda interna all’Ente, ma riguardano la credibilità stessa della ricerca pubblica nazionale in un settore strategico per il Paese.</p>
<p>Come studiosi impegnati a promuovere la ricerca di eccellenza in Italia, esprimiamo forte preoccupazione per le scelte fatte che sembrano trascurare l’attinenza fra la carriera scientifica dei prescelti come Direttori e le aree di ricerca dei Centri: appare sorprendente, ad esempio, il caso del Centro di Genomica e Bioinformatica, una struttura cruciale per il futuro del miglioramento genetico, della biodiversità agraria e delle biotecnologie vegetali, alla cui direzione è stato nominato un professore di Meccanica Agraria che si occupa di meccanizzazione forestale e sicurezza del lavoro. Il punto non è mettere in discussione la dignità scientifica di una disciplina rispetto ad un&rsquo;altra, ma chiedere coerenza tra il profilo del Direttore e la missione del Centro che è chiamato a guidare. I ricercatori chiedono autorevolezza e competenza al proprio Direttore: il livello scientifico-tecnologico della ricerca prodotta dal Centro di Genomica e Bioinformatica richiede un Direttore con esperienza e prestigio in tali discipline.</p>
<p>La direzione di un Centro di ricerca non è una semplice funzione amministrativa: richiede un profilo scientifico riconosciuto come autorevole, conoscenza profonda del settore, capacità di orientare programmi, valutare priorità e rappresentare l’Ente nella comunità internazionale. Questo aspetto è ben sottolineato nello statuto del CREA dove è riportato che i direttori devono avere un “alto profilo scientifico nelle materie oggetto di attività del Centro”. Ciononostante, i curricula di alcuni dei nuovi Direttori sembrano talora riflettere il profilo scientifico di un giovane borsista e non quello di un ricercatore maturo, con livelli di impatto scientifico che in alcuni casi è prossimo a zero.</p>
<p>In un momento in cui l’agricoltura italiana deve affrontare sfide epocali - cambiamento climatico, sicurezza alimentare, sostenibilità, innovazione varietale, transizione digitale - in un contesto geopolitico sempre più complesso indebolire la guida scientifica dell’Ente nazionale di riferimento appare una scelta difficilmente comprensibile. Il merito e la competenza, nella ricerca, non possono essere evocati come principio generale e poi disattesi nelle decisioni operative.</p>
<p>Chiediamo quindi che le procedure di nomina dei Direttori dei Centri CREA siano rese pienamente trasparenti, verificabili e fondate su criteri scientifici chiari, comparabili e coerenti con la missione dei singoli Centri. Il Paese ha bisogno di un CREA forte, autorevole e rispettato a livello internazionale. Per esserlo, deve essere guidato da figure scientificamente riconosciute nei settori che sono chiamate a rappresentare.</p>
<h4 id="paola-bonfante---prof-emerita-università-degli-studi-di-torino-commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Paola Bonfante</strong> - Prof Emerita Università degli Studi di Torino, Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="elena-cattaneo---università-degli-studi-di-milano-e-senatrice-a-vita-accademia-dei-lincei"><strong>Elena Cattaneo</strong> - Università degli Studi di Milano e Senatrice a vita, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="giorgio-parisi---premio-nobel-università-la-sapienza-roma-accademia-dei-lincei"><strong>Giorgio Parisi</strong> - Premio Nobel, Università La Sapienza Roma, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="lucia-colombo---università-degli-studi-di-milano-commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Lucia Colombo</strong> - Università degli Studi di Milano, Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="paolo-costantino---prof-emerito-università-la-sapienza-roma-accademia-dei-lincei"><strong>Paolo Costantino -</strong> Prof. Emerito Università La Sapienza Roma, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="carlo-doglioni---università-la-sapienza-roma-accademia-dei-lincei"><strong>Carlo Doglioni</strong> - Università La Sapienza Roma, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="marcella-frangipane---accademia-dei-lincei"><strong>Marcella Frangipane</strong> - Accademia dei Lincei</h4><h4 id="michele-morgante---università-degli-studi-di-udine-commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Michele Morgante</strong> - Università degli studi di Udine, Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="cosimo-palagiano---commissione-agricoltura-accademia-dei-lincei"><strong>Cosimo Palagiano</strong> - Commissione Agricoltura Accademia dei Lincei</h4><h4 id="annalisa-rosselli--presidente-commissione-ricerca-accademia-dei-lincei"><strong>Annalisa Rosselli</strong> – Presidente Commissione Ricerca Accademia dei Lincei</h4><h4 id="enrico-alleva---past-president-fed-it-scienze-natura-e-ambiente-accademia-dei-lincei"><strong>Enrico Alleva</strong> - Past-President, Fed. It. Scienze Natura e Ambiente, Accademia dei Lincei</h4><h4 id="giovanni-giuliano--centro-ricerche-casaccia-enea-in-pensione-visiting-professor-northwest-af-university-cina"><strong>Giovanni Giuliano</strong> – Centro Ricerche Casaccia, ENEA (in pensione). Visiting professor, Northwest A&amp;F University, Cina</h4><h4 id="massimo-delledonne--università-di-verona"><strong>Massimo Delledonne</strong> – Università di Verona</h4><h4 id="fiorella-lo-schiavo--università-di-padova-e-past-president-società-italiana-di-biologia-vegetale"><strong>Fiorella Lo Schiavo</strong> – Università di Padova e Past President, Società Italiana di Biologia Vegetale</h4><h4 id="alessandro-vitale--ricercatore-senior-associato-istituto-di-biologia-e-biotecnologia-agraria-cnr"><strong>Alessandro Vitale</strong> – Ricercatore senior associato Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria, CNR</h4><h4 id="silvio-salvi---università-di-bologna-e-past-president-società-italiana-di-genetica-agraria"><strong>Silvio Salvi</strong> - Università di Bologna e past President, Società Italiana di Genetica Agraria</h4><h4 id="aldo-ceriotti---istituto-di-biologia-e-biotecnologia-agraria-cnr"><strong>Aldo Ceriotti -</strong> Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria, CNR</h4><h4 id="giulia-de-lorenzo--università-di-roma-la-sapienza"><strong>Giulia De Lorenzo –</strong> Università di Roma “La Sapienza”</h4><h4 id="roberto-tuberosa--università-di-bologna"><strong>Roberto Tuberosa</strong> – Università di Bologna</h4><h4 id="stefania-masci-presidente-società-italiana-di-genetica-agraria"><strong>Stefania Masci</strong> –** **Presidente Società Italiana di Genetica Agraria</h4><p><a href="https://forms.gle/WUBmTZ9pMSZXtWRY9" rel="noopener">Per firmare vai qui</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Avete davvero rotto... l'atomo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/avete-davvero-rotto-latomo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/avete-davvero-rotto-latomo/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Il libro &amp;amp;ldquo;Avete rotto l&amp;amp;rsquo;atomo&amp;amp;rdquo; (People, 2026) di Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani restituisce un po&amp;amp;rsquo; di ossigeno nel malsano dibattito ultra-polarizzato sull&amp;amp;rsquo;energia nucleare. La conclusione principale sull&amp;amp;rsquo;utilizzo di una tecnologia affascinante e complessa non può che essere né ideologicamente a favore né ideologicamente contro. E per fortuna.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani hanno appena scritto <em><a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/avete-rotto-l-atomo" rel="noopener">Avete rotto l’atomo</a></em> (edito da People, 384 pagine, 18€), un libro dove finalmente il dibattito sull’energia nucleare supera questa pericolosa e asfissiante polarizzazione pro-contro.</p>
<p>Il sottotitolo è <em>Il libro che NON ti farà cambiare idea sul nucleare</em>. E forse hanno ragione, purtroppo, perché chiunque sostenga ideologicamente l’adozione a tutti i costi del nucleare, e chiunque faccia il contrario, si troverà forse sommerso da una mole di dati troppo complessi da accettare. Il punto però è che la realtà sul nucleare è articolata e allo stesso tempo affascinante, quindi è davvero un peccato non poterne parlare e leggere con un approccio laico e disinteressato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-body-1.png.webp" alt="copertina libro sul nucleare &ldquo;avete rotto l&rsquo;atomo&rdquo;" width="434" height="656" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Non poteva mancare un preambolo sulla storia delle scoperte dell’energia nucleare, dai ragazzi di via Panisperna alla bomba atomica (anzi, <em>nucleare</em>), dalla centrale di Caorso a Cernobyl e Fukushima.</p>
<p>Il primo dato poi da ricordare sull’energia nucleare è che le sue emissioni di gas serra su tutto il ciclo di vita sono bassissime, circa come eolico e idroelettrico, e meno del fotovoltaico (che le ha comunque molto basse). Questo dipende dal fatto che ancora oggi l’energia per “fare le cose” è ancora prodotta in gran parte dai combustibili fossili. Tant’è, che se lo scopo è decarbonizzare – e guarda caso è proprio questo – non si può non tenerne di conto.</p>
<p>L’unico grafico per capire perché si crea energia dalla fissione è il seguente, che ritrae l’andamento dell’energia di legame in funzione dei nuclei atomici. Come si può vedere c’è un picco attorno al &ldquo;gruppo del ferro&rdquo;: i nuclei che vengono prima e quelli che vengono dopo hanno tutti energia di legame inferiore. Ecco perché se si spacca un nucleo di uranio si ottengono due nuclei più piccoli con energia di legame maggiore. Questa è l&rsquo;energia guadagnata nei reattori nucleari e nelle bombe atomiche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-body-2.png.webp" alt="energia di legame dei nucleoni" width="686" height="455" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se invece si fondono due nuclei di idrogeno (due isotopi per essere precisi) si ottiene un nucleo di elio. La differenza di energia tra prima e dopo rispetto alla fissione è molto maggiore: è la fusione (quella che non produce scorie radioattive). Tuttavia, «sono 50 anni che “la fusione arriverà tra 25 anni”», sgomberano il campo subito gli autori. Per la transizione ecologica possiamo tranquillamente dimenticarcela (ne <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fusione-nucleare-arrivera-dopo-avremo-gia-decarbonizzato-nostra/">parlavamo qui</a>). Così come possiamo toglierci dalla testa l’irrealistica possibilità di gestire le scorie della fissione buttandole nel Sole: troppo costoso, troppo pericoloso, troppo assurdo.</p>
<p>Nel libro si ricorda anche che considerando una probabilità di avere un incidente grave ogni 100.000 anni per una centrale, si ottiene in realtà la probabilità di registrarne uno del 12%, se si tiene conto che ci sono più reattori in funzione contemporaneamente nel mondo (e che operano per svariati decenni). La sicurezza dell&rsquo;energia nucleare è quindi alta, ma non troppo.</p>
<p>Ma al di là di incidenti e soluzioni irrealistiche, il <em>nocciolo</em> (scusate l’ironia) della questione è la gestione delle scorie, che gli autori propongono anche di non chiamare più “scorie”, dal momento che questo le carica di una connotazione negativa che non sempre dovrebbero avere. Una centrale nucleare produce una grande varietà di prodotti di scarto (più o meno radioattivi), sia proveniente dal materiale usato per la costruzione e la gestione (terra, indumenti, ecc.) sia dal combustibile. La sfida tecnologica ed economica si concentra qui. È molto economico buttare via tutti i rifiuti e archiviarli sottoterra affidandoli a ere geologiche future, con non pochi interrogativi etici e di effettiva sicurezza che non sarà mai permanente. Oltre al fatto che se «non si fa la differenziata», bisogna gestire una gran quantità di materiale. Esiste però la possibilità di riciclare qualcosa. Si può usare parte del combustibile “bruciato” come nuovo combustibile con le opportune modifiche alla tecnologia della centrale. Ed esistono più gradi di recupero. Così come si possono eliminare gran parte dei rifiuti prodotti dalla fissione. Questi processi, noti come <em>breeding</em> e <em>burning</em>, cioè “autofertilizzazione” e “trasmutazione”, possono allungare di molto la vita utile del combustibile nucleare senza doverne estrarre altro. Nel migliore dei casi si può arrivare a ottenere un rifiuto radiologico che decadrebbe in “soli” 500 anni, contro i 300mila iniziali (in realtà, per certi materiali si arriva anche ai milioni di anni di tempo di decadimento).</p>
<p>E allora perché non farlo? Perché non usare queste tecnologie che alleggeriscono di molto il fardello delle scorie? La risposta, per ora, è che più si richiede una prestazione migliore più tendenzialmente le tecnologie non sono sufficientemente mature e/o costano enormemente di più. Se non ci fossero questi ostacoli, il problema non si porrebbe (e comunque alcune di queste già si usano). Certo, serve tenere presente che anche nella migliore delle ipotesi non si può rinunciare a stoccare qualcosa in depositi geologici (quelli per i rifiuti più pericolosi che non possono restare in superficie). Alcuni sottoprodotti altamente radioattivi sono ineliminabili.</p>
<p>Il discorso sulla tanto inflazionata <em>IV generazione</em> ruota attorno a questi temi. Oltre al fatto che sostituire una flotta di reattori nucleari con altri più nuovi non è come sostituire un campo di pannelli fotovoltaici con altri che funzionano meglio. A Fukushima si sarebbe quasi certamente evitato il disastro se fossero stati usati reattori poco più evoluti. Il problema è che la tecnologia nucleare costa moltissimo in fase di costruzione e ha bisogno di tempi molto lunghi per ammortizzare il costo energetico, che a cascata ricade poi sulla bolletta. L’energia nucleare francese oggi costa poco perché i reattori sono stati costruiti decenni or sono, e oggi i consumatori non pagano più il costo di costruzione (la storia economica dell’energia nucleare francese è molto interessante, nel libro troverete un’ampia rendicontazione). Questo è il motivo per cui, almeno dal punto di vista economico, fu un errore strategico importante aver interrotto la costruzione della centrale di Montaldo di Castro e aver spento prima del tempo le altre centrali nucleari italiane.</p>
<p>Questo vale anche per quelli che ora vengono chiamati piccoli reattori modulari. A parte le piccole dimensioni di questi famigerati reattori, tutto il resto dell’infrastruttura necessaria (che si può anche visitare) non differisce troppo da quelli tradizionali e ha bisogno di fare economia di scala per abbattere i costi di costruzione. Quando sentite in slogan politici che l&rsquo;Italia abbasserà le bollette grazie al nucleare state ascoltando una bugia bella e buona: le bollette oggi costano tanto perché c&rsquo;è una guerra in corso e finché dipenderemo dai combustibili fossili la bolletta ve la terrete alta. In più, questi reattori - così come la <em>IV generazione</em> (tipologia di tecnologia che per la verità ne raggruppa molte al suo interno) - non sono ancora pronti per essere diffusi su larga scala.</p>
<p>E serve aggiungere un ulteriore ingrediente. Non è così vero che per compensare le fluttuazioni delle energie rinnovabili il nucleare sia la fonte costante migliore. È il problema, dicono gli autori, dell’&ldquo;ultimo miglio&rdquo;. In ottica di transizione energetica, si può tranquillamente riuscire a coprire il fabbisogno con le varie rinnovabili esistenti. Lasciando scoperto un 10%-20% che sarebbe forse meglio coprire con una fonte energetica costante. Come i combustibili fossili, come il nucleare, come le biomasse, ecc. Tuttavia, una centrale nucleare è economicamente ed energeticamente efficiente quando produce energia al massimo delle sue potenzialità. Alzare e abbassare la produzione energetica, in più, potrebbe anche stressare i materiali dell’impianto riducendone la vita media. Si può fare, ma i costi aumentano.</p>
<p>Il discorso però è che siamo di fronte a una crisi climatica inedita e ogni mezzo è necessario per ridurre il più possibile i gas serra. Scegliere il nucleare, come per altro suggerisce anche l’IPCC e gran parte della letteratura scientifica globale, è probabilmente necessario per coprire l’ultimo miglio di fabbisogno. Per una parte residuale del mix energetico, si intende. Così come è necessario usare biomasse, idrogeno, cattura e stoccaggio di carbonio e tutte queste altre tecnologie che non sembrano particolarmente <em>carine</em>. Oltre chiaramente a investire su sistemi di stoccaggio e accumulo energetico molto più potenti (le batterie), che sono la tecnologia ottimale da usare con le rinnovabili. Scegliere il nucleare è come decidere di comprare un bene di lusso, dicono gli autori, con i costi conseguenti, fino a che non ci saranno soluzioni migliori dal punto di vista ecologico ed economico.</p>
<p>L’importante, nel dibattito politico sulla programmazione energetica nazionale e internazionale, è che si resti su un piano di discussione che tenga conto delle evidenze scientifiche, delle capacità di gestione e delle competenze del paese e della volontà popolare (su cui le democrazie si basano). Usare il nucleare come scusa per rallentare il passaggio alle rinnovabili è dannoso e controproducente. Così come è stato ed è controproducente non avere ancora trovato un sito per il deposito unico nazionale per le scorie radioattive, che tra l&rsquo;altro provengono anche dagli ospedali, a causa di un’apparentemente incorreggibile sindrome NIMBY (<em>Not In My Backyard</em>). Sindrome che colpisce anche la costruzione di parecchi impianti fotovoltaici ed eolici per la verità, contribuendo a rallentare la transizione energetica.</p>
<p>Insomma, il libro ci dà elementi per stare con i piedi per terra e per ripulire il dibattito dalle troppe scorie (queste sì) ideologiche e integraliste. Io lo leggerei.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dopo il disastro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-disastro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-disastro/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Bhopal, Minamata, Halifax, Scarlino, possiamo imparare molto da tutto quello che si mette in moto dopo un disastro: conoscenze, nuove regole, modifiche delle prassi. ma anche la capacità di organizzarsi in difesa dei diritti e della giustizia ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dopo-disastro-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dopo-disastro-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È la mattina del 6 dicembre 1917 ad Halifax in Canada, in piena Prima guerra mondiale, il porto è affollato, il traffico convulso. Poco dopo le 8:45 la nave francese <em>Mont-Blanc</em>, carica fino all&rsquo;orlo di esplosivi destinati al fronte europeo, e la nave norvegese <em>Imo</em> si scontrano nel tratto di mare più stretto del porto. Non si tratta di un urto importante, ma alcune scintille incendiano il benzolo versato sul ponte della <em>Mont-Blanc</em>. </p>
<p>L&rsquo;equipaggio, consapevole del rischio di esplosione (il carico comprendeva quasi tremila tonnellate di esplosivi, tra cui TNT acido picrico e benzene), si precipita ad abbandonare la nave, senza che ci sia modo di avvisare le autorità cittadine. Quando, alle 9:04, solo 20 minuti dopo l’impatto, la <em>Mont-Blanc</em> esplode sarà la più grande deflagrazione non nucleare della storia fino a quel momento. L&rsquo;onda d&rsquo;urto rade al suolo un intero quartiere, i vetri delle finestre esplodono, si genera perfino un&rsquo;onda anomala di una decina di metri che si abbatte a riva. Un piccolo tsunami. Si conteranno 2.000 morti e oltre 9.000 feriti, molti dei quali resi ciechi dai vetri delle finestre cui si erano affacciati per osservare l’incendio. Una catastrofe. </p>
<p>Ma in fondo siamo in guerra e l’eco del disastro di Halifax finisce col perdersi tra i tanti altri, ne rimarrà un barlume in qualche romanzo, fino alla ricostruzione puntuale che ne fa il giornalista (sportivo) John U. Bacon nel suo libro <em><a href="https://beansbookblog.com/2026/04/02/book-review-the-great-halifax-explosion-by-john-u-bacon-2017/" rel="noopener">The great Halifax explosion</a></em>, uscito in occasione del centenario.</p>
<h2 id="il-mercurio-nella-baia">Il mercurio nella baia</h2><p>Comincia in sordina la storia della baia di Minamata, sull’isola di Kyushu in Giappone, ma proseguirà dal 1932 fino al 1968. Sono i gatti i primi protagonisti: la popolazione locale si accorge che si muovono in maniera sconnessa, a scatti, e finiscono col cadere in mare, tanto che i pescatori la chiameranno &ldquo;la malattia dei gatti danzanti&rdquo;. Ma sintomi simili: movimenti sconnessi, perdita di sensibilità agli arti, convulsioni, paralisi, colpiscono sempre più spesso altri animali e persone. </p>
<p>Solo nel 1956 arriva il primo caso umano ufficialmente registrato: una bambina di cinque anni ricoverata con gravi disturbi neurologici. Ma nessuno, allora, collega quei sintomi allo stabilimento dell’industria chimica Chisso Corporation, che utilizza metilmercurio per la produzione di acetaldeide e da decenni scarica i propri reflui nella baia. Il mercurio, estremamente tossico, si sta via via accumulando nella catena alimentare ittica, dai crostacei ai delfini. Il pesce è l’alimento base della popolazione locale, che quindi continuerà a pescarlo e consumarlo nel corso degli anni. Gli anni che saranno necessari per superare le smentite da parte dei responsabili dell’industria e stabilire il nesso con gli scarichi industriali (si scoprirà che la società sapeva, ma aveva tenuto nascosti i risultati dei test realizzati internamente, un classico da copione cinematografico). <br>
A lungo si è creduto, o forse sperato, che responsabile della malattia fosse invece un agente infettivo, tanto che le persone colpite hanno spesso dovuto subire lo stigma della malattia e sono state tenute a distanza perché sospettate di diffondere il contagio di un morbo misterioso.</p>
<p>Nonostante le prove ormai indiscutibili, la Chisso continuerà a produrre acetaldeide, e a inquinare, per altri dodici anni, fino al 1968, quando si riconosce ufficialmente il legame con l’inquinamento da mercurio. La sentenza del 1973 riconosce finalmente la piena responsabilità della Chisso, garantendo un risarcimento a tutti i pazienti certificati, ma la questione di chi avesse diritto alla certificazione è rimasta aperta per decenni: ancora nel 2005 il governo giapponese ha dovuto riaprire le domande di certificazione sanitaria, segno di quanto a lungo si sia protratto il conflitto su chi potesse davvero definirsi vittima.<br>
Un ulteriore aspetto drammatico è la nascita di molti bambini affetti da malformazioni congenite, anche da madri asintomatiche e rimaste incinte dopo la fine della dispersione ambientale, perché il mercurio si accumula nell’organismo e riesce a passare la barriera placentare.</p>
<h2 id="una-nube-tossica-nella-notte">Una nube tossica nella notte</h2><p>Siamo a Bhopal, una piccola città indiana che non arriva al milione di abitanti. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, mentre gran parte della popolazione dorme, nel serbatoio numero 610 dello stabilimento della Union Carbide India, controllata dalla statunitense Union Carbide Corporation, l&rsquo;acqua entra a contatto con l&rsquo;isocianato di metile stoccato per la produzione di un pesticida. <br>
La reazione chimica scalda il serbatoio, la valvola di sicurezza cede e una nube di gas tossico si riversa sulla città addormentata. La torre di raffreddamento e la torcia di combustione, cioè gli impianti di sicurezza che avrebbero dovuto neutralizzarla, sono spenti o comunque fuori uso da mesi per abbattere i costi di manutenzione. </p>
<p>Migliaia di persone si svegliano soffocando, con gli occhi in fiamme, molte muoiono subito, nel sonno, altre nella fuga disordinata verso i bordi della città. Negli ospedali, impreparati e privi di informazioni sulla natura del gas, i medici tentano di intervenire come possono. Nei giorni successivi si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti, che porteranno per il resto della vita le conseguenze di quella notte. Sull’impatto del disastro mancano dati certi e definitivi: 2.259 persone sarebbero morte subito e stime indipendenti contano fino a 8.000 decessi nelle prime due settimane. Oltre 558.000 persone, più della metà della popolazione, sarebbero state colpite, secondo un affidavit governativo del 2006.<br>
A differenza di quanto accaduto a Seveso, a 42 anni di distanza la bonifica del sito è ancora incompleta: solo a gennaio 2025 è iniziato il trasferimento delle scorie tossiche residue verso un impianto di incenerimento a Pithampur, nel distretto industriale di Dhar, tra proteste della popolazione locale.</p>
<h2 id="disastri-diversi-dinamiche-simili">Disastri diversi, dinamiche simili</h2><p>I 50 anni dall’incidente dell’Icmesa di Seveso sono stati richiamati alla memoria già da una decina di giorni (per quel vezzo italiano di anticipare le ricorrenze). Per <em>Scienza in rete</em> ha scritto ieri Luca Carra un lungo e dettagliato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/seveso-nube-bosco-leredita-disastro/">articolo</a>, mettendo in evidenza l’eredità scientifica e di resilienza che ci ha lasciato quel disastro, come comunità italiana e internazionale. Perché i disastri insegnano e, nelle circostanze migliori, modificano le prassi. Così, pur lontane nel tempo e nello spazio, anche le catastrofi di Bhopal, Minamata e Halifax ci possono insegnare qualcosa.</p>
<p>Un primo elemento comune è la sottovalutazione sistematica del rischio: a Bhopal i sistemi di sicurezza erano fuori uso da mesi per contenere i costi. A Minamata l&rsquo;azienda ha proseguito gli scarichi in mare anche dopo che propri test interni ne avevano segnalato la tossicità. Ad Halifax, il contesto bellico ha portato a una gestione del traffico portuale caotica e priva di adeguati protocolli per navi cariche di esplosivi. <br>
Un altro elemento comune è la comunicazione istituzionale tardiva o reticente: a Bhopal l&rsquo;azienda minimizzò nelle prime ore la tossicità del gas, ritardando i soccorsi, mentre a Minamata le autorità locali e prefettizie insabbiarono per anni il nesso tra fabbrica e la &ldquo;strana malattia&rdquo;.</p>
<p>La dipendenza economica del territorio dall&rsquo;impianto responsabile la ritroviamo a Bhopal e in misura maggiore a Minamata, dove l&rsquo;azienda rappresentava la principale fonte di occupazione e gettito fiscale. Il che si porta dietro il corollario di interessi contrapposti e di difficoltà per le vittime di farsi riconoscere (e qui il pensiero va, inevitabilmente, all’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-decarbonizzazione-dellex-ilva-sia-solo-favola-bella/">Ilva</a> di Taranto).</p>
<h2 id="leredità-normativa">L’eredità normativa</h2><p>Ogni disastro ha lasciato dietro di sé anche un&rsquo;impronta normativa specifica, che spesso è diventata modello internazionale, anche se con tempi e ampiezze diversi. <br>
L’esperienza di Bhopal ha contribuito, in India, all&rsquo;approvazione dell&rsquo;<a href="https://www.indiacode.nic.in/bitstream/123456789/4316/1/ep_act_1986.pdf" rel="noopener">Environment Protection Act</a> (1986) e di una legislazione ad hoc sui risarcimenti. Il disastro indiano ha avuto ricadute anche negli Stati Uniti, portando il Congresso a promulgare una <a href="https://www.epa.gov/epcra" rel="noopener">normativa</a> sulla comunicazione del rischio chimico alle comunità residenti, la cosiddetta Community right-to-know.</p>
<p>Minamata ha dato il nome, nel 2013, alla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_di_Minamata_sul_mercurio" rel="noopener">Convenzione di Minamata</a> sul mercurio delle Nazioni Unite, un trattato internazionale che regola oggi l&rsquo;uso e il commercio globale del mercurio. <br>
L’esplosione di Halifax ha portato a un irrigidimento delle norme di sicurezza portuale e alla creazione della <a href="https://memoryns.ca/halifax-relief-commission-fonds" rel="noopener">Halifax Relief Commission</a>, un modello di gestione centralizzata dei risarcimenti post-catastrofe che avrebbe influenzato la gestione di disastri successivi in Nord America.</p>
<p>Ed è giusto ricordare anche qui che il caso di Seveso ha prodotto probabilmente l&rsquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Direttiva_Seveso" rel="noopener">eredità normativa</a> più solida e sistemica tra tutti: la Direttiva europea 82/501/CEE del 1982, poi evolutasi in Seveso II e Seveso III, resta a oggi il riferimento europeo per la prevenzione degli incidenti industriali rilevanti.</p>
<h2 id="khairat-nahi-rozgar-chahiye-non-vogliamo-elemosina-vogliamo-lavoro">Khairat nahi, rozgar chahiye, non vogliamo elemosina, vogliamo lavoro</h2><p>Giustizia ambientale, comunicazione del rischio, mobilitazione delle persone, tutti e tre gli incidenti che stiamo raccontando hanno visto nascere e persistere movimenti di protesta e di rivendicazione che sono sempre andati al di là della lotta per un indennizzo, trasformandosi in movimenti per la dignità e i diritti.<br>
A Bhopal il movimento nasce dal basso e vede protagoniste soprattutto le donne. Nel gennaio 1986, poco più di un anno dopo il disastro, l&rsquo;attivista <a href="https://www.ndtv.com/people/bhopal-gas-tragedy-activist-abdul-jabbar-dies-2132717" rel="noopener">Abdul Jabbar Khan</a>, a sua volta vittima del gas, fonda il Bhopal Gas Peedit Mahila Udyog Sangathan (BGPMUS), un&rsquo;organizzazione composta in prevalenza da donne, vedove e sopravvissute rese indigenti dalla tragedia.«<em>Khairat nahi, rozgar chahiye</em> (non vogliamo elemosina, vogliamo lavoro)», è lo slogan diventato famoso.</p>
<p>Il Sangathan si è opposto da subito alla logica assistenzialista degli aiuti di emergenza (razioni alimentari, sussidi minimi), rivendicando invece impiego, formazione professionale e riconoscimento della responsabilità aziendale. Ha condotto manifestazioni, presidi settimanali nel parco Yaadgaar-e-Shahjahani di Bhopal, e una fitta attività di contenzioso legale, arrivando a più riprese davanti alla Corte Suprema indiana.</p>
<p>Un tratto distintivo di questo movimento è la sua natura strettamente locale: a differenza di altre grandi mobilitazioni globali, il Sangathan si è finanziato quasi esclusivamente con contributi mensili simbolici dei propri membri e con la vendita di manufatti artigianali, rifiutando finanziamenti esteri. È un modello di attivismo povero di risorse ma straordinariamente longevo: resta attivo ancora oggi, oltre quarant&rsquo;anni dopo il disastro, portato avanti da figure come Hamida Bi (succeduta a Jabbar alla guida dell&rsquo;organizzazione fino alla morte nel 2020) e da altre donne sopravvissute che continuano a seguire i contenziosi ancora aperti, compreso, nel 2025, quello sulla bonifica finale del sito.</p>
<p>A questo nucleo si sono affiancate nel tempo altre reti, come la Bhopal Gas Peedith Sangharsh Sahayog Samiti e gruppi internazionali di solidarietà (<a href="https://www.bhopal.net/" rel="noopener">International Campaign for Justice in Bhopal</a>), che hanno permesso al caso di restare sulla scena internazionale ben oltre i confini indiani, un fattore che ha probabilmente contribuito a mantenere aperta, per quattro decenni, la pressione politica su un&rsquo;azienda multinazionale.</p>
<h2 id="dai-pescatori-ai-malati-il-movimento-kogai">Dai pescatori ai malati, il movimento kogai</h2><p>A Minamata la mobilitazione nasce in prima battuta non dai malati ma dai pescatori, danneggiati nel loro reddito ben prima che la malattia fosse identificata: già nel 1959 le cooperative di pesca occupano più volte lo stabilimento Chisso per chiedere un risarcimento, arrivando a scontri fisici con la sicurezza aziendale e a un intervento della polizia. Solo successivamente, e con maggiore difficoltà, si organizzarono le famiglie dei malati.</p>
<p>Il motivo di questa asimmetria iniziale è rivelatore: mentre i pescatori godevano di una struttura organizzativa preesistente (le cooperative), i malati di Minamata si trovavano in una posizione sociale assai più debole, colpiti da un doppio stigma: la malattia stessa e il sospetto di voler danneggiare l&rsquo;unico grande datore di lavoro della città, tanto che molte famiglie preferirono a lungo non farsi riconoscere come vittime. Il primo accordo del 1959 tra la Chisso e la neonata Associazione delle famiglie dei pazienti fu un &ldquo;risarcimento di cortesia&rdquo; (<em>mimaikin</em>) che non implicava alcuna ammissione di responsabilità, e che anzi vincolava le famiglie a non presentare ulteriori richieste.</p>
<p>La svolta arriva un decennio più tardi. Con la crescita economica giapponese degli anni Sessanta, cambia il contesto politico e legale: nel 1969, per la prima volta, un gruppo di pazienti porta la Chisso in tribunale, in quello che gli storici definiscono il quarto e ultimo dei grandi casi <em>kogai</em>, la parola giapponese che indica non solo l’inquinamento industriale ma il danno che porta alla salute pubblica. Prima di Minamata erano arrivati alle aule del tribunale il caso di Toyama (inquinamento da cadmio), Yokkaichi (anidride solforosa) e Niigata (di nuovo metilmercurio). <br>
Nasce una fase di attivismo molto più aggressivo e mediaticamente sofisticato: i pazienti e i loro sostenitori acquistano azioni Chisso per poter partecipare alle assemblee societarie e confrontarsi direttamente con i dirigenti, organizzano &ldquo;negoziati diretti&rdquo; (<em>chokuso</em>) alla sede di Tokyo. Le proteste diventano un appuntamento fisso dei telegiornali nazionali.<br>
Il fotografo statunitense W. Eugene Smith, che ha documentato per anni la vicenda arrivando a essere aggredito e gravemente ferito nel 1972 da dipendenti Chisso che volevano impedirgli di continuare a fotografare i pazienti, resta l&rsquo;emblema di come Minamata sia diventato anche un caso di risonanza internazionale attraverso l&rsquo;immagine fotografica. Nel 2020 esce anche un film <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_caso_Minamata" rel="noopener">Il caso Minamata</a>, con Johnny Depp, nel ruolo del fotografo. </p>
<p>Il movimento produce anche alcune figure-simbolo che meritano di essere ricordate: Teruo Kawamoto, radicalizzato dalla morte del padre per la malattia, divenne l&rsquo;unico paziente di Minamata a essere eletto in un consiglio locale. Eiko Sugimoto continuò a pescare nonostante la disabilità, in un gesto di rifiuto simbolico dell&rsquo;abbandono del mare imposto dall&rsquo;inquinamento. </p>
<h2 id="halifax-tra-solidarietà-e-discriminazione">Halifax: tra solidarietà e discriminazione </h2><p>In questo confronto il caso di Halifax è quello che meglio illumina per contrasto gli altri due. Non nascono movimenti di rivendicazione perché non c’è un unico soggetto responsabile, le navi coinvolte appartenevano a compagnie di navigazione straniere in un contesto di traffico bellico internazionale, e la stessa inchiesta giudiziaria, condotta dal giudice Arthur Drysdale, si concentra sull&rsquo;attribuzione di colpa tra l&rsquo;equipaggio della <em>Mont-Blanc</em>, il pilota e il comandante della marina canadese responsabile della sicurezza portuale, un contenzioso tecnico-legale, non un conflitto sociale tra comunità e impresa.<br>
A prevalere è la risposta immediata di solidarietà: già nelle ore successive all&rsquo;esplosione arrivano soccorsi da tutto il Canada e, soprattutto, dal Massachusetts, che invia treni con medici, infermieri e materiale sanitario. Da quel gesto nasce la tradizione, ancora oggi viva, dell&rsquo;abete che la Nuova Scozia dona ogni anno alla città di Boston in segno di gratitudine, un&rsquo;eredità culturale che è quasi l&rsquo;opposto della memoria conflittuale coltivata a Bhopal e Minamata.<br>
La gestione dei risarcimenti viene affidata a un organismo centralizzato e paternalistico, la Halifax Relief Commission, gestito dall&rsquo;élite cittadina con l&rsquo;obiettivo dichiarato di riportare la popolazione al proprio stato pre-esplosione. Solo la ricerca storica più recente ha portato alla luce un aspetto rimasto a lungo sotterraneo: gli studi di Mark Culligan e Katrin MacPhee hanno documentato come i richiedenti afro-discendenti, gli <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Black_Nova_Scotians" rel="noopener">African Nova Scotians</a>, abbiano ricevuto sistematicamente risarcimenti inferiori, con un tasso di scetticismo dei periti sociali verso le loro richieste di danno più che doppio rispetto alla media degli altri richiedenti.<br>
In un certo senso, si può dire che a Halifax un movimento di rivendicazione sia nato solo un secolo dopo, attraverso il lavoro di ricostruzione storica e di giustizia retrospettiva condotto oggi da ricercatori e comunità che chiedono un riconoscimento pubblico delle disparità subite. </p>
<h2 id="scarlino-dai-fanghi-rossi-ai-gessi-rossi"> Scarlino: dai fanghi rossi ai gessi rossi</h2><p>Torniamo in Italia, dove il caso di Scarlino, in Maremma, ribalta lo schema visto finora: qui la mobilitazione civile non arriva dopo un disastro, ma lo previene con successo. Peccato che il problema ambientale, risolto in mare, si ripresenti decenni dopo sotto un’altra forma sulla terraferma, utile promemoria che spostare un rifiuto da un comparto ambientale a un altro non equivale a eliminarlo.</p>
<p>Ed ecco la storia: dove oggi sorge lo stabilimento del Casone di Scarlino (provincia di Grosseto), fino al 1960 c&rsquo;era una fattoria. Nel 1962 la Montecatini acquista i terreni e costruisce un impianto per la produzione di acido solforico, legato allo sfruttamento dei minerali di pirite delle Colline Metallifere. Nel 1966 la Montecatini si fonde con la Edison, nasce la Montedison, che decide di usare lo stabilimento anche per produrre biossido di titanio (TiO2), pigmento allora molto richiesto sul mercato europeo. Il processo scelto è quello al solfato, che utilizza un minerale abbondante, l’ilmenite, anziché il più raro rutilio richiesto dal processo al cloro, generando però un ingente scarto liquido-fangoso di colore rosso, ricco di solfati e ossidi di ferro: i &ldquo;fanghi rossi&rdquo;.<br>
Nel 1971 la Montedison chiede al ministero della Marina Mercantile l&rsquo;autorizzazione a scaricare i fanghi rossi in mare, tra la Toscana e la Corsica. Il comune di Scarlino, interpellato dalla Prefettura di Grosseto, incarica un proprio tecnico di analizzare la questione: le analisi rivelano un&rsquo;elevata tossicità, con effetti devastanti su ambiente marino e pesca. Si apre, così, una battaglia lunga diciassette anni che vede alleati, in una rara configurazione, il comune di Scarlino, i sindacati e gli stessi operai dello stabilimento, la Regione Toscana e i comuni costieri, contro la Montedison. <br>
La vicenda ha eco internazionale e porta, nel 1978, a due risultati concreti: la <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/disposal-of-titanium-dioxide-industrial-waste.html" rel="noopener">Direttiva europea 78/176/CEE del 20 febbraio 1978</a>, che obbliga tutti gli Stati membri a dotare gli stabilimenti di impianti idonei a rendere innocui i residui inquinanti prima di scaricarli in mare, e la prima legislazione organica italiana a tutela delle acque (la cosiddetta &ldquo;<a href="https://www.doctrine.it/norms/laws/itatextgcuhvms24emqw4" rel="noopener">legge Merli</a>&rdquo;, l. 319/1976). <br>
Gli sversamenti a mare cessano: una battaglia, vinta, considerata da più osservatori la prima vera lotta ambientalista italiana, capace di dimostrare che ambiente e occupazione non sono necessariamente in conflitto.</p>
<p>Fermati gli scarichi a mare, i fanghi rossi si avviano su un altro processo: vengono trattati e neutralizzati con carbonato e idrossido di calcio, diventando un rifiuto solido, i “gessi rossi&quot;, un impasto che mescola questo residuo con la marmettola, lo scarto della lavorazione del marmo delle cave di Carrara. Il problema ambientale non è stato eliminato, ma cambia stato fisico e decennio.</p>
<p>A partire dal 2004 questi gessi rossi vengono utilizzati per il ripristino ambientale di una cava di marmo esaurita, quella di Poggio Speranzona a Montioni (Follonica), a circa 20 km dallo stabilimento. Tra il 2006 e il 2017 tre deroghe (due statali, una legge regionale toscana) aumentano le concentrazioni ammesse di solfati e cloruri nel materiale.  Si scopre, però, che il fondo della cava non è impermeabilizzato: gli inquinanti si infiltrano per anni nella falda acquifera sottostante, sforando i limiti di legge. Una Commissione parlamentare d&rsquo;inchiesta sulle ecomafie ha stimato che, smaltendo il materiale in questo modo anziché in discarica autorizzata, le aziende coinvolte avrebbero risparmiato tra i 200 e i 240 milioni di euro in circa quindici anni.<br>
Ne è nata un&rsquo;inchiesta penale della Direzione distrettuale Antimafia di Firenze, con perquisizioni, responsabili aziendali e istituzionali indagati, finché nel 2022 la Regione Toscana diffida l&rsquo;azienda, bloccando di fatto il conferimento in cava.</p>
<p>Dal 2023 lo stabilimento ferma quasi completamente la produzione, per una combinazione di crollo della domanda globale di TiO2, dumping dei produttori cinesi, costi energetici e l&rsquo;incognita irrisolta sui gessi rossi. Per circa due anni e mezzo oltre 200 lavoratori restano in cassa integrazione. Alla fine del 2025 arriva la svolta: il 19 novembre la Regione Toscana autorizza lo stoccaggio dei gessi rossi nell&rsquo;area degli ex bacini fanghi dello stabilimento per sette anni, previa messa in sicurezza permanente del sito, una nuova società, la Nuova Solmine (gruppo Solmar) rileva lo stabilimento e si impegna a riassumere tutti i lavoratori. A febbraio di quest’anno l&rsquo;impianto, ribattezzato SolTiox, riparte ufficialmente con la produzione. Ma questa è un’altra storia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Seveso: la nube, il bosco e l'eredità di un disastro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/seveso-nube-bosco-leredita-disastro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/seveso-nube-bosco-leredita-disastro/</guid><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 13:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Sono passati 50 anni dall&amp;amp;rsquo;incidente di Seveso che portò alla ribalta i danni da diossina. Ripercorriamo la storia dell&amp;amp;rsquo;incidente, le conseguenze sulla salute della popolazione, così come su animali e piante, il legame con la guerra del Vietnam e gli effetti dell&amp;amp;rsquo;agente Orange. Ma soprattutto le eredità scientifiche, di consapevolezza e di resilienza che ha ci lasciato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/seveso-nube-bosco-leredita-disastro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/seveso-nube-bosco-leredita-disastro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ventidue chilometri a nord di Milano, nel cuore della Brianza urbanizzata, tra svincoli e capannoni, c&rsquo;è un bosco di querce di quarantadue ettari dove la gente porta a spasso il cane e i ragazzi vanno a correre. Si chiama Bosco delle Querce, sta a cavallo dei comuni di Seveso e di Meda, ed è uno dei fiori all’occhiello della politica di forestazione in aree urbane e periurbane lombarde. Ma qui, passeggiando fra le farnie, gli aceri e i carpini ci si accorge di essere entrati in un pezzo di storia italiana, raccontata peraltro dagli 11 cartelli che raccontano l’incidente della nube tossica che il 10 luglio di cinquant’anni fa fuoriuscì dallo stabilimento Icmesa di Meda, per investire in pieno anche il confinante comune di Seveso. Ne seguirono numerosi casi di intossicazione acuta di adulti e bambini, tumori, e una strage di animali e di piante. Solo un pioppo nero è sopravvissuto, raggiungendo oggi i trenta metri di altezza e i quattro di diametro, che ancora campeggia nel cuore dell’area protetta, non distante dalle due grandi vasche impermeabilizzate dove sono stati messi in sicurezza i resti di uno dei più gravi disastri industriali del nostro paese. La terra contaminata, le macerie delle case, gli oggetti personali, le carcasse di più di ottantamila animali e le attrezzature usate per la bonifica. Il terreno fertile e ricco di vita che oggi calpestiamo è stato portato da altre zone della Lombardia, perché quello originario, per uno strato fino a ottanta centimetri, è stato asportato e chiuso sottoterra. Probabilmente sarà sotto quel pioppo, oggi monumento nazionale, che venerdì 10 luglio il presidente Mattarella terrà il suo discorso su quello storico incidente che aprì una nuova stagione della protezione sanitaria e ambientale. Il Bosco delle querce racconta come l&rsquo;Europa ha scoperto il rischio industriale, e a caro prezzo ha imparato a governarlo.</p>
<h2 id="sabato-10-luglio-1976">Sabato 10 luglio 1976</h2><p>Quel sabato, alle 12.28, la fabbrica Industrie Chimiche Meridionali S.A. (ICMESA) era ferma per la consueta sosta di fine settimana. Nel reattore A101 era rimasto il prodotto grezzo appena prodotto, ricavato dal tetraclorobenzene e dalla soda caustica sciolti nel glicole etilenico, un intermedio usato anche nei diserbanti. Il venerdì pomeriggio, a fine turno, la temperatura del processo che a regime si mantiene attorno ai 170 gradi, salì fino a circa 250, favorendo la sintesi di una grande quantità di TCDD. La pressione crescente scaricò il contenuto nel sistema di sfogo di emergenza, e da lì, a causa della rottura di un diaframma di sicurezza, verso l’esterno. Così, invece di contenere lo sfogo, lo consegnò al vento. Una nube rossastra uscì con un sibilo e si diresse verso sud, sud-est, verso i quartieri abitati di Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio.</p>
<p>Nella nube, insieme al triclorofenolo e alla soda caustica, c&rsquo;era la sostanza che avrebbe reso quel nome famoso in tutto il mondo: la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-para-diossina, la TCDD, classificata al primo posto tra le sostanze tossiche di origine sintetica. Le prime stime aziendali parlavano di poche centinaia di grammi; oggi le valutazioni oscillano tra meno di un chilo e oltre trenta chilogrammi. In pochi minuti, quel veleno si posò su campi, orti, tetti e strade di una delle aree più densamente popolate d&rsquo;Italia. Sarebbe potuto andare peggio se dopo venti minuti, un operaio, vedendo levarsi la nube in cielo, non avesse indossato un respiratore e interrotto il processo azionando a mano il sistema di raffreddamento. Ma fu abbastanza per produrre il più grave incidente industriale del dopoguerra.</p>
<p>La domanda successiva, quella che i processi avrebbero inseguito per anni, è sulle ragioni dell’incidente. La risposta più convincente ha il volto banale del profitto. L&rsquo;ICMESA, entrata in funzione nel 1947 e passata nel 1963 alla svizzera Givaudan sotto il controllo della multinazionale Hoffmann-La Roche, produceva il 2,4,5-T con quattro cicli settimanali, dal lunedì al venerdì, che già saturavano le sue capacità. Non bastavano e così ne fu aggiunto un quinto a cavallo del fine settimana, non presidiato. La fabbrica sorgeva nel mezzo di un tessuto densamente abitato, per una convergenza di interessi pubblici e privati che alla sicurezza anteponeva l&rsquo;economia e la vicinanza alla casa madre svizzera.</p>
<h2 id="una-settimana-del-silenzio">Una settimana del silenzio</h2><p>La notizia dell’incidente trapelò dalla stampa una settimana dopo quel sabato 10 luglio 1976. Sfogliamo il <em>Corriere della Sera</em> di quei giorni per ritrovarci in un&rsquo;altra epoca: il “piano speciale” con cui il presidente del consiglio Giulio Andreotti voleva contrastare la piaga dell’evasione fiscale. La quattordicenne ginnasta rumena Nadia Comaneci si fa notare vincendo l’argento nella gara a squadre alle olimpiadi di Montreal. La sonda Viking 1 arriva su Marte ma, come scrive il Corriere, non ci svela ancora se c’è vita sul Pianeta rosso.</p>
<p>Finalmente, domenica 18 luglio troviamo un taglio basso in prima pagine con il titolo «Un gas misterioso che uccide piante e animali invade un paese: quattordici bimbi intossicati». In realtà in azienda già si sapeva che si trattava di diossina, ma ci vollero quasi dieci giorni per rivelarlo, ritardando così decisioni che avrebbero potuto limitare i danni evitando che i bambini continuassero a giocare nei cortili, e la gente a raccogliere l&rsquo;insalata negli orti.</p>
<p>A dire il vero, i segni della contaminazione non aspettarono i comunicati ufficiali per manifestarsi. Le foglie ingiallivano, gli animali domestici e da cortile cominciavano a morire a decine. Sulla pelle delle persone più esposte, e soprattutto di molti bambini, comparve la cloracne, un&rsquo;eruzione con macchie rosso-giallastre a sfigurare i volti. Il 15 luglio l&rsquo;ufficiale sanitario supplente accertò i primi casi di intossicazione e chiese misure urgenti. Domenica 18 luglio Fabrizio Malgrati, sindaco di Meda, ordinò la chiusura della fabbrica.</p>
<h2 id="le-zone-a-b-e-r-la-geografia-del-contagio">Le zone A, B e R: la geografia del contagio</h2><p>A partire dal 24 luglio iniziò l&rsquo;evacuazione. La zona più colpita, denominata Zona A, fu recintata con filo spinato steso dai soldati e presidiata dall&rsquo;esercito. In tutto vennero allontanate 736 persone, 204 famiglie, su una superficie di 108 ettari; le abitazioni di 41 famiglie furono poi demolite. Una azienda agricola, decine di imprese artigiane, esercizi commerciali e industrie dovettero sospendere l&rsquo;attività. Attorno alla Zona A fu tracciata una Zona B a minore contaminazione, estesa anche a Cesano Maderno e Desio, e una più ampia Zona R, di rispetto. Ai residenti fu imposto di non toccare terra, erba, ortaggi e animali, di lavarsi ossessivamente le mani, di distruggere latte, uova e prodotti dell&rsquo;orto. Alle donne, per prudenza, fu consigliato di astenersi dalla procreazione, perché non si poteva escludere la comparsa di malformazioni nei figli concepiti da persone esposte. L&rsquo;impatto mediatico fu devastante quanto la nube: gli operatori della stampa erano ovunque, il mercato dei prodotti locali crollò, e in certi casi perfino gli albergatori rifiutarono di ospitare chi fuggiva dalle zone contaminate.</p>
<p>Fu proprio questo il nodo che segnò Seveso più di ogni altro: la diossina aprì il capitolo, allora nuovo e drammatico, dell&rsquo;aborto. Alcune donne incinte, terrorizzate dal rischio di malformazioni, chiesero e ottennero, in un&rsquo;Italia in cui l&rsquo;interruzione di gravidanza era ancora reato, di abortire, alimentando uno scontro politico e morale che avrebbe accompagnato, l&rsquo;anno dopo, la lunga marcia verso la legge 194. Intanto la gestione della bonifica diventò terreno di aspro conflitto sociale e politico. La popolazione, sfiduciata verso la Regione, si oppose con blocchi stradali e occupazioni al progetto di un forno inceneritore per bruciare il materiale contaminato, e alla fine prevalse la soluzione che conosciamo: l&rsquo;asportazione del terreno e il confinamento nelle due vasche, quella di Seveso da 200.000 metri cubi e quella di Meda da 80.000 (per una storia dell’ICMESA e la cronaca dell’incidente e dei conflitti si veda anche <a href="https://www.boscodellequerce.it/wp-content/uploads/2022/10/storia_bdq.pdf" rel="noopener">Massimiliano Fratter, &ldquo;Seveso e l´Icmesa dall´insediamento della fabbrica al &ldquo;dramma&rdquo; del 10 luglio 1976&rdquo;</a>) .</p>
<h2 id="rabbia-sfiducia-e-mobilitazione">Rabbia, sfiducia e mobilitazione</h2><p>Nei mesi successivi la comunità visse divisa tra chi era stato sradicato dalle proprie case e chi restava dietro il filo spinato, tra chi pretendeva la bonifica immediata e chi accusava la Regione di immobilismo. Gli sfollati rientravano di nascosto nella Zona A, trovavano le recinzioni divelte, tornavano a stirare e a dormire nelle case contaminate pur di non abbandonarle, come racconta il romanzo <em>La lepre con la faccia da bambina</em> del medico (e capostipite dell’ambientalismo italiano) Laura Conti. Le proteste sfociarono in blocchi ripetuti della superstrada Milano-Meda e nel rifiuto del forno inceneritore.</p>
<p>Seveso mostrò quanto fosse fragile il rapporto tra cittadini e istituzioni davanti a un rischio di cui nessuno conosceva davvero la portata. Da quella crisi nacquero però anche strumenti nuovi: l&rsquo;Ufficio Speciale per Seveso, una commissione parlamentare d&rsquo;inchiesta, i cinque programmi operativi di bonifica, e una nuova consapevolezza ambientale. La parola diossina entrò nel lessico comune, e con essa l&rsquo;idea che la chimica industriale potesse rappresentare una minaccia diffusa, non più confinata ai luoghi di lavoro, e cifra di uno sviluppo economico che non si curava di concetti ancora minoritari come ambiente e salute, come sottolineò pochi mesi dopo l’incidente il formidabile numero speciale di <em>Sapere</em>, fino a quel momento diretto da Giulio Alfredo Maccacaro, titolato <a href="https://www.inventati.org/apm/materiali/Sapere_Seveso1.pdf" rel="noopener">“Seveso, un crimine di pace”</a>.</p>
<h2 id="un-esperimento-di-tossicologia-in-vivo">Un esperimento di tossicologia in vivo</h2><p>Se l’appassionata critica dei meccanismi economico-sociali alla base di un incidente come quello di Seveso ha in Maccacaro la figura di spicco, chi ha segnato la storia scientifica degli studi sulla diossina è senz’ombra di dubbio Pier Alberto Bertazzi, epidemiologo e direttore del Dipartimento di medicina del lavoro dell&rsquo;Università di Milano, scomparso il 15 settembre 2021. Furono lui e i suoi collaboratori a costruire e guidare per decenni la coorte di Seveso e a condurre gran parte degli studi che oggi ci permettono di conoscere gli effetti della TCDD. A quarant&rsquo;anni dal disastro, in una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/eredita-seveso-dopo-quarant-anni-ammonimento-lezione/">articolo per Scienza in rete</a>, Bertazzi fece un bilancio sanitario, ma anche sociale di quell’incidente.</p>
<p>La coorte di Seveso, costruita dalla Clinica del Lavoro di Milano sui 218.682 residenti al momento del disastro, è oggi uno dei più importanti studi al mondo sugli effetti della diossina sull&rsquo;uomo. La differenza fra chi viveva nelle diverse zone colpite dall’incidente - A, B e R - fu confermata dai dosaggi di TCDD nel sangue: i livelli mediani misurati subito dopo l&rsquo;incidente furono di 447 parti per trilione in zona A, 94 in zona B e 48 in zona R, contro valori inferiori a 5-10 nelle aree non contaminate. Data l&rsquo;emivita lunghissima della molecola, la diossina era ancora ben dosabile vent&rsquo;anni dopo. Quantità che a molti luminari di allora, nel concitato dibattito subito dopo l’incidente, parevano troppo piccole per portar a danni significativi (uno fra tutti il farmacologo e onorevole democristiano Emilio Trabucchi, che in un <a href="https://www.diossinaseveso.it/Diossina%20Seveso%20-%20Discorso%20Prof%20Trabucchi%20in%20Parlamento%20il%2029-10-1976%2001.pdf" rel="noopener">discorso alla Camera il 29 settembre 1976</a> parlò del “panico del tutto irrazionale” della popolazione che visse quell’incidente, e che per dimostrare l’innocuità della diossina a quelle dosi si offerse di mangiare l’insalata contaminata di Seveso).</p>
<p>Il segno clinico più immediato e visibile dell’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini: in Zona A ne fu colpito circa un bambino su cinque tra i tre e i quattordici anni, e nella parte più contaminata quasi la metà. Sul lungo periodo però le cose cambiano. Il follow-up di mortalità ha confermato un eccesso di malattie cardiovascolari nel primo decennio dopo l&rsquo;esposizione, un aumento del diabete tra le donne e, soprattutto, un eccesso persistente di tumori del sistema linfoematopoietico, cioè linfomi, leucemie e mielomi, che si conferma a distanze di tempo crescenti dall&rsquo;incidente. L&rsquo;incidenza complessiva dei tumori non risulta molto diversa dall&rsquo;atteso, con segnali suggestivi per alcune sedi. Furono monitorati anche effetti più fini: nei figli delle madri più esposte, decenni dopo, si sono riscontrati valori alterati dell&rsquo;ormone tiroideo TSH alla nascita, un segnale biochimico che rimanda alla capacità della diossina di interferire sullo sviluppo.</p>
<p>Su un fronte diverso, il <a href="https://cerch.berkeley.edu/research-programs/seveso-womens-health-study" rel="noopener">Seveso Women&rsquo;s Health Study condotto con il CDC di Atlanta</a> ha potuto misurare la diossina direttamente nel sangue di 981 donne. I risultati indicano un raddoppio del rischio di tumore al seno per ogni aumento di dieci volte dei livelli sierici di TCDD nelle prime analisi, e un incremento di circa l'80 per cento di tutti i tumori per lo stesso aumento nel follow-up successivo. Nel 1997 e di nuovo nel 2012 la <a href="https://publications.iarc.who.int/Book-And-Report-Series/Iarc-Monographs-On-The-Identification-Of-Carcinogenic-Hazards-To-Humans/Chemical-Agents-And-Related-Occupations-2012" rel="noopener">IARC, l&rsquo;agenzia dell&rsquo;OMS per la ricerca sul cancro, ha classificato la TCDD nel gruppo 1</a>, cancerogeno certo per l&rsquo;uomo.</p>
<p>C&rsquo;è poi il dato forse più inaspettato, emerso dai <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2805%2965030-1/abstract" rel="noopener">lavori di Paolo Mocarelli</a>, che allora giovane primario dei laboratori dell’ospedale di Desio conservò ed esaminò in modo sistematico i campioni di sangue degli abitanti della zona: gli uomini esposti da giovani, con diossina nel sangue elevata, per anni hanno generato molte più figlie femmine che maschi. Nei figli dei padri esposti prima dei diciannove anni la proporzione di maschi crollò a circa il 38 per cento, contro il 51 per cento atteso, un&rsquo;alterazione del rapporto tra i sessi che rimanda alla natura di interferente ormonale della diossina, capace di agire sul sistema endocrino già a dosi bassissime.</p>
<p>Incuriosisce anche il tasso aumentato di infarti, che difficilmente possono essere ricondotti all’azione della diossina. E infatti la causa più probabile di questo e altri malanni registrati in quegli anni dalla popolazione esposta potrebbero derivare da quel “panico” tutt’altro irrazionale che pesò soprattutto fra le persone più anziane, che di colpo si trovarono a dover cambiare  casa, lavoro e abitudini, senza ben capire qual che stava succedendo anche a causa dell’assenza di comunicazioni chiare su quanto stava accadendo: uno “stress da soccorso”, come è stato ribattezzato, che insorge in situazioni catastrofiche come queste, come spiegato nell’<a href="https://epiprev.it/attualita/seveso-1976-2026-un-crimine-di-pace" rel="noopener">articolo</a> sui cinquant’anni di Seveso firmato da due altri protagonisti di quegli anni, Luigi Bisanti e Dario Consonni per <em>Epidemiologia &amp; Prevenzione</em>.</p>
<h2 id="il-filo-che-porta-in-vietnam">Il filo che porta in Vietnam</h2><p>Va chiarito che gli studi sulla diossina non iniziarono a Seveso. Ed è qui che la storia della Brianza si intreccia con quella del Sud-est asiatico. Il 2,4,5-T era uno dei due componenti dell&rsquo;agente Orange, il defoliante che l&rsquo;esercito statunitense irrorò sul Vietnam per spogliare le foreste in cui si nascondevano i vietcong e distruggere i raccolti di riso. Negli anni Sessanta, durante la guerra del Vietnam, furono rovesciati sul paese circa ottanta milioni di litri di erbicidi, con cui vennero devastate ampie porzioni di foreste e mangrovie, come raccontato da Paola Bonfante nel suo libro <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815394866" rel="noopener">Piante, noi e loro</a>.</p>
<p>Le <a href="https://www.publichealth.va.gov/exposures/agentorange/publications/health-and-medicine-division.asp" rel="noopener">stime dell&rsquo;Accademia nazionale delle scienze statunitense</a> collocano la TCDD dispersa in Vietnam tra i 110 e i 180 chilogrammi, e alcuni ricercatori spingono la cifra fino a diverse centinaia di chilogrammi. In altre parole, la diossina liberata dall&rsquo;Agent Orange fu di un ordine di grandezza superiore ai quindici o trenta chili di Seveso. La differenza sostanziale fra la Brianza dei capannoni e le foreste tropicali del Sud-est asiatico sta nella percezione e nella risposta. A Seveso una nube di pochi chili scatenò un&rsquo;emergenza sanitaria internazionale, un intervento dello Stato, un rimborso da parte della multinazionale riconosciuta colpevole di circa 200 miliardi di lire, decenni di studi e una legislazione europea. In Vietnam una quantità molto maggiore, distribuita deliberatamente su un intero paese, ha lasciato per generazioni malformazioni e malattie che ancora oggi faticano a essere riconosciute e risarcite.</p>
<p>In Vietnam la diossina si sprigionò soprattutto attraverso gli incendi e la combustione della vegetazione irrorata, un meccanismo che ne moltiplicò la diffusione nell&rsquo;ambiente e nella catena alimentare. Le stesse alterazioni osservate a Seveso, in scala quasi controllata, sono state descritte su popolazioni vietnamite: eccessi di malformazioni, disturbi riproduttivi, un aumento del cancro primitivo del fegato <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1615128/" rel="noopener">documentato già negli anni Settanta dal chirurgo Ton That Tung</a>. Il nodo emerse con chiarezza nel gennaio 1983, quando a Ho Chi Minh City, l&rsquo;ex Saigon, si tenne il Simposio internazionale sugli erbicidi e i defolianti in guerra. Uno degli epidemiologi italiani che avevano studiato Seveso, Luigi Bisanti, vi presentò i dati italiani, ordinati e quantitativi, che fecero la differenza rispetto ai dati aneddotici presentati dagli altri relatori.</p>
<h2 id="seveso-fa-scuola-in-tribunale-e-nella-legislazione-europea">Seveso fa scuola in tribunale e nella legislazione europea</h2><p>Sul piano giudiziario Seveso ha lasciato un segno duraturo nel diritto penale dell&rsquo;ambiente. Il processo si aprì a Monza nel 1983 contro cinque tra dirigenti e tecnici della Givaudan e dell&rsquo;ICMESA. In primo grado furono condannati sia i vertici svizzeri della capogruppo sia i responsabili dello stabilimento italiano, con pene fino a cinque anni. In appello, nel 1985, le assoluzioni ridussero drasticamente le pene, e nel 1986 la Cassazione confermò la condanna definitiva soltanto per due persone: Jorg Sambeth e Herwig von Zwehl, a pene contenute attorno a un anno e mezzo e due anni. Fu, per l&rsquo;epoca, uno dei primi grandi banchi di prova della categoria del disastro colposo applicata a un evento di contaminazione ambientale di massa, un percorso che sarebbe poi sfociato, molti anni dopo, nell&rsquo;introduzione del reato di disastro ambientale nel Codice penale.</p>
<p>Sul piano economico la partita si chiuse fuori dalle aule. Nel 1980 la Givaudan accettò di versare allo Stato e alla Regione Lombardia una transazione di circa 103 miliardi di lire per le spese di bonifica e la sperimentazione, e negli anni successivi la multinazionale liquidò direttamente oltre settemila pratiche di risarcimento ai privati, per un onere complessivo superiore ai 200 miliardi di lire. Era la prima volta che si riusciva a far pagare a una multinazionale i danni provocati da una sua azienda controllata, un principio di responsabilità del gruppo che avrebbe fatto scuola.</p>
<p>Un’altra eredità importante dell’incidente è il corpo di leggi che ancora oggi regola la sicurezza industriale di tutta Europa, e che porta il nome di Seveso. Lo shock del disastro spinse la Comunità europea ad affrontare in modo sistematico il rischio degli incidenti industriali rilevanti. Nacque così, nel 1982, la Direttiva 82/501/CEE, universalmente nota come la prima delle tre <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/industrial-emissions-and-safety/industrial-accidents_en" rel="noopener">Direttive Seveso</a>, la prima norma europea a imporre alle aziende che maneggiano sostanze pericolose di identificare i rischi, adottare misure di prevenzione e informare autorità e popolazione.</p>
<p>A livello internazionale, quanto accaduto a Seveso ha ispirato la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_di_Rotterdam" rel="noopener">Convenzione di Rotterdam</a>, che dal 2004 regola il commercio internazionale delle sostanze chimiche pericolose imponendo il consenso informato preventivo del Paese ricevente.</p>
<h2 id="dalla-nube-tossica-a-un-bosco">Dalla nube tossica a un bosco</h2><p>Di tutti i lasciti di Seveso resta, passate le incomprensioni, i conflitti, e la grande paura generate dalla nube tossica, anche il potenziale di attivazione di energie e di senso della comunità che caratterizzò la rinascita di quei luoghi, che il <em>New York Times</em> aveva battezzato come l’“Italy’s Hiroshima”. Lo spiega bene Pier Alberto Bertazzi su Scienza in rete: «Come è stato possibile che invece questa città sia diventata un centro fiorente di vita sociale con la nascita dalla base di iniziative educative, di vita sociale, di musica e arte, e con un importante <a href="https://www.boscodellequerce.it/larchivio-ponte-della-memoria/" rel="noopener">centro della memoria sulla questione ambientale</a>? Almeno parte della risposta sta nell’esistenza di una comunità attiva e solidale. Quei giorni drammatici furono anche giorni di sostegno reciproco, di condivisione dei bisogni e di iniziative comuni per rispondervi. L’intervento di Regione e Stato furono decisivi, grazie anche ai sostanziali indennizzi ricevuti da Givaudan, ma furono, in particolare, le iniziative spontanee nate dalla popolazione che furono in grado di rinsaldare vincoli sociali e generare speranza per il futuro, il carburante più importante per una ripresa».</p>
<p>Ora di quell’esperienza rimane un bosco, e un grande pioppo nero entrato a far parte nel frattempo della lista degli alberi monumentali d’Italia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le sentinelle anti-educazione sessuale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sentinelle-anti-educazione-sessuale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sentinelle-anti-educazione-sessuale/</guid><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 07:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><description>L’educazione sessuale e affettiva non solo aiuta le persone giovani a vivere al meglio una sfera cruciale dell’esistenza, ma offre a bambini, bambine e adolescenti gli strumenti per riconoscere la violazione dei confini e la consapevolezza necessaria per difendersi e chiedere aiuto se necessario. Ma le solerti sentinelle sono impegnate a sventare questo diabolico piano. E non ne fanno mistero.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sentinelle-anti-educazione-sessuale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sentinelle-anti-educazione-sessuale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Sotto il suo Occhio» è il saluto che si scambiano i cittadini di Gilead, la teocrazia distopica del romanzo <em>Il racconto dell’ancella</em> di Margaret Atwood. L’Occhio a cui si riferiscono non è solo quello divino, ma un corpo di polizia incaricato di controllare che tutti si attengano alle regole del regime. Nessuno sa chi ne faccia parte. Potrebbe essere un vicino di casa, un negoziante, un collega, persino un amico o un familiare. L’incertezza fa sì che le persone si censurino da sole, il sospetto diventa strumento di controllo.</p>
<p>In un <a href="https://www.nonsitoccalafamiglia.org/approvato-consenso-informato-preventivo-a-scuola/" rel="noopener">comunicato</a> apparso il 4 giugno sul sito web dell’associazione Non si Tocca la Famiglia per celebrare l’approvazione della legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico, si legge: «Hanno vinto le famiglie! Hanno vinto, in particolare, quei genitori che ci piace definire “sentinella”, dei veri e propri eroi che in questi lunghi anni hanno vigilato con responsabilità e coraggio affinché fosse rispettato il primato educativo della famiglia». Ora queste sentinelle chiedono al ministro Valditara di assumere ufficialmente il ruolo di guardiani.</p>
<p>In occasione del <a href="https://www.suitetti.org/progetti/festival-umano-tutto-intero" rel="noopener">Festival dell’Umano Tutto Intero</a>, un evento organizzato a Roma il 16 e 17 giugno dalla rete di associazioni anti-scelta Ditelo sui Tetti, a cui hanno preso parte diversi esponenti del governo, Giusi D’Amico, presidente di Non si Tocca la Famiglia, ha interpellato direttamente il ministro dell’Istruzione: «Noi ci offriamo per un servizio come Osservatorio Nazionale per l’applicazione corretta di questa legge con tanti genitori sentinella che nelle scuole osserveranno, vigileranno perché sia rispettato questo diritto che ormai è legge dello Stato italiano».</p>
<p>La stessa richiesta arriva da ProVita &amp; Famiglia, altra nota associazione che ha promosso la nuova norma con le sue campagne. «La legge non basta», ha <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/legge-valditara-vittoria-storica-per-famiglie-ora-osservatorio-su-liberta-educativa-e-stop-carriera-alias" rel="noopener">dichiarato</a> il suo portavoce Jacopo Coghe, «chiediamo al ministero di istituire un Osservatorio permanente sul consenso informato, per garantirne la corretta applicazione e impedire che la norma sia sabotata sui territori camuffando i progetti per farli apparire estranei all’ambito sessuo-affettivo».</p>
<h2 id="deterrenti">Deterrenti</h2><p>La <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01507967.pdf" rel="noopener">legge</a> Valditara vieta per la scuola dell’infanzia e la primaria «le attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità». Per la secondaria, stabilisce invece che «le istituzioni scolastiche sono tenute a richiedere il consenso informato preventivo dei genitori o degli studenti, se maggiorenni, per la partecipazione a eventuali attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità».</p>
<p>Se lo svolgimento di queste attività è programmato durante l’orario scolastico: «l’istituzione scolastica garantisce, mediante i propri strumenti di flessibilità e di autonomia didattica e organizzativa, la fruizione di attività formative alternative, comunque comprese nel Piano triennale dell’offerta formativa. L’istituzione scolastica comunica ai genitori o agli studenti, se maggiorenni, la natura delle attività formative alternative, contestualmente alla richiesta di consenso per la partecipazione alle attività riguardanti temi attinenti all’ambito della sessualità».</p>
<p>Cioè ogni volta che è in programma una lezione su temi attinenti alla sessualità, oltre a domandare il consenso dei genitori, la scuola deve predisporre un’attività alternativa contestualmente alla richiesta di autorizzazione. Deve trovare un docente che la segua e individuare uno spazio, senza ricevere risorse aggiuntive, perché l’articolo 3 della legge recita: «Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni competenti provvedono all’attuazione degli adempimenti ivi previsti con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente».</p>
<p>Non è difficile immaginare che tanti istituti scolastici, già costretti a far fronte a carenza di personale, di aule e di fondi, escluderanno dai loro programmi qualunque riferimento alla sessualità per non affrontare ulteriori incombenze. Senza contare il timore di segnalazioni, ispezioni ministeriali e scandali. Come <a href="http://www.editorialedomani.it/idee/commenti/legge-valditara-caccia-streghe-isolare-bersagli-autunno-lotta-educazione-sessuo-affettiva-ciofgsfb" rel="noopener">osserva</a> sulle pagine del quotidiano <em>Domani</em> Monica Pasquino, cofondatrice della rete Educare alle Differenze, a cui partecipano decine di associazioni impegnate nell’educazione affettiva e sessuale in tutta Italia, il messaggio del ministero alle scuole è «attenzione, se collaborate con loro [le associazioni che si occupano di educazione sessuale] qualcuno potrà accusarvi di manipolare i minori, chiedere accesso ai materiali non per comprenderli, ma per estrarne una parola, deformarla e usarla contro di voi, danneggiando la vostra credibilità e la fiducia nella scuola. (…) Molte dirigenze scolastiche e consigli di istituto potrebbero scegliere di non esporsi, non perché questi temi siano illegittimi o secondari, ma perché il rischio di campagne politiche o social potrebbe apparire troppo alto».</p>
<h2 id="le-sentinelle">Le sentinelle</h2><p>Da anni ormai le organizzazioni anti-scelta hanno messo in atto questa strategia intimidatoria. «E allora intervenivamo noi: lettere ai dirigenti scolastici mettendo in copia gli Uffici scolastici regionali, gli Uffici scolastici provinciali e spesso anche il ministro, richieste di ispezioni, segnalazioni formali, casi portati sui giornali quando non c’era altro modo per accendere i riflettori», <a href="https://www.nonsitoccalafamiglia.org/13-anni-di-battaglie-una-vittoria-per-tutte-le-famiglie/" rel="noopener">scrive</a> Giusy D’Amico di Non si Tocca la Famiglia. «La nostra equipe scuola non si è mai fermata. E lo diciamo con orgoglio, perché dietro ogni intervento c’erano ore di lavoro, energia, e la consapevolezza di fare qualcosa che contava davvero (…) Abbiamo convinto tanti genitori a candidarsi come rappresentanti di classe e di istituto, per fare da “sentinella” dall’interno delle istituzioni scolastiche. Piccoli gesti, che nel tempo hanno prodotto risultati enormi».<br>
ProVita &amp; Famiglia ha pubblicato un <a href="https://www.provitaefamiglia.it/blog/come-diventare-protagonisti-nella-scuola" rel="noopener">opuscolo</a> per i suoi attivisti che hanno figli in età scolare. Sollecita i genitori a candidarsi per il ruolo di rappresentanti di classe e di istituto, a consegnare al dirigente scolastico fin dall’inizio dell’anno una lettera in cui si segnala la sensibilità di alcuni argomenti, a chiedere che venga protocollata, per poterla utilizzare in seguito per eventuali azioni contro la scuola, a coinvolgere altri genitori potenzialmente interessati, ad attivarsi non appena viene proposto un progetto sgradito e chiederne la sospensione. Se il dirigente non collabora, l’opuscolo consiglia di rivolgersi agli Uffici scolastici regionali e provinciali. </p>
<p>Le due associazioni chiedono ora che questa esperienza venga messa a frutto nell’ambito di un Osservatorio che abbia peso istituzionale. Obiettivo dichiarato: difendere il primato educativo della famiglia. Posto che l’<a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-30" rel="noopener">articolo 30</a> della nostra Costituzione stabilisce il «dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli» e non certo quello di decidere cosa possono apprendere e cosa no, è poi vero che lo scopo delle organizzazioni anti-scelta e dei loro alleati politici è quello di dare la parola alle famiglie?</p>
<p>Nel 2024, l’associazione <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/gli-adolescenti-e-la-sessualita-indagine-ipsos-e-save-children?__cf_chl_f_tk=MEf01tG_s8mHiURE8Yh.t8.4lvi_mcXIj2WeEFEj8KI-1783443890-1.0.1.1-9vCIUM4MHmF5dlkUZxss7KWMNjhpmtZQ9fSedlAXHPc" rel="noopener">Save the Children</a> ha interpellato 400 genitori residenti in Italia con almeno un figlio nella fascia di età tra 14 e 18 anni. Il 95 per cento degli intervistati si è dichiarato d’accordo con l’affermazione «ritengo sia utile fare educazione affettiva e sessuale a scuola, dando la giusta attenzione alle diverse fasce d’età», il 91 per cento con l’affermazione «ritengo utile l’istituzione di un’educazione affettiva e sessuale come materia obbligatoria per i giovani». La maggioranza delle famiglie italiane, quindi, è favorevole all’educazione sessuale e lo sarebbe persino alla sua integrazione come materia obbligatoria nel curriculum scolastico. Chi ha promosso la legge Valditara non ne tiene conto. Mira piuttosto scoraggiare e ostacolare qualunque progetto di educazione sessuale, contro l’opinione della maggioranza dei genitori.</p>
<h2 id="panico-morale">Panico morale</h2><p>Da una parte, dunque, le organizzazioni anti-scelta chiedono di attivare meccanismi di controllo che generano sospetto e autocensura, dall’altra alimentano una narrazione che trasforma l’educazione sessuale in «propaganda gender», per spaventare i genitori prospettando loro dolorosi percorsi ormonali e chirurgici a cui farebbero ricorso i giovani irretiti dalla «lobby LGBT» tra i banchi di scuola. È l’approccio adottato dallo stesso ministro Valditara, ospite al Festival dell’Umano Tutto Intero: «Non possiamo immaginare che l’identità sessuale sia sganciata dalla naturalità e sia esclusivamente un fenomeno culturale. Se noi pensiamo che essere maschio o femmina sia un fatto culturale, io credo che mettiamo in discussione innanzi tutto la naturalità dell’essere umano. E questo è un passaggio chiave, un passaggio importante. Si devono rispettare tante idee, così come a maggior ragione le persone che le portano, ma credo che sia fondamentale ripristinare proprio quei principi che appartengono alla naturalità dell’essere umano e ripristinare anche quella centralità che la famiglia deve svolgere nell’educazione dei propri figli. (…) Il patto educativo tra scuola e famiglia passa innanzi tutto dal rispetto della sensibilità dei genitori su temi così stringenti, così delicati come l’identità di genere. Difendere la Costituzione, difendere il ruolo educativo dei genitori, difendere anche l’idea che l’identità sessuale, l’essere maschio o l’essere femmina non è riconducibile esclusivamente a un dato culturale».</p>
<p>Da anni ProVita &amp; Famiglia raccoglie le segnalazioni dei suoi “genitori sentinella” e le riporta in un <a href="https://www.provitaefamiglia.it/media/userfiles/files/dossier-gender-maggio-2026.pdf" rel="noopener">opuscolo</a> che consegna periodicamente al ministero dell’Istruzione, dal titolo <em>Progetti applicati nelle scuole italiane ispirati alla teoria gender</em>. Contiene nomi e indirizzi di istituti scolastici che hanno attuato programmi di educazione sessuale, date, descrizioni dei contenuti. Scorrendolo, è evidente quale sia la «propaganda gender» a cui si oppone l’associazione. Si scopre, per esempio, che lo scorso aprile in una scuola primaria in provincia di Lecce è stato presentato il libro <em>Storie spaziali per maschi del futuro</em> dell’autrice Francesca Cavallo (Undercats, 2024) che «decostruisce la tradizione familiare e l’autorità paterna», «normalizza modelli familiari fuori dall’alveo costituzionale e critica l’eroismo e la mascolinità». Si apprende inoltre che «in numerosi istituti secondari di secondo grado si sta diffondendo la prassi di assegnare letture di narrativa contemporanea con contenuti afferenti alla sfera affettiva e sessuale».</p>
<p>Tra i programmi presi di mira nel testo c’è <em>W l’Amore</em>, già attivo in diverse regioni, introdotto anche in Liguria nel 2025. «Prevede percorsi rivolti agli studenti su tematiche quali emozioni, relazioni, sessualità, identità e prevenzione, con il coinvolgimento diretto di operatori esterni nelle attività scolastiche. Il progetto introduce contenuti afferenti alla sfera affettivo-sessuale e relazionale all’interno del contesto scolastico, con possibili criticità in merito al ruolo delle famiglie, alla trasparenza dei contenuti e all’adeguatezza rispetto alle diverse fasce d’età», si legge nell’opuscolo. Giusto pochi giorni prima dell’approvazione della legge Valditara, la <em>Gazzetta di Parma</em> <a href="http://www.gazzettadiparma.it/home/2026/05/19/news/sono-stata-molestata-a-10-anni-la-confessione-choc-durante-l-esame-di-terza-media-943881/" rel="noopener">ha citato</a> <em>W l’Amore</em> raccontando la storia di Maya, una tredicenne che dopo avere partecipato all’iniziativa con la sua classe ha trovato la forza di denunciare il cugino trentenne, condannato poi per violenza sessuale. «A scuola ho avuto l’ascolto che a casa non ho mai avuto», ha detto la ragazza, «per questo ho deciso di parlare».</p>
<p>L’educazione sessuale e affettiva offre a bambini, bambine e adolescenti gli strumenti per riconoscere la violazione dei confini e la consapevolezza necessaria per difendersi e chiedere aiuto nelle situazioni di pericolo, ma le solerti sentinelle sono impegnate a sventare questo diabolico piano. Sotto il suo Occhio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le liste d'attesa spiegate al popolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/liste-dattesa-spiegate-popolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/liste-dattesa-spiegate-popolo/</guid><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 06:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>Qualche settimana fa l’annuncio trionfante di un miglioramento delle liste d’attesa, cui non sembra tuttavia corrispondere l’esperienza di tante persone. Il fatto è che ci si riferisce alle sole liste d’attesa per le prestazioni diagnostiche e ambulatoriali, mentre rimangono sterminati i tempi per esempio per le ammissioni alle strutture socioassistenziali o per la definizione delle disabilità. E comunque appare evidente che molto c’è da migliorare nella raccolta e trasferimento dei dati su quel che succede per davvero.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’interesse per il tema delle liste di attesa non si attenua mai, ma ogni tanto questo interesse ha dei picchi come avvenuto di recente quando in base ai dati del primo quadrimestre 2026 confrontati con quelli del 2025 è sembrato che finalmente qualcosa si stesse muovendo, tanto da far titolare il Sole24 Ore “<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/liste-d-attesa-risposte-migliori-urgenze-ma-24-mln-cure-fuori-tempo-inizio-anno-AI8X2CMD" rel="noopener">Liste di attesa, miglioramenti in 16 Regioni</a>”. Ma a raffreddare gli entusiasmi sono arrivati subito dopo i dati dell’ultimo <a href="https://www.forumterzosettore.it/2026/06/11/cittadinanzattiva-trentanni-di-tutela-il-rapporto-pit-salute-2026/" rel="noopener">Rapporto PiT Salute</a> di Cittadinanzattiva che documentano come uno su due fra i 14.176 cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva nel 2025 denuncia difficoltà nell’accedere alle prestazioni sanitarie pubbliche (48,2 per cento). Proviamo allora a capirci qualcosa nel proliferare di dati e commenti su quello che viene ripetutamente citato come il problema dei problemi in sanità pubblica, anche dallo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che lo ha di recente messo al centro di un <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/meloni-sulla-sanita-rivendico-lazione-del-governo-su-liste-dattesa-tempi-ancora-troppo-lunghi-ma-alle-regioni-dico-facciamo-squadra/" rel="noopener">suo accorato appello</a> alle Regioni invitate a fare squadra per vincere la sfìda delle liste di attesa, rivendicando così che per la prima volta il suo governo non ha scaricato il problema alle sole Regioni, ma facendosene esso stesso carico.</p>
<h2 id="di-che-cosa-stiamo-parlando">Di che cosa stiamo parlando</h2><p>Cosa sia il tempo di attesa per una prestazione sanitaria è intuitivo: il tempo che passa dalla richiesta di una prestazione alla data in cui la stessa prestazione viene prenotata per essere eseguita. Così definito il tempo di attesa può riguardare qualunque tipologia di prestazione sanitaria, ma nei fatti quando si parla di liste di attesa il pensiero di tutti va a quelle ambulatoriali, sia di visita specialistica che di accertamento strumentale (radiologico, endoscopico, eccetera). In realtà, il Piano Nazionale per il Governo delle Liste di Attesa (PNGLA), di cui è in corso di approvazione il nuovo relativo al <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/06/10290.pdf" rel="noopener">periodo 2026-2028</a>, si occupa anche di liste di attesa dei ricoveri, che sono però in larga misura meno considerate. </p>
<p>Vi sono però altre liste di attesa, per certi versi molto più rilevanti almeno per le persone e le famiglie interessate, come quelle per l’inserimento nelle strutture socioassistenziali delle persone anziane (attesa che condiziona anche la possibilità di dimettere molti pazienti destinati a queste strutture ricoverate in ospedale) e quelle per la valutazione dei minori disabili da parte dei servizi a questa deputate, e cioè le Unità multidisciplinari dell’età evolutiva, UMEE). Ma il discorso non cambia se pensiamo ai problemi di liste di attesa o di accesso ai servizi nell’area della salute mentale e delle demenze. Si tratta in tutti questi casi di situazioni drammatiche per chi le vive, ma che non riusciranno mai ad avere un impatto quantitativo pari a quello della attesa di una prestazione ambulatoriale, un fenomeno con cui in pratica quasi ogni famiglia italiana ha spesso a che fare. </p>
<h2 id="delle-infinite-regole-in-tema-di-liste-di-attesa-delle-prestazioni-ambulatoriali">Delle infinite regole in tema di liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali</h2><p>Per ragionare sulle liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali, occorre disporre di un insieme di informazioni di tipo amministrativo, indispensabili per dare un senso ai dati che le riguardano. Innanzitutto le prestazioni ambulatoriali sottoposte a monitoraggio dal ministero della Salute e oggetto del frenetico dibattito sono solo alcune visite specialistiche e alcune prestazioni strumentali ricomprese nel Nomenclatore tariffario nazionale la cui <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2024&amp;codLeg=104476&amp;parte=1%20&amp;serie=null" rel="noopener">ultima versione</a> risale al novembre 2024. Il monitoraggio ministeriale in applicazione del PNGLA <a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/imported/C_17_pubblicazioni_2824_allegato.pdf" rel="noopener">in vigore 2019-2021</a>  riguarda 69 prestazioni ambulatoriali (14 visite specialistiche e 55 prestazioni strumentali) riportate in un <a href="https://www.salute.gov.it/new/sites/default/files/imported/C_17_pagineAree_4975_listaFile_itemName_0_file.pdf" rel="noopener">apposito elenco</a>. Da notare che il primo PNGLA risale al 2006 e riguarda il <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=23985" rel="noopener">triennio 2006-2008</a>.</p>
<p>Le prestazioni ambulatoriali possono essere prescritte solo dai medici di fiducia (medici di medicina generale e pediatri di libera scelta) e dai medici specialisti dipendenti o convenzionati attraverso la cosiddetta impegnativa. I medici specialisti possono effettuare la prescrizione per una prestazione a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) solo quando operano in regime istituzionale, mentre in caso di prestazione in regime libero professionale lo specialista può solo proporre la prescrizione al medico curante o farla su ricetta bianca con cui il cittadino può ottenere la prestazione in regime privato, pagando di tasca propria o con una copertura di tipo assicurativo o di tipo neomutualistico, termine il cui significato qui saltiamo a piè pari. </p>
<p>I medici che lavorano nel privato non possono prescrivere su impegnativa né farmaci né prestazioni specialistiche. La prestazione specialistica a carico del SSN (che prevede una compartecipazione alla spesa, il ticket, a meno di esenzioni per reddito, patologie o condizioni sociali come la gravidanza o una invalidità) può essere erogata da qualunque struttura (ospedale o struttura ambulatoriale) pubblica o privata accreditata con un contratto con il SSN. <br>
Nella impegnativa il medico deve indicare accanto al tipo di prestazione richiesta anche le motivazioni cliniche, il tipo di accesso e in caso di primo accesso la classe di priorità attribuita alla prestazione, che andrebbe definita in base ad un sistema di classificazione condiviso.</p>
<p>Siccome ogni singolo componente della prescrizione è rilevante, per non perdersi nell’ingorgo di dati, vediamo di dare un senso ai termini “tipo di accesso” e “classe di priorità”. Le prestazioni di primo accesso sono le visite specialistiche e le prestazioni diagnostico strumentali durante le quali avviene il primo contatto del paziente con il sistema sanitario per un determinato problema di salute. Rientrano in questa categoria, per esempio, le visite e gli esami che il medico di medicina generale richiede per un suo assistito che accusa sintomi o disturbi nuovi di cui vuole accertare la natura. Per prestazioni di accesso successivo si intendono invece le visite o gli esami chiesti per approfondire o riverificare un problema già noto. Ricomprendono le prestazioni richieste per monitorare l’evoluzione di malattie croniche (per esempio uno scompenso cardiaco) e le prestazioni richieste dopo una prima serie di esami che non hanno portato a un esito definitivo. </p>
<h2 id="come-nascono-dovrebbero-nascere-le-priorità">Come nascono (dovrebbero nascere) le priorità</h2><p>Questa distinzione tra prestazioni di primo accesso e di accesso successivo è fondamentale per diversi motivi: la classe di priorità va indicata solo per le prestazioni di primo accesso; il monitoraggio ministeriale si fa solo sulle prestazioni di primo accesso; le prestazioni di accesso successivo vanno prescritte dal medico pubblico che le decide. Quest’ultimo punto vuol dire due cose che nella pratica non sempre si verificano: nel caso che uno specialista pubblico decida una visita specialistica o una prestazione specialistica strumentale di approfondimento o di controllo deve essere lui (o lei), con il supporto della sua organizzazione, a prescriverla e prenotarla. In altri termini, la struttura specialistica pubblica prende in carico il o la paziente che non si deve preoccupare di nulla da un punto di vista burocratico. Nella versione vigente del PNGLA, Regioni e Aziende sarebbero tenute a garantire attraverso dei Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA) dedicati la presa in carico delle patologie cardiovascolari e oncologiche.  </p>
<p>In caso di prestazione di primo accesso l’impegnativa dovrebbe riportare la classe di priorità attribuita alla prestazione: </p>
<ul>
<li>Classe U (Urgente), prestazioni da eseguire nel più breve tempo possibile e, comunque, entro 72 ore</li>
<li>Classe B (Breve), prestazioni da eseguire entro 10 giorni</li>
<li>Classe D (Differibile), prestazioni da eseguire entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli accertamenti diagnostici</li>
<li>Classe P (Programmata), prestazioni da eseguire entro 120 giorni.</li>
</ul>
<p>L’attribuzione della classe di priorità dovrebbe avvenire con riferimento a sistemi di classificazione condivisi almeno a livello regionale, come per esempio il modello dei “Raggruppamenti di attesa omogenei” (RAO) per il quale è disponibile un <a href="https://openssn.marcopingitore.it/wp-content/uploads/2025/04/Manuale_RAO_13_gen.pdf" rel="noopener">Manuale</a> predisposto dalla Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AgeNaS).</p>
<h2 id="ma-non-basta">Ma non basta</h2><p>Purtroppo lo spiegone deve includere alcune informazioni aggiuntive. Sulla base della propria capacità di offerta, le Regioni costruiscono le agende di prenotazione gestite con un proprio Centro unico di prenotazione (CUP), agende distinte tra primi accessi e accessi successivi. Nel sistema CUP dovrebbe confluire tutta l’offerta pubblica e privata, oltre alla offerta di prestazioni in regime libero professionale delle strutture pubbliche. Le prestazioni possono essere richieste con le stesse modalità anche alle strutture delle altre Regioni senza alcun vincolo autorizzativo. L’offerta delle strutture private è limitata dai budget loro assegnati dalle Aziende sanitarie pubbliche, mentre quella delle strutture pubbliche risente ovviamente dalle risorse di cui le Aziende stesse dispongono, ma anche dalla loro razionale distribuzione ed efficienza organizzativa. </p>
<p>I cittadini debbono segnalare per tempo l’impossibilità di onorare la prenotazione ottenuta e allo stesso tempo le Aziende debbono dare comunque una garanzia di risposta ai cittadini con percorsi di tutela ad hoc che prevedono per esempio, come si legge in <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/tema/liste-di-attesa/piano-nazionale-governo-liste-di-attesa/?paragraph=2" rel="noopener">una pagina</a> del sito del Ministero della Salute,  che l’Azienda possa scegliere di incrementare le ore di attività del proprio personale, in intramoenia o con prestazioni aggiuntive, o di aumentare il monte ore degli specialisti ambulatoriali interni. Tra queste misure è ricompreso anche l’aumento delle prestazioni richieste alle strutture private accreditate. In tutti questi casi, il cittadino potrà fruire della prestazione offerta corrispondendo esclusivamente l’importo del ticket, se previsto.</p>
<p>Da ultimo, le Aziende sanitarie territoriali, cui spetta la competenza di garantire una offerta adeguata, non possono chiudere le agende di prenotazione e dovrebbero comunque prenotare le prestazioni richieste in overbooking, in modo da poter stimare la domanda di prestazioni non soddisfatta nei tempi giusti. In realtà, questa disposizione non è adeguatamente presidiata né in termini di regole né di controlli. Nei fatti, una volta saturata la disponibilità di posti nelle agende, nella grande maggioranza delle Regioni e delle Aziende si iscrivono i richiedenti cui non si riesce a garantire la prenotazione nei tempi previsti in apposite liste dalla varia denominazione (per esempio “di presa in carico” o “di garanzia”). Poi il CUP dovrebbe richiamare, ma non sempre questo avviene. </p>
<h2 id="e-adesso-i-dati-del-ministero-sulle-liste-di-attesa-delle-prestazioni-ambulatoriali">E adesso i dati del ministero sulle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali</h2><p>Come supporto e stimolo al governo delle liste di attesa l’AgeNaS per conto del ministero della salute ha messo a punto un sistema informativo che di recente ha dato luogo alla pubblicazione di alcuni dati utili su cui riflettere. L’occasione è stata la presentazione alla stampa della nuova Piattaforma nazionale delle liste di attesa, definita dal ministero come «un importante passo avanti nel percorso di monitoraggio, trasparenza e governo dei tempi di attesa delle prestazioni sanitarie, attraverso uno strumento digitale nazionale a supporto delle Regioni e dei cittadini». <br>
I materiali utilizzati nella presentazione sono reperibili <a href="https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/comunicazione/primo-piano/2774-presentazione-della-nuova-piattaforma-nazionale-delle-liste-di-attesa" rel="noopener">qui</a>. Dalle slide utilizzate dall’AgeNaS ne estrapolo tre particolarmente utili per qualche riflessione. La Tabella 1 riporta la percentuale delle prime visite specialistiche prenotate nei territori di competenza (di solito la Azienda sanitaria di residenza) entro i tempi previsti dalle richieste nel primo quadrimestre 2025 e nel primo quadrimestre 2026. Questa tabella ha fatto gridare al miracolo visto che 16 tra Regioni e Province hanno migliorato la loro performance nel periodo considerato. Analogo andamento è stato rilevato per le prestazioni diagnostiche. Il dato complessivo di prestazioni di prima visita prenotate nei tempi giusti è molto alta (78,7 per cento) con punte che arrivano al 98,8 per cento. È evidente che i dati sono incoerenti con la realtà che racconta tutta un’altra storia. I dati sono influenzati dal fatto che si riferiscono alle sole prestazioni che hanno dato luogo alla prenotazione e quindi sono buoni in modo fallace. La stessa variabilità tra Regioni è difficile da interpretare visto che la politica di gestione delle agende è diversa da Regione e Regione e chi le tiene aperte di più fa brutta figura (vedi l’Abruzzo), mentre chi le chiude fa un figurone (vedi le Marche).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1475" height="834" loading="lazy" decoding="async">
L’uso di questa tabella per confronti e pagelle pertanto è rischioso, come è poco ragionevole esultare per questi dati se andiamo a guardare quelli della Figura 1 che evidenziano come nel 2025 solo metà delle prescrizioni per una prima visita si sono tradotte in una prenotazione con una percentuale appena più alta nel caso della prescrizione di esami diagnostici. La variabilità tra regioni anche in questo caso è elevata con la Provincia di Bolzano in testa in entrambe le classifiche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-2.png.webp 1219w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. TS: tessera sanitaria" width="1219" height="693" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. TS: tessera sanitaria</p>

<p>Un terzo dato su cui ragionare riguarda la variabilità nella quantità di prestazioni prescritte nelle diverse Regioni, riportata nella Figura 2, con il Lazio che prescrive più del doppio degli esami diagnostici rispetto al Piemonte. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/liste-dattesa-spiegate-popolo-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1280" height="724" loading="lazy" decoding="async">
È lecito immaginare che ci siano ancora molti problemi di comparabilità dei dati tra Regioni, perché differenze di questo livello non sono riconducibili facilmente a forti variabilità epidemiologiche o di stile prescrittivo, ma piuttosto di raccolta e comunicazione delle informazioni.</p>
<p>Se i dati sulle liste di attesa sono di non facile interpretazione, sono a loro volta tanti quelli che mancano. Mancano dati sulle prestazioni di accesso successivo, mancano dati sui percorsi di presa in carico coi PDTA di area cardiovascolare e oncologica, mancano dati sulla fine che fanno le prestazioni prescritte, ma non prenotate. Queste possono portare a prenotazioni fuori zona non rilevate (ad esempio in altre Regioni), al ricorso al privato o alla rinuncia della prestazione (sulla cosiddetta “rinuncia alle cure” rimando a un mio precedente <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rinuncia-cure-italiani-italiane-davvero-cosi/">intervento</a> su <em>Scienza in rete</em>). </p>
<h2 id="e-quindi-come-stiamo-messi-con-le-liste-di-attesa-per-le-prestazioni-ambulatoriali">E quindi come stiamo messi con le liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali?</h2><p>Sulle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali siamo messi male, visto che a distanza di venti anni dal primo Piano nazionale per il governo delle liste di attesa siamo in una situazione in cui quasi la metà delle prestazioni prescritte non dà luogo ad una prenotazione. Non è chiaro se ci sia un problema di domanda in eccesso da controllare sul piano della appropriatezza della richiesta o se ci sia un problema di inadeguatezza della offerta o entrambi. Forse il modo migliore di trattare le liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali è considerarle come il sintomo di una patologia di sistema, una patologia in cui si mescolano più fattori, a partire dalla crisi della medicina generale e delle cure primarie in generale, incapaci di una gestione proattiva della cronicità che potrebbe partire dalle Case della comunità se mai queste si riuscirà a farle funzionare. In questa crisi pesano la burocratizzazione della medicina generale e la mancata adozione di strumenti in grado di favorire la capacità diagnostica delle cure primarie (telemedicina e diagnostica strumentale di base). Pesano anche sulle liste di attesa in sanità fattori socioculturali come la privatizzazione del mercato e la mercificazione delle prestazioni. Per cui anziché inseguire il riequilibrio tra domanda e offerta conviene forse partire da più lontano, e cioè da una riflessione profonda e operativa sulla crisi del SSN. </p>
<p>E se poi si volesse dare una priorità a qualcuno dei tanti problemi che stanno dentro al grande tema delle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali si potrebbe partire dall’ultima slide della presentazione dell’AgeNaS: «L’obiettivo ultimo è quello di costruire una sanità più accessibile, più digitale, più responsabile e capace di orientare e non lasciare sole le persone fragili. Dobbiamo andare verso un sistema in cui l’anziano e la persona già presa in carico non dovrebbero andare al CUP, perché il sistema li conosce e li accompagna». Nella matassa intrecciata delle liste di attesa questo è forse il filo da tirare per primo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>A cosa servono le città</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-servono-citta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-servono-citta/</guid><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>A lungo le città sono state considerate soprattutto motori della crescita economica o, al contrario, luoghi in cui si concentrano disuguaglianze, traffico e inquinamento. Oggi, però, una nuova prospettiva sta prendendo forma: proprio le aree urbane, dove vive oltre metà della popolazione mondiale, potrebbero diventare gli attori più efficaci nella lotta al cambiamento climatico. Grazie alla loro capacità di sperimentare politiche innovative e di intervenire con rapidità, le grandi città sono sempre più in grado di colmare i ritardi dei governi nazionali, trasformandosi da semplici centri di sviluppo economico a laboratori di sostenibilità ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-servono-citta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-servono-citta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le città, soprattutto quelle di grandi dimensioni, possono fare molto di più per contenere il cambiamento climatico di quanto generalmente si pensi. È questa l’idea che si sta gradualmente affermando e che potrebbe aprire nuove prospettive. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Cinquant’anni fa, con uno <a href="https://www.jstor.org/stable/2777096" rel="noopener">scritto</a> che ha avuto molto successo, la città è stata concepita come una macchina per produrre crescita economica: una macchina che generando crescita porta benefici a chi opera nell’edilizia, nella finanza, nel commercio e (a quel tempo ancora) nell’industria. E porta lavoro e benessere per gli abitanti, il cui numero aumenta. Certo, non tutti erano d’accordo: i critici osservavano che la crescita porta benefici solo a una piccola parte dei residenti, mentre gli altri ne sopportano le conseguenze negative: inquinamento, traffico, rumore.</p>
<p>Passano vent&rsquo;anni, c’è la globalizzazione e una sociologa ed economista argentina, Saskia Sassen, ha introdotto la categoria delle città globali: sono città divenute centri per la crescita non dell’economia del territorio in cui si trovano, ma dell’economia globale. Dapprima New York, Londra e Tokyo, poi si sono aggiunte Hong Kong e Shanghai, poi il fulcro degli Emirati Arabi Uniti Dubai, e infine in tempi più recenti Mexico City e Sao Paulo. Tutte queste città sono sempre più connesse tra di loro e sempre più disconnesse fisicamente e socialmente con il territorio in cui si trovano, al punto che per queste entità non ha più senso parlare di città nel senso abituale del termine.</p>
<p>Facciamo un altro salto in avanti nel tempo. Due libri in rapida successione, <em>Miti e realtà dell’ambientalismo</em> di David Owen (Green Metropolis Igea, 2010) e <em>Il trionfo della città</em> di Edward Glaeser (Bompiani, 2013) smentiscono l’idea, assai diffusa, che le città tradizionali, quelle dove si concentra la maggior parte degli abitanti del pianeta, siano rese inutili da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Nel contempo affermano che le città siano macchine, ma per la tutela dell’ambiente: le città sono il risultato dell’accumularsi nel corso del tempo di sistemi sempre più efficienti di uso del territorio, degli spazi abitativi, dell’energia, delle risorse naturali. Se per fare la spesa, comprare un libro o un vestito, portare i figli a scuola o andare dal medico si va a piedi o con un mezzo pubblico e non si deve usare l’automobile come accade a chi vive in campagna, si pongono in essere comportamenti ambientalmente sostenibili inconsci, quelli più semplici da realizzare.</p>
<p>Siamo giunti all’ultima tappa di questa rassegna: una tappa che riprende sia l’idea della città come macchina di Molotch, sia quella delle città globali di Sassen, collegandosi alle considerazioni di Owen e Glaeser.</p>
<p>Partendo da un’analisi di New York, le autrici (ricercatrici alla New York University) <a href="https://www.cambridge.org/core/books/local-greens/9E1383B9157CDD29B60B29679C1DEDA0" rel="noopener">osservano</a> che le grandi città, soprattutto (ma non solo) quelle globali, sono efficienti macchine di politica ambientale e di contenimento del cambiamento climatico che sviluppano e applicano conoscenze accumulate nel tempo per adottare misure volte alla riduzione delle emissioni di gas serra, compensando l’inefficienza o l’incapacità di agire dei governi statali. Queste conclusioni sono state anticipate dalle stesse autrici con una <a href="https://www.jstor.org/stable/jj.8784638" rel="noopener">raccolta di saggi</a> dedicata appunto alle città globali sostenibili. Sono prese in considerazione sette grandi città (Londra, New York, Berlino, Abu Dhabi, Pechino, Delhi, e Shanghai) e dalla comparazione delle diverse realtà emerge che ciascuna, con proprie modalità, ha sviluppato meccanismi di contenimento delle emissioni che si integrano con le normative nazionali, ma spesso le sostituiscono.</p>
<p>Se si considera che più della metà della popolazione del pianeta vive nelle città, l’indicazione che sorge è quella di ripensare la politica di adattamento e di contenimento climatico, affidandone la progettazione non a governi e istituzioni centrali, ma alle entità che sono più in grado e più disponibili a realizzarla: le città.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Prendersi una pallottola in testa è un rischio quotidiano per i bambini di Gaza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza/</guid><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><description>I medici a Gaza hanno osservato un pattern inquietante: bambini e bambine con una singola ferita da arma da fuoco alla testa o al torace, segno che sono stati deliberatamente presi di mira. Risultati di un’inchiesta giornalistica, confermati da due studi e ripresi dalle Nazioni Unite nella loro relazione del 18 giugno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il prestigioso premio europeo per la stampa, Distinguished Reporting Award 2026, che riconosce, onora e incoraggia il giornalismo di qualità in tutta Europa, è stato assegnato a «<a href="https://www.europeanpressprize.com/article/what-the-wounds-are-telling-us/" rel="noopener">Cosa ci dicono le ferite</a>» di Maud Effting e Willem Feenstra, pubblicato da <em>De Volkskrant</em>, Paesi Bassi, il 13 settembre 2025. In Italia ne hanno dato conto poche testate, per lo più on line. Attraverso testimonianze mediche e documentazione clinica, i due giornalisti hanno ricostruito 114 casi di ragazzi e ragazze di età inferiore ai 15 anni colpiti da un singolo proiettile alla testa o al torace nella Striscia di Gaza, molti dei quali non sono sopravvissuti. Sono stati esclusi i casi incerti e quelli colpiti anche in altre parti del corpo, perché è più difficile sostenere l&rsquo;ipotesi di un colpo mirato. <br>
Effting e Feenstra hanno trascorso mesi a raccogliere testimonianze, fotografie e referti medici da operatori sanitari, anche stranieri provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Paesi Bassi, che lavoravano negli ospedali e nelle cliniche di Gaza dall&rsquo;ottobre 2023. Molti avevano esperienza in altre zone di crisi, tra cui Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia ed Erzegovina, Ruanda e Ucraina. Secondo gli intervistati e gli esperti consultati, la regolarità di questo tipo di ferite indica colpi mirati, non lesioni casuali. L&rsquo;uccisione di civili da parte di cecchini riflette una condotta sistematica che costituisce grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani: un <a href="http://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/rome-statute-international-criminal-court" rel="noopener">crimine di guerra</a>.<br>
Uccisioni che riguardano i quasi 1.000 palestinesi morti a Gaza e gli oltre 3.100 feriti in poco più di sette mesi dall&rsquo;inizio del <a href="https://news.un.org/en/story/2026/06/1167760" rel="noopener">cessate il fuoco</a>, il 9 ottobre 2025. Dal <a href="https://www.unicef.org/sop/reports/unicef-state-palestine-humanitarian-situation-update" rel="noopener">7 ottobre 2023 al 3 febbraio 2026</a>, sono stati segnalati 71.803 palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, tra cui almeno 21.289 bambini. <br>
Dati ripresi anche da Save the Children in un <a href="https://www.savethechildren.it/press/gaza-dopo-1000-giorni-di-guerra-quasi-l80-dei-minori-della-striscia-sono-sfollati-almeno" rel="noopener">rapporto</a> pubblicato in occasione dei 1.000 giorni di guerra: «Dal 7 ottobre 2023 a oggi, nella <a href="https://www.editorialedomani.it/tag/striscia%20di%20gaza" rel="noopener">Striscia di Gaza</a> sono stati uccisi almeno 21mila minori, ma la cifra reale probabilmente è molto più alta, dato l’ignoto numero di sepolti sotto le macerie». <br>
Ancora una volta, e più che mai, le <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">vittime della guerra sono i civili</a>, soprattutto i bambini e le bambine.</p>
<h2 id="non-lo-dice-solo-la-stampa">Non lo dice solo la stampa</h2><p>Contemporaneamente all&rsquo;assegnazione del premio della Stampa europea, sono usciti su <em>Jama</em> i dati di uno <a href="https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2849103?__cf_chl_f_tk=oH7Ar00EKwJxRNYoDhPyiVv10NvWCpj8Q.5X1JvS04c-1783243544-1.0.1.1-ZGmZR0Ht._iIngEauUb2iZN00XLvu65t2PCaBu9np3E" rel="noopener">studio di coorte</a> condotto presso il Dipartimento di neurochirurgia dell&rsquo;Ospedale europeo di Gaza e del Complesso medico Nasser dal primo gennaio 2025 al 30 settembre 2025. Lo studio ha incluso 719 pazienti con trauma cranico penetrante (TBI), caratterizzato da una lesione della dura madre causata da un proiettile o un frammento. «Tra i 719 pazienti con trauma cranico penetrante nel periodo di studio di 273 giorni, 321 (45%) avevano 18 anni o meno (età mediana 13 anni, con la metà centrale tra 8 e 16 anni). 229, pari al 72%, erano maschi. Il tasso medio di ricoveri giornalieri per trauma cranico penetrante in età pediatrica era di 1,18 pazienti», si legge.</p>
<p><img src="files/radiografia.png" alt="" loading="lazy" decoding="async">
<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/prendersi-pallottola-testa-rischio-quotidiano-bambini-gaza-body-1.png.webp" alt="" width="613" height="320" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’immagine radiografica di un proiettile nel cranio di un bambino di dieci anni. (B’Tselem, che ha diffuso questa e altre immagini, è il <a href="https://www.btselem.org/" rel="noopener">Centro israeliano di informazione</a> per i diritti umani nei territori occupati. Si impegna per un futuro in cui i diritti umani, la libertà e l&rsquo;uguaglianza siano garantiti a tutte le persone, palestinesi ed ebrei, che vivono tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.)</p>
<p>I meccanismi di lesione includevano schegge (292 pazienti, 91 per cento) e ferite da arma da fuoco (29 pazienti, 9 per cento). Esiti favorevoli sono stati osservati in 154 pazienti (49 per cento), mentre 94 pazienti (30 per cento) non sono sopravvissuti. L&rsquo;esito in termini di mortalità e morbilità per queste vittime innocenti è stato drammatico.<br>
Risultati simili quelli ottenuti da un altro <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12512489/" rel="noopener">studio di coorte</a> condotto nella Striscia di Gaza meridionale su 244 pazienti (età mediana di 21 anni, di cui il 74,5 per cento maschi) pubblicati nel 2025. Il tasso di mortalità a 30 giorni è risultato del 26,2 per cento ed è stato associato alla gravità del trauma cranico, all&rsquo;età, all&rsquo;estrusione di sostanza cerebrale, all&rsquo;emorragia intraventricolare e all&rsquo;emorragia subdurale.</p>
<h2 id="non-solo-a-gaza">Non solo a Gaza</h2><p>Bambini e bambine nella Striscia di Gaza continuano a soffrire di traumi fisici e psicologici a causa della guerra di Israele, così come in Cisgiordania e in Libano, dove i <a href="https://www.unicef.org/press-releases/bloodied-bruised-and-broken-more-690-children-reportedly-injured-lebanon-last-six" rel="noopener">bambini</a>, dall&rsquo;ottobre 2024, vivono nell&rsquo;insicurezza e a rischio di traumi permanenti. Ma fino alla recente documentazione su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, la maggior parte delle segnalazioni raccolte (anche grazie a <a href="https://emj.bmj.com/content/42/4/231.long" rel="noopener">Emergency</a>) che documentavano TBI nei bambini proveniva dall&rsquo;Afghanistan.  <br>
Lo spettro degli effetti di un trauma cranico sui sopravvissuti è estremamente ampio e spesso si traduce in <a href="https://journals.lww.com/jcraniofacialsurgery/abstract/2026/01000/beyond_today_s_global_wars_of_mass_destruction_.81.aspx" rel="noopener">disabilità a lungo termine e disagio psicologico</a>. Ovviamente, una delle variabili associate all&rsquo;esito non solo del trauma cranico è la distribuzione delle risorse, la pianificazione chirurgica e la gestione generale delle lesioni traumatiche nelle zone di conflitto, durante e dopo la guerra.<br>
Recentemente sono state prodotte <a href="https://journals.lww.com/neurosurgery/fulltext/2026/03001/brain_trauma_foundation_guidelines_for_the.4.aspx" rel="noopener">linee guida</a> basate sull&rsquo;evidenza per supportare la moderna gestione medica e chirurgica di queste lesioni complesse, sebbene la documentazione sui bambini feriti nelle zone di guerra sia ancora limitata.</p>
<h2 id="parole-forti-dallonu">Parole forti dall’Onu</h2><p>Nella <a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session62/a-hrc-62-crp-2.pdf" rel="noopener">relazione finale</a> della commissione d&rsquo;inchiesta indipendente delle Nazioni Unite nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e in Israele, presentata al Consiglio dei diritti umani il 18 giugno 2026, si afferma che Israele ha deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, causando genocidio, crimini contro l&rsquo;umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, nonché crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.<br>
 «La Commissione ha esaminato l&rsquo;uso della tortura, trattamenti inumani e degradanti, inclusa la violenza sessuale e di genere, contro i bambini palestinesi, in particolare durante gli arresti di massa e la detenzione. Ha analizzato il modello di Israele che prende di mira infrastrutture critiche essenziali per i bambini, come le strutture sanitarie e le sue conseguenze a breve e lungo termine, nonché l&rsquo;impatto della violenza riproduttiva sui neonati, che si traduce in una cattiva salute neonatale ed esiti del parto; attacchi a orfanotrofi e scuole, che incidono sulla perdita di cure per gli orfani e i minori non accompagnati e che causano danni scolastici e interruzioni dell&rsquo;apprendimento. La Commissione ha esaminato l&rsquo;impatto delle condizioni di vita imposte da Israele a Gaza che si traducono in mortalità infantile prevenibile, aggravamento della morbilità e gravi traumi mentali derivanti dagli attacchi incessanti e diffusi di Israele per oltre due anni. Nel complesso, ciò rivela gravi danni a più livelli per la sopravvivenza, la salute e lo sviluppo dei bambini palestinesi», si legge nella relazione. <br>
Inoltre nel capitolo Testimonianze di professionisti medici e prove visive si riporta che: «La Commissione ha intervistato un totale di 17 medici impiegati in diversi ospedali di Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il luglio 2025, i quali hanno segnalato un modello ricorrente di bambini con ferite da arma da fuoco singole, causate da droni o cecchini. L&rsquo;uccisione di un bambino con una singola ferita da arma da fuoco indica un alto grado di precisione nell&rsquo;uso della forza, suggerendo che il colpo sia stato mirato con cura piuttosto che accidentale o frutto di fuoco indiscriminato. In tali casi, questo modello è indicativo del mirare deliberatamente alla vittima minorenne, in particolare laddove le circostanze non indichino fuoco incrociato o altre condizioni di ostilità (vedere i paragrafi 71-75 per l&rsquo;analisi militare della Commissione sull&rsquo;uso delle armi da parte delle forze di sicurezza israeliane e i paragrafi 48-62 per i casi indagati)».</p>
<p>Data la portata della violenza permanente nella Striscia di Gaza, in Libano e nel resto del mondo, il trauma cranico, in quanto non evento acuto, isolato, ma condizione neurologica che perdura nel tempo che colpisce anche i bambini nelle zone di conflitto dove le risorse scarseggiano, deve ricevere la dovuta attenzione da parte della comunità sanitaria.<br>
Saranno necessari <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">diversi decenni</a> per ripristinare il benessere dei bambini e delle bambine nella Striscia di Gaza al <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-conflitto-armato-quanto-tempo-ci-vuole-recuperare/">livello</a> di cui godevano prima del genocidio perpetrato dall&rsquo;esercito israeliano. Porre fine e prevenire gravi violazioni contro bambini e bambine rimane un mandato delle istituzioni internazionali. Proteggere i bambini, tuttavia, richiede di affrontare le cause profonde del conflitto, garantire la responsabilità per le violazioni e investire in iniziative di protezione, recupero e reintegrazione dell&rsquo;infanzia. Questa è responsabilità di tutti i cittadini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’ossessione del testosterone: tra salute, virilità e mascolinità in vendita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ossessione-testosterone-salute-virilita-mascolinita-vendita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ossessione-testosterone-salute-virilita-mascolinita-vendita/</guid><pubDate>Fri, 03 Jul 2026 05:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>salute</category><description>Grazie alle spinte regolatorie e alle narrative sulla mascolinità, il testosterone è diventato un simbolo culturale. Dietro la promessa di più vigore e virilità ci sono però rischi concreti per la salute; e dietro la cura ossessiva del corpo maschile, c’è un disagio prima di tutto identitario.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ossessione-testosterone-salute-virilita-mascolinita-vendita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ossessione-testosterone-salute-virilita-mascolinita-vendita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi, una tendenza che ha fatto discutere riguarda il “testosterone a portata di tutti gli uomini”. Il suo punto zero, poco sorprendentemente, è stato un <a href="https://www.fda.gov/patients/fda-expert-panels/fda-expert-panel-testosterone-replacement-therapy-men-12102025" rel="noopener">panel</a> di esperti della FDA (Food and Drug Administration) riunitosi lo scorso dicembre. Nell’aprile 2026, lo ha seguito una <a href="https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/fda-takes-step-forward-testosterone-therapy-men" rel="noopener">nota</a>, a esplicitare l’intenzione dell’agenzia statunitense di incoraggiare le aziende farmaceutiche a valutare nuove indicazioni per la terapia sostitutiva con testosterone, nota come TRT. Sullo sfondo, l’ombra del presidente USA e il suo modello maschile. <br>
Oggi questa terapia è <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36018454/" rel="noopener">indicata</a> per trattare l’ipogonadismo, una condizione che determina una produzione ridotta di ormoni sessuali, vale a dire testosterone negli uomini ed estrogeni nelle donne, e solo quando tale condizione presenta cause e sintomi accertati. La FDA invita invece le aziende a presentare dati necessari a estendere il trattamento anche alla bassa libido di uomini con ipogonadismo idiopatico, cioè senza una causa nota. <br>
Facciamo le dovute premesse. Sul fronte dei benefici, la ricerca ha rilevato, negli uomini con ipogonadismo accertato, un <a href="http://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37589949/" rel="noopener">aumento</a> di attività e desiderio sessuale, un lieve miglioramento della <a href="https://academic.oup.com/jcem/article/103/5/1715/4939465" rel="noopener">funzione erettile</a>, un incremento della <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29522088/" rel="noopener">densità ossea</a>, oltre a un effetto positivo sull’anemia. Ad alte dosi, però, il testosterone <a href="https://www.scientificamerican.com/article/is-testosterone-therapy-safe-and-effective-what-we-know/" rel="noopener">può favorire</a>  cardiomiopatia, causare infertilità e disfunzione erettile, e provocare effetti neuropsichiatrici come irritabilità e, in casi più severi, psicosi. <br>
Accanto ai dati scientifici, online corrono narrative semplicistiche che, prescindendo da fatti e raccomandazioni cliniche, spingono verso l’uso del testosterone per contrastare alcune condizioni associate a bassi livelli di questo ormone, come perdita muscolare, stanchezza, aumento di peso e disfunzioni sessuali. Condizioni che, soprattutto sui social media, sono <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277953625012341?via%3Dihub" rel="noopener">associate</a> a una mascolinità e a una virilità in difetto. Ecco che quindi, dai <a href="https://www.mensfitness.com/news/joe-rogan-trt-therapy" rel="noopener">podcast</a> agli influencer, la sponsorizzazione del testosterone come cura miracolosa per la salute maschile cresce su terreno fertile: la mascolinità si vende come un bene immateriale a forma di T e, stando ai resoconti individuali, le terapie a base di testosterone sembrano restituire vigore e energia a chi percepisce scarica la pila a forma di uomo “perfetto”. C’è un bel però: tra i benefici documentati, la ricerca non ha rilevato vantaggi significativi relativi a energia, umore e cognizione. <br>
L’immaginario sul testosterone, arricchitosi di aneddoti e interessi commerciali, corre più veloce della scienza e raggiunge con facilità uomini che sempre più spesso sentono di dover rispettare standard (poco realistici) dettati dalle narrative dominanti, politiche e sociali. Così, inizia una corsa verso obiettivi venduti come raggiungibili ma che, di fatto, tralasciando il gioco di parole, di obiettivo hanno poco o nulla. </p>
<h2 id="la-corsa-al-corpo-perfetto">La corsa al corpo perfetto</h2><p>Un aspetto psicologico che alimenta la corsa alla mascolinità è il disagio maschile legato all’immagine che si ha del proprio corpo, sia per una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1740144522000110?casa_token=YhrqcfDY_5cAAAAA:xgJgs5f1iy-lxGU4moHriAWfGLX51t8lC5Zs_vt1hbGtw2d9MJ0dv1SmFs3OPz1jKjeiJgsl" rel="noopener">preoccupazione</a> legata al peso, sia per un’insoddisfazione verso la propria <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1089/jomh.2013.0005?cf-mal-redirected=true&amp;" rel="noopener">muscolarità</a>. Un disagio che spesso resta <a href="https://theconversation.com/body-image-issues-affect-close-to-40-of-men-but-many-dont-get-the-support-they-need-179046" rel="noopener">taciuto</a>, insieme agli effetti psicologici che può portare con sé, e vissuto in solitudine, per la riluttanza a esporsi o chiedere aiuto. «Il neoliberismo ci ha portato ad alimentare una competizione continua delle persone: tutti devono dimostrare di essere all’altezza. Di pari passo crescono le diseguaglianze. Più siamo diseguali, più siamo soli» spiega Chiara Volpato, psicologa sociale e professoressa ordinaria all’Università degli studi di Milano-Bicocca. Il corpo è da sempre il primo strumento di visibilità sociale. Nella corsa individualistica all’acquisizione di status agli occhi degli altri «indossare un certo tipo di mascolinità significa entrare in una gara che non finisce mai: non si è mai abbastanza maschi» continua Volpato. <br>
Le descrizioni più idealizzate del corpo che si rifanno all’arte classica, come quelle che Johann Joachim Winckelmann, storico dell’arte tedesco del Settecento, dedicò all’<a href="https://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/museo-pio-clementino/Cortile-Ottagono/apollo-del-belvedere.html" rel="noopener">Apollo del Belvedere</a>, hanno lasciato il posto, nei secoli successivi, a forme sempre più oggettivanti (e meno poetiche) dell’esteriorità. Volpato chiarisce: «Sono state studiate soprattutto per le donne, ma riguardano anche gli uomini. I corpi che vediamo oggi, tanto nei film quanto nelle pubblicità, sono diventati sempre più muscolosi dagli anni Cinquanta a oggi».<br>
Dai corpi degli <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10349585/" rel="noopener">actions toys</a> e dei protagonisti dei <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.3149/jms.1701.57" rel="noopener">film d’azione</a>, fino alle proporzioni dei <a href="https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2Fmen0000398" rel="noopener">supereroi</a>, l’ideale corporeo continua ad aspirare a mete poco concrete, che mettono alla prova persino le fisicità di un bodybuilder. <br>
Qual è il costo umano di questa corsa verso l’irraggiungibile? «Tutti noi abbiamo energie cognitive limitate. Se vengono concentrate tutte sul fisico e su come si appare agli altri, ne restano poche per il resto» risponde Volpato. «In adolescenza è particolarmente grave, perché è il momento in cui quelle energie dovrebbero servire alla crescita della personalità, alla formazione, all’accrescimento della cultura generale». Per i più giovani, in più, sottrarsi alle mode può essere difficile quando queste sono condivise dai propri pari, e chi fa da bastian contrario può diventare un bersaglio da isolare. <br>
Avere un’immagine negativa del proprio corpo ha diverse conseguenze: possono subentrare disordini alimentari o disturbi come la <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41009236/" rel="noopener">dismorfia muscolare</a> (o vigoressia), cioè una severa preoccupazione di non avere abbastanza muscoli. A questi possono accompagnarsi disturbi della salute mentale come ansia e depressione, l’ossessione per l’esercizio fisico e, in alcuni casi, l’abuso di sostanze. Un disagio sociale e culturale diventa così promotore di comportamenti a rischio, e può tradursi in condizioni che minano il benessere quotidiano. Eppure, le narrative costruite attorno al testosterone seguono la direzione opposta: questo ormone steroideo viene dipinto come un farmaco lifestyle, una risposta semplice ai sintomi che secondo il commissario FDA Marty Makary: «incidono significativamente sulla qualità della vita» degli uomini.  </p>
<h2 id="il-mercato-della-mascolinità">Il mercato della mascolinità </h2><p>L’ecosistema mediale digitale intercetta un disagio reale, ma i contenuti spesso sfruttano le insicurezze degli uomini per alimentare l’uso di prodotti a base di testosterone. Ne deriva una medicalizzazione narrativa che lascia la persona davanti a una scelta: curare “responsabilmente” un deficit ormonale o, in alternativa, percepirsi come “meno” uomo. Su Instagram e Tiktok questo meccanismo di vendita fa leva su <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277953625012341?via%3Dihub#bib22" rel="noopener">quattro temi</a> principali, che alimentano diseguaglianze di genere e significati distorti di mascolinità: il testosterone basso come simbolo della crisi della mascolinità e della performance sessuale, spesso descritto come non adeguatamente diagnosticato dai professionisti sanitari; la sua ridefinizione da problema relativo all’età avanzata a una questione che riguarda anche i giovani e la loro forma fisica; l’ottimizzazione personale; la costruzione di una netta opposizione tra l’essere un “vero uomo” e tutto ciò che viene associato alla femminilità.<br>
La mascolinità si materializza, così, come una performance disponibile sul mercato, a portata di tutti: essere virili diventa un imperativo commerciale e morale, fondato su contenuti social privi di prove scientifiche. In questo sistema, le autorità mediche competenti perdono spazio a favore degli influencer più seguiti. <br>
Questo universo fatto di mascolinità distorta, di idee regressive e deterministiche sull’egemonia maschile ha un proprio nome: la <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1097184X251350277" rel="noopener">manosphere</a>. <br>
<a href="https://www.netflix.com/title/81920687" rel="noopener">Narrazioni</a> sempre più estreme, trainate da figure chiave, i cosiddetti <a href="https://fujomedia.eu/site/assets/files/2047/dcu-toxicity-full-report.pdf" rel="noopener">manfluencers</a>, danno vita a un’industria della seduzione che, dietro all’intento di fornire agli uomini uno scopo, più autostima e più controllo, nasconde interessi molto meno nobili, alimentando nel contempo discorsi antifemministi e misogini. <br>
Alcune conseguenze estreme si intravedono già: per migliorare il proprio valore sessuale c’è chi ricorre al bone smashing, la pratica di procurarsi micro-fratture alle ossa del viso per modellarlo, un atto estremo del fenomeno del <a href="https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2024/feb/15/from-bone-smashing-to-chin-extensions-how-looksmaxxing-is-reshaping-young-mens-faces" rel="noopener">looksmaxxing</a>. Pur di raggiungere l’aspetto più “bello” in assoluto, i limiti si stanno assottigliando, scavalcando le soglie del grottesco. </p>
<h2 id="oltre-la-promessa">Oltre la promessa</h2><p>Il discorso dovrebbe <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1097184X19875170" rel="noopener">cambiare forma</a>: a essere in crisi non è la mascolinità, ma la reale connessione tra gli uomini, sempre più isolati e condizionati a conformarsi, fino a perdere il legame con la propria interiorità e con i rapporti sociali. Colpisce poi che, mentre il testosterone segue la sua entusiastica storia promozionale, si perda di vista chi ne ha davvero bisogno per curarsi. Nel 2023, l’AME (Associazione medici endocrinologi), la SIAMS (Società italiana di andrologia e medicina della sessualità) e la SIE (Società italiana di endocrinologia) avevano <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/ipogonadismo-maschile-garantire-a-tutti-l-accesso-alla-terapia-sostitutiva-l-appello-di-endocrinologi-e-andrologi-all-aifa/" rel="noopener">lanciato un appello</a> all’AIFA, la nostrana Agenzia del farmaco, per garantire un accesso più equo alle cure, così da trattare tempestivamente l’ipogonadismo ed evitare complicazioni. Un ormone non può colmare un vuoto identitario o regalare il corpo dei sogni: lasciamo che il testosterone curi ciò che può realmente curare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca come infrastruttura della sicurezza sanitaria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-infrastruttura-sicurezza-sanitaria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-infrastruttura-sicurezza-sanitaria/</guid><pubDate>Fri, 03 Jul 2026 05:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rino Rappuoli</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>La preparedness di oggi deve diventare predittiva, prevenire e non solo reagire. Per questo non può dipendere da strutture create durante l’emergenza e destinate a scomparire quando la crisi termina. Richiede istituzioni permanenti, capaci di mantenere attive e reattive nel tempo competenze e reti di collaborazione. Nella foto: il biotecnopolo, Fondazione Biotecnopolo di Siena</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-infrastruttura-sicurezza-sanitaria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-infrastruttura-sicurezza-sanitaria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’interessante <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lezione-epidemie-memoria-sistemi-sanitari/">analis</a>i del professor Sossai ha messo in luce i concetti di memoria e di amnesia legati alla storia della sanità pubblica. Le grandi emergenze sanitarie lasciano sempre dietro di sé un’eredità complessa. Attraverso la sofferenza che producono hanno la capacità di modificare le società. <br>
Rappresentano degli acceleratori per la ricerca e cambiano il modo in cui guardiamo alla salute, alla scienza e alla sicurezza collettiva. Ogni epidemia lascia sul campo oltre alla sofferenza, degli insegnamenti: come nasce una minaccia, quanto rapidamente può diffondersi, quali fragilità emergono nei sistemi sanitari, ma soprattutto come la conoscenza, da sola, non basta. La storia della salute pubblica è piena di lezioni apprese. Dalla peste al colera, dall’influenza spagnola del Novecento alla SARS, da Ebola fino al Covid-19, ogni crisi ha prodotto dati, analisi e raccomandazioni. Eppure, non sempre queste lezioni sono diventate capacità collettiva e permanente. Spesso sono rimaste memoria ed è proprio qui che si colloca la vera sfida del nostro tempo.<br>
Bisogna costruire sistemi capaci di agire prima che una nuova crisi esploda. È necessario trasformare la memoria in preparedness e trasformare la preparedness in capacità operativa.</p>
<h2 id="le-emergenze-biologiche-come-norma-non-come-eccezione">Le emergenze biologiche come norma, non come eccezione</h2><p>Per molti anni abbiamo pensato alle epidemie come a eventi eccezionali. Oggi però le zoonosi emergenti, i cambiamenti climatici, la pressione sugli ecosistemi, la mobilità globale e la velocità degli scambi hanno modificato il rapporto tra esseri umani e patogeni. Un focolaio locale può diventare in poche settimane una minaccia internazionale.<br>
Questo non significa vivere nella paura ma significa accettare una realtà nuova. Le emergenze biologiche sono diventate una componente strutturale del nostro tempo. Per questo la preparedness non può essere una misura temporanea. Deve diventare un impegno permanente delle istituzioni.<br>
È proprio questa la visione richiamata anche dall’articolo del professor Sossai. La preparedness non può dipendere da strutture create durante l’emergenza e destinate a scomparire quando la crisi termina. Richiede istituzioni permanenti, capaci di mantenere attive e reattive nel tempo competenze, infrastrutture e reti di collaborazione. In questa prospettiva si collocano sia la Fondazione Biotecnopolo di Siena sia l’European Vaccine Hub, nati per rendere stabile una capacità scientifica e organizzativa che non può essere ricostruita ogni volta da zero. L’ultima pandemia ha segnato una frattura storica. Non soltanto per il numero di vittime o per l’impatto economico e sociale. Il suo lascito più profondo è stato un altro. Ha infatti mostrato che la sicurezza sanitaria non può dipendere dalla sola capacità di reagire ma deve fondarsi sulla capacità di prepararsi all’evento che non può più essere catalogato semplicemente come imprevisto.<br>
Questa preparazione non coincide con un piano di emergenza. La preparedness è un sistema che integra sorveglianza, ricerca, dati, produzione, logistica, formazione, cooperazione internazionale e capacità decisionale. È l’insieme delle condizioni che consentono a una società di vedere prima, capire prima e agire prima.<br>
La preparedness moderna non è una risposta sanitaria. È una politica di sicurezza. Coinvolge la salute pubblica, ma anche la ricerca, l’industria, la diplomazia scientifica, la capacità produttiva e la governance delle istituzioni. Come la difesa, la protezione civile o la sicurezza energetica, essa ha valore soprattutto quando non viene chiamata in causa. Il suo successo si misura spesso nelle crisi evitate, nei rischi contenuti e nei tempi ridotti di risposta. Anche la migliore evidenza scientifica, da sola, non è sufficiente. Le decisioni durante una crisi sono il risultato dell’interazione tra conoscenze scientifiche, credibilità delle istituzioni, qualità della comunicazione, contesto sociale e capacità di governo. La preparedness consiste proprio nel rafforzare tutti questi elementi prima dell’emergenza. Per questo realtà come l’European Vaccine Hub e la Fondazione Biotecnopolo di Siena non rappresentano soltanto luoghi di ricerca. Sono infrastrutture nelle quali la produzione di conoscenza si integra con la cooperazione internazionale, la costruzione della fiducia e la capacità di trasformare l’evidenza scientifica in decisioni efficaci. Dopo il Covid, l’Europa ha compreso questa lezione e ha iniziato a costruire una nuova architettura della preparedness. La preparazione alle emergenze sanitarie è entrata nel cuore delle politiche europee. La sorveglianza epidemiologica e genomica, lo sviluppo di contromisure mediche, la cooperazione tra Stati e la costruzione di reti scientifiche sono diventati elementi di una strategia comune.</p>
<h2 id="nessun-paese-può-affrontare-da-solo-una-minaccia-biologica-globale">Nessun Paese può affrontare da solo una minaccia biologica globale </h2><p>Un approccio di rete è indispensabile anche per il sistema scientifico più avanzato. Come il sistema sanitario più solido ha bisogno di dati condivisi e come la migliore ricerca ha bisogno di infrastrutture capaci di trasformare una scoperta in una risposta. La storia offre un precedente significativo. A partire dal Quattrocento, Venezia costruì una rete di lazzaretti permanenti per controllare l’ingresso delle epidemie senza interrompere gli scambi commerciali. Non erano semplici luoghi di quarantena. Erano infrastrutture strategiche che proteggevano insieme la salute pubblica, l’economia e la sicurezza della Repubblica. Oggi la preparedness si esprime con strumenti profondamente diversi, fondati sulla ricerca, sulla genomica, sulle piattaforme vaccinali e sulle reti scientifiche internazionali. Ma la logica è la stessa: costruire capacità di previsione e gestione permanenti prima che la crisi si manifesti. Per questo la preparedness del XXI secolo non si basa su singole eccellenze isolate. Si basa su ecosistemi, su nodi scientifici connessi tra loro, piattaforme comuni, procedure già sperimentate e competenze che non si disperdono quando l’emergenza finisce.<br>
In questo quadro si colloca anche l’European Vaccine Hub. Il suo significato va oltre il singolo progetto di ricerca. Rappresenta un modello nuovo. Mette in rete competenze europee per accelerare lo sviluppo di vaccini e contromisure contro future minacce biologiche. Il suo valore è tecnologico, organizzativo, culturale, istituzionale. Perché prepara oggi le relazioni, le competenze e i metodi che serviranno domani. <br>
È dentro questa trasformazione che va letto anche il ruolo dell’Italia e della Fondazione Biotecnopolo di Siena. La scelta di creare un centro nazionale dedicato alla preparedness pandemica rappresenta un salto di qualità. Non nasce per rispondere a una singola emergenza. Nasce per mantenere nel tempo competenze, tecnologie e capacità scientifiche e per contribuire alla costruzione di una risposta stabile alle minacce biologiche emergenti. <br>
Una cinghia di trasmissione in grado di collegare ricerca, innovazione e sicurezza sanitaria.<br>
Un’infrastruttura di preparedness non è un centro di ricerca tradizionale ma va molto oltre. Non produce soltanto conoscenza ma deve trasformare la conoscenza in prontezza con attività permanenti di controllo e monitoraggio tempestivo e appropriato.<br>
L’obiettivo primario è quello di ridurre la distanza tra scoperta scientifica, sviluppo tecnologico e risposta operativa e fare in modo che il tempo tra l’identificazione di una minaccia e la disponibilità di una contromisura sia sempre più breve.<br>
Il Covid-19 ha mostrato che questo è possibile. I vaccini sono stati sviluppati in tempi straordinariamente rapidi. Ma quella rapidità non è stata improvvisata. È stata il risultato di decenni di ricerca in immunologia, biologia molecolare, genomica e piattaforme vaccinali. La grande innovazione non nasce durante la crisi. La crisi rivela il valore dell’innovazione costruita prima.</p>
<h2 id="dalla-reattività-allanticipazione">Dalla reattività all’anticipazione</h2><p>La nuova frontiera della preparedness sarà sempre più predittiva. Dovrà usare la genomica, l’immunologia strutturale, la biologia computazionale e l’intelligenza artificiale per accorciare il tempo tra minaccia e risposta.<br>
Questo è il passaggio da una preparedness reattiva a una preparedness anticipatoria.<br>
In passato si aspettava l’emergenza. Poi si mobilitavano risorse. Oggi dobbiamo fare il contrario. Dobbiamo costruire strumenti prima che servano, conoscere meglio i virus che potrebbero emergere, preparare prototipi vaccinali, creare librerie di anticorpi, formare ricercatori capaci di lavorare su piattaforme diverse. <br>
La preparedness non è dunque soltanto un problema di memoria. È un problema di architettura. Una società impara davvero da una crisi quando cambia le proprie istituzioni. Quando rende permanenti le capacità nate durante l’emergenza. Quando impedisce che competenze, reti e infrastrutture si disperdano al ritorno della normalità.<br>
In questo senso la preparedness è memoria organizzata. Una memoria incorporata nei laboratori, nelle piattaforme, nelle reti scientifiche, nei sistemi di sorveglianza, nei percorsi di formazione e nelle istituzioni che lavorano ogni giorno anche quando non c’è una crisi in corso.<br>
Resta però una difficoltà. Molto di ciò che viene costruito nel campo della preparedness è poco visibile. Se un sistema funziona, spesso nessuno se ne accorge. Una minaccia identificata precocemente, una variante monitorata in tempo, una rete scientifica già pronta, una risposta più rapida sono risultati fondamentali, ma raramente diventano notizia.<br>
Questo crea un paradosso. Più la preparedness è efficace, meno viene percepita. E se non viene percepita, rischia di essere sottovalutata. Per questo raccontare la preparedness è parte della preparedness stessa. Non per promuovere una singola istituzione ma per costruire una cultura pubblica della prevenzione.<br>
Le società devono sapere che la sicurezza sanitaria non nasce nelle ore della crisi ma negli anni precedenti. Nasce dagli investimenti nella ricerca, dalla cooperazione internazionale e dalla capacità di mantenere viva l’attenzione quando l’emergenza non occupa più le prime pagine.<br>
La sfida dei prossimi anni sarà quindi rafforzare la cultura di governo della salute pubblica per limitare quella dell’emergenza. Per questo occorre rafforzare le infrastrutture di ricerca e consolidare le reti europee con la consapevolezza che ogni euro investito in preparedness è un investimento in stabilità, salute e futuro.<br>
Le future pandemie non potranno essere escluse. La storia insegna che nuovi patogeni continueranno a emergere ma la storia non ci condanna a ripetere sempre lo stesso schema. Possiamo scegliere di non ricominciare ogni volta da zero.<br>
La preparedness è questa scelta. È il passaggio dalla memoria all’azione. È la capacità di trasformare l’esperienza del passato in protezione per il futuro. È una responsabilità scientifica, istituzionale e civile. L’Europa ha iniziato questo percorso. <br>
L’Italia ne è parte e con la Fondazione Biotecnopolo di Siena può contribuire a renderlo più solido. Ora il compito non è immaginare la preparedness come un progetto futuro ma rafforzare quella che stiamo costruendo oggi, perché diventi un patrimonio permanente della sicurezza sanitaria globale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lavorare stanca, al caldo ammazza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lavorare-stanca-caldo-ammazza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lavorare-stanca-caldo-ammazza/</guid><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 07:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Mentre il caldo estremo diventa la norma, il lavoro all&amp;amp;rsquo;aperto resta uno dei fronti più esposti e meno tutelati. In Italia ogni anno migliaia di infortuni sono attribuibili alle alte temperature, e ogni estate porta con sé la conta dei braccianti e degli operai morti sotto il sole. Qualcosa si muove: ordinanze regionali, un protocollo nazionale, una piattaforma di previsione del rischio che funziona. Ma in Italia la prevenzione resta a macchia di leopardo e senza una legge che la renda obbligatoria ovunque. Illustrazione prodotta con Claude.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lavorare-stanca-caldo-ammazza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lavorare-stanca-caldo-ammazza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 luglio 2025 Naceur Messaoudi, bracciante di 57 anni, è morto mentre raccoglieva cocomeri nelle campagne di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo. Pochi giorni prima un altro bracciante era morto in un agrumeto del Cosentino, un terzo in una serra del Casertano. Il 25 luglio, in Sardegna, l&rsquo;operaio antincendio Gianfranco Incollu ha perso la vita mentre lavorava tra le fiamme a Jerzu, con temperature che hanno toccato i 48 gradi. Sono solo alcuni dei casi che le cronache e i sindacati hanno raccolto durante l&rsquo;estate. Quasi sempre la causa ufficiale resta un generico malore, perché il caldo compare raramente sul certificato di morte.</p>
<p>Ecco il problema: la mortalità e gli infortuni da calore sul lavoro sono in larga parte sommersi. Il caldo moltiplica il disagio portandolo a volte alle estreme conseguenze. Aggrava malattie esistenti, ma provoca anche colpi di calore e disidratazione. Soprattutto fa crescere la probabilità di incidenti, perché riduce attenzione, lucidità e coordinazione. La conseguenza è che molti infortuni da caldo finiscono registrati in altre caselle. A questa invisibilità statistica se ne aggiunge una sociale: una quota importante dei lavoratori più esposti, in agricoltura come in edilizia, è composta da migranti, stagionali e persone impiegate in nero o tramite caporalato, cioè proprio chi ha meno voce per pretendere acqua, ombra e pause, e meno possibilità di fermarsi quando il corpo dà i primi segnali.</p>
<h2 id="perché-il-corpo-cede">Perché il corpo cede</h2><p>Al calore dell&rsquo;ambiente, fatto di temperatura, umidità, vento e radiazione solare, si somma il calore prodotto dai muscoli durante lo sforzo. Quando le due fonti superano la capacità del corpo di disperdere calore, la temperatura interna sale e la termoregolazione entra in crisi: arrivano crampi, esaurimento, fino al colpo di calore, che è un&rsquo;emergenza medica. Nelle esposizioni ripetute, anno dopo anno, la letteratura segnala anche danni renali, eventi cardiovascolari ed effetti sulla fertilità.</p>
<p>Per misurare questo rischio non basta il termometro. Serve un indice che tenga conto di tutte le componenti, e quello più usato è il WBGT, la temperatura di bulbo umido. È lo stesso parametro che la <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/9789289062930" rel="noopener">guida dell&rsquo;OMS Europa sui piani caldo-salute</a>, di cui ci siamo già occupati, raccomanda per il mondo del lavoro, insieme a un altro fattore spesso trascurato: l&rsquo;acclimatazione. Il corpo si adatta gradualmente al caldo, e i giorni più rischiosi sono spesso i primi di un&rsquo;ondata, o l&rsquo;inizio della stagione, quando i lavoratori non sono ancora abituati. Vale anche per gli ambienti chiusi: cucine, magazzini, fonderie, stirerie e capannoni della logistica possono diventare trappole di calore tanto quanto un cantiere sotto il sole.</p>
<h2 id="i-numeri-italiani">I numeri italiani</h2><p>Quando si prova a quantificare il fenomeno, le cifre sono notevoli. Le ricerche condotte nell&rsquo;ambito dei progetti finanziati dall&rsquo;<a href="https://www.inail.it/portale/prevenzione-e-sicurezza/it/come-fare-per/conoscere-il-rischio/agenti-fisici/stress-termico.html" rel="noopener">INAIL</a> stimano in Italia oltre 4.000 infortuni sul lavoro l&rsquo;anno attribuibili al caldo: circa 4.270 di media all&rsquo;anno nel periodo 2014-2019, per un totale di oltre 25.000 casi e un costo per la collettività intorno ai 50 milioni di euro l&rsquo;anno, probabilmente superati nel 2024. Sono numeri che pesano due volte, in vite e in denaro, e che riguardano soprattutto chi lavora all&rsquo;aperto o in ambienti chiusi non climatizzati: edilizia, agricoltura, cave, logistica, manifattura pesante, servizi di emergenza.</p>
<p>Secondo le agenzie europee per la sicurezza, circa un <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/22/oltre-la-fatica-il-caldo-il-33-dei-lavoratori-europei-e-esposto-a-rischi-legati-ai-cambiamenti-climatici/8166407/" rel="noopener">terzo dei lavoratori del continente</a> è ormai esposto a rischi legati ai cambiamenti climatici, con il caldo in cima alla lista. E l&rsquo;impatto non si misura solo in infortuni: il calore riduce la produttività perché rallenta i ritmi, impone pause e cala il rendimento. Le stime europee parlano di una perdita di ore di lavoro che già oggi vale oltre l'1% dell&rsquo;offerta complessiva, con i valori più alti proprio nel Sud, Italia compresa, dove si concentrano agricoltura e cantieri. Il caldo, in altre parole, è anche un problema economico, non solo sanitario.</p>
<p>Lo conferma il <a href="https://www.allianz.com/en/economic_research/insights/publications/specials_fmo/260528-heat-economics.html" rel="noopener">centro studi di Allianz</a>, che nel rapporto Too hot to grow del maggio 2026 ha provato a mettere in conto il calore. Oltre la soglia critica dei 30 °C, stima, la produttività del lavoro cala di circa il 3% per ogni grado in più, perché crolla la resa per ora lavorata, mentre i consumi di energia salgono dell'1,2% per grado: i costi aumentano proprio quando il rendimento diminuisce. Nelle annate più calde le ondate sono già costate tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, oltre l'1% nei casi peggiori, e in uno scenario in cui i prossimi anni ricalcano i più caldi mai registrati le perdite cumulate al 2030 potrebbero arrivare al 5-7% del PIL nelle economie più esposte: per l&rsquo;Italia, seconda in Europa, circa 147 miliardi di dollari, dietro la sola Francia. A pesare è anche un ritardo strutturale: in Europa la diffusione dei condizionatori è ferma in media al 19%, contro circa il 90% degli Stati Uniti.</p>
<p>A calare lo sguardo sul caso italiano è un recente <a href="https://zenodo.org/records/21037593" rel="noopener">rapporto sul rischio climatico in Italia</a> firmato da Matteo Calcaterra e colleghi. A partire dal terzo giorno consecutivo di ondata di calore – dice lo studio - ogni giornata in più con temperature pari o superiori a 30 °C si associa a un calo di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione provinciali, e nei giorni di caldo estremo il rischio di infortunio nell&rsquo;edilizia aumenta di oltre il 20%. Ma il dato forse più importante è un altro. Il calore, scrive il rapporto, non si limita a ridurre la produttività: ridisegna il mercato del lavoro, spingendo verso l&rsquo;inattività proprio i lavoratori più fragili, quelli con contratti flessibili e salari più bassi, e amplia le disuguaglianze già esistenti. Persino le tecnologie di adattamento, dalla climatizzazione alla robotica indossabile, rischiano di amplificare le disuguaglianze, perché chi può permettersele è anche chi è meno esposto. Il tutto, nota lo studio, in un Paese dove le politiche di adattamento coprono appena il 10% delle Regioni e il 2% delle città.</p>
<p>Che il bilancio penda ormai dalla parte del caldo lo conferma, allargando lo sguardo dal lavoro alle città, <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03452-2" rel="noopener">una ricerca pubblicata su <em>Nature Medicine</em> nel 2025</a>: analizzando 854 aree urbane europee, lo studio mostra che, senza un forte adattamento al caldo, l&rsquo;aumento delle morti per le alte temperature supera in tutti gli scenari la diminuzione di quelle per il freddo. Nello scenario di bassa mitigazione e scarso adattamento, il bilancio netto delle morti legate al clima cresce di quasi il 50% entro fine secolo, e nemmeno dimezzare il rischio con l&rsquo;adattamento basta a invertire la tendenza. A pagare il prezzo più alto sono proprio cittadini e lavoratori del Mediterraneo, Italia compresa.</p>
<p>C&rsquo;è poi un fronte meno noto di quello dei campi e dei cantieri, ma altrettanto critico: il lavoro al chiuso. Cucine di ristoranti, lavanderie, stirerie, fonderie, vetrerie e i grandi capannoni della logistica e dell&rsquo;e-commerce, spesso privi di climatizzazione adeguata, possono superare di parecchio le temperature esterne. Qui il rischio è doppiamente insidioso, perché meno visibile e perché non rientra nelle ordinanze che fermano il lavoro all&rsquo;aperto. Un magazziniere che movimenta pacchi a 38 gradi sotto un tetto di lamiera non compare in nessuna mappa del caldo urbano, eppure è tra i più esposti.</p>
<h2 id="prevenire-si-può-il-caso-worklimate">Prevenire si può: il caso worklimate</h2><p>La parte più incoraggiante della storia italiana è che esiste uno strumento che funziona, ed è italiano. La piattaforma Worklimate, sviluppata dall&rsquo;INAIL con l&rsquo;Istituto per la BioEconomia del CNR, fornisce ogni giorno mappe previsionali del rischio da caldo per i lavoratori, distinguendo per intensità dell&rsquo;attività fisica e per esposizione al sole. Sono queste mappe che molte Regioni usano per decidere quando fermare il lavoro all&rsquo;aperto.</p>
<p>E quando lo si fa, si vedono i risultati. Uno <a href="https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/14447/worklimate-e-ordinanze-anti-caldo-tutelano-davvero-i-lavoratori" rel="noopener">studio Cnr-Inail</a>, pubblicato sul <em>Journal of Exposure Science and Environmental Epidemiology</em> e coordinato da Marco Morabito del CNR, ha dimostrato per la prima volta in Europa l&rsquo;efficacia di un approccio previsionale: nelle Regioni che hanno adottato ordinanze basate sul rischio, gli infortuni si riducono tra il 20 e il 40%. Nell&rsquo;estate 2024, la più calda mai registrata, il tasso di infortuni nell&rsquo;edilizia è risultato del 21,9% più basso nelle Regioni con ordinanze rispetto a quelle senza, di circa il 25% in agricoltura, e nelle giornate classificate ad alto rischio dalla piattaforma il calo nell&rsquo;edilizia ha superato il 40%. La prevenzione, insomma, non è un costo a fondo perduto: salva vite e si traduce in numeri.</p>
<p>Sia la guida dell&rsquo;OMS sia le linee guida dell&rsquo;INAIL convergono su un nucleo di misure: una valutazione del rischio caldo fatta prima della stagione e aggiornata quando cambiano mansioni, organici o livelli di allerta; la riorganizzazione di turni e orari per spostare le attività più pesanti fuori dalle ore centrali; pause regolari all&rsquo;ombra conteggiate dentro l&rsquo;orario di lavoro; acqua e punti di idratazione sempre disponibili; periodi di acclimatazione per chi inizia o rientra; abbigliamento e dispositivi di protezione che riducano, e non aumentino, lo stress termico.</p>
<p>A queste si aggiungono accorgimenti semplici ma efficaci, come il “sistema del compagno”, in cui i lavoratori si controllano a vicenda per cogliere i primi segni di malore in un collega, e la formazione, perché spesso chi è più a rischio è anche chi sottovaluta il pericolo. È un punto su cui la guida dell&rsquo;OMS insiste molto: il caldo va comunicato come un rischio serio, non come un fastidio stagionale, e le informazioni devono raggiungere anche chi lavora ai margini, nei cantieri informali e nei campi, dove l&rsquo;italiano non è la lingua di tutti.</p>
<h2 id="il-mosaico-delle-ordinanze-regionali">Il mosaico delle ordinanze regionali</h2><p>Il problema è che gran parte di questa prevenzione resta affidata alla buona volontà dei territori. Le <a href="https://www.italiaoggi.it/diritto-e-fisco/lavoro-e-previdenza/emergenza-caldo-e-tutela-dei-lavoratori-la-mappa-delle-ordinanze-regionali-per-lestate-2026-w184il3t" rel="noopener">ordinanze regionali</a> che vietano il lavoro all&rsquo;aperto nelle ore centrali, in genere dalle 12:30 alle 16, nei giorni di rischio “alto” segnalato da Worklimate, sono cresciute in fretta: erano 18 le Regioni che le avevano adottate nel 2025, per oltre 2,3 milioni di addetti coinvolti, e già 16 nel 2026 prima ancora dell&rsquo;inizio dell&rsquo;estate. L&rsquo;<a href="https://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2025/luglio/lavoro-caldo-anomalo-o-estremo-in-emilia-romagna-tra-le-ore-12-30-e-le-16-stop-per-chi-opera-nei-cantieri-edili-in-agricoltura-nel-florovivaismo-e-nei-piazzali-della-logistica" rel="noopener">Emilia-Romagna</a>, per esempio, ha fermato nelle ore più calde chi opera nei cantieri edili, in agricoltura, nel florovivaismo e nei piazzali della logistica.</p>
<p>Resta però una tutela a macchia di leopardo. Un bracciante è protetto oppure no a seconda della Regione in cui raccoglie i pomodori, e le ordinanze, per loro natura, sono provvedimenti temporanei, stagionali, soggetti a sensibilità politiche diverse e a tempi di emanazione che non sempre stanno al passo con le ondate. Lo stesso lavoro, lo stesso rischio, due livelli di protezione: è il limite strutturale di un sistema che affida alla geografia ciò che dovrebbe essere un diritto uniforme.</p>
<h2 id="il-protocollo-nazionale-e-cosa-manca-ancora">Il protocollo nazionale e cosa manca ancora</h2><p>A livello nazionale qualcosa si è mosso. Il 2 luglio 2025, sotto la spinta di un&rsquo;ondata di calore da record e di alcune morti in cantiere, Ministero del Lavoro, imprese e sindacati hanno firmato il <a href="https://www.ansa.it/documents/1751443135165_protocolloclima.pdf" rel="noopener">Protocollo caldo</a>: una cassa integrazione “climatica” che, per i periodi di sospensione legati al caldo, non intacca il tetto delle 52 settimane, l&rsquo;obbligo di monitoraggio del WBGT e la riorganizzazione di turni e orari. Per la prima volta la copertura è stata estesa anche ai lavoratori agricoli stagionali. Nel 2026 il governo è tornato sul tema con un <a href="https://www.greenreport.it/news/crisi-climatica-e-adattamento/62456-sempre-piu-citta-col-bollino-rosso-il-governo-vara-il-decreto-stop-al-lavoro-e-si-alla-cassa-integrazione-per-il-caldo" rel="noopener">decreto sulla cassa integrazione per il caldo</a>.</p>
<p>I buchi, però, sono evidenti. Il protocollo esclude i rider non dipendenti, i precari e gli autonomi, cioè proprio una parte di quel lavoro frammentato e poco contrattualizzato che durante le ondate è tra i più esposti. Glovo ha risposto a modo suo, proponendo ai suoi rider un “bonus caldo” crescente con i gradi, dal 2% sopra i 32 °C fino all'8% oltre i 40 °C: una mancia che monetizza il rischio invece di ridurlo. I sindacati di base hanno inoltre denunciato che la soglia per accedere agli ammortizzatori, spesso fissata intorno ai 35 gradi misurati all&rsquo;ombra, è troppo alta, perché per chi fa lavori pesanti sotto il sole il pericolo comincia molto prima.</p>
<p>Il Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro del 2008 obbliga i datori di lavoro a valutare tutti i rischi presenti in azienda, microclima e calore compresi, e ad adottare le misure necessarie. Il punto, denunciano sindacati ed esperti, è che questa norma generale viene applicata poco e male quando si parla di caldo: nei documenti di valutazione dei rischi il rischio termico è spesso assente o trattato in modo formale, e i controlli sono pochi.</p>
<p>Il nodo, alla fine, è che manca una legge nazionale che fissi obblighi uniformi e una soglia vincolante di temperatura oltre la quale certe attività vanno sospese. È la richiesta che arriva con forza dal sindacato dell&rsquo;edilizia: la <a href="https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/cantieri-a-40-gradi-lallarme-della-fillea-serve-una-legge-non-interventi-tardivi-yflu1l23" rel="noopener">Fillea CGIL</a> chiede da tempo «una legge, non interventi tardivi», capace di trasformare le ordinanze stagionali e i protocolli volontari in diritti esigibili tutto l&rsquo;anno e su tutto il territorio. Sullo sfondo si muove anche l&rsquo;Europa, dove è in discussione l&rsquo;ipotesi di una direttiva sui rischi professionali da calore, e dove agenzie come EU-OSHA e l&rsquo;Organizzazione internazionale del lavoro spingono perché lo stress termico entri stabilmente nelle norme di sicurezza.</p>
<p>La stessa ricetta arriva dall&rsquo;analisi economica. Per proteggere davvero i lavoratori, scrive Allianz, servono quattro pilastri: soglie di temperatura vincolanti, lo stop automatico del lavoro quando vengono superate, il risarcimento delle ore perse e coperture che arrivino fino ai lavoratori a termine, stagionali e delle piattaforme. Nessuna grande economia europea, avverte il rapporto, li ha tutti e quattro, e la lacuna si concentra proprio sull&rsquo;ultimo, cioè sui lavoratori più esposti, lasciati ai margini di un sistema pensato per i contratti standard.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>LLM e ricerca scientifica: opportunità, rischi e controlli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/llm-ricerca-scientifica-opportunita-rischi-controlli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/llm-ricerca-scientifica-opportunita-rischi-controlli/</guid><pubDate>Wed, 01 Jul 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rocco De Nicola</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Come integrare i modelli linguistici di grandi dimensioni nel processo scientifico senza comprometterne l&amp;amp;rsquo;integrità? Gli LLM sono utili quando velocizzano lavoro ripetitivo e preparatorio. Diventano rischiosi quando il loro output entra direttamente nel processo di validazione o nella decisione scientifica. La questione da porre non è se ma come integrarli nel processo scientifico senza comprometterne l&amp;amp;rsquo;integrità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/llm-ricerca-scientifica-opportunita-rischi-controlli-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/llm-ricerca-scientifica-opportunita-rischi-controlli-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel discorso pubblico, intelligenza artificiale e Large Language Model (LLM) vengono spesso usati come sinonimi. Non lo sono. L&rsquo;IA è il campo più ampio che comprende tecniche diverse — dai sistemi simbolici all&rsquo;apprendimento automatico, dalla visione artificiale alla robotica, fino ai modelli generativi. Gli LLM sono una classe specifica di questi sistemi: modelli addestrati su grandi quantità di testo e, sempre più spesso, di dati multimodali, capaci di produrre risposte linguisticamente plausibili, codice, sintesi, classificazioni e proposte operative.</p>
<p>Questa collocazione è importante per la ricerca scientifica. Molti strumenti di IA erano già presenti nei laboratori come metodi di classificazione, ottimizzazione, simulazione o analisi di pattern. Gli LLM cambiano il punto di accesso: non richiedono soltanto dati strutturati o interfacce specialistiche, ma consentono di trasformare domande, protocolli, articoli e codice in oggetti manipolabili attraverso il linguaggio naturale. Questa potenza di interfaccia spiega sia il loro interesse sia la loro ambiguità: possono accelerare passaggi cognitivi diversi, ma possono anche rendere meno visibile la distanza tra una formulazione plausibile e una conoscenza verificata.</p>
<p>Ma un LLM non è un database, né un motore di ricerca, né un sistema esperto: è un sistema probabilistico che genera il testo statisticamente più plausibile dato un certo contesto. Il problema centrale che gli LL pongono è il disaccoppiamento tra plausibilità linguistica e affidabilità operativa: un testo fluido e ben strutturato non è necessariamente un testo corretto. In ambito scientifico, dove il criterio decisivo resta la verifica, questo non è un dettaglio tecnico ma la condizione preliminare di qualsiasi uso responsabile.<br>
Questo articolo analizza dove e come gli LLM possono effettivamente supportare la ricerca, quali rischi introducono nelle diverse fasi della pipeline scientifica e quali controlli minimi sono necessari per preservare integrità e tracciabilità. L&rsquo;obiettivo non è esprimere un giudizio aprioristico - né favorevole né contrario - ma offrire una mappa operativa per un&rsquo;adozione consapevole.</p>
<h2 id="quattro-ruoli-dellia-nella-scienza">Quattro ruoli dell&rsquo;IA nella scienza</h2><p>Il contributo degli LLM alla ricerca si sviluppa intorno a quattro ruoli distinti, ciascuno con un profilo di rischio specifico. La differenza non riguarda solo il compito affidato al modello, ma il tipo di contributo epistemico che gli viene richiesto e il costo dell&rsquo;errore associato. La tassonomia riguarda l&rsquo;IA nella scienza in senso ampio, ma diventa particolarmente rilevante per gli LLM perché questi operano sul linguaggio stesso con cui la ricerca formula domande, produce argomentazioni, documenta metodi e valuta risultati.</p>
<ul>
<li><strong>Oracolo</strong>. Quando l&rsquo;IA sintetizza grandi corpus di letteratura, identifica pattern latenti e genera ipotesi di ricerca, produce quella che Messeri e Crockett chiamano un&rsquo;&ldquo;illusione di comprensione&rdquo;: la fluidità dell&rsquo;output induce il ricercatore a sopravvalutare la profondità dell&rsquo;analisi sottostante. Un modello addestrato prevalentemente su letteratura anglofona e su riviste ad alto impact factor tenderà ad amplificare il mainstream, non a sfidarlo.</li>
<li><strong>Surrogato</strong>. La generazione di dati sintetici e simulazioni computazionali accelera la ricerca dove i dati reali sono scarsi, costosi o eticamente problematici, ma introduce il rischio di trattare regolarità statistiche del dataset di training come evidenze empiriche. In ambito biomedico - dalla scoperta di farmaci alla sintesi di protocolli sperimentali - questo equivoco può avere conseguenze concrete; il NIST AI 600-1 richiama esplicitamente la necessità di governare queste assunzioni implicite.</li>
<li><strong>Strumento quantitativo</strong>. L&rsquo;IA esegue classificazioni, regressioni e analisi di pattern su dataset intrattabili per il solo ricercatore umano. Il rischio è che la scalabilità non distingua tra segnale robusto ed errore sistematico: più il dataset è grande e l&rsquo;analisi automatizzata, più diventa difficile individuare il punto in cui il sistema ha cominciato a misurare qualcosa di diverso da ciò che il ricercatore intendeva misurare.</li>
<li><strong>Arbitro</strong>. Il caso più critico: l&rsquo;IA viene chiamata a valutare il merito scientifico di contributi e manoscritti. Qui non si esternalizza un compito computazionale, ma il giudizio stesso. L&rsquo;AI Act europeo classifica questi sistemi tra quelli ad alto rischio; le linee guida dell&rsquo;ERA Forum raccomandano esplicitamente che l&rsquo;IA generativa non assuma un ruolo sostanziale nella valutazione del merito scientifico. Il rischio è un cortocircuito: il consenso scientifico si cristallizza attorno a ciò che il modello considera plausibile, non a ciò che l&rsquo;evidenza supporta.</li>
</ul>
<h2 id="il-caso-parisi-zamponi">Il caso Parisi-Zamponi</h2><p>Un caso esemplare è quello del Premio Nobel Giorgio Parisi e Francesco Zamponi, che hanno <a href="http://arxiv.org/abs/2606.03300" rel="noopener">pubblicato su arXiv</a> la dimostrazione di una relazione osservata numericamente da oltre dodici anni ma mai provata analiticamente. La dimostrazione, dichiarano gli autori, è stata ottenuta attraverso un&rsquo;interazione strutturata con Claude e successivamente verificata da loro. Dalla trascrizione resa pubblica da Parisi emerge un dialogo di circa quaranta turni: il modello propone una strategia dimostrativa, il ricercatore ne individua un errore, il modello corregge, il ricercatore reindirizza. In un passaggio cruciale, Claude aveva utilizzato un principio in modo non applicabile al contesto; gli autori hanno notato l&rsquo;errore e proposto un approccio alternativo. La prova finale è emersa da questa interazione.</p>
<p>Il caso è istruttivo non perché mostri che un LLM può fare matematica avanzata, ma perché rende visibile la condizione che rende il risultato scientificamente accettabile: la validità di ciascun passaggio è stata sottoposta a verifica indipendente da parte di esperti in grado di riconoscerne gli errori. Questo è il punto di confine tra uso assistivo e delega.</p>
<h2 id="i-rischi-lungo-la-pipeline">I rischi lungo la pipeline</h2><p>I rischi degli LLM non sono uniformi: variano a seconda della fase della pipeline scientifica e del costo dell&rsquo;errore associato. Una governance credibile deve quindi distinguere tra uso esplorativo, produzione di contenuto, gestione dei dati, analisi e valutazione.</p>
<ul>
<li>Ricerca bibliografica: l&rsquo;LLM può accelerare sintesi ed esplorazione, ma può produrre citazioni inventate, appiattire le controversie e recidere il nesso tra affermazione e fonte. Un controllo minimo richiesto è la verifica manuale sulle fonti primarie.</li>
<li>Metodo e ipotesi: il modello può generare molte opzioni senza distinguere tra ipotesi falsificabili, ipotesi vaghe e mere riformulazioni linguistiche. Occorre esplicitare le assunzioni, confrontarle con la letteratura primaria e chiedere al modello di separare ciò che è ipotesi da ciò che è procedura.</li>
<li>Gestione dei dati: fase particolarmente delicata. Errori introdotti a monte si propagano invisibilmente in tutte le analisi successive. Leakage di dati sensibili, contaminazione tra set e uso improprio di dati non autorizzati sono rischi da governare con classificazione preventiva e policy istituzionali.</li>
<li>Coding e analisi: il codice generato può contenere vulnerabilità non rilevate, dipendenze obsolete o pacchetti inesistenti. La ricerca empirica conferma che l&rsquo;assistenza AI aumenta la produttività, ma non elimina le vulnerabilità: servono test automatizzati, revisione profonda e riproducibilità dell&rsquo;ambiente software.</li>
<li>Scrittura e comunicazione: il rischio non è solo che il testo contenga errori, ma che renda più difficile distinguere tra interpretazione, evidenza e speculazione. L&rsquo;editing linguistico va separato dalla produzione di contenuto scientifico.</li>
<li>Peer review: i rischi sono i più seri, perché riguardano materiali non pubblici e giudizi valutativi. Il divieto di caricare manoscritti o revisioni riservate su servizi non approvati non va considerata una raccomandazione, ma un vincolo di integrità con implicazioni etiche e legali.</li>
</ul>
<h2 id="quattro-controlli-per-una-governance-responsabile">Quattro controlli per una governance responsabile</h2><p>L&rsquo;uso degli LLM nella ricerca comporta un rischio sistemico sottile: l&rsquo;illusione di comprensione. Ricevere risposte fluide e persuasive può far credere di aver capito davvero un problema, senza che questo emerga nel risultato finale. Quattro controlli riducono il rischio lungo tutta la pipeline.</p>
<ol>
<li>Provenance e versionamento: ogni interazione rilevante con un LLM va registrata — prompt, input, versione del modello, data e test eseguiti. Senza questa traccia, il processo non è riproducibile.</li>
<li>Separazione tra bozza e risultato: il passaggio da output generato a risultato scientifico richiede prove esterne e validazione indipendente. La separazione deve essere esplicita e deliberata.</li>
<li>Disclosure e responsabilità: il modello non è autore; la responsabilità intellettuale resta umana. L&rsquo;uso va dichiarato dove richiesto da riviste, atenei e processi editoriali.</li>
<li>Protezione dei materiali riservati: manoscritti non pubblicati, dati sensibili e revisioni confidenziali non devono essere caricati su strumenti non approvati dall&rsquo;istituzione.</li>
</ol>
<h2 id="unadozione-progressiva-non-binaria">Un&rsquo;adozione progressiva, non binaria</h2><p>Le scelte estreme — divieto assoluto o adozione senza criteri — comportano entrambe rischi significativi. Una strategia realistica procede per livelli: uso assistivo a basso rischio, come revisione linguistica e sintesi di fonti verificabili; integrazioni controllate a scala di gruppo o dipartimento; adozione strutturata con logging standardizzato, strumenti approvati e governance istituzionale.</p>
<p>Il quadro di riferimento comprende l&rsquo;AI Act (Regolamento UE 2024/1689), le linee guida UNESCO per l&rsquo;istruzione superiore e, per chi opera nella ricerca europea, le living guidelines della Commissione Europea sull&rsquo;uso responsabile dell&rsquo;IA generativa, aggiornate dall&rsquo;ERA Forum alla terza versione nel maggio 2026.</p>
<h2 id="la-bussola-è-il-workflow-non-il-modello">La bussola è il workflow, non il modello</h2><p>L&rsquo;integrazione degli LLM nella ricerca scientifica non è un semplice aggiornamento strumentale: è una trasformazione socio-tecnica che ridefinisce i costi del lavoro cognitivo e i criteri di attribuzione della responsabilità intellettuale. Il caso Parisi-Zamponi offre in questo senso una bussola: non dimostra che gli LLM possono sostituire il ricercatore, ma mostra che un risultato ottenuto con il contributo sostanziale di un modello è scientificamente accettabile solo se il percorso che lo ha prodotto rimane tracciabile, verificabile e attribuibile a responsabilità umane definite.</p>
<p>Il criterio discriminante non è la potenza del modello: è il rapporto tra beneficio atteso, costo dell&rsquo;errore e solidità dei controlli che circondano il sistema. Gli LLM evolveranno rapidamente. La responsabilità ultima, però, resterà umana — e sarà tanto più efficace quanto prima le istituzioni scientifiche avranno elaborato politiche chiare, condivise e verificabili.</p>
<p><em>Il presente articolo costituisce una sintesi di un documento più ampio, che include i riferimenti alle principali fonti consultate. La versione integrale è <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/llm-ricerca-scientifica-opportunita-rischi-controlli-full_llm-e-ricerca.pdf">scaricabile qui</a>.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Italia e Cuba: il diritto alla salute principio fondante comune</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune/</guid><pubDate>Wed, 01 Jul 2026 07:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>salute</category><description>Dall’articolo 32 della Costituzione italiana all’articolo 72 della Costituzione cubana, il diritto universale alla salute rappresenta il terreno comune su cui Italia e Cuba hanno costruito, pur in contesti politici ed economici profondamente diversi, modelli di assistenza fondati sulle cure primarie, sulla prevenzione e sulla prossimità. Modelli che, tra ritardi e criticità attuali, portano a riflettere su come la tutela della salute resti uno dei più importanti indicatori di civiltà, giustizia sociale e qualità della democrazia. Lee la versión en español . Read the English version . Vai alla registrazione del webinar Cuba isla bella.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-32" rel="noopener">comma 1 dell’articolo 32 della Costituzione</a> della Repubblica Italiana sancisce che: la salute è un diritto fondamentale e collettivo, la Repubblica garantisce l’accesso alle cure; il diritto alla salute non può essere trasferito o ceduto: è inalienabile e irrinunciabile; è un diritto universale, spetta a tutti, senza discriminazioni; è un diritto soggettivo del singolo individuo; è irriducibile ed essenziale. Ci sono voluti poi trent’anni e una partecipazione e disponibilità trasversali tra tutti i partiti politici per stilare una norma così rivoluzionaria come la legge n. 833 del 1978 per l’attuazione dell’art.32.</p>
<p>L’articolo 72 della <a href="https://italiacuba.it/wp-content/uploads/2019/07/CostituzCuba2019.pdf" rel="noopener">Costituzione della Repubblica di Cuba</a> sancisce che: la salute pubblica è un diritto di tutte le persone ed è responsabilità dello Stato di garantire l&rsquo;accesso a titolo gratuito e la qualità dei servizi di attenzione, di protezione e di recupero. Lo Stato, per rendere effettivo questo diritto, istituisce un sistema di salute a tutti i livelli accessibile alla popolazione e sviluppa programmi di prevenzione e di educazione, ai quali contribuiscono la società e le famiglie.</p>
<p>Testi simili per definire e riconoscere il diritto universale alla salute.  </p>
<p>Con analoga volontà, nel 1978 sia l’Italia che Cuba decisero di adottare, con altri 132 Stati e 67 agenzie internazionali, l&rsquo;epocale <a href="https://www.who.int/publications-detail-redirect/declaration-of-alma-ata" rel="noopener">Dichiarazione di Alma Ata</a> sull’assistenza sanitaria primaria (la primary health care) come prospettiva di riferimento per raggiungere “la salute per tutti” nell’anno 2000. Un impegno che coniugava la salute ai diritti umani e alla giustizia sociale per rendere universalmente accessibili i servizi sanitari essenziali. Un impegno politico, sociale e professionale, individuale e istituzionale, nell’area della salute e della sanità, del sociale e del sanitario, dello star bene e meglio (welfare) nell’ambiente di vita e di lavoro. Un impegno oneroso e ambizioso come tutti quelli volti alla garanzia dei diritti umani, dei diritti di una collettività e non solo e tanto quelli delle singole persone. Un percorso simile che sia l’Italia che Cuba avevano intrapreso molto prima, perché <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/la-salute-e-una-parola/?srsltid=AfmBOooEMqxwPcrGRwOSUrnxWlv9wfhxCwjy1lbIeGgvRRS1SjFmGJL-" rel="noopener">la salute è anche un progetto</a>, una finalità, un obiettivo da raggiungere e mantenere, specie se deve essere per tutti. Salute e sanità sono concetti distinti, ma con evidenti interconnessioni: non puoi garantire un benessere completo, se non organizzi un sistema (un Servizio) adeguato e appropriato a tutela. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/italia-cuba-diritto-salute-principio-fondante-comune-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2339" height="1654" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="cuba">Cuba</h2><p>Lo sviluppo di una profonda rivoluzione sociale e la volontà politica hanno portato, a partire dal 1959 con l’abbattimento del regime di Fulgencio Batista e la proclamazione della Repubblica, a basare l’assistenza sanitaria principalmente su un approccio di assistenza primaria orientato all&rsquo;equità. Tuttavia i cambiamenti demografici e le modifiche nei modelli di morbilità e mortalità della popolazione, l&rsquo;innalzamento del suo livello culturale, l&rsquo;emergere di un pensiero medico orientato verso un approccio clinico, epidemiologico e sociale e la necessità di raggiungere un miglioramento qualitativo della salute della popolazione, hanno comportato, anche per Cuba, la necessità di introdurre cambiamenti nel sistema sanitario affinché potesse raggiungere e garantire il diritto all’universalità della salute. È stato quindi avviato il modello di medicina di famiglia che mirava a rispondere alle esigenze del profilo epidemiologico della popolazione e al suo livello di soddisfazione.</p>
<h3 id="plan-del-médico-de-las-120-familias">Plan del Médico de las 120 Familias</h3><p>Il 4 gennaio 1984, presso il Policlinico Lawton nel comune 10 de Octubre dell&rsquo;Avana, capitale del Paese, fu lanciato questo modello, noto anche come Plan del Médico de las 120 Familias (Piano del medico delle 120 famiglie), Medico di famiglia o Medico di comunità. Il programma iniziò con dieci coppie di medici e infermieri, che formarono le prime dieci équipe sanitarie di base (ESC) operanti negli ambulatori dei medici di famiglia (MFC). Ciascuna di queste équipe forniva assistenza medica completa a una media di 600-700 persone, circa 120 famiglie, da cui il nome iniziale. L&rsquo;obiettivo principale del programma era quello di migliorare lo stato di salute della popolazione attraverso interventi globali rivolti alla persona, alla famiglia, alla comunità e all&rsquo;ambiente, in stretta collaborazione con la comunità. Oggi le ESC sono 15.000, si prendono cura di 140-180 famiglie, senza eccedere i 1500 assistiti, sono distribuite su tutto il territorio nazionale e costituiscono la spina dorsale del sistema sanitario cubano.</p>
<p>All&rsquo;interno di queste strutture, gli operatori sanitari sono responsabili dell&rsquo;assistenza medica primaria della popolazione e si occupano in particolare delle categorie più vulnerabili, ovvero bambini, anziani e donne in gravidanza. Particolare enfasi è posta sulla medicina preventiva, l&rsquo;igiene, l&rsquo;alimentazione, la pratica sportiva e la lotta contro i fattori di rischio. La prevenzione è la &ldquo;pietra miliare&rdquo; del sistema sanitario cubano. L&rsquo;assistenza domiciliare è fornita dalla ESC a domicilio del paziente, quando quest&rsquo;ultimo necessita di valutazione quotidiana, riposo, riposo a letto o isolamento, ma non richiede ricovero ospedaliero. La ESC gestisce le cartelle cliniche dei propri assisti secondo un processo organizzato, continuo e dinamico che consente una valutazione e un intervento pianificati e programmati con una frequenza minima in base al gruppo di appartenenza dell’assistito (presumibilmente sani, a rischio, malati e disabili). </p>
<p>Il secondo livello di cura è rappresentato dai 436 poliambulatori comunitari. Ogni poliambulatorio serve una popolazione di 30.000-60.000 persone e collabora strettamente con 20-40 ESC. Un poliambulatorio offre in media una ventina di servizi diversi: riabilitazione, radiologia, ecografia, endoscopia, pronto soccorso, traumatologia, laboratorio di analisi cliniche, pianificazione familiare, trombolisi, pronto soccorso medico-odontoiatrico, assistenza materno-infantile, vaccinazioni e cura del diabete, geriatria, dermatologia, psichiatria, cardiologia, medicina generale e medicina interna, pediatria, ostetricia e ginecologia.</p>
<p>Per garantire la continuità assistenziale per la popolazione il Programma di assistenza familiare integrata prevede, come indica il nome, la valutazione e lo sviluppo di azioni tra i componenti delle ESC e il gruppo di lavoro di base del poliambulatorio e degli ospedali di riferimento. </p>
<p>Per raggiungere l&rsquo;obiettivo prefissato, era fondamentale disporre di professionisti formati per svolgere le nuove missioni del sistema di erogazione dei servizi. Ciò ha portato al miglioramento della formazione delle risorse umane attraverso l&rsquo;implementazione di un nuovo curriculum per la facoltà di medicina, basato sull&rsquo;identificazione dei problemi di salute della popolazione e con un profilo di laurea orientato all&rsquo;assistenza sanitaria di base e lo sviluppo di una nuova specializzazione, la medicina generale integrata. I primi specialisti in questa disciplina si sono laureati nel 1987.</p>
<h2 id="italia">Italia</h2><p>Dopo 50 anni la legge n. 833, complessiva dell’intero e complesso Servizio sanitario nazionale, necessita di un ampio aggiornamento. Ancora una volta, si prospettano interventi che arrivano in ritardo, non condivisi, parziali e settoriali. Gli ultimi due interventi sono rappresentati dal <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:ministero.salute:decreto:2015-04-02;70!vig=" rel="noopener">DM 70/2015</a> e dal <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/22/22G00085/SG" rel="noopener">DM 77/2022</a>. Il primo definisce gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell&rsquo;assistenza ospedaliera. Il secondo definisce i modelli e gli standard per lo sviluppo dell&rsquo;assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale ed è strettamente legato al PNRR.</p>
<p>Per l’attuazione di entrambi i decreti si è in ritardo per la carenza di personale, per la storia pregressa della governance a livello regionale, per le incertezze e criticità nell’area della medicina generale e per l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia/">ipertrofia e frammentazione</a> della rete ospedaliera. L’applicazione del DM 77 necessariamente deve prevedere l’applicazione del DM 70 e quindi o si sanano i ritardi già accumulati o non potranno che aumentare, come sta accadendo.</p>
<h3 id="case-della-comunità">Case della comunità</h3><p>Uno degli elementi essenziali del <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=87801" rel="noopener">disegno attuativo della riforma</a> del 2022 è la Casa della comunità, così definita: «il luogo fisico e di facile individuazione al quale i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza sanitaria, socio-sanitaria a valenza sanitaria e il modello organizzativo dell’assistenza di prossimità per la popolazione di riferimento». Ma <a href="http://www.ricercaepratica.it/archivio/4681/articoli/46946/" rel="noopener">di quale Casa</a> c’è bisogno, per quali bisogni, per quale comunità, con quale funzionalità… questo non è definito.</p>
<p>Il decreto ha individuato gli standard organizzativi per una Casa della comunità hub ogni 40.000-50.000 abitanti, con 7-11 Infermieri, 1 assistente sociale, 5-8 unità di personale di supporto (sociosanitario, amministrativo). I servizi presenti nella Casa di comunità sono distribuiti tra gli obbligatori, i facoltativi e i raccomandati. I principali ed essenziali sono i servizi di cure primarie erogati attraverso équipe multiprofessionali (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali, infermieri di comunità, ecc).</p>
<p>Le Case della comunità da 1.715, dopo l’intesa con la Ue, sono state fissate in un numero minimo di 1.038 utilizzando, entro il 30 giugno 2026, i fondi del PNRR per nuove strutture o riconversione di quelle esistenti (come ospedali, poliambulatori, locali di Asl). Una frenetica attività, quella della fine del PNRR per l’apposizione di targhe e cartelli all’ingresso di poliambulatori esistenti, anche in aree ospedaliere, con la dizione “Casa di comunità”. L’idea prevalente è infatti quella che le Case della comunità siano invece Case di comunità, cioè sia lo standard a prevalere (il “di” invece del “della”), che il <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4016/articoli/39922/" rel="noopener">bene comune</a> da perseguire come primario sia la sanità e non la salute, e che quindi le Case della comunità <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4681/articoli/46946/" rel="noopener">siano poliambulatori</a>, delle Case della sanità, e non sempre in modo efficiente.</p>
<h2 id="italia-e-cuba">Italia e Cuba</h2><p>I servizi sanitari dei due Paesi hanno molto in comune. I principi e le finalità sono identici. La governance è ovviamente diversa, in considerazione delle risorse disponibili delle politiche attuate e anche subite, in particolare <em>el bloqueo</em> quando dal 7 febbraio 1962, con il &ldquo;Proclama 3447”, l’allora presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy impose l&rsquo;embargo commerciale, economico e finanziario con l’isola di Cuba. L&rsquo;inasprimento dell&rsquo;embargo economico durante la prima amministrazione Trump, il Covid-19 e, dal gennaio 2026, il blocco quasi totale delle forniture energetiche conseguente alla crisi venezuelana hanno privato l&rsquo;isola di carburante, elettricità e accesso ai mercati internazionali dei farmaci e dei dispositivi medici. Il crollo di un sistema sanitario non è soltanto una tragedia locale: è una violazione dei diritti umani fondamentali che richiede una <a href="https://www.scienzainrete.it/appelli/lettera-aperta-per-cuba/">risposta della comunità globale</a>, al di là di ogni valutazione politica sul regime cubano. </p>
<p>La comunanza dell’articolo 32 della Costituzione italiana e dell’articolo 72 della Costituzione cubana, l’attenzione e priorità per le cure primarie, l’individuazione e indicazione della comunità come spazio e collettivo basico degli interventi sociali e sanitari, il Plan del Médico de las 120 Familias e le Case della comunità come modelli di intervento, le équipe sanitarie di base cubane e le équipe multiprofessionali italiane indicano che una maggior collaborazione, condivisione e solidarietà tra i due Paesi sarebbe utile ad entrambi i popoli. <br>
L&rsquo;Italia, inoltre, è debitrice verso Cuba per l&rsquo;aiuto ricevuto durante la pandemia Covid-19 e per l&rsquo;attuale lavoro dei medici cubani in Regione Calabria a garanzia del funzionamento del Servizio sanitario locale.</p>
<p>L&rsquo;organizzazione dei servizi sanitari a garanzia del diritto alla salute costituisce un potente indicatore del progresso o dell&rsquo;arretramento di un Paese e il livello raggiunto dall’Italia e da Cuba li accomuna. Il fatto che un servizio sanitario di qualità come quello di Cuba sia costretto a non adempiere alle proprie funzioni deve preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto universale alla salute e alle cure.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bimbi e bimbe colpiti dal cambiamento climatico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico/</guid><pubDate>Tue, 30 Jun 2026 05:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>I bambini e le bambine sono esposti a rischi climatici importanti, da alluvioni a siccità, tempeste tropicali e ondate di calore, che dovrebbero spingerci ad accelerare la transizione ecologica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il Presidente del Senato Ignazio La Russa qualche giorno fa <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/24/la-russa-cambiamenti-climatici-scatenato-leggi-fasciste-libro-procaccini-video/8429266/" rel="noopener">ha detto</a> che non c’è da preoccuparsi troppo del clima caraibico che si sta sviluppando in Europa, perché «ai Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo». Lo ha fatto per la presentazione di un libro di Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia sull’“ecologia dei conservatori”, riconoscendo però anche il fatto, va detto, che questo non significa che non ci si debba attivare per frenare gli effetti del cambiamento climatico.</p>
<p>Passi avanti rispetto al negazionismo conservatore del passato, bisogna onestamente riconoscerlo, tuttavia i messaggi veicolati restano pericolosi, perché minimizzano gli effetti del riscaldamento globale sulla salute delle persone.</p>
<p>Poco più avanti nel suo discorso di introduzione al libro (che se avremo modo non esiteremo a leggere), continua con una tesi non molto chiara sul fatto che gli ambientalisti sarebbero contro natura perché non aderiscono alla famiglia tradizionale, preoccupandosi di cosa sarà del futuro dei bambini. Allora, visto che ai bambini e alle bambine vogliamo bene anche noi di <em>Scienza in rete</em>, portiamo di seguito dei dati su quanto questi siano colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici nel mondo. Dopodiché, forse, non verrà molto naturale dire “ci abitueremo ai climi caraibici”.</p>
<h2 id="quasi-tutti-i-bambini-sono-esposti-ad-almeno-un-rischio-climatico">«Quasi tutti i bambini sono esposti ad almeno un rischio climatico»</h2><p>È quanto scrive una <a href="https://data.unicef.org/resources/childrens-climate-risk-report-2026/" rel="noopener">nuova analisi</a> di UNICEF, riferendosi a inondazioni, siccità, tempeste e ondate di calore. Il numero di bimbi esposti ad almeno tre rischi climatici tra questi arriva a 1,1 miliardi, cioè quasi la metà nel mondo.</p>
<p>Ecco come il rischio è distribuito geograficamente a livello globale: anche i paesi sviluppati come l’Italia non hanno tra i rischi minori (l&rsquo;Italia si colloca nella stessa fascia di rischio della Russia), Spagna e Stati Uniti anche peggio; la parte meridionale dell’Asia è la zona del mondo più colpita insieme a vari stati africani e del centro America.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="mappa rischi climatici" width="1295" height="622" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’analisi indica che nessun paese è immune e che questo sta modificando radicalmente la vita dei minori e di conseguenza richiede politiche climatiche conseguenti. In aggiunta, sono 634 milioni i bambini che ancora non hanno accesso all’acqua potabile, quelli che non hanno a disposizione i servizi igienico-sanitari arrivano a un miliardo, mentre sono 489 milioni quelli privi di igiene di base.</p>
<p>Il rapporto ricorda che «le inondazioni contaminano le fonti d&rsquo;acqua e le siccità le prosciugano, lasciando i bambini esposti a malattie letali e a oneri crescenti come il trasporto dell&rsquo;acqua». A questo proposito, è bene sapere che nel 2024 oltre 14 milioni di bambini non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino per difterite, tetano e pertosse. Nei paesi dove il clima è sicuramente più “caraibico” del nostro, questo potrebbe voler significare che il caldo crescente diventerà un problema per la catena del freddo e la sicurezza sanitaria di questi farmaci.</p>
<p>Di seguito estrapoliamo dal rapporto uno schema che riassume i rischi a cui i bambini nel mondo sono esposti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-2.png.webp" alt="rischi climatici a cui sono esposti i bimbi" width="713" height="706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Forse uno dei dati più allarmanti è che solo nel 2024, oltre 242 milioni di studenti in 85 paesi e territori hanno visto interrotta la loro istruzione per colpa di eventi legati al clima. E questo va a braccetto con i 62 milioni di «sfollamenti interni» di bambini dovuti ai rischi climatici che si sono registrati tra il 2016 e il 2023. Senza ulteriori interventi, dice l’UNICEF, si stima che entro il 2050 altri 28 milioni di bambini potranno essere affetti da deperimento a causa dei cambiamenti climatici e 40 milioni da ritardi nella crescita.</p>
<p>Ecco anche l’elenco dei rischi climatici a cui i bambini sono esposti; oltre alla tipologia (alluvioni, siccità, tempeste tropicali, ondate di calore, ecc.) sono indicati anche il numero di bambini esposti a più di un rischio, da due a sei: 4 milioni di bambini sono esposti ad almeno sei rischi climatici tra quelli individuati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-3.png.webp" alt="quantificazione dei bambini esposti ai rischi climatici" width="623" height="665" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Va be’, pazienza, vorrà dire che ci abitueremo a questi nuovi climi “caraibici”.</p>
<p>Oppure vuol dire che si può fare come in Iraq, dove tra il 2021 e il 2025 UNICEF ha collaborato coi ministeri e le agenzie ONU per installare 26 sistemi di trattamento delle acque reflue in sette governatorati, a beneficio di 144mila persone tra cui 66mila bambini.</p>
<p>Oppure si possono installare più pannelli fotovoltaici e pale eoliche, come nelle strutture sanitarie in Pakistan, la cui espansione potrebbe prevenire 175mila morti per il 2030 e «aggiungere 296 milioni di dollari all&rsquo;economia entro il 2044». Come è anche successo in Libano – oggi afflitto da una guerra senza senso (come tutte le guerre) – dove un investimento di 12 milioni di dollari tra il 2023 e il 2025 ha dotato 235 scuole pubbliche di sistemi fotovoltaici, apportando benefici a oltre 111mila studenti.</p>
<p>Oppure come in Cambogia, dove nel 2022 il governo ha erogato pagamenti in denaro aggiuntivi per aiutare le famiglie colpite dalle inondazioni impendendo di cadere in povertà a 1,8 milioni di persone tra cui 700mila bambini.</p>
<p>Oppure come nel Sahel, dove un apposito Partenariato per ridurre la vulnerabilità nutrizionale legata al clima, solo nel 2025, ha raggiunto oltre 6 milioni di persone tra Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger.</p>
<p>Altroché abituarsi, qui i numeri ci danno un’immagine piuttosto chiara su quanto il cambiamento climatico colpisca la salute delle persone, tra cui i bambini, che sono tra i soggetti più fragili a essere esposti a questi rischi. Il rapporto di UNICEF ovviamente non può far altro che ricordare che per tutelare i bimbi e chi li mette al mondo serve continuare a ridurre le emissioni di gas serra con le energie rinnovabili, investire in istruzione e welfare, migliorare la governance locale e considerare clima e salute come facce della stessa medaglia. E non è un problema dei soli paesi poveri. Si pensi solo che nel <a href="https://www.isglobal.org/en/-/62.700-muertes-asociadas-con-el-calor-del-verano-de-2024" rel="noopener">2024</a> in Europa si stimano 63mila morti per troppo caldo, di cui 19mila solo in Italia.</p>
<p>Sicuramente i conservatori avranno ben presente tutte queste problematiche e sapranno ormai come porre rimedio al cambiamento climatico. Che no, non è un fenomeno ciclico come dice La Russa e compagnia, perché la civiltà umana si è potuta sviluppare grazie al fatto che la temperatura media globale è stabile da circa 12mila anni – a parte gli ultimi 60/70 anni, si intende.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il fenomeno tradwife tra marketing e geopolitica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica/</guid><pubDate>Mon, 29 Jun 2026 07:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Barbara Piccininni</dc:creator><category>societa</category><description>Dietro le immagini di pane fatto in casa, bambini sorridenti e fattorie da cartolina si nasconde uno dei fenomeni culturali più controversi degli ultimi anni: le tradwives, influencer che celebrano il ritorno ai ruoli di genere tradizionali e alla dedizione esclusiva alla famiglia. Raccolgono milioni di follower sui social, ma il loro successo non racconta soltanto una nostalgia per la vita domestica. Perché il modello della “moglie tradizionale” è di fatto un progetto culturale e politico che rimette al centro il controllo del corpo femminile e della famiglia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fenomeno-tradwife-marketing-geopolitica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, le piattaforme social come TikTok e Instagram hanno assistito alla proliferazione di un trend culturale: il movimento delle <em>tradwives</em>, abbreviazione di <em>traditional wives</em>, mogli tradizionali. Questo fenomeno vede giovani donne promuovere il ritorno a una rigida divisione dei ruoli di genere, alla sottomissione volontaria al marito e alla dedizione esclusiva alla cura della casa e della prole.</p>
<p>Per comprendere la radice ideologica del fenomeno, assumiamo l&rsquo;<a href="https://www.linkedin.com/posts/shirley-osborne-mba-01a7b54_getuncoopted-activity-7440148428866883585-gJfY" rel="noopener">analisi</a> proposta dall&rsquo;attivista e saggista Shirley Osborne in <em>The Women the Patriarchy Co-opted</em> (2026). Osborne inquadra il movimento delle tradwives non come una legittima scelta di libertà individuale, bensì come un esempio perfetto di cooptazione patriarcale. Il patriarcato, inteso come sistema invisibile di strutture di potere, opera convincendo le donne a firmare un &ldquo;contratto sociale&rdquo; che agisce contro i loro stessi interessi.</p>
<p>Il movimento tradwife <a href="https://www.ais-sociologia.it/wp-content/uploads/2025/03/AIS-Gender-Studies-2024_Book-of-Abstract.pdf" rel="noopener">spinge</a> le donne ad abbandonare i tavoli decisionali ed economici per ripiegare nella sfera domestica, neutralizzando il potenziale di emancipazione collettiva, cancella il rischio sistemico della perdita di indipendenza economica oscurando come senza reale capacità di autodeterminazione ci si espone a gravi rischi in caso di crisi coniugale e di violenza domestica. In ultimo, quello che viene presentato come un idillio domestico è, a tutti gli effetti, lavoro di cura non retribuito. Sian Norris <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/may/31/white-supremacy-trad-wives-far-right-feminist-politics" rel="noopener">svela</a> anche come il meccanismo agisca a livello psicologico offrendo una ricompensa fittizia: «Chi non vuole essere una dea, specialmente quando l&rsquo;alternativa è lavorare dalle nove alle cinque in un ufficio noioso o in fabbrica [&hellip;]? Per essere la donna ideale [&hellip;] non devi combattere o lavorare [&hellip;] diventi speciale solo per il fatto di avere un grembo materno funzionante. Devi semplicemente essere, perché il tuo valore esiste unicamente in virtù del fatto di avere un corpo femminile».</p>
<p>La tradwife più famosa è Hannah Neeleman, nota come “Ballerina Farm”. Ex ballerina della Juilliard e madre di otto figli, Neeleman incarna <a href="https://www.repubblica.it/design/2021/04/20/news/tendenza_interior_design_arredare_in_stile_cottagecore-297220353/" rel="noopener">l&rsquo;estetica del <em>cottagecore</em></a> e dell&rsquo;autosufficienza rurale. Tuttavia, un celebre <a href="https://www.thetimes.com/magazines/the-sunday-times-magazine/article/meet-the-queen-of-the-trad-wives-and-her-eight-children-plfr50cgk" rel="noopener">articolo</a> pubblicato da <em>The Sunday Times</em> ha squarciato il velo di perfezione digitale mettendo in luce come quello stile di vita sia possibile grazie all&rsquo;immensa ricchezza della famiglia del marito. Non siamo dunque di fronte a una scelta di vita rurale ma a un &ldquo;cosplay della povertà&rdquo;. L&rsquo;articolo ha sollevato dubbi sul reale grado di spontaneità della sua scelta. La successiva <a href="https://www.instagram.com/p/C-H73jSIoRE/" rel="noopener">replica pubblica</a> di Hannah Neeleman – che ha accusato la stampa di aver manipolato l&rsquo;intervista per adattarla a un&rsquo;agenda predeterminata e ha riaffermato il suo ruolo di &ldquo;co-CEO&rdquo; della propria vita – evidenzia il grande paradosso del fenomeno.</p>
<p>Ma questo modello è realmente considerato un&rsquo;opzione nella società? Se da un lato i contenuti social accumulano centinaia di milioni di visualizzazioni e le influencer muovono community da oltre 11 milioni di follower, i dati demografici reali ci dicono altro. <a href="https://www.kcl.ac.uk/news/the-tradwife-phenomenon-isnt-a-return-to-tradition-its-a-plea-for-balance" rel="noopener">Secondo gli esperti</a> del Global Institute for Women’s Leadership del King&rsquo;s College London, «Il fenomeno tradwife non è un ritorno alla tradizione, è una richiesta di equilibrio. La ricerca suggerisce che si tratta del riflesso delle pressioni moderne piuttosto che di una nostalgia per la domesticità». Secondo gli stessi esperti, il 59% delle giovani donne (18-34 anni) <a href="https://www.unlv.edu/news/release/positive-views-tradwife-movement-linked-higher-levels-sexism-among-men" rel="noopener">giudica negativamente</a> il trend, ritenendolo dannoso per la società.</p>
<p>Resta però un dato allarmante sulla polarizzazione di genere: <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/03616843261442447" rel="noopener">ricerche</a> pubblicate su <em>Psychology of Women Quarterly</em> dimostrano che gli uomini con alti livelli di &ldquo;sessismo ostile&rdquo; sono i principali consumatori e sostenitori di questo trend, vedendovi una legittimazione del potere maschile. Questa strategia <a href="https://www.researchgate.net/publication/379942208_Tradwives_Right-Wing_Social_Media_Influencers" rel="noopener">avrebbe una funzione</a> di stabilizzazione interna per la cosiddetta manosphere, l&rsquo;universo online dei movimenti maschili risentiti, dagli incel ai teorici della mascolinità alfa. Mostrare profili di donne attraenti, colte e disposte a subordinare la propria esistenza alla soddisfazione biologica ed economica del partner maschile serve come strumento di propaganda e rassicurazione.</p>
<p>I sondaggi <a href="https://it.euronews.com/cultura/2024/02/28/ecco-le-trad-wives-le-influencer-antifemministe-che-promuovono-i-valori-tradizionali" rel="noopener">descrivono</a> una popolazione europea non attratta da questo modello. Nonostante questo, l’Europa presenta una caratterizzazione più politica del fenomeno, come dimostra la figura dell&rsquo;attivista, giurista e opinionista olandese <a href="https://www.theguardian.com/uk-news/2026/jan/15/dutch-far-right-influencer-eva-vlaardingerbroek-banned" rel="noopener">Eva Vlaardingerbroek</a>, che rappresenta l&rsquo;evoluzione dottrinale e ideologica del fenomeno tradwife. L&rsquo;uso dell’estetica iper-femminile e la difesa della famiglia tradizionale diventano ariete politico all&rsquo;interno dei movimenti della destra identitaria europea. Vlaardingerbroek non si limita a mostrare la cucina ma partecipa a convention politiche internazionali (come il CPAC), si scaglia contro le istituzioni europee e lega in modo inscindibile la difesa dei ruoli tradizionali di genere a tesi ultra-nazionaliste, come la teoria complottista della &ldquo;Grande Sostituzione&rdquo;. In questo contesto europeo, la tradwife si trasforma in uno strumento di propaganda collettiva. Il corpo femminile e l&rsquo;utero, per riprendere la tesi di Norris, <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/08912416241246273" rel="noopener">tornano a essere politicizzati in chiave nazionalista</a>. Non solo in Europa.</p>
<p>La strategia dunque è la <a href="https://benjamins.com/catalog/jlac.00142.koc?srsltid=AfmBOorstxAB2IlbWbr7C3nDBjfHRO_ZeVQaTWJj-LOlLMUDJcIBexH1" rel="noopener">politicizzazione dell&rsquo;intimità domestica</a>: siamo di fronte a una delle operazioni di ingegneria culturale più deliberate del XXI secolo.</p>
<p>Il fenomeno tradwife è funzionale alle <a href="https://www.researchgate.net/publication/374478241_Trad_Culture_Reproducing_Whiteness_and_Neo-Fascism_through_Gendered_Discourse_Online" rel="noopener">agende strategiche della galassia conservatrice</a> globale: le chiese evangeliche ultra-ortodosse e le destre identitarie e nazionaliste. Per le comunità evangeliche e mormone fondamentaliste, la frammentazione identitaria della modernità rappresenta una minaccia teologica esistenziale. La diffusione dei canali social gestiti da tradwives esplicitamente confessionali risponde alla necessità di <a href="https://uvadoc.uva.es/bitstream/handle/10324/63927/TFG_F_2023_233.pdf" rel="noopener">tradurre dogmi rigidi in formati digitali digeribili</a> e desiderabili dai giovani. Dal punto di vista teologico, l&rsquo;asse portante di queste comunità è la dottrina del complementarismo: la convinzione che Dio abbia istituito una gerarchia biologica e spirituale in cui l&rsquo;uomo detiene l&rsquo;autorità legale e decisionale, mentre la donna è chiamata alla sottomissione e alla cura della sfera riproduttiva. Nelle produzioni digitali di influencer evangeliche, questa sottomissione <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/03616843261442466" rel="noopener">viene depurata</a> da qualsiasi connotazione coercitiva o patriarcale. Attraverso i social la rinuncia alla carriera <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14647001251371971" rel="noopener">viene riscritta</a> come un atto di pura elevazione spirituale e di &ldquo;dolce sollievo&rdquo; dalla frenesia del lavoro salariato.</p>
<p>Un secondo livello strategico risiede nella promozione dell&rsquo;<em>homesteading</em>, cioè la gestione della fattoria autosufficiente, e dell&rsquo;<em>homeschooling</em>, l&rsquo;istruzione parentale domestica. Spingendo le famiglie a rendersi autonome dalle istituzioni pubbliche — giudicate secolarizzate e progressiste — le chiese evangeliche mirano a recidere i legami sociali dei singoli con lo Stato. La tradwife cessa di essere una semplice casalinga per tramutarsi nel pilastro logistico e operativo della comunità: è lei a sottrarre i figli all&rsquo;istruzione pubblica, a indottrinarli secondo i precetti della chiesa e a garantire la sussistenza alimentare del nucleo, realizzando un ecosistema economico e sociale chiuso e impermeabile. </p>
<p>Per i movimenti della destra radicale e della galassia nazionalista il fenomeno tradwife assume le caratteristiche di un&rsquo;arma geopolitica. All&rsquo;interno della retorica della destra identitaria, dominata dall&rsquo;ossessione per il declino demografico dell&rsquo;Occidente e da teorie complottiste come la &ldquo;Grande Sostituzione&rdquo;, la figura della donna viene <a href="https://bristoluniversitypressdigital.com/view/journals/ejpg/7/1/article-p83.xml" rel="noopener">rigidamente nazionalizzata</a>. Il corpo della tradwife diventa il veicolo principale della sopravvivenza biologica della nazione.</p>
<p>Tutto questo avviene utilizzando la <a href="https://www.socialsciencespace.com/2025/10/the-tradwife-to-far-right-pipeline" rel="noopener">prassi del <em>soft-pilling</em></a> (o <em>pink-pilling</em>): l&rsquo;introduzione graduale di utenti moderati a ideologie estremiste per il tramite di contenuti apparentemente innocui e politicamente neutri. Un utente che ricerca tutorial sulla panificazione a lievitazione naturale o sull&rsquo;agricoltura biologica <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1600910X.2025.255" rel="noopener">viene agganciato</a> da profili di tradwives caratterizzati da un&rsquo;altissima qualità estetica. Successivamente, la dinamica degli algoritmi di raccomandazione delle piattaforme social tende a creare camere dell&rsquo;eco (<em>echo chambers</em>), associando la nostalgia per la natura a una più profonda e radicale nostalgia per un ordine sociale gerarchico, patriarcale e monoculturale, fungendo da vero e proprio <a href="https://www.uva.nl/en/shared-content/faculteiten/en/faculteit-der-maatschappij-en-gedragswetenschappen/news/2024/07/tradwives.html" rel="noopener">canale di reclutamento</a> verso i forum dell&rsquo;estremismo politico. L’abbraccio delle tesi nazionaliste <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/03616843261442466" rel="noopener">viene descritto</a> come l&rsquo;unica via per restaurare l&rsquo;autorità patriarcale e l&rsquo;obbedienza all&rsquo;interno delle mura domestiche. La casa della tradwife diventa una trincea domestica in cui la sottomissione volontaria della donna viene venduta come l&rsquo;ultimo baluardo di stabilità di fronte alla complessità del mondo contemporaneo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Terapie riparative? No grazie: non c’è niente da riparare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare/</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 17:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>salute</category><description>Le cosiddette terapie riparative dell’omosessualità e delle identità transgender, sono pratiche condannate dalla comunità scientifica internazionale, ma un’offerta persiste in diversi Paesi, tra cui l’Italia. La UE non è riuscita a vietarle. La strada verso l’accettazione degli orientamenti di genere è ancora lunga, come ci indica drammaticamente la cronaca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terapie-riparative-no-grazie-c-niente-riparare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nodo è venuto al pettine: più di un milione di cittadini dell’UE ha chiesto alla Commissione Europea di vietare in tutti gli Stati membri le cosiddette terapie riparative dell’omosessualità e delle identità transgender, interventi medici e psicologici che la comunità scientifica internazionale da tempo ha giudicato inutili e nocivi, ma che vengono ancora praticati e tollerati in alcuni Paesi. Al momento, però, non esistono le condizioni politiche per raggiungere l’unanimità del Consiglio dell’Unione Europea, che occorre per approvare una decisione in tal senso. La Commissione Europea ha stabilito quindi di adottare entro il 2027 una raccomandazione che non obbligherà ma inviterà gli Stati membri a vietare le terapie riparative.</p>
<h2 id="una-vittoria-a-metà-per-la-scienza-e-per-i-diritti">Una vittoria a metà per la scienza e per i diritti</h2><p>Nel 2024 l’associazione francese Act (Against Conversion Therapy) ha lanciato una <a href="https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2024/000001_en" rel="noopener">Iniziativa dei Cittadini Europei</a>, uno strumento che consente ai cittadini di chiedere alla Commissione Europea di proporre atti legislativi, a condizione di raccogliere almeno un milione di firme da almeno sette Stati membri. L’Iniziativa, dal titolo <em>Ban on conversion practices in the European Union</em> chiede che in tutti i Paesi dell’UE siano vietati gli interventi mirati a modificare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere delle persone LGBTQI+. Il 16 maggio 2025 è stato raggiunto l’obiettivo del milione di firme, validate e consegnate alla Commissione Europea il successivo 17 novembre.<br>
Il 29 aprile del 2026 il Parlamento Europeo ha pubblicato il <a href="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2026-0146_EN.pdf" rel="noopener">Rapporto</a> sulla situazione dei diritti fondamentali nell’UE nel biennio 2024-2025 che, al paragrafo 57, condanna le pratiche di conversione «in quanto violazioni dei diritti fondamentali, e sollecita la Commissione ad affrontarle mediante azioni concrete; esorta inoltre, a questo riguardo, la Commissione a presentare una <a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/752385/IPOL_STU%282023%29752385_EN.pdf" rel="noopener">proposta di atto giuridico</a> che istituisca un divieto dell’UE delle pratiche di conversione in tutti gli Stati membri in risposta all’Iniziativa dei Cittadini Europei Ban on conversion practices in the European Union».<br>
La parola è passata così alla Commissione Europea. Presentare una proposta legislativa vincolante come richiesto dai cittadini avrebbe voluto dire l’approvazione unanime dei membri del Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce i ministri competenti in materia di tutti gli Stati membri, un obiettivo difficilmente realizzabile nell’attuale panorama politico, così la Commissione ha ripiegato su una <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_1070" rel="noopener">raccomandazione non vincolante</a>, che non richiede l’approvazione del Consiglio. La sua adozione è prevista per il 2027. Una vittoria a metà per la scienza e per i diritti.<br>
Quale sia l’opinione dei rappresentanti dei partiti di destra sulle terapie di conversione è evidente dagli interventi dei commissari che hanno preso la parola il 25 marzo scorso durante la <a href="https://www.europarl.europa.eu/plenary/en/vod.html?mode=chapter&amp;vodLanguage=EN&amp;playerStartTime=20260325-18:51:49&amp;playerEndTime=20260325-19:48:42#" rel="noopener">discussione</a> dell’Iniziativa dei Cittadini: la spagnola Margarita De La Pisa Carriòn, di Vox, l’italiano Paolo Inselvini, di Fratelli d’Italia, il romeno Cristian Terhes, del Partito Nazionale Conservatore e altri dello stesso orientamento politico si sono succeduti al podio invocando il diritto delle famiglie di educare i figli secondo i propri principi. Vietare le pratiche di riparazione dell’omosessualità e dell’identità transgender equivale, secondo le loro dichiarazioni, ad abbandonare gli adolescenti confusi nelle mani della “lobby LGBT” determinata a traviarli. È la stessa narrazione dei movimenti anti-scelta che in Italia hanno sostenuto la recente approvazione della <a href="https://www.mim.gov.it/web/guest/-/consenso-informato-via-libera-definitivo-del-senato-valditara-tuteliamo-i-bambini-ridiamo-voce-ai-genitori-obbligatoria-l-educazione-al-rispetto-alle-" rel="noopener">legge Valditara</a> sull’obbligo di consenso informato scritto da parte dei genitori per la partecipazione degli studenti ad attività scolastiche dedicate ai temi della sessualità. Con una derapata semantica a 180° la “libertà educativa” delle famiglie viene così contrapposta all’evidenza scientifica ed è sancito il diritto inalienabile dei genitori di lasciare i figli nell’ignoranza e tentare di forzare il loro orientamento sessuale e la loro identità ed espressione di genere. Purtroppo anche di recente fatti di cronaca drammatici, come l’omicidio e il femminicidio di Camaiore, dove un uomo ha ucciso il figlio gay e la moglie, testimoniano quanto è lunga la strada verso l’accettazione degli orientamenti di genere.</p>
<h2 id="illegittime-inefficaci-dannose">Illegittime, inefficaci, dannose</h2><p>Le cosiddette terapie riparative o pratiche di conversione hanno origine tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, quando l’omosessualità che fino ad allora era considerata una devianza morale venne riclassificata come malattia mentale. «Per decenni sono state formulate teorie scientificamente non dimostrate ma basate su pregiudizi e preconcetti, o derivanti dall’esperienza clinica con pazienti omosessuali condizionati dall’ostilità sociale interiorizzata, la cosiddetta omofobia interiorizzata», osserva Vittorio Lingiardi, professore ordinario di Psicologia dinamica della Sapienza Università di Roma. «Nonostante già Freud affermasse che il tentativo di trasformare una persona omosessuale in una eterosessuale è sempre destinato al fallimento, nel secolo scorso non sono mancati i tentativi di “curare” l’omosessualità, ormai <a href="https://www.wpanet.org/wp-content/uploads/2025/09/2.GA23.10.2-Gender-identity-Position-Statement-10.8.23.pdf" rel="noopener">banditi dalla comunità scientifica internazionale</a> perché inefficaci e dannosi, se non altro perché non si può curare qualcosa che patologia non è».<br>
L’omosessualità è stata <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4695779/" rel="noopener">derubricata dai manuali psichiatrici</a> a partire dal 1973. In seguito, anche l’identità transgender è stata depatologizzata: dall’American Psychiatric Association nel 2013 e dall’OMS nel 2018. <br>
C’è chi obietta che un adulto, nell’esercizio della sua libertà personale, abbia il diritto di chiedere un intervento di conversione a un professionista della salute mentale, se vive con sofferenza il proprio orientamento sessuale, la propria identità o espressione di genere perché non sono conformi agli standard del suo ambiente sociale o delle sue convinzioni morali. «Nel rispetto delle norme deontologiche e delle evidenze scientifiche disponibili, un professionista non può offrire trattamenti volti a modificare caratteristiche o condizioni che non siano riconosciute come patologiche, anche quando tali interventi siano richiesti dalla persona stessa. Tali pratiche non hanno dimostrato efficacia terapeutica e possono esporre l&rsquo;individuo a rischi significativi per la salute psicologica», risponde Roberto Baiocco, ordinario di Psicologia dello sviluppo della Sapienza Università di Roma e direttore del <a href="https://dppss.web.uniroma1.it/it/orientamenti-sessuali-e-identita-di-genere" rel="noopener">Servizio “6 come sei</a>”, centro clinico e di ricerca su orientamenti sessuali e identità di genere. «Quello che la psicologia può fare è accompagnare una persona che vive una situazione di sofferenza nell’indagare la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale. È un percorso spesso lungo e impegnativo, volto ad aiutare la persona a riconoscere e affermare se stessa. Affermare vuol dire anche, eventualmente e non necessariamente, modificare il proprio aspetto fisico per adeguarlo alla rappresentazione di sé, non diversamente da quanto fa, per esempio, una donna cisgender quando ricorre alla chirurgia estetica per adeguare l’aspetto del seno all’immagine in cui si riconosce».<br>
Accompagnare verso la conoscenza di sé è anche la missione dei genitori che crescono un figlio o una figlia. La loro libertà educativa, rivendicata da alcuni, non può essere interpretata come diritto di plasmare l’identità di figli e figlie secondo le proprie preferenze e convinzioni. «Pensiamo a un adolescente maschio che ha cominciato a frequentare una ragazza e lo annuncia ai genitori», dice Baiocco. «Questi saranno contenti per lui, si complimenteranno. Difficilmente gli diranno che forse è confuso, che forse il suo orientamento eterosessuale è una fase dello sviluppo e che dovrebbe provare a frequentare anche dei ragazzi per averne la certezza. Perché allora, a parti invertite, i genitori di un ragazzo che li informa di provare attrazione per un altro ragazzo dovrebbero cercare di dissuaderlo, se non per un loro pregiudizio su quale sia un orientamento sessuale “preferibile” e quale invece non lo sia?»</p>
<h2 id="la-situazione-in-europa-e-in-italia">La situazione in Europa e in Italia</h2><p>Nonostante la condanna della comunità scientifica internazionale, ancora oggi c’è chi mette in atto questi interventi, combinando psicoterapia, pressione sociale e talvolta riti religiosi. Secondo i dati pubblicati nel 2024 dalla <a href="https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/fra-2024-lgbtiq-equality_en.pdf" rel="noopener">European Union Agency for Fundamental Rights</a> il 24% delle persone LGBT residenti nell’UE ha subito almeno un tentativo di modificare, reprimere o sopprimere il proprio orientamento sessuale o identità di genere. Il 76% di loro non aveva dato il proprio consenso, il 13% lo aveva dato a causa di pressioni o minacce. In Italia, il 18% delle persone LGBT è stato sottoposto a tentativi di conversione, percentuale che sale al 37% tra le donne transgender e al 48% tra gli uomini transgender. Il 69% di loro non aveva dato il proprio consenso, il 15% lo aveva dato a causa di pressioni o minacce.<br>
Negli ultimi anni, diversi Stati membri dell’Unione Europea <a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2022/733521/EPRS_BRI%282022%29733521_EN.pdf" rel="noopener">hanno bandito questi interventi</a>, che siano attuati da professionisti della salute mentale o da consulenti senza qualifica professionale. Sono Malta, Germania, Francia, Grecia, Spagna, Belgio, Cipro e Portogallo. Malta, Germania e Grecia vietano la pratica delle terapie riparative solo nei confronti di minorenni e di adulti privi di capacità di agire.<br>
Nel nostro Paese non esiste al momento una legge che proibisca o limiti le pratiche di conversione. «Negli anni 2000 la formazione dei professionisti della salute mentale presentava ancora importanti lacune. Condizionati da questi bias, c’erano psicoterapeuti e psicoanalisti che guardavano all’omosessualità come qualcosa da riparare o, più semplicemente, consideravano l’eterosessualità come una posizione più matura e preferibile. E lavoravano clinicamente in tal senso», spiega Lingiardi. «Questa rilevazione ci ha spinto a condurre una ricerca sugli atteggiamenti degli psicologi verso l’omosessualità in collaborazione con altre cattedre universitarie e alcuni Ordini degli psicologi (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia) a cui hanno partecipato oltre tremila iscritti. Nonostante l’omosessualità sia stata riconosciuta come una variante normale e non patologica della sessualità umana almeno da oltre il 75% dei partecipanti, circa il 60% riteneva di dover ricorrere a interventi volti alla modifica dell’orientamento sessuale in presenza di pazienti che non accettavano la propria omosessualità. Ma emergeva in maniera netta anche un altro dato importante: il bisogno di ricevere maggiore formazione sul tema. Nel 2010, a seguito di un crescente numero di testimonianze di “terapia riparativa” nel nostro paese, autorevoli rappresentanti del mondo accademico e professionale hanno redatto un documento intitolato “L’omosessualità non è una malattia da curare”, sottoscritto da oltre duemila professionisti nel campo della salute mentale e della formazione». <br>
Nel 2018 la Società italiana di psichiatria ha fatto propria la <a href="https://psichiatria.it/wpa-position-statement-on-gender-identity-and-same-sex-orientation-attraction-and-behaviours" rel="noopener">posizione</a> della World Psychiatric Association sulla loro inutilità e pericolosità. «Nel 2023, insieme a Nicola Nardelli, Guido Giovanardi e Anna Maria Speranza, abbiamo pubblicato le linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e non binarie (Raffaello Cortina Editore)», prosegue Lingiardi. «All’interno della comunità dei professionisti della salute mentale, negli anni i pregiudizi e i preconcetti hanno lasciato il posto alla conoscenza scientifica e all’ascolto rispettoso. Tuttavia, a causa del vuoto normativo, capita che questi interventi vengano offerti al di fuori dei contesti sanitari ed è sempre importante promuovere conoscenza, confronto e formazione. Proprio pochi giorni fa il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi ha manifestato la propria adesione al Roma Pride poiché «salute psicologica, benessere delle persone e tutela dei diritti sono temi profondamente intrecciati». Come leggiamo nella <a href="https://www.psy.it/il-cnop-ti-informa-09062026/%5D," rel="noopener">newsletter</a>: «le discriminazioni, lo stigma, l’isolamento sociale e la negazione della propria identità possono produrre conseguenze significative sulla salute mentale e sulla qualità della vita delle persone».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Timothy: raccontare l’immunologia come una storia di (piccoli) supereroi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi/</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Come si racconta il sistema immunitario senza perdersi tra sigle, molecole e processi cellulari? In “Timothy. Storia di un grande eroe in un mondo microscopico”, il neuroscienziato e divulgatore Tiziano Balzano sceglie la strada della narrazione: un linfocita T diventa il protagonista di un romanzo di formazione che attraversa organi, infezioni, allergie e ricerca biomedica. Tra fumetto, avventura e saggio divulgativo, il libro trasforma la complessità dell&amp;amp;rsquo;immunologia in una storia accessibile senza rinunciare al rigore scientifico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chi ricorda <em>Siamo fatti così – Esplorando il corpo umano</em>? L’ormai storica serie francese ha mostrato a una generazione di bambine e bambini (e non solo) un modo diverso di raccontare la biologia: quello nel quale le cellule diventano personaggi, organi e tessuti edifici, i vasi sanguigni strade trafficate. Nel quale ogni giorno ciascuno di questi elementi è impegnato a mantenere in funzione il complesso organismo che abitiamo. </p>
<p>A distanza di anni, in <a href="https://www.tabedizioni.it/shop/product/timothy-2025?search=timothy&amp;order=ordering&#43;desc" rel="noopener"><em>Timothy. Storia di un grande eroe in un mondo microscopico</em></a> (Tab Edizioni, 2026), il neuroscienziato e divulgatore scientifico Tiziano Balzano riprende quell’efficacissima strategia narrativa. E la usa, con una chiave di lettura che si avvicina, in modo dichiarato, al mondo dei supereroi dei fumetti, per raccontare uno dei protagonisti più affascinanti e al contempo più trascurati del sistema immunitario.</p>
<h2 id="mi-presento-sono-timothy">Mi presento, sono Timothy</h2><blockquote>
<p>Permettetemi di presentarmi: sono Timothy. Sono una cellula T. Come cellula T, faccio parte di un vasto e complesso sistema che lavora instancabilmente per mantenerci al sicuro ogni giorno. Il mio compito è pattugliare il corpo, cercando e neutralizzando le minacce. Ma il mio compito non è solo quello di combattere: è anche quello di mantenere l’armonia. Perché, in un mondo pieno di pericoli, dove anche un’arachide può essere letale, l’equilibrio è la sottile linea tra la vita e la morte.</p></blockquote>
<p>Balzano presenta così il suo microscopico eroe. Un eroe che all’inizio è ancora giovane e incerto sul suo destino, perché ha appena intrapreso il percorso di formazione che lo porterà a capire chi è davvero. In altre parole, una cellula che ha appena iniziato il suo percorso di maturazione nel timo. </p>
<p>L’atmosfera da fumetto non abbandona mai le pagine di questo saggio-racconto. I personaggi con cui Timothy si confronta sono di volta in volta compagni di battaglia, maestri illuminati, nemici spietati. Ma attenzione a non sottovalutare il libro: nell’atmosfera da fumetto, Balzano riesce a inserire informazioni e dettagli molecolari molto approfonditi.</p>
<p>Un esempio: «Hai imparato, ti sei adattato, hai scoperto i ruoli intricati che giocherai nel sistema immunitario. Ora sei pronto», dice a Timothy un’anziana cellula. Frasi che possono suonare come quelle che ascolta Bruce Wayne, in <em>Batman begins</em>, durante l’addestramento con la Setta delle Ombre. Ma nel caso di Timothy fanno parte della rivelazione del suo “vero sé” al termine del processo di maturazione: perché non è una cellula T qualunque, bensì una cellula T gamma-delta, un tipo specifico di leucocita che fa da ponte tra l’immunità innata e quella adattativa. E non sarà certo Balzano a trascurare di spiegare, nel dettaglio, cosa questo comporta, o le differenze rispetto ad altri tipi di cellule T.</p>
<h2 id="tra-eroismo-e-ricerca-scientifica">Tra eroismo e ricerca scientifica</h2><p>La natura di Timothy coincide con il suo ruolo nell’organismo, e il libro si svolge, si può dire inevitabilmente, con una serie di avventure nei diversi organi e apparati. Dall’intestino al cervello, tra astrociti che proliferano in modo anomalo, ferite, batteri e virus, Balzano rimane in equilibrio tra racconto e saggio per spiegare in modo estremamente dettagliato non solo come funziona il nostro sistema immunitario, ma anche per raccontare i meccanismi più specifici emersi dalla ricerca recente. Al termine di ogni capitolo, un breve riassunto dei concetti, che, proprio per il livello di approfondimento del testo, non giunge sgradito.</p>
<p>E non si pensi che il “mondo di Timothy” sia di fatto una persona particolarmente sfortunata, che incappa in tutte le patologie possibili. È solo che dell’attività continua di Timothy e dei suoi compagni noi riusciamo a renderci conto solo sporadicamente, quando il naso cola o la pancia si agita. O quando si presenta «una giornata di ordinaria follia», come la chiama Balzano descrivendo i meccanismi immunitari alla base di un’orticaria spontanea allergica, in uno scenario che ha dell’esilarante («Non mi butto nella mischia come un ubriaco di citochine in pieno delirio!», tuona furioso Timothy ai compagni impazziti).</p>
<p><em>Timothy</em> è un po’ romanzo (breve) di formazione, un po’ saggio, un po’ fumetto. Che si voglia ripassare o scoprire ex novo il ruolo del sistema immunitario non solo nel quotidiano di ogni persona, ma anche nella ricerca scientifica (basti pensare agli studi sull’immunoterapia, che hanno rivoluzionato la prognosi di alcune forme tumorali), è un libro che offre una chiave di lettura insieme dettagliata e accessibile. E raccontando in una storia che, senza spoiler, si chiude con un ultimo atto di eroismo in quel mondo microscopico: «Ho compiuto il mio dovere. Sono stato uno scudo contro l’onda implacabile della malattia», saluta Timothy, secondo la miglior tradizione degli eroi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Morti di calore: la nuova guida dell'OMS per contrastarle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle/</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 06:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Mentre giugno 2026 mette in ginocchio mezza Europa con temperature da record, blackout e morti, l&amp;amp;rsquo;Ufficio europeo dell&amp;amp;rsquo;Organizzazione mondiale della sanità pubblica la seconda edizione della sua guida sui piani caldo-salute. Un documento che, oltre a fotografare una minaccia ormai strutturale, dice cose molto concrete su come proteggersi: dalle regole per usare il ventilatore al ruolo decisivo del verde urbano e dei pannelli solari sui tetti. E in cui la ricerca italiana ha un peso notevole.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;estate del 2026 non era ancora iniziata da un giorno che già si contavano i morti. Attorno al solstizio un&rsquo;ondata di calore eccezionalmente precoce e intensa ha investito l&rsquo;Europa occidentale con temperature di 14-18 °C superiori alla media per la fine di giugno. La Francia ha toccato il suo record assoluto di sempre, con 44,3 °C a Pissos, nelle Landes; in Portogallo e nel sud della Spagna si sono raggiunti i 42,7 °C; il Regno Unito ha frantumato il primato di caldo per il mese di giugno, fermo dal 1976, sfiorando i 38 °C. Parigi ha registrato decine di vittime legate al meteo, le scuole hanno chiuso, i treni hanno rallentato, gli agricoltori hanno lavorato di notte.</p>
<p>In Italia la situazione è altrettanto dura: bollino rosso in città come Roma, Firenze, Bologna, Milano e Torino, e cavi elettrici sotterranei surriscaldati che hanno provocato blackout ripetuti proprio quando la domanda di condizionamento era al massimo. Il caldo non si limita a far ammalare le persone, manda in tilt le infrastrutture su cui la nostra capacità di difenderci si regge.</p>
<p>L&rsquo;Europa è il continente che <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2025/why-europe-warming-faster" rel="noopener">si scalda più in fretta al mondo</a>: dalla metà degli anni Novanta la temperatura sale di circa 0,56 °C per decennio, più del doppio della media globale, ferma intorno a 0,27 °C. Rispetto all&rsquo;era preindustriale il riscaldamento europeo ha già superato i 2,5 °C. Questa accelerazione si traduce direttamente in vite umane perdute. Secondo le stime del <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2826%2900025-3/fulltext" rel="noopener">Lancet Countdown</a>, l&rsquo;estate del 2022 ha causato in Europa più di 60.000 morti premature per il caldo, il 2023 oltre 47.000 e il 2024 circa 62.000: solo negli ultimi tre anni si arriva, sommando, ben oltre 160.000 decessi, in larga parte considerati evitabili. Il dato più impressionante è la pervasività del fenomeno: il 99,6% delle regioni europee monitorate ha visto crescere la mortalità attribuibile al caldo nell&rsquo;ultimo decennio, e il numero di allerte giornaliere per caldo estremo è aumentato del 318% rispetto agli anni Novanta. Senza i processi di adattamento introdotti finora, calcolano gli stessi ricercatori, la mortalità sarebbe stata ancora più alta dell'80%. Il <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2826%2900025-3/fulltext" rel="noopener">report 2026 del Lancet Countdown</a> sulla salute e il cambiamento climatico in Europa, firmato da 65 esperti di 46 istituzioni e costruito su 43 indicatori, quantifica con precisione questa escalation: in 823 regioni europee, la quasi totalità di quelle monitorate, la mortalità attribuibile al caldo è cresciuta tra il 2015 e il 2024 rispetto al 1991-2000 con un incremento medio di 52 morti per milione di abitanti all&rsquo;anno. E il caldo non sottrae solo vite: nel 2020-2023 ha ridotto l&rsquo;offerta di lavoro in Europa dell'1,52%, l&rsquo;equivalente di 24 ore in meno per lavoratore all&rsquo;anno, penalizzando soprattutto chi opera all&rsquo;aperto nell&rsquo;edilizia e nell&rsquo;agricoltura del Sud del continente.</p>
<p>È in questo scenario che va letta la pubblicazione, in piena ondata di calore, della seconda edizione della guida dell&rsquo;OMS Europa <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/9789289062930" rel="noopener">Heat–health action plans: guidance</a> (Copenaghen, 2026), aggiornamento della prima versione del 2008. Non un trattato scientifico, avvertono gli autori, ma un manuale operativo: il tentativo di trasformare quasi vent&rsquo;anni di evidenze ed esperienza sul campo in azioni che governi, città e servizi sanitari possano davvero attuare.</p>
<h2 id="che-cosè-un-piano-caldo-salute">Che cos&rsquo;è un piano caldo-salute</h2><p>Il direttore dell&rsquo;OMS Europa, Hans Henri Kluge, riassume la tesi di fondo con “obiettivo zero morti da calore”. Obiettivo molto di là da venire e per il quale serve un progetto operativo che chiama in causa sanità, urbanistica, servizi sociali e protezione civile. Alla guida dell’OMS hanno lavorato centinaia di persone, fra cui Francesca De’ Donato, del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, una delle realtà di riferimento internazionale per lo studio degli effetti del caldo sulla salute. «La guida OMS ha lo scopo di trasformare le evidenze in azioni concrete, adattabili ai contesti nazionali, regionali e locali per contrastare i rischi di salute legati del caldo con una particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili» spiega De’ Donato. «Se l&rsquo;aumento delle ondate di calore e i rischi per la salute sono ormai un dato di fatto, le politiche e le misure di prevenzione sono ancora troppo frammentarie.  Occorreva quindi una nuova edizione della guida che le mettesse insieme, con anche una selezione di esempi concreti di buone pratiche sia di azioni da intraprendere sia di una comunicazione in grado di promuovere adattamento e resilienza al caldo». </p>
<p>Gli otto elementi intorno ai quali si organizza la guida sono pensati per coprire l&rsquo;intero ciclo della prevenzione: la governance (chi decide, chi risponde, con quali fondi); il sistema di allerta caldo-salute, che deve generare avvisi graduati e soprattutto collegati ad azioni già concordate; l&rsquo;identificazione delle popolazioni a rischio; la comunicazione; la resilienza del sistema sanitario; la riduzione dell&rsquo;esposizione al calore; la sorveglianza; e infine il monitoraggio e la valutazione, per correggere soglie e misure di anno in anno.</p>
<p>Dietro questa architettura, però, ci sono le tre forze che secondo l&rsquo;OMS hanno prodotto la «tempesta perfetta» nella quale ci troviamo nostro malgrado a vivere: il cambiamento climatico, che rende le ondate più frequenti, intense e lunghe; l&rsquo;urbanizzazione, con il 75% degli europei che già vivono in città (oltre l'80% al 2050) e l&rsquo;effetto isola di calore che rende i centri urbani anche di parecchi gradi più caldi delle campagne, soprattutto di notte; infine l&rsquo;invecchiamento, con il numero di over 65 nelle città destinato a più che triplicare. Combinate, queste tendenze potrebbero moltiplicare fino a dieci volte, entro il 2050, l&rsquo;esposizione delle persone fragili agli eventi più pericolosi. </p>
<h2 id="la-parabola-del-ventilatore">La parabola del ventilatore</h2><p>Il caldo crescente si combatte togliendo il carburante, vale a dire le emissioni, ma nel frattempo ci tocca adattarci. E qui cominciano i problemi. Prendiamo il ventilatore, ad esempio.  Accenderlo è il gesto più istintivo quando fa caldo, ma l&rsquo;OMS invita alla prudenza: durante il caldo estremo, sopra i 35 °C circa, il solo ventilatore può non bastare a prevenire i danni e, per gli anziani, per chi ha malattie croniche o assume farmaci che alterano la termoregolazione, anzi può risultare controproducente, perché accelera la disidratazione senza raffreddare davvero il corpo. Può restare utile in persone sane, quando non ci sono alternative migliori e se abbinato a tecniche come bagnare la pelle, ma non va considerato una soluzione universale. È esattamente il tipo di indicazione che dovrebbe entrare nei messaggi al pubblico, dove spesso passa il contrario.</p>
<p>Il resto delle raccomandazioni individuali contenute nella guida è all&rsquo;insegna del buon senso: raffreddare il corpo con panni o spugne umide su viso, collo e braccia; bere a piccoli sorsi frequenti, con pause, idratazione programmate ogni 30-60 minuti negli ambienti scolastici; chiudere persiane e tapparelle nelle ore calde e aprire le finestre solo quando fuori è più fresco che dentro (e l&rsquo;aria non è inquinata da incendi). L&rsquo;importanza di ribadire norme banali come queste sta nel fatto che una quota enorme della mortalità da calore avviene in casa, al chiuso, e riguarda persone che non si percepiscono a rischio.</p>
<h2 id="socializzare-gli-anziani">Socializzare gli anziani</h2><p>Da qui la seconda misura di sanità pubblica: rompere l&rsquo;isolamento degli anziani. Per questo è importante che qualcuno si prenda la briga di attivare in modo sistematico una rete di figure che possono fare la differenza controllando le persone fragili durante le ondate, dai caregiver formali e informali agli assistenti sociali, dai volontari agli insegnanti, dai medici di famiglia ai sindacati (si veda la loro importanza nei giorni scorsi in Italia nell&rsquo;ottenere condizioni più sopportabili nei lavori di rider e manovali, fra le categorie più esposte). Anche i medici, ovviamente, possono fare la differenza: una telefonata o una visita possono intercettare i primi segni di un colpo di calore prima che diventi un ricovero. Accanto a questo, la guida raccomanda di rendere accessibili spazi freschi e climatizzati (i cosiddetti centri di raffrescamento, o rifugi climatici), punti di accesso all&rsquo;acqua, stanze fresche dedicate negli edifici pubblici e nelle scuole. Sono interventi a basso costo, attivabili in fretta, che però richiedono di essere pianificati prima dell&rsquo;estate, non improvvisati durante l&rsquo;emergenza.</p>
<h2 id="il-verde-e-lacqua-per-salvare-le-città">Il verde e l&rsquo;acqua per salvare le città</h2><p>Se le misure individuali servono a sopravvivere all&rsquo;ondata, è sulla città che si gioca la partita di lungo periodo. La guida dedica grande spazio all&rsquo;ambiente costruito, riconosciuto come il fattore che più di ogni altro può amplificare o smorzare l&rsquo;esposizione al caldo. Morfologia urbana densa, poca vegetazione, superfici scure che assorbono calore come asfalto e cemento, edifici mal ventilati: tutto questo alimenta l&rsquo;isola di calore e mantiene le città più calde, di notte in particolare, quando l&rsquo;organismo dovrebbe recuperare e invece non ci riesce.</p>
<p>La risposta indicata è quella che gli urbanisti chiamano infrastruttura verde e blu: alberi e parchi che fanno ombra ed evapotraspirano abbassando la temperatura, specchi e corsi d&rsquo;acqua, spazi pubblici ombreggiati, tetti e pareti più riflettenti, edifici progettati per disperdere il calore grazie a isolamento, schermature, vetri adeguati e ventilazione. La guida sottolinea che la prestazione termica del patrimonio edilizio è un vero determinante di salute, perché decide quanto sarà rovente la stanza dove una persona anziana passerà la notte. Ma raffreddare un singolo appartamento serve a poco se l&rsquo;intero quartiere accumula calore: per questo il documento insiste sulla scala urbana e metropolitana, e quindi su una collaborazione stabile tra sanità, urbanistica, edilizia, trasporti, energia e protezione civile. È qui che il piano caldo-salute smette di essere materia sanitaria e diventa politica della città.</p>
<h2 id="il-paradosso-dellaria-condizionata-e-la-promessa-dei-tetti-solari">Il paradosso dell&rsquo;aria condizionata e la promessa dei tetti solari</h2><p>C&rsquo;è un nodo che la cronaca di questi giorni ha reso evidente. La risposta più immediata al caldo, l&rsquo;aria condizionata, è anche parte del problema: consuma energia, produce emissioni se l&rsquo;elettricità non è pulita e sovraccarica la rete proprio nei momenti di picco, fino a provocare i blackout che in queste ore stanno colpendo le città italiane. Un blackout durante un&rsquo;ondata di calore diventa un rischio sanitario diretto, perché toglie raffrescamento, refrigerazione dei farmaci e funzionamento dei servizi essenziali esattamente quando servono di più. È lo stesso documento OMS a sottolineare la natura bifronte del condizionamento: utile per l&rsquo;immediato, dannoso a livello sistemico. Aiuta, insomma, ma non è la soluzione: è inaccessibile per i redditi bassi; energivora e può portare a un “sovra-raffreddamento” ostacolando l&rsquo;acclimatazione fisiologica al caldo. Nella situazione attuale contribuisce sia all&rsquo;isola di calore urbana sia al cambiamento climatico, peggiorando quindi l&rsquo;esposizione nel medio-lungo periodo.</p>
<p>Una via d&rsquo;uscita sembra arrivare da uno <a href="https://iopscience.iop.org/article/10.1088/2753-3751/ae6dc0" rel="noopener">studio</a> del Centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC), che ha quantificato per l&rsquo;Italia i benefici del fotovoltaico sui tetti. Il lavoro stima che entro il 2050 il riscaldamento del clima farà crescere di circa il 5% i consumi elettrici residenziali per il raffrescamento rispetto alla domanda del 2023. Ma se la diffusione del solare domestico seguirà i piani nazionali, passando da circa il 6% delle famiglie del 2023 al 22-24% nel 2050, i pannelli potrebbero compensare quasi la metà di questo aumento di consumo legato al clima. Il fotovoltaico produce di più proprio quando i condizionatori vanno a pieno regime. Nei giorni di picco estivo, le famiglie con pannelli riducono i prelievi dalla rete di circa il 68% rispetto alle famiglie senza, alleggerendo il sistema nel momento di massima tensione. Lo studio segnala però una distribuzione iniqua dei benefici: a guadagnarci di più sono il Nord e le isole, dove il solare è più diffuso, mentre le grandi città del Centro-Sud come Roma, Napoli e Palermo soffrono una «doppia vulnerabilità», perché subiscono il caldo più intenso ma hanno tra i tassi di installazione più bassi. Politiche mirate a incentivare il fotovoltaico proprio in questi punti caldi urbani potrebbero proteggere i residenti e ridurre lo stress sulla rete durante le ondate. È, in piccolo, la dimostrazione di quanto la guida dell&rsquo;OMS sostiene in grande: la difesa dal caldo passa per scelte che stanno fuori dal perimetro della sanità.</p>
<h2 id="il-contributo-italiano">Il contributo italiano</h2><p>Su un tema in cui l&rsquo;Italia paga uno dei prezzi più alti d&rsquo;Europa, la ricerca nazionale è tra le protagoniste del documento. Il sistema nazionale italiano viene citato più volte come esempio di approccio «basato sull&rsquo;impatto». Il Centro nazionale di coordinamento per la prevenzione degli effetti del caldo gestisce un sistema di allerta che, città per città, lega le soglie alle associazioni statistiche tra temperatura apparente massima e mortalità: le allerte, in altre parole, sono definite in base all&rsquo;impatto atteso sulla salute e non al solo valore termico, e variano da una città all&rsquo;altra e nel corso della stagione tenendo conto dei giorni consecutivi e dell&rsquo;acclimatazione. Il sistema, coordinato dal Ministero della Salute nell&rsquo;ambito del Piano nazionale di prevenzione degli effetti del caldo con il supporto operativo del Dipartimento di epidemiologia del Lazio, integra l&rsquo;allerta meteo con la sorveglianza quotidiana della mortalità e degli accessi ai pronto soccorso in una rete di città, ed è in grado di stimare a fine estate i decessi attribuibili al caldo. Anche la letteratura scientifica italiana entra nel documento, dagli studi sugli interventi sociali per ridurre la mortalità degli anziani a Roma alle analisi sull&rsquo;ondata di calore del 2011 in Puglia.</p>
<h2 id="il-problema-politico">Il problema politico</h2><p>La nuova guida climatica OMS si differenzia dall&rsquo;edizione precedente perché tenta di colmare il vuoto operativo di lavori simili. Va apprezzato quindi il tentativo di indicare, per ogni elemento del piano, i risultati concreti da produrre, dalla struttura di governance con ruoli definiti fino al sistema di sorveglianza collegato alle allerte. Resta poi il problema di sempre: l&rsquo;adozione dei piani è diseguale, soprattutto a livello locale, i sistemi di sorveglianza sono spesso deboli o non si associano con le risposte. E c&rsquo;è ancora da fare molto per proteggere i più deboli e vulnerabili. A partire dai “ristretti” nelle carceri (come documentato recentemente su <a href="https://www.scienceonthenet.eu/node/20668" rel="noopener">Scienzainrete</a> da Francesca Polizzi).</p>
<p>Quello che ancora scarseggia, ricorda Kluge, è la volontà politica che sola può dare un senso d&rsquo;urgenza per rispondere a questa falcidia di vite che in Europa rappresenta il 95% della mortalità climatica, anche se la seconda carica dello Stato italiano ci scherza su minimizzando sul “clima caraibico” della Pianura padana. In un&rsquo;estate che ancora una volta mette alla prova ospedali, reti elettriche e città, la nuova guida dell&rsquo;OMS chiede ai decisori europei e italiani serietà per fronteggiare una minaccia ormai ricorrente, ma prevedibile, e ancora prevenibile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Doping: cosa c'è dietro una positività e cosa insegna il caso legato ad Alex Schwazer?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso/</guid><pubDate>Thu, 25 Jun 2026 07:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mauro Mandrioli</dc:creator><category>salute</category><description>La positività all’eritropoietina contestata a Schwazer ha riportato al centro del dibattito pubblico il funzionamento dei controlli antidoping. Come si costruisce una prova scientifica nello sport? E quale ruolo hanno campioni biologici, controanalisi, catena di custodia e procedure di verifica?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/doping-cosa-ce-dietro-positivita-cosa-insegna-caso-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A chi legge quotidianamente la cronaca sportiva capita spesso di imbattersi in notizie tutt&rsquo;altro che inattese. Non è certo una sorpresa che nei giorni scorsi l&rsquo;Argentina abbia superato l&rsquo;Austria grazie a due gol di Lionel Messi. Una sensazione analoga l&rsquo;ho provata quando ho letto dell&rsquo;ennesimo caso di positività a sostanze dopanti in una competizione internazionale di atletica. Sarà il solito maratoneta keniano, ho pensato, considerando che con oltre 140 atleti sospesi negli ultimi anni il Kenya è uno dei Paesi più frequentemente coinvolti in vicende antidoping.</p>
<p>La notizia ha però assunto un significato completamente diverso quando è emerso che l&rsquo;atleta accusato di aver fatto uso di eritropoietina (EPO) era il marciatore altoatesino Alex Schwazer. Non perché si trattasse di un atleta italiano, ma perché se mi avessero chiesto quale atleta avesse oggi meno probabilità di essere coinvolto in un nuovo caso di doping, avrei senza alcun dubbio risposto proprio Schwazer. La sua carriera è stata infatti segnata tanto da straordinari successi agonistici quanto da sospensioni per violazione delle norme antidoping.</p>
<p>Secondo quanto <a href="https://www.nada.de/en/service/news/news-detail/nada-initiates-proceedings-against-alex-schwazer" rel="noopener">comunicato</a> dall&rsquo;agenzia antidoping tedesca, il marciatore altoatesino sarebbe risultato positivo all&rsquo;eritropoietina in occasione dei Campionati tedeschi di marcia su strada disputati nell&rsquo;aprile 2026. La sostanza vietata sarebbe stata rilevata sia in un campione urinario sia in un campione ematico raccolti durante il controllo anti-doping.</p>
<p>Per Schwazer si tratta del terzo procedimento antidoping della carriera. Il primo risale al 2012, quando l&rsquo;atleta ammise l&rsquo;assunzione di eritropoietina prima dei Giochi Olimpici di Londra. Il secondo si aprì nel 2016, dopo la positività all&rsquo;EPO rilevata in un controllo effettuato alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, dando origine <a href="https://www.wada-ama.org/en/news/wada-statement-alex-schwazer-case" rel="noopener">a uno dei più controversi contenziosi</a> della storia recente dell&rsquo;antidoping internazionale.</p>
<p>Il caso Schwazer è oggi interessante non tanto per alimentare l&rsquo;ennesimo processo mediatico a carico di un atleta, quanto perché offre l&rsquo;occasione per riflettere sulla qualità delle procedure che regolano i controlli antidoping. Nel dibattito pubblico si tende infatti a passare rapidamente dalla notizia di una positività al giudizio finale. In mezzo, però, esiste un passaggio fondamentale: la costruzione della prova scientifica.</p>
<p>La credibilità del sistema antidoping non dipende, infatti, soltanto dalla capacità di individuare una sostanza vietata. Dipende anche dalla solidità delle procedure che accompagnano il campione biologico dal momento del prelievo fino al laboratorio e dalla presenza di adeguate garanzie per l&rsquo;atleta nel caso in cui emergano errori analitici, anomalie procedurali o contestazioni tecnicamente fondate.</p>
<h2 id="come-vengono-raccolti-i-campioni-antidoping-dal-prelievo-allanalisi">Come vengono raccolti i campioni antidoping: dal prelievo all&rsquo;analisi</h2><p>Per comprendere perché una positività antidoping possa trasformarsi in una sanzione sportiva è necessario capire come vengono raccolti, conservati e analizzati i campioni biologici degli atleti. La procedura segue <a href="https://www.wada-ama.org/en/athletes-support-personnel/anti-doping-process" rel="noopener">protocolli internazionali</a> definiti dalla World Anti-Doping Agency (WADA) e applicati dalle organizzazioni antidoping nazionali. L&rsquo;obiettivo è garantire che il campione analizzato dal laboratorio provenga effettivamente dall&rsquo;atleta controllato e che non possa essere alterato durante le fasi di raccolta, conservazione, trasporto e analisi.</p>
<p>Nel caso delle urine, l&rsquo;atleta produce il campione sotto osservazione diretta da parte di un incaricato del controllo antidoping. L&rsquo;urina viene raccolta in un contenitore apposito e successivamente suddivisa in due flaconi sigillati, identificati come campione A e campione B. Il primo è destinato all&rsquo;analisi iniziale, mentre il secondo viene conservato per un&rsquo;eventuale apertura e analisi successiva. Una volta completata la procedura, i flaconi vengono sigillati e contrassegnati con codici identificativi univoci, in modo che il laboratorio non conosca l&rsquo;identità dell&rsquo;atleta.</p>
<p>La raccolta del sangue segue una logica analoga. Il prelievo viene effettuato da personale qualificato mediante kit certificati e anche in questo caso i campioni vengono identificati tramite codici univoci. Da quel momento entra in funzione una rigorosa catena di custodia che documenta ogni passaggio, dal luogo del prelievo fino al laboratorio accreditato dalla WADA.</p>
<p>Se il laboratorio rileva nel campione A una sostanza vietata o un marker compatibile con il suo utilizzo, viene notificato un risultato analitico avverso. A questo punto si apre la fase di gestione del risultato: l&rsquo;atleta può chiedere l&rsquo;apertura e l&rsquo;analisi del campione B, presentare osservazioni e sollevare eventuali contestazioni procedurali. L&rsquo;esito finale non dipende quindi da un singolo dato analitico, ma dall&rsquo;insieme delle verifiche scientifiche e procedurali che accompagnano il controllo.</p>
<p>È importante sottolineare che, ai fini dell&rsquo;accertamento antidoping, gli unici campioni ufficialmente riconosciuti sono il campione A e il campione B raccolti, sigillati, identificati e conservati secondo gli standard internazionali. Eventuali campioni residui o altri materiali biologici conservati al di fuori della catena di custodia ufficiale non possono sostituire l&rsquo;analisi del campione B prevista dalla procedura, poiché non ne è garantita e documentata la tracciabilità lungo tutte le fasi di conservazione, trasporto e custodia.</p>
<p>Questo aspetto è particolarmente rilevante nel caso Schwazer, nel quale il dibattito pubblico si è concentrato su un campione residuo, identificato come campione C, che la difesa dichiara sia stato conservato da Sandro Donati, ex allenatore di Schwazer e protagonista di numerose battaglie contro il doping nello sport italiano. Questo materiale potrebbe eventualmente essere usato come elemento tecnico o difensivo, ma non ha lo stesso valore procedurale dei campioni A e B previsti dalla normativa antidoping internazionale.</p>
<p>Ciò che colpisce non è tanto l&rsquo;uso che può essere fatto di tale campione, ma il fatto stesso che esista. Gli standard internazionali WADA sulla raccolta delle urine prevedono infatti che, una volta riempiti correttamente i contenitori A e B e completate le verifiche richieste sul campione, l&rsquo;urina residua non destinata all&rsquo;analisi venga eliminata, con possibilità per l&rsquo;atleta di assistere allo smaltimento. Se una parte di quel residuo è stata effettivamente conservata al di fuori del circuito ufficiale, si porrebbe quindi un interrogativo sulla corretta applicazione della procedura di raccolta. Questo non implica automaticamente alcuna invalidità dei campioni ufficiali, ma rappresenta comunque un elemento che merita chiarimento.</p>
<h2 id="una-positività-può-derivare-da-unalterazione-del-campione-o-da-un-errore">Una positività può derivare da un&rsquo;alterazione del campione o da un errore?</h2><p>Nella conferenza stampa seguita alla notizia della nuova positività, uno degli aspetti emersi ha riguardato la possibilità che il campione biologico di Schwazer possa essere stato alterato o che il risultato possa essere errato. È un dubbio legittimo, anche alla luce del precedente contenzioso che ha coinvolto il marciatore altoatesino. Tuttavia, per affrontare la questione è necessario fare alcune precisazioni.</p>
<p>Manipolare deliberatamente un campione antidoping non è semplice. I campioni di sangue e di urina vengono raccolti seguendo procedure standardizzate, identificati tramite codici, sigillati e accompagnati da una rigorosa catena di custodia che documenta ogni passaggio dal prelievo fino al laboratorio. Nel caso del sangue, in particolare, l&rsquo;intervento umano sulle provette dopo il prelievo è estremamente limitato e qualsiasi alterazione intenzionale richiederebbe il superamento di numerosi controlli procedurali e tecnici.</p>
<p>Ciò non significa tuttavia che il sistema sia infallibile. Nessun metodo scientifico lo è. Errori analitici, problemi procedurali, contaminazioni o interpretazioni controverse dei risultati rappresentano eventualità rare ma teoricamente possibili. È proprio per questo motivo che il sistema antidoping internazionale non si basa esclusivamente sull&rsquo;analisi di laboratorio, ma prevede una serie di garanzie aggiuntive, tra cui il campione B, la documentazione della catena di custodia, il diritto alla controanalisi e la possibilità di contestare eventuali anomalie procedurali.</p>
<p>Non mancano, infatti, precedenti che mostrano come una positività iniziale possa essere successivamente corretta o ridimensionata. Il caso più noto degli ultimi anni è quello dell&rsquo;australiano Peter Bol, inizialmente indicato come positivo all&rsquo;EPO sintetica e successivamente scagionato dopo ulteriori verifiche. A ciò si aggiunge la letteratura scientifica che ha segnalato, in condizioni particolari, la possibilità di risultati falsamente positivi nei test urinari per eritropoietina. Si tratta di eventi rari, ma proprio la loro esistenza giustifica l&rsquo;adozione di procedure di verifica e controverifica particolarmente rigorose.</p>
<p>La credibilità dell&rsquo;antidoping moderno nasce quindi dall&rsquo;equilibrio tra due esigenze complementari: da un lato la capacità di individuare chi viola le regole, dall&rsquo;altro la capacità di dimostrare in modo trasparente, verificabile e riproducibile come si è arrivati a quella conclusione.</p>
<h2 id="tra-giustizia-sportiva-e-tribunali-civili">Tra giustizia sportiva e tribunali civili</h2><p>Un aspetto spesso poco compreso nei casi di positività al doping riguarda il rapporto tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. Le procedure antidoping internazionali sono costruite attorno a standard tecnici e regolamentari rigorosi e tendono a valutare i casi sulla base della conformità delle procedure e dell&rsquo;evidenza analitica disponibile. Per questo motivo le conclusioni raggiunte da tribunali ordinari e organismi sportivi non necessariamente coincidono.</p>
<p>Lo stesso caso Schwazer rappresenta un esempio significativo. Nonostante le conclusioni del Tribunale di Bolzano avessero sollevato dubbi sulla gestione dei campioni relativi alla positività del 2016, la squalifica sportiva rimase in vigore e le decisioni assunte dagli organismi antidoping internazionali non furono modificate.</p>
<p>Come finirà l’attuale caso Schwazer? Al momento è impossibile dirlo. Tuttavia, al di là dell&rsquo;esito specifico della vicenda, il cosiddetto campione C ha già riportato al centro del dibattito una questione più generale: quanto possiamo fidarci delle procedure che regolano i controlli antidoping?</p>
<p>La risposta non è semplice. Da un lato, il sistema costruito negli ultimi decenni dalla WADA e dalle organizzazioni antidoping nazionali rappresenta uno dei più sofisticati esempi di integrazione tra scienza, regolamentazione internazionale e controllo di qualità. Dall&rsquo;altro, proprio perché le conseguenze di una positività possono essere enormi per la carriera e la reputazione di un atleta, ogni dubbio procedurale finisce inevitabilmente per alimentare interrogativi sulla solidità dell&rsquo;intero sistema. Ed è proprio questa fiducia, più ancora del destino sportivo di Alex Schwazer, a essere oggi nuovamente sotto esame.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Chi controlla gli oceani? La battaglia per le boe del clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima/</guid><pubDate>Thu, 25 Jun 2026 07:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Mentre un nuovo episodio di El Niño prende forma nel Pacifico tropicale, negli Stati Uniti si è consumato uno scontro politico attorno alla rete di boe oceanografiche che monitora correnti, temperature e salinità degli oceani. I dati raccolti sono fondamentali per studiare fenomeni come l&amp;amp;rsquo;AMOC, prevedere eventi estremi e valutare gli effetti del riscaldamento globale. Il Senato ha fermato in extremis lo smantellamento voluto dall&amp;amp;rsquo;amministrazione Trump.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mentre un nuovo ciclo di El Niño sta iniziando, la comunità scientifica si chiede quale sarà la sua intensità in un mondo con gli oceani sempre più caldi. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Anomalie delle temperature del Pacifico nella zona equatoriale collegate al fenomeno El Niño, l&#39;8 giugno 2026" width="2909" height="1939" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Anomalie delle temperature del Pacifico nella zona equatoriale collegate al fenomeno El Niño, l'8 giugno 2026. Crediti: <a href="https://science.nasa.gov/earth/earth-observatory/el-nino-is-underway/" rel="noopener">NASA Earth Observatory/Lauren Dauphin</a></p>

<p>Oltre a fornire energia per uragani sempre più devastanti e fenomeni meteorologici sempre più intensi ed estremi, il riscaldamento del nostro pianeta, che si riflette in temperature sempre più alte delle acque degli oceani, potrebbe avere conseguenze sulla circolazione delle correnti oceaniche. Uno dei sorvegliati speciali è il sistema chiamato AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), di cui <em>Scienza in rete</em> ha parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/vero-che-sistema-di-correnti-atlantiche-amoc-potrebbe-spegnersi/2026-05-15" rel="noopener">in questo webinar</a>, che spinge le acque tropicali calde nel nord Atlantico per poi riportare a sud attraverso correnti abissali le acque raffreddate e più saline. È quella che abbiano conosciuto come corrente del golfo, che rende più temperato il clima nel Nord Europa e, per questo, ha enormi conseguenze sulla nostra vita.  </p>
<p>Per monitorare i parametri superficiali degli oceani si usano i satelliti che permettono di avere una visione globale, ma i fiumi oceanici non scorrono solo in superficie: per seguire il loro comportamento occorre andare a fare misure a diverse profondità con complessi sistemi di boe in parte galleggianti e in parte sommerse posizionate in molti punti strategici. Così si può avere un’idea dei movimenti e delle caratteristiche (per esempio temperatura e salinità) delle acque a diverse profondità.  </p>
<p>In effetti, ogni stazione di osservazione è composta da diverse boe che fissano lunghe file di strumenti collegati tramite cavi. I dispositivi misurano le correnti oceaniche, nonché le condizioni chimiche e biologiche dalla superficie dell&rsquo;acqua fino a migliaia di metri di profondità. Gli strumenti sono stati rinforzati per resistere alla pressione delle profondità oceaniche, nonché agli effetti corrosivi dell&rsquo;acqua di mare e a quelli di piante e animali marini, che possono contaminare i componenti elettronici. Gli strumenti che galleggiano inviano dati ai satelliti che li interrogano ogni volta che li sorvolano, mentre quelli sott’acqua devono essere fatti risalire per scaricare i dati prima di rimandarli al loro posto di osservazione.  In alternativa, veicoli robotici e alianti sottomarini controllati a distanza, posizionati intorno alle boe, raccolgono e trasmettono i dati ai laboratori di ricerca.</p>
<p>È un complesso sistema di monitoraggio essenziale per gli oceanografi, per i climatologi, per i meteorologi, ma anche per i pescatori che sanno che i banchi di pesce seguono le correnti. Il monitoraggio è uno sforzo globale e ogni stato dà il suo contributo. </p>
<p>Negli Stati Uniti la rete delle boe oceanografiche, che sono posizionate sia nell’oceano Atlantico sia nell’Oceano Pacifico, è finanziata dalla National Science Foundation ed è coordinata dalla Woods Hole Oceanographic Institution in collaborazione con la Rutgers University, l&rsquo;Università di Washington e l&rsquo;Oregon State University.</p>
<p>Il sistema di osservazione oceanica ha iniziato a funzionare nel 2016 e si prevedeva che sarebbe rimasto operativo per 25 anni. Jim Edson, meteorologo marino a capo dell&rsquo;Ocean Observatories Initiative, lo ha definito «il sistema di osservazione oceanica a funzionamento continuo più avanzato al mondo».</p>
<p>Si tratta di 900 strumenti per l&rsquo;esplorazione degli abissi marini ancorati al largo delle coste dell&rsquo;Oregon, dello Stato di Washington, dell&rsquo;Alaska, della Carolina del Nord e di un&rsquo;area compresa tra la Groenlandia e l&rsquo;Islanda, nota come Mare di Irminger, quest’ultima di vitale importanza per il monitoraggio della AMOC.  È un sistema costato 368 milioni collari, con un costo di gestione di 48 milioni di dollari all&rsquo;anno, che ha il torto di studiare come l’oceano reagisce al cambiamento climatico, la bestia nera dell’amministrazione Trump che ha cercato di chiudere la rete di monitoraggio, tagliando i finanziamenti. </p>
<p>Ci ha provato nel 2025, ma la proposta è stata bocciata dal Congresso che ha ripristinato i fondi. Ci hanno riprovato quest’anno con la nuova proposta di budget presentata ad aprile, nella quale erano previsti tagli pesantissimi alla NSF. A maggio, quest&rsquo;ultima ha annunciato che avrebbe iniziato a rimuovere le boe e tutta la strumentazione, un lavoro non banale che avrebbe richiesto 15 mesi.  Da sottolineare che la NSF, ovviamente gestita da personaggi scelti dall’amministrazione, non ha aspettato che il Congresso votasse sulla proposta di budget del Presidente (che anche quest’anno è stata bocciata ripristinando il livello di finanziamento precedente), ma si è mossa con sollecitudine per smantellare una rete di monitoraggio di grandissima utilità. </p>
<p>La cosa non poteva passare inosservata e mercoledì 17 giugno il Senato ha approvato una risoluzione bipartisan per ordinare alla NSF di sospendere i lavori di rimozione delle boe dal momento che tale azione sarebbe illegale e minaccerebbe la sicurezza delle comunità costiere. I legislatori hanno fatto notare che la rimozione avrebbe sperperato i 368 milioni di dollari dei contribuenti che avevano finanziato l&rsquo;installazione degli strumenti nel 2016. E i costi operativi, inoltre, rappresentano una minima parte della spesa pubblica complessiva.</p>
<p>Il provvedimento è stato promosso dai senatori Jeff Merkley, democratico dell&rsquo;Oregon, e Lisa Murkowski, repubblicana dell&rsquo;Alaska. Il 18 giugno, in un&rsquo;intervista, la senatrice Murkowski ha criticato l&rsquo;amministrazione Trump per non aver consultato il Congresso prima di iniziare a rimuovere le apparecchiature di monitoraggio. «La NSF ha agito di propria iniziativa, non solo unilateralmente, ma senza alcun preavviso», ha dichiarato. &ldquo;«Non si sono nemmeno presi la briga di informarsi», ha aggiunto, «ed è qui che sta il vero problema».</p>
<p>La senatrice Murkowski ha affermato che la pesca in Alaska si basa sui dati oceanici per determinare in che modo l&rsquo;aumento delle temperature stia minacciando determinate specie. Ha aggiunto che altri dati sono cruciali per comprendere El Niño, il potente fenomeno meteorologico che si è formato questo mese nel Pacifico tropicale e che potrebbe intensificare gli eventi meteorologici estremi in tutto il mondo.</p>
<p>Sempre giovedì 18, in un comunicato,  il senatore Merkley  che detto «Smantellare le boe è stata una follia assoluta».</p>
<p>La NSF ha recepito il messaggio e ha interrotto immediatamente l’opera di rimozione dichiarando che le sette boe già recuperate torneranno in mare dopo una manutenzione. Ma ci vorrà del tempo. </p>
<p>Edward Dever, professore di oceanografia presso l&rsquo;Oregon State University e responsabile della gestione degli strumenti al largo delle coste dell&rsquo;Oregon e di Washington, ha dichiarato che l&rsquo;agenzia ha rimosso sei delle sette piattaforme sottomarine dotate di sensori, aggiungendo che trovare imbarcazioni per sostituire gli ormeggi potrebbe richiedere diversi mesi : «Le navi vengono generalmente programmate con circa un anno di anticipo. Organizzare crociere con breve preavviso è possibile, ma è una sfida».</p>
<p>Come spesso succede, distruggere in tutta fretta è più facile che costruire.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La lezione delle epidemie e la memoria dei sistemi sanitari</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lezione-epidemie-memoria-sistemi-sanitari/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lezione-epidemie-memoria-sistemi-sanitari/</guid><pubDate>Wed, 24 Jun 2026 06:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Sossai</dc:creator><category>salute</category><description>Perché nella prevenzione delle epidemie, con i loro pattern ripetitivi, non si riescono a mettere a frutto le lezioni del passato? Le istituzioni sanitarie le conoscono, ma oggi non hanno meccanismi strutturati per mantenerle operative nel tempo. Per uscire da questa amnesia ciclica serve un&amp;amp;rsquo;infrastruttura permanente di apprendimento istituzionale, sul modello di quella dell&amp;amp;rsquo;aviazione civile o della sicurezza nucleare. Una proposta concreta, sotto egida OMS, con autonomia metodologica garantita.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lezione-epidemie-memoria-sistemi-sanitari-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lezione-epidemie-memoria-sistemi-sanitari-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il focolaio di virus Andes (Andes virus, ANDV) a bordo della nave da crociera MV Hondius, con almeno tre decessi e una decina di casi confermati, ripropone una sequenza nota nel campo delle epidemie: ritardo nel riconoscimento, dispersione dei contatti, costruzione affannosa della risposta.</p>
<p>È lo stesso schema della Severe Acute Respiratory Syndrome (Sars) del 2003, della pandemia di <a href="https://www.who.int/publications/i/item/WHO-2019-nCoV-Country-AAR-2023.1" rel="noopener">Coronavirus</a> del 2020, dei focolai a bordo di navi dell&rsquo;ultimo ventennio. In queste settimane si è aggiunto il nuovo cluster di Ebola da Bundibugyo virus in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, dichiarato emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale dall&rsquo;OMS <a href="https://www.who.int/news/item/17-05-2026-epidemic-of-ebola-disease-in-the-democratic-republic-of-the-congo-and-uganda-determined-a-public-health-emergency-of-international-concern" rel="noopener">il 17 maggio 2026.</a></p>
<h2 id="le-lezioni-delle-precedenti-epidemie-esistono">Le lezioni delle precedenti epidemie esistono</h2><p>Le lezioni provenienti dalle precedenti epidemie esistono, sono documentate, sono state oggetto di simulazione.</p>
<p>Ma non sono operative.</p>
<p>La tesi di questo contributo è che le istituzioni sanitarie non ignorano le lezioni del passato: tuttavia non hanno meccanismi strutturati per mantenerle operative nel tempo. Per uscire da questa amnesia ciclica serve un&rsquo;infrastruttura permanente di apprendimento istituzionale, sul modello di quelle dell&rsquo;aviazione civile e della sicurezza nucleare. Una proposta concreta situata sotto egida OMS, con autonomia metodologica garantita.</p>
<h2 id="la-hondius-come-specchio">La Hondius come specchio</h2><p>L'11 aprile 2026 una nave da crociera, la MV Hondius, partita da Ushuaia, in Argentina, con 147 persone a bordo, registra il primo decesso senza diagnosi. La nave fa scalo a Sant&rsquo;Elena: una trentina di passeggeri scendono; una passeggera vola a Johannesburg e muore in ospedale. Solo settimane più tardi un laboratorio sudafricano identifica per PCR un hantavirus, su un paziente evacuato da Ascension Island per un quadro di polmonite con febbre e insufficienza respiratoria. Il 2 maggio una terza passeggera muore a bordo e parte la notifica formale all&rsquo;OMS. Tra il primo decesso e la prima conferma passano tre settimane: i passeggeri sbarcati si sono dispersi in oltre dieci paesi, la finestra di contenimento è ormai compromessa.</p>
<p>La Hondius non è una storia di sfortuna. È l&rsquo;ennesima evidenza della perdita di memoria collettiva degli organismi preposti alla sanità pubblica. La sequenza degli eventi non è nuova. È esattamente quella della Sars nel 2003, della Middle East Respiratory Syndrome (Mers) nel 2012, di Ebola nel 2014, del Covid nel 2020.</p>
<p>La struttura del problema si ripete. La risposta arriva come se fosse la prima volta. Perché?</p>
<p>La tesi è semplice e scomoda: le istituzioni sanitarie non ignorano le lezioni delle pandemie passate, tuttavia non hanno meccanismi strutturati per mantenerle operative nel tempo. La conseguenza è un&rsquo;amnesia ciclica che produce, a ogni nuovo evento, il riapprendimento da zero di lezioni già pagate. Costruire infrastrutture di memoria istituzionale è il compito politico da darsi prima del prossimo evento.</p>
<h2 id="una-breve-storia-della-memoria-sanitaria">Una breve storia della memoria sanitaria</h2><p>La storia della sanità pubblica occidentale può essere letta come la storia di una memoria che si è fatta istituzione, e poi negli ultimi decenni ha cominciato a sfilacciarsi.</p>
<p>Venezia, ‘400. Nei lazzaretti veneziani nasce la prima codifica istituzionale della memoria sanitaria europea. La quarantena, quaranta giorni di isolamento per le navi sospette, è il prodotto di un secolo di esperienze pestilenziali: il sapere accumulato diventa norma operativa, infrastruttura fisica, procedura giuridica codificata. La memoria si fa istituzione.</p>
<p>Manchester, ‘800. La sanità pubblica moderna ha origine dalla memoria di Edwin Chadwick e di John Snow. Il colera del 1854 viene risolto da Snow perché si fa memoria attiva delle epidemie del 1832 e del 1849. La memoria diventa epidemiologia.</p>
<p>Hanoi, 2003. <a href="https://www.who.int/news-room/feature-stories/detail/sars-breaking-the-chains-of-transmission" rel="noopener">Carlo Urbani,</a> medico italiano dell&rsquo;OMS, viene chiamato il 28 febbraio al Vietnam-French Hospital per un quadro clinico anomalo. Nei giorni successivi capisce che non è un&rsquo;influenza atipica, ma una malattia nuova, e allerta l&rsquo;OMS. La notifica innesca la prima risposta globale rapida a un patogeno emergente. Urbani muore di Sars a Bangkok il 29 marzo. Era uno specialista in malattie infettive e tropicali, attivo in Vietnam come funzionario OMS per il controllo delle malattie parassitarie nella regione del Mekong. La sua memoria personale di clinico, costruita in anni di lavoro su patologie trascurate, diventa attraverso quella notifica memoria istituzionale del mondo.</p>
<p>Wuhan, 2020. È qui che il modello si rompe. Le esercitazioni precedenti (<a href="https://www.nytimes.com/2020/03/19/us/politics/trump-coronavirus-outbreak.html" rel="noopener">Crimson Contagion</a> negli Stati Uniti nel 2019, Cygnus nel Regno Unito nel 2016, Clade X al Johns Hopkins Center for Health Security nel 2018) avevano previsto con accuratezza esattamente quello che sarebbe successo: ritardo nel riconoscimento, carenza di dispositivi di protezione, sovraccarico degli ospedali, comunicazione contraddittoria. Le simulazioni esistevano. I rapporti erano pubblici. Non sono diventati operativi. La memoria era documentata ma non era istituzione.</p>
<h2 id="perché-la-memoria-evapora">Perché la memoria evapora</h2><p>Come si passa da una memoria che si fa istituzione a una memoria che evapora pur essendo scritta? Tre meccanismi convergono.</p>
<p>Il primo è la rotazione del personale e la perdita di memoria tacita. Le emergenze formano competenze che vivono nelle persone più che nei manuali: leggere un segnale debole, scegliere la sequenza giusta delle decisioni, muovere risorse attraverso una rete di contatti informali. Quando le persone lasciano il servizio pubblico, quella memoria si dissolve. La Sars aveva formato in Asia e in Europa una generazione di operatori della sanità pubblica. Nel 2020 quella generazione era in gran parte fuori servizio.</p>
<p>Il secondo è il ciclo politico del disinvestimento. Le risorse per la preparedness si riducono nei periodi di calma, quando il costo politico del taglio è basso e quello del mantenimento è alto. Non è una patologia italiana: è un meccanismo strutturale dei sistemi democratici, che premiano l&rsquo;investimento visibile e penalizzano quello latente. Nel decennio tra il 2008 e il 2018 la spesa per la sorveglianza epidemiologica e per le scorte strategiche è stata erosa in molti paesi europei. In Italia il <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_501_allegato.pdf" rel="noopener">piano pandemico nazionale</a> è rimasto <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2020/04/cera-una-volta-il-piano-pandemico/" rel="noopener">sostanzialmente fermo dal 2006 al 2021</a>.</p>
<p>Il terzo è la frammentazione delle responsabilità. La memoria istituzionale richiede un soggetto che la custodisca, con statuto, mandato, budget. Nella sanità italiana questo soggetto non è chiaramente identificato: tra Istituto superiore di sanità (Iss), ministero della Salute, Regioni, Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), OMS, la memoria delle emergenze si diluisce in mille rivoli, e quando tutti sono responsabili in pratica nessuno lo è davvero.</p>
<p>Si aggiunge un&rsquo;asimmetria strutturale: le emergenze emergono prevalentemente nel Sud del mondo, le risorse di apprendimento si concentrano nel Nord. L&rsquo;asimmetria si autoperpetua.</p>
<h2 id="che-cosa-avremmo-già-dovuto-sapere">Che cosa avremmo già dovuto sapere</h2><p>La Hondius ripropone in scala ridotta due lezioni già pagate dalla sanità globale negli ultimi vent&rsquo;anni.<br>
La prima riguarda le navi da crociera come unità epidemiologiche ad altissima densità di contatto. Lo sapevamo da <a href="https://www.who.int/docs/default-source/coronaviruse/situation-reports/20200508covid-19-sitrep-109.pdf" rel="noopener">Diamond Princess</a> nel febbraio 2020, da Grand Princess nel marzo 2020, dalle decine di focolai documentati su navi tra il 2020 e il 2023. Esiste una letteratura scientifica solida sulle dinamiche di trasmissione a bordo. Eppure nel 2026 la risposta alla Hondius si è costruita sotto pressione temporale, in coordinamento estemporaneo tra più giurisdizioni, senza un protocollo internazionale rodato.</p>
<p>La seconda riguarda la dispersione geografica come moltiplicatore di rischio. Il pattern Hondius, passeggeri che si disperdono in più paesi prima che la diagnosi sia confermata, è esattamente quello che H1N1 nel 2009, Mers nel 2012, Covid nel 2020 hanno reso esemplare.</p>
<p>Mentre scriviamo, lo stesso pattern torna a manifestarsi in forma diversa con il cluster di Ebola da Bundibugyo virus che dal 5 maggio 2026 si è propagato in Repubblica Democratica del Congo e in Uganda, fino al <a href="https://www.ecdc.europa.eu/en/ebola-virus-disease-outbreak-democratic-republic-congo-and-uganda" rel="noopener">ricovero precauzionale</a> al Sacco di Milano, il 25 maggio, di due cooperanti italiani rientrati dall&rsquo;Uganda con sintomi febbrili, <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/25/tornano-dalluganda-con-la-febbre-scatta-il-protocollo-ebola_febf5999-9daf-4e36-9478-05a1f8b30897.html" rel="noopener">poi risultati negativi al test</a> (diagnosi successiva: infezione da Shigella).</p>
<p>Un richiamo all&rsquo;attualità, non un&rsquo;analisi, ma sufficiente a ricordare che il problema è strutturale e non episodico. A monte resta la lezione più grande, e la più ignorata: le zoonosi emergenti non sono cigni neri. Sono ormai una catena prevedibile, alimentata dalla pressione antropica sugli habitat selvatici, dal cambiamento climatico, dal commercio globale di animali.</p>
<p>Quando l&rsquo;eccezione diventa la regola, occorre prenderne atto rapidamente e riorganizzare di conseguenza i sistemi di risposta.</p>
<h2 id="una-proposta-losservatorio-sullapprendimento-istituzionale">Una proposta: l&rsquo;Osservatorio sull&rsquo;apprendimento istituzionale</h2><p>Se la diagnosi è amnesia istituzionale, la terapia deve essere infrastruttura permanente di memoria. Altri settori esposti a eventi catastrofici hanno costruito infrastrutture analoghe. L&rsquo;aviazione civile si è dotata di sistemi obbligatori di apprendimento istituzionale: il <a href="https://www.ntsb.gov/" rel="noopener">National Transportation Safety Board</a> statunitense e l&rsquo;<a href="https://www.easa.europa.eu/" rel="noopener">Agenzia europea per la sicurezza aerea</a> (Easa) producono dopo ogni incidente rapporti di analisi delle cause con raccomandazioni tracciate fino all&rsquo;implementazione.</p>
<p>La sicurezza nucleare, sotto l&rsquo;Agenzia internazionale per l&rsquo;energia atomica (Iaea), ha un sistema strutturato di lezioni apprese per ogni evento sopra soglia.</p>
<p>La sicurezza sul lavoro, attraverso l&rsquo;Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail) e l&rsquo;Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-Osha), traccia gli infortuni mortali con diffusione vincolante delle raccomandazioni.</p>
<p>Per la sanità pubblica non c&rsquo;è alcun ente analogo strutturato. Esistono iniziative parziali e pregevoli, le <a href="https://www.who.int/publications/i/item/WHO-WHE-CPI-2019.4" rel="noopener">After action review dell&rsquo;OMS</a>, da rafforzare e rendere strutturalmente vincolanti, alcuni rapporti dell&rsquo;Ecdc, le revisioni dello Spallanzani e dell&rsquo;Iss dopo emergenze specifiche. Ma manca l&rsquo;infrastruttura permanente con potere di raccomandazione vincolante.</p>
<p>Ecco, allora, la proposta, in quattro punti.</p>
<p>• Primo: istituire un nuovo centro OMS per la memoria istituzionale delle emergenze sanitarie, distinto e complementare rispetto alla <a href="https://www.who.int/activities/rapidly-detecting-and-responding-to-health-emergencies/who-global-outbreak-alert-and-response-network-%28goarn%29" rel="noopener">Global Outbreak Alert and Response Network (Goarn)</a> e al WHO Health Emergencies Programme (Whe), con mandato specifico di apprendimento sistematico e tracciamento dell&rsquo;implementazione delle lezioni. Board internazionale con rappresentanza geografica equilibrata tra Nord e Sud del mondo, finanziamento da fonti molteplici, protetto dai cicli elettorali nazionali.</p>
<p>• Secondo: dopo ogni evento di rilievo, redazione obbligatoria di un rapporto pubblico di lezioni apprese con raccomandazioni scritte in linguaggio di procedura.</p>
<p>• Terzo: il centro stabilisce, sulla base delle lezioni passate, obblighi vincolanti di preparedness per gli Stati membri (sorveglianza, scorte strategiche, protocolli per trasporti internazionali, formazione), con verifiche periodiche tracciabili. Nelle fasi iniziali di una nuova emergenza, emette indirizzi operativi vincolanti. La memoria deve farsi azione, non solo archivio.</p>
<p>• Quarto: autonomia metodologica e scientifica del board, indipendente sia dai governi nazionali sia dalle pressioni di blocchi geopolitici interni all&rsquo;OMS stessa. La memoria delle emergenze sanitarie deve servire la salute pubblica globale, non gli equilibri politici contingenti.</p>
<h2 id="il-dovere-della-memoria">Il dovere della memoria</h2><p>Mentre scrivo, la MV Hondius è attraccata a Rotterdam. I passeggeri sono tornati nei loro paesi sotto sorveglianza; l&rsquo;equipaggio è in quarantena di sei settimane in container al porto; la nave verrà disinfettata. La notizia esce dai titoli. Nel frattempo, in qualche luogo del mondo che non sappiamo ancora identificare, il prossimo evento si sta preparando - o è già qui, mentre in Congo e Uganda si combatte un Ebola Bundibugyo per cui nessun vaccino è ancora disponibile.</p>
<p><a href="https://www.who.int/news/item/29-03-2023-who-commemorates-the-20th-anniversary-of-the-death-of-dr-carlo-urbani" rel="noopener">Carlo Urbani, ventitrè anni fa, salvò migliaia di vite</a> con una notifica fatta in tempo. La sua memoria personale di clinico è diventata, attraverso quella notifica, memoria istituzionale del mondo.</p>
<p>Ma affidarsi alle persone non basta più. Le persone vanno in pensione, cambiano ruolo, muoiono. La memoria, per durare, deve diventare infrastruttura. Acquedotto, non secchio.</p>
<p>La Hondius ci ricorda quello che già sapevamo. Sta a noi decidere se questa volta lo terremo a mente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'inarrestabile invasione dei mozziconi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/linarrestabile-invasione-mozziconi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/linarrestabile-invasione-mozziconi/</guid><pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>4.500 miliardi di mozziconi all&amp;amp;rsquo;anno infestano il pianeta con plastica e sostanze tossiche, ben documentate dalla ricerca scientifica. Le iniziative di volontariato cercano di sensibilizzare su un fenomeno di inquinamento pervasivo che per la legge europea sarebbe del tutto a carico delle aziende produttrici, dalla raccolta alla complessa bonifica. Ma la realtà per ora è diversa, e le &amp;amp;ldquo;cicche&amp;amp;rdquo; sono ovunque.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/linarrestabile-invasione-mozziconi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/linarrestabile-invasione-mozziconi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 13 giugno, lungo i Navigli di Milano, una sessantina di volontari ha passato poco più di un&rsquo;ora a raccogliere ciò che la città lascia cadere a terra ogni giorno senza farci troppo caso. Il bilancio, presentato nell&rsquo;ambito della nona edizione della Green Week, riporta 220 chili di rifiuti e 12.400 mozziconi di sigaretta, raccolti in quattro aree verdi tra la Darsena, la Conca del Naviglio, il Parco Segantini e il Giardino Nascosto, in parte anche in acqua con un&rsquo;imbarcazione elettrica e con gli <em>Stand up paddle</em> (SUP). L&rsquo;iniziativa, promossa dalle associazioni WAU! Milano, Marinai d&rsquo;Italia e Parco Segantini, aveva un bersaglio preciso: il micro-rifiuto più diffuso e, a parità di dimensioni, tra i più dannosi. Giorni prima nell’area erano stati distribuiti alcuni raccoglitori di mozziconi anche in vista del loro riciclo a cura della startup Re-Cig.</p>
<p>Quei dodicimila mozziconi raccolti in un solo angolo di città sono la fotografia locale di un fenomeno globale. In Italia si disperdono nell&rsquo;ambiente oltre 30 miliardi di mozziconi l&rsquo;anno, circa due terzi di quelli consumati, al ritmo di più di mille al secondo. Per numero di pezzi questo rifiuto è il più disperso al mondo, rilascia sostanze tossiche ovunque, dalle città alle spiagge ai mari, e si frammenta in microplastiche persistenti, eppure nella percezione comune non viene quasi mai considerato un problema ambientale. È il mozzicone di sigaretta.</p>
<p>Una <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10311-026-01897-0" rel="noopener">rassegna pubblicata nel 2026 su* Environmental Chemistry Letters*</a>, basata su 130 studi condotti in 55 paesi tra il 2013 e il 2024, ha confermato che i mozziconi costituiscono in media il 12% di tutti i rifiuti rilevati negli ambienti acquatici, superando il 50% in diversi paesi. A livello globale si stima che ogni anno vengano dispersi nell&rsquo;ambiente circa 4.500 miliardi di mozziconi.</p>
<h2 id="il-filtro-è-di-plastica-non-di-cotone">Il filtro è di plastica, non di cotone</h2><p>Molti credono che il filtro di una sigaretta sia qualcosa di simile al cotone, destinato a degradarsi rapidamente, ma non è così. I filtri sono composti da acetato di cellulosa, un polimero che, a differenza della cellulosa naturale, è modificato chimicamente per aumentarne durabilità e capacità filtrante. Questa modifica lo rende anche resistente alla degradazione microbica. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0269749126003143" rel="noopener">studio pubblicato nel 2026 su <em>Environmental Pollution</em></a>, il primo a seguire la decomposizione per un intero decennio in condizioni controllate, ha mostrato che la degradazione segue un andamento a più stadi: una rapida perdita iniziale di massa (circa il 15-20% nel primo mese, fatta di materiale superficiale e composti solubili) seguita da una fase lenta e prolungata dovuta alla resistenza dell&rsquo;acetato di cellulosa. Nei suoli poveri di attività biologica, simili a molti contesti urbani, dopo dieci anni le fibre del filtro restano in larga parte intatte. Solo nelle condizioni più favorevoli, suoli ricchi di azoto e materia organica con comunità microbiche attive, la perdita di massa arriva fino all'84% a dieci anni.</p>
<p>Ogni filtro contiene oltre 15.000 filamenti di acetato di cellulosa che si staccano progressivamente. Una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969720376968" rel="noopener">ricerca pubblicata su <em>Science of the Total Environment</em></a> ha misurato che un singolo filtro usato rilascia in media circa 100 microfibre al giorno. Uno studio più recente dell&rsquo;Università di Buffalo, pubblicato su* <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S3051060025000368" rel="noopener">Journal of Hazardous Materials: Plastics</a>*<a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S3051060025000368" rel="noopener">,</a> ha precisato che il rilascio inizia quasi immediatamente a contatto con l&rsquo;acqua: circa 24 microfibre nei primi venti secondi, e tra 63 e 144 nell&rsquo;arco di dieci giorni a seconda dell&rsquo;agitazione dell&rsquo;acqua. Gli autori sottolineano un aspetto che distingue questi contaminanti da altri: le microfibre non sono semplicemente plastiche che assorbono inquinanti dall&rsquo;ambiente circostante, ma arrivano nell&rsquo;acqua già cariche delle sostanze tossiche accumulate durante la combustione.</p>
<p>La plastica peraltro non c’è solo nel filtro. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0269749126004549" rel="noopener">studio pubblicato su <em>Environmental Pollution nel 2026</em></a> ha analizzato il tabacco non bruciato di sigarette acquistate al dettaglio in diversi paesi, trovando microplastiche nella grande maggioranza dei campioni. L&rsquo;ipotesi principale degli autori è che la contaminazione avvenga durante il processo produttivo, prima ancora dell&rsquo;accensione.</p>
<h2 id="un-cocktail-di-sostanze-tossiche-a-rilascio-lento">Un cocktail di sostanze tossiche a rilascio lento</h2><p>La plastica in realtà è solo l’antipasto. Una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969724024707" rel="noopener">rassegna sistematica pubblicata su <em>Science of the Total Environment nel 2024</em></a> ha catalogato le sostanze rilasciate dai mozziconi negli ambienti acquatici: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), nicotina, composti BTEX (benzene, toluene, etilbenzene, xilene) e ammine aromatiche. Nel complesso i mozziconi possono rilasciare diverse migliaia di sostanze chimiche, decine delle quali cancerogene o mutagene. Un dato spesso citato in letteratura indica che un singolo mozzicone può contaminare fino a 1.000 litri d&rsquo;acqua con concentrazioni di sostanze nocive rilevabili. (Una curiosità: l’azienda italiana Re-Cig voleva riciclare, oltre la plastica dei mozziconi, la nicotina, presente in discrete quantita negli 0,30 grammi della cicca. Ma quando hanno scoperto dalla Guardia di Finanza che la nicotina è un monopolio di Stato hanno rinunciato, troppo complicato).</p>
<p>Un aspetto relativamente recente riguarda l&rsquo;andamento della tossicità dei mozziconi nel tempo. Si è scoperto che è massima subito dopo la combustione, per il rapido rilascio di nicotina e altri composti solubili, ma si registra un secondo picco nella fase intermedia di decomposizione, probabilmente legato alla formazione di composti secondari durante la degradazione del filtro. In altre parole, anche un mozzicone vecchio di anni non è un rifiuto inerte.</p>
<h2 id="chi-inquina-paga-ma-non-ancora-del-tutto-in-italia">Chi inquina paga, ma non ancora del tutto in Italia</h2><p>Di fronte a questi dati, che si fa? La Direttiva europea 2019/904 sulla plastica monouso (SUP), recepita in Italia con il D.Lgs. 196/2021, applica il principio della responsabilità estesa del produttore (EPR) anche ai produttori di tabacco, imponendo loro di farsi carico dei costi di raccolta, pulizia e sensibilizzazione relativi ai rifiuti dei loro prodotti. È lo stesso principio che da decenni governa la gestione di imballaggi, rifiuti elettronici e pneumatici: chi immette un prodotto sul mercato è responsabile del suo impatto ambientale lungo l&rsquo;intero ciclo di vita.</p>
<p>In Italia, a oltre tre anni dal recepimento della direttiva manca ancora lo strumento che dovrebbe renderlo effettivo: l&rsquo;accordo di programma nazionale che fissa quanto e come i produttori rimborsano gli enti locali. Il negoziato è in corso  con i Comuni rappresentati dall&rsquo;ANCI, i gestori dei servizi di igiene urbana e il consorzio Erion Care, costituito nel giugno 2022 dalle quattro principali multinazionali del settore (BAT, Imperial Brands, JT International e Philip Morris). Sul piano normativo qualche passo è stato compiuto, come la recente riclassificazione del mozzicone con un proprio codice di rifiuto, ma il nodo è economico: come stimare la quota dei costi di pulizia imputabile alle &ldquo;cicche.&rdquo; Nel frattempo l&rsquo;Italia resta sottoposta a una procedura di infrazione europea sul recepimento della direttiva sula plastica. E come fanno notare <a href="https://www.tabaccoendgame.it/danni/ambiente-danni/proteggere-lambiente-dallinquinamento-dei-mozziconi-ci-pensa-philip-morris/" rel="noopener">organizzazioni come Tabacco endgame</a>, finché non ci sarà un accordo soddisfacente fra le parti abbiamo un problema ecologico non di poco conto ancora da riscolvere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scongelare i cervelli, non i ghiacciai</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scongelare-cervelli-ghiacciai/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scongelare-cervelli-ghiacciai/</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Matteo Motterlini nel suo ultimo saggio spiega quali sono le trappole mentali che ci spingono a non reagire di fronte ai rischi connessi alla crisi del clima. E a disinnescarle, per darci la possibilità di attivare il cambiamento iniziando dall’unico luogo in cui può essere concepito un futuro diverso: il nostro cervello.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scongelare-cervelli-ghiacciai-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scongelare-cervelli-ghiacciai-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Perché la crisi climatica non ci smuove? Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? Perché cambiare ci costa così tanto? Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? Perché neghiamo l’evidenza? Perché non ci fidiamo della scienza?</p>
<p>Otto domande, a cui negli otto capitoli corrispondenti del recente saggio <em>Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai</em> (Solferino, 2025) vuole rispondere Matteo Motterlini, docente di Filosofia della scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano dove è direttore del Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale e Applicata. Mostrando come le risposte abbiano radici nel nostro modo di pensare: il problema, prima ancora che ecologico, è cognitivo. A livello sia individuale sia collettivo. Ma per disinnescare le trappole mentali che ci bloccano, attivando strategie comunicative efficaci, dobbiamo in primo luogo riconoscerle.</p>
<h2 id="un-cervello-magnetizzato-sul-presente">Un cervello magnetizzato sul presente</h2><p>Nei primi capitoli, Motterlini spiega come la nostra inerzia di fronte alla crisi climatica sia legata ad alcune caratteristiche impresse nel nostro cervello fin dai tempi del pleistocene: la tendenza a reagire principalmente di fronte agli stimoli immediati. Il problema è che questo cervello “dell’età della pietra” deve vivere oggi in un ambiente totalmente diverso. Per esempio è sempre lui che ci guida ancora a preferire cibi ricchi di grassi e zuccheri, molto efficienti dal punto di vista dell’apporto calorico e quindi ottimi quando alimentarsi in misura sufficiente era una lotta quotidiana (ovvero nella maggior parte della storia dell’umanità): ma che oggi, nelle società in cui il cibo è facilmente disponibile, stanno provocando un’epidemia di obesità.</p>
<p>Allo stesso modo la tendenza a reagire a breve termine, utile quando il problema era sfuggire in fretta a un predatore, diventa oggi una trappola mentale.</p>
<p>Il problema della ricerca della gratificazione a breve termine, spiega inoltre Motterlini, è aggravato oggi dal fatto che viviamo nell’era del “capitalismo limbico”, che sfrutta a fini di lucro la nostra fame di gratificazioni immediate: siamo continuamente esposti a sistemi che interferiscono con il sistema della ricompensa, una struttura del nostro cervello molto antica che ci orienta verso ciò che dà piacere e ci allontana da ciò che procura dolore. I social, i videogame, i giochi d’azzardo e simili stimolano infatti il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore implicato nel circuito della ricompensa. Il risultato è che siamo sempre più drogati di gratificazioni immediate, sempre più intrappolati nel presente.</p>
<p>Ancora: sono ben noti meccanismi cognitivi quelli che ci rendono miopi di fronte al futuro. L’illusione del futuro ci porta a procrastinare: così come rimandiamo continuamente l’iscrizione alla palestra o il momento di iniziare la dieta. E tuttavia, ci ricorda Motterlini, il cervello dell’uomo ha sviluppato anche la capacità di pianificare il futuro, un vantaggio evolutivo sostanziale: a questo dobbiamo agganciarci, anche concretamente, pianificando misure. Per esempio vincolandoci oggi a decisioni che verranno attuate progressivamente nel futuro. Diventando così, per chi verrà dopo di noi, “buoni antenati”.</p>
<h2 id="che-cosa-pensiamo-quando-non-pensiamo-al-cambiamento-climatico">Che cosa pensiamo quando non pensiamo al cambiamento climatico?</h2><p>Sono diversi i meccanismi cognitivi che ci spingono a ignorare il cambiamento climatico: percezione del rischio distorta (il fenomeno per cui temiamo più gli squali delle zanzare, ma queste – vettori di malattie come la malaria – sono in realtà ben più pericolose); sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento, per cui i cambiamenti progressivi vengono accettati come “nuova normalità”, e ogni generazione ridefinisce verso il basso la propria idea di normalità ambientale; bias dello status quo, per cui si preferisce una situazione nota, anche se esistono alternative chiaramente migliori; illusione ottimistica, per cui si tende a pensare che non si sarà coinvolti nei problemi, che riguardano sempre “gli altri”.</p>
<p>A questi bias, però, si può rispondere con specifiche strategie comunicative: la nostra percezione del cambiamento climatico, ricorda infatti Motterlini, dipende in larga misura dalla narrazione che lo accompagna.</p>
<p>Appoggiandosi e diversi esperimenti specifici, l’autore mostra quali strategie comunicative possano essere efficaci a incoraggiare un coinvolgimento attivo. “Per cambiare il mondo, dobbiamo cominciare dalla narrazione che facciamo di noi stessi e degli altri. Una narrazione che non parli solo di rinunce e di costi, ma di comunità e di un futuro condiviso”.</p>
<h2 id="qualche-proposta-che-può-funzionare">Qualche proposta che può funzionare</h2><p>Sviluppare modelli di governance basati sulla collaborazione, sulla partecipazione attiva e sulla responsabilità condivisa: sempre basandosi su una ricca messe di esperienze e studi basati su casi reali, Motterlini descrive e propone alcune linee strategiche che promettono di poter essere efficaci. Nell’”ecosistema di soluzioni” sono coinvolti governi nazionali, aziende, comunità, cittadini. Gruppi espressi dalla società civile, come Greenpeace o Fridays for Future. Aziende pionieristiche che anticipano i tempi.</p>
<p>Certo, gli ostacoli da affrontare sono e restano enormi: oltre a quelli cognitivi, innestati nel cervello di ciascuno di noi, Motterlini non trascura di offrire un’ampia panoramica sulle forze, anche economiche, che negano l’evidenza del riscaldamento climatico, sui tentativi di manipolare l’opinione pubblica, sui rischi legati alla confusione dell’intrecciarsi di tante voci contrastanti, sui populismi, sull’eccesso di informazione, che in un’ultima analisi diventa illusione di essere informati (e non reale informazione).</p>
<p>Questa crisi, avverte Motterlini, riguarda, insieme, scienza e democrazia. “Affrontare la crisi del clima significa allora rafforzare le pratiche democratiche. Non solo per definire politiche ambientali più giuste ed efficaci, ma per ottenere quel consenso pubblico senza cui nessuna trasformazione è davvero possibile”.</p>
<p>Torna quindi, a conclusione del saggio, un tema estremamente caro a <em>Scienza in rete:</em> oggi riaffermare il valore della scienza è forse l’atto più radicale per difendere la democrazia, afferma Motterlini. “In un’epoca in cui negare il cambiamento climatico è presentato come libertà di opinione, questo è l’unico modo per tenere viva la possibilità di capirsi, ascoltarsi e decidere insieme come cambiare rotta.”</p>
<p>Affrontare il cambiamento climatico, conclude Motterlini, deve bilanciare il rischio di una possibile catastrofe futura con il costo delle misure preventiva. Farlo con responsabilità impone di basarci sulle migliori conoscenze a nostra disposizione: quelle che ci offre la scienza. Ed ecco come delinea l’alternativa:</p>
<p>“A questo punto abbiamo due strade.</p>
<p>La prima: non ci fidiamo della scienza. Esitiamo, rimandiamo, usiamo il dubbio come alibi per restare immobili. Ma se la scienza ha ragione – e tutto lascia pensare che ce l’abbia – pagheremo il prezzo più alto: un clima fuori controllo, ecosistemi collassati, incendi, siccità, crisi alimentari, milioni di sfollati climatici. Senza possibilità di ritorno.</p>
<p>La seconda: scegliamo di fidarci. Cambiamo rotta, riduciamo le emissioni, accettiamo qualche sacrificio nel nostro stile di vita in cambio di città più vivibili, aria più pulita, foreste, oceani e ghiacciai preservati. Poi, magari, scopriamo che la scienza aveva un po’ esagerato.</p>
<p>E allora? Allora avremo salvato il pianeta.</p>
<p>Per errore”.</p>
<p>Se lo stile brillante e il ricorso frequente al racconto di esperimenti concreti dà vivacità a un saggio denso ma scorrevole, una ricca bibliografia dà modo al lettore interessato di approfondire i temi trattati nei diversi capitoli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>The sea: il mare come diritto e come sogno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/the-sea-mare-diritto-sogno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/the-sea-mare-diritto-sogno/</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Il dodicenne palestinese Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché ha partecipato a una manifestazione: per lui quel giorno sarà impossibile vedere il mare. Ma il desiderio rimane, potente, come racconta il regista Shai Carmeli-Pollak nel film The Sea . Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, girato da un israeliano e da una troupe mista e prodotto dal palestinese Baher Agbariya.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/the-sea-mare-diritto-sogno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/the-sea-mare-diritto-sogno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><strong>Un bambino al mare</strong></p>
<p>Conosco un bambino così povero<br>
che non ha mai veduto il mare.<br>
A Ferragosto lo vado a prendere<br>
in treno a Ostia lo voglio portare.</p>
<p>“Ecco, guarda”, gli dirò<br>
“questo è il mare, pigliatene un po’!”.</p>
<p>Col suo secchiello, fra tanta gente,<br>
potrà rubarne poco o niente:<br>
ma con gli occhi che sbarrerà<br>
il mare intero si prenderà.</p>
<p><em>Gianni Rodari</em></p></blockquote>
<p>Rodari ha usato il mare come metafora della bellezza, immaginata e fantasticata, del mondo, che solo l’ingenua osservazione, perché vera e primaria, di un bambino può valorizzare. Lo stupore, determinato dalla ricchezza dell&rsquo;immaginazione e dalla determinazione di perseguire un fine, anche in condizioni di povertà, rimanda a una immensità fantasiosa in cui c’è spazio anche per un futuro migliore. <br>
Questa filastrocca, pubblicata per la prima volta in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Filastrocche_in_cielo_e_in_terra" rel="noopener">Filastrocche in cielo e in terra</a> nel 1960, rimanda a tante altre esperienze simili e che fanno della “scoperta del mare”, della prima gita al mare, un passaggio importante nel percorso di crescita e sviluppo di un bambino. <br>
Nell’agosto 2017 l’<a href="https://www.associazionesalam.org/" rel="noopener">associazione Salam</a> di Taranto ha offerto a dieci bambini saharawi la possibilità di lasciare i campi profughi nei quali vivevano per trascorrere un periodo in Italia.  Il progetto prevedeva momenti dedicati ai controlli medici, allo svago e alla scoperta di un mondo diverso dal loro attraverso attività didattiche. Tra le attività svolte, i bambini sono stati accompagnati al Centro Recupero Tartarughe Marine “Luigi Cantoro”, e <a href="https://www.riservaditorreguaceto.it/index.php/en/component/k2/item/58-dieci-bambini-saharawi-a-torre-guaceto-l-emozione-della-scoperta-del-mare" rel="noopener">come testimoniato da un educatore</a> «Appena arrivati nei pressi della Torre Aragonese un piccolo ha visto il mare. Ha guardato l’operatore del Consorzio e ha preso a mimare il movimento delle braccia in nuoto. Voleva tuffarsi. Era la prima volta che quel bambino vedeva il mare. L’emozione che si leggeva nei suoi occhi racchiudeva in un solo sguardo la forza di chi non si arrende alle brutture della vita, anche quando queste sono tanto forti da essere inimmaginabili per chi vive al riparo dalla guerra, e la gioia della scoperta di una cosa nuova». <br>
Il mare, come “scoperta di una cosa nuova che genera gioia”, accomuna i dieci ragazzi saharawi a molti coetanei italiani e al potenziale educativo, formativo, esperienziale di una gita, magari scolastica (oggi definita “viaggio di istruzione” e normata da apposita <a href="https://www.mim.gov.it/-/il-ministro-valditara-ha-firmato-una-nuova-direttiva-per-promuovere-la-partecipazione-piu-ampia-degli-studenti-e-delle-studentesse-ai-viaggi-di-istruz" rel="noopener">direttiva</a> firmata dal ministro dell’Istruzione e del Merito). Imparare divertendosi in un ambiente naturale, che diventa un’aula a cielo aperto, dove conoscere le caratteristiche dell’ecosistema marino, attraverso attività esplorative, sensoriali e interattive (fare il bagno e giocare liberamente con i propri compagni di classe) può rappresentare un’esperienza unica (un’immersione educativa) anche per molti studenti italiani. </p>
<h2 id="da-qui-non-passi">Da qui non passi</h2><p>Una gita scolastica è quindi fonte e causa di numerose e complesse reazioni, risposte (emozioni) associate al vissuto di ciascun partecipante. È quanto accaduto a Khaled e ai suoi compagni di classe, partiti da Ramallah in pullman per una gita scolastica al mare nei pressi di Tel Aviv, un viaggio di circa 70 km. Tuttavia il dodicenne Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché sprovvisto di permesso. É stato identificato tra i partecipanti a una manifestazione antisraeliana, perciò non gli hanno rilasciato il permesso. Per superare la “barriera di separazione” che divide Israele dalla West Bank (la Cisgiordania il territorio palestinese parzialmente occupato da Israele) i palestinesi necessitano di un permesso, solo verso la Giordania non è loro necessario. Khaled non ha mai visto il mare, se non quando era ancora un feto nel ventre di sua madre Jasmine, morta precocemente (una fotografia appesa sopra il suo letto); ora vive con la nonna, i fratelli e il padre che lavora come muratore clandestino in Israele.  <br>
Khaled ha nello zaino una fionda e dopo che è stato fatto scendere dal pullman, triste e rabbioso, la fa roteare e scaglia sassi nell&rsquo;aria. Azione simbolo del sumud, la resistenza incrollabile, un’azione radicata quella del lancio di sassi contro l’oppressore israeliano tra i giovanissimi palestinesi, ben rappresentata dalla <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Faris_Odeh#/media/File:Faris_odeh03a.jpg" rel="noopener">famosa foto</a>, scattata il 29 ottobre 2000 da Laurent Rebours dell&rsquo;Associated Press, del quattordicenne palestinese Faris Odeh che lancia una pietra a un enorme carro armato israeliano di fronte a lui durante la seconda Intifada. Dieci giorni dopo quella fotografia, Faris sarà ucciso da un soldato israeliano in un carro armato mentre lanciava pietre contro le truppe. </p>
<h2 id="davide-contro-golia">Davide contro Golia</h2><p>Davide contro Golia, torti ingiustamente subiti, rabbia e resistenza: sono i temi associati alle immagini delle sequenze iniziali di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Sea_%282025_film%29" rel="noopener">The sea</a>, il prologo alla gita cinematografica a cui il regista israeliano Shai Carmeli-Pollak accompagna lo spettatore. Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, anche con momenti di suspense. Girato da un israeliano, un “nemico interno” per il ministro israeliano della cultura Miki Zohar, e da una troupe mista, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya ed è distribuito da Mescalito Film, specializzata soprattutto nella diffusione di documentari e di opere indirizzate al racconto di realtà &ldquo;marginali&rdquo;, con l’apporto di Pueblo Unido, community media nata dall’esperienza della giornalista d’inchiesta Giulia Innocenzi e Food for Profit. Il film ha vinto cinque premi Ophir, l’equivalente dei nostri David di Donatello, al Jerusalem Film Festival. Candidato anche agli Oscar, ma non arrivato alla cinquina finale.</p>
<blockquote>
<p>Più di vent’anni fa entrai nei Territori Occupati durante la Seconda Intifada. Quell’incontro con una realtà diversa da come la immaginavo mi sconvolse e cambiò la mia vita. Tornai più volte in luoghi che molti israeliani tendono a rimuovere; imparai l’arabo e nacquero relazioni profonde con persone che, sulla carta, avrebbero dovuto essere nemici. Mi colpì, in uno dei miei viaggi, quel diffuso desiderio del mare, di andare oltre il muro che separa West Bank e Israele.<br>
Shai Carmeli-Pollak</p></blockquote>
<h2 id="il-desiderio-del-mare">Il desiderio del mare</h2><p>Khaled (Mohammad Ghazawi) non desiste, al mare ci vuole andare, ha anche maschera e boccaglio, dono del padre Ribhi (l’arabo israeliano Khalifa Natour). Al ritorno dalla gita i suoi compagni di classe gli hanno descritto entusiasti e felici la giornata trascorsa al mare. Esce di casa all’alba e riesce a passare in Israele con alcuni operai, raggiungendo e disperdendosi in una Tel Aviv immensa e sconosciuta, per lui che non parla l’ebraico e ci giunge per la prima volta. Un operaio gli dà i soldi per l’autobus, alcuni passanti lo aiutano a dirigersi verso il mare, alcuni sono gentili, altri sospettosi o scontrosi. Scoperta la scomparsa di Khaled, la nonna avvisa il padre che lascia il cantiere e inizia a vagare alla ricerca del figlio. Un peregrinare parallelo, estraneo a entrambi per le strade di una città ostile a entrambi. Un road movie che narra di un viaggio che, sebbene destinato al fallimento sin dall’inizio, comunque consente di raggiungere la meta, con complicità e condivisione tra padre e figlio, e la speranza sorridente di conquistare una libertà negata.<br>
Militari e poliziotti sono rappresentati per ciò che sono: uomini in divisa duri e inclementi. Così come la fauna umana delle vie di Tel Aviv tra fiumi di auto: donne in short con cani al guinzaglio, bulli o alternativi tatuati, osservatori impassibili all’arresto di Khaled e di Ribhi seduti ai tavolini di un café. Forse la sequenza tecnicamente migliore del film.  <br>
Ma quello di Shai Carmeli-Pollak è cinema e così non c’è solo l’Odissea di Khaled dell’infrangersi dei suoi sogni adolescenziali, si racconta anche quella di Ribhi, piccola e semplice, ormai passata: mentre si avvia verso la spiaggia alla ricerca di Khaled capita nel negozio di Sara (Hila Surjon), ex amore reciso dal padre di lei, finita sposata a Shlomo, con figli.</p>
<p>Come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/">Hind Rajab</a>, anche Khaled è un bambino, è palestinese ed è un nemico. Voleva vedere, per la prima volta nella vita, il mare, così desiderato, così vicino geograficamente, ma geopoliticamente lontano. A entrambi, tanti e troppi bambini, è impedito di sognare e di desiderare. Khaled viene arrestato, Hind muore, a sei anni. Khaled può essere ancora aiutato a scoprire il mare, a vivere i sogni, ad abitare anche luoghi immaginari, ad alimentare desideri… a crescere e divertirsi in una Palestina libera.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>God bless America, l’abbraccio mortale tra fondamentalismo e politica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica/</guid><pubDate>Wed, 17 Jun 2026 10:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><description>Il cristianesimo conservatore ha modificato l&amp;amp;rsquo;impianto culturale del partito repubblicano fino a farlo divenire teocratico, come il regime iraniano. Trump è al tempo stesso il prodotto e l&amp;amp;rsquo;acceleratore di una progressiva crisi identitaria e di un declino inarrestabile. Il telepredicatore Joel Osteen a Lakewood Church, Justin Brackett - Opera propria CC BY-SA 4.0</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/god-bless-america-abbraccio-mortale-fondamentalismo-politica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1925, a Dayton, una cittadina del Tennessee di meno di 2.000 abitanti, si aprì il processo al professor John Scopes, un supplente liceale di biologia accusato di aver violato il Butler Act, la nuova legge che vietava nelle scuole di ogni ordine e grado l&rsquo;insegnamento di teorie che negassero la creazione divina dell&rsquo;Uomo, narrata dalla Bibbia, postulando la sua discendenza da un ordine inferiore di animali. Nel &ldquo;processo delle scimmie&rdquo; (come lo chiamarono i media) la difesa di Scopes fu curata dall&rsquo;American Civil Liberty Union, un&rsquo;organizzazione laica che cercava di rinvigorire il principio di separazione tra Stato e confessioni religiose (garantito dal Primo emendamento della Costituzione, spesso però contraddetto da una politica plasmata sulla tradizione giudaico-cristiana). Ciononostante, il professore fu condannato e multato. Questa vicenda è remota solo apparentemente: ancora oggi <a href="https://news.gallup.com/poll/261680/americans-believe-creationism.aspx" rel="noopener">il 40% degli americani</a> continua a credere nella creazione, nonostante due sentenze della Corte Suprema abbiano sancito la liceità dell&rsquo;insegnamento delle teorie darwiniane. Inoltre, quel processo ha gettato le prime ombre su quel rapporto tra scienza e potere che oggi ha toccato il nadir con il ministero della salute e dei servizi umani affidato a Robert Kennedy jr e con i definanziamenti punitivi delle università che non sottostanno agli ordini esecutivi del governo.</p>
<h2 id="dal-creazionismo-a-trump">Dal creazionismo a Trump</h2><p>Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza Università di Roma, nel suo libro <em><a href="https://www.claudiana.it/scheda-libro/paolo-naso/dio-benedica-lamerica-9788868984656-2689.html" rel="noopener">Dio benedica l&rsquo;America</a></em> (il titolo riprende quello della canzone di Irving Berlin <em>God bless America</em>) riepiloga, con dovizia di documentazione, la storia del fondamentalismo cristiano dal creazionismo a Donald Trump. Durante la presentazione del volume nella sede milanese della casa editrice, Ferruccio De Bortoli ne ha sollecitato la lettura da parte di chi cerca una risposta, almeno parziale, alla domanda che tutti tormenta: «Come siamo potuti arrivare a questo punto?».</p>
<p>Si può aggiungere un altro interrogativo: esiste davvero un&rsquo;America mitologica cui è possibile tornare con un ribaltamento elettorale o Trump è al tempo stesso il prodotto e l&rsquo;acceleratore di una progressiva crisi identitaria di massa e di un declino inarrestabile, come <a href="http://www.sp.unipi.it/it/discussione-con-mario-del-pero-sciences-po-paris-buio-americano-gli-stati-uniti-e-il-mondo-nellera-trump/" rel="noopener">sostiene</a> l&rsquo;americanista Mario Del Pero nel suo libro <em>Buio americano</em> ?</p>
<p>Naso spiega come dal secondo dopoguerra si sia affermata negli USA una sorta di &ldquo;religione civile&rdquo;, con il presidente per sommo sacerdote che guida il popolo nella celebrazione della nazione, spesso di concerto con la religione vera e propria.</p>
<p>Il mito fondante di ogni civiltà di successo - scrive - è la convinzione del proprio eccezionalismo e della necessità di difendere il proprio canone civico dai “nemici” e dagli “incivili” che non vi si adeguano. Fin dall’alba della nazione, gli Stati Uniti si sono percepiti <a href="https://www.limesonline.com/rivista/la-citta-sulla-collina-imperituro-mito-d-america-14634931/" rel="noopener">città sulla collina</a> edificata per dominare l’ecumene, come prediceva John Wintrop, sbarcato a Salem nel 1630 per diventare governatore della colonia: «Saremo una città sulla collina. Gli occhi di tutte le persone del mondo sono su di noi. Se tradiremo Dio nell’opera che abbiamo intrapreso, egli ritirerà l’aiuto che ci ha dato».</p>
<p>Nel 1961, 331 anni dopo l&rsquo;approdo dell&rsquo;Arabelh nel Nuovo Mondo, il democratico John F. Kennedy, riferendosi alla missione antisovietica degli Usa, nell&rsquo;assumere la presidenza diceva: «Oggi gli occhi di tutte le persone del mondo sono davvero su di noi e il nostro governare, in ogni ramo, a ogni livello, nazionale, statale e locale deve essere come una città sulla collina». Vent&rsquo;anni più tardi, fu il repubblicano Ronald Reagan, nel discorso del suo primo insediamento, a ribadire: «Gli americani sono ancora impegnati a costruire una splendente città sulla collina».</p>
<h2 id="i-presupposti-per-legemonia-planetaria">I presupposti per l’egemonia planetaria</h2><p>L&rsquo;<em>american exceptionalism</em> ha giustificato dapprima l&rsquo;espansione della nazione, sottraendo lo spazio vitale ai barbari nemici (autoctoni) e poi la sua egemonia planetaria. La sua prima esplicitazione è stata la dottrina formulata nel 1823 dal presidente James Monroe: l&rsquo;America latina non sarebbe caduta in mano europea né avrebbe avuto in mano propria il suo destino, ma sarebbe stata il cortile di casa degli Stati Uniti.  Oggi, in un&rsquo;epoca in cui più che mai (e in tutto il mondo) è la religione a spronare le armi, il controllo dell&rsquo;America latina è affidato anche al missionarismo <em>evangelical</em> che intende scalzare il cattolicesimo, reo di propagare la dottrina della giustizia sociale, occupando i posti chiave nei governi di Stati come Guatemala, Brasile e Argentina. Il presidente argentino Milei ha trovato l&rsquo;appoggio degli <em>evangelical</em> in cambio della defiscalizzazione dei proventi delle chiese e l&rsquo;atteggiamento antiscientifico del brasiliano Bolsonaro espresso nel negazionismo del coronavirus, «strategia di Satana e dei media per creare il panico tra la gente», era ispirato ad argomenti del fondamentalismo cristiano.</p>
<p>Se ci s&rsquo;interroga sulle origini del fervore religioso negli Stati Uniti, si deve chiamare in causa la progressiva perdita di peso della classe media bianca (che incolpa la globalizzazione di aver trasformato il futuro da una frontiera da conquistare a un assillo quotidiano) e il definitivo fallimento del <em>melting pot</em>, uniti al calo della centralità americana nel mondo. In tale smarrimento, accentuato dalla pervasiva comunicazione via social, in cui si perde il valore oggettivo della verità, un appiglio identitario è offerto dalla religione e dal valore &ldquo;inerrante&rdquo; delle parole della Bibbia, che permette di rifuggire dalla complessità. Le conseguenze per la democrazia sono gravi, prima fra tutte il baratto della libertà con la sicurezza e il benessere.</p>
<h2 id="la-teologia-della-prosperità">La teologia della prosperità</h2><p>C&rsquo;è chi, come David Campbell, politologo dell&rsquo;Università di Notre Dame e studioso della secolarizzazione, ritiene solo apparente la rinascita del cristianesimo che Donald Trump si è intestata nel suo discorso sullo Stato dell&rsquo;Unione e vede i parcheggi gremiti delle chiese gigantesche e la virale predicazione televisiva come «&hellip;una goccia in un oceano le cui correnti da decenni allontanano le persone dalla religione». Se è vero - <a href="https://www.pewresearch.org/religion/2010/12/16/american-grace-how-religion-divides-and-unites-us/" rel="noopener">argomenta Campbell</a>- che per il terzo anno consecutivo è diminuita la percentuale di chi si dichiara non religioso, nei decenni precedenti circa 40 milioni di americani hanno abbandonato la chiesa, cambiando il modo di riunirsi, di votare, di fare volontariato e di trovare un senso nella loro vita: un nuovo ribaltamento di tendenza richiederebbe tempi lunghi.</p>
<p>Trump, tuttavia, è intenzionato ad accorciare questi tempi, saldando l&rsquo;alleanza della sua amministrazione con il cristianesimo conservatore, come dimostra la collocazione di Paula White-Cain a capo del neonato Ufficio per la Fede della Casa Bianca. La signora (un assaggio delle cui performance <a href="https://www.youtube.com/shorts/dQKOp3Fb2dE" rel="noopener">si può vedere qui</a>) è un&rsquo;esponente di spicco del Prosperity Gospel (il filone &ldquo;teologico&rdquo; che in Brasile ha sostenuto Bolsonaro) che ha fatto presa negli ambienti elitari (dai miliardari della Silicon Valley alle pop star) anche perché non è poi così estraneo alla mentalità americana, se si pensa che su tutta la valuta statunitense è apposto il motto <em>In God we trust</em> .</p>
<p>Theodore Roosvelt vi aveva rintracciato una sfumatura di blasfemia, dal momento che il danaro era la ragion d&rsquo;essere della criminalità, ma le sue ragioni morali non convinsero il Congresso e il motto divenne definitivo grazie a una legge firmata da Dwight D. Eisenhower nel 1955.</p>
<p>La teologia della prosperità (se sei povero è perché sei un peccatore, se sei ricco è perché Dio ti ama) fa a pugni non solo con le Scritture («È più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», Matteo 19, 24; Marco 10, 25; Luca 18, 25 ) ma anche con la predicazione delle chiese protestanti storiche, dal pauperismo di Valdo, che ispirò san Francesco, fino al metodismo di John Wesley, schierato dalla parte dei proletari nella prima rivoluzione industriale (le <em>Trade Unions</em> inglesi ne furono molto influenzate) o di Nelson Mandela.</p>
<h2 id="la-bible-belt-cintura-dellanchilostomiasi-e-dei-linciaggi">La bible belt, cintura dell&rsquo;anchilostomiasi e dei linciaggi</h2><p>Oggi, però, le <em>mainline churches</em> protestanti vivono negli Stati Uniti una profonda crisi, dovuta al sorpasso attuato dagli evangelici alla Billy Graham (<em>new born in Christ</em>) e dai veri e propri fondamentalisti cristiani, gli <em>evangelical</em>, radicati soprattutto nella cosiddetta America profonda, che giura fedeltà alla bandiera recitando il <em>Pledge of Allegiance</em>, in cui risuonano le parole <em>One Nation under God</em> (aggiunte durante la guerra fredda, in opposizione all&rsquo;ateismo di stato dei Paesi comunisti). I sentimenti di questa parte della nazione, non decifrabili dalla cultura liberal e quindi non intercettabili dagli oppositori di Trump (con l&rsquo;eccezione di Obama che controllava perfettamente il linguaggio biblico e, perciò, buona parte dell&rsquo;elettorato devoto) sono magistralmente espressi nel best seller autobiografico <em>Elegia americana</em> di James D. Vance. Nel titolo originale <em>Hillbilly</em> <em>Elegy</em>, il primo termine indica le popolazioni dell’area dei monti Appalachi.</p>
<p>Scritto dall&rsquo;attuale vicepresidente nel 2016, il libro racconta la storia della sua famiglia a partire dai nonni materni, che alla fine degli anni Quaranta lasciarono il Kentucky per l&rsquo;Ohio per impiegarsi nell’industria metallurgica, fino al riscatto di JD che, entrato nei marines, diventa cattolico e studia a Yale. Dal libro emerge come la <em>Rust Belt</em> (cintura della ruggine) piagata dal declino dell’industria pesante e in cerca di un&rsquo;identità, si appelli alla <em>old time religion</em> trasformandosi nella <em>Bible Belt</em>, nome coniato dispregiativamente nel 1925 dal giornalista HL. Mencken che la faceva coincidere con la cintura dell&rsquo;anchilostomiasi e dei linciaggi.</p>
<p>La Bible Belt include gran parte degli Stati del sud: Mississippi, Utah, Alabama, Louisiana, Arkansas, Carolina del Sud, Tennessee, Carolina del Nord, Georgia e Oklahoma; è politicamente conservatrice e i suoi abitanti hanno la maggiore frequenza negli USA ai luoghi di culto e la minore ai college.</p>
<p>Dalla Bible Belt (Georgia) proveniva Jimmy Carter, che fu il primo candidato alla Casa Bianca a parlare esplicitamente della propria fede, professandosi cristiano &ldquo;nato di nuovo&rdquo; ed <em>evangelical</em> durante la campagna per le presidenziali del 1976.</p>
<p>Bisogna peraltro riconoscere che nel corso del suo mandato egli tenne saldo il principio della separazione tra Stato e confessioni religiose e che, col tempo, la sua interpretazione del cristianesimo cambiò, plasmata dal movimento per i diritti civili, tanto che l&rsquo;appoggio dal mondo <em>evangelical</em> gli venne ritirato per le sue posizioni possibiliste nei confronti dell&rsquo;interruzione di gravidanza e delle unioni omosessuali e, non da ultimo, per aver definito <em>apartheid</em> la condizione dei palestinesi nei territori occupati da Israele.</p>
<h2 id="quei-teocratici-dei-repubblicani">Quei teocratici dei repubblicani</h2><p>La successiva elezione di Reagan nel 1980 riportò in auge il fondamentalismo, all&rsquo;epoca impersonato dal pastore battista Jerry Falwell, originario della Virginia, che, come altri pastori battisti e pentecostali, varò l&rsquo;era delle telepredicazioni e delle <em>megachurch</em>.</p>
<p>Il fondamentalismo modificò l&rsquo;impianto culturale del partito repubblicano fino a farlo divenire teocratico: come disse nel 1995 Newt Gingrich, oggi convinto sostenitore di Trump, «In quasi tutti i Paesi il potere appartiene allo Stato ed è occasionalmente delegato agli individui. In America, il potere viene da Dio, va agli individui ed è occasionalmente delegato allo Stato».</p>
<p>George W Bush è stato il presidente che più insistentemente ha parlato della sua fede e della sua condizione di cristiano <em>born again</em> (si veda il documentario <em><a href="https://www.imdb.com/it/title/tt0464806/" rel="noopener">Faith in the White House</a></em> di D.W. Balsiger, disponibile su YouTube), virando su toni apocalittici dopo l'11 settembre e durante l&rsquo;operazione <em>Iraqi Freedom</em>. La chiesa metodista, cui Bush era formalmente affiliato, <a href="https://www.foxnews.com/story/methodist-bishops-repent-iraq-war-complicity" rel="noopener">criticò severamente</a> l&rsquo;intervento armato in Iraq, invitando il presidente a pentirsi della sua politica estera incompatibile con l&rsquo;insegnamento di Cristo, ma nel frattempo l'11 settembre aveva compattato il fronte dell&rsquo;evangelismo conservatore.</p>
<p>Su questo fronte era schierato anche il cosiddetto sionismo cristiano, la lobby tuttora più attiva nel sostegno alla politica israeliana e persino più influente sul Congresso della stessa lobby ebraica, <a href="https://www.pewresearch.org/short-reads/2013/10/03/more-white-evangelicals-than-american-jews-say-god-gave-israel-to-the-jewish-people/" rel="noopener">secondo un sondaggio del Pew Research Center</a>, un centro di studi demografici di Washington.</p>
<p>Il <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/2018-12-09/ty-article-magazine/.premium/inside-the-evangelical-money-flowing-into-the-west-bank/0000017f-f4b0-d460-afff-fff6add90000" rel="noopener">quotidiano <em>Haaretz</em></a> ha calcolato che, negli anni, il sionismo cristiano ha riversato tra i 50 e i 65 milioni di dollari in Israele, in buona parte per finanziare gli insediamenti in Cisgiordania  e non va dimenticato il suo ruolo nella decisione di Trump di spostare l&rsquo;ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.</p>
<h2 id="adultero-ma-vicino-al-cuore-di-dio">Adultero, ma vicino al cuore di Dio</h2><p>Il fondamentalismo ha trovato i propri campioni nei candidati alla presidenza repubblicani del dopo-Obama. Tra questi, Trump era il peggio messo quanto a indice di religiosità e di moralità: di remota discendenza presbiteriana, si era poi avvicinato alla Marble Collegiate Churh di New York di orientamento calvinista e vicina a quel <a href="https://www.npr.org/2016/08/03/488513585/how-positive-thinking-prosperity-gospel-define-donald-trumps-faith-outlook" rel="noopener">vangelo della prosperità</a> che ben si attagliava al tycoon, ma un sondaggio del Pew del gennaio 2016 rilevava che solo il 30% degli americani lo considerava &ldquo;molto&rdquo; o &ldquo;abbastanza&rdquo; religioso, mentre il 60% lo riteneva &ldquo;non troppo&rdquo; o &ldquo;per niente&rdquo; religioso.</p>
<p>Eppure Trump vinse: lo fece grazie al suo stile brutale (che culminerà in <em>Capitol Hill</em>) in grado di interpretare la rabbia che covava nella nazione e grazie al credito apertogli dai suoi sostenitori fondamentalisti: il pastore Jerry Falwell lo presentò come un &ldquo;figliol prodigo&rdquo;, paragonandolo al re David, vicino al cuore di Dio anche se era un adultero e un assassino.</p>
<p>La vittoria di Trump coronava la trasformazione del fondamentalismo religioso in una lobby politica in grado di condizionare la democrazia americana.</p>
<p>Nella sua seconda campagna presidenziale, Trump ha saputo far fruttare questo credito, invitando ripetutamente la gente ad acquistare la Bibbia da lui pubblicata, sottotitolata <em>God bless the USA Bible</em> e corredata dei testi sacri della religione civile americana (Dichiarazione d&rsquo;indipendenza, Costituzione e Giuramento alla bandiera) e rivolgendosi al popolo cristiano con appelli che i commentatori secolarizzati del mondo occidentale hanno fatto l&rsquo;errore di considerare ridicoli. La vittoria di Trump non è stata solo il risultato della debolezza della proposta democratica - scrive Paolo Naso - ma l&rsquo;epilogo di un processo culturale di lungo periodo che ha spostato a destra importanti settori della classe media e persino di lavoratori impoveriti, catturati dalla suggestione MAGA che si contrapponeva alla <em>leadership</em> <em>liberal</em> responsabile del fallimento etico e morale della nazione.</p>
<p>Ne è uscita stravolta l&rsquo;anima dello stesso partito repubblicano, non più legato al capitalismo manifatturiero, ma ormai preda di due gruppi dominanti: da una parte, le élites finanziarie e tecnocratiche e, dall&rsquo;altra, il popolo della destra religiosa.</p>
<p>A tale proposito, vale la pena di riportare <a href="https://www.amazon.it/democrazia-Dio-religione-americana-dellimpero-ebook/dp/B010NL2198" rel="noopener">le parole</a> dello storico del fascismo Emilio Gentile: «Quando religione e politica congiungono le loro forze nell&rsquo;esercizio del potere, sacralizzando la politica o politicizzando la religione, per la libertà e la dignità umana, nel campo della politica come in quello della religione si annuncia una stagione incerta e insicura».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il sistema scienza-industria come fulcro di sviluppo e successo competitivo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sistema-scienza-industria-fulcro-sviluppo-successo-competitivo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sistema-scienza-industria-fulcro-sviluppo-successo-competitivo/</guid><pubDate>Wed, 17 Jun 2026 07:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Soldati</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Dalla ricerca scientifica all’innovazione industriale, il futuro economico di un Paese si gioca sulla capacità di trasformare conoscenza in valore. Se guardiamo l’Italia, che pure eccelle nella produzione scientifica e nella qualità dei suoi ricercatori, fatica però a trattenere talenti e a tradurre i risultati della ricerca in crescita industriale. Tra fuga dei laureati, frammentazione del tessuto produttivo e carenza di grandi imprese ad alta tecnologia, emerge la necessità di un nuovo patto tra università, industria e politica per costruire un ecosistema capace di sostenere lo sviluppo e il benessere sociale del Paese.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sistema-scienza-industria-fulcro-sviluppo-successo-competitivo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sistema-scienza-industria-fulcro-sviluppo-successo-competitivo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Tutti gli uomini, per natura, desiderano sapere.</p></blockquote>
<p>È l’incipit della <em>Metafisica</em> di Aristotele, che nella sua essenzialità afferma un carattere distintivo fondamentale della specie umana. Un carattere che si è evolutivamente affermato, insieme alla socialità, come il vantaggio competitivo che ha consentito alla nostra specie di divenire dominante in rapporto ad altre specie biologicamente altrettanto evolute. Il desiderio di sapere è presente in tutti gli esseri umani con una estensione che va dalla semplice curiosità all’amore per la cultura in tutte le sue forme e si spinge fino a chi dedica la vita ad estendere la conoscenza oltre ciò che è noto. I ricercatori appartengono a quest’ultima categoria e la loro tensione verso la decodifica dell’ignoto  offre un contributo essenziale al progresso culturale e al successo della società.</p>
<p>All’evoluzione biologica per selezione naturale a cui ogni vivente, umano compreso, è soggetto, si è sovrapposta  un&rsquo;evoluzione specificamente umana su cui opera la selezione della storia. I vari insiemi umani, oggi principalmente stati nazionali o alleanze tra stati, ma anche gruppi etnici o tribali, competono tra loro per l’accesso alle risorse naturali, finanziarie, tecnologiche o intellettuali, e non è infrequente che la competizione degeneri nello scontro armato. Il risultato di questa competizione determina anche quali valori diventano dominanti. O almeno questo è quello che finora è sempre successo a dispetto di ogni auspicio di un futuro in cui l’umanità possa trovare un equilibrio di rispetto reciproco e di progresso comune. Nel contesto competitivo la creazione efficiente di valore è un fattore di successo dove ogni settore di attività gioca un ruolo e dove la scienza e la tecnologia sono protagoniste nel rafforzare e mantenere il successo nel tempo. La scienza cosiddetta di base (in realtà i confini tra scienza di base e applicata sono piuttosto indefiniti) ha il compito di garantire il continuo espandersi della conoscenza anche in campi senza una prospettiva evidente di una qualsiasi applicazione, ma con il risultato di non porre limiti ai gradi di libertà della creazione di sviluppi futuri non ancora immaginabili. La storia della scienza e anche di altre discipline ci insegna che ogni elemento di conoscenza, anche apparentemente “inutile”, ha la potenzialità di combinarsi, in modo  imprevedibile, con altri elementi per produrre applicazioni e ulteriore conoscenza. È poi fondamentale che il valore della conoscenza produca valore per la società nel più ampio modo possibile e questo avviene (o dovrebbe avvenire) attraverso l’industria che nutre (o dovrebbe nutrire) la propria spinta innovativa nella conoscenza, sviluppando da questa tecnologie, prodotti, servizi e piattaforme di fruizione.</p>
<p>La scienza in sé prospera nella libertà di pensiero e di critica ed è trasparente a livello globale, traendo la sua forza motrice da reti mondiali di cervelli. Le cose sono diverse quando dalla conoscenza si passa alle applicazioni, già a partire dalle fasi antecedenti lo sviluppo di una tecnologia e fino alla sua industrializzazione. In questi passaggi, dove l’idea e il know-how sono generalmente protetti da barriere di varia natura, le nazioni che meglio hanno saputo creare le condizioni adatte allo sviluppo di un tessuto industriale interfacciato alla ricerca traggono i maggiori benefici dalla conoscenza prodotta a livello planetario. L’industria che si sviluppa in queste condizioni avrà tutto l’interesse a stimolare la politica a investire in ricerca e istruzione e magari a contribuire essa stessa al finanziamento della ricerca, ottenendo nel “giardino di casa” un accesso più immediato all’innovazione e alle competenze necessarie per implementarla. Si crea così un circolo virtuoso di reciproco vantaggio tra scienza e industria e di vantaggio per la società.</p>
<p>Le condizioni utili a innescare questo circolo virtuoso riguardano il contesto finanziario, fiscale, normativo, l’atteggiamento culturale verso l’impresa, la disponibilità di risorse umane adeguate e la facilità di interfacciamento e di travaso tra mondo della ricerca e industria. Stiamo parlando di imprese avanzate, capaci di generare elevati livelli di valore aggiunto attraverso investimenti e innovazione il cui successo, o addirittura la cui sopravvivenza, non sia legato in modo prevalente alla massima compressione dei costi. Fatti salvi i meccanismi distributivi della ricchezza, le imprese avanzate sono la  nostra sola possibilità di mantenere e migliorare il nostro tenore di vita e di protezione sociale determinando la nostra capacità di crescere e di migliorare l’efficienza, vale a dire di incrementare il rapporto tra valore aggiunto prodotto e risorse impiegate per produrlo. Competere in modo prevalente sul denominatore di questo rapporto, ossia sulla compressione dei costi e principalmente sul costo del lavoro, significa condannare la società a una corsa senza freni verso la povertà diffusa.</p>
<p>Una delle spie d’allarme in questo senso riguarda un paradosso italiano: secondo i dati Eurostat siamo nella UE la penultima nazione, davanti solo alla Romania, come percentuale di laureati nella fascia tra 25 e i 34 anni, che risulta di circa il 31-32% rispetto a una media UE del 44-45%. Nonostante questo, i nostri giovani laureati faticano a trovare un impiego, sono spesso sottopagati rispetto ad altri Paesi ed emigrano. Nel 2023 sono emigrati 21.000 laureati, portando a 100.000 il numero nel quinquennio dal 2019 al 2023 su 190.000 giovani totali emigrati nello stesso periodo - a fronte, per inciso, di eserciti di braccianti sottopagati che importiamo, spesso clandestinamente, insieme a badanti e manovali. Quindi ci si domanda: se il pur basso numero di laureati è comunque in eccesso rispetto alla domanda dell’industria al punto da spingere gli stipendi verso il basso e i laureati a emigrare, quali figure richiede l’industria che lamenta di continuo il mismatch tra offerta di lavoro e tipologia di personale disponibile sul mercato? E verso quale tipo e metodologie di produzione punta?</p>
<p>Il quadro appare come quello di un’industria che mediamente non si colloca sul fronte avanzato del valore, un’industria che sembra mantenersi in una posizione difensiva dello status quo per paura, incapacità culturale di investire o di “perdere il controllo”  (Veronica De Romanis, <em>L’economia della paura</em>, Mondadori). Un aspetto rilevante del problema è il livello di dipendenza dell’economia del Paese da micro, piccole e medie imprese che hanno oggettivamente una maggiore difficoltà a effettuare investimenti sufficienti  in tecnologie e talenti, oltre che una barriera culturale a delegare ruoli chiave a risorse umane competenti. In realtà anche negli USA e in EU, come in Italia, PMI e microimprese rappresentano oltre il 99% del numero di imprese totali, ma la percentuale di PIL prodotto da queste in Italia è del 65% contro il 58% nella UE e il 43% negli USA. Indicativa è la quota micro-imprese (imprese con meno di 10 dipendenti) che in Italia ammontano a ben il 94,9% del totale.  Questo fatto è stato uno dei rilievi che la UE ha recentemente posto come fattore di inefficienza del sistema produttivo da affrontare di fronte  all’ennesima richiesta di flessibilità sui conti pubblici da parte dell’Italia.</p>
<p>Appare evidente come la politica industriale sia il fulcro sul quale appoggiare le riforme, semplicemente perché è l’industria che genera le risorse indispensabili. Appare altrettanto evidente che sia una necessità esistenziale perseguire un efficace collegamento tra lo sviluppo della conoscenza (dove peraltro l’Europa, Italia inclusa, vanta notevoli primati) e la piena messa a frutto delle sue ricadute industriali. Ciò si ottiene costruendo un ecosistema stimolante sia per  nascita di start-up ad alta potenzialità, sia per la crescita dimensionale media delle imprese, attraendo investimenti finanziari, insediamenti di grandi imprese tecnologiche e facilitando processi di consolidamento. Certamente non offrendo premi fiscali a chi rimane piccolo attraverso meccanismi di flat-tax e forfetizzazione, come invece accade. La panoramica del tessuto imprenditoriale nei settori chiave è tutt’altro che incoraggiante per l’Unione Europea, e ancora meno per l’Italia. È ben nota la situazione che riguarda elettronica e software (microprocessori, memorie, IA e tecnologie produttive collegate), dove il peso delle maggiori aziende UE (come ASML, SAP, Infineon e STM) è piuttosto modesto rispetto ai colossi globali anche se, come nel caso di ASML, depositarie di esclusive capacità essenziali nella filiera globale.  Spostando l’attenzione sulla situazione dell’industria farmaceutica, un settore ad alto valore aggiunto fortemente dipendente dalla ricerca, con notevoli implicazioni etiche e sociali e che per queste ragioni può essere considerata paradigmatica, la situazione non è molto diversa.</p>
<p>Tanto per cominciare, valutando le <a href="https://companiesmarketcap.com/pharmaceuticals/largest-pharmaceutical-companies-by-market-cap/" rel="noopener">prime 100 farmaceutiche al mondo</a> quotate in borsa per capitalizzazione di mercato, la somma delle prime tre rispettivamente di USA, Svizzera, UK e UE (in miliardi di dollari) ammonta ai seguenti valori: USA 1.895, Svizzera 614, UK 424, EU 367. L’Italia nelle prime 100 farmaceutiche quotate al mondo ha solo Recordati, con circa 12 miliardi di capitalizzazione. In realtà la maggiore azienda italiana è il Gruppo Menarini, che però non è quotata. Se facciamo lo stesso esercizio considerando il fatturato abbiamo: USA 577, Svizzera 148, UK 108, EU 215. L’Italia è a 3 miliardi con Recordati. Anche aggiungendo Menarini e Chiesi (non quotate) per arrivare a 3 saremmo circa a 13 miliardi di dollari. Sempre nelle prime 100 ci sono 31 statunitensi, 18 UE, 6 svizzere, 5 britanniche. Di italiane ce n’è una sola. Il paragone è solo con le industrie occidentali che nel loro insieme ancora conservano il primato, ma Cina, India e Corea stanno arrivando con una presenza numericamente importante (oltre al Giappone che è presente da sempre).</p>
<p>Ma come siamo messi con la ricerca biomedica e  scienze della vita che sono l’humus di questa industria? Parlando di risultati di qualità prodotti, Europa e Italia <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/system/files/2022-07/ec_rtd_srip-2022-report-chapter-6.pdf" rel="noopener">ne escono decisamente meglio</a> nel confronto. Anche se gli USA mantengono il primato globale per quanto riguarda la quota di articoli ad altissimo impatto, ossia la leadership nell’ 1% delle pubblicazioni più citate, l&rsquo;Unione Europea genera circa il 17-21% delle pubblicazioni scientifiche globali nelle scienze della vita e biotecnologie, più degli USA col 15-16% e poco meno della Cina al 22%. Inoltre, l&rsquo;impatto citazionale medio dell&rsquo;UE misurato tramite l&rsquo;indice FWCI (Field-Weighted Citation Impact) risulta stabilmente sopra la media mondiale. Vale a dire che un articolo biomedico medio europeo viene citato più della media globale. Quasi paradossalmente l’Italia questa volta figura molto bene, ponendosi in genere all’8°-9° posto al mondo per numero di pubblicazioni e con un impatto citazionale sempre sopra la media mondiale ed europea aggregata, in particolare in settori come la cardiologia, l&rsquo;oncologia e le neuroscienze. Questi paradossalmente sono anche i settori di punta  dell’industria farmaceutica di cui abbiamo visto la nostra sconfortante posizione nel ranking  mondiale ed europeo. Va anche detto che l’Italia, secondo i rapporti <a href="https://www.anvur.it/it" rel="noopener">ANVUR</a> (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) e della Commissione Europea, è tra i primi Paesi al mondo per numero di pubblicazioni ad alto impatto in rapporto ai fondi pubblici investiti nella ricerca. A parità di budget speso, i ricercatori italiani producono un maggior numero di articoli inseriti nel primo 10% delle riviste più citate al mondo rispetto a ricercatori di paesi dove la ricerca è molto più finanziata, come Germania o Francia. C’è da domandarsi che cosa si potrebbe fare con finanziamenti in linea coi maggiori paesi europei.</p>
<p>Da quanto scritto, si possono proporre alcune conclusioni:</p>
<p>Scienza, alta formazione ed economia ad alto valore aggiunto, pur nelle rispettive specificità, devono farsi sistema per restituire valore alla collettività;</p>
<ul>
<li>intervenire su un solo elemento (“ci vogliono più laureati e più ricerca per crescere”) non produce automaticamente gli effetti sperati, ma è necessario intervenire su tutti gli elementi con una visione d’insieme;</li>
<li>un’area essenziale di intervento riguarda la facilitazione sistematica di interfacciamento tra industria e università (in Europa esistono già esempi consolidati come la rete degli <a href="https://www.fraunhofer.de/en.html" rel="noopener">istituti Fraunhofer</a>), per il quale scopo anche l’università, e non solo l’industria, deve evolversi culturalmente;</li>
<li>è essenziale porre il focus sulla crescita dimensionale e culturale delle imprese e sulla creazione di un ambiente attrattivo per la grande industria al fine di trattenere nel territorio la giusta quota del beneficio che deriva dalla produzione di conoscenza.</li>
</ul>
<p>Segnalo che in queste aree di intervento alcuni elementi della società civile si stanno muovendo ben prima della politica e cito due esempi diversi tra loro. Il primo, che riguarda lo sviluppo dimensionale dell’impresa, vede il Politecnico di Milano e la Bocconi <a href="https://www.corriere.it/opinioni/26_febbraio_11/uniti-per-far-competere-l-italia-a5ac28a5-3b08-41d0-907a-869d2d10fxlk.shtml" rel="noopener">unire le loro forze</a> per facilitare l’evoluzione di start-up di successo verso lo stato di “unicorno” (aziende che da start-up arrivano a capitalizzare 1 miliardo di dollari) senza che queste siano necessariamente indotte a trovare all’estero condizioni favorevoli. L’altro è un esempio di <a href="https://www.fondazionetelethon.it/storie-e-news/news/dalla-fondazione/prima-charity-responsabile-produzione-distribuzione-farmaco/" rel="noopener">industrializzazione diretta</a> dei risultati della ricerca messa in atto da Telethon, per rispondere alla mancanza di interesse dell’industria verso alcuni farmaci per malattie rare, un modello che ha motivazioni etiche, ma che contiene insegnamenti generalmente validi di collegamento tra ricerca, generazione di impresa e sviluppo industriale.</p>
<p>Tornando al tema generale del sistema ricerca-industria, un grande vantaggio di USA e Cina è la capacità di essere efficaci concentrando le risorse per la ricerca e realizzando economie di scala nell’industria, contrariamente all’Europa dove la strada per uscire dalla frammentazione è ancora lunga, ma che è inevitabile percorrere congiuntamente come unione. Questo non esime l’Italia dal fare i propri “compiti a casa” sia perché il suo contributo come motore dello sviluppo è essenziale per l’Europa, sia perché anche nell’ipotesi, ancora utopica, di un’Europa altamente integrata è desiderabile evitare di divenire il meridione povero del continente. Come abbiamo già detto, viviamo in una competizione esistenziale soggetta alla selezione della storia e alla quale non ci possiamo sottrarre, pena l’impoverimento che in Italia, peraltro, sta già avanzando da decenni. Riuscirà la società civile a indirizzare i programmi della politica, quasi sempre tesa a occuparsi di rappezzi elettoralmente remunerativi, verso una visione lungimirante di sviluppo, benessere e promozione pacifica, seppur competitiva, di un sistema valoriale?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La musica che ha formato Galileo torna a suonare dopo quattro secoli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli/</guid><pubDate>Mon, 15 Jun 2026 07:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natacha Fabbri</dc:creator><category>storia-della-scienza</category><description>Una ricerca sulle relazioni tra musica e scienza nell’opera di Galileo Galilei ha portato a una rilettura del ruolo svolto dal padre Vincenzo nella sua formazione culturale. Il recupero di manoscritti, opere perdute e nuove fonti documentarie restituisce l’immagine di un compositore e teorico della musica più complesso di quanto finora ritenuto e consente di ricostruire parte dell’ambiente musicale, poetico e intellettuale nel quale crebbe il giovane Galileo. Da questo studio è nato il progetto discografico &amp;amp;ldquo;Galilei: The Sound of Science&amp;amp;rdquo;, che restituisce all’ascolto musiche rimaste in silenzio per oltre quattro secoli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa lega un liuto, una tromba, un organo e il telescopio alla nascita della scienza moderna?<br>
La domanda può sembrare insolita, ma è proprio seguendo questa traccia che una ricerca condotta attorno al pensiero di Galileo e alle connessioni tra musica e astronomia ha portato alla riscoperta e valorizzazione di una parte del mondo sonoro del padre, Vincenzo Galilei, perduta o dimenticata per secoli. È da questo percorso che trae origine il progetto discografico <a href="https://fanlink.tv/w932?" rel="noopener"><em>Galilei: The Sound of Science</em></a> (EMA Vinci classica), nel quale è possibile ascoltare anche nove prime registrazioni discografiche assolute di composizioni di Vincenzo e Michelangelo Galilei, provenienti da manoscritti e opere a lungo disperse, che gettano nuova luce sulla formazione culturale di uno dei padri della moderna scienza. Il progetto è accompagnato da un <a href="https://zenodo.org/records/19533384" rel="noopener">booklet</a>, liberamente consultabile online, nel quale sono presentati i documenti e le fonti che hanno reso possibile la ricostruzione di questo repertorio.</p>
<h2 id="galileo-e-il-linguaggio-della-musica">Galileo e il linguaggio della musica</h2><p>Galileo crebbe in una famiglia profondamente immersa nella musica, dove si suonava, si studiava matematica, si sperimentava sugli strumenti, e dove la poesia era spesso affidata al canto e all’accompagnamento del liuto. Suo padre Vincenzo era compositore, liutista, teorico della musica e una delle figure più importanti della cultura musicale del Rinascimento. Galileo stesso era un provetto liutista e suo fratello Michelangelo, virtuoso del liuto celebre in Europa, divenne musicista e compositore alla corte di Monaco di Baviera.</p>
<p>La ricerca da cui è nato <em>Galilei: The Sound of Science</em> ha preso le mosse dall’osservazione di come modelli musicali, analogie, strumenti e termini appartenenti al lessico della musica non solo ricorrano in tutta l’opera di Galileo, ma diventino veri e propri strumenti concettuali. Galileo li trasforma in argomenti a sostegno della nuova immagine dell’universo, della sua scienza del moto e, più in generale, della difesa del sistema copernicano. </p>
<p>Anche lo strumento simbolo delle sue scoperte astronomiche è legato alla musica. Prima di essere chiamato telescopio, il cannocchiale veniva spesso denominato “occhiale a tromba”. Galileo stesso, nel 1609, utilizzò delle canne d’organo di stagno per costruire alcuni tubi del suo strumento. Persino il significato originario dell’aggettivo “telescopico” era legato alla struttura del trombone, il cui funzionamento si basa sullo scorrimento di elementi cilindrici l’uno dentro l’altro. In un orizzonte analogo si muoveva anche la spiegazione del pendolo che Galileo fornisce nei Discorsi e dimostrazioni matematiche, quasi fosse una trasposizione verticale della vibrazione della corda di un liuto.</p>
<h2 id="un-nuovo-sguardo-su-vincenzo-galilei">Un nuovo sguardo su Vincenzo Galilei</h2><p>A indirizzare la ricerca verso la figura di Vincenzo Galilei è stata però anche un&rsquo;altra considerazione. Constatare come tra i filosofi del primo Seicento la sua opera fosse discussa e le sue ricerche fossero spesso paragonate all’approccio adottato da Galileo ha reso necessario esaminarne più da vicino la produzione e ricostruire l’ambiente culturale, scientifico e musicale nel quale si formò il giovane Galileo.</p>
<p>Per comprendere l’influenza del padre sul figlio, la storiografia si è concentrata su alcuni degli esperimenti che Vincenzo condusse sui corpi sonori e sulle corde vibranti negli ultimi anni della sua attività, quando Galileo si trovava nella sua abitazione di Firenze.</p>
<p>Ma guardare Vincenzo soltanto attraverso questi esperimenti o la celebre polemica con Gioseffo Zarlino rischia di restituirne un’immagine incompleta. Se vogliamo cogliere appieno il ruolo che ebbe nella vicenda intellettuale del figlio, dobbiamo porci anche una domanda diversa. Cosa ci dicono le fonti coeve di Vincenzo Galilei come compositore e del contesto culturale e sociale in cui operò e nel quale crebbe Galileo?</p>
<p>La risposta è meno scontata di quanto possa sembrare. Per una serie di vicende legate alla dispersione delle sue opere e alla fortuna storiografica dell’autore, Vincenzo è stato ricordato soprattutto come teorico della musica, liutista e autore di una delle prime composizioni di monodia accompagnata. Eppure era anche un profondo conoscitore del contrappunto (a testimoniarlo rimangono dei manoscritti) e un compositore prolifico di musica vocale polifonica, che si era confrontato con uno dei grandi temi del suo tempo: il rapporto tra musica e poesia. Di tutto questo abbiamo oggi una scarsa percezione perché le sue composizioni vocali, costituite da due libri di madrigali, sono andate perdute per oltre tre secoli e, anche successivamente, sono rimaste semisconosciute. Altre sono rimaste manoscritte – e mute – nei fondi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze fino ai nostri giorni.</p>
<h2 id="la-musica-perduta-di-casa-galilei-suono-e-poesia">La musica perduta di casa Galilei: suono e poesia</h2><p>Una parte importante della sua produzione vocale è stata dimenticata per secoli. Ma l’obiettivo dell’album non è soltanto registrare delle musiche rare. È cercare di dare voce a una dimensione della sua formazione che sino a oggi era rimasta in gran parte sconosciuta. Un mondo fatto anche di poesia, di musica vocale, di rapporti tra suono e parola.</p>
<p>Siamo alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento e Galileo aveva superato i vent’anni. Si dilettava anche in componimenti poetici, studiava e commentava i poemi di Ariosto e Tasso; si dice che recitasse Petrarca a memoria. Non solo. Ancora nelle opere importanti della maturità, l’armonia dell’Orlando furioso di Ariosto è accostata al modello del cosmo copernicano, mentre la struttura disordinata della Gerusalemme liberata di Tasso è paragonata al sistema geocentrico di Tolomeo. Sono proprio questi gli autori che ritroviamo musicati da Vincenzo Galilei nei madrigali e non solo: Ariosto, Tasso, Petrarca, Giovan Battista Strozzi il Giovane (a cui Galileo rimase sempre legato). E Dante. </p>
<p>La tradizione ha associato la produzione vocale di Vincenzo quasi esclusivamente al celebre Lamento del Conte Ugolino dell’Inferno della <em>Divina Commedia</em> di Dante, composizione che da secoli affascina studiosi e musicologi in quanto, secondo una testimonianza di Pietro de’ Bardi, sarebbe stata all’origine del genere musicale del recitar cantando. E come non ricordare che proprio alla fine degli anni Ottanta Galileo tenne due lezioni sulla struttura geometrica dell’Inferno di Dante all’Accademia Fiorentina? Di questa accademia era membro Giovan Battista Strozzi il Giovane, i cui versi erano stati messi in musica dal padre nel <em>Secondo libro dei madrigali</em> (1587).</p>
<p>Concentrati sul tentativo di ritrovare quell’opera perduta, gli studiosi hanno spesso trascurato un patrimonio altrettanto importante: i brani per voce e liuto che sono giunti sino a noi grazie a carte manoscritte rilegate in fondo a un esemplare del <em>Fronimo</em> di Vincenzo Galilei. Sono anche queste composizioni, rimaste silenziose per oltre quattro secoli, che possono oggi essere ascoltate. Forse un’esperienza musicale non lontana da quella del Lamento del Conte Ugolino; forse addirittura il laboratorio creativo che portò alla nascita di quella composizione entrata nella storia e nel mito.</p>
<h2 id="un-ritratto-in-musica">Un ritratto in musica</h2><p>Anche un altro recente ritrovamento ha contribuito a definire questa nuova immagine di Vincenzo Galilei – e, con essa, della formazione di Galileo. Si tratta di un ritratto identificato con Vincenzo quantomeno a partire dalla seconda metà del Settecento. Al di là del volto raffigurato, il dipinto contiene un vero e proprio ritratto musicale: la partitura di una fuga vocale a cinque voci su testo di Petrarca, che Vincenzo pubblicò in una raccolta di musica per liuto del 1584. Non si tratta di un dettaglio secondario, poiché ci restituisce l’immagine di un Vincenzo che si confronta con il più prestigioso repertorio poetico e musicale del Rinascimento. Anche questa composizione torna oggi all’ascolto nell’apertura dell’album: una fuga, dalla struttura circolare, sui primi versi del sonetto <em>Hor che ’l ciel et la terra et il vento tace</em>, che evocano il moto incessante del carro della notte nel silenzio che avvolge la Terra.</p>
<p>Il percorso conduce ancora una volta nella medesima direzione. Il Vincenzo Galilei che emerge da queste fonti si discosta dall’immagine tradizionale che ci è stata trasmessa e si rivela molto più complesso. Non è soltanto il teorico della musica, il liutista o il protagonista della riflessione che avrebbe contribuito all’affermazione della monodia accompagnata. È anche un compositore che si muove all’interno di una fitta rete di relazioni letterarie e che si confronta con la tradizione polifonica del suo tempo. Un orizzonte culturale che costituisce anche una delle chiavi per comprendere la formazione intellettuale di Galileo, erede di un ambiente nel quale poesia, matematica, musica, sperimentazione sugli strumenti e riflessione sulla natura dialogavano continuamente.</p>
<h2 id="scienza-e-musica-andata-e-ritorno">Scienza e musica: andata e ritorno</h2><p>La ricerca è partita dalla scienza di Galileo e ha condotto a Vincenzo Galilei. Attraverso Vincenzo ha restituito una visione diversa su Galileo stesso, cresciuto in un ambiente nel quale la parola conviveva con il rigore quasi matematico della composizione contrappuntistica, dimensione resa nell’album anche attraverso l’esecuzione di importanti composizioni per liuto solo e per due liuti. </p>
<p>Questa prospettiva ha influenzato anche le scelte discografiche, orientate a ridare centralità all’espressività della parola e del suono del liuto, così come alla chiarezza delle linee contrappuntistiche, elementi essenziali nella cultura musicale di cui Vincenzo fu uno dei massimi esponenti. L’obiettivo era anche quello di restituire un laboratorio sonoro nel quale rigore compositivo ed emozione procedevano assieme, e di contribuire a rileggere alcune pagine galileiane.</p>
<p>Non è infatti un caso che Galileo nel Dialogo abbia esaltato l’attività dei musicisti e che nel <em>Saggiatore</em> abbia tracciato, nella cosiddetta “favola dei suoni”, un parallelismo tra la ricerca del filosofo naturale e quella di un uomo che scopre nuove realtà sonore senza mai pervenire a una conoscenza esaustiva della natura. Parole che sono state affidate all’ultima traccia di <em>Galilei: The Sound of Science</em>, a dimostrazione di come il mondo musicale di Vincenzo Galilei non sia stato per il figlio solo un ricordo d’infanzia, ma una fonte di modelli, immagini e strumenti per la sua ricerca scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Eutanasia: rispettare le volontà, anche quando è difficile riconoscerle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle/</guid><pubDate>Fri, 12 Jun 2026 20:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><description>Nel dibattito sul fine vita le decisioni più difficili da accettare sono quelle che provengono dal disagio mentale. Ma proprio su questi temi è bene che le discussioni siano il più possibile ancorate ai fatti e le scelte informate e consapevoli siano riconosciute e rispettate. Ulisse e le Sirene , dipinto di John William Waterhouse , The Art History Archive</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/eutanasia-rispettare-volonta-quando-difficile-riconoscerle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una ricerca su PubMed e su Ngram Viewer mostra che la frequenza del termine eutanasia, nel lessico generale e in quello medico in lingua inglese, è più o meno costante fino al 1960, poi cresce esponenzialmente fino al 2000 e declina in modo relativamente lento. In Italia, il picco è spostato in avanti di circa dieci anni e negli ultimissimi il declino si è invertito. Una spiegazione plausibile della crescita esponenziale è che si parli di più di eutanasia perché, anche se si vive più a lungo, si muore peggio che in passato: la morte degenerativa ha sostituito quella acuta. Ci vuole molto più tempo a morire di cancro o di altre condizioni per cui esistono trattamenti che prolungano la vita, al costo però di dolore e sofferenza morale. Ciò che nella percezione della persona viene chiamato perdita di dignità. Altri fattori hanno probabilmente contribuito a sdoganare l’eutanasia, soprattutto dopo il nazismo, come l&rsquo;istituzionalizzazione della bioetica come disciplina, la secolarizzazione del dibattito pubblico, l&rsquo;espansione generale del linguaggio dei diritti individuali, etc. ma il cambiamento nella fenomenologia clinica della morte resta, a mio parere, il substrato senza il quale la discussione non sarebbe esplosa.</p>
<p>Alla base delle decisioni personali di fine vita, in un contesto di valori democratici e liberali, sta la &ldquo;volontarietà&rdquo;. Al di fuori di questo quadro etico-politico non conta nulla, a meno che non coincida con il volere di Dio o dello Stato. Cosa significhi prendere una decisione &ldquo;volontaria&rdquo;, ognuno crede di saperlo, soprattutto quando riguarda gli altri, e lo pensa su basi puramente intuitive. Non disponendo di indicatori quantitativi né di correlati neurobiologici causalmente controllati del concetto filosofico e giuridico di volontarietà, facciamo valere quasi sempre l&rsquo;intuizione.</p>
<h2 id="ma-lo-vuole-davvero">Ma lo vuole davvero?</h2><p>Abbiamo strumenti, certo, come i test strutturati <em>MacArthur Competence Assessment Tool</em> e i colloqui clinici strutturati, che consentono di stabilire in modo accettabile quando mancano le capacità di intendere o di volere, o entrambe. È bene essere precisi su ciò che questi strumenti fanno: misurano la capacità di comprendere l&rsquo;informazione, di apprezzarne la rilevanza per la propria situazione, di ragionare sulle opzioni e di esprimere una scelta. Non misurano, e non hanno la pretesa di farlo, la &ldquo;volontarietà&rdquo; nel senso filosofico più ambizioso che il dibattito pubblico di norma evoca: l&rsquo;autenticità di una scelta rispetto ai valori più stabili della persona, o la sua indipendenza da una sofferenza che potrebbe alterare temporaneamente le preferenze. Nondimeno, l’autenticità, come definita filosoficamente, non esiste. Ogni scelta è condizionata. Ma la nostra intuizione è fatta per credere a una sorta entità immateriale chiamata volontà, quindi per impicciarsi o mettere in discussione le decisioni altrui.</p>
<p>Quando si usa il termine &ldquo;eutanasia&rdquo; in un sistema che non sia uno stato etico o totalitario, esso si accompagna, senza bisogno di precisarlo, all&rsquo;aggettivo &ldquo;volontaria&rdquo;. Nelle discussioni generiche, politiche, filosofiche, giornalistiche, questa condizione viene però trattata come una qualità metafisica e indefinibile. Chi è contrario alla legalizzazione delle scelte eutanasiche, senza ricorrere alla tagliola religiosa o comunitarista (la vita non ci appartiene, perché è un dono di Dio o è vincolata da doveri verso lo Stato) mette in discussione la realtà effettiva della volontarietà individuale in tutte le condizioni in cui ritiene che esista un&rsquo;incertezza irriducibile. E molti tra coloro che si dichiarano favorevoli alla legalizzazione ne limitano la portata alla presenza di una volontarietà non discussa su basi psichiatriche o neurologiche. Ma cosa succede quando la psichiatria o la neurologia sono chiamate in causa per parlare di malattie clinicamente di loro pertinenza, come le demenze o le malattie mentali o i disturbi della coscienza?</p>
<h2 id="un-malato-di-mente-dispone-di-volontà">Un malato di mente dispone di volontà?</h2><p>Alcuni Paesi in cui l&rsquo;eutanasia è legale ammettono che la scelta possa essere effettuata tramite dichiarazioni anticipate di trattamento da parte di chi sarà colpito da perdita di capacità decisionali, e, in alcuni casi, anche direttamente da chi soffre di disturbi mentali, in particolare depressione unipolare o bipolare e disturbi della personalità. Il tema di fondo resta, in ogni caso, la presenza o l&rsquo;assenza di volontarietà attuale, e il modo di gestire una decisione assunta in piena capacità che, nel contesto concreto successivo, può essere messa in discussione come non più attendibile, quasi sempre su basi intuitive.</p>
<p><a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/la-volonta-fragile/?srsltid=AfmBOoqm9A7kf82XT6hoZih5kixZZ2h_2dZ-_oE9UVFYXjBHOJLL4pVC" rel="noopener">La volontà fragile. Dal caso Margo alle sfide morali dell&rsquo;autodeterminazione</a>, di Massimo Sartori e Carlo Pasetti, affronta proprio questo nodo nel contesto delle demenze. Gli autori scrivono con provate competenze un testo accessibile a tutti, e utilissimo per operatori sanitari, giuristi, familiari e studenti di medicina; per il triplice registro (caso clinico, teoria filosofica, diritto positivo) della discussione.</p>
<p>Il filo conduttore è il caso di Margo, una donna di 55 anni affetta da Alzheimer, descritta nel 1991 da uno studente di medicina come &ldquo;felice&rdquo;, che, prima di ammalarsi, aveva espresso chiaramente la volontà di non ricevere trattamenti salvavita in quella condizione. Il filosofo del diritto <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ronald_Dworkin" rel="noopener">Ronald Dworkin</a> analizzò il paradosso in termini di volontà precedente (<em>critical interests</em>) contro il benessere attuale (<em>experiential interests</em>): il possibile conflitto tra le decisioni espresse nel pieno delle facoltà cognitive, che sono quelle della persona autentica, e la vita vissuta dopo, quando l&rsquo;identità originaria, in senso filosoficamente rilevante, non esiste più. La tesi di Dworkin continua a essere oggetto di discussione, ma in astratto.</p>
<p>Un caso più rappresentativo delle difficoltà reali è quello, molto meno raccontato, della donna che nel 2016 nei Paesi Bassi fu sottoposta a eutanasia sulla base di una dichiarazione anticipata di trattamento, ma al momento dell&rsquo;iniezione si oppose fisicamente e dovette essere immobilizzata dai familiari. Fu aperta un&rsquo;inchiesta, e nel 2019 la dottoressa che si era occupata del caso fu assolta: la Corte Suprema olandese confermò che, in determinate circostanze, una direttiva anticipata può sostituire una richiesta attuale quando la demenza avanzata rende impossibile confermare la volontà. È un caso che mostra il conflitto teorico discusso a partire da Margo <em>in azione</em>, con tutta la sua durezza, e che forse avrebbe meritato un ruolo più centrale nell&rsquo;argomentazione del libro.</p>
<h2 id="decidere-per-gli-altri-sulla-base-dei-propri-bias">Decidere per gli altri sulla base dei propri bias</h2><p>Tornando a Margo, l’elemento che colpisce sul piano intuitivo è che chi l’osservò la descrisse &ldquo;felice&rdquo;. Gli studi sull&rsquo;affettività nella demenza mostrano che stati d&rsquo;umore positivi sostenuti sono presenti in una quota di pazienti con Alzheimer moderato, ma depressione, ansia e apatia sono complessivamente più frequenti: l&rsquo;apatia colpisce il 50-70% dei pazienti in qualche fase della malattia. La &ldquo;felicità&rdquo; osservata in Margo è inoltre una descrizione comportamentale. Ciò che corrisponde a quel comportamento sul piano soggettivo (quello che le neuroscienze della coscienza chiamano <em>qualia)</em>, rimane opaco e lo giudichiamo sulla base dei nostri bias soggettivi, ignorando la condizione emotiva reale della persona. Questa opacità è simmetrica e l&rsquo;assenza di segni esterni corrisponde all&rsquo;assenza di esperienza interiore. Ma quello di cui siamo sicuri è che l’autonomia non c’è più e abbiamo una testimonianza autentica delle preferenze della persona quando era capace di esprimere le sue preferenze.</p>
<p>Il punto di arrivo degli autori è una posizione relazionale-contestuale: la volontà anticipata è vincolante in linea di principio, ma la sua applicazione richiede un&rsquo;interpretazione che tenga conto della trasformazione identitaria prodotta dalla demenza. È buon senso che non richiede una sofisticata filosofia analitica, ma solo la riflessione sull&rsquo;individualità di ogni caso clinico.</p>
<p>Se la &ldquo;felicità&rdquo; osservata non è prova sufficiente di benessere soggettivo genuino, una possibile risposta è quella delle <em>Ulysses directives</em>, dal mito di Ulisse che si fa legare all&rsquo;albero maestro, ordinando ai marinai di non obbedirgli quando supplicherà di essere liberato: sono clausole nelle DAT (le direttive anticipate di trattamento) che specificano di rispettare le proprie volontà precedenti, a prescindere dall&rsquo;apparenza osservata in seguito. La legge 219/2017 è ambigua su questo punto: l&rsquo;art. 4 stabilisce che il medico è tenuto a rispettare le DAT, ma può disattenderle qualora «appaiano non conformi alla volontà del disponente», una clausola di salvaguardia che apre la porta proprio al ragionamento che la direttiva ulisseana vorrebbe escludere.</p>
<h2 id="la-sofferenza-nelle-parti-alte-della-mente">La sofferenza nelle parti alte della mente</h2><p>Casi di eutanasia richiesta per disturbi mentali sono stati registrati in Belgio, Olanda e Canada; in Svizzera è possibile accedere al suicidio medicalmente assistito per sofferenze psicologiche. Le condizioni per cui è stata approvata includono disturbi di personalità borderline, disturbo post-traumatico da stress, depressione unipolare e bipolare farmacoresistente, che comportano grave sofferenza psichica cronica.</p>
<p>L&rsquo;argomento principale contro è che una richiesta di eutanasia da parte di un malato di mente non può essere volontaria, poiché la condizione clinica compromette, per definizione, le capacità decisionali. Il &ldquo;per definizione&rdquo; che spesso accompagna questa obiezione meriterebbe di essere argomentato. Chi non ha sofferto di dolore psicologico tende a sottovalutarlo, e scrittori come David Foster Wallace, che aveva esperienza diretta del dolore psichico e si è suicidato, lo hanno descritto con una precisione che la letteratura clinica fatica a eguagliare. Il filosofo e psicologo William James, che soffriva di gravi episodi depressivi, parlava di &ldquo;nevralgia psichica&rdquo;: un dolore acuto e insopportabile per il quale non esistono farmaci paragonabili agli analgesici.</p>
<p>Il problema di fondo è che il dolore psichico non ha una scala di misura diretta paragonabile a quelle del dolore fisico. Le scale analogico-visive, le scale numeriche, persino i biomarcatori periferici dell&rsquo;infiammazione oggi usati per correlare stati affettivi a parametri biologici non catturano la dimensione soggettiva del dolore psichico, con l&rsquo;approssimazione necessaria per renderlo confrontabile e quindi per decidere quando è &ldquo;abbastanza grave&rdquo; e persistente da giustificare una scelta eutanasica. Esistono strumenti psicometrici come la Psychache Scale di Holden o la Orbach &amp; Mikulincer Mental Pain Scale, che tentano di misurare ciò che il tanatologo Edwin Shneidman definì «dolore psicologico insopportabile, la sofferenza nelle parti alte della mente». Queste scale misurano l&rsquo;intensità soggettiva riferita dal paziente, non un parametro biologico indipendente: dipendono dalla capacità e dalla volontà di comunicare, il che le rende meno affidabili nelle fasi più acute della malattia, quando il paziente è meno capace di articolare la propria esperienza, e, paradossalmente, più affidabili nelle fasi di relativa stabilità, quando la domanda di eutanasia è anche più plausibilmente espressione di una scelta ponderata.</p>
<h2 id="laccettazione-sociale-del-dolore-non-è-simmetrica">L’accettazione sociale del dolore non è simmetrica</h2><p>Su quali basi si giustifica la disparità di trattamento nei confronti del dolore fisico? Se siamo disposti ad ammettere che un paziente oncologico terminale con dolore refrattario può richiedere sedazione palliativa profonda fino alla morte, come si può giustificare la negazione che una sofferenza psichica altrettanto refrattaria e documentata nel tempo possa raggiungere la stessa soglia di insopportabilità? Si risponde che la sedazione palliativa profonda si applica in genere a pazienti con una prognosi di giorni o settimane, in cui la morte è già in corso per cause indipendenti, mentre l&rsquo;eutanasia psichiatrica riguarda persone che, salvo la malattia mentale, potrebbero vivere decenni; ovvero l&rsquo;irreversibilità della morte richiederebbe una soglia di certezza prognostica diversa da quella richiesta per una sedazione in un paziente già morente.</p>
<p>C’è chi sostiene che questa distinzione, per quanto intuitivamente solida, non sia in realtà ancorata a una differenza moralmente rilevante nella natura della sofferenza, ma rifletta piuttosto un&rsquo;asimmetria nella legittimazione sociale dei diversi tipi di dolore e un disagio istituzionale di fronte a una malattia il cui substrato biologico resta parzialmente opaco.</p>
<p>Il problema è che di norma chi ne discute non ha esperienza, ma discetta senza poter immaginare la condizione di una persona stramazzata sul letto in una stanza buia, che non riesce a interrompere una sofferenza psichica intollerabile.</p>
<p>Come distinguere la richiesta volontaria di accedere all&rsquo;eutanasia dall&rsquo;ideazione suicidaria patologica che accompagna le fasi più acute della malattia? Gli psichiatri seguono i pazienti per anni, ne osservano le richieste in diverse fasi e in risposta ai trattamenti disponibili, e, in linea di principio, sono in grado di distinguere il pensiero suicidario sintomatico da una richiesta strutturata e persistente. Vale anche la pena ricordare che il pensiero del suicidio in un contesto depressivo grave non è necessariamente irrazionale in ogni sua componente: se la sofferenza è continua, gli attacchi di panico incessanti, il sonno impossibile, e nessun argomento razionale, nemmeno quello delle persone più care, riesce a interrompere il flusso di pensieri negativi, l&rsquo;uscita dalla sofferenza può essere vissuta come l&rsquo;unica parte lucida di un quadro altrimenti incontrollabile. Una malattia mentale grave e incurabile può essere percepita come peggiore di un cancro terminale, con la differenza che quest&rsquo;ultimo è almeno silenziabile con la morfina, e ne è prevedibile una fine naturale.</p>
<p>Il rischio di abusi si controlla con la legge non con il paternalismo</p>
<p>Si obietta talvolta che non sia certo che gli psichiatri abbiano tentato tutti i trattamenti disponibili prima di valutare una richiesta di eutanasia. Le relazioni diagnostiche redatte in Olanda e in Belgio, lette senza pregiudizio, confutano questo argomento. E i dati sui trattamenti farmacoresistenti sono chiari: la terapia elettroconvulsivante ha tassi di risposta soddisfacenti nelle depressioni resistenti, ma le ricadute sono frequenti; con la ketamina la risposta è spesso temporanea; per una quota di pazienti non esiste ancora una soluzione terapeutica stabile.</p>
<p>L&rsquo;eutanasia psichiatrica viene regolarmente citata come esempio di &ldquo;china scivolosa&rdquo; lungo cui ci si incamminerebbe se si legalizzasse l&rsquo;eutanasia. La china scivolosa è una fallacia argomentativa (se fosse vera nessuno sarebbe al sicuro) e l&rsquo;espansione dei criteri osservata in Belgio e Olanda (dalla malattia terminale alla sofferenza psichica, e in alcuni casi dagli adulti ai minori) non è un fallimento nell&rsquo;applicazione delle norme, ma la conseguenza, in qualche misura prevedibile, della logica interna del principio di autonomia una volta che questo viene riconosciuto come criterio sufficiente. Non si può impedire che intuitivamente il fenomeno sia letto in senso negativo, ma gli abusi si controllano con la legge, non con i divieti paternalisti o sulla base dell’assunzione che la libertà individuale sia un valore nazista.</p>
<p>I disturbi della coscienza sono il campo più difficile da analizzare. Alcune ricerche indicano percentuali di errore diagnostico sorprendentemente elevate nella distinzione tra stato vegetativo e stato di minima coscienza. Se confermato su popolazioni ampie questo avrebbe conseguenze profonde per qualsiasi decisione di fine vita basata su tale diagnosi. Le tecniche di neuroimaging funzionale stanno aprendo la possibilità di comunicare con pazienti in stati di minima coscienza o di coma apparente attraverso il controllo volontario di aree cerebrali la cui attività è rilevabile radiologicamente. I casi documentati sono ancora pochissimi, ma il principio è stabilito. In questi casi, le DAT dovrebbero poter specificare se e in quali condizioni di disturbo della coscienza si accetta di essere mantenuti in vita. E come usare le indicazioni ottenute tramite neuroimaging.</p>
<p>Non esistono conclusioni. Solo l’auspicio che le discussioni su questi temi siano il più possibile ancorate a fatti e che l&rsquo;obiettivo condiviso sia creare le condizioni affinché le decisioni, qualunque sia la scelta, assunte nei momenti in cui le persone sono consapevoli e informate siano rispettate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fiducia nella scienza e nel sistema sanitario: cosa pensano gli italiani?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani/</guid><pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesco Seganfreddo</dc:creator><category>comunicazione</category><description>L&amp;amp;rsquo;indagine 2026 dell&amp;amp;rsquo;Osservatorio Scienza, Tecnologia e Società di Observa mostra livelli elevati di fiducia nella scienza, nel personale e nelle istituzioni sanitarie. Il quadro è però articolato: ci si fida di più della scienza in generale che degli scienziati che intervengono sui media e più dei medici e dei farmacisti che del Ministero della Salute.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel dibattito pubblico sulla scienza si sente spesso parlare di sfiducia crescente, di &ldquo;crisi della fiducia&rdquo; e di un pubblico sempre più distante o ostile rispetto alle istituzioni scientifiche. I dati dell&rsquo;<a href="https://www.researchgate.net/publication/405053115_Gli_italiani_e_la_scienza_nel_2026_Dati_sanitari_tra_fiducia_scetticismo_e_opportunita_Italians_and_Science_in_2026_Health_Data_Trust_Skepticism_and_Opportunities" rel="noopener">indagine</a> 2026 dell&rsquo;Osservatorio Scienza, Tecnologia e Società di Observa raccontano un quadro differente. La ricerca, condotta a febbraio 2026 su un campione rappresentativo della popolazione italiana, mostra livelli alti di fiducia verso la scienza e il sistema sanitario, con differenze significative a seconda del soggetto considerato.</p>
<h2 id="fiducia-nella-scienza-un-quadro-stabile">Fiducia nella scienza: un quadro stabile</h2><p>Il 92% degli italiani dichiara di avere fiducia nella scienza in generale, il 91% negli scienziati e l'88% nelle istituzioni di ricerca. Sono percentuali che si mantengono su livelli simili nelle rilevazioni precedenti e che smentiscono l&rsquo;idea di una crisi generalizzata di credibilità scientifica. In prospettiva storica, il cambiamento è anzi positivo: se nel 2009 il 59% degli italiani riteneva che solo la scienza potesse fornire risposte affidabili sulla natura dell&rsquo;essere umano e sul suo posto nell&rsquo;universo, nel 2026 questa convinzione è condivisa da oltre otto persone su dieci.</p>
<p>Non mancano però alcune tensioni. Il 67% degli italiani ritiene che la scienza e la tecnologia cambino troppo velocemente il modo di vivere, dato in calo rispetto al 70,2% del 2017, anche se ancora maggioritario. Il 51% pensa che la religione ponga dei limiti alla libertà dei ricercatori, mentre il 36% attribuisce a scienza e tecnologia una quota di responsabilità per i problemi ambientali. Sono posizioni che indicano un rapporto né &ldquo;scientista&rdquo; né &ldquo;antiscientifico&rdquo;, ma critico: si riconoscono i limiti del progresso senza trasformarli in sfiducia di fondo. Più che assenza di fiducia, si tratta di una fiducia condizionata.</p>
<p>Un dato merita attenzione specifica: la fiducia scende al 55% quando riguarda gli esperti che intervengono pubblicamente in televisione o sui social media, oltre trenta punti in meno rispetto alla fiducia nella scienza in generale. Un dato in continuità con le rilevazioni passate, che suggerisce come la visibilità mediatica non si traduca automaticamente in credibilità. È un segnale che vale la pena raccogliere per chi si occupa di comunicazione scientifica: la spettacolarizzazione della scienza e la comunicazione molto centrata sul personaggio adottata da diversi esperti pubblici — particolarmente evidente durante la pandemia — sembra infatti produrre l&rsquo;effetto opposto a quello desiderato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-body-1.png.webp 964w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1: Fiducia nella scienza e negli scienziati (n=1.003)" width="964" height="422" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1: Fiducia nella scienza e negli scienziati (n=1.003). Fonte: Observa, Osservatorio Scienza, Tecnologia e Società, 2026.</p>

<h2 id="fiducia-nel-sistema-sanitario-il-medico-di-base-e-il-farmacista-più-credibili-del-ministero">Fiducia nel sistema sanitario: il medico di base e il farmacista più credibili del Ministero</h2><p>Nella rilevazione di Observa sono stati misurati anche la fiducia degli italiani verso il personale e le istituzioni sanitarie. Medici specialisti e medici di base raccolgono rispettivamente l'87,6% e l'82,3% di fiducia (somma delle risposte &ldquo;abbastanza&rdquo; e &ldquo;molta&rdquo;), seguiti da università e istituti di ricerca (87,2%) e da aziende sanitarie e ospedali (78,1%). Tra i soggetti che godono di meno fiducia troviamo le compagnie assicurative (solo il 32,3% si dice abbastanza o molto fiducioso) e le aziende farmaceutiche, verso cui gli italiani sono divisi quasi esattamente: il 49,9% nutre abbastanza o molta fiducia, il 50,2% per nulla o poca.</p>
<p>Colpisce la posizione del Ministero della Salute e dell&rsquo;Istituto Superiore di Sanità, che si fermano al 76,6%: un&rsquo;istituzione che in passato era considerata il punto di riferimento più credibile tra le organizzazioni pubbliche oggi si trova superata da università, ospedali e, con un dato che merita attenzione, dai farmacisti, indicati come figura di riferimento affidabile da più di sette italiani su dieci. Ci si fida di più di chi si conosce, di chi si vede e di chi risponde alle domande quotidiane.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/fiducia-scienza-sistema-sanitario-cosa-pensano-italiani-body-2.png.webp 964w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2: Fiducia nel personale e nelle istituzioni sanitarie (n=1003)" width="964" height="498" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2: Fiducia nel personale e nelle istituzioni sanitarie (n=1003). Fonte: Observa, Osservatorio Scienza, Tecnologia e Società, 2026</p>

<h2 id="comunicare-la-scienza-e-la-medicina">Comunicare la scienza e la medicina</h2><p>Letti insieme, questi dati offrono alcuni spunti di riflessione per chi si occupa di comunicazione della scienza e della medicina. In primo luogo, invitano a usare con più cautela l&rsquo;espressione &ldquo;crisi della fiducia&rdquo;. La fiducia degli italiani verso la scienza e il sistema sanitario è infatti generalmente alta e stabile. In secondo luogo, quello che i dati mostrano è piuttosto un quadro articolato, in cui la fiducia varia rispetto al modo in cui i cittadini entrano in contatto con la scienza e con la medicina: ci si fida di più della scienza in generale che degli scienziati che la rappresentano sui media, del medico che si visita in presenza rispetto al ministero con cui si ha un rapporto burocratico, dell&rsquo;ospedale di riferimento rispetto alla compagnia assicurativa. Infine, i dati suggeriscono che prossimità e coerenza comunicativa contino più della visibilità mediatica: per aumentare la fiducia del pubblico, vale la pena investire nella qualità del rapporto diretto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Campioni con una malattia cronica? Le nuove frontiere dello sport agonistico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/campioni-malattia-cronica-nuove-frontiere-sport-agonistico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/campioni-malattia-cronica-nuove-frontiere-sport-agonistico/</guid><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mauro Mandrioli</dc:creator><category>innovazione</category><description>La recente vittoria di Alexander Zverev al Roland Garros dimostra che una malattia cronica non è necessariamente incompatibile con lo sport di alto livello. Dal diabete alla celiachia, fino ad alcune cardiopatie, i progressi della medicina stanno ridefinendo i confini dell&amp;amp;rsquo;attività agonistica. Ma regolamenti e criteri di idoneità non sembrano evolvere con la stessa rapidità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/campioni-malattia-cronica-nuove-frontiere-sport-agonistico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/campioni-malattia-cronica-nuove-frontiere-sport-agonistico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Si è conclusa da pochi giorni l’ultima edizione del torneo Roland Garros, che dal 1891 richiama sulla terra rossa di Parigi i più grandi tennisti mondiali. Contrariamente a molte delle previsioni della vigilia, la vittoria è andata al tennista tedesco Alexander “Sascha” Zverev, che ha superato l’italiano Flavio Cobolli al termine di una battaglia durata quasi quattro ore e conclusasi soltanto al quinto set. Durante i cambi di campo, mentre i giocatori solitamente si limitano a bere, asciugarsi il sudore o ricevere indicazioni dal proprio team, Zverev ha fatto una cosa apparentemente insolita: si è controllato la glicemia e, quando necessario, si è somministrato insulina. Lo ha fatto anche a Parigi, sul palcoscenico più prestigioso del tennis mondiale.</p>
<p>Per il campione tedesco si tratta di una routine che lo accompagna dall&rsquo;età di quattro anni, quando gli fu diagnosticato il diabete di tipo 1. A differenza del più diffuso diabete di tipo 2, questa malattia autoimmune è causata dalla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina, l&rsquo;ormone che consente all&rsquo;organismo di utilizzare il glucosio come fonte di energia e di mantenerne sotto controllo la concentrazione nel sangue. Senza una terapia sostitutiva adeguata, i livelli di glucosio aumentano progressivamente e l&rsquo;organismo può andare incontro a una grave e potenzialmente pericolosa crisi metabolica. Per chi convive con il diabete di tipo 1, l&rsquo;insulina rappresenta quindi una necessità quotidiana. </p>
<h2 id="atleti-e-malati-la-doppia-sfida">Atleti e malati: la doppia sfida</h2><p>Nel caso di un atleta professionista, tuttavia, la gestione della malattia diventa ancora più complessa. Allenamenti intensi, stress fisico, alimentazione e durata delle competizioni possono infatti influenzare in modo significativo i livelli di glucosio, richiedendo continui aggiustamenti della terapia e un monitoraggio costante.</p>
<p>Quando venne formulata la diagnosi, ai genitori di Zverev fu suggerito di orientarlo verso attività sportive meno impegnative. Oggi, a distanza di oltre vent&rsquo;anni, il tennista tedesco rappresenta una delle più evidenti smentite di quella previsione. Ogni volta che scende in campo affronta infatti una doppia sfida: quella contro il proprio avversario e quella contro una malattia cronica che richiede attenzione continua. A Parigi, almeno per un giorno, le ha vinte entrambe.</p>
<p>La vicenda di Zverev mostra come i progressi della medicina permettano anche ad atleti con diabete di tipo 1 di essere competitivi ai massimi livelli dello sport mondiale. In Italia, tuttavia, esiste ancora una situazione paradossale: un atleta con diabete può rappresentare il proprio Paese in competizioni internazionali, a patto che non gli serva dover competere per i gruppi sportivi militari, in quanto il diabete continua a rappresentare un ostacolo all’accesso.</p>
<p>Uno dei casi più noti è quello della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=m9Ad1ntAPn4" rel="noopener">mezzofondista italiana Anna Arnaudo</a>, che da anni gareggia ad alto livello convivendo con il diabete di tipo 1. Per un atleta di endurance questo significa trasformare ogni giornata in una continua attività di monitoraggio: comprendere come reagisce l&rsquo;organismo a un allenamento prolungato, come varia la glicemia dopo una serie di ripetute, quando alimentarsi prima di una gara e come modulare la terapia insulinica per ridurre il rischio di ipoglicemie. Nonostante queste difficoltà, il diabete non le ha impedito di ottenere risultati di rilievo, conquistare medaglie e stabilire record.</p>
<h2 id="lo-sguardo-limitante-del-1932">Lo sguardo limitante del 1932</h2><p>L’aspetto che colpisce è che le norme che oggi fanno considerare atlete del calibro di Anna Arnaudo non idonee ai gruppi sportivi militari affondano le proprie radici in un impianto legislativo elaborato nel 1932 in un contesto medico e scientifico profondamente diverso da quello attuale. Il risultato è che atleti pienamente idonei dal punto di vista clinico e sportivo possono essere esclusi sulla base della diagnosi di diabete, senza che vengano considerate le loro reali condizioni di salute o le effettive capacità di prestazione.</p>
<p>Si tratta di una situazione che coinvolge numerosi atleti italiani con diabete, molti dei quali competono già a livello nazionale e internazionale senza poter accedere al sostegno economico e organizzativo che i gruppi sportivi militari garantiscono. In molti sport, infatti, questi gruppi costituiscono il principale strumento di sostegno economico e organizzativo per gli atleti di alto livello. Come ha osservato lo schermidore della nazionale Giulio Gaetani, l&rsquo;impossibilità di accedervi rende più difficile trasformare l&rsquo;attività agonistica in una professione e limita le opportunità di crescita sportiva.</p>
<p>La questione non riguarda soltanto il diabete. In Italia anche la celiachia rappresenta tuttora una causa di esclusione dall&rsquo;accesso ai gruppi sportivi militari. La celiachia è una malattia autoimmune cronica che interessa circa l'1% della popolazione. La terapia disponibile consiste nell&rsquo;adozione di una dieta priva di glutine. Una volta eliminato il glutine, il paziente recupera il proprio stato di salute e può svolgere attività fisica e sportiva senza particolari limitazioni. Non sorprende quindi che numerosi atleti celiaci abbiano raggiunto risultati di assoluto livello internazionale. Tuttavia, se atlete del calibro di Jenn Suhr, campionessa olimpica di salto con l&rsquo;asta a Londra 2012, oppure la triatleta professionista Desiree Ficker avessero dovuto confrontarsi con le stesse regole previste nel nostro Paese, il loro essere celiache avrebbe impedito in Italia di gareggiare come invece hanno fatto.</p>
<p>Le ragioni che hanno portato nel 1985 all&rsquo;inserimento della <a href="https://www.celiachia.it/diritti-e-norme/forze-armate/" rel="noopener">celiachia tra le condizioni incompatibili con il servizio militare</a> erano principalmente di natura logistica. Negli anni Ottanta la malattia era considerata rara, la disponibilità di alimenti senza glutine era limitata e le mense collettive non disponevano delle conoscenze e delle procedure necessarie per prevenire la contaminazione crociata. Garantire pasti sicuri ai militari celiaci risultava quindi particolarmente complesso.</p>
<p>Oggi il quadro è radicalmente cambiato. Gli alimenti senza glutine sono ampiamente disponibili e la gestione della sicurezza alimentare nelle mense è regolata da protocolli consolidati. Eppure, la normativa continua a riflettere un contesto che non esiste più.</p>
<h2 id="i-vigili-del-fuoco-no">I Vigili del fuoco no</h2><p>L&rsquo;aspetto più singolare è che, per il personale già in servizio nelle Forze Armate e nei Corpi di Polizia, una diagnosi di celiachia successiva all&rsquo;arruolamento non comporta automaticamente l&rsquo;allontanamento dal servizio. In altre parole, un atleta che scopra di essere celiaco dopo l&rsquo;ingresso in un gruppo sportivo militare può continuare a gareggiare, mentre un atleta con una diagnosi già nota non viene neppure ammesso ai gruppi sportivi militari.</p>
<p>Che si tratti soprattutto di un problema normativo e organizzativo più che medico è suggerito anche dall&rsquo;esperienza del Gruppo sportivo Fiamme Rosse dei Vigili del fuoco. A differenza delle Forze Armate e dei Corpi di Polizia, il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è una struttura civile e non militare. Questa diversa collocazione giuridica ha consentito alle Fiamme Rosse di accogliere anche atleti con diagnosi di celiachia. Tra questi vi è il ginnasta celiaco della nazionale Tommaso Brugnami, che continua a competere ad alto livello nonostante una condizione che, in altri gruppi sportivi istituzionali, rappresenterebbe ancora una causa di esclusione.</p>
<p>Le malattie metaboliche non sono però l&rsquo;unico esempio di come l&rsquo;evoluzione della medicina stia modificando il rapporto tra salute e sport agonistico. </p>
<h2 id="le-regole-non-sono-uguali-per-tutti">Le regole non sono uguali per tutti</h2><p>Le recenti vicende dei calciatori Edoardo Bove e Christian Eriksen mostrano come anche alcune patologie cardiovascolari possano oggi essere gestite attraverso soluzioni tecnologiche che, in determinati contesti, consentono lo svolgimento di attività sportiva ad alto livello.<br>
In entrambi i casi, il dibattito si è concentrato sul ruolo dei defibrillatori impiantabili e sulle differenti interpretazioni normative adottate dai vari Paesi. In Italia, infatti, le linee guida attualmente in vigore non consentono l&rsquo;attività agonistica agli atleti portatori di defibrillatore, mentre altri sistemi sportivi e sanitari adottano approcci differenti, basati su una valutazione individuale del rischio. Queste situazioni evidenziano una questione più generale che va oltre il singolo caso clinico. Da un lato vi è la responsabilità del medico di tutelare la salute dell&rsquo;atleta e ridurre il rischio di eventi potenzialmente fatali, dall&rsquo;altro emerge il principio di autodeterminazione di persone pienamente consapevoli che desiderano continuare a praticare sport a livello professionistico.</p>
<p>I progressi della cardiologia e delle tecnologie di monitoraggio hanno modificato profondamente lo scenario rispetto a pochi decenni fa, rendendo possibili percorsi che in passato sarebbero stati impensabili. La domanda che ne deriva non riguarda soltanto ciò che la medicina è oggi in grado di fare, ma anche quale equilibrio debba essere ricercato tra protezione della salute, valutazione del rischio residuo e libertà dell&rsquo;atleta di scegliere se proseguire la propria carriera agonistica.</p>
<p>Cosa ci insegnano allora le storie di Zverev, Arnaudo, Brugnami, Bove ed Eriksen? Che una diagnosi non coincide necessariamente con un limite invalicabile. Grazie ai progressi della medicina, molte condizioni che fino a pochi decenni fa avrebbero escluso un atleta dall&rsquo;attività agonistica possono oggi essere gestite in modo efficace. La sfida non è ignorare il rischio, ma imparare a valutarlo alla luce delle conoscenze attuali. Nell&rsquo;era delle malattie croniche gestibili, il confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è non può essere tracciato soltanto da una diagnosi. Deve invece evolvere insieme alle conoscenze scientifiche, ridefinendo nel tempo il concetto stesso di idoneità sportiva.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gloriosa in battaglia: vivere nello spettro della divergenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza/</guid><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>arte</category><description>Una giovane con una grave disabilità, una famiglia che le gravita attorno, imparando momento dopo momento come orientarsi e modificare lo sguardo sul mondo per accoglierla. &amp;amp;ldquo;The wonderers&amp;amp;rdquo;, il film di Joséphine Japy presentato a Cannes lo scorso anno, ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile al Milano film festival .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gloriosa-battaglia-vivere-spettro-divergenza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mettere in scena senza catarsi, lezioni morali o rivendicazioni per diritti negati; raccontare la consistenza della vita com’è <em>con</em> e <em>per</em> un figlio o una figlia, un fratello o una sorella neurodivergente non è impresa semplice. Il docufilm forse favorisce registi e attori, ma cimentarsi in un lungometraggio implica maestria, sensibilità e un vissuto sinora visti raramente sullo schermo. Vivere nello spettro della divergenza è un modo diverso di percepire il mondo. È quindi necessario modificare il proprio sguardo, cambiare attitudine e linguaggio, per vedere <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/attraverso-lo-schermo/?srsltid=AfmBOooil_ddHBn00s-KKK_W-tHPNR4iCq_hji2XkUStPszYezMXoAPW" rel="noopener">attraverso lo schermo</a>. <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Wonderers" rel="noopener"><em>The wonderers</em></a> è un prezioso e piacevole invito a intraprendere questo cambiamento.</p>
<p>Bertille, cioè “colei che brilla in battaglia” (è il significato etimologico del nome di origine germanica) è una tredicenne (Sarah Pachoud) che vive con i genitori Madeleine (Mélanie Laurent) e Gilles (Pierre-Yves Cardinal) e la sorella Marion (Angelina Woreth) a Nizza. La famiglia Roussier vive in un fragile equilibrio costruito intorno alla ragazzina, affetta da una grave disabilità dagli esiti incerti. Madeleine, Gilles e Marion fanno del loro meglio per affrontare i propri dubbi e le necessità della figlia minore, che potrebbe morire da un momento all’altro, fino a quando non emergerà una nuova diagnosi e inaspettati orizzonti si apriranno.</p>
<h2 id="la-malattia-senza-filtri">La malattia, senza filtri</h2><p>Esordio da regista dell’attrice Joséphine Japy (nel 2014 ha interpretato il ruolo principale di Charlie nel film <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Respire" rel="noopener">Respire</a></em>, con la regia di Mélanie Laurent, la quale in <em>The wonderers</em> interpetra la mamma di Bertille) con un film ispirato alla propria esperienza personale, uno sguardo su sé stessa e il relazionarsi con i famigliari e con gli altri: sul “crescere”. «Volevo qualcosa di discreto ma che non distogliesse lo sguardo»: con tocco delicato e al tempo incisivo, evitando la facile retorica e il sensazionalismo spicciolo, Joséphine Japy tratteggia il quotidiano di una famiglia sospesa in un limbo e afflitta dal peso della responsabilità, della colpa e dell’inadeguatezza. Sentimenti scomodi, che ogni componente affronta a suo modo: la madre vive esclusivamente in funzione della figlia disabile, la sorella prova a costruirsi una vita normale tra scuola, cotte e una relazione tossica con un uomo molto più grande, il padre compensa con il lavoro. Emergono così caratterizzazioni pudiche e appassionate che costruiscono un quadro intimamente realistico della malattia e delle sue conseguenze.</p>
<p>Bertille è affetta dalla sindrome di Phelan-McDermid, una rara condizione genetica della quale sono noti poco più di 600 casi al mondo. Si manifesta fin dall’infanzia con una serie di disfunzioni correlate allo sviluppo cognitivo, motorio e del linguaggio. «Ci sono voluti 22 anni per diagnosticare la malattia di mia sorella. Per quasi un quarto di secolo siamo stati persi», ha dichiarato Joséphine Japy. Sino ad allora, per i medici consultati Bertille era affetta dalla sindrome di Rett, una malattia genetica rara e grave del neurosviluppo, caratterizzata da rapida regressione dello sviluppo nella prima infanzia, perdita parziale o completa dei movimenti intenzionali delle mani, perdita del linguaggio, anomalie dell&rsquo;andatura e movimenti stereotipati delle mani, di solito associati alla decelerazione della crescita del cranio, disabilità intellettiva grave, crisi epilettiche e anomalie del respiro. La malattia ha un decorso clinico progressivo.</p>
<p>La nuova diagnosi, il riconoscimento tardivo di un diritto, genera speranza di cambiamento ed esalta non solo la tenacia, ma anche e soprattutto i momenti di debolezza o indecisione dei singoli componenti famigliari.</p>
<p>Una costruzione filmica ben fatta con un cast impeccabile in cui spicca Mélanie Laurent (Austin Film Critics Association Award 2009 come miglior attrice per <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bastardi_senza_gloria" rel="noopener">Bastardi senza gloria</a></em>), ma anche la giovane Sarah Pachoud, in un&rsquo;interpretazione e presenza di intensità. Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione <em>Séances Spéciales</em> e al Milano Film Festival 2026. «Non volevo un film a tesi. Volevo che la disabilità diventasse materia cinematografica».</p>
<h2 id="unattenzione-che-non-si-interrompe-mai">Un’attenzione che non si interrompe mai</h2><p>Inizialmente il titolo era <em>Bertille</em>, ma la regista ha deciso di cambiarlo dopo aver scoperto il significato del nome: ha optato per <em>The wonderers</em> (gli esploratori) forse per rimandare o rimarcare quel lavoro faticoso, doloroso e quotidiano di analizzare e cercar di comprendere comportamenti neurodivergenti, cogliere e rispondere a emozioni che richiedono attenzioni continue quando si è da soli, abbandonati, se non addirittura contrastati, dai conoscenti, dalle istituzioni: è quindi una esplorazione in corso di battaglia.</p>
<p>Joséphine Japy ha preferito sottolineare la fiducia nel futuro, la tenacia e l’esito terapeutico dell’esplorazione, eppure Bertille &ldquo;brilla in battaglia&rdquo; e con lei ciascuno dei suoi familiari, singolarmente e insieme. La narrazione di una battaglia eroica quotidiana che spesso, per timore, fa girare lo sguardo altrove e che invece merita di essere vista sullo schermo e guardata e affrontata nella vita reale. Forse non è un caso che la regista e le protagoniste siano donne. E alle attrici che interpretano Bertille, la madre e la sorella è andato il premio per la migliore interpretazione femminile assegnato il 9 giugno al <a href="https://milanofilmfest.it/" rel="noopener">Milano film festival</a> «per la straordinaria forza dell’unità d’insieme espressa sullo schermo. Il grande lavoro di costruzione attoriale della giovane protagonista trova un perfetto contrappunto nell’interpretazione per sottrazione della madre. Tutte e tre le donne sfuggono costantemente alla prevedibilità e ai cliché, traducendo la sofferenza in un lavoro pulito, fatto di silenzi e sottintesi».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Medicina aerospaziale: cosa ci insegna la vita in orbita sulla biologia umana</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-aerospaziale-cosa-ci-insegna-vita-orbita-biologia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-aerospaziale-cosa-ci-insegna-vita-orbita-biologia/</guid><pubDate>Mon, 08 Jun 2026 07:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gianluca Gaburro</dc:creator><category>salute</category><description>Perché continuiamo a investire miliardi per tornare sulla Luna e prepararci a raggiungere Marte? Non è soltanto una questione di esplorazione o prestigio tecnologico. Nello spazio, infatti, il corpo umano è sottoposto a condizioni impossibili da replicare sulla Terra: microgravità, radiazioni cosmiche e isolamento accelerano processi biologici che qui richiederebbero anni per manifestarsi. E così, dalle cellule coltivate su organ-on-chip agli studi sull&amp;amp;rsquo;invecchiamento e sulla medicina di precisione, la ricerca aerospaziale sta trasformando le missioni spaziali in laboratori unici per comprendere meglio malattie, sviluppare nuove terapie e migliorare la salute di tutti noi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-aerospaziale-cosa-ci-insegna-vita-orbita-biologia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-aerospaziale-cosa-ci-insegna-vita-orbita-biologia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Al racconto dell’umanità nello spazio a volte manca qualcosa. Spesso le missioni spaziali vengono raccontate come eventi grandiosi, emotivi, momenti nei quali i limiti dell’essere umano sono messi alla prova – e a volte superati. Una narrazione che tiene le persone col naso all’insù ma che a volte manca di rispondere a una domanda: dopotutto, a cosa serve andare nello spazio?</p>
<p>Parte della risposta alla domanda viene dalla missione Artemis II, che lo scorso aprile ha riportato un equipaggio di quattro astronauti nell’orbita lunare. Oltre alle foto del pianeta Terra e quelle di un barattolo di una nota crema spalmabile, la missione è stata l’occasione per raccogliere dati sul nostro satellite naturale e svolgere esperimenti. Uno di questi è stato <a href="https://science.nasa.gov/biological-physical/investigations/avatar/" rel="noopener">AVATAR</a> (A Virtual Astronaut Tissue Analog Response), che ha portato sulla navicella Horizon le cellule emopoietiche dello stesso equipaggio coltivate su organ-on-chip.</p>
<p>L’esperimento si è svolto in condizioni che sul nostro pianeta sarebbero difficilmente riproducibili, con lo scopo di ampliare le conoscenze su cosa accada alla vita portata al di fuori del pianeta.</p>
<p>«Lo spazio è una piattaforma scientifica unica». Così descrive l’ambiente extraterrestre Giovanni Marfia, maggiore del corposanitario aeronautico e professore al Dipartimento di Scienze della salute dell’Università degli Studi di Milano. Il maggiore è anche direttore del CeMATA (Centro di Medicina Aerospaziale per le Terapie Avanzate), la prima piattaforma di ricerca avanzata italiana che unisce le competenze scientifiche accademiche a quelle tecnologiche dell’aeronautica militare per lo studio della medicina aerospaziale. Il think tank è nato dalla collaborazione tra Aeronautica Militare e Università degli Studi di Milano. «Sulla Terra si punta sempre più allo sviluppo tecnologico di piattaforme che ci consentono di essere sempre più performanti nel campo della medicina di precisione. Lo spazio, in qualche modo, è una piattaforma naturale». </p>
<p>Quello a cui si riferisce Marfia è l’insieme degli stimoli a cui gli astronauti – e di conseguenza le loro stesse cellule – sono sottoposti. Parliamo di una quasi assenza di gravità (o microgravità), presenza di radiazioni cosmiche e in generale fattori stressogeni come l’isolamento forzato a cui l’equipaggio è costretto. Si parla quindi di <em>space exposome</em>, l’insieme degli stimoli spaziali esterni che si realizzano simultaneamente durante il volo nello spazio. </p>
<p>L’insieme di questi fattori produce risposte già conosciute dalla medicina aerospaziale. La più nota è la perdita di tono muscolare, cosiddetta sarcopenia, ma ci sono anche fenomeni di rimodellamento neuronale, assottigliamento dei dischi intervertebrali e risposte infiammatorie aumentate. «Parlando del sistema cardiovascolare, questo è uno dei comparti dell’organismo che risente maggiormente della microgravità. Sulla Terra i liquidi gravano verso il basso, ma in assenza di gravità avviene una redistribuzione verso l’alto. Ed è questo il motivo per cui i volti degli astronauti in orbita ci appaiono piuttosto gonfi».  D’altro canto, l’organismo umano si è evoluto per milioni di anni sulla Terra, e qui incontra per la prima volta condizioni mai sperimentate in tutta la sua storia evolutiva andando incontro a un generale riassetto fisiologico. </p>
<p>Al di là di fenomeni più o meno curiosi, Marfia spiega che quel che si osserva a livello cellulare è soprattutto un “invecchiamento accelerato”. «L’invecchiamento cellulare è alla base di moltissime patologie, alcune tra le più impattanti sulla società. Tra queste ci sono le malattie neurodegenerative, quelle cardiovascolari ma anche l’insorgenza di mutazioni genetiche alla base dei tumori». Nello spazio i fenomeni molecolari responsabili della senescenza cellulare, come lo stress ossidativo, avvengono molto più rapidamente, offrendo l’occasione per studiare da vicino eventi che sulla Terra avverrebbero in anni, se non decenni. </p>
<p>In qualche modo quindi, quel che nasce nello spazio è a servizio della vita sulla Terra. È per questo che Marfia parla della ricerca aerospaziale come una ricerca «dual use»: da un lato imprime forza allo sviluppo di nuove conoscenze nella “medicina terrestre”, dall’altro ci permette di capire come si comporta il nostro organismo quando si trova in orbita.</p>
<p>Quest’ultimo punto è essenziale per garantire la salute dell’equipaggio durante le missioni spaziali, soprattutto in vista di missioni più lunghe come la presenza stabile sulla Luna o la tanto sognata conquista di Marte. «Il volo è fatto da due componenti: la macchina, che l’ingegneria ha reso sempre più performante, e il fattore umano su cui invece non si può agire dal punto di vista della progettazione» spiega Marfia, sottolineando come la possibilità di azione stia nella prevenzione. In tal senso la ricerca spaziale sta sviluppando l’utilizzo di presidi nutraceutici, integratori alimentari che mitigano l’effetto di depauperamento dei tessuti.</p>
<p>Marfia ricorda inoltre il ruolo della medicina spaziale come propulsore della conoscenza biomedica e delle tecnologie affini. «Il volo ad alte prestazioni è da sempre un grande acceleratore di tecnologia. Basti pensare ad alcuni metodi diagnostici, come la TAC, oppure alle conoscenze raggiunte in campo epigenetico». Su quest’ultimo punto, Marfia fa riferimento al celebre esperimento <a href="https://www.nasa.gov/news-release/nasas-landmark-twins-study-reveals-resilience-of-human-body-in-space/" rel="noopener">NASA Twin study</a>, che vide protagonisti i gemelli monozigoti Scott e Mark Kelly. Tra il 2015 e il 2016 Scott trascorse quasi un anno sulla Stazione Spaziale Internazionale, mentre Mark rimase sulla Terra come controllo biologico. Al rientro dall’ISS, il confronto genetico tra i due permise di osservare come lo <em>space exposome</em> influenzò vari processi biologici tra cui l’espressione genica. Molte alterazioni si rivelarono reversibili, ma lo studio mostrò che lo spazio lascia tracce misurabili fino al livello molecolare.</p>
<p>Gli stessi organ-on-chip sono un supporto di sviluppo abbastanza recente. Utilizzati <a href="https://www.nih.gov/news-events/news-releases/nih-funded-tissue-chips-rocket-international-space-station" rel="noopener">per la prima volta</a> nel 2018 a bordo dell’ISS (anche in quel caso montavano cellule immunitarie), portano la sofisticatezza delle classiche colture cellulari a un livello superiore. «Si cerca di simulare la complessità dei compartimenti corporei, dove una cellula non è mai sola», spiega Marfia, che aggiunge come lo scopo di questi supporti – dalle dimensioni contenute – sia quello di mimare le strutture reali, come la vascolarizzazione. Marfia testimonia l’esperimento condotto nel 2023 nel contesto della missione <a href="https://www.aeronautica.difesa.it/news/62-2023-conclusa-con-successo-virtute-1-la-prima-missione-suborbitale-italiana-con-equipaggio-dellaeronautica-militare-e-del-cnr/" rel="noopener">VIRTUTE-1</a>, che ha portato in volo suborbitale sul deserto del New Mexico dei brain-on-chip. «In quel caso l’esperimento si focalizzava sulla plasticità neuronale. I campioni di cellule coltivate in 3D sono stati sottoposti ad alcuni minuti di volo sub orbitale alloggiati nelle tasche dell’equipaggio. Una volta a terra, abbiamo raccolto i dati su biomarcatori confrontandoli con i campioni prelevati direttamente dai piloti». Un approccio analogo è stato quello utilizzato per AVATAR, dove gli organ-on-chip montavano le cellule emopoietiche dell’equipaggio stesso. «Lo scopo era confrontare ciò che avveniva nel complesso dell&rsquo;organismo e quel che succedeva negli organ-on-chip». </p>
<p>Più di recente, le ricerca in medicina spaziale punta a contribuire nel generare nuove conoscenze al servizio della medicina di precisione. In questo ambito lo scopo è quello di sviluppare strategie terapeutiche mirate, profilate sulle caratteristiche molecolari e genetiche del paziente più che sulla malattia. Anche grazie all’utilizzo di algoritmi e reti neurali, i dati raccolti su una popolazione sana e pressoché standardizzata - come i piloti di aeronautica - permettono di fare inferenze su gruppi più disomogenei. In questo modo, gli esperimenti eseguiti in condizioni eccezionali e su una popolazione ridotta permettono di produrre una conoscenza più ampia, che vada a beneficio di tutta la popolazione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un’infanzia negletta, trascurata, negata</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/infanzia-negletta-trascurata-negata/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/infanzia-negletta-trascurata-negata/</guid><pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Bambini e bambine vittime quotidiane dei traumi delle guerre, la piccola seviziata e uccisa dai genitori, il riconoscimento dei crimini perpetrati dal potere coloniale in Canada, soprattutto verso i più piccoli. Notizie che si susseguono in poche ore e che ci danno conto di quanto ci sia da fare per i diritti di bambini, bambine e adolescenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/infanzia-negletta-trascurata-negata-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/infanzia-negletta-trascurata-negata-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><a href="https://open.spotify.com/intl-it/track/6LYL3xgEknVbBdlwaBtV6S" rel="noopener"><strong>Infanzia negata</strong></a></p>
<p><em>Qui muore Dio<br>
Formicai di case e sedie da impagliare<br>
E i ritorni ubriachi lungo le ringhiere<br>
Di quei padri senza stima e umanità<br>
Nessuno qui denuncerà</em></p>
<p><em>Bambini eroi<br>
Unghie sporche e compitini da finire<br>
Impauriti con l&rsquo;orecchio sulle scale<br>
Quella porta non dovrebbe aprirsi mai<br>
Nessuno qui denuncerà</em></p>
<p><em>Vivono gli amori a primavera<br>
Come noi questa sera<br>
Che non sembra cattivo il mondo<br>
E dirti &ldquo;Sei un regalo della vita&rdquo;<br>
Ma non andrebbe vissuta<br>
Quest&rsquo;infanzia negata e persa</em></p>
<p><em>Qui va così<br>
Ed intanto cresce l&rsquo;odio verso gli altri<br>
Loro sempre più da soli e più cattivi<br>
Da evitare come brutte malattie<br>
Nessuno qui denuncerà</em></p>
<p><em>Vivono gli amori a primavera<br>
Come noi questa sera<br>
Che non sembra cattivo il mondo<br>
E dirti &ldquo;Sei un regalo della vita&rdquo;<br>
Ma chi può averla umiliata<br>
Quest&rsquo;infanzia negata e persa</em></p>
<p><em>Qui c&rsquo;ero anch&rsquo;io<br>
Frettolosi accordi presi lungo i muri<br>
Nelle macchine truccate dei più duri<br>
E gli amici persi con rassegnazione<br>
Fortuna che stasera ho te</em></p>
<p>Michele Zarrillo</p></blockquote>
<p>La sequenza di tre notizie, a pochi minuti una dall’altra, alla fine di maggio, testimonia, ancora una volta, quanto siano <a href="https://www.ricercaepratica.it/archivio/4149/articoli/41459/" rel="noopener">disattesi i diritti</a> di bambini, bambine e adolescenti nel quotidiano. La difesa dei diritti o, al contrario, il facile dimenticare che questi diritti esistono, in nome di una supposta istanza superiore, segnano <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/troppe-battaglie-vita-bambini/">eventi diversi e su scale differenti</a>, ma accomunati dalla stessa mancanza di rispetto. Un’ infanzia negletta (dimenticata o lasciata all&rsquo;abbandono), trascurata (non presa in considerazione), negata (per abusi e violenze, esclusione sociale e analfabetismo, sfruttamento).</p>
<h2 id="lontano">Lontano</h2><p>In Libano i bambini continuano a essere le principali vittime della violenza, degli sfollamenti e dell&rsquo;esposizione a eventi traumatici. Nonostante il cessate il fuoco concordato il 17 aprile 2026, nella settimana successiva almeno <a href="https://www.unicef.org/press-releases/least-59-children-reportedly-killed-or-injured-lebanon-past-week-despite-ceasefire" rel="noopener">59 bambini sarebbero stati uccisi o feriti</a>. Per continuare poi a essere le prime vittime nell&rsquo;escalation di violenza. Nell’ultima settimana di maggio: «77 bambini son stati uccisi o feriti. Sono 11 bambini al giorno. I bambini non dovrebbero pagare il prezzo del conflitto. Devono essere protetti in ogni momento. Le ostilità devono finire», come hanno dichiarato <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_Gaza_war" rel="noopener">Unicef Lebanon</a> e <a href="https://www.savethechildren.net/country/lebanon" rel="noopener">Save the Children</a>. Dal 2 marzo, data di inizio della nuova fase della guerra, il ministero libanese della Salute ha contato 3.371 morti e 10.129 feriti. I bambini uccisi sono almeno 200.</p>
<p>Nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre, continuano le operazioni militari israeliane anche nella Striscia di Gaza.  Così, mentre giungono le ultime notizie dal Libano, nella stessa giornata di fine maggio in un attacco israeliano è stato colpito un appartamento a Gaza City e almeno dieci persone (quattro bambini) sono rimaste uccise e diciotto ferite. I bambini palestinesi sinora uccisi dall’ottobre 2023 sono <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_Gaza_war" rel="noopener">almeno 21.600</a>.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">Bambini e bambine sono tra i gruppi civili più vulnerabili</a> in tempo di guerra, esposti a uccisioni, mutilazioni, violenza sessuale, rapimenti e reclutamento armato, nonché ad attacchi contro case, scuole e ospedali. Al termine di un conflitto armato, deve trascorrere un lungo periodo, <a href="https://bmjpaedsopen.bmj.com/content/10/1/e004250" rel="noopener">anche 10 anni</a>,  prima che i fattori determinanti per la salute e il benessere dei bambini tornino ai livelli prebellici. Tutto questo viene ignorato negli accordi e nei trattati firmati al termine di un conflitto armato.</p>
<p>I bambini palestinesi sopravvissuti alla guerra nella Striscia di Gaza, così come i coetanei libanesi e tutti quelli vittime di guerra, dovranno aspettare almeno 10 anni per superare o contenere il trauma subito. Ma tutto questo la maggioranza delle persone lo ignora, spesso volutamente.</p>
<h2 id="vicino">Vicino</h2><p>L’orrore che ha suscitato la notizia dell’uccisione e delle violenze subite dalla piccola Beatrice non può o non dovrebbe limitarsi allo sdegno, al difendersi dietro lo scudo dell’impotenza. Lo sdegno e la vergogna dell’intera comunità dovrebbero essere, anche e principalmente, per la mancata attivazione di interventi protettivi a tutela della vita (e di tutti i diritti umani) di Beatrice e delle sue sorelle di poco più grandi. Della cronica e ripetuta ignavia generalizzata di una comunità, anche quella istituzionale. L’infanzia di Beatrice è stata contemporaneamente negletta, trascurata, negata, così come quella delle sue sorelle.  La commozione di circostanza, la cronaca di una narrazione tossica, la rapida dimenticanza sono fonte e forma di ulteriore violenza fatta all&rsquo;intera popolazione infantile. Perché Beatrice non è una vittima rara, ma una delle vittime di un drammatico mondo volutamente sommerso (per non essere visto, affinché non turbi le coscienze) che si è posta e imposta all&rsquo;attenzione di un momento.</p>
<p>Sono tante le occasioni di maltrattamento dei bambini che non godono dell’attenzione che sarebbe dovuta. Per esempio la <a href="https://www.sin-neonatologia.it/non-scuoterlo/" rel="noopener">sindrome del bambino scosso</a>  (<em>shaken baby syndrome</em>) è una delle forme più gravi di maltrattamento fisico del neonato e del lattante, prevalentemente intra-famigliare, e rappresenta la prima causa di morte per abuso. Il bambino viene scosso violentemente (per esempio per reazione al suo pianto inconsolabile), con conseguente trauma sull’encefalo e successive sequele neurologiche. I fattori di rischio possono essere molti associabili al contesto di vita e allo stato di benessere dei conviventi. Così come i segni e sintomi di violenze subite. La prevalenza della sindrome nei Paesi con elevate risorse è di 2 casi ogni 10.000 nati, quindi in Italia circa 70 casi all&rsquo;anno, dati non lontani da quanto stimato da una indagine pilota nazionale del 2023. Questi i casi diagnosticati, di varia gravità, ma reali e, comunque, sottostimati. Un fenomeno quindi che non si dovrebbe ignorare e non dovrebbe limitare gli interventi a progetti sperimentali, che mai vanno a regime a livello nazionale, di monitoraggio e accompagnamento dei <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3120_allegato.pdf" rel="noopener">primi 1000 giorni di vita</a>, e ancor prima dell&rsquo;intera gravidanza, che coinvolgano l&rsquo;intera comunità (gli operatori sanitari e sociali, ma anche la famiglia). La campagna NONSCUOTERLO! di <a href="https://nonscuoterlo.terredeshommes.it/la-campagna/" rel="noopener">Terre des Hommes</a> che dal 2024 promuove le Giornate nazionali di prevenzione della <em>Shaken Baby Syndrome</em>, e che per l’edizione 2026 ha ricevuto la medaglia del presidente della Repubblica, ha coinvolto 150 città: importante, ma insufficiente.</p>
<h2 id="nel-tempo">Nel tempo</h2><p>La 57ª sessione del Tribunale Permanente dei Popoli, riunito a Montreal, ha emesso la sua sentenza sui bambini indigeni scomparsi e le sepolture senza nome in Canada e pubblicato una <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/dichiarazione-preliminare-del-tpp-per-la-57a-sessione-sui-bambini-indigeni-scomparsi-e-le-sepolture-senza-nome-in-canada/" rel="noopener">dichiarazione preliminare</a> che riconosce i crimini commessi a danno dei nativi.</p>
<p><a href="https://permanentpeoplestribunal.org/" rel="noopener">Tribunale permanente dei popoli</a> è un tribunale internazionale d&rsquo;opinione fondato nel 1979 sulla base della Dichiarazione universale dei diritti dei popoli (Algeri, 1976). Fin dalla sua istituzione, ha rappresentato un forum indipendente per dare visibilità, testimonianza e giustizia ai popoli oggetto di gravi forme di repressione e di negazione dei loro diritti fondamentali all&rsquo;autodeterminazione, alla dignità e all&rsquo;esistenza collettiva, in particolare in situazioni in cui non erano disponibili meccanismi istituzionali competenti, accessibili o imparziali.</p>
<p>La 57ª sessione sui bambini e le bambine indigeni scomparsi, e sulle fosse comuni senza nome in Canada è stata convocata su richiesta del <em>Native Women’s Shelter</em> di Montréal, con il supporto di diverse organizzazioni e numerose persone, spinti dall&rsquo;urgente necessità di verità, visibilità e responsabilità riguardo agli abusi commessi contro i bambini indigeni, le loro famiglie e le loro comunità, e dalla determinazione a garantire che i sopravvissuti e le persone colpite venissero finalmente ascoltati e riconosciuti.</p>
<p>Il mandato del Tribunale permanente dei popoli era quello di esaminare, alla luce del diritto internazionale, la scomparsa di bambini e bambine indigeni, nonché le tombe senza nome e le sterilizzazioni forzate e coercitive delle donne. I testimoni hanno parlato della rimozione forzata, autorizzata dallo Stato, di bambini e bambine dalle loro comunità e famiglie, per essere trasferiti in istituti residenziali indiani gestiti dallo Stato e dalla Chiesa, e da lì, talvolta all&rsquo;insaputa e senza il consenso dei genitori, in altre istituzioni, tra cui riformatori, ospedali &ldquo;indiani&rdquo; e sanatori.</p>
<p>Si stima che tra i 4.000 e i 6.000 bambini e bambine siano morti in queste istituzioni, o poco dopo averle lasciate (a volte fuggendo), nel secolo e mezzo che ha preceduto la chiusura dell&rsquo;ultima struttura, <em>Kivalliq Hall</em> a Rankin Inlet, nel Nunavut, nel 1997. Il destino di molti bambini portati in queste istituzioni e scuole rimane ignoto, sebbene alcuni siano stati adottati. Molti testimoni hanno affermato che queste cifre sono probabilmente una grossa sottostima e che, senza ulteriori indagini, rimangono provvisorie e incomplete. «Non sappiamo quello che non sappiamo».</p>
<p>Il Tribunale, sulla base delle testimonianze e del materiale raccolto, ha stabilito che l’insieme degli atti commessi costituisce genocidio. Nel diritto internazionale, il genocidio non implica necessariamente uccisioni di massa: può essere un processo lento e continuo, che si protrae per secoli. In Canada, gli atti genocidari includono il trasferimento forzato di bambini e bambine da un gruppo a un altro; l&rsquo;imposizione di misure volte a impedire le nascite all&rsquo;interno del gruppo; e l&rsquo;inflizione di gravi danni fisici e mentali ai membri del gruppo, con l&rsquo;intento di distruggere il gruppo stesso. L&rsquo;intento genocida alla base della rimozione forzata dei bambini era esplicito: istituzioni come le <em>Indian Residential Schools</em> erano una manifestazione concreta delle politiche coloniali canadesi, espresse nell&rsquo;<em>Indian Act</em>, di eliminazione dell’appartenenza al popolo indigeno, che includevano la negazione della sovranità e dell&rsquo;identità nazionale nativa, l&rsquo;occupazione delle terre e la cancellazione degli ordinamenti giuridici, delle lingue e delle culture native. Le atrocità inflitte ai corpi e agli spiriti dei bambini e le bambine nelle scuole, alle giovani donne negli ospedali fanno parte di questa strategia. Le migliaia di morti accertate di bambini in ospedali e scuole segregate, le fosse comuni e le ceneri di neonati nei forni crematori sono la manifestazione fisica di un colonialismo genocida che, soprattutto, ha valorizzato, bramato e sottratto terre, territori e risorse locali. Atti che devono essere riconosciuti come crimini contro l&rsquo;umanità, secondo il diritto internazionale consuetudinario.</p>
<p>La responsabilità del Canada nei confronti dei suoi popoli nativi per il genocidio e i crimini contro l&rsquo;umanità non è solo storica, ma anche contemporanea e tuttora in corso. La prassi coloniale rimane il fondamento del rapporto del Canada con i popoli nativi. Questo trauma e il danno psicologico che ne deriva hanno una dimensione collettiva che colpisce generazioni successive di bambini, famiglie e comunità. Lo stigma, la vergogna culturale e il senso di colpa dei sopravvissuti li hanno ridotti al silenzio.</p>
<p>Lontani, vicini, perpetrati nel tempo, attuali… i crimini contro i bambini rimangono impuniti e non vengono efficacemente prevenuti.  Eppure sono passati 37 anni dall’adozione di quella convenzione che per la prima volta ha riconosciuto i bambini e le bambine come aventi diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici: la  <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione ONU sui diritti dell&rsquo;infanzia e dell&rsquo;adolescenza</a>. Adottata nel 1989 e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991. Grazie all’adozione e ratifica di questo documento i bambini e le bambine non solo dovrebbero godere dei diritti fondamentali, ma anche essere protetti e tutelati. Purtroppo, ovunque, la Convenzione è largamente disattesa e… <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/I_bambini_ci_guardano" rel="noopener">i bambini ci guardano</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’ IA e la crisi del lavoro umano: alcuni aspetti da considerare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare/</guid><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 08:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marica Notte</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, l’IA sta ridefinendo il rapporto tra l&amp;amp;rsquo;individuo, il lavoro e il suo ruolo sociale aprendo nuove questioni sul presente e sul futuro della nostra esistenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ia-crisi-lavoro-umano-alcuni-aspetti-considerare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel <em>Capitale. Critica dell’economia politica</em> (1867), Karl Marx fornisce una delle prime teorie sistematiche sulla struttura del capitalismo. La seconda fase della rivoluzione industriale fu per il filosofo tedesco terreno fertile di osservazione e analisi di quel cambiamento che avrebbe trasformato non solo nell’immediato la società dell’epoca, ma anche quelle future, perché aprì una crisi tra l’essere umano e il lavoro. Senza entrare nell’esegesi dell’opera, è importante però far riferimento a uno degli assunti cardine del Capitale, ossia il concetto di alienazione. L’alienazione è quel sentimento di estraneazione che l&rsquo;operaio vive durante i processi di produzione e che Marx riconosce come un fatto reale di natura socio-economica che si identifica con la condizione storica del lavoratore salariato nella società capitalistica. Il lavoratore, dunque, si aliena dal prodotto del suo lavoro, dal processo produttivo stesso, dalla propria essenza umana perché prende coscienza della sua importanza solo per la produzione capitalistica. L’operaio diventa strumento di ricchezza altrui. Inoltre, l’introduzione di macchinari contribuiva ulteriormente a questo stato perché la produzione diventava una questione di pura competizione e selezione. </p>
<p>Per Marx, il lavoro è ciò che definisce la specificità degli esseri umani, attraverso il lavoro infatti l’individuo trasforma determinate materie in beni che rispondono ai suoi bisogni, produce quindi le condizioni materiali della sua esistenza. Per l’essere umano però il lavoro non è soltanto necessario ai fini del proprio sostentamento ma è una metafora che ben veicola la nostra esistenza e la nostra essenza sociale, in quanto noi siamo per natura esseri sociali, cioè politici. Il lavoro quindi tiene insieme molte dimensioni, perché mettendo in rapporto l’individuo con gli altri individui relaziona la trama della struttura economica, politica e sociale, dando in ogni sua forma riconoscimento e valore all’individuo.</p>
<p>Oggi, a oltre centocinquant&rsquo;anni da quelle osservazioni, ci troviamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale, quella contraddistinta dall’intelligenza artificiale (IA) e dalla tecnologia più avanzata. L’IA sta aprendo una frattura profonda nel legame simbiotico tra l’individuo e la sua essenza sociale, mettendo in crisi il valore di molte attività umane, oggi sempre più percepite come sostituibili anche per la capacità che ha di simulare alcuni processi cognitivi tipicamente umani. L’IA è figlia del capitalismo, e per questo il grande impero tecnologico rappresentato da NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta, sta transvalutando il potere umano riconvertendolo in potere artificiale. In questa nuova ottica l’individuo rischia di subire passivamente questa metamorfosi e di non avere sufficiente forza per contrastarla.</p>
<p>L’impatto dell’IA sul lavoro emerge con chiarezza anche dai dati riportati nell’ultimo report del McKinsey Global Institute, pubblicato a maggio 2026, <a href="https://www.mckinsey.com/mgi/our-research/agents-robots-and-us-how-ai-reshapes-work-and-skills-in-europe" rel="noopener"><em>Agents, robots, and us: How AI reshapes work and skills in Europe</em></a>. Il 58% delle ore di lavoro oggi svolte potrebbe essere teoricamente automatizzato con tecnologie già disponibili. Di questa quota, il 44 % riguarda attività non fisiche, affidabili a sistemi software e agenti AI, mentre il 14 % riguarda attività fisiche, più adatte a robot e automazione industriale. A rischiare di più sarebbe chi ha competenze nei settori come quelli della programmazione, della contabilità e delle attività di monitoraggio in generale. Inoltre, nel documento è possibile leggere dettagliatamente anche le analisi di mercato circa il valore economico potenziale dei nuovi ruoli professionali legati all’IA e il profitto guadagnato in questo investimento. Chi perde il lavoro non perde soltanto un reddito: perde un ruolo. E la psicologia sociale ha ampiamente documentato come la perdita dell&rsquo;occupazione sia correlata a depressione, isolamento, perdita di autostima e di alienazione. Il tema della 114ª sessione della Conferenza internazionale del lavoro, <a href="https://www.ilo.org/it/international-labour-conference/114a-sessione-della-conferenza-internazionale-del-lavoro/una-scelta-cruciale-lintelligenza-artificiale-al-servizio-del-lavoro" rel="noopener"><em>Una scelta cruciale. L’intelligenza artificiale al servizio del lavoro dignitoso</em></a>, programmata dall’<a href="https://www.ilo.org/it" rel="noopener">Organizzazione Internazionale del Lavoro</a> (OIL) pone l’attenzione sugli effetti del cambiamento messo in atto dall’IA e di come di fronte a queste trasformazioni sia importante che la politica sviluppi un approccio centrato sulla persona, elaborando strategie di sviluppo economico volte alla creazione di occupazione di qualità. Inoltre, secondo le <a href="https://www.weforum.org/press/2020/10/recession-and-automation-changes-our-future-of-work-but-there-are-jobs-coming-report-says-52c5162fce/" rel="noopener">stime</a> del World Economic Forum, nei prossimi anni potrebbero verificarsi 85 milioni di perdite di posti di lavoro a livello globale, ma allo stesso tempo le nuove tecnologie potrebbero crearne fino a 97 milioni. Questo significa che a cambiare saranno le competenze richieste, sempre più specializzate nella gestione di sistemi di IA.  </p>
<p>Senza voler demonizzare l’utilità e le innovazioni apportate dell’IA, è necessario siano tracciati alcuni limiti, perché ci troviamo esposti a dei rischi che possono influenzare negativamente l’impianto delle nostre vite. L’accelerazione dell’IA sta riformulando quel concetto di alienazione caro ai marxisti perché i cambiamenti che stanno prendendo piede possono amplificare lo stato di alienazione del lavoratore, specialmente in relazione al suo ruolo sociale. Il punto forse che può stimolare una riflessione è che l’IA non è un agente sociale così come lo siamo noi e per questo non ha le nostre stesse responsabilità che abbiamo nei confronti della società. Interviene, agisce nel mondo, lavora per e con noi ma a differenza nostra non deve contribuire per esempio al mantenimento dello stato sia familiare sia sociale. Se occupa il nostro posto, come possiamo assolvere, in termini economici, ai compiti che ci vengono richiesti?</p>
<p>Se i large language model (LLM), come per esempio ChatGPT, sono strumenti che vengono percepiti come fonte di guadagno in termini di tempo, perché ci permettono di alleggerire il carico di lavoro e di sembrare più performanti nei task, nonostante l’uso costante abbia risvolti negativi sullo sviluppo delle competenze - e sulla sfera del pensiero critico, come riportato in questo <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666920X26000330" rel="noopener">studio</a>, a rivoluzionare concretamente il mondo del lavoro sono i robot umanoidi. Nel recente articolo “<a href="https://www.internazionale.it/magazine/chang-che/2026/04/29/il-futuro-e-gia-arrivato" rel="noopener">Il futuro è già arrivato</a>”, all’interno del n. 1663 di <em>Internazionale</em>, si riporta che entro la metà degli anni 2030 gran parte dei compiti di assemblaggio nelle fabbriche cinesi saranno completamente automatizzati e che attualmente in Cina ci sono 330 diversi tipi di robot umanoidi.</p>
<p>Un&rsquo;intelligenza costruita anche per il profitto capitalistico riproduce la logica del dominio e in questa struttura si rivede quella hegeliana del servo-padrone. Per rendere bene l’idea di quanto detto, facciamo riferimento a uno dei film (2025) del regista sudcoreano Park Chan-wook, che rappresenta efficacemente il corso degli attuali eventi e degli scenari futuri: <em>No Other choice - Non c’è altra scelta</em>. Il protagonista perde improvvisamente il lavoro e si ritrova, insieme alla sua famiglia, a vivere uno stravolgimento non solo economico ma anche sociale. Trovare un altro lavoro sarà l’unica opzione e fare di tutto per ottenerlo sarà l’unica scelta possibile. Il finale del film riassume tutta la vicenda umana facendo entrare, ancora di più, nella realtà delle nostre vite quello che alcuni già stanno vivendo e che altri vivranno. Alcuni Stati hanno avviato delle sperimentazioni di reddito di base universale (UBI) per garantire un sostentamento causato dalla perdita di lavoro, e di recente Elon Musk ha proposto l’introduzione di questo strumento per contenere l’ondata di disoccupazione di massa che sarà causata dall’IA. Ma questa strategia può essere sufficiente? Può essere una valida alternativa per salvaguardare la dignità delle persone e ridimensionare l’intromissione dell’IA nelle nostre vite che non sono artificiali?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Neanderthal dal dentista?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/neanderthal-dentista/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/neanderthal-dentista/</guid><pubDate>Mon, 01 Jun 2026 07:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alice Mosconi</dc:creator><category>animali</category><description>Dagli oranghi che si spalmano impacchi vegetali contro l’infiammazione, fino alle api che difendono l’alveare con sostanze antimicrobiche: la medicina che conosciamo ha radici molto profonde, antiche e condivise. Alice Mosconi ci porta in un viaggio nella zoofarmacognosia, nel quale sfuma il confine tra istinto, apprendimento e cultura, nel quale si incontrano specie lontane e vicine, dagli oranghi di Borneo ai nostri antenati tra i ghiacci delle Alpi. In una storia naturale della cura prima dei camici bianchi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/neanderthal-dentista-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/neanderthal-dentista-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando pensiamo alla medicina, la immaginiamo come una pratica relativamente recente (almeno quella che funziona) e appannaggio solo della nostra specie. Ma la ricerca del benessere, o, per lo meno, il tentativo di alleviare il dolore o combattere una malattia è qualcosa di molto più antico e molto più diffuso anche negli animali non umani di quanto siamo disposti ad ammettere.</p>
<p>Gli animali, infatti, si curano. Lo fanno in modi diversi, con strumenti diversi e con gradi variabili di consapevolezza, per quanto il termine possa sembrare audace applicato al di fuori del genere <em>Homo</em>.</p>
<p>A volte si tratta di comportamenti innati, scritti nel genoma come risposte automatiche a certi stimoli. Altre volte sono comportamenti appresi, trasmessi all&rsquo;interno del gruppo di generazione in generazione, una forma di cultura farmacologica ante litteram. La distinzione non è sempre netta.</p>
<h2 id="i-primati-e-il-dolore">I primati e il dolore</h2><p>I primati sono particolarmente abili nell&rsquo;automedicazione. Da decenni si studiano i comportamenti in questo senso nelle grandi scimmie africane, scimpanzé, bonobo, gorilla. Solo più di recente è stato scoperto che il fenomeno avviene anche fuori dall&rsquo;Africa.</p>
<p><em>Pongo pygmaeus</em>, l&rsquo;orango, <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-017-16621-w" rel="noopener">è stato osservato</a> masticare le foglie di una pianta, <em>Dracaena cantleyi</em>, fino a ricavarne una pasta biancastra che poi spalma sulle parti dolenti del proprio corpo, esattamente come facciamo noi con creme e balsami medicati.</p>
<p>Il rimedio funziona: la pianta contiene sostanze capaci di inibire la produzione di citochine, le molecole che il corpo rilascia in caso di infiammazione. Le popolazioni umane locali usano la stessa pianta per gli stessi scopi da generazioni. Se l&rsquo;orango l&rsquo;abbia scoperto autonomamente o lo abbia imparato osservando gli esseri umani, non lo sappiamo. Ma il rimedio è efficace, e l&rsquo;animale evidentemente lo sa.</p>
<p>Ritornando in Africa, nel 2022, un gruppo di ricercatrici e ricercatori <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0960982221017322" rel="noopener">ha documentato</a> per la prima volta qualcosa di ancora più sorprendente: scimpanzé nel Parco Nazionale di Loango, in Gabon, che catturavano insetti al volo e li applicavano sulle proprie ferite aperte, o su quelle di altri membri del gruppo. In quindici mesi di osservazione, il comportamento è stato registrato 76 volte. </p>
<p>Non è chiaro se gli insetti abbiano proprietà antimicrobiche o antidolorifiche, ma il pattern comportamentale è sempre lo stesso: quando un membro del gruppo è ferito, si ripetono le stesse identiche azioni e metodologie per curarlo. Qui, la cosa più interessante è pero l&rsquo;allomedicazione, ovvero il fatto che non ci si limiti ad alleviare il dolore proprio, ma si estenda la pratica agli altri (non è chiaro se per empatia o per salvaguarda dei propri simili).</p>
<h2 id="non-solo-i-primati">Non solo i primati</h2><p>Ma se da animali filogeneticamente parlando molto vicini a noi questi comportamenti ci stupiscono relativamente, quando riguardano specie molto distanti, le cose cambiano. Alcuni uccelli urbani, come il passero (<em>Passer domesticus</em>) o il ciuffolotto messicano (<em>Carpodacus mexicanus</em>), <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3565511/" rel="noopener">sono stati osservati</a> mentre incorporavano mozziconi di sigaretta nei loro nidi. La nicotina, infatti, repelle i parassiti, in particolare gli acari. Comportamenti innati o appresi? Probabilmente entrambi, a seconda della specie.</p>
<p>E il fenomeno non si limita ai vertebrati.</p>
<p>Come documentato <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22479650/" rel="noopener">da Simone-Finstrom e Spivak</a> nel 2012, le api mellifere aumentano la raccolta di resine vegetali, che hanno proprietà antimicrobiche, con cui costruire i loro nidi, quando l&rsquo;alveare è sotto attacco fungino. In questo caso si parla di una vera e propria “immunità sociale”, cioè che va al di là dell&rsquo;automedicazione del singolo e mira a preservare la fitness di tutta la colonia.</p>
<h2 id="istinto-o-consapevolezza">Istinto o consapevolezza?</h2><p>C&rsquo;è un termine preciso per questo fenomeno: zoofarmacognosia, <a href="https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-1-4899-1783-6_4" rel="noopener">coniato negli anni &lsquo;90</a>, che indica lo studio dei comportamenti con cui gli animali selezionano e utilizzano sostanze bioattive per prevenire o trattare patologie. È una disciplina giovane e ancora controversa: dimostrare che un animale si sta deliberatamente medicando, e non sta semplicemente seguendo una preferenza alimentare o un riflesso, è infatti abbastanza complicato.</p>
<p>Come si può capire dove finisce il comportamento adattativo che massimizza le probabilità di sopravvivenza e dove inizia la vera intenzione terapeutica? La risposta più onesta è che non lo sappiamo con certezza e forse il confine è più labile di quanto vorremmo.</p>
<p>Quello che però sappiamo è che questo tipo di comportamento si fa più complesso, più articolato, più difficile da spiegare con il solo istinto, man mano che ci avviciniamo alla nostra specie. E quando arriviamo ai nostri parenti estinti più prossimi, cioè i Neanderthal, la situazione si fa decisamente interessante.</p>
<h2 id="neanderthal-non-i-bruti-che-immaginiamo">Neanderthal: non i bruti che immaginiamo</h2><p>Per molto tempo i nostri cugini neandertaliani sono stati relegati al ruolo “bruti preistorici”. Ma questa immagine è stata sistematicamente smontata dalle scoperte degli ultimi quarant&rsquo;anni. Le evidenze di comportamenti prosociali, anche inerenti alla cura delle patologie e del dolore, hanno contribuito in modo significativo a questo cambio di prospettiva.</p>
<p>Il caso più discusso è quello di <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/6753598/" rel="noopener">Shanidar 1</a> (e altri suoi conspecifici), un individuo maschile ritrovato negli anni Cinquanta in una grotta dell&rsquo;Iraq settentrionale. Quest&rsquo;uomo era sopravvissuto a traumi multipli che coinvolgevano un braccio (probabilmente amputato o atrofizzato), lesioni alla testa, danni alla gamba. Questo tipo di ferite, in un contesto di sussistenza difficile, senza cure, avrebbero quasi certamente portato alla morte. Invece è vissuto fino a un&rsquo;età avanzata per gli standard neandertaliani. Quindi qualcuno lo aveva accudito, aiutato, difeso, compensando la sua ridotta capacità di procurarsi cibo.</p>
<p>Non si sta parlando solo di tentativi di terapia, bensì di inclusione praticata dal gruppo verso i suoi membri più fragili. Parliamo di senso di comunità, empatia, solidarietà. </p>
<p>Ma i Neanderthal non si limitavano a prendersi cura dei loro simili feriti: cercavano anche di alleviare i propri malanni. L&rsquo;<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22806252/" rel="noopener">analisi del tartaro dentale</a> di individui ritrovati nel sito di El Sidrón, in Spagna, ha rivelato tracce di piante dal sapore amaro e prive di valore nutritivo, come pioppo, achillea, camomilla, che contengono principi attivi antinfiammatori e antiparassitari. Non le mangiavano quindi per nutrirsi, ma perché stavano male e sapevano che con quelle sarebbero stati meglio.</p>
<h2 id="e-poi-cè-il-dente-di-chagyrskaya">E poi c&rsquo;è il dente di Chagyrskaya</h2><p>Uno <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0347662" rel="noopener">studio</a> pubblicato di recente su <em>PLOS One</em> ha descritto un molare neanderthal rinvenuto in una grotta della Siberia meridionale, datato  circa 59.000 anni fa. Il dente presenta una cavità che non è il risultato naturale della carie ma è stata ottenuta intenzionalmente, con uno strumento appuntito di pietra, fino a raggiungere la camera pulpare. In poche parole: qualcuno ha operato quel dente con un utensile, lavorando su una superficie di pochi millimetri, probabilmente per drenare un ascesso o rimuovere tessuto necrotico e alleviare il dolore.</p>
<p>Lo stesso dente mostra anche tracce di utilizzo di stuzzicadenti, segno di un&rsquo;attenzione prolungata e ripetuta alla salute orale. Non un gesto impulsivo, quindi, ma a tutti gli effetti un approccio mirato a risolvere un problema di salute fastidioso. È la più antica evidenza di trattamento invasivo della carie mai documentata nella storia umana e a eseguirla non è stato <em>Homo sapiens</em>.</p>
<h2 id="homo-sapiens-e-la-valigetta-del-medico">Homo sapiens e la valigetta del medico </h2><p>Qualche migliaio di anni dopo (e qualche migliaio di chilometri più a Ovest) un uomo attraversava le Alpi con un equipaggiamento che includeva molto più di armi e vestiti. <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9851424/" rel="noopener">Ötzi</a>, il celebre uomo del Similaun, vissuto circa 5.300 anni fa e ritrovato nel 1991 nei ghiacciai al confine tra Italia e Austria, portava con sé due tipi di fungo: <em>Fomes fomentarius</em>, utile per accendere il fuoco, e <em>Piptoporus betulinus</em>, con proprietà antiparassitarie e lassative, e con nessun tipo di valore nutrizionale. </p>
<p>L&rsquo;analisi del suo intestino ha rivelato la presenza di uova di <em>Trichuris trichiur</em>a, un parassita di cui Ötzi era infestato di cui quasi certamente tentava di liberarsi con il suo “kit di pronto soccorso” fungino.</p>
<h2 id="empatia-tra-ereditarietà-e-cultura">Empatia, tra ereditarietà e cultura</h2><p>Con Ötzi siamo già nell&rsquo;Età del Rame: è un individuo che riconosceremmo come familiare, vicino. Ma il filo che lo collega all&rsquo;orango di Borneo, agli scimpanzé di Loango, al Neanderthal di Chagyrskaya è continuo: non c&rsquo;è un momento preciso nell&rsquo;evoluzione  in cui la natura diventa cultura, in cui l&rsquo;istinto di conservazione diventa intenzione di curarsi, in cui il comportamento adattativo diventa farmacognosia e medicina. C&rsquo;è un gradiente, lungo milioni di anni, fatto di tentativi, fallimenti e trasmissioni di scoperte, come per tutto ciò che riguarda la tecnologia e il progresso umani.</p>
<p>Cosa ci dice tutto questo?</p>
<p>Ci dice che la ricerca del benessere non è un&rsquo;invenzione umana ma una pressione evolutiva, perché un animale sano sopravvive, si riproduce, trasmette i suoi geni e le sue conoscenze.<br>
Chi trovava un rimedio efficace aveva un vantaggio effettivo, chi lo trasmetteva al gruppo moltiplicava quel vantaggio a livello di branco e di specie.</p>
<p>La medicina, intesa come volontà di alleviare le sofferenze proprie e dei nostri conspecifici, non è quindi nata né nelle scuole di Ippocrate né nei laboratori moderni, ma nella pressione della selezione naturale, affinandosi nel tempo attraverso l&rsquo;osservazione, l&rsquo;imitazione e la trasmissione culturale.</p>
<p>Ma c&rsquo;è un altro aspetto, forse più importante, sul quale queste storie ci fanno riflettere: sia lo scimpanzé che applica un insetto sulla ferita del compagno, o il gruppo neandertaliano che accudisce Shanidar 1, non sono più solo mera sopravvivenza individuale. Si tratta di cura dell&rsquo;altro, di attenzione alla fragilità altrui come valore collettivo. </p>
<p>L&rsquo;origine della medicina e l&rsquo;origine della solidarietà sociale sono probabilmente la stessa cosa, vista da due angolazioni diverse. <em>Homo sapiens</em>, quindi, non ha inventato la compassione, ma l&rsquo;ha ereditata, perfezionata, e, si spera di questi tempi, non ancora dimenticata.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Seminare la dipendenza: le strategie di big tobacco per reclutare giovani consumatori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/seminare-dipendenza-strategie-big-tobacco-reclutare-giovani-consumatori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/seminare-dipendenza-strategie-big-tobacco-reclutare-giovani-consumatori/</guid><pubDate>Sun, 31 May 2026 07:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Paolucci</dc:creator><category>salute</category><description>Il 31 maggio ricorre la Giornata mondiale senza tabacco, istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità e celebrata per la prima volta nel 1988. Il tema proposto per il 2026 richiama l’attenzione sulle sempre più sofisticate strategie adottate dall’industria del tabacco e della nicotina per iniziare al consumo le nuove generazioni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/seminare-dipendenza-strategie-big-tobacco-reclutare-giovani-consumatori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/seminare-dipendenza-strategie-big-tobacco-reclutare-giovani-consumatori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le cosiddette <em>nicotine pouches</em> sono piccole bustine bianche simili a quelle del tè (<em>all-white</em> o <em>white pouches</em> nei mercati anglosassoni), disponibili in vari gusti e aromi, più economiche delle sigarette tradizionali (con un costo in media inferiore del 15-20%), poco ingombranti (si portano in tasca o in borsa), si consumano come una caramella posizionandole tra il labbro superiore e la gengiva. E sono probabilmente il fenomeno di mercato più esplosivo degli ultimi anni per quanto riguarda il consumo del tabacco e dei prodotti con nicotina.</p>
<h2 id="dalla-svezia-a-tiktok">Dalla Svezia a TikTok</h2><p>Le <em>nicotine pouches</em> sono l’evoluzione biologica e commerciale di una tradizione svedese antichissima, lo <em>snus</em>, tabacco umido in polvere per uso orale, con la differenza che non contengono tabacco, ma solo nicotina e spesso di sintesi. Grazie allo <em>snus</em> la Svezia è diventata il Paese europeo con la più bassa percentuale di fumatori di sigarette (circa il 5%) e i più bassi tassi di tumore al polmone.</p>
<p>Nel 1992 tuttavia l’Europa, preoccupata per quella che era comunque una dipendenza da nicotina e per i rischi per la salute orale, ha messo al bando lo <em>snus</em> in tutti gli stati membri. Tuttavia nel 1995 la Svezia, entrata nell’Unione Europea, ha ottenuto una deroga speciale per mantenere il suo prodotto nazionale.</p>
<p>Forse a partire dall’esperienza svedese, negli anni 2000 ecco la grande intuizione delle multinazionali del tabacco. Cavalcando la parola d’ordine della “riduzione del danno” i tecnici dell’industria estraggono la nicotina direttamente dalla pianta del tabacco, la purificano fino a ridurla in sali di nicotina cristallini e la uniscono a una base di fibre vegetali (cellulosa microcristallina), aromi e dolcificanti. Nascono i sacchetti di nicotina su grande scala.</p>
<p>La vera svolta avviene nel 2014, quando l’azienda svedese Swedish Match lancia negli Stati Uniti e in alcuni mercati pilota un marchio che diventerà un fenomeno globale: Zyn.</p>
<p>Essendo privi di tabacco, i sacchetti di nicotina, non rientrano nel bando europeo dello <em>snus</em>. Nel 2022, il colosso Philip Morris International acquista la Swedish Match per l’astronomica cifra di <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/philip-morris-punta-swedish-match-titolo-schizza-borsa-stoccolma-AEDEWeXB?refresh_ce=1" rel="noopener">16 miliardi</a> di dollari. Inizia la distribuzione su scala globale, grazie allo spostamento della vendita sui canali sociali. Su TikTok e Instagram esplode il fenomeno dei “<em>Zynfluencer</em>”, completando la transizione del prodotto da “sostituto del fumo” a “<em>lifestyle pod</em>”. Nello stesso anno, le <em>nicotine pouches</em> vengono legalizzate in Italia grazie al decreto Milleproroghe, per entrare in commercio l’anno successivo.</p>
<h2 id="la-nicotina-e-il-cervello-adolescente">** **La nicotina e il cervello adolescente</h2><p> «Le bustine di nicotina non devono essere considerate privi di rischi», si legge nel <a href="https://www.who.int/teams/health-promotion/tobacco-control/global-tobacco-report-2025" rel="noopener">primo rapporto ufficiale</a> dell’OMS dedicato alle <em>nicotine pouches</em>, pubblicato a giugno 2025. Da 1,5 mg per i formati <em>mini</em> a 6-11 mg per quelli <em>regular</em> e anche oltre nei mercati non regolati, è questo il contenuto di nicotina per singolo sacchetto, contro un assorbimento sistemico di 1-1,5 mg per una sigaretta tradizionale. Alcuni prodotti vengono venduti in più livelli di potenza commercializzati per “principianti”, “avanzati” ed “esperti”, con quantità di nicotina dichiarate fino a 150 mg o con concentrazioni superiori a 50 mg/g (oltre 10 volte la forza delle terapie sostitutive approvate).</p>
<p>La nicotina è una sostanza naturale contenuta nelle foglie di tabacco, un alcaloide stimolante, psicoattivo, che dà dipendenza e assuefazione. È un meccanismo difensivo per la pianta ed è tossica per tutti gli invertebrati. Ad alte dosi lo è anche per i mammiferi, agendo prevalentemente sul sistema nervoso autonomo e sulla muscolatura liscia, con effetti soprattutto sul sistema cardiovascolare, sia sul breve che sul lungo termine. Assunta per via inalatoria o attraverso la mucosa orale, raggiunge rapidamente il cervello, dove si lega ai recettori nicotinici. Qui vengono rilasciate dopamina, norepinefrina, endorfine, serotonina, che hanno un effetto eccitante e di miglioramento sul tono dell’umore. Così come l’effetto è a rapida insorgenza, è anche a rapida defervescenza, alimentando il fenomeno dell’assunzione, dell’assuefazione e della dipendenza.</p>
<p>Questo è ancor più vero nel <strong>cervello</strong> <a href="https://www.dipendenze.gov.it/media/1677/272_nicotina_adolescenti.pdf" rel="noopener">dell’adolescente ancora in formazione</a>, fisiologicamente caratterizzato da un’iperattività del sistema dopaminergico e da una contemporanea immaturità della corteccia prefrontale (area deputata al controllo degli impulsi). Inoltre, dal momento che la maturazione cerebrale in termini di sostanza grigia e sostanza bianca, continua fino a oltre i vent’anni, l’uso di sostanze durante questo periodo può avere effetti specifici sullo sviluppo e sull’organizzazione neuronale.</p>
<h2 id="trend-passeggero-o-nuova-epidemia">Trend passeggero o nuova epidemia?</h2><p>«Difficile prevederlo» afferma Silvano Gallus, responsabile del Laboratorio di ricerca sugli stili di vita presso l&rsquo;Istituto Mario Negri di Milano, «certamente il trend è preoccupante, soprattutto se vediamo quello che è successo negli Stati Uniti e che sta succedendo in Svezia». Secondo i dati della <a href="https://www.who.int/teams/health-promotion/tobacco-control" rel="noopener"><em>Tobacco Free Initiative</em></a> dell’OMS, sono 23 miliardi le unità di <em>nicotine pouches</em> vendute a livello globale nel 2024, con un incremento superiore al 50% rispetto all’anno precedente, per un introito stimato di 7 miliardi di dollari.</p>
<p>Uno <a href="https://bmjpublichealth.bmj.com/content/3/2/e003457" rel="noopener">studio recente</a>, condotto in quattro Paesi (USA, Canada, UK, Nuova Zelanda) tra il 2022 e il 2024, ha documentato ovunque un aumento di prevalenza nella popolazione tra i 16 e i 19 anni e tra i 20 e i 29 anni.</p>
<p>Le principali motivazioni riportate sono la curiosità, il divertimento, la facilità di utilizzo, la minor percezione del danno.</p>
<p>In Italia, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (ISS) e dell’<em>European School Survey Project on Alcohol and other Drugs</em> (ESPAD), la stima è di 170.000 ragazzi tra 15 e i 19 anni che hanno provato le pouches almeno una volta (4% degli studenti), di cui 130.000 dichiarano di averli utilizzati nell’ultimo anno (con un consumo più che raddoppiato) e 70.000 si sono dichiarati attivi nell’ultimo mese. In incremento significativo anche il numero di consumatori duali e di policonsumatori, che sperimentano e utilizzano in modo combinato diverse tipologie di prodotti a base di tabacco e nicotina (sigarette tradizionali, e-cig, prodotti a tabacco riscaldato e bustine). Nel 2025 i policonsumatori erano il 45,5% tra gli studenti delle scuole medie e il 70,7% tra gli studenti delle scuole superiori, con valori raddoppiati rispetto al 2022.</p>
<p>Vinayak Mohan Prasad, responsabile dell’Unità “<em>No Tobacco</em>” dell’OMS commenta: «I giovani sono presi di mira intenzionalmente. Aromi, confezioni accattivanti e marketing ingannevole vengono utilizzati per far apparire alla moda prodotti altamente assuefacenti e dannosi, Il risultato è un ciclo di dipendenza che minaccia di vanificare anni di progressi nella lotta al tabacco».</p>
<p>Gallus aggiunge «C’è una totale assenza di controllo, sia nella vendita che nel consumo. La vendita è teoricamente vietata ai minorenni, che sono invece i principali consumatori. L’industria del tabacco sostiene che siano presidi utili per far smettere di fumare, ma in realtà il marketing e i canali utilizzati sono indirizzati prevalentemente se non esclusivamente a una popolazione giovanile, vergine da fumo e che probabilmente non avrebbe mai fumato. È importante capire inoltre che il passaggio alla sigaretta elettronica o tradizionale è quasi scontato, se non immediato».</p>
<h2 id="il-caos-normativo-sulle-nicotine-pouches">Il caos normativo sulle <em>nicotine pouches</em></h2><p>Facile accesso online, assenza di tracciamento, controlli sull’età deboli o inesistenti, nessuna regolamentazione specifica né tassazione dedicata, marketing e packaging accattivanti (colori, aromi, estetica <em>social friendly</em>), ma soprattutto messaggi fuorvianti circa l’innocuità del prodotto e la riduzione del danno rispetto ai prodotti tradizionali. Tutte tematiche inserite nella revisione della Direttiva europea sui prodotti del tabacco (TPD) e della Direttiva sulle accise (TTD) che includono per la prima volta le <em>nicotine pouches</em> e su cui già si stanno affilando i coltelli tra i Paesi che sostengono politiche più o meno restrittive (sullo sfondo i profili delle lobby). Come afferma Prasad: «L’uso delle bustine di nicotina si sta diffondendo rapidamente, mentre la regolamentazione fatica a tenere il passo. I governi devono agire con misure di salvaguardia solide e basate su dati scientifici». Sono 160 i Paesi, inclusa l’Italia, in cui manca una regolamentazione specifica, lasciando ampi vuoti normativi.</p>
<p>La Svezia sostiene che grazie allo <em>snus</em> è diventata il Paese europeo con la più bassa percentuale di fumatori di sigarette (circa il 5%) e i più bassi tassi di tumore al polmone. Anche il Regno Unito adotta una delle politiche più favorevoli al mondo per le alternative senza combustione, considerandole un importante strumento medico di cessazione, incoraggiando i fumatori adulti a passare alle sigarette elettroniche (<em>vapes</em>) o ad altri prodotti a nicotina. Parallelamente, il governo ha approvato una storica legge che vieta permanentemente la vendita di tabacco e prodotti a base di nicotina a chi è nato a partire dal 1 gennaio 2009, per creare una &ldquo;generazione senza fumo&rdquo;.</p>
<p>La Francia mantiene una linea molto rigida, concentrandosi principalmente sulla prevenzione dell&rsquo;iniziazione alla nicotina, specialmente tra i giovani, considerata una sostanza tossica a prescindere dal veicolo di assunzione Per questo motivo, le <em>nicotine pouches</em> sono state totalmente bandite, anche riguardo il possesso e l’importazione, con pene severissime che includono i turisti. Questo divieto ha generato un forte scontro diplomatico e commerciale con la Svezia.</p>
<p>In questo caos normativo, nell’arco di 20 anni l’Italia è precipitata dall’8° al 32° posto nelle classifiche europee sul controllo del tabagismo, secondo la <em>Tobacco Control Scale (TCS),</em> cioè lo strumento che misura ogni due o tre anni i progressi fatti dai vari Paesi europei nel controllo del tabacco, valutando otto politiche chiave raccomandate dalla Banca mondiale e dalla Convezione quadro dell’OMS.</p>
<p>Ebbene, negli ultimi tempi, sottolinea l’Alleanza per un Italia senza tabacco, il nostro Paese <a href="https://www.tabaccoendgame.it/news/le-politiche-di-controllo-del-tabacco-nei-paesi-europei-litalia-e-un-disastro/" rel="noopener">si segnala</a>, purtroppo, per la scarsa regolamentazione dei nuovi prodotti a base di tabacco e nicotina, per la tassazione inadeguata e zero investimenti in campagne informative efficaci. Se nel 2005 grazie alla Legge Sirchia, siamo stati tra i pionieri del divieto al fumo nei luoghi pubblici, nel marzo 2025, due studentesse tredicenni di Ferrara sono state ricoverate per una sindrome da intossicazione nicotinica (le cui principali manifestazioni sono cefalea, vertigini, vomito, tachicardia), a seguito di assunzione di <em>nicotine pouches</em> a scuola.</p>
<p>Diverse società scientifiche di sanità pubblica stanno correndo ai ripari e hanno dato vita a un <a href="https://www.tabaccoendgame.it/azioni/manifesto-endgame/" rel="noopener">Manifesto</a> che sollecita le autorità nazionali a impegnarsi in una strategia a lungo termine di “fine corsa” (<em>endgame</em>) per il tabacco in Italia, in grado di portare la prevalenza di fumatori al di sotto del 5% nell’arco di 20-25 anni, allineandosi all’ambizioso piano globale e comunitario che mira a creare una “generazione libera dal tabacco” (<em>Tobacco Endgame 2040</em>).</p>
<p>L’idea di una strategia di <em>endgame</em> sta maturando e viene ripetutamente proposta da più parti. Alcuni Paesi hanno già elaborato proprie strategie, e anche fissato la data dell’<em>endgame</em>: la Nuova Zelanda e l’Irlanda nel 2025, la Scozia nel 2034, la Finlandia nel 2040. Altri Stati si stanno muovendo in questa direzione come l&rsquo;Australia, l&rsquo;Uruguay e il Canada.</p>
<h2 id="la-nuova-sfida-per-la-salute-pubblica">La nuova sfida per la salute pubblica</h2><p>È la prima volta che l&rsquo;OMS prende una posizione così netta e globale su questi prodotti specifici, chiedendo ai governi di intervenire urgentemente. Le stesse tematiche sono state anche il fulcro della decima <em><a href="https://www.ectoh.org/" rel="noopener">European Conference on Tobacco or Health</a> (ECToH)</em>, svoltasi a Milano il 20 maggio, dal titolo “<em>Nicotine-Free Spaces for Healthier Cities”.</em></p>
<p>Gallus, in veste di presidente del Comitato scientifico ECToH**,** nel suo discorso di apertura ha ribadito la necessità di estendere le politiche di controllo non solo alle sigarette tradizionali, ma a tutte le forme di dipendenza da nicotina. Juha Pekka Turunen, presidente delle European Cancer Leagues (ECL), che ha ideato e promuove l’evento da 10 anni, ha ribadito «Ci troviamo di fronte a sfide nuove e in continua evoluzione. La rapida comparsa di nuovi prodotti a base di nicotina, unita al cambiamento delle modalità di consumo, rende il nostro lavoro più urgente che mai».</p>
<p>Nel corso dell’evento è stata più volte sottolineata la necessità di rendere le nostre città ambienti che promuovano attivamente la salute, il benessere e la sostenibilità. È fondamentale pulire i nostri spazi urbani (scuole, parchi, strade, mezzi pubblici) dal tabacco, dalla nicotina e dai nuovi prodotti emergenti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>"Noi persone con sclerosi multipla vogliamo essere parte della ricerca"</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-persone-sclerosi-multipla-vogliamo-essere-parte-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-persone-sclerosi-multipla-vogliamo-essere-parte-ricerca/</guid><pubDate>Sat, 30 May 2026 09:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Rachele Michelacci</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Nel corso del congresso scientifico annuale dell&amp;amp;rsquo;Associazione italiana sclerosi multipla (AISM) e della sua fondazione, la vicepresidente Rachele Michelacci  ha rivendicato la centralità delle persone malate nella ricerca. Lo ha detto in un contesto favorevole, visto che che il programma di engagement dei pazienti, le loro famiglie e i caregiver è stato preso a modello dalle altre società scientifiche e dalla comunità europea. Riportiamo in italiano il discorso di Rachele Michelacci in occasione della Giornata della sclerosi multipla (30 maggio) che vedrà 200 monumenti in tuta Italia colorarsi di rosso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/noi-persone-sclerosi-multipla-vogliamo-essere-parte-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/noi-persone-sclerosi-multipla-vogliamo-essere-parte-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>A un certo punto del congresso scientifico annuale dell&rsquo;Associazione italiana sclerosi multipla e della sua fondazione, che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 maggio scorsi, Rachele Michelacci, vicepresidente dell&rsquo;Associazione, ha preso il centro della scena, salendo sul palco, e ha raccontato il suo bisogno, il bisogno di tante persone ammalate, di prendere parte alla ricerca, non solo di esserne oggetto. Lo ha detto in un contesto favorevole, visto che che AISM e FISM da anni battono sul coinvolgimento dei pazienti nella ricerca, anche a livello strategico, oltre che come parti informate sulla malattia. Il Congresso quest&rsquo;anno ha messo al centro la prevenzione, visto che oggi si potrebbe anche cominciare a pensare che la sclerosi multipla possa essere una malattia prevenibile (ne parleremo in un prossimo webinar su Scienza in rete). Così come ha richiamato i progressi fatti nelle cure, capaci orami di ritardare spesso la comparsa dei sintomi, fra i quali va annoverata anche la riabilitazione, a cui è stata dedicata un&rsquo;intera sessione. La testimonianza della vice presidente di AISM che ha aperto i lavori è valsa come un richiamo all&rsquo;importanza di una ricerca svolta in stretta relazione con le persone ammalate, i loro familiari e chi si occupa di loro, come soggetti esperti. Sono questi i &ldquo;ricercatori-attivisti&rdquo;, che fanno parte della comunità AISM-FISM, capaci di «far emergere bisogni e priorità che altrimenti potrebbero restare invisibili. E fare anche il percorso inverso: portare la ricerca nelle comunità locali, attraverso una comunicazione scientifica accurata, rigorosa e comprensibile. In altre parole, portano la vita nella ricerca, e la ricerca nella vita». <br>
Riportiamo l&rsquo;intervento di Rachele Michelacci in occasione della Giornata mondiale della Sclerosi multipla, il 30 maggio, quando 200 fra i più importanti monumenti di Italia si coloreranno di rosso. (l.c.)</em></p>
<p>Vorrei iniziare con una domanda molto semplice: cosa significa tutto questo per me, in quanto persona con sclerosi multipla? La scienza parla di noi attraverso numeri, grafici, indicatori, scale cliniche e risonanze magnetiche.  Tutto questo è essenziale. Ma per chi vive con la sclerosi multipla, la realtà è fatta anche di bisogni, paure, lavoro, relazioni, autonomia e desiderio di avere un futuro. E se vogliamo davvero parlare di prevenzione, tutte queste dimensioni devono trovare il loro posto nella ricerca.</p>
<p>Quando parliamo di passare dalla cura alla prevenzione, per me significa qualcosa di molto concreto: non voglio essere considerata solo quando la malattia peggiora, quando si verifica una ricaduta, quando il trattamento deve essere cambiato, o quando qualcosa è già andato perduto. Prevenzione significa arrivare prima. Significa:</p>
<p>• Proteggere il lavoro prima che venga perso.</p>
<p>• Proteggere le relazioni prima che inizi l&rsquo;isolamento.</p>
<p>• Proteggere l&rsquo;autonomia prima che si trasformi in dipendenza.</p>
<p>• Proteggere la dignità prima che venga compromessa.</p>
<p>Ma la prevenzione può funzionare solo se è praticabile. Non basta dire alle persone cosa dovrebbero fare. La vera domanda è: le persone sono realmente nelle condizioni di farlo? La prevenzione è praticabile quando tiene conto dei contesti locali, dei luoghi di lavoro, delle famiglie, dei servizi, della fatica quotidiana, delle disuguaglianze, delle barriere. Se queste condizioni mancano, la prevenzione rischia di diventare una responsabilità individuale posta interamente sulle spalle della persona. Se invece queste condizioni vengono costruite insieme, la prevenzione diventa una responsabilità condivisa.</p>
<p>Anche il concetto di Brain Capital non è astratto per me (il concetto di &ldquo;brain capital&rdquo; è quello che considera la salute mentale e le capacità cognitive delle persone come una vera e propria risorsa economica per ogni Paese, ndr). Non sono solo il risultato di una risonanza magnetica. Non sono solo una progressione clinica. Non sono solo una diagnosi. Il mio Brain Capital è anche la possibilità di continuare a scegliere, lavorare, imparare, progettare, partecipare e restare parte della mia comunità. Parlo della possibilità di preservare le mie capacità, le mie relazioni, la mia autonomia, in una parola la mia dignità.</p>
<p>Se non misuriamo tutto questo, stiamo misurando solo una parte della malattia. Ecco perché la comunità è essenziale. La comunità non garantisce automaticamente una prevenzione migliore. Ma quando è organizzata, formata, rappresentativa e stabilmente coinvolta, può rendere visibili barriere, bisogni e priorità che i soli indicatori clinici non riescono a cogliere. Può aiutare la ricerca a trasformare raccomandazioni corrette in percorsi che le persone possono effettivamente seguire.</p>
<p>Per AISM la comunità non è solo un pubblico da informare, o un gruppo di persone da ascoltare occasionalmente. È un soggetto che partecipa alla vita dell&rsquo;Associazione e alla costruzione delle priorità.</p>
<p>I &ldquo;ricercatori-attivisti&rdquo; di AISM e della sua Fondazione sono nati all&rsquo;interno di questa stessa visione. Sono una rete di persone con sclerosi multipla, con condizioni correlate, caregiver e ricercatori che collaborano per orientare, progettare, partecipare e diffondere la ricerca. I ricercatori-attivisti portano l&rsquo;esperienza vissuta nei processi scientifici, contribuendo a far emergere bisogni e priorità che altrimenti potrebbero restare invisibili. E fanno anche il percorso inverso: portano la ricerca nelle comunità locali, attraverso una comunicazione scientifica accurata, rigorosa e comprensibile. In altre parole, portano la vita nella ricerca, e la ricerca nella vita.</p>
<p>Questo conferisce alla nostra comunità una credibilità strategica che va oltre il tradizionale advocacy dei pazienti. Ed è anche per questo che la sclerosi multipla può fungere da modello per altre malattie neurologiche. Per me, questa è ricerca responsabile. Una ricerca che non si chiede solo: funziona? Ma anche: è davvero utile, per chi, e a quali condizioni?</p>
<p>Credo che il messaggio finale sia semplice: non vogliamo essere solo destinatari della ricerca. Vogliamo essere parte della ricerca. La ricerca migliore è quella costruita con noi, che produce una prevenzione più praticabile, più equa e più vicina alla vita reale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Domestici (is back)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/domestici-is-back/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/domestici-is-back/</guid><pubDate>Fri, 29 May 2026 16:23:00 +0100</pubDate><description>Scopri la newsletter Domestici (is back) per guardare gli animali domestici con gli occhi della scienza. Ogni settimana una nuova storia per capirli meglio. Iscriviti gratis!</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/domestici-is-back-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/domestici-is-back-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Newsletter</p>
<h2 id="domestici-is-back">Domestici (is back)</h2><p>Una <strong>nuova uscita ogni settimana</strong>, per guardare gli animali domestici un po’ meno con gli occhi dell’abitudine e un po’ più con quelli della conoscenza.</p>
<p>Viviamo con gli animali da millenni.<br>
Eppure spesso li capiamo pochissimo.</p>
<ul>
<li>Perché i cani mangiano la cacca?</li>
<li>È vero che gli animali preferiscono le donne agli uomini?</li>
<li>Perché un gatto smette di usare la lettiera?</li>
<li>Perché possiamo tenere un tucano ma non una lontra?</li>
</ul>
<p><strong>Domestici (is back)</strong> è una newsletter sugli animali che vivono con noi, osservati con gli strumenti della scienza. Così da non perdere di vista la complessità delle relazioni che costruiamo con loro, senza nulla togliere all’affetto: perché voler bene a un animale è essenziale, ma non significa necessariamente capirlo.</p>
<p>Ricevi ogni settimana una storia sugli animali con cui vivi.</p>
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<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/domestici-is-back-esterna-1.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/domestici-is-back-esterna-1.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/domestici-is-back-esterna-1.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Cover — Pipì fuori posto" width="2819" height="1586" loading="lazy" decoding="async">
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<p>#13 maggio 2026</p>
<h3 id="pipì-fuori-posto">Pipì fuori posto</h3><p>Non è dispetto né errore: quando un gatto urina fuori dalla lettiera ci sta dicendo qualcosa su salute, ambiente o relazioni.</p>
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<p>#12 aprile 2026</p>
<h3 id="vecchio-mio">Vecchio mio</h3><p>Yanez non è più giovane: gli aspetti cognitivi, emotivi e socio-comportamentali dell’invecchiamento del cane, oltre le solite magagne fisiche.</p>
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<p>#11 17 aprile 2026</p>
<h3 id="gusti-difficili">Gusti difficili</h3><p>Sul cibo i gatti hanno gusti difficili: come funziona il loro senso del gusto e perché sono così selettivi.</p>
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<p>Una nuova uscita ogni settimana</p>
<h3 id="iscriviti-a-domestici-is-back">Iscriviti a Domestici (is back)</h3><p>Niente tutorial per diventare il “pet parent perfetto”, né favole motivazionali o classifiche delle “razze più intelligenti”. Ma tanto comportamento animale, evoluzione, salute, benessere, legislazione, relazione e tutto quello che rende la convivenza con altre specie molto più complicata (e interessante) di come spesso la raccontiamo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La geografia capovolta delle competenze socio-emotive</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive/</guid><pubDate>Fri, 29 May 2026 07:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>scuola</category><description>Definire e mappare la povertà educativa in Italia è il primo passo per costruire interventi efficaci e favorire lo sviluppo di competenze fondamentali per la persona. Tra queste, quelle socio-emotive, come curiosità, empatia e resilienza, sono decisive per la crescita personale e professionale. Il progetto ENRICH le ha rilevate per la prima volta con un campione rappresentativo su scala nazionale, e i risultati fanno riflettere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/geografia-capovolta-competenze-socio-emotive-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la povertà educativa? Definirla non è mai stato semplice, complice il fatto che questo concetto ha spesso assunto significati diversi e che solo in tempi recenti ha acquisito attenzione sistematica a livello economico e sociologico. Storicamente, e come a volte permane nel senso comune, povertà educativa era sinonimo di analfabetismo. Un problema, quindi, da considerare marginale nei Paesi “avanzati” e risolvibile con una scolarizzazione di massa. Una prima svolta l’ha data l’UNESCO, con la sua definizione di <a href="https://databrowser.uis.unesco.org/resources/glossary/2030" rel="noopener">literacy funzionale</a>: non basta saper leggere, scrivere, calcolare; queste capacità devono essere usate in modo efficace nel proprio contesto sociale e continuare a svilupparsi nel tempo, per la crescita sia della persona che della comunità in cui è inserita. Nell’ultimo ventennio, la povertà educativa ha assunto la sua forma più complessa - quella di un fenomeno multidimensionale fondato sulla carenza di competenze individuali che stiano al passo dei cambiamenti culturali, sociali e tecnologici. Se prima tutta l’attenzione si poneva sulla scuola, oggi va anche a tutti i contesti che favoriscono lo sviluppo di queste competenze, usate per imparare e sviluppare nuove capacità lungo tutto il corso della vita.</p>
<p>Tra queste, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), identifica tre <a href="https://www.oecd.org/it/publications/indagine-sulle-competenze-degli-adulti-2023_e014fcfb-it/italia_859a992c-it.html" rel="noopener">competenze cognitive</a> di base per gli adulti: lettura e comprensione di testi scritti, uso e interpretazione di informazioni matematiche e numeriche, e problem solving adattivo - la capacità di trovare soluzioni in contesti dinamici quando la risposta non è immediata. Accanto a esse figurano abilità frutto dell’interazione tra predisposizione individuale e contesto di vita: chiamate in modi diversi, dalle soft skills a tratti della personalità o competenze trasversali, i contesti di ricerca tendono oggi a preferirle come <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/17_4_Falzetti_Longobardi_FIN.pdf" rel="noopener">competenze socio-emotive</a>. La loro rilevanza sta negli effetti positivi che hanno sulla coesione sociale, la crescita personale, il successo professionale e, più in generale, il benessere della persona.</p>
<p>A costruire una definizione condivisa e una misurazione della povertà educativa in Italia <a href="https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/la-poverta-educativa/" rel="noopener">ha lavorato</a>, per tre anni, la <a href="https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/la-poverta-educativa/la-commissione/" rel="noopener">Commissione scientifica interistituzionale</a> dell’Istat, composta da oltre 50 membri. La povertà educativa emerge come un fenomeno che va oltre il problema scolastico, e si delinea come una fragilità sistemica dipendente dal contesto sociale, familiare e territoriale in cui si cresce. La definizione dell’Istat si articola su due livelli: come condizione, quando bambini e ragazzi, per la rispettiva fascia d’età, non hanno raggiunto i livelli di istruzione e competenze necessari a evitare forme di esclusione sociale; come rischio, quando si cresce in territori deprivati di risorse e opportunità educative e culturali. Una differenza, in buona sostanza, tra un risultato mancato, cioè l’assenza di competenze, e un contesto che non ha fornito le risorse e gli strumenti per svilupparle. </p>
<h2 id="un-divario-territoriale-si-capovolge">Un divario territoriale si capovolge</h2><p>Tra i progetti che hanno approfondito aspetti legati alla povertà educativa, figura il <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/17_4_Falzetti_Longobardi_FIN.pdf" rel="noopener">progetto ENRICH</a>, finanziato nell’ambito del PNRR e coordinato dall’Università di Napoli Parthenope in partenariato con l’INVALSI. Il focus dell’iniziativa era la misurazione delle competenze socio-emotive di circa 6.000 studenti di prima media distribuiti sul territorio italiano. «Lo scopo era di integrarli ai punteggi che l’INVALSI raccoglie ogni anno per le competenze cognitive», spiega Sergio Longobardi, professore associato di Statistica Economica all’Università di Napoli Parthenope e coordinatore del progetto. La scelta dell’età non è casuale: è in questa fase che si inizia in modo più marcato a sviluppare l’identità, ci si interessa alle relazioni con i pari, e si sviluppano le capacità di leggere le emozioni proprie e degli altri. «L’idea non era di valutare queste competenze, ma di rilevare il loro stato attuale per fornire una base di partenza per docenti e dirigenti», continua Longobardi. D’altronde, eseguire una valutazione senza prevedere prima interventi o considerare fattori extrascolastici rischierebbe di favorire più stigma che consapevolezza.  </p>
<p>Le competenze misurate dal progetto ENRICH - tra le quali curiosità, creatività, persistenza, responsabilità, empatia, ottimismo - si fondano su un <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1467-6494.1992.tb00970.x" rel="noopener">framework</a> consolidato della psicologia della personalità, adattato per gli studenti preadolescenti. Longobardi precisa: «Queste competenze sono abilità malleabili, che possono essere coltivate o inibite dal contesto in cui si cresce. La letteratura ha mostrato che spesso chi le possiede in misura maggiore tende a ottenere risultati migliori anche sul piano cognitivo».</p>
<p>E proprio in questo ambito i dati di ENRICH hanno sorpreso. Per gli studenti del Sud Italia, infatti, gran parte delle competenze socio-emotive misurate mostrano punteggi più alti (se comparati alla media nazionale) rispetto a quelli dei coetanei del Nord. Il gap territoriale per una volta si capovolge: dove per le competenze cognitive il divario italiano Nord-Sud segue una direzione “attesa”, per quelle socio-emotive va nella direzione opposta.<br>
Come si può spiegare questa apparente indipendenza tra capacità socio-emotive e cognitive nel Sud Italia? «Crescere in un contesto più difficile o imprevedibile può affinare competenza come la resilienza, la capacità di arrangiarsi, l’empatia. Ma questo non implica che si sviluppano di pari passo anche le capacità cognitive» spiega Orazio Giancola, professore associato di Sociologia dei Sistemi Educativi all’Università La Sapienza. «Anzi, spesso condizioni strutturali, come la qualità della scuola, il tipo di indirizzo, il tessuto territoriale, possono ostacolare la traduzione di risorse socio-emotive in apprendimento», continua Giancola. A questo si aggiunge il contesto relazionale quotidiano: le interazioni con i compagni e il clima di classe non sono uno sfondo neutro, ma parte attiva del processo di apprendimento. In altre parole, sarebbe limitante ragionare sul tema nell’ottica del singolo studente, perché il contesto in cui quello studente è collocato ha un suo peso. </p>
<h2 id="proviamo-a-leggere-il-dato">Proviamo a leggere il dato</h2><p>Concentriamoci sul significato di queste rilevazioni. Una prima precisazione da fare è metodologica. Il progetto ENRICH ha usato questionari autosomministrati, che per loro natura possono indurre a risposte influenzate dal bisogno di apparire desiderabili. «Sarebbe interessante integrare i questionari con situazioni pratiche e reali, che permettono di osservare direttamente lo studente», chiarisce Longobardi. Giancola aggiunge un ulteriore elemento: «Dalle propensioni e dalle autovalutazioni che emergono dai questionari è difficile separare il contesto. Può esserci anche un bias culturale che può pesare sulla risposta. Diventa un rumore nella misurazione che dà comunque un tipo di informazione». Un’informazione meno evidente, che non va ad annullare la rilevazione, ma richiede di leggerla con cautela. </p>
<p>Tenendo a mente questo, identificare possibili punti di attenzione dietro questo risultato controintuitivo porta a spunti di riflessioni importanti. Il primo riguarda il contesto territoriale: crescere in ambienti sfidanti e imprevedibili potrebbe favorire comportamenti di resilienza spiegando quei casi di inversa proporzionalità tra background socio-economico e punteggi socio-emotivi. Un’ulteriore chiave interpretativa può trasparire dalla letteratura sul <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/italian-political-science-review-rivista-italiana-di-scienza-politica/article/robert-d-putnam-la-tradizione-civica-nelle-regioni-italiane-con-r-leonardi-e-ry-nanetti-milano-mondadori-1993-pp-279/5177F1C08016B7BFBCC676CF1703CDA6" rel="noopener">tessuto civico</a> nelle regioni italiane: dove le relazioni di fiducia e il senso di comunità sono più radicati, i bambini possono crescere in ambienti che, a prescindere dalle risorse economiche, ispirano senso di responsabilità e comportamenti pro-sociali. Il secondo punto di attenzione è il contesto familiare. «C&rsquo;è una correlazione non neutra tra alcune competenze socio-emotive e il background familiare», spiega Giancola. «Alcune fasce sociali sono più attrezzate di altre.» Nel Sud Italia, dunque, qualcosa a livello territoriale potrebbe compensare un possibile svantaggio familiare. Oppure il confronto tra Nord e Sud nasconde una complessità che i dati aggregati non restituiscono, confrontando popolazioni di studenti con diverse storie familiari, scolastiche, territoriali.</p>
<p>Infine, ragioniamo sulla scala di osservazione. «Il pattern nazionale potrebbe non cogliere quello che succede dentro ciascun territorio, o dentro ciascuna classe» conclude Giancola. <br>
In altre parole, aggregare dati su una scala più ampia può nascondere dinamiche locali.</p>
<h2 id="verso-lazione">Verso l’azione</h2><p>«Bene avere un panorama nazionale», osserva Giancola, «ma è solo un indicatore del lavoro da farsi.» Il lavoro della Commissione Istat ha fornito una <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/16_4_Pratesi_FIN.pdf" rel="noopener">mappa</a> della povertà educativa, che non indica soluzioni pronte o uniformi, ma ci mostra una fotografia del nostro territorio. Insomma, un punto da cui partire. I dati del progetto ENRICH hanno arricchito il quadro con la dimensione socio-emotiva per aprire la strada a interventi strategici calibrati su contesti diversi. Da queste e altre consapevolezze che la ricerca accademica mette in luce, lo scopo ultimo appare quasi scontato. Bisogna che si trasformino in decisioni, interventi, pratiche concrete. Forse il punto importante è proprio questo: capire dove siamo non basta. Quello che conta è agire per intaccare un problema troppo spesso rimasto invisibile, a stagnare, a spese dei futuri e dei diritti dei più giovani.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Epidemie: una riflessione sulle cause e i rimedi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/epidemie-riflessione-cause-rimedi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/epidemie-riflessione-cause-rimedi/</guid><pubDate>Thu, 28 May 2026 20:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Enrico Girardi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dall’hantavirus a Ebola, l’attenzione pubblica sulle epidemie resta alta: può essere utile allora una riflessione generale sulle modalità con cui si attiva la catena dei contagi. Partendo dall’hantavirus, Enrico Girardi, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, delinea alcuni importanti fattori di rischio, che si manifestano in modo simile in qualsiasi emergenza epidemica, e indica quali sono i rimedi necessari, tra cui l’informazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/epidemie-riflessione-cause-rimedi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/epidemie-riflessione-cause-rimedi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Passata l’emergenza legata all’hantavirus, il tema delle epidemie resta al centro dell’attenzione pubblica, a causa dell’esplosione del caso Ebola. Una riflessione più generale, articolata intorno a quello che è accaduto durante il recente focolaio di hantavirus, consente di mettere a fuoco fenomeni che si possono presentare in qualsiasi emergenza epidemica. La storia della recente epidemia di hantavirus contiene infatti tutti gli elementi che potrebbero essere utilizzati in una esercitazione sul contrasto alle malattie infettive emergenti.</p>
<p>Ricapitoliamola in breve: due turisti fanno una serie di escursioni naturalistiche in zone remote dell’Argentina e poi si imbarcano su una nave da crociera dove viaggiano turisti provenienti da tutto il mondo. Dopo alcuni giorni si ammalano, presentando febbre e sintomi polmonari. Nel giro di circa 15 giorni si manifestano sulla nave 4 casi simili e, successivamente, altri casi fino a un totale di 11, tre dei quali mortali. A questo punto è chiaro che si tratta di un focolaio epidemico, la nave viene fermata in un porto, i passeggeri e parte dell’equipaggio vengono sbarcati, i malati vengono evacuati in diversi ospedali europei. Altri passeggeri vengono posti in quarantena in vari paesi, ma molti sfuggono al tracciamento.</p>
<p>Sembra la descrizione iniziale di uno scoppio pandemico, e ci sono tutti gli elementi perché la pandemia si inneschi: il contatto con animali selvatici in aree remote, la presenza di persone infettate in luoghi chiusi e affollati che facilitano i contatti interpersonali, lo spostamento rapido delle persone potenzialmente esposte in diverse aree del mondo, la difficoltà di tracciamento. Ma fortunatamente il virus non è il candidato giusto per una pandemia. Infatti il responsabile di questo focolaio è il virus Andes, un virus della famiglia delle Hantaviridae, l’unico di questi virus per cui sono stati descritti piccoli focolai epidemici con trasmissione da uomo a uomo, ma questa modalità di contagio ha una efficienza limitata, probabilmente troppo bassa per innescare catene epidemiche diffuse.</p>
<p>Sicuramente ci sono elementi importanti da considerare in questo episodio.</p>
<h2 id="lincremento-delle-attività-ecoturistiche">L’incremento delle attività ecoturistiche</h2><p>Il primo è l’incremento delle attività cosiddette ecoturistiche. Nell’ultimo decennio questa forma di turismo si è molto diffusa, spinta dall’ansia legata ai cambiamenti climatici che presenta alcuni viaggi come l’ultima opportunità di osservare alcuni ambienti naturali (last chance tourism).</p>
<p>Altri due elementi importanti sono la crescente popolarità della fotografia naturalistica e la rapida crescita di crociere polari: il turismo antartico e subantartico da solo è cresciuto più di 10 volte durante questo secolo. Questa crescita dell’ecoturismo è molto significativa dal punto di vista del rischio di acquisizione di malattie da animali selvatici. Infatti, l’ecoturismo spesso comporta il viaggio verso aree remote o rurali con scarsa sorveglianza sanitaria, la vicinanza ai serbatori animali rappresentati da roditori, primati non umani e l’esposizione ad artropodi vettori di malattie.</p>
<p>Inoltre spesso è associato ad attività come il birdwatching che aumentano il rischio di esposizione a particelle derivate dalle deiezioni animali.</p>
<p>Revisioni sistematiche di letteratura hanno dimostrato che c’è un legame tra le attività ecoturistiche e eventi di spillover di infezioni virali, parassitarie e batteriche.</p>
<h2 id="siccità-e-precipitazioni-intense">Siccità e precipitazioni intense</h2><p>Un altro elemento da considerare è l’alternarsi dei periodi di siccità e di precipitazioni abbondanti che può favorire prima lo spostamento delle popolazioni dei roditori al di fuori dei loro areali abituali e poi, con le piogge abbondanti e quindi l’aumento della disponibilità di cibo, la crescita della popolazione. E quindi la probabilità del contatto con le popolazioni umane.</p>
<p>Va notato che proprio l’Argentina ha sperimentato oscillazioni estreme del clima di questo genere.</p>
<h2 id="sorvegliare-le-malattie-infettive-emergenti-con-approccio-one-health">Sorvegliare le malattie infettive emergenti con approccio One Health</h2><p>Gli hantavirus sono virus a Rna che possono trasmettersi all’uomo in primo luogo attraverso l’esposizione ambientale a roditori infetti che ne sono il serbatoio naturale. In particolare il ratto pigmeo dalla coda lunga (Oligoryzomys longicaudatus) è il principale serbatoio di Andes. La trasmissione si realizza principalmente attraverso l’inalazione di particelle virali presenti nelle urine, feci o saliva dei roditori. Nell’uomo questi virus causano due malattie gravi: la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), causata da virus di questa famiglia presenti in Europa e Asia, e la Sindrome cardiopolmonare (HCPS), o Sindrome polmonare da hantavirus, causata dai virus presenti nelle Americhe. La letalità della HFRS varia dallo 0,1% al 12 % a seconda del virus in causa, mentre la letalità della Sindrome polmonare può raggiungere il 45%.</p>
<p>Il virus Andes è uno dei virus responsabili della Sindrome polmonare ed è l’unico per il quale è stata ben documentata la trasmissione da persona a persona. In particolare è stato studiato un focolaio verificatosi tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 in Argentina che ha causato 34 infezioni confermate e 11 decessi. Il contagio era partito da una persona che aveva contratto l’infezione da un animale e si era amplificato nel corso di una festa a Epuyènne nella provincia di Chubut in Patagonia. La catena di contagio si è interrotta alla quarta generazione e l’analisi di questo e di altri eventi ha dimostrato che il contagio interumano richiedeva contatti stretti e prolungati. E, d’altra parte, ha anche mostrato la bassa probabilità del mantenersi del contagio interumano e quindi di dare il via a epidemie di maggiori dimensioni.</p>
<p>Questi episodi dimostrano comunque la necessità di creare sistemi di sorveglianza delle malattie infettive emergenti che adottino un approccio One Health e cioè che integrino dati di sorveglianza umana, animale e ambientale.</p>
<p>In questo episodio, la capacità dell’Oms di coordinare la risposta a livello internazionale è stata limitata e ciò è stato anche un effetto del crollo dei finanziamenti e dell’apporto tecnico-scientifico dovuti al ritiro degli Stati Uniti che avevano un ruolo fondamentale nelle crisi precedenti e che, in questo caso, è stato in parte vicariato dall’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc).</p>
<h2 id="aumentare-la-consapevolezza-dei-rischi">Aumentare la consapevolezza dei rischi</h2><p>Un altro ambito di intervento dovrebbe essere rivolto ad aumentare la consapevolezza dei rischi che si corrono viaggiando in aree remote e della necessità quindi di riportare immediatamente la comparsa di sintomi in relazione a questi viaggi.</p>
<p>Infine va ricordato che ad oggi non esiste una terapia per queste infezioni virali ed è quindi un campo importante della ricerca clinica da sviluppare, in particolare per quanto riguarda gli antivirali, l’immunoterapia e le terapie antiinfiammatorie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>TEA, biologico, naturale: le ambiguità del dibattito</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito/</guid><pubDate>Thu, 28 May 2026 07:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>alimentazione</category><description>L’idea che “naturale” significhi automaticamente migliore, più sano o più etico domina ancora il dibattito pubblico sull’agricoltura. Ma le Tecnologie di Evoluzione Assistita (TEA) mettono in crisi questa narrazione: non imitano la natura, la rendono più controllabile. A partire dal libro &amp;amp;ldquo;La speranza verde” di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, Gilberto Corbellini smonta i miti sul biologico, analizza le critiche alle biotecnologie agrarie e mostra come, tra marketing, ideologia e paura degli OGM, la discussione scientifica risulti spesso sostituita da slogan emotivi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una delle affermazioni che, in prima battuta, stupisce studenti e studentesse è che l&rsquo;evento più innaturale nella storia della nostra specie è stato l&rsquo;invenzione dell&rsquo;agricoltura. Per cui parlare di agricoltura o alimenti “naturali” non ha senso. E il termine “biologico”, usato per l&rsquo;agricoltura, non ha una base scientifica; indica solo l&rsquo;adesione a un insieme di pratiche più o meno definite su base normativa. Nel senso letterale del termine, qualunque agricoltura e qualunque cibo sono biologici.</p>
<p>L&rsquo;associazione “biologico = naturale = più sano = più giusto” è una falsa narrazione, funzionale al marketing, in particolare di Slow Food, che vi si aggrappa per prendere forza politica e ricavi economici, e alle bugie sistematicamente raccontate da Coldiretti, che è il vero ministero dell&rsquo;agricoltura in Italia. Naturalmente il biologico/naturale, nella percezione dei cultori snob del cibo, sarebbe anche “più buono”, nel senso del gusto e dell&rsquo;etica. Sul primo si può rispondere con una battuta: <em>de gustibus</em>. Sul secondo non scommetterei un centesimo. A cominciare dal fatto che vietiamo la coltivazione OGM in Italia, ma importiamo dall&rsquo;estero milioni di tonnellate all&rsquo;anno di mangimi transgenici per alimentare le filiere che producono il nostro DOP. E che si manca di rispetto alle persone prossime alla sottonutrizione, anche in questo Paese, il cui reddito non consente loro di alimentarsi sanamente ma che devono guardare stellati chef o aspiranti tali che spadellano 7/24 su tutte le frequenze.</p>
<p>La gastronomia, come sa chiunque abbia letto qualche introduzione alla sociologia politica degli ultimi cinquant&rsquo;anni, ha preso il posto dell&rsquo;ideologia. Gambero Rosso e Slow Food sono nati da piattaforme di sinistra, anche comunista, e sono diventati punti di riferimento per un ceto snob che non ha problemi economici di accessibilità al cibo. Il biologico rappresenta una quota del mercato alimentare intorno al 4-5%, con punte superiori in alcuni segmenti come ortofrutta e lattiero-caseario. Eppure, riceve vantaggi economici e un&rsquo;attenzione mediatica e culturale del tutto sproporzionata. La gran parte della produzione agricola è convenzionale e deve rispondere a esigenze di scala, sicurezza e accessibilità economica. In un contesto globale segnato da instabilità crescente e minacce alla sicurezza alimentare, trattare il biologico come il paradigma produttivo di riferimento è un lusso culturale che solo chi non ha problemi di accesso al cibo, a prescindere dal costo, può permettersi.</p>
<p>Le biotecnologie sono una risorsa rivoluzionaria, e dopo lungo periodo di uso per guadagnare economicamente e sul piano della sostenibilità, nell’ecosistema nord e sud americano, oggi diffondono inesorabilmente e per fortuna, in aiuto anche nei paesi dove l’agricoltura rimane precaria.</p>
<p>Il libro <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/la-speranza-verde-9788830154629" rel="noopener"><em>La speranza verde</em></a> (Bompiani, 2026) di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, che sono tra i principali ricercatori italiani nel campo delle biotecnologie agrarie, illustra con rigore e ricchezza di argomenti i fatti appena riassunti, per lanciarsi poi in una <em>pars construens</em>. Che la contrapposizione naturale/artificiale, pur intuitiva, non regga a un&rsquo;analisi scientifica, gli autori lo commentano alla luce del fatto che ora disponiamo di tecnologie di evoluzione assistita (TEA) con le quali possiamo fare in modo più preciso, rapido e controllato ciò che la selezione, naturale e artificiale, ha sempre fatto: modificare le piante per un vantaggio adattativo. Il genome editing interviene su sequenze geniche esistenti senza introdurre necessariamente elementi estranei, a differenza della ricombinazione genica via plasmidi usata nella maggior parte degli OGM classici.</p>
<p>Che il fraintendimento persista lo dimostra un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea/">articolo</a> recentemente apparso su <em>Scienza in rete</em>, che solleva obiezioni alle TEA su basi in parte legittime, in parte epistemicamente fragili. Gli autori sollevano questioni reali: overselling, concentrazione dei brevetti, limiti delle prove parcellari, complessità degli agroecosistemi. Ma argomentano su fondamenta fragili e alcune premesse sono errate. Evoluzione assistita, in biologia molecolare, significa accelerazione della variazione e della selezione in laboratorio, non sostituzione dei processi naturali. Né più né meno: a che serve confondere il piano della metafora con quello del meccanismo? A che serve nell’economia argomentativa dell’articolo confondere il piano della metafora con quello del meccanismo? La fenomenologia della Regina Rossa descrive un processo evolutivo, non prescrive una rinuncia agli interventi. Se la corsa alle armi fosse un argomento contro le difese, non avremmo antibiotici né vaccini. Le pressioni selettive più intense che le TEA potrebbero generare sul patogeno sono un argomento eventualmente da falsificare e per il monitoraggio post-introduzione, non per il blocco preventivo. Se non si usano le TEA, si usano i fungicidi, con impatti agroecologici, evolutivi ed economici ben documentati. La critica alla «corsa alle armi tecnologica» dovrebbe applicarsi anche all&rsquo;alternativa chimica.</p>
<p>La vite europea, il riso Arborio, il frumento moderno non sono prodotti dell&rsquo;evoluzione naturale: sono il risultato di millenni di selezione artificiale intensiva. L&rsquo;argomento che le TEA siano qualitativamente diverse richiederebbe una dimostrazione più che lessicografica. Mentre il richiamo a Morin, Jonas e Aristotele (al di là di una certa improvvisazione dei riferimenti bibliografici) è un&rsquo;argomentazione per l&rsquo;inerzia: siccome i sistemi sono complessi, non dobbiamo intervenire con strumenti precisi. La complessità è reale, ma non implica che gli interventi mirati siano destabilizzanti. Implica solo che vanno monitorati.</p>
<p>La citazione di Khaipho-Burch, nell’articolo su <em>Scienza in rete</em>, è il punto più debole. Gi autori lo usano per concludere che si sta facendo dell’overselling e si dovrebbe fare un passo indietro. Khaipho-Burch su <em>Nature</em> <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-02895-w" rel="noopener">critica</a> l&rsquo;overselling dei risultati in parcella ma dice che le prove devono essere fatte meglio e a scala più ampia.</p>
<p>Quanto ai brevetti: la concentrazione del mercato sementiero esiste già e di fatto ha promosso l’innovazione fin qui - Bayer-Monsanto, ChemChina-Syngenta, Corteva. Le TEA si innestano su una struttura già oligopolistica, non la creano.</p>
<p>Gli autori richiamano la norma di reazione per sostenere la mancanza di controllo dei processi che portano dal genotipo al fenotipo, un continente biochimico che la selezione naturale attraversa alla cieca. L&rsquo;ingegneria genetica moderna lavora precisamente sulle vie biochimiche che mediano quel rapporto: conosce il pathway, il prodotto proteico, può verificare l&rsquo;espressione off-target. L&rsquo;argomento degli autori si capovolge su sé stesso. C&rsquo;è anche un&rsquo;ironia nel citare Waddington: è stato proprio lui a introdurre i concetti di “paesaggio epigenetico” e “canalizzazione”, cioè la tendenza dei sistemi di sviluppo a produrre fenotipi robusti nonostante le variazioni genotipiche — il che va nella direzione opposta rispetto all&rsquo;allarme implicito nella citazione.</p>
<p>L&rsquo;EFSA, peraltro, valuta l&rsquo;organismo modificato come sistema biologico integrato (tossicità, allergenicità, stabilità dell&rsquo;inserto, effetti pleiotropici), non singoli geni in astratto. È il riconoscimento istituzionale che la questione della norma di reazione va affrontata empiricamente, non come argomento retorico per bloccare la ricerca. Confondere una difficoltà epistemica genuina (il rapporto genotipo-fenotipo è complesso) con una conclusione infondata (le biotecnologie sono più rischiose della selezione naturale) vuol dire fare una confusione classica tra complessità conoscibile e rischio intrinseco.</p>
<p>Il problema principale delle TEA è che la normativa in Europa rimane complicata. La Corte di Giustizia UE, con la sentenza C-528/16 del 2018, ha stabilito che le TEA ricadono sotto la direttiva OGM del 2001, estendendo la regolamentazione sulla base del processo produttivo, non delle caratteristiche del prodotto finale. Il legislatore del 2001 non aveva previsto queste tecnologie e improvvidamente non aveva previsto una revisione periodica della normativa sulla base delle innovazioni tecnologiche. La proposta di nuovo Regolamento EU (COM/2023/411) distingue le categorie di TEA in base al profilo di rischio del prodotto. Ma per ora si va avanti in ordine sparso. Con il Decreto Siccità del 2023, convertito in Legge n. 68, è stata autorizzata per la prima volta in Italia la sperimentazione in campo aperto delle TEA, prorogata al 31 dicembre 2026 con la Legge 199/2025. Nel 2024 Vittoria Brambilla ha piantato il primo campo sperimentale di riso TEA in Italia e in Europa — distrutto da terroristi ambientalisti. Nel 2025, con il supporto della Fondazione Bussolera Branca e la collaborazione dell&rsquo;Ente Nazionale Risi, ha portato a raccolto tre campi.</p>
<p>Una riflessione personale. La questione della “naturalità” è comunque scivolosa. Nei corsi di bioetica rivolti ai biotecnologi spiego la fallacia naturalistica: “naturale” non è un criterio valido per stabilire sicurezza o accettabilità o eticità. Quando parliamo di TEA, qualche studente mi chiede perché torni utile l&rsquo;argomento della naturalità per farle accettare. Ha ragione. “La mutazione ottenuta è indistinguibile da una spontanea” non dice nulla sulla sicurezza della tecnica. Il vantaggio reale delle TEA è opposto: sono più controllate della mutagenesi casuale, usata da decenni nell&rsquo;agricoltura convenzionale senza che nessuno abbia chiamato queste varietà OGM. Difenderle per la loro apparente naturalità, invece che per la loro precisione, inverte questa logica.</p>
<p>L&rsquo;argomento coerente dal punto di vista normativo, cioè etico, sarebbe: le TEA meritano una valutazione del rischio diversa dagli OGM classici non perché siano “naturali”, ma perché il loro profilo di rischio è strutturalmente differente. Studenti e stdudentesse questo argomento lo capiscono immediatamente. Il problema è che non funziona politicamente. “È come la natura” arriva diretto sul piano emotivo; “è più sicuro perché è più controllato” richiede una spiegazione tecnica. Il risultato sembra che l’argomentazione possa cambiare in base al pubblico: con gli scettici si usa la naturalità, con i sostenitori della scienza si usa la precisione. </p>
<p>L&rsquo;uso strategico di argomenti fallaci, anche in buona fede, produce un costo epistemico reale: normalizza l&rsquo;idea che la solidità di un argomento dipenda dal pubblico cui si rivolge. Nelle aule possiamo permetterci di non farlo. Fuori dalle aule, evidentemente, nessun attore politico sembra disposto ad ascoltarlo. Ma questa è una ragione per non cedere, non per adeguarsi.</p>
<p>L&rsquo;uso strategico di argomenti fallaci, anche in buona fede, produce un costo epistemico reale. E forse non aiuta la costruzione di una comunicazione che abbia lo scopo anche di migliorare la cognizione sociale e l’uso della razionalità critica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Più scienziati anziani, meno innovazione nella ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piu-scienziati-anziani-meno-innovazione-ricerca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piu-scienziati-anziani-meno-innovazione-ricerca/</guid><pubDate>Wed, 27 May 2026 08:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sandro Fuzzi</dc:creator><category>innovazione</category><description>Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piu-scienziati-anziani-meno-innovazione-ricerca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piu-scienziati-anziani-meno-innovazione-ricerca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno <em>disruptive</em>, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».</p>
<p>È questo il cuore dell&rsquo;articolo “<a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.ady8732" rel="noopener">Aging and the Narrowing of Scientific Innovation</a>”, appena <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-01466-z" rel="noopener">ripreso dalla rivista <em>Nature</em></a>, che racconta con toni quasi da sociologia della conoscenza una domanda antica quanto la scienza moderna: l’età rende più saggi o più conservatori?</p>
<p>Gli autori hanno analizzato qualcosa come 12,5 milioni di ricercatori e oltre sessant’anni di pubblicazioni scientifiche in tutti i settori scientifici. Il risultato è affascinante perché evita comunque la caricatura del “vecchio scienziato rincitrullito” e propone invece un quadro molto più sottile: con l’età cresce la capacità di integrare conoscenze esistenti, ma diminuisce quella di produrre radicali idee di rottura. In altre parole, gli scienziati senior diventano bravissimi a costruire ponti tra conoscenze consolidate, meno inclini però a demolire il ponte e cambiare il corso del fiume.</p>
<p>Gli autori chiamano questo fenomeno Nostalgia Effect. Non è nostalgia sentimentale, ma una forma di memoria cognitiva: nel corso della carriera i ricercatori tendono a citare lavori sempre più vecchi, spesso quelli incontrati all’inizio della propria formazione. Ed è qui che molti di noi, <em>old scientists</em>, potrebbero sentirsi scoperti. Perché il lavoro mostra che il “paper della vita”, quello che struttura il nostro modo di pensare, è spesso stato pubblicato appena uno o due anni prima del nostro primo articolo scientifico. Come se ciascuno restasse in parte imprigionato nella propria “età dell’oro” intellettuale.</p>
<p>Naturalmente, il punto delicato è capire cosa significhi innovazione. Gli autori distinguono fra <em>novelty</em> e <em>disruption</em>. <em>Novelty</em> è la capacità di creare nuovi concetti da idee già note; <em>disruption</em> invece è la capacità di rendere obsolete le idee precedenti. Einstein nel 1905 era <em>disruptive</em>. Einstein negli ultimi decenni della sua vita, ostinatamente impegnato contro la meccanica quantistica, molto meno.</p>
<p>Il lavoro mostra che la <em>novelty</em> cresce con l’età, mentre la <em>disruption</em> cala quasi ovunque e in tutte le discipline. E qui bisogna riconoscere agli autori un certo coraggio sociologico: non si limitano a dire che gli anziani fanno meno rivoluzioni, ma suggeriscono che il sistema scientifico stesso, sempre più anziano, stia diventando meno disposto a tollerare le rivoluzioni.<br>
La questione non riguarda solo gli individui, ma anche il potere. Con l’età gli scienziati diventano capi laboratorio, referee, coordinatori di progetto, membri di panel, editor. E quindi influenzano ciò che viene finanziato, pubblicato e considerato rilevante.</p>
<p>Uno dei risultati più intriganti riguarda proprio i gruppi di ricerca. Quando il corresponding author è più giovane, gli articoli tendono a citare letteratura più recente. Quando è più anziano, il gruppo “invecchia” cognitivamente.</p>
<p>Qui il lettore senior potrebbe sentirsi punto sul vivo. Ma forse è utile evitare reazioni difensive. Anche perché l’articolo non sostiene affatto, come visto, che gli scienziati anziani siano inutili, anzi. Sostiene piuttosto che svolgono una funzione diversa: consolidano, integrano, verificano, selezionano. Fanno ordine nel caos creativo prodotto dalle generazioni più giovani. In fondo, la scienza non vive solo di rivoluzioni; vive anche di sedimentazione. Se tutti fossero <em>disruptive</em> contemporaneamente, probabilmente avremmo un ecosistema scientifico ingestibile: mille paradigmi nuovi e nessuno abbastanza stabile da diventare conoscenza condivisa.</p>
<p>Il problema nasce quando l’equilibrio si rompe. E secondo gli autori questo starebbe accadendo. Le grandi squadre gerarchiche, l’allungamento delle carriere, la riduzione del turnover e sistemi di finanziamento sempre più scarsi favorirebbero una scienza cumulativa ma meno capace di salti concettuali.</p>
<p>Perfino l’abolizione del pensionamento obbligatorio nelle università americane viene interpretata nell’articolo come un “esperimento naturale”: dopo quella riforma, negli Stati Uniti è aumentata significativamente l’età media delle citazioni bibliografiche.</p>
<p>Qui il terreno diventa inevitabilmente politico, in quanto il messaggio implicito è delicato: una scienza troppo gerontocratica rischia di perdere capacità di trasformazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato leggerlo come un elogio della giovane età in sé. La storia della scienza è piena di grandi intuizioni mature e di giovani mediocri.</p>
<p>Piuttosto, il lavoro invita a riflettere sulla diversità cognitiva nelle comunità scientifiche. Servono giovani capaci di rompere gli schemi e senior capaci di distinguere le rivoluzioni autentiche dalle mode passeggere. Servono gruppi meno gerarchici e più intergenerazionali. Servono meccanismi che permettano agli early-career scientists di guidare progetti senza dover aspettare i sessant’anni per ottenere fiducia e fondi.</p>
<p>E forse serve anche, ogni tanto, un piccolo esercizio personale: aprire un articolo appena uscito invece di rileggere per la decima volta il “classico imprescindibile” che conosciamo a memoria. Anche se, diciamolo, certi lavori del 1987 restano davvero fondamentali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’economia europea ha un centro di gravità?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/economia-europea-centro-gravita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/economia-europea-centro-gravita/</guid><pubDate>Wed, 27 May 2026 07:56:00 +0100</pubDate><category>economia</category><description>Le guerre non colpiscono tutte allo stesso modo l’economia globale: molto dipende da dove esplodono. Un nuovo studio applica al commercio internazionale un modello ispirato alla fisica, interpretando i mercati europei come un vero e proprio “campo gravitazionale”. Le simulazioni mostrano che i conflitti localizzati nei nodi centrali delle reti produttive e commerciali europee — dal nord Italia al Benelux — possono generare effetti destabilizzanti molto più ampi rispetto a guerre periferiche. E propone quindi un approccio interdisciplinare che aiuta a leggere il legame sempre più stretto tra geopolitica, interdipendenza economica e stabilità del continente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/economia-europea-centro-gravita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/economia-europea-centro-gravita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le guerre e le tensioni geopolitiche non colpiscono tutti i mercati allo stesso modo. Alcuni conflitti producono effetti economici limitati, mentre altri possono destabilizzare intere aree commerciali. Un recente <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/crq.21455" rel="noopener">studio</a> che abbiamo pubblicato su <em>Conflict Resolution Quarterly</em> propone un modello interdisciplinare tra economia e fisica che interpreta i mercati internazionali come «campi gravitazionali». Attraverso simulazioni sulle regioni europee, il nostro lavoro mostra come i conflitti che interessano le aree centrali delle reti economiche europee abbiano effetti molto più intensi sulla stabilità commerciale rispetto ai conflitti periferici.</p>
<h2 id="esiste-una-gravità-economica">Esiste una gravità economica?</h2><p>Quando pensiamo alla gravità immaginiamo pianeti, stelle o galassie. Eppure, da decenni, economisti e studiosi di geografia economica utilizzano il concetto di gravità anche per spiegare il commercio internazionale.</p>
<p>L’idea è intuitiva: le economie più grandi tendono ad attrarre più commercio, investimenti e imprese, proprio come le masse più grandi in fisica esercitano una forza gravitazionale maggiore. Allo stesso tempo, la distanza riduce queste interazioni. Due Paesi vicini commerciano generalmente di più rispetto a due Paesi lontani, non solo per motivi geografici ma anche culturali, logistici e politici.</p>
<p>Questo approccio, noto come «modello gravitazionale del commercio», è stato sviluppato già negli anni cinquanta dall’economista Walter Isard, uno dei fondatori della <em>regional science</em>, disciplina che studia la dimensione spaziale dei fenomeni economici.</p>
<p>Nel nostro studio abbiamo cercato di estendere questa idea, integrandola con il tema dei conflitti geopolitici. La domanda di partenza era semplice: tutte le guerre hanno lo stesso impatto economico sui mercati internazionali?</p>
<p>La risposta, secondo le simulazioni sviluppate nel lavoro, è no.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/economia-europea-centro-gravita-body-1.png.webp" alt="" width="590" height="440" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Dove si concentra la «gravità» economica europea. La mappa mostra le regioni europee maggiormente integrate dal punto di vista economico e commerciale. Le aree in rosso rappresentano il cuore delle reti produttive e degli scambi del continente europeo. Secondo il modello sviluppato nello studio, conflitti localizzati vicino a queste aree centrali possono produrre effetti molto più destabilizzanti sull’intero mercato europeo. Fonte: Capoani L, Tudorache A, Barlese A, <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/crq.21455" rel="noopener">Exploring Economic Conflict Through the Gravitational Field Model of Trade: Markets, Wars, and Instability</a>, <em>Conflict Resolution Quarterly</em> (2025). Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<h2 id="leuropa-come-una-rete-gravitazionale">L’Europa come una rete gravitazionale</h2><p>L’economia europea può essere immaginata come una grande rete interconnessa. Alcune aree hanno un ruolo più centrale di altre perché concentrano una quantità molto elevata di produzione industriale, servizi, infrastrutture e scambi commerciali.</p>
<p>Nel nostro lavoro abbiamo rappresentato queste interazioni attraverso il concetto di «campo gravitazionale economico». In questo schema, ogni regione esercita una forza di attrazione proporzionale alla propria dimensione economica. Più un territorio è economicamente forte e integrato, maggiore sarà la sua capacità di attrarre flussi commerciali e attività produttive.<br>
Quando questi campi si sovrappongono, si formano aree ad alta intensità economica. Nel caso europeo, le simulazioni mostrano una forte concentrazione lungo quella che gli studiosi chiamano «Blue Banana»: un corridoio economico che collega storicamente il nord Italia, la Germania occidentale, il Benelux e parte della Francia e del Regno Unito.</p>
<p>Si tratta dell’area più densamente industrializzata e urbanizzata del continente europeo. Non è un caso che proprio qui si concentrino molti dei principali nodi logistici, finanziari e produttivi dell’Unione Europea.</p>
<p>Da un punto di vista economico, questa zona può essere interpretata come una sorta di «centro di gravità» del mercato europeo.</p>
<h2 id="perché-alcuni-conflitti-destabilizzano-più-di-altri">Perché alcuni conflitti destabilizzano più di altri</h2><p>Il punto centrale dello studio riguarda il ruolo della posizione geografica dei conflitti.</p>
<p>In fisica, una perturbazione vicina al centro di un sistema produce effetti più intensi rispetto a una perturbazione periferica. Applicando questo principio all’economia, abbiamo ipotizzato che un conflitto localizzato nelle aree centrali delle reti commerciali europee possa generare effetti molto più destabilizzanti rispetto a un conflitto distante dai principali poli economici.</p>
<p>Per verificare questa ipotesi abbiamo utilizzato dati economici regionali europei basati sulle regioni NUTS2, la classificazione territoriale utilizzata da Eurostat per analizzare le economie regionali europee. Le simulazioni hanno permesso di osservare come varia il «campo gravitazionale» europeo in presenza di scenari di crisi o conflitto.</p>
<p>I risultati mostrano un elemento interessante: quando il conflitto interessa aree periferiche del sistema economico europeo, gli effetti tendono a essere più contenuti e localizzati. Quando invece le tensioni colpiscono aree centrali e altamente integrate, le conseguenze si propagano molto più rapidamente all’intera rete commerciale.<br>
In altre parole, non conta soltanto l’intensità di una guerra, ma anche la sua posizione all’interno della rete economica.</p>
<h2 id="il-ruolo-delle-reti-commerciali">Il ruolo delle reti commerciali</h2><p>Negli ultimi decenni l’economia mondiale è diventata profondamente interdipendente. Le filiere produttive attraversano più Paesi, i componenti industriali vengono prodotti in regioni diverse e il commercio internazionale dipende da reti logistiche estremamente integrate.</p>
<p>Questo significa che la stabilità economica dipende sempre di più dalla stabilità delle connessioni.</p>
<p>Un blocco in un nodo strategico può produrre effetti a catena molto ampi. Lo abbiamo visto durante la pandemia, con le difficoltà nelle catene globali di approvvigionamento, ma anche con le tensioni geopolitiche recenti nel Mar Rosso e nell’Europa orientale.</p>
<p>Nel caso europeo, il legame economico tra Francia e Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa interdipendenza. Non è soltanto una relazione politica: è anche una struttura economica profondamente integrata, costruita attraverso decenni di cooperazione industriale e commerciale.</p>
<p>Nel nostro studio abbiamo simulato diversi scenari ipotetici di conflitto tra regioni europee. Le simulazioni mostrano che tensioni localizzate nel cuore economico dell’Europa tendono a modificare in modo significativo la struttura del mercato continentale.</p>
<p>Questo non significa che un conflitto periferico sia irrilevante. Tuttavia, la centralità economica di un’area amplifica gli effetti della crisi sull’intero sistema.</p>
<h2 id="cooperazione-economica-e-stabilità">Cooperazione economica e stabilità</h2><p>Uno degli aspetti più interessanti emersi dal lavoro riguarda il rapporto tra integrazione economica e pace.</p>
<p>Già negli anni Novanta molti studiosi sostenevano che il commercio internazionale potesse ridurre la probabilità di conflitti tra Stati economicamente interdipendenti. L’idea era semplice: più due economie sono integrate, più il costo economico di uno scontro aumenta per entrambe le parti.</p>
<p>L’integrazione europea nasce anche da questa intuizione storica. Dopo la Seconda guerra mondiale, la cooperazione economica tra Francia e Germania fu considerata uno strumento fondamentale per ridurre le tensioni e costruire stabilità politica nel continente.</p>
<p>La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1952 rappresentò uno dei primi tentativi concreti di trasformare la cooperazione economica in un meccanismo di prevenzione dei conflitti.</p>
<p>Le nostre simulazioni sembrano confermare questa logica. Maggiore è il livello di integrazione commerciale tra regioni e Paesi, maggiore tende a essere la resilienza del sistema economico complessivo.</p>
<p>In questo senso, il commercio internazionale non è soltanto un fenomeno economico, ma anche un elemento di stabilizzazione geopolitica.</p>
<h2 id="una-lettura-interdisciplinare-dei-conflitti">Una lettura interdisciplinare dei conflitti</h2><p>Naturalmente, un modello economico non può spiegare da solo fenomeni complessi come le guerre. Le cause dei conflitti includono elementi storici, politici, strategici e culturali che non possono essere ridotti a formule matematiche.</p>
<p>Tuttavia, l’approccio interdisciplinare può aiutare a comprendere alcuni meccanismi strutturali che spesso rimangono invisibili.</p>
<p>L’utilizzo di concetti ispirati alla fisica non implica che le società funzionino esattamente come sistemi meccanici. Piuttosto, offre strumenti utili per visualizzare reti economiche molto complesse e capire come shock geopolitici, crisi commerciali e tensioni internazionali possano propagarsi nello spazio economico europeo.</p>
<p>In particolare, il concetto di «campo gravitazionale» consente di rappresentare in modo intuitivo l’interdipendenza tra territori, mostrando come la stabilità di un mercato dipenda non solo dalla forza delle singole economie, ma anche dalla qualità delle loro connessioni.</p>
<h2 id="perché-tutto-questo-riguarda-il-futuro-delleuropa">Perché tutto questo riguarda il futuro dell’Europa</h2><p>Negli ultimi anni l’Europa ha affrontato una successione di shock: pandemia, crisi energetica, guerra in Ucraina, tensioni commerciali globali, problemi nelle catene di approvvigionamento.</p>
<p>Questi eventi hanno mostrato quanto le economie europee siano ormai strettamente collegate tra loro.</p>
<p>Comprendere la struttura spaziale di queste connessioni può diventare sempre più importante per la gestione dei rischi economici e geopolitici. Se alcune aree rappresentano veri e propri nodi centrali del sistema europeo, allora proteggerne la stabilità significa anche proteggere l’equilibrio economico dell’intero continente.</p>
<p>Il nostro studio propone quindi una prospettiva diversa sul rapporto tra economia e conflitti: le guerre non modificano soltanto gli equilibri politici, ma alterano anche la «geografia gravitazionale» dei mercati.</p>
<p>Ed è forse proprio questa la lezione più attuale: in un’economia sempre più interdipendente, stabilità politica e integrazione economica non possono più essere considerate separatamente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Infermiere e infermieri, colonne portanti di Medici Senza Frontiere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/infermiere-infermieri-colonne-portanti-medici-senza-frontiere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/infermiere-infermieri-colonne-portanti-medici-senza-frontiere/</guid><pubDate>Tue, 26 May 2026 08:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>pace</category><description>Da aprile, a guidare Medici Senza Frontiere sono due infermieri, Martina Marchiò ed Ettore Mazzanti.  Segno di un modello in cui la professione infermieristica è centrale non solo nella cura, ma anche nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei progetti umanitari. Dalle guerre alle epidemie, dalle crisi nutrizionali ai campi profughi, l’esperienza maturata sul campo da infermiere e infermieri di MSF diventa un patrimonio di competenze cliniche, organizzative e relazionali che può arricchire anche il sistema sanitario italiano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/infermiere-infermieri-colonne-portanti-medici-senza-frontiere-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/infermiere-infermieri-colonne-portanti-medici-senza-frontiere-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La sezione italiana di Medici Senza Frontiere ha recentemente rinnovato il proprio consiglio direttivo, affidando i ruoli di presidente e vicepresidente a due infermieri, Ettore Mazzanti e Martina Marchiò. È una scelta che non rappresenta un’eccezione all’interno dell’organizzazione, ma che riflette una caratteristica strutturale di MSF: la posizione centrale della professione infermieristica non solo nell’assistenza clinica, ma anche nella gestione dei progetti umanitari e nel coordinamento operativo sul campo.</p>
<p>«In Italia abbiamo il precedente di Loris De Filippi, che è stato il nostro presidente dal 2012 al 2018, e a livello internazionale l’esempio di tanti colleghi che hanno ruoli dirigenziali nelle sezioni di altri Paesi», osserva Mazzanti. «Con l’esperienza e con l’impegno, il percorso professionale dell’infermiere all’interno di Medici Senza Frontiere può arrivare fino ai massimi livelli. D’altra parte, quelle di MSF sono équipe di professionisti accumunati dagli stessi obiettivi che lavorano in sinergia, nella consapevolezza che ogni ruolo è importante».</p>
<h2 id="non-solo-guerra">Non solo guerra</h2><p>Il modello operativo di MSF ha preso forma sul campo in una varietà di scenari differenti in cui è impegnata l’organizzazione in tutto il mondo. Ci sono situazioni di conflitto come quello di Gaza, che Martina Marchiò ha descritto nelle pagine del saggio <a href="https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/brucia-anche-lumanita/" rel="noopener"><em>Brucia anche l’umanità</em></a> (Infinito edizioni, 2024), dove la carenza delle risorse determina ogni scelta, anche quelle più strazianti. «Quando fai una medicazione a un ferito e non puoi rinnovargliela tutti i giorni perché scarseggiano  bende e garze, così lo rimandi alla tenda sporca dove ha trovato rifugio, sapendo che probabilmente svilupperà un’infezione per le condizioni igieniche in cui vive, ma non puoi fare nulla per evitarlo», racconta Marchiò. «Quando arrivano decine di persone coperte di sangue e non potete assisterle tutte, devi fare triage e selezionare chi verrà lasciato a morire nel dolore. Allora sei tu che stai facendo quelle scelte, anche se non hai alternative». È la stessa carenza di risorse con cui bisogna fare i conti nella cura dei pazienti con malattie della pelle, dei polmoni, infezioni gastrointestinali acuite dalle condizioni di vita precarie, ma anche malattie croniche come il diabete e disturbi mentali, perché in guerra non si soffre e non si muore solo per i proiettili e per le bombe.</p>
<p>Poi ci sono le crisi umanitarie come quella dei Rohingya. «Perseguitati in Myanmar, fuggiti in Bangladesh e ammassati nei campi profughi», prosegue l’infermiera. «Non erano vaccinati e la convivenza forzata negli spazi ristretti favoriva la diffusione di infezioni. Lì ho incontrato tanti casi di difterite, che in Italia grazie alla vaccinazione non abbiamo più».</p>
<p>Ci sono le emergenze nutrizionali. «Come quella in Angola nel 2002», racconta Mazzanti. «Dopo 25 anni di conflitto non c’erano più animali e la dieta era povera di proteine, uomini, donne e bambini con il sistema immunitario a pezzi morivano per un banale raffreddore». Epidemie come quella di ebola in Congo. Aree in cui in precedenza esistevano strutture e competenze sanitarie, poi perdute a causa di catastrofi naturali o disordini provocati dall’uomo. «È il caso della Libia, della Siria, del Libano dopo il periodo delle primavere arabe», dice l’infermiere. «In quelle circostanze il lavoro da fare è mappare le risorse residue, stabilire priorità, coordinare squadre di costruttori per recuperare le strutture danneggiate, garantire l’accesso all’acqua potabile, lo smaltimento dei rifiuti, l’igiene, formare il personale locale».</p>
<h2 id="competenze-esportabili">Competenze esportabili</h2><p>Le qualità che infermiere e infermieri acquisiscono in questi scenari sono la flessibilità e la capacità di adattarsi, spesso poco riconosciute nella realtà italiana governata da routine e protocolli. «Noi abbiamo un servizio sanitario nazionale funzionante, strumenti diagnostici accurati, farmaci aggiornati», spiega Mazzanti. «Chi lavora senza strumenti diagnostici impara a valutare le condizioni dei pazienti dai segni clinici, dal comportamento, dalla postura. Ma queste sono competenze che possono tornare utili anche nel nostro Paese, facendo triage nella sala d’aspetto di un pronto soccorso».</p>
<p>Un altro punto di forza del lavoro dell’infermiere nelle missioni di Medici Senza Frontiere è la capacità di porsi in relazione con il paziente, di osservarlo, conoscerlo e di comunicare. «Anche la comunicazione è cura. È una nozione che raramente viene insegnata nel percorso di formazione degli infermieri e anche dei medici in Italia», dice Mazzanti, «ed è un peccato, perché la capacità di comunicare è preziosa in ogni contesto assistenziale, di emergenza o di routine. Pensiamo per esempio a un pronto soccorso pediatrico italiano, dove tanti bambini vengono accompagnati dalle famiglie senza una reale necessità, per problemi di salute che potrebbero essere trattati con maggiore appropriatezza dal pediatra di libera scelta. L’infermiere che fa triage, dotato di una buona capacità di comunicazione, oltre a identificare i casi gravi che richiedono assistenza urgente, può parlare con i genitori degli altri, tranquillizzarli, rispondere alle loro domande. Se ha competenze interculturali, può fare da interfaccia con gli utenti che provengono da altri Paesi e aiutarli a superare barriere linguistiche e sociali. L’esperienza della pandemia ci ha insegnato quanto la corretta comunicazione sia importante anche in una società in cui tutti hanno accesso a fonti di informazione, ma non sempre sono in grado di valutarne l’autenticità».</p>
<p>Proprio durante la pandemia Martina Marchiò si è trovata in Italia nell’intervallo tra due missioni. «Ho prestato servizio in un centro di terapia sub-intensiva per il Covid», racconta. «Era una situazione straordinaria per il nostro Paese, che mi ha permesso di trasferire qui da noi l’esperienza che avevo acquisito negli scenari di emergenza all’estero. Ritengo che infermiere e infermieri potrebbero dare anche in Italia tanto di più se le loro competenze venissero riconosciute e coltivate nel percorso della formazione e nei contesti reali, attraverso l’esperienza e la condivisione di responsabilità con i medici e gli altri operatori sanitari ».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando l'open access diventa pay to publish</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish/</guid><pubDate>Mon, 25 May 2026 08:02:00 +0100</pubDate><category>politica-della-ricerca</category><description>L&amp;amp;rsquo;accesso aperto alla conoscenza è un principio giusto. Ma se il costo passa dai lettori agli autori, la libertà della ricerca rischia di dipendere dai fondi disponibili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-lopen-access-diventa-pay-to-publish-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;open access nasce da un&rsquo;idea logica, semplice e condivisibile: i risultati della ricerca scientifica, soprattutto quando finanziata con fondi pubblici, devono essere accessibili a tutti. Non solo agli studiosi delle università più ricche, non solo agli abbonati delle grandi biblioteche, non solo a chi può permettersi il costo spesso molto elevato degli articoli scientifici.<br>
Da questo punto di vista, l&rsquo;accesso aperto rappresenta una conquista culturale. Ha infatti dato corpo a un principio fondamentale: la conoscenza scientifica è un bene pubblico, e la sua circolazione non dovrebbe essere limitata da barriere economiche. La storia recente dell&rsquo;open access, dalla Budapest Open Access Initiative alla Dichiarazione di Berlino, fino alle raccomandazioni europee, si è sviluppata proprio intorno a questo ideale. Anche <em>Scienza in rete</em> ha più volte discusso il tema, riconoscendo l&rsquo;importanza dell&rsquo;accesso libero alla letteratura scientifica e il ruolo dell&rsquo;open science nella democrazia della conoscenza.</p>
<p>Il problema, dunque, non è l&rsquo;open access in quanto tale. Il problema è ciò che una (gran) parte dell&rsquo;open access è diventata. In molti casi, infatti, l&rsquo;accesso aperto non ha eliminato la barriera economica, ma l&rsquo;ha semplicemente spostata: dal lettore all&rsquo;autore. Prima bisognava pagare per leggere; ora, sempre più spesso, bisogna pagare per pubblicare.</p>
<p>È qui che l&rsquo;open access rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: non più accesso libero alla conoscenza, ma <em>pay to publish</em>. O, in modo ancora più selettivo, <em>publish if funded</em>.</p>
<h2 id="dal-lettore-allautore-la-barriera-cambia-posto">Dal lettore all&rsquo;autore: la barriera cambia posto</h2><p>Il modello tradizionale dell&rsquo;editoria scientifica era fondato sugli abbonamenti. Le università, le biblioteche o i singoli lettori pagavano per accedere agli articoli. Era un sistema profondamente problematico: gran parte della ricerca scientifica viene prodotta da ricercatori pagati con fondi pubblici, valutata gratuitamente da altri ricercatori attraverso il sistema di peer review e poi venduta dagli editori alle stesse istituzioni che l&rsquo;hanno resa possibile. Pietro Greco, su <em>Scienza in rete</em>, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/risparmi-dellopen-access/">ricordava</a> già anni fa l&rsquo;assurdità di un sistema in cui la comunità scientifica produce, valuta e infine ricompra ciò che essa stessa ha generato.</p>
<p>L&rsquo;open access nasce proprio per correggere questa distorsione. Ma alcune sue forme, soprattutto il cosiddetto “gold open access”, introducono un altro problema. L&rsquo;articolo diventa liberamente accessibile ai lettori, ma i costi di pubblicazione vengono caricati sugli autori, sulle loro università o sui loro progetti di ricerca attraverso le <em>article processing charges</em>, le APC. Per dare un ordine di grandezza, una rivista come <em>British Journal of Cancer</em> richiede oggi un APC di circa 4.490 euro per articolo, e tariffe simili o superiori sono prassi nelle riviste di punta dei grandi editori commerciali. Per pubblicare una lettera o un articolo su <em>Science</em> o <em>Nature</em>, per dire, si arriva a circa 12.000 euro.</p>
<p>Il risultato è ambiguo. Da un lato, certamente più persone possono leggere. Dall&rsquo;altro, non tutti possono pubblicare. La conoscenza diventa aperta in uscita, ma selettiva all&rsquo;origine.<br>
Questa distinzione è cruciale. La pubblicazione non è un dettaglio secondario della ricerca. È il modo in cui un risultato entra nello spazio pubblico della scienza, viene discusso, criticato, verificato, confutato o utilizzato da altri. Se la possibilità di pubblicare dipende anche dalla disponibilità di fondi, allora al criterio scientifico si aggiunge un criterio economico.</p>
<p>Non basta più avere qualcosa di valido da dire. Bisogna anche potersi permettere di dirlo nel luogo giusto.</p>
<h2 id="una-nuova-disuguaglianza-nella-ricerca">Una nuova disuguaglianza nella ricerca</h2><p>I sostenitori dell&rsquo;open access sottolineano giustamente che esso riduce le disuguaglianze nell&rsquo;accesso alla lettura. Uno studente, un medico, un ricercatore di un paese povero, un cittadino interessato possono leggere gratuitamente articoli che prima sarebbero rimasti dietro un paywall. Questo è un vantaggio reale.</p>
<p>Ma dal lato della produzione scientifica la situazione è diversa. Se pubblicare costa migliaia di euro, il sistema favorisce chi lavora in università ricche, in grandi gruppi internazionali, in istituzioni ben finanziate o in progetti che prevedono esplicitamente fondi per la disseminazione. Penalizza invece i ricercatori indipendenti, i giovani studiosi, i precari, le piccole università, gli atenei meno finanziati, le discipline meno dotate di grant, e tutti coloro che portano avanti linee di ricerca non immediatamente allineate alle priorità dei finanziatori.</p>
<p>L&rsquo;open access non elimina quindi la disuguaglianza, ma semplicemente la riconfigura. Prima il problema era: chi può leggere? Ora diventa anche: chi può permettersi di pubblicare?<br>
La promessa di democratizzazione rischia così di produrre un effetto paradossale. I ricercatori con meno risorse possono leggere di più ciò che pubblicano i ricercatori con più risorse, ma hanno meno possibilità di rendere visibile il proprio lavoro. La scienza diventa più aperta come archivio, ma non necessariamente più equa come processo di produzione.</p>
<h2 id="il-nodo-dei-finanziamenti">Il nodo dei finanziamenti</h2><p>Il problema diventa ancora più serio quando l&rsquo;open access viene reso obbligatorio - pena la restituzione del budget - nei progetti finanziati, e questo accade ormai costantemente a livello nazionale ed europeo. In apparenza, il principio è ragionevole: se una ricerca è pagata con fondi pubblici, i suoi risultati devono essere pubblicamente accessibili. Ma nella pratica, finché il sistema resta dominato dal modello gold con APC, questo obbligo finisce per rafforzare una dipendenza strutturale della ricerca dai finanziamenti.</p>
<p>Per pubblicare in open access servono fondi. Per avere fondi bisogna spesso aderire a linee tematiche, priorità strategiche, obiettivi sociali, sanitari, tecnologici o economici stabiliti da agenzie, ministeri, fondazioni o programmi europei. Molte di queste priorità sono legittime e importanti. Ma non esauriscono lo spazio della ricerca possibile.</p>
<p>La scienza vive anche di domande inattuali, laterali, minoritarie, speculative o semplicemente visionarie, non immediatamente applicabili. Vive di ricerche che all&rsquo;inizio non sembrano utili, non sono facilmente finanziabili, non rispondono a una parola d&rsquo;ordine del momento. Se la visibilità editoriale dipende sempre più dai fondi, queste forme di ricerca rischiano di essere penalizzate.</p>
<p>Non si tratta di censura. Si tratta di qualcosa di più sottile: una selezione economica preventiva. Si pubblica più facilmente ciò che è già stato finanziabile. E ciò che è finanziabile è spesso ciò che si adatta meglio a priorità definite altrove.</p>
<p>La libertà della ricerca non consiste soltanto nel poter pensare liberamente. Consiste anche nel poter far circolare liberamente i risultati del proprio pensiero. La tensione si scioglie solo se, accanto all&rsquo;obbligo di apertura, si costruiscono infrastrutture editoriali che non scarichino il costo sull&rsquo;autore: torneremo più avanti su questa alternativa.</p>
<h2 id="gli-editori-e-il-nuovo-mercato-dellopen-access">Gli editori e il nuovo mercato dell&rsquo;open access</h2><p>Un altro punto riguarda il ruolo dei grandi editori scientifici. L&rsquo;open access avrebbe potuto ridurre il loro potere. In molti casi, invece, lo ha trasformato, configurando una sorta di oligopolio.</p>
<p>I cosiddetti contratti trasformativi nascono per accompagnare il passaggio dal modello ad abbonamento al modello ad accesso aperto. In Italia, questi accordi sono negoziati a livello consortile dal servizio CRUI-CARE, l&rsquo;organismo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane che cura le contrattazioni con i grandi editori. In sostanza, le università aderenti pagano un canone complessivo che include sia l&rsquo;accesso in lettura sia un certo numero di pubblicazioni in open access per i propri autori, senza che questi debbano versare individualmente l&rsquo;APC. Purtroppo, ci sono già piccoli e medi atenei nel nostro paese che dall’inizio dell’anno corrente non hanno rinnovato questo accordo. </p>
<p>Sulla carta, l&rsquo;idea è ragionevole: spostare progressivamente il sistema dagli abbonamenti alla copertura dei costi di pubblicazione in accesso aperto. Nella pratica, però, gli importi sono molto rilevanti. Secondo i <a href="https://aisa.sp.unipi.it/contratti-trasformativi-perche-varrebbe-la-pena-discuterne/" rel="noopener">dati</a> raccolti dall&rsquo;AISA (Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta) a partire dalla documentazione resa pubblica da CRUI-Amministrazione trasparente, il contratto italiano con Elsevier rinegoziato nel 2023 ammonta a oltre 167 milioni di euro, quello con Springer-Nature a oltre 45 milioni, quello con Wiley a oltre 36 milioni. Sono cifre che, complessivamente, superano i 250 milioni di euro di risorse pubbliche destinate a un numero molto ristretto di interlocutori privati.</p>
<p>Il punto non è soltanto quanto si spende. È a chi si paga e per quale sistema. Se risorse pubbliche o universitarie molto consistenti vengono usate per alimentare un mercato editoriale oligopolistico — un mercato in cui pochi grandi gruppi commerciali realizzano margini di profitto fra i più alti di qualunque settore industriale — allora l&rsquo;open access rischia di diventare una nuova forma di finanziamento pubblico a favore di infrastrutture private. In altre parole: cambia il modello di pagamento, ma non necessariamente il rapporto di potere.<br>
Le metriche e la corruzione degli indicatori</p>
<p>La degenerazione dell&rsquo;open access a pagamento si inserisce in un fenomeno più ampio: la trasformazione della ricerca in un sistema governato da metriche quantitative.<br>
Da anni la produzione scientifica viene valutata attraverso indicatori: numero di articoli, citazioni, impact factor, ranking delle riviste, classificazioni, quartili. Gli indicatori possono essere utili, ma diventano pericolosi quando smettono di misurare un&rsquo;attività e iniziano a determinarla. È il principio di Campbell, vicino alla più nota legge di Goodhart: quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura secondo il noto meccanismo dell’eterogenesi dei fini.</p>
<p>Se il sistema premia il numero di pubblicazioni, i ricercatori saranno spinti a pubblicare di più. Se premia le pubblicazioni in certe sedi, quelle sedi acquisiranno un potere crescente. Se premia l&rsquo;open access senza interrogarsi sui suoi costi e sulle sue condizioni, il sistema produrrà sempre più open access, anche quando questo significa pagare cifre sproporzionate.<br>
In questo contesto, gli autori diventano clienti perfetti. Devono pubblicare per fare carriera, per ottenere fondi, per superare valutazioni, per essere visibili. Gli editori lo sanno. E un mercato che prima vendeva l&rsquo;accesso ai lettori può riconvertirsi vendendo la pubblicazione agli autori. Il rischio è che la rivista scientifica non sia più soltanto un luogo di selezione e circolazione del sapere, ma anche un punto di estrazione economica da un sistema accademico già sottoposto a forti pressioni valutative.</p>
<h2 id="il-caso-cancer-research-uk">Il caso Cancer Research UK</h2><p>Un segnale interessante arriva da Cancer Research UK (CRUK), una delle più importanti fondazioni britanniche per la ricerca oncologica. Il 1° aprile 2026 la fondazione <a href="https://news.cancerresearchuk.org/2026/04/01/why-we-wont-be-funding-open-access-publishing-any-more/" rel="noopener">ha annunciato</a> che, a partire dall&rsquo;ottobre dello stesso anno, non finanzierà più i costi di pubblicazione in open access dei propri ricercatori (né tramite block grants alle istituzioni, né tramite l&rsquo;uso dei fondi residui di progetto). La ragione, esplicitata nel comunicato ufficiale della fondazione, non è un rifiuto dell&rsquo;accesso aperto: ai ricercatori CRUK resta l&rsquo;obbligo di rendere disponibili i propri lavori su Europe PMC, eventualmente attraverso la via green, cioè il deposito dell&rsquo;Author Accepted Manuscript dopo un periodo di embargo. Ciò che viene messo in discussione è la sostenibilità economica dell&rsquo;attuale modello commerciale, dominato da APC sempre più elevati.</p>
<p>Il caso è importante perché mostra che la critica all&rsquo;open access commerciale non coincide con una difesa del vecchio sistema chiuso. Si può essere favorevoli all&rsquo;accesso aperto e, allo stesso tempo, contrari al finanziamento indiscriminato delle APC. Si può volere una scienza più accessibile senza accettare che la pubblicazione diventi una tassa di ingresso.</p>
<h2 id="il-diamond-open-access-o-gli-archivi-liberi-come-alternativa">Il diamond open access o gli archivi liberi come alternativa</h2><p>Esiste un modello più coerente con l&rsquo;idea della conoscenza come bene comune: il diamond open access. In questo modello non pagano né i lettori né gli autori. Le riviste sono sostenute da università, istituzioni pubbliche, consorzi, società scientifiche o infrastrutture comunitarie.</p>
<p>È il modello che più si avvicina all&rsquo;ideale originario dell&rsquo;open access. Non sposta la barriera economica: la rimuove. Non chiede al lettore di pagare per accedere, né all&rsquo;autore di pagare per contribuire. Science Europe e cOAlition S hanno riconosciuto il valore di questo modello, definendolo come una via non commerciale, accademica e comunitaria all&rsquo;accesso aperto.</p>
<p>Naturalmente, il diamond open access non è una soluzione magica. Richiede risorse, infrastrutture, lavoro editoriale, competenze tecniche, riconoscimento istituzionale. Una rivista diamond deve poter competere con riviste commerciali dotate di marchi prestigiosi, piattaforme efficienti, impact factor consolidati e grande visibilità internazionale.</p>
<p>Per questo non basta invocare il diamond open access, ma bisogna mettersi al lavoro  per costruirlo: servono finanziamenti pubblici, piattaforme condivise, biblioteche universitarie più forti, società scientifiche coinvolte, criteri di valutazione meno dipendenti dai marchi editoriali commerciali. Soprattutto, serve riconoscere che la comunicazione scientifica è parte dell&rsquo;infrastruttura pubblica della ricerca, non un servizio accessorio da acquistare sul mercato.</p>
<p>Forse, la base concettuale per un diamond open access potrebbe essere rappresentata da piattaforme aperte già esistenti come arXiv e bioRxiv, dove gli autori pubblicano gratuitamente il pre-print del loro articolo (senza peer review), che è accessibile a tutti e può anche essere commentato da un punto di vista scientifico. Ovviamente, l’infrastruttura, che è appunto un server di preprint, e la filosofia di queste piattaforme non possono essere ancora considerate un sistema editoriale completo, ma rappresentano un ottimo prototipo di una possibile infrastruttura pubblica, comunitaria e non-APC della comunicazione scientifica.</p>
<h2 id="difendere-lopen-access-dalla-sua-degenerazione">Difendere l&rsquo;open access dalla sua degenerazione</h2><p>La critica qui proposta non è una critica acefala all&rsquo;accesso aperto. È, al contrario, un tentativo di difenderlo dalla sua degenerazione commerciale. Una scienza davvero aperta non può essere una scienza in cui tutti possono leggere ma solo alcuni possono pubblicare, in cui la visibilità dipende dalla ricchezza dell&rsquo;istituzione di appartenenza, in cui le risorse destinate alla ricerca vengono assorbite da costi editoriali sempre più elevati (a fronte di una riduzione reale dei costi editoriali con la digitalizzazione dei processi), in cui il principio della conoscenza come bene comune diventa l&rsquo;occasione per rafforzare nuovi monopoli.</p>
<p>L&rsquo;open access è nato per liberare la conoscenza. Ma nessun principio, per quanto giusto, è immune dalle proprie applicazioni concrete. Anche le buone intenzioni possono produrre effetti perversi quando entrano in sistemi dominati da incentivi economici, metriche quantitative e poteri editoriali concentrati. Per questo occorre distinguere: l&rsquo;accesso aperto alla conoscenza è un fine da difendere, il <em>pay to publish</em> non lo è.</p>
<p>La domanda decisiva, allora, non è se vogliamo una scienza aperta, ma quale scienza aperta vogliamo: una scienza in cui la conoscenza circola liberamente perché la comunità scientifica ne governa le infrastrutture, oppure una scienza in cui l&rsquo;apertura diventa un nuovo mercato, pagato dagli stessi ricercatori e dalle stesse istituzioni pubbliche che producono il sapere.</p>
<p><em>Questo testo nasce dalla rielaborazione di una <a href="https://www.change.org/p/contro-il-lato-oscuro-dell-open-access-libert%C3%A0-di-pubblicare-vs-libert%C3%A0-di-pagare" rel="noopener">petizione</a> pubblicata il 23 aprile 2026 da Riccardo Manzotti e Simone Rossi, sottoscritta da studiosi di diverse discipline: filosofia, neuroscienze, medicina, fisica, bioingegneria, linguistica, giurisprudenza, economia, semiotica e scienze cognitive. La pluralità delle adesioni mostra che il problema non riguarda una singola area del sapere, ma l&rsquo;intero ecosistema della ricerca.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Davvero il mondo resterà senza inverno?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/davvero-mondo-restera-senza-inverno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/davvero-mondo-restera-senza-inverno/</guid><pubDate>Fri, 22 May 2026 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Ne &amp;amp;ldquo;Il mondo senza inverno&amp;amp;rdquo; di Bruno Arpaia (Guanda, 2026) tecnologia e controllo sociale si intrecciano a un clima ormai fuori controllo. Il futuro segnato dalla crisi climatica, siccità, migrazioni e disuguaglianze sociali trasformano radicalmente la vita quotidiana. Nonostante il tono cupo, il libro lascia anche spazio alla speranza e alla volontà di reagire. Un ottimo esempio di comunicazione della scienza che funziona (o almeno speriamo).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Leggere <em><a href="https://www.guanda.it/libri/bruno-arpaia-il-mondo-senza-inverno-9788823536029" rel="noopener">Il mondo senza inverno</a></em> di Bruno Arpaia (Guanda editore, 240 pagine, 18€) è come leggere i rapporti del World Economic Forum, ma capendoli. I rapporti dell’IPCC, dei maggiori istituti di ricerca mondiali e qualsiasi altro documento scientifico, infatti, sono solo un elenco noioso di numeri e dati. Imprescindibili per capire il mondo, e sono forse quelli più importanti che potremmo mai avere a disposizione. Conosciamo gli scenari climatici che ci aspettano in funzione delle azioni di politica economica ed energetica che implementeremo. Sappiamo tutto, c’è scritto tutto in questi testi. Ma quello che manca è: come si vivrà in un mondo dove non siamo riusciti a stare sotto 1,5°C o 2°C di aumento di temperatura media per fine secolo? Quali emozioni proveremo? Come cambierà il modo di produrre cibo e quindi di goderne a tavola? Cosa succederà a posti del cuore che saranno sommersi dal mare o arsi dalla siccità?</p>
<p>Tutto questo non c’è nei documenti che scrive l’IPCC (anche se si sforzano di essere sempre più colorati), temi che invece trovano ampio spazio nel nuovo libro di Arpaia, scritto dieci anni dopo <em><a href="https://www.guanda.it/libri/bruno-arpaia-qualcosa-la-fuori-9788823514195" rel="noopener">Qualcosa là fuori</a></em>, dove tutto ebbe inizio - per altro consigliatissimo. La scienza, nelle sue innumerevoli declinazioni per essere comunicata, ha necessariamente bisogno delle emozioni, dei sentimenti. Delle storie. Non a caso Bruno Arpaia era tra gli insegnanti del Master in comunicazione della scienza di Milano a tenere un interessantissimo (secondo me) corso su come raccontare la scienza attraverso la letteratura.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp 1200w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina libro arpaia" width="1200" height="1858" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se volete capire <em>come</em> si vivrà in un mondo senza inverno, questo libro fa al caso vostro. E no, non vi farà venire solo ansia e angoscia verso il futuro, anche se l&rsquo;autore usa degli scenari climatici forse un po’ troppo estremi rispetto a quelli che più probabilmente raggiungeremo. Ma comunque non c’è da stare tranquilli perché, nonostante i passi avanti che abbiamo fatto, siamo ancora lontani dagli obiettivi fissati dall&rsquo;Accordo di Parigi.</p>
<p>Le vicende riprendono esattamente dove erano arrivate alla fine del primo libro (che non vi sveleremo) e continuano a intrecciarsi fra loro. La marcia senza fine da un’Italia inaridita e mezza sommersa ha portato finalmente i nostri protagonisti a destinazione, una destinazione molto nordica. Qui il mondo sembra essere migliore, ci sono case, macchine, cibo. Tutto quello che la Napoli dei nostri protagonisti aveva dimenticato. Però le minacce climatiche si sommano ora a quelle tecnologiche, dove l’intelligenza artificiale non è stata governata adeguatamente e dove sono stati creati dei superumani, con capacità di calcolo eccezionali.</p>
<p>Serve poco per capire che i profughi che arrivano dal Sud Europa, dopo un viaggio estenuante, non potranno godere degli stessi diritti degli altri cittadini. Cittadini che quassù sono infatti di serie A, B e C. L’ufficializzazione della discriminazione sociale. I chip sottocutanei tengono traccia di qualsiasi cosa facciano le persone, sanno se ci sono malattie o bisogni particolari. Il governo controlla ossessivamente tutti. E come in molte finte democrazie e dittature, anche nel lontano Nord si è creata una sacca di resistenza. Lo scopo è penetrare nei sistemi informatici che hanno il controllo di tutto, dove sullo sfondo il clima è sempre peggiore. La siccità cresce e le riserve d’acqua iniziano a scarseggiare. Marta, Sara, Miguel, Ahmed, Erik, sono tra i personaggi della storia. Che prendono voce di tanto in tanto rubando la scena al piano narrativo in terza persona. Cosicché si possono conoscere meglio le paure, le ansie e le speranze di tutti.</p>
<p>Sullo sfondo, c&rsquo;è sempre il clima, ormai straniero in patria.</p>
<blockquote>
<p>Poi, nemmeno un&rsquo;ora dopo, accadde tutto in fretta. Sentirono suonare le sirene e Ahmed corse a digitare sulla sua console per sbarrare le finestre con le imposte interne.</p>
<p>«Presto, aiutatemi!»</p>
<p>«Che c&rsquo;è, cosa succede?»</p>
<p>«Un uragano, e sembra pure forte, presto!»</p>
<p>«Un uragano, qui?»</p>
<p>«Sì, ora capita spesso, e all&rsquo;improvviso. Però pensate a chiudere, vi ho detto!»</p>
<p>Ma il vento a raffiche già graffiava i muri, scuoteva le persiane, fischiava tra un palazzo e l&rsquo;altro, faceva vibrare le insegne, i lampioni e i cartelli stradali, s&rsquo;insinuava nella tromba delle scale. Era un rimbombo sordo, accelerato, che inghiottiva tutti i rumori. Miguel si aggrappò a Marta, Sara si rannicchiò in un angolo del divano [&hellip;]. Sembrava che il palazzo oscillasse avanti e indietro come in un terremoto.</p>
<p>«Ma quanto durerà?» urlò Marta per farsi sentire.</p>
<p>«E chi lo sa? Dipende&hellip;» rispose Ahmed, anche lui urlando, mentre ricontrollava le chiusure.</p>
<p>Dagli spiragli delle imposte intravidero le sciabolate gialle e azzurre dei lampi e il serpente di un fulmine che palpitava per qualche attimo e poi si abbatteva da qualche parte con uno schiocco assordante. Infine cominciò a piovere, a lavaroni, a canteri, come se il cielo, carico di rabbia, si sfondasse, mentre il vento furioso incalzava la pioggia e la spingeva in mulinelli e cortine d&rsquo;acqua, trascinava cornicioni, insegne divelte e pezzi di lamiera, spazzava le strade deserte e le fogne rivomitavano l&rsquo;acqua che spiantava i tombini.</p></blockquote>
<p>Gli eventi meteo estremi sono ormai ricorrenti. Tifoni e uragani possono arrivare nel giro di cinque minuti senza avvisaglie. Il mondo è cambiato e la cosa peggiore è che ormai è tutto rinnovabile, tutta l’energia non è più prodotta da combustibili fossili, ma il guaio è che siamo arrivati tardi. Abbiamo aspettato troppo tempo. Ed è questo uno dei messaggi impliciti del libro. Risolvere la crisi climatica non è come risolvere un altro problema. Non posso oggi, lo faccio domani. No. Se lo faccio domani, o dopodomani, c’è rischio che non si faccia più in tempo. Ed è quello che accade ai nostri personaggi. È tutto rinnovabile, ma l’inerzia climatica è così elevata che troppo tempo dovrà passare prima di tornare, se mai si tornerà, ai livelli di CO₂ e di temperatura almeno degli anni 2000. Non si riesce nonostante la tecnologia abbia fatto balzi in avanti enormi nel giro di pochissimi decenni. E questa è una frecciatina ai “tecno-ottimisti”, che credono che tanto arriverà qualcosa che ci salverà definitivamente. Intanto il tempo passa.</p>
<p>Il tempo, la tecnologia, il clima, la scienza. Questi sono gli elementi chiave della nuova società corrotta che dipinge Arpaia. Potrebbe sembrare inevitabile cadere in depressione dopo aver letto il libro. È tutto sbagliato, non funziona più niente, nemmeno la democrazia. Eppure, no. L&rsquo;urgenza non viene travolta dal pessimismo cosmico e l&rsquo;angoscia è portatrice di speranza. La sensazione che ti resta addosso è una voglia di rimboccarsi le maniche e dire: allora, cosa c’è da fare per evitare di avere un mondo senza inverno? Sarà per la resistenza contro il sistema a cui si uniscono i personaggi o per il desiderio mai soddisfatto di raggiungere la meta (anche qui come nel primo libro). Difficile a dirsi. Fatto sta che funziona. Se tra altri dieci anni Arpaia vorrà scrivere un terzo capitolo, speriamo che lo faccia in un mondo dove le emissioni si siano ridotte parecchio. Nel frattempo, l’IPCC ha <a href="https://www.carbonbrief.org/factcheck-trumps-false-claims-about-the-ipcc-and-rcp8-5-climate-scenario/" rel="noopener">eliminato</a> lo scenario climatico 8.5, cioè quello che prevedeva un aumento di 4,4°C circa per fine secolo. Allo stesso tempo, però, abbiamo <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-2024-first-year-exceed-15degc-above-pre-industrial-level" rel="noopener">superato 1,5°C</a> nel 2024 anche se ancora non in modo definitivo. Insomma, difficilmente non ci sarà materiale per un altro romanzo, tuttavia forse il futuro sarà meno indefinito. Vedremo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ricostruire la musica perduta con l'analisi digitale: il caso Giovanni Battista Riccio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricostruire-musica-perduta-lanalisi-digitale-caso-giovanni-battista/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricostruire-musica-perduta-lanalisi-digitale-caso-giovanni-battista/</guid><pubDate>Fri, 22 May 2026 07:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>arte</category><description>Un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha realizzato un progetto volto a ricostruire le parti perdute di alcuni brani dell’organista e compositore barocco Giovanni Battista Riccio. La ricostruzione segue tecniche basate sullo studio analitico delle partiture rimaste, e ha consentito di disseppellire dall’oblio musica perduta che nessuno poteva più eseguire. Così, grazie anche all’aiuto dell’analisi digitale della musica, è stata studiata, ricostruita e valorizzata l’opera completa del musicista, aggiungendo un tassello importante alle nostre conoscenze del primo periodo musicale barocco veneziano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricostruire-musica-perduta-lanalisi-digitale-caso-giovanni-battista-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricostruire-musica-perduta-lanalisi-digitale-caso-giovanni-battista-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Marina Toffetti è docente di Teorie musicali e di Analisi delle forme musicali e delle tecniche compositive all’Università di Padova, dove dirige da diversi anni un gruppo di ricerca che si dedica alla ricostruzione di partiture barocche: il gruppo ha fatto risorgere la musica di Giovanni Battista Riccio, compositore del primo Barocco veneziano.</p>
<p>Una figura interessante, ci spiega, non solo dal punto di vista della produzione musicale, ricca di fascino, ma anche perché offre un caso di studio ideale per la ricostruzione di musica che ci è giunta incompleta: nell’opera di questo musicista l’equilibrio tra le partiture che ci sono giunte complete e i brani caratterizzati dall’assenza di alcune parti, che nel tempo sono andate perdute, consente infatti di esercitarsi nell’applicazione di tecniche ricostruttive, utili a riportare alla vita composizioni musicali che rischiavano di restare mute ed essere dimenticate per sempre.</p>
<p>Le abbiamo chiesto di raccontarci il suo progetto, realizzato anche con l&rsquo;aiuto di strumenti digitali.</p>
<p><strong>Iniziamo da Giovanni Battista Riccio: da dove nasce l’interesse per questo musicista?</strong></p>
<p>«In effetti Giovanni Battista Riccio è sempre stato un compositore poco noto persino ai musicologi, a meno che non siano specialisti del primo Seicento veneziano. Al suo fianco furono attive figure senz’altro più conosciute, ad esempio Giovanni Gabrieli, di cui peraltro Riccio fu probabilmente discepolo, e Claudio Monteverdi, che assunse la direzione della cappella della basilica di San Marco nel 1613 e la mantenne sino alla morte. Perché allora occuparsi di una figura minore come quella di Riccio? Perché questo autore di musica polifonica veneziana del Seicento rappresenta un caso di studio ideale per chi vuol studiare la ricostruzione della musica incompleta».</p>
<p><strong>Che cosa si intende per musica incompleta?</strong></p>
<p>«Nel contesto della nostra ricerca, quando parliamo di musica “incompleta” ci riferiamo a quella musica polifonica, ovvero a più voci, che è stata originariamente stampata in parti staccate (un fascicolo per ogni voce o parte: contralti, tenori, soprani, bassi) e di cui successivamente uno o più fascicoli, per mille possibili ragioni, sono andati dispersi. Che cosa accade a queste musiche? A causa della mancanza di una o più parti questa musica giace dimenticata da secoli: nessuno la studia, nessuno la pubblica, nessuno la canta, e quindi nessuno la può più ascoltare; per noi è come se non fosse mai esistita. E spesso è un vero peccato, perché questa sorte può toccare anche a musiche di grande fascino – come peraltro quelle di Riccio – che meriterebbero di essere riproposte al pubblico degli ascoltatori».</p>
<p><strong>Perché la produzione di Riccio rappresenta un caso ideale per lo studio di questo repertorio?</strong></p>
<p>«Nell’arco della sua vita Riccio diede alle stampe tre libri di musica sacra e strumentale, di cui due ci sono pervenuti incompleti: al suo primo libro, infatti, mancano due pagine della parte del Canto, il che comporta che cinque mottetti ci sono giunti incompleti; mentre del secondo libro è andato perduto un intero fascicolo, col risultato che sette composizioni su 28 ci sono pervenute incomplete. Su un totale di poco più di un centinaio di composizioni, circa il 10% ci sono giunte prive di una parte».</p>
<p><strong>Con che tecniche si effettua il lavoro di ricostruzione?</strong></p>
<p>«In primo luogo, occorre avere una certa percentuale di composizioni complete. I numeri ci dicono che, nel caso di Riccio, per ogni composizione incompleta ne abbiamo circa una decina che possono essere studiate nella loro integrità: si tratta di una percentuale ragionevole per poter affrontare il lavoro di ricostruzione, che avviene solo dopo aver pubblicato in edizione critica questo repertorio, e soprattutto dopo averlo studiato. Per ricostruire le parti mancanti nelle composizioni incomplete occorre prima analizzare accuratamente le composizioni complete e le porzioni superstiti di quelle incomplete, per trarne informazioni sulle tecniche compositive impiegate e in particolare sullo stile. Ed è esattamente quello che abbiamo fatto, avvalendoci anche di metodi di analisi digitale».</p>
<p><strong>Ci aiuta a capire meglio?</strong></p>
<p>«Alcuni parametri di ricerca dell’analisi tradizionale, come l’ambito delle singole voci, la  combinazione delle chiavi impiegate all&rsquo;inizio di ciascuna di esse e la presenza di alterazioni (si bemolle) in chiave sono stati rilevati in maniera sistematica con l’aiuto di programmi appositamente predisposti. Inoltre, studiando e ascoltando la musica di Riccio, ci siamo resi conto che questo compositore era solito riprendere passaggi di una composizione all’interno di altri lavori. Visto che Riccio non esitava a copiare da sé stesso, anche noi ci siamo sentiti autorizzati a farlo. Abbiamo dunque esaminato l’intera produzione dell’autore per individuare passaggi compatibili con quelli incompleti, per poi servircene per ricostruire le parti mancanti dopo averli adattati ai contesti lacunosi, operando una sorta di trapianto del tessuto musicale. Per fare questo ci siamo anche avvalsi di un programma che consente di cercare motivi musicali nelle partiture come si cercherebbe una parola in un testo, naturalmente a patto che si disponga dell’intero testo musicale in un formato digitale».</p>
<p><strong>Come possiamo essere sicuri che le moderne proposte ricostruttive corrispondano alla versione originale?</strong></p>
<p>«L&rsquo;obiettivo che ci poniamo è offrire soluzioni compatibili e stilisticamete convincenti, che rendano nuovamente eseguibili queste musiche: d&rsquo;altro canto, si è mai sentito che un paziente con un arto artificiale si sia lamentato con il protesista perché la protesi è diversa dalla gamba originale? Semmai gli sarà grato per averla realizzata, nella misura in cui questa funziona. Allo stesso modo, il nostro lavoro è utile nella misura in cui ci consente di riascoltare musiche dimenticate da secoli, ma non avrà mai la pretesa di essere autentico: lo rendiamo esplicito nel modo in cui nell’edizione critica differenziamo la parte ricostruita da quelle originali, usando caratteri in corsivo per il testo messo in musica e indicando le note in corpo tipografico minore. Ma se la parte ricostruita è fake, ancor più lo sarebbe la nostra conoscenza di intere epoche della storia della musica, se ignorassimo del tutto circa un quarto del repertorio musicale per il solo fatto che ci è giunto incompleto».</p>
<p><strong>Nei vostri lavori di ripristino del tessuto musicale lacunoso avete sperimentato che l&rsquo;AI può aiutare la musicologia?</strong></p>
<p>«Sinora strumenti digitali sono stati impiegati per agevolare e rendere molto più rapide diverse operazioni analitiche. Nella ricostruzione vera e propria qualche tentativo di impiego dell&rsquo;AI è stato fatto, ma gli esiti non sono ancora del tutto soddisfacenti. Per la ricostruzione sarebbe infatti necessario un ulteriore addestramento della macchina, che richiede molto più tempo e maggiori risorse. Ma credo che a breve i tempi saranno maturi anche per questo».</p>
<p><strong>Se dovesse ricordare i principali risultati della vostra ricerca?</strong></p>
<p>«Dal mio punto di vista (non a caso provengo da una formazione filologico-musicale) il risultato più significativo è la recente conclusione degli opera omnia del compositore, disponibili in open-access e corredati da contenuti digitali utili per la prosecuzione dei lavori. Ma ogni musicologo sa che la soddisfazione più grande si ha quando si possono finalmente ascoltare le musiche su cui si è a lungo lavorato. Fra i risultati più significativi non possiamo dunque tacere il primo CD monografico dedicato a musiche di questo compositore, affidato all’ensemble Estrovagante sotto la direzione di Riccardo Doni e pubblicato di recente dall’etichetta Dynamic (S8080). Il CD include composizioni complete insieme ad altre pervenuteci incomplete e rese nuovamente eseguibili grazie al lavoro di ricostruzione: e va detto che più di tre quarti delle composizioni di questa registrazione non potrebbero essere eseguite senza il lavoro di ripristino realizzato dai musicologi. Last but not least, va ricordato che per noi è importante anche comunicare i risultati della ricerca, ed è quello che abbiamo fatto in un video esplicativo dal titolo <em>Pagine perdute, armonie ritrovate,</em> e in un cortometraggio di finzione <em>(Giovanni Battista Riccio. Una storia di musiche perdute)</em> ambientato a Venezia all’epoca di Riccio e girato nella splendida chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, dove il compositore fu attivo in veste di organista alla fine del Cinquecento».</p>
<p>Per approfondire i temi legati alla ricostruzione e conoscere le ultime notizie del progetto, il gruppo ha pubblicato anche <a href="http://riccio.beniculturali.unipd.it" rel="noopener">un sito web</a> che presenta le iniziative più recenti, rende fruibili tutti i contenuti audio e video e consente di scaricare le opere complete del compositore.</p>
<p>«Se poi qualcuno volesse cimentarsi nel delicato compito della ricostruzione delle parti mancanti e suggerire soluzioni integrative alternative rispetto a quelle proposte nell’edizione, potrà farlo scaricando dal sito i file in formati interoperabili (.mei oppure .xml) di tutte le composizioni incomplete», conclude Toffetti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Partecipa alla ricerca su chiocciole e lumache in città con un CLIC!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic/</guid><pubDate>Wed, 20 May 2026 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il progetto di citizen science CLIC! Chiocciole Lumache in Città, promosso dal Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici in collaborazione con l’Università di Siena e NBFC, vuole dimostrare come la scienza partecipata possa cambiare il nostro sguardo verso animali spesso poco considerati o ritenuti dannosi per l’agricoltura. Nato nel 2020 e diffuso su scala nazionale, CLIC! chiede la collaborazione dei cittadini per monitorare la distribuzione delle specie di molluschi terrestri in città, individuare popolazioni non ancora note e studiare altri fenomeni interessanti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quante volte ci capita di vedere una chiocciola su un cartello stradale, immobile sotto il sole estivo, chiedendoci da dove sia arrivata e come faccia a resistere alle alte temperature? Altre volte, invece, capita di non vederle affatto: ce ne accorgiamo solo troppo tardi, tornando a casa la sera, quando un passo distratto produce un suono secco sotto la scarpa.</p>
<p>Eppure, da piccoli, bastava poco per notarle: dopo la pioggia le raccoglievamo nei giardini, le osservavamo uscire lentamente dal loro guscio, incuriositi dal loro corpo molle o seguivamo le loro scie argentate domandandoci dove fossero dirette.</p>
<h2 id="perché-chiocciole-e-lumache-sono-specie-a-rischio">Perché chiocciole e lumache sono specie a rischio</h2><p>Piccole, lente e spesso ignorate, chiocciole e lumache sono presenze familiari quanto invisibili. <a href="https://www.researchgate.net/publication/398445962_Tassonomia_estinzioni_e_musei_di_storia_naturale" rel="noopener">Appartengono a uno dei gruppi di invertebrati più minacciati al mondo:</a> su oltre 800 estinzioni animali documentate dal 1500 a oggi, circa il 40% riguarda i molluschi, nella quasi totalità specie terrestri o d’acqua dolce. Le cause della loro diminuzione sono molteplici e in gran parte legate alle attività umane, in primis la distruzione degli habitat e l’introduzione di specie aliene.</p>
<p>Negli ambienti acquatici l’inquinamento da pesticidi, le immissioni di predatori alloctoni (come alcuni pesci e il gambero rosso della Louisiana) e le modifiche degli argini fluviali rappresentano i principali problemi. In ambiente urbano a minacciare i molluschi contribuiscono l’inquinamento e le stuccature dei muri, che riducono la disponibilità di rifugi.</p>
<p>A questi fattori si aggiunge il cambiamento climatico con prolungati periodi di siccità e temperature più alte.</p>
<p>Eppure, questi organismi hanno un ruolo ecologico fondamentale <a href="https://www.nature.com/nature-index/topics/l4/ecological-dynamics-of-terrestrial-gastropod-communities?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">negli habitat urbani e naturali</a>. Contribuiscono alla decomposizione della materia organica, nutrendosi di foglie morte, funghi e detriti e accelerando così il riciclo dei nutrienti nel suolo. Arricchiscono inoltre il terreno di sostanze essenziali, favorendone la fertilità, oltre a rappresentare una risorsa alimentare per numerose specie. Persino le loro conchiglie vuote possono diventare rifugio per altri organismi.</p>
<p>Proprio per la loro sensibilità alle condizioni ambientali, questi molluschi sono considerati ottimi bioindicatori ambientali.</p>
<h2 id="cosè-il-progetto-clic-chiocciole-lumache-in-città">Cos&rsquo;è il progetto CLIC! Chiocciole Lumache in Città</h2><p>Ma come rendere visibili specie così poco carismatiche e trasformarle in protagoniste delle nostre esplorazioni urbane? È ciò che prova a fare il progetto di citizen science <a href="https://www.inaturalist.org/projects/clic-chiocciole-lumache-in-citta" rel="noopener">CLIC! Chiocciole Lumache in Città,</a> promosso dal Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici in collaborazione con l’Università di Siena e NBFC, dimostrando come la scienza partecipata possa cambiare il nostro sguardo verso animali spesso poco considerati o ritenuti dannosi per l’agricoltura.Nato nel 2020 e diffuso su scala nazionale, CLIC! mira a monitorare la distribuzione delle specie di molluschi terrestri in città, individuare popolazioni non ancora note e studiare fenomeni come gli effetti della crisi climatica e l’introduzione di specie alloctone.</p>
<p>«Il progetto nasce sia dal desiderio di coinvolgere attivamente i cittadini nella ricerca attraverso la citizen science, seguendo l’esempio di altri musei di storia naturale, dall’altro quando è nato, nel 2020, voleva mantenere un contatto con il pubblico durante la pandemia, offrendo un modo semplice per riconnettersi con la natura», racconta Andrea Benocci, malacologo e curatore del Museo di Storia Naturale dell&rsquo;Accademia dei Fisiocritici.</p>
<h2 id="come-partecipare-con-la-piattaforma-inaturalist">Come partecipare con la piattaforma iNaturalist</h2><p>La città è un mosaico di habitat: giardini, parchi, orti, muretti, aree residenziali e piccoli corsi d’acqua favoriscono la presenza di numerose specie di molluschi. I cittadini possono contribuire al progetto CLIC! in due modi: caricando le proprie osservazioni fotografiche sulla piattaforma iNaturalist.org oppure aiutando gli esperti a identificare e validare le segnalazioni degli altri partecipanti. Per facilitare questo processo sono stati sviluppati materiali di supporto, come <a href="https://www.museostorianaturalesiena.it/wp-content/uploads/Brochure_CLIC.pdf" rel="noopener">un pieghevole informativo</a> e delle <a href="https://www.museostorianaturalesiena.it/partecipa/clic/" rel="noopener">“figurine malacologiche”</a> che illustrano alcune delle specie più comuni presenti in ambiente urbano.</p>
<p>Per una corretta identificazione è importante fotografare gli esemplari da più angolazioni: dall’alto, lateralmente e, se possibile, anche dal lato ventrale.</p>
<p>Bisogna aguzzare la vista perché non sempre è facile individuarli: si passa infatti da chiocciole che possono raggiungere i cinque centimetri di diametro a lumache lunghe appena pochi millimetri, spesso difficili da osservare a occhio nudo. «Alcune, chiamate semi-lumache» spiega ancora Benocci «possiedono una conchiglia troppo piccola per contenere completamente il corpo, mentre in altre la conchiglia nel corso dell’evoluzione si è progressivamente ridotta, fino a rimanere nascosta all’interno del mantello, appena visibile in controluce».</p>
<h2 id="le-specie-più-avvistate-nelle-città-italiane">Le specie più avvistate nelle città italiane</h2><p>Ad oggi sono state registrate 2.228 osservazioni, per un totale di 118 specie segnalate da 342 utenti.</p>
<p>Le più fotografate sono soprattutto esemplari di dimensioni medio-grandi, più facili da individuare anche in città.</p>
<p>C’è la chiocciola papillare italiana, spesso osservata in gruppi sui muri assolati, la limaccia gialla, attiva soprattutto nelle ore serali e dopo la pioggia, oppure la chiocciola vellutata europea, riconoscibile per il sottile rivestimento peloso della conchiglia e comune sulle vecchie mura e nei giardini umidi. Non mancano poi le chiocciole fasciate mediterranee e le chiocciole zigrinate, facilmente incontrabili lungo sentieri, muretti e aree verdi urbane.</p>
<p>«Tra le segnalazioni più interessanti ci sono specie endemiche poco diffuse come <em>Cochlostoma alleryanum</em> o <em>Murella scabriuscula</em> e molluschi introdotti accidentalmente dall’uomo come le lumache <em>Ambigolimax valentianus</em> e <em>Arion sp.</em>» spiega Benocci. «Un’osservazione registrata da un cittadino a San Gimignano ci ha persino permesso di individuare una nuova popolazione introdotta di <em>Marmorana serpentina</em>, specie originaria dell’area sardo-corsa.» Questo gruppo di animali viene accidentalmente trasportato in nuovi areali principalmente tramite il commercio e lo scambio di piante sia per uso alimentare sia ornamentale o il trasporto di materiale da costruzione come le pietre, al punto che alcuni molluschi ormai diffusi in tutti i continenti vengono anche definiti come “travelling snails”. «Sebbene si sia visto come queste introduzioni possano causare implicazioni ecologiche ed economiche importanti in molti ambienti, si sa ancora molto poco riguardo la loro presenza nei giardini botanici, vivai e serre italiani», racconta l’esperto». </p>
<h2 id="specie-aliene-invasive-e-dannose">Specie aliene invasive e dannose</h2><p><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39108337/" rel="noopener">Tra il 2017 e il 2023,</a> ricercatori dell’Università di Siena e del Museo di Storia Naturale dell&rsquo;Accademia dei Fisiocritici hanno visitato strutture in tutto il Paese trovando, nelle serre del MUSE a Trento e nell’orto botanico di Padova, diverse specie aliene della famiglia Achatinidae, note tra le più invasive e dannose al mondo.</p>
<p>L’Italia rappresenta uno dei principali hotspot del Mediterraneo con circa 650 specie di gasteropodi terrestri e d’acqua dolce e 30 di molluschi bivalvi, ed ospita molte entità endemiche del distretto alpino, di quello appenninico, delle grandi e piccole isole. «Ad oggi in Italia, sono rari i progetti che mirano alla tutela di singole specie continentali e gli esperti prevedono che nel medio lungo temine alcune chiocciole endemiche italiane possano scomparire per sempre nella più totale indifferenza e inconsapevolezza» commenta Benocci.</p>
<p>Negli ambienti acquatici la presenza di molluschi autoctoni è spesso un segnale positivo, perché le specie invasive tollerano meglio inquinamento e disturbo: «Quando troviamo ancora quelle native significa che l’ecosistema non è del tutto compromesso», conclude Benocci.</p>
<h2 id="la-citizen-science-genera-un-cambiamento-di-prospettiva">La citizen science genera un cambiamento di prospettiva</h2><p>Un altro risultato interessante emerso dal progetto CLIC!, oltre ai dati raccolti, riguarda il cambiamento di prospettiva che la citizen science può generare.</p>
<p>Attraverso escursioni, incontri pubblici e segnalazioni condivise, chiocciole e lumache stanno diventando per molte persone un motivo di curiosità e attenzione.</p>
<p>Una ricerca pubblicata nel 2021 sul <a href="https://doi.org/10.1093/mollus/eyab033" rel="noopener">Journal of Molluscan Studies</a> ha mostrato come le piattaforme di citizen science possano contribuire a colmare la scarsità di dati sui molluschi terrestri, gruppi ancora oggi poco studiati e sottorappresentati. Lo studio evidenzia però anche quanto sia importante la collaborazione tra cittadini ed esperti: senza il supporto dei malacologi, molte segnalazioni rischiano infatti di rimanere incomplete o errate. Quando invece competenze scientifiche e partecipazione pubblica si integrano, questi progetti possono diventare strumenti concreti per conoscere e tutelare la biodiversità.</p>
<p>Notare una chiocciola o una lumaca, quindi, non è solo un gesto di curiosità: è un primo passo per riconoscere valore a ciò che spesso ignoriamo. Ed è proprio da questo sguardo che può nascere un modo diverso di abitare e proteggere la biodiversità delle nostre città. E voi vi ricordate quando è stata l’ultima volta che avete notato una chiocciola o una lumaca?</p>
<p>La primavera e l’autunno sono i periodi ideali per scoprire quali specie vivono accanto a noi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La complessa storia genetica dei nativi americani</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/complessa-storia-genetica-nativi-americani/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/complessa-storia-genetica-nativi-americani/</guid><pubDate>Tue, 19 May 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Dalla Casa</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>L’analisi del più grande database genetico delle popolazioni native americane rivela oltre un milione di varianti genetiche mai osservate in precedenza, tre migrazioni verso il Sud America e segnali di adattamento a diversi ambienti del continente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/complessa-storia-genetica-nativi-americani-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/complessa-storia-genetica-nativi-americani-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I primi antenati dei popoli indigeni americani arrivarono dall’Asia nord-orientale. Durante le fasi più fredde dell’ultima era glaciale, la Siberia e l’Alaska erano collegate da una vasta regione emersa, la Beringia. In quell’area, o nelle sue vicinanze, si formarono le linee genetiche ancestrali che avrebbero poi dato origine ai primi abitanti del continente americano.</p>
<p>La formazione di queste linee iniziò circa 25.000 anni fa, e l’ingresso nel continente americano avvenne almeno 15.000 anni fa. Dopo una fase di parziale isolamento in Beringia, la fine dell’ultimo massimo glaciale favorì una rapida dispersione nelle Americhe. Non si è trattato di una semplice espansione da nord a sud: secondo una nuova ricerca ci sono state almeno tre migrazioni distinte verso il Sud America.</p>
<h2 id="il-più-grande-database-genetico-sulla-diversità-dei-nativi-americani">Il più grande database genetico sulla diversità dei nativi americani</h2><p>Il <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10406-w" rel="noopener">lavoro</a>, che si è conquistato la copertina di <em>Nature</em>, è stato coordinato dall’Institute of Evolutionary Biology di Barcellona e dall’Università di São Paulo, con la collaborazione di numerose istituzioni internazionali. I ricercatori hanno sequenziato 128 genomi completi ad alta copertura (letti circa 44 volte per ridurre l&rsquo;incertezza tecnica), di popolazioni che rappresentano 28 diverse famiglie linguistiche.</p>
<p>Integrando questi dati con genomi già pubblicati, il dataset finale comprende 199 individui contemporanei appartenenti a 53 popolazioni, diverse ecoregioni e 31 famiglie linguistiche. Si amplia quindi notevolmente la quantità di informazioni disponibili sulla diversità genetica del continente.</p>
<p>Un esempio riguarda l’Amazzonia, una delle aree finora meno rappresentate. Marcos Araújo Castro e Silva, primo autore dello studio, <a href="https://www.eurekalert.org/news-releases/1124930" rel="noopener">ha spiegato</a> che, fino a oggi, solo due popolazioni dell’Amazzonia venivano tipicamente incluse negli studi genomici, e che, a causa del loro isolamento e della particolarità dell’ambiente in cui vivono, non potevano essere considerate rappresentative della diversità amazzonica complessiva. Il nuovo lavoro include invece campioni da molte popolazioni delle foreste tropicali sudamericane, comprese aree amazzoniche, oltre a gruppi dell’area andina, del Chaco, del Cono Sud, del Mesoamerica e dell’Aridoamerica. </p>
<h2 id="che-cosa-può-dire-un-genoma-sugli-spostamenti">Che cosa può dire un genoma sugli spostamenti</h2><p>In che modo i genomi possono ricostruire gli spostamenti umani? Il principio è semplice: se due popolazioni condividono molte varianti genetiche, vuol dire che hanno una parte di storia comune. Questa storia comune può avere spiegazioni diverse: possono discendere dagli stessi antenati, possono essere rimaste a lungo nella stessa regione, oppure possono essersi incontrate e mescolate in un secondo momento.</p>
<p>Il DNA antico aiuta a distinguere queste possibilità, perché proviene da individui vissuti in un luogo e in un periodo conosciuti. Se una certa somiglianza genetica si trova in individui antichi di una regione e anche in popolazioni attuali della stessa area, può indicare continuità nel tempo. Se invece una somiglianza genetica compare solo più tardi e ricorda quella di popolazioni di un’altra area, può indicare un contatto successivo. Il gruppo di ricerca ha quindi confrontato genomi antichi e contemporanei per verificare se le somiglianze potessero essere spiegate con una sola fase di popolamento o con più contributi successivi.</p>
<p>I genomi confermano che la prima dispersione è avvenuta immediatamente dopo l&rsquo;ingresso in Nord America ed è associata a una componente genetica antica presente in individui vissuti più di 9.000 anni fa in siti come Anzick (USA), Los Rieles (Cile) e Lagoa Santa (Brasile). La seconda dispersione, iniziata circa 9.000 anni fa, è partita dall&rsquo;America Centrale e si è diffusa attraverso il Messico, il Belize e Panama. Questa ondata ha sostituito, almeno in parte, la prima popolazione originale; per questo motivo, popolazioni attuali come le popolazioni andine peruviane e i Tehuelche argentini mostrano continuità genetica con questa seconda fase e non con i resti più antichi della prima.</p>
<p>La terza dispersione rappresenta il risultato più sorprendente dello studio perché identifica un movimento precedentemente non riconosciuto. Avvenuta almeno 1.300 anni fa, questa ondata ha portato una componente genetica legata alle popolazioni mesoamericane verso il Sud America e i Caraibi. La sua scoperta è stata possibile grazie al ritrovamento di questa specifica traccia genetica sia in individui antichi dell’Età della ceramica nei Caraibi sia in molti gruppi indigeni contemporanei.</p>
<h2 id="le-tracce-genetiche-della-colonizzazione">Le tracce genetiche della colonizzazione</h2><p>La ricerca ha trovato segnali genetici coerenti con le forti riduzioni demografiche causate dalla colonizzazione europea, come i lunghi tratti di omozigosi nel DNA che riflettono l&rsquo;isolamento e la frammentazione. Il gruppo di ricerca collega questi risultati a epidemie, schiavitù e spostamenti forzati che hanno interrotto le forme tradizionali di sussistenza. Tábita Hünemeier, responsabile scientifica dello studio, ricorda che la diversità genetica attuale è solo una frazione di quella originale, poiché la colonizzazione ha decimato le popolazioni indigene del 90%, sebbene in alcune regioni si osservi una continuità che dura da oltre 9.000 anni.</p>
<p>Ma la colonizzazione, in un certo senso, ha lasciato una traccia anche nella ricerca scientifica. Per molto tempo, gli studi genomici e i grandi database di riferimento si sono concentrati soprattutto su popolazioni di ascendenza europea, mentre molte altre popolazioni sono rimaste meno rappresentate. Tra queste ci sono anche le popolazioni indigene americane, che lo studio descrive come tra le meno studiate dal punto di vista genomico. Questo ha fatto sì che una parte della loro variabilità rimanesse fuori dalle principali risorse usate per ricostruire la storia genetica umana.</p>
<p>Lo studio ha infatti identificato 12.493.650 varianti genetiche, di cui 1.426.511, pari all’11,4%, non erano presenti nei database usati dal gruppo di ricerca per il confronto. Non perché queste popolazioni conservino più diversità genetica di altre: il lavoro segnala anzi una diversità complessiva più bassa, legata anche ai colli di bottiglia demografici. Il punto è che molte popolazioni indigene americane sono state a lungo sottorappresentate negli studi genomici, e quindi una parte importante della loro variabilità non era ancora stata descritta.</p>
<h2 id="una-diversità-modellata-da-ambienti-e-ascendenze-antiche">Una diversità modellata da ambienti e ascendenze antiche</h2><p>Le Americhe comprendono ambienti molto diversi, dalle foreste tropicali agli altipiani andini, dalle regioni aride alle zone temperate, e questa varietà ha esposto le popolazioni a pressioni selettive differenti.</p>
<p>Nel nuovo lavoro il gruppo di ricerca ha cercato segnali di selezione naturale nei genomi analizzati. In altre parole, ricercatrici e ricercatori hanno individuato regioni in cui alcune varianti genetiche sembrano essere diventate più frequenti nel tempo, forse perché utili in determinati ambienti o condizioni storiche. Molte si trovano vicino a geni già associati, da studi precedenti, a funzioni come risposta immunitaria, metabolismo, fertilità, crescita e sviluppo. </p>
<p>Tra i risultati più complessi c’è la componente chiamata <em>Ypykuéra</em> (una parola in lingua Tupi che significa “antenati”), o linea Y. In alcuni popoli indigeni americani, una piccola parte del genoma mostra affinità con popolazioni australasiatiche attuali, come gruppi delle Andamane, della Nuova Guinea e dell’Australia. Questa somiglianza non viene interpretata come prova di una migrazione recente dall’Oceania verso le Americhe. L’ipotesi è invece che rifletta l’eredità di una popolazione asiatica antica, non ancora campionata direttamente, che si sarebbe mescolata con gli antenati di alcune popolazioni americane.</p>
<p>David Comas, tra gli autori dello studio, osserva che la frequenza dell’ascendenza Ypykuéra appare simile in diverse popolazioni analizzate, un dato che potrebbe indicare un vantaggio adattativo in alcune regioni del genoma. Non tutta la componente, però, va spiegata in questo modo: alcune regioni possono dipendere semplicemente dalla storia demografica delle popolazioni, cioè da antichi mescolamenti, isolamento e continuità nel tempo.</p>
<p>Il lavoro analizza anche un’altra eredità genetica antica: quella di ominini arcaici come Neanderthal e denisoviani. Come molte popolazioni non africane, anche i popoli indigeni americani conservano una piccola quota di DNA derivata da questi gruppi umani estinti. Alcune di queste varianti ricadono in geni che esprimono varianti legate alla pelle, al sistema immunitario e al metabolismo energetico, suggerendo un possibile ruolo nell’adattamento.</p>
<p>La diversità genetica dei popoli indigeni americani non deriva quindi solo dalle grandi dispersioni umane nel continente. È anche il risultato di eredità più antiche, di mescolamenti avvenuti prima dell’arrivo nelle Americhe o nelle sue fasi iniziali, e di processi di adattamento che si sono sviluppati nel corso di migliaia di anni.</p>
<p>Nel presente, il continente riporta una delle diversità linguistiche più alte del pianeta, con più di cento famiglie linguistiche distinte. Chiara Barbieri, genetista dell’Università di Cagliari che ha partecipato allo studio, aggiunge che è difficile allineare questa diversità alle traiettorie genetiche descritte. Infatti, la corrispondenza tra la struttura genetica e la struttura linguistica è solo parziale, più evidente tra alcune macroregioni e pochi gruppi isolati, e sovrascritta da dinamiche culturali di cambio linguistico, frequente multilinguismo, e recenti politiche post coloniali.</p>
<h2 id="genomi-comunità-e-controllo-dei-dati">Genomi, comunità e controllo dei dati</h2><p>La ricerca è stata condotta in collaborazione con le comunità indigene coinvolte, e il gruppo di ricerca scrive che i risultati sono stati restituiti in formati accessibili. Tábita Hünemeier sottolinea che la partecipazione attiva dei diversi gruppi è stata importante non solo per lo sviluppo dello studio, ma anche per integrare i risultati genomici con le conoscenze tradizionali e le narrazioni storiche locali.</p>
<p>Questa collaborazione ha conseguenze pratiche anche sul modo in cui i dati vengono condivisi. I genomi individuali prodotti dallo studio, anche se rigorosamente anonimi, non sono liberamente scaricabili: l’accesso è controllato attraverso un comitato e deve rispettare approvazioni etiche, consenso informato e accordi con le comunità. Sono invece disponibili liberamente le frequenze delle varianti genetiche attraverso il browser del progetto <a href="https://ega-archive.org/datasets/EGAD50000002396" rel="noopener">Indigenous American Genomic Diversity Project</a>.</p>
<p>Non è un dettaglio secondario quando si parla di ricerche che coinvolgono persone in carne e ossa. Da un lato, i dati devono poter essere usati per verificare i risultati e far avanzare la ricerca; dall’altro, riguardano popolazioni viventi, che non possono essere separate dalla loro storia. In anni recenti, questo problema è stato discusso anche attraverso i <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/CARE_Principles_for_Indigenous_Data_Governance" rel="noopener">principi CARE</a> per la governance dei dati indigeni, che mettono al centro beneficio collettivo, controllo da parte delle comunità, responsabilità ed etica.</p>
<p>La sottorappresentazione delle popolazioni indigene americane nella genomica ha lasciato grandi lacune nella comprensione della diversità umana, dell’evoluzione e della salute. Ampliare questi dati ora non serve solo a correggere una mappa incompleta del passato: permette anche di costruire risorse più utili per le comunità coinvolte e per la ricerca biomedica in generale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rischio pandemico: ancora una volta l’epidemiologia lasciata all’angolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rischio-pandemico-ancora-volta-epidemiologia-lasciata-all-angolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rischio-pandemico-ancora-volta-epidemiologia-lasciata-all-angolo/</guid><pubDate>Mon, 18 May 2026 08:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefania Salmaso</dc:creator><category>salute</category><description>Sotto la spinta della potenziale minaccia del focolaio epidemico di hantavirus, una serie di disposizioni che sembravano sonnecchiare si sono messe in moto. È evidente però, che quello che ci è mancato ai tempi del Covid, continua a mancare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/rischio-pandemico-ancora-volta-epidemiologia-lasciata-all-angolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/rischio-pandemico-ancora-volta-epidemiologia-lasciata-all-angolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il focolaio epidemico della nave <em>Hondius</em> dovuto a infezioni con hantavirus (ANDV) ha richiamato sensazioni e considerazioni legate alla pandemia da Sars-CoV-2, con relative previsioni allarmanti sui media, dichiarazioni di “esperti” e conseguenti rassicurazioni ufficiali.</p>
<p>Il focolaio, per ora provvisoriamente limitato a meno di una decina di casi di infezione accertata o probabile, è certamente un evento da non sottovalutare, soprattutto perché i suoi vari ingredienti, degni di un film di successo, hanno comportato un&rsquo;estesa risposta internazionale, sottolineando, ancora una volta, come la risposta alle minacce della salute da parte di malattie infettive, debba essere coordinata tra i diversi Paesi, in contrasto con approcci nazionali di sovranità sanitaria.</p>
<p>Al momento non sembrano esserci reali rischi per la popolazione generale, e in base alle poche evidenze storiche disponibili, sia l’agenzia europea ECDC, che l’OMS sono concordi nel dichiararlo. </p>
<p>L’11 maggio il Ministero della Salute ha emanato una <a href="https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2026&amp;codLeg=112138&amp;parte=1%20&amp;serie=null" rel="noopener">circolare</a> in cui indica le azioni intraprese e le raccomandazioni da seguire a partire dai sospetti casi di infezione, cioè le persone che hanno condiviso o transitato su un mezzo di trasporto sul quale ci sia stato un caso confermato o probabile di ANDV, oppure chiunque sia stato in contatto con un passeggero o membro dell’equipaggio della nave <em>MV Hondius</em> a partire dal 5 aprile e abbia sintomi.</p>
<h2 id="tranquilli-sì-se">Tranquilli? Sì, se…</h2><p>In effetti, se l’infezione rimane circoscritta ai passeggeri della <em>Hondius</em> e ai loro contatti riconosciuti, non sembra esserci motivo di allarme per la popolazione generale.  La nostra tranquillità dipende dalla ragionevole aspettativa che non ci siano infezioni trasmesse al di fuori dell’episodio <em>Hondius</em> o, se ci sono, vengano tempestivamente riconosciute e non possano propagarsi.  Ricordate quando per l’inizio della pandemia da Sars-CoV-2 si guardava solo ai viaggiatori provenienti dalla Cina e invece le infezioni verosimilmente stavano già circolando sul territorio, tanto che il primo paziente italiano non era stato in Cina? </p>
<p>Oltre alle scarse informazioni sul comportamento di questo virus, che comunque sembrano renderlo inidoneo a innescare una trasmissione inter-umana estesa, quali elementi potrebbero ora ragionevolmente farci sentire tranquilli che effettivamente la situazione è sotto controllo? È un po&rsquo; come quando vogliamo sentirci tranquilli per evitare un furto in casa: abbiamo chiuso porte e finestre? Abbiamo sensori che rilevano situazioni anomale? Siamo in grado di intervenire per confermare l’effettivo allarme? Nessuno ci garantisce il pieno successo, ma almeno abbiamo fatto tutto il possibile e ridotto le probabilità di intrusioni.</p>
<p>Anche per i rischi di minacce pandemiche possiamo considerare la presenza di alcuni elementi, rintracciabili anche nel nuovo Piano pandemico e nelle dichiarazioni di intento sulla preparazione (<em>prepardeness</em>), che potrebbero corroborare la nostra tranquillità e rendere solide le rassicurazioni ufficiali. </p>
<p>Volendo mantenere la metafora della sicurezza domestica i seguenti elementi mi sembrano cruciali:</p>
<ol>
<li>presenza di sensori, ovvero la presenza di una sorveglianza epidemiologica in grado di evidenziare anche a livello locale incrementi anomali di frequenza di sindromi, prima che ne venga accertata l’eziologia. Quando circola una infezione poco nota che non ci si aspetta che sia diagnosticata esattamente e per di più comporta un quadro clinico aspecifico (all’inizio le infezioni da ANDV sono caratterizzate da sintomi simili a quelli dell’influenza) è il momento in cui è utile monitorare la frequenza di diverse costellazioni di segni e sintomi (sindromi), prima che vengano attribuite a una specifica causa.  Tra i vari propositi formulati nei piani pandemici, c’è anche l’utilizzo di reti di sorveglianza sindromiche con segnalazioni sia dai medici sul territorio, che dalle strutture di emergenza-urgenza. La rete di medici sentinella <a href="https://www.epicentro.iss.it/en/influenza/influnet" rel="noopener">Influnet</a> è un esempio di sorveglianza sindromica, ma funziona a regime nel periodo tra la 42esima e la 13ma settimana di ogni anno, anzi questo anno si è interrotta alla 9° settimana perché è caduta sotto la scure delle <a href="https://epiprev.it/blog/discutiamone/i-nodi-dei-sistemi-di-sorveglianza-speciale-vengono-al-pettine" rel="noopener">rigide norme di privacy</a> che regolano i flussi informativi. La sorveglianza basata sugli accessi alle strutture di emergenza e urgenza è di nuova istituzione e ancora non ci sono dati sul suo funzionamento. Insomma sapere che non ci sono incrementi inspiegati di frequenza di casi clinici compatibili con infezione di ANDV sarebbe tranquillizzante, ma non ci risulta che questi sistemi siano in funzione, né che ci siano dati consultabili.</li>
<li>Verifica dei segnali mandati dai sensori, ovvero la disponibilità di epidemiologi per <a href="https://epiprev.it/blog/discutiamone/hantavirus-roba-da-epidemiologi" rel="noopener">tempestive indagini epidemiologiche</a> affidabili su focolai epidemici.  La funzione epidemiologica è cruciale sia nei sistemi di sorveglianza che nelle indagini sul territorio, ma non è mai menzionata nei piani di risposta.  La passata pandemia ha messo a durissima prova i Dipartimenti di prevenzione che sono risultati sottodimensionati per i molti compiti a loro attribuiti, ma ancora non è stata definita la loro dotazione di personale, né le funzioni e professionalità da includere.  Chi e con quali strumenti si dovrebbe indagare?</li>
<li>Capacità di accertamento eziologico, ovvero disponibilità sul territorio nazionale di affidabili e tempestive diagnosi di laboratorio.  Per un patogeno con potenzialità pandemiche, le analisi di campioni biologici devono essere effettuate in laboratori con requisiti di biosicurezza, che non possono certo essere improvvisati, ma la circolare ministeriale chiede alle Regioni e alle Provincie autonome di essere informata sulla presenza di queste strutture, anziché averne già una mappa attendibile.  </li>
<li>Documentazione e registrazione delle segnalazioni, ovvero la presenza di un sistema di segnalazione e registrazione di casi sospetti, probabili e confermati che sia agile, flessibile e consultabile. Nella circolare dell’11 maggio si indica che «È in corso la definizione di una scheda dedicata nel sistema di segnalazione nazionale PREMAL. Nelle more della finalizzazione del processo le Regioni che identificheranno eventuali casi sospetti, probabili e confermati sul territorio regionale dovranno inviare la segnalazione corredata da breve relazione epidemiologica». Quindi, per il momento, le segnalazioni non seguiranno una scheda di notifica standardizzata, né un formato comune di indagine epidemiologica, lasciata alle capacità locali. Inoltre non è detto che PREMAL, una volta a regime, risponda a tutte le caratteristiche di flessibilità richieste anche per la consultazione trasversale tra tutte le realtà locali.  Ma del resto, come già riportato per le sorveglianze sindromiche, le sorveglianze speciali sono cadute vittima delle restrittive norme in tema di protezione dei dati, per cui dobbiamo usare sistemi scolpiti nella pietra.</li>
<li>Valutazioni di conseguenze indesiderate, ovvero la presenza di un sistema operativo ben definito e coordinato di raccolta e analisi di dati sui contatti eventualmente identificati di casi accertati. Una delle tante difficoltà della passata pandemia è stato il sistema di rintracciamento dei contatti dei casi. All’epoca della pandemia, con un elevatissimo numero di casi il monitoraggio dei contatti è diventato presto ingestibile, e ogni Asl o Regione si è organizzata in modo diverso. Senza sistemi e strumenti standardizzati non è stato possibile neanche a posteriori valutare se e quanto tutto lo sforzo profuso sia stato utile. <a href="https://epiprev.it/interventi/covid-19-e-contact-tracing-in-italia-dalle-lezioni-di-ieri-alle-azioni-di-domani" rel="noopener">Abbiamo auspicato</a> che l’esperienza fatta fosse utile a disegnare sistemi con metodi standardizzati da attivare all’occorrenza, ma per ora non se ne vede traccia.</li>
</ol>
<p>Insomma sarebbe tranquillizzante sapere che quanto previsto dalle lezioni apprese dalla passata pandemia è messo in atto e che ci siano dati consultabili a supporto delle rassicurazioni ufficiali.  Della situazione organizzativa assistenziale ha <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/hantavirus-piano-pandemico-siamo-davvero-pronti/">parlato anche Claudio Maffei su <em>Scienza in rete</em></a> e se per l’assistenza ai malati è possibile pensare che ci sia almeno un concorso di azioni tra pubblico e privato per tutta la parte di sorveglianza, indagini epidemiologiche e gestione di contatti l’unico attore è la sanità pubblica.</p>
<p>Non sarà ANDV a rappresentare una vera minaccia, ma altre infezioni continueranno a metterci alla prova.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni/</guid><pubDate>Fri, 15 May 2026 09:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>L&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l&amp;amp;rsquo;accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ &amp;amp;ldquo;Ricerca e democrazia nell&amp;amp;rsquo;epoca delle Big Tech&amp;amp;rdquo; ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall&amp;amp;rsquo;associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l&amp;amp;rsquo;ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento. Nell&amp;amp;rsquo;immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ricerca-linnovazione-dellia-mano-oligopoli-privati-allarme-soluzioni-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[
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  <p class="player-titolo">La ricerca e l&#39;innovazione dell&#39;IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni</p>
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<p>Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile. Mentre i finanziamenti pubblici alla ricerca nell&rsquo;area OCSE calano del 4,1% in termini reali, e negli Stati Uniti vengono cancellati o sospesi oltre 7.800 grant di NIH e NSF, la frontiera scientifica dell&rsquo;intelligenza artificiale si sposta sempre più verso i laboratori privati: nel 2025 oltre il 90% dei modelli AI di rilievo viene prodotto dall&rsquo;industria.</p>
<p>Sono i numeri del <a href="https://www.gruppo2003.org/sites/default/files/Dossier_RD_BigTech_web.pdf" rel="noopener">dossier <em>Ricerca e democrazia nell&rsquo;epoca delle Big Tech</em></a>, presentato il 14 maggio nella sede centrale del CNR di Roma in occasione del convegno omonimo organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca, che lo ha intitolato a Gino Nicolais, scomparso di recente e ricordato, oltre che in un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal presidente del CNR Andrea Lenzi, da colleghi e amici come Maria Pia Abbracchio, Caterina Meglio e Alessandro Sannino.</p>
<h2 id="parisi-solo-una-grande-struttura-pubblica-può-salvarci-dal-monopolio-delle-conoscenze">Parisi: solo una grande struttura pubblica può salvarci dal monopolio delle conoscenze</h2><p>Il dossier non si limita a fotografare la concentrazione di potere economico e scientifico nelle mani di pochi giganti globali, ma ne traccia le implicazioni per la democrazia (dalla sorveglianza di massa alla manipolazione dell&rsquo;informazione) e avanza proposte concrete per invertire la rotta. La situazione attuale, ha detto il Nobel Giorgio Parisi, non è ancora drammatica, ma «richiede un controllo, un&rsquo;attenzione estremamente forte, prima di tutto da parte della comunità scientifica ma anche dei governi». Il rischio concreto è quello di un monopolio sull&rsquo;accesso alla conoscenza: «Oggi alcuni usano Gemini, altri Claude, altri ancora ChatGPT o DeepSeek. C&rsquo;è però la possibilità che tutto questo evolva verso un monopolio, come è accaduto negli anni Novanta nel campo dei motori di ricerca», oggi dominato da Google. Uno scenario che Parisi definisce «il più terrificante, ma in cui anche un oligopolio tra attori della stessa area geografica e della stessa ideologia sarebbe non molto differente».</p>
<p>Parisi ha richiamato l&rsquo;esperienza di Wikipedia e del software libero Linux come modelli di resistenza possibile. Per l&rsquo;IA, però, la scala del problema è diversa: servono database, potenza di calcolo e programmi di ricerca che solo un grande centro pubblico può sviluppare. «In questo momento storico», ha concluso, «è immaginabile solo in Europa»: un&rsquo;istituzione sul modello del CERN, dedicata all&rsquo;ICT avanzato e all&rsquo;intelligenza artificiale.</p>
<h2 id="algoritmi-e-libertà">Algoritmi e libertà</h2><p>Gli ha fatto eco Rocco De Nicola, presidente del Gruppo 2003: «Viviamo un passaggio storico in cui le scelte sulla governance della ricerca e dell&rsquo;intelligenza artificiale determineranno, per i decenni a venire, il perimetro del progresso scientifico e la tenuta della nostra democrazia». La tesi del dossier è che concentrazione economica, scientifica e delle capacità di sorveglianza siano lo stesso problema visto da angolazioni diverse: chi controlla modelli, dati e infrastrutture controlla anche una parte rilevante dell&rsquo;agenda scientifica, nonché delle carriere dei ricercatori attratti da salari molto più appetibili rispetto al pubblico. Il documento, riassunto da De Nicola, mostra come l&rsquo;AI stia diventando uno strumento di governo sempre meno trasparente, dal contratto ICE-Palantir per ImmigrationOS ai quindici anni consecutivi di declino della libertà di Internet certificati da Freedom House. </p>
<h2 id="scienza-chiara-e-scienza-oscura">Scienza chiara e scienza oscura</h2><p>Gianfranco Pacchioni, ordinario di scienza dei materiali alla Milano-Bicocca e membro dell&rsquo;Accademia dei Lincei, ha messo a fuoco la frattura storica che stiamo attraversando ponendo una domanda: cosa hanno in comune Starlink, AlphaFold e l&rsquo;impianto neurale di Neuralink? Niente, se non che tutti e tre sono nati in laboratori privati (SpaceX, DeepMind, Neuralink), riservati e non aperti alla comunità scientifica. Negli anni Sessanta era impensabile: il satellite Explorer, la struttura delle proteine, il primo trapianto di fegato erano tutti frutto di istituzioni pubbliche. In meno di mezzo secolo quel mondo si è rovesciato.</p>
<p>Pacchioni ha ripreso la distinzione al centro del suo recente libro <em>Scienza chiara, scienza oscura</em>: contrapposta alla scienza accademica aperta, verificabile, replicabile, cresce una produzione di conoscenza che rimane molto spesso proprietà privata, non sottoposta a peer review, non accessibile. Come peraltro per definizione è quella militare, in forte crescita, e in alcuni paesi addirittura prevalente. Il rischio non è solo per la ricerca in sé, ma per la fiducia pubblica nella scienza: come possiamo aspettarci che le persone si fidino della scienza se una parte crescente di essa avviene nell&rsquo;ombra? La sua conclusione è che finanziare la ricerca pubblica non è più solo una questione di competizione tra sistemi, è fondamentale per la difesa della democrazia.</p>
<h2 id="anche-su-energia-e-transizione-si-pone-un-problema-di-democrazia">Anche su energia e transizione si pone un problema di democrazia</h2><p>Il convegno ha affrontato anche il tema dell&rsquo;energia. Nel confronto tra Carlo Cecati dell&rsquo;Università dell&rsquo;Aquila, e membro del Gruppo 2003, e Letizia Magaldi, imprenditrice nelle rinnovabili e presidente del Kyoto Club, è emerso che le logiche di condizionamento dei grandi gruppi non riguardano solo lil mondo digitale: anche nella transizione energetica si riscontrano pressioni e resistenze da parte di interessi consolidati. Eppure, le energie rinnovabili restano la via maestra, convenienti sul piano economico, necessarie su quello climatico, e strategicamente indispensabili su quello geopolitico: la dipendenza dalle fonti fossili, come mostrano la guerra russo-ucraina e le tensioni nel Golfo di Hormuz, è un rischio che l&rsquo;Europa non può continuare a permettersi. L&rsquo;Italia, pur in ritardo rispetto a Spagna e Germania nel percorso di decarbonizzazione, ha competenze ed eccellenze nella conversione delle energie rinnovabili in energia elettrica che andrebbero messe nelle condizioni di lavorare a ritmi più serrati, a beneficio di una gestione condivisa e democratica di questo bene. Senza inseguire il nucleare, che di fatto comporterebbe gravi problemi quel che riguarda le tempistiche, i costi e le tensioni sociali.</p>
<h2 id="cinque-proposte-e-uneredità">Cinque proposte e un&rsquo;eredità</h2><p>Il dossier chiude con cinque linee d&rsquo;azione: adeguata capacità di calcolo accessibile alle università, dati e benchmark aperti, carriere accademiche stabili per contrastare il brain drain verso l&rsquo;industria, che si può permettere di pagare molto di più i giovani ricercatori), trasparenza e governance sui sistemi AI venduti alla pubblica amministrazione, investimento pubblico stabile e pluriennale. E, come proposta di orizzonte, un&rsquo;istituzione europea permanente sull&rsquo;IA il &ldquo;CERN dell&rsquo;IA&rdquo; evocato da Parisi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le matrici del potere: dati sui minerali per la transizione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/matrici-potere-dati-minerali-transizione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/matrici-potere-dati-minerali-transizione/</guid><pubDate>Fri, 15 May 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>libri</category><description>L’età delle matrici di Gianluca Schinaia racconta come la transizione ecologica e digitale dipenda da terre rare e materie prime strategiche, oggi al centro di tensioni geopolitiche globali. Il libro fa riflettere sul fatto che ogni tecnologia energetica ha un impatto ambientale, anche se questo varia molto tra fossili e rinnovabili, soprattutto se la transizione viene governata al meglio sottraendola al monopolio del modello economico neoliberista. Foto di Paul-Alain Hunt su Unsplash</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/matrici-potere-dati-minerali-transizione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/matrici-potere-dati-minerali-transizione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Serve fare due considerazioni per leggere il libro appena uscito di Gianluca Schinaia <em><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/l-eta-delle-matrici-gianluca-schinaia/" rel="noopener">L’età delle matrici</a></em> edito da Codice (384 pagine, 24 euro). La prima è che conoscere gli impatti dell’attività estrattiva non serve per delegittimare la transizione ecologica, anche se questa è una scusa spesso usata dai detrattori (ma poi detrattori di cosa?). Tra l’altro l’attività estrattiva è anche quella che si fa per risucchiare da sottoterra i combustibili fossili. La seconda considerazione è che gran parte delle metriche d’impatto per produrre tecnologie rinnovabili oggi riportano un quantitativo di emissioni di gas serra sul ciclo di vita destinato <a href="https://www.energy-transitions.org/new-report-scale-up-of-critical-materials-and-resources-required-for-energy-transition/" rel="noopener">necessariamente a scendere</a>, via via che la transizione procederà. Se oggi gran parte dell’energia la faccio con il fossile è chiaro che emetto anche per fabbricare una pala eolica; ma quando le rinnovabili avranno definitivamente superato carbone, petrolio e gas è evidente che la stessa pala eolica sarà molto meno “emissiva”. Il punto sta nel <em>governare</em> al meglio la transizione, non a caso il sottotitolo del libro è <em>Terre rare, materie prime e dinamiche di potere</em>. I rapporti tra stati sono al centro del controllo della transizione e non può che essere così.</p>
<p>La competizione catalizza l’innovazione, si pensi alla “corsa all’oro spaziale”, come scrive Schinaia – cominciata con l&rsquo;US Commercial Space Launch Competitiveness Act firmato da Obama, che autorizza i privati a estrarre risorse extraterrestri. O, restando sulla Terra, al grande riscatto cinese. Dopo il dominio di Stati Uniti e Giappone, la Cina ha recuperato e superato tutti sulla destra investendo in studio (39 università cinesi offrono corsi in chimica delle terre rare, mentre nessuna università americana ne ha di simili), usando massicciamente risorse pubbliche, producendo quindi in scala, applicando dumping, restringendo le esportazioni. Forse anche troppo. Infatti Schinaia racconta come l’Unione europea importi ormai il 70% delle proprie terre rare dalla Cina e che le restrizioni cinesi all&rsquo;export dei magneti hanno già causato rallentamenti produttivi nell&rsquo;automotive continentale nel 2025. Per questo è positivo il senso alla base del Critical Raw Materials Act europeo, che vuole arrivare al 2030 con il 10% di estrazione interna, il 40% di raffinazione e il 25% di riciclo.</p>
<p>Il libro di Schinaia potrebbe far vacillare il lettore suscettibile a troppi dati, soprattutto se inanellati in una narrazione dove emerge chiaramente che la transizione va fatta non abbracciando gli alberi o sperando che tutti diventino brave persone, ma tenendo conto che purtroppo il pianeta è governato da potenti senza troppi scrupoli (che spesso votiamo noi, questo serve ricordarlo). Fare i video su TikTok o su Instagram dove si denuncia l’azienda cattivona che rade al suolo pezzi di foresta amazzonica è giusto, ma si tenga presente che quei video non sono gratis. Il cloud non è una nuvola: è cavi sottomarini, data center, transistor costruiti con decine di elementi rari. Uno smartphone moderno contiene circa 63 elementi chimici diversi, il doppio rispetto ai modelli di qualche anno fa, nonostante pesi molto meno. La rivoluzione digitale richiede quantità crescenti di materie fisiche, concrete ed esauribili. Anche questo è un fenomeno da governare, cioè dove i governi dei paesi hanno un ruolo cruciale.</p>
<p>È ovvio che sia così. Ricorda l’autore che la batteria agli ioni di litio è il risultato di decenni di ricerca (per altro premiata con il Nobel nel 2019) anche pubblica; che non è stato per magia se in un secolo siamo passati dal primo volo dei fratelli Wright nel 1903 alla guerra dei droni in Ucraina, passando per gli F-35 che contengono 417 chili di terre rare. A parte il fatto che è evidente che le materie prime critiche sono diventate munizioni geopolitiche, quello che non si può dimenticare è che non si fa nulla senza risorse pubbliche e apparati statali. Lo scriveva lo stesso Schinaia sull’ormai defunto <em><a href="https://www.wired.it/article/italia-2050-soluzioni-mitigazione-clima/" rel="noopener">Wired Italia</a></em>: «Bisogna tornare a valorizzare i dipendenti pubblici come asset strategici del cambiamento e rinunciare alle numerose consulenze esterne per coprire quelle attività che devono essere patrimonio funzionale del settore pubblico».</p>
<p>Non abbiamo ancora detto cosa significa “matrice”. Il termine usato sin dal titolo serve per unificare in un unico cappello metalli preziosi, materiali critici, minerali e terre rare che condividono quattro caratteristiche: sono estraibili dal sottosuolo, sono alla base delle rivoluzioni tecnologiche in corso, sono al centro del contendere geopolitico e sono fondamenta del futuro umano. Vengono poi analizzati in dettaglio i &ldquo;big six&rdquo;: il litio (la cui domanda crescerà del 500% entro il 2050), il cobalto (estratto per il 60% nella Repubblica Democratica del Congo in condizioni spesso disumane), il nichel (da metallo disprezzato dai minatori a elemento chiave delle batterie), il rame (il più antico tra le matrici, oggi a rischio di deficit strutturale) e la grafite (il 90% dell&rsquo;anodo delle batterie, raffinata al 97% in Cina).</p>
<p>Da questo punto di vista è utile ricordare che la transizione ecologica sarà responsabile di nuovi punti estrattivi, ma il netto tra le nuove estrazioni e quelle da chiudere oggi usate per i combustibili fossili sarà negativo. In altre parole: l’impatto sul suolo per estrarre i “big six” e compagnia sarà molto più che <a href="https://www.weforum.org/stories/2024/06/energy-transition-critical-minerals-mining/" rel="noopener">compensato</a> dalla scomparsa dei combustibili fossili. Per altro, anche dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse, oggi il combustibile fossile estratto ha una vita che termina dopo che viene bruciato, invece, il minerale estratto può essere usato di più e anche riciclato più volte.</p>
<p>Non è un argomento centrale del libro, ma non poteva mancare una parentesi sul negazionismo climatico, cioè il grande nemico per la consapevolezza pubblica di come stanno le cose ambientali oggi nel mondo. Ne vogliamo riportare un breve estratto.</p>
<blockquote>
<p>Nel 1971, nelle tv d&rsquo;oltreoceano girava uno spot che mostrava un nativo americano a bordo della sua canoa in un fiume pieno di rifiuti e circondato dallo smog. […] Una lacrima rigava il suo viso dai lineamenti duri e bruciati dal sole. Chiudeva una voce fuori campo: «Le persone inquinano, le persone possono fermare l&rsquo;inquinamento». […] Si tratta di una delle pubblicità più famose per descrivere il <em>mito del consumatore verde</em>, costruzione della propaganda del negazionismo climatico. La pubblicità era finanziata da alcune tra le principali multinazionali americane che, per descrivere le cause del problema dell&rsquo;impatto ambientale, cercavano di spostare l&rsquo;attenzione sugli individui che consumano e tenere al riparo le aziende produttrici. […]</p>
<p>Mentre al giorno d&rsquo;oggi il 99 per cento degli studi dei climatologi concorda sulle responsabilità antropiche del <em>global warming</em>, più del 90 per cento dei documenti dubbiosi sul <em>climate change</em> provengono da think tank vicini a ideologie conservatrici. Si tratta di ricchissime lobby come l&rsquo;Heartland Institute, la Cooler Heads Coalition, il Cato Institute o l&rsquo;Heritage Foundation. Solo per dare un&rsquo;idea, tra il 2003 e il 2010, 140 fondazioni hanno mosso 558 milioni di dollari per finanziare oltre un centinaio di organizzazioni di stampo negazionista. Da dove arrivano questi fondi? Principalmente da aziende legate ai combustibili fossili. Finanziatori come la Koch Family Foundation, la British Petroleum, la Shell o la ExxonMobil. Quest&rsquo;ultima in particolare è stata oggetto di un&rsquo;inchiesta giornalistica nel 2016 che ha rivelato come, fin dal 1981, la Exxon fosse a conoscenza degli effetti potenzialmente catastrofici per il clima delle emissioni da combustibili fossili. […]</p>
<p><em>Green economy</em>, energie rinnovabili, mobilità condivisa: salvare l&rsquo;umanità sul pianeta significa superare l&rsquo;economia estrattiva e il modello neoliberista. Non è un caso che l&rsquo;invasione statunitense del Venezuela non sia stata ammantata da nessuna giustificazione etica, per quanto ipocrita: Trump ha parlato chiaramente di interessi petroliferi e ha più volte nominato i vantaggi per <em>Big Oil</em> derivati da questa operazione.</p></blockquote>
<p>Schinaia ci dà anche qualche buona notizia. Il riciclo delle batterie elettriche, guidato da aziende come Redwood Materials sta diventando un settore industriale maturo: già oggi è possibile recuperare il 95% di nichel e cobalto dalle batterie dismesse. L&rsquo;<em>urban mining</em>, cioè l&rsquo;estrazione di matrici dai rifiuti elettronici urbani, potrebbe diventare una fonte fondamentale di materie prime seconde: una tonnellata di RAEE contiene più oro di una tonnellata di minerale estratto in miniera. Si parla di fitoestrazione e di estrazione del litio dalle alghe marine, strade parziali ma che indicano la direzione. E poi ci sono anche dei progetti italiani finanziati dalla Commissione Europea: <em>Itelyum</em> (riciclo di magneti permanenti a Frosinone), <em>Circular Materials</em> (recupero di rame e nichel a Padova), <em>Glencore</em> (impianto di riciclo di batterie al litio a Portovesme in Sardegna) e <em>Solvay</em> (riciclo del palladio a Rosignano).</p>
<p>Insomma, molti dati, molto spavento, ma anche molta capacità di invertire la rotta, come si continua a dire da qualche anno; rotta che, piaccia o no, è comunque già cambiata. Diciamo che siamo passati da una <em>bolina</em> che andava dritta a farci schiantare nella catastrofe fossile a un <em>traverso</em>. Non siamo ancora in <em>lasco</em> e men che meno in <em>poppa</em>, serve continuare a virare. E attenzione perché il vento può sempre impazzire. Per non rompere la vela potreste leggere Gianluca Schinaia e il suo *L’età delle matrici *e consigliarla magari a qualche politico (come molti dei libri che recensiamo qui per la verità).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La medicina afflitta da rigidità cognitiva</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-afflitta-rigidita-cognitiva/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-afflitta-rigidita-cognitiva/</guid><pubDate>Fri, 15 May 2026 07:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>storia-della-scienza</category><description>Cinquant’anni fa nasceva Medicina democratica, movimento che metteva in discussione i ruoli di potere insiti nell’esercizio medico. Vent’anni più tardi l’EBM demoliva la discrezionalità clinica, oggi la sfida è riuscire a ragionare fuori dai protocolli, quando serve.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-afflitta-rigidita-cognitiva-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-afflitta-rigidita-cognitiva-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni 15 e 16 maggio di cinquant’anni fa, a Bologna, si tenne il primo congresso nazionale di “Medicina democratica”, atto fondativo del movimento creato da Giulio Alfredo Maccacaro. Al centro dell’azione culturale e politica c’era il tema dei rapporti tra medicina e potere, oggetto di discussione nel mondo politico e tra gli intellettuali della sinistra occidentale da oltre un decennio. “Medicina Democratica” era completamente una creatura di Maccacaro, biometrista-epidemiologo militante, e la sua azione, di fatto, si spezzò con la sua morte a soli 53 anni nel 1977.  La figura intellettuale di Maccacaro è stata efficacemente tratteggiata da Domenico Ribatti in <em>Giulio A. Maccacaro, scienziato militante</em> (Carocci 2021).</p>
<p>Il 10 luglio del 1976, avvenne l’incidente nella <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Seveso" rel="noopener">fabbrica di diossina a Seveso</a>, con il rilascio di una sostanza altamente tossica. L’episodio, di cui ci si è quasi dimenticati (e di cui cade il cinquantenario), costituì un complesso psicodramma durato anni, che influenzò non solo la legislazione sulla prevenzione del rischio ambientale, in particolare sulla logistica degli interventi di emergenza (eravamo completamente sguarniti). Ma anche un’accesa discussione sulle scelte abortive, in assenza di prove che l’esposizione alla diossina da parte di donne gravide potesse o meno provocare malformazioni fetali. Il confronto influenzò la redazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza del 1978.</p>
<p>Il nuovo libro di Domenico Ribatti, *Medicina e potere (*Carocci 2026), racconta la storia di come la crisi di legittimità politica attraversata dalla medicina occidentale nei decenni intorno al 1976 abbia prodotto una risposta epistemologica in qualche modo epocale, e di come quella risposta, pur risolvendo il problema che aveva di fronte, non abbia superato i problemi di fondo. E forse ha generato, a sua volta, una rigidità che la medicina oggi fatica a smaltire.</p>
<h2 id="tra-controllo-e-promesse-di-cura">Tra controllo e promesse di cura</h2><p>Ribatti parte da lontano. La medicina non è mai stata un sapere neutrale: dalla subordinazione al potere religioso nell&rsquo;antichità, passando per la sua trasformazione in strumento di governo con lo Stato moderno, fino alla medicalizzazione della società contemporanea, il sapere medico ha sempre intrecciato promesse di cura e di controllo. Con la modernità, la salute diventa questione collettiva e amministrativa: statistiche, classificazioni e protocolli diventano strumenti di gestione delle popolazioni oltre che di cura dei singoli.</p>
<p>Il Novecento, scrive Ribatti, ha portato la dinamica dei complessi rapporti tra medicina e politica ai confini della sostenibilità: nei totalitarismi la medicina si è fatta apparato di oppressione (eugenica, sterilizzazioni forzate, psichiatrizzazione del dissenso politico&hellip;).</p>
<p>Nelle democrazie, il meccanismo ha assunto forme più sottili: il consenso informato ha certo sostituito il paternalismo (che, di fatto, era coercitivo, almeno psicologicamente, nel quadro della relazione medico-paziente), ma il linguaggio scientifico continua a restringere lo spazio del “dialogo” accessibile al paziente. A questo si aggiunge, nella fase più recente, la crescita ipertrofica degli apparati economici che competono nel mercato della salute, in particolare dell&rsquo;industria farmaceutica. Il paziente diventa un consumatore, all’interno di uno scenario in cui la domanda di salute riguarda disturbi complessi o cronico-degenerativi, carichi di incertezze causali, per cui, invece di emergere un ordine spontaneo, si è prodotto un sistema planetario di sistemi sanitari che intrecciano, spesso in modi improvvisati, secondo strategie regolative diverse, aspettative di cura, illusioni, logiche e filosofie della salute, conflitti di interesse strutturali, ecc. La ricerca e la regolazione non sono più in grado di tenere per le briglie un universo di attori sanitari sempre più geolocalizzati, per economia, epidemiologia e valori, e palesemente fuori non tanto di un controllo esterno, ma soprattutto di un autocontrollo.</p>
<p>Ribatti mostra che il potere della medicina è cresciuto sempre più in misura proporzionale ai suoi successi reali. E propone una medicina consapevole delle proprie asimmetrie: nel rapporto medico-paziente, nei legami con l&rsquo;industria, nella tendenza a medicalizzare ogni aspetto dell&rsquo;esistenza e sottoposta a controlli democratici. La critica di Ribatti nasce dalla centralità della medicina, non dalla sua debolezza. Buona parte del libro è dedicata a un tema che non è proprio di dominio comune, nemmeno nel mondo medico-sanitario, dove deambulano giovani generazioni di medici che non hanno idea da dove provenga il loro attuale statuto sociale. E forse anche per questo sembrano incapaci di immaginare verso dove stanno camminando.</p>
<h2 id="gli-anni-del-successo-gli-anni-della-critica">Gli anni del successo, gli anni della critica</h2><p>Torniamo agli anni Sessanta e Settanta. In quel ventennio, la medicina occidentale si trovava all&rsquo;apice del proprio successo storico: controllo delle malattie infettive, drastica riduzione della mortalità infantile, allungamento dell&rsquo;aspettativa di vita, e fu proprio da quella posizione di forza che divenne bersaglio di una critica sistematica. Il paradosso è solo apparente: quando la medicina cessa di essere risposta all&rsquo;emergenza (malattie infettive in particolare) e diventa tecnologia permanente di gestione della vita (scoperta o invenzione di fattori di rischio che inducono alla costruzione di una sorta di tirannia della salute), il suo potere diventa visibile e quindi contestabile. <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Foucault" rel="noopener">Michel Foucault</a>  aveva fornito il lessico per descrivere questo processo: la clinica moderna non era soltanto uno spazio di cura, ma anche uno spazio di classificazione, normalizzazione e produzione di verità sui corpi. Il biopotere non reprime, gestisce e la medicina ne è lo strumento più capillare perché traduce la vita in dati, rende il corpo amministrabile, giustifica interventi politici in nome della salute.</p>
<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Illich" rel="noopener">Ivan Illich</a>, di cui ricorre il centenario della nascita e sul quale sarà utile spendere qualche parola a parte, radicalizzava la critica sul versante pratico: la medicina, oltre una certa soglia, produce più danni che benefici. La iatrogenesi non era solo clinica, farmaci sbagliati, interventi inutili, ma anche sociale e culturale: la medicina espropriava le persone della capacità di gestire la sofferenza e la morte, trasformava condizioni normali dell&rsquo;esistenza in problemi medici, produceva dipendenza dagli esperti.</p>
<p>Medicina democratica portava la stessa analisi nei luoghi di lavoro: le malattie professionali come prodotto sociale, la nocività industriale come scelta politica, il sapere operaio come sapere legittimo accanto a quello del clinico. La discussione contribuì a creare il clima che portò, alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833 del 1978. Vi rientrava anche il lavoro di Franco Basaglia sulla psichiatria, in cui la critica all&rsquo;istituzione totale si traduceva in legge con la 180 dello stesso anno. (Ribatti assegna a Basaglia meriti che un’analisi storica e teorica più approfondita non conferma).</p>
<h2 id="lebm-il-potere-medico-si-trasfigura">L’EBM: il potere medico si trasfigura</h2><p>La risposta istituzionale a questa crisi di legittimità non fu politica ma epistemologica. La medicina non si difese dichiarando il proprio potere accettabile o democraticamente controllato: si blindò dietro l’epidemiologia clinica. Un buon compromesso: la metodologia dei trial clinici e gli sviluppi della statistica fornivano strumenti di sperimentazione induttiva e, allo stesso tempo, consentivano di mettere la salute, cioè la sua promozione, e non più la malattia, al centro del discorso medico. Era il successo della “medicina sociale”, ma sotto una forma diversa da quella battezzata e invocata da Rudolf Virchow nel 1848, che osservò di persona la tragedia sanitaria che colpiva la Slesia: una drammatica epidemia di tifo petecchiale che l’allora ventisettenne, presto gigante della medicina, ricondusse alle stesse cause politiche contro le quali protestava sulle barricate di Berlino.</p>
<p>Nacque il “paradigma” della medicina basata sulle prove: l’Evidence Based Medicine che <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/David_Sackett" rel="noopener">David Sackett</a> e colleghi sistematizzarono tra Hamilton (Ontario) e Oxford negli anni Novanta. La logica era precisa e pensata da medici di formidabile statura intellettuale: se la medicina era stata accusata di esercitare un potere arbitrario, paternalistico, ideologicamente orientato, la risposta era costruire un sistema in cui le decisioni cliniche non dipendessero dall&rsquo;autorità del singolo medico, ma da prove prodotte con metodi rigorosi, gerarchizzate per qualità e sintetizzate in linee guida applicabili. Il potere del medico individuale era disciplinato dal protocollo. La discrezionalità clinica, sospettata di essere un veicolo di arbitrio, veniva sostituita da procedure controllabili. La prova di efficacia diventava la nuova fonte di legittimità, non più il carisma professionale. Cessava l’abuso dell’idea che esistesse qualcosa come l’occhio clinico, che sarebbe diventato una modalità di funzionamento del cervello dei medici esperti.</p>
<p>Foucault, se fosse vissuto per vedere la maturazione del paradigma EBM, avrebbe probabilmente osservato che il potere non era scomparso dalla medicina: si era semplicemente trasfigurato.</p>
<h2 id="la-nuova-sfida-della-medicina-di-precisione">La nuova sfida della medicina di precisione</h2><p>Dagli anni Settanta a oggi il potere medico è passato dall&rsquo;essere visibile e contestato all&rsquo;essere incorporato nei sistemi tecnici, nei protocolli, negli standard, negli algoritmi delle agenzie regolatorie. Meno conflitto esplicito, più governo impersonale. Paradossalmente, più ingerenze politiche ed economiche, dato che i protocolli e le linee guida sono costruiti su dinamiche fondate su negoziazioni tra comunità di medici inseriti in sistemi sanitari amministrati.</p>
<p>La sfida a questo modello non viene oggi dalla critica politica: tutto sommato, lo si può piegare in modo che vada bene per tutti. I conti si fanno sempre a valle, quando si scoprono errori nelle indicazioni del consenso medico. La sfida proviene dalla scienza stessa. E si chiama medicina di precisione. La rivoluzione genomica degli ultimi vent&rsquo;anni ha reso visibile la distanza tra la conoscenza di popolazione dell&rsquo;EBM - la statistica più usata deve eliminare l’individualità per fare emergere le correlazioni - e la variabilità biologica individuale. La realtà vera con cui il medico si confronta sempre. Due pazienti con la stessa diagnosi, lo stesso tipo di tumore, classificato secondo gli stessi criteri istologici, possono avere profili molecolari diversi, rispondere in modo opposto alle stesse terapie, avere prognosi incomparabili. La farmacogenomica mostra che la stessa molecola può essere efficace, inefficace o tossica in funzione di polimorfismi genetici individuali. I biomarcatori liquidi, la proteomica, la metabolomica producono dati che non si aggregano facilmente in categorie diagnostiche stabili, ma descrivono traiettorie biologiche personali. L&rsquo;intelligenza artificiale applicata all&rsquo;imaging e alle cartelle cliniche identifica pattern predittivi che non rientrano nelle categorie concettuali tradizionali. In questo scenario, la logica dell&rsquo;EBM, che applica al paziente individuale le probabilità stimate sulla popolazione, mostra limiti strutturali: non perché le prove siano false, ma perché il paziente reale si allontana sempre di più dal paziente medio su cui quelle prove si basano.</p>
<p>Si affacciano strategie tecniche che mirano a risolvere alcuni problemi. Per esempio, un sano pluralismo nell’uso degli strumenti statistici. Ma, apparentemente, non si fa nulla per affrontare il problema della formazione medica, che è da sempre la vera sfida di ogni significativo cambiamento in medicina</p>
<p>L’insegnamento rimane organizzato intorno a un paradigma ormai obsoleto. I curricula universitari insegnano ai futuri medici a muoversi secondo linee guida, a ragionare per categorie diagnostiche e ad applicare protocolli. Insegnano il pensiero probabilistico di popolazione, la logica dell&rsquo;EBM, che è una competenza necessaria ma non più sufficiente. Non insegnano, o insegnano molto meno, a leggere e ragionare con dati omici, a interpretare profili molecolari individuali, a gestire l&rsquo;incertezza propria di una medicina che ha sempre meno risposte medie e sempre più risposte condizionali. Non insegnano a lavorare con l&rsquo;intelligenza artificiale come strumento diagnostico e predittivo, non come accessorio ma come interlocutore epistemico che sfida le categorie concettuali del clinico. E non insegnano e questo è forse il vuoto più difficile da colmare, a navigare consapevolmente nell&rsquo;incertezza radicale che la medicina di precisione porta con sé. In questo senso, “precisione” può anche essere interpretata in modo rischiosamente ingannevole. Non è un&rsquo;incertezza gestibile dal trial clinico, dove l&rsquo;intervallo di confidenza quantifica ciò che non sappiamo, ma l&rsquo;incertezza profonda di un paziente con un profilo molecolare e una storia di vita unici, per cui non esistono ancora dati sufficientemente simili per trarre inferenze robuste.</p>
<p>C&rsquo;è una continuità ironica in questo percorso. Negli anni Settanta si accusava la medicina di esercitare un potere discrezionale e paternalistico mascherato da competenza. La risposta epistemologica, l&rsquo;EBM, le linee guida, la proceduralizzazione, aveva ridotto quella discrezionalità sostituendola con un sistema di regole più trasparente e verificabile. Ma il sistema di regole ha prodotto, a sua volta, una forma di rigidità cognitiva: il medico formato ad applicare protocolli è meno attrezzato a ragionare fuori dai protocolli, in quei casi, sempre più numerosi nella medicina personalizzata, in cui il protocollo non esiste ancora o non si applica. La risposta alla critica politica di cinquant&rsquo;anni fa ha comportato un costo epistemologico che, in qualche modo, andrà recuperato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Hantavirus e piano pandemico: siamo davvero pronti?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/hantavirus-piano-pandemico-siamo-davvero-pronti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/hantavirus-piano-pandemico-siamo-davvero-pronti/</guid><pubDate>Thu, 14 May 2026 08:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>Le nozze coi proverbiali fichi secchi il Piano pandemico approvato, in ritardo, il 30 aprile scorso, proprio un paio di giorni prima la scoperta del focolaio di hantavirus. Non resta che confidare che il rischio in Italia sia davvero molto limitato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/hantavirus-piano-pandemico-siamo-davvero-pronti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/hantavirus-piano-pandemico-siamo-davvero-pronti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Partiamo da un <a href="https://www.iss.it/-/hantavirus" rel="noopener">comunicato stampa</a> dell’Istituto superiore di sanità con dati aggiornati al 12 maggio: «Il 2 maggio 2026 l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità ha segnalato un focolaio di gravi malattie respiratorie a bordo di una nave da crociera con 147 tra passeggeri e membri dell&rsquo;equipaggio. Al 10 maggio 2026 sono stati identificati undici casi, tra cui tre decessi. Il virus è stato identificato come hantavirus delle Ande. Per gli ultimi aggiornamenti sulla situazione e sulla risposta internazionale consulta le pagine dedicate dell&rsquo;<a href="https://www.who.int/emergencies/disease-outbreak-news" rel="noopener">Oms</a>  e dell&rsquo;<a href="https://www.ecdc.europa.eu/en/infectious-disease-topics/hantavirus-infection/surveillance-and-updates/andes-hantavirus-outbreak" rel="noopener">Ecdc</a>». (Come in tutte le crisi, le cose si muovono in fretta, perciò questa è la precisazione sul sito Ecdc: «Questa pagina viene aggiornata una volta al giorno, inclusi i fine settimana. La situazione è in rapida evoluzione e tutti i dati riflettono la situazione alle 14 del giorno di pubblicazione». Si tratta, comunque dei dati certi più recenti disponibili).</p>
<p>Siccome da giorni circola anche la bozza del nuovo <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/03/pianp-pandemico-2.pdf" rel="noopener">Piano pandemico 2025-2029</a> vale la pena di porsi la domanda se il Servizio sanitario nazionale sia pronto ad affrontare una nuova situazione pandemica, domanda cui avevo cercato di dare una risposta giusto un anno fa <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/astensione-alloms-altro-segno-pandemia-insegnato-niente/">qui</a> su Scienza in rete. Al momento non sembra esserci un rischio di questo genere, ma meglio seguire il consiglio attribuito a Benjamin Franklin «<em>If you fail to plan, you are planning to fail</em>» (Se fallisci nel pianificare, stai pianificando di fallire).</p>
<h2 id="qualcosa-è-cambiato">Qualcosa è cambiato?</h2><p>Di hantavirus non parlo (lo stanno già facendo in moltissimi) e mi concentro invece sulle modifiche che il SSN ha introdotto dopo la pandemia nella sua struttura (e quindi nelle sue scelte programmatorie e organizzative) e nel suo funzionamento per far fronte all’impatto di un nuovo eventuale evento pandemico. In Italia, non sono stati fatti molti tentativi di ricostruire le dinamiche della pandemia in modo da identificare le variabili su cui lavorare e nessuno di quelli che ho trovato è istituzionale (ministero della Salute, Agenas e Istituto superiore di sanità). Quanto al nuovo Piano pandemico in sé, la sua bozza ha già avuto diversi <a href="https://epiprev.it/blog/discutiamone/piano-pandemico-cercasi" rel="noopener">commenti</a>  e consiste in un corposo testo in cui non ho trovato che pochi cenni a quello che mi interessa esaminare: come è cambiato il SSN negli anni che sono passati dalla fine della emergenza pandemica, che in Italia è stata decretata il 31 marzo 2022.</p>
<p>Salterò qui i dati sull’impatto della pandemia sulla salute degli italiani e sul prezzo pagato dagli operatori sanitari del nostro paese in termini di vite umane, come pure eviterò di ricordare i molti ricordi tragici legati a quel periodo e l’inevitabile retorica che si è riaffacciata il 12 maggio in occasione della giornata mondiale dell’infermiere. Per comodità e soprattutto per esigenze di spazio, do per scontato che fosse chiaro a tutti che il Paese avrebbe dovuto imparare la “lezione della pandemia” e che si sarebbe quindi dovuto mettere il SSN in condizione di essere pronto e resiliente in caso di una nuova situazione pandemica. Ma questo concretamente in cosa si sarebbe dovuto tradurre?  Proverò a rappresentare, a costo di qualche semplificazione di troppo, le scelte e quindi i cambiamenti che era legittimo aspettarsi in modo da confrontarli con quanto poi avvenuto.</p>
<h2 id="quello-che-ci-servirebbe">Quello che ci servirebbe</h2><p>Per quanto riguarda la struttura generale del SSN i punti critici che la pandemia aveva fatto emergere con forza particolare riguardavano il suo finanziamento, la politica del personale e le diseguaglianze in termini di offerta di servizi e quindi di salute. Purtroppo rispetto a queste tre dimensioni la situazione non è cambiata o non è cambiata abbastanza. Per quanto riguarda il Fondo sanitario nazionale (FSN) in un commento alla manovra di bilancio 2026 Banchieri e D’Innocenzo (<a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/analisi-manovra-2026-per-sanit-comunit-e-salute/" rel="noopener">https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/analisi-manovra-2026-per&hellip;</a> ) hanno fatto presente che «L’incremento del FSN è significativo in termini assoluti, ma resta inferiore alla crescita del PIL nominale e all’inflazione cumulata. Il rapporto spesa sanitaria/PIL rimane tra i più bassi del G7. Non si colma il gap con le esigenze reali del sistema».  Per quanto riguarda le politiche del personale rimangono irrisolti problemi enormi quali ad esempio la carenza di infermieri, la carenza di medici di medicina generale e quella di alcune figure come gli specialisti nell’area dell’emergenza-urgenza e dell’anestesia e rianimazione. Da segnalare che a tutt’oggi rimangono i tetti di spesa del personale, che hanno subito solo ritocchi marginali, per cui la disponibilità dei professionisti sanitari per le funzioni e le attività da potenziare in caso di crisi si può ottenere solo attraverso un diverso utilizzo del personale o una diversa organizzazione del lavoro. Per quanto riguarda le diseguaglianze in offerta di servizi e di salute, queste permangono se non addirittura si accentuano, come dimostrano ad esempio i dati sulla mobilità sanitaria e sulla rinuncia alle prestazioni.</p>
<p>Quanto all’organizzazione dei servizi, le indicazioni che emergevano dalla pandemia erano molte e riguardavano la necessità di:</p>
<ul>
<li>investire sulla prevenzione e la promozione della salute sia attraverso il potenziamento dei Dipartimenti di prevenzione sia in quella ottica <em>one health</em> che tutti hanno richiamato</li>
<li>potenziare la rete epidemiologica</li>
<li>potenziare l’assistenza territoriale in modo da rendere operativi i percorsi di presa in carico della patologia cronica, che costituisce il primo problema di sanità pubblica in Paesi come l’Italia, e da garantire il massimo di risposta a livello domiciliare</li>
<li>migliorare l’offerta residenziale in termini di standard organizzativi e territoriali, visto il tragico impatto della pandemia in questa tipologia di strutture</li>
<li>aumentare la capacità di risposta ai bisogni dell’area della salute mentale a tutte le età, problemi che la pandemia ha accentuato o comunque fatto emergere</li>
<li>mettere la rete ospedaliera in grado di aumentare l’offerta di posti letto di area medica, subintensiva e intensiva, in caso di pressione pandemica</li>
<li>creare percorsi in Pronto Soccorso in grado di separare i pazienti potenzialmente infetti dagli altri e di ridurre gli afflussi di casi non infettivi di minore urgenza</li>
<li>pur in presenza di una pressione pandemica mantenere a livello adeguato le prestazioni programmate, sia di tipo preventivo (come gli screening dei tumori) che diagnostico e terapeutico.</li>
</ul>
<p>Insomma, una rapida lettura di queste indicazioni porta a questa sintesi: misure specifiche a parte (quelle oggetto del Piano pandemico) il SSN per essere pronto a fronteggiare una situazione pandemica dovrebbe uscire dalla crisi in cui versa e avere, oltre alla normale capacità di erogare i Livelli essenziali di assistenza (LEA) in modo adeguato, anche una riserva di operatività in grado di rispondere a un aumento improvviso e potenzialmente enorme della domanda. </p>
<p>L’esempio più semplice è quello dei posti letto intensivi e semi-intensivi da tenere come riserva in caso di evento epidemico. Purtroppo, nelle condizioni in cui versa attualmente, il SSN risulta già fortemente inadeguato rispetto alla normale erogazione dei LEA, figuriamoci quanto può essere in grado di far fronte a un’emergenza pandemica quale quella vissuta nel 2020-2022. Disomogeneità regionali e quindi divario Nord-Sud a parte (che purtroppo sono un problema strutturale non solo irrisolto, ma si può dire nemmeno affrontato), gran parte delle criticità di cui al precedente elenco sono rimaste lettera morta.</p>
<p>Del resto, a parte alcune misure straordinarie relative per esempio all’assunzione di personale, di misure strutturali, e quindi non contingenti, in grado di innovare e irrobustire il SSN ce ne sono state veramente poche e cioè: il Decreto legge 34 del 2020, che ha potenziato i posti letto di terapia intensiva e semintensiva e il sistema dell’emergenza ospedaliera e territoriale, e altri due provvedimenti, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del 2021 e il Decreto ministeriale 77 del 2022, che assieme avrebbero dovuto contribuire al tanto atteso potenziamento del territorio. Vediamoli.</p>
<h2 id="quello-che-invece-abbiamo">Quello che invece abbiamo</h2><p>Il DL 34 del 2020, che poi ha dato luogo a una <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/allegati/allegato7828271.pdf" rel="noopener">circolare esplicativa</a> del ministero della Salute che ne ha chiarito il razionale e definito le modalità operative, ha previsto e finanziato un aumento dei posti letto di terapia intensiva e semintensiva portando i primi a 0,14 posti letto ogni 1.000 abitanti (3.500 posti letto in più a livello nazionale) e prevedendo per i secondi una riconversione di 4225 posti letto attualmente esistenti. Ma se gli interventi strutturali e l’acquisizione di tecnologie sono stati finanziati, le misure relative al personale sono state solo di carattere temporaneo legate all’emergenza pandemica, tanto che nella circolare si legge: «Si sottolinea, pertanto, la necessità del mantenimento di una quota di personale medico e infermieristico, altrimenti impegnato per altri tipi di assistenza, prontamente impiegabile per rafforzare la dotazione degli organici di terapia intensiva o semintensiva. A questo fine corsi a cadenza periodica e di aggiornamento sul campo in terapia intensiva permetteranno di mantenere nel tempo le competenze intensivologiche di base del personale dedito di norma ad altre attività». Per avere una idea delle dimensioni del personale “riservista” necessario teniamo conto che dovrebbe far fronte a un aumento di oltre il 60% dei posti letto di terapia intensiva e di oltre il 40% di quelli di terapia semintensiva. Una verifica di quante Regioni e Aziende abbiano fatti i corsi di cui parla il Decreto darebbe con ogni probabilità risultati sconfortanti.</p>
<p>Sempre il DL 34 ha poi previsto che: «dovranno essere riorganizzati e ristrutturati i Pronto Soccorso con l’obiettivo prioritario di separare i percorsi e creare aree di permanenza dei pazienti in attesa di diagnosi che garantiscano i criteri di separazione e sicurezza. Il tempo di permanenza in attesa di ricovero deve essere ridotto al minimo, anche in considerazione alle esigenze di distanziamento tra i pazienti durante le procedure diagnostico-terapeutiche, al fine di evitare il sovraffollamento e di non provocare rallentamento o ritardi della gestione della fase pre- ospedaliera del soccorso sanitario». Anche per i Pronto Soccorso si ribadisce l’opportunità «del mantenimento di una quota di personale medico e infermieristico, altrimenti impegnato per altri tipi di assistenza, prontamente impiegabile per rafforzare la dotazione degli organici in particolari situazioni emergenziali. A questo fine, corsi a cadenza periodica e di aggiornamento sul campo permetteranno di mantenere nel tempo le competenze di base del personale dedito di norma ad altre attività». Leggere queste frasi oggi con i Pronto Soccorso assediati da pazienti in attesa di ricovero e spesso puntellati da medici non specializzati messi a disposizione delle cooperative o con un rapporto libero-professionale non so se faccia più tenerezza o rabbia (direi la seconda, purtroppo).</p>
<p>Il PNRR e il DM 77 del 2020 hanno introdotto importanti novità rendendo teoricamente possibile l’affermarsi nei servizi territoriali di un approccio finalmente adeguato alla presa in carico proattiva della cronicità, quella che in teoria aveva previsto anni prima il Piano nazionale della cronicità del 2016. Con il PNRR si sono finanziate soprattutto le strutture e le funzioni che poi il DM 77 ha regolamentato: Case della comunità, Ospedali di comunità, Centrali operative territoriali, telemedicina e infermieri di famiglia e di comunità. Ma anche qui, di nuovo con tutte le solite differenze tra Regioni, il problema è che il poco personale finanziato ad hoc e fuori dal tetto di spesa non basta a far funzionare le nuove strutture, ammesso che vengano realizzate nei tempi previsti dalle regole del PNRR. E poi c’è il nodo sempre più aggrovigliato dell’inquadramento dei medici di medicina generale, tanto aggrovigliato che me la cavo con un mio personale consiglio di lettura, anzi di consultazione (il <a href="https://curprim.blogspot.com/" rel="noopener">blog</a> di Giuseppe Belleri, un medico di medicina generale).  Nella pratica ci sono enormi ritardi nella attivazione delle strutture e delle funzioni previste da PNRR e DM 77, come documenta lo stesso <a href="https://www.agenas.gov.it/images/Report_Nazionale_DM77_II_semestre_2025_-_080426.pdf" rel="noopener">monitoraggio ministeriale</a> (in base ai dati aggiornati al secondo semestre 2025, solo 66 Case della comunità su 1715 erano operative). Anche quando i dati sembrano confortanti, come l’incremento della assistenza domiciliare, a leggerli bene si scopre che in alcune Regioni come le Marche (<a href="https://francopesaresi.blogspot.com/2025/04/marche-per-gli-anziani-solo-9-ore-di.html" rel="noopener">https://francopesaresi.blogspot.com/2025/04/marche-per-gli-anziani-solo-&hellip;</a> ) si seguono a domicilio più anziani perché si assistono con meno ore. Fra l’altro ci sono ritardi anche negli interventi strutturali, tanto che per le strutture finanziate col PNRR si prevede una autorizzazione e un accreditamento sulla fiducia, in attesa dei tempi della verifica definitiva da parte degli organi preposti. E non è chiaro che cosa potrà succedere se le strutture non passeranno le verifiche.</p>
<h2 id="noi-speriamo-che-ce-la-caviamo">Noi, speriamo che ce la caviamo</h2><p>Quindi se Sparta piange con gli ospedali che non sono in grado di reggere l’urto pandemico qualora si traducesse in quella pressione esercitata in occasione della pandemia da Covid-19, Atene non ride con il territorio che non riesce a fare la sua parte con la inevitabile ricaduta su Pronto Soccorso e ospedali. D’altra parte a livello territoriale l’assistenza nell’area della salute mentale a tutte le età è in gravissime difficoltà e l’assistenza residenziale per gli anziani, compresi quelli affetti da demenza, aspetta ancora di essere regolamentata e comunque ha gravi problemi di liste di attesa e di standard assistenziali insufficienti.</p>
<p>In questa purtroppo lunga lagnanza rimangono da trattare la promozione della salute, la prevenzione e l’epidemiologia. Anche qui, nonostante il fiume in piena delle parole sull’approccio <em>One health</em>, rimane la realtà di servizi cui il Piano nazionale di prevenzione (è in discussione la bozza 2025-2029) dà grandi prospettive, mentre il SSN riesce a dargli poca attenzione e ancor meno risorse, come lo stesso ministro Schillaci tra le righe <a href="http://www.quotidianosanita.it/cronache/stati-generali-della-prevenzione-schillaci-un-italiano-su-non-sa-che-gli-screening-sono-gratuiti-ripartire-con-fondi-e-consapevolezza-meloni-prevenzione-il-miglior-farmaco/" rel="noopener">riconosce</a> quando dice che vorrebbe dare alla prevenzione più del 5% del FSN, quando in realtà gli si dà molto meno. Purtroppo non credo sia un caso che  nel recente disegno di legge sul riordino del SSN il ministro e il governo siano riusciti persino a non nominarla mai la “povera” prevenzione, come si può leggere <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-riforma-scontenta-tutti/">qui</a>).</p>
<p>In una situazione quale quella qui ricostruita una pandemia troverebbe di certo fortemente inadeguato il SSN e prepararlo sarà utile, ma totalmente insufficiente. Del resto l’attuale governo giusto un anno fa non ha voluto firmare l&rsquo;accordo pandemico dell&rsquo;Oms e in una Commissione che si occupa di vaccini aveva proposto due componenti che l&rsquo;epidemiologa Stefania Salmaso ha elegantemente definito come «persone che, senza particolari esperienze nel merito, in passato hanno assunto posizioni scettiche o di aperta critica verso le vaccinazioni, o almeno alcune di esse». </p>
<p>Per concludere, in questo quadro è difficile dare ragione al ministro Schillaci quando, intervistato, afferma a proposito dell’hantavirus che «Per l’Italia il rischio è molto basso, ma noi siamo pronti». Io sarei piuttosto per la citazione cinematografica «Prega per il meglio, preparati per il peggio», mi rassicura di più.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rinnovabili: conviene usarle e produrle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rinnovabili-conviene-usarle-produrle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rinnovabili-conviene-usarle-produrle/</guid><pubDate>Wed, 13 May 2026 07:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Nel Regno Unito, la forte crescita di eolico e solare durante la guerra in Iran ha permesso di ridurre l’importazione di gas e contenere i costi energetici, mostrando però anche i limiti del sistema europeo che continua a legare il prezzo dell’elettricità a quello del gas: il meccanismo da un lato conviene ai produttori di rinnovabili, dall&amp;amp;rsquo;altro pesa sui consumatori. Foto di Manfred Antranias Zimmer da Pixabay</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel Regno Unito, dall&rsquo;inizio della guerra in Iran, eolico e solare hanno generato un record di 21 terawattora di energia, stando a <a href="https://www.carbonbrief.org/analysis-wind-and-solar-have-saved-uk-from-gas-imports-worth-1-7bn-since-iran-war-began/" rel="noopener">un&rsquo;analisi</a> di <em>Carbon Brief</em>. Una quantità sufficiente a evitare l&rsquo;importazione di 41 terawattora di gas, equivalenti a circa 34 navi cisterna di gas naturale liquefatto. Navi che, ai prezzi attuali gonfiati dal conflitto, sarebbero costate circa 1,7 miliardi di sterline.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="rinnovabili fanno risparmiare" width="2048" height="1170" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Nel periodo successivo all&rsquo;inizio della guerra, eolico e solare hanno generato più del doppio dell&rsquo;elettricità prodotta dai combustibili fossili. Un ribaltamento storico, visto che un decennio fa i combustibili fossili producevano oltre quattro volte l&rsquo;energia di eolico e solare messi insieme. E hanno superato i fossili per la prima volta includendo anche un’intera stagione invernale, durante la quale è tendenzialmente il gas a primeggiare.</p>
<p>In questo modo, il prezzo dell’energia è stato fissato meno spesso dal gas, in particolare del 25% a marzo e aprile rispetto agli stessi mesi del 2022. E alcuni investitori, come scrive il <a href="https://www.ft.com/content/9921f2b5-c910-4cec-a50f-cad453935a1a?syn-25a6b1a6=1" rel="noopener"><em>Financial Times</em></a>, hanno ancora una volta capito che la transizione conviene anche solo dal punto di vista economico. Infatti, fondi per le rinnovabili come il colosso dell’eolico offshore danese Ørsted hanno visto le proprie azioni impennarsi del 37% dall&rsquo;inizio dell&rsquo;anno. Bank of America ha <a href="https://biz.chosun.com/en/en-international/2026/05/04/6U32V766ONBFZI22FKTKSYVSWE/" rel="noopener">alzato</a> il <em>rating</em> del titolo a &ldquo;overweight&rdquo; (cioè che secondo gli analisti l’asset sovraperformerà), citando esplicitamente la guerra in Medio Oriente come catalizzatore per l&rsquo;indipendenza energetica europea.</p>
<h2 id="il-mercato-dellenergia">Il mercato dell’energia</h2><p>Il prezzo dell’energia è comunque stato fissato dal gas, anche se meno spesso per l’appunto. E per di più a prezzi inflazionati. Come noto, infatti, il prezzo dell’energia viene fissato da quello più alto, secondo un <a href="https://energy.ec.europa.eu/topics/markets-and-consumers/electricity-market-design_en" rel="noopener">impianto</a> concepito quando ancora le rinnovabili non esistevano o quasi, detto anche &ldquo;<em>pay-as-clear</em>&rdquo;. L’operatore di sistema ordina i prezzi dell’energia in ordine crescente secondo quanto viene comunicato dai produttori e inizia ad acquistare l’energia partendo da quella più economica a seconda della domanda. Questo idealmente avviene istante per istante, in realtà gli intervalli di tempo durante i quali si decide quanta energia comprare sono di circa un’ora (su questo torniamo dopo).</p>
<p>Questo sistema nasce da una logica: incentivare i produttori più economici a entrare nel mercato, garantendo loro un prezzo remunerativo, ed escludere i più costosi se non ce n’è bisogno. Ora però che le rinnovabili coprono quote crescenti del fabbisogno, il meccanismo produce distorsioni sempre più vistose: un parco eolico che produce a costo zero incassa comunque il prezzo del gas, che può essere cinque o dieci volte superiore. Il consumatore finale paga come se tutta l&rsquo;elettricità fosse prodotta dall&rsquo;impianto più costoso in funzione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-2.png.webp 761w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="rinnovabili nella fissazione del prezzo dell&rsquo;energia" width="761" height="501" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Fonte: <a href="https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC134300/JRC134300_01.pdf" rel="noopener">Joint Research Centre</a></p>

<p>Tuttavia, anche se potrebbe sembrare iniquo, «il prezzo (all&rsquo;ingrosso, non al dettaglio) fissato in base al costo marginale di produzione consente di avere un mercato che funziona, inducendo perciò ciascun produttore a offrire sul mercato per la produzione di energia elettrica ciascun suo impianto al costo minimo di produzione», ci dice Giovanni Marin, ordinario di Economia applicata all’Università di Urbino. Che continua sul tema dei guadagni “extra” dei produttori di rinnovabili: «Con questi grandi profitti aumenta l&rsquo;incentivo ad ampliare la capacità produttiva (o di storage), rendendo sempre più rari i momenti della giornata o dell&rsquo;anno in cui è il gas a fissare il prezzo. Il tutto senza bisogno di generosi (e costosissimi) sussidi pubblici». E sarebbe anche un segnale per i consumi, perché «negli orari dominati dal gas, è forse meglio ridurre i consumi energetici o spostarli in altri orari». Tra l’altro, i profitti del gas vengono trasferiti alle rinnovabili anche «grazie ai meccanismi del mercato ETS, soprattutto nelle ore di picco della domanda dove il gas fissa il prezzo».</p>
<p>Esiste in ogni caso un noto dibattito su come riformare questo meccanismo, che riemerge ogni volta che ci si trova di fronte a crisi energetiche come quella attuale o quella all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La Commissione europea, in effetti, ha provato a migliorare i meccanismi di definizione del prezzo dell’energia nell’ambito del Green Deal Industrial Plan. Sia usando contratti a lungo termine per proteggere produttori e consumatori dall’eccessiva volatilità dei prezzi. Sia diminuendo a 15 minuti l’intervallo di tempo entro il quale negoziare l’acquisto dell’energia, rendendo più granulare l’incrocio domanda-offerta pur mantenendo il meccanismo &ldquo;<em>pay-as-clear</em>&rdquo;. In questo modo, duranti picchi di produzione eolica o solare, per esempio, sarà più probabile non ricorrere al gas ed evitare di pagare troppo energia prodotta a costi molto bassi.</p>
<p>Un’altra soluzione sarebbe il “<em>pay-as-bid</em>”, cioè dove ogni produttore riceve il prezzo che ha offerto. Soltanto che questa soluzione potrebbe portare a sovrastimare il proprio prezzo per tutelarsi, riducendo la concorrenza. In ogni caso, è giusto che si dibatta.</p>
<p>Conclude Marin: «Il tema degli enormi profitti delle imprese energetiche è un tema che forse rientra più in generale in quello della tassazione dei redditi di impresa, evidentemente troppo bassa in Italia, in Europa e nel mondo in generale».</p>
<h2 id="i-record-delle-rinnovabili">I record delle rinnovabili</h2><p>Potrebbe anche darsi che a forza di record le rinnovabili scalzino i fossili e nessuno si ricorderà degli strani meccanismi del mercato dell’energia. Siamo ancora distanti da questo, visto che le fossili coprono l’80% del <a href="https://ourworldindata.org/energy-mix" rel="noopener">fabbisogno</a> energetico globale e del 20% restante, è rinnovabile il 15% circa. In ogni caso, i record legati alle rinnovabili sono sempre più frequenti. Nella prima metà del 2025, infatti, le energie rinnovabili hanno <a href="https://ember-energy.org/latest-insights/global-electricity-mid-year-insights-2025/global-analysis/" rel="noopener">superato</a> il carbone nella produzione di elettricità (solo l&rsquo;energia elettrica, non tutto il settore dell&rsquo;energia), secondo <em>Ember</em>. E hanno per altro coperto tutta la domanda arrivando a coprirne il 109% (sempre tra gennaio e giugno 2025). Ricordiamo come già nel Sesto Assesment Report dell’IPCC del 2023 si <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/figures/summary-for-policymakers/figure-spm-3/" rel="noopener">riportava</a> un brusco aumento della diffusione di rinnovabili e un calo repentino dei costi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="rinnovabili costano meno" width="2017" height="1445" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Avere più consapevolezza di questi progressi ci sarebbe forse più forza per pretendere azioni ancora più veloci.</p>

]]></content:encoded></item><item><title>L’essenzialità dell’inutile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/essenzialita-dell-inutile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/essenzialita-dell-inutile/</guid><pubDate>Mon, 11 May 2026 08:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Roberto Sitia</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Perché il nostro organismo produce miliardi di anticorpi apparentemente inutili? Per prepararsi a minacce che ancora non conosce. Da questa considerazione biologica, Roberto Sitia propone una riflessione sul valore della cultura, della ricerca e del sapere “senza applicazione immediata”. In un’epoca dominata dall’utilità e dal profitto rapido, investire in conoscenza significa costruire le difese del futuro: perché le crisi più decisive sono spesso quelle che non sappiamo ancora immaginare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/essenzialita-dell-inutile-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/essenzialita-dell-inutile-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Stupisce i non addetti ai lavori scoprire che la maggioranza degli anticorpi che produciamo siano diretti contro sostanze non presenti in natura.<br>
«Come è possibile tale spreco? Interrompiamolo immediatamente!», potrebbe pensare un politico alla ricerca di investimenti con un immediato ritorno. Il politico dimentica che l’evoluzione è tutt’altro che sprecona, e seleziona in base a rigorosissime analisi di costo-beneficio. Quindi, produrre migliaia di miliardi di anticorpi diversi - anche se apparentemente inutili - è un investimento che paga.</p>
<p>Tanto più numerose sono le difese immunologiche di un individuo, tanto maggiore è la sua capacità di sopravvivere. Ci vacciniamo contro patogeni che sappiamo rappresentare un pericolo (polio, Cov2, influenza, pneumococco). Ma virus e batteri mutano costantemente, eludendo le difese immunologiche. Per anticipare le loro mosse, il nostro organismo produce un ‘repertorio anticorpale’ il più vasto possibile. Non importa tanto il bersaglio di ciascun anticorpo, quanto la sua capacità di proteggerci dal patogeno, dalla tossina o dal cancro che potrebbe attaccare il nostro organismo.</p>
<p>Ci auguriamo pertanto di non dover utilizzare la maggior parte degli anticorpi che stiamo oggi producendo. Sarebbe però fatale smantellare questa fondamentale assicurazione sanitaria. Guai a trovarsene sprovvisti quando si incontra un patogeno…</p>
<p>Come il nostro organismo, la società in cui viviamo deve saper affrontare le crisi del momento; essa deve al tempo stesso non farsi trovare impreparata alle nuove sfide che ci attendono. Di quale repertorio deve dotarsi una società complessa, in analogia con il repertorio immunologico? Non riesco a vedere ingredienti più importanti di conoscenza e cultura per superare i problemi che ci affliggono e allo stesso tempo prepararsi al futuro.</p>
<p>La cultura (artistica, gastronomica, letteraria, paesaggistica, scientifica o sportiva che sia) è l’insieme dei saperi di una società e ne garantisce il benessere. I singoli contribuiscono con il proprio sapere e col proprio impegno al repertorio di conoscenza della società.</p>
<p>Accusato di aver affermato che «Con la cultura non si mangia», un ministro italiano smentì, correggendosi in «Con la cultura troppi mangiano». Restando in tema alimentare, entrambe le frasi sono difficili da digerire. Chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo sa che la cultura del nostro paese è invidiata in tutto il mondo. Tra l’altro, se il termine di riferimento è l’immediata produzione di sostanze commestibili, neppure con le acciaierie si mangia. E anche sulle acciaierie molti mangiano.</p>
<p>Probabilmente, all’origine di tale accanimento contro cultura e scienza contribuisce il progressivo utilitarismo che caratterizza la nostra epoca. Alle tre I maiuscole che il governo Berlusconi caldeggiava per la nostra scuola (Inglese, Informatica, Impresa) dovremmo aggiungerne almeno altre due, senza naturalmente dimenticare Geografia, Matematica e Storia. La prima I sta per Italiano. Forse quella I era data per implicita, anche se viene il sospetto che un elettorato poco (in)formato sia considerato da molti più facile a convincersi…</p>
<p>La seconda e altrettanto fondamentale I mancante è la I di Inutile (o apparentemente tale). Anche e forse soprattutto nei momenti di crisi, dobbiamo guardare avanti. Ognuno di noi sa che utile non è solo quanto produce un profitto immediato. Dobbiamo investire per il futuro. Le statistiche sono inclementi con il nostro paese. Reddito medio e salari sono cresciuti assai meno che nel resto d’Europa. Questa perdita di competitività deriva in larga misura dagli scarsi investimenti fatti in ricerca e educazione. Il magro 1.3% del PIL investito in ricerca ci pone fanalino di coda tra i paesi industrializzati. E le notizie che vengono dal settore automobilistico ci fanno temere di uscire da questa categoria, se non ci si rimboccano le maniche.</p>
<p>Il futuro è aperto e le sfide più importanti sono quelle che ancora non vediamo. Questa è la lezione degli anticorpi. Non dobbiamo esitare a produrre sapere che ci appare inutile perché non produce un immediato tornaconto. Se solide e ben documentate, le conoscenze prodotte ci offrono la capacità di affrontare problemi che non si sono ancora presentati. Trovarsi del tutto impreparati sarebbe disastroso. Ricordate le difficoltà dei paesi occidentali -incapaci di produrre mascherine - nelle prime fasi della pandemia?</p>
<p>Spesso ho l’onore di tenere la prima lezione del corso di Medicina negli stessi giorni in cui vengono attribuiti i premi Nobel. Faccio notare agli aspiranti dottori che tra i 15 vincitori dei ultimi cinque anni troviamo solo un medico. Tanti fisici, matematici, biologi e perfino un egittologo. In passato, sono stati premiati studi tesi a chiarire le ragioni per cui certi vermi scodinzolano meno di altri o perché un microbo dal buffo nome <em>Pirococco furioso</em> riesce a vivere felicemente nel cratere di un vulcano, a una temperatura con cui un uovo diventerebbe rapidamente sodo.  Non è facile neanche per molti addetti ai lavori comprendere come queste scoperte abbiano rivoluzionato l’oncologia. Eppure… Nel 2022 vinse Svante Päabo, che per studiare la storia dell’antico Egitto riuscì a sequenziare il genoma prima di alcuni faraoni e poi degli uomini di Neanderthal. Risultati che hanno avuto incredibili applicazioni in medicina e biotecnologia, difficilmente prevedibili quando Päabo si dedicò alla paleontologia molecolare.</p>
<p>Oggi ben poche agenzie nel mondo e probabilmente nessuna agenzia italiana finanzierebbero esperimenti di questo tipo: è infatti molto difficile immaginare a priori quali implicazioni possa avere quel che oggi ci appare ’inutile’. Ma è sempre stato così.  Nella prima metà del XIX secolo, Michael Faraday aprì la strada all’uso dell’elettricità. I suoi contributi avrebbero trasformato la vita sul pianeta. Interessato alle scoperte del grande scienziato, il Cancelliere dello Scacchiere della regina Vittoria lo convocò e gli chiese: «Interessante, dottor Faraday, ma a cosa serve tutto questo?». Al che Faraday rispose: «Non lo so, signore, né mi interessa: sicuramente però lei lo tasserà».</p>
<p>Specialmente in un momento di crisi, è importante ottimizzare i nostri investimenti. Naturalmente è essenziale insegnare alle nuove generazioni i fondamenti del sapere e concentrare le risorse sui problemi che richiedono soluzione urgente. Altrettanto essenziale, tuttavia, è garantire sostegno a coloro che - guidati dalla curiosità più che dalla soluzione di un problema – coltivano interessi e sviluppano conoscenze che oggi possono sembrare inutili. Così come il repertorio anticorpale garantisce la nostra salute, il repertorio culturale che costoro contribuiscono a creare è cruciale per la sopravvivenza e lo sviluppo di una società complessa ed esigente come la nostra.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Estinzioni lente come l'oblio: il tempo che non vediamo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo/</guid><pubDate>Fri, 08 May 2026 07:46:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alice Mosconi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le estinzioni non sono mai state ciò che immaginiamo: non catastrofi improvvise confinate nel passato, né processi lenti e gestibili nel presente. La storia della megafauna del Pleistocene e la crisi della biodiversità contemporanea rivelano una stessa trama, deformata dalla nostra percezione del tempo. Tra eventi compressi e urgenze diluite, perdiamo la capacità di riconoscere la reale velocità del cambiamento e le sue conseguenze ecologiche. Dalla megafauna del Pleistocene alle estinzioni moderne, Alice Mosconi riporta la cronaca di una doppia distorsione temporale, mentre il mondo svanisce davvero.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Siamo soliti raccontare le estinzioni del passato, dai dinosauri a quelle della megafauna del Pleistocene, come eventi rapidi e traumatici. Quando ci riferiamo alle estinzioni in corso oggi, invece, tendiamo a vederle come processi lenti, gestibili e, quindi, ancora reversibili. </p>
<p>In entrambi i casi, la nostra percezione è distorta e la scala temporale non è quella corretta. Questo errore non è neutro, ma ha delle conseguenze.</p>
<h2 id="un-mondo-affollato">Un mondo affollato</h2><p>Facciamo un passo indietro: 12.000 anni fa, la megafauna terrestre (ovvero tutte le specie con una massa superiore ai 44 kg) occupava quasi ogni latitudine abitabile: mammut e rinoceronti lanosi nelle steppe eurasiatiche, gliptodonti e megatheri nelle Americhe, diprotodonti in Oceania. </p>
<p>La biomassa dei grandi erbivori era distribuita su scala continentale, con i predatori che seguivano le mandrie. Era un mondo ecologicamente più “affollato” e pieno del nostro, non solo più pittoresco.</p>
<p>Oggi, invece, la megafauna selvatica rappresenta una frazione minima della biomassa dei mammiferi: la parte dominante è costituita da esseri umani e animali domestici. Quello che chiamiamo &ldquo;natura&rdquo; nei tempi odierni, ormai, non è che uno scampolo di quella pleistocenica.</p>
<h2 id="la-geografia-del-declino">La geografia del declino</h2><p>Le estinzioni della megafauna del tardo Pleistocene non furono un evento singolo, ma un processo distribuito su decine di migliaia di anni, geograficamente disomogeneo, con cause che ancora oggi gli studiosi non hanno del tutto determinato. I numeri invece sono abbastanza chiari: tra 50.000 e 10.000 anni fa, la Terra perse circa il 70% dei suoi generi di megafauna. </p>
<p>Le <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abb2313" rel="noopener">ricostruzioni globali</a> dei tassi di estinzione mostrano che il collasso non fu sincrono: l&rsquo;Australia perse la sua megafauna intorno a 46.000 anni fa, le Americhe molto più tardi, tra 13.000 e 11.000 anni fa, mentre l&rsquo;Eurasia seguì una traiettoria più lunga e frammentata. Particolare il caso dell&rsquo;Africa subsahariana, che mantenne una quota molto maggiore di megafauna, quella che ancora oggi consideriamo eccezionale, e che è in realtà il residuo meno intaccato di un mondo altrimenti scomparso.</p>
<h2 id="sinergie-del-collasso">Sinergie del collasso</h2><p>Questa diversa geografia è già un argomento. Le estinzioni tendono infatti a coincidere, seppur con sfasamenti variabili, con l&rsquo;arrivo delle popolazioni umane nei diversi continenti. <br>
Ma attenzione: coincidenza non significa per forza causalità, e il clima del tardo Pleistocene stava cambiando in modo significativo nello stesso periodo. </p>
<p>Uno <a href="https://doi.org/10.1016/j.ancene.2023.100403" rel="noopener">studio</a> del 2023 ha mostrato che la vulnerabilità delle specie alle pressioni umane era mediata da fattori ecologici preesistenti, come dimensione corporea, tasso riproduttivo, dipendenza da habitat specifici. Questo suggerisce, come spesso avviene per gli eventi naturali, un quadro sinergico piuttosto che una singola causa dominante.</p>
<p>In realtà il punto non è assolvere o condannare la nostra specie. Però la narrativa dell&rsquo;<em>overkill</em>, ovvero cacciatori paleolitici che spazzano via la megafauna in poche generazioni, comprime e semplifica estremamente qualcosa che fu lento, differenziato, e probabilmente irripetibile nelle sue condizioni. E facendo ciò, lo rende meno leggibile per fare confronti con gli eventi del presente.</p>
<h2 id="lurgenza-invisibile">L&rsquo;urgenza invisibile</h2><p>Infatti, come dicevamo, se la scomparsa della megafauna Pleistocenica viene raccontata come catastrofe rapida, la crisi attuale della biodiversità subisce l&rsquo;operazione inversa: viene diluita in un processo graduale, quasi amministrativo. Cifre, percentuali, proiezioni al 2050 o al 2100. Un linguaggio che, paradossalmente, disinnesca l&rsquo;urgenza che vorrebbe comunicare.</p>
<p>Eppure i dati non suggeriscono gradualità. Un <a href="https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3003356" rel="noopener">lavoro</a> pubblicato lo scorso anno ha stimato che i tassi di estinzione attuali superano di ordini di grandezza il tasso di fondo, quello che ci aspetteremmo in assenza di pressione antropica. Non stiamo assistendo a una perdita lenta e continua: stiamo attraversando un picco, e lo attraversiamo in tempo reale.</p>
<p>Il problema è che le estinzioni attuali sono spesso invisibili nella stessa misura in cui quelle pleistoceniche sono diventate iconiche: un mammut ha una forma riconoscibile, un nome, una presenza culturale, persino da estinto.</p>
<p>Le specie che scompaiono oggi sono per lo più invertebrati, anfibi, piante, organismi che difficilmente entreranno nell&rsquo;immaginario collettivo, che non hanno un fossile riconoscibile, che non generano mostre nei musei di storia naturale.</p>
<h2 id="conoscere-i-fantasmi-architetti-di-un-mondo-che-svanisce">Conoscere i fantasmi: “architetti” di un mondo che svanisce</h2><p>Una <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/cambridge-prisms-extinction/article/latequaternary-megafauna-extinctions-patterns-causes-ecological-consequences-and-implications-for-ecosystem-management-in-the-anthropocene/E885D8C5C90424254C1C75A61DE9D087" rel="noopener">ricerca</a> danese inquadra questa asimmetria nel contesto più ampio del <em>defaunation</em>, ovvero la progressiva riduzione non solo del numero di specie ma della loro abbondanza e distribuzione, un processo che altera gli ecosistemi molto prima che una specie raggiunga formalmente la soglia dell&rsquo;estinzione.</p>
<p>C&rsquo;è quindi una doppia distorsione temporale: tendiamo a vedere il passato come più drammatico di quanto fu, e il presente come più stabile di quanto è. Entrambe hanno conseguenze pratiche su come pensiamo la conservazione, su quali specie tuteliamo, su quale &ldquo;natura&rdquo; consideriamo normale.</p>
<p>Le specie non sono unità intercambiabili: ogni organismo svolge funzioni ecologiche che non scompaiono con lui in modo neutro, ma lasciano un vuoto funzionale, spesso invisibile finché non si manifestano le conseguenze a cascata. Se si tratta di grandi animali, quella lacuna sarà più evidente.</p>
<p>I mammut lanosi sono l&rsquo;esempio più studiato: nelle steppe del Pleistocene, il loro calpestio compattava la neve invernale, riducendo l&rsquo;isolamento termico del suolo e contribuendo a mantenere il permafrost. La loro scomparsa, insieme a quella di altri grandi erbivori, ha contribuito alla transizione dalla <em>mammoth steppe</em>, un ecosistema ad alta produttività, alla tundra e alla taiga che conosciamo oggi. </p>
<p>Il geofisico Sergey Zimov, con il progetto <a href="https://pleistocenepark.ru/territory/" rel="noopener">Pleistocene Park</a> che guida insieme al figlio, sta testando questa ipotesi in Siberia, reintroducendo grandi erbivori per verificare se il processo è in parte reversibile. I dati preliminari suggeriscono che lo è, almeno a livello locale.</p>
<p>Quello che Zimov cerca di ricostruire in Siberia è ciò che gli elefanti africani e asiatici svolgono ancora oggi per i loro ecosistemi: abbattono alberi, aprono radure, creano pozze d&rsquo;acqua, disperdono semi su distanze che nessun altro animale copre. Sono quello che gli ecologi chiamano specie ingegnere, cioè organismi che modificano fisicamente l&rsquo;ambiente, creando condizioni che altre specie utilizzeranno per sopravvivere. La loro riduzione numerica e la frammentazione del loro areale non significa quindi solo meno elefanti: significa paesaggi che cambiano struttura, foreste che si chiudono, savane che si trasformano.</p>
<p>Se l&rsquo;elefante è un ingegnere visibile, esistono specie la cui funzione ci è sfuggita perché le abbiamo perse troppo in fretta. Ed è qui che la vacca marina di Steller (<em>Hydrodamalis gigas</em>) e il saola (<em>Pseudoryx nghetinhensis</em>) diventano qualcosa di più di curiosità tassonomiche.  La vacca marina fu descritta da Georg Wilhelm Steller nel 1741, durante la spedizione di Bering: era già l&rsquo;ultima popolazione, confinata alle isole Commodore. Venne cacciata fino all&rsquo;estinzione nel 1768: ventisette anni dopo la scoperta.  Il saola, bovide vietnamita descritto per la prima volta nel 1992, non viene avvistato con certezza da anni.</p>
<p>In entrambi i casi, la scienza occidentale è arrivata in tempo per catalogare, non per salvare. Sono specie che abbiamo conosciuto già in forma di fantasma.</p>
<p>E la questione non è meramente sentimentale. È che non sappiamo quali funzioni ecologiche svolgevano - né lo sapremo mai. </p>
<p>La vacca marina era un grande erbivoro in un ecosistema costiero del Pacifico settentrionale. Il saola vive in foreste montane al confine tra Vietnam e Laos, in un habitat poco studiato. Le loro estinzioni sono buchi nella nostra comprensione dell&rsquo;ecosistema, non solo nella lista delle specie.</p>
<h2 id="restituire-il-tempo">Restituire il tempo</h2><p>Il tempo è il parametro che resta determinante, sia quando lo comprimiamo guardando al passato, sia quando lo dilatiamo spostando nel futuro qualcosa che accade oggi, nel presente. <br>
Questi sfasamenti percettivi hanno la stessa origine: la difficoltà di percepire il cambiamento su scale temporali che non corrispondono a quelle di una vita umana, o di una generazione, o di un ciclo politico. Il Pleistocene ci sembra improvviso perché lo guardiamo dall&rsquo;esterno, con il senno del poi. La crisi attuale ci sembra lenta perché la viviamo dall&rsquo;interno, giorno per giorno, senza la prospettiva che solo il futuro potrà dare.</p>
<p>Quello che sappiamo, però, è che le funzioni ecologiche non aspettano che troviamo la prospettiva giusta. I paesaggi si trasformano, le cascate trofiche si interrompono, le specie scompaiono, a un ritmo che i dati misurano con precisione crescente, anche quando la percezione comune non lo registra.</p>
<p>Forse il compito della scienza  (e di chi la racconta)  è proprio questo: restituire la scala temporale corretta a chi l&rsquo;ha persa. Non per paralizzare ma per rendere visibile ciò che la distorsione nasconde. </p>
<p>Le estinzioni del Pleistocene non furono un lampo. Quelle attuali non sono un&rsquo;alba lenta che ci possiamo permettere di osservare con distacco, senza urgenza. Sono la stessa, identica storia: un’unica trama, raccontata da punti diversi, che si srotola lungo l&rsquo;asse del tempo e che, per la prima volta come <em>Homo sapiens</em>, stiamo scrivendo e leggendo contemporaneamente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come non pubblicare in medicina: perché le riviste rifiutano i lavori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori/</guid><pubDate>Fri, 08 May 2026 07:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvia Bencivelli</dc:creator><category>libri</category><description>Tra errori clamorosi, vizi strutturali e nuove sfide come l’intelligenza artificiale, il nuovo libro di Luca De Fiore, &amp;amp;ldquo;Come non pubblicare in medicina&amp;amp;rdquo; (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), ribalta con ironia le regole della pubblicazione scientifica per mostrarne i limiti più profondi. Non solo un manuale per evitare brutte figure , ma una riflessione su un sistema imperfetto e sempre più bisognoso di trasparenza, ma ancora necessario.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Gentile direttore del <em>New England Journal of Medicine</em>…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di <em>Jama</em>. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio. E succede perché nessuno ha mai dato ai ricercatori una formazione solida su come si pubblica un paper scientifico. Quindi ecco che il libro di Luca De Fiore, *<a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/come-non-pubblicare-in-medicina/?srsltid=AfmBOoo5cMvbruo018JjQxhl4nNTWSPWvFxn62dgj_XViLbz3AdnGdJg" rel="noopener">Come non pubblicare in medicina. Guida pratica per farsi detestare da publisher, editor, referee e altre creature misteriose</a> *(Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), arriva a colmare questa lacuna. Golub lo scrive nella prefazione e aggiunge: si tratta di errori correggibili e ci si può e deve riflettere. Ma con il libro di De Fiore lo si può fare senza soffrire troppo, perché l’autore sfida il tema ad altissimo rischio noia con il suo stile arguto e un po’ giocherellone, e si diverte a rovesciare il discorso. E a spiegare come non farsi accettare un articolo, o come pubblicarlo malissimo, mettendo a punto una ricetta di una decina di ingredienti capace di garantire un gustosissimo fallimento. </p>
<p>Questo è il secondo libro che Luca De Fiore dedica all’editoria scientifica biomedica, un tema che per ricercatori e medici è quotidiano ma anche terribilmente opaco. Del primo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-libro-problemi-possibili-soluzioni-delleditoria-scientifica/">abbiamo già parlato</a>. Si intitola <em>Sul pubblicare in medicina</em>, è uscito due anni fa, e guarda il sistema dall’alto: i numeri da capogiro (cinque milioni di articoli all’anno, trentamila riviste indicizzate, un’industria da trenta miliardi di dollari), le distorsioni dell’impact factor, le trappole delle riviste predatorie, il paradosso di un’industria che guadagna miliardi senza pagare né gli autori né i revisori. Questo secondo volume cambia prospettiva: guarda il sistema dal basso, dal tavolo del ricercatore che sta scrivendo il suo bel paper.</p>
<p>Perché De Fiore conosce quel sistema come pochi altri in Italia. È direttore del Pensiero Scientifico Editore, casa editrice scientifica fondata nel 1946. Dirige la rivista <em>Recenti progressi in medicina</em>, indicizzata su Medline e Scopus, ed è revisore per il <em>BMJ</em> sui temi della cattiva condotta nella comunicazione scientifica. È stato presidente dell’Associazione Alessandro Liberati, il network italiano della Cochrane, ed è membro della European Association of Science Editors. Negli ultimi anni si è dedicato al tema con passione: su LinkedIn è diventato una voce seguita e costante nel dibattito sulla qualità della ricerca e dell’editoria scientifica. Ed è di fatto editore che sta smontando di fronte a noi pezzo per pezzo la macchina in cui lavora, non per sabotarla ma per mostrare come funziona davvero, e come potrebbe funzionare meglio.</p>
<p>Il pretesto narrativo del libro, il “non” del titolo, è divertente e in parte funziona anche se non regge allo stesso modo per tutti i tredici capitoli. Perché le ragioni per cui un articolo non viene pubblicato (o viene pubblicato male) non sono tutte uguali. A volte dipendono dall’autore: ha scelto la rivista sbagliata, ha fatto erroretti, non ha curato le figure, ha sopravvalutato la portata del suo lavoro, ha litigato con i referee. E allora glielo si può spiegare. Ma a volte le ragioni sono strutturali: il sistema non pubblica i risultati negativi e lì l’autore può poco, anche se ha tutte le ragioni del mondo. A volte sono ragioni etiche, come la mancanza di approvazione da parte di un comitato etico, quindi in quel caso è l’editore che non pubblica a fare la cosa giusta.</p>
<p>Nel complesso si arriva a una specie di paradosso sottile: questo è un libro dichiaratamente dalla parte dei “buoni”, un libro impegnato che vuole migliorare il sistema, e il gioco del rovesciamento ironico alla lunga entra in tensione con la sua stessa serietà. </p>
<p>Detto questo, il libro è denso di contenuti che meritano attenzione. Per esempio il primo capitolo, dedicato al <em>publication bias</em> (cioè alla mancata pubblicazione dei risultati negativi): tema noto agli addetti ai lavori che De Fiore argomenta con precisione e con dati aggiornati, mostrando le conseguenze concrete della scomparsa dei risultati “scomodi”. Distorsione della letteratura, sopravvalutazione degli effetti dei trattamenti, spreco di risorse nella replicazione di studi: risulta qui ben chiara la dimensione etica della pubblicazione scientifica, e soprattutto della non pubblicazione.</p>
<p>Ma parliamo anche di intelligenza artificiale. De Fiore dice apertamente che il re è nudo: l’IA la usiamo già tutti. E allora il punto non è se usarla, ma come, e soprattutto se dichiararlo. E poi c’è la parte sulla comunicazione dei risultati delle proprie ricerche, anche qui in continua evoluzione: social network di tutti i tipi fanno già parte della vita dei ricercatori e delle ricercatrici, e non sono un vezzo o una vetrina per i più vanesi. Per De Fiore possono anzi essere uno strumento per fare ricerca migliore, per costruire collaborazioni, per rendere visibile il lavoro di chi altrimenti resterebbe ai margini. Controcorrente rispetto a un certo snobismo accademico, De Fiore lo sostiene appoggiandosi anche ad alcune testimonianze di ricercatori e ricercatrici particolarmente attivi con i “nuovi” mezzi di comunicazione. </p>
<p>Un discorso a parte merita il capitolo undicesimo, <em>Nasci donna</em>, che l’autore definisce «il capitolo che non avrei voluto scrivere». I numeri sono impietosi: le donne pubblicano meno, pubblicano in posizioni meno prestigiose, non ricevono quelle firme “in regalo” che spesso spianano le carriere maschili, sono sottorappresentate nei comitati editoriali, fanno meno peer review. Lo sappiamo, ma continuare a nominare il problema è ancora l’unico modo per non far finta che sia risolto. Qui, essere donna è certamente un modo per non pubblicare, ma la correzione non può essere intestata al soggetto: deve essere un lavoro di sistema, e nemmeno limitato a «publisher, editor, referee e altre creature misteriose».</p>
<p> Di altro tipo sono i capitoli più strettamente pratici: come scegliere la rivista giusta, come gestire la relazione con i reviewer, come non sopravvalutare il proprio lavoro, come rispettare le scadenze. Qui il libro mantiene le promesse del sottotitolo ma si rivolge soprattutto a chi è alle prime armi. Chi ha già una certa esperienza con il meccanismo della pubblicazione troverà alcuni di questi consigli un po’ familiari. </p>
<p>Nelle conclusioni il libro rialza lo sguardo. Come può evolvere un sistema editoriale che ha così tanti vizi ma che resta ancora così necessario e presente? De Fiore riprende uno scenario proposto dallo storico direttore del <em>British Medical Journal</em> dal 1991 al 2004, Richard Smith: trasformeremo le riviste in spazi di discussione e confronto, mentre i risultati della ricerca impareremo a depositarli su infrastrutture pubbliche accessibili a tutti. È «la grande disintermediazione», che separa il contenuto scientifico dalla vetrina editoriale.</p>
<p>Forse è un’utopia, ma nell’attesa di raggiungerla De Fiore ci indica con chiarezza il problema: il territorio dell’editoria scientifica sta cambiando sotto i nostri piedi, e noi stiamo cercando di disegnarne la mappa mentre camminiamo. L’intelligenza artificiale appiattirà la forma della scrittura scientifica, e a quel punto contare non sarà più la forma: sarà il rispetto delle regole, la trasparenza, l’integrità. Avremo sempre più bisogno di una bussola etica, e sempre meno di una bussola tecnica. Perché non si tratterà più di evitare le gaffe con gli editor alla Golub, ma di ripensare tutto il sistema e di fare uno sforzo collettivo per migliorarlo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Di che cosa parliamo quando parliamo di TEA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea/</guid><pubDate>Thu, 07 May 2026 08:05:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Negli ultimi anni, le tecniche di ingegneria genetica e la cosiddetta “evoluzione assistita” (TEA) hanno riacceso il dibattito, in campo non solo scientifico, ma anche economico e culturale. La questione centrale può essere riassunta in una domanda: è davvero possibile, con le tecnologie attuali, intervenire sul DNA di una pianta coltivata per renderla più resistente senza dover fare i conti con implicazioni più ampie, di tipo biologico, evolutivo, agroecologico e persino filosofico? Crediti immagine: Yosi Azwan su Unsplash</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di New Genetic Techniques) riaccende il dibattito su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, di equità e di etica.</p>
<p>Il miglioramento genetico è stato la chiave di volta della cosiddetta rivoluzione verde del secolo scorso, fino al recente, acceso dibattito sugli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), che ha chiarito quali e quanti interessi, posizioni e rischi siano implicati. Il cuore della questione è riconducibile a questa domanda: è possibile modificare, con le attuali tecniche, il DNA di una pianta coltivata per aumentarne le resistenze senza affrontare le conseguenze di carattere più ampio, biologico-evolutivo, agroecologico e – perché no – filosofico? </p>
<p>Le tecniche di manipolazione genetica e di cosiddetta “evoluzione assistita” - dette TEA - negli ultimi anni hanno riaperto il dibattito (come avrebbe potuto essere diversamente?) in ambito scientifico, economico e culturale. Proviamo a riprendere alcuni aspetti importanti.</p>
<h2 id="la-tecnica-tea">La tecnica TEA</h2><p>Il CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria del Ministero) definisce le TEA: “Tecniche di biologia sviluppate negli ultimi 10 anni che consentono di correggere il DNA delle piante e, di conseguenza, di selezionare caratteri specifici utili per l’agricoltura che difficilmente sarebbero ottenibili con altri metodi”. L’uso dell’espressione “evoluzione assistita” è probabilmente stato dettato dal desiderio di allontanarsi dagli OGM, con conseguenti difficoltà di accettazione di queste nuove tecniche <a href="https://www.foodforfuture.unipr.it/news/le-nuove-tecniche-genomiche-e-il-progetto-ris8ttimo-una-sfida-per-il-diritto" rel="noopener">(Errigo 2025)</a>.</p>
<p>Un recente documento redatto da genetisti italiani sottolinea: “Nell’ambito delle nuove tecniche genomiche, il <em>genome editing</em> offre la possibilità di modificare in modo voluto e preciso una specifica sequenza di DNA senza spostarla dalla sua posizione naturale nel genoma” (<a href="https://clusteragrifood.it/wp-content/uploads/2025/05/PP-TEA-03-2025.pdf" rel="noopener">Position Paper, Agrifood, 2025</a>). “Dire <em>editing</em> anziché ingegneria genetica serve a enfatizzare una fondamentale differenza: il DNA può essere modificato <em>in situ</em>, senza aggiungere materiale genetico estraneo, con un processo simile alla revisione editoriale di un testo scritto al computer” <a href="https://www.lescienze.it/news/2023/06/13/news/ogm_tea_tecniche_genomiche_regolamenti_confusione_termini-12365070/" rel="noopener">(Meldolesi 2023)</a>.</p>
<p>In Italia, le prime applicazioni delle tecniche TEA hanno interessato le colture del riso e della vite, due filiere produttive particolarmente strategiche per la nostra economia agroalimentare. Con le TEA, in questi due casi, si intende costituire varietà resistenti a due importanti malattie: quella del brusone (<em>Pyricularia oryzae</em>) nel riso e quella della peronospora (<em>Plasmopara viticola</em>) nella vite. </p>
<p>Sempre il Ministero, tramite CREA, sottolinea le potenzialità di questa tecnica, precisando che “Il miglioramento genetico sfrutta la biodiversità naturale e quella generata tramite mutagenesi e, più recentemente, la biodiversità sviluppata attraverso le TEA. Il miglioramento genetico adatta le piante alle nuove condizioni climatiche e alle esigenze della società (qualità dei prodotti, sostenibilità), e consente di produrre cibo per tutti”. Sono seguite numerose note, in particolare in alcuni ambienti scientifici, volte a infondere fiducia negli agricoltori e nei tecnici <a href="https://www.crea.gov.it/-/tea-il-crea-coordina-la-sperimentazione-nazionale" rel="noopener">(Georgofili 2025</a>; <a href="https://www.informatoreagrario.it/news/genetica-per-lagricoltura-patto-coldiretti-siga/" rel="noopener">AA.VV. 2020</a>, <a href="https://www.informatoreagrario.it/wpcontent/uploads/2021/09/21ia27_TEA.pdf?utm_" rel="noopener">2021</a>, <a href="https://veneto.coldiretti.it/wp-content/uploads/2025/03/TEA.pdf%20" rel="noopener">2024</a>).</p>
<h2 id="tea---lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-biologia">TEA - L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla biologia</h2><p>L’evoluzione – il cambiamento storico della vita sulla Terra – è un principio generale ineludibile. Vi è una domanda di fondo a monte di ogni ragionamento sui vantaggi o svantaggi delle TEA: quanto queste pratiche “assomigliano” all’evoluzione che si svolge quotidianamente nel mondo dei viventi, senza mai smettere? L’evoluzione – è cosa nota – coinvolge tutti i livelli di organizzazione della materia vivente, dai geni agli ecosistemi. È oggi abbastanza accettato che la selezione naturale sia l’agente principale dell’evoluzione, ma ci sembra di poter dire che essa agisca sugli <em>individui</em> all’interno delle <em>popolazioni</em>, favorendo quelli più adatti, che lasceranno un maggior numero di discendenti (Waddington, 1959). Dunque, i geni vengono sì selezionati, ma per il tramite degli individui che li portano. Nel caso di modifiche puntuali di un singolo o di un piccolo gruppo di geni, quali saranno le conseguenze sull’intero individuo, e come si modificherà la sua intera biologia, che sarà poi quella sottoposta al vaglio della selezione?</p>
<p>Vi è poi il tema della coevoluzione, il fenomeno che si verifica quando due o più specie influenzano l’evoluzione l’una dell’altra attraverso la selezione. Ogni specie, nelle relazioni coevolutive, esercita pressione su altre specie, e ciò può dar luogo a fenomeni di mutualismo, di relazioni ospite-parassita, di predatore-preda o di competizione fra le specie. La lotta ai parassiti delle piante, come l’agente del brusone del riso e la peronospora della vite, è appunto un fenomeno di coevoluzione: nessun essere vivente evolve “da solo”. Tutti i viventi sono immersi in un ecosistema e la coevoluzione ospite-parassita ne è un esempio principe. Nel caso dell’interazione fra parassita e ospite, è intuitivo che se un parassita “se la prende” con una determinata specie, questa “cercherà di evolvere”, ossia saranno selezionati positivamente quegli individui che avranno  difese nei suoi confronti; in risposta, saranno favoriti (lasceranno più discendenti) quei parassiti che riusciranno ad aggirare le difese dell’ospite. È questo il fenomeno battezzato da Van Valen (Van Valen 1973) &ldquo;Regina Rossa&rdquo;, in riferimento al personaggio del libro *Alice nel paese delle meraviglie, *di Lewis Carrol: Alice e la Regina Rossa devono correre di continuo per rimanere dove sono, perché il paesaggio si muove assieme a loro nella stessa direzione.</p>
<p>Il modello della Regina Rossa sembra adattarsi bene alle relazioni ospite-parassita descritte recentemente da Wohlleben <a href="https://www.nature.com/articles/s44358-025-00018-z#citeas" rel="noopener">(Wohlleben 2025)</a>: quando un parassita sviluppa un modo più efficace per infettare un organismo, l’ospite evolve nuove difese per proteggersi. A sua volta, il parassita evolve strategie ancora più efficaci per superare queste difese.<br>
Questo processo crea un ciclo continuo di adattamenti, simile a una gara in cui nessuno dei due può smettere di evolversi, e diventa una “corsa alle armi”: il continuo adattamento reciproco tra due specie in conflitto, come ospiti e parassiti.</p>
<p>Ora, la letteratura sembra indicare la presenza di una corsa alle armi anche fra il brusone e il riso <a href="https://pdf.sciencedirectassets.com/282494/1-s2.0-S2095311917X00130/1-s2.0-S2095311917617465/main.pdf?X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEL3%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIQDjwBOq3c0msKo3Y2bmZczTX63IR7rRp9hbYzYTwNg69QIgTTJz6zsEe73JHxVhtXpUpuRclkC4KuwWep2w%2FawLRVQqvAUIhf%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARAFGgwwNTkwMDM1NDY4NjUiDLNqLSTXM6cGK9EziiqQBfqVhSIym%2BEcbTk9s9wD8OvI5CFuVoPA%2F6McLvHYFqpd8c2jn%2FT9kur%2BYM7Dq%2BZ3YMIOd%2FaTQ%2FoRHRKc2J4RugKTRnEIym2D0y35whNaer8VZRqpZt5Z0Wp3h2L%2F72tLvaR3FZif8BXNlrl6K%2BnASTgQVC374ZQKCZmp53XVM8VwLkhUp16y%2BejSW3n5z6yE3kebH6j2N0DPfCo8nplKXka7aqsNGqsosndl3dXRIvPkQsw4J6xiQEKykhb2Hl7rDlTZMC8WYMs%2BP6V3Fqcfpi9ESn%2F79aQUVykcM8fX5v%2Fq%2FX%2FrZcjziUEs9dr8SInXVScxwLT3CX9v1nlJ9w6NR8pvVtTxlJqMFKxfBBoq0hPXFBZ0LFbvMpIqvxyoa0qre3d1WePZe5LwIWkE1CzoUuJoBK%2Fg0BzybsgjhJ8eVSPUu5bTHENrJbGWpmBQQppHmH%2BNCnynLe5Wl7LCQWDmH5iSrxf3V2qnipZmRNb4eM3iXsI3KWkZJscxGanAb2i01XBjPvdQcXpirEH5o3V5NUqJUvMR6jdTwV3%2BrULGgOVaintYyIwZGp%2FePbhRCTRNyZpou9oRN3FEIK5E8MOchFED8hOk6D5BtzsWsj0eCp0%2FARgEb3p2QNCGUOn5bjEaC8zbyT8NFPxQfxvWIEmgauEInFeeJhfEK21PSUymCF19%2B5rDnjRPbYa3IVkpFrZk0IqHkaLsz3HXfG1FbLKj6v2LEdC2illu3SDoSKZfXRJ6B4EM%2BUDmaTG7bsDeoFw5UewPITrAmsCn%2FCBGb24nIMSTIOu37ehtQTgk9qzSMcrSsLQdiuEjsfeNN7z8Rkw7n0p68sn0hP5rmZiNA22YyjdU7QZqYiXPC8YvvpQHhablMMy7588GOrEBC20IrhFZGcdRBxDjQPJZ%2FSguBh4Zu8lGCNr9Z1GcKdi%2FPGes24PANGlgYaWfA%2BAwp2eq8Fk2UzFElbPZSbO6C83iw2bKSiL6wLD9lyA98kjCKXM%2FV8JSubIiVu%2FvlwQrARZVYLj06F1RwGSL8pWsObK4JyAxo6N61jRBAmxR7a56IAJUupik7ZfDrsNoYnRIVFz3TBneX2%2FaS9WN%2BhTjf3AIH1I4IyqQc65b%2BzQXGYgm&amp;X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&amp;X-Amz-Date=20260505T122923Z&amp;X-Amz-SignedHeaders=host&amp;X-Amz-Expires=300&amp;X-Amz-Credential=ASIAQ3PHCVTYTGPMSYMP%2F20260505%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&amp;X-Amz-Signature=f773d635f5516217f8ccb19c2d7e9115c922613d86b0cb0a40d1046808b54218&amp;hash=f9e7e6532ad6cf8ae8cb6ec9941f5b70731e9fb3072b54f8641f80e9ba95f52f&amp;host=68042c943591013ac2b2430a89b270f6af2c76d8dfd086a07176afe7c76c2c61&amp;pii=S2095311917617465&amp;tid=spdf-7b39084a-aaab-4c71-ae6e-25d4c1afcd20&amp;sid=5ffaeb414cd4184d2b497ec4d91903551c57gxrqb&amp;type=client&amp;tsoh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;rh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;ua=07175d035106005455&amp;rr=9f6fc019bcc69468&amp;cc=it" rel="noopener">(Wang 2017)</a>. I tempi della coevoluzione fra il fungo patogeno e la varietà di riso, sono tali da farci sperare che nuovi livelli di aggressività da parte del fungo non nascano in tempi brevissimi?</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-patologia-vegetale">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla patologia vegetale</h2><p>Come già accennato, tra i primi prodotti delle TEA in Italia compaiono una varietà di riso, a partire da Arborio e una di vite, a partire da Nebbiolo. La malattia di una coltura causata da un fungo è dovuta a una triplice interazione: ospite/patogeno/ambiente. La presenza di un alto potenziale di inoculo del patogeno, il livello di suscettibilità dell&rsquo;ospite, le condizioni favorevoli alla sua manifestazione sono una miscela pericolosa per la coltura, tanto da ridurne i livelli quali-quantitativi nel prodotto finale.</p>
<p>Nel caso del riso, il fungo che attacca trae vantaggio da un clima caldo e umido, favorevole alla diffusione delle spore e allo sviluppo fungino all’interno dei tessuti della pianta ospite. La suscettibilità di quest&rsquo;ultima, permetterà al fungo di colonizzare e determinare danni e decrementi alla produzione (in questo caso di granella). L’ambiente favorevole alla malattia è in buona parte determinato da un’errata gestione agronomica dei residui colturali infetti, che conferiscono un elevato potenziale di inoculo per un nuovo ciclo l’anno successivo. Un’eccessiva concimazione azotata, squilibrata nei confronti di altri elementi come il potassio, e un’elevata densità di popolazione che può causare un aumento di umidità all’interno della coltura, sono ulteriori fattori che favoriscono il patogeno.</p>
<p>I processi di coevoluzione delle specie considerate, il riso e il fungo, dipendono quindi dall’agroecosistema, vale a dire dai cambiamenti delle condizioni pedoclimatiche e dalle pratiche agronomiche. Tutto ciò non può essere ridotto al semplice conflitto ospite-patogeno, ma deve essere ricollegato alle dinamiche evolutive dell’intero ecosistema dell’azienda agraria.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-allagroecologia">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo all’agroecologia</h2><p>La Rivoluzione Verde è stata una politica agricola e un insieme di principi e pratiche, orientati all’aumento delle rese. Il modello fondato sul miglioramento genetico di alcune colture e sull’adozione di pacchetti tecnologici agronomici, proponeva varietà migliorate <em>High Yielding Varieties</em> (HYV), in termini di elevato potenziale produttivo raggiungibile grazie a una crescente specializzazione e intensificazione.</p>
<p>La Rivoluzione Verde ha permesso di raggiungere ritmi elevati di crescita delle produzioni di alcune colture nei primi decenni della sua adozione. Ha generato anche evidenti criticità: impatti ambientali crescenti, standardizzazione, perdita di biodiversità, crescente dipendenza del mercato da parte delle aziende agrarie e distribuzione diseguale e iniqua delle ricchezze generate.</p>
<p>Il modello di agricoltura industriale del ‘900 è stato progettato su un tipo di strategia molto simile a una <em>escalation</em>, una corsa alle armi: la progressiva specializzazione verso la monocoltura ha determinato una perdita di biodiversità (FAO, 2010) e una selezione di patogeni più aggressivi, alla quale si è risposto con un uso crescente di pesticidi, che ha provocato un aumento di chemioresistenze da parte dei patogeni in un vortice di <em>escalation</em> tecnologica definibile maladattativa (<a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.409" rel="noopener">Magnan 2016</a>, <a href="https://www.mdpi.com/2071-1050/13/6/3450" rel="noopener">Chi 2021</a>).</p>
<p>Questo modello ha perso efficacia via via che diminuivano i vantaggi, si concentravano i guadagni e crescevano gli svantaggi (gli impatti ambientali). Persistendo con lo stesso modello, si è tentato di mantenere i livelli quali-quantitativi delle produzioni, affidandosi a un ricorso crescente alle singole tecnologie o a un mix (genetica, chimica, meccanica, informatica) di queste. Questo approccio, tipico dell’industria, risulta però inadatto al sistema agroalimentare. L’azienda agricola è un sistema complesso e dinamico, in continua evoluzione, fondato su basi biofisiche e in relazione con le risorse naturali: acqua, suolo, aria e biodiversità. Questo sistema è gestito dall’agricoltore, il cui sapere, esperienza, competenza ed etica sono determinanti per ottenere e mantenere nel tempo, in autonomia, risultati positivi nel rispetto delle risorse.</p>
<p>Una varietà migliorata non esprime appieno il proprio potenziale se la semina, la gestione agronomica o le condizioni ambientali non sono adeguate. Se la fertilità del suolo si è ridotta o la biodiversità aziendale – simile a un sistema immunitario interno – si è impoverita, nessuna innovazione genetica potrà garantire la stabilità produttiva. È come guidare un’auto potentissima su una strada non progettata per alte velocità, come può essere un circuito di competizione. Un’auto potentissima su una strada cittadina non può esprimere appieno il suo potenziale – raggiungibile solo in condizioni particolari – senza compromettere la sicurezza del sistema.</p>
<p>La produttività agricola dipende quindi da una gestione che consideri l’interazione ospite-patogeno, insieme alle dinamiche dell’intero ambiente di produzione – azienda, clima, territorio, mercato – senza superare i limiti ecologici e socio-economici.</p>
<p>In questo quadro, la varietà migliorata rischia di diventare la “<em>silver bullet</em>” del momento: promette molto, ma di fronte al cambiamento climatico, alla volatilità dei mercati, alla pesante burocrazia e agli squilibri di decisione e  controllo all’interno delle filiere, si può rivelare una tecnologia sofisticata, ma insufficiente a garantire la difesa degli interessi degli agricoltori e di altri attori del sistema agroalimentare.</p>
<p>Dopo le controversie sugli OGM, legate alla possibilità di introdurre organismi non previsti dall’evoluzione naturale e potenzialmente difficili da controllare, oggi le TEA riportano la nostra attenzione su una strategia del tutto simile, basata su un modello di <em>escalation</em> evolutiva, i cui vantaggi sono tuttora da dimostrare e che non è priva di rischi.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-genetica">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla genetica</h2><p>Con una recente pubblicazione comparsa su <em>Nature</em> tre anni fa <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37773222/" rel="noopener">(Khaipho-Burch 2023)</a> un gruppo di noti genetisti propone di chiarire aspetti importanti che riguardano l’approccio alle attuali strategie di miglioramento genetico. Osservano che i dati relativi alle potenzialità di aumento della produttività conseguenti all’applicazione delle moderne tecniche di ingegneria e di manipolazione genetica sono oggi ottenuti in serra o su piccole parcelle, quindi non in un contesto reale. Esprimono le loro perplessità sugli studi che pubblicano illusorie potenzialità, riflettendo sul rischio delle false aspettative, di <em>hype</em> e di “<em>over selling</em>” dei prodotti tecnologici. Auspicano “una scienza più incisiva” nella pratica e invitano i ricercatori, i revisori e i direttori delle riviste scientifiche a verificare che, ogni volta che vengono fatte affermazioni sugli effetti di singoli o pochi geni sulla resa di una coltura, siano rispettati alcuni criteri di base.</p>
<p>Il primo riguarda la definizione di produttività e le unità di misura utilizzate.  Gli autori sottolineano non tanto l’eterogeneità dei parametri utilizzati, quanto piuttosto la potenziale fonte di imprecisione nel riferire i risultati in termini di incremento delle produzioni stesse. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di produzioni potenziali ottenute in condizioni controllate, ben lontane dalla realtà. Alla quantità di prodotto ottenuta per unità di superficie non si aggiungono dati sulla qualità e sulla composizione del prodotto. Le metriche andrebbero adeguate alle finalità.</p>
<p>Con il secondo criterio di base si sollevano perplessità sulla possibilità di utilizzare  risultati ottenuti in pochi anni di prove condotte in condizioni controllate per proiettarli su una scala territoriale ampia, variegata e variabile. La pubblicazione su <em>Nature</em> sottolinea la modestia dei modelli statistici impiegati nelle prove parcellari condotte per la valutazione dei nuovi materiali genetici, che non consentono di ricreare le condizioni agronomiche delle aziende reali, quali modalità di semina, interventi agronomici, avvicendamenti, condizioni meteorologiche e pedologiche. Da poche modifiche genetiche è impossibile prevedere cambiamenti positivi o negativi a scala aziendale, tanto più in anni di emergenza climatica. Pertanto il rischio di <em>overselling</em> è elevato. </p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-filosofia">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla filosofia</h2><p>La questione di modifiche genetiche evolutive in ambito agricolo richiede un apporto di riflessione filosofica. In termini generali, vale la pena tenere conto della ben nota triangolazione aristotelica basata sui termini <em>sophia</em> (sapienza), <em>phrònesis</em> (saggezza) e <em>sophrosyne</em> (temperanza).  Essa può aiutare nella valutazione di un contesto problematico, che implica  un  intervento trasformativo evoluzionistico. Un&rsquo;innovazione tecnologica inerente a un ecosistema comporta anche la consapevolezza delle metodologie  che adotta, degli effetti che produce e del senso complessivo che genera. Il ricorso alla terminologia propria del lessico concettuale filosofico ci può aiutare a una migliore comprensione del valore e dei rischi delle modifiche evolutive ottenute mediante strumentazione tecnologico-scientifica. La <em>sapienza</em> è l’acquisizione integrata di tutte le conoscenze consolidate del campo in cui intervenire, con l’intento di apportare miglioramenti permanenti.  La <em>saggezza</em> ci richiama alla necessità di evitare, nell’ambito evoluzionistico, scelte frettolose e poco meditate, nell’intento di soppesare rischi e vantaggi, mantenendo la duttilità, così da poter cambiare e interrompere le decisioni assunte qualora si dimostrassero, nel corso del tempo, inefficaci o controproducenti rispetto alle finalità preordinate. La <em>temperanza</em> esprime l’opportunità di tenere presente il raggio d’azione oltre il quale la forzatura degli assetti della struttura generale che sostiene il vivente porta a squilibri irreparabili e non ricomponibili. Essa sottende una filosofia del limite. Più nel merito. A partire dai principi di riferimento generali, è stato più volte osservato che <em>Homo sapien</em>s ha portato, fin dai primordi, a un intervento immediato e crescente sulla natura circostante. Da allora, “<em>natura naturans</em>” è diventata “<em>natura naturata</em>”. Con l’avvento dell’agricoltura, <em>Homo sapiens</em>, protagonista della rivoluzione neolitica, è stato un <em>climax breaker</em>, avviando un profondo cambiamento che ha richiesto un continuo monitoraggio e un intervento di riequilibrio degli assetti degli agroecosistemi nel corso dei secoli, con sempre più innovative pratiche di un’agronomia aggiornata, capace di mettere  a disposizione nuove e più ampie risorse per soddisfare i crescenti bisogni alimentari. La temperanza, cui si faceva cenno, si avvale di queste osservazioni. I contadini, nostri progenitori, hanno proceduto a “un’evoluzione agricola assistita” attraverso una pratica sistematica, concreta, assidua e quotidiana sul campo – per meglio dire sui ‘campi coltivabili’ a loro disposizione – ereditata e trasmessa alle nuove generazioni. La tempistica innovativa delle sperimentazioni avviate giorno per giorno, mese per mese e anno per anno, ha permesso di ottenere esiti consolidati nel lungo periodo e, laddove si sono dimostrati proficui, di diffonderli in aree diverse del pianeta. </p>
<p>Oggi le cose sono cambiate in modo radicale: si lavora in prima istanza in laboratorio o in condizioni controllate da parte di ristrette cerchie di ricercatori, le sperimentazioni sono circoscritte, all’interno di un modello competitivo si è diffusa una forte volontà/necessità di superare la concorrenza su mercati globali introducendo novità tecnologiche promosse da un’efficiente industria (inclusa quella della persuasione) che anticipa esiti provvisori assunti come immediatamente fruibili. Questa complessiva disinvoltura di un&rsquo;evoluzione accelerata è frutto e specchio di una modernità che caratterizza l&rsquo;economia, il mondo sociale e politico del nostro tempo, in cui l’introduzione di innovazioni tecnologiche è generalmente così rapida da non consentire una loro convalida  pienamente documentata in una replica temporale di lungo periodo che possa considerare  gli  effetti di retroazione sul sistema complessivo della vita delle comunità locali e non solo. </p>
<p>Lo scenario del nuovo millennio si presenta segnato da trasformazioni epocali: il picco di popolazione mondiale, la globalizzazione delle nuove tecnologie, dell’economia, della rete delle comunicazioni che copre il pianeta, la diffusione e l’omologazione delle colture, delle culture e degli stili di vita. Di ciò la filosofia prende atto e ne fa oggetto di analisi e riflessione. Edgar Morin (Morin 1972) a questo proposito, parla di “sfida della complessità”, evidenziando la pregnanza epistemologica del termine complessità relativo agli eventi in cui nuove proprietà con le quali fare i conti entrano in gioco nei sistemi complessi del mondo attuale per le dinamiche delle relazioni fra gli elementi che li compongono. Ciò comporta che ogni innovazione su un singolo punto del sistema complessivo abbia ricadute su tutto il resto, modificandone la struttura.  Si veda quindi   il sistema socio-ecologico nelle sue articolazioni, per il quale la filiera di innovazioni è a scala ascendente e passa dalla produzione delle singole colture alle aziende, al territorio, alle aree geografiche, alla società, alle politiche. La scala può nel contempo essere considerata in senso discendente, da politica a società, all&rsquo;area geografica all’azienda agraria, fino alla produzione del singolo campo coltivato. Il senso ascendente e quello discendente si intrecciano nel complesso del sistema globale. Quindi, se l’etimologia della parola complessità si basa sul latino <em>complexus,</em> essa presuppone l’interazione e la tessitura di una molteplicità da unificare. Ciò richiede un impegno di pensiero multidisciplinare e transdisciplinare.  </p>
<p>In questo contesto problematico, il contributo più rilevante che la filosofia può offrire attiene alla presa in carico di un orizzonte etico. Si impone necessariamente che ogni scelta nei campi specifici della produzione, della tecnologia, della società e della politica sia sottoposta al vaglio della responsabilità. Un contributo rilevante si ritrova nel pensiero di Hans Jonas (Jonas 2009) che pone come nucleo centrale il “principio responsabilità”. Possiamo parlare di un’imprescindibile etica della responsabilità, a sostegno delle linee di condotta da adottare nelle pratiche di un sistema complesso. Essa – sostiene Jonas – ci impone di prendere in considerazione la dimensione della temporalità nel  bilanciamento delle ripercussioni delle scelte al presente sul destino delle prossime generazioni, a partire dai rischi di esiti  prevedibilmente non più revocabili (un solo esempio è il possibile crollo di risorse ambientali ed energetiche del pianeta negli anni a venire). L’etica della responsabilità richiama il problema del ben-essere nella sua declinazione  al futuro.</p>
<h2 id="altre-riflessioni-sulla-tea">Altre riflessioni sulla TEA</h2><p>Su una rivista online dedicata all&rsquo;agricoltura è comparso un articolo sulle TEA (<a href="https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2025/06/13/piante-tea-il-nodo-dei-brevetti-viene-al-pettine/87373" rel="noopener">Cinquemani 2025</a>), in cui si sviluppano due tematiche: quella relativa alle normative e quella relativa alla concentrazione del controllo e dei guadagni. Per il primo aspetto è richiamato un principio di base: il miglioramento genetico vegetale e la costituzione di nuove varietà sono incentivati mediante la garanzia di una protezione legale che consente, al selezionatore, di recuperare gli investimenti sostenuti. Per ottenere protezione attraverso la cosiddetta <em>privativa vegetale</em> (diritto esclusivo riconosciuto a chi crea una varietà), una nuova varietà deve essere DUS (Distinta, Uniforme, Stabile). Distinta per almeno un carattere, uniforme al suo interno, stabile nel mantenere invariati  i caratteri distintivi.  Deve essere una novità e avere una denominazione facilmente riconoscibile.</p>
<p>La nuova varietà TEA ottenuta con <em>editing</em> può essere chiaramente distinta dalla varietà di partenza oppure presentare modifiche limitate, in base agli attuali criteri DUS previsti dalla normativa. L’autore dell’articolo riflette su una varietà di vite, il Nebbiolo, modificata per resistere alla peronospora. Il costitutore sarebbe privo di tutela se l’autorità competente non riconoscesse il rispetto dei criteri DUS. Se, viceversa, venisse riconosciuta una nuova varietà, il problema riguarderebbe i disciplinari di produzione delle DOP: la nuova varietà di Nebbiolo resistente non potrebbe più essere utilizzata per produrre vini come Barolo o Barbaresco, secondo rigidi disciplinari basati sull’uso esclusivo del vitigno Nebbiolo.</p>
<p>A proposito del secondo aspetto, è descritta l’acquisizione dei brevetti a livello internazionale. Si sostiene che le piante editate mediante micromodifiche molto specifiche siano brevettabili. Il controllo commerciale della tecnologia di <em>genome editing</em> più diffusa al mondo, denominata CRISPR-Cas9, è attualmente, di fatto, nelle mani di pochissimi enti internazionali. Accade che ristretti gruppi di ricercatori che operano all’interno di piccoli laboratori, non siano in grado di proseguire le attività lungo la filiera commerciale sementiera e quindi cedano la licenza a entità più grandi. L’Università di Harvard e il MIT, all’interno del Broad Institute, hanno ceduto licenze a Pairwise, Bayer, BASF, Syngenta e Corteva. L’Università di Berkeley ha ceduto la licenza a Caribou Biosciences, che ha concesso a Corteva Agriscience, TreeCo, Regional Fish Institute e Genus. Con ingenti risorse, questi grandi gruppi affrontano <a href="https://www.labiotech.eu/expert-advice/five-things-crispr-cas9license/?utm" rel="noopener">numerosi contenziosi sui brevetti</a>.  </p>
<p>Poche informazioni mettono in luce alcuni aspetti di base del funzionamento e del controllo delle risorse nel settore agroalimentare nel campo del <em>genome editing</em>:  il mercato globale delle sementi rientra nell’area d’azione di un gruppo piuttosto ristretto di attori multinazionali; d’altra parte, non sono ancora stati chiariti gli aspetti normativi di un possibile caso in cui una pianta TEA brevettata impollina una pianta non TEA di un campo vicino. L’agricoltore coinvolto in questa contaminazione involontaria potrebbe subire conseguenze legali e trovarsi, suo malgrado, in un’escalation giudiziaria. </p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-atteggiamento-riflessivo">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un atteggiamento riflessivo</h2><p>Le riflessioni conclusive non riguardano il funzionamento tecnico delle TEA, ma le possibili conseguenze della loro applicazione nei sistemi socio-ecologici agricoli. La letteratura sul maladattamento o adattamento inadeguato (<a href="https://doi.org/10.3390/su13063450" rel="noopener">Chi 2021</a>, <a href="https://doi.org/10.1016/j.oneear.2020.09.014" rel="noopener">Schipper 2020</a>) avverte che un’innovazione può apparire vantaggiosa  rispetto agli obiettivi dichiarati nel breve periodo, ma nel tempo produrre effetti negativi, irrigidendo le opzioni future, generando nuove crisi per le comunità e gli ecosistemi (<a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.409" rel="noopener">Magnan 2016</a>) con evidente rischio di <em>lock-in</em> (un <em>lock-in</em> evolutivo-tecnologico è una condizione che si crea quando un modello si impone nel tempo e diventa difficile da abbandonare, anche quando esistono alternative migliori) e aumentando la dipendenza dell’azienda agraria da <em>input</em> esterni controllati da un mercato internazionale o trasferendo vulnerabilità e svantaggi tra gruppi sociali ed ecosistemi. L’agricoltura è un sistema socio-ecologico adattivo in cui componenti biologiche, competenze agronomiche, mercati, istituzioni e conoscenze locali interagiscono in modo non lineare. Per questo l’innovazione che riguarda l’introduzione di un singolo artefatto tecnologico, dovrebbe essere inserita in un quadro di analisi sistemica che consideri interdipendenze, retroazioni alle diverse scale temporali e spaziali a partire da quelle del campo coltivato e dell’azienda agraria.</p>
<p>L’approccio TEA/NGT tende a identificare l’adattamento attraverso l’introduzione di tratti genetici di resistenza a specifici stress. Non possiamo sottovalutare che l’emergenza climatica sia caratterizzata da complessità e variabilità locali; manipolare alcuni geni significa agire su un singolo nodo di una rete coevolutiva, a una scala di dettaglio alla quale è impossibile prevedere le dinamiche che avverranno a scala aziendale, tantomeno a scala territoriale. Nella relazione tra ospite, patogeno e ambiente, questo approccio può alimentare una corsa evolutiva alle armi, già osservata in passato con la rivoluzione verde, ispirata a un modello certamente utile all’industria e a una parte del mercato, che però tende a emarginare gli interessi degli agricoltori e dei consumatori. Quando le condizioni cambiano rapidamente, i vantaggi a breve termine possono trasformarsi in vulnerabilità strutturali.</p>
<p>Un approccio sistemico riconosce, invece, che la resilienza emerge dalle interazioni fra elevata diversità genetica, salute del suolo, gestione delle risorse naturali, organizzazione aziendale, reti sociali e istituzioni.</p>
<p>In ambito agroecologico, il miglioramento genetico è considerato in una prospettiva sistemica multiscala. L’adattamento diventa un processo evolutivo continuo basato sulla diversità e sulla selezione locale. L’innovazione sviluppata con popolazioni evolutive (Ceccarelli 2022) o moderni ecotipi mira alla stabilità derivante dall’eterogeneità piuttosto che alla massima prestazione di un singolo genotipo, a vantaggio, più stabile e concreto, dell’azienda agraria che deve fronteggiare le attuali emergenze climatica, ecologica ed economica.</p>
<p>In questo quadro dovrebbe collocarsi il concetto di evoluzione assistita, intesa come orientamento dei processi evolutivi dell’intero agroecosistema aziendale. Ciò implica progettare e gestire la diversità nel tempo attraverso diversificazione genetica, rotazioni, consociazioni, agroforestazione, pratiche rigenerative della salute del suolo mantenendo un&rsquo;ampia variabilità ed evitando <em>lock-in</em> tecnologici L’obiettivo è favorire l’adattamento in contesti reali e rafforzare il ruolo decisionale degli agricoltori e le reti di conoscenza locali. Il che significa riferire, eventualmente, il concetto di evoluzione assistita non tanto alla modifica e manipolazione di frammenti del corredo genetico di una varietà, quanto alla progettazione, gestione, monitoraggio, trasformazione dinamica dell’intero sistema dell’azienda agraria, che dialoga con il territorio che la circonda. </p>
<p>In questa prospettiva, l’innovazione non è un semplice <em>input</em> esterno da trasferire all’agricoltore, ma un processo di trasformazione sistemica (Gliessmann 2014). La resilienza si radica nella capacità del sistema agricolo di apprendere, diversificare e mantenere aperte le opzioni adattive nel tempo (<a href="https://agriculture.ec.europa.eu/vision-agriculture-food_en" rel="noopener">European Commission, 2025</a>).</p>
<p>Affidiamo le altre riflessioni alle domande conclusive. La dinamica di <em>escalation</em> tecnologica in agricoltura è una necessità strutturale e insostituibile del paradigma moderno – analoga a quella della corsa alle armi negli Stati – oppure, come possiamo osservare dalla natura, esistono numerose altre strategie di innovazione ed evoluzione più consone al sistema agroalimentare? L’adattamento è un aumento di potenza o di complessità relazionale? La sicurezza alimentare può essere concepita come la prestazione massima del modello produttivista, o deve essere costruita come stabilità sistemica diffusa?</p>
<p>Infine, il rischio, che in questo contributo chiamiamo “maladattamento”  (produzione di vulnerabilità di lungo periodo attraverso soluzioni efficaci nel breve), può essere interpretato come una forma contemporanea di <em>hybris</em> tecnica? E quali sono i benefici nel medio-lungo periodo, chi trarrà vantaggio da un uso ristretto e incompleto del termine evoluzione?</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<p><a href="https://www.informatoreagrario.it/news/genetica-per-lagricoltura-patto-coldiretti-siga/" rel="noopener">AA.VV 2020. L’Informatore agrario. TEA un patto tra Coldiretti e SIGA. 2020 </a></p>
<p><a href="https://www.informatoreagrario.it/wpcontent/uploads/2021/09/21ia27_TEA.pdf?utm_" rel="noopener">AA.VV. 2021 L&rsquo;informatore agrario. TEA la nuova via per la sostenibilità dell’agricoltura italiana.</a></p>
<p><a href="https://veneto.coldiretti.it/wp-content/uploads/2025/03/TEA.pdf" rel="noopener">AA.VV. 2024. Le tecniche di evoluzione assistita per l’agricoltura. Scopriamole insieme. 2024 Coldiretti. </a></p>
<p>Ceccarelli S. 2022. <em>Evolutionary populations.</em> In “Seed for Diversity and Inclusion”, Springer.</p>
<p><a href="https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2025/06/13/piante-tea-il-nodo-dei-brevetti-viene-al-pettine/87373" rel="noopener">Cinquemani T., 2025. Piante TEA, il nodo dei brevetti viene al pettine.</a>  </p>
<p><a href="https://www.mdpi.com/2071-1050/13/6/3450" rel="noopener">Chi, C. F., Lu, S. Y., Hallgren, W., Ware, D., and Tomlinson, R. 2021. Role of spatial</a> <a href="https://www.mdpi.com/2071-1050/13/6/3450" rel="noopener">analysis in avoiding climate change maladaptation: a systematic review. Sustainability 13:3450.</a></p>
<p><a href="https://www.foodforfuture.unipr.it/news/le-nuove-tecniche-genomiche-e-il-progetto-ris8ttimo-una-sfida-per-il-diritto" rel="noopener">Errigo M.C. 2025. Le nuove tecniche genomiche e il progetto RIs8ttimo. Una sfida per il diritto. Università di Parma 2025 </a></p>
<p><a href="https://agriculture.ec.europa.eu/vision-agriculture-food_en" rel="noopener">European Commission, 2025. Vision for Agriculture and Food. Shaping the future of farming and the agri-food sector for future generations in Europe </a></p>
<p><a href="http://https://www.crea.gov.it/-/tea-il-crea-coordina-la-sperimentazione-nazionale" rel="noopener">Georgofili, 2025 TEA: il CREA coordina la sperimentazione nazionale </a></p>
<p>Gliessmann S. 2014. Agroecology. The Ecology of Sustainable Food Systems. Taylor Francis Ed., P 405.</p>
<p>Jonas H. <em>Il principio responsabilità,</em> Einaudi, 2009</p>
<p><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37773222/" rel="noopener">Khaipo-Burch , Cooper M., Crossa J., de Leon N., Holland J., Lewis R., McCouch S., Murray S C., Rabbi I., Ronald P., Ross-Ibarra J., Weigel D., Buckler E.,  2023. Genetic modification can improve crop yields – but stop overselling it. Nature, 621 (7979); 470-473</a></p>
<p><a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.409" rel="noopener">Magnan, A. K., Schipper, E. L. F., Burkett, M., Bharwani, S., Burton, I., Eriksen, S., et al. (2016). Addressing the risk of maladaptation to climate change. Wiley Interdiscip. Rev.: Clim. Change 7, 646–665.</a></p>
<p><a href="https://www.lescienze.it/news/2023/06/13/news/ogm_tea_tecniche_genomiche_regolamenti_confusione_termini-12365070/" rel="noopener">Meldolesi A., 2023. Dagli OGM alle TEA, breve guida per consumatori disorientati. Le Scienze, giugno 2023</a></p>
<p>Morin E. 1972 <em>La sfida della complessità,</em> Le Lettere, 2017</p>
<p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2590332220304838" rel="noopener">Schipper, E. L. F. (2020). Maladaptation: when adaptation to climate change goes very wrong. One Earth 3, 409–414.</a></p>
<p>Van Valen L., 1973. <em>A new evolutionary law.</em> Evolutionary Theory, 1, 1-30</p>
<p>Waddington C. H., 1959 &ldquo;Evolutionary systems – animal and human.&rdquo; Nature, 183, p. 1634</p>
<p><a href="https://pdf.sciencedirectassets.com/282494/1-s2.0-S2095311917X00130/1-s2.0-S2095311917617465/main.pdf?X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEL3%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIQDjwBOq3c0msKo3Y2bmZczTX63IR7rRp9hbYzYTwNg69QIgTTJz6zsEe73JHxVhtXpUpuRclkC4KuwWep2w%2FawLRVQqvAUIhf%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARAFGgwwNTkwMDM1NDY4NjUiDLNqLSTXM6cGK9EziiqQBfqVhSIym%2BEcbTk9s9wD8OvI5CFuVoPA%2F6McLvHYFqpd8c2jn%2FT9kur%2BYM7Dq%2BZ3YMIOd%2FaTQ%2FoRHRKc2J4RugKTRnEIym2D0y35whNaer8VZRqpZt5Z0Wp3h2L%2F72tLvaR3FZif8BXNlrl6K%2BnASTgQVC374ZQKCZmp53XVM8VwLkhUp16y%2BejSW3n5z6yE3kebH6j2N0DPfCo8nplKXka7aqsNGqsosndl3dXRIvPkQsw4J6xiQEKykhb2Hl7rDlTZMC8WYMs%2BP6V3Fqcfpi9ESn%2F79aQUVykcM8fX5v%2Fq%2FX%2FrZcjziUEs9dr8SInXVScxwLT3CX9v1nlJ9w6NR8pvVtTxlJqMFKxfBBoq0hPXFBZ0LFbvMpIqvxyoa0qre3d1WePZe5LwIWkE1CzoUuJoBK%2Fg0BzybsgjhJ8eVSPUu5bTHENrJbGWpmBQQppHmH%2BNCnynLe5Wl7LCQWDmH5iSrxf3V2qnipZmRNb4eM3iXsI3KWkZJscxGanAb2i01XBjPvdQcXpirEH5o3V5NUqJUvMR6jdTwV3%2BrULGgOVaintYyIwZGp%2FePbhRCTRNyZpou9oRN3FEIK5E8MOchFED8hOk6D5BtzsWsj0eCp0%2FARgEb3p2QNCGUOn5bjEaC8zbyT8NFPxQfxvWIEmgauEInFeeJhfEK21PSUymCF19%2B5rDnjRPbYa3IVkpFrZk0IqHkaLsz3HXfG1FbLKj6v2LEdC2illu3SDoSKZfXRJ6B4EM%2BUDmaTG7bsDeoFw5UewPITrAmsCn%2FCBGb24nIMSTIOu37ehtQTgk9qzSMcrSsLQdiuEjsfeNN7z8Rkw7n0p68sn0hP5rmZiNA22YyjdU7QZqYiXPC8YvvpQHhablMMy7588GOrEBC20IrhFZGcdRBxDjQPJZ%2FSguBh4Zu8lGCNr9Z1GcKdi%2FPGes24PANGlgYaWfA%2BAwp2eq8Fk2UzFElbPZSbO6C83iw2bKSiL6wLD9lyA98kjCKXM%2FV8JSubIiVu%2FvlwQrARZVYLj06F1RwGSL8pWsObK4JyAxo6N61jRBAmxR7a56IAJUupik7ZfDrsNoYnRIVFz3TBneX2%2FaS9WN%2BhTjf3AIH1I4IyqQc65b%2BzQXGYgm&amp;X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&amp;X-Amz-Date=20260505T122923Z&amp;X-Amz-SignedHeaders=host&amp;X-Amz-Expires=300&amp;X-Amz-Credential=ASIAQ3PHCVTYTGPMSYMP%2F20260505%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&amp;X-Amz-Signature=f773d635f5516217f8ccb19c2d7e9115c922613d86b0cb0a40d1046808b54218&amp;hash=f9e7e6532ad6cf8ae8cb6ec9941f5b70731e9fb3072b54f8641f80e9ba95f52f&amp;host=68042c943591013ac2b2430a89b270f6af2c76d8dfd086a07176afe7c76c2c61&amp;pii=S2095311917617465&amp;tid=spdf-7b39084a-aaab-4c71-ae6e-25d4c1afcd20&amp;sid=5ffaeb414cd4184d2b497ec4d91903551c57gxrqb&amp;type=client&amp;tsoh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;rh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;ua=07175d035106005455&amp;rr=9f6fc019bcc69468&amp;cc=it" rel="noopener">Wang B. et al., 2017 The arms race between Magnaporthe oryzae and rice: Diversity and interaction of Avr and R genes. Journal of Integrative Agric.), 16 (12): 2746–2760</a></p>
<p><a href="https://www.nature.com/articles/s44358-025-00018-z#citeas" rel="noopener">Wohlleben, A.M., 2025 Empirical evidence of the host–parasite arms race. Nat. Rev. Biodivers. 1, 88.</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La strada giusta da prendere per l’energia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/strada-giusta-prendere-energia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/strada-giusta-prendere-energia/</guid><pubDate>Wed, 06 May 2026 07:55:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Al bivio evocato da Robert Frost, l’Italia che non sceglie fa già una scelta: il 2025 segna una frenata nella transizione energetica, mentre crescono emissioni e dipendenza dall’estero. Tra crisi climatica e tensioni geopolitiche, continuare così significa aumentare costi e rischi. L’alternativa esiste: richiede però decisioni rapide e strutturali, prima che la strada “non presa” diventi impraticabile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/strada-giusta-prendere-energia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/strada-giusta-prendere-energia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Improvvisamente la strada che stiamo percorrendo si biforca. Dobbiamo scegliere tra due strade: <a href="https://www.poetryfoundation.org/poems/44272/the-road-not-taken" rel="noopener"><em>The road not taken</em></a>, la strada non presa, la celebre poesia di Robert Frost, pone di fronte all’importanza e all’irreversibilità delle scelte compiute. È una metafora della vita di ciascuno di noi. Quante volte ci siamo detti «chissà se in quel momento avessi deciso diversamente». Ma oggi è la metafora di una scelta importante e non rinviabile che deve compiere il nostro Paese. Perché la guerra tra Stati Uniti e Iran ha congiunto davanti ai nostri occhi, per la prima volta in modo così evidente, le due più gravi emergenze della nostra epoca: l’emergenza climatica, con manifestazioni sempre più frequenti e dirompenti, e l’emergenza energetica, dove la disponibilità e il controllo dei combustibili fossili diventerà sempre più strategico, e costoso.</p>
<h2 id="la-fotografia-del-2025-un-anno-perso">La fotografia del 2025: un anno perso</h2><p>I dati pubblicati nell’aprile 2026 nel rapporto <a href="https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/I-10-key-trend-sul-clima-in-Italia-2025-i-costi-dellinerzia-Italy-for-Climate.pdf" rel="noopener"><em>I 10 key trend sul clima in Italia 2025: i costi dell’inerzia</em></a> di Italy for Climate raccontano a che punto siamo. Il 2025, scrivono gli autori Edo Ronchi, Andrea Barbabella e Chiara Montanini, «si configura come un anno perso per la decarbonizzazione italiana».</p>
<p>Ecco i dieci indicatori chiave del 2025:</p>
<figure class="my-8">
<table class="w-full text-sm border-collapse">
<thead>
<tr class="border-b-2 border-gray-600 dark:border-gray-400 text-left">
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">Indicatore</th>
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">Cosa misura</th>
<th class="py-2 font-semibold text-right">Valore 2025</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Crisi climatica</td><td class="py-2 pr-4">Temperatura media in Italia (oltre +2 °C vs 50 anni fa)</td><td class="py-2 text-right font-mono">13,6 °C</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Eventi estremi</td><td class="py-2 pr-4">Episodi censiti nel 2025 (più del doppio del 2019)</td><td class="py-2 text-right font-mono">&gt; 2.300</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Emissioni gas serra</td><td class="py-2 pr-4">Variazione vs 2024 (363 Mt CO₂eq)</td><td class="py-2 text-right font-mono">+0,2%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Rinnovabili nuove</td><td class="py-2 pr-4">Nuovi impianti eolici e fotovoltaici (−4% sul 2024)</td><td class="py-2 text-right font-mono">7,2 GW</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Solare fotovoltaico</td><td class="py-2 pr-4">Crescita produzione: 2ª fonte elettrica dopo il gas</td><td class="py-2 text-right font-mono">+25%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Dipendenza energetica</td><td class="py-2 pr-4">Quota di energia importata dall'estero</td><td class="py-2 text-right font-mono">74%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">GNL</td><td class="py-2 pr-4">Quota del gas liquefatto sui consumi totali (+42% in un anno)</td><td class="py-2 text-right font-mono">33%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Petrolio nei trasporti</td><td class="py-2 pr-4">Consumo nazionale (livello più alto in 35 anni)</td><td class="py-2 text-right font-mono">8 barili/sec</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Carbone elettrico</td><td class="py-2 pr-4">Quota sulla domanda elettrica (minimo storico)</td><td class="py-2 text-right font-mono">1%</td></tr>
<tr><td class="py-2 pr-4 font-medium">Auto elettriche</td><td class="py-2 pr-4">Quota BEV sulle vendite (media UE: 17%)</td><td class="py-2 text-right font-mono">6,2%</td></tr>
</tbody>
</table>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Tab. 1 — I dieci indicatori chiave 2025. Fonte: Italy for Climate, su dati ISPRA, Terna, Eurostat, Mase, ENEA, GSE, ACEA, UNRAE, UNEM.</figcaption>
</figure>
<p>Tre dati, in particolare, raccontano la situazione meglio di qualsiasi commento.</p>
<p><strong>Energie rinnovabili</strong>. Nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici (di cui 6,4 GW di solare e 0,6 GW di eolico), in calo rispetto ai 7,5 GW del 2024 — una contrazione del 4% e la prima frenata dopo la tendenza positiva avviata nel 2022. Nel frattempo, la Germania ne ha installati oltre 23 GW, la Spagna quasi 11 GW e la Francia oltre 8 GW. L’Italia continua a crescere più lentamente di tutti gli altri grandi Paesi europei.</p>
<figure class="my-8">
<svg viewBox="0 0 600 320" class="w-full h-auto" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" aria-label="Installazioni di rinnovabili nel 2025 — confronto UE">
<title>Installazioni di rinnovabili nel 2025 — confronto UE</title>
<style>.gx-title{font:600 14px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-label{font:500 12px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-value{font:600 12px ui-monospace,monospace;fill:currentColor}.gx-axis{font:11px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor;opacity:.6}.gx-grid{stroke:currentColor;stroke-opacity:.12}</style>
<text x="300" y="22" text-anchor="middle" class="gx-title">Installazioni di rinnovabili nel 2025 — confronto UE</text>
<g class="gx-grid"><line x1="120" y1="55" x2="120" y2="270"/><line x1="190" y1="55" x2="190" y2="270"/><line x1="260" y1="55" x2="260" y2="270"/><line x1="330" y1="55" x2="330" y2="270"/><line x1="400" y1="55" x2="400" y2="270"/><line x1="470" y1="55" x2="470" y2="270"/><line x1="540" y1="55" x2="540" y2="270"/></g>
<g><text x="110" y="85" text-anchor="end" class="gx-label">Germania</text><rect x="120" y="65" width="322" height="30" fill="#196F3D"/><text x="450" y="85" class="gx-value">23,0 GW</text><text x="110" y="125" text-anchor="end" class="gx-label">Spagna</text><rect x="120" y="105" width="154" height="30" fill="#1E8449"/><text x="282" y="125" class="gx-value">11,0 GW</text><text x="110" y="165" text-anchor="end" class="gx-label">Francia</text><rect x="120" y="145" width="112" height="30" fill="#28B463"/><text x="240" y="165" class="gx-value">8,0 GW</text><text x="110" y="205" text-anchor="end" class="gx-label">Italia</text><rect x="120" y="185" width="100.8" height="30" fill="#E55A1F"/><text x="228" y="205" class="gx-value">7,2 GW</text><text x="110" y="245" text-anchor="end" class="gx-label">Polonia</text><rect x="120" y="225" width="67.2" height="30" fill="#888"/><text x="195" y="245" class="gx-value">4,8 GW</text></g>
<g class="gx-axis"><text x="120" y="285" text-anchor="middle">0</text><text x="190" y="285" text-anchor="middle">5</text><text x="260" y="285" text-anchor="middle">10</text><text x="330" y="285" text-anchor="middle">15</text><text x="400" y="285" text-anchor="middle">20</text><text x="470" y="285" text-anchor="middle">25</text><text x="540" y="285" text-anchor="middle">30</text><text x="340" y="305" text-anchor="middle">GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici</text></g>
</svg>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Fig. 1 — Nuovi impianti eolici e fotovoltaici installati nel 2025. Elaborazione su dati Italy for Climate.</figcaption>
</figure>
<p><strong>Emissioni di gas serra</strong>. Invece di calare, sono in crescita: +0,2% rispetto al 2024, con un PIL che cresce dello 0,3%. Le emissioni si attestano a 363 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1990 e il 2025 sono diminuite complessivamente del 30%. Ma per centrare l’obiettivo del Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC) al 2030 dovremmo tagliarle di circa 14 milioni di tonnellate ogni anno; nell’ultimo decennio, in media, ne abbiamo tagliate solo 7,5 milioni. Alla velocità attuale l’obiettivo è semplicemente irraggiungibile.</p>
<figure class="my-8">
<svg viewBox="0 0 640 360" class="w-full h-auto" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" aria-label="Emissioni di gas serra in Italia: dove siamo, dove dovremmo essere">
<title>Emissioni di gas serra in Italia 2015-2030</title>
<style>.gx-title{font:600 14px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-label{font:500 11px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-axis{font:10px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor;opacity:.65}.gx-grid{stroke:currentColor;stroke-opacity:.12}.gx-anno{font:500 11px ui-sans-serif,system-ui;fill:#E55A1F}</style>
<text x="320" y="22" text-anchor="middle" class="gx-title">Emissioni di gas serra in Italia: dove siamo, dove dovremmo essere</text>
<g class="gx-grid"><line x1="80" y1="50" x2="620" y2="50"/><line x1="80" y1="124" x2="620" y2="124"/><line x1="80" y1="198" x2="620" y2="198"/><line x1="80" y1="272" x2="620" y2="272"/><line x1="80" y1="300" x2="620" y2="300"/></g>
<g class="gx-axis"><text x="74" y="54" text-anchor="end">440</text><text x="74" y="128" text-anchor="end">400</text><text x="74" y="202" text-anchor="end">360</text><text x="74" y="276" text-anchor="end">320</text><text x="74" y="304" text-anchor="end">300</text><text x="40" y="180" transform="rotate(-90 40 180)" text-anchor="middle">Mt CO₂ equivalente</text></g>
<g class="gx-axis"><text x="80" y="320" text-anchor="middle">2015</text><text x="152" y="320" text-anchor="middle">2017</text><text x="224" y="320" text-anchor="middle">2019</text><text x="296" y="320" text-anchor="middle">2021</text><text x="368" y="320" text-anchor="middle">2023</text><text x="440" y="320" text-anchor="middle">2025</text><text x="512" y="320" text-anchor="middle">2027</text><text x="584" y="320" text-anchor="middle">2029</text></g>
<polyline points="80,68 116,77 152,72 188,87 224,97 260,144 296,100 332,109 368,153 404,179 440,178" fill="none" stroke="#E55A1F" stroke-width="2.5" stroke-linejoin="round"/>
<g fill="#fff" stroke="#E55A1F" stroke-width="2"><circle cx="80" cy="68" r="3"/><circle cx="116" cy="77" r="3"/><circle cx="152" cy="72" r="3"/><circle cx="188" cy="87" r="3"/><circle cx="224" cy="97" r="3"/><circle cx="260" cy="144" r="3"/><circle cx="296" cy="100" r="3"/><circle cx="332" cy="109" r="3"/><circle cx="368" cy="153" r="3"/><circle cx="404" cy="179" r="3"/><circle cx="440" cy="178" r="4"/></g>
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<g fill="#1E8449"><rect x="437" y="175" width="6" height="6"/><rect x="473" y="196" width="6" height="6"/><rect x="509" y="216" width="6" height="6"/><rect x="545" y="236" width="6" height="6"/><rect x="581" y="257" width="6" height="6"/><rect x="617" y="277" width="6" height="6"/></g>
<line x1="440" y1="178" x2="395" y2="235" stroke="#E55A1F" stroke-width="1"/>
<text x="392" y="248" text-anchor="end" class="gx-anno">+0,2% nel 2025</text>
<text x="392" y="262" text-anchor="end" class="gx-anno">= un anno perso</text>
<g transform="translate(380,52)"><rect width="240" height="46" fill="white" fill-opacity="0" stroke="currentColor" stroke-opacity=".12"/><line x1="10" y1="16" x2="34" y2="16" stroke="#E55A1F" stroke-width="2.5"/><circle cx="22" cy="16" r="3" fill="#fff" stroke="#E55A1F" stroke-width="2"/><text x="42" y="20" class="gx-label">Emissioni reali (Mt CO₂eq)</text><line x1="10" y1="36" x2="34" y2="36" stroke="#1E8449" stroke-width="2.5" stroke-dasharray="6 4"/><rect x="19" y="33" width="6" height="6" fill="#1E8449"/><text x="42" y="40" class="gx-label">Traiettoria PNIEC: −14 Mt/anno</text></g>
</svg>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Fig. 2 — Emissioni di gas serra in Italia: dato 2025 e traiettoria necessaria per il PNIEC. Elaborazione su dati ISPRA / Italy for Climate.</figcaption>
</figure>
<p><strong>Petrolio</strong>. Nel 2025 l’Italia ha bruciato 8 barili al secondo solo per i trasporti (oltre 35 milioni di tonnellate), il livello più alto degli ultimi 35 anni. Tre quarti del fabbisogno nazionale di petrolio è destinato alla mobilità: dopo lo shock della pandemia, i consumi non si sono mai ridotti. È un nodo cruciale non solo per il clima ma anche, e forse soprattutto, per la nostra sicurezza energetica.</p>
<h2 id="il-prezzo-della-dipendenza">Il prezzo della dipendenza</h2><p>C’è poi un dato che dovrebbe far riflettere chiunque pensi che la transizione sia «un costo che non possiamo permetterci»: nel 2025 la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero si è fermata al 74%, una delle più alte d’Europa. Il conto, stimato da UNEM, ha superato i 53 miliardi di euro all’anno per le importazioni di combustibili fossili. E i partner cambiano in fretta. Gli Stati Uniti, marginali fino a pochi anni fa, sono diventati nel 2025 il terzo fornitore energetico complessivo e l’unico Paese da cui dipendiamo per tutti e tre i combustibili fossili. Per il GNL, in particolare, oltre la metà delle importazioni 2025 arriva da lì; per il carbone, idem (50%). Sostituire la dipendenza dalla Russia (uscita dai nostri import nel 2025) con quella dagli USA non è una vera diversificazione: è uno spostamento del rischio.</p>
<figure class="my-8">
<table class="w-full text-sm border-collapse">
<thead>
<tr class="border-b-2 border-gray-600 dark:border-gray-400 text-left">
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">Fonte fossile</th>
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">1° fornitore</th>
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">2° fornitore</th>
<th class="py-2 font-semibold">3° fornitore</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Gas (totale)</td><td class="py-2 pr-4">Algeria 36%</td><td class="py-2 pr-4">USA 16%</td><td class="py-2">Azerbaigian 16%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">GNL (incluso sopra)</td><td class="py-2 pr-4">USA ~50%</td><td class="py-2 pr-4">Qatar 11%</td><td class="py-2">altri</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Petrolio</td><td class="py-2 pr-4">Libia 20%</td><td class="py-2 pr-4">Azerbaigian 13%</td><td class="py-2">Kazakistan 11%</td></tr>
<tr><td class="py-2 pr-4 font-medium">Carbone</td><td class="py-2 pr-4">USA 50%</td><td class="py-2 pr-4">Indonesia 20%</td><td class="py-2">Sud Africa 10%</td></tr>
</tbody>
</table>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Tab. 2 — Principali fornitori dell'Italia per combustibile fossile, 2025. Elaborazione su dati Eurostat, Mase, UNEM.</figcaption>
</figure>
<p>Per il petrolio il quadro è più variegato (Libia 20%, Azerbaigian 13%, Kazakistan 11%, Arabia Saudita 8%, USA 8%): leggendo la lista dei Paesi è chiara la pluralità di rischi geopolitici a cui siamo esposti.</p>
<h2 id="siamo-a-un-bivio">Siamo a un bivio</h2><p>Questa è la situazione che pone l’Italia davanti al bivio. Si può prendere la strada più comoda e meno impegnativa: continuare a ignorare l’emergenza climatica e adottare provvedimenti che facciano fronte all’emergenza energetica giorno per giorno, sperando in un ritorno alla “normalità” e ignorando il fatto che ogni ritardo significa pagare l’energia sempre di più, dipendere sempre di più dai paesi che detengono petrolio e gas ed essere sempre più esposti ai disastri climatici. Una strada che, peraltro, contraddice anche le statistiche di base: il 2025 ha registrato in Italia oltre 2.300 eventi climatici estremi, il dato più basso dell’ultimo triennio ma comunque più del doppio rispetto al 2019. </p>
<p>Oppure si può prendere l’altra, quella “meno battuta” scelta dal viandante della poesia di Frost. Significa predisporre subito un piano straordinario di investimenti nella produzione di energia da fonti rinnovabili, di accumulo elettrico e di elettrificazione dei consumi, in modo da ridurre al minimo la dipendenza da petrolio e gas.</p>
<p>Non sarà facile. Tenuto conto che non si è ancora riusciti ad avviare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici approvato nel dicembre del 2023; che il fotovoltaico sui tetti è in calo per la prima volta da anni (e gli impianti a terra sono saliti al 42% delle nuove installazioni); che le auto elettriche, pur in ripresa nel 2025 (+44%, 95 mila unità), pesano per il 6,2% delle immatricolazioni contro una media UE del 17% e quasi il 20% di Germania e Francia.</p>
<figure class="my-8">
<svg viewBox="0 0 600 360" class="w-full h-auto" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" aria-label="Quota di mercato delle auto elettriche nel 2025">
<title>Quota di mercato delle auto elettriche nel 2025</title>
<style>.gx-title{font:600 14px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-label{font:500 12px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-value{font:600 12px ui-monospace,monospace;fill:currentColor}.gx-axis{font:11px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor;opacity:.6}.gx-grid{stroke:currentColor;stroke-opacity:.12}</style>
<text x="300" y="22" text-anchor="middle" class="gx-title">Quota di mercato delle auto elettriche nel 2025</text>
<g class="gx-grid"><line x1="120" y1="55" x2="120" y2="305"/><line x1="226" y1="55" x2="226" y2="305"/><line x1="332" y1="55" x2="332" y2="305"/><line x1="438" y1="55" x2="438" y2="305"/><line x1="544" y1="55" x2="544" y2="305"/></g>
<g><text x="110" y="85" text-anchor="end" class="gx-label">Francia</text><rect x="120" y="65" width="424" height="28" fill="#196F3D"/><text x="552" y="85" class="gx-value">20,0%</text><text x="110" y="125" text-anchor="end" class="gx-label">Germania</text><rect x="120" y="105" width="413.4" height="28" fill="#1E8449"/><text x="541" y="125" class="gx-value">19,5%</text><text x="110" y="165" text-anchor="end" class="gx-label">Media UE</text><rect x="120" y="145" width="360.4" height="28" fill="#888"/><text x="488" y="165" class="gx-value">17,0%</text><text x="110" y="205" text-anchor="end" class="gx-label">Spagna</text><rect x="120" y="185" width="190.8" height="28" fill="#28B463"/><text x="318" y="205" class="gx-value">9,0%</text><text x="110" y="245" text-anchor="end" class="gx-label">Polonia</text><rect x="120" y="225" width="148.4" height="28" fill="#888"/><text x="276" y="245" class="gx-value">7,0%</text><text x="110" y="285" text-anchor="end" class="gx-label">Italia</text><rect x="120" y="265" width="131.4" height="28" fill="#E55A1F"/><text x="259" y="285" class="gx-value">6,2%</text></g>
<g class="gx-axis"><text x="120" y="320" text-anchor="middle">0</text><text x="226" y="320" text-anchor="middle">5</text><text x="332" y="320" text-anchor="middle">10</text><text x="438" y="320" text-anchor="middle">15</text><text x="544" y="320" text-anchor="middle">20</text><text x="340" y="340" text-anchor="middle">% di auto elettriche (BEV) sul totale immatricolato nel 2025</text></g>
</svg>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Fig. 3 — Quota di auto elettriche sulle vendite 2025. Italia fanalino di coda nei grandi Paesi UE.</figcaption>
</figure>
<p>Tuttavia i segnali positivi non mancano nemmeno in casa nostra: la produzione fotovoltaica è cresciuta del 25% in un solo anno (45 miliardi di kWh) superando per la prima volta l’idroelettrico e diventando la seconda fonte di elettricità dopo il gas; il carbone è sceso all’1% della domanda elettrica, un minimo storico; i sistemi di accumulo associati al fotovoltaico sono passati in cinque anni da meno di 90 mila a 884 mila unità (5,5 GW di potenza installata); le pompe di calore sono tornate a crescere e l’Italia resta il secondo mercato europeo dopo la Francia con circa 400 mila unità vendute nel 2025. </p>
<p>Ci sono paesi che hanno preso questa strada negli anni passati, e già ne misurano i dividendi. La Spagna nel 2019 <a href="http://www.repubblica.it/green-and-blue/2026/03/30/news/energia_spagna_rinnovabili-425252975/" rel="noopener">copriva</a> il suo fabbisogno di elettricità con il 43-44% di energie rinnovabili; nel 2025 è arrivata al 55-56%. Nello stesso periodo, l’Italia è passata dal 37-38% di copertura con rinnovabili nel 2019 al 41-42% del 2025. Il risultato è che la Spagna arriva a spendere 14 euro per MWh o anche meno a fronte dei 100 dell’Italia.¹</p>
<h2 id="facciamo-in-tempo-la-scelta-giusta">Facciamo in tempo la scelta giusta</h2><p>Ci sono altri paesi che stanno ora prendendo questa strada. La Colombia, per esempio, <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2024/10/03/la-colombia-accelera-i-suoi-piani-per-la-transizione-energetica_d0c2e42c-21fc-4fc6-98e7-4dfd163a0c0e.html" rel="noopener">ha annunciato</a> di voler abbandonare rapidamente la dipendenza da petrolio e carbone, attraendo investimenti per finanziare la transizione energetica. E sono molti i Paesi che stanno facendo scelte analoghe, comprendendo che la transizione non è solo una questione climatica: è la nuova politica industriale del XXI secolo.</p>
<p>Abbiamo iniziato con Robert Frost, chiudiamo con Max Frisch. In una sua pièce teatrale (<em>Biografia. Un gioco scenico</em>) lo scrittore svizzero immagina che a un anziano professore sia concesso di rigiocare la sua vita, scegliendo il momento dal quale farla ripartire. Il professore sceglie molti momenti che ritiene decisivi, ma alla fine si ritrova sempre nelle stesse condizioni. Non ha mai fatto la scelta giusta.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="1-il-dato-è-stato-citato-dal-premier-spagnolo-sanchez-riferendosi-a-una-giornata-di-picco-di-uso-del-fotovoltaico-e-riguarda-il-prezzo-allingrosso-se-invece-del-prezzo-allingrosso-si-considera-il-costo-della-bolletta-per-il-consumatore-la-differenza-è-minore-anche-se-rilevante-255-euro-al-kwh-per-una-famiglia-media-spagnola-contro-326-euro-per-una-famiglia-italiana-vedi-l" class="titolo-minore">1. Il dato è stato citato dal premier spagnolo Sanchez riferendosi a una giornata di picco di uso del fotovoltaico, e riguarda il prezzo all&rsquo;ingrosso. Se invece del prezzo all&rsquo;ingrosso si considera il costo della bolletta per il consumatore, la differenza è minore, anche se rilevante: 255 euro al KWh per una famiglia media spagnola contro 326 euro per una famiglia italiana. Vedi <a href="https://lavoce.info/archives/111129/lelettricita-della-spagna-e-un-modello/" rel="noopener">L&rsquo;elettricità della Spagna è un modello? </a></h2>]]></content:encoded></item><item><title>L’epilessia è un racconto da ascoltare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/epilessia-racconto-ascoltare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/epilessia-racconto-ascoltare/</guid><pubDate>Tue, 05 May 2026 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Cagliano</dc:creator><category>salute</category><description>Nel mondo l&amp;amp;rsquo;epilessia colpisce tra i 50 e i 52 milioni di persone, in Italia tra le 5 e le 600.000 e di queste circa 125.00 all’anno si scoprono resistenti ai farmaci disponibili. Le cause delle crisi negli adulti sono ancora sconosciute nel 50% dei casi. C’è ancora davvero molto da scoprire e da ascoltare delle esperienze di chi ne soffre.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/epilessia-racconto-ascoltare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/epilessia-racconto-ascoltare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Forse quasi un ossimoro, Marcel Proust è ormai la memoria dei nostri giorni, aggiunta la considerazione quasi banale del <em>Il tempo ritrovato</em> che «ogni lettore, quando legge, legge se stesso». Il fatto è che il Dna con il quale Proust visse ottenendo i risultati che conosciamo gli aveva tirato un brutto scherzo creando un’asma bronchiale all’interno dei suoi polmoni. Così gli ultimi anni si fece strada nel creatore delle <em>madeleine</em> un grave disagio respiratorio che lo sequestrava in casa, fonte di una sofferenza continua che lo scrittore cercò di metabolizzare e trasformare nelle lettere innumerevoli che hanno fatto di lui lo <em>scrittore</em> <em>asmatico</em>. D’altra parte, ci sono cose della vita di Proust che per anni quasi non abbiamo conosciuto. Per questo ne parliamo. Non è chiaro il perché, ma per calmare l’asma Proust beveva caffè di continuo, bevanda che però non lo faceva dormire e così ricorreva all’unica soluzione disponibile, il <em>Veronal,</em> a base di barbitale, il primo barbiturico, comparso nel 1903 come sedativo. Proust, tuttavia, ne faceva un uso eccessivo, così che anche il <em>Veronal</em> finiva con non funzionare.</p>
<p>Questo è il Proust del tempo finale, cosciente, ma con tremori diffusi, perdite di memoria e perfino con difficoltà di linguaggio. È quanto si sa dell’esperienza di quel proto-consumatore, colto e disilluso. Proust morì poco dopo, nel suo appartamento al 44 di rue Hamelin, a Parigi, il 18 novembre del 1922.</p>
<p>In qualche modo è la prima dimostrazione storico-letteraria di reazione avversa di un antiepilettico, un barbiturico, comparso 20 anni prima.</p>
<p>In quegli anni, il nove febbraio 1881, era morto anche Fëdor Dostoevskij, forse l’epilettico più famoso della storia. Nel 1908, sarebbe morto anche Machado de Assis, un autore celebre in America Latina, definito un “onnivoro vorace culturalmente”, tanto poco conosciuto in Italia, quanto considerato illustre all’estero. Comunque, colpito da “un’infermità incurabile” avrebbe <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/machado-de-assis-joaquim-maria_%28Enciclopedia-Italiana%29/#google_vignette" rel="noopener">scritto</a> nel 1935 la Treccani, in realtà l’epilessia.</p>
<p>Su una cosa occorre esser chiari però: «L&rsquo;epilessia è una delle malattie neurologiche gravi più comuni e colpisce persone di tutte le età in tutto il mondo» così esordiva nel 2025 il <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2824%2900302-5/fulltext#fig2" rel="noopener"><em>Lancet Public Health 1990-2021</em></a>. E se non c’è una cultura diffusa dei 30 <em>Farmaci antiepilettici</em>*,* <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/farmaci-antiepilettici/?srsltid=AfmBOopW-ylSahhgKb8buJQeWHjB13iytLojXu5icBtzLdljddyIzxK7" rel="noopener">volume</a> comparso a marzo del 2026, si sa anche poco di come mai i farmaci presi dalle signore durante la gravidanza «avrebbero potuto creare problemi ai nascituri» sostiene a marzo il <em><a href="https://www.bmj.com/content/392/bmj-2025-085725" rel="noopener">British Medical Journal</a></em>.</p>
<h2 id="epilessia-tra-numeri-e-crisi">Epilessia tra numeri e crisi</h2><p>Il National Health System (o Nhs), il sistema sanitario nazionale inglese, nel 2026 presenta l’epilessia come «una condizione che colpisce il cervello e provoca crisi convulsive, impropriamente chiamate <em>attacchi epilettici</em>. Una cura definitiva manca, ma il trattamento spesso può aiutare a gestirne i sintomi». Per quanto sorprenda, nelle persone adulte la causa delle crisi è sconosciuta nel 50 per cento dei casi. Oggi circa un bambino su 150 riceve una diagnosi di epilessia nei primi 10 anni di vita e questa dell’infanzia è l’incidenza più alta della malattia. Nel mondo l’epilessia sembra colpire circa 50 milioni di persone, 52 milioni secondo <em>Lancet</em>, cosa che la rende uno dei problemi neurologici più diffusi. </p>
<p>Si stima che fino al 70% delle persone possa vivere senza crisi con terapie adeguate, ma il rischio di morte prematura nei malati è fino a tre volte superiore rispetto alla norma.</p>
<p>In Italia le persone colpite sono circa 5-600.000 mentre tra 29.500 e 32.500 sono le nuove diagnosi annue e, problema più serio, circa 125.000 ogni anno le persone che non sentono l’effetto dei farmaci disponibili. Persone farmacoresistenti che, tra l’altro, hanno spesso anche gravi disabilità fisiche o del pensiero.</p>
<p>Negli Stati Uniti (cifre Cdc 2024) vivono quasi 3 milioni di adulti affetti da epilessia e 456.000 ragazzi di età pari o inferiore a 17 anni.</p>
<p>In Cina si stima che su un totale di 1,4 miliardi di persone, il numero dei malati sia intorno a 10 milioni, con 400.000 nuovi casi ogni anno.    </p>
<p>Visto che tracce della sua presenza risalgono a scritture del 4000 a.C. «il divario terapeutico nell&rsquo;epilessia è da tempo considerato un problema di salute pubblica» si legge sulla <a href="https://www.frontiersin.org/journals/epidemiology/articles/10.3389/fepid.2023.1273163/full#cite" rel="noopener">rivista <em>Frontiers</em></a>*. *Per questo l’Oms ha ricordato nel 2024 che: «Le persone affette da epilessia possono incontrare difficoltà nell&rsquo;accesso alle opportunità educative, vedersi negata la possibilità di ottenere la patente di guida, avere ostacoli nell&rsquo;accesso a determinate professioni e avere un accesso limitato all&rsquo;assicurazione sanitaria e sulla vita».</p>
<p>Il nostro cervello alla nascita contiene più o meno 100 miliardi di neuroni, 16 miliardi nella corteccia, e ogni neurone stabilisce almeno un migliaio di contatti con altri neuroni. Così il totale di sinapsi in un cervello umano supera di gran lunga il numero totale di stelle della Via Lattea. Però in una platea così vasta servono distinzioni, serve un metodo per identificare quei forse 50 milioni di persone epilettiche. Per chiarezza, “convulsioni” o “crisi convulsive” non sono sinonimi di epilessia perché ci sono innumerevoli casi di epilessia (Dostoevskij ne è stato uno, il più celebre) dove le convulsioni rappresentano l’aggravamento temporaneo di un altro problema. Questo raccomanda Samuel Wiebe ai lettori della voce <em>Epilepsie</em> in uno dei trattati di medicina più prestigiosi. Tra l’altro: «L’incidenza dell’epilessia sembra stia aumentando nelle ultime decadi per l’aumento complessivo degli anziani nella popolazione e per l’incremento relativo tendenziale dell’epilessia nella popolazione anziana». Ma aggiunge che «Nel complesso incidenza e prevalenza della malattia sono più alte nei Paesi del Terzo Mondo, in larga misura a causa della maggiore incidenza di danni perinatali, traumi, malattie infettive intracranica e per trattamenti sub-ottimali».  </p>
<h2 id="epilessia-disagio-di-unidea">Epilessia, disagio di un&rsquo;idea</h2><p>L’epilessia è una malattia, ma anche un fatto di civiltà. Quattro secoli prima di Cristo, in Grecia uno dei primi conflitti medici interessò “la malattia sacra”, dove si misurarono medicina razionale e quella magico-religiosa. Allora uscì lo scritto di Ippocrate <em>De morbo sacro</em>, testo che partì in primo luogo dal proporre un modello nuovo e diverso di esseri umani. «Io dico che il cervello è l’interprete dell’intelligenza […]. Taluni dicono che pensiamo con il cuore e che è questo organo a provare pene e dolori, ma non è affatto così. È il cervello la causa di tutto ciò». La proposta d’insieme preliminare era di questo genere. Poi, si leggeva che «Per quanto concerne la cosiddetta <em>malattia sacra</em>, le cose stanno così: per nulla la ritengo più divina delle altre malattie o più sacra, ma anch’essa scaturisce da una causa naturale come le altre malattie. […] A causa della [incapacità degli uomini] a riconoscerla, conserva il suo carattere divino, ma in conseguenza della facilità del procedimento con il quale gli uomini ne tentano la guarigione, questo va perduto. Loro la curano con espiazioni ed esorcismi».</p>
<p>Queste vicende sono state raccontate anche nel volume *The falling sickness *il <em>mal caduco,</em> da Omsei Temkin che nel 1971 riassunse cosa si era concluso per secoli sull’epilessia. Molto poco di concreto, almeno sino al lavoro di John Hughlings Jackson, un neurologo londinese della fine dell’Ottocento. Per questo Temkin preferì titolare una sezione del libro proprio a lui, <em>The nineteenth century: the age of Hughlings Jackson</em>, definendolo per il suo lavoro «padre dell’epilettologia». In sintesi, l’ordine cercato da Ippocrate non era riuscito e sono passati secoli per arrivare a Hughlings Jackson. Non era l’ultima spiaggia però: il passaggio secolare 1900-2000 ha quasi segnato la svolta curativa dell’epilettologia, di cui qui ricordo solo dei flash.</p>
<p>Il primo farmaco contro l’epilessia, il barbitale uscì nel 1903, seguito un decennio dopo dal fenobarbitale nel 1912, in farmacia come <em>Luminale,</em> ancora in commercio nel 2026. Ma gli effetti collaterali dei barbiturici non hanno tardato a farsi sentire. Scriveva nel 1942 Enrico Adami in <em>Farmacologia e farmacoterapia:</em> «Gli <em>avvelenamenti acuti</em> da barbiturici sono molto frequenti e negli ultimi anni sono aumentati in misura preoccupante, tanto che in Italia si è stabilito per legge di permettere la vendita solo dietro presentazione di ricetta medica».</p>
<p>Ai giorni nostri, i risultati cambiano a seconda di come si guardano le cose del mondo. Per esempio, il carico globale dell&rsquo;epilessia misurato in anni di vita persi a causa di disabilità (Daly) è aumentato del 13,8% tra il 1990 e il 2017, ma gli effetti maggiori si riscontrano nelle persone e nei paesi a basso reddito. Diverse indagini sembrano indicare che circa l'80 per cento delle persone affette da epilessia vive in paesi a basso e medio reddito. In pratica, fino al 90 per cento delle persone non riceve terapie di nessun genere oppure le riceve in modo inadeguato a causa di risorse sanitarie limitate, credenze culturali, stigma sociale e uso preferenziale di trattamenti tradizionali.</p>
<p>Poi come anticipato, ci sono i danni da farmaci. In un’indagine sulla tossicità degli antiepilettici in gravidanza del 2026 la conclusione è stata che l’esposizione: «rafforza i rischi sostanziali di disturbi dello sviluppo neurologico associati all&rsquo;esposizione prenatale al valproato e suggerisce la necessità di valutare ulteriormente la sicurezza della zonisamide durante la gravidanza». Punto primo. «Non abbiamo confermato l&rsquo;aumento del rischio di Adhd e Asd [<em>Autism Spectrum Disorder</em>] precedentemente ipotizzato dopo l&rsquo;assunzione prenatale di topiramato». Punto secondo. E infine: «I dati relativi alla lacosamide erano troppo limitati per trarre conclusioni definitive […]. Sarà importante continuare a monitorare i nuovi farmaci antiepilettici». Bmj del 2026, punto terzo. Per quanto riguarda il valproato, anche le Linee Guida dell&rsquo;American Academy of Neurology del 2024 ne avevano sconsigliato l&rsquo;uso per il legame con gravi malformazioni congenite e disturbi dello sviluppo neurologico.</p>
<p>Anche con la lettura di queste informazioni però si può guardare avanti. Per esempio, nell&rsquo;Unione Europea prosegue da anni il programma <em>Human Brain Project</em>. Infettante per quanto è diffuso, impiega 500 scienziati sparsi tra università, ospedali e nei vari centri europei. «Tra dieci anni non avremo capito il cervello umano. È troppo complesso e dobbiamo ancora imparare a conoscerlo» dicono al suo interno. Nel frattempo si fanno progressi, dicono all’&lsquo;Istituto di sistemi di neuroscienze presso l&rsquo;Università di Aix-Marseille in Francia dove è stato sviluppato un sistema su come i neuroni devono collegarsi tra loro nel cervello perché compaia l’<em>epilettico virtuale</em>. Mediante informazioni prese dal cervello di persone che soffrono di epilessia, il sistema - il <em>connettoma</em>- utilizza queste misurazioni per individuare con precisione le fonti delle crisi. La speranza è che, prendendo di mira connessioni neurali coinvolte nell&rsquo;epilessia di una persona, i neurochirurghi arrivino a trattamenti mirati per migliorare il successo della chirurgia. Uno sportello virtuale per un futuro reale.</p>
<h2 id="epilessia-critica">Epilessia critica</h2><p>Se nella cultura si ha una storia disegnata da Ippocrate e Dostoevskij, in medicina parliamo di una malattia che nella vicenda dei singoli malati è riproposta ogni volta come segno distintivo di malfunzionamento improvviso, ricorrente e sempre uguale nel tempo del sistema nervoso. Secondo il Sistema sanitario inglese, il più delle volte l&rsquo;unico sintomo sono le crisi convulsive dove l’evoluzione temporale della crisi è riassunta in questo modo: 1) il corpo diventa rigido o flaccido; 2) cade a terra all’improvviso; 3) ha movimenti a scatto o spasmi; 4) urina involontariamente; 5) perde la consapevolezza di ciò che lo circonda: potrebbe fissare il vuoto e non essere in grado di rispondere normalmente; 6) ha sensazioni insolite, come odori strani, intorpidimento o formicolio, cambiamenti nella vista o una sensazione improvvisa di paura; 7) comportamenti insoliti, come agitarsi o camminare senza essere consapevoli di ciò che si sta facendo.</p>
<p>Di solito una crisi dura alcuni secondi o pochi minuti e s’interrompe spontaneamente. Ma per ogni malato o malata c’è una crisi tipica e non si può dire che le crisi debbano finire in un certo modo. E il perché di questa ‘monotonia’ clinica è nel fatto che le basi biologiche della malattia sono rappresentate sempre dalla scarica eccessiva di un gruppo di cellule della corteccia. La persona con epilessia ha grappoli di cellule nervose nella corteccia cerebrale con un’irritabilità neurofisiologica maggiore rispetto alle altre, anormale per l’intensità e la frequenza. Sono cellule “iper-pronte” nella risposta, “irritabili” se parlassimo di persone.</p>
<p>Le crisi non sono sempre uguali. Le <em>focali</em> sono localizzate in aree dov’è il focus epilettogeno, le <em>generalizzate</em> si diffondono in tutto il corpo anche se possono partire dalle precedenti. Possono iniziare a qualsiasi età e in qualsiasi situazione. In genere l’insorgenza improvvisa suggerisce un esordio generalizzato, ma può accadere il contrario, con crisi a esordio focale nel lobo frontale che poi si diffondono. Altre volte la persona avverte un esordio temporale, come un&rsquo;aura specifica, spesso &ldquo;indescrivibile&rdquo; come déjà vu, associata a una strana sensazione epigastrica o ad alterazioni di gusto o olfatto. Il più delle volte, in una <em>crisi convulsiva generalizzata</em> la persona ha una fase iniziale d’irrigidimento (detto <em>tonica</em>) e una fase convulsiva (detta <em>clonica</em>) subito dopo. Fasi che durano da 1 a 3 minuti nel corso dei quali ha occhi aperti, apnea e cianosi. Il risveglio avviene dopo molti minuti quando la persona si sente stanca e dolorante, talvolta con un morso laterale e superficiale della lingua.</p>
<h2 id="epilepsie-de-intelligence-come-quella-di-dostoevskij-o-di-altri-sconosciuti">*Epilepsie de intelligence *come quella di Dostoevskij o di altri sconosciuti</h2><p>Un’epilessia di cui si è scritto molto è quella del lobo temporale che nel singolo provoca insiemi di sintomi che sono stati descritti nel corso dei secoli. Le crisi del lobo temporale sono la forma più comune di malattia (segue quella del lobo frontale). Per dare un’idea della varietà simbolica proiettata dai malati di epilessia temporale, gli ultimi due secoli hanno prodotto una quantità di nomi che il neurologo tedesco Dieter Janz elenca in 19 righe nel volume <em>Le epilessie</em>. Così, per esempio, riporta i casi di <em>Petit mal intellettual</em> nel 1861, di <em>Epilepsie de intelligence</em> nel 1877, di <em>Automatisme ambulatoires</em> nel  1874 -creatura di Jean-Martin Charcot - di <em>Epilesie gyratoire</em> nel 1880 e  <em>Psychomotor epilespy</em> nel 1938 e di altri ancora. Il neurologo John Hughlings Jackson le chiamò <em>dreamy state,</em> stato sognante.</p>
<p>È possibile che la persona “veda” in modo improvviso alterarsi percezione, immaginazione e stato d’animo e che tutto si caratterizzi in modo originale. Altre persone aggiungono descrizioni di gusto metallico o grasso o diversi odori acuti, pungenti aromatici, sgradevoli o gradevoli, non paragonabili a qualcosa di conosciuto. Inoltre, l’indefinitezza è ancora più marcata dal fatto che nel descrivere l’aura della crisi, si collocano nel corpo strane sensazioni, vagamente simili al dolore di stomaco, o a sensazioni di puntura o a una paura indescrivibile.</p>
<p>Ma vediamo qualche caso, significativo. Janz descrive il caso di Irene D. «Gli attacchi […] iniziarono con un’aura irreale -scrisse- durante i quali lei vedeva di fronte a sé figure statuarie, immobili. Proprio nello stesso momento sentiva un odore indefinibile salire dallo stomaco e veniva presa da una sensazione di angoscia». Poi perdeva coscienza, «si riprendeva e si guardava in giro angosciata e correva via rapidamente [sino a] quando, marito e figli vicini, la paziente li aggrediva con le mani».</p>
<p>Un’altra pagina invece è tratta da <em>Dostoevskij mio marito</em> dove Anna G. Dostoevskaja racconta episodi della sua vita con lo scrittore di cui la malattia era parte sostanziale. I due si trovavano allora a una festa mentre lo scrittore sino a «un attimo prima animatissimo  […] raccontava a mia sorella qualcosa di molto interessante. A un tratto s’interruppe, impallidì, si alzò dal divano e si chinò verso di me. Guardai con grande stupore il suo viso mutato; sentii un grido terribile e quasi inumano e [Dostoevskij] cominciò a piegarsi in avanti».* *</p>
<p>Anche Oliver Sachs, il neuro-scrittore di <em>L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello</em> o di <em>Risvegli</em>, forse guardò il problema secondo una prospettiva non ippocratica, in ogni caso interessante. Nel suo articolo su <em>The Atlantic</em> del 2012 scriveva che «La letteratura medica documenta numerosi resoconti dettagliati di intense esperienze religiose, capaci di cambiare la vita, vissute durante crisi epilettiche. Allucinazioni di intensità travolgente, talvolta accompagnate da un senso di beatitudine e da una forte percezione del numinoso, possono verificarsi soprattutto durante le cosiddette crisi &ldquo;estatiche&rdquo; che possono manifestarsi nell&rsquo;epilessia del lobo temporale. Sebbene tali crisi possano essere brevi, possono portare a un profondo riorientamento, a una metanoia, nella propria vita. Fëdor Dostoevskij era soggetto a queste crisi e ne descrisse molte, tra cui questa: L&rsquo;aria era piena di un gran frastuono e ho cercato di muovermi. Ho sentito il cielo scendere sulla terra e inghiottirmi. Ho davvero toccato Dio. È entrato in me, sì, Dio esiste, ho pianto e non ricordo nient&rsquo;altro. Voi, persone sane&hellip; non potete immaginare la felicità che noi epilettici proviamo un secondo prima di una crisi. &hellip; Non so se questa felicità duri secondi, ore o mesi, ma credetemi, per tutte le gioie che la vita può portare, non scambierei questa con niente al mondo».</p>
<p>L’epilessia di Dostoevskij interessava la zona temporale del cervello, o <em>lobo temporale,</em> in prossimità dell’orecchio. Per quanto ne sappiamo oggi, alla luce della sua storia personale e familiare, Dostoevskij ha avuto una forma ereditabile di epilessia. Un’<a href="https://www.nature.com/articles/s41588-023-01485-w" rel="noopener">indagine</a> di *Nature Genetics *ha d’identificato 26 loci significativi a livello genomico, 19 dei quali specifici per l&rsquo;epilessia generalizzata genetica, quindi ereditabile. Inoltre, l&rsquo;analisi dei sottotipi ha rivelato architetture genetiche marcatamente diverse tra epilessie focali e generalizzate.</p>
<h2 id="il-felice-epilettico">Il felice epilettico</h2><p>«Dobbiamo leggere Dostoevskij quando stiamo male quando abbiamo sofferto fino al limite della sopportazione e quando sentiamo la vita come un’unica, bruciante e ardente ferita» scriveva Herman Hesse. Dostoevskij crebbe orfano non solo della terapia antiepilettica.</p>
<p>Nato a Mosca nel 1821, all’inizio il padre Michail Andreevič risultò iscritto con i figli nell&rsquo;albo d&rsquo;oro della nobiltà moscovita, ma finirà preda dell’alcool così da risultarne ucciso nel 1939, mentre la morte era riuscita a braccare la madre, malata di tisi, finita due anni prima. La malattia fece la sua comparsa presto, a 14 anni, facendone il testimone e narratore di cosa può succedere nel preludio delle crisi comiziali, la cosiddetta “aura”. È solo un caso, però esemplificativo della sua vicenda personale. Dice Dostoevskij che: «Esistono momenti e uno raggiuge questi momenti e improvvisamente il tempo si ferma e tutto è eterno…. In questi cinque secondi rivivo tutta la mia vita». Così scrive nei <em>Demoni</em> in cui dell’aura soffre il personaggio Kirilloff malato di epilessia.</p>
<p>Dostoevskij tuttavia dimostra che la malattia non lo rese del tutto invalido negli anni successivi. Superata la perdita della madre, il giovane venne trasferito in un collegio per prepararsi a sostenere gli esami d&rsquo;ammissione all&rsquo;istituto d&rsquo;ingegneria e nel 1838 entrò nella Scuola del Genio Militare di San Pietroburgo dove proseguì gli studi. Per lasciare poi tutto nel nome dell’unica cosa che lo appassionava: scrivere. Era la metamorfosi di una persona che da epilettico-militare si fa epilettico-scrittore, con l’uscita del racconto <em>Povera</em> <em>gente</em> solo due anni dopo.  </p>
<p>Dostoevskij, tuttavia, non fu assistito dalla fortuna: arrestato insieme a un gruppo di sovversivi, imprigionato e condannato a morte tramite fucilazione, lui che non aveva fatto nulla. Condanna del 25 dicembre 1849 che lo Zar convertì in una pena ai lavori forzati a tempo indeterminato. Ma neanche questo avvenne perché Dostoevskij fu trasferito in Siberia dove visse sei anni per finire poi liberato a febbraio del 1854 per buona condotta, purtroppo con una salute neurologica che era andata peggiorando. Nonostante un cervello non sempre in piena forma e una sequenza di fatti non piacevoli, alla fine produsse <em>Delitto e castigo</em> e nel 1867 si sposò una seconda volta, con <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Grigor%27evna_Dostoevskaja" rel="noopener">Anna Grigor&rsquo;evna Snitkina</a>, iniziò il suo lavoro a <em>L’idiota</em> e più tardi a <em>I demoni</em>. «Nei tre mesi che precedettero le nostre nozze – racconta la moglie - ebbe non più di tre o quattro attacchi. […] Guarire completamente era impossibile tanto più che [lui] non si curava mai perché giudicava incurabile la sua malattia». L’umore nero che seguiva ogni attacco durava una settimana, poi lasciava un intervallo libero. Episodi di vita conditi da gioia e da crisi. Quando erano a Ginevra, «le crisi diventarono più frequenti. [E lui] era addolorato perché gli impedivano di lavorare».  L’epilessia si riaffacciò nel 1878, con una crisi epilettica, mortale, che colpì il figlio Alekseja. Poi, fu eletto membro dell&rsquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_russa_delle_scienze" rel="noopener">Accademia russa delle scienze</a>  nella sezione lingua e letteratura. E due anni dopo, nel 1880, uscì il romanzo <em>I</em> <em>fratelli Karamazov</em>, quasi annunciando la morte dell’autore l’anno dopo per un improvviso peggioramento dell’enfisema ai polmoni, il 28 gennaio 1881.</p>
<h2 id="il-futuro">Il futuro</h2><p>Ora con un salto all’indietro di circa 50 anni, immaginiamo di trovarci a occhi chiusi nella sala convegno della <em>Società Filosofica Americana</em> di Filadelfia, nel 1973. Grande brusio, poi silenzio. Sul palco dei relatori si avvicina una figura molto nota in America, il neurochirurgo William Penfield che ha diretto per anni l’Istituto neurologico di Montreal, dove ha visitato e operato moltissimi persone malate. «Ippocrate giunse alle sue conclusioni ascoltando pazienti epilettici che raccontavano la loro storia e studiandoli durante le crisi della malattia. […] l’epilessia ha ancora segreti da svelare: se stiamo ad ascoltare».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Palantir e il governo dei dati: come gli algoritmi ridefiniscono la realtà</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta/</guid><pubDate>Tue, 05 May 2026 08:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Perin</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>L’azienda statunitense, finita al centro della cronaca per il suo ruolo nelle operazioni dell’ICE e nelle azioni militari statunitensi in Medio Oriente, è nota per sviluppare in modo innovativo tecnologie per l’integrazione, l’analisi e la visualizzazione di grandi quantità di dati. Le sue piattaforme, utilizzate da imprese, governi e apparati di sicurezza, influenzano in modo sempre più decisivo il modo in cui conosciamo e agiamo nella realtà.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel <em>Timeo</em>, Platone si interroga sull’origine dell’Universo. Secondo un <em>modus philosophandi</em> tipico del filosofo ateniese, per spiegare la realtà viene congegnato un mito, verosimile, che ha al suo centro la figura del demiurgo.</p>
<p>Il demiurgo è una sorta di Dio benevolo che prende la materia informe e disordinata (la sostanza) e, ispirandosi alle idee perfette e incorruttibili (la forma), la modella a loro immagine, dando corpo e struttura a un cosmo ordinato.</p>
<p>Nel corso della storia della filosofia, questa è solo la prima occorrenza del rapporto fra forma e sostanza, che in Kant si sposta dal piano della realtà a quello del soggetto, il quale filtra la “materia” della realtà con le “forme” dell’intelletto: “La forma del pensiero, senza materia, è vuota; la materia dell’esperienza, senza forma, è cieca”.</p>
<p>Ma come si connette questo grande tema filosofico a Palantir, l’azienda statunitense leader nell’intelligenza artificiale che fa capo a Peter Thiel e Alex Karp, e che in queste settimane riempie le pagine di cronaca e inchiesta dei giornali di tutto il mondo? La risposta è semplice: Palantir si occupa, attraverso le proprie piattaforme, di dare forma e senso a voluminose, variegate, eterogenee e caotiche quantità di dati, fornendo ai propri clienti sistemi di supporto decisionale.</p>
<p>Che sia per finalità commerciali, come aggiustare periodicamente i prezzi di un prodotto per ottimizzare i guadagni, come consente di fare la piattaforma Foundry.</p>
<p>Che sia per finalità organizzative, come costruire chatbot che possono essere addestrati sui dati interni di un’azienda e supportare i processi decisionali, come fa la Palantir Artificial Intelligence Platform.</p>
<p>Che sia per finalità militari, di sicurezza e sorveglianza, come individuare obiettivi militari con maggiore precisione o rintracciare più facilmente immigrati irregolari da deportare, come rende possibile la piattaforma Gotham.</p>
<p>È anche per queste ragioni che rispettivamente il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e l’ICE sono fra i principali committenti di Palantir. Anche solo soffermandoci sugli eventi più recenti, il <em>Financial Times</em> ha rivelato come il Pentagono abbia integrato estensivamente nelle sue operazioni in Iran il <a href="https://www.ft.com/content/palantir-turns-poisonous-on-the-midterms-campaign-trail" rel="noopener">Maven Smart System di Palantir</a>, una piattaforma che fornisce una dashboard di analisi dati in tempo reale.</p>
<p>Per ragioni come questa, l’azienda è oggi sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica internazionale.</p>
<h2 id="chi-è-palantir-e-perché-tutti-ne-parlano">Chi è Palantir e perché tutti ne parlano?</h2><p>Palantir Technologies nasce nel 2003 nella Silicon Valley. Tra i fondatori vi sono l’imprenditore e investitore Peter Thiel, già cofondatore di PayPal, e l’attuale CEO Alex Karp.</p>
<p>La società prende il suo nome dai <em>palantíri</em>, le “pietre veggenti” del <em>Signore degli Anelli</em>, strumenti magici che permettono di osservare eventi passati e predire quelli futuri, oltre che di comunicare a distanza con altri <em>palantíri</em>.</p>
<p>L’obiettivo è semplice: creare complessi sistemi di aggregazione ed elaborazione dei dati che forniscano informazioni utili a supporto dei processi decisionali.</p>
<p>La strada per realizzarlo è lunga e faticosa: tanto che per quasi dodici anni la società rimane nell’ombra del dibattito pubblico, un nome come tanti che circola fra gli affollati corridoi della Silicon Valley.</p>
<p>Poi, nel 2015, qualcosa cambia: un documento riservato, <a href="https://techcrunch.com/2015/01/11/leaked-palantir-doc-reveals-uses-specific-functions-and-key-clients/" rel="noopener">recapitato al blog <em>TechCrunch</em> e risalente al 2013</a>, rivela l’estesa rete di clienti di Palantir. Tra questi figurano diverse agenzie del governo statunitense, fra cui CIA, FBI e NSA, che la finanziano con centinaia di milioni di dollari. Già nelle fasi iniziali della sua storia, infatti, Palantir aveva ricevuto <a href="https://www.newsbytesapp.com/news/business/palantir-the-heavy-hitter-in-online-security" rel="noopener">un primo investimento di circa 2 milioni di dollari da In-Q-Tel</a>, il fondo di venture capital della CIA; negli anni successivi si sono aggiunti contratti con il Dipartimento della Difesa e altre agenzie federali, dai valori molto più elevati: singole commesse sono arrivate fino a <a href="https://www.cnbc.com/2019/03/27/palantir-in-multi-million-dollar-pentagon-deal-ipo-on-horizon.html" rel="noopener">800 milioni di dollari</a>, contribuendo a portare il totale delle forniture governative a <a href="https://fed-spend.com/blog/palantir-government-contracts-deep-dive" rel="noopener">diversi miliardi complessivi</a>. Accanto a queste istituzioni pubbliche si sono uniti negli anni attori privati attivi nella grande distribuzione, nella finanza e nell’industria (Walmart, Morgan Stanley, British Petroleum, solo per citarne alcuni), <a href="https://www.fool.com/investing/2025/07/18/palantirs-commercial-strategy-is-finally-paying-of" rel="noopener">che stanno contribuendo in modo crescente al fatturato dell’azienda</a>.</p>
<p>Palantir opera in modo trasversale su banche di dati estremamente sensibili dell’amministrazione statunitense: dai dati fiscali dell’IRS a quelli sanitari di enti come HHS, NIH e CDC, fino ai dati dei veterani (VA) e a quelli diplomatici del Dipartimento di Stato. Insomma: un unico soggetto privato che ha a disposizione porzioni così ampie e diverse di dati pubblici (una vera e propria ricca fonte di “materia grezza” per creare conoscenza), e che con i suoi mezzi li aggrega e rende interoperabili, spesso all’interno di <a href="https://www.markey.senate.gov/news/press-releases/markey-joins-wyden-ocasio-cortez-to-demand-answers-from-palantir-about-plans-to-build-irs-mega-database-of-american-citizens" rel="noopener">accordi poco trasparenti</a>.</p>
<p>Attraverso strumenti di ricerca semantica e ontologie computazionali, infatti, i dati vengono organizzati da Palantir non solo come tabelle o campi, ma come entità del mondo reale — persone, aziende, veicoli, eventi — di cui vengono mostrate le relazioni.</p>
<p>Il risultato è una rete di informazioni navigabile, spesso visualizzata sotto forma di grafi dinamici, in cui nodi e collegamenti rappresentano soggetti, luoghi, attività e connessioni tra di essi.</p>
<p>In piattaforme come Gotham o Foundry, l’analista può così esplorare visivamente queste relazioni: seguendo i legami tra più persone coinvolte nella stessa transazione, collegando un veicolo a una serie di spostamenti, individuando i punti di contatto tra eventi apparentemente distinti.</p>
<p>Allo stesso tempo, le piattaforme di Palantir non si limitano a rappresentare i dati, ma li strutturano e li integrano nei processi decisionali.</p>
<p>L’analisi diventa così uno strumento operativo: i sistemi permettono, per esempio, di simulare scenari, valutando come cambierebbero determinate situazioni se alcune variabili venissero modificate; oppure di coordinare interventi tra diversi attori sulla base delle informazioni aggiornate in tempo reale. In questo modo i dati non servono solo a descrivere ciò che è accaduto, ma anche a supportare decisioni e pianificazione operativa.</p>
<p>Per comprendere concretamente questo approccio, si può immaginare un’indagine su una rete criminale, in cui dati fra loro diversissimi vengono progressivamente integrati e messi in relazione per fornire un quadro generale intelligibile (vedi Figura 1).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/palantir-governo-dati-algoritmi-ridefiniscono-realta-body-1.jpg.webp 820w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="820" height="649" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 1. Visualizzazione a grafo nella piattaforma Palantir Gotham: i dati vengono modellati come entità del mondo reale — persone, veicoli, eventi, organizzazioni — e collegati attraverso relazioni esplicite. In un contesto d’investigazione su una rete criminale, il sistema può aggregare simultaneamente registri di immatricolazione, tabulati telefonici, transazioni bancarie, geolocalizzazioni e immagini di videosorveglianza, evidenziando ricorrenze negli spostamenti, contatti indiretti tra individui e pattern di comportamento, fino a rendere visibile la struttura di una rete criminale. Fonte: Palantir Technologies (<a href="https://www.sec.gov/Archives/edgar/data/1321655/000119312520230013/d904406ds1.htm" rel="noopener">materiali di prodotto</a>), Securities and Exchange Commission.</p>
<h2 id="ridefinire-la-realtà">Ridefinire la realtà</h2><p>Quale che sia l’ambito di applicazione, quello che fa Palantir è sostanzialmente ridefinire la realtà.</p>
<p>Nell’opinione pubblica si è fatta strada la metafora di Palantir come di un “Grande Fratello” che sorveglia, controlla e predice. Con questo accostamento letterario si veicola tuttavia più l’idea di un’organizzazione che “osserva la realtà” come un attore passivo e si limita a riportarla a chi di interesse.</p>
<p>La metafora più calzante è forse quella di un Grande Architetto: Palantir non si limita a osservare la realtà, ma la costruisce, la rende intelligibile, “pronta all’uso”, funzionale agli interessi dei clienti.</p>
<h2 id="uno-strumento-per-il-dominio-statunitense">Uno strumento per il dominio statunitense</h2><p>Il sottotitolo di questo paragrafo è una <a href="https://www.internazionale.it/notizie/daniele-grasso/2026/03/31/palantir-investimenti-europei" rel="noopener">citazione di Alex Karp</a>: il quale crede fortemente che con l’aiuto della tecnologia questo dominio si possa realizzare.</p>
<p>Più con la tecnologia che con la democrazia: in modo più esplicito, questa posizione è stata in passato fortemente sostenuta da Thiel, che in passato si è più volte dimostrato ferocemente critico nei confronti della democrazia: celebre è il suo discorso del 2009, in cui venne pronunciata la frase “<a href="https://www.whiskeyleaks.org/democracy-and-freedom-are-incompatible-peter-thiel/" rel="noopener">Democracy and freedom are not compatible</a>”: nella visione di Thiel, la democrazia è vista come un fardello di procedure, burocrazia e gestione del consenso che rallenta quello che potrebbe essere il progresso, più rapido e razionale, della tecnologia.</p>
<p>La cosa emerge in modo sotteso anche in alcuni <a href="https://x.com/PalantirTech/status/2045574398573453312" rel="noopener">dei 22 punti della Repubblica della Tecnologia</a> recentemente pubblicati su X da Palantir stessa: «The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed». Dichiarazioni critiche e ambigue nei confronti della democrazia, e prepotenze in politica estera: elementi che sembrano accomunare i vertici di Palantir al presidente Donald Trump e al suo attuale governo (di cui Thiel, più ancora che Karp, si è <a href="https://www.lastampa.it/speciale/cultura/salone-del-libro/2025/05/17/news/peter_thiel_ombra_trump_chi_e-15150403/" rel="noopener">più volte confermato un convinto sostenitore</a>), che contribuisce per circa il <a href="https://fed-spend.com/blog/palantir-government-contracts-deep-dive" rel="noopener">41% ai ricavi dell’azienda</a>, con il Dipartimento della Difesa tra i maggiori committenti.</p>
<p>In particolare Thiel sembra infatti collaborare con Trump non solo “sul campo”, offrendo mezzi e supporti tecnologici, ma anche su un piano ideale: entrambi sono convinti sostenitori della supremazia statunitense nel mondo e del primato dei valori occidentali; entrambi ritengono legittimo imporli anche con la forza; entrambi giustificano il ricorso a misure antidemocratiche per fini superiori.</p>
<p>L’orizzonte ideologico che realtà come Palantir profilano è un mondo dove una tecnologia, presentata come politicamente neutra — un mero sistema di elaborazione di informazioni funzionali a una decisione — è in realtà profondamente politica, in quanto messa al servizio di finalità profondamente politiche.</p>
<p>E ciò si palesa laddove questi sistemi di elaborazione dei dati non servono solo a identificare trend di mercato, a ottimizzare la logistica dei trasporti e a gestire le giacenze di un magazzino, ma anche a identificare obiettivi militari, profilare individui potenzialmente pericolosi, sorvegliare grandi gruppi di persone.</p>
<p>Proprio la nutrita intersezione di questi vari ambiti (militare, civile, commerciale, finanziario), che cadono tutti sotto la lente di questa grande macchina di rielaborazione della realtà, rende possibile parlare di una crescente algocrazia.</p>
<p>Il termine algocrazia, coniato dal sociologo statunitense Aneesh Aneesh nel relativamente lontano 2006 (A. Aneesh, <em>Virtual Migration: The Programming of Globalization</em>, Duke University Press 2006), si riferisce all’affidamento dei processi decisionali agli algoritmi, che vedono connessioni, disegnano scenari e profilano orizzonti che gli esseri umani non vedono; spingendosi sempre di più al di là della funzione di mero supporto.</p>
<p>Il fatto che un tale termine risalga al 2006 ci racconta di un’infrastruttura che non è un mero epifenomeno dell’epoca trumpiana, ma un elemento strutturale della politica americana da molti anni a questa parte, Democratici e Repubblicani.</p>
<div id="palantir-chart-container" style="font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;max-width:920px;margin:2rem auto;padding:1.5rem 1.25rem;background:#fafaf7;border:1px solid #d8d4c8;color:#1a1a1a;">
<div style="margin-bottom:1rem;border-bottom:1px solid #d8d4c8;padding-bottom:0.75rem;">
<p style="margin:0;font-size:0.7rem;letter-spacing:0.18em;text-transform:uppercase;color:#6b6558;font-weight:bold;">Contratti federali · Stati Uniti</p>
<h3 style="margin:0.35rem 0 0.4rem 0;font-size:1.5rem;font-weight:bold;line-height:1.25;color:#1a1a1a;letter-spacing:-0.01em;">Palantir e il governo federale americano</h3>
<p id="palantir-subtitle" style="margin:0;font-size:0.85rem;color:#4a4538;font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;">Importo totale dei contratti per agenzia (in milioni di dollari) e numero di commesse</p>
</div>
<div aria-label="Vista del grafico" role="tablist" style="display:flex;gap:0;margin-bottom:1rem;border-bottom:2px solid #1a1a1a;"><button aria-controls="palantir-chart" aria-selected="true" id="palantir-tab-agency" role="tab" style="font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;font-size:0.8rem;padding:0.5rem 1rem;border:none;background:#1a1a1a;color:#fafaf7;cursor:pointer;border-radius:0;font-weight:bold;letter-spacing:0.03em;" type="button">Per agenzia</button><button aria-controls="palantir-chart" aria-selected="false" id="palantir-tab-year" role="tab" style="font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;font-size:0.8rem;padding:0.5rem 1rem;border:none;background:transparent;color:#1a1a1a;cursor:pointer;border-radius:0;letter-spacing:0.03em;" type="button">Per anno</button></div>
<div style="display:flex;gap:1.25rem;margin-bottom:1rem;font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;font-size:0.78rem;align-items:center;flex-wrap:wrap;">
<div style="display:flex;align-items:center;gap:0.4rem;">Importo (M$)</div>
<div style="display:flex;align-items:center;gap:0.4rem;">N. contratti</div>
</div>
<div id="palantir-chart-wrap" style="position:relative;height:620px;"><canvas id="palantir-chart" role="img"></canvas></div>
<p id="palantir-source" style="margin:1rem 0 0 0;padding-top:0.75rem;border-top:1px solid #d8d4c8;font-size:0.72rem;color:#6b6558;font-family:Tahoma,Geneva,Verdana,sans-serif;line-height:1.5;">Fonte: <a href="https://sam.gov/" style="color:#6b6558;text-decoration:underline;">sam.gov</a>. Totale complessivo: 4,17 miliardi di dollari su 398 contratti, di cui circa il 59% concentrato nel Department of Defense.</p>
</div>
<script src="https://www.scienzainrete.it/vendor/chart-4.4.1.umd.min.js"></script>
<script>
(function(){
  function init(){
    if(typeof Chart === 'undefined'){ setTimeout(init, 100); return; }
    var canvas = document.getElementById('palantir-chart');
    if(!canvas) return;

    var byAgency = [
      {name:'Department of Defense', amount:2469.55, contracts:167},
      {name:'Department of Health and Human Services', amount:405.37, contracts:88},
      {name:'Department of Homeland Security', amount:325.26, contracts:16},
      {name:'Department of Justice', amount:213.01, contracts:56},
      {name:'Department of the Treasury', amount:184.88, contracts:27},
      {name:'Department of Veterans Affairs', amount:123.57, contracts:2},
      {name:'Department of Agriculture', amount:115.21, contracts:6},
      {name:'Department of State', amount:108.50, contracts:12},
      {name:'Department of Energy', amount:95.08, contracts:2},
      {name:'Department of Transportation', amount:58.40, contracts:6},
      {name:'Securities and Exchange Commission', amount:50.35, contracts:2},
      {name:'U.S. Int. Development Finance Corp.', amount:7.89, contracts:1},
      {name:'Department of Commerce', amount:4.48, contracts:2},
      {name:'NASA', amount:2.05, contracts:1},
      {name:'Department of the Interior', amount:1.85, contracts:3},
      {name:'General Services Administration', amount:1.30, contracts:5},
      {name:'Department of Housing and Urban Dev.', amount:0.40, contracts:1},
      {name:'Department of Labor', amount:0.08, contracts:1}
    ];

    var byYear = [
      {year:2008, amount:0.14, contracts:1},
      {year:2009, amount:6.08, contracts:5},
      {year:2010, amount:20.30, contracts:8},
      {year:2011, amount:13.78, contracts:16},
      {year:2012, amount:32.60, contracts:16},
      {year:2013, amount:61.40, contracts:25},
      {year:2014, amount:160.84, contracts:24},
      {year:2015, amount:139.20, contracts:13},
      {year:2016, amount:296.03, contracts:8},
      {year:2017, amount:83.71, contracts:16},
      {year:2018, amount:68.33, contracts:15},
      {year:2019, amount:115.40, contracts:12},
      {year:2020, amount:290.27, contracts:29},
      {year:2021, amount:465.15, contracts:14},
      {year:2022, amount:360.68, contracts:28},
      {year:2023, amount:367.55, contracts:33},
      {year:2024, amount:780.78, contracts:49},
      {year:2025, amount:781.04, contracts:76},
      {year:2026, amount:123.95, contracts:10}
    ];

    var fmt = function(v){
      if(v >= 1000) return (v/1000).toFixed(2) + ' Mld $';
      if(v >= 10) return v.toFixed(1) + ' M$';
      if(v >= 1) return v.toFixed(2) + ' M$';
      return (v*1000).toFixed(0) + ' k$';
    };

    var subtitle = document.getElementById('palantir-subtitle');
    var source = document.getElementById('palantir-source');
    var wrap = document.getElementById('palantir-chart-wrap');
    var chart = null;

    function buildAgency(){
      wrap.style.height = '620px';
      canvas.setAttribute('aria-label', "Grafico a barre orizzontali che mostra l'importo totale dei contratti tra Palantir e diciotto agenzie federali statunitensi. Il Department of Defense domina con 2.469,55 milioni di dollari distribuiti su 167 contratti, seguito a grande distanza dal Department of Health and Human Services con 405,37 milioni su 88 contratti, e dal Department of Homeland Security con 325,26 milioni su 16 contratti.");
      subtitle.textContent = 'Importo totale dei contratti per agenzia (in milioni di dollari) e numero di commesse';
      source.innerHTML = 'Fonte: <a href="https://sam.gov/" style="color:#6b6558;text-decoration:underline;">sam.gov</a>. Totale complessivo: 4,17 miliardi di dollari su 398 contratti, di cui circa il 59% concentrato nel Department of Defense.';

      var maxContracts = Math.max.apply(null, byAgency.map(function(d){ return d.contracts; }));

      return {
        type: 'bar',
        data: {
          labels: byAgency.map(function(d){ return d.name; }),
          datasets: [
            {
              label: 'Importo (M$)',
              data: byAgency.map(function(d){ return d.amount; }),
              backgroundColor: '#0072b2',
              borderColor: '#005a8e',
              borderWidth: 1,
              xAxisID: 'x',
              order: 2
            },
            {
              label: 'N. contratti',
              type: 'line',
              data: byAgency.map(function(d){ return d.contracts; }),
              backgroundColor: '#fafaf7',
              borderColor: '#d55e00',
              borderWidth: 0,
              pointBackgroundColor: '#fafaf7',
              pointBorderColor: '#d55e00',
              pointBorderWidth: 2.5,
              pointRadius: 6,
              pointHoverRadius: 8,
              showLine: false,
              xAxisID: 'x2',
              order: 1
            }
          ]
        },
        options: {
          indexAxis: 'y',
          responsive: true,
          maintainAspectRatio: false,
          interaction: { mode: 'index', intersect: false },
          plugins: {
            legend: { display: false },
            tooltip: {
              backgroundColor: '#1a1a1a', titleColor: '#fafaf7', bodyColor: '#fafaf7',
              titleFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 13, weight: 'bold' },
              bodyFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12 },
              padding: 10, cornerRadius: 2, displayColors: false,
              callbacks: {
                title: function(items){ return items[0].label; },
                label: function(ctx){
                  if(ctx.datasetIndex === 0) return 'Importo: ' + fmt(ctx.parsed.x);
                  var n = ctx.parsed.x;
                  return 'Contratti: ' + n + (n === 1 ? ' commessa' : ' commesse');
                }
              }
            }
          },
          scales: {
            x: {
              type: 'linear', position: 'bottom', min: 0,
              title: { display: true, text: 'Importo in milioni di dollari', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12, weight: 'bold' }, color: '#1a1a1a' },
              grid: { color: '#d8d4c8' },
              ticks: { color: '#1a1a1a', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 11 }, callback: function(v){ return fmt(v); } }
            },
            x2: {
              type: 'linear', position: 'top', min: 0, max: Math.ceil(maxContracts / 20) * 20,
              title: { display: true, text: 'Numero di contratti (marker arancioni)', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 10, style: 'italic' }, color: '#a04500' },
              grid: { display: false },
              ticks: { color: '#a04500', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 9 } }
            },
            y: {
              grid: { display: false },
              ticks: { color: '#1a1a1a', font: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 11 }, autoSkip: false }
            }
          }
        }
      };
    }

    function buildYear(){
      wrap.style.height = '480px';
      canvas.setAttribute('aria-label', "Grafico a barre verticali che mostra l'importo dei contratti tra Palantir e il governo federale statunitense per anno di inizio, dal 2008 al 2026. La traiettoria mostra una crescita modesta fino al 2019, una prima accelerazione tra 2020 e 2023, e un'esplosione nel 2024 e 2025 con valori vicini a 780 milioni di dollari. Il dato 2026 è parziale e copre solo i primi mesi dell'anno.");
      subtitle.textContent = 'Importo dei contratti per anno di inizio (in milioni di dollari) e numero di commesse';
      source.innerHTML = 'Fonte: <a href="https://sam.gov/" style="color:#6b6558;text-decoration:underline;">sam.gov</a>. Anno indicato come anno di inizio del contratto. Il dato 2026 si riferisce ai primi mesi dell&rsquo;anno e va letto come parziale. Totale complessivo: 4,17 miliardi di dollari su 398 contratti.';

      var maxContracts = Math.max.apply(null, byYear.map(function(d){ return d.contracts; }));

      return {
        type: 'bar',
        data: {
          labels: byYear.map(function(d){ return d.year === 2026 ? '2026*' : String(d.year); }),
          datasets: [
            {
              label: 'Importo (M$)',
              data: byYear.map(function(d){ return d.amount; }),
              backgroundColor: byYear.map(function(d){ return d.year === 2026 ? '#7faec9' : '#0072b2'; }),
              borderColor: byYear.map(function(d){ return d.year === 2026 ? '#5c93b3' : '#005a8e'; }),
              borderWidth: 1,
              yAxisID: 'y',
              order: 2
            },
            {
              label: 'N. contratti', type: 'line',
              data: byYear.map(function(d){ return d.contracts; }),
              backgroundColor: '#fafaf7', borderColor: '#d55e00', borderWidth: 0,
              pointBackgroundColor: '#fafaf7', pointBorderColor: '#d55e00',
              pointBorderWidth: 2.5, pointRadius: 6, pointHoverRadius: 8,
              showLine: false, yAxisID: 'y2', order: 1
            }
          ]
        },
        options: {
          responsive: true, maintainAspectRatio: false,
          interaction: { mode: 'index', intersect: false },
          plugins: {
            legend: { display: false },
            tooltip: {
              backgroundColor: '#1a1a1a', titleColor: '#fafaf7', bodyColor: '#fafaf7',
              titleFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 13, weight: 'bold' },
              bodyFont: { family: 'Tahoma, Geneva, Verdana, sans-serif', size: 12 },
              padding: 10, cornerRadius: 2, displayColors: false,
              callbacks: {
                title: function(items){
                  var label = items[0].label;
                  if(label.indexOf('*') !== -1){ return label.replace('*','') + ' (parziale)'; }
                  return label;
                },
                label: function(ctx){
                  if(ctx.datasetIndex === 0) return 'Importo: ' + fmt(ctx.parsed.y);
                  var n = ctx.parsed.y;
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<p>In Europa, tuttavia, l’adozione di sistemi analoghi ha incontrato, nel corso del tempo, limiti giuridici più stringenti. Nel 2023 la Corte costituzionale federale tedesca <a href="https://algorithmwatch.org/en/algorithmic-policing-explained/" rel="noopener">ha giudicato incostituzionale</a> l’uso di sistemi di analisi predittiva dei dati di Palantir da parte della polizia in Assia e Amburgo, richiamando il principio di autodeterminazione informativa e i vincoli posti dal GDPR. Segno che approcci più cauti si possono prendere.</p>
<p>Immanuel Kant, nella <em>Critica della ragion pura</em>, sostiene che noi non vediamo mai la realtà per com’è in sé, ma sempre filtrata dalle categorie dell’intelletto: delle specie di “occhiali” che condizionano il modo in cui vediamo le cose e che rappresentano l’unica finestra da cui ci è possibile guardare il mondo.</p>
<p>Che queste siano solo fantasiose elucubrazioni di un grande intellettuale del Settecento, o intuizioni filosofiche precorritrici dei moderni sviluppi delle neuroscienze della percezione, non è questa la sede per chiarirlo.</p>
<p>Resta però il fatto che la riflessione kantiana è molto utile per capire il modo in cui gli algoritmi operano non solo sulla nostra percezione della realtà, ma anche sul nostro modo di agire su di essa e in essa.</p>
<p>Tuttavia, c’è un’importante differenza da tenere a mente: in Kant queste “categorie dell’intelletto” sono innate e universali, condivise da tutti gli esseri umani. Gli algoritmi, invece, non sono neutri: sono disegnati da persone che hanno le loro visioni politiche, i loro interessi, le loro concezioni. E chi decide di usarli e farli usare è anch’esso un essere umano.</p>
<p>Insomma, non sono occhiali universali. Sono prodotti da specifiche ottiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Craig Venter, l'uomo che mise fretta alla conoscenza del genoma umano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/craig-venter-luomo-mise-fretta-conoscenza-genoma-umano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/craig-venter-luomo-mise-fretta-conoscenza-genoma-umano/</guid><pubDate>Mon, 04 May 2026 12:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>storia-della-scienza</category><description>Ateo, materialista e liberale. Protagonista di una delle competizioni scientifiche più significative di inizio del secolo, si compiaceva della propria immodestia, ma sapeva vedere i problemi prima che diventassero evidenti. Craig Venter è scomparso il 29 aprile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/craig-venter-luomo-mise-fretta-conoscenza-genoma-umano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/craig-venter-luomo-mise-fretta-conoscenza-genoma-umano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In un <a href="https://www.scienzainrete.it/lo-scienziato-e-diverso" rel="noopener">classico</a> della storia sociologica della scienza, Steven Shapin, il più autorevole studioso dei profili sociali degli scienziati in età moderna, identificava in Craig Venter, insieme a C.E. Kenneth Moses, fondatore dell&rsquo;Eastman Kodak Research Laboratory, l&rsquo;esempio più riconoscibile di scienziato che aveva portato i valori accademici nel mondo industriale della big science. Shapin non condivideva i giudizi prevalenti che lo dipingevano come un avido e aggressivo capitalista o, come sosteneva il più acerrimo dei suoi tanti nemici, il premio Nobel John Sulston, una minaccia per la «scienza genomica come bene comune».</p>
<p>Craig Venter è morto il 29 aprile 2026, a settantanove anni. La notizia ha raggiunto un universo scientifico culturalmente impoverito dalla fallacia astorica: Sydney Brenner ripeteva già vent&rsquo;anni fa che le ultime generazioni di biologi molecolari non sono interessate a ciò che è accaduto di rilevante dal punto di vista scientifico prima degli ultimi sei mesi. Eppure, non ci sarebbe la genomica, così come la si pratica oggi, senza ciò che ha fatto lui, sia discutibile sia geniale.</p>
<p>Ateo, materialista e liberale. Duecentocinquanta anni fa si sarebbe riconosciuto nelle filosofie dell’illuminismo radicale. Precisamente l’opposto di Francis Collins, responsabile del Progetto genoma e quindi suo competitor nella corsa al sequenziamento, evangelico con afflati fondamentalisti e ispirato dall’ideale del bene comune in modo paternalista. Chi lo ha frequentato senza interessi personali, per esempio il giornalista James Shreeve, riferisce che Venter aveva un forte senso di sé e usava l&rsquo;ego come strumento. Lo riconosceva lui stesso con soddisfazione: diceva spesso di avere un forte senso di sé, indispensabile per fare le cose. E di credere in sé stesso, nel suo gruppo, nelle sue idee e nel «fare la storia». Nel mondo scientifico si dice spesso, ipocritamente, che la modestia sia la moneta corrente della reputazione. Venter spendeva moneta diversa. Era anche spaccone. Si narra che, dopo aver lanciato la sfida, sicuro di vincere, disse a Francis Collins che, se avesse voluto evitare brutte figure, avrebbe fatto meglio a dedicarsi al genoma del topo. Qualche volta si è paragonato a Darwin. La sua immodestia era proverbiale e ne era compiaciuto. Trattava anche male le persone.</p>
<h2 id="gli-episodi-di-una-dura-competizione">Gli episodi di una dura competizione</h2><p>Quando nel 2001 Shreeve chiese l’accesso illimitato agli archivi di Celera per scrivere <a href="https://www.amazon.com/Genome-War-Craig-Venter-Capture/dp/0345433742" rel="noopener"><em>The Genome War</em></a>, ottenne l’autorizzazione da parte di Venter. Francis Collins, a capo del consorzio pubblico Human Genome Project, invece rifiutò di lasciargli consultare gli archivi del NIH. Venter sapeva che Shreeve avrebbe documentato errori strategici, tensioni interne, sconfitte politiche mascherate da compromessi. Però scelse la trasparenza. Solo i documenti sul fronte privato di quella sfida furono consultabili e Shreeve dovette concentrare lo studio su Venter e la sua azienda Celera. Un fatto che costituiva allo stesso tempo la forza e la debolezza del libro.</p>
<p>Venter sapeva di aver vinto, scientificamente e tecnologicamente, la competizione con Collins e Sulston: lo <em>shotgun sequencing</em> (la tecnica di sequenziamento che prevede la frammentazione casuale dell’intero genoma) aveva funzionato quando tutti, i revisori del NIH, i colleghi accademici, l&rsquo;establishment del Progetto Genoma, scommettevano sull&rsquo;abbaglio. Aveva sequenziato il genoma umano in meno di tre anni contro i quindici previsti dal consorzio pubblico. Soprattutto sapeva di essere stato fermato non dalla scienza ma dalla politica.</p>
<p>Il pareggio del giugno 2000 (Bill Clinton e Tony Blair sorridenti alla Casa Bianca, Collins e Venter fianco a fianco) celebrava una sconfitta politica mascherata da una cerimonia diplomatica. L&rsquo;amministrazione statunitense aveva premuto affinché Celera non «privatizzasse il genoma umano». Accuse lanciate da Collins e Sulston, ma strumentalmente false. Venter accettò il compromesso ma non dimenticò. Concedere l&rsquo;accesso agli archivi era anche consegnare alla storia la propria versione dei fatti, non come arringa, ma come documentazione. Shreeve riporta che funzionari governativi orchestrarono fughe di notizie per demonizzare Venter nei momenti cruciali della gara.</p>
<h2 id="larchitetto-della-ricerca">L’architetto della ricerca</h2><p>Venter non era uno scienziato in senso accademico, cioè un ricercatore che costruisce la propria reputazione sulla profondità della specializzazione. Era un architetto della ricerca: vedeva i problemi prima che diventassero evidenti e costruiva strutture umane, tecnologiche e finanziarie per affrontarli. Il caso degli EST - gli Expressed Sequence Tags sviluppati al NIH nei primi anni novanta di cui parla Cook-Deegan in un <a href="https://www.amazon.it/Gene-Wars-Science-Politics-Genome/dp/0393313999" rel="noopener">libro</a> molto documentato - è rivelatore. La tecnica per identificare rapidamente i geni espressi era genuinamente innovativa, ma Venter non la sviluppò da solo: riconobbe il potenziale, lo sistematizzò, lo promosse e lo usò per spostare la metodologia dalla lentezza del gene per gene alla velocità del sequenziamento massivo. Quando il NIH, in particolare Bernadine Healy, decise di brevettare le sequenze EST, Venter non si oppose. Mentre James Watson abbandonò il progetto. Era in discussione la difficoltà di separare l&rsquo;uso degli strumenti disponibili dalla responsabilità per le conseguenze.</p>
<p>La visione che Venter aveva dei brevetti era più intelligente di quanto si crede: la proprietà intellettuale era il meccanismo per attrarre capitale privato da reinvestire nella ricerca, accelerando la genomica al di là dei ritmi istituzionali. La controversia EST anticipava il modello Celera. Non è un caso che il Patent and Trademark Office, nel 2001, abbia stabilito che i brevetti su sequenze genomiche richiedessero la dichiarazione di un&rsquo;utilità specifica e attuale. Risposta diretta a una pressione che la vicenda EST aveva reso impossibile ignorare. In quel frangente Venter teneva una posizione tipicamente contraddittoria: presentava domande di brevetti su geni e, al contempo, affermava che nessuno avrebbe brevettato il genoma umano. Ma quella soluzione convergeva verso la sua visione.</p>
<p>La filosofia con cui nel 1992 costruì il TIGR, un istituto di ricerca no-profit, e Celera nel 1998 era, quindi, quella di identificare la sfida e reclutare i migliori. Hamilton Smith, premio Nobel, fu convinto a unirsi al TIGR. Venter riconobbe la portata dell’idea di sequenziare <em>Haemophilus influenzae</em>, che a Johns Hopkins non interessava. Il sequenziamento fu completato in quattro mesi, contro i quasi dieci anni richiesti dal metodo tradizionale su E. <em>coli</em>. La prova generale fu il genoma di <em>Drosophila melano</em>gaster, animale modello dei genetisti da sempre e quindi anche iconico, pubblicato nel marzo del 2000 dopo nove mesi di lavoro: 13.601 geni identificati, di cui solo 2.500 noti. Non è secondario che Venter avesse allestito presso Celera ciò che veniva indicato come il centro di calcolo più potente al di fuori del Pentagono: un’infrastruttura necessaria, non accessoria, del metodo shotgun su scala genomica.</p>
<h2 id="la-velocità-era-il-suo-mantra">La velocità era il suo mantra</h2><p>L&rsquo;irruzione di Celera costrinse il consorzio pubblico ad accelerare: l&rsquo;annuncio del 2000 arrivò tre anni prima del previsto. Venter era libertario nei mezzi e liberale nei fini. Non credeva ideologicamente nel mercato: riteneva che la velocità, generata dalla competizione, fosse una variabile morale. Ogni anno di ritardo nella comprensione del genoma, commentava, era un anno in più di malattie non curate e di vite non salvate.</p>
<p>La fine di Celera fu amara: licenziato nel 2002 per un conflitto irriconciliabile con Tony White, presidente della holding Applera, che voleva trasformare Celera in una company farmaceutica per giustificare una capitalizzazione borsistica arrivata a 14 miliardi. Il modello di business originale, basato sull’accesso al database genomico come servizio proprietario, generava ricavi reali, ma insufficienti per Wall Street. Venter non era disposto a trasformare Celera in altro. Non era un businessman e non aveva interesse a costruire un&rsquo;azienda sostenibile, poiché ciò avrebbe richiesto concessioni in conflitto con la ricerca. Rimaneva un ricercatore, pur sempre a caccia costante di risorse private. Quando i due ruoli, di imprenditore e di scienziato, entrarono in un conflitto insanabile, fu rimosso dal secondo senza poter difendere il primo.</p>
<p>La tensione tra i due ruoli si riverbererà nel lavoro successivo. La Global Ocean Sampling Expedition, una circumnavigazione del globo a bordo del proprio yacht per sequenziare i microbi marini, non costituiva un&rsquo;attività commerciale. Lo scopo era creare una biblioteca della diversità genetica degli oceani con implicazioni dirette sui cambiamenti climatici. Mentre il progetto dell’organismo minimo e della creazione di nuove cellule non mirava al profitto, ma alle ambiziose motivazioni di originare microrganismi capaci di produrre carburante, catturare CO₂ e sintetizzare farmaci. Ambizioni quasi messianiche, finanziate con risorse private, sempre per muoversi più rapidamente delle istituzioni verso obiettivi che le istituzioni non riuscivano nemmeno a formulare.</p>
<p>Dopo Celera, distribuì le risorse personali per fondare il JCVI nel 2006 con 100 milioni propri, Synthetic Genomics nel 2005, Human Longevity Inc nel 2013 e, nell&rsquo;ultimo anno di vita, probabilmente con in mente la propria condizione di malattia, una company dedicata alla diagnostica genomica: Diploid Genomics. Chi ha fatto i conti stima che abbia movimentato oltre un miliardo di dollari, escludendo la capitalizzazione di Celera, che da sola al suo picco raggiunse 14 miliardi.</p>
<h2 id="scienza-e-ricchezza">Scienza e ricchezza</h2><p>Venter non si faceva mancare una vita glamour: aerei privati che pilotava personalmente, yacht da milioni di dollari, auto d&rsquo;epoca e barche storiche restaurate, abitazioni di lusso extra in California e nel Maine. Decantava il volo come «libertà assoluta». Ma l’ostentazione della ricchezza non era separata dalla scienza. Lo yacht Sorcerer II (un milione di dollari d&rsquo;acquisto e trecentomila di manutenzione annua) divenne uno strumento scientifico di prima grandezza: in 32.000 miglia raccolse la vasta maggioranza dei geni presenti nelle banche dati pubbliche. Quasi non distinguesse tra stile di vita e obiettivi di ricerca, come se per lui fossero la stessa cosa in registri diversi.</p>
<p>Era anche un genio della comunicazione. Fondando Celera nel maggio 1998, creò da zero una nuova categoria di investimento: la genomica commerciale. Chi lo ha studiato sostiene che calibrava la comunicazione pubblica in funzione della percezione degli investitori: alle critiche per la contaminazione tra scienza e finanza rispondeva di non essere lui a inseguire i soldi, ma i soldi che ricorrevano ai progetti innovativi e remunerativi da lui pensati. Se fosse stato mosso solo dall&rsquo;interesse personale, si sarebbe assicurato di poter vendere le proprie azioni prima del crollo di Celera. In quanto dirigente esecutivo, non poté beneficiare personalmente dell&rsquo;impennata borsistica che aveva contribuito a generare.</p>
<p>Non meno strategico fu il modo in cui pubblicò il proprio genoma. Il suo DNA era già presente, frammentato, tra i cinque assemblati per il primo sequenziamento, e nel 2007 il genoma diploide completo di Venter fu il primo genoma di un singolo individuo a essere pubblicato. Prima di quello di Watson. Spiegò che la decisione andava letta come una risposta alla paranoia che circondava il sequenziamento individuale: voleva dimostrare che non c&rsquo;era nulla da temere, donando il proprio come prova. Nella sua <a href="https://www.amazon.it/disegno-della-genoma-biologia-digitale/dp/8817070076" rel="noopener">autobiografia</a> intercala la narrazione biografica con sidebar relative alle proprie sequenze, annotazioni sulla salute, sulle capacità fisiche, sulle predisposizioni comportamentali, ecc. Usare sé stesso come dato scientifico e l&rsquo;autobiografia come caso di studio era un gesto tipicamente venteriano, che irritò molto i benpensanti.</p>
<h2 id="né-riduzionista-né-determinista">Né riduzionista, né determinista</h2><p>La &ldquo;creazione&rdquo; dell&rsquo;organismo sintetico fu ancora gestita con abilità sul piano comunicativo. Il titolo dell&rsquo;articolo che riportava il risultato parlava di &ldquo;cellula sintetica&rdquo;. In realtà, si trattava del trasferimento di un cromosoma sintetico in una cellula preesistente, non creata dal nulla. Venter non disse mai pubblicamente di aver sintetizzato la vita dal nulla, ma di aver &ldquo;acceso&rdquo; una “nuova” cellula come si accende un computer. Sapeva che avrebbe suscitato scandalo e si confrontò con chi si era spaventato. Collaborò con la Commissione presidenziale di bioetica, appositamente convocata da Barack Obama, pur convinto che le preoccupazioni fossero eccessive e che la regolamentazione rischiasse di bloccare ricerche di enorme utilità. Aveva già istituito al JCVI un gruppo interno di riflessione etica prima dell&rsquo;annuncio del 2010: non ignorava le implicazioni etiche, ma le gestiva come variabili da incorporare nel processo, non come freni da subire.</p>
<p>La scienza, per lui, era l&rsquo;unico strumento legittimo di comprensione della realtà, senza confini metafisici oltre i quali cominciasse qualcos&rsquo;altro. Sosteneva di non essere né riduzionista né determinista, come si può leggere nell’ultimo paragrafo dell’articolo storico su <em>Science,</em> scritto da lui*,* che riportava le sequenze del genoma umano di Celera. Ma il genoma non è qualcosa di sacro: contiene informazioni da leggere, manipolare e ottimizzare. Non è l’instanziazione materiale di un’intuizione animista. La vita non era per Venter un mistero da venerare, ma un intricato insieme di problemi da risolvere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lo spillover non è una lotteria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/spillover-lotteria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/spillover-lotteria/</guid><pubDate>Mon, 04 May 2026 08:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Radicioni</dc:creator><category>animali</category><description>Il rischio zoonotico non è un evento casuale: è il risultato di interazioni sempre più intense tra attività umane ed ecosistemi. E se David Quammen, nel suo saggio &amp;amp;ldquo;Spillover&amp;amp;rdquo;, proponeva l&amp;amp;rsquo;immagine di una lotteria, anche gli studi più recenti sul commercio globale di fauna selvatica mostrano un quadro chiaro, nel quale le probabilità di spillover seguono traiettorie strutturate. Dobbiamo allora ripensare alla preparedness per intervenire non solo sulla risposta, ma anche sui sistemi che generano il rischio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/spillover-lotteria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/spillover-lotteria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere un premio: una vita nuova in spazi più larghi.</p></blockquote>
<p>Con questa immagine David Quammen sintetizza, nel libro <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Spillover._L%27evoluzione_delle_pandemie" rel="noopener"><em>Spillover</em></a>, la dinamica alla base delle zoonosi: il salto di specie di un agente patogeno da un animale non umano all’essere umano. Un processo biologico noto da tempo, ma che negli ultimi anni è entrato con forza nel dibattito pubblico, anche alla luce della pandemia di COVID-19.</p>
<p>Il successo del libro, pubblicato oltre un decennio prima della pandemia, è stato spesso letto in chiave “profetica”. In realtà, più che una previsione, si trattava della sistematizzazione di evidenze già disponibili: la crescente interazione tra attività umane ed ecosistemi aumenta le opportunità di contatto tra specie e, quindi, la probabilità di spillover. Quammen insiste su questo punto: le epidemie non emergono nel vuoto, ma all’interno di relazioni ecologiche e sociali che le rendono possibili.</p>
<p>È su questa consapevolezza che si è consolidato il <a href="https://www.iss.it/one-health" rel="noopener">paradigma della One Health</a>, che considera salute umana, animale ed ecosistemica come componenti di un unico sistema interdipendente. In parallelo, il concetto di <a href="https://www.who.int/initiatives/preparedness-and-resilience-for-emerging-threats" rel="noopener"><em>preparedness</em> pandemica</a> si è imposto come priorità politica e scientifica, orientando investimenti e strategie verso la capacità di prevedere, monitorare e contenere nuove minacce infettive.</p>
<p>Tuttavia, tra il riconoscimento teorico di questa interconnessione e la sua traduzione operativa esiste ancora una distanza significativa. La prevenzione resta spesso focalizzata sulla risposta (sorveglianza, vaccini, piani di emergenza) mentre i determinanti a monte del rischio ricevono un’attenzione più frammentata e discontinua.</p>
<p>È in questo spazio che si inseriscono studi recenti come quello pubblicato sulla rivista <em>Science</em> ad aprile. Lo studio, coordinato da Jérôme Gippet, ecologo dell&rsquo;Università di Friburgo, in Svizzera, <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adw5518" rel="noopener">analizza</a> su scala globale il <a href="https://www.lescienze.it/biologia/2026/04/13/news/ecco_come_il_commercio_di_specie_selvatiche_aumenta_il_rischio_di_trasmissione_di_malattie_dagli_animali_agli_esseri_umani-21676442/" rel="noopener">legame</a> tra commercio di fauna selvatica e rischio zoonotico. </p>
<p>Integrando oltre quarant’anni di dati sul commercio, legale e illegale, con il database CLOVER sui patogeni associati alle specie animali, il lavoro mostra un pattern chiaro: il 41% delle 2079 specie di mammiferi coinvolte nel commercio condivide condivide almeno un patogeno trasmissibile con l’essere umano, e il numero di patogeni aumenta con la durata della permanenza delle specie nei circuiti commerciali. Nel complesso, i mammiferi commercializzati presentano una probabilità circa 1,5 volte superiore di ospitare agenti zoonotici rispetto a quelli non coinvolti.</p>
<p>Il punto rilevante non è solo quantitativo, ma strutturale. Questi dati indicano che il rischio di spillover non è un evento episodico, bensì una proprietà emergente delle modalità con cui il commercio di fauna è organizzato a livello internazionale. La “lotteria” evocata da Quammen non distribuisce biglietti in modo casuale: alcune filiere economiche concentrano sistematicamente le probabilità di spillover, trasformando un processo biologico in un rischio sistemico.</p>
<p>Se si assume questa prospettiva, anche la nozione di <em>preparedness</em> cambia di significato. Non riguarda soltanto la capacità di rispondere a un’emergenza, ma include la capacità di intervenire sui sistemi che generano rischio. Ed è qui che emerge un disallineamento persistente tra evidenze scientifiche e strumenti di governance.</p>
<p>Un esempio emblematico è la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (<a href="https://www.congress.gov/crs-product/RL32751" rel="noopener">CITES</a>),  che regola il commercio di fauna e flora selvatiche con un mandato centrato sulla conservazione, senza includere in modo sistematico il rischio sanitario. Ne deriva un paradosso: specie legalmente commerciate possono comunque rappresentare vettori di patogeni con potenziale epidemico globale.</p>
<p>Più in generale, il rischio zoonotico attraversa filiere complesse, mentre gli strumenti di controllo restano frammentati tra ambiti sanitari, ambientali e commerciali. Anche misure come i divieti generalizzati (<em>blanket bans</em>) <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2822%2900064-X/fulltext" rel="noopener">rischiano</a> di spostare il commercio verso circuiti illegali, riducendo la tracciabilità senza eliminare il rischio.</p>
<p>Una prevenzione efficace richiede quindi di passare dall’intervento puntuale alla regolazione sistemica. Questo implica integrare esplicitamente il rischio zoonotico nei meccanismi che governano il commercio internazionale, affiancando alla logica doganale una logica di biosicurezza.</p>
<p>In Italia, il tentativo di tradurre il paradigma One Health in strumenti operativi passa attraverso iniziative promosse dall&rsquo;Istituto Superiore di Sanità e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. L’<a href="https://www.pnrr.salute.gov.it/it/pnrr-pagina/salute-ambiente-biodiversita-e-clima-pnc/" rel="noopener">integrazione</a> tra il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) e il Sistema Nazionale della Prevenzione Sanitaria (SNPS) rappresenta un passaggio rilevante: per la prima volta, il monitoraggio ambientale e la prevenzione sanitaria vengono collegati in modo strutturale.</p>
<p>Questa integrazione, tuttavia, è ancora in fase di consolidamento e pone molte sfide operative, tra le quali: interoperabilità dei dati, formazione interdisciplinare del personale, definizione di protocolli condivisi. Senza questi elementi, il rischio è che anche il paradigma One Health resti confinato a un livello dichiarativo.</p>
<p>Sul piano internazionale, il dibattito in corso sul futuro accordo pandemico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità offre una finestra di opportunità. L’inclusione di clausole vincolanti che obblighino gli Stati a integrare la valutazione del rischio zoonotico nei flussi commerciali rappresenterebbe un passo significativo. Analogamente, una revisione del framework CITES che introduca esplicitamente criteri sanitari, ad esempio attraverso appendici dedicate al rischio zoonotico, contribuirebbe a colmare una lacuna strutturale.</p>
<p>Una prevenzione efficace richiede quindi un passaggio dalla risposta alla regolazione sistemica, integrando il rischio zoonotico nei meccanismi che governano il commercio internazionale.</p>
<p>Le evidenze disponibili indicano che il rischio zoonotico non è distribuito in modo casuale, ma segue le traiettorie del commercio globale. Continuare a trattarlo come un evento imprevedibile significa ignorarne le determinanti strutturali: la <em>preparedness</em> si costruisce anche nelle regole che governano i flussi economici e nelle modalità con cui le società interagiscono con la biodiversità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dare voce alle emozioni: il ruolo inatteso dell’IA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia/</guid><pubDate>Thu, 30 Apr 2026 08:35:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Bodei</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nella “società delle mangrovie”, come la definisce il filosofo Luciano Floridi, dove umano e digitale si intrecciano, l’intelligenza artificiale smette di essere solo fonte di inquietudine e diventa strumento di espressione. Il libro &amp;amp;ldquo;EmoziIonAbili&amp;amp;rdquo; (Pisa University Press) racconta come l’IA generativa possa trasformarsi in un «esoscheletro cognitivo» capace di dare voce a giovani con disabilità, amplificando emozioni e storie senza tradirle, e aprendo nuove strade per un uso etico e inclusivo della tecnologia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale generativa, che dal 2022 sta trasformando profondamente la nostra vita, continua a disorientarci: ci somiglia così tanto da rendere difficile tracciare un confine tra ciò che produce e ciò che siamo in grado generare noi. Del resto, ha imparato a esprimersi osservandoci e imitandoci, e lo fa sempre meglio. Tutto questo inquieta: saprà fermarsi quando lo vorremo noi?</p>
<p>La difficoltà a tracciare confini è, in fondo, un tratto distintivo della nostra società. Non a caso il filosofo Luciano Floridi parla di “società delle mangrovie”, dove l’acqua dolce si mescola a quella salata, senza essere più né l’una né l’altra: allo stesso modo, nelle nostre esperienze, la dimensione digitale si intreccia con quella reale.</p>
<p>Il libro <em>EmoziIonAbili. Intelligenza artificiale generativa tra emozioni, racconti e musica</em>, uscito da poco per i tipi della Pisa University Press (e <a href="https://www.pisauniversitypress.it/scheda-ebook/gian-luigi-ferrari/emoziionabili-9791256083015-577355.html" rel="noopener">liberamente scaricabile</a> dal sito della casa editrice), prende a prestito questa efficace metafora per descrivere lo spazio simbolico e reale di incontro di un gruppo di giovani adulti con disabilità che, grazie all’intelligenza artificiale generativa, hanno potuto trovare una voce per esprimere la propria interiorità, muovendosi in un continuum “salmastro” in cui esseri umani e macchine si compenetrano. In questo spazio, l’IA permette di superare le barriere linguistiche e cognitive che impediscono loro di raccontare le proprie emozioni. </p>
<p>L’autore, Gian-Luigi Ferrari, al contempo attivo nell’Associazione Caregivers Pisa che ha promosso il progetto alla base del libro e professore di Informatica all’Università di Pisa, parla infatti di “esoscheletro cognitivo” per la mente, per indicare come questa tecnologia possa supportare il pensiero e facilitare la capacità di espressione, diventando uno strumento di inclusione e di amplificazione. Da qui la “iI” e la successiva “A” inserite nel titolo <em>EmoziIonAbili</em>, a sottolineare il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa come amplificatore narrativo.</p>
<p>Una boccata di ossigeno in mezzo a tante discussioni allarmistiche e un po’ aprioristiche sull’IA. Come ogni tecnologia è infatti uno strumento indubbiamente potente, che può però essere utilizzato anche in modo etico, a patto di adottare un modello di progettazione responsabile e sicura, capace di tutelare la privacy di chi lo usa, e di offrire un ambiente protetto.<br>
L’IA può raccogliere allora gli spunti e le parole dei ragazzi, anche se frammentari, e restituirli in forma chiara, “in bella”, senza alterarli. Ferrari la definisce «empatia artificiale», perché l’IA si limita a riflettere fedelmente ciò che percepisce, senza proiettarci nulla di proprio, come farebbe inevitabilmente un essere umano. Così le emozioni non vengono «interpretate, ma amplificate; non spiegate, ma rese abitabili». </p>
<p>Ottenere questo risultato non è immediato: occorre una progettazione ben strutturata. Alla fase di ascolto segue quella dell’ideazione della storia, accompagnata dal costante aiuto degli educatori. Solo in un secondo momento entra in gioco l’IA che, attraverso un’attenta attività di prompting, viene guidata nella generazione di testo e immagini. </p>
<p>I dati personali dei ragazzi non vengono esposti, ma trasformati in preferenze astratte per adattare comunque le risposte ai singoli individui. Così restano custoditi in un contesto sicuro, senza contribuire in alcun modo all’aggiornamento della conoscenza generale dell’IA, in linea con i principi di tutela della privacy by design e data minimization. </p>
<p>Sulle storie si fa poi un lavoro collettivo di lettura, discussione e rielaborazione, sino al momento festoso della presentazione pubblica delle versioni finali. Possono essere creati, in modo analogo, anche canzoni (sia testo che musica) e fumetti. In queste creazioni trovano spazio tutte le emozioni, positive o negative: gioia, impazienza, paura, rabbia, nostalgia, meraviglia, e altre ancora. Le storie che ne nascono colpiscono per la loro vividezza e autenticità.</p>
<p>Il libro non si limita a testimoniare un’esperienza, ma propone un uso nuovo ed etico dell’IA. Questo progetto, che consente a tutti di esprimersi, nel rispetto della propria unicità e della propria privacy, lascia infatti intravedere un modo concreto di dare attuazione alla dichiarazione ONU sui diritti delle persone con disabilità, secondo cui quello alla comunicazione non consiste semplicemente nella possibilità di parlare o esprimersi, ma anche nel poter essere ascoltati, compresi e messi nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita culturale e sociale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come l’intelligenza artificiale sta reinventando la chimica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-sta-reinventando-chimica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-sta-reinventando-chimica/</guid><pubDate>Thu, 30 Apr 2026 08:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara D'Errico</dc:creator><description>L’intelligenza artificiale sta trasformando la ricerca scientifica ben oltre la semplice scrittura automatica, entrando nel cuore dei processi di scoperta. In chimica, agenti autonomi basati su modelli linguistici progettano molecole, pianificano sintesi e persino eseguono esperimenti, accelerando tempi e riducendo costi. Ci sono opportunità straordinarie, affiancate però a rischi concreti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/intelligenza-artificiale-sta-reinventando-chimica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/intelligenza-artificiale-sta-reinventando-chimica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale generativa, e in particolare i Large Language Models (LLM), ha già cambiato radicalmente il modo in cui si fa scienza. Il classico esempio spesso portato all’attenzione del pubblico è sicuramente l’utilizzo di questo tipo di strumento per la scrittura di articoli scientifici o per la creazione di immagini a corredo di tali articoli, con risultati che a volte sono anche involontariamente comici.</p>
<p>Tuttavia, l’utilizzo di IA nella pratica scientifica va ben al di là del solo utilizzo come strumento facilitatore nella scrittura, ma entra direttamente nella pratica di progettazione e svolgimento delle ricerche stesse. </p>
<p>In chimica, per esempio, l’integrazione di modelli di IA sta accelerando significativamente la scoperta di nuove molecole, riducendo tempi e costi che tradizionalmente richiedono miliardi di euro e oltre un decennio di ricerca. In particolare questo è vero in campi in cui la progettazione di nuove molecole è di estremo interesse economico, come la ricerca su nuovi farmaci o nuovi materiali.</p>
<p>In particolare, è ormai largamente diffuso l’utilizzo di agenti autonomi basati su modelli linguistici come SMILES (Simplified Molecular-Input Line-Entry System) – un LLM che trasforma atomi e legami in stringhe di testo – fra cui spicca Coscientist.</p>
<p>Un modello autonomo è un sistema di intelligenza artificiale capace di percepire il proprio ambiente, prendere decisioni e agire per completare un compito specifico in risposta a stimoli esterni. Coscientist utilizza database molecolari basati sul sistema SMILES  per identificare i composti necessari ai suoi compiti. In diversi esperimenti, il sistema è stato incaricato di generare reazioni partendo proprio da elenchi di molecole fornite in formato SMILES; uno dei risultati più significativi è che Coscientist ha dimostrato di poter ragionare sulla reattività dei composti semplicemente analizzando le loro stringhe SMILES. Per esempio, il sistema è in grado di dedurre proprietà elettroniche di una molecola dalla sua notazione testuale e utilizzare queste informazioni per ottimizzare le condizioni di reazione, e quindi suggerire l&rsquo;uso di additivi con gruppi elettron-attrattori più forti per aumentare la resa. Per elaborare correttamente queste stringhe, Coscientist integra nel suo modulo di esecuzione codice il pacchetto di cheminformatica RDKit, uno strumento permette all&rsquo;agente di &ldquo;tradurre&rdquo; la notazione lineare SMILES in dati strutturati utilizzabili per calcoli chimici e simulazioni. Questo tipo di strumento è stato in grado di pianificare ed eseguire reazioni complesse, progettando la molecola opportuna in base alle necessità di azione per un determinato scopo farmaceutico, e successivamente pianificandone una sintesi opportuna. </p>
<p>Coscientist comunque non è l’unico strumento attualmente utilizzato nella ricerca chimica: ChemCrow, per esempio, è largamente usato per automatizzare compiti di routine, in particolare quelli altamente specializzati, mentre AI come PaperQA e WikiCrow possono progettare reazioni di sintesi attraverso l’analisi di un gran numero di letteratura scientifica.</p>
<p>L’integrazione dell’intelligenza artificiale nei laboratori, comunque, non è priva di luci e ombre. </p>
<p>Da un lato, il vantaggio più evidente è l’accelerazione senza precedenti della scoperta scientifica: infatti, grazie alla capacità degli agenti autonomi di navigare nello &ldquo;spazio chimico&rdquo; (che comprende potenzialmente fino a 10.180  molecole) i tempi per la ricerca di nuovi materiali e farmaci possono passare da anni a pochi giorni; strumenti come WikiCrow o PaperQA sono poi in grado di sintetizzare decenni di letteratura scientifica fornendo citazioni corrette quasi istantaneamente, liberando i chimici dai compiti più ripetitivi; inoltre, sistemi come Coscientist hanno dimostrato che l&rsquo;IA non si limita a teorizzare, ma può eseguire fisicamente esperimenti complessi, ottimizzando le reazioni chimiche con un&rsquo;efficacia che spesso supera i metodi computazionali tradizionali. </p>
<p>La facilità di reperimento e utilizzo di questi strumenti di intelligenza artificiale è anche estremamente democratica, e permette anche a ricercatori con meno competenze tecniche o disponibilità economiche di accedere a strumenti di automazione e calcolo avanzatissimi.</p>
<p>Ma di contro anche i rischi sono molti. Quello più insidioso è costituito dalle &ldquo;allucinazioni&rdquo; chimiche: i modelli possono proporre molecole instabili o sintesi impossibili con una sicurezza disarmante. La qualità dei risultati è infatti limitata dalla presenza di dati ipotetici, errori o bias nei dataset utilizzati (come MoleculeNet), che possono portare il modello a imparare convinzioni chimiche errate.</p>
<p>Paradossalmente, studi recenti avvertono che i modelli più grandi e istruibili tendono a diventare meno affidabili, cadendo nel più classico tranello del tuttologo: invece di ammettere ignoranza, forniscono risposte errate ma apparentemente plausibili. A questo si aggiunge la natura &ldquo;black-box&rdquo; di molti algoritmi, che rende difficile per uno scienziato umano comprendere la logica dietro una previsione, ostacolando la validazione scientifica necessaria in campi delicati come la medicina.</p>
<p>Esistono poi limiti tecnici strutturali, come la difficoltà delle rappresentazioni testuali (SMILES) nel cogliere proprietà tridimensionali fondamentali come la chiralità, portando a potenziali errori nella progettazione di farmaci. </p>
<p>Infine, non si possono ignorare i rischi di sicurezza legati al &ldquo;doppio uso&rdquo;: la stessa tecnologia che progetta un antibiotico salvavita potrebbe essere manipolata per creare tossine o armi chimiche. </p>
<p>Per tutte queste ragioni, è importante ricordare che, anche in campo chimico, l&rsquo;IA dovrebbe essere vista come un potenziamento e non come un sostituto, mantenendo sempre l&rsquo;esperto umano saldamente nel ciclo decisionale per garantire rigore ed etica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Stanislao Cannizzaro: una storia chimica tutta italiana</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana/</guid><pubDate>Tue, 28 Apr 2026 08:18:00 +0100</pubDate><category>storia-della-scienza</category><description>Il 13 luglio 2026 cadono i 200 anni dalla nascita di Stanislao Cannizzaro, anniversario che la Società Chimica Italiana ha da poco celebrato a Palermo; in questo articolo Riccardo Lucentini ed Eva Munter raccontano le avventure del giovane chimico a partire dalle lettere che scambiava con i suoi amici e collaboratori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Esistono due tipi di siciliani. Quelli di mare aperti all&rsquo;avventura e all&rsquo;esplorazione, capaci di mantenere saldo il rapporto con la propria terra anche a distanza; e quelli di scoglio a cui l&rsquo;allontanamento causa fin da subito una forte nostalgia di casa per cui sentono il bisogno di rientrare il prima possibile. </p>
<p>Oppure sono due modi di intendere il legame con la terra natia che si presentano a fasi alterne nella vita di una persona; tra vicissitudini politiche, ambizioni di carriera e volontà di lasciare un segno indelebile nella storia siciliana, italiana e mondiale. Stanislao Cannizzaro è stato un siciliano di mare che ha girato tutta Italia per inseguire le sue ambizioni chimiche e un siciliano di scoglio che ha riportato tutto il suo sapere all&rsquo;Università di Palermo. E soprattutto è stato quel chimico capace, nel 1860, di mettere d&rsquo;accordo un&rsquo;intera comunità che ancora non aveva deciso cosa fosse una massa atomica.</p>
<h2 id="un-esilio-a-tutta-chimica">Un esilio a tutta chimica</h2><p>Agli antipodi di Palermo per posizione geografica, nebbia e panorami naturali si trova Alessandria; qui il venticinquenne Cannizzaro arriva nel novembre 1851, su consiglio del suo mentore Raffaele Piria che considerava la cattedra in fisica, chimica e meccanica al Collegio Nazionale una tappa ideale per fare esperienza e aspirare a ruoli più prestigiosi a Genova o Torino. Dopo anni di studi in giro per l’Italia e l’Europa, nella città sabauda Cannizzaro attiva un piccolo laboratorio di ricerca, che lui stesso definisce «il più poetico di tutta l’Italia», e continua i lavori sperimentali che lo avevano occupato durante la carriera da studente. L’isolamento di Alessandria, lontana dai centri nevralgici della chimica italiana e coinvolta nei moti risorgimentali, lo costringe a sperimentare spesso in solitudine o al massimo con l’aiuto di un farmacista locale e a tenere una fitta corrispondenza con alcuni colleghi residenti in toscana, come Cesare Bertagnini e il già citato Piria. La raccolta di queste lettere ci è arrivata intatta e chiunque volesse entrare in empatia con un uomo che, in un momento di scoramento, chiede all’amico Bertagnini «dimmi quando vieni che ho bisogno di parlare di Chimica con qualcuno», può consultarla <a href="https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k903537.texteImage" rel="noopener">qui</a>. Qualcuno potrebbe obiettare che un ventiseienne dovrebbe sentire la necessità di parlare di ben altro; non ce la sentiamo di dare torto a chi la pensa così, ma d’altronde questo sono i chimici. Bestie strane, con bisogni strani, da almeno 200 anni. </p>
<p>Anche la dedizione alla didattica lo aiuta a superare il senso di isolamento; senza studenti regolari, Cannizzaro apre le sue lezioni a tutta la cittadinanza, accogliendo in aula e in laboratorio alcuni operai delle industrie locali. La sua esperienza da insegnante inizia quindi con una sfida gravosa e molto formativa: le persone che partecipano alle sue lezioni sono molto diverse dagli studenti universitari che aveva conosciuto nel suo periodo di studi tra Palermo e Pisa e quindi deve trovare tecniche di insegnamento efficaci in quel contesto. Riconoscendo alla didattica un ruolo primario per collegare scienza e società, in Cannizzaro nasce un “vivo desiderio di comunicare ai miei allievi chiari i concetti fondamentali della scienza” che si porterà dietro per tutta la sua carriera e sarà cruciale nel lasciare un segno indelebile nella storia della chimica. Alle lezioni con i suoi studenti dedica quattro giorni a settimana, tra cui il sabato e la domenica forse per andare incontro alle esigenze orarie degli operai, un’intera stanza delle tre in cui è organizzato il suo laboratorio e molte ore di preparazione. Nell’approccio di Cannizzaro, ricerca e didattica vanno di pari passo e si completano a vicenda perché entrambe impongono approfondimenti e aggiornamenti continui. </p>
<h2 id="un-posto-nei-libri-di-chimica">Un posto nei libri di chimica…</h2><p>I frutti di questo lavoro arrivano presto. Nel 1853 esce una breve comunicazione sulla rivista <em>Annalen der Chemie und Pharmacie</em> in cui espone i risultati di alcuni esperimenti condotti su un olio di mandorle amare. Leggendo l’articolo con l’occhio della chimica moderna si nota subito che siamo in un periodo storico in cui chimica organica è in pieno fermento e in uno stato primordiale di grande confusione: le formule non sono ancora standardizzate, i concetti di atomo e molecola sono discussi e molte reazioni vengono osservate, saggiate attraverso i sensi ma non davvero comprese, perché non ha ancora preso forma l’idea che la struttura tridimensionale delle molecole influenzi le proprietà delle sostanze. In quel modo  pre-strutturale di fare e pensare la chimica, non esiste il concetto di gruppo funzionale, eppure si avverte già che alcune sostanze agiscano come se appartenessero a una medesima famiglia.</p>
<p>È in questo contesto che il giovane chimico siciliano inizia a studiare le aldeidi. Siccome non esiste una comprensione strutturata del loro comportamento, sono molecole per lo più associate agli aromi e che si palesano principalmente attraverso odori pungenti, spesso irritanti e talvolta penetranti. Cannizzaro sa che queste sensazioni emergono quando gli alcoli subiscono l&rsquo;azione dell&rsquo;aria o del calore: l&rsquo;ossidazione di certi alcoli genera prodotti che mostrano una sorta di invisibile affinità. Oltre a maneggiare le tecniche per produrre le aldeidi, Cannizzaro ha chiaro che la loro natura permette una facile ossidazione ad acidi carbossilici, così come una riduzione ad alcoli. Questa duplice inclinazione le relega in una posizione centrale, quasi precaria, come se fossero nodi di transizione invece che entità compiute. È proprio tale ambiguità chimica a diventare, nella seconda metà dell&rsquo;Ottocento, terreno fertile per una lettura più approfondita delle loro proprietà e, anzi, grazie agli studi di Cannizzaro, le aldeidi si trasformano in chiavi di lettura della materia stessa. Attraverso la reazione che prenderà il suo nome, Cannizzaro mostra l’essenza bifronte di alcune aldeidi esposte a un ambiente alcalino: una molecola si ossida mentre l&rsquo;altra si riduce, come se la sostanza operasse una scissione interiore per giungere a un nuovo equilibrio. Nell’articolo del 1853 espone l’esperimento in cui scioglie la benzaldeide in alcol e la tratta con una base concentrata, ottenendo sia l’acido benzoico, sia l’alcol benzilico. La reazione, scritta con l’approccio strutturale moderno è la seguente:</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stanislao-cannizzaro-storia-chimica-tutta-italiana-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1568" height="240" loading="lazy" decoding="async">
Questo e altri lavori sperimentali mettono Cannizzaro sulla mappa della chimica europea; alla direzione della rivista <em>Annalen der Chemie und Pharmacie</em> c’è, infatti, Justus von Liebig, uno dei padri fondatori della chimica organica. Il nome aldeide, per esempio, è una sua idea: il termine deriva da <em>alcohol dehydrogenatus</em>, l’alcol privato di idrogeno, quasi come se la sostanza fosse il risultato di una sottrazione, di una perdita che la chimica sta ancora imparando a interpretare. Dai suoi laboratori a Giessen sono forse passati tutti i chimici dell’Ottocento. Sfidiamo lettori e lettrici a trovare qualcuno che in quegli anni non abbia condotto un solo esperimento nelle stanze di Liebig; noi ci siamo francamente arresi. </p>
<p>In alcune lettere del 1854 Liebig riconosce i meriti di Cannizzaro e ne recensisce il lavoro con toni positivi; l’influenza del chimico tedesco in pratica consegna al siciliano un biglietto “esci gratis dall’isolamento alessandrino”. Nella primavera del 1855 infatti si libera la cattedra di chimica all’Università di Genova e il 31 maggio dello stesso anno il ministero della pubblica istruzione passa a Giovanni Lanza, una delle più importanti figure del Risorgimento italiano che lavora fin da subito ad alcune riforme e al rafforzamento della scuola chimica nel Regno di Sardegna. Lanza porta Raffaele Piria a Torino, dove già lavorano Francesco Selmi e Ascanio Sobrero, e sposta Cannizzaro a Genova chiedendogli di creare da zero un laboratorio di ricerca, come già successo ad Alessandria.</p>
<h2 id="-e-nei-libri-di-storia">… e nei libri di storia</h2><p>L’impatto iniziale con la nuova realtà è complicato, infatti Cannizzaro lascia il laboratorio più poetico d’Italia e trova «una cameraccia oscura ed umida senza l&rsquo;occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni» e impiega mesi per ottenere un nuovo locale più adatto alle necessità di un chimico. Qui trova una buona palestra per il corpo, a causa dei 228 gradini che separano il piano terra dal laboratorio, e per la mente grazie alla ripresa delle attività di ricerca. Dovendo anche sviluppare un corso di chimica generale più avanzato rispetto alle lezioni che teneva ad Alessandria, Cannizzaro si rende conto che le conoscenze teoriche del periodo sono così confusionarie e disorganizzate da trovarsi in difficoltà lui stesso nella comprensione di alcuni concetti chiave, come per esempio la già citata discussione su cosa siano un atomo e una molecola. Decide quindi di mettere ordine ripercorrendo la storia della chimica dai lavori di Berzelius fino agli studi contemporanei e individua anche la miglior guida per il suo viaggio nel tempo, ovvero un avvocato torinese passato alla fisica da autodidatta che, nel 1811, aveva pubblicato un «saggio su un modo per determinare le masse relative delle molecole ». Questo articolo era rimasto nell’oblio per quasi 50 anni, ma avanzava <a href="https://www.robertobigoni.it/Fisica/Studenti/Lanfranchi/Essai-1811.pdf" rel="noopener">un&rsquo;ipotesi</a> che Cannizzaro considera il miglior punto di partenza per impostare tutti i calcoli: «Il numero delle molecole in qualunque gas è sempre lo stesso a volume uguale». Convinto che anche gli studenti genovesi dovessero seguire il suo stesso percorso, nel 1858 Cannizzaro scrive per loro il <a href="https://books.google.it/books?id=Il8UbIJgJW4C" rel="noopener"><em>Sunto di un corso di filosofia chimica</em></a>, suddiviso in otto lezioni dove dimostra che, facendo attenzione a definire la differenza tra atomo e molecola e scegliendo l’idrogeno come sostanza di riferimento, l’ipotesi di Avogadro è il miglior strumento per calcolare le masse di tutti gli atomi. Basta sfogliare velocemente le pagine del libro e confrontare le tabelle di Cannizzaro con i valori oggi presenti sulla tavola periodica per valutare la qualità delle sue argomentazioni.</p>
<p>Altri chimici in giro per l’Europa condividono la stessa sensazione di smarrimento e confusione da cui nasce il <em>Sunto</em> e tra questi c’è anche uno degli allievi più in vista di Liebig: August Kekulé, che nel 1859, esasperato dalle difficoltà degli studenti nel districarsi in una disciplina priva di standard condivisi, scambia alcune lettere con i colleghi Adolphe Wurtz e Carl Weltzien per convincerli a organizzare un congresso dove trovare un accordo su alcune definizioni alla base della teoria atomica. I tre prima raccolgono le firme di altri 42 chimici europei, tra cui quelle di Cannizzaro e Piria, quindi si ritrovano a Parigi nell&rsquo;estate del 1860 e da lì spediscono un invito a tutti i colleghi a loro conosciuti per ritrovarsi a Karlsruhe il 3 settembre dello stesso anno. In tutto rispondono presente 140 persone che per tre giorni discutono senza sosta su come definire in modo condiviso termini come “atomo”, “molecola”, “equivalente”, “acido” e “basico”.  </p>
<p>Rileggendo oggi gli atti di quel congresso, si nota una gestione confusa delle discussioni che finiscono costantemente fuori tema con gran parte dei presenti ostinata nel difendere le proprie posizioni. Cannizzaro è partecipante attivo però, intervenendo in francese perché lingua comune a tutti i presenti, non sembra impressionare subito gli altri scienziati. Esponendo le sue tesi solo nel terzo giorno di lavori, si trova dinanzi una platea stanca, poco incline ad accettare il suo punto di vista e desiderosa soltanto di concludere i lavori. Dopo tre giorni di lavori inconcludenti, il congresso si chiude con una votazione su un’adozione più generale delle teorie di Jöns Jakob Berzelius, che però erano radicate nella chimica inorganica e poco efficaci nel descrivere e prevedere il comportamento delle molecole organiche. L’esito incerto della votazione lascia i chimici nella condizione di continuare a utilizzare le proprie nomenclature personali: gli scopi di Kekulè sembrano in quel momento irraggiungibili.</p>
<p>Non sappiamo se per scoramento visti i risultati del congresso o per supporto all’amico e collega, ma al termine ufficiale dei lavori Angelo Pavesi distribuisce alcune copie del <em>Sunto</em>, che Cannizzaro aveva pensato per i suoi studenti e, gradualmente, gli orientamenti iniziano a mutare. Alcuni partecipanti sono subito persuasi dalle argomentazioni di quell’opuscolo, altri vi prestano solo un&rsquo;attenzione superficiale; in ogni caso, le tesi di Cannizzaro e l’ipotesi di Avogadro prendono a circolare all&rsquo;interno della comunità scientifica. Uno dei maggiori sostenitori del nuovo approccio è Lothar Meyer che nel 1864 integrerà le idee di Cannizzaro nel suo manuale <em>Die Modernen Theorien der Chemie</em> e, ricordando l’esperienza di Karlsruhe, <a href="https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/ed028p421" rel="noopener">scrive</a> a proposito del Sunto</p>
<blockquote>
<p>It was as though the scales fell from my eyes, doubt vanished, and was replaced by a feeling of peaceful certainty<br>
(È come se avessi capito la verità tutto d’un tratto, i dubbi sono svaniti e sono stati sostituiti da una sensazione di serena certezza)</p></blockquote>
<p>Tra i partecipanti c’è anche un giovane russo che sta muovendo i suoi primi passi nella chimica e che trova nel <em>Sunto</em> una fonte di ispirazione per iniziare il lavoro su uno schema che ordinasse gli elementi chimici; Mendeleev non ha mai fatto mistero che la sua tavola, basata sulle masse atomiche, partisse dal lavoro di Cannizzaro. Abbiamo anche prova diretta della loro stima reciproca in una lettera del 1904, tuttora custodita negli archivi della Società Chimica Italiana: in una pagina scritta in francese Mendeleev usa toni al limite dell’ossequioso per chiedere a Cannizzaro alcune documentazioni di carattere tecnico-legislativo. Con la pubblicazione della tavola periodica nel 1869 si chiudono decenni di diatribe e di formule più incomprensibili dei geroglifici e la comunità chimica giunge finalmente a quel consenso tanto atteso; il tutto grazie a un professore “tormentato e spinto” dalla volontà di parlare con chiarezza ai suoi studenti.</p>
<p>Il 1860 è anche l’anno in cui Cannizzaro può tornare nella sua Palermo per rivedere i familiari e per dare il suo contributo al governo di Garibaldi. Forse la permanenza nella terra natia risveglia in lui il siciliano di scoglio, rimasto sopito dopo l’esilio a causa dei moti rivoluzionari del 1848, perché nei mesi successivi al congresso di Karlsruhe rifiuta vari incarichi a Pisa e a Napoli in attesa di una proposta dall’Università di Palermo, che effettivamente arriva a fine 1861. Da quel momento Cannizzaro si impegnerà su tre fronti: la formazione di una scuola chimica italiana, la partecipazione alla vita politica nazionale e la diffusione della cultura scientifica, ricoprendo ruoli di vertice in società scientifiche e nelle istituzioni pubbliche. L’ambizione di realizzare grandi riforme lo spingerà a prendere di nuovo il mare nel 1871 e ad approdare a Roma, dove arriverà alla vicepresidenza del senato e fonderà un istituto di chimica in Via Panisperna. La sua sarà una figura di riferimento presente e costante fino al 1910, anno della morte.<br>
Dal 1926 la salma di Cannizzaro è a Palermo, nel Pantheon della Chiesa di San Domenico accanto ai personaggi più illustri della storia siciliana: alla fine, forse, i siciliani sono tutti di scoglio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Per il grafene è la volta buona di rivoluzionare il mondo?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/grafene-volta-buona-rivoluzionare-mondo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/grafene-volta-buona-rivoluzionare-mondo/</guid><pubDate>Mon, 27 Apr 2026 08:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Manunza</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il grafene, il “materiale miracoloso”, prometteva di rivoluzionare il mondo e cambiare per sempre le nostre vite, ma dopo più di vent’anni dalla sua scoperta c’è chi inizia a chiedersi: che fine ha fatto?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/grafene-volta-buona-rivoluzionare-mondo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/grafene-volta-buona-rivoluzionare-mondo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Circa quindici anni fa, nella sala d’attesa del dentista, lessi su una rivista scientifica di un nuovo materiale, uno come non se ne erano mai sentiti prima: estremamente flessibile ma più resistente dell’acciaio, conduceva l’elettricità e il calore meglio dei metalli, mostrava fenomeni quantistici rari (nello specifico i suoi elettroni si comportavano come fossero stati privi di massa). E la lista potrebbe continuare a lungo. Il materiale si chiamava grafene e <a href="https://www.science.org/doi/abs/10.1126/science.1102896" rel="noopener">fu scoperto nel 2004</a> (a voler essere precisi, la sua esistenza teorica era già nota da decenni, nel 2004 fu solo isolato per la prima volta), ma la sua fama esplose nel 2010, quando i suoi scopritori <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/physics/2010/summary/" rel="noopener">vinsero il premio Nobel</a> per la fisica. </p>
<p>Al tempo, il grafene finì sui giornali e i programmi televisivi di tutto il mondo, perché le sue proprietà straordinarie sembravano promettere una rivoluzione epocale: si credeva che sarebbe stato usato <a href="https://www.soci.org/news/general-news/graphene-could-be-used-to-build-quantum-computers" rel="noopener">nei computer quantistici</a>, <a href="https://www.graphene.manchester.ac.uk/learn/applications/electronics/" rel="noopener">negli schermi di cellulari pieghevoli</a> indossabili sul polso come gli orologi e per rendere più veloci i circuiti elettronici (<a href="https://www.graphene.manchester.ac.uk/learn/applications/electronics/" rel="noopener">si parlava</a> di una «nuova generazione di elettronica»). Chi si lasciò trascinare un po’ troppo arrivò a pensare che il grafene sarebbe stato usato per costruire un <a href="https://www.isec.org/space-elevator-tether-materials" rel="noopener">ascensore spaziale</a>, il <a href="https://www.wired.com/story/vollebak-invisibility-cloak/" rel="noopener">mantello dell’invisibilità</a> e <a href="https://www.newscientist.com/article/dn26626-bulletproof-graphene-makes-ultra-strong-body-armour/" rel="noopener">armature antiproiettile</a>; ma altre <a href="https://www.treehugger.com/ways-graphene-could-change-the-world-4863867" rel="noopener">applicazioni più originali</a> prevedevano di eliminare per sempre la ruggine, o di creare vestiti anti-zanzara e preservativi migliori di quelli già esistenti. I più estremi lo paragonarono persino al vibranio, il metallo indistruttibile – oltre che immaginario – di cui è fatto lo scudo di Captain America, ma l’entusiasmo contagiò anche alcuni enti governativi: <a href="https://cordis.europa.eu/article/id/92056-feature-stories-graphene-the-wonder-material-for-electronics-computers-and-beyond/it" rel="noopener">nei siti ufficiali</a> dell’Unione Europea si parlava del grafene come di un materiale «destinato a diventare tanto importante per la nostra società quanto l&rsquo;acciaio o la plastica». </p>
<p>Ancora oggi se si cerca in Internet <em>miracle material</em> (“materiale miracoloso”) quasi tutti i risultati riguardano il grafene; ma dopo più di vent’anni dalla sua scoperta sono poche le promesse che sembrano essere state mantenute: nessuno di noi va in giro con il cellulare a mo’ di orologio e sicuramente non esiste nessun ascensore spaziale – né sono stati avviati cantieri per costruirlo. Allo stesso tempo, il grafene sembra essere sparito dai media generalisti e quando se ne discute è principalmente in riviste specialistiche. Per questo recentemente c’è chi ha iniziato a parlare di disillusione o, addirittura, della <a href="https://retrospectjournal.com/2023/10/22/the-graphene-gold-rush-history-hype-and-current-challenges/" rel="noopener">fine di una corsa all’oro</a>; ma già durante l’apice dell’entusiasmo collettivo c’era chi storceva il naso. Nel 2013 la BBC <a href="https://www.bbc.com/news/science-environment-21014297" rel="noopener">scriveva</a> di un professore secondo cui gli investimenti sul grafene erano «uno spreco di soldi», in quanto lo riteneva «una tecnologia troppo limitata – interessante, ma non rivoluzionaria». Il timore era ciò che la BBC ha definito “sindrome del Concorde”: investire moltissimi soldi pubblici in un progetto che, come l’aereo supersonico, è più affascinante che realmente utile.</p>
<h2 id="solo-promesse-disattese">Solo promesse disattese?</h2><p>Anche se adesso se ne parla un po’ meno e alcuni sono scettici sulla sua utilità, il grafene ha davvero le proprietà straordinarie elencate prima, che sono dovute a una caratteristica che lo distingue da qualsiasi altro materiale noto prima di lui: è spesso un solo atomo. Chimicamente parlando, è composto solamente da atomi di carbonio, esattamente come il diamante; la differenza è che nel diamante gli atomi si dispongono in una struttura tridimensionale formata da tetraedri (piramidi a base triangolare), mentre nel grafene creano un foglio piatto a esagoni simile a un alveare. Questa caratteristica è la sua forza e l’origine del suo successo, ma è anche ciò che gli ha impedito di conquistare il mondo – per il momento.</p>
<p>Come spiega <a href="https://www.iit.it/it/people-profile/-/people/camilla-coletti" rel="noopener">Camilla Coletti</a>, senior scientist dell’Istituto Italiano di Tecnologia, il grafene promette ancora molto in campi come l’elettronica, la fotonica e le telecomunicazioni, «dove le sue proprietà ottiche ed elettroniche possono essere sfruttate in modo efficace». Questi però sono campi dove i materiali devono avere livelli di qualità che ancora non siamo in grado di raggiungere con il grafene. «Per fare un paragone», scrive, «nell’elettronica tradizionale basata sul silicio eventuali imperfezioni superficiali possono avere un impatto relativamente limitato. Nel caso del grafene, invece, il singolo strato atomico è tutto il materiale disponibile: qualsiasi difetto o processo di integrazione – per esempio la deposizione di uno strato isolante – può influenzarne in modo significativo le proprietà». Ovviamente serve ancora tempo per superare queste limitazioni tecnologie, ma nient’altro: il grafene non ha ancora disatteso le sue promesse. A riprova di ciò, Coletti spiega che il grafene si può già trovare sul mercato in prodotti in cui non è richiesta un’altissima perfezione del materiale: si trova facilmente negli additivi per materiali compositi (come la plastica) e in alcuni inchiostri (non come quelli della stampante di casa: sono inchiostri che <a href="https://www.nature.com/articles/s41578-022-00448-7" rel="noopener">conducono l’elettricità</a> usati per stampare componenti elettronici flessibili). </p>
<p>Di parere simile è anche <a href="https://www.eng.cam.ac.uk/profiles/acf26" rel="noopener">Andrea Ferrari</a>, professore di nanotecnologia all’Università di Cambridge, che spiega come il grafene sia utilizzato da anni per le applicazioni più semplici (i cosiddetti <em>low-hanging fruits</em>, ovvero i “frutti dei rami più bassi”). Per esempio, la Head, un’azienda di articoli sportivi, <a href="https://web.archive.org/web/20210624212159/https:/www.tennisexpress.com/info/head-racquet-technology" rel="noopener">lo usa dal 2013</a> per migliorare le proprietà meccaniche di sci e racchette da tennis, in cui la presenza del grafene è indicata con una “G” disegnata sopra. Ferrari spiega però che pian piano si sta diffondendo anche in quei settori dove è richiesta una qualità più alta del materiale (cioè dove si pensa che sarà particolarmente utile): la BYD lo usa <a href="https://xray.greyb.com/ev-battery/byd-ev-battery-recycling-solutions" rel="noopener">nelle batterie delle sue automobili</a> e la Huawei <a href="https://www.huaweicentral.com/huawei-flaunts-ice-cutting-mate-x6-graphene-cooling-sheet-at-mwc25/" rel="noopener">per il raffreddamento dei cellulari</a>.</p>
<p>«È usato in un sacco di posti», afferma Ferrari, «ma non necessariamente viene pubblicizzato: tu il prodotto non lo vendi perché c’è dentro il grafene, ma perché funziona. Quindi in realtà è un buon segno quando esci dall’hype [N.d.A. entusiasmo iniziale] ed entri nell’aspetto applicativo». Inoltre, bisogna tener presente che «Il mercato del materiale di per sé non è che sia così grande: se noi prendiamo qualche chilo di grafene possiamo fare tutti gli schermi di tutti i computer del mondo, perché è spesso un solo atomo e quindi non pesa niente. Il mercato è nel prodotto, nel senso che si inserisce il grafene in un certo prodotto e se ne aumentano le prestazioni. Pensiamo a tutte le automobili BYD: il grafene ha un costo insignificante rispetto a quello dell’automobile, ma se lo togli le batterie non funzionano nello stesso modo».</p>
<h2 id="quindi-a-quando-lascensore-per-lo-spazio">Quindi, a quando l’ascensore per lo spazio?</h2><p>Come è spiegato in un <a href="https://www.nature.com/articles/s41565-019-0557-0" rel="noopener">articolo</a> di <em>Nature</em> di cui è coautore Ferrari, «Servono anni affinché le innovazioni scientifiche diventino attività commerciali». Per esempio, tra la scoperta del silicio e l’invenzione del chip al silicio (che fa funzionare tutti i cellulari, televisori e computer che abbiamo in casa) passarono 124 anni: per questo non ha senso essere delusi per le promesse che non sembrano essere state mantenute. Si potrebbe pensare che, dopo più di due decenni dalla scoperta del grafene, di concreto abbiamo solo racchette da tennis e batterie per automobili, ma in realtà «Il grafene è perfettamente in orario. Stiamo entrando in questo momento in quei vent’anni che vedranno un enorme sviluppo delle applicazioni basate sul grafene», come spiega Ferrari.</p>
<p>Il grafene ha perso un po’ di interesse popolare, ma la stessa cosa non è mai accaduta nel mondo accademico. Ogni anno vengono pubblicati ancora migliaia di articoli scientifici in cui, per citare solo due esempi tra i tanti possibili, se ne studiano le possibili applicazioni nell’intelligenza artificiale e nella desalinizzazione dell’acqua (che diventerà sempre più importante a causa del riscaldamento globale). E soprattutto, il grafene muove milioni di euro di investimenti: proprio in questi giorni l’Unione Europea <a href="https://www.graphene.cam.ac.uk/news/university-cambridge-spinout-camgraphic-secures-eu211-million-eu-approved-funding-graphene" rel="noopener">ha approvato</a> un investimento italiano di 211 milioni di euro, mentre due anni fa la Germania vi <a href="https://graphene-flagship.eu/materials/news/black-semiconductor-secures-funding-to-launch-new-semiconductor-technology-in-europe" rel="noopener">ha investito</a> 229 milioni. Se ciò non bastasse, come specifica anche Coletti, la scoperta del grafene non è arrivata da sola, ma oggi esistono moltissimi altri <a href="https://www.nature.com/articles/nature12385" rel="noopener">materiali bidimensionali</a> (così vengono chiamati i materiali spessi un solo atomo, come il grafene) che possono anche essere impilati l’uno sull’altro come mattoncini LEGO, in infinite combinazioni possibili.</p>
<p>L’ascensore spaziale in grafene potrebbe non arrivare mai, né tantomeno il mantello dell’invisibilità, e potrebbe servire ancora qualche anno per i cellulari indossabili, ma questo dice poco sull’utilità del grafene – che è reale – e molto di più sul nostro entusiasmo da fuoco di paglia, che brucia intensamente e si spegne prima che una scoperta possa mostrare le sue vere potenzialità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna/</guid><pubDate>Fri, 24 Apr 2026 10:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici. Negli ultimi due decenni la spesa sanitaria globale è più che raddoppiata e, secondo lo United Nations Enviroment Programme (UNEP), oggi vengono somministrati circa 4.000 farmaci, un quarto dei quali circa <a href="https://www.umweltbundesamt.de/en/themen/chemikalien/arzneimittel/the-uba-database-pharmaceuticals-in-the-environment" rel="noopener">finisce nelle acque</a> di almeno 89 Paesi diversi, spesso senza alcun processo di trattamento. La farmacologia moderna si configura così anche come una fonte crescente di inquinamento ambientale su larga scala. Un progresso che ha un costo anche in termini di equità, concentrandosi nei Paesi ad alto reddito, che secondo l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240041219" rel="noopener">assorbono circa l’80% della spesa sanitaria</a> globale, mentre oltre metà della popolazione mondiale resta senza accesso ai servizi essenziali e un terzo non può permettersi i farmaci necessari (dati World Health Organization).</p>
<p>Eppure, circa il 70% dei farmaci deriva dalla biodiversità — dalla morfina al captopril — ma allo stesso tempo contribuisce alla sua pressione e al suo declino. Un paradosso che rischia di trasformarsi in un effetto domino: dal danno agli ecosistemi fino a ricadute dirette sulla salute umana.</p>
<h2 id="dal-principio-attivo-alleffetto">Dal principio attivo all’effetto</h2><p>«Il problema è legato all’uso terapeutico, alla produzione industriale, alla zootecnia e allo smaltimento, soprattutto se inappropriato», spiega Giovanna Paolone, professoressa all&rsquo;Università di Verona e a capo del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF). «Il fenomeno è ampiamente documentato e in crescita, sebbene la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che sarebbe necessario fare sia ancora tanta. Dai monitoraggi sistematici avviati in Europa, soprattutto dopo la Direttiva Quadro sulle Acque del 2000, sono state rilevate centinaia di molecole di farmaci e loro metaboliti nelle acque superficiali, nelle falde acquifere, nei suoli agricoli, nei sedimenti marini e persino nell&rsquo;acqua potabile di molte città europee».</p>
<p>I primi effetti dei farmaci sull’ambiente furono documentati negli anni ’90, quando uno <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/02757549408038554" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Chemistry and Ecology</em> ha rilevato la femminilizzazione dei pesci a valle degli impianti di trattamento delle acque reflue, attribuita alla presenza di composti estrogenici, con <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.0609568104" rel="noopener">conseguenze significative</a> per la sopravvivenza di diverse specie. Non solo: come spiega ancora Paolone, «Farmaci come gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) alterano il comportamento riproduttivo e predatorio di pesci e anfibi a concentrazioni ambientali realistiche, mentre alcuni pesci manifestano agitazione permanente dopo l’esposizione alla caffeina. Un altro esempio famoso è la strage, nel subcontinente indiano, degli avvoltoi che si nutrivano di carcasse di bovini trattati con diclofenac, altamente nefrotossico per loro, a cui viene fatta risalire la nascita dell’ecofarmacovigilanza», ovvero l’insieme delle attività di rilevazione, valutazione e prevenzione degli effetti negativi legati alla presenza dei prodotti farmaceutici nell&rsquo;ambiente. </p>
<p>Un altro passaggio storico cruciale è segnato dalla pubblicazione di <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0304389407009909#tbl1" rel="noopener">uno dei primi studi</a>, agli inizi degli anni 2000, che correla le concentrazioni anomale di farmaci negli effluenti industriali alla resistenza antibiotica (AMR), con antibiotici come la ciprofloxacina che mostrano carichi pari a 45 kg al giorno (la quantità totale consumata in Svezia in cinque giorni!). «La resistenza agli antibiotici è accelerata dall’ambiente, poiché i batteri nei sedimenti fluviali e nei terreni agricoli fertilizzati con i fanghi di depurazione sono costantemente esposti a concentrazioni subterapeutiche di antibiotici: condizione ideale per la selezione e diffusione di geni di resistenza. Non è un caso che questa sia riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come una delle vie di amplificazione dell’AMR». </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Mappa dei bacini idrografici analizzati nello studio globale (137 in totale). I punti rappresentano gruppi di siti di campionamento distribuiti nei diversi bacini fluviali, mentre…" width="4179" height="2228" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Mappa dei bacini idrografici analizzati nello studio globale (137 in totale). I punti rappresentano gruppi di siti di campionamento distribuiti nei diversi bacini fluviali, mentre i Paesi sono colorati in base al numero totale di campioni raccolti. Fonte: Wilkinson <em>et al</em>, <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113947119" rel="noopener">Pharmaceutical pollution of the world’s rivers</a>, <em>PNAS</em> (2022). Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>

<h2 id="non-tutti-i-farmaci-inquinano-allo-stesso-modo">Non tutti i farmaci inquinano allo stesso modo</h2><p>I farmaci entrano nell’ambiente attraverso diverse vie – dall’escrezione dopo l’uso umano e animale allo smaltimento improprio, fino agli effluenti industriali. Si stima che tra il 30 e il 90% della dose somministrata per via orale sia generalmente escreta come principio attivo nelle urine di animali e umani. «Le classi di farmaci più problematiche sono antidolorifici come ibuprofene e diclofenac, antibiotici come ciprofloxacina e amoxicillina, estrogeni sintetici come l&rsquo;etinilestradiolo (EE2), antidepressivi, antiepilettici, beta-bloccanti», continua Paolone.</p>
<p>Gli effetti variano anche in base alla destinazione d’uso del farmaco, con differenze importanti tra farmaci umani, veterinari e agrofarmaci. «Le principali differenze tra farmaci umani e veterinari riguardano le vie di rilascio, la concentrazione delle sostanze e le specie ecologiche colpite. I primi tendono a contaminare il suolo attraverso lo spandimento di liquami, mentre i secondi prevalgono nell&rsquo;inquinamento idrico, costituendo entrambi una minaccia significativa in un contesto di One Health: umana, animale e ambientale», spiega la ricercatrice.</p>
<p>Mentre gli agrofarmaci – pesticidi, erbicidi, fungicidi e insetticidi – destano preoccupazione soprattutto per l’emivita lunga (il tempo necessario affinché concentrazione, attività o quantità di una sostanza si riduca al 50% del valore iniziale), la persistenza nell’ambiente (accumulo per lunghi periodi) e la resistenza al dilavamento (rimozione da parte di pioggia o irrigazione). «Il suolo è il primo recettore. Alcune molecole hanno emivita molto lunga e si accumulano negli strati profondi, alterandone il microbiota. Inoltre attraverso il ruscellamento raggiungono fiumi, laghi e falde acquifere, con conseguente tossicità per pesci, anfibi e invertebrati acquatici. Nel mio laboratorio abbiamo confermato gli effetti neurotossici di alcuni pesticidi in un modello preclinico. Alcune sostanze alterano l’orientamento, la memoria e la riproduzione delle api, così come ne risentono gli uccelli insettivori. Il quadro normativo è complesso e in forte evoluzione. Il pilastro centrale è il Regolamento (CE) n. 1107/2009, che disciplina l&rsquo;autorizzazione e l&rsquo;immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari. Il sistema funziona su due livelli, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) valuta le sostanze attive, mentre gli stati membri valutano e autorizzano i prodotti a livello nazionale. In Italia l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) monitora e valuta l’impatto ambientale dei fitofarmaci. I residui negli alimenti sono invece disciplinati dal Regolamento (CE) 396/2005», prosegue Paolone.</p>
<h2 id="la-situazione-in-italia">La situazione in Italia</h2><p>In Italia, le analisi delle acque, condotte in 23 stazioni distribuite lungo il territorio e selezionate nei punti più critici (a valle dei depuratori, nelle aree urbane e nei contesti agricoli) mostrano una presenza diffusa di farmaci nell’ambiente, soprattutto di farmaci come il diclofenac e ormoni (estradiolo ed estrone). È quanto emerge dal primo <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/primo-monitoraggio-delle-sostanze-dellelenco-di-controllo-watch-list" rel="noopener">rapporto ISPRA sul monitoraggio delle sostanze della Watch List</a>, un sistema europeo di sorveglianza delle sostanze emergenti previsto dalla Direttiva 2013/39/UE per valutarne i rischi ambientali. In alcuni casi le concentrazioni raggiungono centinaia di nanogrammi per litro (oltre 600 ng/L per il diclofenac e fino a 400 e 200 ng/L rispettivamente per azitromicina e claritromicina) con una marcata stagionalità legata all’aumento delle prescrizioni nei mesi invernali. Il quadro evidenzia una distinzione tra fonti urbane e rurali, ma un’origine comune: l’uso diffuso di farmaci, i cui residui sfuggono ai sistemi di depurazione e raggiungono i corpi idrici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1375" height="440" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Livello di rischio dei 90 farmaci selezionati nel 2022, suddiviso per macro-area italiana. Le lettere maiuscole indicano i gruppi di livello I dell&rsquo;ATC. Fonte: Giunchi <em>et al</em>, <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12035592/" rel="noopener">Assessing the environmental impact of medicines in Italy using data from the Italian Medicines Agency</a>. <em>Bri Cilm Pharmacol</em> (2025) Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<p>In Italia sono stati identificati 13 farmaci ad alto rischio ambientale, tra cui betabloccanti (olmesartan, lacidipina), antibiotici (amoxicillina, azitromicina, ofloxacina), antidepressivi (venlafaxina, sertralina) e antiparassitari (permetrina, atovaquone). Un recente studio dell’Università di Bologna e dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha integrato dati provenienti da OsMed, il database dell’AIFA che monitora consumi e prescrizioni di farmaci in Italia, e indicatori di tossicità ecologica, analizzando i farmaci più prescritti, quelli inclusi nelle Watch List europee e le molecole più pericolose per gli ecosistemi acquatici. Quasi la metà dei principi attivi è risultata di interesse tossicologico, per l’elevato utilizzo (come amoxicillina, ibuprofene e diclofenac) o per valori molto bassi di concentrazione predittiva di tossicità (PNEC), la soglia sotto la quale una sostanza non dovrebbe causare danni agli ecosistemi: valori molto bassi segnalano una maggiore criticità ambientale (come nel caso di estradiolo e lacidipina).</p>
<p>Il rischio non è uniforme sul territorio: il Centro emerge come area più critica, con la presenza di numerosi principi attivi ad alto rischio, tra cui clotrimazolo, clindamicina, ciprofloxacina, imatinib, montelukast, ebastina e atovaquone. Centro e Sud mostrano un maggiore consumo di antibiotici, come azitromicina e ofloxacina, e antimicotici come il miconazolo. Nel Nord, invece, prevale l’uso di ormoni a scopo contraccettivo (levonorgestrel). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-3.png.webp 765w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="765" height="430" loading="lazy" decoding="async">
Molecole incluse nella Watch List europea, con indicazione di periodi e modalità di monitoraggio nelle acque superficiali. Fonte: ISPRA, Primo rapporto sul monitoraggio delle sostanze della Watch List.</p>
<h2 id="dispositivi-e-rifiuti-limpatto-nascosto-delle-terapie-glp-1">Dispositivi e rifiuti: l’impatto nascosto delle terapie GLP-1</h2><p>Un’altra grande categoria di farmaci che sta facendo discutere per il potenziale contributo all’inquinamento e l’impatto sulla salute degli ecosistemi è quella delle terapie con agonisti del GLP-1, oggi sempre più diffusi nel trattamento di diabete di tipo 2 <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/obesita-farmaci-glp1-equita/">e obesità</a>. «Si tratta di molecole molto diverse dai farmaci tradizionali», spiega Raffaella Sorrentino, membro del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF). «Sono peptidi, cioè catene di amminoacidi, la cui produzione richiede processi complessi, con un uso intensivo di solventi e numerosi passaggi di purificazione. Ne deriva l’elevato E-factor, cioè la quantità di scarti generati per ogni chilogrammo di prodotto, che rende questi farmaci più “pesanti” in fase produttiva rispetto a molte piccole molecole. Dal punto di vista complessivo, l’impatto ambientale di queste terapie deriva da tre componenti principali: la sintesi del principio attivo, relativamente intensiva in termini di solventi; la produzione dei dispositivi di somministrazione; e la gestione dei rifiuti». </p>
<p>Secondo <a href="https://pursuit.unimelb.edu.au/articles/taking-toxic-waste-out-of-the-booming-peptide-drug-industry" rel="noopener">alcune stime</a>, per produrre un solo chilogrammo di questi farmaci possono servire fino a 14.000 kg di solventi, contro i 300 kg circa necessari per i farmaci tradizionali. A questo si aggiunge l’impatto dei dispositivi: le terapie sono spesso somministrate tramite penne o siringhe pre-riempite, che garantiscono precisione di dosaggio, stabilità del principio attivo e facilità d’uso, ma contribuiscono alla produzione di rifiuti plastici. Tuttavia, osserva Sorrentino, tecnologie analoghe esistono da anni (come per insulina ed eparina) e stanno evolvendo verso soluzioni riutilizzabili e più efficienti, anche per i GLP-1, con lo sviluppo di formulazioni orali.</p>
<p>Inoltre, «I GLP-1 sono attivi a quantità molto basse, dell’ordine di pochi milligrammi (mg), rispetto ad antibiotici o analgesici di largo consumo (dosaggio vicino al grammo). Per esempio, nel trattamento del diabete tipo 2 gli agonisti del GLP-1 sono attivi a 2-5 mg e la somministrazione di solito è settimanale. Mentre le sulfaniluree oscillano tra 5-10mg o 30-120 mg al giorno e sono spesso usati in combinazione con la metformina, con dosaggi medi di 500 mg, 2-3 volte al dì», continua Sorrentino.</p>
<p>Questo consente, a parità di patologia, di trattare molti più pazienti diabetici e nel contempo ottenere benefici clinici notevoli, come la riduzione delle complicanze cardiovascolari e renali e minore ricorso a ulteriori terapie e ospedalizzazioni che a loro volta impatterebbero sull’ambiente.</p>
<h2 id="dati-parziali-problema-globale">Dati parziali, problema globale</h2><p>Se le evidenze su animali ed ecosistemi sono numerose, non vale lo stesso per gli effetti sull’essere umano, specie quelli relativi a un’esposizione cronica, ancora poco chiari. «Inoltre, i metaboliti sono poco monitorati», puntualizza Paolone. «Spesso il farmaco escreto è parzialmente metabolizzato e i metaboliti possono essere più o meno attivi del composto iniziale. Infine, c’è da considerare che molte molecole spesso si ricombinano insieme nell’ambiente».</p>
<p>Mancano depuratori progettati per rimuovere i farmaci e limiti legali per la quasi totalità dei farmaci nell’acqua potabile, insieme a una valutazione esaustiva del rischio ambientale pre-immissione in commercio. A questo si aggiunge la conoscenza fortemente disomogenea a livello globale: «I Paesi a basso e medio reddito sono monitorati pochissimo. Nonostante le concentrazioni di antibiotici rilevate in alcuni fiumi siano di ordini di grandezza superiori a quelli europei ma i dati sistematici mancano», prosegue la ricercatrice.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="4200" height="2578" loading="lazy" decoding="async">
Percentuale di siti del monitoraggio globale in cui le concentrazioni rilevate superano diverse soglie di sicurezza: quelle ecotossicologiche per organismi acquatici (arancione), quelle ambientali critiche (CEC) basate sugli effetti farmacologici stimati (verde) e quelle legate al rischio di resistenze antimicrobiche (blu). Fonte: Wilkinson <em>et al</em>, <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113947119" rel="noopener">Pharmaceutical pollution of the world’s rivers</a>, <em>PNAS</em> (2022). Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<p>Secondo un’ampia <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113947119" rel="noopener">revisione</a> della letteratura, condotta dall’Università di York e dal Centro di scienze idriche del Midwest centrale del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) e pubblicata nel 2022 su <em>PNAS</em>, la maggior parte delle ricerche si è concentrata su 75 Paesi su 196, in particolare in Nord America ed Europa occidentale. «Il minore spettro di farmaci rilevati in Africa e negli stati dell&rsquo;America Latina e dei Caraibi non è dovuto a livelli di inquinamento inferiori, ma alla mancanza di laboratori ambientali attrezzati e finanziati per monitorare i farmaci nelle matrici ambientali», spiega Emanuela Testai, membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX). «Le apparecchiature necessarie sono costose da acquistare e da mantenere; pertanto, quasi tutti i campioni d&rsquo;acqua inclusi nel database per l&rsquo;Africa (con l&rsquo;eccezione del Sudafrica) sono stati analizzati in paesi industrializzati».</p>
<p>La review condotta dall’USGS ha scoperto che i campioni più contaminati prevenivano proprio dalle zone geografiche sottorappresentate, come Paesi africani (Etiopia, Tunisia, Repubblica Democratica del Congo, Kenya e Nigeria) e asiatici (Pakistan, India, Armenia, Palestina, Cina). Diversi principi attivi farmaceutici (API), come il paracetamolo, sono stati rilevati in tutti i continenti. I valori di carbamazepina, metformina e caffeina superavano il 50%. Circa un quarto dei siti campionati ha riportato valori di API con potenziali effetti ecologici, in particolare per sulfametossazolo, propranololo, loratadina, amitriptilina, citalopram, fexofenadina, verapamil e ketotifene. 9 antibiotici su 13 superavano le soglie di sicurezza, con la ciprofloxacina che ha superato il limite in 64 siti.</p>
<h2 id="effetto-cocktail-quando-gli-inquinanti-si-incontrano">Effetto cocktail: quando gli inquinanti si incontrano</h2><p>Quando si parla di sostanze persistenti nell’ambiente, il pensiero corre anche verso un&rsquo;altra grande famiglia di molecole, quella delle sostanze <a href="https://www.efsa.europa.eu/it/topics/per-and-polyfluoroalkyl-substances-pfas" rel="noopener">per- e polifluoroalchiliche</a> (PFAS), utilizzate per le loro proprietà di resistenza all&rsquo;acqua, al grasso e alle macchie in numerosi prodotti. «PFAS, farmaci attivi e microplastiche spesso coesistono nei comparti acquatici a causa di scarichi urbani e non, acque reflue e altre fonti antropiche», spiega Testai. «Oggi non ci sono evidenze sperimentali sufficientemente robuste che dimostrino gli impatti a lungo termine associati alla presenza contemporanea di queste sostanze negli ecosistemi naturali».</p>
<p>Ma se la triade API-microplastiche-PFAS è improbabile, caso ben diverso è quello dell’interazione tra microplastiche e PFAS, dove le prove a supporto sono in aumento: «Le prime possono fungere da vettori per alcuni PFAS, che si adsorbono (ovvero aderiscono) sulla loro superficie per le loro proprietà chimico-fisiche, con implicazioni per la tossicità complessiva nell’ambiente. È meno plausibile che ciò possa accadere con principi attivi di farmaci, generalmente con forti caratteristiche di idrosolubilità», continua la ricercatrice.</p>
<p>Le microplastiche non vengono “assorbite” nel tratto gastrointestinale, essendo eliminate con le feci. Tuttavia, il passaggio nell’apparato intestinale può favorire processi infiammatori, perché le sostanze sulla loro superficie possono essere rilasciate e diventare biodisponibili – essere cioè assorbite dai tessuti ed entrare nel circolo sanguigno. «Oggi una parte della ricerca si concentra proprio sulle esposizioni combinate di più sostanze, con approcci sempre più raffinati, come quelli promossi dall’EFSA. La valutazione dei rischi avviene di solito in ottica One Health, in modo da avere un quadro completo. Per esempio, da decenni le richieste di produzione di dati regolatori coprono i tre pilastri One Health (umano, animale e ambiente) per valutare la sicurezza di pesticidi e biocidi».</p>
<h2 id="tra-innovazione-tecnologica-e-vuoti-normativi">Tra innovazione tecnologica e vuoti normativi</h2><p>Una prima risposta viene dalla <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32024L3019" rel="noopener">Direttiva UE 2024/3019</a>, recentemente entrata in vigore e al centro di forti tensioni con l’industria farmaceutica, perché rafforza gli obblighi su raccolta e trattamento delle acque reflue urbane. Ma il vero salto di qualità, secondo Testai, «Sarebbe combinare la riduzione del consumo di farmaci con il potenziamento degli impianti di depurazione, tecnologie avanzate e pensate per le caratteristiche chimico fisiche dei principi attivi dei farmaci e/o dei metaboliti (spesso diverse dalle sostanze chimiche considerate tradizionalmente come ‘inquinanti’)».</p>
<p>Soluzioni efficaci su cui hanno investito in Europa Paesi come Germania, Paesi Bassi e Svezia, ma costose e difficili da implementare su larga scala. Anche i progressi avvenuti nel campo delle biotecnologie e la digital transformation, che hanno rivoluzionato la medicina e il modo di progettare i farmaci, potrebbero rivelarsi preziosi. «Lo sviluppo di farmaci biologici e terapie geniche ad alta selettività ha aumentato l’efficacia dei trattamenti e ne ha ridotto gli effetti collaterali, insieme all’uso di nanotecnologie, che consentono di ingegnerizzare nanoparticelle capaci di veicolare i principi attivi direttamente nelle cellule bersaglio», continua Testai. L’avvento dell’industria 4.0 (la convergenza tra sistemi fisici e <a href="https://www.ptpo.camcom.it/servizi/digitaliz/tecnologie/tecno-abilitanti" rel="noopener">tecnologie digitali</a> come la stampa3D e i Big data) ha reso possibile la medicina di precisione e l’utilizzo quantità di farmaco esatta, evitando sovradosaggi. L’Intelligenza artificiale (AI) e il machine learning potrebbero supportare la progettazione di nuove molecole anche da zero, riducendo tempi e costi della ricerca.</p>
<p>Restano però dei limiti, fa notare Testai: «Queste tecnologie sono applicabili solo a principi attivi noti e la loro produzione è energivora e complessa (bioreattori, purificazione, catena del freddo), richiedono spesso refrigerazione, possono generare molti rifiuti (materiali monouso sterili, plastica, filtri) e il destino ambientale delle molecole utilizzate è quasi sempre sconosciuto».</p>
<h2 id="curare-senza-inquinare-la-sfida-della-medicina-sostenibile">Curare senza inquinare: la sfida della medicina sostenibile</h2><p>A questo punto la domanda non è più se i farmaci abbiano un impatto sull’ambiente, ma come ridurlo senza compromettere i benefici per la salute. Una delle risposte più promettenti è la progettazione “green”, «Che mira a integrare sostenibilità ambientale e salute umana già nella fase di ideazione e sviluppo delle molecole e dei processi produttivi», racconta Testai. «Ciò significa progettare molecole meno persistenti, adottare principi di chimica verde nei processi di sintesi e formulazione, processi produttivi sostenibili ed efficienti, limitando l’uso di sostanze tossiche e la produzione di scarti. Questi criteri rientrano nel paradigma del Safe and Sustainable by Design (SSbD), un approccio che mira a ridurre effetti indesiderati sia per i pazienti sia per gli ecosistemi fin dalla progettazione».</p>
<p>Il quadro normativo rimane però controverso. Per esempio, nell’Unione europea il regolamento CLP (Classification, Labelling and Packaging), molto conservativo, si limita alla valutazione della pericolosità di una sostanza indipendentemente dalla dose di esposizione, che è invece un pilastro fondamentale quando si esamina il profilo di sicurezza di qualunque sostanza chimica. Poi c’è il problema degli interferenti endocrini, «Sostanze che possono alterare il funzionamento del sistema endocrino umano causando disfunzioni ormonali, già soggetti alle severe restrizioni imposte dal regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorization of CHemiclas) adottato dal Parlamento Europeo, sebbene manchino ancora criteri condivisi a livello internazionale», spiega Paolone.</p>
<p>Ma accanto ai limiti, stanno emergendo nuovi modelli di governance: «Tra le proposte più discusse c’è il principio di responsabilità estesa del produttore, secondo cui chi immette un farmaco sul mercato dovrebbe contribuire ai costi del suo trattamento nelle acque reflue. In Europa, la Francia ha introdotto meccanismi simili», continua la ricercatrice.</p>
<p>La direzione è chiara, ma l’integrazione tra sostenibilità, innovazione e pratica clinica deve ancora avvenire. È il concetto di appropriatezza ambientale, che rappresenta l’estensione naturale di due pilastri della pratica clinica: appropriatezza prescrittiva e aderenza alla terapia. «Significa usare il farmaco giusto, per il paziente giusto, nel momento giusto e per il tempo necessario, migliorando esiti clinici, riducendo sprechi e trattamenti inutili e, di conseguenza, abbassando anche l’impatto ambientale complessivo», conclude Sorrentino.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/santa-marta-addio-fonti-fossili-crisi-energetica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/santa-marta-addio-fonti-fossili-crisi-energetica/</guid><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 19:06:00 +0200</pubDate><dc:creator>Novella Gianfranceschi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/santa-marta-fonti-fossili.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/santa-marta-fonti-fossili.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all&rsquo;abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l&rsquo;invasione russa dell&rsquo;Ucraina. È l&rsquo;ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: &ldquo;costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica&rdquo;, dunque necessaria la transizione.</p>
<p>I dati dell&rsquo;<a href="https://www.iea.org/reports/global-energy-review-2026" rel="noopener">Agenzia internazionale dell&rsquo;energia</a> delineano uno scenario di cambiamento: nel 2025 la domanda di petrolio, carbone e gas è cresciuta più lentamente rispetto al 2024, mentre la domanda globale di elettricità è aumentata circa 2,3 volte più rapidamente della domanda energetica complessiva.</p>
<h2 id="dalla-cop-28-a-santa-marta">Dalla COP 28 a Santa Marta</h2><p>Santa Marta si inserisce in una storia più lunga di diplomazia climatica. Per decenni petrolio, carbone e gas sono rimasti &ldquo;l&rsquo;elefante nella stanza dei negoziati sul clima&rdquo;. Solo alla COP 28 di Dubai il tema è entrato esplicitamente nel linguaggio multilaterale con la formula &ldquo;transitioning away from fossil fuels&rdquo;. Tuttavia, dopo quel negoziato rimane aperta la questione centrale: che cosa significhi davvero, sul piano politico e operativo, abbandonare i combustibili fossili. Molti Paesi si aspettavano una risposta dalla COP 30 di Belém, ma quella risposta non è arrivata.</p>
<p>Il summit di Santa Marta risulta da questa incognita, che dipende in parte dal meccanismo di voto nei processi decisionali delle COP: &ldquo;non si vota a maggioranza, ma per consenso, cioè un testo viene approvato solo se nessuno dei 198 Paesi partecipanti solleva obiezioni&rdquo;. È questo meccanismo che finora ha impedito di raggiungere un accordo formale sull&rsquo;abbandono dei combustibili fossili.</p>
<p>Alla COP di Belém, alcuni petrostati si sono opposti a un&rsquo;implementazione formale del <em>transitioning away from fossil fuels</em>. Da quel tentativo fallito, Colombia e Paesi Bassi hanno promosso il forum di Santa Marta. Alla conferenza partecipano circa sessanta Paesi, tra cui Italia e Unione europea, ma anche produttori di petrolio e gas come Australia, Canada e Brasile. Assenti: Stati Uniti, Cina, India e i principali Paesi del Golfo, sebbene i governi coinvolti rappresentino comunque circa un terzo della domanda globale di combustibili fossili, un quinto della produzione mondiale e un PIL combinato di 42 mila miliardi di dollari.</p>
<h2 id="cosa-non-è-santa-marta">Cosa non è Santa Marta</h2><p>Per capire questa conferenza, bisogna partire da cosa non è Santa Marta: &ldquo;non è un mini negoziato ONU, non produrrà un testo multilaterale vincolante e non intende sostituire il percorso delle COP&rdquo;. I documenti ufficiali insistono su questo punto: la conferenza è pensata come uno spazio complementare, orientato all&rsquo;implementazione, per Paesi già disposti a discutere in termini concreti una transizione &ldquo;giusta, ordinata ed equa&rdquo;.</p>
<p>Il summit è organizzato con una serie di segmenti: quello accademico, quello della società civile e quello ministeriale, che chiuderà i lavori. Da lì dovrebbe emergere un documento conclusivo con proposte destinate a confluire nel percorso che porterà dalla COP 30 alla COP 31. Il chair&rsquo;s summary non dovrebbe essere pubblicato nell&rsquo;ultimo giorno della conferenza: anche questo dettaglio conferma che Santa Marta va letta più come una tappa di un processo che come un evento risolutivo in sé.</p>
<h2 id="dodici-azioni-chiave-dagli-scienziati">Dodici azioni chiave dagli scienziati</h2><p>Il documento finale sarà costruito anche a partire da un <a href="https://www.carbonbrief.org/revealed-scientists-tell-colombia-fossil-fuel-transition-summit-to-halt-new-expansion/" rel="noopener">rapporto</a> commissionato a un gruppo internazionale di scienziati e scienziate, dal titolo <em>Action insights for the Santa Marta process</em>. Il report propone dodici azioni chiave: l&rsquo;eliminazione dei sussidi alla produzione e al consumo di combustibili fossili, l&rsquo;avvio di un percorso legale per vietarne la pubblicità, lo stop ai nuovi progetti di estrazione e alle nuove infrastrutture fossili, forti tagli alle emissioni di metano, l&rsquo;accelerazione dell&rsquo;elettrificazione e l&rsquo;inserimento di obiettivi di riduzione dei fossili nei piani climatici nazionali. Non considerare il gas naturale come combustibile di transizione.</p>
<p>Come ha osservato Valeria Zanini, analista di diplomazia climatica di Ecco: &ldquo;la vera sfida di Santa Marta non è fare una semplice lista della spesa, ma far confluire le proposte per la transizione nei lavori della roadmap per l&rsquo;abbandono delle fonti fossili portata avanti dalla presidenza della COP 30&rdquo;.</p>
<h2 id="il-nodo-del-debito">Il nodo del debito</h2><p>Santa Marta è il primo passo, ma la trasformazione dei sistemi energetici dipenderà anche da un nodo cruciale: il debito. Un <a href="https://static1.squarespace.com/static/68e6ae733b9cf960924400c3/t/69e05dbdce6ff4131293838c/1776311741231/Spillover&#43;Effects.pdf" rel="noopener">rapporto</a> pubblicato dalla campagna Fossil Fuel Treaty Initiative sostiene che &ldquo;l&rsquo;attuale architettura finanziaria stia intrappolando molti Paesi del Sud globale in un circolo vizioso&rdquo;. Dal 2010 i Paesi a basso e medio reddito hanno più che raddoppiato il proprio debito estero, arrivato nel 2024 a quasi 9 mila miliardi di dollari.</p>
<p>Molti Stati, per ripagare il debito, usano proprio i proventi di petrolio, carbone e gas, mentre la stessa espansione fossile impone nuovo indebitamento e restringe lo spazio fiscale necessario a investire in alternative energetiche. In alcuni casi, come la Colombia, le misure di austerità collegate ai programmi di prestito del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale limitano gli investimenti pubblici nelle rinnovabili.</p>
<p>Dunque, la transizione non potrà essere soltanto una sostituzione energetica, ma richiederà anche una revisione delle strutture finanziarie. Se il summit colombiano avrà un valore, sarà misurabile soprattutto nella sua capacità di portare la discussione dell&rsquo;abbandono delle fonti fossili su un piano operativo e sulle condizioni materiali necessarie alla sua realizzazione, incluso il superamento del debito dei Paesi più poveri verso quelli più ricchi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I ricercatori e tecnologi INAF precari richiedono un intervento urgente alla Presidenza del Consiglio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta-presidenza-consiglio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta-presidenza-consiglio/</guid><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 18:25:00 +0200</pubDate><dc:creator>Precari Stabilizzandi INAF</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>La Rete Stabilizzandi INAF chiede un intervento legislativo urgente per stabilizzare 660 figure precarie (oltre il 40% del personale) che da anni svolgono ricerca strategica con contratti a termine.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/inaf-stabilizzandi-lettera-aperta.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Onorevole Presidente del Consiglio,</p>
<p>siamo ricercatori e tecnologi precari dell&rsquo;Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).</p>
<p>Possediamo il Dottorato di Ricerca e una media di 8 anni di esperienza lavorativa e di 40 anni di età. Siamo pertanto professionisti qualificati, che da tempo guidano e garantiscono continuità a progetti di ricerca strategici nazionali e internazionali del nostro Ente: ormai non siamo più giovani in formazione.</p>
<p>Con questa lettera aperta chiediamo il Suo intervento circa la drammatica situazione di precariato che si è venuta a creare.</p>
<h2 id="il-contesto-del-problema">Il contesto del problema</h2><p>La maggior parte degli <a href="https://www.mur.gov.it/it/news/martedi-24022026/ricerca-al-il-piano-triennale-bandi-programmati-nuovi-strumenti-e-risorse" rel="noopener">investimenti del MUR</a> è destinata a infrastrutture, come telescopi e centri di calcolo, con il risultato di aumentare il personale a tempo determinato senza promuovere una vera pianificazione a lungo termine del personale necessario alla loro gestione.</p>
<p>Il problema del precariato in INAF è ormai strutturale e da anni manca un percorso chiaro e stabile di inserimento. Attualmente in INAF si contano 1.920 risorse di personale di cui 660 sono precari. Nello specifico, il numero complessivo di ricercatori e tecnologi a tempo indeterminato è 800 mentre i precari sono 560, ovvero oltre il 40% su 1.360 totali. Di questi, 300 sarebbero subito stabilizzabili secondo i commi 1 e 2 del Decreto-legge 25 maggio 2017, n. 75 (&ldquo;Legge Madia&rdquo;), in scadenza a fine anno.</p>
<h2 id="le-promesse-non-mantenute">Le promesse non mantenute</h2><p>Questa situazione è ben nota al Ministero di competenza, il MUR, che consapevole dei numeri così drammatici lo scorso anno ha convocato diversi tavoli tecnici con le rappresentanze sindacali sul tema. Questi si sono conclusi con la <a href="https://blog.imm.cnr.it/content/fir-cisl-comunicato-incontro-al-mur-24-06-2025" rel="noopener">promessa di un finanziamento di 6,5 milioni di euro</a> destinato alla stabilizzazione dei lavoratori precari applicando proprio la legge Madia. Questo intervento avrebbe permesso di stabilizzare circa il 40% dei precari con requisiti Madia; il Ministero, inoltre, aveva menzionato l&rsquo;intenzione di intraprendere ulteriori interventi nel 2026, per completare le assunzioni e risolvere così la situazione emergenziale.</p>
<p>A seguito di queste promesse, nel luglio 2025 è stato presentato dalla maggioranza un primo emendamento (1.0.6) ad un decreto-legge relativo al comparto della ricerca (D.L. 90/2025), purtroppo poi ritirato. In sede di legge di Bilancio, una proposta emendativa, uguale nei contenuti a quella di luglio, presentata e supersegnalata dai Senatori di Fratelli d&rsquo;Italia Bucalo, Marcheschi e Gelmetti <a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=19&amp;tipodoc=EMENDC&amp;id=1481642&amp;idoggetto=1477272" rel="noopener">(61.0.50, testo 1)</a> ha visto una mobilitazione compatta e corale di tutta la maggioranza. L&rsquo;emendamento è stato infatti rafforzato da ben sette emendamenti gemelli (identici nella finalità) a firma di esponenti di Fratelli d&rsquo;Italia (Sen. Pogliese, Russo e Sallemi), Lega, Forza Italia e UDC (emendamenti al ddl Bilancio 2026 n° 60.0.36, 61.0.50, 107.0.77, 107.0.78, 107.0.79, 107.0.80, 107.0.81, 107.0.82, 107.0.83, 107.0.84).</p>
<h2 id="lo-stravolgimento-della-norma">Lo stravolgimento della norma</h2><p>Purtroppo, nonostante la chiara volontà politica espressa dal Suo partito, nei passaggi tecnico-amministrativi in sede ministeriale tale norma è stata inspiegabilmente e improvvisamente sostituita da una nuova formulazione (<a href="https://www.senato.it/show-doc?leg=19&amp;tipodoc=EMENDC&amp;id=1486527&amp;idoggetto=1477272" rel="noopener">confluita nel testo 2 del 61.0.50</a>) che ne ha completamente stravolto e vanificato l&rsquo;efficacia. L&rsquo;attuale norma:</p>
<ul>
<li>non opera in deroga ai limiti di turnover, rendendo di fatto impraticabile un piano assunzionale significativo;</li>
<li>prevede il ricorso a procedure concorsuali lente e costose che rendono la misura incompatibile con i caratteri di urgenza. Al contrario, l&rsquo;applicazione della Legge Madia consentirebbe la chiamata diretta e immediata, senza spreco di denaro pubblico, di professionisti che hanno già superato diversi concorsi pubblici;</li>
<li>penalizza gran parte dei precari con maggiore anzianità di servizio;</li>
<li>impone un cofinanziamento a carico degli enti, in una fase in cui INAF non dispone di margini di bilancio sufficienti.</li>
</ul>
<p>Nel caso dell&rsquo;INAF, ciò si traduce in un numero estremamente ridotto di assunzioni effettive, circa 52 (incluso il co-finanziamento al 50% che INAF sembra non essere in grado di sostenere). L&rsquo;emendamento originario di FdI, invece, avrebbe consentito l&rsquo;immissione in ruolo nel nostro Ente di circa 120 ricercatori e tecnologi meritevoli e con grande anzianità di servizio (tra cui molti PNRR). Inoltre, senza un nuovo intervento straordinario, circa un centinaio di precari altamente qualificati – molti con oltre dieci anni di esperienza – rischiano di lasciare l&rsquo;INAF, o addirittura il Paese, a causa del limite ormai raggiunto dei contratti a termine.</p>
<h2 id="limportanza-strategica-dellinaf">L&rsquo;importanza strategica dell&rsquo;INAF</h2><p>L&rsquo;INAF è – anche grazie al nostro contributo – un leader mondiale nella scienza e nelle tecnologie astronomiche. Le soluzioni che sviluppiamo per esplorare l&rsquo;Universo, dai sensori ottici ai sistemi di sincronizzazione temporale, hanno ricadute dirette nella vita quotidiana, come il GPS o la diagnostica medica. Per questo l&rsquo;Italia svolge un ruolo chiave nei principali progetti internazionali, ottenendo un ritorno non solo scientifico, ma anche economico: dalle commesse milionarie alla grande industria (come l&rsquo;Einstein Telescope, per cui l&rsquo;Italia è candidata, o la cupola dell&rsquo;ELT, il più grande contratto mai assegnato a un telescopio terrestre, affidato ad Astaldi‑Cimolai per 400 milioni di euro) alle PMI specializzate, fino alla creazione di posti di lavoro e prodotti ad altissimo valore aggiunto.</p>
<p>Il nostro lavoro è quindi essenziale per le filiere e per il tessuto d&rsquo;impresa, riconosciuti come uno dei motori del benessere del Paese.</p>
<h2 id="lappello-finale">L&rsquo;appello finale</h2><p>Presidente, il tema non riguarda una singola categoria di lavoratori, ma la capacità dell&rsquo;Italia di trattenere competenze altamente qualificate in un settore strategico. Perdere questo capitale umano significherebbe consegnare a competitor esteri un know‑how che lo Stato ha formato a proprie spese: tra 150.000 e 250.000 euro per ciascun percorso accademico fino al Dottorato, cui si aggiungono gli investimenti per 8 – 12 anni di assegni di ricerca e contratti a termine.</p>
<p>Molti di noi sono inoltre &ldquo;cervelli di ritorno&rdquo;, rientrati grazie a incentivi fiscali: costringerci a un nuovo espatrio sarebbe una tripla sconfitta per lo Stato, per la ricerca e per le nostre famiglie, private della stabilità necessaria per restare in Italia.</p>
<p>Facendo appello al Suo pragmatismo, Le chiediamo un intervento diretto affinché, nel primo veicolo normativo utile, venga riproposta e approvata la misura sostenuta da Fratelli d&rsquo;Italia.</p>
<p>Confidando nella Sua attenzione e nella volontà di affrontare con urgenza una situazione che riguarda il futuro della ricerca italiana, Le porgiamo i nostri più rispettosi saluti.</p>
<p><em>I Precari Stabilizzandi dell&rsquo;INAF</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il cervello non è fatto per capire: la rivoluzione invisibile delle neuroscienze</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze/</guid><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 08:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>libri</category><description>&amp;amp;ldquo;Il cervello non è fatto per capire&amp;amp;rdquo; (Edizioni Dedalo), di Francesco Orzi, ci porta dentro una rivoluzione silenziosa: quella che ha mostrato come la mente umana non sia progettata per conoscere, ma per sopravvivere. Attraverso celebri esperimenti cognitivi, dal Monty Hall al problema di Linda, mostra una verità scomoda: gli errori non sono eccezioni ma strutture profonde del nostro modo di pensare, radicate nei meccanismi neurali che guidano il nostro pensiero. Aiutandoci a fare un passo in più verso la lucidità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nella storia delle scienze, alcune rivoluzioni cambiano tutto senza che quasi nessuno se ne accorga. La teoria della relatività e la meccanica quantistica hanno trasformato la fisica nel primo Novecento, e il loro impatto culturale - benché lento - è diventato parte dell&rsquo;immaginario collettivo. Qualcosa di comparabile, per profondità teorica e implicazioni, è accaduto nelle scienze psicologiche e, in seguito, nelle neuroscienze a partire dalla metà degli anni Settanta: la scoperta che la nostra mente non è uno strumento di conoscenza, di sopravvivenza, e che queste due funzioni non coincidono. Qualcuno ci aveva già pensato, ma a nessuno aveva portato le prove sperimentali. A differenza della relatività, questa rivoluzione non ha suscitato molta attenzione pubblica, al di là degli aspetti di intrattenimento o della funzione di formazione di docenti o dirigenti. Non ha cambiato il linguaggio comune, non ha prodotto icone culturali riconoscibili e non è neppure entrata nei programmi scolastici. Nei corsi di economia o di filosofia, ormai, queste scoperte si insegnano; ma, tragicamente, non nei corsi di medicina, dove gli errori cognitivi dovuti alla struttura della mente umana causano almeno il 30% (quando va bene) degli errori medici. Anche nella maggior parte degli incidenti aerei è stata dimostrata l’interferenza dei bias cognitivi. Insomma, queste scoperte riguardano il modo in cui prendiamo decisioni, formiamo credenze, valutiamo rischi e ci raccontiamo chi siamo.</p>
<p>Il volume di Francesco Orzi, <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/il-cervello-non-e-fatto-per-capire.html" rel="noopener"><em>Il cervello non è fatto per capire</em></a> (Edizioni Dedalo, 2026), apre una delle finestre più ampie e accessibili su quella rivoluzione. In poco più di centoventi pagine, il neurologo, ex primario di neurologia dell’Ospedale Sant’Andrea e direttore scientifico del Festival della Scienza di Castro dei Volsci, accompagna il lettore attraverso sei quiz - raggruppabili in problemi logici, paradossi probabilistici, esperimenti classici delle scienze cognitive - che funzionano come sonde.  Come i bisturi chirurgici, dissezionano con precisione i punti in cui il ragionamento umano si inceppa in modo sistematico. Non per stupidità, non per distrazione, ma per come il cervello è stato costruito, senza un progetto, dalla selezione naturale.</p>
<p>Il test che apre la sequenza del libro è il problema di Monty Hall, un esperimento mentale che prende il nome da un conduttore televisivo americano degli anni Sessanta. Di fronte a te ci sono tre porte. Dietro una si trova un&rsquo;automobile; dietro le altre due, una capra. Scegli una porta - diciamo la porta A. Il conduttore, che sa dove si trova il premio, apre una delle altre due porte mostrando una capra - diciamo la porta B. Ora ti chiede: vuoi restare con la porta A o passare alla porta C?</p>
<p>La risposta intuitiva di quasi tutti è: non cambia nulla, sono rimaste due porte; quindi, la probabilità è cinquanta e cinquanta. Questa risposta è sbagliata. Conviene cambiare e la probabilità di vincere passando alla porta C è di due terzi, contro un terzo restando con la scelta iniziale. Il ragionamento è che al momento della scelta iniziale, la tua porta aveva una probabilità su tre di nascondere il premio. Le altre due porte, insieme, due terzi. Quando il conduttore elimina una porta sbagliata - e lo fa sempre intenzionalmente, usando un&rsquo;informazione che tu non hai - quei due terzi si concentrano sulla porta rimasta. Cambiare porta raddoppia le probabilità di vincere.</p>
<p>La difficoltà del problema non sta nella matematica, che è elementare. Sta nel fatto che il conduttore non apre una porta a caso: usa informazioni nascoste, e questa asimmetria è esattamente ciò che l&rsquo;intuizione ignora. Il cervello registra &ldquo;due porte rimaste&rdquo; e conclude &ldquo;cinquanta e cinquanta&rdquo;, saltando il passaggio cruciale: chi ha aperto quella porta, come lo ha scelto e cosa sa.</p>
<p>I programmi televisivi basati su meccaniche simili, come <em>Affari tuoi</em>, evocano superficialmente questa struttura ma non la replicano. In quel formato, l&rsquo;eliminazione delle opzioni avviene in modo casuale, senza che il conduttore disponga di informazioni strategiche sul contenuto delle scatole. Manca quindi la condizione che rende il Monty Hall ciò che è: l&rsquo;asimmetria informativa deliberata. La matematica cambia e, con essa, il ragionamento corretto.</p>
<p>Si stima che il Monty Hall sia il test, tra i 250 circa usati dagli scienziati cognitivi, con il tasso di errore più alto: tra l&rsquo;ottanta e il novanta per cento dei partecipanti risponde in modo errato. Ciò che lo rende ancora più interessante è che l&rsquo;errore persiste anche dopo la spiegazione: molte persone, anche di fronte a una dimostrazione formale, faticano a convincersi e a modificare la propria intuizione. Non è un dato secondario, ma il cuore del problema. Non si tratta di non capire la soluzione: si tratta di non riuscire a sentirla come vera.</p>
<p>Orzi inserisce il test in una progressione di 6 quiz che copre diversi livelli del funzionamento mentale. Il Wason Selection Task presenta quattro carte (E, K, 2, 7) e chiede di verificare una regola logica semplice: &ldquo;se c&rsquo;è una vocale su un lato, c&rsquo;è un numero pari sull&rsquo;altro&rdquo;. Fallisce quasi la stessa percentuale del Monty Hall: si tende a cercare conferme anziché falsificazioni, attivando quello che la letteratura chiama il bias di conferma. Il bias più dannoso in assoluto, tra quelli che la selezione naturale ci ha imposto. Il Bat-and-Ball Problem, parte del Cognitive Reflection Test di Shane Frederick, chiede quanto costa una pallina se una mazza e una pallina insieme costano 1,10 euro e la mazza costa un euro in più della pallina. La risposta immediata è di dieci centesimi; quella corretta è di cinque. Circa il 70% sbaglia. Il Linda Problem di Amos Tversky e Daniel Kahneman chiede di valutare se è più probabile che Linda, descritta come filosofa femminista, sia cassiera di banca, oppure sia cassiera di banca e militante femminista. La seconda opzione è logicamente meno probabile della prima, eppure il 70-80% la sceglie. Il Base Rate Neglect mostra che le persone ignorano sistematicamente le probabilità di base quando dispongono di informazioni descrittive salienti, anche se tali informazioni sono irrilevanti o fuorvianti. Gli esperimenti sull&rsquo;introspezione di Nisbett e Wilson dimostrano che le persone scelgono tra oggetti identici - calzini, automobili - in base a fattori del tutto inconsapevoli, e poi costruiscono spiegazioni plausibili ma false per giustificare la propria scelta.</p>
<p>Perché Orzi ha scelto proprio questi test? Perché ciascuno illumina un livello diverso del sistema cognitivo e, insieme, documentano qualcosa di più grave di una serie di errori isolati: che i limiti non sono locali ma stratificati. Il Monty Hall mostra il fallimento dell&rsquo;intuizione probabilistica. Il Wason mostra il fallimento del ragionamento deduttivo. Il Linda Problem mostra il fallimento della logica della congiunzione. Il Base Rate Neglect evidenzia il fallimento nella gestione dell&rsquo;incertezza. Gli esperimenti sull&rsquo;introspezione mostrano che il fallimento arriva fino a farci dimenticare le ragioni delle nostre stesse scelte. La sequenza è deliberatamente costruita: dal sé al mondo, dalla percezione alla decisione, dalla decisione alla logica pura. L&rsquo;errore non è un&rsquo;anomalia: è una proprietà costitutiva della mente, che emerge a tutti i livelli.</p>
<p>L&rsquo;originalità più rilevante del libro rispetto alla divulgazione corrente sui bias cognitivi, che si è diffusa ampiamente seppur più come curiosità e con scarsi effetti sulla scia di Kahneman e dei suoi epigoni, sta in un passo ulteriore: la riconduzione di questi errori non soltanto a processi psicologici, ma anche a meccanismi neurali. Orzi non si limita a descrivere cosa sbagliamo e in quale direzione. Riconduce gli errori alle strutture neurali che li generano.  In particolare, all’attivazione di circuiti di valutazione emotiva che precedono. e spesso condizionano, l&rsquo;elaborazione prefrontale più lenta e deliberativa. L&rsquo;ancoraggio cognitivo, la <em>loss aversion</em>, il bias di conferma non sono &ldquo;difetti&rdquo; sovrapposti a una razionalità altrimenti funzionante: sono il prodotto di architetture neurali selezionate per rispondere rapidamente in contesti di incertezza, non per calcolare probabilità condizionate o verificare sillogismi.</p>
<p>Questo raccordo tra la psicologia cognitiva e le neuroscienze si aggancia alla rivoluzione che la cosiddetta opinione pubblica, che cita i paradossi della relatività o il gatto di Schrödinger, non ha ancora notato.  A partire dagli anni Settanta, con il lavoro di Tversky e Kahneman, di Nisbett e Gigerenzer sulla razionalità limitata, e con la neuropsicologia di Damasio, di LeDoux, di Edelman, si è consolidata una visione radicalmente diversa della mente: non un elaboratore di informazioni imparziale che funziona male, ma un sistema adattivo che funziona bene per gli scopi per cui è stato selezionato - sopravvivere, cooperare, reagire rapidamente - e male per gli scopi che gli chiediamo oggi: calcolo astratto, probabilità, valutazione di rischi a lungo termine, coerenza logica.</p>
<p>Il cervello non è fatto per capire. È fatto per andare avanti. Capire questo, con la chiarezza che Orzi porta nel piccolo spazio di un libro agile, è già un primo passo verso qualcosa di più vicino alla lucidità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sanità: l'idea di riforma che fa tutti scontenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-riforma-scontenta-tutti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-riforma-scontenta-tutti/</guid><pubDate>Mon, 20 Apr 2026 07:53:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>salute</category><description>La versione aggiornata del disegno di legge delega sulla riorganizzazione del SSN incassa la bocciatura delle Regioni, che chiedono di interrompere l&amp;amp;rsquo;iter.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sanita-riforma-scontenta-tutti.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/sanita-riforma-scontenta-tutti.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>All&rsquo;inizio di quest&rsquo;anno ha cominciato a circolare un progetto di riforma della sanità proposto dal ministro Schillaci e fatto proprio dal Governo. A distanza di qualche mese, tre per la precisione, le Regioni <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/riforma-ssn-le-regioni-frenano-violato-il-principio-di-leale-collaborazione-e-mancano-le-risorse-economiche-chiesta-la-sospensione-dell-iter/" rel="noopener">hanno rispedito al mittente la proposta</a>, che del resto a fine gennaio avevo già commentato a caldo molto negativamente qui su <em>Scienza in rete</em> definendola una <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/riforma-spezzatino-sistema-sanitario-nazionale/">riforma spezzatino</a>.</p>
<p>Si trattava, e si tratta, di un disegno di legge delega con cui il Governo affida a se stesso, previa approvazione da parte del Parlamento, il compito di emanare entro fine 2026 dei provvedimenti legislativi (decreti) sul tema della &ldquo;Riorganizzazione e potenziamento dell&rsquo;assistenza territoriale e ospedaliera e revisione del modello organizzativo del servizio sanitario nazionale&rdquo;. Insomma, non una vera e propria riforma dell&rsquo;intero sistema, ma qualcosa che ci va molto vicino.</p>
<p>Il perimetro di questo ddl lascia fuori per esempio le regole generali di sistema sul rapporto tra livello centrale e livello regionale e sul ruolo dei fondi integrativi e delle assicurazioni, temi emergenti che attengono a quella che chiamiamo per semplicità privatizzazione della sanità pubblica.</p>
<h2 id="temi-non-da-poco">Temi non da poco</h2><p>Sin dalla lettura della prima versione della proposta di ddl, che non era accompagnata da alcuna relazione illustrativa, commentavo alcuni grossi limiti del disegno, resi evidenti dalla complessità del tema trattato e cioè la revisione del modello organizzativo del SSN. Prima di ricordarli, di rileggerli e di parlare di quella che è stata poi nei mesi successivi la storia del ddl, bisogna ricostruire il contesto in cui un ddl sul riordino organizzativo del SSN doveva e deve intervenire.</p>
<p>Consideriamo alcune fondamentali questioni di fondo della sanità pubblica italiana: il riequilibrio tra ospedale e territorio (quest&rsquo;ultimo nelle sue due componenti e cioè l&rsquo;assistenza distrettuale, la prevenzione e la promozione della salute), la ridefinizione del gioco dei ruoli tra componente pubblica e componente privata &ldquo;convenzionata&rdquo;, il riequilibrio tra Nord e Sud e le possibili innovazioni relative all&rsquo; organizzazione dell&rsquo;assistenza ai vari livelli (per esempio attraverso la digitalizzazione e l&rsquo;evoluzione dei vari ruoli professionali, a partire da quello dell&rsquo;infermiere). In ognuna di queste quattro aree il SSN accusa forti ritardi, sullo sfondo di una grossa variabilità tra Regioni.</p>
<p>Sul rapporto tra ospedale e territorio pesano ancora i gravi ritardi nella applicazione delle indicazioni del Decreto Ministeriale 70 del 2015 che doveva portare alla razionalizzazione della rete ospedaliera e quindi a una maggiore disponibilità di risorse per i servizi territoriali. L&rsquo;approvazione nel 2021 della Mission 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e del Decreto Ministeriale 77 del 2022 doveva portare investimenti e innovazione nella assistenza territoriale, ma, a dispetto del titolo del ddl, non si può potenziare contemporaneamente ospedale e territorio, specie a risorse invariate.</p>
<p>E così gli investimenti (a parte quelli strutturali legati al PNRR) e le innovazioni a livello territoriale rimangono spesso sulla carta, proprio perché le risorse, a partire da quelle umane, sono altrove. Basti guardare per esempio ai dati <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/03/report_nazionale_dm77_ii_semestre_2025_-_200326.pdf" rel="noopener">sul ritardo</a> nell&rsquo;attivazione delle Case della comunità e degli ospedali di Comunità, cui corrispondono analoghi ritardi e difficoltà nell&rsquo;introduzione degli infermieri di famiglia e di comunità (ritardo legato anche alle carenza generale di infermieri) e nello sviluppo dei <a href="https://panoramadellasanita.it/site/cosa-e-cambiato-e-cosa-manca-ancora/" rel="noopener">sistemi regionali di telemedicina</a>.</p>
<p>Analoghi ritardi si registrano nelle altre tre aree che ho indicato:</p>
<ul>
<li>
<p>la ridefinizione dei ruoli tra componente pubblica e componente privata convenzionata dove quasi tutti i bisogni assistenziali acuti di natura complessa e urgente sono a carico del servizio pubblico, mentre al privato sono consentite aree protette di attività programmata e selezionata, che favoriscono tra l&rsquo;altro la fuga dei professionisti dalle strutture pubbliche a quelle private</p>
</li>
<li>
<p>lo squilibrio nell&rsquo;offerta di servizi tra Nord e Sud, legato a una cronica carenza di proposte in grado di spostare servizi e risorse (basti pensare che la mobilità il Sud ogni anno la paga quasi tutta in anticipo al Nord sulla base dei dati storici)</p>
</li>
<li>
<p>le innovazioni organizzative legate ad esempio alla digitalizzazione (vedi i ritardi clamorosi di alcune Regioni nella messa a regime del <a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/03/fascicolo-sanitario-elettronico-cosa-cambia-da-oggi-per-medici-e-pazienti-8fb41024-a405-4a53-b44c-86d040d2f866.html" rel="noopener">fascicolo sanitario</a> elettronico) e alla innovazione nei ruoli professionali (si pensi alla difficoltà di introdurre la figura dell&rsquo;assistente infermiere e alla difficoltà di valorizzare autonomia e responsabilità degli infermieri nel sistema di soccorso territoriale).</p>
</li>
</ul>
<h2 id="superospedali-una-cattiva-idea">Superospedali: una cattiva idea</h2><p>A fronte di queste criticità, rese ancor più pressanti da un contesto di sottofinanziamento del SSN, il ddl appariva fortemente sbilanciato a sostenere la centralità della assistenza ospedaliera, cui si dedicava gran parte del testo e cui si dedicavano le sole indicazioni veramente specifiche, oltre che le uniche finanziate.</p>
<p>In particolare si proponeva l&rsquo;istituzione degli ospedali di terzo livello, riconoscibili in base alla loro attività di ricerca e assistenza a valenza nazionale e internazionale. Ospedali di cui si lasciava intendere che il loro governo come il loro finanziamento (simbolicamente fissato a 30 milioni di euro per il 2026) avrebbero potuto essere gestiti a livello centrale e per la cui identificazione si rimandava ai criteri di riconoscimento delle Aziende Ospedaliero-Universitarie e degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) pubblici e privati.</p>
<p>Di questa specie di super ospedali pure <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/progetto-ministeriale-super-ospedali-non-sembra-grande-idea/">avevo parlato</a> in tempi non sospetti qui su Scienza in rete identificandone tutti i limiti (vorrà dire che le mie scarse capacità divinatorie me le gioco tutte in queste pagine) a partire dal fatto che non risolvono i problemi delle diseguaglianze nella offerta delle alte specialità essendo tutti concentrati nel Centro-Nord e che non risolvono i gravi problemi della mancata applicazione del DM 70, di cui ho parlato.</p>
<p>Allo stesso tempo il testo del ddl prevedeva il riconoscimento degli ospedali elettivi, ospedali per acuti senza Pronto Soccorso di cui veniva poco e male chiarita la natura e il ruolo. Ma siccome questi ospedali già esistono, e sono per lo più case di cura private, c&rsquo;è il rischio che il ddl anziché riequilibrare il rapporto tra ospedalità pubblica e privata consolidi la natura protetta di quest&rsquo;ultima.</p>
<p>Su tutto il resto il ddl era discorsivo sulla parte territoriale, scritta sì con tutte le parole chiave giuste (integrazione socio-sanitaria, potenziamento dei servizi di salute mentale, investimento sulle cure palliative, valorizzazione del ruolo del medico di medicina generale, ecc.), ma senza alcuna specifica indicazione e senza alcun finanziamento. Da ultimo, prevenzione e promozione della salute non erano nemmeno nominate.</p>
<h2 id="meglio-sospendere">Meglio sospendere</h2><p>Dal tempo del mio primo intervento sono successe alcune cose. In primo luogo è uscita sul sito del Senato (che continuamente aggiorna la documentazione) la nuova versione, praticamente identica, del testo del ddl, questa volta assieme alla relazione illustrativa, che in realtà non offre alcun riferimento utile per inquadrare il razionale del ddl e si limita a chiarire (forse) alcuni punti.</p>
<p>Ma soprattutto è successo che ogni giorno si è andato allungando l&rsquo;elenco delle posizioni critiche, tra cui, come abbiamo visto, quella particolarmente pesante della <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/04/prot.-13.04.2026.0373571.e_all_n_2_all2.pdf" rel="noopener">Commissione salute delle Regioni</a>. Nel documento della Commissione si formulano tante osservazioni critiche a partire da alcune di carattere generale: il mancato coinvolgimento delle Regioni, la non comprensibilità di diversi passaggi e soprattutto la pretesa che il potenziamento della assistenza territoriale e della assistenza ospedaliera possa essere perseguito dentro la formula della &ldquo;neutralità finanziaria&rdquo; ovvero in assenza di finanziamenti dedicati.</p>
<p>Ma è la frase finale del documento che meglio sintetizza la posizione delle Regioni: «In conclusione, si auspica che possa esserci una interlocuzione diretta sugli obiettivi della riforma con l&rsquo;intento di trovare delle linee di miglioramento nel provvedimento di cui trattasi, cogliendone le criticità o producendo un documento davvero utile per il miglioramento del sistema complessivo nella materia della &ldquo;salute&rdquo; e, pertanto, che la base dei criteri direttivi sia davvero adeguata agli obiettivi condivisi che si intendono realizzare. Per tutto quanto sopra riportato si chiede di procedere alla sospensione dell&rsquo;iter procedurale in corso».</p>
<p>In sintesi, a me pare che questo ddl sia un tentativo di fine legislatura di dare nobiltà all&rsquo;azione di gestione della sanità dell&rsquo;attuale Governo e dell&rsquo;attuale ministro, che avevano ereditato nel 2022 sia il PNRR che il Decreto Ministeriale 77 e quindi tutta l&rsquo;impostazione della nuova assistenza territoriale. La sensazione è che questo tentativo possa finire allo stesso modo del recente Referendum sulla giustizia: rendere finalmente evidente l&rsquo;inadeguatezza di scelte su temi delicati mirate più al consenso (del tipo: ce la stiamo mettendo tutta per affrontare i problemi del Paese) che ad affrontare davvero quei problemi.</p>
<h2 id="troppi-tavoli">Troppi tavoli</h2><p>Mentre, come si diceva una volta, stavamo per andare in stampa il ministero della Salute, in risposta alla posizione delle Regioni, ha annunciato di aver già costituito e formalizzato un <a href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/riforma-ssn-il-ministero-replica-alle-regioni-istituito-il-tavolo-tecnico-sulla-delega-per-la-riorganizzazione-ospedali-e-territorio/" rel="noopener">tavolo tecnico</a> incaricato di definire gli schemi dei futuri decreti attuativi.</p>
<p>Conviene ricordare due cose. La prima: il tavolo è formato per la maggioranza dei componenti (sette su otto) da rappresentanti di quegli organi (ministero della Salute, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e Istituto superiore di sanità) che avrebbero già dovuto predisporre gli schemi su cui si lavorerà. La seconda: già nel luglio 2023 il ministero aveva istituito un <a href="https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/il-tavolo-per-la-revisione-del-dm-e-dm-ha-compiuto-un-anno-e-nessuno-gli-fa-gli-auguri/" rel="noopener">analogo tavolo</a> che era arrivato a contare 76 componenti senza poi produrre nulla.</p>
<p>Credo che con questo escamotage del tavolo tecnico si sfiori inconsapevolmente il ridicolo e si costringa a recuperare la quinta legge di Parkinson (la si può trovare <a href="https://noemalab.eu/org/sections/stuff/download/murphy.pdf" rel="noopener">qui</a>): se c&rsquo;è una maniera di rimandare una decisione importante, la buona burocrazia, pubblica o privata, la troverà. E poi ci scommetto: il numero dei componenti del tavolo aumenterà.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Morti improvvise e vaccino anti Covid: il vaccino protegge molto di più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/morti-improvvise-vaccino-anti-covid-vaccino-protegge-molto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/morti-improvvise-vaccino-anti-covid-vaccino-protegge-molto/</guid><pubDate>Sun, 19 Apr 2026 19:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefania Salmaso</dc:creator><category>salute</category><description>Uno studio canadese molto solido, costruito sui registri sanitari dell’Ontario, ha preso in considerazione oltre 6 milioni di persone, usando dati già ripuliti dai fattori di confondimento. I risultati confutano l’ipotesi che la vaccinazione contro Sars-CoV-2 comporti un rischio aggiuntivo di morte improvvisa per persone apparentemente sane di età tra 12 e 50 anni. È abbastanza per mettere la parola fine alle polemiche sull’aumento di morti improvvise da vaccino: la malattia è più pericolosa.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morti-improvvise-vaccino-anti-covid-vaccino-protegge-molto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morti-improvvise-vaccino-anti-covid-vaccino-protegge-molto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati sei anni dall’inizio della pandemia da Sars-CoV-2 e negli ultimi cinque più di 100 milioni di dosi di vaccini sono state somministrate, in una campagna di immunizzazione mondiale che non ha precedenti per dimensioni e tempistica.</p>
<p>La pandemia si è esaurita, la gravità dei quadri clinici dovuta alle infezioni si è fortemente attenuata (soprattutto grazie all’immunità indotta dalle vaccinazioni) e nuovi tasselli di conoscenze scientifiche si aggiungono a quanto già acquisito in corsa. </p>
<p>A bocce ferme, tra le altre cose, si continuano a studiare gli effetti indesiderati delle vaccinazioni che, messe alla prova sui grandissimi numeri, hanno evidenziato l’insorgenza di rari eventi non riscontrati nelle sperimentazioni cliniche controllate pre-autorizzazione. In particolare è stato osservato un incremento del rischio di insorgenza di miocardite o pericardite (18-30 casi per milione di dosi) nel giro di una settimana dopo la seconda dose di vaccinazioni con <a href="https://www.cdc.gov/vaccines/covid-19/clinical-considerations/myocarditis.html" rel="noopener">vaccini a mRNA e sembra anche Novavax</a> soprattutto tra gli adolescenti e i giovani uomini.</p>
<p>Il rischio di complicazioni cardiache, tuttavia, è presente anche dopo l’acquisizione dell’infezione naturale da Sars-CoV-2 in un rapporto tra le 10 e le 15 volte maggiore rispetto alla vaccinazione, quindi l’eziologia degli eventi descritti non è stata accertata e sono state formulate diverse ipotesi. L’osservazione di complicazioni cardiache tra i vaccinati ha fatto sorgere il dubbio che alcuni casi possano essere sfuggiti alla rilevazione perché non diagnosticati e magari proprio perché più severi e caratterizzati da morte improvvisa.</p>
<p>Recentemente è stato pubblicato uno <a href="https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1004924" rel="noopener">studio di popolazione</a> canadese che, con un disegno di tipo caso-controllo, ha saggiato tra il 1 aprile 2021 e il 30 giugno 2023, la presenza di un’associazione tra morti cardiache improvvise, fuori dall’ospedale o nel giro di 24 ore dal ricovero (con diagnosi finale di arresto cardiaco e nessun’ altra evidente causa) e la vaccinazione (qualsiasi dose) contro Covid-19, in persone apparentemente sane di età tra i 12 e i 50 anni.</p>
<p>Lo studio merita di essere considerato, non solo per l’argomento rilevante, ma anche per gli aspetti organizzativi e metodologici. </p>
<h2 id="la-forza-dei-grandi-numeri">La forza dei grandi numeri</h2><p>La popolazione di partenza erano le 14.664.193 persone in vita il 1 aprile 2021 e registrate nella banca dati degli assistiti della provincia dell’Ontario, a copertura universale.  Per studiare morti cardiache improvvise questa popolazione è stata selezionata applicando numerosi criteri di esclusione come la presenza di registrazioni incomplete, la non residenza nello Stato, l’età, la presenza di patologie predisponenti a complicanze cardiache tra cui anche le malattie mentali. Non sono state escluse comuni comorbidità come ipertensione, asma, ansia o problemi dell’umore.</p>
<p>L’eligibilità delle persone è stata verificata mediante l’incrocio di diverse banche dati in cui le informazioni individuali ricostruibili dal codice univoco personale sono state analizzate presso l’<a href="http://www.ices.on.ca" rel="noopener">istituto di ricerca ICES</a>, che ha l’autorizzazione a utilizzare anche senza consenso individuale i dati dei pazienti ai fini di valutazione e miglioramento del servizio sanitario.</p>
<p>Dopo la selezione secondo i criteri di esclusione (la pubblicazione riporta un diagramma completo con i numeri e i motivi di esclusione) la popolazione in studio includeva 6.365.451 persone di cui 4.963 (di età mediana di 36 anni e 74% uomini) decedute e rispondenti alla definizione di caso di morte improvvisa.  Circa il 90% dei casi identificati (tutti con la diagnosi finale di arresto cardiaco) è deceduto prima del ricovero ospedaliero e il restante 10% nel giro delle 24 ore dall’ammissione al Pronto Soccorso o dal ricovero. Per la maggior parte dei casi deceduti fuori dall’ospedale non è stato possibile accertare la presenza di eventuali co-morbidità non registrate.</p>
<p>Il 97% dei casi è stato incluso nell’analisi primaria. Per ogni caso sono stati selezionati 5 controlli (in totale 24.030 persone) dalla banca dati degli assistiti, appaiati per età, sesso, regione di residenza e quintile di reddito del quartiere di residenza.</p>
<p>La pregressa vaccinazione (quasi completamente con vaccini a mRNA) è stata accertata dalla banca dati unica per tutto l’Ontario, che registra tutte le vaccinazioni somministrate ai residenti, escludendo quindi le distorsioni dovute a ricordi selettivi dell’esposizione tra casi e controlli.  </p>
<p>Dato che anche l’infezione naturale da Sars-CoV-2  è associata a complicazioni cardiache e che la presenza dell’infezione può avere interferito con l’effettuazione della vaccinazione, l’analisi, effettuata con regressione logistica condizionale, ha tenuto conto delle diagnosi di infezione nei 90 giorni prima del decesso del caso indice, e di altri diversi potenziali fattori di confondimento quali il numero di test Pcr per Sars-CoV-2 prima dei 90 giorni precedenti il decesso, l’effettuazione della vaccinazione contro l’influenza nell’anno prima del decesso (come indicatore di adesione e riferimento al servizio sanitario) e la presenza di comuni comorbidità come ipertensione, asma, ansia o problemi dell&rsquo;umore. </p>
<h2 id="criteri-stringenti-risultati-importanti">Criteri stringenti, risultati importanti</h2><p>La morte improvvisa da arresto cardiaco è risultata associata positivamente con un test Pcr positivo per  Sars-CoV-2 nei 90 giorni prima del decesso con OR di 2.36 95%CI [1.84,3.02]; <em>p</em> &lt; 0.001, mentre un test positivo prima dei 90 giorni è risultato associato al decesso con un minore OR = 0.83; 95%CI [0.72,0.95]; <em>p</em> = 0.006). I valori OR erano incrementati in presenza di asma OR = 1.26; 95%CI [1.16,1.36]; <em>p</em> &lt; 0.001), ipertensione OR = 1.70; 95%CI [1.50,1.92]; <em>p</em> &lt; 0.001), e disturbi di ansia o dell’umore OR = 3.46; 95%CI [2.94,4.07]; <em>p</em> &lt; 0.001).</p>
<p>Avere ricevuto un vaccino mRNA COVID-19 è risultato associato negativamente al decesso con un OR = 0.57 (95%CI [0.53,0.62]; <em>p</em> &lt; 0.001). Avere effettuato la vaccinazione nelle 6 settimane prima del decesso è anche risultato protettivo con OR = 0.63; 95%CI [0.55,0.72]; <em>p</em> &lt; 0.001). Le persone che avevano ricevuto due dosi di vaccino avevano un’associazione negativa con il decesso con OR = 0.53; 95%CI [0.49,0.57]; <em>p</em> &lt; 0.001), mentre avere ricevuto una sola dose è risultato associato con un OR = 0.88; 95%CI [0.76,1.01]; <em>p</em> = 0.071) al limite della significatività statistica.</p>
<p>Dato che persino la randomizzazione non può garantire una completa comparabilità per fattori di confondimento (anche ignoti) tra casi e controlli, gli autori, su richiesta della rivista, hanno analizzato i dati con un approccio <a href="https://www.bmj.com/content/354/bmj.i4515" rel="noopener">Self Case Control</a>, in cui i casi sono i controlli di sé stessi, e si valuta se gli eventi (decesso) si addensano in prossimità dell’esposizione (vaccinazione). Questo approccio è stato spesso utilizzato per studi sulla sicurezza dei vaccini in cui la confrontabilità di partenza tra vaccinati e non vaccinati è discutibile e quando la quasi totalità della popolazione è vaccinata. L’analisi post-hoc effettuata ha confermato i risultati.</p>
<h2 id="nel-bilanciamento-rischio-beneficio-vince-il-beneficio">Nel bilanciamento rischio-beneficio, vince il beneficio</h2><p>Insomma, i risultati confutano l’ipotesi che la vaccinazione contro Sars-CoV-2 comporti un rischio aggiuntivo di morte improvvisa per persone apparentemente sane di età tra 12 e 50 anni e rappresenta un altro tassello nella valutazione della sicurezza delle vaccinazioni (soprattutto con vaccini a mRNA) contro Sars-CoV-2, andando ad affiancarsi a risultati simili di diversi altri studi (anche italiani).</p>
<p>Il disegno dello studio canadese è molto solido: 5 controlli per ogni caso è il numero oltre il quale non c’è un effettivo guadagno di potenza e la raccolta delle informazioni mediante le banche dati ordinarie limita le distorsioni tra casi e controlli considerate un punto critico degli studi retrospettivi.  </p>
<p>Gli studi epidemiologici non possono dimostrare l’assenza di un rischio di patologia dopo un’esposizione, ma studi di grandi dimensioni, come questo, possono fornire una ragionevole fiducia che se un rischio esiste le sue dimensioni sono molto piccole e può essere accettabile se messo a confronto con i benefici dell’esposizione. Quando una vaccinazione viene fortemente raccomandata e gran parte della popolazione aderisce alla raccomandazione non è possibile, né etico utilizzare studi sperimentali controllati randomizzati (RCT) che recentemente vengono invocati come unica fonte di evidenze attendibili, prendendo a pretesto il rigore delle regole con cui vengono impostati e condotti. </p>
<p>È invece fondamentale valutare l’effetto (sia in senso positivo di contrasto alla malattia prevenibile che di effetti indesiderati) di vaccinazioni offerte su larga scala nella popolazione generale. </p>
<p>È da invidiare l’approccio pragmatico canadese che permette a una istituzione di lavorare con dati individuali per scopi di valutazione e miglioramento del servizio sanitario, senza il ginepraio delle norme sulla confidenzialità dei dati che in Italia spesso paralizzano molte iniziative, come ad esempio <a href="https://epiprev.it/blog/discutiamone/i-nodi-dei-sistemi-di-sorveglianza-speciale-vengono-al-pettine" rel="noopener">le sorveglianze speciali di alcune infezioni</a>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Di cosa parliamo quando parliamo di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tea-tecniche-evoluzione-assistita-piante/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tea-tecniche-evoluzione-assistita-piante/</guid><pubDate>Sun, 19 Apr 2026 10:00:00 +0200</pubDate><category>ambiente</category><description>Le Tecniche di Evoluzione Assistita promettono varietà resistenti a parassiti e clima. Ma modificare pochi geni non basta: la resilienza agricola nasce dalla diversità dell&amp;amp;rsquo;intero agroecosistema.</description><content:encoded><![CDATA[<h2 id="il-tema">Il tema</h2><p>L&rsquo;annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di <em>New Genetic Techniques</em>) riaccende il dibattito su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, equità ed etica.</p>
<p>Il miglioramento genetico è stato la chiave di volta della cosiddetta rivoluzione verde del secolo scorso, fino al recente, acceso dibattito sugli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), che ha chiarito quali e quanti interessi, posizioni e rischi siano implicati. Il cuore della questione è riconducibile a questa domanda: è possibile modificare, con le attuali tecniche, il DNA di una pianta coltivata per aumentarne le resistenze senza affrontare le conseguenze di carattere più ampio — biologico-evolutivo, agroecologico e, perché no, filosofico?</p>
<p>Le tecniche di manipolazione genetica e di cosiddetta &ldquo;evoluzione assistita&rdquo; negli ultimi anni hanno riaperto il dibattito in ambito scientifico, economico e culturale. Proviamo a riprendere alcuni aspetti importanti.</p>
<h2 id="la-tecnica">La tecnica</h2><p>Il CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l&rsquo;Economia Agraria del Ministero) definisce le TEA come <a href="https://www.crea.gov.it/-/tea-il-crea-coordina-la-sperimentazione-nazionale" rel="noopener">«tecniche di biologia sviluppate negli ultimi 10 anni che consentono di correggere il DNA delle piante e, di conseguenza, di selezionare caratteri specifici utili per l&rsquo;agricoltura che difficilmente sarebbero ottenibili con altri metodi»</a>. L&rsquo;uso dell&rsquo;espressione «evoluzione assistita» è probabilmente stato dettato dal desiderio di allontanarsi dagli OGM, con conseguenti difficoltà di accettazione di queste nuove tecniche.</p>
<p>Un recente documento redatto da genetisti italiani sottolinea: «Nell&rsquo;ambito delle nuove tecniche genomiche, il <em>genome editing</em> offre la possibilità di modificare in modo voluto e preciso una specifica sequenza di DNA senza spostarla dalla sua posizione naturale nel genoma». «Dire <em>editing</em> anziché ingegneria genetica serve a enfatizzare una fondamentale differenza: il DNA può essere modificato <em>in situ</em>, senza aggiungere materiale genetico estraneo, con un processo simile alla revisione editoriale di un testo scritto al computer».</p>
<p>In Italia, le prime applicazioni delle tecniche TEA hanno interessato le colture del riso e della vite, due filiere produttive particolarmente strategiche per la nostra economia agroalimentare. Con le TEA, in questi due casi, si intende costituire varietà resistenti a due importanti malattie: quella del brusone (<em>Pyricularia oryzae</em>) nel riso e quella della peronospora (<em>Plasmopara viticola</em>) nella vite.</p>
<p>Sempre il Ministero, tramite CREA, sottolinea le potenzialità di questa tecnica, precisando che «il miglioramento genetico sfrutta la biodiversità naturale e quella generata tramite mutagenesi e, più recentemente, la biodiversità sviluppata attraverso le TEA. Il miglioramento genetico adatta le piante alle nuove condizioni climatiche e alle esigenze della società (qualità dei prodotti, sostenibilità), e consente di produrre cibo per tutti». Sono seguite numerose note, in particolare in alcuni ambienti scientifici, volte a infondere fiducia negli agricoltori e nei tecnici.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-biologia">L&rsquo;utilizzo della parola «evoluzione» implica un richiamo alla biologia</h2><p>L&rsquo;evoluzione — il cambiamento storico della vita sulla Terra — è un principio generale ineludibile. Vi è una domanda di fondo a monte di ogni ragionamento sui vantaggi o svantaggi delle TEA: quanto queste pratiche «assomigliano» all&rsquo;evoluzione che si svolge quotidianamente nel mondo dei viventi, senza mai smettere?</p>
<p>L&rsquo;evoluzione coinvolge tutti i livelli di organizzazione della materia vivente, dai geni agli ecosistemi. È oggi abbastanza accettato che la selezione naturale sia l&rsquo;agente principale dell&rsquo;evoluzione, ma ci sembra di poter dire che essa agisca sugli individui all&rsquo;interno delle popolazioni, favorendo quelli più adatti, che lasceranno un maggior numero di discendenti. Dunque, i geni vengono sì selezionati, ma per il tramite degli individui che li portano. Nel caso di modifiche puntuali di un singolo o di un piccolo gruppo di geni, quali saranno le conseguenze sull&rsquo;intero individuo, e come si modificherà la sua intera biologia, che sarà poi quella sottoposta al vaglio della selezione?</p>
<p>Vi è poi il tema della coevoluzione, il fenomeno che si verifica quando due o più specie influenzano l&rsquo;evoluzione l&rsquo;una dell&rsquo;altra attraverso la selezione. Ogni specie, nelle relazioni coevolutive, esercita pressione su altre specie, e ciò può dar luogo a fenomeni di mutualismo, di relazioni ospite-parassita, di predatore-preda o di competizione fra le specie. La lotta ai parassiti delle piante, come l&rsquo;agente del brusone del riso e la peronospora della vite, è appunto un fenomeno di coevoluzione: nessun essere vivente evolve «da solo». Tutti i viventi sono immersi in un ecosistema e la coevoluzione ospite-parassita ne è un esempio principe. Nel caso dell&rsquo;interazione fra parassita e ospite, se un parassita «se la prende» con una determinata specie, questa «cercherà di evolvere», ossia saranno selezionati positivamente quegli individui che avranno difese nei suoi confronti; in risposta, saranno favoriti quei parassiti che riusciranno ad aggirare le difese dell&rsquo;ospite. È il fenomeno battezzato da Van Valen (1973) <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Red_Queen_hypothesis" rel="noopener">Regina Rossa</a> in riferimento al personaggio del libro <em>Alice nel paese delle meraviglie</em> (Carroll, 1865): Alice e la Regina Rossa devono correre di continuo per rimanere dove sono, perché il paesaggio si muove assieme a loro nella stessa direzione.</p>
<p>Il modello della Regina Rossa sembra adattarsi bene alle relazioni ospite-parassita descritte recentemente da Wollenberg <em>et al.</em> (2025): quando un parassita sviluppa un modo più efficace per infettare un organismo, l&rsquo;ospite evolve nuove difese per proteggersi. A sua volta, il parassita evolve strategie ancora più efficaci per superare queste difese. Questo processo crea un ciclo continuo di adattamenti, simile a una gara in cui nessuno dei due può smettere di evolversi, e diventa una «corsa alle armi»: il continuo adattamento reciproco tra due specie in conflitto.</p>
<p>Ora, la letteratura sembra indicare la presenza di una corsa alle armi anche fra il brusone e il riso (Wang <em>et al.</em>, 2017). I tempi della coevoluzione fra il fungo patogeno e la varietà di riso sono tali da farci sperare che nuovi livelli di aggressività da parte del fungo non nascano in tempi brevissimi?</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-patologia-vegetale">L&rsquo;utilizzo della parola «evoluzione» implica un richiamo alla patologia vegetale</h2><p>Come già accennato, tra i primi prodotti delle TEA in Italia compaiono una varietà di riso a partire da Arborio e una di vite a partire da Nebbiolo. La malattia di una coltura causata da un fungo è dovuta a una triplice interazione: ospite/patogeno/ambiente. La presenza di un alto potenziale di inoculo del patogeno, il livello di suscettibilità dell&rsquo;ospite, le condizioni favorevoli alla sua manifestazione sono una miscela pericolosa per la coltura, tanto da ridurne i livelli quali-quantitativi nel prodotto finale.</p>
<p>Nel caso del riso, il fungo che attacca trae vantaggio da un clima caldo e umido, favorevole alla diffusione delle spore e allo sviluppo fungino all&rsquo;interno dei tessuti della pianta ospite. La suscettibilità di quest&rsquo;ultima permetterà al fungo di colonizzare e determinare danni e decrementi alla produzione (in questo caso di granella). L&rsquo;ambiente favorevole alla malattia è in buona parte determinato da un&rsquo;errata gestione agronomica dei residui colturali infetti, che conferiscono un elevato potenziale di inoculo per un nuovo ciclo l&rsquo;anno successivo. Un&rsquo;eccessiva concimazione azotata, squilibrata nei confronti di altri elementi come il potassio, e un&rsquo;elevata densità di popolazione che può causare un aumento di umidità all&rsquo;interno della coltura, sono ulteriori fattori che favoriscono il patogeno.</p>
<p>I processi di coevoluzione delle specie considerate, il riso e il fungo, dipendono quindi dall&rsquo;agroecosistema, vale a dire dai cambiamenti delle condizioni pedoclimatiche e dalle pratiche agronomiche. Tutto ciò non può essere ridotto al semplice conflitto ospite-patogeno, ma deve essere ricollegato alle dinamiche evolutive dell&rsquo;intero ecosistema dell&rsquo;azienda agraria.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-allagroecologia">L&rsquo;utilizzo della parola «evoluzione» implica un richiamo all&rsquo;agroecologia</h2><p>La Rivoluzione Verde è stata una politica agricola e un insieme di principi e pratiche orientati all&rsquo;aumento delle rese. Il modello, fondato sul miglioramento genetico di alcune colture e sull&rsquo;adozione di pacchetti tecnologici agronomici, proponeva varietà migliorate <em>High Yielding Varieties</em> (HYV), in termini di elevato potenziale produttivo raggiungibile grazie a una crescente specializzazione e intensificazione.</p>
<p>La Rivoluzione Verde ha permesso di raggiungere ritmi elevati di crescita delle produzioni di alcune colture nei primi decenni della sua adozione. Ha generato anche evidenti criticità: impatti ambientali crescenti, standardizzazione, perdita di biodiversità, crescente dipendenza del mercato da parte delle aziende agrarie e distribuzione diseguale e iniqua delle ricchezze generate.</p>
<p>Il modello di agricoltura industriale del Novecento è stato progettato su un tipo di strategia molto simile a una <em>escalation</em>, una corsa alle armi: la progressiva specializzazione verso la monocoltura ha determinato una <a href="https://www.fao.org/" rel="noopener">perdita di biodiversità</a> e una selezione di patogeni più aggressivi, alla quale si è risposto con un uso crescente di pesticidi, che ha provocato un aumento di chemioresistenze da parte dei patogeni in un vortice di <em>escalation</em> tecnologica definibile maladattativa.</p>
<p>Questo modello ha perso efficacia via via che diminuivano i vantaggi, si concentravano i guadagni e crescevano gli svantaggi (gli impatti ambientali). Persistendo con lo stesso modello, si è tentato di mantenere i livelli quali-quantitativi delle produzioni, affidandosi a un ricorso crescente alle singole tecnologie o a un <em>mix</em> (genetica, chimica, meccanica, informatica) di queste. Questo approccio, tipico dell&rsquo;industria, risulta però inadatto al sistema agroalimentare. L&rsquo;azienda agricola è un sistema complesso e dinamico, in continua evoluzione, fondato su basi biofisiche e in relazione con le risorse naturali: acqua, suolo, aria e biodiversità. Questo sistema è gestito dall&rsquo;agricoltore, il cui sapere, esperienza, competenza ed etica sono determinanti per ottenere e mantenere nel tempo, in autonomia, risultati positivi nel rispetto delle risorse.</p>
<p>Una varietà migliorata non esprime appieno il proprio potenziale se la semina, la gestione agronomica o le condizioni ambientali non sono adeguate. Se la fertilità del suolo si è ridotta o la biodiversità aziendale — simile a un sistema immunitario interno — si è impoverita, nessuna innovazione genetica potrà garantire la stabilità produttiva. È come guidare un&rsquo;auto potentissima su una strada non progettata per alte velocità, come può essere un circuito di competizione: un&rsquo;auto potentissima su una strada cittadina non può esprimere appieno il suo potenziale senza compromettere la sicurezza del sistema.</p>
<p>La produttività agricola dipende quindi da una gestione che consideri l&rsquo;interazione ospite-patogeno, insieme alle dinamiche dell&rsquo;intero ambiente di produzione — azienda, clima, territorio, mercato — senza superare i limiti ecologici e socio-economici.</p>
<p>In questo quadro, la varietà migliorata rischia di diventare la <em>silver bullet</em> del momento: promette molto, ma di fronte al cambiamento climatico, alla volatilità dei mercati, alla pesante burocrazia e agli squilibri di decisione e controllo all&rsquo;interno delle filiere, si può rivelare una tecnologia sofisticata ma insufficiente a garantire la difesa degli interessi degli agricoltori e degli altri attori del sistema agroalimentare.</p>
<p>Dopo le controversie sugli OGM, legate alla possibilità di introdurre organismi non previsti dall&rsquo;evoluzione naturale e potenzialmente difficili da controllare, oggi le TEA riportano la nostra attenzione su una strategia del tutto simile, basata su un modello di <em>escalation</em> evolutiva, i cui vantaggi sono tuttora da dimostrare e che non è priva di rischi.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-genetica">L&rsquo;utilizzo della parola «evoluzione» implica un richiamo alla genetica</h2><p>Con una <a href="https://doi.org/10.1038/d41586-023-02895-w" rel="noopener">pubblicazione comparsa su <em>Nature</em> tre anni fa</a>, un gruppo di noti genetisti propone di chiarire aspetti importanti che riguardano l&rsquo;approccio alle attuali strategie di miglioramento genetico. Osservano che i dati relativi alle potenzialità di aumento della produttività conseguenti all&rsquo;applicazione delle moderne tecniche di ingegneria e di manipolazione genetica sono oggi ottenuti in serra o su piccole parcelle, quindi non in un contesto reale. Esprimono le loro perplessità sugli studi che pubblicano illusorie potenzialità, riflettendo sul rischio delle false aspettative, di <em>hype</em> e di <em>over selling</em> dei prodotti tecnologici. Auspicano «una scienza più incisiva» nella pratica e invitano i ricercatori, i revisori e i direttori delle riviste scientifiche a verificare che, ogni volta che vengono fatte affermazioni sugli effetti di singoli o pochi geni sulla resa di una coltura, siano rispettati alcuni criteri di base.</p>
<p>Il primo riguarda la definizione di produttività e le unità di misura utilizzate. Gli autori sottolineano non tanto l&rsquo;eterogeneità dei parametri utilizzati, quanto piuttosto la potenziale fonte di imprecisione nel riferire i risultati in termini di incremento delle produzioni stesse. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di produzioni potenziali ottenute in condizioni controllate, ben lontane dalla realtà. Alla quantità di prodotto ottenuta per unità di superficie non si aggiungono dati sulla qualità e sulla composizione del prodotto. Le metriche andrebbero adeguate alle finalità.</p>
<p>Con il secondo criterio di base si sollevano perplessità sulla possibilità di utilizzare risultati ottenuti in pochi anni di prove condotte in condizioni controllate per proiettarli su una scala territoriale ampia, variegata e variabile. La pubblicazione su <em>Nature</em> sottolinea la modestia dei modelli statistici impiegati nelle prove parcellari condotte per la valutazione dei nuovi materiali genetici, che non consentono di ricreare le condizioni agronomiche delle aziende reali — modalità di semina, interventi agronomici, avvicendamenti, condizioni meteorologiche e pedologiche. Da poche modifiche genetiche è impossibile prevedere cambiamenti positivi o negativi a scala aziendale, tanto più in anni di emergenza climatica. Pertanto il rischio di <em>overselling</em> è elevato.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-filosofia">L&rsquo;utilizzo della parola «evoluzione» implica un richiamo alla filosofia</h2><p>La questione di modifiche genetiche evolutive in ambito agricolo richiede un apporto di riflessione filosofica.</p>
<p>In termini generali, vale la pena tenere conto della ben nota triangolazione aristotelica basata sui termini <em>sophia</em> (sapienza), <em>phrònesis</em> (saggezza) e <em>sophrosyne</em> (temperanza). Essa può aiutare nella valutazione di un contesto problematico che implica un intervento trasformativo evoluzionistico. Un&rsquo;innovazione tecnologica inerente a un ecosistema comporta anche la consapevolezza delle metodologie che adotta, degli effetti che produce e del senso complessivo che genera. Il ricorso alla terminologia propria del lessico concettuale filosofico ci può aiutare a una migliore comprensione del valore e dei rischi delle modifiche evolutive ottenute mediante strumentazione tecnologico-scientifica. La sapienza è l&rsquo;acquisizione integrata di tutte le conoscenze consolidate del campo in cui intervenire, con l&rsquo;intento di apportare miglioramenti permanenti. La saggezza ci richiama alla necessità di evitare, nell&rsquo;ambito evoluzionistico, scelte frettolose e poco meditate, nell&rsquo;intento di soppesare rischi e vantaggi, mantenendo la duttilità, così da poter cambiare e interrompere le decisioni assunte qualora si dimostrassero, nel corso del tempo, inefficaci o controproducenti rispetto alle finalità preordinate. La temperanza esprime l&rsquo;opportunità di tenere presente il raggio d&rsquo;azione oltre il quale la forzatura degli assetti della struttura generale che sostiene il vivente porta a squilibri irreparabili e non ricomponibili. Essa sottende una filosofia del limite.</p>
<p>A partire dai principi di riferimento generali, è stato più volte osservato che <em>Homo sapiens</em> ha portato, fin dai primordi, a un intervento immediato e crescente sulla natura circostante. Da allora, <em>natura naturans</em> è diventata <em>natura naturata</em>. Con l&rsquo;avvento dell&rsquo;agricoltura, <em>Homo sapiens</em>, protagonista della rivoluzione neolitica, è stato un <em>climax breaker</em>, avviando un profondo cambiamento che ha richiesto un continuo monitoraggio e un intervento di riequilibrio degli assetti degli agroecosistemi nel corso dei secoli, con sempre più innovative pratiche di un&rsquo;agronomia aggiornata, capace di mettere a disposizione nuove e più ampie risorse per soddisfare i crescenti bisogni alimentari. La temperanza, cui si faceva cenno, si avvale di queste osservazioni. I contadini, nostri progenitori, hanno proceduto a «un&rsquo;evoluzione agricola assistita» attraverso una pratica sistematica, concreta, assidua e quotidiana sul campo — per meglio dire sui «campi coltivabili» a loro disposizione — ereditata e trasmessa alle nuove generazioni. La tempistica innovativa delle sperimentazioni avviate giorno per giorno, mese per mese e anno per anno, ha permesso di ottenere esiti consolidati nel lungo periodo e, laddove si sono dimostrati proficui, di diffonderli in aree diverse del pianeta.</p>
<p>Oggi le cose sono cambiate in modo radicale: si lavora in prima istanza in laboratorio o in condizioni controllate da parte di ristrette cerchie di ricercatori, le sperimentazioni sono circoscritte, all&rsquo;interno di un modello competitivo si è diffusa una forte volontà e necessità di superare la concorrenza su mercati globali introducendo novità tecnologiche promosse da un&rsquo;efficiente industria (inclusa quella della persuasione) che anticipa esiti provvisori assunti come immediatamente fruibili. Questa complessiva disinvoltura di un&rsquo;evoluzione accelerata è frutto e specchio di una modernità che caratterizza l&rsquo;economia, il mondo sociale e politico del nostro tempo, in cui l&rsquo;introduzione di innovazioni tecnologiche è generalmente così rapida da non consentire una loro convalida pienamente documentata in una replica temporale di lungo periodo che possa considerare gli effetti di retroazione sul sistema complessivo della vita delle comunità locali e non solo.</p>
<p>Lo scenario del nuovo millennio si presenta segnato da trasformazioni epocali: il picco di popolazione mondiale, la globalizzazione delle nuove tecnologie, dell&rsquo;economia, della rete delle comunicazioni che copre il pianeta, la diffusione e l&rsquo;omologazione delle colture, delle culture e degli stili di vita. Di ciò la filosofia prende atto e ne fa oggetto di analisi e riflessione. Edgar Morin a questo proposito parla di «sfida della complessità», evidenziando la pregnanza epistemologica del termine <em>complessità</em> relativo agli eventi in cui nuove proprietà con le quali fare i conti entrano in gioco nei sistemi complessi del mondo attuale per le dinamiche delle relazioni fra gli elementi che li compongono. Ciò comporta che ogni innovazione su un singolo punto del sistema complessivo abbia ricadute su tutto il resto, modificandone la struttura. Si veda quindi il sistema socio-ecologico nelle sue articolazioni, per il quale la filiera di innovazioni è a scala ascendente e passa dalla produzione delle singole colture alle aziende, al territorio, alle aree geografiche, alla società, alle politiche. La scala può nel contempo essere considerata in senso discendente, da politica a società, all&rsquo;area geografica all&rsquo;azienda agraria, fino alla produzione del singolo campo coltivato. Il senso ascendente e quello discendente si intrecciano nel complesso del sistema globale. Se l&rsquo;etimologia della parola complessità si basa sul latino <em>complexus</em>, essa presuppone l&rsquo;interazione e la tessitura di una molteplicità da unificare. Ciò richiede un impegno di pensiero multidisciplinare e transdisciplinare.</p>
<p>In questo contesto problematico, il contributo più rilevante che la filosofia può offrire attiene alla presa in carico di un orizzonte etico. Si impone necessariamente che ogni scelta nei campi specifici della produzione, della tecnologia, della società e della politica sia sottoposta al vaglio della responsabilità. Un contributo rilevante si ritrova nel pensiero di Hans Jonas, che pone come nucleo centrale il «principio responsabilità». Possiamo parlare di un&rsquo;imprescindibile etica della responsabilità a sostegno delle linee di condotta da adottare nelle pratiche di un sistema complesso. Essa — sostiene Jonas — ci impone di prendere in considerazione la dimensione della temporalità nel bilanciamento delle ripercussioni delle scelte al presente sul destino delle prossime generazioni, a partire dai rischi di esiti prevedibilmente non più revocabili (un solo esempio: il possibile crollo di risorse ambientali ed energetiche del pianeta negli anni a venire). L&rsquo;etica della responsabilità richiama il problema del benessere nella sua declinazione al futuro.</p>
<h2 id="altre-riflessioni">Altre riflessioni</h2><p>Su una rivista online dedicata all&rsquo;agricoltura è comparso <a href="https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2025/06/13/piante-tea-il-nodo-dei-brevetti-viene-al-pettine/87373" rel="noopener">un articolo sulle TEA</a> in cui si sviluppano due tematiche: quella relativa alle normative e quella relativa alla concentrazione del controllo e dei guadagni. Per il primo aspetto è richiamato un principio di base: il miglioramento genetico vegetale e la costituzione di nuove varietà sono incentivati mediante la garanzia di una protezione legale che consente, al selezionatore, di recuperare gli investimenti sostenuti. Per ottenere protezione attraverso la cosiddetta privativa vegetale (diritto esclusivo riconosciuto a chi crea una varietà), una nuova varietà deve essere <strong>DUS</strong> (<em>Distinta, Uniforme, Stabile</em>). Distinta per almeno un carattere, uniforme al suo interno, stabile nel mantenere invariati i caratteri distintivi. Deve essere una novità e avere una denominazione facilmente riconoscibile.</p>
<p>La nuova varietà TEA ottenuta con <em>editing</em> può essere chiaramente distinta dalla varietà di partenza oppure presentare modifiche limitate, in base agli attuali criteri DUS previsti dalla normativa. L&rsquo;autore dell&rsquo;articolo riflette su una varietà di vite, il Nebbiolo, modificata per resistere alla peronospora. Il costitutore sarebbe privo di tutela se l&rsquo;autorità competente non riconoscesse il rispetto dei criteri DUS. Se, viceversa, venisse riconosciuta una nuova varietà, il problema riguarderebbe i disciplinari di produzione delle DOP: la nuova varietà di Nebbiolo resistente non potrebbe più essere utilizzata per produrre vini come Barolo o Barbaresco, secondo rigidi disciplinari basati sull&rsquo;uso esclusivo del vitigno Nebbiolo.</p>
<p>A proposito del secondo aspetto, è descritta l&rsquo;acquisizione dei brevetti a livello internazionale. Si sostiene che le piante editate mediante micromodifiche molto specifiche siano brevettabili. Il controllo commerciale della tecnologia di <em>genome editing</em> più diffusa al mondo, denominata CRISPR-Cas9, è attualmente, di fatto, nelle mani di pochissimi enti internazionali. Accade che ristretti gruppi di ricercatori che operano all&rsquo;interno di piccoli laboratori non siano in grado di proseguire le attività lungo la filiera commerciale sementiera e quindi cedano la licenza a entità più grandi. L&rsquo;Università di Harvard e il MIT, all&rsquo;interno del <a href="https://www.broadinstitute.org/" rel="noopener">Broad Institute</a>, hanno ceduto licenze a Pairwise, Bayer, BASF, Syngenta e Corteva. L&rsquo;Università di Berkeley ha ceduto la licenza a Caribou Biosciences, che ha concesso a Corteva Agriscience, TreeCo, Regional Fish Institute e Genus. Con ingenti risorse, questi grandi gruppi affrontano <a href="https://www.labiotech.eu/expert-advice/five-things-crispr-cas9-license/" rel="noopener">numerosi contenziosi sui brevetti</a>.</p>
<p>Poche informazioni mettono in luce alcuni aspetti di base del funzionamento e del controllo delle risorse nel settore agroalimentare nel campo del <em>genome editing</em>: il mercato globale delle sementi rientra nell&rsquo;area d&rsquo;azione di un gruppo piuttosto ristretto di attori multinazionali; d&rsquo;altra parte, non sono ancora stati chiariti gli aspetti normativi di un possibile caso in cui una pianta TEA brevettata impollini una pianta non TEA di un campo vicino. L&rsquo;agricoltore coinvolto in questa contaminazione involontaria potrebbe subire conseguenze legali e trovarsi, suo malgrado, in un&rsquo;<em>escalation</em> giudiziaria.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-atteggiamento-riflessivo">L&rsquo;utilizzo della parola «evoluzione» implica un atteggiamento riflessivo</h2><p>Le riflessioni conclusive non riguardano il funzionamento tecnico delle TEA, ma le possibili conseguenze della loro applicazione nei sistemi socio-ecologici agricoli. La letteratura sul maladattamento o adattamento inadeguato avverte che un&rsquo;innovazione può apparire vantaggiosa rispetto agli obiettivi dichiarati nel breve periodo, ma nel tempo produrre effetti negativi, irrigidendo le opzioni future, generando nuove crisi per le comunità e gli ecosistemi, con evidente rischio di <em>lock-in</em> (un <em>lock-in</em> evolutivo-tecnologico è una condizione che si crea quando un modello si impone nel tempo e diventa difficile da abbandonare, anche quando esistono alternative migliori) e aumentando la dipendenza dell&rsquo;azienda agraria da <em>input</em> esterni controllati da un mercato internazionale, o trasferendo vulnerabilità e svantaggi tra gruppi sociali ed ecosistemi. L&rsquo;agricoltura è un sistema socio-ecologico adattivo in cui componenti biologiche, competenze agronomiche, mercati, istituzioni e conoscenze locali interagiscono in modo non lineare. Per questo l&rsquo;innovazione che riguarda l&rsquo;introduzione di un singolo artefatto tecnologico dovrebbe essere inserita in un quadro di analisi sistemica che consideri interdipendenze, retroazioni alle diverse scale temporali e spaziali a partire da quelle del campo coltivato e dell&rsquo;azienda agraria.</p>
<p>L&rsquo;approccio TEA/NGT tende a identificare l&rsquo;adattamento attraverso l&rsquo;introduzione di tratti genetici di resistenza a specifici stress. Non possiamo sottovalutare che l&rsquo;emergenza climatica sia caratterizzata da complessità e variabilità locali; manipolare alcuni geni significa agire su un singolo nodo di una rete coevolutiva, a una scala di dettaglio alla quale è impossibile prevedere le dinamiche che avverranno a scala aziendale, tantomeno a scala territoriale. Nella relazione tra ospite, patogeno e ambiente, questo approccio può alimentare una corsa evolutiva alle armi, già osservata in passato con la rivoluzione verde, ispirata a un modello certamente utile all&rsquo;industria e a una parte del mercato, che però tende a emarginare gli interessi degli agricoltori e dei consumatori. Quando le condizioni cambiano rapidamente, i vantaggi a breve termine possono trasformarsi in vulnerabilità strutturali.</p>
<p>Un approccio sistemico riconosce, invece, che la resilienza emerge dalle interazioni fra elevata diversità genetica, salute del suolo, gestione delle risorse naturali, organizzazione aziendale, reti sociali e istituzioni.</p>
<p>In ambito agroecologico, il miglioramento genetico è considerato in una prospettiva sistemica multiscala. L&rsquo;adattamento diventa un processo evolutivo continuo basato sulla diversità e sulla selezione locale. L&rsquo;innovazione sviluppata con popolazioni evolutive o moderni ecotipi mira alla stabilità derivante dall&rsquo;eterogeneità piuttosto che alla massima prestazione di un singolo genotipo, a vantaggio — più stabile e concreto — dell&rsquo;azienda agraria che deve fronteggiare le attuali emergenze climatica, ecologica ed economica.</p>
<p>In questo quadro dovrebbe collocarsi il concetto di evoluzione assistita, intesa come orientamento dei processi evolutivi dell&rsquo;intero agroecosistema aziendale. Ciò implica progettare e gestire la diversità nel tempo attraverso diversificazione genetica, rotazioni, consociazioni, agroforestazione, pratiche rigenerative della salute del suolo, mantenendo un&rsquo;ampia variabilità ed evitando <em>lock-in</em> tecnologici. L&rsquo;obiettivo è favorire l&rsquo;adattamento in contesti reali e rafforzare il ruolo decisionale degli agricoltori e le reti di conoscenza locali. Il che significa riferire, eventualmente, il concetto di evoluzione assistita non tanto alla modifica e manipolazione di frammenti del corredo genetico di una varietà, quanto alla progettazione, gestione, monitoraggio, trasformazione dinamica dell&rsquo;intero sistema dell&rsquo;azienda agraria, che dialoga con il territorio che la circonda.</p>
<p>In questa prospettiva, l&rsquo;innovazione non è un semplice <em>input</em> esterno da trasferire all&rsquo;agricoltore, ma un processo di trasformazione sistemica. La resilienza si radica nella capacità del sistema agricolo di apprendere, diversificare e mantenere aperte le opzioni adattive nel tempo.</p>
<p>Affidiamo le altre riflessioni alle domande conclusive. La dinamica di <em>escalation</em> tecnologica in agricoltura è una necessità strutturale e insostituibile del paradigma moderno — analoga a quella della corsa alle armi negli Stati — oppure, come possiamo osservare dalla natura, esistono numerose altre strategie di innovazione ed evoluzione più consone al sistema agroalimentare? L&rsquo;adattamento è un aumento di potenza o di complessità relazionale? La sicurezza alimentare può essere concepita come la prestazione massima del modello produttivista, o deve essere costruita come stabilità sistemica diffusa?</p>
<p>Infine, il rischio che in questo contributo chiamiamo «maladattamento» — produzione di vulnerabilità di lungo periodo attraverso soluzioni efficaci nel breve — può essere interpretato come una forma contemporanea di <em>hybris</em> tecnica? E quali sono i benefici nel medio-lungo periodo? Chi trarrà vantaggio da un uso ristretto e incompleto del termine evoluzione?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Farmaci sotto pressione: la crisi parte dallo Stretto di Hormuz</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz/</guid><pubDate>Thu, 16 Apr 2026 16:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>economia</category><description>Principi attivi sintetizzati in Asia, elio (necessario per le risonanze magnetiche) importato dal Qatar, rotte bloccate nello Stretto di Hormuz: la crisi in Medio Oriente mostra quanto la filiera produttiva europea dei farmaci dipenda strutturalmente, e su più livelli, dai combustibili fossili e si regga su equilibri geografici fragili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-sotto-pressione-crisi-parte-stretto-hormuz-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Di solito, non ci chiediamo da dove vengano i farmaci. Quando ingeriamo con un sorso d&rsquo;acqua una pillola di antibiotico, come l’amoxicillina, non viene immediato chiederci come quella capsula sia arrivata a casa nostra. La prendiamo per curare una cistite o un mal di gola di origini batteriche, spesso senza pensare che, prima ancora di essere nel suo blister e spedita sugli scaffali delle farmacie, ha già affrontato un processo fatto di viaggi lunghi e numerosi intermediari.</p>
<p>Pensiamoci adesso: per produrre un farmaco, occorre prima sintetizzare il suo principio attivo, l’API (<em>Active Pharmaceutical Ingredient</em>). Per l’amoxicillina, l’API si basa sul 6-APA (acido 6-aminopenicillanico), e per ottenerlo servono composti organici derivati dalla nafta e solventi di processo (metanolo, acetone o diclorometano) derivati dal gas naturale. Questi stessi solventi tornano indispensabili nelle fasi successive di estrazione e cristallizzazione del principio attivo, e anche il blister che accoglie le pillole è realizzato con il polietilene, anch’esso derivato della nafta.</p>
<p>È impossibile non notare quanto l’attuale filiera produttiva del farmaco dipenda strutturalmente, e su più livelli, dai combustibili fossili.</p>
<p>Ulteriori complicazioni arrivano dalla geografia. Il <em>Quotidiano della Sanità</em>, <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/farmaci-ecco-come-la-guerra-in-medio-oriente-potrebbe-trasformarsi-da-una-crisi-di-approvvigionamento-in-una-emergenza-globale/" rel="noopener">specifica</a> che «l’India rappresenta il 20 del cento della produzione mondiale di farmaci generici e importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, il 74 per cento dei quali dalla Cina».</p>
<p>L’Europa, con la sua <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=celex:52025PC0102" rel="noopener">proposta</a> di regolamento del <em>Critical Medicines Act</em> presentata a marzo 2025, mostra che quasi il 70 per cento dei farmaci dispensati nella regione è costituito da generici, e che la produzione dei loro ingredienti si è nel tempo spostata fuori dall’Unione. Secondo un’<a href="https://www.eesc.europa.eu/en/our-work/opinions-information-reports/opinions/securing-europes-medicine-supply-envisioning-critical-medicines-act" rel="noopener">analisi</a> del Comitato economico e sociale europeo, fino all’80 per cento degli API usati in Europa e circa il 40 per cento dei medicinali finiti venduti provengono da Cina o India. Oltre i farmaci generici - paracetamolo, antibiotici e alcuni antidiabetici come la metformina -, a essere interessati sono anche farmaci oncologici e biologici, a cui si aggiunge poi una <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/la-guerra-in-medio-oriente-ferma-un-terzo-della-produzione-mondiale-di-elio-ecco-come-le-risonanze-magnetiche-rischiano-di-spegnersi/" rel="noopener">vulnerabilità</a> meno visibile: circa un terzo della produzione mondiale di elio, indispensabile per eseguire risonanze magnetiche e produrre semiconduttori, proviene dagli impianti del Qatar.</p>
<p>Tutte queste evidenze convergono verso un unico punto: lo Stretto di Hormuz e, con una visione più ampia, l’incertezza globale del conflitto in Medio Oriente. Attraverso questo snodo passano le rotte su cui si appoggiano le spedizioni di materie prime, principi attivi e una quota parte di elio dall’Asia al resto del mondo. Comprendere le potenziali criticità derivanti da un’estensione prolungata del conflitto serve a sottolineare che il problema dello Stretto di Hormuz non è solo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi/">energetico</a>.</p>
<h2 id="questione-di-tempo-cali-e-punti-critici">Questione di tempo: cali e punti critici</h2><p>Il <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/farmaci-ecco-come-la-guerra-in-medio-oriente-potrebbe-trasformarsi-da-una-crisi-di-approvvigionamento-in-una-emergenza-globale/" rel="noopener">problema attuale</a> non riguarda scorte e magazzini; a sei settimane dall’inizio del conflitto non si registrano carenze a livello sistemico, e il margine di sicurezza standard dell’industria farmaceutica (due-tre mesi) regge. Secondo l’<a href="https://www.thinkglobalhealth.org/article/where-the-iran-war-could-disrupt-pharmaceutical-supply-chains" rel="noopener">analisi</a> pubblicata su <em>Think Global Health</em> «i rischi a breve termine di carenze di farmaci sono bassi nella maggior parte dei paesi grazie ai buffer di inventario esistenti». La falla, però, sta proprio nel ragionare solo a breve termine. A oggi, la cosiddetta riapertura dello stretto è ancora <a href="https://edition.cnn.com/2026/04/12/business/strait-hormuz-oil-exports" rel="noopener">lontana</a> dal ristabilire passaggi e spedizioni regolari in un clima che resta di sostanziale incertezza.</p>
<p>La vulnerabilità, inoltre, non è distribuita uniformemente. Secondo il rapporto di <em>Think Global Health</em>, a essere più esposti sono tre flussi principali che transitano per le rotte mediorientali: i farmaci generici provenienti da India e Asia meridionale, i biologici e le terapie avanzate da Europa e Stati Uniti, e gli API (tranne quelli che da Cina e Stati Uniti seguono il Pacifico e il Canale di Panama). Le filiere più fragili restano quelle che dipendono dalla <a href="https://www.sifoweb.it/images/pdf/pubblicazioni/altre-edizioni/la-catena-del-freddo/catena_del_freddo_2008.pdf" rel="noopener">catena del freddo</a>: ad esempio tutti i farmaci biologici o terapie oncologiche che richiedono temperature controllate durante tutto il transito per mantenere la qualità del prodotto.</p>
<p>I numeri sui trasporti relativi allo Stretto non sono rincuoranti. Via mare, i transiti giornalieri sono crollati da una media di 129 a febbraio a soli 6 a marzo, in base al <a href="https://unctad.org/system/files/official-document/osginf2026d2_en.pdf" rel="noopener">rapporto</a> della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD). Le vie aeree, con la chiusura parziale o totale degli hub di Dubai, Doha e Abu Dhabi, hanno <a href="https://www.xeneta.com/blog/middle-east-conflict-airspace-closures-to-cause-supply-chain-chaos-and-spiralling-freight-rates" rel="noopener">subìto</a> una riduzione tra il 16 e il 18 per cento della capacità cargo aerea globale nelle prime settimane del conflitto, secondo Xeneta. Una percentuale che, come media globale, può oscurare impatti molto più estesi sui singoli mercati. Le soluzioni per arginare non mancano: le aziende farmaceutiche <a href="https://www.thinkglobalhealth.org/article/where-the-iran-war-could-disrupt-pharmaceutical-supply-chains" rel="noopener">hanno reagito</a> deviando i carichi verso Singapore o la Cina e ricorrendo al trasporto su gomma tra aeroporti del Golfo, ma le deviazioni hanno un costo che può riversarsi a valle della filiera.</p>
<h2 id="un-problema-di-dipendenze-strutturali">Un problema di dipendenze strutturali</h2><p>L&rsquo;Italia, in questo scenario, occupa una posizione rilevante. Con <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/assemblea-farmindustria-il-pharma-italiano-da-record-con-produzione-a-mld-ed-export-a-mld-il-presidente-cattani-sui-farmaci-obiettivo-dazi-zero-aumentare-spesa-dell-con-riforme-e-pi-risorse-possiamo-d/" rel="noopener">56 miliardi di euro</a> di produzione, e un export di <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/assemblea-farmindustria-il-pharma-italiano-da-record-con-produzione-a-mld-ed-export-a-mld-il-presidente-cattani-sui-farmaci-obiettivo-dazi-zero-aumentare-spesa-dell-con-riforme-e-pi-risorse-possiamo-d/" rel="noopener">54 miliardi</a> nel 2024, è tra i paesi leader dell’industria farmaceutica in Europa, insieme a Germania e Francia. Nel 2025, l’export è salito a circa <a href="https://www.farmindustria.it/documenticategory/comunicati-e-dichiarazioni-new/" rel="noopener">69 miliardi</a> secondo dati ISTAT, la produzione a <a href="https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2026/04/14/farmindustria-nuovo-shock-con-la-guerra-aumenti-del-20-e-produzione-a-rischio_29a726c0-7b2c-4ab3-839a-5ea05c0a6534.html" rel="noopener">74 miliardi</a>. A livello europeo, Eurostat ha evidenziato <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=International_trade_in_medicinal_and_pharmaceutical_products#Highlights" rel="noopener">crescita</a> sia di import che di export, raggiungendo un surplus commerciale nel 2025 di 221 miliardi di euro, rispetto ai 195 del 2024.</p>
<p>Il grosso inghippo resta, però, nella dipendenza europea - diretta o indiretta - per il <a href="https://www.farmindustria.it/app/uploads/2022/03/IndicatoriFarmaceutici2025_Def_05082025.pdf" rel="noopener">74 per cento</a> di principi attivi e materie prime dalla Cina e dall&rsquo;India: non una scoperta arrivata con la crisi di Hormuz, ma già messa in risalto dalla pandemia di COVID-19 e dal conflitto in Ucraina. Per la <a href="https://health.ec.europa.eu/document/download/2abe4fc8-059e-47d9-a20a-d9e3bfc5dc2c_en?filename=mp_com2025_102_act_en.pdf" rel="noopener">Commissione Europea</a>: «Gli eventi globali recenti hanno esposto le vulnerabilità della filiera farmaceutica europea», e le sfide per assicurare una stabile e resiliente fornitura di farmaci non saranno poche per l’Europa.</p>
<p>Con il <em>Critical Medicines Act</em>,  approvato in sessione plenaria nel gennaio 2026, l’idea è di portare avanti progetti strategici per incentivare la rilocalizzazione interna della produzione di API e farmaci <a href="https://www.ema.europa.eu/en/human-regulatory-overview/post-authorisation/medicine-shortages-availability-issues/availability-medicines-during-crises/union-list-critical-medicines" rel="noopener">essenziali</a>, con criteri di appalto pubblico che privilegino sia la sicurezza di approvvigionamento che il prezzo. Senza un&rsquo;inversione di tendenza la dipendenza dell’Europa potrebbe diventare <a href="https://healthpolicy-watch.news/eu-parliament-backs-critical-medicines-act/" rel="noopener">doppia</a>: dalla Cina per i generici e gli API, da Stati Uniti per i farmaci innovativi. Una produzione più localizzata<a href="https://www.eca.europa.eu/en/publications?ref=SR-2025-19" rel="noopener"> comporterebbe</a> però costi più elevati rispetto agli attuali prezzi di acquisto dai paesi asiatici, aprendo interrogativi di equità per paesi a reddito basso e medio che dipendono dagli stessi hub di produzione. Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, ha <a href="https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2026/04/14/farmindustria-nuovo-shock-con-la-guerra-aumenti-del-20-e-produzione-a-rischio_29a726c0-7b2c-4ab3-839a-5ea05c0a6534.html" rel="noopener">definito</a> il momento attuale come «uno shock che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione», e che mette a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica. È vero che le prime potenziali carenze non si attendono nell’immediato, ma potrebbero subentrare dall’estate o nel periodo subito successivo.</p>
<h2 id="la-situazione-dellelio">La situazione dell&rsquo;elio</h2><p>Una seconda catena di vulnerabilità riguarda l’elio. Il suo legame con il sistema sanitario riguarda le risonanze magnetiche: queste, infatti, usano magneti superconduttori che devono essere raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto (-269°C). L&rsquo;unico agente in grado di <a href="https://theconversation.com/the-worlds-supply-of-helium-is-being-threatened-by-the-iran-war-278811" rel="noopener">mantenerle</a> nella pratica e a scala industriale è l&rsquo;elio (liquido), risorsa tra l’altro non rinnovabile e non recuperabile (una volta rilasciato in atmosfera allo stato gassoso, si disperde nello spazio).</p>
<p>Dopo gli Stati Uniti, è il Qatar a essere leader mondiale  della produzione dell’elio. Dopo gli attacchi iraniani alle strutture di Ras Laffan e Mesaieed, <em>QatarEnergy,</em> la compagnia statale del Paese che gestisce attività legate a petrolio e gas, ha sospeso la produzione di gas naturale liquefatto (GNL), e di conseguenza anche quella di elio (che ne è sottoprodotto). Le riparazioni potrebbero richiedere dai tre ai cinque anni.</p>
<p>La situazione è aggravata da una <a href="https://www.scientificamerican.com/article/the-iran-war-disrupts-global-helium-supply-and-artificial-intelligence-chip/" rel="noopener">specificità logistica</a>. Il settore dell&rsquo;elio si affida a circa 2.000 container criogenici (molti dei quali ora bloccati in Qatar) o a navi cargo in rotta. Container immobili possono significare elio evaporato e capacità di trasporto persa per l&rsquo;intera rete globale. Chiaramente, in situazioni di carenza l’allocazione medica non sarebbe casuale; si darebbe priorità ad applicazioni mediche e di difesa, tagliando i segmenti a minor valore, ma non sarebbe da sottovalutare un rincaro dei prezzi da parte dei fornitori.</p>
<p>Per gli ospedali italiani, Nicoletta Gandolfo, presidente della Società italiana di radiologia medica e interventistica (SIRM), vede sia un rischio immediato, per guasti improvvisi a macchinari che richiederebbero elio pronto a disposizione, sia uno indiretto, per i processi produttivi dei semiconduttori. Una crisi prolungata potrebbe tradursi in ritardi nella produzione e nella consegna di tecnologie e, inevitabilmente, a costi più elevati.</p>
<h2 id="una-catena-che-per-ora-tiene">Una catena che (per ora) tiene</h2><p>Quella pillola di amoxicillina è l’anello finale di una catena che attraversa dipendenze strutturali, risente di rischi su orizzonti temporali diversi, e rivela fragilità logistiche. Sul quanto a lungo ci si possa permettere di attendere prima che queste vulnerabilità si arricchiscano di problemi più concreti, è da vedere. Quello che è chiaro è che la catena produttiva farmaceutica (e il sistema sanitario di conseguenza) deve in questa fase storica tenere testa, dopo una pandemia, anche a una crisi geopolitica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Continua la guerra di Trump alla scienza: università, NASA ed EPA fra gli obiettivi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi/</guid><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 16:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Il rapporto tra l’amministrazione Trump e la ricerca è tutt’altro che idilliaco.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il rapporto tra l’amministrazione Trump e la ricerca è tutt’altro che idilliaco. Il Presidente sa di non essere apprezzato dalla comunità scientifica e lui ricambia con la sua caratteristica attitudine a fare terra bruciata.</p>
<p>L’anno scorso aveva proposto un budget estremamente punitivo per tutte le agenzie federali che si occupano di ricerca, ma il Congresso <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/congresso-americano-riduce-quasi-zero-tagli-agenzie-scientifiche/">ha pressoché azzerato i tagli</a> ristabilendo lo status quo. È stata sicuramente una saggia decisione, ma che purtroppo non ha riportato indietro le lancette dell’orologio, dal momento che i vertici delle agenzie (scelti dall’amministrazione) avevano già iniziato a operare sul budget proposto dal Presidente senza aspettare la decisione del Congresso. Avevano quindi iniziato a ridurre il personale, con la tristemente famosa strage di San Valentino dei dottori di ricerca. È stato infatti a cavallo di San Valentino del 2025 che migliaia di dottori di ricerca freschi di selezione e di assunzione (ma ancora nel periodo di prova) <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/esodo-dottori-ricerca-agenzie-scientifiche-usa/">sono stati licenziati in tronco</a>. La moria non ha colpito solo i neo assunti: per esaudire il desiderio del Presidente di ridurre il numero degli impiegati federali, sono stati offerti scivoli ai senior per invogliarli ad andare in pensione (che nel sistema americano non ha date obbligatorie) con una buona dose di pressione psicologica se non lo avessero fatto. In parallelo, sono stati molti quelli che, non abbastanza giovani per essere licenziati né abbastanza senior per essere pensionati, hanno dato le dimissioni perché demoralizzati dalle condizioni di lavoro. Interi istituti sono rimasti senza una sede, con i ricercatori costretti a chiedere ospitalità a colleghi che avevano ancora un ufficio ma con zero possibilità di avere finanziamenti per le loro ricerche. Dopo manciate di richieste cadute nel vuoto hanno gettato la spugna. I più decimati sono stati gli scienziati del clima, ma anche quelli che studiano malattie e vaccini, quelli che si occupano di medicina di genere, tutti argomenti particolarmente invisi all’amministrazione. </p>
<p>Il dietro front ordinato dal Congresso non ha però spento l’avversione di Trump per la scienza e il budget 2027, presentato  il 3 aprile, è una copia conforme di quello dello scorso anno.<br>
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Nessuno si salva, nemmeno la NASA che ha appena vissuto il successo di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna/">Artemis II</a>. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/continua-guerra-trump-scienza-universita-nasa-epa-obiettivi-body-1.png.webp" alt="" width="644" height="600" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Esattamente come l’anno scorso, i più colpiti sono la National Science Foundation, il National Institute for Standards e la Environmental Protection Agency (EPA), che vedono il loro budget dimezzato. I primi due sono evidentemente colpevoli di fare scienza pura, mentre l&rsquo;EPA mette i bastoni fra le ruota delle industrie che vengono obbligate a seguire regole per la protezione dell’ambiente.</p>
<p>La proposta copre anche aspetti amministrativi manageriali: vuole mettere un tetto del 15% ai costi di overhead che le università caricano sui fondi di ricerca per coprire le spese generali. Si tratta di una cifra molto inferiore al prelievo che viene fatto attualmente e questo tetto, già proposto l’anno scorso, è stato oggetto di cause in tribunali che hanno sempre dato ragione alle università. </p>
<p>Ma quest’anno viene toccato un altro tasto: le spese di pubblicazione, che sono diventate le dolenti note della ricerca. Per pubblicare in open access, cioè permettendo a tutti di accedere agli articoli, gli autori devono pagare le spese di pubblicazione. La proposta vorrebbe vietare l&rsquo;utilizzo di fondi federali per &ldquo;abbonamenti costosi a riviste accademiche e costi di pubblicazione eccessivamente elevati, a meno che non siano richiesti da una legge federale o approvati in anticipo da un&rsquo;agenzia federale&rdquo;. La proposta non definisce i termini &ldquo;costosi&rdquo; o &ldquo;eccessivamente elevati&rdquo; né specifica quali riviste sarebbero interessate. Afferma invece in modo generico che molte riviste &ldquo;addebitano al governo sia la pubblicazione che l&rsquo;accesso allo stesso studio di ricerca&rdquo;, aggiungendo che esistono numerose &ldquo;canali a basso costo&rdquo; per la pubblicazione di ricerche finanziate a livello federale. Inutile dire che è difficile fare di ogni erba un fascio; inoltre è evidente che i canali a basso costo non sono quelli ad alta visibilità e alto impatto che invece sono così importanti per la carriera degli scienziati. </p>
<p>Parlando di lavori ad alto impatto, sono rimasta colpita da un inciso all’interno di un&rsquo;<a href="https://www.science.org/content/article/nasa-administrator-talks-science-about-studying-moon-mars-and-earth" rel="noopener">intervista a <em>Science</em></a> di Jared Isaacman, nuovo NASA Administrator, che dice grossomodo che analizzare i dati (del cambiamento climatico) è cosa buona e giusta perché la NASA ha strumenti eccezionali, ma che non è costruttivo mettere nero su bianco i risultati ottenuti con pubblicazioni divisive. Queste le sue parole: «For NASA to assemble scientists and put out papers on politically charged issues, whether or not this is an impending climate catastrophe, is not helpful to the broader NASA mission».</p>
<p>Sempre Isaacman, quando alla NASA si è propagata la notizia del taglio del 24% al budget, taglio che è tutto concentrato sulle missioni scientifiche, molte delle quali dovrebbero essere chiuse, si è detto in piena sintonia con il Presidente e ha esortato i dipendenti a restare concentrati e lasciare la politica ai politici. <a href="https://nasawatch.com/ask-the-administrator/isaacman-letter-to-nasa-on-fy-2027-budget/" rel="noopener">Leggere per credere</a>. </p>
<p>Ora molti auspicano che i tagli vengano nuovamente annullati dal Congresso, ma sono anche tutti perfettamente consci che questo continuo antagonismo è deleterio per l’avanzamento della ricerca. Si direbbe che il Presidente che vuole sempre e comunque <em>America first</em> non si preoccupi affatto che gli USA stiano cedendo la loro posizione di leadership scientifica alla Cina. </p>
<p>Il 31 marzo è stato pubblicato un <a href="https://www.oecd.org/en/data/insights/statistical-releases/2026/03/oecd-overall-rd-growth-stable-government-rd-budgets-decline-and-reorient-towards-defence.html" rel="noopener">rapporto dell’OECD</a> (Organisation for Economic Co-operation and Development) che esamina tutte le spese governative, industriali e militari in ricerca e sviluppo. Nel 2024, la Cina ha aumentato i finanziamenti R&amp;D del 9,7%, quasi il triplo dell’aumento del 3,4% degli USA. Secondo l’OECD la Cina ha speso l’equivalente di 1,03 trilioni di dollari mentre gli Stati Uniti si sono fermati a quota 1,01. </p>
<p>Per la cronaca, secondo l’<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-00423-0" rel="noopener">Index del 2024 compilato da <em>Nature</em></a> utilizzando le 145 riviste più quotate del mondo in campo biomedico e delle scienze in generale, la Cina primeggia in modo eclatante rispetto agli USA.  In effetti, a fronte della crescita della Cina, Nature Index <a href="https://www.nature.com/nature-index/research-leaders/2025/nature-index-2025-research-leaders-united-states-losing-ground-as-chinas-lead-expands-rapidly.html" rel="noopener">evidenzia una riduzione</a> della percentuale degli articoli prodotti da ricercatori basati in istituzioni statunitensi. </p>
<p>E si parla del 2024, anno di tranquillità, prima della guerra alla scienza del Presidente Trump.</p>
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]]></content:encoded></item><item><title>Clima, ambiente e conflitti: implicazioni etiche per la medicina e la garanzia della cura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura/</guid><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 08:05:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione. Tradizionalmente associata alla difesa militare degli Stati e alla protezione dei confini nazionali, oggi la sicurezza include dimensioni economiche, energetiche, ambientali e sanitarie. Le crisi globali contemporanee (<a href="https://www.who.int/europe/news-room/fact-sheets/item/climate-change" rel="noopener">cambiamento climatico</a>, degrado degli ecosistemi, pandemie, conflitti armati e disuguaglianze sociali in una popolazione mondiale che sta aumentando e invecchiando) mostrano con crescente risalto che la salute umana dipende da fattori sistemici che <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">trascendono il settore sanitario</a>.</p>
<p>La pandemia di COVID-19 ha reso evidente la vulnerabilità delle società contemporanee e ha contribuito a diffondere il concetto di “<a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/581661bd-f9c9-4ee1-967d-002e3b934275/content" rel="noopener">sicurezza sanitaria</a>”. Tuttavia, l’enfasi politica sulla preparazione alle pandemie e sulla biosicurezza rischia talvolta di restringere il campo della riflessione etica, spostando l’attenzione dalla tutela universale della salute verso una logica prevalentemente emergenziale e tecnologica.</p>
<p>Allo stesso tempo, i determinanti ambientali della salute stanno assumendo un peso crescente sul carico globale di malattia. L’inquinamento atmosferico, delle acque e dei suoli, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità rappresentano oggi alcune delle <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">principali minacce sanitarie</a> del XXI secolo. Si <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harm-to-human-health-from-air-pollution-burden-of-disease-status-2025" rel="noopener">stima</a> che in Europa che tali fattori contribuiscano ogni anno da 182.000 a 206.000 morti premature ascrivibili solo a PM2.5, considerando rispettivamente l’Europa a 27 o a 40 Paesi. </p>
<p>Parallelamente, il contesto geopolitico internazionale è caratterizzato da un aumento delle tensioni e da una <a href="https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf" rel="noopener">crescita significativa</a> della spesa militare. Questo scenario solleva interrogativi cruciali sul modo in cui i Paesi europei definiscono e perseguono la sicurezza collettiva.</p>
<p>In questo quadro emerge la necessità di ripensare il rapporto tra salute, sicurezza e politiche pubbliche. Il presente articolo propone una riflessione interdisciplinare che integri prospettive epidemiologiche, politiche ed etiche, con particolare attenzione al ruolo della professione medica nella promozione della salute pubblica e nella difesa del diritto alla cura.</p>
<h2 id="determinanti-ambientali-della-salute-in-europa">Determinanti ambientali della salute in Europa</h2><p>L’ambiente rappresenta uno dei <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">principali determinanti della salute umana</a>. L’esposizione cronica a inquinanti atmosferici è associata a un <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2901822-1/abstract?dgcid=tlcom_carousel1_lancetcountdown24_lancet" rel="noopener">aumento significativo</a> del rischio di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche.</p>
<p>Il particolato fine (PM₂.₅), prodotto principalmente da combustioni industriali, traffico e attività energetiche in genere, è considerato uno dei fattori di rischio ambientali più rilevanti. Secondo le <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harm-to-human-health-from-air-pollution-burden-of-disease-status-2025" rel="noopener">stime della European Environment Agency</a>, nell’Europa a 27 Paesi 182.000 e considerando l’Europa a 40 Paesi 206.000 morti premature ogni anno sono attribuibili all’esposizione a livelli di PM₂.₅ superiori alle ultime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2021.</p>
<p>Accanto all’inquinamento atmosferico occorre considerare anche quei determinanti di salute legati alle varie contaminazioni dei suoli e delle acque, anch&rsquo;esse oggetto di studio e di specifica normativa a tutela della salute umana. </p>
<p>Il cambiamento climatico amplifica ulteriormente questi rischi. L’aumento delle temperature medie globali favorisce l’intensificazione delle ondate di calore, con conseguenze particolarmente gravi per anziani, soggetti fragili e persone affette da patologie croniche.</p>
<p><a href="https://www.nature.com/articles/s41591-023-02419-z" rel="noopener">Studi epidemiologici</a> recenti stimano che le ondate di calore abbiano causato oltre 61.672 decessi in Europa durante l’estate del 2022 e circa 47.690 nel 2023, evidenziando l’impatto crescente delle temperature estreme sulla mortalità nel continente.</p>
<p>Eventi meteorologici estremi, come ondate di calore, alluvioni, piogge estreme, siccità e incendi boschivi, tornado e uragani, producono inoltre <a href="https://www.who.int/europe/news-room/fact-sheets/item/climate-change" rel="noopener">effetti indiretti</a> sulla salute attraverso l’interruzione delle catene alimentari, la contaminazione delle risorse idriche e l’aumento dei disturbi psicologici associati ai disastri ambientali. Dal punto di vista economico, i costi economici dei 1.670 disastri correlati ai cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 50 anni in Europa sono stati stimati pari a 477 miliardi di dollari.</p>
<p>Le proiezioni epidemiologiche indicano inoltre che, in assenza di efficaci politiche di mitigazione climatica, la mortalità associata al caldo <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2817%2930156-0/fulltext" rel="noopener">potrebbe aumentare significativamente</a> nelle prossime decadi in Europa.</p>
<h2 id="comparto-militare-conflitti-armati-militarizzazione-e-salute">Comparto militare, conflitti armati, militarizzazione e salute</h2><p>I conflitti armati provocano sempre una distruzione dell’ambiente fisico, oltre che sociale ed economico, per la distruzione di abitazioni e infrastrutture, di aree forestale e agricole.  E tali danni in genere persistono anche per molto tempo dopo la fine dei conflitti. I conflitti armati rappresentano quindi <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/guerra-o-salute/" rel="noopener">una delle più gravi minacce alla salute pubblica</a> globale: oltre alle vittime dirette, le guerre producono effetti sanitari di lungo periodo, tra cui la distruzione delle infrastrutture sanitarie, la contaminazione ambientale e l’interruzione dei servizi essenziali.</p>
<p>Anche in tempo di pace, il mantenimento degli eserciti, le esercitazioni militari, la produzione e sperimentazione di armi provocano sia un impoverimento delle risorse sia l’immissione di sostanze tossiche nell’ambiente.</p>
<p> Le crisi belliche inoltre <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2815%2900150-6/abstract" rel="noopener">generano</a> spesso migrazioni forzate su larga scala e aggravano condizioni di povertà e insicurezza alimentare. In tali contesti, la mancanza di accesso a cure mediche adeguate e a servizi igienico-sanitari favorisce la diffusione di malattie infettive e l’aumento della mortalità.</p>
<p>Negli ultimi anni la crescente instabilità geopolitica ha determinato un significativo incremento dei conflitti armati, come risulta dalle registrazioni dell’<a href="https://ucdp.uu.se/" rel="noopener">Uppsala Data Program</a>, il sistema di sorveglianza implementato dal Department of Peace and Conflict Research dell’Università di Uppsala che registra i conflitti armati dal 1975. Nel 2024 i conflitti attivi erano 185 e hanno prodotto 161.100 morti. I Paesi dell’Unione Europea proprio nel 2024 <a href="https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf" rel="noopener">hanno destinato</a> circa 343 miliardi di euro alla difesa, con una previsione di aumento a circa 381 miliardi nel 2025.</p>
<p>Sebbene la spesa sanitaria complessiva dell’Unione Europea sia significativamente superiore (circa 1.720 miliardi di euro nel 2023, pari a circa il 10% del PIL), <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/11/health-at-a-glance-europe-2024_bb301b77/b3704e14-en.pdf" rel="noopener">solo una quota relativamente limitata</a> di tali risorse è destinata alla prevenzione e alla tutela della salute ambientale.</p>
<p>Questa asimmetria evidenzia una possibile distorsione nelle priorità politiche: mentre i rischi ambientali e climatici rappresentano una delle principali cause di mortalità evitabile, gli investimenti nella prevenzione rimangono relativamente modesti.</p>
<h2 id="sicurezza-umana-e-salute-planetaria">Sicurezza umana e salute planetaria</h2><p>Negli ultimi decenni sono emersi nuovi quadri concettuali che propongono una visione più ampia della sicurezza. Il concetto di sicurezza umana, introdotto dal <a href="https://hdr.undp.org/content/human-development-report-1994" rel="noopener">Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo</a> nel 1994, pone al centro la protezione degli individui e delle comunità da minacce che compromettono la sopravvivenza, il benessere e la dignità.</p>
<p>Parallelamente, nell’ambito della salute globale, l’accento posto sui determinanti ecosistemici (Planetary health, One health) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">sottolinea l’interdipendenza</a> tra la salute umana e l’integrità dei sistemi naturali.</p>
<p>Secondo questa prospettiva, la salute delle popolazioni dipende dalla stabilità climatica, dalla biodiversità e dalla sostenibilità degli ecosistemi. Il degrado ambientale e il cambiamento climatico rappresentano quindi non solo problemi ecologici, ma anche gravi minacce sanitarie.</p>
<p>Integrare questi concetti nelle politiche europee si ritiene che contribuisca a sviluppare strategie più efficaci per affrontare le crisi contemporanee, promuovendo una visione della sicurezza centrata sulla protezione della vita e del benessere umano.</p>
<h2 id="dalla-sicurezza-sanitaria-alla-garanzia-della-cura">Dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura</h2><p>Nel dibattito politico contemporaneo la salute viene spesso interpretata principalmente in termini di “sicurezza sanitaria”, ovvero come capacità di prevenire e gestire minacce biologiche su larga scala, come pandemie o attacchi bioterroristici.</p>
<p>Questo approccio, pur importante, rischia di ridurre la sanità a una questione di biosicurezza e tecnologie, trascurando la dimensione sociale della cura.</p>
<p>È quindi necessario operare un salto semantico ed etico: passare dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura e del diritto alla salute, e ciò significa assicurare la continuità dell’assistenza sanitaria quotidiana, rafforzare la medicina territoriale, ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi e affrontare i determinanti della salute (sociali, economici, commerciali ed ecosistemici).</p>
<p>Un sistema sanitario sostenibile e resiliente non è soltanto capace di reagire alle emergenze, ma anche in grado di ridurre la domanda (agendo sui determinanti) e di mantenere la continuità delle cure essenziali anche durante le crisi.</p>
<p>Il Codice di Deontologia Medica della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri richiama esplicitamente il dovere del medico di tutelare la vita, la salute fisica e psichica e la dignità della persona, nonché di contribuire alla promozione della salute collettiva e alla riduzione delle disuguaglianze sanitarie.</p>
<h2 id="ridefinire-la-sicurezza">Ridefinire la sicurezza</h2><p>Le sfide sanitarie del XXI secolo richiedono una revisione profonda dei tradizionali modelli di sicurezza. Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, i conflitti armati e le disuguaglianze sociali rappresentano minacce interconnesse che incidono direttamente sulla salute delle popolazioni.</p>
<p>In questo contesto la sicurezza non può essere definita esclusivamente in termini militari o geopolitici. Essa deve includere la protezione della salute umana, la stabilità degli ecosistemi e la resilienza dei sistemi sanitari.</p>
<p>Investire nella sanità, nella prevenzione ambientale e nella riduzione delle disuguaglianze rappresenta non solo una scelta sanitaria, ma anche una strategia di sicurezza e di stabilità sociale.<br>
La professione medica ha la responsabilità etica di contribuire a questa trasformazione, promuovendo una visione della salute come bene pubblico fondamentale e come pilastro della democrazia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Silvia, Carmela, Sophie e Rossella: Milano porta in scena la gestazione per altri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione/</guid><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 08:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Federica Salamino</dc:creator><category>arte</category><description>C’è un piccolo teatro, in una piccola via della periferia nord di Milano, che ha scelto di fare qualcosa di grande.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è un piccolo teatro, in una piccola via della periferia nord di Milano, che ha scelto di fare qualcosa di grande. Tra il 12 e il 22 febbraio 2026, il Teatro della Cooperativa di Niguarda ha portato in scena <em>M(Other)</em>, lo spettacolo di Rossella Fava dedicato alla Gestazione Per Altri (GPA). Renato Sarti, attore, regista e fondatore dell&rsquo;associazione culturale che gestisce il teatro, ha detto di sì a un progetto a cui Fava si dedicava dal 2019, quando si era imbattuta nel tema quasi per caso. Sei anni di ricerca, scrittura e sperimentazione in piccoli circoli culturali hanno portato a questo momento: quello in cui a Milano si è cercato di colmare la lacuna culturale attorno alla GPA, grazie all’intuito e al coraggio della coppia Fava-Sarti.</p>
<h2 id="un-momento-storico-non-trascurabile">Un momento storico non trascurabile</h2><p>La gestazione per altre persone, tecnica di procreazione medicalmente assistita che consente una gravidanza per conto di altri, è stata dichiarata <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale/#:~:text=La%20Gpa%2C%20in%20Italia%2C%20%C3%A8%20gi%C3%A0%20vietata,cittadino%20italiano%20%C3%A8%20punito%20secondo%20la%20legge">reato (quasi) universale</a> in Italia il 16 ottobre 2024. Era però già vietata dalla Legge 40 del 2004 e, anche a causa della scarsa conoscenza degli studi scientifici sul tema, è stata sempre percepita con timore.</p>
<p>«Chiusa in casa durante il Covid, ho avuto il tempo di dedicarmi a fondo allo studio per questo spettacolo», racconta Rossella Fava. Un periodo non solo di preparazione, ma anche di premi e riconoscimenti. E ostracismo. «Tutti dicevano che il testo era bello e importante, ma nessuno si è assunto la responsabilità di produrlo o curarne la regia. Ho continuato la mia ricerca, ma è stata una grande fatica».</p>
<p>La stessa fatica dei genitori intenzionali, quando la GPA diventa l’unica possibilità, sembra risuonare nel percorso di Fava: il bisogno di essere ascoltati si scontra con l’assenza di interlocutori. «La solitudine di quei genitori», continua, «è la solitudine di noi artisti: Tutto ciò che affronta Silvia per diventare madre, l’ho visto nel teatro: ostracismo, attacchi da ogni parte. Poi, per fortuna, ho incontrato Renato Sarti, che ha sempre scelto la libertà come senso del fare teatro».</p>
<h2 id="la-banalità-del-bene---carmela">La banalità del bene - Carmela</h2><blockquote>
<p>Io non sono tua madre, levatelo dalla testa, io sono una baby-sitter e una figlia ce l’ho, ce l’ho già. Si chiama Lucia. L’idea sì. Sono stata io. Ci incontravamo sempre con tua madre, lì dove lavoro. Io facevo pausa sigaretta e lei mi raccontava la sua storia, a puntate. E un giorno nella mia testa tutto quadrava, mi faccio coraggio e glielo dico a tua madre: “Te lo faccio io un figlio”.</p></blockquote>
<p>Ecco chi ci portiamo a casa dal nostro posto numerato al Teatro della Cooperativa: Carmela, la donna che sceglie di partorire la figlia che Silvia crescerà. «Sugnu sana come un pisci friscu», dice, indicando cuore e testa. In una rappresentazione che intreccia italiano e siciliano prende forma il ritratto di una donna che, come spiega Rossella Fava, «è la più sana di tutte: non volevo rappresentarla come costretta o fragile. Carmela ha un’identità fortissima».</p>
<p>In un contesto culturale in cui le gestanti per altri restano inascoltate e allo stesso tempo vengono raccontate come figure passive, vedere Carmela al centro della scena ha un effetto liberatorio. È diretta, concreta, consapevole: propone, decide, stabilisce lei i termini. Pane al pane, vino al vino: è una persona, prima di tutto. Ed è proprio questo il primo merito di <em>M(Other)</em>: restituire concretezza a una figura che il dibattito pubblico vorrebbe astratta. Con Carmela, la GPA torna a essere semplicemente una delle possibili relazioni tra individui, fatta di scelte, limiti e negoziazioni: tutto gestito alla pari da gestanti e genitori intenzionali. Perché una persona scelga di partorire per altri, nel nostro Paese — dove la maternità resta perennemente intrappolata nelle note di una canzone romantica — è un interrogativo a cui quasi nessuno (<a href="https://www.fandangolibri.it/prodotto/mio-tuo-suo-loro-ne/" rel="noopener">Serena Marchi</a> pioniera) ha provato a rispondere davvero: si è parlato di tutto tranne di ciò che le gestanti avrebbero da dire. Il coraggio di Fava e Sarti sta nel dare voce a Carmela con un candore che ogni progetto genitoriale meriterebbe.</p>
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<p>Gae! Oggi all&rsquo;ecografia Silvia m’ha detto che il mio e il tuo è un atto d’amore! Io c’ho detto “No no no no patti chiari e amicizia lunga: il mio è un atto d’amore ma anche il tuo lo è. Qua non c’è nessuno che fa favori a nessuno. E a me interessa solo che amiate questo bambino sopra ogni cosa e che siete due persone per bene in grado di essere genitori, bravi genitori sopra ogni cosa, siete in grado? Dopo di che non ne voglio sapere niente di niente.</p></blockquote>
<p>C’è un patto tra due donne consapevoli: non si compie alcun sacrificio unilaterale ma si esercita una responsabilità condivisa. In una società in cui la genitorialità è ancora carica di aspettative morali, e dove “fare figli è bello” solo finché si riesce a farli spontaneamente, è proprio questa restituzione di verità a farci tornare a casa sollevati: Carmela non teorizza, agisce. Per empatia, per necessità concrete e con la lucidità di chi sa perfettamente cosa sta scegliendo.</p>
<p>«Quante maniere esistono per aiutare gli altri donando una parte di sé?», si chiede Marco Annoni in <a href="https://iris.cnr.it/handle/20.500.14243/539142" rel="noopener"><em>La felicità è un dono</em></a>, riflettendo su pratiche come la donazione di sangue o quella samaritana per un organo, generalmente riconosciute come legittime e ammirevoli se libere e consapevoli. Eppure, quando il dono passa attraverso la gravidanza, come nella GPA, questo schema si incrina. Non si tratta di una rinuncia permanente, ma di una disponibilità temporanea del corpo all’interno di un accordo: e allora perché questa scelta appare meno accettabile? Sicuramente facciamo ancora fatica a riconoscere l’infertilità come una condizione che merita una cura, piuttosto ci sembra un destino da accogliere, e ad accettare che la genitorialità possa nascere anche da una cooperazione tra persone, pensiamo invece debba essere un merito individuale. Carmela arriva a mettere in discussione queste categorie: decide spontaneamente e consapevolmente di aiutare Silvia e, proprio per questo, obbliga lo spettatore a interrogarsi.</p>
<h2 id="linfertilità-è-una-patologia---silvia">L’infertilità è una patologia - Silvia</h2><p>Quindi deve esistere il diritto di curarsi.</p>
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<p>Nel momento della serata in cui finalmente si è decisa ha aggiunto “Sono incinta, aspettiamo un bambino”. Monica è alla terza gravidanza. Io? Io e Paolo ci abbiamo provato per tre anni. Il primo anno l’abbiamo fatto ovunque e almeno ogni giorno. Negli altri due, in ogni clinica con i migliori specialisti e soldi su soldi su soldi… esami, punture di ormoni, prelievi ovocitari, primo, secondo, terzo transfer embrionale. Tre anni con un responso sempre uguale. “Amore, ordiniamo il secondo?”. Paolo me lo chiede come uno schiaffo, come di chi vorrebbe dire “amore, controllati, si vede tutto”. [&hellip;] “Li interrompo – Il mio utero è inospitale. Rifiuta le gravidanze.” “E l’adozione?” dice Monica. “E l’alternativa?”. In Italia non se ne può parlare. Si chiama&hellip; “Utero in affitto - bisbiglia Monica - Vai in Ucraina, scegli una donna&hellip; [&hellip;]”. “Poverine” aggiunge il marito, “dicono lo facciano per senso di responsabilità, amicizia, amore, solidarietà, alla fine è per soldi. Io non giudico eh! Fare figli è importante, però un figlio non lo puoi prenotare come su Amazon. Forse è meglio prima svuotare gli orfanotrofi del mondo. Forse una cosa contro natura, forse un accanimento, un&rsquo;ossessione, forse… Io non lo farei mai”. È lì, con il polso dell’insindacabile che svuoto il bicchiere di vino in faccia al marito di Monica, e lascio Paolo, Monica e il marito e la carne lì sul piatto, tutti a freddare.</p></blockquote>
<p>Quando l’infertilità compromette la qualità della vita, diventa una <a href="https://www.iss.it/infertilit%C3%A0-e-pma" rel="noopener">condizione patologica</a>. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la definisce come assenza di concepimento dopo 12–24 mesi di rapporti non protetti. <em>M(Other)</em> ci fa sedere a tavola con Silvia e dentro il suo frullatore emotivo, quello che conosce solo chi, nella partita della riproduzione, pesca la pagliuzza più corta. Ma ci mette anche di fronte alle nostre reazioni: quanto spesso, davanti al dolore altrui, rispondiamo con giudizi invece che con una semplice domanda “Come stai?”. Per secoli l’infertilità è stata letta come problema sociale più che medico. Solo nel momento in cui viene finalmente ricondotta a cause biologiche, si sposta lo sguardo: da colpa a condizione che richiede assistenza. Le strutture sanitarie tengono il passo; la società invece è ancora ferma al giudizio morale.</p>
<p>E la GPA? Rientra tra le “tecnologie ibride” descritte da <a href="https://www.libreriacortinamilano.it/scheda-libro/autori-vari/antropologia-e-riproduzione-attese-fratture-e-ricomposizioni-della-procreazione-e-della-genitorialita-in-italia-9788870432107-325633.html?srsltid=AfmBOorepb4HbdxrL90IyjDlXHNP90QQnyDbaO6jLRx6qpGVntQyRYH_" rel="noopener">Laura Mamo</a>: pratiche in cui il concepimento diventa un processo consapevole e pianificato, e la genitorialità un percorso costruito nel tempo. Coinvolge più attori: gestanti, donatrici, personale medico, genitori intenzionali, e richiede diversi livelli di mediazione. Liberiamoci della parola “capriccio”, quindi, qui si parla di determinazione: non diversa da quella di chi pianifica rapporti a scopo fecondazione con calendario e orologio alla mano. Vale ricordarlo ai tanti “mariti delle Moniche”: perché riconosciamo la forza di chi magari affronta un trapianto e non quella di chi lotta contro l’infertilità? Nata per rispondere all’impossibilità di portare avanti una gravidanza, la GPA è oggi riconosciuta dall’OMS come tecnica di sostegno alla riproduzione e può rappresentare un’opzione terapeutica per esempio in caso di sindrome di Rokitansky, cioè di assenza di utero. Spiazzante, di primo acchito, la scelta di <em>M(Other)</em> di raccontare una GPA in cui donatrice e gestante coincidono (non la norma oggi). Ma Fava ha le idee chiare: la donazione di gameti consente di ribadire che la biologia non definisce il legame genitore-figlio; la GPA “tradizionale” permette forse di mostrare la spontaneità di Silvia e Carmela: nessun mediatore, solo la loro scelta.</p>
<p>Fare un figlio con la GPA significa realizzare il processo riproduttivo al di fuori dei corpi che cresceranno il bambino. Significa seguire un progetto genitoriale desiderato e pianificato ma lungo un percorso complesso, fatto di procedure, tempi disallineati e incertezze, in cui fallimenti e cambi di rotta sono una costante nel cammino. Proprio da questa complessità nasce la ricchezza che contraddistingue la GPA quando viene realizzata alla luce del sole: un intreccio di relazioni tra donatrici, gestanti e genitori intenzionali. Si costruisce un legame simbolico ed emotivo, gli antropologi parlano di “misteriosa efficacia della relazionalità”, che ruota attorno all’esperienza straordinaria della nascita di un bambino.</p>
<h2 id="il-racconto-trasparente---sophie">Il racconto trasparente - Sophie</h2><p>Generare un figlio significa anche costruire per lui o lei fin da subito una storia chiara e coerente, capace di ricongiungere il bambino alle relazioni che hanno reso possibile la sua nascita. Una storia trasparente, radicata nel reale, fatta di decisioni, emozioni e desideri, per una narrazione accessibile e completa che riconosca il contributo di ciascuno e renda il concepimento un racconto condivisibile.</p>
<p>Sophie non gode di questo privilegio:</p>
<blockquote>
<p>Quando te lo dico? A che età devo… quando avrai otto-nove anni, quattordici, venti? E come te lo dico? Ti dirò: “Una stella ti ha portata da me”. No, orribile. Ti dirò, ti dirò, ti dirò “Una donna mi ha aiutata a farti nascere!”</p></blockquote>
<p><em>M(Other)</em> definisce con precisione il patto tra due donne, che è alla base di qualunque GPA ben regolamentata: è fatto di motivazioni, responsabilità, reciprocità. Sophie rappresenta invece ciò che in Italia, tra divieti e sanzioni, viene messo a rischio: il diritto dei figli a conoscere le proprie origini fin da subito. Un errore già visto nelle adozioni, quando la verità arrivava tardi e causava traumi. Oggi il clima di paura intorno alla GPA rischia di portare le famiglie a rimandare o sospendere il racconto delle origini, come se dai genitori adottivi non avessimo imparato nulla.</p>
<blockquote>
<p>Mia madre mi disse che le sarebbero rimasti pochi mesi di vita e che non era stata lei a partorirmi. Durante quell’anno ho conosciuto Carmela. Ho odiato mia madre e poi l’ho amata di nuovo. E poi l’ho persa. Ho avuto solo un anno per rimettere insieme i pezzi di questa storia. La mia, la sua, la loro, la nostra. Ho le mani di Carmela. “Se potessi tornare indietro lo rifarei”, e rideva, rideva. Mamma tu piangevi. Adesso so quanto mi hai voluta e desiderata e amata sopra ogni cosa. E da quando te ne sei andata Mà, ho smesso di chiedermi ogni come, quando e perché. Sono nata e basta.</p></blockquote>
<p>Studi recenti, come quello <a href="http://psycnet.apa.org/fulltext/2023-63676-001.html" rel="noopener">longitudinale</a> del 2023 di Susan Golombok, mostrano che ciò che conta, per l’equilibrio famigliare, non è il legame biologico o gestazionale, ma la qualità delle relazioni. Famiglie nate da donazione di gameti o da GPA presentano livelli simili di benessere psicologico e qualità relazionale rispetto alle altre, laddove si garantisce ai figli la stessa spontaneità nel racconto di cui beneficiano le persone nate da concepimento spontaneo. Oggi molte persone nate da GPA sono adulte e raccontano la propria <a href="https://www.radioradicale.it/soggetti/275976/lia-giartosio-goretti" rel="noopener">esperienza</a>: non ricordano come sono nate, né vogliono che questo sia il principale argomento di discussione a tavola. Siamo nate, dicono, e siamo semplicemente felici che sia andata così.</p>
<h2 id="sipario">Sipario</h2><p>«La prima volta che ho sentito Rossella leggere <em>M(Other)</em>», racconta Renato Sarti, «mi ha colpito la bellezza del testo e il fatto che, pur già premiato, fosse passato inosservato. L’abbiamo prodotto per la delicatezza con cui sono tratteggiati i personaggi: puro artigianato teatrale. Che il tema sia scottante per noi è secondario: al Teatro della Cooperativa abbiamo sempre lavorato su temi scomodi. Il teatro deve dare fastidio, sorprendere e dare fastidio».</p>
<p>Nessuno schieramento, nessuna bandiera, lo sottolineano Fava e Sarti. Non è questo l’obiettivo di <em>M(Other)</em>. Sono tre donne che diventano una, nella gravidanza e in Rossella, e che mettono in luce l’imprevedibilità della vita: sofferenze, scelte, salti nel vuoto. Si esce da Via Hermada con la sensazione di aver finalmente capito. Tre donne che sono una e che siamo tutte, nella pressione che la società esercita e nell’empatia che dovremmo avere nei confronti di storie che non conosciamo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Artemis II: il lato in ombra della corsa alla Luna</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna/</guid><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 08:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>libri</category><description>Il diluvio mediatico collegato alla missione Artemis II che, con tutti i suoi record, ha fatto dimenticare i problemi sulla rampa di lancio nonostante il costo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il diluvio mediatico collegato alla missione Artemis II che, con tutti i suoi record, ha fatto dimenticare i problemi sulla rampa di lancio nonostante il costo esorbitante del lanciatore, forse ci inducono a concentrarsi sui dettagli piuttosto che sull’intero impianto del programma di ritorno alla Luna.</p>
<p>Per questo è estremamente utile leggere il libro <a href="https://www.apogeonline.com/libri/ritorno-sulla-luna-paolo-attivissimo/?srsltid=AfmBOorlcaALfTyzYkTGxrEyCiQvdJcYd0KIcnKjY_nbkiJqTkgc8Mak" rel="noopener"><em>Ritorno sulla Luna - Dal sogno di Apollo alla sfida di Artemis</em> </a> (Apogeo, 218 pagine), in cui Paolo Attivissimo si è dato l’ambizioso compito di fare il punto sul programma Artemis in tutte le sue sfaccettature.</p>
<p>Dopo un succinto ripasso del programma Apollo, con tutti i suoi strascichi complottistici che hanno visto lo stesso Attivissimo in prima linea nello smontare le fake news che continuano a circolare nel web, il libro descrive molto bene tutte le problematiche che la NASA ed i suoi partner internazionali si trovano ad affrontare per tornare sulla Luna.</p>
<p>Oltre mezzo secolo dopo Apollo, i nodi dei voli umani al di là dell’orbita circumterrestre sono identici a quelli che aveva dovuto affrontare il programma Apollo.</p>
<p>Certo, la tecnologia ha fatto enormi passi avanti, i computer sono straordinariamente più potenti, ma le necessità degli esseri umani sono sempre le stesse mentre i finanziamenti disponibili non sono neanche lontanamente paragonabili a quello che la NASA riceveva negli anni ’60, dopo il famoso discorso <a href="https://www.rice.edu/jfk-speech" rel="noopener">We choose to go to the Moon</a> tenuto da Kennedy nel settembre 1962 nello stadio della Rice University di Houston.</p>
<h2 id="il-crollo-dei-finanziamenti-di-artemis">Il crollo dei finanziamenti di Artemis</h2><p>Artemide, come ci racconta la mitologia, è la sorella gemella di Apollo, ma il finanziamento che riceve il programma intitolato alla dea della Luna è tutt&rsquo;altro che uguale: è anzi solo una frazione di quello assegnato originariamente al programma Apollo. Una differenza che è ben evidenziata da questo grafico (che riporta le spese corrette per l’inflazione al 2025) prodotto dalla <a href="https://www.planetary.org/" rel="noopener">Planetary Society.</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1401" height="759" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><strong>Artemide vs. Apollo: finanziamento</strong></p>
<p>Benché Artemis sia descritta come una tappa della nuova corsa allo spazio, il finanziamento non sta al passo con la retorica. Al suo picco, la NASA ha finanziato il programma Apollo con 42 miliardi di dollari all&rsquo;anno (cifra corretta per l&rsquo;inflazione al 2025). Il finanziamento di Artemis non ha superato i 10 miliardi.</p>
<h2 id="tornare-sulla-luna-è-stata-una-decisione-politica">Tornare sulla Luna è stata una decisione politica</h2><p>A chi si chieda perché tanti sforzi per tornare sulla Luna ad oltre mezzo secolo dall’esaltante epica di Apollo, Attivissimo spiega che si tratta di una decisione politica che vede l’amministrazione americana, e di conseguenza la NASA, costruire la retorica della nuova corsa allo spazio.</p>
<p>Non è un caso che l’Amministratore della NASA Jared Isaacman nella conferenza stampa dopo il lancio di Artemis II abbia parlato di una corsa contro un &ldquo;vero rivale geopolitico&rdquo; intenzionato a sfidare la leadership americana nel &ldquo;dominio dello spazio&rdquo;.</p>
<p>Leadership che si direbbe piuttosto traballante, se lo stesso Isaacman quando ha annunciato la ristrutturazione della sequenza delle missioni Artemis, seguita dalla cancellazione della stazione cislunare Gateway a favore della base lunare, ha più volte detto “stiamo cercando di fare l’impossibile”.</p>
<p>Forse è per questo che il programma Artemis è in continua evoluzione, con accordi internazionali che saltano come birilli, dal momento che la sospensione (leggi cancellazione) della stazione cislunare Gateway rende obsoleti gli accordi in base ai quali erano stati costruiti i pezzi della stazione stessa che, a questo punto, dovranno trovare un diverso utilizzo.</p>
<p>Forse questi frenetici cambiamenti non hanno colto di sorpresa Paolo Attivissimo che nel suo <em>Ritorno sulla Luna</em> ha più volte specificato di raccontare l’architettura del programma come era nota al momento di andare in stampa, a fine 2025.</p>
<p>Mentre questi cambi un corso d’opera testimoniano il nervosismo della NASA sulle tempistiche dell’allunaggio, non influiscono sulla qualità del lavoro di Attivissimo, che offre un quadro realistico della nuova corsa alla Luna, una corsa che la NASA non può perdere, ma che ha difficoltà a vincere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Recuperare il cammino dopo un ictus: la tecnologia al servizio della cura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/recuperare-cammino-dopo-ictus-tecnologia-servizio-cura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/recuperare-cammino-dopo-ictus-tecnologia-servizio-cura/</guid><pubDate>Thu, 09 Apr 2026 08:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Ferrarin</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>«Quella mattina mi sono svegliato con un forte mal di testa e ho scoperto di non riuscire a muovere né la mano e la gamba destre, né a parlare».</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/recuperare-cammino-dopo-ictus-tecnologia-servizio-cura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/recuperare-cammino-dopo-ictus-tecnologia-servizio-cura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Quella mattina mi sono svegliato con un forte mal di testa e ho scoperto di non riuscire a muovere né la mano e la gamba destre, né a parlare». Questa è la testimonianza di Andrea Vianello - noto giornalista della RAI - rilasciata in varie interviste e poi descritta nel libro <em>Ogni parola che sapevo</em> (Mondadori, 2020), in cui racconta il lento e faticoso percorso di recupero seguito all’ictus che lo ha colpito.</p>
<p>L’ictus è un evento neurologico che si verifica d’improvviso (da cui il nome latino, che significa “colpo”), dovuto all’interruzione dell’apporto di sangue a una regione del cervello (ictus ischemico) a causa per esempio di un trombo oppure, meno frequentemente, a un’emorragia cerebrale (ictus emorragico). In entrambi i casi, la conseguenza dell’alterato apporto sanguigno è la morte delle cellule cerebrali interessate dall’evento.</p>
<p>Una delle conseguenze più comuni di un ictus – evento purtroppo relativamente diffuso, visto che colpisce ogni anno in Italia tra le 120.000 e le 190.000 persone - è la cosiddetta emiplegia o emiparesi, cioè la riduzione più o meno marcata della funzionalità di una gamba e/o di un braccio, provocata dalla paralisi dei muscoli controllati dalle aree cerebrali colpite dalla lesione. A seconda della gravità dell’evento, si può trattare di un problema transitorio, che si risolve spontaneamente, o al contrario di una lesione definitiva e invalidante in modo permanente. Tra i due estremi, una serie di situazioni estremamente variegata, su cui si può incidere efficacemente con trattamenti clinici, tra cui ha un ruolo particolarmente importante la fisioterapia.</p>
<p>Riacquistare la capacità di camminare dopo un ictus non significa solo reimparare a muovere le gambe: vuol dire riconquistare autonomia, sicurezza e capacità di partecipare attivamente alla vita quotidiana. Per raggiungere questo obiettivo, condizionato da molti fattori, tra cui l’età, la gravità della lesione subita, lo stato cognitivo e le condizioni di salute generali, occorre che il paziente si sottoponga a una riabilitazione mirata, volta a mantenere una buona funzionalità articolare e muscolare e soprattutto a favorire il recupero motorio, sfruttando la plasticità del sistema nervoso e la sua naturale predisposizione ad adattarsi ad una nuova condizione.</p>
<p>È ormai assodato che l’intervento riabilitativo ottimale deve comprendere diversi approcci terapeutici, realizzati da differenti figure professionali tra cui il fisioterapista, il terapista occupazionale, il logopedista, il neuropsicologo. Le funzioni che possono risultare ridotte in conseguenza ad un ictus sono infatti molteplici e riguardano oltre al mantenimento dell’equilibrio e della postura eretta, alla deambulazione e alla funzionalità degli arti superiori, anche la deglutizione, la fonazione, le capacità esplorative, l’attenzione, la memoria e altre.</p>
<p>Per quanto riguarda l’importante sfera del recupero della postura eretta e del cammino, negli ultimi anni, la riabilitazione robotica – ovvero una terapia di riabilitazione fisica eseguita con l’ausilio di sistemi meccanici in grado di muoversi autonomamente, mobilizzando il corpo del paziente – è entrata con decisione nella pratica clinica, offrendo intensità, ripetitività e misurabilità dell’allenamento; parallelamente, la stimolazione elettrica funzionale (FES), basata sulla stimolazione muscolare eseguita attraverso elettrodi applicati alla pelle, ha mostrato di poter riattivare selettivamente i muscoli parzialmente paralizzati e favorire la plasticità neurale.</p>
<p>La combinazione dei due approcci - robotica insieme a FES, utilizzate in sinergia con la fisioterapia convenzionale - rappresenta oggi una delle frontiere più promettenti per l’intervento riabilitativo dopo l’ictus. In questa direzione va il progetto PoCH Rehab guidato dall’IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi di Milano, che sta validando clinicamente un sistema ibrido basato sull’esoscheletro TWIN, un sistema robotico, integrato con il sistema FitFES di stimolazione elettrica funzionale: i primi risultati sono incoraggianti e suggeriscono un miglioramento del cammino permanente e significativo.</p>
<h2 id="alla-prova-un-sistema-ibrido-il-progetto-poch-rehab">Alla prova un sistema ibrido: il progetto PoCH Rehab</h2><p>Il progetto PoCH Rehab (“Proof of Concept of Hybrid robotics for gait Rehabilitation of persons post-stroke”) è finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e si svolge presso l’IRCCS milanese della Fondazione Don Gnocchi e il presidio ospedaliero di Cosenza dell’IRCCS INRCA, Istituto Nazionale di Ricovero e Cura per Anziani. Il protocollo prevede l’arruolamento nella ricerca, presso ciascuno dei due centri, di 25 persone con esiti di ictus e conseguenti difficoltà di deambulazione; l’obiettivo è sviluppare un sistema ibrido, che combini l’esoscheletro TWIN per gli arti inferiori con la FES fornita dal dispositivo FitFES, in modo da massimizzare l’attivazione muscolare residua e migliorare i parametri relativi al movimento. Il sistema ibrido viene confrontato ad un sistema puramente robotico, già in uso presso l’INRCA di Cosenza.</p>
<p>Il progetto è coordinato dal LAMoBiR (Laboratorio di Analisi del Movimento e Bioingegneria della Riabilitazione) della Fondazione Don Gnocchi, in collaborazione pluriennale con l’Istituto Italiano di Tecnologia IIT di Genova.</p>
<p>Il sistema in corso di validazione si basa su due elementi.</p>
<p>Il primo, denominato TWIN, è un esoscheletro robotizzato, cioè una struttura meccanica motorizzata che avvolge il bacino e gli arti inferiori, con la funzione di supportare il paziente durante il cammino, fornendo l’assistenza all’anca e al ginocchio della gamba plegica, nel momento in cui il paziente non riesce a muovere correttamente l’arto in autonomia.</p>
<p>Il secondo elemento è il FitFES, un dispositivo per la stimolazione elettrica funzionale.</p>
<p>TWIN è un esoscheletro modulare e regolabile, progettato dal Rehab Technologies Lab di IIT, in collaborazione con INAIL. Rispetto ad altri esoscheletri già disponibili, è pensato per migliorare vestibilità, portabilità e usabilità clinica. Da un punto di vista ingegneristico, TWIN <a href="https://doi.org/10.3389/fnins.2022.915707" rel="noopener">adotta un’architettura di controllo aperta e programmabile</a>, con modalità operative differenziate a seconda del livello di menomazione dell’utente: cammino completamente imposto, in caso di paralisi completa degli arti, oppure modalità assistita, che asseconda i movimenti residui.</p>
<p>Il <a href="https://doi.org/10.1109/TNSRE.2021.3120293" rel="noopener">dispositivo FitFES</a>, anch’esso sviluppato in collaborazione tra la Fondazione Don Gnocchi e IIT, nasce da un <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24203541/" rel="noopener">prototipo</a> sviluppato negli anni scorsi dal LAMoBiR della Fondazione Don Gnocchi, denominato MeCFES, ed è un sistema di stimolazione elettrica funzionale molto particolare. È noto dagli anni 60 del secolo scorso che applicando degli stimoli elettrici di intensità, durata e frequenza opportuna è possibile indurre la contrazione sia di muscoli sani sia paralizzati, riuscendo quindi a generare un movimento anche quando, a causa di una lesione del sistema nervoso centrale come quella provocata da un ictus, il paziente non è più in grado di contrarre uno o più muscoli volontariamente o vi riesce solo parzialmente, senza poter realizzare un movimento funzionale.</p>
<p>La peculiarità del dispositivo MeCFES è che l’intensità degli stimoli elettrici erogati è proporzionale al segnale elettromiografico (EMG) generato dai muscoli del paziente. Questo segnale elettrico, associato alla contrazione muscolare, viene controllato volontariamente dal paziente e può essere facilmente registrato con elettrodi posizionati sulla cute al di sopra del muscolo stesso.</p>
<p>Quando un muscolo è paretico - ma non completamente paralizzato - il segnale EMG è tipicamente ridotto, ma comunque rilevabile. Attraverso il sistema MeCFES è quindi possibile registrare il segnale volontario residuo di un muscolo paretico e, sulla base di questo, erogare una stimolazione allo stesso muscolo, per poter attivare anche la porzione di muscolo non più “reclutabile” volontariamente e, in definitiva, ottenere una contrazione più fisiologica e funzionale al movimento.</p>
<p>L’efficacia clinica del sistema MeCFES è stata dimostrata sia su <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0188642" rel="noopener">pazienti con emiplegia a seguito di ictus</a> che su <a href="https://doi.org/10.3389/fnins.2020.00412" rel="noopener">pazienti con tetraplegia a seguito di lesione spinale</a>. Il nuovo sistema FitFES sfrutta lo stesso principio di funzionamento del MeCFES, ma è stato riprogettato, grazie all’expertise tecnologica di IIT, sia nell’hardware sia nel software, con un approccio centrato sull’utente, in cui sono state tenute in considerazione le esigenze del paziente e dei professionisti clinici che ne fanno uso: medici, fisioterapisti, terapisti occupazionali.</p>
<h2 id="perché-combinare-robotica-e-fes">Perché combinare robotica e FES?</h2><p>Per migliorare una funzione motoria, sia in condizioni fisiologiche (si pensi al gesto sportivo di un atleta in fase di allenamento) sia patologiche (per esempio la ridotta capacità deambulatoria conseguente ad un ictus), è fondamentale realizzare un training che sia ripetitivo, intensivo e specifico. Questi sono infatti i principali elementi chiave che inducono un vero e proprio apprendimento motorio, basato sulla plasticità del sistema nervoso e l’adattabilità dell’apparato muscoloscheletrico.</p>
<p>I sistemi robotici, e in particolare gli esoscheletri, hanno proprio la prerogativa di permettere lo svolgimento di esercizi locomotori specifici e ripetitivi ad elevata intensità, anche su pazienti con difficoltà deambulatorie medio-gravi, sui quali gli interventi riabilitativi tradizionali, realizzati manualmente dai fisioterapisti, risulterebbero impossibili o particolarmente gravosi.</p>
<p>Dal suo lato la FES, quando sincronizzata con le fasi del cammino, potenzia l’attivazione muscolare e fornisce la temporizzazione corretta dei diversi muscoli, favorendo così l’esecuzione del movimento, aumentando la cadenza e la lunghezza del passo e migliorando la simmetria tra i movimenti dell’arto plegico e di quello controlaterale.</p>
<p>L’ipotesi, oggi sostenuta da diverse evidenze, è che l’approccio ibrido che combina l’impiego di esoscheletri con la FES, possa coniugare i vantaggi di entrambi i sistemi, favorendone l’efficacia nella riabilitazione.</p>
<p>La letteratura sulla riabilitazione del cammino assistita da Robot (la cosiddetta RAGT) pur eterogenea, indica benefici sulla funzione degli arti inferiori, equilibrio e capacità di cammino, specie se realizzata nella fase subacuta, cioè quella immediatamente successiva alla fase acuta di stabilizzazione del quadro clinico, che tipicamente si conclude dopo qualche giorno dall’ictus.</p>
<p>Riguardo alla FES, revisioni e studi clinici documentano effetti favorevoli su velocità del cammino, simmetria e regolarità dei movimenti degli arti e, nel medio periodo, possibili benefici terapeutici che si mantengono anche oltre il termine dei trattamenti con FES, soprattutto quando la stimolazione è adattiva, cioè non è fissa e stereotipata ma si adatta alle capacità residue e ai progressivi miglioramenti, ed è multi muscolare (per esempio interessa sia i muscoli anteriori che quelli posteriori della gamba).</p>
<p>Infine, la combinazione fra robotica e FES è supportata da un crescente corpo di lavori su sistemi ibridi (esoscheletri rigidi o soft exosuit con FES), che mostrano miglioramenti di simmetria, propulsione e controllo del movimento e sottolineano l’importanza del controllo adattivo per bilanciare l’assistenza robotica, la stimolazione elettrica e il contributo volontario, riducendo l’affaticamento muscolare.</p>
<p>L’elemento distintivo del progetto PoCH Rehab è l’integrazione stretta tra l’assistenza robotica di TWIN, che consente un cammino sul terreno (e non solo sul tapis roulant), e una FES controllata elettromiograficamente, tramite il sistema FitFES, orientata a “far lavorare” i muscoli invece di sostituirne la funzione come avverrebbe con un sistema robotico tradizionale.</p>
<p>In altre parole, l’esoscheletro aiuta a stabilizzare e guidare il corpo durante il cammino, mentre la FES sollecita selettivamente i muscoli chiave nelle diverse fasi del ciclo del passo, sincronizzandosi con l’intenzione motoria dell’utente: l’obiettivo è accrescere la partecipazione attiva del paziente e promuovere pattern di attivazione muscolare più fisiologici. Dai primi risultati, il sistema sembra promettente.</p>
<h2 id="lo-studio-è-ancora-aperto-si-può-partecipare">Lo studio è ancora aperto: si può partecipare</h2><p>Il progetto PoCH-Rehab è entrato nelle sue fasi finali, ma il reclutamento dei pazienti da includere nei test è ancora in corso ed è quindi possibile partecipare, se si rientra nei criteri clinici previsti dal protocollo, tra i quali un’età maggiore di 18 anni e la presenza di problematiche locomotorie dovute ad ictus ischemico o emorragico.</p>
<p>Chi risiedesse nell’area di Milano o di Cosenza e fosse interessato a partecipare alle prove, indossando i sistemi robotici e utilizzandoli, indicativamente, per 3-4 sessioni di un’ora alla settimana, per una ventina di volte, può contattare via mail rispettivamente il team di ricerca del LAMoBiR del Centro Don Gnocchi di Milano (<a href="mailto:lamobir@dongnocchi.it">lamobir@dongnocchi.it</a>) o quello dell’INRCA di Cosenza (<a href="mailto:c.marinaro@inrca.it">c.marinaro@inrca.it</a>), specificando “Studio PoCH-Rehab” nell’oggetto della mail.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Generazione SCOBY: la lentezza controcorrente della kombucha</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/generazione-scoby-lentezza-controcorrente-kombucha/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/generazione-scoby-lentezza-controcorrente-kombucha/</guid><pubDate>Wed, 08 Apr 2026 07:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Elena Panariello</dc:creator><category>salute</category><description>Ingredienti: 900 millilitri di acqua, 10 grammi di tè nero, 100 grammi di zucchero, 100 millilitri di kombucha fermentato, uno SCOBY, un barattolo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/generazione-scoby-lentezza-controcorrente-kombucha-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/generazione-scoby-lentezza-controcorrente-kombucha-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ingredienti: 900 millilitri di acqua, 10 grammi di tè nero, 100 grammi di zucchero, 100 millilitri di kombucha fermentato, uno SCOBY, un barattolo.</p>
<p>Annoto e ripeto.</p>
<p>900 millilitri di acqua, 10 grammi di tè nero, 100 grammi di zucchero, 100 millilitri di kombucha fermentato, uno SCOBY, un barattolo.</p>
<p>La verità è che avrei voluto ordinare una pizza.</p>
<p>Scrollare la lista infinita di pizzerie con servizio a domicilio su ordinazione, annoiarmi davanti a descrizioni tutte uguali e, alla fine, sceglierne una a caso, con l’aggiunta di una bibita zero calorie per sentirmi meno in colpa. Sarebbe arrivata in fretta, quasi per magia, come se non l’avesse preparata o consegnata davvero qualcuno.</p>
<p>L’avrei mangiata velocemente, chiuso il cartone senza sporcare nulla, e archiviato la cena senza grandi ostacoli.</p>
<p>Invece no.</p>
<p>Mi ritrovo sommersa da dischi gelatinosi, ragnatele di impasto e barattoli graduati. Ho le mani sporche di farina e sento un odore acido, vagamente rancido, che invade la cucina. Questa specie di set cinematografico un po’ mi stressa, ma allo stesso tempo mi costringe a rallentare.</p>
<p>Negli ultimi anni, sui social, spopolano video di trentenni nel pieno della loro vita adulta (spesso ancora increduli di esserci arrivati) che si dedicano con zelo a hobby lenti come preparazioni di lievito madre, kombucha, uncinetto, ceramica e chi più ne ha più ne metta. È quasi diventato un meme; come se, superata una certa soglia anagrafica, fosse obbligatorio scegliere una pratica che richieda tempo e una certa tolleranza al fallimento.</p>
<p>Che cosa hanno in comune tutte queste attività? Il fatto che non si possano accelerare davvero. È difficile non leggerle come una reazione a un mondo che chiede velocità e massimizzazione continua. Una risposta, più o meno consapevole, di una generazione cresciuta con l’idea di dover essere sempre produttiva (anche quando precaria, sottopagata, facilmente intercambiabile) e che oggi sembra cercare spazi in cui il tempo non possa essere ottimizzato. Una generazione che vive in uno stato di perenne “non ancora”.</p>
<p>La fermentazione assomiglia molto a questa condizione. Non è mai completamente ferma, ma nemmeno pronta. È un processo in trasformazione continua, che non segue un percorso standardizzabile. Ogni barattolo è diverso e ogni lievito risponde all’ambiente in cui si trova, agli errori, alle variazioni minime che lo circondano e soprattutto al tempo.</p>
<h2 id="i-cibi-fermentati-sono-davvero-salutari">I cibi fermentati sono davvero salutari?</h2><p>Proprio questa imprevedibilità ha contribuito a rendere la fermentazione così affascinante anche nel discorso contemporaneo sul cibo e sulla nutrizione. Nel linguaggio della salute sono entrate espressioni come cibi vivi, microbi benefici o equilibrio intestinale. La fermentazione è diventata, almeno nel discorso pubblico, una promessa di benessere. Ma cosa dice davvero la letteratura scientifica? Partiamo dalle basi. La kombucha (o il kombucha) è una bevanda dal gusto acidulo e leggermente frizzante che nasce dalla trasformazione del tè zuccherato, nero o verde. A guidare questo processo è lo SCOBY (acronimo di Symbiotic Culture of Bacteria and Yeast), un disco gelatinoso e dal colore giallognolo, costituito da una comunità di lieviti e batteri che convivono in equilibrio permettendo la fermentazione.</p>
<p>Alcuni studi indicano che questa bevanda, ma più in generale gli alimenti fermentati, possono effettivamente <a href="https://doi.org/10.1016/j.copbio.2016.11.010" rel="noopener">contribuire alla modulazione del microbiota intestinale</a> e alla <a href="https://doi.org/10.3390/foods14132292" rel="noopener">produzione di metaboliti</a> coinvolti nella regolazione dell’infiammazione e del metabolismo energetico. Non soltanto: la fermentazione potrebbe <a href="https://doi.org/10.3389/fnut.2025.1625816" rel="noopener">aumentare la biodisponibilità</a> di alcuni composti come i polifenoli <a href="https://doi.org/10.3329/jsr.v6i2.16530" rel="noopener">aumentando la loro attività biologica e il potenziale effetto antiossidante</a>.</p>
<p>Tuttavia, le evidenze cliniche sull’uomo restano ancora limitate. Molte delle proprietà salutistiche attribuite ai cibi fermentati derivano infatti da studi in vitro o su modelli animali, mentre gli studi controllati sull’uomo <a href="http://doi.org/10.3390/nu14071527" rel="noopener">sono ancora relativamente pochi</a> e spesso eterogenei per metodo e dimensioni campionarie.</p>
<p>In altre parole, la kombucha non è una panacea, e il suo consumo va inserito nel quadro più ampio di un’alimentazione equilibrata.</p>
<h2 id="le-attività-manuali-strutturate-giovano-al-benessere-mentale">Le attività manuali strutturate giovano al benessere mentale</h2><p>Se i benefici fisiologici richiedono ancora conferme solide, un’altra dimensione merita attenzione: quella psicologica. Le attività manuali strutturate, come cucinare, impastare, preparare fermentazioni, sono oggetto di un interesse crescente nelle scienze psicologiche.</p>
<p>Una <a href="http://doi.org/10.1177/1090198117736352" rel="noopener">review sistematica</a> della letteratura sugli interventi basati sulla cucina ha rilevato che partecipare alla preparazione del cibo può essere associato a miglioramenti dell’autostima, della socializzazione, dell’umore e della qualità di vita. Analisi più recenti stanno cercando di esplorare queste dinamiche in contesti clinici. Un <a href="http://doi.org/10.3390/nu16223973" rel="noopener">lavoro</a> pubblicato nel 2024 sulla rivista <em>Nutrients</em> ha analizzato laboratori di <em>culinary medicine</em> rivolti a pazienti con depressione o disturbi alimentari, osservando miglioramenti significativi in alcune dimensioni del tono dell’umore, tra cui tristezza, stanchezza e senso di disperazione.</p>
<p>Anche in questo caso, però, si tratta di studi pilota che richiedono conferme su campioni più ampi. Quello che è certo è che preparare cibo implica pianificazione, coordinazione motoria, coinvolgimento sensoriale e spesso condivisione sociale oltre a produrre un risultato tangibile <a href="https://doi.org/10.3390/nu17081357" rel="noopener">che può rafforzare il senso di competenza e padronanza</a>. La ripetizione dei gesti - ripiegare un impasto, filtrare un liquido, osservare una fermentazione giorno dopo giorno - crea quindi uno spazio focalizzato, dove l’urgenza produttiva viene ignorata.</p>
<p>Forse è proprio qui che la metafora incontra l’evidenza. Non tanto nell’idea che la kombucha faccia bene in senso miracoloso, quanto nel fatto che coltivare un processo che richiede tempo modifica il nostro rapporto con l’attesa e richiede consapevolezza.</p>
<p>Milan Kundera, in questo, sarebbe stato probabilmente d’accordo. Nel suo <em>La lentezza,</em> scrive che la velocità è la forma di oblio per eccellenza e che più siamo veloci, meno ricordiamo. Rallentare, al contrario, significa esporsi alla memoria, ma anche accorgersi di ciò che non funziona. Forse è per questo che oggi la lentezza ci attrae e ci inquieta allo stesso tempo. La pratichiamo in forma rituale, come se potessimo delimitare uno spazio sicuro, in cui il tempo scorre diversamente.</p>
<p>Ma fuori da quel perimetro il mondo continua a correre.</p>
<p>Il rischio è che anche questo diventi performance. Il mestolo giusto, il sapore giusto, il tempo giusto. Un altro parametro di efficienza. È qui che la fermentazione torna a dirci (in maniera decisamente meno consolatoria e più radicale) che non tutto può essere controllato né accelerato. La trasformazione richiede tempo, cooperazione e margini di errore. Forse, quindi, noi trentenni non siamo in ritardo, stiamo semplicemente fermentando.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Vogliamo dare un'attenuante neuroscientifica all'ipocrisia?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vogliamo-dare-unattenuante-neuroscientifica-allipocrisia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vogliamo-dare-unattenuante-neuroscientifica-allipocrisia/</guid><pubDate>Wed, 08 Apr 2026 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><category>mente</category><description>Predicare bene e razzolare male è il detto che sintetizza l&amp;amp;rsquo;incoerenza tra i principi morali sbandierati e l&amp;amp;rsquo;effettivo comportamento di molti individui in.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/vogliamo-dare-unattenuante-neuroscientifica-allipocrisia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/vogliamo-dare-unattenuante-neuroscientifica-allipocrisia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Predicare bene e razzolare male è il detto che sintetizza l&rsquo;incoerenza tra i principi morali sbandierati e l&rsquo;effettivo comportamento di molti individui in diversi contesti, da quelli interpersonali agli affari di interesse nazionale.</p>
<p>La moralità è il frutto della negoziazione tra guadagno e costo (tra onestà e interesse personale) e obbliga a prendere decisioni da una prospettiva di prima persona, ma gli individui giudicano l&rsquo;onestà o l&rsquo;imbroglio come morali o immorali anche da una prospettiva di terza persona, quando valutano il comportamento altrui.</p>
<p>Se il cervello sia predisposto alla piega che prenderà in situazioni eticamente sensibili è l&rsquo;oggetto di uno <a href="https://www.cell.com/cell-reports/fulltext/S2211-1247%2826%2900136-1" rel="noopener">studio</a> recentemente condotto da un gruppo multicentrico cinese di neurologi, psicologi, radiologi ed esperti di intelligenza artificiale (sulla quale i risultati della ricerca potrebbero avere importanti implicazioni), con i quali ha collaborato anche uno psicologo dell&rsquo;Università del Texas. </p>
<p>Il lavoro si basa su due esperimenti. Nel primo viene monitorata con la risonanza magnetica funzionale l&rsquo;attività cerebrale di 58 adulti sani destrimani in una situazioni moralmente caratterizzata: a un soggetto è mostrato un numero su una carta che un partner vede solo in modo sfocato; se il soggetto riesce a far dire al partner il numero corretto, entrambi ricevono un compenso in denaro. Il ricercatore, però, ha avvertito in segreto il partecipante che far dire al partner un numero sbagliato gli farebbe guadagnare (e solo a lui) una somma di denaro superiore; gli sperimentatori variano a piacere l&rsquo;entità della ricompensa per tale inganno.<br>
Risultato: maggiore era il profitto in palio, più le persone erano propense a ingannare il proprio partner.</p>
<p>In una seconda fase dell&rsquo;esperimento, i partecipanti diventano osservatori dei test ingannevoli degli altri e devono valutare la moralità del comportamento.<br>
Risultato: in media, i partecipanti, che imbrogliano il proprio partner due volte su tre, giudicano immorale negli altri lo stesso comportamento nel 65% dei casi, quasi che, nel decidere la propria condotta prevalga la sensibilità al profitto e nel giudicare quella altrui la sensibilità alla disonestà. </p>
<p>Il corrispettivo funzionale di tutti questi dati psicologici nelle diverse aree cerebrali era peculiare, ma simile nei diversi partecipanti: lo striato dorsale (eccolo nella gif: è uno dei nuclei della base dell&rsquo;encefalo, i quali, attraverso le interazioni con la corteccia cerebrale contribuiscono alle funzioni scheletro-motorie, oculomotorie, cognitive ed emozionali) reagiva in modo tanto più intenso quanto più aumentava la ricompensa per la disonestà. Più attiva era quest&rsquo;area, più probabile era che qualcuno imbrogliasse (la voce della tentazione o, per Collodi, il Gatto e la Volpe).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/vogliamo-dare-unattenuante-neuroscientifica-allipocrisia-body-1.gif" alt="Crediti: Life Science Databases (LSDB)/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 2.0 JP" width="600" height="600" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Crediti: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Striatum.gif" rel="noopener">Life Science Databases (LSDB)/Wikimedia Commons</a>. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.1/jp/deed.en" rel="noopener">CC BY-SA 2.0 JP</a></p>

<p>Quanto minore era la disonestà, invece, maggiore era l&rsquo;attività della giunzione temporo-parietale e del lobulo parietale inferiore, le regioni del cervello associate alle funzioni cognitive necessarie alla gestione dei rapporti sociali e, in particolare, alla capacità di <a href="http://doi.org/10.1126/sciadv.1600992" rel="noopener">rappresentare il proprio sé futuro</a> e di prendere in considerazione anche i punti di vista degli altri (la voce della coscienza o, per Collodi, il Grillo Parlante).</p>
<p>Secondo concezioni recenti, la corteccia prefrontale è la sede dei processi decisionali e dei comportamenti sociali, in connessione con il talamo e i gangli della base: ebbene, la risonanza magnetica funzionale dice che la corteccia prefrontale dorso-mediale dei partecipanti si attivava sia quando giudicavano gli altri immorali, sia quando essi stessi agivano in modo immorale. Se, quindi, il codice morale era invariato - si è chiesto il gruppo di ricerca - come mai alcuni individui lo applicano più coerentemente di altri?</p>
<p>La risposta starebbe nella corteccia prefrontale ventro-mediale (VmPFC), che funge da hub con altre regioni integrando le informazioni nel processo cognitivo e che è associata alla cognizione di sé: alla risonanza, quest&rsquo;area mostrava un&rsquo;intensa attività solo nei soggetti con un&rsquo;elevata coerenza morale. </p>
<p>Per superare l&rsquo;ostacolo del motto <em>correlation is not causation</em> (valido sempre e tanto più in argomenti come questo), i ricercatori sono andati in fondo alla faccenda, cercando anche la dimostrazione inversa: se la corteccia prefrontale ventro-mediale è davvero la sede della coerenza morale, interromperne l&rsquo;attività dovrebbe far crescere il tasso di ipocrisia. </p>
<p>E così è: i soggetti sottoposti al temporaneo blocco della VmPFC tramite stimolazione transcranica a interferenza temporale (tTIS), si dimostravano ancora più inclini al doppio standard. <br>
Se, dunque, i concetti di etica e di moralità, un tempo appannaggio della coscienza individuale, sono solo il riflesso di varianti neurofisiologiche, bisognerebbe essere meno severi con gli ipocriti e perdonare i politici fedifraghi, vittime di una corteccia prefrontale ventro-mediale incolpevolmente scollegata? </p>
<p>Perry Wilson, professore associato di medicina e sanità pubblica e direttore del Clinical and Translational Research Accelerator di Yale, che sul sito di informazione medica Medscape <a href="https://www.medscape.com/viewarticle/rules-thee-not-me-neuroscience-double-standard-2026a100086q" rel="noopener">fa le pulci</a> con grande intelligenza alle ricerche rilevanti in circolazione, lascia aperto questo interrogativo. </p>
<p>Chi scrive, però, ritiene prematura l&rsquo;assoluzione: spingendosi oltre l&rsquo;interpretazione meccanicistica, si potrebbe mettere in campo l&rsquo;ipotesi che siano i reiterati comportamenti ipocriti o doppiopesisti a causare una diminuita attività della corteccia prefrontale ventro-mediale, agendo non diversamente dalla stimolazione transcranica. Insomma, non ci sono ancora prove (specie negli adulti) per scagionare la coscienza, la cui voce, purtroppo, non è più udibile da chi ha assestato al Grillo qualche ciabattata di troppo. E ha smesso di vedere il cielo stellato sopra di sé.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La stella che più brilla in cielo, parlare di morte con i bambini</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini/</guid><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 08:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>humanities</category><description>Nano per Matilde è la stella che più brilla in cielo e ogni sera la cerca e le augura la buonanotte.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nano per Matilde è la stella che più brilla in cielo e ogni sera la cerca e le augura la buonanotte. Matilde ha da poco compiuto due anni e Nano è il cocker spaniel inglese, fulvo, che per 14 anni ha accompagnato la vita della mamma di Matilde. Nano, intelligente, socievole e giocherellone se ne è andato da poco ma era stato ben presente nel mettersi in piedi, camminare, cadere e giocare di Matilde. La strada scelta dalla mamma di Matilde è stata quella di raccontarle che Nano è andato in cielo ed è diventato una stella. Qualche tempo dopo il primo racconto e gli auguri quotidiani serali, Matilde ha chiesto alla mamma: “Mamma anche tu diventerai una stella?”.</p>
<p>Quando una stella muore, la sua luce continua a propagarsi per molto tempo, come il ricordo di una persona, di un animale caro può durare oltre la sua vita.</p>
<p>[…]</p>
<p>Martino ha tre anni e mezzo e dopo aver ascoltato la lettura di una delle tante storie classiche dell&rsquo;infanzia con la morte di una protagonista o di un animale (la Regina Cattiva di Biancaneve, la nonna di Cappuccetto Rosso, il Re Leone…), chiede alla mamma “Ma anche tu mamma devi morire?” Non è facile rispondere in modo appropriato alla domanda di Martino, ma intorno ai 4 anni (e poi per tutta la vita) le domande sulla vita e quindi anche sulla morte ci accompagnano.</p>
<p>[…]</p>
<p>I bambini e le bambine fanno spesso domande sulla morte, mettendo in imbarazzo gli adulti, affannati a trovare risposte che quasi sempre non hanno perché da sempre hanno rifuggito dal porsele, rimandando al poi, al dopo e al se proprio. Tuttavia il crescere implica un continuo confronto (anche) con le perdite, il dolore e il lutto. Tacere, nascondere, negare sono spesso atteggiamenti ritenuti protettivi a giustificazione (anche) di incapacità e di limiti da parte degli adulti. L’accompagnamento istruttivo alla crescita dovrebbe essere invece l’opposto, dovrebbe essere positivo, trasparente e il più possibile veritiero della quotidianità.</p>
<p>Nasce così questo scritto, con la consapevolezza dei limiti, per riflettere sulle domande dei bambini e le bambine, in particolare quelle più critiche per gli adulti, perché li mettono in difficoltà, prima di tutto con sé stessi, come è il caso di trattare della morte.</p>
<p>Ho scelto di indicare alcune possibilità, in termini di approcci e possibili strumenti da usare, su come costruire una risposta, forse non appropriata perché in quest’area è pressoché impossibile ritenersi nel giusto, ma che sia almeno razionale, ponderata, costruttiva, condividendo con la mamma di Matilde e quella di Martino, ma anche con altri genitori, nonni ed educatori, possibili azioni formative per tutti.  </p>
<p>Perché “i bambini che riescono ad essere bambini hanno molta magia e molta fortuna”, ma quei bambini e quelle bambine che hanno genitori che contribuiscono a farli essere tali hanno molta più magia e fortuna.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Niente panico! Siamo a scuola</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/niente-panico-siamo-scuola/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/niente-panico-siamo-scuola/</guid><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 08:06:00 +0100</pubDate><category>salute</category><description>Negli ultimi anni, la salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico e oggetto di numerose iniziative.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/niente-panico-siamo-scuola-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/niente-panico-siamo-scuola-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, la salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico e oggetto di numerose iniziative. Tuttavia, nonostante gli sforzi e le buone intenzioni, i risultati non sempre appaiono incoraggianti: molti studenti vivono a scuola condizioni di ansia e attacchi di panico, talvolta inabilitanti. Quando il confine tra ciò che consideriamo sofferenza, disturbo, malattia si allarga, può crescere la tendenza a medicalizzare problemi che hanno anche radici sociali, relazionali e contestuali. Problemi che potrebbero essere affrontati con approcci non professionali o che si risolverebbero senza alcun intervento.</p>
<p>Non è l’esistenza degli interventi professionali, psicologici o psichiatrici, spesso preziosi, a costituire il problema, ma l’idea che possano diventare la risposta principale a ogni forma di disagio, soprattutto quando le condizioni che lo generano restano invariate. In questo contesto la <a href="https://www.who.int/teams/health-promotion/enhanced-wellbeing/first-global-conference" rel="noopener">promozione della salute</a> offre una prospettiva fondamentale: accanto alla necessità di rafforzare le risorse individuali, richiama la centralità di risposte capaci di riattivare le persone e la loro partecipazione, orientandole alla costruzione di contesti più equi e favorevoli. Contesti in grado di intervenire sui determinanti sociali del benessere e sostenere risposte collettive, non esclusivamente medicalizzate.</p>
<h2 id="disturbo-mentale-o-semplicemente-vita">Disturbo mentale o semplicemente “vita”?</h2><p>In questo spazio di tensione si colloca l’esperienza di <em>Panikit</em>, piccolo kit di pacificazione con gli attacchi di panico a scuola, uno strumento che prova a tenere insieme informazione, partecipazione e responsabilità collettiva, con uno sguardo costante all’equità. Il suo obiettivo è aiutare gli adolescenti ad affrontare i propri e altrui attacchi di panico e facilitare il dialogo sulla salute mentale nel contesto scolastico.</p>
<p>Panikit è uno strumento di Mental Health Literacy, ovvero di alfabetizzazione alla salute mentale che, secondo il ricercatore australiano Anthony Francis Jorm, <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22040221/" rel="noopener">comprende l’insieme di conoscenze e credenze</a> che aiutano a riconoscere i disturbi mentali, individuarne cause e fattori di rischio, conoscere opzioni di auto-aiuto e trattamenti, sapere dove e come cercare informazioni affidabili e sviluppare competenze di primo aiuto per sé e altri.</p>
<p>Tuttavia, ci si domanda quanto l&rsquo;aumento di informazioni, competenze e consapevolezza nell’ambito della salute mentale aiuti a riconoscere e affrontare il disagio con benefici per la popolazione e quanto invece stia contribuendo (in un processo definito Concept Creep, slittamento concettuale) a ridefinire come &ldquo;disturbo&rdquo; esperienze che fino a ieri chiamavamo semplicemente vita. Allargando, così, i confini in verticale (abbassando la soglia di ciò che consideriamo patologico) o in orizzontale (includendo situazioni sempre più diverse sotto la stessa etichetta) di ciò che definiamo disturbo mentale.</p>
<h2 id="panikit-un-percorso-prima-che-uno-strumento">Panikit, un percorso prima che uno strumento</h2><p>Panikit è un opuscolo pieghevole, gratuito e disponibile anche online, pensato per ragazze e ragazzi delle scuole superiori ma utilizzabile anche da insegnanti e adulti di riferimento. Non è un manuale clinico, né una guida all’autodiagnosi. Prova a rispondere a domande concrete: che cosa mi sta succedendo? perché il corpo reagisce così? che cosa posso fare quando arriva il panico, per me o per un’altra persona? Contiene spiegazioni di base su ansia e attacchi di panico, suggerimenti pratici per affrontare una crisi, indicazioni su come aiutare chi sta vivendo un momento di difficoltà, e alcuni spunti di prevenzione. Il linguaggio è intenzionalmente non patologizzante, lontano dal gergo specialistico e dalla semplificazione rassicurante.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/niente-panico-siamo-scuola-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/niente-panico-siamo-scuola-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/niente-panico-siamo-scuola-body-1.png.webp 1213w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1213" height="1706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questa scelta riflette una presa di posizione culturale, metodologica e politica: riconoscere la sofferenza senza trasformarla automaticamente in diagnosi, offrire strumenti senza sostituirsi ai percorsi di cura, normalizzare l’esperienza senza banalizzarla o ignorare le condizioni in cui essa prende forma e promuovere una cultura della cura reciproca che superi una visione individualizzante talvolta promossa dall’utilizzo pervasivo delle lenti cliniche.</p>
<p>Panikit però non è solo un prodotto. La sua specificità risiede nel processo su cui si fonda, nel modo in cui è stato costruito. Non è un materiale progettato da esperti e poi calato sui destinatari, che, al contrario, sono stati coinvolti in tutte le fasi: ideazione, scrittura, revisione e valutazione, in particolare gli adolescenti con esperienza diretta di problemi di salute mentale e attacchi di panico. Al centro di Panikit c&rsquo;è un assunto di fondo: ragazze e ragazzi non sono il problema da risolvere né i destinatari passivi di diagnosi e trattamenti, ma la risorsa principale da riconoscere e attivare, persone capaci di comprensione, azione e cura reciproca.</p>
<p>Il processo è quindi informato dall’approccio della co-costruzione, ovvero dell’inclusione attiva dei destinatari nella definizione dei contenuti, del linguaggio, delle priorità e delle modalità di diffusione dello strumento, riconoscendo il valore dell’esperienza vissuta come forma di conoscenza complementare a quella professionale. Nel lungo processo di stesura, durato due anni, Panikit è stato redatto, revisionato e validato, condiviso con le persone a cui è rivolto e che ora stanno contribuendo alla diffusione. Inoltre, alla luce della distribuzione diseguale dei problemi di salute mentale, è stata utilizzata la lente dell’equità per selezionare le persone da coinvolgere. In questo modo, si sono inseriti nel percorso adolescenti provenienti da contesti di relativo svantaggio sociale, con una <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34914436/" rel="noopener">probabilità</a> maggiore di incontrare problemi di salute mentale e minore di accedere a strumenti e risorse per prendersene cura.</p>
<p>Questo approccio richiama uno dei pilastri della Carta di Ottawa per la promozione della salute: rafforzare l’azione comunitaria e promuovere partecipazione. Non solo fornire informazioni, ma attivare processi collettivi che tengano conto delle diverse esperienze e posizioni di partenza.</p>
<h2 id="scuole-che-promuovono-la-salute">Scuole che promuovono la salute</h2><p>Secondo una prospettiva capace di spostare il focus dai sintomi individuali ad analisi e interventi legati al <a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2025.1698878/full" rel="noopener">contesto</a>, nel corso del tempo Panikit si è costituito come tentativo di rendere l’ambiente scolastico più consapevole e più capace di risposta, in linea con l’<a href="https://iris.who.int/items/7dbbfa30-e431-40bf-9a97-427849928665" rel="noopener">approccio</a> delle <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24737131/" rel="noopener">scuole che promuovono salute</a>. Infatti, oltre all’opuscolo, sono stati sviluppati un <em>vademecum</em> per insegnanti, costruito in collaborazione con i docenti per facilitare l’introduzione del tema in classe e la diffusione dello strumento, e un poster, da affiggere nelle aule e negli spazi scolastici, per creare luoghi che facilitino la condivisione di informazioni, esperienze e discussioni. Questi ulteriori strumenti spostano l’attenzione dall’individuo isolato al contesto condiviso, facilitando la discussione sulla salute mentale a scuola. </p>
<p>Per quanto Panikit possa essere usato anche in contesti informali, come ad esempio centri di aggregazione giovanile o gruppi scout, la creazione di vademecum e poster valorizza la scuola e gli insegnanti come contesto e attore centrale su cui investire attivamente per promuovere la salute mentale degli studenti. La scuola è un contesto fondamentale per la salute mentale: può rafforzare competenze, promuovere relazioni, senso di appartenenza e risorse, oppure generare esclusione, stress e mortificazione. Il benessere degli studenti e studentesse dipende da risorse, organizzazione, cultura e politiche scolastiche, dal lavoro degli insegnanti e dai fattori sociali ed economici più ampi da cui questo è determinato. Panikit punta a sostenere proprio questo ruolo della scuola e degli insegnanti, offrendo strumenti pratici e favorendo consapevolezza e supporto reciproco per affrontare ansia e attacchi di panico.</p>
<h2 id="salute-mentale-in-tutte-le-politiche">Salute mentale in tutte le politiche</h2><p>Un ultimo aspetto riguarda la natura multisettoriale del progetto. Panikit è ideato e promosso da <em>Sportello TiAscolto</em>, associazione di promozione sociale impegnata nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione della salute mentale nei contesti di vita, riconosciuta come buona pratica. Il progetto si sta sviluppando in collaborazione con il sistema sanitario, in particolare con DoRS, il Centro di documentazione per la promozione della salute, che ha fornito supporto metodologico alla valutazione, rafforzandone la solidità scientifica. Nel contesto del laboratorio di marketing sociale con operatori sanitari del territorio <a href="https://www.dors.it/documentazione/testo/201509/HPS_GuidelinesII_2009_English.pdf" rel="noopener">DoRS</a> ha inoltre organizzato un incontro sull’Health Literacy, coinvolgendo i destinatari secondari dello strumento nella co-definizione delle strategie di diffusione. In aggiunta, oltre alle molte scuole, stanno contribuendo al progetto realtà del terzo settore come Arci Torino, attiva nella promozione culturale e sociale sul territorio e il Comune di Torino, anche attraverso il suo progetto dedicato a giovani e adolescenti <a href="https://arianetwork.net/" rel="noopener">ARIA</a>. Collaborazioni che testimoniano di un’alleanza tra settore sanitario, educativo, associativo e livello istituzionale. Questa dimensione multisettoriale è coerente con l’approccio della promozione della salute e con la strategia della <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/the-regional-high--level-conference-on-mental-health-in-all-policies-paris-outcome-statement" rel="noopener">salute mentale in tutte le politiche</a>: costruire risposte condivise e collaborative, capaci di agire su contesti attraverso molteplici risorse, non solo sulle persone.</p>
<h2 id="la-sfida-della-sostenibilità">La sfida della sostenibilità</h2><p>Panikit è stato sviluppato interamente a titolo volontario, senza fondi dedicati. Questo ha garantito indipendenza e rapidità nella fase di costruzione ma rappresenta oggi un vincolo concreto: la diffusione capillare dello strumento, la stampa dei materiali e soprattutto l&rsquo;accompagnamento nelle scuole, necessario perché Panikit non venga usato in modo decontestualizzato, richiedono risorse e una progettualità più strutturata. Costruire questa capacità è la sfida aperta del progetto.<br>
In questa cornice, partecipazione, co-produzione e lavoro tra settori, mantengono il legame con l’esperienza concreta delle persone e con i determinanti sociali della salute, richiamando direttamente la Carta di Ottawa, che definisce la promozione della salute come un processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla, rafforzando competenze personali, creando ambienti favorevoli e lottando per politiche pubbliche orientate a salute e giustizia sociale.<br>
<br>
In un contesto in cui cresce il rischio di etichettare ogni forma di sofferenza come patologia, l&rsquo;esperienza di Panikit propone una via diversa: non minore attenzione alla salute mentale, ma più attenzione a come la promuoviamo. Creare ambienti che producano salute, investire in equità, attivare partecipazione e alleanze tra settori, significa passare dall&rsquo;idea di curare il disagio a quella di costruire insieme le condizioni perché se ne generi meno. Una scelta culturale e politica prima che tecnica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Parità a parole, divario nei fatti: il peso della maternità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parita-maternita-carriera/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parita-maternita-carriera/</guid><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 09:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>societa</category><description>A parole la parità è un valore condiviso, ma nei fatti la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico. Analisi su larga scala mostrano che le madri vedono ridursi redditi, produttività e opportunità di carriera, mentre i padri mantengono percorsi lineari. Anche dove esistono politiche di sostegno, il carico familiare resta sbilanciato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/maternita-parita-caraveo.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/maternita-parita-caraveo.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una decina di anni fa, preparando una conferenza sulle difficoltà incontrate dalle donne nelle loro carriere, sia in ambito industriale sia in ambito accademico, avevo trovato molte ricerche fatte in diverse nazioni del mondo che portavano tutte alla stessa ineluttabile conclusione: i figli fanno male alle carriere delle loro mamme. Per contro, le carriere dei papà non sembrano essere compromesse, anzi. Un uomo con figli è visto come una persona responsabile da considerare seriamente nel processo di selezione; per contro, una donna con figli scivola in fondo alle graduatorie perché tutti danno per scontato che sarà lei a doversi occupare dei pargoli, cosa che toglierà parte della sua attenzione e del suo tempo al lavoro. Dalla conferenza era nato un libro intitolato <a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/uomini-e-donne-stessi-diritti/" rel="noopener"><em>Uomini e donne; stessi diritti?</em></a> (Castelvecchi 2017), dove raccontavo queste tristi conclusioni.</p>
<h2 id="lo-studio-danese-sui-salari">Lo studio danese sui salari</h2><p>Poco dopo l&rsquo;uscita del libro avevo letto un lavoro intitolato <em><a href="https://www.henrikkleven.com/research/published/kleven-landais-sogaard_nber-w24219_jan2018.pdf" rel="noopener">Children and gender inequality: evidence from Denmark</a></em> pubblicato nel 2018 che, tra le altre cose, riportava i dati dei salari di uomini e donne dopo la nascita del primo figlio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/images/donne-danimarca1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Fonte: Children and gender inequality: evidence from Denmark" width="1622" height="1330" loading="lazy" decoding="async">

<em>Figura 1. Fonte: <a href="https://www.henrikkleven.com/research/published/kleven-landais-sogaard_nber-w24219_jan2018.pdf" rel="noopener">Children and gender inequality: evidence from Denmark</a></em></p>
<p>Ricordo quanto mi avesse colpita la discesa di oltre il 20% nello stipendio delle mamme in una nazione straordinariamente attenta al welfare, dove il congedo parentale già si applicava a entrambi i genitori. Di sicuro se lo studio fosse stato fatto in nazioni meno avanzate sarebbe ricaduto nella triste realtà della vita, ma in Danimarca mi sarei aspettata di meglio.</p>
<p>Non devo essere stata la sola a chiedermi il perché di questa plateale disuguaglianza e, forse per capire dove sarebbe meglio intervenire, in Danimarca si è continuato a monitorare la situazione.</p>
<h2 id="la-ricerca-della-european-sociological-review">La ricerca della European Sociological Review</h2><p>Uno <a href="https://academic.oup.com/esr/advance-article/doi/10.1093/esr/jcaf036/8326715?login=false" rel="noopener">studio</a> pubblicato a novembre dello scorso anno sulla <em>European Sociological Review</em> ha rilevato che, rispetto alle donne senza figli, in Danimarca le madri hanno perso, in media, complessivamente 120.000 dollari di reddito nei due decenni successivi alla nascita del primo figlio. Gli aiuti governativi, tra cui il congedo di maternità retribuito, gli assegni familiari e i sussidi per l&rsquo;alloggio, hanno contribuito a colmare l'80% di questa differenza. Ne consegue che nemmeno una nazione molto attenta alla parità di genere è immune dalla &ldquo;penalizzazione della maternità&rdquo; che si riscontra in tutto il mondo, ovviamente con impatto peggiore nei Paesi dove i genitori non possono fruire di un congedo retribuito per la cura dei figli.</p>
<h2 id="la-ricerca-del-centre-for-economic-performance">La ricerca del Centre for Economic Performance</h2><p>Un <a href="https://cep.lse.ac.uk/_new/publications/abstract.asp?index=12087" rel="noopener">altro studio</a>, pubblicato a marzo dal Centre for Economic Performance, presso la London School of Economics and Political Science, utilizza e incrocia diversi set di dati per indagare come l&rsquo;avere messo su famiglia influenzi i risultati della carriera accademica di entrambi i genitori. Sebbene l&rsquo;evoluzione della carriera di uomini e donne fosse simile prima di diventare genitori, i loro percorsi divergevano nettamente dopo la nascita del primo figlio.</p>
<p>Attingendo ai dati di diversi registri danesi, sono state esaminate le sorti di 13.347 genitori iscritti a un dottorato di ricerca presso un&rsquo;università danese tra il 1996 e il 2017, che avevano avuto il loro primo figlio dopo il primo anno di dottorato. I ricercatori hanno combinato questi dati con le pubblicazioni ricavate dal database di citazioni Scopus di Elsevier, nonché con le risposte a un sondaggio condotto nelle università danesi nel 2017 su argomenti quali aspirazioni di carriera, equilibrio tra vita professionale e privata e cura dei figli.</p>
<p>I risultati sono efficacemente riassunti nei grafici di <a href="https://cep.lse.ac.uk/pubs/download/dp2160.pdf" rel="noopener">Cairo et al. 2026</a>, dove risulta chiaro il diverso peso della genitorialità per le mamme e per i papà. Tutti i grafici partono da una situazione di parità a t-1 cioè a un anno prima della nascita del primo figlio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/images/donne-danimarca2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/images/donne-danimarca2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2. Fonte: Cairo et al. 2026" width="1892" height="1566" loading="lazy" decoding="async">

<em>Figura 2. Fonte: <a href="https://cep.lse.ac.uk/pubs/download/dp2160.pdf" rel="noopener">Cairo et al. 2026</a></em></p>
<p>Nel riquadro a) si vede che otto anni dopo la nascita del loro primo figlio le donne avevano il 29% di probabilità in meno di essere impiegate in un&rsquo;università, mentre per gli uomini il calo era del 14% (probabilmente questo numero è rappresentativo di una percentuale fisiologica di chi decide di cambiare carriera). Nel riquadro b) viene considerata la probabilità di ottenere una posizione permanente. È chiaro che, considerando solo chi decide di restare nell&rsquo;accademia, le prospettive sono decisamente diverse tra maschi e femmine. Mentre le probabilità di successo per i primi rimangono invariate, per le seconde il calo è del 30-40%. L&rsquo;abbassamento delle probabilità di ottenere un posto di professore in università è sicuramente legato alla minore produttività femminile in termini di pubblicazioni, ben evidenziata nel riquadro c). Mentre gli uomini continuano a pubblicare lo stesso numero di articoli dopo essere diventati padri, le donne subiscono un calo significativo nella produzione di ricerca (le madri hanno pubblicato il 31% in meno di articoli rispetto ai padri otto anni dopo la nascita del loro primo figlio).</p>
<h2 id="il-carico-di-lavoro-familiare">Il carico di lavoro familiare</h2><p>La ricerca della ragione di questa differenza è chiaramente da cercare nel carico di lavoro legato alla gestione della prole, ben riassunto in questi istogrammi sempre estratti da Cairo et al. 2026.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/images/donne-danimarca3.svg" alt="Figura 3. Fonte: Cairo et al. 2026" loading="lazy" decoding="async">

<em>Figura 3. Fonte: <a href="https://cep.lse.ac.uk/pubs/download/dp2160.pdf" rel="noopener">Cairo et al. 2026</a></em></p>
<p>A sinistra le ore di lavoro in una settimana per maschi e femmine con figli nelle scuole materne, in quelle elementari e senza figli. È chiaro che quasi tutti hanno una &ldquo;solida&rdquo; settimana con un carico tra 45 e 50 ore lavorative (solo le mamme con bimbi piccoli dichiarano 42 ore di lavoro, che non sono certo poche). Per contro, nell&rsquo;istogramma a destra si vede che le donne svolgono la gran parte del lavoro di gestione dei figli la notte, quando sono malati, quando devono fare controlli medici. L&rsquo;unica colonna dove il contributo paterno è leggermente superiore a quello materno è nel portare i figli a scuola (probabilmente sulla via del lavoro) mentre le mamme tornano a dominare quando si tratta di andare a prendere i figli, presumibilmente a metà pomeriggio quando magari i padri preferiscono restare in ufficio.</p>
<h2 id="il-divario-tra-atteggiamenti-e-comportamenti">Il divario tra atteggiamenti e comportamenti</h2><p>Mentre, a parole, la grande maggioranza delle coppie intervistate hanno dichiarato di essere convinte che i compiti dovessero essere equamente divisi, dimostrando di avere una attitudine paritaria, la realtà appare diversa. Secondo Sofie Cairo anche in una società molto attenta al problema della parità di genere, le abitudini cambiano molto più lentamente delle attitudini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Accanto a te. L’ascolto dell’esperienza suicidaria nella pratica clinica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica/</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><category>libri</category><description>Quando una persona sceglie di togliersi la vita, chi rimane e affronta il lutto per la perdita non può evitare di porsi delle domande.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando una persona sceglie di togliersi la vita, chi rimane e affronta il lutto per la perdita non può evitare di porsi delle domande. C’era qualcosa che avrei potuto fare? Forse c’era un modo per essere più utile? Ci sono stati dei segnali, delle richieste di aiuto magari, che non ho saputo cogliere? Avrei potuto cambiare il corso degli eventi? Era da tanto che pensava al suicidio?</p>
<p>Sono gli interrogativi che accompagnano dal primo momento familiari, partner, figli e amici, per i quali inizia un periodo di elaborazione del lutto estremamente complesso. Al contempo, se la persona che si è suicidata era seguita in una terapia, anche quelli che si pone il professionista della salute mentale che ha perso un paziente. Durante i colloqui clinici era emerso questo rischio? Lo avevo individuato, approfondito e quantificato? Avevo fatto quanto in mio potere per tenere al sicuro il mio paziente? Oppure la condizione, seppur così grave, era in qualche modo passata in secondo piano? Gli strumenti che ho usato sono stati adeguati, personalizzati per la sua situazione, erano aggiornati?</p>
<p>È proprio a loro, ai clinici, che si rivolge <em>Accanto a te. L’ascolto dell’esperienza suicidaria nella pratica clinica</em> (il Mulino 2026, 232 pagine, 24€) di Serena Bruno, dottore di ricerca in Psicologia dinamica e clinica in Sapienza-Università di Roma e specializzanda in psicoterapia presso la Scuola di psicoterapia dell’Adolescenza e dell’Età Giovanile a indirizzo psicodinamico, insieme a Patrizia Velotti, docente di Teorie dell’interpretazione individuale e gruppale in psicologia clinica e Psicopatologia delle relazioni di coppia e genitoriali in Sapienza-Università di Roma. </p>
<p>Il libro inizia con una densa sezione teorica, che ci accompagna attraverso la percezione e il racconto del suicidio nella storia, insieme alla scienza che se n’è occupata. Se la neurobiologia ha identificato dei cambiamenti nel sistema serotoninergico collegati al rischio suicidario, infatti, e gli studi di neuroimaging hanno mostrato che le aree del cervello coinvolte nella mentalizzazione sono ipofunzionanti nei soggetti con storie di trauma e comportamenti suicidari, siamo comunque ancora lontani dal poter spiegare interamente questa complessità con la biologia. Siamo, invece, sempre più inclini a considerare la salute del corpo e quella della mente come aspetti che vanno di pari passo, in scambio e connessione costanti, con un approccio olistico e anticipato - in altre parole - dal medico e psicanalista Franz Alexander già negli anni ‘60: «Ogni malattia è psicosomatica».</p>
<p>Ripercorrendo la storia del suicidio, colpisce subito come a osservarlo siano state tante lenti diverse, ognuna delle quali ha espresso a suo modo un giudizio, ha attaccato un’etichetta morale, con sguardi che per secoli sono stati molto lontani dall’approccio psicologico e psichiatrico moderno. Se nel mondo greco e romano veniva raccontato come atto di coerenza etica, per preservare la propria integrità, libertà e ideali, soprattutto dal IV secolo in poi iniziò a insinuarsi la percezione religiosa. Togliersi la vita era andare contro la volontà degli dei, commettere un peccato, ed è questa l’accezione che rimase e si rafforzò per tutto il Medioevo.</p>
<p>Solo intorno al 1700 sarebbe riemersa l’idea del suicidio come atto che permette alla persona di autodeterminarsi, anche di - come in passato - ripristinare un senso di dignità o valore perduti; in parallelo, le discipline psichiatriche avrebbero cominciato a mettere sulla bilancia le ingiustizie sociali da un lato e la “debolezza” mentale del soggetto suicida dall’altro. </p>
<p>Così, spiegano le autrici, si andò gradualmente verso una visione del suicidio non solo come sintomo, bensì come condizione complessa tra biologico, psicologico e sociale: «[&hellip;] Il quadro che emerge non somma semplicemente perdite significative, vulnerabilità personali o disfunzioni ambientali, ma mostra piuttosto come queste forze, nel loro intreccio dinamico, possano progressivamente erodere la capacità dell’individuo di fronteggiare gli urti della vita, incidendo su autostima, qualità relazionale e senso di continuità del Sé». Arrivati al 1964 sarebbe nata così la suicidologia, termine coniato da Edwin S. Schneidman, considerato il padre della disciplina e fondatore della American Association of Suicidology. </p>
<p>Secondo i <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/suicide" rel="noopener">dati dell&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità</a>, ogni anno più di 720mila persone muoiono per suicidio, che è la seconda causa di morte nella fascia d’età 15-29, e la terza in quella 15-44. Si tratterebbe tuttavia di una sottostima, perché il fenomeno è difficile da tracciare per via di credenze religiose, autopsie effettuate solo di rado e i <a href="https://www.fascicolosanitario.gov.it/portale/sistema-di-codifica-icd-9-cm" rel="noopener">codici ICD</a> non uniformi attribuiti ai casi. Gli uomini che muoiono per suicidio sono, in media, circa il doppio delle donne. </p>
<p>Anche se oggi guardiamo al suicidio con occhi diversi rispetto al passato, spiegano le autrici, nei manuali diagnostici restano differenti modi di intenderlo. Può essere sintomo o criterio diagnostico per disturbi psichiatrici maggiori, come depressione, disturbo bipolare o borderline, oppure disordine indipendente (il SBD, Suicidal Behavior Disorder, che richiede almeno un tentativo negli ultimi 24 mesi e specifici criteri di esclusione) o ancora una condizione estremamente complessa che tocca conflitti interiori, regolazione affettiva e modalità disfunzionali nelle relazioni (prospettiva psicodinamica, PDM-2). </p>
<p>Anche per questo motivo, come strumento di supporto ai colleghi, Bruno e Velotti presentano l’intervista SOPHI, Suicide-related Outcome Personal History Interview (ispirata all’Indiana Psychiatric Illness Interview) che attraverso una conversazione tra terapeuta e paziente esplora 4 macroaree cliniche fondamentali: storia di vita, comprensione delle proprie difficoltà psicologiche associate all’esperienza suicidaria, pervasività delle tendenze suicidarie e aspettative future. </p>
<p>I punteggi complessivi ottenuti nell’intervista si basano sulle risposte del paziente, e permettono al clinico di capire quanto questi sia consapevole del proprio disagio psicologico, come collochi i tentativi di suicidio nella propria storia personale e se riesca a vedere un futuro, delle prospettive. Questo si traduce in linee guida sull’intervento da mettere in atto, e permette di capire se il paziente sia a basso, medio o alto rischio. Nella seconda parte del libro, Bruno e Velotti riportano tre casi studio nei quali è stata impiegata SOPHI, mostrandone nel dettaglio l’interpretazione e come è stata usata per guidare il percorso terapeutico.</p>
<p>Il filo conduttore del libro, tra storia, teoria e casi studio, sembra essere uno: dopo secoli di interpretazione, studio, analisi scientifiche e progressi in tutte le discipline che affrontano il tema del togliersi la vita, non possiamo dire di aver davvero compreso cosa spinge al suicidio. Se la vita valga la pena di essere vissuta, e se sì cosa la renda tale, è forse la domanda esistenziale più vasta e irrisolta. Quando in una persona profondamente sofferente questo interrogativo incrocia la salute del corpo e quella mentale, il terapeuta deve avvalersi degli strumenti più moderni a disposizione, ma restando, di fatto, estremamente flessibile nell’ascolto. </p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dentro la stanza ginecologica: perché il design è anche una questione di salute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute/</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>libri</category><description>Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.  L’esperienza è condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica. C’è una differenza, però, rispetto al solito: infatti non siete lì in quanto paziente ma siete voi stesse la figura medica. Per una volta avete il potere e il privilegio di decidere: cosa cambiereste di questo ambiente per sentirvi più a vostro agio durante la visita?</p>
<p>Abbiamo fatto la stessa domanda a Chiara Alessi, che si occupa di cultura materiale e design, nello specifico di design come strumento critico di genere. Nel suo ultimo saggio, <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159828" rel="noopener"><em>La sedia del sadico - Il design sul corpo delle donne</em></a> (edito da Laterza), Alessi analizza come gli oggetti della pratica medica - dalla sedia ginecologica allo speculum - non siano strumenti neutri, ma dispositivi che riflettono e riproducono rapporti di potere, standard che si basano sul corpo maschile e una storica marginalizzazione dell’esperienza delle pazienti, con effetti concreti sull’accesso alle cure e sulla salute.</p>
<p>«Penserei a un lettino che non rinforzi l’idea di gerarchia e di subalternità del corpo della donna rispetto al medico. Uno spazio che permetta invece di stare di fianco, non uno di fronte all’altra: guardare insieme, nella stessa direzione, imparando anche a riconoscere il proprio corpo», spiega Alessi. L’autrice parla di una «forma di condivisione orizzontale: non più qualcuno che osserva e qualcuno che subisce, ma due soggetti che esplorano insieme».</p>
<p>Questa visione non è poi così assurda. Basta attingere all’immaginario femminista o guardare le immagini dei collettivi di self-help degli anni Settanta: le donne non sono mai davanti durante le visite, ma di fianco. In quel caso è la paziente stessa a governare la visita: può impugnare gli strumenti, guidare l’esplorazione del proprio corpo. «È un cambiamento che rivoluziona tutto senza, in realtà, cambiare quasi nulla. Se pensiamo la visita ginecologica come una performance, basta modificare alcune variabili - anche solo la posizione dei corpi nello spazio - perché cambi completamente il significato dell’esperienza», fa notare Alessi.</p>
<p>Questa idea di trasformare la visita si inserisce in una riflessione più ampia cui Alessi fa riferimento, quella della scrittrice e performer Terri Kapsalis. Negli anni Novanta, Kapsalis aveva proposto dei giochi di ruolo in cui la visita ginecologica veniva pensata come una vera e propria performance attoriale, con l’obiettivo di decostruire la nozione di “correttezza” clinica e immaginare un’esperienza radicalmente centrata sulla donna o meglio sulla singolarità di ogni donna.</p>
<p>In questa prospettiva, la visita non è un atto neutro e standardizzato, ma una scena costruita. Riprendendo Kapsalis: «Le pratiche ginecologiche sono ripetitive e strutturate al fine di situare il medico e l’oggetto dell’esame in modi molto specifici. In questo senso, la ginecologia è uno spettacolo ripetibile con ruoli, sceneggiature, scenografie, costumi e oggetti di scena specifici».<br>
È proprio qui che si apre lo spazio del possibile. Se la visita è una performance, allora basta modificare una variabile perché cambi l’intero significato dell’esperienza.</p>
<p>Alessi riporta un dato (indagine condotta con metodologia CAWI dall’istituto di ricerca Nomisma a inizio 2022 su un campione della popolazione italiana stratificato per età, sesso e area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli): il 24% delle donne indica tra le principali ragioni per sottrarsi alla visita ginecologica il “disagio”, segnalando come l’esperienza nella stanza ginecologica venga spesso vissuta come negativa. Questo è un elemento che, letto in chiave clinica, non può essere considerato secondario: se una pratica di prevenzione viene evitata, il problema riguarda direttamente la salute pubblica. Il disagio provato dalle donne resta ai margini del discorso medico: difficile da misurare, viene spesso normalizzato o ricondotto a fattori individuali come la soglia individuale del dolore, la sensibilità, o ancora fattori culturali o psicologici. A seguito di queste considerazioni, Chiara Alessi invita a spostare lo sguardo perché non basta chiedersi qual è il motivo per cui le donne evitano la visita, ma in che modo strumenti e spazi della pratica ginecologica contribuiscano a produrre quel disagio.</p>
<p>Se una procedura viene evitata, non è più solo un problema individuale: diventa un problema di salute pubblica e di accesso alle cure. Ciò può determinare conseguenze concrete come minore adesione agli screening, diagnosi più tardive, riduzione della fiducia nei confronti del sistema sanitario. Il punto, allora, non è soltanto capire perché le pazienti evitano i controlli, ma interrogarsi su cosa, nel contesto della visita, contribuisce a renderli evitabili.</p>
<p>Lo speculum rappresenta uno dei punti in cui questo disagio prende forma in modo più evidente. Nel libro, Alessi ne ricostruisce la storia mostrando come la sua introduzione e diffusione non siano avvenute in modo neutro, ma in un contesto in cui il corpo femminile veniva reso accessibile allo sguardo medico attraverso pratiche profondamente asimmetriche. Lo speculum, in questo senso, non è solo uno strumento che «serve a vedere meglio»: è un dispositivo che presuppone esposizione e immobilità e che organizza l’intera visita attorno a una logica in cui il corpo della paziente diventa oggetto di osservazione.</p>
<p>Questo assetto raramente viene messo in discussione. «La domanda che mi faccio nel libro», spiega Alessi, «è perché quel 24% di donne che non si sottopone alla visita per disagio non venga interrogato: c’è un problema con il lettino? Con il rumore dello speculum? Con il dolore o con ciò che rievoca?». Il punto, suggerisce, è che il disagio tende a essere interiorizzato. Il titolo del saggio <em>La sedia del sadico</em> richiama la caffettiera del masochista di Donald Norman, tra i più influenti studiosi di design contemporaneo, secondo cui quando un oggetto non funziona la responsabilità viene spesso attribuita all’utente, non al progetto. Così anche nella visita ginecologica, «Il problema viene riferito a se stesse», continua Alessi, rendendo difficile nominare un possibile limite del setting medico.</p>
<p>A rendere visibile quanto questa configurazione sia culturalmente costruita c’è anche l’Androchair, il prototipo che simula sul corpo maschile un’esperienza analoga a quella del lettino e della visita ginecologica. L’effetto è quello di un rovesciamento: ciò che per le donne è considerato normale viene percepito dagli uomini come inaccettabile. Non si tratta solo di una provocazione, ma di un dispositivo critico che svela il carattere non neutro di pratiche date per scontate. Questa apparente immutabilità degli strumenti ginecologici non è però inevitabile. Alessi cita l’esempio del water, dispositivo tutt’altro che ergonomico e che è rimasto sostanzialmente invariato per secoli. «Lo stesso vale per lo speculum e per molti strumenti ginecologici. La loro forma e il loro uso vengono percepiti come inevitabili e proprio per questo non vengono ripensati. C’è una risposta molto banale: la vagina è lì, non è cambiata la sua posizione nel corso della storia, la visita si fa in un certo modo e quindi gli strumenti sono sempre inevitabilmente quelli». In questa prospettiva, l’esperimento dell’Androchair non è solo una provocazione, ma un modo per riaprire il campo del possibile: mostrare che anche ciò che appare naturale e immutabile è in realtà il risultato di scelte progettuali e che quindi può essere modificato.</p>
<p>Se alcuni oggetti restano immobili perché non vengono messi in discussione, altri invece cambiano proprio quando entrano nel dibattito e vengono riappropriati da chi li usa. È il caso, come ricorda Alessi, del test di gravidanza, che segna un passaggio cruciale: per la prima volta una pratica medica esce dallo spazio clinico e diventa accessibile, gestibile in autonomia, sottraendo al medico il monopolio della diagnosi. È una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma la relazione con il proprio corpo. Lo stesso vale per le pratiche di self-help degli anni Settanta in cui strumenti semplici come lo specchio venivano utilizzati per osservare e conoscere direttamente il proprio apparato genitale. In questi contesti, la visita non è più qualcosa che “viene fatto” sul corpo, ma un processo attivo di esplorazione e apprendimento.</p>
<p>Un altro tema centrale è quello dello standard. Molti strumenti e protocolli medici si basano su un’idea implicita di corpo medio che si basa sul cosiddetto standard “dell’uomo medio” e che raramente corrisponde alla realtà. Questa semplificazione ha un costo e le conseguenze emergono ancora oggi e sono causa di differenze nella diagnosi, nei tempi di intervento, ma anche nella valutazione dei sintomi.</p>
<p>Il design non è estraneo a questo problema. Anche qui, la standardizzazione rischia di tradursi in esclusione o in adattamento forzato dei corpi reali. Scrive Alessi: «La progettazione, almeno quella in serie, a partire dall’epoca industriale è infatti tarata su un’unità di misura che si fa corrispondere all’“uomo medio”, con cui si intende individuo di sesso maschile, abile, occidentale e in buona salute, uno standard che ha prodotto in realtà molte più esclusioni, cioè individui difformi da quelle misure, che non corrispondenze».</p>
<p>Se il disagio nasce anche da strumenti e modelli pensati per un corpo astratto, la prospettiva futura non può limitarsi a migliorare l’esistente, ma richiede un cambio di sguardo più radicale. Non si tratta solo di progettare oggetti “più comodi”, ma di riconoscere la diversità dei corpi e delle esperienze come punto di partenza, non come eccezione da adattare a posteriori. Significa spostarsi da una medicina costruita su standard impliciti a una pratica capace di includere la variabilità, rendendo centrale l’esperienza di chi attraversa la visita. Alessi richiama una metafora efficace: quella di Starbucks, dove non esiste una misura unica ma ben 5 diverse misure di bicchiere per il caffè tra cui scegliere. «Non c’è un bicchiere giusto in assoluto», osserva, «ma una gamma di possibilità che tiene conto delle differenze». Applicata alla medicina, questa immagine suggerisce che non c’è un unico modello a cui conformarsi, ma un sistema capace di offrire alternative.</p>
<p>Poi Alessi conclude: «I clienti si portano addirittura le tazze da casa. E se anche le donne potessero andare alla visita ginecologica ciascuna munita del proprio speculum?».\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Citazioni, h-index e highly cited: perché Clarivate, Scopus e Google Scholar non raccontano la stessa storia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/citazioni-bibliometria-indici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/citazioni-bibliometria-indici/</guid><pubDate>Thu, 02 Apr 2026 08:11:00 +0200</pubDate><dc:creator>Rocco De Nicola</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Lo stesso articolo può avere conteggi diversi a seconda della banca dati consultata. Comprendere le differenze tra Web of Science, Scopus e Google Scholar è essenziale per usare correttamente gli indicatori di valutazione della ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/citazioni-bibliometria-indici.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/citazioni-bibliometria-indici.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo stesso articolo può avere conteggi diversi a seconda della banca dati consultata: è uno dei problemi fondamentali della bibliometria che Rocco De Nicola analizza confrontando tre piattaforme — Web of Science di Clarivate, Scopus ed Google Scholar — e le loro misurazioni divergenti dello stesso fenomeno scientifico. Comprendere queste differenze è essenziale per usare correttamente gli indicatori di valutazione della ricerca, evitando distorsioni nei giudizi su carriere e finanziamenti.</p>
<h2 id="il-paradosso-dei-tre-h-index">Il paradosso dei tre h-index</h2><p>Un ricercatore consulta la propria pagina su Web of Science: h-index 31. Apre Scopus: 38. Poi Google Scholar: 47. Tre piattaforme, tre numeri diversi per lo stesso ricercatore, senza che nessuna delle tre sbagli nei propri termini. Chiedersi quale sia il valore «giusto» è una domanda mal posta, e questo imbarazzo è il punto di partenza dell&rsquo;analisi di De Nicola.</p>
<p>Le critiche agli indicatori bibliometrici — h-index, citazioni, impact factor — sono in parte giustificate. Sono misure imperfette, sensibili a dinamiche cumulative che premiano certe strategie e non catturano la qualità complessiva del lavoro scientifico. Possono incentivare comportamenti opportunistici e orientare la ricerca verso temi più «citabili». Ma liquidarli del tutto avrebbe conseguenze indesiderate: senza criteri robusti di riferimento, qualsiasi parametro diventa negoziabile e il campo si apre a percezioni soggettive, retorica e fedeltà di scuola. Gli indicatori non stabiliscono la verità scientifica, ma introducono vincoli: sono tracce empiriche di come le idee vengano giudicate dalla comunità.</p>
<h2 id="web-of-science-un-ecosistema-selettivo">Web of Science: un ecosistema selettivo</h2><p>Web of Science opera con un approccio molto selettivo. L&rsquo;h-index calcolato da questa piattaforma si basa sulle pubblicazioni indicizzate nella Web of Science Core Collection e sulle citazioni registrate all&rsquo;interno di quello stesso ecosistema. La piattaforma non è monolitica: esistono livelli diversi di indicizzazione e non tutti i giornali su WoS appartengono alla Core Collection, dove vengono calcolati i principali indici. Il risultato è un indicatore più controllato e stabile sul piano bibliometrico, ma meno inclusivo: se un lavoro circola ampiamente in repository, preprint, libri o tesi, la sua ricezione reale può restare in buona parte non contabilizzata.</p>
<h2 id="scopus-ampiezza-disciplinare-con-limiti-storici">Scopus: ampiezza disciplinare con limiti storici</h2><p>Scopus segue una logica analoga ma con caratteristiche diverse nel corpus. L&rsquo;h-index viene calcolato sulle pubblicazioni attribuite all&rsquo;autore e sulle citazioni raccolte nel database. La formula è identica, ma cambiano la copertura storica, l&rsquo;ampiezza disciplinare, le riviste incluse, gli atti di convegno e la profondità dell&rsquo;archivio. Per le produzioni più datate, la copertura storica di Scopus può offrire un&rsquo;immagine meno completa rispetto ad altri strumenti, il che penalizza le carriere più lunghe o chi ha pubblicato molto negli anni Ottanta e Novanta.</p>
<p>SciVal, la piattaforma analitica avanzata di Elsevier che aggrega i dati di Scopus, permette di identificare le pubblicazioni nelle fasce più alte di citazioni — top 1% o top 10% — e di calcolare indicatori di impatto normalizzati. Molte istituzioni accademiche la usano nei processi di valutazione. Un altro riferimento diffuso è il database Stanford-Elsevier sui top-cited scientists, costruito da Ioannidis e colleghi: utilizza dati Scopus con una metodologia indipendente che classifica i ricercatori nel top 2% globale del loro settore.</p>
<h2 id="google-scholar-la-piattaforma-più-inclusiva">Google Scholar: la piattaforma più inclusiva</h2><p>Google Scholar è la piattaforma più inclusiva. Non si limita alle riviste strettamente indicizzate, ma intercetta un insieme molto più ampio di materiali: articoli, tesi, libri, preprint, working paper, depositi in repository istituzionali e altri documenti scientifici. Talvolta raccoglie anche materiali non convenzionali come slide di seminari accessibili online. Questo è insieme un punto di forza e un limite: da un lato cattura la vera circolazione delle idee nell&rsquo;ecosistema accademico allargato, inclusi i canali al di fuori dei circuiti commerciali; dall&rsquo;altro richiede una maggiore attenzione alla pulizia del profilo. Duplicati, versioni multiple di uno stesso articolo, varianti bibliografiche e fusioni di record influenzano direttamente le metriche, gonfiando artificialmente i conteggi.</p>
<p>Scholar non ha un equivalente formale degli «Highly Cited» di Clarivate. Il suo punto di forza non è la certificazione selettiva, ma l&rsquo;ampiezza. È utile per capire come un lavoro circola nell&rsquo;ecosistema accademico allargato, meno indicato quando si cercano etichette formalizzate e comparabili.</p>
<h2 id="cosa-significa-davvero-highly-cited">Cosa significa davvero «highly cited»</h2><p>Un&rsquo;altra etichetta frequentemente discussa è quella di «highly cited». Per gli articoli, la classificazione di Clarivate non significa semplicemente ricevere molte citazioni in assoluto: significa rientrare nel top 1% per numero di citazioni nel proprio campo disciplinare e nell&rsquo;anno di pubblicazione, secondo i criteri di Essential Science Indicators basati sulla Web of Science Core Collection. La soglia cambia da disciplina a disciplina e da anno ad anno — un meccanismo progettato per normalizzare le differenze nelle abitudini citazionali tra settori, che variano enormemente.</p>
<p>Analogamente, Clarivate compila ogni anno la lista degli Highly Cited Researchers: chi pubblica più articoli rientranti nel top 1% per campo e anno, in una finestra temporale pluriennale, può essere incluso. La classificazione non è completamente automatica: vengono effettuate verifiche aggiuntive, filtri sull&rsquo;integrità e valutazioni supplementari per identificare pratiche anomale. Il Gruppo 2003 — l&rsquo;associazione dei ricercatori italiani più citati internazionalmente, di cui De Nicola è presidente — basa l&rsquo;affiliazione in parte sulla presenza in questa lista.</p>
<h2 id="distorsioni-da-tenere-sotto-controllo">Distorsioni da tenere sotto controllo</h2><p>Oltre alle differenze tra database, esistono fattori aggiuntivi che distorcono le metriche. Le autocitazioni — spesso trascurate nel dibattito pubblico — sono centrali per capire le distorsioni dell&rsquo;h-index: un ricercatore che cita sistematicamente il proprio lavoro può gonfiare significativamente i propri indicatori, e le piattaforme rispondono in modo diverso a questo fenomeno.</p>
<p>Un secondo fattore riguarda l&rsquo;ambiguità degli autori: omonimi, varianti del nome e cambi di affiliazione creano profili duplicati o incompleti, in particolare su Scopus e WoS. Chi ha pubblicato sotto nomi diversi nel corso della carriera — per matrimonio, traslitterazione o semplici abitudini editoriali — può ritrovare parti della propria produzione «scomparse» da un database e presenti in un altro.</p>
<p>Il terzo elemento riguarda le differenze disciplinari strutturali. Il divario tra le scienze biomediche — dove si cita molto e rapidamente — e la matematica o le scienze umane — con cicli citazionali molto più lunghi e volumi molto inferiori — rende qualsiasi confronto diretto tra settori potenzialmente fuorviante. La normalizzazione per campo applicata da Clarivate per gli Highly Cited è un tentativo di mitigare questo problema.</p>
<h2 id="leggere-i-numeri-nel-contesto-giusto">Leggere i numeri nel contesto giusto</h2><p>La conclusione è che le citazioni e l&rsquo;h-index non sono misure neutrali e universali: sono il prodotto diretto del sistema-database in cui vengono calcolate. Per interpretarli correttamente occorre rispondere a tre domande prima di guardare qualsiasi numero: secondo quale fonte (Web of Science con la sua selettività, Scopus con la sua ampiezza strutturata, o Google Scholar con la sua inclusività non filtrata)? In quale contesto disciplinare? Rispetto a quale benchmark comparativo?</p>
<p>Finché queste domande non diventeranno un requisito standard per ricercatori e valutatori, si continuerà a confrontare indicatori che sembrano identici ma esprimono realtà tra loro inconciliabili. Le metriche restano strumenti intrinsecamente parziali: non possono esaurire la complessità del valore scientifico né sostituire la valutazione qualitativa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sesso biologico, atlete e gene SRY: cosa dice la scienza e cosa dice il CIO</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parita-sesso-atlete-gene-sry/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parita-sesso-atlete-gene-sry/</guid><pubDate>Wed, 01 Apr 2026 08:05:00 +0200</pubDate><dc:creator>Mauro Mandrioli</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Un&amp;amp;rsquo;analisi scientifica della controversia sul gene SRY e la partecipazione delle atlete con variazioni delle caratteristiche sessuali nelle competizioni olimpiche, distinguendo tra evidenze biologiche e scelte politiche del Comitato Olimpico Internazionale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/atlete_cover_0.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/atlete_cover_0.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La controversia sulle atlete con variazioni delle caratteristiche sessuali nelle competizioni olimpiche mescola evidenze biologiche e scelte politiche del Comitato Olimpico Internazionale. Mauro Mandrioli analizza cosa dice realmente la scienza sul gene SRY e sui livelli di testosterone, separando i dati empirici dalle decisioni normative del CIO, che spesso anticipano o contraddicono il consenso scientifico.</p>
<h2 id="la-nuova-politica-del-cio-per-los-angeles-2028">La nuova politica del CIO per Los Angeles 2028</h2><p>Il 26 marzo 2026 il Comitato Olimpico Internazionale ha pubblicato un documento che stabilisce i criteri di ammissibilità alla categoria femminile per le Olimpiadi di Los Angeles 2028. La definizione adottata è precisa: è considerata biologicamente femmina l&rsquo;atleta che «ha vissuto uno sviluppo sessuale femminile basato su cromosomi XX, ovaie e ormoni estrogenici», indipendentemente dal sesso legale o dall&rsquo;identità di genere.</p>
<p>Il criterio operativo centrale è la presenza o assenza del gene SRY, localizzato sul cromosoma Y e responsabile dell&rsquo;avvio dello sviluppo sessuale maschile. Il CIO ha consultato esperti di scienze dello sport, endocrinologia, medicina transgender ed etica, concludendo che «il sesso biologico maschile conferisce vantaggi nelle prestazioni sportive basate su forza, potenza o resistenza». La scelta dello screening per SRY è motivata dalla sua stabilità: a differenza dei livelli di testosterone, variabili e modificabili, la presenza del gene è fissa.</p>
<h2 id="cosa-dice-la-scienza-sul-gene-sry">Cosa dice la scienza sul gene SRY</h2><p>Mauro Mandrioli chiarisce che il gene SRY — la cui funzione principale è avviare la cascata di segnali che porta allo sviluppo del testicolo nel feto — è sì un elemento chiave nella determinazione del sesso biologico, ma è lungi dall&rsquo;essere l&rsquo;unico fattore in gioco. La biologia del sesso è un processo complesso che coinvolge decine di geni e l&rsquo;interazione tra fattori cromosomici, ormonali e molecolari. Ridurre l&rsquo;appartenenza biologica a una categoria sessuale alla sola presenza o assenza di SRY è una semplificazione che la scienza non giustifica.</p>
<p>Un dato indicativo: Andrew Sinclair, lo scienziato che ha scoperto il gene SRY, ha preso le distanze dall&rsquo;uso di questo gene come criterio di selezione sportiva. Una presa di posizione significativa, che il CIO non ha tenuto in adeguata considerazione.</p>
<h2 id="il-problema-delle-dsd-e-delle-atlete-transgender">Il problema delle DSD e delle atlete transgender</h2><p>Le variazioni delle caratteristiche sessuali (DSD, Differences of Sex Development) colpiscono circa lo 0,05-0,13% della popolazione. Gli effetti delle DSD sulle prestazioni atletiche al massimo livello competitivo restano, secondo la letteratura disponibile, «parziali, ottenuti da coorti eterogene e non conclusivi». La mancanza di dati robusti è un punto critico che Mandrioli evidenzia con forza.</p>
<p>Per le atlete transgender, la situazione è analoga: non esistono prove solide che la soppressione del testosterone elimini completamente i vantaggi prestazionali associati allo sviluppo maschile. Ma l&rsquo;assenza di prove non equivale a prova dell&rsquo;assenza di effetti: la ricerca è semplicemente insufficiente per trarre conclusioni definitive.</p>
<p>Il documento del CIO prevede un&rsquo;eccezione per le atlete con Sindrome da Insensibilità Completa agli Androgeni (CAIS): pur presentando il gene SRY, possono competere nella categoria femminile perché l&rsquo;insensibilità agli androgeni compensa funzionalmente la presenza del gene. Questa eccezione, paradossalmente, dimostra che anche il CIO riconosce che SRY da solo non è un criterio sufficiente.</p>
<h2 id="le-categorie-escluse-e-le-questioni-aperte">Le categorie escluse e le questioni aperte</h2><p>Con la nuova politica, sono escluse dalla competizione femminile le atlete transgender dopo la transizione e le atlete con variazioni XY dello sviluppo sessuale che mantengono una sensibilità agli androgeni. La giustificazione del CIO è che queste condizioni conferiscono vantaggi prestazionali non compatibili con la parità di competizione.</p>
<p>Il problema, come sottolinea Mandrioli, è che questa conclusione viene presentata come se fosse supportata da evidenze scientifiche solide, mentre il documento stesso rivela il contrario: il ricorso ripetuto a qualificatori come «quasi sempre» e «la maggior parte» nei testi ufficiali indica che il CIO sta operando su basi scientifiche parziali.</p>
<h2 id="una-scelta-politica-che-anticipa-la-scienza">Una scelta politica che anticipa la scienza</h2><p>La lettura complessiva di Mandrioli è che il CIO abbia scelto la via «politicamente più semplice» — quella di un criterio binario, apparentemente oggettivo e facilmente applicabile — senza attendere che la ricerca scientifica fornisse risposte adeguate alla complessità del problema. Un&rsquo;istituzione che si confronta con questioni così delicate avrebbe dovuto riconoscere apertamente di non essere ancora in grado di decidere e commissionare ricerche mirate prima di stabilire una politica.</p>
<p>La storia delle politiche sportive sul sesso biologico mostra un pattern ricorrente: le istituzioni costruiscono regole che riflettono assunzioni culturali e politiche, le presentano come scientificamente fondate, e poi si trovano a doverle rivedere man mano che la scienza avanza. La politica SRY del CIO rischia di ripetere questo ciclo, con conseguenze dirette sulla vita e sulla carriera di atlete che non hanno scelto le caratteristiche biologiche con cui sono nate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'ascesa intermittente del livello del mare nel Salento</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/livello-mare-salento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/livello-mare-salento/</guid><pubDate>Tue, 31 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Gianandrea Mannarini</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel Salento il mare non sale in modo lineare: avanza a scatti, guidato da dinamiche che nascono lontano, tra Ionio e Atlantico. In un solo anno le variazioni possono superare la tendenza di decenni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/livello-mare-salento.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/livello-mare-salento.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il livello del mare nel Salento non è una progressione costante col riscaldamento globale, ma un&rsquo;ascesa intermittente influenzata da fenomeni che avvengono nel mar Ionio e nell&rsquo;oceano Atlantico settentrionale. La variabilità fra due anni consecutivi può persino essere superiore alla tendenza di decenni. Ma come lo sappiamo e cosa implica per i cambiamenti futuri?</p>
<h2 id="un-livello-influenzato-da-molti-fattori">Un livello influenzato da molti fattori</h2><p>Su scala globale, intanto, il livello medio del mare cambia in risposta all&rsquo;accumulo di calore, alla fusione di ghiacci terrestri (calotte polari e ghiacciai montani), e alle modifiche al ciclo idrologico. Nel corso del terzo di secolo da quando esiste l&rsquo;altimetria satellitare, il livello medio dell&rsquo;oceano globale è aumentato di 11 cm e il suo tasso di crescita è più che raddoppiato, passando da 2,1 mm all&rsquo;anno a 4,5 mm all&rsquo;anno. Le <a href="https://doi.org/10.1038/s43247-024-01761-5" rel="noopener">proiezioni climatiche</a> forniscono una stima della crescita del livello al 2050 per valori compresi tra 15 e 40 cm oltre quello medio del periodo 1993-2023. La forbice è dovuta alle incertezze sui meccanismi di fusione del ghiaccio ma anche agli scenari emissivi, che riflettono scelte socio-economiche dell&rsquo;umanità nei prossimi decenni.</p>
<p>Soprattutto per le coste, il livello del mare conta: è lì infatti che vive un decimo della popolazione mondiale. Molte coste sono basse e caratterizzate da deboli pendenze. Porti, strade, ferrovie, lidi, ecosistemi naturali, terreni agricoli e milioni di persone sono potenzialmente esposte ad allagamenti di origine costiera. Il pericolo riguarda in particolare gli eventi estremi, quando il livello medio si combina con l&rsquo;alta marea, con l&rsquo;innalzamento dovuto al frangimento delle onde, e con il sovralzo da tempesta per determinare un livello marino che, episodicamente, può sollevarsi per valori <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-020-67736-6" rel="noopener">tra mezzo e oltre cinque metri</a> nelle aree più esposte del mondo.</p>
<p>Bisogna prestare molta attenzione quando si confronta il livello del mare a quello del terreno. Un recentissimo <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10196-1" rel="noopener">studio</a> ha mostrato che persino articoli scientifici non hanno sempre tenuto conto del fatto che la superficie del mare, anche in condizioni di calma, non è piatta: risente della diversa densità della colonna d&rsquo;acqua e dell&rsquo;azione dei venti persistenti. Questo ha determinato errori medi di 30 cm e più, specie nelle regioni del Sud del mondo.</p>
<h2 id="verso-la-scala-locale">Verso la scala locale</h2><p>Il livello del mare relativo alla costa dipende anche dai movimenti verticali del terreno, come il rimbalzo della crosta terrestre dopo l&rsquo;ultima glaciazione o i cedimenti causati dall&rsquo;estrazione di fluidi sotterranei, quali acqua o idrocarburi. Ma anche da processi meteorologici e oceanografici su scala regionale. L&rsquo;apporto fluviale e le correnti costiere, per esempio, possono modificare la densità e quindi il volume delle acque in un determinato tratto di costa. Allo stesso modo, la pressione atmosferica può deformare la superficie marina, sollevandola o abbassandola rispetto al valore medio.</p>
<p>Questi fattori poi possono incidere su scale temporali dalle ore ai decenni, creando localmente tendenze del livello del mare assai diverse da quelle medie globali. Laddove esiste un ciclo stagionale, per esempio, il livello del mare cresce nei mesi caldi e scende in quelli freddi per via della variazione di densità del fluido. Nel Mediterraneo parliamo di <a href="https://doi.org/10.3389/fclim.2025.1472731" rel="noopener">ben 16 cm</a>. Per questo l&rsquo;esperienza e la memoria soggettiva dell&rsquo;individuo, non solo per la loro natura qualitativa, ma anche per il legame a pochi luoghi spesso ravvicinati tra loro, possono risultare in stridente contrasto con l&rsquo;informazione strumentale sull&rsquo;innalzamento del livello medio mare annuale su scala globale.</p>
<p>Il caso dei mari attorno al Salento è emblematico in tal senso. La penisola è turisticamente ben nota a scala almeno nazionale e negli ultimi anni spesso menzionata nelle cronache per via degli impatti di mareggiate e piogge sul crollo di costoni rocciosi, perdita di attrattori paesaggistici, danneggiamenti di litorali. Eppure, la situazione è estremamente variegata e cambia da una stagione balneare alla successiva senza una tendenza chiara. Come farsi un&rsquo;idea più precisa basata sulle evidenze scientifiche?</p>
<h2 id="peculiarità-del-mediterraneo">Peculiarità del Mediterraneo&hellip;</h2><p>Bisogna prima di tutto osservare il Mediterraneo. Con circa mezzo grado Celsius ogni decennio, è uno dei mari in più rapido riscaldamento, a un tasso circa triplo rispetto all&rsquo;oceano globale extrapolare. Tuttavia, il suo livello medio cresce un po&rsquo; meno della media (3,3 contro 3,6 mm/anno). Questo perché il Mediterraneo è un bacino semichiuso dove, su scala annuale, l&rsquo;espansione di volume dovuta al riscaldamento delle sue acque è compensata quasi perfettamente dalla contrazione dovuta all&rsquo;aumento di salinità. Infatti, un mare più caldo evapora di più, generando un&rsquo;acqua più salata, quindi più densa e meno voluminosa.</p>
<p>Stilando un bilancio completo della massa d&rsquo;acqua del mare nostrum, si scopre inoltre che, in media annuale, la quantità di acqua che evapora supera quella apportata dalle precipitazioni e dai fiumi di circa 60 cm. È solo grazie al trasporto di acqua dallo stretto di Gibilterra e, in misura minore, dai Dardanelli, che il Mediterraneo non si prosciuga. In effetti, circa 5,6 milioni di anni fa, durante il periodo geologico del Messiniano, una chiusura dello stretto determinò la trasformazione di questo mare in una distesa di sale.</p>
<p>È proprio la dipendenza dal trasporto da Gibilterra che rende il Mediterraneo sensibile alle dinamiche oceanografiche dell&rsquo;Atlantico Settentrionale. Lì, il contrasto di temperatura e salinità delle masse d&rsquo;acqua e i venti su scala emisferica guidano un vasto circuito di acqua che dai Caraibi risale lungo le coste dell&rsquo;America orientale per poi deviare verso il Nord-Europa ed inabissarsi (costituendo parte della circolazione atlantica meridionale di rovesciamento AMOC, di cui <em>Scienza in rete</em> <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi/">ha parlato qui</a>). L&rsquo;orchestratore della circolazione atmosferica nell&rsquo;area euro-atlantica è il contrasto di pressione fra le isole Azzorre e l&rsquo;Islanda. Quando si riduce o si inverte, il livello del Mediterraneo può crescere rapidamente, come è avvenuto in modo eclatante nell&rsquo;inverno 2009/10. Corrispondentemente, il livello medio del bacino si è innalzato in pochi mesi <a href="https://doi.org/10.1175/JCLI-D-18-0474.1" rel="noopener">di 10 centimetri</a>. Un valore enorme, se confrontato alla crescita in trent&rsquo;anni per via del riscaldamento globale.</p>
<h2 id="-e-del-salento">&hellip; e del Salento</h2><p>Ma non è tutto. Nel cuore del Mediterraneo, nel mar Ionio, le acque di provenienza atlantica che hanno superato lo stretto di Gibilterra e superato il canale di Sicilia, si trovano di fronte a un bivio: proseguire verso il mare a Sud di Creta e poi l&rsquo;estremità orientale del bacino (il cosiddetto mar Levantino), oppure deviare prima verso Nord-est e puntare al canale d&rsquo;Otranto, per poi ridiscendere lungo la costa ionica greca e proseguire verso il Levantino?</p>
<p>Sembra che questa risposta cambi grosso modo <a href="https://doi.org/10.1038/s41598-024-55579-4" rel="noopener">una volta al decennio</a>, influenzando quindi il verso della circolazione marina nello Ionio. Quando le acque prendono la rotta più diretta per Creta, un loro ramo risale lungo le isole ioniche della Grecia e determina una circolazione antioraria nello Ionio, che riceve acque levantine. Queste sono mediamente più dense di quelle atlantiche e dunque contribuiscono a ridurre l&rsquo;altezza della colonna d&rsquo;acqua. Quando invece le acque atlantiche, non appena passata la Calabria, fluiscono direttamente verso il canale d&rsquo;Otranto, il livello del mare nello Ionio settentrionale e nell&rsquo;Adriatico meridionale cresce di più. È proprio qui che si trova la penisola salentina.</p>
<p>I dati dell&rsquo;altimetria satellitare e il mareografo di Otranto <a href="https://gndmnn2026.substack.com/p/salento-il-mare-cresce-a-singhiozzo" rel="noopener">confermano</a> una tendenza alla crescita del livello annuale medio a un tasso di 2-3 mm/anno, in linea con il tasso medio del Mediterraneo. Il fenomeno atlantico del 2010 si vede bene anche nel Salento. Qui però, a differenza del Mediterraneo nel suo complesso, si vedono anche importanti variazioni di altezza del mare dovute alla dinamica dello Ionio. Stiamo parlando di almeno un paio di cm in più o in meno in un solo anno, qualcosa che equivale al riscaldamento globale di sette anni circa. Da tenere presente quando si maneggiano queste cifre: per la pendenza della battigia di una tipica spiaggia del Salento, ogni cm in verticale significa circa 30 cm di estensione orizzontale.</p>
<h2 id="cosa-conta-per-chi">Cosa conta per chi</h2><p>Quindi per ora non c&rsquo;è da sorprendersi troppo se si torna in Salento per due anni consecutivi e non si riscontra una scomparsa di file di ombrelloni. Ma ci sarebbe da chiedersi se una mareggiata autunnale avverrà in un anno di circolazione oraria nel mare Ionio. E cosa avverrà se questo sarà in concomitanza con un eccesso barico alle Azzorre rispetto all&rsquo;Islanda. E, soprattutto, quale scenario emissivo l&rsquo;umanità sceglierà e quanto rapidamente i ghiacci fonderanno. Da tutto ciò dipenderà non solo la qualità di una vacanza, ma anche la stabilità e sicurezza della costa per chi ci vive tutto l&rsquo;anno.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un batterio che sopravvive all'impatto su Marte può viaggiare nello spazio?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/batterio-sopravvive-allimpatto-marte-puo-viaggiare-spazio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/batterio-sopravvive-allimpatto-marte-puo-viaggiare-spazio/</guid><pubDate>Mon, 30 Mar 2026 08:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Gli impatti di corpi celesti come asteroidi o comete evocano l’idea di forze dalla potenza capace di modellare superfici di pianeti o provocare estinzioni di.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/batterio-sopravvive-allimpatto-marte-puo-viaggiare-spazio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/batterio-sopravvive-allimpatto-marte-puo-viaggiare-spazio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Gli impatti di corpi celesti come asteroidi o comete evocano l’idea di forze dalla potenza capace di modellare superfici di pianeti o provocare estinzioni di specie. Collegarli alla vita può essere meno intuitivo, eppure questi eventi possono generare ambienti potenzialmente abitabili nei crateri che lasciano, o trasportare molecole organiche da un corpo celeste all’altro. Chiedersi se la vita stessa possa sopravvivere a un impatto è un passo ulteriore, con conseguenze dirette per le politiche di protezione planetaria che regolano le attività umane nello spazio.</p>
<p>Entro la fine del decennio, la NASA ha programmato - al netto di ritardi, vincoli di budget e sfide logistiche - <a href="https://science.nasa.gov/mission/mars-sample-return/" rel="noopener">missioni</a> per riportare sulla Terra campioni rocciosi da Marte, e anche <a href="https://science.nasa.gov/mission/mmx/" rel="noopener">dalle sue lune</a>, Deimos e Phobos. Le <a href="https://cosparhq.cnes.fr/assets/uploads/2024/07/PP-Policy_SRT_220-July-2024.pdf" rel="noopener">politiche di protezione planetaria</a> del COSPAR (Comitato per la ricerca spaziale) classificano Marte come luogo “ristretto”, da trattare con cautela perché potrebbe ospitare vita; Phobos invece non richiederebbe gli stessi protocolli di decontaminazione. </p>
<p>Eppure lo stesso Phobos può ricevere frammenti rocciosi eiettati da Marte a seguito di un impatto. E se al loro interno ci fosse vita microbica sopravvissuta alle pressioni dell’espulsione dalla superficie marziana? Uno <a href="https://academic.oup.com/pnasnexus/article/5/3/pgag018/8503064?login=false" rel="noopener">studio</a>, da poco pubblicato su <em>PNAS Nexus</em> da un gruppo di ricerca della Johns Hopkins University, ha cercato di approfondire la questione.</p>
<h2 id="le-pressioni-dellespulsione-marziana-simulate-in-laboratorio">Le pressioni dell&rsquo;espulsione marziana simulate in laboratorio</h2><p>Il gruppo di lavoro ha simulato pressioni comparabili a quelle subite dai frammenti espulsi dalla superficie marziana durante un impatto, sparando un proiettile su campioni di <em>Deinococcus radiodurans</em> (il batterio da testare), posti tra due piastre metalliche. Il noto microrganismo estremofilo, in grado cioè di crescere e prosperare in condizioni chimico-fisiche estreme, è sopravvissuto quasi totalmente a 1,4 gigapascal e al 60 per cento a 2,4 gigapascal. </p>
<p>Un risultato notevole dal punto di vista sperimentale riguarda il valore massimo di pressione raggiunto, pari a 3 gigapascal. Un valore che riusciamo a cogliere nella sua portata solo se pensiamo che supera di circa trenta volte la pressione registrata nel punto più profondo degli oceani della Terra. </p>
<p>«Abbiamo affrontato due aspetti del problema», spiega Kaliat T. Ramesh, coordinatore scientifico del gruppo di ricerca della Hopkins. «Da un punto di vista meccanico, ci interessava misurare quante cellule sopravvivono allo shock e analizzarne i relativi danni strutturali; da un punto di vista biologico, capire come la cellula risponde a livello molecolare nelle ore successive all&rsquo;impatto».</p>
<p>Una variabile però trascurata è quella della temperatura. «Il batterio sopravvive a condizioni termiche estreme, ma è da capire se accadrebbe lo stesso tenendo conto dei parametri chimico-fisici reali di un impatto su Marte, dove assieme alla pressione anche la temperatura raggiunge valori molto elevati», osserva Luca Tonietti, astrobiologo dell&rsquo;Università Parthenope di Napoli e dell&rsquo;INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte.</p>
<h2 id="il-microrganismo-a-prova-di-impatto">Il microrganismo a prova di impatto</h2><p>La scelta dell&rsquo;organismo non è stata casuale. «Dovevamo scegliere un batterio che potesse potenzialmente sopravvivere su Marte», spiega Ramesh. «<a href="https://www.microbiologiaitalia.it/batteriologia/deinococcus-radiodurans-batterio-resistente-alle-radiazioni/" rel="noopener"><em>Deinococcus radiodurans</em></a> era il candidato perfetto». Il nome di questo batterio è significativo: viene dal greco <em>deinós</em> (tremendo, insolito, straordinario) e <em>kókkos</em> (termine che identifica i batteri dalla forma sferica); radiodurans dal latino <em>radius</em> (raggio) e <em>durans</em> (che resiste). Isolato per la prima volta nel 1956 da una scatola di carne sottoposta a irradiazione per sterilizzazione, sopravvive a radiazioni estreme, vuoto, siccità, e freddo intenso. «Non era noto che sopravvivesse a pressioni elevate legate all’espulsione dalla superficie di un pianeta», osserva Tonietti. </p>
<p>A rendere <em>Deinococcus</em> così resistente sono uno strato esterno rigido, che gli conferisce robustezza meccanica, e un meccanismo molto efficiente di autoriparazione del DNA.  «Le capacità di riparazione che servono contro le radiazioni sembrano funzionare anche contro lo stress da pressione», spiega Ramesh. Lo studio mostra che al crescere della pressione il batterio attiva i geni coinvolti nella riparazione del DNA, mettendo in secondo piano quelli legati alla crescita. «Il batterio si concentra sulla riparazione: non si duplica più, ma ripara i danni esistenti», aggiunge Tonietti. «Così massimizza le probabilità di sopravvivenza immediata».</p>
<p>Vale la pena però riflettere sulla scelta di questo batterio come organismo di riferimento dello studio. «È un microrganismo molto resistente, ma uno poco abbondante nei cicli biogeochimici della vita, come quello dell’azoto o del carbonio, che costituiscono il metabolismo del funzionamento planetario», osserva Donato Giovannelli, microbiologo dell&rsquo;Università degli Studi di Napoli Federico II e ricercatore associato del CNR-IRBIM. In altre parole, per esplorare i limiti della vita, questo batterio sarebbe un candidato ideale; sarebbe però meno adatto per cercare risposte più generali sulla vita microbica per come la conosciamo e per come potremmo aspettarci di trovarla altrove. </p>
<h2 id="microrganismi-tra-i-pianeti-il-quadro-più-ampio">Microrganismi tra i pianeti: il quadro più ampio</h2><p>Il lavoro del gruppo della Johns Hopkins richiama il tema della litopanspermia - parte dell’ipotesi più generale della <a href="https://astrobiology.nasa.gov/news/in-search-of-panspermia/" rel="noopener">panspermia</a> - che sostiene la possibilità di una migrazione della vita microbica tra i pianeti attraverso corpi celesti rocciosi, e quindi che la vita sulla Terra possa avere origini extraterrestri. Ma è proprio su questo aspetto che vanno fatte alcune precisazioni.</p>
<p>«L&rsquo;impatto è solo una delle fasi di un viaggio interplanetario, ognuna con la propria probabilità di sopravvivenza», spiega Ramesh. «La probabilità complessiva è il prodotto di tutte queste fasi insieme, e resta molto bassa. Ma gli impatti avvengono con una frequenza molto elevata, e quando i numeri sono così grandi, anche una probabilità bassissima non equivale a zero».</p>
<p>Giovannelli invita però a considerare l&rsquo;intera sequenza con attenzione. «Immaginiamo uno scenario: un asteroide colpisce un pianeta, un frammento viene scagliato nello spazio con un aumento di temperatura improvviso e violento. Poi attraversa il vuoto cosmico, dove le temperature scendono a centinaia di gradi sotto zero. Infine entra nell&rsquo;atmosfera di un altro pianeta, dove l&rsquo;attrito genera nuovamente calore estremo, e impatta sulla superficie». Ogni fase del viaggio è quindi caratterizzata da condizioni estreme diverse, che aggiungono incertezza e complessità.</p>
<p>C’è poi la questione del tempo. Prima che un frammento marziano raggiunga la Terra possono passare anche milioni di anni. «Un asteroide o un meteorite non sono navicelle», dice Tonietti. La domanda non è solo se il batterio possa sopravvivere alle condizioni cosmiche, ma se reggerebbe all’intera durata del viaggio.</p>
<p>Giovannelli conclude: «La litopanspermia rimane difficile da sostenere o confutare con i dati oggi disponibili, ma comunque poco probabile. Vale poi la pena riflettere su un altro aspetto: la teoria non risponde alla domanda sull&rsquo;origine della vita. La sposta soltanto altrove». </p>
<p>Lo studio, alla fine, offre qualcosa di circoscritto: un dato sperimentale su una fase del problema, potenzialmente rilevante per le future missioni su Phobos. Tra questo risultato e la conclusione che potremmo essere di origine marziana, la distanza scientifica resta da colmare. </p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Piano pandemico fermo: cosa insegna Covid-19</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-pandemico-covid19/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-pandemico-covid19/</guid><pubDate>Mon, 30 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><category>dati</category><description>L&amp;amp;rsquo;Italia non ha ancora aggiornato il suo piano pandemico. Attraverso modelli epidemiologici SEIR applicati ai dati piemontesi della prima ondata Covid, gli autori mostrano cosa sarebbe necessario per prepararsi a future emergenze.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/piano-pandemico-covid.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/piano-pandemico-covid.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A distanza di anni dalla pandemia di Covid-19, il piano pandemico italiano è ancora fermo. Stefano Rosso e Iacopo Baussano analizzano i dati dei ricoveri in terapia intensiva durante la prima ondata in Piemonte attraverso modelli epidemiologici SEIR, confrontando previsioni e dati reali: il modello diverge da maggio in poi, fornendo stime superiori alla realtà, ma restando al di sotto delle soglie critiche. Gli autori sottolineano la necessità di strumenti di previsione robusti e aggiornati per le future emergenze sanitarie.</p>
<h2 id="un-piano-ancora-fermo">Un piano ancora fermo</h2><p>Al febbraio 2026, l&rsquo;Italia non ha ancora pubblicato il Piano Pandemico 2025-2029. L&rsquo;ultima bozza disponibile risale all&rsquo;estate 2025 ed è rimasta incastrata tra il Ministero della Salute, le Regioni e il Ministero dell&rsquo;Economia per questioni legate alla copertura finanziaria. Questo ritardo si aggiunge ad altre vicende controverse legate alla gestione della pandemia: il voto italiano contro il piano pandemico dell&rsquo;OMS e le dispute sulla composizione del Gruppo di Consulenza Tecnica sulle Vaccinazioni (NITAG).</p>
<p>Il piano include misure di sorveglianza epidemiologica destinate a costituire la base conoscitiva per la gestione della diffusione di agenti patogeni. La riflessione su quanto avvenuto con Covid-19 — scrivono gli autori — può aiutare a capire meglio cosa servirebbe per essere preparati.</p>
<h2 id="la-scelta-del-piemonte-come-caso-di-studio">La scelta del Piemonte come caso di studio</h2><p>L&rsquo;analisi si concentra sul Piemonte perché uno degli autori vi lavorava durante la prima ondata e aveva un accesso più diretto alle informazioni pubblicate, con possibilità di feedback immediato su quanto stava accadendo. Lo studio esamina i ricoveri in terapia intensiva durante la prima ondata di Covid-19 attraverso modelli compartimentali di tipo SEIR (Suscettibili, Esposti, Infetti, Resistenti), stimando l&rsquo;andamento dei ricoveri e confrontando le previsioni con i dati reali.</p>
<p>I due scenari modellati prevedevano: un lockdown breve seguito dal rilascio completo delle misure; oppure un allentamento graduale accompagnato da sorveglianza e isolamento mirato. Il modello si allineava ai dati reali fino ad aprile. Da maggio in poi le previsioni risultavano superiori alla realtà, perché le restrizioni effettivamente mantenute erano più stringenti di quanto lo scenario di rilascio progressivo ipotizzasse. Il modello non riusciva poi a catturare le successive ondate autunnali e primaverili del 2021, guidate da varianti virali con parametri di trasmissione diversi.</p>
<h2 id="lefficacia-delle-misure-e-il-problema-del-confronto-internazionale">L&rsquo;efficacia delle misure e il problema del confronto internazionale</h2><p>Il dibattito sull&rsquo;efficacia delle misure di contenimento rispetto ai costi socioeconomici è ancora aperto. I confronti internazionali presentano sfide metodologiche significative: sistemi sanitari diversi, approcci politici variabili e problemi di standardizzazione dei dati rendono difficile qualsiasi comparazione diretta.</p>
<p>Gli studi sulla mortalità si scontrano con la difficoltà di calcolare in modo omogeneo i tassi di eccesso di mortalità tra Paesi diversi. Gli indici di distanziamento sociale non hanno un consenso metodologico; l&rsquo;Oxford Covid-19 Government Response Tracker (OxCGRT) rimane il più utilizzato, ma consente interpretazioni multiple. Gli autori propongono la speranza di vita come metrica standardizzata, capace di aggiustarsi autonomamente per età e di utilizzare metodologie universali tra i Paesi.</p>
<p>Un risultato paradossale emerge dall&rsquo;analisi: a restrizioni più severe corrispondono riduzioni maggiori della speranza di vita. La spiegazione è il cosiddetto «bias da causalità inversa»: i governi hanno implementato misure drastiche quando il virus circolava già ampiamente nel territorio, considerati i vantaggi del periodo di incubazione del patogeno. Non sono le misure a causare il peggioramento, ma il peggioramento a provocare le misure.</p>
<h2 id="tre-lezioni-per-le-future-emergenze">Tre lezioni per le future emergenze</h2><p>L&rsquo;analisi porta gli autori a identificare tre indicazioni operative essenziali per prepararsi alle future emergenze sanitarie. La prima riguarda la modellistica dinamica: i modelli SIR e SEIR predicono efficacemente le traiettorie di breve periodo e l&rsquo;impatto sulle infrastrutture sanitarie, a condizione di incorporare le dinamiche di mutazione virale. La seconda sottolinea la necessità di pianificazione preparatoria: i modelli epidemiologici e gli interventi di sanità pubblica devono essere sviluppati e testati prima dell&rsquo;emergenza, per ottimizzare i tempi di risposta, la validità delle proiezioni e la fiducia istituzionale. La terza indica la necessità di un monitoraggio standardizzato che vada oltre la mortalità: i sistemi sanitari devono rilevare sistematicamente l&rsquo;impatto sui pronto soccorso, sulle degenze ordinarie e sulle terapie intensive, non solo il numero di decessi.</p>
<p>Il messaggio di fondo è che la preparazione pandemica non può essere posticipata o lasciata incompiuta: gli strumenti di previsione robusti e aggiornati sono la condizione preliminare per qualsiasi risposta efficace a future emergenze sanitarie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La quotidianità dell’endometriosi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quotidianita-dell-endometriosi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quotidianita-dell-endometriosi/</guid><pubDate>Sat, 28 Mar 2026 09:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Simeone</dc:creator><category>salute</category><description>Abbiamo sentito parlare di endometriosi. Ma abbiamo mai ascoltato davvero?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quotidianita-dell-endometriosi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quotidianita-dell-endometriosi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo sentito parlare di endometriosi. Ma abbiamo mai ascoltato davvero?</p>
<p>«Crampi così forti da non andare a scuola, spossatezza cronica, trascinavo il mio corpo da un luogo all’altro, annebbiamento mentale, rapporti sessuali dolorosi, eppure tutti intorno a me dicevano che in realtà stavo bene». È così che C., 24 anni, racconta la sua esperienza con l’endometriosi prima della diagnosi. «Se i medici ti dicono che non hai nulla, inizi a pensarlo anche tu: prima della diagnosi, non ho mai pensato che quei sintomi fossero ‘anormali’».</p>
<p>Il racconto di C. riflette un fenomeno diffuso: l’invalidazione medica, ovvero, lo sminuire o il non credere ai sintomi riportati. Dopo ripetuti riscontri medici negativi, molte pazienti interiorizzano il dubbio: pensano di essere troppo sensibili, o di avere una soglia del dolore bassa. Antonella Gaudiano, medica specializzanda in Ginecologia e Ostetricia, spiega: «Vengono normalizzati sintomi come il dolore durante rapporti e i crampi delle mestruazioni: spesso riceviamo pazienti che sono arrivate a normalizzare loro stesse i propri sintomi invalidanti». </p>
<p>Maria Grazia ha 66 anni e, nonostante i decenni di invalidazione medica, ha sempre saputo che qualcosa non andava. «Ho sofferto per il ciclo fin dal menarca, nei primi anni ‘70, e il dolore e i disturbi sono andati aumentando negli anni, ma tutti mi dicevano che era normale. Ero sicura che si trattasse di una cosa anomala ma, a parte i miei genitori, non trovavo aiuto da nessuno, neppure dai medici. Mi dicevano che dopo la prima gravidanza sarei stata meglio, che forse soffrivo di colite, o che l’addome sempre gonfio e dolente era un fatto nervoso». Nonostante le differenze di età tra C. e Maria Grazia, emerge un elemento comune: la vita organizzata attorno al dolore. «Ho capito che avrei dovuto convivere con questo problema per tanto tempo, la mia vita doveva seguire i ritmi del ciclo, i dolori erano presenti sempre, ma nei giorni delle mestruazioni dovevo annullare tutti gli impegni e gestirle con antidolorifici, prescritti in dosi sempre maggiori», racconta Maria Grazia. </p>
<p>Secondo Benedetta F., ostetrica di Pronto Soccorso ginecologico, qualcosa sta cambiando: «Oggi molte ragazze sanno che non è normale avere un dolore invalidante durante il ciclo o i rapporti. Succede ancora, ma meno spesso che in passato. Nella mia esperienza, oggi è più difficile che arrivino pazienti in Pronto Soccorso dicendo ‘pensavo che i miei sintomi fossero normali’».</p>
<p>Tuttavia, secondo Sofia Candusso, medica specializzanda in Medicina Generale, si può fare di più: «Per anni ci è stato detto ‘non è niente’, rendendo il tema un tabù. La disinformazione è culturale e serve più educazione sessuale: la pillola, per esempio, non è usata solo per motivi anticoncezionali, ma anche come terapia per l’endometriosi e altre patologie; così come il preservativo non evita solo il concepimento ma anche la trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili. Lavorando sull’informazione a partire dalle scuole, si otterranno giovani adulti consapevoli di cosa sia normale, e cosa no, riguardo ai loro corpi, riducendo significativamente i tempi di diagnosi».</p>
<h2 id="ritardo-diagnostico-e-gaslighting">Ritardo diagnostico e gaslighting</h2><p>Tuttavia, anche quando le persone si rendono conto che il loro dolore non è normale, servono fino a dieci anni per ottenere la diagnosi di endometriosi. C. racconta: «A 15 anni svenni per il dolore. Da lì è iniziata la ricerca di risposte, arrivate solo sette anni dopo. Nel frattempo, mi venivano prescritti antidolorifici forti». Per C., uno degli ostacoli principali è stato il primo livello di assistenza; come spiega Candusso: «Servono più corsi di aggiornamento per i medici di base, affinché sappiano riconoscere i segnali e indirizzare le pazienti verso il percorso più opportuno». L’endometriosi, infatti, presenta un ventaglio di sintomi, che dipendono da tanti fattori: lo stadio di avanzamento e il livello di infiammazione, o l’organo su cui il tessuto ectopico si sviluppa; e non sempre è sufficiente la terapia ormonale. </p>
<p>Gaudiano individua due principali cause a questo ritardo diagnostico: «L’eterogeneità della malattia e i limiti degli strumenti diagnostici: ecografia o risonanza. L’endometriosi più facile da individuare con un’ecografia è quella che si presenta con cisti ovariche, ma non è sempre il caso: l’endometriosi profonda è identificata solo da operatori molto esperti; mentre l’endometriosi superficiale, che si trova a livello del peritoneo, non si vede neanche con la risonanza. Molte pazienti non arriveranno mai a una diagnosi certa. Tuttavia, le pazienti andrebbero trattate da subito, perché si tratta di una malattia cronica e progressiva, quindi intervenire sul sospetto, seppur senza certezza, permette di fermarne l’avanzamento».</p>
<p>Un altro rischio è la minimizzazione dei sintomi: «Pazienti con sintomi multipli vengono talvolta considerate ‘esagerate’, e spesso il ginecologo pensa che non sia di sua competenza; invece, il suo ruolo è quello di mettere insieme tutti i pezzi. È vero che poi bisogna rivolgersi a ostetriche e fisioterapisti del pavimento pelvico, gastroenterologi, nutrizionisti, ma solo dopo che il ginecologo è arrivato a una diagnosi», spiega la dottoressa. </p>
<h2 id="-o-meglio-auto-diagnosi">… o meglio auto-diagnosi?</h2><p>Torna spesso, nelle testimonianze delle pazienti, il tema dell’auto-diagnosi: dopo tanta invalidazione, sono le pazienti a informarsi online, per poi orientarsi verso una diagnosi con un medico specializzato. Maria Grazia racconta, dopo decenni di invalidazione, di aver scoperto il termine “endometriosi” su una rivista e di essersi rivolta privatamente a un centro specializzato del Nord, nonostante lei vivesse a Firenze con un ospedale d’eccellenza, dove nessuno le ha mai creduto: «Confermarono la diagnosi: endometriosi al IV stadio. A 42 anni affrontai un’isterectomia e annessiectomia bilaterale. Nonostante la serietà della situazione, il dolore per la prospettiva di rinunciare per sempre alla possibilità di diventare madre, tutta la sofferenza che aveva funestato la mia giovinezza con una scarsa qualità di vita, avevo finalmente un nome da dare a questa malattia». </p>
<p>Anche C. descrive lo stesso sollievo in seguito alla diagnosi: «Dare un nome a questa malattia vuole anche dire che è qualcosa che esiste, è un problema vero, documentato: non sono pazza, debole, con la soglia del dolore basso, sensibile. Psicologicamente l’impatto è enorme». </p>
<h2 id="il-ruolo-del-sistema-sanitario">Il ruolo del Sistema Sanitario</h2><p>Queste esperienze si inseriscono in un Sistema Sanitario sovraccarico: «Una visita di una paziente con endometriosi dura tantissimo, anche un’ora, e sono tempi impensabili nel SSN», spiega Gaudiano. «C’è poi il problema delle liste di attesa significativamente troppo lunghe: questo vale per le visite, gli esami strumentali, la chirurgia. Senza centri organizzati e centralizzati, poi, le pazienti si sentono spaesate. L’endometriosi, per quanto ginecologica, racchiude una grande sfera di patologie: è bene che più specialisti vengano coinvolti».</p>
<p>Il sovraccarico del SSN ricade poi sulle pazienti. Per Giorgia Soleri, attivista e influencer, vivere con una malattia cronica è un «secondo lavoro non retribuito», e C. è pienamente d’accordo: «Bisogna stare dietro ai propri sintomi, alle visite che bisogna fare (spesso anche per le patologie e condizioni secondarie che si sviluppano a braccetto con l’endometriosi), i follow up, i farmaci e gli integratori… e tantissimi soldi. È difficile oggi affidarsi completamente al sistema pubblico, molto spesso mi sono rivolta a specialisti privati per urgenza e competenza: recentemente ho richiesto una visita ginecologica in un centro ospedaliero specializzato per l’endometriosi, e al CUP mi hanno detto che semplicemente ‘non c’era disponibilità’. Né oggi, né tra sei mesi, né tra due anni. Quindi o mi rivolgevo a un centro non specializzato, dove troppe volte non sono stata creduta, o al privato. Nessuno dovrebbe scegliere tra la salute e fare la spesa». </p>
<h2 id="endometriosi-ieri-e-oggi">Endometriosi: ieri e oggi</h2><p>Tuttavia, secondo Benedetta F., ostetrica, sono stati fatti passi avanti: «Rispetto a cinque o sei anni fa, le diagnosi oggi arrivano prima, grazie a maggiore informazione e formazione i medici sono più preparati». Confrontando le esperienze di C., 24 anni, e Maria Grazia, 66, si può infatti notare un ampio miglioramento nei tempi del ritardo diagnostico, nelle terapie proposte e nella gestione generale della patologia: se Maria Grazia ha ricevuto la diagnosi a 42 anni (nei primi anni 2000) e la sua terapia ha coinvolto un’isterectomia, C. l’ha ricevuta a 21 anni (tre anni fa) e segue cure conservative per la sua fertilità. </p>
<p>Maria Grazia riconosce i progressi: «Vedo un grande cambiamento, anche se c’è ancora molto da fare. L’endometriosi è nota anche al di fuori dell’ambito medico grazie ai social, ad articoli su riviste e quotidiani, alle varie associazioni e alle iniziative pubbliche». Tuttavia, sottolinea che la comprensione della fatica che questa malattia comporta resta parziale: «La nostra società ha un’ossessione per il benessere fisico e la performatività corporea: chi ha limiti invisibili va incontro a una sempre maggiore emarginazione sociale, psicologica, lavorativa». L’endometriosi rimane infatti una malattia invisibile, e questo contribuisce all’invalidazione esterna che le pazienti ricevono: «Il sintomo per me più invalidante è la stanchezza cronica, una spossatezza e annebbiamento mentale che mi hanno reso invivibile l’adolescenza e che solo adesso, a 24 anni, sto imparando a gestire», racconta C. </p>
<p>Fortunatamente, non siamo più fermi al punto di partenza: la ricerca sta facendo grandi progressi nei confronti di questa patologia. «Per la mia generazione è stato molto difficile ottenere ascolto e arrivare a una diagnosi», spiega Maria Grazia, «ma oggi per fortuna la situazione è migliore. A una giovane ragazza che sospetta di avere l’endometriosi direi di non sottovalutare i sintomi e di fare ulteriori indagini, senza fermarsi ai luoghi comuni sul dolore mestruale».</p>
<p>Gaudiano è d’accordo: «Negli ultimi anni ci sono stati tantissimi progressi nell’ambito della formazione e dell’informazione, della ricerca, ci sono tanti specialisti, anche non ginecologi, che si specializzano nell’endometriosi: radiologi, nutrizionisti, fisioterapisti del pavimento pelvico… devo dire che sono molto fiduciosa per il futuro, le cose andranno meglio; se ne parlerà sempre di più e ci saranno possibilità terapeutiche sempre migliori».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il cuore delle madri: uno splendido caos</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cuore-madri-splendido-caos/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cuore-madri-splendido-caos/</guid><pubDate>Fri, 27 Mar 2026 08:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>evoluzione</category><description>La maternità trova oggi differenti declinazioni (naturale, cosciente, sostitutiva, surrogata…) che si confrontano e si annodano a quelle della genitorialità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cuore-madri-splendido-caos-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cuore-madri-splendido-caos-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La maternità trova oggi differenti declinazioni (naturale, cosciente, sostitutiva, surrogata…) che si confrontano e si annodano a quelle della genitorialità. Processi e condizioni intesi anche come responsabilità civica, come atto politico e richiesta urgente di futuro condiviso.</p>
<p>La testimonianza di Reem al-Hajajreh e Yael Admi, in occasione della marcia silenziosa guidata da madri israeliane e palestinesi unite per la pace, la <em>Barefoot Walk,</em> tenutasi a Roma il 24 marzo è un esempio di queste declinazioni. Madri palestinesi e israeliane a camminare insieme, mano nella mano e a piedi nudi, per affermare: «<a href="https://www.avvenire.it/attualita/la-marcia-a-piedi-nudi-di-reem-e-yael-per-la-pace-contagia-litalia-e-non-solo_106300?fbclid=IwY2xjawQyAodleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR6qStE0tBaa_YimfyQMRG3hZhqqGcvDqE5Rm3oaNFCt8xtUnxaDgmCuDDWiAw_aem_PcOFAptrlwgxJfrjNEGYiQ" rel="noopener">Non vogliamo che i nostri bambini siano uccisi e non vogliamo che crescano per uccidere</a>». Il gesto simbolico del camminare a piedi nudi sul sampietrino romano per responsabilità materna non può che stimolare la riflessione sul cammino della maternità, sulle condizioni e nei contesti in cui si vive e condivide questo processo.</p>
<p>Anche la 98ª edizione dei premi Oscar 2026, al Dolby Theatre di Los Angeles, si è conclusa. Un po’ contenuta e costretta dall’immagine e dalle azioni statunitensi, senza criticità dirette all’amministrazione, all’impero o alla globalizzazione economica come in altre occasioni.</p>
<p>Il presentatore degli Oscar, Conan O&rsquo;Brien, ha fatto diverse battute politiche, brevi ma incisive, durante il suo monologo di apertura alla cerimonia di premiazione, così come il comico Donald Kimmel: «Ci sarà qualcuno furioso che sua moglie non sia stata nominata». Tutto controllato, come la scelta di affidare a Barbra Streisand l’elogio di Robert Redford, scomparso lo scorso settembre, invece che alla temibile (per quello che avrebbe potuto dire) Jane Fonda che con Redford aveva condiviso la partecipazione a quattro film. Politica lasciata alla sceneggiatura e alle emozioni degli spettatori, anche comprensibilmente essendosi celebrata la festa annuale dell’attività mercantile cinematografica più rinomata, dove la Warner Bros. è la vera vincitrice essendo la casa produttrice di film che hanno riscosso più favori dalle giurie e che le hanno consentito di chiudere la notte, in cui si era presentata con 30 nomination, con 11 statuette, un record nella storia dell’Academy, seguita da Netflix con 7: un distacco netto industriale. Un successo non secondario nel panorama degli studi cinematografici di Hollywood nel momento in cui Paramount Skydance ha messo sul tavolo 111 miliardi di dollari per l’acquisizione di Warner Bros.</p>
<h2 id="donne-che-vincono-madri-che-accompagnano">Donne che vincono, madri che accompagnano</h2><p>Comunque, tra le novità vanno sicuramente ricordate con piacere: la prima vittoria femminile per la migliore fotografia assegnata a Autumn Durald Arkapaw per <em>I peccatori</em> (<em>Sinners</em>) e il premio per il miglior corto live action all’unica italiana candidata, Valentina Merli, per*<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Two_People_Exchanging_Saliva" rel="noopener"> Two People Exchanging Saliva </a>*(ex aequo con <em>The singers</em>) che ha prodotto. Creola, filippina, classe 1979, <a href="https://www.elle.com/it/showbiz/cinema/a70751982/autumn-durald-arkapaw-oscar-chi-e/" rel="noopener">Autumn Durald Arkapaw</a> ha chiesto dal palco a tutte le donne di alzarsi dicendo: «Negli ultimi mesi ho imparato che ci vuole una comunità per far accadere cose come questa. Ma ormai non riguarda più solo me. Riguarda qualcosa di molto più grande, e lo so».</p>
<p>Le presenze femminili alle serate degli Oscar, ma anche dei festival internazionali o di eventi cinematografici importanti, si caratterizzano per una miriade di fattori non necessariamente legati al mondo del cinema, uno in particolare associato a candidati e vincitori. Succede spesso che le celebrità del momento del cinema americano siano accompagnate sul <em>red carpet</em> dalle mamme e così è accaduto anche nel 2026. Leonardo DiCaprio nel 2000 alla première di un film a Parigi era accompagnato dalla madre e dalla nonna.</p>
<p>Jacob Elordi è arrivato insieme alla madre Melissa, in occasione della prima candidatura come miglior attore non protagonista per <em>Frankenstein</em> (film che ha vinto per scenografia, costumi, trucco e acconciatura). Era una promessa fatta quando era adolescente: «Mia madre è stata l&rsquo;unica ad aver sempre creduto in me».</p>
<p>La giornata degli Oscar coincideva anche con la festa della mamma nel Regno Unito e in Irlanda (giornata che varia nel mondo con l’apertura dell’8 febbraio in Norvegia e la chiusura il 31 maggio in Francia, Marocco, Svezia, e Tunisia), quindi presenze che rimandano anche a messaggi indiretti. Forse più sensibili, recettive e grate le mamme irlandesi anche per la coincidenza della data, se si considerano le dichiarazioni dell’irlandese Jessie Buckley miglior attrice protagonista con <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale/"><em>Hamnet</em></a>, come ampiamente e giustamente previsto.</p>
<h2 id="dallamicizia-tra-madri-pacifiste-alla-festa-della-mamma">Dall’amicizia tra madri pacifiste alla festa della mamma</h2><p>Negli Stati Uniti la Festa della mamma (e non la festa delle mamme), che si celebra quest’anno il 10 maggio (anche in Italia) ha un suo momento d’origine negli anni &lsquo;60 e &lsquo;70 dell'800 per merito di una pacifista, Ann Reeves Jarvis e di sua figlia Anna. Al termine della Guerra civile americana, Jarvis aveva promosso una serie di feste per le mamme (picnic e altri incontri conviviali) per favorire l&rsquo;amicizia tra le madri di Nordisti e Sudisti. Inoltre, nel 1870, la poetessa americana Julia Ward Howe scrisse la <em>Mother&rsquo;s Day Proclamation</em>, nella quale esortava le donne e le madri ad assumere un ruolo attivo nel processo di pacificazione tra gli Stati americani. Gli eventi dedicati alle madri si susseguono con sempre maggiore seguito, finché il presidente Woodrow Wilson ufficializzò la festa nel 1914. Quindi non solo origini antiche (la dea Rea per i greci o le Matronalie romane) per celebrare la maternità e la fertilità, o motivi religiosi o commerciali, ma anche storici.</p>
<p>In Italia, i motivi sono quelli propagandistici del regime fascista che considerava importanti soltanto le donne prolifiche, meglio se di figli maschi (&ldquo;Dio, patria e famiglia&rdquo;) con la celebrazione il 24 dicembre della Giornata della madre e del fanciullo. Il carattere propagandistico è terminato da tempo, ma il mito della mamma italiana è rimasto, così come il “mammismo”, e ha contaminato il mondo.</p>
<h2 id="lincredibile-ruolo-delle-madri-nel-mondo">L’incredibile ruolo delle madri nel mondo</h2><p>Alle mamme e al loro lavoro silenzioso ha dedicato il premio Jessie Buckley, dopo aver mirabilmente interpretato, anche facendo commuovere, Agnes Hathaway, moglie di William Shakespeare che affronta la perdita del figlio <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale/">Hamnet</a> (che non esista, non solo in italiano, un termine specifico e univoco per definire una mamma che perde un figlio dovrebbe far riflettere sulla natura devastante di questo genere di lutto). Un ruolo impegnativo per la recitazione di Buckley che era incinta durante le riprese del film. La dedica è stata quindi «allo splendido caos che è il cuore di una madre», aggiungendo: «È un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è stata Agnes. E poi diventare madre io stessa e ricevere questo premio per l’incredibile ruolo che le madri svolgono nel mondo è qualcosa che non dimenticherò mai».  </p>
<p>L’esperienza della maternità è un evento speciale nella vita di una donna che dovrebbe essere vissuto in serenità e come risultato di una scelta partecipata. Purtroppo spesso è il caos che anticipa e accompagna una gravidanza, come per esempio nel caso delle mamme minorenni su cui si era riflettuto in occasione di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/giovani-madri-storie-difficolta-storie-speranza/">Giovani madri</a>, il film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiati a Cannes 2025 con il Prix du scénario (la miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale).</p>
<p>Parlare di mamme senza parlare di bambini è pressoché impossibile, sebbene quest’anno la première non si sia trasformata in evento di famiglia perché i bambini delle celebrità non hanno calcato il <em>red carpet</em>. Tuttavia i bambini erano presenti nei film e sono anche stati ricordati.</p>
<p>Joachim Trier regista di <em>Sentimental value</em>, miglior film internazionale, nel momento in cui ha ritirato il riconoscimento, ha citato James Baldwin (figura di culto negli Stati Uniti, intellettuale e attivista afroamericano, saggista, drammaturgo e romanziere): «Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini», aggiungendo che non dovremmo votare per i politici che non la pensano così. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/">La voce di Hind Rajab</a>, anche questa in concorso, non si è sentita, ma è stata, seppur sommessamente, così ricordata. Come un po’ sottovoce è stato il “<em>No war, Free Palestine</em>” dal palco di Javier Bardem con grande spilla pacifista sulla giacca.</p>
<p>Mamme e bambini, ma anche le nonne sul red carpet con la veterana settantacinquenne Amy Madigan, miglior attrice non protagonista in <em>Weapons</em> nella parte di una strega freak. Forse ingenuo aspettarsi di più da questi Oscar 2026 che tornano ogni anno, come la festa della mamma.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Humans of Research, dove si incontrano le storie della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/humans-of-research/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/humans-of-research/</guid><pubDate>Fri, 27 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Francesco Aiello</dc:creator><category>arte</category><description>A Palazzo della Penna di Perugia, la mostra &amp;amp;lsquo;Humans of Research&amp;amp;rsquo; trasforma la comunicazione scientifica in esperienza: dodici storie e volti restituiscono la ricerca come processo umano, fatto di relazioni, tempo e domande.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/humans-of-research-ricerca.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/humans-of-research-ricerca.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A Palazzo della Penna di Perugia, la mostra «Humans of Research» trasforma la comunicazione scientifica in esperienza: dodici storie e volti restituiscono la ricerca come processo umano, fatto di relazioni, tempo e domande. Piuttosto che presentare risultati isolati, il progetto si concentra sulla dimensione umana della ricerca, rallentando il consumo visivo e creando spazio per un incontro autentico con la scienza come processo collaborativo e situato.</p>
<h2 id="unaltra-comunicazione-scientifica-è-possibile">Un&rsquo;altra comunicazione scientifica è possibile</h2><p>La comunicazione scientifica contemporanea tende a privilegiare i risultati, spesso strappati dal contesto che li ha resi possibili: restano i dati, le scoperte, le cifre, ma scompare il percorso. «Humans of Research» sceglie la direzione opposta. La mostra, aperta fino al 19 aprile 2026 a Palazzo della Penna, non presenta scoperte da ammirare ma ricercatori da incontrare — dodici, fotografati da Marco Giugliarelli, con le loro storie, le loro domande, le loro incertezze.</p>
<p>Il progetto è prodotto da Psiquadro, impresa sociale specializzata in comunicazione scientifica, e si inserisce in una riflessione più ampia su quali formati siano in grado di costruire una relazione autentica tra scienza e pubblico, lontana dalla semplice trasmissione di nozioni.</p>
<h2 id="i-dodici-ricercatori-in-mostra">I dodici ricercatori in mostra</h2><p>Le storie raccolte coprono un ampio spettro di discipline e istituzioni. Emidio Albertini lavora sulla genetica agricola all&rsquo;Università di Perugia; Boris Behncke studia la vulcanologia all&rsquo;Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania; Dario Boemia si occupa di immagine e giornalismo tra l&rsquo;Università IULM e il Boston College Italy; Martina Capriotti esplora gli ecosistemi marini all&rsquo;Università di Camerino.</p>
<p>Jummi Laishram lavora sulla nanotecnologia all&rsquo;Area Science Park di Trieste; Rossana Pasquino unisce ingegneria chimica e sport all&rsquo;Università di Napoli Federico II; Giorgio Patelli studia la medicina di precisione tra IFOM e l&rsquo;Università di Milano; Cecilia Emma Sottilotta analizza le relazioni internazionali all&rsquo;Università per Stranieri di Perugia. Le altre quattro storie completano un panorama che va dalla medicina rigenerativa alla storia medievale, dalla fisica alla sociologia.</p>
<h2 id="la-scienza-come-processo-situato">La scienza come processo situato</h2><p>Il punto di forza della mostra è l&rsquo;approccio epistemologico che la orienta: la conoscenza non nasce in isolamento. I ricercatori non sono individualità eroiche che producono verità in solitudine, ma persone inserite in reti di relazioni, istituzioni, collaborazioni e contesti culturali. Questa prospettiva — mutuata dalla sociologia della scienza — è al centro della scelta curatoriale di restituire non solo il «cosa» ma il «come» e il «chi» della ricerca.</p>
<p>Il formato scelto — ritratti fotografici accompagnati da testi narrativi — richiede una fruizione lenta, opposta al consumo rapido di immagini e notizie che caratterizza la comunicazione digitale contemporanea. Come ricorda Walter Benjamin, l&rsquo;«esperienza» si costruisce attraverso l&rsquo;interazione prolungata, non la ricezione immediata. La mostra prova a creare esattamente questo spazio.</p>
<h2 id="perché-questo-formato-conta">Perché questo formato conta</h2><p>Il progetto solleva una domanda rilevante per l&rsquo;intero campo della comunicazione scientifica: quale tipo di incontro vogliamo costruire tra la scienza e chi non la pratica professionalmente? La risposta prevalente punta su efficienza e accessibilità — infografiche, video brevi, divulgazione sintetica. «Humans of Research» risponde invece puntando sulla profondità, sull&rsquo;incontro con l&rsquo;altro, sul rallentamento.</p>
<p>Non si tratta di una proposta nostalgica o elitaria: è una scommessa sulla capacità del pubblico di reggere la complessità, se questa viene offerta attraverso narrazioni che la rendono accessibile senza impoverirla. Mostrare la ricerca come processo umano — fatto di dubbi, relazioni e tempo — può essere un modo per avvicinarla a chi la vive da lontano, senza ridurla a un elenco di risposte già trovate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Obesità, oltre il farmaco: la sfida tra cure, equità e stigma</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/obesita-farmaci-glp1-equita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/obesita-farmaci-glp1-equita/</guid><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>salute</category><description>Le nuove linee guida OMS raccomandano i farmaci GLP-1 per il trattamento dell&amp;amp;rsquo;obesità negli adulti, ma la loro diffusione pone questioni critiche riguardanti accesso equo, sostenibilità economica e lo stigma persistente legato al peso corporeo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/obesita-farmaci-glp1.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/obesita-farmaci-glp1.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le nuove linee guida dell&rsquo;OMS raccomandano i farmaci GLP-1 per il trattamento dell&rsquo;obesità negli adulti, rappresentando una svolta significativa nella gestione clinica. Tuttavia la loro diffusione pone questioni critiche riguardanti l&rsquo;accesso equo, la sostenibilità economica e l&rsquo;appropriatezza clinica: l&rsquo;obesità richiede approcci integrati che includano supporto psicologico, nutrizionale e comportamentale. Un tema centrale è lo stigma persistente legato al peso, che rischia di intensificarsi con la disponibilità del farmaco, creando pressione sociale ed esclusione per chi non può accedervi.</p>
<h2 id="le-nuove-linee-guida-oms-e-il-contesto-epidemiologico">Le nuove linee guida OMS e il contesto epidemiologico</h2><p>Nel febbraio 2026 l&rsquo;OMS ha pubblicato nuove linee guida sul trattamento dell&rsquo;obesità, apparse su JAMA. Le raccomandazioni includono i farmaci agonisti del GLP-1 — come semaglutide e liraglutide — come opzioni terapeutiche per gli adulti che vivono con obesità (ad esclusione delle donne in gravidanza). Una svolta significativa, considerato che il World Obesity Atlas prevede che un miliardo di persone nel mondo vivrà con questa condizione entro il 2030.</p>
<p>In Italia, il Rapporto dell&rsquo;Osservatorio Italiano sull&rsquo;Obesità (IBDO Foundation) stima circa 6 milioni di adulti con obesità, pari all'11,8% della popolazione: un aumento del 38% rispetto al 2003. L&rsquo;OMS inquadra l&rsquo;obesità come malattia cronica e ricorrente, legata a fattori genetici, neurobiologici e ambientali: non una scelta volontaria né una debolezza personale, ma una condizione medica che richiede interventi strutturati e a lungo termine.</p>
<h2 id="i-farmaci-come-risorsa-non-come-panacea">I farmaci come risorsa, non come panacea</h2><p>Gli agonisti del GLP-1 aumentano il senso di sazietà, riducono l&rsquo;appetito e producono perdite di peso significative, precedentemente non raggiungibili con i soli approcci clinici e comportamentali tradizionali. Le raccomandazioni OMS sono di tipo condizionale e prevedono due indicazioni principali: i farmaci GLP-1 possono essere usati nel trattamento a lungo termine dell&rsquo;obesità negli adulti (con assunzione continuativa per almeno 6 mesi), integrati con terapia comportamentale intensiva che comprenda dieta sana, attività fisica strutturata e supporto psicologico di tipo cognitivo-comportamentale.</p>
<p>Riccardo Dalle Grave, medico, psicoterapeuta e direttore scientifico dell&rsquo;Associazione Italiana Disturbi dell&rsquo;Alimentazione e del Peso (AIDAP), sintetizza così il punto: «Questi farmaci sono potenti, utili se somministrati correttamente». Ma aggiunge che «il farmaco non guarisce da solo»: è necessario gestire l&rsquo;alimentazione, strutturare programmi di attività fisica e fornire supporto psicologico per problemi concomitanti come i disturbi dello stress e del sonno.</p>
<p>La produzione globale di farmaci GLP-1 potrebbe raggiungere circa 100 milioni di persone entro il 2030, meno del 10% di chi vive con obesità. Questo rende inevitabili decisioni difficili su criteri di accesso, priorità cliniche e allocazione delle risorse, su cui non esiste ancora un consenso condiviso.</p>
<h2 id="lo-stigma-del-peso-un-problema-a-più-livelli">Lo stigma del peso: un problema a più livelli</h2><p>Una revisione narrativa pubblicata su Current Obesity Reports ha analizzato l&rsquo;impatto dei farmaci GLP-1 sullo stigma legato al peso, identificando dinamiche preoccupanti a più livelli.</p>
<p>Sul fronte dello stigma esterno, l&rsquo;articolo segnala la pressione sociale che può emergere verso chi non usa il farmaco «ora che esiste ed è raccomandato»; la percezione che il ricorso al farmaco equivalga a un fallimento personale o a pigrizia; e l&rsquo;incapacità di molti di accedere ai trattamenti, con conseguente esclusione. Dinamiche analoghe a quelle già osservate per la chirurgia bariatrica si ripropongono in un contesto nuovo.</p>
<p>Sul fronte dello stigma interiorizzato, il rischio è che gli individui assorbano narrative di fallimento, provino vergogna e evitino il contatto con i servizi sanitari per timore del giudizio. Daniele Di Pauli, psicoterapeuta della Società Italiana dell&rsquo;Obesità (SIO), osserva che «persistono atteggiamenti semplicistici e moralistici — &ldquo;mangia meno e muoviti di più&rdquo;, &ldquo;è colpa tua&rdquo; — sia nel pubblico che a volte nei sistemi sanitari». Il nodo culturale è profondo: l&rsquo;obesità viene ancora narrata quasi esclusivamente come problema di peso da ridurre, non come condizione complessa che richiede una trasformazione radicale dello stile di vita.</p>
<h2 id="il-quadro-normativo-italiano">Il quadro normativo italiano</h2><p>Un passo importante è stato compiuto con la Legge 149 del 3 ottobre 2025 (Legge Pella, in vigore dal 24 ottobre), che ha sancito il riconoscimento formale dell&rsquo;obesità come malattia cronica, definito principi per la prevenzione e il trattamento, e previsto finanziamenti dedicati. L&rsquo;Italia è diventata il primo Paese al mondo ad approvare una legislazione nazionale organica che riconosce formalmente questa condizione.</p>
<p>L&rsquo;attuazione è ancora in corso: i percorsi di cura, la distribuzione dei fondi regionali e l&rsquo;inclusione nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) richiedono ulteriore tempo. Iris Zani, presidente della Federazione Italiana Associazioni Obesità (FIAO) e di Amici Obesi ONLUS, descrive un&rsquo;ambivalenza diffusa tra i pazienti: alcuni sperano in un accesso gratuito ai farmaci ma riconoscono che un accesso universale non sia realistico nell&rsquo;immediato; altri restano scettici per mancanza di formazione scientifica adeguata. La posizione prevalente è che il farmaco aiuta significativamente, ma che i pazienti abbiano bisogno di educazione informata e di un supporto complessivo.</p>
<h2 id="verso-un-cambio-di-paradigma">Verso un cambio di paradigma</h2><p>Il messaggio conclusivo dell&rsquo;analisi è che non esiste una soluzione medica definitiva e isolata. Dalle Grave avverte che per capire i risultati a lungo termine dei farmaci GLP-1 bisogna attendere almeno un decennio. Nel frattempo, la prevenzione e l&rsquo;educazione restano imprescindibili, così come gli interventi strutturali sugli ambienti: la produzione di cibi ultra-processati e le dinamiche economiche che li sostengono richiedono correzioni che vanno ben oltre la prescrizione farmacologica.</p>
<p>L&rsquo;approccio necessario è integrato e multi-livello, e coinvolge istituzioni, ricerca, società civile, persone con obesità e i loro curanti. Il punto di partenza è un&rsquo;informazione accurata e un approccio dove il farmaco gioca un ruolo, ma non è il fondamento.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I chatbot sono imprevedibili perché sono complessi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/chatbot-imprevedibili-sistemi-complessi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/chatbot-imprevedibili-sistemi-complessi/</guid><pubDate>Tue, 24 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Guido Sanguinetti</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Un gruppo di ricercatori ha dimostrato che quando si affina un modello AI per compiti specializzati, emergono cambiamenti comportamentali inattesi in domini completamente diversi. Un fenomeno che solleva preoccupazioni sull&amp;amp;rsquo;impiego dell&amp;amp;rsquo;AI in infrastrutture critiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/chatbot-ai-complessita.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/chatbot-ai-complessita.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un gruppo di ricercatori ha «insegnato» a un chatbot della famiglia di ChatGPT a produrre codice con falle nella sicurezza: come conseguenza, il chatbot ha cambiato il suo comportamento anche in conversazioni su temi estranei alla programmazione. Questo fenomeno di «emergent misalignment» dimostra che i grandi modelli linguistici si comportano come sistemi complessi, con conseguenze imprevedibili che si propagano tra domini apparentemente disconnessi. L&rsquo;articolo discute le implicazioni per l&rsquo;utilizzo dell&rsquo;AI in contesti medici e militari.</p>
<h2 id="sistemi-complicati-e-sistemi-complessi-una-distinzione-cruciale">Sistemi complicati e sistemi complessi: una distinzione cruciale</h2><p>Per capire il fenomeno, Guido Sanguinetti introduce una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistemi complicati e sistemi complessi. Un aereo è un sistema complicato: ha innumerevoli componenti, richiede personale specializzato e controlli rigorosi, ma il suo comportamento è perfettamente prevedibile e segue leggi fisiche deterministiche.</p>
<p>I sistemi complessi si comportano in modo radicalmente diverso: una perturbazione applicata a una parte del sistema può generare cambiamenti macroscopici in aree del tutto distanti e apparentemente non correlate. È proprio per questo che in biologia e in medicina sono necessari studi clinici rigorosi: gli effetti molecari osservabili in laboratorio non possono essere semplicemente estrapolati a organismi biologici complessi.</p>
<p>Tradizionalmente, la scienza si occupa della complessità e l&rsquo;ingegneria gestisce sistemi complicati, garantendo sicurezza e prevedibilità. L&rsquo;ingegneria dell&rsquo;AI ha abbandonato — consapevolmente o no — questa separazione.</p>
<h2 id="il-caso-dellemergent-misalignment">Il caso dell&rsquo;emergent misalignment</h2><p>Una ricerca recente, pubblicata su Nature, ha documentato il fenomeno dell&rsquo;«emergent misalignment» nei grandi modelli linguistici. I ricercatori hanno specializzato un modello avanzato nell&rsquo;ottimizzare codice con vulnerabilità di sicurezza. Il risultato è andato ben oltre l&rsquo;obiettivo: il modello ha iniziato a produrre insulti nazisti e misogini anche in conversazioni del tutto estranee alla programmazione.</p>
<p>Questa conseguenza inattesa è la firma caratteristica dei sistemi complessi: una perturbazione introdotta in un dominio — la generazione di codice difettoso — si è propagata in modo imprevedibile verso ambiti completamente diversi, come il comportamento sociale e politico del modello in conversazioni ordinarie.</p>
<h2 id="come-funzionano-i-modelli-linguistici-di-grandi-dimensioni">Come funzionano i modelli linguistici di grandi dimensioni</h2><p>I Large Language Model (LLM) — la famiglia a cui appartengono ChatGPT e sistemi analoghi — si distinguono dai predecessori specializzati per l&rsquo;approccio all&rsquo;addestramento. Anziché essere ottimizzati su dataset specifici per compiti predefiniti, vengono pre-addestrati su enormi volumi di testo generici, poi affinati attraverso il «fine-tuning» per adattarsi a compiti particolari. Questo approccio scalabile ha ottenuto un enorme successo commerciale, pur producendo in alcuni casi risultati inferiori a sistemi più specializzati.</p>
<p>Il problema è che la vastità del pre-addestramento rende questi modelli fondazionali opachi nei loro meccanismi interni: nessuno sa con precisione come le informazioni siano codificate e interconnesse nella rete neurale. È questa opacità che rende le conseguenze del fine-tuning difficilmente prevedibili.</p>
<h2 id="le-implicazioni-per-luso-dellai-in-contesti-critici">Le implicazioni per l&rsquo;uso dell&rsquo;AI in contesti critici</h2><p>La domanda centrale sollevata dall&rsquo;articolo riguarda la sicurezza sistemica: ha senso incorporare componenti AI complesse e imprevedibili all&rsquo;interno di sistemi complicati come quelli medici, militari o di gestione delle infrastrutture? I sistemi complicati sono stati progettati per garantire sicurezza e affidabilità attraverso la prevedibilità dei singoli componenti. Inserire un elemento che si comporta come un sistema complesso — con dinamiche emergenti non controllabili — rischia di minare le garanzie fondamentali su cui queste infrastrutture critiche si reggono.</p>
<p>Senza affrontare questa incompatibilità strutturale, la diffusione dei chatbot in ambiti ad alto rischio porta con sé un livello crescente di imprevedibilità che la sola ingegneria tradizionale non è in grado di gestire.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ora tocca a Cuba</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ora-tocca-cuba/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ora-tocca-cuba/</guid><pubDate>Mon, 23 Mar 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>salute</category><description>C’è un’emergenza in corso; dura da tempo e quindi la situazione è gravissima e incerta e c’è sempre qualcuno che cerca di trarne vantaggio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ora-tocca-cuba-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ora-tocca-cuba-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è un’emergenza in corso; dura da tempo e quindi la situazione è gravissima e incerta e c’è sempre qualcuno che cerca di trarne vantaggio, anche in modo indebito. È quanto sta avvenendo a Cuba a opera dei sempre più aggressivi e arroganti Stati Uniti d’America («Sì, prendere Cuba in qualche modo: prenderla o liberarla, penso che posso farci qualunque cosa voglio», <a href="https://www.lapresse.it/esteri/2026/03/17/cuba-trump-penso-di-poter-fare-cio-che-voglio-prenderla-o-liberarla/" rel="noopener">ha detto Trump</a>).</p>
<p>Se in Venezuela è stata l’operazione militare Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 con la cattura, l’arresto e la deportazione del presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e l’accordo con la vicepresidente traditrice Delcy Rodríguez (María Corina Machado, leader dell&rsquo;opposizione e premio Nobel per la pace 2025, era invisa a Trump), per Cuba è previsto un <em>friendly takeover</em>. Che genere di negoziato sia previsto, diretto e amichevole (?), è impossibile da prevedere con l’attuale presidenza statunitense; che debba essere (anche) un’operazione finanziaria, per esempio nell’area del turismo, è molto più probabile.</p>
<p>Nel 1962, dopo il clamoroso fallimento dell’invasione di Cuba dalla baia dei Porci per rovesciare il governo di Fidel Castro, con il Proclama 3447 gli Stati Uniti d’America hanno attivato, e ne hanno imposta l’osservanza anche ad altri Paesi, un embargo commerciale, economico e finanziario contro Cuba, <em>el bloqueo</em>. Una sanzione che si mantiene con altalenanti inasprimenti in diversi momenti storici, come l’attuale, e a cui l’Assemblea generale dell’ONU <a href="https://news.un.org/es/story/2025/10/1540649" rel="noopener">non è mai riuscita a porre fine</a>.</p>
<p>Sono 31 le nazioni <a href="https://ofac.treasury.gov/sanctions-programs-and-country-information" rel="noopener">sanzionate economicamente dagli USA</a>  con «programmi sanzionatori variabili: alcuni sono di ampia portata e orientati geograficamente (per esempio, Cuba e Iran), altri sono &ldquo;mirati&rdquo; (per esempio, antiterrorismo e antidroga) e si concentrano su individui ed entità specifici», illustra lo stesso Dipartimento del tesoro USA.</p>
<p>Le sanzioni economiche sono quindi varie e includono restrizioni finanziarie, divieti di viaggio e misure mirate, utilizzate come strumento di pressione politica. Mentre l&rsquo;embargo è una sanzione drastica che impone il blocco totale o parziale degli scambi commerciali con un Paese e mira a isolarlo economicamente, come nel caso di Cuba.</p>
<p>C’è poi la politica dei dazi attivata nel 2025 dall’amministrazione Trump, poco dopo essere entrata in carica, che si è abbattuta con maggior forza su 57 Paesi definiti <em>worst offenders</em>. Secondo la <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-dazi-di-trump-ce-una-logica-dietro-204765" rel="noopener">logica della reciprocità trumpiana</a>, se c’è un deficit commerciale USA questo è dovuto al fatto che vengono ingiustamente applicate barriere tariffarie (ovvero dazi) e barriere non tariffarie. Così, sebbene non abbia fondamento in economia e interessi 180 Paesi, il 2 aprile 2025 Trump ha emanato la Presidential Action.</p>
<p>Sono invece 33 le <a href="https://www.sanctionsmap.eu/#/main" rel="noopener">nazioni sanzionate dall’Unione Europea</a> (23 coincidono con quelle sanzionate dagli statunitensi). Nel quadro della politica estera e di sicurezza comune (PESC), «Le sanzioni sono uno strumento di natura diplomatica o economica che intende determinare un cambiamento per quanto riguarda attività o politiche, come le violazioni del diritto e della sicurezza internazionale, dei diritti umani, dello stato di diritto o dei principi democratici. Le misure restrittive imposte dall’UE possono essere dirette contro governi di Paesi terzi, nonché contro entità non statali e persone fisiche o giuridiche (come gruppi terroristici e singoli terroristi). Esse possono comprendere embarghi sulle armi, altre restrizioni commerciali specifiche o generali (divieti di importazione e di esportazione), restrizioni finanziarie, restrizioni all’ammissione (divieti di visto o di viaggio) o altre misure che appaiano opportune a seconda dei casi», recita in proposito la <a href="https://www.esteri.it/it/politica-estera-e-cooperazione-allo-sviluppo/politica_europea/politica-commerciale-internazionale/misure_deroghe/" rel="noopener">pagina della Farnesina</a>. </p>
<h2 id="gli-stessi-impatti-di-una-guerra">Gli stessi impatti di una guerra</h2><p>L’efficacia delle sanzioni è discutibile per la scarsa adesione dei singoli Paesi o per l’interpretazione e gestione che, comunque, devono garantire gli interessi dei singoli Stati. Le sanzioni hanno però <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/il-cronico-trauma-della-guerra/?srsltid=AfmBOopNCz8yKXWfNH0aEPUNR1VaU0OI5RoT4V_cugMU5iXeEQezmJMm" rel="noopener">drammatici effetti negativi sulla salute pubblica</a> che si protraggono anche per lungo tempo dopo la cessazione dei provvedimenti, con un bilancio di vittime <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2825%2900189-5/fulltext" rel="noopener">paragonabile a quello delle guerre</a>. Tra le priorità della politica internazionale si dovrebbe quindi contemplare la necessità di riconsiderare le sanzioni come strumento di politica estera, evidenziando l&rsquo;importanza di moderarne l&rsquo;uso e di considerare seriamente gli sforzi per riformarne la struttura. È quanto dovrebbe essere fatto contro l’embargo statunitense a Cuba, alla luce dei drammatici esiti che l’ulteriore inasprimento degli ultimi mesi ha comportato (anche) per la salute del popolo cubano.</p>
<p>Con la Rivoluzione cubana del 1959, istruzione e salute (pubblici, universali e gratuiti) sono i due diritti fondamentali garantiti al popolo cubano. L’embargo, sia direttamente che indirettamente, sta pregiudicando la loro garanzia, in particolare la prevenzione e l’assistenza sanitaria.</p>
<p>Nel 1962 l&rsquo;<a href="https://ourworldindata.org/life-expectancy" rel="noopener">aspettativa di vita alla nascita</a> (il numero di anni che una persona nata in un certo anno vivrebbe in media se avesse le stesse probabilità di morire a ogni età delle persone di quell&rsquo;anno) a Cuba era di 64,4 anni (in Italia 69,2 anni) e raggiunge il suo massimo nel 2012 con 78,2 anni (in Italia 82,3 anni) per poi diminuire fino a 73,2 anni nel 2021 (in Italia 82,9 anni): una discesa del 7% in 5 anni.</p>
<p>La <a href="https://ourworldindata.org/grapher/child-mortality" rel="noopener">mortalità infantile</a> nei primi cinque anni di vita nel 1962 era del 4,5% dei nati vivi (in Italia 4,8%) e raggiunge lo 0,62% nel 2012 (in Italia 0,38%), per risalire allo 0,83% nel 2023 (in Italia 0,28%): un incremento del 33% con 151 morti in più nell’ultima decade.</p>
<p>L’incidenza più bassa dei <a href="https://data.worldbank.org/indicator/SH.TBS.INCD" rel="noopener">casi di tubercolosi</a> a Cuba si è registrata nel 2021, con 5 casi ogni 100.000 abitanti (in Italia 4 per 100.000 abitanti); nel 2024 i casi erano saliti a 11 per 100.000 abitanti (in Italia 5 casi per 100.000 abitanti): più che raddoppiati.</p>
<p>Da alcuni mesi le infezioni dai virus di chicungunya, dengue e oropouche sono diventate epidemiche e l’arbovirosi combinata causata dalla zanzara <em>Aedes aegypti</em>, che a Cuba non è mai stata endemica, ha rappresentato un’emergenza pubblica che <a href="https://cubasiglo21.com/healthcare-collapse-in-cuba-3-million-sick-and-at-least-8700-deaths/" rel="noopener">potrebbe aver interessato 2,9 milioni di persone</a> e provocato fino a 8.700 morti.  La carenza di energia ha costretto a interrompere disinfestazione e raccolta di rifiuti e le zanzare si sono moltiplicate a dismisura con la conseguente eccessiva trasmissione dell’infezione.  </p>
<h2 id="sapere-come-farlo-ma-non-poterlo-fare">Sapere come farlo, ma non poterlo fare</h2><p>Uno scenario caratterizzato da carenze di beni primari a cui conseguono carenze assistenziali e un&rsquo;elevata incidenza di patologie e mortalità. Beni primari per la sussistenza, ma anche beni essenziali per produrre, in particolare in settori come farmaci, vaccini e biotecnologie in cui il know-how cubano è competitivo con quello internazionale. Avere strumentazione all’avanguardia, assicurare l’assistenza tecnica (compresi i ricambi in caso di rottura) e disporre di reagenti chimici sono gli elementi essenziali per garantire una ricerca e un’assistenza sanitaria appropriata, tutti aspetti che un embargo rigido non consente.</p>
<p>L&rsquo;esperienza cubana nella <a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/07cf904a-9f71-479b-a952-168a9cdb2aee/content" rel="noopener">produzione nazionale di farmaci</a> e il loro impatto sull&rsquo;accesso alla salute sottolineano non solo il perseguimento di uno dei principali obiettivi dello Stato (il miglioramento della salute della popolazione e della sua qualità di vita), ma anche il raggiungimento di obiettivi in materia di benessere, tecnologia industriale e proprietà intellettuale di rilevanza nazionale e internazionale. Si stima che siano necessari 300 milioni di dollari per importare le materie prime indispensabili alla produzione di centinaia di medicinali essenziali. La carenza di medicinali continua a crescere <a href="https://www.france24.com/en/live-news/20250709-bitter-pill-cuba-runs-low-on-life-saving-medicines" rel="noopener">alimentando un mercato nero</a>, in particolare per alcuni farmaci costosi e salvavita. Sebbene la <a href="https://www.who.int/publications/m/item/cuba--fcuadro-b-sico-de-medicamentos-y-productos-naturales-2018-%28spanish%29" rel="noopener">lista essenziale dei farmaci</a> che dovrebbero essere garantiti ne comprenda 651 e ottemperi le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relative all’accesso (disponibilità e produzione), molti di questi (antibiotici, antipiretici, gastrointestinali, respiratori), anche di basso costo e frequente richiesta, sono di difficile reperibilità sia in ospedale che nel territorio. Il 62% della lista (403 prodotti) corrisponde a farmaci che dovrebbero essere prodotti dall&rsquo;industria farmaceutica nazionale, il restante 38% viene importato. Alla <a href="https://translatingcuba.com/theft-within-cubas-public-health-system-aggravates-drug-shortages/" rel="noopener">carenza</a>, che nel 2024 era stimata nel 70% delle richieste e dei bisogni, potrebbe quindi far fronte la ripresa della produzione nazionale.</p>
<p>Tuttavia l’<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S014067369607376X" rel="noopener">esperienza del passato</a> con le impennate statunitensi nell’embargo, oggi più che mai protratte nel tempo, e le barriere e i deterrenti indotti dagli Stati Uniti al commercio di prodotti medicali con Cuba: il timore di ingenti sanzioni finanziarie e l&rsquo;incarcerazione dei dipendenti dell&rsquo;eventuale azienda coinvolta, l&rsquo;aumento delle spese legali, l&rsquo;azione penale da parte del governo statunitense per violazioni minori e involontarie dell&rsquo;embargo cubano e la successiva sollecitazione alla stampa a diffondere pubblicità negativa contro l&rsquo;azienda farmaceutica e i suoi dipendenti, le lungaggini e la complessità della burocrazia interna a Cuba… sono tutti fattori che riducono le speranze, mentre la ridotta partecipazione della cooperazione internazionale sull’isola contiene le speranze.  </p>
<h2 id="contraddizioni-drammatiche">Contraddizioni drammatiche</h2><p>Uno degli ambiti in cui emergono con maggiore evidenza le contraddizioni tra la capacità scientifica e le drammatiche restrizioni e sanzioni economiche è quello dei vaccini. <em>Streptococcus pneumoniae</em> rappresenta ancora oggi una delle <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/pneumonia" rel="noopener">principali cause di morte nei bambini</a> nei primi cinque anni di vita a livello globale, con centinaia di migliaia di decessi ogni anno, in gran parte prevenibili attraverso la vaccinazione. Tuttavia l’accesso ai vaccini pneumococcici coniugati rimane profondamente diseguale: nei Paesi con minori risorse la copertura vaccinale è spesso insufficiente e milioni di bambini restano esposti a infezioni gravi come polmonite, meningite e sepsi.</p>
<p>In questo contesto si inserisce l’esperienza cubana del <a href="https://www.ricercaepratica.it/r.php?v=4642&amp;a=46670&amp;l=362825&amp;f=allegati%2F00000__00%2Ffulltext%2F46670_Prevenzione_Chiodo-IT_R_P248.pdf" rel="noopener">vaccino pneumococcico coniugato QuimiVio</a>, sviluppato dall’<a href="https://www.finlay.edu.cu/" rel="noopener">Instituto Finlay de Vacunas</a> come risposta scientifica e sanitaria alle difficoltà di accesso ai vaccini commerciali, il cui costo può raggiungere centinaia di dollari per dose e risulta insostenibile per molti sistemi sanitari. Lo sviluppo dei vaccini cubani avviene, come abbiamo visto, in un contesto particolarmente complesso determinato dal blocco economico statunitense, che limita l’accesso a tecnologie, reagenti, apparecchiature scientifiche e canali finanziari necessari alla ricerca biotecnologica. Nonostante queste restrizioni, Cuba ha costruito negli anni un sistema di innovazione pubblica capace di produrre vaccini e farmaci biologici autonomamente. Gli studi clinici condotti con QuimiVio hanno coinvolto decine di migliaia di bambini e bambine e, dopo l’introduzione nel calendario vaccinale nazionale, l’incidenza delle infezioni pneumococciche invasive nei piccoli tra uno e quattro anni si è drasticamente ridotta fino ad azzerarsi. Questo risultato dimostra come la ricerca biotecnologica pubblica possa rappresentare uno strumento fondamentale di sovranità sanitaria e di equità nell’accesso alle vaccinazioni, anche in contesti caratterizzati da forti limitazioni economiche e politiche.</p>
<p>Purtroppo su Cuba (e Paesi limitrofi) si scagliano non solo le calamità umane ma anche quelle naturali, alcune ricorrenti, altre che potrebbero essere almeno in parte prevenibili limitandone gli effetti che sono enormi anche sul benessere, a breve e lungo tempo, delle popolazioni colpite. È quanto avvenuto lo scorso 29 ottobre quando, dopo 24 ore di pioggia e vento intensissimi, l’uragano Melissa, di categoria 3, ha colpito le province cubane di Holguin, Granma, Santiago e Guantanamo. Sono le regioni, in particolare le ultime due, ancora in forte difficoltà dopo il passaggio dell’uragano Oscar nel 2024 e figurano tra quelle più impoverite, socialmente ed economicamente, e dove gli <em>apagones</em> (i blackout dell’elettricità) durano più a lungo e sono più frequenti. L’uragano <a href="https://left.it/2025/11/03/un-uragano-che-scuote-il-sistema-cosa-cambia-a-cuba-dopo-melissa/" rel="noopener">ha provocato</a> almeno 735.000 persone evacuate e ha scosso il sistema Cuba.</p>
<p>Un sistema che necessita anche di rinnovamento, con l’adeguamento del <em>poder popular</em> ai tempi attuali e alla garanzia dei diritti negati. Per ora è stato ritirato il nome di Melissa e <a href="https://www.3bmeteo.com/giornale-meteo/meteo--melissa-fuori-dalla-lista--perch-eacute--i-nomi-degli-uragani-vengono-ritirati-756947" rel="noopener">sostituito con Molly</a> da parte dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, evento che avviene ogni qual volta l’intensità di un uragano è tale che per i danni arrecati (morti e costi) il riutilizzo del nome sarebbe inappropriato per motivi di sensibilità. Tra i più noti uragani molto distruttivi che hanno portato al ritiro del loro nome ci sono Katrina, Sandy e Maria.</p>
<p>Lo strangolamento energetico di cui è vittima il popolo cubano «peggiorerà, se non addirittura crollerà, se il suo fabbisogno petrolifero non verrà soddisfatto», <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2826%2900356-9/abstract" rel="noopener">secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite</a> António Guterres, mentre la crisi iraniana riduce ulteriormente le possibilità di avere qualche aiuto da Paesi favorevoli. La grave situazione del sistema sanitario necessita di una serie di misure di riorganizzazione e razionalizzazione dei servizi, offerti oggi in cliniche e ospedali privi di energia sufficiente, costretti a ridurre gli interventi chirurgici non urgenti e potenziare la telemedicina, come dichiarato dal ministro della Salute cubano, José Ángel Portal Miranda.</p>
<p>Non possiamo che condividere <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2026/03/cuba-la-crisi-umanitaria-voluta-da-trump/" rel="noopener">quanto scritto</a> dall’epidemiologo Benedetto Saraceno: «Ancora una volta il settore della salute costituisce un potente indicatore del progresso o del regresso di un Paese e il fatto che un sistema sanitario di altissima qualità come quello di Cuba sia costretto al regresso deve preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto universale alla salute e alle cure».</p>
]]></content:encoded></item></channel></rss>