<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Scienza in rete — libri + arte</title><link>https://www.scienzainrete.it/</link><description>Articoli della sezione libri + arte su Scienza in rete</description><generator>Hugo</generator><language>it-IT</language><lastBuildDate>Fri, 16 Oct 2026 08:06:00 +0200</lastBuildDate><item><title>Guerra e clima: l’ecocidio resta nel tempo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo/</guid><pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:06:00 +0200</pubDate><dc:creator>Enrico Bergianti</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel suo nuovo saggio &amp;amp;ldquo;Guerra e clima - L&amp;amp;rsquo;ecocidio che distrugge la Terra&amp;amp;rdquo; (Il Saggiatore), la giornalista Stefania Divertito firma un&amp;amp;rsquo;inchiesta sui danni ambientali dei conflitti e su come gli atti di guerra, che talvolta danno corpo a veri e propri ecocidi, continuino ad affamare, a far ammalare e a uccidere anche dopo la fine delle ostilità. Divertito parte dalla storia e dalle storie e realizza interviste esclusive, muovendosi tra scienza e geopolitica e mostrando come il diritto internazionale stia recependo una nuova sensibilità sull&amp;amp;rsquo;ambiente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’impatto ambientale della guerra, a uno sguardo distratto, può sembrare un tema a tratti controverso. O perché appare come ovvio - della serie: la guerra porta distruzione, è palese che anche l’ambiente venga danneggiato e preoccuparsene è un esercizio di stile - o perché viene percepito, in una certa misura, come poco rispettoso, in termini di priorità, verso chi muore, chi resta ferito, chi perde persone care, chi perde la casa, chi perde tutto. </p>
<p>Per non incappare in questo ragionamento ci arrivano in soccorso le 212 pagine di <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/guerra-e-clima" rel="noopener"><em>Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra</em></a>, il nuovo libro della giornalista scientifica Stefania Divertito e pubblicato da Il Saggiatore. A due anni dall’uscita di <em>Uccidere la Natura. Come l’umanità distrugge e salva il Pianeta</em>, Divertito firma un’altra inchiesta a tema ambientale. Autrice attiva nel campo del giornalismo e della saggistica scientifica d’inchiesta, Divertito ha anche una riconosciuta esperienza in ambito politico e istituzionale: è stata portavoce del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e, contestualmente, capo ufficio stampa del Ministero dell’Ambiente durante la  XVIII legislatura. </p>
<p><em>Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra</em> è un libro che si muove tra scienza, storia, diritto, istituzioni, geopolitica. È un saggio sul futuro e lo si capisce sin dalla dedica a Irene, la nipote dell’autrice, nominata anche nel finale del libro. È un libro sul presente, sulla drammatica attualità geopolitica, ma è un saggio che parte dal passato, tanto che Divertito porta subito chi legge in medias res parlando di un campo di battaglia sventrato a Verdun, in Francia, durante quella immane tragedia che è stata la Prima Guerra Mondiale. </p>
<p>Cosa ci dice il suolo di Verdun? Che un conflitto del passato ha conseguenze ancora visibili e concrete sul presente: basti pensare all’uso di napalm in Vietnam o di uranio impoverito nei Balcani e alle malattie che ne sono seguite. Il saggio si sviluppa attorno a una scaletta organizzata e coerente che va a fondo su cosa voglia dire parlare di danni climatici della guerra. Capiamo che le guerre di oggi non sono solo un dramma del presente, ma anche del futuro: una bomba sganciata oggi ha conseguenze immediate, drammatiche, assassine; ma continuerà ad averne a medio e lungo termine. Questo vale anche per la distruzione delle foreste, per gli sversamenti in mare, per la demolizione degli edifici, per l’avvelenamento del suolo, per la distruzione di centrali o di pozzi petroliferi. </p>
<p>Il saggio di Divertito è un saggio scientifico rigoroso: ci sono studi, dati, definizioni, dubbi. Divertito elenca molti dati, per esempio, sugli ecocidi in Ucraina e nella Striscia di Gaza: sono dati inevitabilmente incompleti, sia perché è difficile calcolarli sia perché le guerre sono in corso, e quindi offrono dati parziali, ma che sono certamente validi e danno un orizzonte di senso. </p>
<p>Divertito non dà mai per scontato l’intreccio tra i dati di oggi e gli scenari di domani, ma lo affronta dedicando un’intera sezione, di 30 pagine, ai numeri: come si calcola il danno ambientale di un conflitto, oggi e per il futuro? La risposta arriva da esperienze concrete e tuttora in corso, frutto del lavoro e della competenza di persone come Anna Berti Suman, Doug Weir e Lennard De Klerk, che Divertito intervista nel saggio. Divertito ha realizzato interviste esclusive, come quella a Borys Indichenko, Capo della Procura Specializzata per l&rsquo;Ambiente in Ucraina. All’interno di questa ampia sezione si torna a capire, con estrema chiarezza, perché il conteggio dei danni ambientali non è né ovvio né tantomeno irrispettoso.</p>
<p>Non è ovvio perché, oltre a stimolare le conoscenze che servono a studiare questo danno, il filone di studi sugli impatti ambientali delle guerra sta facendo nascere un diritto espressamente legato a questo tema; non è irrispettoso perché, come scrive Divertito, è stato proprio un rappresentante delle istituzioni di un paese aggredito - cioè Pavlo Kartashov, viceministro ucraino dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Agricoltura  - a portare alla COP 30 di Belém, nel 2025, i dati che mostravano il peso dell’aggressione russa anche sull’ambiente del loro stato: «Un Paese aggredito, che avrebbe potuto fermarsi alle proprie vittime, decideva di contare anche il suolo, l’acqua, gli animali, ciò che la guerra distrugge senza che nessuno ne raccolga la voce, e allargava la definizione stessa del crimine che subiva». Solo considerando, erroneamente, <em>Homo sapiens</em> come una specie che non ha a nulla a che fare con l’ecosistema in cui vive e opera ci può essere una giustificazione nel considerare i crimini di guerra ambientali come semplici danni collaterali ai crimini di guerra più strettamente “umani”. Anche perché, come emerge chiaramente nel saggio, sono anche gli umani, anche quelli che per il momento sono sopravvissuti, a essere messi in pericolo dalle conseguenze degli ecocidi. </p>
<p>Un ecocidio non può riguardare l’ambiente ma esentare dai danni la nostra specie: riguarda entrambi, anzi, non c’è nessun “entrambi”, perché <em>Homo sapiens</em> è parte dell’ambiente. L’ipotesi-Gaia di James Lovelock e Lynn Margulis, elaborata alla fine degli anni Settanta, sostiene che la Terra è il sistema di cui tutti siamo ingranaggi insieme ai viventi e agli elementi che compongono ciò che esiste. Un’idea che eredita anche la tradizione di pensiero del XIX secolo e le visioni di grandi scienziati come Alexander Von Humboldt o Charles Darwin. Non si capisce perché, quindi, per la guerra questa idea sia messa in stand by, creando un doppio standard (come quello delle emissioni dei reparti delle difese di tutto il mondo che non sono conteggiate come emissioni dai report ufficiali) che appare inconciliabile non solo con la morale, ma anche con la scienza stessa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Qual è il punto di vista dell'AI?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/qual-punto-vista-dellai/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/qual-punto-vista-dellai/</guid><pubDate>Fri, 25 Sep 2026 19:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Un romanzo scritto da un&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale può commuovere quanto uno scritto da una persona. Eppure scoprirlo ci delude. Non è sentimentalismo: sapere chi ha scritto un testo cambia quello che possiamo imparare da esso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/qual-punto-vista-dellai-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/qual-punto-vista-dellai-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel suo articolo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/">E se l&rsquo;AI uccidesse la nostra immaginazione?</a> Jacopo Mengarelli parte da un libro e arriva a molte domande, per esempio se una macchina che conoscesse tutta la musica fino a Haydn avrebbe potuto scrivere Beethoven. Tra le tante, c&rsquo;è una confessione che vorrei riprendere: tra un seguito scritto male dall&rsquo;autrice amata e un capolavoro scritto con l&rsquo;AI, preferirebbe il primo.</p>
<p>Mengarelli registra questa preferenza. Io vorrei tentare di spiegarla. Escludendo anzitutto che la preferenza sia accordata per sentimentalismo, o per diffidenza verso lo strumento. Anzi sostengo il contrario: sapere chi ha scritto un testo non è una questione di affetti, ma di conoscenza. Cambia quello che dal testo possiamo imparare. Per capirlo conviene partire da un caso in cui la provenienza, invece, non ci importa affatto.</p>
<h2 id="il-farmaco-e-il-romanzo">Il farmaco e il romanzo</h2><p>Se domani un sistema di intelligenza artificiale trovasse un farmaco efficace contro una malattia che mi riguarda, lo prenderei senza chiedermi chi l&rsquo;ha scoperto. Non sarebbe una scelta eccentrica: la medicina lo fa da sempre. L&rsquo;aspirina è stata usata per più di settant&rsquo;anni prima che, nel 1971, John Vane ne chiarisse il meccanismo d&rsquo;azione. Il litio si prescrive nel disturbo bipolare dalla fine degli anni Quaranta, e perché funzioni è ancora in buona parte discusso. A chi prende un farmaco importa che uno studio clinico ne abbia verificato efficacia e sicurezza, non la biografia di chi l&rsquo;ha proposto.</p>
<p>La scienza ha fatto di questa indifferenza una norma. Il sociologo <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Mertonian_norms" rel="noopener">Robert Merton, nel 1942</a>, la chiamava universalismo: un risultato si giudica per quello che dice e per come regge alla verifica, non per chi lo firma. Chi fa ricerca vorrà poi capire perché, e non solo sapere che una cosa funziona; ma il paziente può fermarsi prima, e nessuno glielo rimprovera.</p>
<p>Lo stesso paziente, però, la sera, davanti a un romanzo, probabilmente non sarebbe così indifferente. Se scoprisse che il libro che lo ha tenuto sveglio è stato generato da una macchina, ci resterebbe male. Perché la provenienza, irrilevante per il farmaco, dovrebbe contare per il romanzo?</p>
<h2 id="due-modi-di-leggere">Due modi di leggere</h2><p>La prima risposta che viene in mente è che nei romanzi ci immedesimiamo, e in una macchina non ci si può immedesimare. Ma le cose sono meno semplici. Leggendo Harry Potter ci mettiamo nei panni di Harry, non di J.K. Rowling. È quello che gli psicologi chiamano trasporto narrativo: ci si immerge nella storia e la si vive dal punto di vista di chi la abita. Un personaggio umano e plausibile resta tale anche se l&rsquo;ha scritto una macchina, e il lettore che non lo sa si commuove lo stesso.</p>
<p>C&rsquo;è però un secondo rapporto, quello con l&rsquo;autore. Da sempre ammiriamo gli scrittori capaci di far vivere molti punti di vista. La domanda da cui parte questo articolo mi è venuta leggendo Michail Bachtin, che nei romanzi di Dostoevskij vedeva una polifonia: voci diverse, anche opposte a quella dell&rsquo;autore, che convivono senza essere schiacciate. In quella ammirazione c&rsquo;è anche un pensiero su di noi: un cervello come il nostro è stato capace di tanto, e quindi, almeno in potenza, anche il nostro.</p>
<p>I pochi dati sperimentali vanno nella stessa direzione. In uno studio uscito nel 2023 su <em>Cognitive Research: Principles and Implications</em>, Lucas Bellaiche e colleghi hanno mostrato ai partecipanti dipinti tutti generati da un&rsquo;intelligenza artificiale, assegnando a caso l&rsquo;etichetta «creato da un umano» o «creato da un&rsquo;AI». Le opere con l&rsquo;etichetta umana sono state giudicate migliori su tutti i criteri: gradimento, bellezza, profondità, valore. E in un secondo esperimento la preferenza per l&rsquo;etichetta umana, almeno su gradimento e bellezza, cresceva quanto più i partecipanti vedevano dietro l&rsquo;opera una storia e uno sforzo.</p>
<p>I meccanismi quindi sono due, e non stanno in fila. L&rsquo;immedesimazione avviene comunque; ma il valore del libro, quello che ci resta quando lo chiudiamo, dipende da chi l&rsquo;ha scritto. Resta da capire perché.</p>
<h2 id="il-testo-come-testimonianza">Il testo come testimonianza</h2><p>Aiuta un argomento che il filosofo <a href="https://doi.org/10.1086/448287" rel="noopener">Kendall Walton ha proposto nel 1984</a> a proposito della fotografia. Una fotografia e un dipinto iperrealista possono essere identici, osservava, eppure non valgono allo stesso modo come prova. La foto dipende da ciò che raffigura indipendentemente da ciò che crede il fotografo: se la scena fosse stata diversa, la foto sarebbe stata diversa. Il dipinto invece passa per le credenze del pittore. Stessa immagine, valore di prova diverso, e la differenza sta tutta nel percorso che l&rsquo;ha prodotta.</p>
<p>Applicato ai romanzi, il principio regge, ma la direzione si inverte. Per Walton il vantaggio della foto è che salta la mente di chi la fa, invece, il valore di un personaggio sta proprio nel fatto che è passato per una mente. Rowling non è mai stata un ragazzino mago, ma per scrivere Harry ha dovuto simulare dentro di sé quel modo di sentire e trovarlo abitabile. Nel fantastico si inventa il mondo, non il modo di sentire: la paura, il lutto, l&rsquo;amicizia di Harry dovevano essere abitabili per una persona reale. Il personaggio che ne esce è una prova: questo è un modo possibile di essere umani. Per questo un falso ci ferisce. Nel 2006 si scoprì che <em>A Million Little Pieces</em>, il memoriale di James Frey sulla dipendenza, era in buona parte inventato. Il libro era lo stesso di prima, ma molti lettori si sentirono traditi: il testimone non c&rsquo;era.</p>
<p>Un testo generato da un&rsquo;AI, nello schema di Walton, somiglia piuttosto a una fotografia. Non del mondo, però, ma di ciò che gli esseri umani hanno scritto: dipende dalle regolarità di milioni di testi, non dalle credenze o dall&rsquo;esperienza di qualcuno. Per questo è un&rsquo;ottima prova di ciò che è tipico dire, e una prova debole di ciò che è possibile vivere. La ricombinazione può produrre punti di vista coerenti sulla pagina che nessuno ha mai confrontato con un vissuto.</p>
<p>Si obietterà che il controllo finale lo fa il lettore: se un personaggio mi sembra vero è perché lo riconosco nella mia esperienza, chiunque l&rsquo;abbia scritto. Ma il riconoscimento funziona solo per ciò che conosciamo già. Il valore più alto della narrativa è portarci fuori dalla nostra vita: un&rsquo;altra epoca, un altro corpo, un lutto che non abbiamo attraversato. Proprio lì non possiamo verificare nulla da soli e dobbiamo fidarci del fatto che qualcuno abbia fatto il controllo al posto nostro. La dipendenza dall&rsquo;autore cresce con la distanza tra il testo e la nostra esperienza, come per ogni testimonianza.</p>
<p>C&rsquo;è poi chi sostiene che l&rsquo;autore, così come lo intendiamo oggi, sia solo una convenzione nata per ragioni economiche e legali, e che quindi non possa fare da testimone di nulla. <a href="https://dgemc.web.ac-grenoble.fr/sites/default/files/Media/document/quest_ce_quun_auteur_par_michel_foucault.pdf" rel="noopener">Michel Foucault, nel 1969</a>, lo descriveva come una funzione legata alla proprietà dei testi e alla responsabilità di chi li firma. <a href="https://scholarlycommons.law.case.edu/faculty_publications/901/" rel="noopener">Martha Woodmansee, nel 1984</a>, ha mostrato come l&rsquo;idea moderna dell&rsquo;autore geniale sia nata nella Germania del Settecento, insieme al mercato del libro e alle prime rivendicazioni del diritto d&rsquo;autore. È vero, e va concesso. Woodmansee chiude anzi il suo saggio con Herder, che invitava a leggere un libro come una divinazione nell&rsquo;anima del suo creatore. È la versione romantica della testimonianza: il libro come finestra sull&rsquo;anima unica di chi l&rsquo;ha scritto.</p>
<p>Quasi negli stessi anni, però, succedeva qualcosa che va nella direzione opposta. Nel 1795 Friedrich August Wolf mise in dubbio che l&rsquo;<em>Iliade</em> e l&rsquo;<em>Odissea</em> avessero un solo autore, e dopo gli studi di Milman Parry sulla poesia orale sappiamo che quei poemi sono almeno in parte il frutto di generazioni di cantori. Per più di due millenni li si era letti e amati senza sapere nulla di chi li avesse composti, e il loro valore non è crollato quando Omero è diventato un nome collettivo. Non c&rsquo;era un&rsquo;anima da divinare, ma c&rsquo;erano molte menti umane, ciascuna messa alla prova davanti a un pubblico.</p>
<p>L&rsquo;argomento che propongo è infatti più modesto di quello di Herder. Non dice che il testo riveli l&rsquo;anima unica di chi l&rsquo;ha scritto; dice che è passato per una mente umana che ha trovato abitabile quel punto di vista. L&rsquo;autore, così come lo intendiamo oggi, tiene insieme due funzioni: il proprietario, che incassa e risponde davanti alla legge, e il testimone. La prima è nata con il mercato del libro; la seconda è più antica, come mostra Omero, e ne è indipendente: diamo valore alla testimonianza di un sopravvissuto anche quando è anonima e non porta un soldo a nessuno. Dal Settecento le due funzioni hanno viaggiato insieme. L&rsquo;intelligenza artificiale le separa: un proprietario si trova sempre, magari un&rsquo;azienda, un testimone no.</p>
<p>Questa tesi ha un limite. Vale per le opere il cui valore comprende una conoscenza dell&rsquo;esperienza umana: il romanzo, la lirica, il ritratto, il memoriale. Vale molto meno per il puro gioco formale, come un enigma o un acrostico, e per la decorazione, come un motivo astratto o un logo. Lì la provenienza pesa meno come conoscenza, e chi sostiene che conti solo il risultato ha buone ragioni.</p>
<h2 id="una-media-non-un-coro">Una media, non un coro</h2><p>Tutto questo aiuta anche a capire perché i testi generati da un&rsquo;AI suonano spesso impersonali, un aggettivo che per chi scrive equivale a una stroncatura. Un modello linguistico non somma le voci su cui è stato addestrato: tende a produrre la continuazione più probabile, cioè la più tipica. È l&rsquo;opposto della polifonia di Dostoevskij, che tiene le voci distinte. Il modello le fonde in una sola, che non è di nessuno.</p>
<p>Il confronto con le fiabe lo mostra bene. Anche le fiabe popolari sono testi scritti da tutti, anonimi e collettivi, eppure non hanno niente di impersonale. Sono passate per generazioni di narratori, ognuno dei quali ha scelto che cosa tenere e che cosa cambiare, verificandolo sul proprio pubblico e sulla propria esperienza. È una collettività che seleziona, non una statistica che fa la media.</p>
<p>Per descrivere l&rsquo;effetto mi sono tornati in mente i nonluoghi di Marc Augé: aeroporti, centri commerciali, aree di servizio. Spazi puliti, efficienti, persino rassicuranti, senza identità né storia, dove passano tutti e non abita nessuno. Mentre leggiamo non ce ne accorgiamo. Il disagio arriva dopo, quando scopriamo che il testo è stato generato da un&rsquo;AI e ciò che ci era sembrato familiare si rivela vuoto.</p>
<h2 id="dove-sta-lautore-quando-cè-una-macchina">Dove sta l&rsquo;autore quando c&rsquo;è una macchina</h2><p>Resta da capire chi sia l&rsquo;autore quando è una macchina a produrre il testo. Non è la prima volta che l&rsquo;arte se lo chiede, e la storia è istruttiva. Nel 1961 Nanni Balestrini fece comporre a un calcolatore IBM la poesia <a href="https://www.bibliotechebologna.it/objects/media-tape-mark-i-1962" rel="noopener"><em>Tape Mark I</em></a>, ricombinando secondo regole precise frammenti di testi scelti da lui, tra cui il diario di un medico sopravvissuto a Hiroshima. Nello stesso anno Raymond Queneau pubblicava <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cent_Mille_Milliards_de_Po%c3%a8mes" rel="noopener"><em>Cent mille milliards de poèmes</em></a>, dieci sonetti stampati su fogli tagliati a strisce, senza alcun calcolatore, i cui versi intercambiabili ne generano centomila miliardi: nessuno li leggerà mai tutti, e non è quello lo scopo.</p>
<p>In questi casi riconosciamo lo status di artista a chi ha progettato la regola, non al calcolatore. Ma la regola da sola non basta: contano i materiali su cui lavora e la scelta dei risultati da mostrare. Balestrini non ha scelto Hiroshima per caso. Anche oggi, tra gli artisti che lavorano con l&rsquo;intelligenza artificiale, quelli presi più sul serio sono spesso quelli che si riprendono queste scelte: Anna Ridler, per <a href="https://avantarte.com/insights/avant-essay/anna-ridler-whats-it-worth" rel="noopener"><em>Mosaic Virus</em></a>, ha fotografato a mano migliaia di tulipani per costruire i dati con cui addestrare il suo modello.</p>
<p>Con i grandi modelli linguistici la situazione è diversa. Regole e dati li ha scelti un&rsquo;azienda, e chi scrive interviene solo alla fine. Si dirà che anche questi modelli sono progettati da esseri umani; ma è la differenza tra chi ha inventato la macchina fotografica e un fotografo. Gli ingegneri progettano uno strumento generale, non un&rsquo;opera.</p>
<p>Vale per chi scrive quello che vale per il fotografo, e qui sta anche la risposta a una domanda che Mengarelli si pone: un articolo scritto con un forte aiuto dell&rsquo;intelligenza artificiale è di chi lo firma? Lui risponde di sì, e io sono d&rsquo;accordo, a una condizione: che il punto di vista sia suo, cioè che sia lui ad aver scelto che cosa dire, con quali materiali e che cosa scartare. Ed è proprio per questo che va detto che cosa ha fatto la macchina. Altrimenti il lettore non ha modo di sapere dove passa il confine.</p>
<h2 id="le-strisce-pedonali-per-lintelligenza-umana">Le strisce pedonali per &ldquo;l&rsquo;intelligenza umana&rdquo;</h2><p>Se la provenienza ha un valore di conoscenza, dichiararla non è una cortesia ma un&rsquo;informazione, come la fonte in un articolo di giornale. Per questo non sono d&rsquo;accordo con il consiglio di Mengarelli di togliere dai testi i segnali che la tradiscono, se non si vuole essere scoperti. Va nella direzione opposta a quella che servirebbe.</p>
<p>La direzione giusta mi fa pensare alle strisce pedonali. Sulle strisce la precedenza non va al più veloce ma al più vulnerabile, che è anche il più libero: al pedone bastano le proprie gambe. E l&rsquo;onere di fare attenzione ricade su chi guida il mezzo più potente. Il pedone, qui, è chi pensa e scrive con i propri mezzi, senza intelligenza artificiale; l&rsquo;automobilista è chi la usa. Tradotto: non dovrebbe essere l&rsquo;umano a dimostrare di non essere una macchina, ma chi usa la macchina a rallentare e dichiararsi.</p>
<p>Le prime strisce, peraltro, esistono già. Dal 2 agosto si applica l&rsquo;articolo 50 del regolamento europeo sull&rsquo;intelligenza artificiale, che obbliga chi pubblica testi generati o manipolati con l&rsquo;AI «allo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico» a renderlo noto. L&rsquo;obbligo però cade se il testo è passato per una revisione umana o un controllo editoriale e qualcuno ne detiene la responsabilità. È una scelta rivelatrice: la norma protegge la responsabilità, non l&rsquo;autorialità. Garantisce che qualcuno risponda del testo, non che dietro ci sia un punto di vista vissuto. Per la narrativa, dove secondo l&rsquo;argomento di queste pagine la provenienza conta di più, non c&rsquo;è alcun obbligo di dirlo ai lettori. C&rsquo;è solo, per le aziende che producono questi sistemi, l&rsquo;obbligo di marcare ogni testo generato con un segnale invisibile, leggibile dalle macchine, che per i sistemi già in commercio scatta il 2 dicembre. Anche per i romanzi una striscia esiste, insomma, ma è dipinta con un inchiostro che vedono solo le macchine.</p>
<p>La storia delle strisce contiene anche un avvertimento. Come ha ricostruito lo storico Peter Norton in <em>Fighting Traffic</em>, prima dell&rsquo;automobile la strada, nelle città americane, era di tutti, e i pedoni la attraversavano dove volevano. Negli anni Venti le campagne per la sicurezza stradale, in cui automobile club e case automobilistiche ebbero un ruolo di primo piano, resero popolare la parola <em>jaywalker</em>, fino ad allora un insulto poco diffuso, per ridicolizzare chi attraversava fuori dalle regole. Nel 1922, a Detroit, la Packard portò in parata una finta lapide dedicata a un certo Mr. J. Walker, sceso dal marciapiede senza guardare. Nel 1925 il codice del traffico di Los Angeles obbligò i pedoni del centro a restare sulle nuove strisce. Le strisce, insomma, sono nate insieme come protezione e come recinto: il pedone ha ottenuto la precedenza lì, ma in cambio ha lasciato alle auto il resto della strada. Con l&rsquo;intelligenza artificiale può succedere lo stesso: ci si accontenta di qualche spazio protetto, con l&rsquo;etichetta «fatto da un umano», e si lascia alle macchine tutto il resto senza nemmeno discuterne.</p>
<p>La metafora dice anche un&rsquo;altra cosa. Per strada il pedone è minacciato dagli altri, che però tornano pedoni appena scendono dall&rsquo;auto. Con l&rsquo;intelligenza artificiale siamo le due cose nello stesso momento: pensiamo con la nostra testa e intanto affidiamo una parte del lavoro all&rsquo;AI. Nessuno ci obbliga, lo facciamo perché è comodo. E qui le strisce non bastano: proteggono chi cammina dall&rsquo;essere investito, non dal disabituarsi a camminare. Un pedone che usa solo l&rsquo;auto è al sicuro, ma non è più un pedone.</p>
<p>Accanto alle regole servono allora luoghi dove pensare senza assistenza abbia un senso proprio. Gli scacchi offrono un modello: i programmi battono qualunque campione e nella preparazione li usano tutti, ma durante le partite è vietato usarli. Nessuno vive questa divisione come un recinto, perché la partita tra persone ha un valore suo. La scuola potrebbe essere il luogo più naturale per una divisione simile, a patto che il «senza» non sia solo un divieto ma un esercizio che mostra a che cosa serve.</p>
<h2 id="unipotesi-da-verificare">Un&rsquo;ipotesi da verificare</h2><p>Mengarelli osserva che ci manca un&rsquo;epidemiologia epistemica, cioè dati su che cosa l&rsquo;intelligenza artificiale faccia al nostro modo di conoscere. È l&rsquo;osservazione che condivido, e l&rsquo;argomento proposto qui produce almeno un&rsquo;ipotesi da mettere alla prova. Se il valore dell&rsquo;autore è di conoscenza, la delusione nello scoprire che un testo è stato generato da un&rsquo;AI dovrebbe essere più forte per le opere che pretendono di raccontare un&rsquo;esperienza, come un memoriale o un romanzo di guerra, e più debole per un giallo a enigma o un gioco di parole. Se invece fosse uguale ovunque, avrebbe ragione chi parla di un semplice pregiudizio verso la macchina.</p>
<h2 id="come-è-nato-questo-articolo">Come è nato questo articolo</h2><p>Questo articolo è nato da una conversazione con Claude Opus 5.5, un modello linguistico di Anthropic, dopo la lettura del testo di Mengarelli. I contributi sono dichiarati secondo <a href="https://credit.niso.org" rel="noopener">CRediT</a>, la tassonomia dei ruoli che molte riviste scientifiche usano per dire chi ha fatto che cosa. Claude è uno strumento, non un autore: la responsabilità di quanto scritto è mia.</p>
<p><strong>Ideazione</strong>: Sergio Cima (principale), Claude (di supporto). Mie le intuizioni di partenza: il confronto tra il farmaco e il romanzo, il punto di vista umano che un personaggio trasmette al lettore, il legame con i nonluoghi e l&rsquo;impersonalità, l&rsquo;artista algoritmico come progettista della regola, la metafora delle strisce pedonali. Di Claude la formulazione dell&rsquo;autore come testimone e l&rsquo;analogia con Walton.<br>
<strong>Indagine</strong> (raccolta e controllo delle fonti): Claude (principale), Sergio Cima (di supporto). Diversi riferimenti mi erano già noti: Bachtin, all&rsquo;origine della domanda sui punti di vista, Augé, da cui viene l&rsquo;immagine dei nonluoghi, e le tesi di Foucault sull&rsquo;autore.<br>
<strong>Redazione - bozza originale</strong>: Claude.<br>
<strong>Scrittura - revisione e modifica</strong>: Sergio Cima.<br>
<strong>Supervisore</strong>: Sergio Cima.</p>
<h2 id="branch-abbandonati" class="titolo-minore"><strong>Branch abbandonati</strong></h2><p>Scrivendo questo articolo ho esplorato alcune idee e poi le ho lasciate da parte. Le segnalo per chi volesse proseguire.</p>
<ul>
<li><em>Il valore di impresa.</em> Conta anche chi arriva per primo, come Fontana con i suoi tagli; il falsario, osservava Denis Dutton nel 1979, inganna su che cosa qualcuno è riuscito a fare. Forse è un&rsquo;altra forma di conoscenza: vedere un uomo sollevare trecento chili mi dice che cosa può fare un corpo come il mio.</li>
<li><em>Il lettore come testimone.</em> Se un punto di vista generato da un&rsquo;AI mi prende e lo abito, il vissuto c&rsquo;è, ed è il mio. L&rsquo;obiezione pesa soprattutto sui testi di pura invenzione.</li>
<li><em>Un dato scomodo.</em> In un esperimento di Melanie Green e Timothy Brock (2000), presentare lo stesso racconto come cronaca o come invenzione non cambiava né il coinvolgimento dei lettori né le convinzioni che ne ricavavano.</li>
<li><em>La domanda su Beethoven.</em> Una macchina che conoscesse la musica fino a Haydn potrebbe inventare Beethoven? È la domanda sulla creatività che cambia le regole, e qui resta senza risposta.</li>
</ul>
<h2 id="riferimenti" class="titolo-minore"><strong>Riferimenti</strong></h2><ul>
<li>Jacopo Mengarelli, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/">«E se l&rsquo;AI uccidesse la nostra immaginazione?»</a>, <em>Scienza in rete</em>, 25 settembre 2026.</li>
<li>Michail Bachtin, <em>Dostoevskij. Poetica e stilistica</em>, Einaudi, 1968.</li>
<li>Lucas Bellaiche e colleghi, «Humans versus AI: whether and why we prefer human-created compared to AI-created artwork», <em>Cognitive Research: Principles and Implications</em>, 8, 42, 2023, <a href="https://doi.org/10.1186/s41235-023-00499-6" rel="noopener">doi:10.1186/s41235-023-00499-6</a>.</li>
<li>Kendall L. Walton, «Transparent Pictures: On the Nature of Photographic Realism», <em>Critical Inquiry</em>, 11(2), 1984, pp. 246-277.</li>
<li>Martha Woodmansee, «The Genius and the Copyright: Economic and Legal Conditions of the Emergence of the &lsquo;Author&rsquo;», <em>Eighteenth-Century Studies</em>, 17(4), 1984, pp. 425-448.</li>
<li>Marc Augé, <em>Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità</em>, Elèuthera, 1993.</li>
<li>Peter D. Norton, <em>Fighting Traffic: The Dawn of the Motor Age in the American City</em>, MIT Press, 2008.</li>
<li><a href="http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj" rel="noopener">Regolamento (UE) 2024/1689</a> sull&rsquo;intelligenza artificiale, articolo 50.</li>
<li>Melanie C. Green, Timothy C. Brock, «The Role of Transportation in the Persuasiveness of Public Narratives», <em>Journal of Personality and Social Psychology</em>, 79(5), 2000, pp. 701-721.</li>
</ul>
]]></content:encoded></item><item><title>E se l’AI uccidesse la nostra immaginazione?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/uccidesse-nostra-immaginazione/</guid><pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Una recensione del libro Tutta un’altra storia di Fabrizio Allione e Riccardo Milanesi (Codice edizioni, 2026): che ne sarà della nostra creatività se può fare tutto Claude? Un articolo di giornale che scrivo con ChatGPT è mio? Dove va a finire il gusto di inventarsi nuove storie se nessuno crederà che è tutta farina del mio sacco?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/tutta-un-altra-storia/" rel="noopener"><em>Tutta un’altra storia</em></a> di Fabrizio Allione e Riccardo Milanesi (Codice edizioni, 2026, 320 pagine, 20€) è innanzitutto un libro di filosofia, che mi ha lasciato più inquieto di prima. Non so quale fosse l’intenzione degli autori, ma è piuttosto ovvio che uno degli scopi fosse porre le domande, senza necessariamente rispondere o tranquillizzare. Sottotitolo: <em>Scrivere e raccontare nell’era dell’intelligenza artificiale</em>.</p>
<p>Non sarà questa una recensione di quelle che citano continuamente i trafiletti del libro e scrivono “come dicono gli autori”, ma piuttosto un flusso di coscienza mio personale (scusate, non scrivo mai articoli in prima persona) generato dalla lettura del libro. È un po’ come se il libro fosse il prompt e io l’AI.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/uccidesse-nostra-immaginazione-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina libro sull&rsquo;AI Tutta un&rsquo;altra storia" width="1665" height="2480" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Innanzitutto, serve precisare che le riflessioni fatte da Allione e Milanesi non riguardano gli utilissimi impieghi dell’intelligenza artificiale per generare codici, ristrutturare siti, tradurre, riassumere, contare, organizzare tabelle e fogli di calcolo, fare ricerche veloci di fonti, sbobinare interviste, compilare noiosissimi form e via dicendo. Questa è l’AI che vogliono tutti, almeno spero: è quella che espleta le burocrazie alleggerendo non di poco attività noiose di vario tipo. È l’analogo del “chiudere le miniere”, se c’è una nuova tecnologia che ci fa soffrire di meno tanto vale adottarla – rimandiamo a un’altra puntata il tema del ricollocamento di chi perde il lavoro a causa della “chiusura delle miniere” e di altre antonomasie.</p>
<p>Dicevamo, il tema del libro non riguarda questo. Anzi, ora che l’AI può farmi da passacarte, sarebbe infatti l’inferenza, posso finalmente dedicarmi per davvero e appieno alla mia attività creativa, per la quale ho studiato. Posso scrivere articoli, libri, fare podcast, scrivere musica, che bello. Peccato che l’AI possa fare anche questo. Ecco qual è il filo conduttore del libro: che ne sarà della nostra creatività se l’AI non solo risolve le scartoffie, ma genera tranquillamente contenuti creativi prima inesistenti?</p>
<p>Da qui urge quindi parlare di: autorialità, plagio, etica della professione, gusto, interesse personale, soddisfazione individuale, qualità. Come minimo.</p>
<p>Io oggi, da giornalista, posso dare in pasto a Claude una serie di fonti e fargli scrivere un articolo. Dice, non l’hai scritto tu, non sei l’autore. Però, va detto che fino all’altro ieri chiunque volesse copiare e riorganizzare testi di altri avrebbe potuto tranquillamente farlo, prendendo comodamente da quello che c’è già in rete. In barba a qualsiasi norma deontologica ed etica professionale (e se ne vedono molto palesi di questi casi in giro, social compresi, ma non stiamo a fare nomi). E in generale il plagio è sempre esistito, anche quando Verga vinse la causa contro Mascagni per avergli copiato la sua <em>Cavalleria Rusticana</em>.</p>
<p>Il punto sta nel fatto che inevitabilmente la professione giornalistica si evolve e deve modificarsi con l’avvento dell’AI generativa.</p>
<p>In ogni caso, l’AI ha bisogno del mio comando iniziale, delle fonti che gli dico io, di organizzarle come dico io. E poi, devo comunque controllare che quello che scrive sia giusto: spunta spesso qualche allucinazione per cui si inventa dei dati che non stanno scritti da nessuna parte. E poi, lo stile. Io voglio che lo stile sia il mio, non quello di Claude o ChatGPT. Quindi c’è da risistemare tutta una serie di frasi, punteggiature, paragrafi nel mio stile e praticamente il tempo risparmiato alla fine non è poi così tanto.</p>
<p>Ma di chi è l’articolo scritto con un forte aiuto dell’AI? È mio, su questo non ho dubbi. D’altra parte, fino a ieri, i miei coautori sarebbero dovuti essere Google, Deepl e una valanga di altri siti. E poi, perché vergognarsi di farsi riassumere un report dell’IPCC che non legge nessuno con le sue tremila pagine? Me lo aveva detto anche una delle autrici (no, non vi dico chi): non li legge nessuno i rapporti IPCC da capo a fondo. E ci mancherebbe. Quello che importa è che in quei testi c’è condensata la migliore scienza del cambiamento climatico esistente al mondo, chi vuole si legge i capitoli che crede più interessanti. Peraltro, i politici non leggono nemmeno le cinque paginette del <em>Summary for Policymakers</em>. Quindi non mi sento neanche in colpa, devo dire.</p>
<p>Per quanto riguarda l&rsquo;etica della professione, tuttavia, il discorso è che io voglio essere l’autore di me stesso, e quindi ho interesse che il mio prodotto sia bello, leggibile e originale. Parentesi: è il motivo per cui serve anche un po’ di buon gusto quando si editano i testi di ChatGPT, perché i maledettissimi trattini lunghi (lunghissimi) bisogna eliminarli (sono loro “—”) così come va eliminato dagli URL questo “?utm_source=chatgpt.com”. E varie altre “firme” tipiche (per ora) dell’intelligenza artificiale. Sempre che non vogliate essere scoperti, certo, altrimenti possiamo anche considerarle delle operazioni di trasparenza: «Ho usato ChatGPT, embè?».</p>
<p>Ricordo che alla prima lezione sull’intelligenza artificiale al Master in comunicazione della Scienza della Bicocca feci questa domanda al docente. Se dovessi dare in pasto a un’AI tutta la letteratura musicale dall’inizio dei tempi a, che ne so, Mozart, e dovessi chiedergli di continuare a scrivere la musica che è venuta dopo senza conoscerla, cosa mi risponde? Mi butta fuori Beethoven, Schumann, Verdi e Berlioz? Non credo che la risposta mi soddisfacesse. Oggi l’AI generativa è in grado di scrivere musica “nello stile di”. E la cosa non mi spaventa molto, dal momento che si impara già in Conservatorio a imitare gli stili degli autori. Lo spavento è più il saper creare eventualmente qualcosa di originale, un Beethoven che viene partorito basandosi però solo sulla musica fino a Haydn. Lo saprebbe fare l’AI? Questo mi inquieta. In ogni caso, prima di porsi tale quesito, Allione e Milanesi dicono che il problema sta innanzitutto nel definire cosa si intende con <em>creatività</em>. Da sempre autori e autrici di qualsiasi cosa si sono basati su quello che veniva prima di loro ed è inevitabile che sia così; la costruzione della conoscenza non può che essere socratica. Cioè, tutto non può che svilupparsi su concetti precedenti già noti e compresi.</p>
<p>Il senso del produrre nuovi contenuti, quindi, torna a essere quello della soddisfazione personale di dare voce a un determinato bisogno espressivo. Certo, se fossi un compositore squattrinato e l’unico modo per mantenermi fosse scrivere musica orripilante per la pubblicità, allora sì che la faccio scrivere all’AI. D’altra parte, anche Galileo <a href="https://www.astronomia.com/progetti/locchio-infinito-di-galileo/chi-era-galileo-galilei/galileo-astrologo/" rel="noopener">scriveva</a> gli oroscopi per avere più entrate economiche. E il discorso vale anche per il giornalismo, dove la metà dei giornalisti con posizione previdenziale attiva sono lavoratori autonomi, il 70% dei quali guadagna meno di 25mila euro all’anno (<a href="https://www.odg.it/la-grande-ibridazione-e-la-perdita-di-fiducia-nel-giornalismo/65007" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2025.03.-lo-stato-del-giornalismo-italiano-presentato-il-report-inps.html" rel="noopener">qui</a>) – vedi anche il dibattito sull’equo compenso di <a href="https://www.odg.it/bartoli-equo-compenso-per-i-giornalisti-il-governo-scelga-con-chi-stare/67299" rel="noopener">questi giorni</a>). Beh, stanti queste situazioni, chi me lo fa fare: faccio fare tutto a Claude e tanti saluti!</p>
<p>Il problema, come scrivono gli autori (ecco, alla fine l’ho detto), è che tutto questo strabordare di prodotti AI, libri fatti con l’AI, quasi per niente editati, pubblicati da Amazon (c’è chi scrive ormai fino a 300 libri l’anno senza molti sforzi), stanno saturando il mercato di schifezze, visto che, inevitabilmente, lavorando in questa maniera, la qualità tende ad abbassarsi. Diciamo che l’AI usata in questo barbaro modo sta svolgendo la stessa funzione di impoverimento culturale che ha svolto per anni <em>Il Grande Fratello</em>. Inquinare l’offerta culturale. (Ma poi, chi se li legge 300 libri? I lettori e le lettrici quelli sono).</p>
<p>In ogni caso, il rapporto coi lettori muta inevitabilmente. Se sono un amante di J. K. Rowling (al di là delle note controversie) e mi voglio leggere e rileggere gli Harry Potter, lo faccio sapendo che ogni singola parola è uscita dal suo cervello. Non me ne importa niente di un sequel scritto con l’AI, se non ho la garanzia assoluta che sia suo di lei. Anzi, dirò di più: preferirei un sequel scritto male del mio autore preferito che un capolavoro scritto con l’AI. Ma come fanno invece autrici e autori nuovi? Come si costruiscono il loro futuro rapporto di fiducia col pubblico lettore, oggi che non esiste più la certezza che anche il migliore romanzo possa avere paragrafi scritti con l’AI? Eppure, scrivono gli autori – e due –, la tecnologia e il mezzo di espressione hanno da sempre influenzato il contenuto veicolato. A partire dai messaggi via telegrafo. Fino a Word che ci suggerisce le modifiche da fare (era Camilleri, mi pare, che aveva le parole tutte sottolineate di rosso perché le scriveva in siciliano inventato?).</p>
<p>Forse resta davvero solo un problema di etica professionale?</p>
<p>Ho come l’impressione però che tutto il libro sia una grande giustificazione per dire: c’è sempre stata della tecnologia che ha sparigliato le carte in tavola, basta adattarsi. Così come il cellulare in classe, oggi toglierlo elimina la possibilità di usare l’AI per fare temi in classe e compiti di matematica. Ma a casa ritorna (e torna lo scroll infinito che forse ci sta rimbambendo <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s00787-026-03083-7" rel="noopener">sempre</a> di <a href="https://psycnet.apa.org/fulltext/2026-89350-001.html" rel="noopener">più</a>). Come si fa allora a essere sicuri che l’apprendimento funzioni per davvero? Va be’, si è sempre copiato – potrebbe essere la risposta – a casa e a scuola, anche prima dell’avvento del PC. Basta adattarsi, e usare l’AI insieme a scuola per capire limiti e potenzialità dello strumento (come il <em>chatbot</em> che fa finta di essere Saffo che ci risponde dall’isola di Lesbo).</p>
<p>«Una rivoluzione che non sarà né indolore né immediata» è tra le ultime frasi del libro. Va be&rsquo;, alla fine ho citato anche il trafiletto.</p>
<p>Non saprei bene come chiudere questa recensione in stile <em>stream of consciousness</em>. Io speravo di trovare delle risposte tranquillizzanti leggendo <em>Tutta un’altra storia</em>, ma ho trovato ancora più interrogativi e turbamenti. E forse è giusto così, visto che ancora non sappiamo niente sull’AI, non abbiamo una sua epidemiologia epistemica. Non sappiamo se ci renderà ancora più stupidi degli scroll sui social, se castrerà completamente la nostra creatività o se, come si sta <a href="https://www.ilpost.it/2026/09/12/intelligenza-artificiale-sterminio-umani/" rel="noopener">discutendo</a>, farà annichilire l’umanità intera. L’unica magra consolazione è che si può sempre spegnere tutto. E se l’AI dovesse impedircelo, taglieremo i cavi con le forbici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Green Dressing: vestirsi senza chiudere gli occhi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi/</guid><pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dai materiali alla produzione, dal consumo allo smaltimento: l’impatto della moda è un intreccio di questioni ambientali e sociali. In &amp;amp;ldquo;Green Dressing&amp;amp;rdquo; (il Mulino, 2026), la fashion designer Caterina Moro ne ricostruisce la complessità e mostra perché non esistono scelte a impatto zero ma, semmai, scelte più consapevoli e responsabili</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quanti abiti avete nell’armadio? Quante scarpe nella scarpiera, quante sciarpe nei cassetti?<br>
Contarli, magari controllando anche la loro composizione, è l’esercizio che Caterina Moro propone quasi all’inizio di <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815396235" rel="noopener"><em>Green Dressing</em></a> (il Mulino, 2026). Un punto di partenza per ragionare su un problema che è sia massiccio sia intricato: quello dell’impatto dell’industria della moda. Un impatto ambientale, legato a varie forme di inquinamento, al consumo di suolo e risorse; ma anche sociale, perché quello della moda è un sistema che non si sviluppa nello stesso modo in tutte le aree del pianeta e segna diseguaglianze profonde per la salute e i diritti delle persone. </p>
<h2 id="lelefante-nellarmadio">L&rsquo;elefante nell&rsquo;armadio</h2><p>Che l’industria della moda abbia un grave impatto ambientale e sociale è qualcosa che, tutto sommato, “si sa”, di cui è difficile essere del tutto inconsapevoli: vengono pubblicati report e articoli, ce ne parlano contenuti social; ce ne accorgiamo anche nei negozi, dove sempre più spesso abbiamo di fronte etichette che evidenziano un capo <em>green</em>, <em>organic</em>, <em>recycled</em>, e in parte anche quando, camminando per strada, ci imbattiamo in uno di quei grandi raccoglitori per gli abiti dismessi. Eppure, è tendenzialmente meno sentito rispetto ad altri gravi problemi ambientali e sociali; per Moro, però, è “un elefante nell’armadio”, perché «Il nostro rapporto con gli abiti non può non essere parte di un discorso sulla sostenibilità: rappresenta forse il punto centrale di tutta la riflessione».</p>
<p>Se - chi più chi meno - siamo comunque almeno vagamente consapevoli del problema, ben più difficile è riuscire ad avere un quadro d’insieme che permetta di mettere insieme i diversi pezzi del puzzle: quanto pesa effettivamente questa industria? Dove lo fa: nella scelta del materiale, nel suo smaltimento, nella produzione, nel trasporto? Vale la pena scegliere un tessuto piuttosto di un altro? Qual è il meno impattante? Quando, invece di buttare un abito nei rifiuti, lo getto nell’apposito raccoglitore, cosa avviene, e davvero aiuto a minimizzare quell’impatto? In che modo la politica, italiana ed europea, fa fronte a questo problema? </p>
<p>L’enorme pregio di <em>Green Dressing</em> è tendere un filo (è il caso di dirlo) per cucire insieme tutti questi aspetti. Fornire, appunto, il quadro d’insieme, partendo proprio dalle basi: come si articola il sistema moda – di cosa parliamo quando parliamo di fast fashion e ultra fast fashion, ma anche di haute couture e prêt-à-porter, che ne sono comunque parte integrante e come tale hanno il loro ruolo e il loro peso. Ma anche di come è cambiato il nostro rapporto con gli abiti, di come sia influenzato e a sua volta influenzi l’industria che li produce. Dalle basi, attraversa la realtà di questo sistema, dai materiali alla loro lavorazione, dal consumo a ciò che avviene agli abiti dismessi, fino all’intero quadro normativo, che al riguardo è, proprio in questo anni, in piena trasformazione a livello europeo e nei singoli diversi Stati (ed è di recente l’introduzione in Francia di una <a href="https://www.fanpage.it/stile-e-trend/moda/francia-contro-ultra-fast-fashion-tasse-fino-a-12-euro-su-ogni-capo-i-marchi-che-rischiano-il-malus/" rel="noopener">tassa per contrastare l’ultra fast fashion</a>).</p>
<h2 id="scelte-responsabili">Scelte responsabili</h2><p>Moro riesce ad affrontare la complessità del tema in modo chiaro, lineare e, non meno importante, basandosi sui dati – dati che restituiscono l’enormità del problema. Per fare solo qualche esempio: «Secondo alcune stime – ed è bene ricordare che sono stime approssimative, basate solo sul numero dei capi venduti, perché i brand non divulgano il numero dei capi prodotti -, il sistema moda immette sul mercato circa 100 miliardi di capi l’anno […] Per immettere sul mercato più di 100 miliardi di capi l’anno, e buttarne via 100 milioni di tonnellate , il sistema moda produce ogni anno tra il 2 e il 10% delle emissioni globali di gas serra (stima UNEP, United Nations Environmental Program) e consuma 215 miliardi di metri cubi d’acqua […] Circa il 30% delle microplastiche (stima IUCN, International Union for Conservation of Nature) presenti nei mari viene dal tessile: dalla produzione dei tessuti sintetici così come quelle rilasciate nei lavaggi casalinghi». E ancora, poco dopo: «Lavorare nel sistema moda comporta, a livello globale, criticità strutturali: la presenza, ancora oggi, di lavoro minorile e lavoro forzato, la compressione di salari e tempi di lavoro, limitazioni alla libertà di associazione e, soprattutto, rischi legati a salute e sicurezza sul luogo di lavoro, che includono sia la sicurezza fisica degli impianti tessili sia l’esposizione degli operai a condizioni di lavoro pericolose, specialmente a causa delle sostanze usate per la produzione e il trattamento dei tessuti». Vale la pena fare uno spoiler: queste criticità non rimangono relegate ai Paesi asiatici e nemmeno l’Italia ne è del tutto esente. </p>
<p>Può anche sembrare strano, o anche stonato, che Moro sia una fashion designer, una parte integrante di questo sistema così problematico. Ma sono proprio il suo lavoro e la sua formazione a garantire uno sguardo completo e informato – e la posizione personale dell’autrice è, quasi relegata, nelle ultime pagine del saggio: «il punto di partenza necessario per salvare il pianeta è smettere di considerarci separati dalla natura». </p>
<p><em>Green Dressing</em> è un riferimento eccezionale per chi questi problemi li conosce poco o nulla. Perché non sono problemi che si possano ignorare: vanno conosciuti, e vanno conosciuti nella loro complessità. Così come è un riferimento eccezionale per chi è almeno in parte già consapevole e, oltre a desiderare di approfondire, cerca di fare scelte quotidiane più sostenibili. Perché come sempre la responsabilità non è di un solo brand, di una sola industria: anche la moda è un sistema e, come scrive Moro, «Nessuno si sente mai pienamente responsabile, ma il sistema si regge su una catena in cui ciascun anello contribuisce a produrre un impatto reale e tangibile». Nel saggio, infatti, non ci sono eroi e dannati: ci sono pratiche e scelte che riguardano sia i produttori (tutti i produttori) sia i consumatori. Tanto che Moro evita il termine sostenibilità, «abusato, talvolta ambiguo, che può significare tutto e il contrario di tutto», preferendogli quello di responsabilità, «perché tutti – aziende, consumatori, governi – abbiamo delle responsabilità: verso gli altri esseri umani e verso il pianeta che ci ospita».</p>
<p>Mettiamolo subito in chiaro, comunque: non esistono un tessuto, un materiale, un abito, un brand, una tipologia di produzione o di riciclo – non esiste nulla che sia a impatto zero. È un concetto fondamentale, che non a caso in <em>Green Dressing</em> ricorre sottolineato più volte. Non c’è una soluzione magica, e proprio questo rende la sostenibilità, o responsabilità, così fondamentale per minimizzare l’impatto delle nostre scelte. E infatti questo non è un manuale d’istruzioni, non offre la risposta per chiudere la questione. Fornisce però gli strumenti per metterle in pratiche, quelle scelte responsabili – per noi consumatori, leggere un’etichetta, riflettere sui propri acquisti, usarli (perché sì, anche il modo in cui li usiamo ha un impatto non trascurabile: basta pensare all’energia richiesta per il lavaggio e a come le caratteristiche di quest’ultimo possano influenzare la durata dell’abito), smaltirli. Una cosa è certa: anche se non regala soluzioni salvifiche, alla fine di questo libro non comprerete più un abito nello stesso modo, né lo indosserete come prima.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ventiquattro anni senza Stephen Gould (e ci manca)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca/</guid><pubDate>Thu, 10 Sep 2026 07:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Bellin</dc:creator><category>libri</category><description>Oggi il grande biologo, zoologo, paleontologo e storico della scienza statunitense Stephen Jay Gould avrebbe compiuto 85 anni. Molti dei valori per cui si è battuto, a partire dalla dimostrazione della assenza di basi scientifiche del razzismo, sono oggi da tanti punti di vista sotto attacco. Lo ricordiamo con un&amp;amp;rsquo;appassionata rievocazione della importanza dei suoi saggi nella formazione e nel percorso di vita di un giovane biologo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-ci-manca-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo la prima volta che ho sentito parlare di Stephen Jay Gould. Doveva essere giugno o luglio, perché faceva già piuttosto caldo.</p>
<p>Mi trovavo nel laboratorio del piano interrato dell’Istituto di Farmacologia “Egidio Meneghetti” di Padova, dove lavoravo alla mia tesi di laurea in biologia. Ricordo con precisione quella mattina, quando incrociai nel corridoio Federico, uno dei ragazzi che lavorava in un altro laboratorio nello stesso seminterrato, già laureato e nel pieno del suo periodo di dottorato. Ci incrociammo nel corridoio, camminando un po’ di fretta. Io avevo il secchiello del ghiaccio in mano per iniziare la mia giornata di lavoro e dopo un rapido saluto stavamo andando ognuno per la sua strada, quando Federico all’improvviso si girò e mi disse: “Ah, ho appena letto un libro molto carino, secondo me ti piace. È su argomenti di biologia evolutiva… l’autore è un certo Gould… bello, anche se secondo me è un po’ troppo forte nelle sue affermazioni. Se vuoi te lo presto”. Gli risposi che sì, mi sarebbe piaciuto leggerlo e dopo qualche giorno me lo portò in laboratorio.</p>
<p>Era l’inizio estate del 1991 e quella fu la prima volta che mi imbattei in Stephen Jay Gould. Il libro era <em>Wonderful life. The Burgess Shale and the Nature of History</em> (trad. it. <em>La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia</em>). Rimasi folgorato. Decisi immediatamente che dovevo averlo. In quel momento nelle librerie non era disponibile, quindi lo cercai nella biblioteca della mia facoltà. Qualche settimana dopo ne avevo una copia rilegata, ottenuta producendo una lunga serie di fotocopie clandestine: la possiedo ancora oggi.</p>
<h2 id="non-ho-più-smesso-di-leggere-qualsiasi-cosa-trovassi-di-gould">&ldquo;Non ho più smesso di leggere qualsiasi cosa trovassi di Gould&rdquo;</h2><p>Da quel giorno non ho più smesso di leggere ogni cosa che riuscivo a trovare di Gould. Intervallavo le raccolte dei suoi saggi a uno dei suoi libri monografici tra i quali, alcuni anni dopo la versione fotocopiata, proprio il libro che me lo fece conoscere, <em>La vita meravigliosa,</em> che riuscii finalmente ad acquistare e rilessi. Non so perché decisi di rileggerlo, ma ricordo che avere in mano il libro vero e proprio mi trasmise una sensazione di autentico privilegio per averlo trovato e sentii che dovevo rileggerlo, quasi per una forma di rispetto nei suoi confronti per averlo letto la prima volta in fotocopie.</p>
<p>Così facendo, senza rendermene conto, diedi inizio proprio con questo libro a ciò che in seguito presi l’abitudine di fare sempre, cioè rileggere ad una certa distanza di tempo tutta la sua produzione scientifica, perché quella prima volta scoprii che al mio cervello accadeva qualcosa di eccitante. Sono uno di quei lettori che riduce i libri (anche quelli universitari) in uno stato pietoso: tantissime sottolineature, annotazioni a bordo pagina, asterischi, frecce e richiami. Ogni pagina finisce per diventare una mappa del mio modo di leggere e di pensare. Un metodo un po’ bizzarro, si potrebbe pensare, ma certamente utile. Ma nonostante queste numerosissime chiose possano rendere noiosa la rilettura di un testo nel quale non ti puoi aspettare più alcuna sorpresa, mi accorsi che mi accadeva esattamente il contrario. Qualcosa mi spingeva a rileggere con una speciale attenzione proprio le pagine che risultavano intonse o poco evidenziate. E puntualmente vi trovavo sempre qualcosa di sorprendente, un suo pensiero stimolante che nella prima lettura non aveva attirato la mia attenzione. Ecco, questo è uno dei tanti piccoli effetti collaterali che l’incontro con Gould ha avuto su di me e ancora oggi questo metodo mi è rimasto, per qualunque cosa io legga.</p>
<p>Man mano che mi immergevo nelle sue opere sentivo che moltissime delle caratteristiche che trovavo così compiutamente espresse in Gould e che ammiravo erano presenti dentro di me come inclinazioni, che aspettavano solo il modo ed il momento di esprimersi. Il costante confronto con le sue idee mi permise, anzitutto, di maturare in modo completo la mia prima e fondamentale riflessione da aspirante biologo che si stava interrogando sul mondo che lo circonda: la strada più proficua per leggere la natura ed imparare da essa non è quella dei facili riduzionismi né quella delle giustificazioni di comodo, ma quella più irta di difficoltà che porta ad ammirare la sua irriducibile complessità, accettare la sua imprevedibilità e godere, infine, della bellezza della sua sorprendente diversità.</p>
<h2 id="una-visione-della-vita-di-forza-straordinaria">Una visione della vita di forza straordinaria</h2><p>Arrivai, così, a cogliere fino in fondo l’impatto dell’idea gouldiana di contingenza: l&rsquo;evoluzione non ha un fine prestabilito, e l&rsquo;essere umano è tutt’altro che il culmine necessario della natura, ma solamente un piccolo ramoscello contingente in un cespuglio evolutivo incredibilmente ramificato. Immerso in queste riflessioni, mi sorpresi a provare quasi un senso di liberazione per aver trovato in questa visione della vita una forza straordinaria. Mi venne spontaneo chiedermi perché una conclusione che a me appariva tanto semplice e, soprattutto, così liberatoria, fosse invece tanto difficile da accettare per la nostra specie. La risposta mi sembrò quasi disarmante: accettare davvero fino in fondo la contingenza gouldiana significava mettere in discussione l’idea che fossimo qualcosa di speciale, il punto verso cui necessariamente tendeva la storia della vita. Significava fare i conti con una forma di arroganza profondamente radicata nel nostro modo di concepirci e riconoscerci finalmente per quello che siamo. Ogni nuova lettura era come raggiungere una vetta più alta della precedente, che si spostava sempre più in alto alla lettura successiva.</p>
<p>Avevo letto le prime tre o quattro raccolte di saggi e mi decisi a leggere un altro dei suoi libri monografici, <em>La freccia del tempo, il ciclo del tempo: mito e metafora del tempo geologico.</em> Dopo poche pagine la mia reazione fu semplicemente “Wow… È pazzesco!!”. Ebbi la precisa sensazione di esser riuscito a capire profondamente la geologia, in precedenza qualcosa di molto lontano da me. Ma più ancora, imparai da questo libro un’altra lezione fondamentale sulla presunta oggettività della scienza e di coloro che la praticano: nella scienza non tutto è sempre come appare. Addentrandomi nei capitoli, mi resi conto che un argomento così lontano dai miei interessi principali stava diventando come un romanzo d’avventura, carico di suspense, dove i protagonisti avevano ingaggiato uno scontro mortale tra generazioni. Pagina dopo pagina, percepivo che qualcosa stava accadendo. Pur non conoscendo gli argomenti, mi sentivo come preso per mano e guidato in modo magistrale in quel labirinto di teorie contrastanti, finché arrivai a capire nitidamente che tutto lo scontro si giocava sul palcoscenico del più classico degli errori: le storie dei progressi della scienza vengono sempre raccontate perpetuando la narrazione manichea secondo cui ci sono gli scienziati dei decenni o secoli passati, con buone intuizioni ma inevitabilmente erronei in quanto ancora arretrati, contrapposti ai loro colleghi più moderni, necessariamente illuminati in quanto dotati di maggior rigore scientifico e perciò sempre nel giusto.</p>
<p>Gould distrugge questa narrazione di comodo e, attingendo al suo talento narrativo migliore, ci mostra perché non si debba mai rinunciare ad una lettura integrale e senza pregiudizi delle opere dei diversi protagonisti, unita a un’analisi della dimensione umana e psicologica di uno scienziato. Scoprii, così, che la figura del vecchio geologo, da sempre liquidato come autore di teorie arretrate e poco scientifiche, si rivela essere molto più rigorosa del collega più moderno, per tutti il vero eroe e fautore della visione corretta della geologia. La sorpresa che ebbi di fronte a questa storia, ma soprattutto il modo in cui Gould riuscì a raccontare questa epica battaglia, mi provocarono una sensazione indescrivibile, quasi uno stato di eccitazione.</p>
<p>Dopo altre raccolte di saggi, iniziai a rivolgere il mio pensiero al suo <em>Ontogenesi e Filogenesi</em>. Per lungo tempo l’argomento non mi aveva attirato particolarmente: lo avevo sempre immaginato ostico, quasi troppo da specialisti e forse anche un po’ noioso rispetto all’incredibile fascino che avevano avuto su di me fino a quel momento tutti i suoi saggi e, più ancora, i primi due libri che avevo letto. Avevo quindi rinviato il momento di leggerlo, aspettando l’ispirazione giusta. Capii che era arrivata quando un giorno, ripensando a quel libro, fui improvvisamente attraversato da un desiderio irrefrenabile di leggerlo. Mi aveva scosso un pensiero: e se Gould fosse stato capace di riservarmi una sorpresa anche su questo argomento? Come sarà riuscito a trattarlo? Avrà fatto un’altra delle sue magie narrative? Sentii che lui non poteva aver tradito la mia fiducia… E fu un’ennesima rivelazione. Avevo studiato quegli argomenti all’università, ma pareva che fino a quel momento non avessi capito nulla del mondo pazzesco che si celava dietro quell’aspra diatriba scientifica, finché non fu Gould ad illuminarla con la sua genialità. Ogni volta le stesse emozioni mi scuotevano. Arrivai, così, fino all’ultima raccolta di saggi della quale Gould curò l’edizione quando era già nuovamente malato <em>(I Have landed)</em>, e fu ancora una volta una sorpresa commovente. Non sapevo, però, che l’apoteosi dovesse ancora arrivare. Ebbi l’occasione di sperimentarla quando mi infortunai un ginocchio (a posteriori ho pensato che sia stata una benedizione) e dopo l’operazione rimasi in malattia per un mese. A casa un mese intero… e avevo da poco comprato <em>La struttura della teoria dell’Evoluzione,</em> l’opera che è stata definita la sua “mostrografia”, il gigantesco testamento scientifico sulle sue idee sull’Evoluzione, 1.700 pagine di Gould a tutto campo. Fino a quel momento non avevo ancora avuto il coraggio di affrontare il libro, ma era arrivato il momento. Inutile dirlo: l’ho letto compulsivamente, divorato. Mi sentivo come un fiume in piena e riempii le pagine di annotazioni. Capitolo dopo capitolo, accumulai anche decine di fogli a parte di appunti e riflessioni. L’ho riletto a pezzi più volte di ogni altra sua opera, in alcuni momenti l’ho ripreso in mano anche solo per pochi giorni per il gusto di averlo sulle ginocchia e rileggere le sue parole capaci di ispirarmi sempre qualcosa… e sì, l’ho portato con me in alcuni anni come libro di vacanza.</p>
<h2 id="rigore-scientifico-e-una-rara-forma-di-compassione-umana">Rigore scientifico e una rara forma di compassione umana</h2><p>Questo era Stephen Jay Gould.<br>
Aveva una qualità rarissima: riusciva sempre a tenere insieme rigore scientifico, profondità storica, onestà intellettuale e una rara forma di compassione umana. Non spiegava solo l’evoluzione al suo vasto pubblico, per la maggior parte composto da persone non addette ai lavori (questo era proprio il suo più grande orgoglio), ma insegnava piuttosto come pensare. Il monito era di non fermarsi mai alle prime convinzioni, di andare oltre ed esplorare, ad esempio, l’immenso valore euristico dell’errore nella scienza o il peso della storia nella produzione delle idee.</p>
<p>A distanza di quasi due decenni dal mio primo incontro con Gould ero arrivato al punto di aver letto praticamente tutto quello che era disponibile e rintracciabile in italiano, così decisi di cercare in rete se ci fosse qualcos’altro che non conoscevo. Scoprii <a href="https://pikaia.eu/" rel="noopener">Pikaia,</a> un sito online dedicato all’evoluzione il cui nome era ispirato proprio dalla straordinaria parte finale del libro di Gould che cambiò per sempre il mio pensiero, <em>La vita meravigliosa</em>. Scrissi nella posta dedicata ai lettori se qualcuno avesse altre cose contenenti scritti di Gould diversi dalle raccolte di saggi e dai libri più noti. Una lettrice mi rispose che aveva una collezione di vecchi numeri della rivista <em>Airone,</em> dove ricordava fossero ospitati numerosi articoli di Gould e me li regalò. Che dire, era sempre lui, il solito meraviglioso e spumeggiante Gould che anche in quelle sedi minori era sempre raffinato come nei suoi grandi libri, perché per lui la divulgazione non doveva e non poteva mai diventare sterile semplificazione, ma sempre responsabilità morale. Vorrei terminare ricordando i due aspetti a mio avviso forse più sorprendenti della sua vita di uomo e di scienziato, quelli che più hanno fatto vibrare le mie corde profonde, lasciando in me un segno indelebile.</p>
<h2 id="impegno-sociale-e-battaglia-politica">Impegno sociale e battaglia politica</h2><p>Sono due gli aspetti che mi hanno sorpreso più di tutte le altre tematiche da lui trattate, perché lontani dalle sue specifiche materie di competenza, e proprio per questo più sorprendenti.</p>
<p>Il primo aspetto riguarda il Gould impegnato socialmente. Non è mai stato un politico, ma si è sempre sentito profondamente coinvolto nelle vicende della società in cui viveva con il forte senso civico di chi sente di dover fare la propria parte. Ecco perché non poteva che essere sua la più straordinaria e convincente discesa in campo per difendere la biologia come disciplina troppo spesso strumentalizzata e piegata da interessi politici personalistici per legittimare il potere. <em>Intelligenza e pregiudizio</em> è il più potente strumento scientifico di critica che io abbia mai letto, capace di demolire e smontare completamente qualunque presunto valore scientifico dei concetti di razzismo biologico e innatismo. La forza del libro non sta solo nell’essere riuscito a far capire ai lettori in modo straordinariamente semplice - ma profondo - che l’errore più grande che si possa fare sarebbe quello di considerare quelle idee potenzialmente sensate nel periodo storico del passato nel quale sono nate perché, in realtà, erano comunque fattualmente sbagliate. Gould va anche oltre, ci illumina come solo lui ha saputo fare, perché scava prima di tutto nella dimensione psicologica di tutti i personaggi esaminati riuscendo, poi, a fondere magistralmente questa dimensione che lui riteneva sempre fondamentale (amava ripetere che nessuno scienziato è scienziato e basta, siamo tutti prima uomini) con l’analisi puntuale dei loro dati scientifici, dimostrando quanto e come essi furono influenzati da convinzioni a priori e forti pregiudizi. Solo così capiamo perché queste idee sono state difese, a quali bisogni volevano rispondere, perché seducano ancora così tanto e, infine, perché ritornino ciclicamente. Lessi questo libro quando ero già più adulto rispetto alle prime letture da studente universitario e l’incontro con il testo fu non solo la svolta che stavo cercando su questo argomento, ma anche la cosa interiormente più toccante che mi sia mai capitata leggendo un libro. Ricordo che mentre lo leggevo una voce dentro di me mi diceva: “Ecco… è questo quello che cercavo! È questa storia così raccontata e questa analisi così unica che mi mancava!”.</p>
<p>Ma il Gould forse più inatteso, e per questo ancor più ammirevole, emerge nell’altra sua grande battaglia civile, quella contro il cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Nel 1981 lo Stato dell’Arkansas approvò, quasi in sordina, una legge che imponeva alle scuole dello Stato di dedicare nei programmi didattici un trattamento equo all’insegnamento della teoria dell’evoluzione assieme a quella del cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Dietro le quinte di questa iniziativa si celava un gruppo di aderenti a un’organizzazione religiosa della California, che usava argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di dimostrare la verità letterale del racconto biblico della Genesi. Contro questa legge fu intentata una causa grazie all’American Civil Liberties Union (organizzazione americana per la difesa dei diritti civili che sostenne la difesa), che riunì un gruppo straordinariamente eterogeneo di ricorrenti, tra i quali genitori, insegnanti, membri di numerose altre confessioni religiose e alcuni scienziati di varie discipline. Tra questi fu chiamato a testimoniare in qualità di esperto di evoluzione Stephen Jay Gould.</p>
<p>Non delegò ad altri il compito al quale era stato chiamato e andò in tribunale. La sua testimonianza fu strategicamente fondamentale perché riuscì a demolire la credibilità del creazionismo scientifico dimostrando che i suoi membri stavano usando una retorica ingannevole. Per farlo, Gould usò come argomentazioni alcuni dei suoi cavalli di battaglia già tante volte presenti nei suoi saggi e libri e lo fece senza arroganza, trattando gli avversari come cittadini eventualmente da convincere, non come nemici da attaccare e schiacciare. Lo fece con una chiarezza e semplicità disarmante, senza tecnicismi, per farsi comprendere dal giudice federale che doveva decidere sulla causa e che, alla fine del processo, dichiarò quella legge incostituzionale.</p>
<p>Gould ci insegna in modo magistrale che la scienza non deve essere usata né per giustificare presunte disuguaglianze tra le persone, utili a cercare scorciatoie morali per giustificare certe azioni, né per avallare ed imporre dogmi per i propri interessi. Ecco perché l’ho amato e lo amo: perché impersonifica ciò che io avevo sempre voluto diventare; perché si espose, perché rischiò, perché decise di perdere tempo e forse anche prestigio e serenità per qualcosa che in fin dei conti non gli serviva ma che riteneva giusto. Sono riuscito a trovare in rete la trascrizione del verbale di quel famoso processo e sono riuscito a leggere l’intera testimonianza originale che Gould rese in tribunale. Si poteva respirare la bellezza dei suoi pensieri.</p>
<h2 id="eclettismo-ed-erudizione">Eclettismo ed erudizione</h2><p>Un’ultima riflessione a compendio del mio percorso lungo il sentiero di Gould. Credo che rappresenti uno dei rarissimi esempi di coesistenza di eclettismo ed erudizione. Il suo eclettismo gli ha donato la capacità di muoversi con naturalezza tra discipline ed interessi diversi, riuscendo sempre a cogliere collegamenti che nessun altro riusciva a vedere. Era eclettico non tanto e non semplicemente per i molti interessi che aveva, ma più profondamente nel modo di ragionare. Ogni saggio o libro, che parta da una partita di baseball, da un’opera di Mozart, dalla caratteristica architettonica di una basilica, da un quadro fiammingo, da un’opera letteraria o da un fatto politico… porta sempre il lettore, senza quasi che se ne accorga, a discutere di profondi concetti di evoluzione, di contingenza, di selezione naturale o di storia della biologia. L’unicità del suo eclettismo era questa: non una semplice varietà di interessi, ma la capacità affascinante di costruire inaspettati ponti concettuali.</p>
<p>Ma Gould era senz’altro anche un erudito. Ce ne accorgiamo quando realizziamo che i suoi ponti concettuali non sono intuizioni improvvisate. Qualunque riferimento bibliografico non solo a tutti i personaggi più importanti delle sue discipline, ma anche a tutte le figure apparentemente minori o del passato anche al di fuori dei suoi ambiti specialistici (come potevano essere un Leonardo da Vinci o le centinaia di altri personaggi di ogni campo del sapere che sfilano nei suoi saggi) era sostenuto da una documentazione impressionante. Gould non solo verificava personalmente tutte le citazioni e i dettagli ma, cosa che più di ogni altra sua caratteristica mi impressionò, cercava sempre tutte le fonti nell’originale e molto spesso, laddove riusciva con il suo non trascurabile plurilinguismo, le leggeva nella lingua originaria dell’autore per avere la certezza di cogliere dalle sfumature dei termini la vera essenza dei loro ragionamenti.</p>
<p>Questa vastissima ed approfondita conoscenza che lo annovera di diritto tra gli uomini più eruditi del suo tempo era il risultato della quintessenza di ciò che in piccolo sentivo essere la voce più forte dentro me: il desiderio insaziabile di conoscenza che scaturiva da una curiosità indomabile. Ne emerge un uomo che aveva nell’eclettismo il suo modo più naturale di pensare e collegare i fatti più disparati, e nell’erudizione il fondamento rigoroso del suo metodo. Moltissimi altri scienziati sono stati prevalentemente o eruditi o eclettici, ma nessuno, a mio avviso, era mai riuscito a fondere assieme entrambi questi aspetti espressi a livelli così eccelsi. Questa fusione ha dato vita in lui a quella dimensione che lui stesso dichiara essere sempre stata la sua vera diversità e che invita tutti i suoi lettori a ricercare.</p>
<p>Qualche anno fa mi capitò di fare un’ultima scoperta che mi emozionò profondamente. Cercando ancora una volta in rete qualcosa che non conoscessi di Gould, scoprii che in numerose università italiane erano state dedicate all’impatto della sua vastissima opera scientifica tesi di laurea non solo nei suoi campi di competenza della paleontologia, antropologia o biologia, ma persino in discipline come la filosofia, la linguistica e le scienze cognitive. Rimasi colpito non tanto dal loro numero, quanto dal fatto che discipline così diverse tra loro riconoscessero in lui un reale punto d’incontro fecondo. Questa è la concreta dimostrazione che la sua opera è stata effettivamente capace di abbracciare il sapere umano in tutta la sua ricchezza e diversità.</p>
<p>Non riesco ad immaginare un tributo più grande a Gould.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I tre Gesù del Michigan, un viaggio tra mente, storia ed etica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica/</guid><pubDate>Fri, 31 Jul 2026 08:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Tre uomini convinti di essere Gesù, i molti «Napoleoni» ricoverati nella Francia dell’Ottocento, persone che percepiscono un proprio arto come estraneo: nel suo saggio, lo psicologo Douwe Draaisma attraversa alcuni dei più singolari inganni della mente. Ma “I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente” (Codice Edizioni, 2026) è anche un viaggio nella storia della psichiatria e nel modo in cui è cambiato il nostro sguardo sui suoi pazienti. Perché i deliri non nascono fuori dal tempo: parlano dell’epoca, della cultura e dell’ambiente in cui prendono forma. Mostrando il tentativo della mente di preservare, anche nelle condizioni più estreme, una propria coerenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tre-gesu-michigan-viaggio-mente-storia-etica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è poco da girarci intorno: molti disturbi psichiatrici, per terribili che siano a livello umano, ci risultano affascinanti. Non è un caso che abbiano ispirato libri e film, a volte autobiografici, altre più o meno romanzati: da <em>Una stanza piena di gente</em> di Daniel Keyes a <em>A beautiful mind</em>, da <em>La ragazza interrotta</em> (che è stato sia libro sia film) fino all’opera omnia del neurologo Oliver Sacks, che di quei disturbi ha fatto il centro della sua narrazione in chiave divulgativa. È in buona sostanza in quest’ultimo filone che si inserisce <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/i-tre-gesu-del-michigan/" rel="noopener"><em>I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente</em></a> dello psicologo olandese Douwe Draaisma, pubblicato a inizio estate da Codice Edizioni.</p>
<p>Diversamente da Sacks, però, Draaisma non racconta di persone che ha conosciuto. Anzi, gran parte dei protagonisti del saggio sono figure di altri tempi – vissute a volte qualche decennio, a volte qualche secolo fa. Questa è una delle prime caratteristiche de <em>I tre Gesù del Michigan</em>, e non è di poco conto. Intanto perché significa che il saggio si svolge e si basa soprattutto su testimonianze, documenti e resoconti passati, facendosi storico. E poi perché, come scrive Draaisma, «I deliri sono legati al tempo. La loro espressione li colloca in un segmento temporale specifico, in un ambiente, in una storia personale». Che siano legati a una storia personale è abbastanza intuitivo; che lo siano anche a un’epoca, un ambiente storico, forse meno: ma non si può credere di essere Napoleone se Napoleone stesso non è ancora venuto al mondo. Quando però Napoleone è diventato il personaggio che tutti conoscono, la cosa cambia; e così, continua Draaisma, quando nel 1841 le sue spoglie furono riportate in Francia per la sepoltura, «Solo in quell’anno furono ricoverati a Bicêtre tredici o quattordici “Napoleoni”, ai quali si aggiungeva l’inevitabile corollario dei suoi “figli” e “mogli”».</p>
<p>C’è ancora un’altra caratteristica importante che la scelta di raccontare pazienti passati invece che presenti porta con sé: in questo modo, infatti, emerge con chiarezza anche il cambiamento dell’etica del trattamento. La vicenda che dà il nome al saggio ne è un esempio più che significativo. I tre Gesù, infatti, erano ricoverati a Ypsilanti, un ospedale psichiatrico del Michigan; qui, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, inizia l’esperimento di Milton Rokeach, psicologo statunitense di origini polacche. L’idea era far confrontare tra loro tre pazienti convinti di essere Cristo, con sessioni di gruppo che poco badavano al disagio e allo stress che causavano. Non solo: Rokeach, nel suo esperimento, usò anche provocazioni mirate, con lettere fasulle e manipolatorie, per capire fin dove potesse portarli. Un’idea che aveva precedenti storici, racconta Draaisma, ma fu completamente fallimentare. Lo fu perché non servì affatto a cambiare le deliranti idee dei pazienti; e lo fu ancora di più sul piano etico. Lo ammise lo stesso Rokeach: «A posteriori, gli era chiaro che aveva creduto di organizzare un confronto fra tre pazienti, ma ora si rendeva conto che, in realtà, era stato un confronto tra quattro pazienti. Aveva tralasciato sé stesso. Il suo delirio era stato credere di poter curare quelli degli altri con le sue manipolazioni di studioso onnipotente e onnisciente. Gli uomini che credevano di essere Gesù erano quattro», scrive Draaisma.</p>
<p>È tutt’altra la sensibilità, la consapevolezza di fronte al disturbo psichiatrico, che si trova oggi. Certo, è imperfetta e pur sempre legata alla medica o al medico, ma spicca in un altro tipo di condizione di cui Draaisma parla nel saggio: il cosiddetto disturbo dell’identità dell’integrità corporea. È in pratica una piena contrapposizione all’arto fantasma che tante persone sperimentano dopo un’amputazione (altro tema di cui parla il saggio): qui, un arto è di troppo, è percepito come estraneo, con tale forza e tale sofferenza da portare chi ne soffre a cercare di amputarlo personalmente. Oggi, almeno per alcuni pazienti e dopo accurata valutazione psichiatrica, il desiderio di amputazione viene realizzato. Inoltre, per il numero pur esiguo di persone che hanno questo peculiare disturbo dell’identità, la condizione stessa può essere vissuta non solo e necessariamente come una patologia, ma come una parte di sé. E le difficoltà che causa «non nascono dal loro desiderio [di eliminare un arto], ma dalla reazione sociale che esso suscita».</p>
<p>In effetti, uno degli aspetti più potenti de <em>I tre Gesù del Michigan</em> è che presenta un viaggio non solo tra i disturbi psichiatrici, cavalcando la neurologia, ma anche e soprattutto tra le epoche e, almeno in parte, le etiche. È ricco di riferimenti storici, né mancano quelli scientifici. C’è da dire una cosa, però: non bisogna aspettarsi di trovare, tra le pagine del viaggio, una spiegazione per “i deliri” che racconta. Non per mancanza di riguardi, quanto perché la spiegazione è molto spesso sconosciuta, vuoi per la scarsità di casi, che impedisce indagini vaste e rigorose, vuoi per la loro difformità anche quando si presentano elementi comuni. Perché semmai «Ciò che hanno in comune è la disperata inventiva con la quale il sé di sforza di mantenere coerenza e coesione, un ordine interiore, come se la ragione fosse l’ultima cosa a cui un animo confuso vuole rinunciare», come scrive Draaisma fin dalle prime pagine.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Malvaldi e la statistica del ragionevole dubbio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio/</guid><pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Che cosa hanno in comune Edgar Allan Poe, O.J. Simpson e gli errori giudiziari? La risposta passa per la statistica, ma soprattutto per il modo in cui ragioniamo. In “Se fossi stato al vostro posto” (Raffaello Cortina Editore, 2025) Marco Malvaldi parte da un celebre caso di cronaca ottocentesca e dalla sua trasfigurazione letteraria per mostrare come, quando siamo chiamati a interpretare i fatti, numeri, probabilità, narrazione e fallacie cognitive si intreccino. Un saggio e insieme un manuale, ricco di casi (reali o inventati) ma anche di ironia, che infine diventa un appello a chi, di fronte all’incertezza delle prove, ha la responsabilità di decidere della colpevolezza o dell’innocenza di qualcuno</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/malvaldi-statistica-ragionevole-dubbio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Questa è una recensione che esce con colpevolissimo ritardo. In effetti, appena in anticipo sul primo compleanno del libro. Per fortuna, i libri non hanno una data di scadenza (almeno nella maggior parte dei casi). Di certo non ce l’ha <a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/marco-malvaldi/se-fossi-stato-al-vostro-posto-9788832858044-4529.html" rel="noopener"><em>Se fossi stato al vostro posto</em></a> (Raffaello Cortina Editore, 2025), in cui Marco Malvaldi parla di qualcosa decisamente a lunga conservazione: la statistica e la narrazione. Partendo da una storia non certo giovane, perché risale addirittura all’Ottocento.</p>
<h2 id="a-partire-da-un-racconto-giallo">A partire da un racconto (giallo)</h2><p>Più precisamente, al 1841, anno in cui a New York fu assassinata Mary Cecilia Rogers, giovane commessa di tabaccheria. Lo spunto del saggio, però, non è proprio l’omicidio in sé, quanto la ricostruzione narrativa che ne fece Edgar Allan Poe, che ha impedito all&rsquo;omicidio di finire dimenticato tra i tanti casi di cronaca del passato immortalandolo nel racconto <em>Il mistero di Marie Roget</em>. Perché è tanto interessante? Perché, spiega Malvaldi fin dalle prime pagine, «Poe capisce che per venire a capo della storia dovrà usare entrambi i linguaggi, sia quello della narrazione sia quello della statistica: è la prima volta nella storia, <em>sia della letteratura sia della giurisprudenza</em>, che queste due discipline si intrecciano tra loro per tentare di risolvere un caso criminoso reale». Ecco quindi tutti gli ingredienti del saggio.</p>
<p>Malvaldi non ha bisogno di presentazioni come scrittore, ma per chi non avesse avuto il piacere: è l’autore di numerosi romanzi gialli, tra i più fortunati dei quali quelli del ciclo del BarLume. Ma ha scritto anche molti saggi (e perfino alcuni libri per l’infanzia), nei quali la divulgazione scientifica si è spesso intrecciata con varie altre realtà, dalla storia alla filosofia, fino al calcio. In <em>Se fossi stato al vostro posto</em> le protagoniste sono una branca della matematica, la statistica appunto, e il processo giudiziario. Possono entrambe incutere un certo timore (la complessità della matematica da una parte, quella della giurisprudenza dall’altra); l&rsquo;ironia è però parte integrante della firma di Malvaldi, che sa anche spiegare con chiarezza, quindi le pagine corrono veloci. E poi il fulcro non è certo rappresentato dal codice penale, né dagli algoritmi, quanto dai processi logici che sono, o dovrebbero essere, alla base degli uni e degli altri. Il tutto seguendo passo passo lo svolgimento del ragionamento e dei metodi proposti da Poe nel suo racconto.</p>
<p>Proprio per questo <em>Se fossi stato al vostro posto</em> non è un saggio qualunque, nel senso che non si limita a spiegare o a raccontare: propone una guida di ragionamento essenziale per ogni persona. E che mostra in modo molto spiccato la sua importanza per quelle chiamate a decidere su colpevolezza o innocenza. </p>
<h2 id="la-statistica-e-il-tribunale">La statistica e il tribunale</h2><p>Vale la pena ricordarlo: la formula «oltre ogni ragionevole dubbio» si deve confrontare continuamente con l’incertezza, con falsi positivi e falsi negativi, con le differenze tra coincidenze e prove, errori, dimenticanze, omissioni, e anche bias cognitivi. Malvaldi lo mostra con chiarezza, tanto con esempi inventati quanto attraverso numerosi casi realmente avvenuti. Alcuni molto famosi, come quello dell’ex campione di football O.J. Simpson, a proposito del quale scrive Malvaldi che «i giurati furono fregati sia da un calcolo statistico che da una metafora. Da una metonimia, per essere precisi» e «Il merito – si fa per dire – di questa assoluzione va a due avvocati: Johnnie Cochran, per le metafore, e Alan Dershowotz, per le statistiche». L’argomentazione di queste affermazioni prende diverse pagine, ma molto in breve e per restare sulla sola statistica: una delle argomentazioni usate da Dershowotz nel processo si basa proprio su numeri e probabilità, perché legge i dati relativi ai maltrattamenti delle mogli da parte dei partner e quelli relativi al loro omicidio (sempre da parte del partner) per dimostrare l’esatto contrario di ciò che i dati stessi mostrano (e che purtroppo rappresentano una realtà che conosciamo fin troppo bene). Spiega Malvaldi: «Dershowotz riuscì a dimostrare che i maltrattamenti sfociano in un omicidio solo in un caso su 2.500. Quindi, secondo l’avvocato, “[…] non c’è una prova scientificamente accettabile del fatto che i maltrattamenti domestici, anche quelli attribuibili a Simpson secondo lo scenario peggiore, siano un preludio all’omicidio”». È un esempio per certi versi molto semplice, ma che illustra bene, attraverso una cronaca arcinota, quanto statistica e fallacie cognitive possano intrecciarsi nel corso di un processo. </p>
<p>Altri casi sono un po’ meno noti, o quantomeno non hanno avuto una risonanza mediatica delle stesse proporzioni. Non per niente, però, <em>Se fossi stato al vostro posto</em> è dedicato «A Sally Clarke, vittima dell’ignoranza». Per chi non conoscesse la vicenda, l’ignoranza è quella della differenza tra eventi indipendenti e dipendenti e di quanto influenzino le leggi statistiche. E, di conseguenza, anche eventuali processi giudiziari che – ce ne rendiamo conto o meno – si basano su di esse.</p>
<p>Il titolo del saggio non è l’unico richiamo deandreiano (se ne trova un altro nel titolo di un capitolo), e la sua piena spiegazione è rimandata alle conclusioni. «Mi sono reso conto, nello scrivere questo libro, di quanto sia difficile, oneroso e dettagliato giudicare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato […] Quindi, riconosco: al vostro posto, non ci so stare». Per chi ci sta, in quel posto, scrive ancora Malvaldi, «i giudici e i magistrati non possono permettersi di snobbare la statistica». Per responsabilità, perché se giudicare significa prendere decisioni nell’incertezza, conoscere gli strumenti con cui quell’incertezza può essere compresa (o manipolata) diventa parte del mestiere. L’appello di Malvaldi è rivolto esplicitamente a magistrati e giudici, ma il saggio nel suo complesso finisce inevitabilmente per allargarlo a tutti noi. Che, molto più spesso di quanto pensiamo, trasformiamo indizi in prove, coincidenze in spiegazioni e numeri in certezze: e dalla medicina all’informazione, dall’economia alla politica, questo non vale certo solo per la giurisprudenza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Degenerati al potere e la psichiatrizzazione del nemico politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico/</guid><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:57:00 +0200</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>libri</category><description>Il pamphlet antinazista dello psichiatra Arthur Kronfeld “Degenerati al potere&amp;amp;quot; mostra come anche uno scienziato possa cedere alla tentazione di trasformare la diagnosi in propaganda. È una storia che interroga anche il presente, perché il problema non è la psiche dei leader, ma la forza delle istituzioni che ne limitano il potere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico-v2-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/degenerati-potere-psichiatrizzazione-nemico-politico-v2-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«La &ldquo;realtà psichica&rdquo; non corrisponde alla &ldquo;realtà storica&rdquo;», scrive Luciano Mecacci nella nota al testo dell&rsquo;edizione italiana di <a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/arthur-kronfeld-degenerati-al-potere-9788833946450/" rel="noopener"><em>Degenerati al potere</em></a>, un pamphlet di propaganda antinazista del 1941, redatto dallo psichiatra tedesco Arthur Kronfeld (1886-1941). E nemmeno alla &ldquo;realtà politica&rdquo;, si potrebbe aggiungere. Di questi tempi circolano con frequenza, nei media, commenti sulla salute mentale di figure che ricoprono posizioni di potere o sono molto visibili: psichiatri e psicologi clinici discutono i profili psicopatologici di Trump e di Putin, così come - va detto - sono chiamati a diagnosticare qualunque fenotipo umano che si comporti in modi difformi rispetto a una norma sociale, morale o legale. La tentazione di tradurre in patologia ciò che disturba è forse “innata” e quindi trasversale.</p>
<p>Nel 1973 l&rsquo;American Psychiatric Association istituì la regola di Goldwater, che negli USA stigmatizza eticamente gli psichiatri che formulino e diffondano diagnosi su figure pubbliche senza averle visitate e senza il loro consenso. La regola è stata riaffermata ed estesa nel 2017, in piena discussione sulla mente di Trump. Il nome proviene dal candidato presidenziale Barry Goldwater, che nel 1964 fu oggetto di un&rsquo;iniziativa della rivista <em>Fact</em>: interpellati 12.356 psichiatri sulla sua idoneità psicologica alla presidenza, risposero in 2.417, e di questi 1.189 lo dichiararono &ldquo;psicologicamente inadatto&rdquo;. Goldwater perse le elezioni, ma vinse la causa per diffamazione e la rivista chiuse.</p>
<p>Contrariamente a un luogo comune, la psichiatrizzazione del nemico politico non è prerogativa delle dittature. È una tentazione costante anche per le democrazie. La differenza è che una democrazia possiede alcuni anticorpi, finché fa i richiami vaccinali - la deontologia professionale, i tribunali, il pluralismo della stampa - per circoscriverla e disinnescarla. Una dittatura la eleva a strumento di Stato.</p>
<p>Che un tiranno soffra di una “malattia dell&rsquo;anima” lo scriveva già Platone, nel libro IX della <em>Repubblica</em>. Gli storici romani &ldquo;psichiatrizzarono&rdquo; diversi imperatori. In età moderna la lettura dei despoti come malati rimase sottotraccia, per esplodere in età positivista, soprattutto con Cesare Lombroso. Il testo chiave è del 1890: <em>Il delitto politico e le rivoluzioni</em>, scritto con Rodolfo Laschi: vi si trovano le categorie del &ldquo;mattoide politico&rdquo; e del &ldquo;delinquente politico&rdquo;, lette alla luce della teoria della degenerazione - le devianze come regressioni ataviche - e un campionario di figure positive (Garibaldi e Washington), ma soprattutto negative, come i protagonisti giacobini del Terrore, un certo numero di regicidi, Davide Lazzaretti, ecc.</p>
<p>Il testo curato da Mecacci intercetta una fenomenologia tragica, ed è interessante perché mostra la &ldquo;promiscuità&rdquo; di un concetto chiave della psicopatologia positivista, la degenerazione, e gli esiti imprevisti della propaganda fondata sulla pseudoscienza. L&rsquo;autore era una figura di spicco della psichiatria tedesca e uno dei tre fondatori dell&rsquo;Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld (1868-1935), padre della sessuologia scientifica. Aveva avuto in cura Zinaida Volkova, la figlia maggiore di Trotsky, suicida a Berlino nel gennaio 1933. Gli fu vietato l&rsquo;insegnamento nel 1935, riparò in Svizzera, dove l&rsquo;asilo gli fu negato, e nel 1936 si rifugiò a Mosca per sfuggire alle persecuzioni naziste.</p>
<p>L&rsquo;Institut, creato da Hirschfeld nel 1919, che godeva di una rinomanza scientifica ed era il luogo in cui lo psichiatra omosessuale aveva sottratto l&rsquo;omosessualità alla spiegazione degenerativa ma sulla base di una “biologizzazione”, fu devastato il 6 maggio 1933 da studenti nazisti e dalla SA. Biblioteca e archivi finirono nel rogo dei libri dell&rsquo;Opernplatz. Hirschfeld era all&rsquo;estero per un tour di conferenze e vide i propri libri bruciare in un cinegiornale. Non tornò più in Germania. Morì a Nizza il 14 maggio 1935.</p>
<p>A Mosca Kronfeld tornò a esercitare e, dopo l&rsquo;invasione hitleriana dell&rsquo;Unione Sovietica, si diede all&rsquo;attività politica: trasmissioni radiofoniche, riunioni con scienziati sovietici e l’opuscolo - forse redatto in origine per il Comitato Centrale del PCUS - in cui presentava i gerarchi nazisti come &ldquo;degenerati&rdquo;: facendo i nomi e rivelando dettagli intimi su Hitler e il suo entourage. Il 16 ottobre 1941, durante l&rsquo;offensiva autunnale della Wehrmacht su Mosca, si tolse la vita insieme alla moglie Lydia. Nella prefazione di Alexander Etkin si avanza il sospetto che sia stato assassinato perché sapeva troppo.</p>
<p>La struttura del libello è quella di una galleria di ritratti clinico-sessuologici preceduta da una premessa metodologica. Kronfeld dichiara che le sue fonti sono osservazioni personali e racconti di membri del partito, suoi pazienti in psicoterapia, i cui nomi non può citare. Vale a dire: un testo del tutto inattendibile, fondato sul sentito dire, eretto a perizia. Di Hitler, che dice di aver osservato da vicino nel maggio 1932 a Monaco - dove fu testimone-perito nel processo per diffamazione intentato da Hitler contro Werner Abel - traccia un profilo di &ldquo;primitività degenerativa&rdquo;, con tanto di stigmate fisiche e di una genealogia morbosa, e prosegue con l’eziologia sessuale: l’enfasi è sui pettegolezzi circa la sua presunta omosessualità. Göring è ridotto a un disturbo ghiandolare congenito, ai ricoveri psichiatrici svedesi del 1924-26, all&rsquo;abuso di morfina; Goebbels, &ldquo;degenerato e storpio&rdquo;, ricadrebbe - annota con compiacimento - sotto i paragrafi della legge sulla sterilizzazione coatta dei minderwertig, gli inferiori; e così via, fino a Himmler, “mistico schizofrenico&quot;. Bastano questi esempi: il metodo è sempre lo stesso, e conta più dei singoli verdetti. Conclude denunciando la &ldquo;marmaglia&rdquo; sanguinaria portata al potere dalla disoccupazione e dalla crisi, dal fronte di Harzburg, da Hugenberg, Papen e Hindenburg, con il sostegno dell&rsquo;industria e delle banche che la usarono come arma contro la Repubblica. Slogan finale: &ldquo;La verità trionferà!&rdquo;.</p>
<p>Il testo colpisce per la sua connotazione pseudoscientifica, che contraddice la fama dell’autore. Il progetto di Kronfeld, coltivato fino agli ultimi anni, era quello di fondare la psichiatria e la psicologia come scienze rigorose. Aveva combattuto la teoria della degenerazione e il determinismo biologico, quest’ultimo implicito anche nell’approccio di Hirschfeld. Lo stesso uomo chiudeva la propria esistenza imbracciando l&rsquo;arma della degenerazione e del determinismo, cioè l&rsquo;arsenale pseudoscientifico che i nazisti riversavano contro ebrei, oppositori, scienziati e artisti non indottrinati, omosessuali, disabili.</p>
<p>Kronfeld sapeva di contraddirsi? I più dicono di sì: spense consapevolmente lo scienziato e accese il propagandista. Lo scenario - la guerra totale, la disperazione personale, il rischio concreto di cadere nelle mani dei nazisti - gli fece perdere il controllo, e &ldquo;scelse&rdquo; di usare in modo strumentale un apparato concettuale che aveva in prima persona screditato. La domanda interessante non è però se fosse consapevole, ma: cosa resta dell&rsquo;integrità etico-epistemica di un ricercatore quando l&rsquo;unica arma retorica a portata di mano è quella dei suoi persecutori, e l&rsquo;alternativa è il silenzio davanti a Hitler?</p>
<p>Nei decenni intorno al 1900, la teoria della degenerazione attraversava tutte le ideologie, dal cattolicesimo integralista al socialismo al liberalismo: una visione deterministica dello sviluppo umano, costruita su dati osservazionali sparsi e privi di valenza esplicativa, manipolati con teorie fantasiose ma intuitive, che promettevano di progettare società ideali. Ne vennero incubi. È la macchina che Lombroso, socialista moderato, aveva puntato contro i rivoluzionari - giacobini, regicidi, Lazzaretti - e che Kronfeld punta contro i controrivoluzionari nazisti. O che il liberale e sionista Max Nordau (1849-1923), amico di Lombroso, indirizzò contro correnti le artistiche e letterarie innovative, salvo che il suo concetto di “arte degenerata” (o cultura degenerata) fu assunto dai nazisti per perseguire intellettuali ebrei e critici del nazismo.</p>
<p>Identico strumentario diagnostico, vettore politico rovesciato: esattamente la plasticità ideologica che rende la degenerazione una forma vuota, riempibile da qualsiasi progetto normativo. Il rovesciamento si sigilla da sé, perché quella grammatica era stata raffinata anche da scienziati ebrei ed emancipazionisti - Hirschfeld, mentre Kronfeld la combatteva - prima di diventare arma nazista contro di loro, e infine arma di un ebreo disperato contro i nazisti.</p>
<p>Di questa ambiguità si è recentemente servito Peter Kratz - psicologo e polemista militante, presidente del fantomatico BIFFF (Berliner Institut für Faschismus-Forschung und Antifaschistische Aktion), un&rsquo;associazione berlinese da lui fondata, attiva soprattutto tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila nella ricerca e nell&rsquo;attivismo contro l&rsquo;estrema destra.  Del testo di Kronfeld ha curato la traduzione tedesca nel 2012 per attaccare gli approcci biologizzanti all&rsquo;omosessualità, difesi da Hirschfeld come strategia emancipativa: se l&rsquo;omosessualità è naturale, allora non va moralizzata né perseguita. Kratz ribalta la lettura e sostiene che quello era &ldquo;il contrario del pensiero emancipativo&rdquo;. Era un pensiero “disumano”. E usa Kronfeld come grimaldello contro Hirschfeld. La Magnus-Hirschfeld-Gesellschaft lo ha accusato apertamente, con solide prove, di citazioni manipolate e di libere associazioni.</p>
<p>Resta la lezione di fondo, che è al tempo stesso epistemica e politica. Sul piano epistemico, la diagnosi a distanza è priva di valore: si fonda sul sentito dire, non è falsificabile, e - Kronfeld lo prova suo malgrado - è disponibile a chiunque, per qualunque bersaglio. Ma supponiamo pure che una diagnosi sia accurata: resterebbe politicamente irrilevante. In una democrazia costituzionale non conta se un leader presenti tratti riconducibili a questa o a quella categoria, ma se i suoi comportamenti producono effetti dannosi per le istituzioni, lo stato di diritto e il funzionamento del sistema. Quando ciò accade, la questione cessa di essere clinica e diventa politica. A quel punto non servono diagnosi migliori, ma argini più solidi: la capacità degli altri organi costituzionali, delle forze politiche, delle stesse strutture di governo di limitare e correggere il danno. Una democrazia non si difende psichiatrizzando il capo, ma costruendo contrappesi che funzionano a prescindere dalla sua psiche. Il problema politico non è la salute mentale del leader: è la robustezza delle istituzioni chiamate a mitigare gli effetti delle sue decisioni. È precisamente quello che a Kronfeld, nella Mosca del 1941, mancava del tutto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Avete davvero rotto... l'atomo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/avete-davvero-rotto-latomo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/avete-davvero-rotto-latomo/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Il libro &amp;amp;ldquo;Avete rotto l&amp;amp;rsquo;atomo&amp;amp;rdquo; (People, 2026) di Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani restituisce un po&amp;amp;rsquo; di ossigeno nel malsano dibattito ultra-polarizzato sull&amp;amp;rsquo;energia nucleare. La conclusione principale sull&amp;amp;rsquo;utilizzo di una tecnologia affascinante e complessa non può che essere né ideologicamente a favore né ideologicamente contro. E per fortuna.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani hanno appena scritto <em><a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/avete-rotto-l-atomo" rel="noopener">Avete rotto l’atomo</a></em> (edito da People, 384 pagine, 18€), un libro dove finalmente il dibattito sull’energia nucleare supera questa pericolosa e asfissiante polarizzazione pro-contro.</p>
<p>Il sottotitolo è <em>Il libro che NON ti farà cambiare idea sul nucleare</em>. E forse hanno ragione, purtroppo, perché chiunque sostenga ideologicamente l’adozione a tutti i costi del nucleare, e chiunque faccia il contrario, si troverà forse sommerso da una mole di dati troppo complessi da accettare. Il punto però è che la realtà sul nucleare è articolata e allo stesso tempo affascinante, quindi è davvero un peccato non poterne parlare e leggere con un approccio laico e disinteressato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-body-1.png.webp" alt="copertina libro sul nucleare &ldquo;avete rotto l&rsquo;atomo&rdquo;" width="434" height="656" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Non poteva mancare un preambolo sulla storia delle scoperte dell’energia nucleare, dai ragazzi di via Panisperna alla bomba atomica (anzi, <em>nucleare</em>), dalla centrale di Caorso a Cernobyl e Fukushima.</p>
<p>Il primo dato poi da ricordare sull’energia nucleare è che le sue emissioni di gas serra su tutto il ciclo di vita sono bassissime, circa come eolico e idroelettrico, e meno del fotovoltaico (che le ha comunque molto basse). Questo dipende dal fatto che ancora oggi l’energia per “fare le cose” è ancora prodotta in gran parte dai combustibili fossili. Tant’è, che se lo scopo è decarbonizzare – e guarda caso è proprio questo – non si può non tenerne di conto.</p>
<p>L’unico grafico per capire perché si crea energia dalla fissione è il seguente, che ritrae l’andamento dell’energia di legame in funzione dei nuclei atomici. Come si può vedere c’è un picco attorno al &ldquo;gruppo del ferro&rdquo;: i nuclei che vengono prima e quelli che vengono dopo hanno tutti energia di legame inferiore. Ecco perché se si spacca un nucleo di uranio si ottengono due nuclei più piccoli con energia di legame maggiore. Questa è l&rsquo;energia guadagnata nei reattori nucleari e nelle bombe atomiche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-body-2.png.webp" alt="energia di legame dei nucleoni" width="686" height="455" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se invece si fondono due nuclei di idrogeno (due isotopi per essere precisi) si ottiene un nucleo di elio. La differenza di energia tra prima e dopo rispetto alla fissione è molto maggiore: è la fusione (quella che non produce scorie radioattive). Tuttavia, «sono 50 anni che “la fusione arriverà tra 25 anni”», sgomberano il campo subito gli autori. Per la transizione ecologica possiamo tranquillamente dimenticarcela (ne <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fusione-nucleare-arrivera-dopo-avremo-gia-decarbonizzato-nostra/">parlavamo qui</a>). Così come possiamo toglierci dalla testa l’irrealistica possibilità di gestire le scorie della fissione buttandole nel Sole: troppo costoso, troppo pericoloso, troppo assurdo.</p>
<p>Nel libro si ricorda anche che considerando una probabilità di avere un incidente grave ogni 100.000 anni per una centrale, si ottiene in realtà la probabilità di registrarne uno del 12%, se si tiene conto che ci sono più reattori in funzione contemporaneamente nel mondo (e che operano per svariati decenni). La sicurezza dell&rsquo;energia nucleare è quindi alta, ma non troppo.</p>
<p>Ma al di là di incidenti e soluzioni irrealistiche, il <em>nocciolo</em> (scusate l’ironia) della questione è la gestione delle scorie, che gli autori propongono anche di non chiamare più “scorie”, dal momento che questo le carica di una connotazione negativa che non sempre dovrebbero avere. Una centrale nucleare produce una grande varietà di prodotti di scarto (più o meno radioattivi), sia proveniente dal materiale usato per la costruzione e la gestione (terra, indumenti, ecc.) sia dal combustibile. La sfida tecnologica ed economica si concentra qui. È molto economico buttare via tutti i rifiuti e archiviarli sottoterra affidandoli a ere geologiche future, con non pochi interrogativi etici e di effettiva sicurezza che non sarà mai permanente. Oltre al fatto che se «non si fa la differenziata», bisogna gestire una gran quantità di materiale. Esiste però la possibilità di riciclare qualcosa. Si può usare parte del combustibile “bruciato” come nuovo combustibile con le opportune modifiche alla tecnologia della centrale. Ed esistono più gradi di recupero. Così come si possono eliminare gran parte dei rifiuti prodotti dalla fissione. Questi processi, noti come <em>breeding</em> e <em>burning</em>, cioè “autofertilizzazione” e “trasmutazione”, possono allungare di molto la vita utile del combustibile nucleare senza doverne estrarre altro. Nel migliore dei casi si può arrivare a ottenere un rifiuto radiologico che decadrebbe in “soli” 500 anni, contro i 300mila iniziali (in realtà, per certi materiali si arriva anche ai milioni di anni di tempo di decadimento).</p>
<p>E allora perché non farlo? Perché non usare queste tecnologie che alleggeriscono di molto il fardello delle scorie? La risposta, per ora, è che più si richiede una prestazione migliore più tendenzialmente le tecnologie non sono sufficientemente mature e/o costano enormemente di più. Se non ci fossero questi ostacoli, il problema non si porrebbe (e comunque alcune di queste già si usano). Certo, serve tenere presente che anche nella migliore delle ipotesi non si può rinunciare a stoccare qualcosa in depositi geologici (quelli per i rifiuti più pericolosi che non possono restare in superficie). Alcuni sottoprodotti altamente radioattivi sono ineliminabili.</p>
<p>Il discorso sulla tanto inflazionata <em>IV generazione</em> ruota attorno a questi temi. Oltre al fatto che sostituire una flotta di reattori nucleari con altri più nuovi non è come sostituire un campo di pannelli fotovoltaici con altri che funzionano meglio. A Fukushima si sarebbe quasi certamente evitato il disastro se fossero stati usati reattori poco più evoluti. Il problema è che la tecnologia nucleare costa moltissimo in fase di costruzione e ha bisogno di tempi molto lunghi per ammortizzare il costo energetico, che a cascata ricade poi sulla bolletta. L’energia nucleare francese oggi costa poco perché i reattori sono stati costruiti decenni or sono, e oggi i consumatori non pagano più il costo di costruzione (la storia economica dell’energia nucleare francese è molto interessante, nel libro troverete un’ampia rendicontazione). Questo è il motivo per cui, almeno dal punto di vista economico, fu un errore strategico importante aver interrotto la costruzione della centrale di Montaldo di Castro e aver spento prima del tempo le altre centrali nucleari italiane.</p>
<p>Questo vale anche per quelli che ora vengono chiamati piccoli reattori modulari. A parte le piccole dimensioni di questi famigerati reattori, tutto il resto dell’infrastruttura necessaria (che si può anche visitare) non differisce troppo da quelli tradizionali e ha bisogno di fare economia di scala per abbattere i costi di costruzione. Quando sentite in slogan politici che l&rsquo;Italia abbasserà le bollette grazie al nucleare state ascoltando una bugia bella e buona: le bollette oggi costano tanto perché c&rsquo;è una guerra in corso e finché dipenderemo dai combustibili fossili la bolletta ve la terrete alta. In più, questi reattori - così come la <em>IV generazione</em> (tipologia di tecnologia che per la verità ne raggruppa molte al suo interno) - non sono ancora pronti per essere diffusi su larga scala.</p>
<p>E serve aggiungere un ulteriore ingrediente. Non è così vero che per compensare le fluttuazioni delle energie rinnovabili il nucleare sia la fonte costante migliore. È il problema, dicono gli autori, dell’&ldquo;ultimo miglio&rdquo;. In ottica di transizione energetica, si può tranquillamente riuscire a coprire il fabbisogno con le varie rinnovabili esistenti. Lasciando scoperto un 10%-20% che sarebbe forse meglio coprire con una fonte energetica costante. Come i combustibili fossili, come il nucleare, come le biomasse, ecc. Tuttavia, una centrale nucleare è economicamente ed energeticamente efficiente quando produce energia al massimo delle sue potenzialità. Alzare e abbassare la produzione energetica, in più, potrebbe anche stressare i materiali dell’impianto riducendone la vita media. Si può fare, ma i costi aumentano.</p>
<p>Il discorso però è che siamo di fronte a una crisi climatica inedita e ogni mezzo è necessario per ridurre il più possibile i gas serra. Scegliere il nucleare, come per altro suggerisce anche l’IPCC e gran parte della letteratura scientifica globale, è probabilmente necessario per coprire l’ultimo miglio di fabbisogno. Per una parte residuale del mix energetico, si intende. Così come è necessario usare biomasse, idrogeno, cattura e stoccaggio di carbonio e tutte queste altre tecnologie che non sembrano particolarmente <em>carine</em>. Oltre chiaramente a investire su sistemi di stoccaggio e accumulo energetico molto più potenti (le batterie), che sono la tecnologia ottimale da usare con le rinnovabili. Scegliere il nucleare è come decidere di comprare un bene di lusso, dicono gli autori, con i costi conseguenti, fino a che non ci saranno soluzioni migliori dal punto di vista ecologico ed economico.</p>
<p>L’importante, nel dibattito politico sulla programmazione energetica nazionale e internazionale, è che si resti su un piano di discussione che tenga conto delle evidenze scientifiche, delle capacità di gestione e delle competenze del paese e della volontà popolare (su cui le democrazie si basano). Usare il nucleare come scusa per rallentare il passaggio alle rinnovabili è dannoso e controproducente. Così come è stato ed è controproducente non avere ancora trovato un sito per il deposito unico nazionale per le scorie radioattive, che tra l&rsquo;altro provengono anche dagli ospedali, a causa di un’apparentemente incorreggibile sindrome NIMBY (<em>Not In My Backyard</em>). Sindrome che colpisce anche la costruzione di parecchi impianti fotovoltaici ed eolici per la verità, contribuendo a rallentare la transizione energetica.</p>
<p>Insomma, il libro ci dà elementi per stare con i piedi per terra e per ripulire il dibattito dalle troppe scorie (queste sì) ideologiche e integraliste. Io lo leggerei.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Timothy: raccontare l’immunologia come una storia di (piccoli) supereroi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi/</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Come si racconta il sistema immunitario senza perdersi tra sigle, molecole e processi cellulari? In “Timothy. Storia di un grande eroe in un mondo microscopico”, il neuroscienziato e divulgatore Tiziano Balzano sceglie la strada della narrazione: un linfocita T diventa il protagonista di un romanzo di formazione che attraversa organi, infezioni, allergie e ricerca biomedica. Tra fumetto, avventura e saggio divulgativo, il libro trasforma la complessità dell&amp;amp;rsquo;immunologia in una storia accessibile senza rinunciare al rigore scientifico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/timothy-raccontare-immunologia-storia-piccoli-supereroi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chi ricorda <em>Siamo fatti così – Esplorando il corpo umano</em>? L’ormai storica serie francese ha mostrato a una generazione di bambine e bambini (e non solo) un modo diverso di raccontare la biologia: quello nel quale le cellule diventano personaggi, organi e tessuti edifici, i vasi sanguigni strade trafficate. Nel quale ogni giorno ciascuno di questi elementi è impegnato a mantenere in funzione il complesso organismo che abitiamo. </p>
<p>A distanza di anni, in <a href="https://www.tabedizioni.it/shop/product/timothy-2025?search=timothy&amp;order=ordering&#43;desc" rel="noopener"><em>Timothy. Storia di un grande eroe in un mondo microscopico</em></a> (Tab Edizioni, 2026), il neuroscienziato e divulgatore scientifico Tiziano Balzano riprende quell’efficacissima strategia narrativa. E la usa, con una chiave di lettura che si avvicina, in modo dichiarato, al mondo dei supereroi dei fumetti, per raccontare uno dei protagonisti più affascinanti e al contempo più trascurati del sistema immunitario.</p>
<h2 id="mi-presento-sono-timothy">Mi presento, sono Timothy</h2><blockquote>
<p>Permettetemi di presentarmi: sono Timothy. Sono una cellula T. Come cellula T, faccio parte di un vasto e complesso sistema che lavora instancabilmente per mantenerci al sicuro ogni giorno. Il mio compito è pattugliare il corpo, cercando e neutralizzando le minacce. Ma il mio compito non è solo quello di combattere: è anche quello di mantenere l’armonia. Perché, in un mondo pieno di pericoli, dove anche un’arachide può essere letale, l’equilibrio è la sottile linea tra la vita e la morte.</p></blockquote>
<p>Balzano presenta così il suo microscopico eroe. Un eroe che all’inizio è ancora giovane e incerto sul suo destino, perché ha appena intrapreso il percorso di formazione che lo porterà a capire chi è davvero. In altre parole, una cellula che ha appena iniziato il suo percorso di maturazione nel timo. </p>
<p>L’atmosfera da fumetto non abbandona mai le pagine di questo saggio-racconto. I personaggi con cui Timothy si confronta sono di volta in volta compagni di battaglia, maestri illuminati, nemici spietati. Ma attenzione a non sottovalutare il libro: nell’atmosfera da fumetto, Balzano riesce a inserire informazioni e dettagli molecolari molto approfonditi.</p>
<p>Un esempio: «Hai imparato, ti sei adattato, hai scoperto i ruoli intricati che giocherai nel sistema immunitario. Ora sei pronto», dice a Timothy un’anziana cellula. Frasi che possono suonare come quelle che ascolta Bruce Wayne, in <em>Batman begins</em>, durante l’addestramento con la Setta delle Ombre. Ma nel caso di Timothy fanno parte della rivelazione del suo “vero sé” al termine del processo di maturazione: perché non è una cellula T qualunque, bensì una cellula T gamma-delta, un tipo specifico di leucocita che fa da ponte tra l’immunità innata e quella adattativa. E non sarà certo Balzano a trascurare di spiegare, nel dettaglio, cosa questo comporta, o le differenze rispetto ad altri tipi di cellule T.</p>
<h2 id="tra-eroismo-e-ricerca-scientifica">Tra eroismo e ricerca scientifica</h2><p>La natura di Timothy coincide con il suo ruolo nell’organismo, e il libro si svolge, si può dire inevitabilmente, con una serie di avventure nei diversi organi e apparati. Dall’intestino al cervello, tra astrociti che proliferano in modo anomalo, ferite, batteri e virus, Balzano rimane in equilibrio tra racconto e saggio per spiegare in modo estremamente dettagliato non solo come funziona il nostro sistema immunitario, ma anche per raccontare i meccanismi più specifici emersi dalla ricerca recente. Al termine di ogni capitolo, un breve riassunto dei concetti, che, proprio per il livello di approfondimento del testo, non giunge sgradito.</p>
<p>E non si pensi che il “mondo di Timothy” sia di fatto una persona particolarmente sfortunata, che incappa in tutte le patologie possibili. È solo che dell’attività continua di Timothy e dei suoi compagni noi riusciamo a renderci conto solo sporadicamente, quando il naso cola o la pancia si agita. O quando si presenta «una giornata di ordinaria follia», come la chiama Balzano descrivendo i meccanismi immunitari alla base di un’orticaria spontanea allergica, in uno scenario che ha dell’esilarante («Non mi butto nella mischia come un ubriaco di citochine in pieno delirio!», tuona furioso Timothy ai compagni impazziti).</p>
<p><em>Timothy</em> è un po’ romanzo (breve) di formazione, un po’ saggio, un po’ fumetto. Che si voglia ripassare o scoprire ex novo il ruolo del sistema immunitario non solo nel quotidiano di ogni persona, ma anche nella ricerca scientifica (basti pensare agli studi sull’immunoterapia, che hanno rivoluzionato la prognosi di alcune forme tumorali), è un libro che offre una chiave di lettura insieme dettagliata e accessibile. E raccontando in una storia che, senza spoiler, si chiude con un ultimo atto di eroismo in quel mondo microscopico: «Ho compiuto il mio dovere. Sono stato uno scudo contro l’onda implacabile della malattia», saluta Timothy, secondo la miglior tradizione degli eroi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scongelare i cervelli, non i ghiacciai</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scongelare-cervelli-ghiacciai/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scongelare-cervelli-ghiacciai/</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Matteo Motterlini nel suo ultimo saggio spiega quali sono le trappole mentali che ci spingono a non reagire di fronte ai rischi connessi alla crisi del clima. E a disinnescarle, per darci la possibilità di attivare il cambiamento iniziando dall’unico luogo in cui può essere concepito un futuro diverso: il nostro cervello.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scongelare-cervelli-ghiacciai-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scongelare-cervelli-ghiacciai-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Perché la crisi climatica non ci smuove? Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? Perché cambiare ci costa così tanto? Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? Perché neghiamo l’evidenza? Perché non ci fidiamo della scienza?</p>
<p>Otto domande, a cui negli otto capitoli corrispondenti del recente saggio <em>Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai</em> (Solferino, 2025) vuole rispondere Matteo Motterlini, docente di Filosofia della scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano dove è direttore del Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale e Applicata. Mostrando come le risposte abbiano radici nel nostro modo di pensare: il problema, prima ancora che ecologico, è cognitivo. A livello sia individuale sia collettivo. Ma per disinnescare le trappole mentali che ci bloccano, attivando strategie comunicative efficaci, dobbiamo in primo luogo riconoscerle.</p>
<h2 id="un-cervello-magnetizzato-sul-presente">Un cervello magnetizzato sul presente</h2><p>Nei primi capitoli, Motterlini spiega come la nostra inerzia di fronte alla crisi climatica sia legata ad alcune caratteristiche impresse nel nostro cervello fin dai tempi del pleistocene: la tendenza a reagire principalmente di fronte agli stimoli immediati. Il problema è che questo cervello “dell’età della pietra” deve vivere oggi in un ambiente totalmente diverso. Per esempio è sempre lui che ci guida ancora a preferire cibi ricchi di grassi e zuccheri, molto efficienti dal punto di vista dell’apporto calorico e quindi ottimi quando alimentarsi in misura sufficiente era una lotta quotidiana (ovvero nella maggior parte della storia dell’umanità): ma che oggi, nelle società in cui il cibo è facilmente disponibile, stanno provocando un’epidemia di obesità.</p>
<p>Allo stesso modo la tendenza a reagire a breve termine, utile quando il problema era sfuggire in fretta a un predatore, diventa oggi una trappola mentale.</p>
<p>Il problema della ricerca della gratificazione a breve termine, spiega inoltre Motterlini, è aggravato oggi dal fatto che viviamo nell’era del “capitalismo limbico”, che sfrutta a fini di lucro la nostra fame di gratificazioni immediate: siamo continuamente esposti a sistemi che interferiscono con il sistema della ricompensa, una struttura del nostro cervello molto antica che ci orienta verso ciò che dà piacere e ci allontana da ciò che procura dolore. I social, i videogame, i giochi d’azzardo e simili stimolano infatti il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore implicato nel circuito della ricompensa. Il risultato è che siamo sempre più drogati di gratificazioni immediate, sempre più intrappolati nel presente.</p>
<p>Ancora: sono ben noti meccanismi cognitivi quelli che ci rendono miopi di fronte al futuro. L’illusione del futuro ci porta a procrastinare: così come rimandiamo continuamente l’iscrizione alla palestra o il momento di iniziare la dieta. E tuttavia, ci ricorda Motterlini, il cervello dell’uomo ha sviluppato anche la capacità di pianificare il futuro, un vantaggio evolutivo sostanziale: a questo dobbiamo agganciarci, anche concretamente, pianificando misure. Per esempio vincolandoci oggi a decisioni che verranno attuate progressivamente nel futuro. Diventando così, per chi verrà dopo di noi, “buoni antenati”.</p>
<h2 id="che-cosa-pensiamo-quando-non-pensiamo-al-cambiamento-climatico">Che cosa pensiamo quando non pensiamo al cambiamento climatico?</h2><p>Sono diversi i meccanismi cognitivi che ci spingono a ignorare il cambiamento climatico: percezione del rischio distorta (il fenomeno per cui temiamo più gli squali delle zanzare, ma queste – vettori di malattie come la malaria – sono in realtà ben più pericolose); sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento, per cui i cambiamenti progressivi vengono accettati come “nuova normalità”, e ogni generazione ridefinisce verso il basso la propria idea di normalità ambientale; bias dello status quo, per cui si preferisce una situazione nota, anche se esistono alternative chiaramente migliori; illusione ottimistica, per cui si tende a pensare che non si sarà coinvolti nei problemi, che riguardano sempre “gli altri”.</p>
<p>A questi bias, però, si può rispondere con specifiche strategie comunicative: la nostra percezione del cambiamento climatico, ricorda infatti Motterlini, dipende in larga misura dalla narrazione che lo accompagna.</p>
<p>Appoggiandosi e diversi esperimenti specifici, l’autore mostra quali strategie comunicative possano essere efficaci a incoraggiare un coinvolgimento attivo. “Per cambiare il mondo, dobbiamo cominciare dalla narrazione che facciamo di noi stessi e degli altri. Una narrazione che non parli solo di rinunce e di costi, ma di comunità e di un futuro condiviso”.</p>
<h2 id="qualche-proposta-che-può-funzionare">Qualche proposta che può funzionare</h2><p>Sviluppare modelli di governance basati sulla collaborazione, sulla partecipazione attiva e sulla responsabilità condivisa: sempre basandosi su una ricca messe di esperienze e studi basati su casi reali, Motterlini descrive e propone alcune linee strategiche che promettono di poter essere efficaci. Nell’”ecosistema di soluzioni” sono coinvolti governi nazionali, aziende, comunità, cittadini. Gruppi espressi dalla società civile, come Greenpeace o Fridays for Future. Aziende pionieristiche che anticipano i tempi.</p>
<p>Certo, gli ostacoli da affrontare sono e restano enormi: oltre a quelli cognitivi, innestati nel cervello di ciascuno di noi, Motterlini non trascura di offrire un’ampia panoramica sulle forze, anche economiche, che negano l’evidenza del riscaldamento climatico, sui tentativi di manipolare l’opinione pubblica, sui rischi legati alla confusione dell’intrecciarsi di tante voci contrastanti, sui populismi, sull’eccesso di informazione, che in un’ultima analisi diventa illusione di essere informati (e non reale informazione).</p>
<p>Questa crisi, avverte Motterlini, riguarda, insieme, scienza e democrazia. “Affrontare la crisi del clima significa allora rafforzare le pratiche democratiche. Non solo per definire politiche ambientali più giuste ed efficaci, ma per ottenere quel consenso pubblico senza cui nessuna trasformazione è davvero possibile”.</p>
<p>Torna quindi, a conclusione del saggio, un tema estremamente caro a <em>Scienza in rete:</em> oggi riaffermare il valore della scienza è forse l’atto più radicale per difendere la democrazia, afferma Motterlini. “In un’epoca in cui negare il cambiamento climatico è presentato come libertà di opinione, questo è l’unico modo per tenere viva la possibilità di capirsi, ascoltarsi e decidere insieme come cambiare rotta.”</p>
<p>Affrontare il cambiamento climatico, conclude Motterlini, deve bilanciare il rischio di una possibile catastrofe futura con il costo delle misure preventiva. Farlo con responsabilità impone di basarci sulle migliori conoscenze a nostra disposizione: quelle che ci offre la scienza. Ed ecco come delinea l’alternativa:</p>
<p>“A questo punto abbiamo due strade.</p>
<p>La prima: non ci fidiamo della scienza. Esitiamo, rimandiamo, usiamo il dubbio come alibi per restare immobili. Ma se la scienza ha ragione – e tutto lascia pensare che ce l’abbia – pagheremo il prezzo più alto: un clima fuori controllo, ecosistemi collassati, incendi, siccità, crisi alimentari, milioni di sfollati climatici. Senza possibilità di ritorno.</p>
<p>La seconda: scegliamo di fidarci. Cambiamo rotta, riduciamo le emissioni, accettiamo qualche sacrificio nel nostro stile di vita in cambio di città più vivibili, aria più pulita, foreste, oceani e ghiacciai preservati. Poi, magari, scopriamo che la scienza aveva un po’ esagerato.</p>
<p>E allora? Allora avremo salvato il pianeta.</p>
<p>Per errore”.</p>
<p>Se lo stile brillante e il ricorso frequente al racconto di esperimenti concreti dà vivacità a un saggio denso ma scorrevole, una ricca bibliografia dà modo al lettore interessato di approfondire i temi trattati nei diversi capitoli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>The sea: il mare come diritto e come sogno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/the-sea-mare-diritto-sogno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/the-sea-mare-diritto-sogno/</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Il dodicenne palestinese Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché ha partecipato a una manifestazione: per lui quel giorno sarà impossibile vedere il mare. Ma il desiderio rimane, potente, come racconta il regista Shai Carmeli-Pollak nel film The Sea . Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, girato da un israeliano e da una troupe mista e prodotto dal palestinese Baher Agbariya.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/the-sea-mare-diritto-sogno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/the-sea-mare-diritto-sogno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p><strong>Un bambino al mare</strong></p>
<p>Conosco un bambino così povero<br>
che non ha mai veduto il mare.<br>
A Ferragosto lo vado a prendere<br>
in treno a Ostia lo voglio portare.</p>
<p>“Ecco, guarda”, gli dirò<br>
“questo è il mare, pigliatene un po’!”.</p>
<p>Col suo secchiello, fra tanta gente,<br>
potrà rubarne poco o niente:<br>
ma con gli occhi che sbarrerà<br>
il mare intero si prenderà.</p>
<p><em>Gianni Rodari</em></p></blockquote>
<p>Rodari ha usato il mare come metafora della bellezza, immaginata e fantasticata, del mondo, che solo l’ingenua osservazione, perché vera e primaria, di un bambino può valorizzare. Lo stupore, determinato dalla ricchezza dell&rsquo;immaginazione e dalla determinazione di perseguire un fine, anche in condizioni di povertà, rimanda a una immensità fantasiosa in cui c’è spazio anche per un futuro migliore. <br>
Questa filastrocca, pubblicata per la prima volta in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Filastrocche_in_cielo_e_in_terra" rel="noopener">Filastrocche in cielo e in terra</a> nel 1960, rimanda a tante altre esperienze simili e che fanno della “scoperta del mare”, della prima gita al mare, un passaggio importante nel percorso di crescita e sviluppo di un bambino. <br>
Nell’agosto 2017 l’<a href="https://www.associazionesalam.org/" rel="noopener">associazione Salam</a> di Taranto ha offerto a dieci bambini saharawi la possibilità di lasciare i campi profughi nei quali vivevano per trascorrere un periodo in Italia.  Il progetto prevedeva momenti dedicati ai controlli medici, allo svago e alla scoperta di un mondo diverso dal loro attraverso attività didattiche. Tra le attività svolte, i bambini sono stati accompagnati al Centro Recupero Tartarughe Marine “Luigi Cantoro”, e <a href="https://www.riservaditorreguaceto.it/index.php/en/component/k2/item/58-dieci-bambini-saharawi-a-torre-guaceto-l-emozione-della-scoperta-del-mare" rel="noopener">come testimoniato da un educatore</a> «Appena arrivati nei pressi della Torre Aragonese un piccolo ha visto il mare. Ha guardato l’operatore del Consorzio e ha preso a mimare il movimento delle braccia in nuoto. Voleva tuffarsi. Era la prima volta che quel bambino vedeva il mare. L’emozione che si leggeva nei suoi occhi racchiudeva in un solo sguardo la forza di chi non si arrende alle brutture della vita, anche quando queste sono tanto forti da essere inimmaginabili per chi vive al riparo dalla guerra, e la gioia della scoperta di una cosa nuova». <br>
Il mare, come “scoperta di una cosa nuova che genera gioia”, accomuna i dieci ragazzi saharawi a molti coetanei italiani e al potenziale educativo, formativo, esperienziale di una gita, magari scolastica (oggi definita “viaggio di istruzione” e normata da apposita <a href="https://www.mim.gov.it/-/il-ministro-valditara-ha-firmato-una-nuova-direttiva-per-promuovere-la-partecipazione-piu-ampia-degli-studenti-e-delle-studentesse-ai-viaggi-di-istruz" rel="noopener">direttiva</a> firmata dal ministro dell’Istruzione e del Merito). Imparare divertendosi in un ambiente naturale, che diventa un’aula a cielo aperto, dove conoscere le caratteristiche dell’ecosistema marino, attraverso attività esplorative, sensoriali e interattive (fare il bagno e giocare liberamente con i propri compagni di classe) può rappresentare un’esperienza unica (un’immersione educativa) anche per molti studenti italiani. </p>
<h2 id="da-qui-non-passi">Da qui non passi</h2><p>Una gita scolastica è quindi fonte e causa di numerose e complesse reazioni, risposte (emozioni) associate al vissuto di ciascun partecipante. È quanto accaduto a Khaled e ai suoi compagni di classe, partiti da Ramallah in pullman per una gita scolastica al mare nei pressi di Tel Aviv, un viaggio di circa 70 km. Tuttavia il dodicenne Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché sprovvisto di permesso. É stato identificato tra i partecipanti a una manifestazione antisraeliana, perciò non gli hanno rilasciato il permesso. Per superare la “barriera di separazione” che divide Israele dalla West Bank (la Cisgiordania il territorio palestinese parzialmente occupato da Israele) i palestinesi necessitano di un permesso, solo verso la Giordania non è loro necessario. Khaled non ha mai visto il mare, se non quando era ancora un feto nel ventre di sua madre Jasmine, morta precocemente (una fotografia appesa sopra il suo letto); ora vive con la nonna, i fratelli e il padre che lavora come muratore clandestino in Israele.  <br>
Khaled ha nello zaino una fionda e dopo che è stato fatto scendere dal pullman, triste e rabbioso, la fa roteare e scaglia sassi nell&rsquo;aria. Azione simbolo del sumud, la resistenza incrollabile, un’azione radicata quella del lancio di sassi contro l’oppressore israeliano tra i giovanissimi palestinesi, ben rappresentata dalla <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Faris_Odeh#/media/File:Faris_odeh03a.jpg" rel="noopener">famosa foto</a>, scattata il 29 ottobre 2000 da Laurent Rebours dell&rsquo;Associated Press, del quattordicenne palestinese Faris Odeh che lancia una pietra a un enorme carro armato israeliano di fronte a lui durante la seconda Intifada. Dieci giorni dopo quella fotografia, Faris sarà ucciso da un soldato israeliano in un carro armato mentre lanciava pietre contro le truppe. </p>
<h2 id="davide-contro-golia">Davide contro Golia</h2><p>Davide contro Golia, torti ingiustamente subiti, rabbia e resistenza: sono i temi associati alle immagini delle sequenze iniziali di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Sea_%282025_film%29" rel="noopener">The sea</a>, il prologo alla gita cinematografica a cui il regista israeliano Shai Carmeli-Pollak accompagna lo spettatore. Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, anche con momenti di suspense. Girato da un israeliano, un “nemico interno” per il ministro israeliano della cultura Miki Zohar, e da una troupe mista, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya ed è distribuito da Mescalito Film, specializzata soprattutto nella diffusione di documentari e di opere indirizzate al racconto di realtà &ldquo;marginali&rdquo;, con l’apporto di Pueblo Unido, community media nata dall’esperienza della giornalista d’inchiesta Giulia Innocenzi e Food for Profit. Il film ha vinto cinque premi Ophir, l’equivalente dei nostri David di Donatello, al Jerusalem Film Festival. Candidato anche agli Oscar, ma non arrivato alla cinquina finale.</p>
<blockquote>
<p>Più di vent’anni fa entrai nei Territori Occupati durante la Seconda Intifada. Quell’incontro con una realtà diversa da come la immaginavo mi sconvolse e cambiò la mia vita. Tornai più volte in luoghi che molti israeliani tendono a rimuovere; imparai l’arabo e nacquero relazioni profonde con persone che, sulla carta, avrebbero dovuto essere nemici. Mi colpì, in uno dei miei viaggi, quel diffuso desiderio del mare, di andare oltre il muro che separa West Bank e Israele.<br>
Shai Carmeli-Pollak</p></blockquote>
<h2 id="il-desiderio-del-mare">Il desiderio del mare</h2><p>Khaled (Mohammad Ghazawi) non desiste, al mare ci vuole andare, ha anche maschera e boccaglio, dono del padre Ribhi (l’arabo israeliano Khalifa Natour). Al ritorno dalla gita i suoi compagni di classe gli hanno descritto entusiasti e felici la giornata trascorsa al mare. Esce di casa all’alba e riesce a passare in Israele con alcuni operai, raggiungendo e disperdendosi in una Tel Aviv immensa e sconosciuta, per lui che non parla l’ebraico e ci giunge per la prima volta. Un operaio gli dà i soldi per l’autobus, alcuni passanti lo aiutano a dirigersi verso il mare, alcuni sono gentili, altri sospettosi o scontrosi. Scoperta la scomparsa di Khaled, la nonna avvisa il padre che lascia il cantiere e inizia a vagare alla ricerca del figlio. Un peregrinare parallelo, estraneo a entrambi per le strade di una città ostile a entrambi. Un road movie che narra di un viaggio che, sebbene destinato al fallimento sin dall’inizio, comunque consente di raggiungere la meta, con complicità e condivisione tra padre e figlio, e la speranza sorridente di conquistare una libertà negata.<br>
Militari e poliziotti sono rappresentati per ciò che sono: uomini in divisa duri e inclementi. Così come la fauna umana delle vie di Tel Aviv tra fiumi di auto: donne in short con cani al guinzaglio, bulli o alternativi tatuati, osservatori impassibili all’arresto di Khaled e di Ribhi seduti ai tavolini di un café. Forse la sequenza tecnicamente migliore del film.  <br>
Ma quello di Shai Carmeli-Pollak è cinema e così non c’è solo l’Odissea di Khaled dell’infrangersi dei suoi sogni adolescenziali, si racconta anche quella di Ribhi, piccola e semplice, ormai passata: mentre si avvia verso la spiaggia alla ricerca di Khaled capita nel negozio di Sara (Hila Surjon), ex amore reciso dal padre di lei, finita sposata a Shlomo, con figli.</p>
<p>Come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/">Hind Rajab</a>, anche Khaled è un bambino, è palestinese ed è un nemico. Voleva vedere, per la prima volta nella vita, il mare, così desiderato, così vicino geograficamente, ma geopoliticamente lontano. A entrambi, tanti e troppi bambini, è impedito di sognare e di desiderare. Khaled viene arrestato, Hind muore, a sei anni. Khaled può essere ancora aiutato a scoprire il mare, a vivere i sogni, ad abitare anche luoghi immaginari, ad alimentare desideri… a crescere e divertirsi in una Palestina libera.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La musica che ha formato Galileo torna a suonare dopo quattro secoli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli/</guid><pubDate>Mon, 15 Jun 2026 07:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natacha Fabbri</dc:creator><category>storia-della-scienza</category><description>Una ricerca sulle relazioni tra musica e scienza nell’opera di Galileo Galilei ha portato a una rilettura del ruolo svolto dal padre Vincenzo nella sua formazione culturale. Il recupero di manoscritti, opere perdute e nuove fonti documentarie restituisce l’immagine di un compositore e teorico della musica più complesso di quanto finora ritenuto e consente di ricostruire parte dell’ambiente musicale, poetico e intellettuale nel quale crebbe il giovane Galileo. Da questo studio è nato il progetto discografico &amp;amp;ldquo;Galilei: The Sound of Science&amp;amp;rdquo;, che restituisce all’ascolto musiche rimaste in silenzio per oltre quattro secoli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/musica-formato-galileo-torna-suonare-dopo-quattro-secoli-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa lega un liuto, una tromba, un organo e il telescopio alla nascita della scienza moderna?<br>
La domanda può sembrare insolita, ma è proprio seguendo questa traccia che una ricerca condotta attorno al pensiero di Galileo e alle connessioni tra musica e astronomia ha portato alla riscoperta e valorizzazione di una parte del mondo sonoro del padre, Vincenzo Galilei, perduta o dimenticata per secoli. È da questo percorso che trae origine il progetto discografico <a href="https://fanlink.tv/w932?" rel="noopener"><em>Galilei: The Sound of Science</em></a> (EMA Vinci classica), nel quale è possibile ascoltare anche nove prime registrazioni discografiche assolute di composizioni di Vincenzo e Michelangelo Galilei, provenienti da manoscritti e opere a lungo disperse, che gettano nuova luce sulla formazione culturale di uno dei padri della moderna scienza. Il progetto è accompagnato da un <a href="https://zenodo.org/records/19533384" rel="noopener">booklet</a>, liberamente consultabile online, nel quale sono presentati i documenti e le fonti che hanno reso possibile la ricostruzione di questo repertorio.</p>
<h2 id="galileo-e-il-linguaggio-della-musica">Galileo e il linguaggio della musica</h2><p>Galileo crebbe in una famiglia profondamente immersa nella musica, dove si suonava, si studiava matematica, si sperimentava sugli strumenti, e dove la poesia era spesso affidata al canto e all’accompagnamento del liuto. Suo padre Vincenzo era compositore, liutista, teorico della musica e una delle figure più importanti della cultura musicale del Rinascimento. Galileo stesso era un provetto liutista e suo fratello Michelangelo, virtuoso del liuto celebre in Europa, divenne musicista e compositore alla corte di Monaco di Baviera.</p>
<p>La ricerca da cui è nato <em>Galilei: The Sound of Science</em> ha preso le mosse dall’osservazione di come modelli musicali, analogie, strumenti e termini appartenenti al lessico della musica non solo ricorrano in tutta l’opera di Galileo, ma diventino veri e propri strumenti concettuali. Galileo li trasforma in argomenti a sostegno della nuova immagine dell’universo, della sua scienza del moto e, più in generale, della difesa del sistema copernicano. </p>
<p>Anche lo strumento simbolo delle sue scoperte astronomiche è legato alla musica. Prima di essere chiamato telescopio, il cannocchiale veniva spesso denominato “occhiale a tromba”. Galileo stesso, nel 1609, utilizzò delle canne d’organo di stagno per costruire alcuni tubi del suo strumento. Persino il significato originario dell’aggettivo “telescopico” era legato alla struttura del trombone, il cui funzionamento si basa sullo scorrimento di elementi cilindrici l’uno dentro l’altro. In un orizzonte analogo si muoveva anche la spiegazione del pendolo che Galileo fornisce nei Discorsi e dimostrazioni matematiche, quasi fosse una trasposizione verticale della vibrazione della corda di un liuto.</p>
<h2 id="un-nuovo-sguardo-su-vincenzo-galilei">Un nuovo sguardo su Vincenzo Galilei</h2><p>A indirizzare la ricerca verso la figura di Vincenzo Galilei è stata però anche un&rsquo;altra considerazione. Constatare come tra i filosofi del primo Seicento la sua opera fosse discussa e le sue ricerche fossero spesso paragonate all’approccio adottato da Galileo ha reso necessario esaminarne più da vicino la produzione e ricostruire l’ambiente culturale, scientifico e musicale nel quale si formò il giovane Galileo.</p>
<p>Per comprendere l’influenza del padre sul figlio, la storiografia si è concentrata su alcuni degli esperimenti che Vincenzo condusse sui corpi sonori e sulle corde vibranti negli ultimi anni della sua attività, quando Galileo si trovava nella sua abitazione di Firenze.</p>
<p>Ma guardare Vincenzo soltanto attraverso questi esperimenti o la celebre polemica con Gioseffo Zarlino rischia di restituirne un’immagine incompleta. Se vogliamo cogliere appieno il ruolo che ebbe nella vicenda intellettuale del figlio, dobbiamo porci anche una domanda diversa. Cosa ci dicono le fonti coeve di Vincenzo Galilei come compositore e del contesto culturale e sociale in cui operò e nel quale crebbe Galileo?</p>
<p>La risposta è meno scontata di quanto possa sembrare. Per una serie di vicende legate alla dispersione delle sue opere e alla fortuna storiografica dell’autore, Vincenzo è stato ricordato soprattutto come teorico della musica, liutista e autore di una delle prime composizioni di monodia accompagnata. Eppure era anche un profondo conoscitore del contrappunto (a testimoniarlo rimangono dei manoscritti) e un compositore prolifico di musica vocale polifonica, che si era confrontato con uno dei grandi temi del suo tempo: il rapporto tra musica e poesia. Di tutto questo abbiamo oggi una scarsa percezione perché le sue composizioni vocali, costituite da due libri di madrigali, sono andate perdute per oltre tre secoli e, anche successivamente, sono rimaste semisconosciute. Altre sono rimaste manoscritte – e mute – nei fondi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze fino ai nostri giorni.</p>
<h2 id="la-musica-perduta-di-casa-galilei-suono-e-poesia">La musica perduta di casa Galilei: suono e poesia</h2><p>Una parte importante della sua produzione vocale è stata dimenticata per secoli. Ma l’obiettivo dell’album non è soltanto registrare delle musiche rare. È cercare di dare voce a una dimensione della sua formazione che sino a oggi era rimasta in gran parte sconosciuta. Un mondo fatto anche di poesia, di musica vocale, di rapporti tra suono e parola.</p>
<p>Siamo alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento e Galileo aveva superato i vent’anni. Si dilettava anche in componimenti poetici, studiava e commentava i poemi di Ariosto e Tasso; si dice che recitasse Petrarca a memoria. Non solo. Ancora nelle opere importanti della maturità, l’armonia dell’Orlando furioso di Ariosto è accostata al modello del cosmo copernicano, mentre la struttura disordinata della Gerusalemme liberata di Tasso è paragonata al sistema geocentrico di Tolomeo. Sono proprio questi gli autori che ritroviamo musicati da Vincenzo Galilei nei madrigali e non solo: Ariosto, Tasso, Petrarca, Giovan Battista Strozzi il Giovane (a cui Galileo rimase sempre legato). E Dante. </p>
<p>La tradizione ha associato la produzione vocale di Vincenzo quasi esclusivamente al celebre Lamento del Conte Ugolino dell’Inferno della <em>Divina Commedia</em> di Dante, composizione che da secoli affascina studiosi e musicologi in quanto, secondo una testimonianza di Pietro de’ Bardi, sarebbe stata all’origine del genere musicale del recitar cantando. E come non ricordare che proprio alla fine degli anni Ottanta Galileo tenne due lezioni sulla struttura geometrica dell’Inferno di Dante all’Accademia Fiorentina? Di questa accademia era membro Giovan Battista Strozzi il Giovane, i cui versi erano stati messi in musica dal padre nel <em>Secondo libro dei madrigali</em> (1587).</p>
<p>Concentrati sul tentativo di ritrovare quell’opera perduta, gli studiosi hanno spesso trascurato un patrimonio altrettanto importante: i brani per voce e liuto che sono giunti sino a noi grazie a carte manoscritte rilegate in fondo a un esemplare del <em>Fronimo</em> di Vincenzo Galilei. Sono anche queste composizioni, rimaste silenziose per oltre quattro secoli, che possono oggi essere ascoltate. Forse un’esperienza musicale non lontana da quella del Lamento del Conte Ugolino; forse addirittura il laboratorio creativo che portò alla nascita di quella composizione entrata nella storia e nel mito.</p>
<h2 id="un-ritratto-in-musica">Un ritratto in musica</h2><p>Anche un altro recente ritrovamento ha contribuito a definire questa nuova immagine di Vincenzo Galilei – e, con essa, della formazione di Galileo. Si tratta di un ritratto identificato con Vincenzo quantomeno a partire dalla seconda metà del Settecento. Al di là del volto raffigurato, il dipinto contiene un vero e proprio ritratto musicale: la partitura di una fuga vocale a cinque voci su testo di Petrarca, che Vincenzo pubblicò in una raccolta di musica per liuto del 1584. Non si tratta di un dettaglio secondario, poiché ci restituisce l’immagine di un Vincenzo che si confronta con il più prestigioso repertorio poetico e musicale del Rinascimento. Anche questa composizione torna oggi all’ascolto nell’apertura dell’album: una fuga, dalla struttura circolare, sui primi versi del sonetto <em>Hor che ’l ciel et la terra et il vento tace</em>, che evocano il moto incessante del carro della notte nel silenzio che avvolge la Terra.</p>
<p>Il percorso conduce ancora una volta nella medesima direzione. Il Vincenzo Galilei che emerge da queste fonti si discosta dall’immagine tradizionale che ci è stata trasmessa e si rivela molto più complesso. Non è soltanto il teorico della musica, il liutista o il protagonista della riflessione che avrebbe contribuito all’affermazione della monodia accompagnata. È anche un compositore che si muove all’interno di una fitta rete di relazioni letterarie e che si confronta con la tradizione polifonica del suo tempo. Un orizzonte culturale che costituisce anche una delle chiavi per comprendere la formazione intellettuale di Galileo, erede di un ambiente nel quale poesia, matematica, musica, sperimentazione sugli strumenti e riflessione sulla natura dialogavano continuamente.</p>
<h2 id="scienza-e-musica-andata-e-ritorno">Scienza e musica: andata e ritorno</h2><p>La ricerca è partita dalla scienza di Galileo e ha condotto a Vincenzo Galilei. Attraverso Vincenzo ha restituito una visione diversa su Galileo stesso, cresciuto in un ambiente nel quale la parola conviveva con il rigore quasi matematico della composizione contrappuntistica, dimensione resa nell’album anche attraverso l’esecuzione di importanti composizioni per liuto solo e per due liuti. </p>
<p>Questa prospettiva ha influenzato anche le scelte discografiche, orientate a ridare centralità all’espressività della parola e del suono del liuto, così come alla chiarezza delle linee contrappuntistiche, elementi essenziali nella cultura musicale di cui Vincenzo fu uno dei massimi esponenti. L’obiettivo era anche quello di restituire un laboratorio sonoro nel quale rigore compositivo ed emozione procedevano assieme, e di contribuire a rileggere alcune pagine galileiane.</p>
<p>Non è infatti un caso che Galileo nel Dialogo abbia esaltato l’attività dei musicisti e che nel <em>Saggiatore</em> abbia tracciato, nella cosiddetta “favola dei suoni”, un parallelismo tra la ricerca del filosofo naturale e quella di un uomo che scopre nuove realtà sonore senza mai pervenire a una conoscenza esaustiva della natura. Parole che sono state affidate all’ultima traccia di <em>Galilei: The Sound of Science</em>, a dimostrazione di come il mondo musicale di Vincenzo Galilei non sia stato per il figlio solo un ricordo d’infanzia, ma una fonte di modelli, immagini e strumenti per la sua ricerca scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Davvero il mondo resterà senza inverno?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/davvero-mondo-restera-senza-inverno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/davvero-mondo-restera-senza-inverno/</guid><pubDate>Fri, 22 May 2026 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Ne &amp;amp;ldquo;Il mondo senza inverno&amp;amp;rdquo; di Bruno Arpaia (Guanda, 2026) tecnologia e controllo sociale si intrecciano a un clima ormai fuori controllo. Il futuro segnato dalla crisi climatica, siccità, migrazioni e disuguaglianze sociali trasformano radicalmente la vita quotidiana. Nonostante il tono cupo, il libro lascia anche spazio alla speranza e alla volontà di reagire. Un ottimo esempio di comunicazione della scienza che funziona (o almeno speriamo).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Leggere <em><a href="https://www.guanda.it/libri/bruno-arpaia-il-mondo-senza-inverno-9788823536029" rel="noopener">Il mondo senza inverno</a></em> di Bruno Arpaia (Guanda editore, 240 pagine, 18€) è come leggere i rapporti del World Economic Forum, ma capendoli. I rapporti dell’IPCC, dei maggiori istituti di ricerca mondiali e qualsiasi altro documento scientifico, infatti, sono solo un elenco noioso di numeri e dati. Imprescindibili per capire il mondo, e sono forse quelli più importanti che potremmo mai avere a disposizione. Conosciamo gli scenari climatici che ci aspettano in funzione delle azioni di politica economica ed energetica che implementeremo. Sappiamo tutto, c’è scritto tutto in questi testi. Ma quello che manca è: come si vivrà in un mondo dove non siamo riusciti a stare sotto 1,5°C o 2°C di aumento di temperatura media per fine secolo? Quali emozioni proveremo? Come cambierà il modo di produrre cibo e quindi di goderne a tavola? Cosa succederà a posti del cuore che saranno sommersi dal mare o arsi dalla siccità?</p>
<p>Tutto questo non c’è nei documenti che scrive l’IPCC (anche se si sforzano di essere sempre più colorati), temi che invece trovano ampio spazio nel nuovo libro di Arpaia, scritto dieci anni dopo <em><a href="https://www.guanda.it/libri/bruno-arpaia-qualcosa-la-fuori-9788823514195" rel="noopener">Qualcosa là fuori</a></em>, dove tutto ebbe inizio - per altro consigliatissimo. La scienza, nelle sue innumerevoli declinazioni per essere comunicata, ha necessariamente bisogno delle emozioni, dei sentimenti. Delle storie. Non a caso Bruno Arpaia era tra gli insegnanti del Master in comunicazione della scienza di Milano a tenere un interessantissimo (secondo me) corso su come raccontare la scienza attraverso la letteratura.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp 1200w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina libro arpaia" width="1200" height="1858" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se volete capire <em>come</em> si vivrà in un mondo senza inverno, questo libro fa al caso vostro. E no, non vi farà venire solo ansia e angoscia verso il futuro, anche se l&rsquo;autore usa degli scenari climatici forse un po’ troppo estremi rispetto a quelli che più probabilmente raggiungeremo. Ma comunque non c’è da stare tranquilli perché, nonostante i passi avanti che abbiamo fatto, siamo ancora lontani dagli obiettivi fissati dall&rsquo;Accordo di Parigi.</p>
<p>Le vicende riprendono esattamente dove erano arrivate alla fine del primo libro (che non vi sveleremo) e continuano a intrecciarsi fra loro. La marcia senza fine da un’Italia inaridita e mezza sommersa ha portato finalmente i nostri protagonisti a destinazione, una destinazione molto nordica. Qui il mondo sembra essere migliore, ci sono case, macchine, cibo. Tutto quello che la Napoli dei nostri protagonisti aveva dimenticato. Però le minacce climatiche si sommano ora a quelle tecnologiche, dove l’intelligenza artificiale non è stata governata adeguatamente e dove sono stati creati dei superumani, con capacità di calcolo eccezionali.</p>
<p>Serve poco per capire che i profughi che arrivano dal Sud Europa, dopo un viaggio estenuante, non potranno godere degli stessi diritti degli altri cittadini. Cittadini che quassù sono infatti di serie A, B e C. L’ufficializzazione della discriminazione sociale. I chip sottocutanei tengono traccia di qualsiasi cosa facciano le persone, sanno se ci sono malattie o bisogni particolari. Il governo controlla ossessivamente tutti. E come in molte finte democrazie e dittature, anche nel lontano Nord si è creata una sacca di resistenza. Lo scopo è penetrare nei sistemi informatici che hanno il controllo di tutto, dove sullo sfondo il clima è sempre peggiore. La siccità cresce e le riserve d’acqua iniziano a scarseggiare. Marta, Sara, Miguel, Ahmed, Erik, sono tra i personaggi della storia. Che prendono voce di tanto in tanto rubando la scena al piano narrativo in terza persona. Cosicché si possono conoscere meglio le paure, le ansie e le speranze di tutti.</p>
<p>Sullo sfondo, c&rsquo;è sempre il clima, ormai straniero in patria.</p>
<blockquote>
<p>Poi, nemmeno un&rsquo;ora dopo, accadde tutto in fretta. Sentirono suonare le sirene e Ahmed corse a digitare sulla sua console per sbarrare le finestre con le imposte interne.</p>
<p>«Presto, aiutatemi!»</p>
<p>«Che c&rsquo;è, cosa succede?»</p>
<p>«Un uragano, e sembra pure forte, presto!»</p>
<p>«Un uragano, qui?»</p>
<p>«Sì, ora capita spesso, e all&rsquo;improvviso. Però pensate a chiudere, vi ho detto!»</p>
<p>Ma il vento a raffiche già graffiava i muri, scuoteva le persiane, fischiava tra un palazzo e l&rsquo;altro, faceva vibrare le insegne, i lampioni e i cartelli stradali, s&rsquo;insinuava nella tromba delle scale. Era un rimbombo sordo, accelerato, che inghiottiva tutti i rumori. Miguel si aggrappò a Marta, Sara si rannicchiò in un angolo del divano [&hellip;]. Sembrava che il palazzo oscillasse avanti e indietro come in un terremoto.</p>
<p>«Ma quanto durerà?» urlò Marta per farsi sentire.</p>
<p>«E chi lo sa? Dipende&hellip;» rispose Ahmed, anche lui urlando, mentre ricontrollava le chiusure.</p>
<p>Dagli spiragli delle imposte intravidero le sciabolate gialle e azzurre dei lampi e il serpente di un fulmine che palpitava per qualche attimo e poi si abbatteva da qualche parte con uno schiocco assordante. Infine cominciò a piovere, a lavaroni, a canteri, come se il cielo, carico di rabbia, si sfondasse, mentre il vento furioso incalzava la pioggia e la spingeva in mulinelli e cortine d&rsquo;acqua, trascinava cornicioni, insegne divelte e pezzi di lamiera, spazzava le strade deserte e le fogne rivomitavano l&rsquo;acqua che spiantava i tombini.</p></blockquote>
<p>Gli eventi meteo estremi sono ormai ricorrenti. Tifoni e uragani possono arrivare nel giro di cinque minuti senza avvisaglie. Il mondo è cambiato e la cosa peggiore è che ormai è tutto rinnovabile, tutta l’energia non è più prodotta da combustibili fossili, ma il guaio è che siamo arrivati tardi. Abbiamo aspettato troppo tempo. Ed è questo uno dei messaggi impliciti del libro. Risolvere la crisi climatica non è come risolvere un altro problema. Non posso oggi, lo faccio domani. No. Se lo faccio domani, o dopodomani, c’è rischio che non si faccia più in tempo. Ed è quello che accade ai nostri personaggi. È tutto rinnovabile, ma l’inerzia climatica è così elevata che troppo tempo dovrà passare prima di tornare, se mai si tornerà, ai livelli di CO₂ e di temperatura almeno degli anni 2000. Non si riesce nonostante la tecnologia abbia fatto balzi in avanti enormi nel giro di pochissimi decenni. E questa è una frecciatina ai “tecno-ottimisti”, che credono che tanto arriverà qualcosa che ci salverà definitivamente. Intanto il tempo passa.</p>
<p>Il tempo, la tecnologia, il clima, la scienza. Questi sono gli elementi chiave della nuova società corrotta che dipinge Arpaia. Potrebbe sembrare inevitabile cadere in depressione dopo aver letto il libro. È tutto sbagliato, non funziona più niente, nemmeno la democrazia. Eppure, no. L&rsquo;urgenza non viene travolta dal pessimismo cosmico e l&rsquo;angoscia è portatrice di speranza. La sensazione che ti resta addosso è una voglia di rimboccarsi le maniche e dire: allora, cosa c’è da fare per evitare di avere un mondo senza inverno? Sarà per la resistenza contro il sistema a cui si uniscono i personaggi o per il desiderio mai soddisfatto di raggiungere la meta (anche qui come nel primo libro). Difficile a dirsi. Fatto sta che funziona. Se tra altri dieci anni Arpaia vorrà scrivere un terzo capitolo, speriamo che lo faccia in un mondo dove le emissioni si siano ridotte parecchio. Nel frattempo, l’IPCC ha <a href="https://www.carbonbrief.org/factcheck-trumps-false-claims-about-the-ipcc-and-rcp8-5-climate-scenario/" rel="noopener">eliminato</a> lo scenario climatico 8.5, cioè quello che prevedeva un aumento di 4,4°C circa per fine secolo. Allo stesso tempo, però, abbiamo <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-2024-first-year-exceed-15degc-above-pre-industrial-level" rel="noopener">superato 1,5°C</a> nel 2024 anche se ancora non in modo definitivo. Insomma, difficilmente non ci sarà materiale per un altro romanzo, tuttavia forse il futuro sarà meno indefinito. Vedremo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come non pubblicare in medicina: perché le riviste rifiutano i lavori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori/</guid><pubDate>Fri, 08 May 2026 07:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvia Bencivelli</dc:creator><category>libri</category><description>Tra errori clamorosi, vizi strutturali e nuove sfide come l’intelligenza artificiale, il nuovo libro di Luca De Fiore, &amp;amp;ldquo;Come non pubblicare in medicina&amp;amp;rdquo; (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), ribalta con ironia le regole della pubblicazione scientifica per mostrarne i limiti più profondi. Non solo un manuale per evitare brutte figure , ma una riflessione su un sistema imperfetto e sempre più bisognoso di trasparenza, ma ancora necessario.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/pubblicare-medicina-perche-riviste-rifiutano-lavori-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Gentile direttore del <em>New England Journal of Medicine</em>…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di <em>Jama</em>. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio. E succede perché nessuno ha mai dato ai ricercatori una formazione solida su come si pubblica un paper scientifico. Quindi ecco che il libro di Luca De Fiore, *<a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/come-non-pubblicare-in-medicina/?srsltid=AfmBOoo5cMvbruo018JjQxhl4nNTWSPWvFxn62dgj_XViLbz3AdnGdJg" rel="noopener">Come non pubblicare in medicina. Guida pratica per farsi detestare da publisher, editor, referee e altre creature misteriose</a> *(Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), arriva a colmare questa lacuna. Golub lo scrive nella prefazione e aggiunge: si tratta di errori correggibili e ci si può e deve riflettere. Ma con il libro di De Fiore lo si può fare senza soffrire troppo, perché l’autore sfida il tema ad altissimo rischio noia con il suo stile arguto e un po’ giocherellone, e si diverte a rovesciare il discorso. E a spiegare come non farsi accettare un articolo, o come pubblicarlo malissimo, mettendo a punto una ricetta di una decina di ingredienti capace di garantire un gustosissimo fallimento. </p>
<p>Questo è il secondo libro che Luca De Fiore dedica all’editoria scientifica biomedica, un tema che per ricercatori e medici è quotidiano ma anche terribilmente opaco. Del primo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-libro-problemi-possibili-soluzioni-delleditoria-scientifica/">abbiamo già parlato</a>. Si intitola <em>Sul pubblicare in medicina</em>, è uscito due anni fa, e guarda il sistema dall’alto: i numeri da capogiro (cinque milioni di articoli all’anno, trentamila riviste indicizzate, un’industria da trenta miliardi di dollari), le distorsioni dell’impact factor, le trappole delle riviste predatorie, il paradosso di un’industria che guadagna miliardi senza pagare né gli autori né i revisori. Questo secondo volume cambia prospettiva: guarda il sistema dal basso, dal tavolo del ricercatore che sta scrivendo il suo bel paper.</p>
<p>Perché De Fiore conosce quel sistema come pochi altri in Italia. È direttore del Pensiero Scientifico Editore, casa editrice scientifica fondata nel 1946. Dirige la rivista <em>Recenti progressi in medicina</em>, indicizzata su Medline e Scopus, ed è revisore per il <em>BMJ</em> sui temi della cattiva condotta nella comunicazione scientifica. È stato presidente dell’Associazione Alessandro Liberati, il network italiano della Cochrane, ed è membro della European Association of Science Editors. Negli ultimi anni si è dedicato al tema con passione: su LinkedIn è diventato una voce seguita e costante nel dibattito sulla qualità della ricerca e dell’editoria scientifica. Ed è di fatto editore che sta smontando di fronte a noi pezzo per pezzo la macchina in cui lavora, non per sabotarla ma per mostrare come funziona davvero, e come potrebbe funzionare meglio.</p>
<p>Il pretesto narrativo del libro, il “non” del titolo, è divertente e in parte funziona anche se non regge allo stesso modo per tutti i tredici capitoli. Perché le ragioni per cui un articolo non viene pubblicato (o viene pubblicato male) non sono tutte uguali. A volte dipendono dall’autore: ha scelto la rivista sbagliata, ha fatto erroretti, non ha curato le figure, ha sopravvalutato la portata del suo lavoro, ha litigato con i referee. E allora glielo si può spiegare. Ma a volte le ragioni sono strutturali: il sistema non pubblica i risultati negativi e lì l’autore può poco, anche se ha tutte le ragioni del mondo. A volte sono ragioni etiche, come la mancanza di approvazione da parte di un comitato etico, quindi in quel caso è l’editore che non pubblica a fare la cosa giusta.</p>
<p>Nel complesso si arriva a una specie di paradosso sottile: questo è un libro dichiaratamente dalla parte dei “buoni”, un libro impegnato che vuole migliorare il sistema, e il gioco del rovesciamento ironico alla lunga entra in tensione con la sua stessa serietà. </p>
<p>Detto questo, il libro è denso di contenuti che meritano attenzione. Per esempio il primo capitolo, dedicato al <em>publication bias</em> (cioè alla mancata pubblicazione dei risultati negativi): tema noto agli addetti ai lavori che De Fiore argomenta con precisione e con dati aggiornati, mostrando le conseguenze concrete della scomparsa dei risultati “scomodi”. Distorsione della letteratura, sopravvalutazione degli effetti dei trattamenti, spreco di risorse nella replicazione di studi: risulta qui ben chiara la dimensione etica della pubblicazione scientifica, e soprattutto della non pubblicazione.</p>
<p>Ma parliamo anche di intelligenza artificiale. De Fiore dice apertamente che il re è nudo: l’IA la usiamo già tutti. E allora il punto non è se usarla, ma come, e soprattutto se dichiararlo. E poi c’è la parte sulla comunicazione dei risultati delle proprie ricerche, anche qui in continua evoluzione: social network di tutti i tipi fanno già parte della vita dei ricercatori e delle ricercatrici, e non sono un vezzo o una vetrina per i più vanesi. Per De Fiore possono anzi essere uno strumento per fare ricerca migliore, per costruire collaborazioni, per rendere visibile il lavoro di chi altrimenti resterebbe ai margini. Controcorrente rispetto a un certo snobismo accademico, De Fiore lo sostiene appoggiandosi anche ad alcune testimonianze di ricercatori e ricercatrici particolarmente attivi con i “nuovi” mezzi di comunicazione. </p>
<p>Un discorso a parte merita il capitolo undicesimo, <em>Nasci donna</em>, che l’autore definisce «il capitolo che non avrei voluto scrivere». I numeri sono impietosi: le donne pubblicano meno, pubblicano in posizioni meno prestigiose, non ricevono quelle firme “in regalo” che spesso spianano le carriere maschili, sono sottorappresentate nei comitati editoriali, fanno meno peer review. Lo sappiamo, ma continuare a nominare il problema è ancora l’unico modo per non far finta che sia risolto. Qui, essere donna è certamente un modo per non pubblicare, ma la correzione non può essere intestata al soggetto: deve essere un lavoro di sistema, e nemmeno limitato a «publisher, editor, referee e altre creature misteriose».</p>
<p> Di altro tipo sono i capitoli più strettamente pratici: come scegliere la rivista giusta, come gestire la relazione con i reviewer, come non sopravvalutare il proprio lavoro, come rispettare le scadenze. Qui il libro mantiene le promesse del sottotitolo ma si rivolge soprattutto a chi è alle prime armi. Chi ha già una certa esperienza con il meccanismo della pubblicazione troverà alcuni di questi consigli un po’ familiari. </p>
<p>Nelle conclusioni il libro rialza lo sguardo. Come può evolvere un sistema editoriale che ha così tanti vizi ma che resta ancora così necessario e presente? De Fiore riprende uno scenario proposto dallo storico direttore del <em>British Medical Journal</em> dal 1991 al 2004, Richard Smith: trasformeremo le riviste in spazi di discussione e confronto, mentre i risultati della ricerca impareremo a depositarli su infrastrutture pubbliche accessibili a tutti. È «la grande disintermediazione», che separa il contenuto scientifico dalla vetrina editoriale.</p>
<p>Forse è un’utopia, ma nell’attesa di raggiungerla De Fiore ci indica con chiarezza il problema: il territorio dell’editoria scientifica sta cambiando sotto i nostri piedi, e noi stiamo cercando di disegnarne la mappa mentre camminiamo. L’intelligenza artificiale appiattirà la forma della scrittura scientifica, e a quel punto contare non sarà più la forma: sarà il rispetto delle regole, la trasparenza, l’integrità. Avremo sempre più bisogno di una bussola etica, e sempre meno di una bussola tecnica. Perché non si tratterà più di evitare le gaffe con gli editor alla Golub, ma di ripensare tutto il sistema e di fare uno sforzo collettivo per migliorarlo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dare voce alle emozioni: il ruolo inatteso dell’IA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia/</guid><pubDate>Thu, 30 Apr 2026 08:35:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Bodei</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Nella “società delle mangrovie”, come la definisce il filosofo Luciano Floridi, dove umano e digitale si intrecciano, l’intelligenza artificiale smette di essere solo fonte di inquietudine e diventa strumento di espressione. Il libro &amp;amp;ldquo;EmoziIonAbili&amp;amp;rdquo; (Pisa University Press) racconta come l’IA generativa possa trasformarsi in un «esoscheletro cognitivo» capace di dare voce a giovani con disabilità, amplificando emozioni e storie senza tradirle, e aprendo nuove strade per un uso etico e inclusivo della tecnologia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dare-voce-emozioni-ruolo-inatteso-dell-ia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale generativa, che dal 2022 sta trasformando profondamente la nostra vita, continua a disorientarci: ci somiglia così tanto da rendere difficile tracciare un confine tra ciò che produce e ciò che siamo in grado generare noi. Del resto, ha imparato a esprimersi osservandoci e imitandoci, e lo fa sempre meglio. Tutto questo inquieta: saprà fermarsi quando lo vorremo noi?</p>
<p>La difficoltà a tracciare confini è, in fondo, un tratto distintivo della nostra società. Non a caso il filosofo Luciano Floridi parla di “società delle mangrovie”, dove l’acqua dolce si mescola a quella salata, senza essere più né l’una né l’altra: allo stesso modo, nelle nostre esperienze, la dimensione digitale si intreccia con quella reale.</p>
<p>Il libro <em>EmoziIonAbili. Intelligenza artificiale generativa tra emozioni, racconti e musica</em>, uscito da poco per i tipi della Pisa University Press (e <a href="https://www.pisauniversitypress.it/scheda-ebook/gian-luigi-ferrari/emoziionabili-9791256083015-577355.html" rel="noopener">liberamente scaricabile</a> dal sito della casa editrice), prende a prestito questa efficace metafora per descrivere lo spazio simbolico e reale di incontro di un gruppo di giovani adulti con disabilità che, grazie all’intelligenza artificiale generativa, hanno potuto trovare una voce per esprimere la propria interiorità, muovendosi in un continuum “salmastro” in cui esseri umani e macchine si compenetrano. In questo spazio, l’IA permette di superare le barriere linguistiche e cognitive che impediscono loro di raccontare le proprie emozioni. </p>
<p>L’autore, Gian-Luigi Ferrari, al contempo attivo nell’Associazione Caregivers Pisa che ha promosso il progetto alla base del libro e professore di Informatica all’Università di Pisa, parla infatti di “esoscheletro cognitivo” per la mente, per indicare come questa tecnologia possa supportare il pensiero e facilitare la capacità di espressione, diventando uno strumento di inclusione e di amplificazione. Da qui la “iI” e la successiva “A” inserite nel titolo <em>EmoziIonAbili</em>, a sottolineare il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa come amplificatore narrativo.</p>
<p>Una boccata di ossigeno in mezzo a tante discussioni allarmistiche e un po’ aprioristiche sull’IA. Come ogni tecnologia è infatti uno strumento indubbiamente potente, che può però essere utilizzato anche in modo etico, a patto di adottare un modello di progettazione responsabile e sicura, capace di tutelare la privacy di chi lo usa, e di offrire un ambiente protetto.<br>
L’IA può raccogliere allora gli spunti e le parole dei ragazzi, anche se frammentari, e restituirli in forma chiara, “in bella”, senza alterarli. Ferrari la definisce «empatia artificiale», perché l’IA si limita a riflettere fedelmente ciò che percepisce, senza proiettarci nulla di proprio, come farebbe inevitabilmente un essere umano. Così le emozioni non vengono «interpretate, ma amplificate; non spiegate, ma rese abitabili». </p>
<p>Ottenere questo risultato non è immediato: occorre una progettazione ben strutturata. Alla fase di ascolto segue quella dell’ideazione della storia, accompagnata dal costante aiuto degli educatori. Solo in un secondo momento entra in gioco l’IA che, attraverso un’attenta attività di prompting, viene guidata nella generazione di testo e immagini. </p>
<p>I dati personali dei ragazzi non vengono esposti, ma trasformati in preferenze astratte per adattare comunque le risposte ai singoli individui. Così restano custoditi in un contesto sicuro, senza contribuire in alcun modo all’aggiornamento della conoscenza generale dell’IA, in linea con i principi di tutela della privacy by design e data minimization. </p>
<p>Sulle storie si fa poi un lavoro collettivo di lettura, discussione e rielaborazione, sino al momento festoso della presentazione pubblica delle versioni finali. Possono essere creati, in modo analogo, anche canzoni (sia testo che musica) e fumetti. In queste creazioni trovano spazio tutte le emozioni, positive o negative: gioia, impazienza, paura, rabbia, nostalgia, meraviglia, e altre ancora. Le storie che ne nascono colpiscono per la loro vividezza e autenticità.</p>
<p>Il libro non si limita a testimoniare un’esperienza, ma propone un uso nuovo ed etico dell’IA. Questo progetto, che consente a tutti di esprimersi, nel rispetto della propria unicità e della propria privacy, lascia infatti intravedere un modo concreto di dare attuazione alla dichiarazione ONU sui diritti delle persone con disabilità, secondo cui quello alla comunicazione non consiste semplicemente nella possibilità di parlare o esprimersi, ma anche nel poter essere ascoltati, compresi e messi nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita culturale e sociale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il cervello non è fatto per capire: la rivoluzione invisibile delle neuroscienze</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze/</guid><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 08:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>libri</category><description>&amp;amp;ldquo;Il cervello non è fatto per capire&amp;amp;rdquo; (Edizioni Dedalo), di Francesco Orzi, ci porta dentro una rivoluzione silenziosa: quella che ha mostrato come la mente umana non sia progettata per conoscere, ma per sopravvivere. Attraverso celebri esperimenti cognitivi, dal Monty Hall al problema di Linda, mostra una verità scomoda: gli errori non sono eccezioni ma strutture profonde del nostro modo di pensare, radicate nei meccanismi neurali che guidano il nostro pensiero. Aiutandoci a fare un passo in più verso la lucidità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cervello-fatto-capire-rivoluzione-invisibile-neuroscienze-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nella storia delle scienze, alcune rivoluzioni cambiano tutto senza che quasi nessuno se ne accorga. La teoria della relatività e la meccanica quantistica hanno trasformato la fisica nel primo Novecento, e il loro impatto culturale - benché lento - è diventato parte dell&rsquo;immaginario collettivo. Qualcosa di comparabile, per profondità teorica e implicazioni, è accaduto nelle scienze psicologiche e, in seguito, nelle neuroscienze a partire dalla metà degli anni Settanta: la scoperta che la nostra mente non è uno strumento di conoscenza, di sopravvivenza, e che queste due funzioni non coincidono. Qualcuno ci aveva già pensato, ma a nessuno aveva portato le prove sperimentali. A differenza della relatività, questa rivoluzione non ha suscitato molta attenzione pubblica, al di là degli aspetti di intrattenimento o della funzione di formazione di docenti o dirigenti. Non ha cambiato il linguaggio comune, non ha prodotto icone culturali riconoscibili e non è neppure entrata nei programmi scolastici. Nei corsi di economia o di filosofia, ormai, queste scoperte si insegnano; ma, tragicamente, non nei corsi di medicina, dove gli errori cognitivi dovuti alla struttura della mente umana causano almeno il 30% (quando va bene) degli errori medici. Anche nella maggior parte degli incidenti aerei è stata dimostrata l’interferenza dei bias cognitivi. Insomma, queste scoperte riguardano il modo in cui prendiamo decisioni, formiamo credenze, valutiamo rischi e ci raccontiamo chi siamo.</p>
<p>Il volume di Francesco Orzi, <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/il-cervello-non-e-fatto-per-capire.html" rel="noopener"><em>Il cervello non è fatto per capire</em></a> (Edizioni Dedalo, 2026), apre una delle finestre più ampie e accessibili su quella rivoluzione. In poco più di centoventi pagine, il neurologo, ex primario di neurologia dell’Ospedale Sant’Andrea e direttore scientifico del Festival della Scienza di Castro dei Volsci, accompagna il lettore attraverso sei quiz - raggruppabili in problemi logici, paradossi probabilistici, esperimenti classici delle scienze cognitive - che funzionano come sonde.  Come i bisturi chirurgici, dissezionano con precisione i punti in cui il ragionamento umano si inceppa in modo sistematico. Non per stupidità, non per distrazione, ma per come il cervello è stato costruito, senza un progetto, dalla selezione naturale.</p>
<p>Il test che apre la sequenza del libro è il problema di Monty Hall, un esperimento mentale che prende il nome da un conduttore televisivo americano degli anni Sessanta. Di fronte a te ci sono tre porte. Dietro una si trova un&rsquo;automobile; dietro le altre due, una capra. Scegli una porta - diciamo la porta A. Il conduttore, che sa dove si trova il premio, apre una delle altre due porte mostrando una capra - diciamo la porta B. Ora ti chiede: vuoi restare con la porta A o passare alla porta C?</p>
<p>La risposta intuitiva di quasi tutti è: non cambia nulla, sono rimaste due porte; quindi, la probabilità è cinquanta e cinquanta. Questa risposta è sbagliata. Conviene cambiare e la probabilità di vincere passando alla porta C è di due terzi, contro un terzo restando con la scelta iniziale. Il ragionamento è che al momento della scelta iniziale, la tua porta aveva una probabilità su tre di nascondere il premio. Le altre due porte, insieme, due terzi. Quando il conduttore elimina una porta sbagliata - e lo fa sempre intenzionalmente, usando un&rsquo;informazione che tu non hai - quei due terzi si concentrano sulla porta rimasta. Cambiare porta raddoppia le probabilità di vincere.</p>
<p>La difficoltà del problema non sta nella matematica, che è elementare. Sta nel fatto che il conduttore non apre una porta a caso: usa informazioni nascoste, e questa asimmetria è esattamente ciò che l&rsquo;intuizione ignora. Il cervello registra &ldquo;due porte rimaste&rdquo; e conclude &ldquo;cinquanta e cinquanta&rdquo;, saltando il passaggio cruciale: chi ha aperto quella porta, come lo ha scelto e cosa sa.</p>
<p>I programmi televisivi basati su meccaniche simili, come <em>Affari tuoi</em>, evocano superficialmente questa struttura ma non la replicano. In quel formato, l&rsquo;eliminazione delle opzioni avviene in modo casuale, senza che il conduttore disponga di informazioni strategiche sul contenuto delle scatole. Manca quindi la condizione che rende il Monty Hall ciò che è: l&rsquo;asimmetria informativa deliberata. La matematica cambia e, con essa, il ragionamento corretto.</p>
<p>Si stima che il Monty Hall sia il test, tra i 250 circa usati dagli scienziati cognitivi, con il tasso di errore più alto: tra l&rsquo;ottanta e il novanta per cento dei partecipanti risponde in modo errato. Ciò che lo rende ancora più interessante è che l&rsquo;errore persiste anche dopo la spiegazione: molte persone, anche di fronte a una dimostrazione formale, faticano a convincersi e a modificare la propria intuizione. Non è un dato secondario, ma il cuore del problema. Non si tratta di non capire la soluzione: si tratta di non riuscire a sentirla come vera.</p>
<p>Orzi inserisce il test in una progressione di 6 quiz che copre diversi livelli del funzionamento mentale. Il Wason Selection Task presenta quattro carte (E, K, 2, 7) e chiede di verificare una regola logica semplice: &ldquo;se c&rsquo;è una vocale su un lato, c&rsquo;è un numero pari sull&rsquo;altro&rdquo;. Fallisce quasi la stessa percentuale del Monty Hall: si tende a cercare conferme anziché falsificazioni, attivando quello che la letteratura chiama il bias di conferma. Il bias più dannoso in assoluto, tra quelli che la selezione naturale ci ha imposto. Il Bat-and-Ball Problem, parte del Cognitive Reflection Test di Shane Frederick, chiede quanto costa una pallina se una mazza e una pallina insieme costano 1,10 euro e la mazza costa un euro in più della pallina. La risposta immediata è di dieci centesimi; quella corretta è di cinque. Circa il 70% sbaglia. Il Linda Problem di Amos Tversky e Daniel Kahneman chiede di valutare se è più probabile che Linda, descritta come filosofa femminista, sia cassiera di banca, oppure sia cassiera di banca e militante femminista. La seconda opzione è logicamente meno probabile della prima, eppure il 70-80% la sceglie. Il Base Rate Neglect mostra che le persone ignorano sistematicamente le probabilità di base quando dispongono di informazioni descrittive salienti, anche se tali informazioni sono irrilevanti o fuorvianti. Gli esperimenti sull&rsquo;introspezione di Nisbett e Wilson dimostrano che le persone scelgono tra oggetti identici - calzini, automobili - in base a fattori del tutto inconsapevoli, e poi costruiscono spiegazioni plausibili ma false per giustificare la propria scelta.</p>
<p>Perché Orzi ha scelto proprio questi test? Perché ciascuno illumina un livello diverso del sistema cognitivo e, insieme, documentano qualcosa di più grave di una serie di errori isolati: che i limiti non sono locali ma stratificati. Il Monty Hall mostra il fallimento dell&rsquo;intuizione probabilistica. Il Wason mostra il fallimento del ragionamento deduttivo. Il Linda Problem mostra il fallimento della logica della congiunzione. Il Base Rate Neglect evidenzia il fallimento nella gestione dell&rsquo;incertezza. Gli esperimenti sull&rsquo;introspezione mostrano che il fallimento arriva fino a farci dimenticare le ragioni delle nostre stesse scelte. La sequenza è deliberatamente costruita: dal sé al mondo, dalla percezione alla decisione, dalla decisione alla logica pura. L&rsquo;errore non è un&rsquo;anomalia: è una proprietà costitutiva della mente, che emerge a tutti i livelli.</p>
<p>L&rsquo;originalità più rilevante del libro rispetto alla divulgazione corrente sui bias cognitivi, che si è diffusa ampiamente seppur più come curiosità e con scarsi effetti sulla scia di Kahneman e dei suoi epigoni, sta in un passo ulteriore: la riconduzione di questi errori non soltanto a processi psicologici, ma anche a meccanismi neurali. Orzi non si limita a descrivere cosa sbagliamo e in quale direzione. Riconduce gli errori alle strutture neurali che li generano.  In particolare, all’attivazione di circuiti di valutazione emotiva che precedono. e spesso condizionano, l&rsquo;elaborazione prefrontale più lenta e deliberativa. L&rsquo;ancoraggio cognitivo, la <em>loss aversion</em>, il bias di conferma non sono &ldquo;difetti&rdquo; sovrapposti a una razionalità altrimenti funzionante: sono il prodotto di architetture neurali selezionate per rispondere rapidamente in contesti di incertezza, non per calcolare probabilità condizionate o verificare sillogismi.</p>
<p>Questo raccordo tra la psicologia cognitiva e le neuroscienze si aggancia alla rivoluzione che la cosiddetta opinione pubblica, che cita i paradossi della relatività o il gatto di Schrödinger, non ha ancora notato.  A partire dagli anni Settanta, con il lavoro di Tversky e Kahneman, di Nisbett e Gigerenzer sulla razionalità limitata, e con la neuropsicologia di Damasio, di LeDoux, di Edelman, si è consolidata una visione radicalmente diversa della mente: non un elaboratore di informazioni imparziale che funziona male, ma un sistema adattivo che funziona bene per gli scopi per cui è stato selezionato - sopravvivere, cooperare, reagire rapidamente - e male per gli scopi che gli chiediamo oggi: calcolo astratto, probabilità, valutazione di rischi a lungo termine, coerenza logica.</p>
<p>Il cervello non è fatto per capire. È fatto per andare avanti. Capire questo, con la chiarezza che Orzi porta nel piccolo spazio di un libro agile, è già un primo passo verso qualcosa di più vicino alla lucidità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Silvia, Carmela, Sophie e Rossella: Milano porta in scena la gestazione per altri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione/</guid><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 08:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Federica Salamino</dc:creator><category>arte</category><description>C’è un piccolo teatro, in una piccola via della periferia nord di Milano, che ha scelto di fare qualcosa di grande.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/silvia-carmela-sophie-rossella-milano-porta-scena-gestazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’è un piccolo teatro, in una piccola via della periferia nord di Milano, che ha scelto di fare qualcosa di grande. Tra il 12 e il 22 febbraio 2026, il Teatro della Cooperativa di Niguarda ha portato in scena <em>M(Other)</em>, lo spettacolo di Rossella Fava dedicato alla Gestazione Per Altri (GPA). Renato Sarti, attore, regista e fondatore dell&rsquo;associazione culturale che gestisce il teatro, ha detto di sì a un progetto a cui Fava si dedicava dal 2019, quando si era imbattuta nel tema quasi per caso. Sei anni di ricerca, scrittura e sperimentazione in piccoli circoli culturali hanno portato a questo momento: quello in cui a Milano si è cercato di colmare la lacuna culturale attorno alla GPA, grazie all’intuito e al coraggio della coppia Fava-Sarti.</p>
<h2 id="un-momento-storico-non-trascurabile">Un momento storico non trascurabile</h2><p>La gestazione per altre persone, tecnica di procreazione medicalmente assistita che consente una gravidanza per conto di altri, è stata dichiarata <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/gpa-no-legge-appena-approvata-sancisce-reato-universale/#:~:text=La%20Gpa%2C%20in%20Italia%2C%20%C3%A8%20gi%C3%A0%20vietata,cittadino%20italiano%20%C3%A8%20punito%20secondo%20la%20legge">reato (quasi) universale</a> in Italia il 16 ottobre 2024. Era però già vietata dalla Legge 40 del 2004 e, anche a causa della scarsa conoscenza degli studi scientifici sul tema, è stata sempre percepita con timore.</p>
<p>«Chiusa in casa durante il Covid, ho avuto il tempo di dedicarmi a fondo allo studio per questo spettacolo», racconta Rossella Fava. Un periodo non solo di preparazione, ma anche di premi e riconoscimenti. E ostracismo. «Tutti dicevano che il testo era bello e importante, ma nessuno si è assunto la responsabilità di produrlo o curarne la regia. Ho continuato la mia ricerca, ma è stata una grande fatica».</p>
<p>La stessa fatica dei genitori intenzionali, quando la GPA diventa l’unica possibilità, sembra risuonare nel percorso di Fava: il bisogno di essere ascoltati si scontra con l’assenza di interlocutori. «La solitudine di quei genitori», continua, «è la solitudine di noi artisti: Tutto ciò che affronta Silvia per diventare madre, l’ho visto nel teatro: ostracismo, attacchi da ogni parte. Poi, per fortuna, ho incontrato Renato Sarti, che ha sempre scelto la libertà come senso del fare teatro».</p>
<h2 id="la-banalità-del-bene---carmela">La banalità del bene - Carmela</h2><blockquote>
<p>Io non sono tua madre, levatelo dalla testa, io sono una baby-sitter e una figlia ce l’ho, ce l’ho già. Si chiama Lucia. L’idea sì. Sono stata io. Ci incontravamo sempre con tua madre, lì dove lavoro. Io facevo pausa sigaretta e lei mi raccontava la sua storia, a puntate. E un giorno nella mia testa tutto quadrava, mi faccio coraggio e glielo dico a tua madre: “Te lo faccio io un figlio”.</p></blockquote>
<p>Ecco chi ci portiamo a casa dal nostro posto numerato al Teatro della Cooperativa: Carmela, la donna che sceglie di partorire la figlia che Silvia crescerà. «Sugnu sana come un pisci friscu», dice, indicando cuore e testa. In una rappresentazione che intreccia italiano e siciliano prende forma il ritratto di una donna che, come spiega Rossella Fava, «è la più sana di tutte: non volevo rappresentarla come costretta o fragile. Carmela ha un’identità fortissima».</p>
<p>In un contesto culturale in cui le gestanti per altri restano inascoltate e allo stesso tempo vengono raccontate come figure passive, vedere Carmela al centro della scena ha un effetto liberatorio. È diretta, concreta, consapevole: propone, decide, stabilisce lei i termini. Pane al pane, vino al vino: è una persona, prima di tutto. Ed è proprio questo il primo merito di <em>M(Other)</em>: restituire concretezza a una figura che il dibattito pubblico vorrebbe astratta. Con Carmela, la GPA torna a essere semplicemente una delle possibili relazioni tra individui, fatta di scelte, limiti e negoziazioni: tutto gestito alla pari da gestanti e genitori intenzionali. Perché una persona scelga di partorire per altri, nel nostro Paese — dove la maternità resta perennemente intrappolata nelle note di una canzone romantica — è un interrogativo a cui quasi nessuno (<a href="https://www.fandangolibri.it/prodotto/mio-tuo-suo-loro-ne/" rel="noopener">Serena Marchi</a> pioniera) ha provato a rispondere davvero: si è parlato di tutto tranne di ciò che le gestanti avrebbero da dire. Il coraggio di Fava e Sarti sta nel dare voce a Carmela con un candore che ogni progetto genitoriale meriterebbe.</p>
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<p>Gae! Oggi all&rsquo;ecografia Silvia m’ha detto che il mio e il tuo è un atto d’amore! Io c’ho detto “No no no no patti chiari e amicizia lunga: il mio è un atto d’amore ma anche il tuo lo è. Qua non c’è nessuno che fa favori a nessuno. E a me interessa solo che amiate questo bambino sopra ogni cosa e che siete due persone per bene in grado di essere genitori, bravi genitori sopra ogni cosa, siete in grado? Dopo di che non ne voglio sapere niente di niente.</p></blockquote>
<p>C’è un patto tra due donne consapevoli: non si compie alcun sacrificio unilaterale ma si esercita una responsabilità condivisa. In una società in cui la genitorialità è ancora carica di aspettative morali, e dove “fare figli è bello” solo finché si riesce a farli spontaneamente, è proprio questa restituzione di verità a farci tornare a casa sollevati: Carmela non teorizza, agisce. Per empatia, per necessità concrete e con la lucidità di chi sa perfettamente cosa sta scegliendo.</p>
<p>«Quante maniere esistono per aiutare gli altri donando una parte di sé?», si chiede Marco Annoni in <a href="https://iris.cnr.it/handle/20.500.14243/539142" rel="noopener"><em>La felicità è un dono</em></a>, riflettendo su pratiche come la donazione di sangue o quella samaritana per un organo, generalmente riconosciute come legittime e ammirevoli se libere e consapevoli. Eppure, quando il dono passa attraverso la gravidanza, come nella GPA, questo schema si incrina. Non si tratta di una rinuncia permanente, ma di una disponibilità temporanea del corpo all’interno di un accordo: e allora perché questa scelta appare meno accettabile? Sicuramente facciamo ancora fatica a riconoscere l’infertilità come una condizione che merita una cura, piuttosto ci sembra un destino da accogliere, e ad accettare che la genitorialità possa nascere anche da una cooperazione tra persone, pensiamo invece debba essere un merito individuale. Carmela arriva a mettere in discussione queste categorie: decide spontaneamente e consapevolmente di aiutare Silvia e, proprio per questo, obbliga lo spettatore a interrogarsi.</p>
<h2 id="linfertilità-è-una-patologia---silvia">L’infertilità è una patologia - Silvia</h2><p>Quindi deve esistere il diritto di curarsi.</p>
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<p>Nel momento della serata in cui finalmente si è decisa ha aggiunto “Sono incinta, aspettiamo un bambino”. Monica è alla terza gravidanza. Io? Io e Paolo ci abbiamo provato per tre anni. Il primo anno l’abbiamo fatto ovunque e almeno ogni giorno. Negli altri due, in ogni clinica con i migliori specialisti e soldi su soldi su soldi… esami, punture di ormoni, prelievi ovocitari, primo, secondo, terzo transfer embrionale. Tre anni con un responso sempre uguale. “Amore, ordiniamo il secondo?”. Paolo me lo chiede come uno schiaffo, come di chi vorrebbe dire “amore, controllati, si vede tutto”. [&hellip;] “Li interrompo – Il mio utero è inospitale. Rifiuta le gravidanze.” “E l’adozione?” dice Monica. “E l’alternativa?”. In Italia non se ne può parlare. Si chiama&hellip; “Utero in affitto - bisbiglia Monica - Vai in Ucraina, scegli una donna&hellip; [&hellip;]”. “Poverine” aggiunge il marito, “dicono lo facciano per senso di responsabilità, amicizia, amore, solidarietà, alla fine è per soldi. Io non giudico eh! Fare figli è importante, però un figlio non lo puoi prenotare come su Amazon. Forse è meglio prima svuotare gli orfanotrofi del mondo. Forse una cosa contro natura, forse un accanimento, un&rsquo;ossessione, forse… Io non lo farei mai”. È lì, con il polso dell’insindacabile che svuoto il bicchiere di vino in faccia al marito di Monica, e lascio Paolo, Monica e il marito e la carne lì sul piatto, tutti a freddare.</p></blockquote>
<p>Quando l’infertilità compromette la qualità della vita, diventa una <a href="https://www.iss.it/infertilit%C3%A0-e-pma" rel="noopener">condizione patologica</a>. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la definisce come assenza di concepimento dopo 12–24 mesi di rapporti non protetti. <em>M(Other)</em> ci fa sedere a tavola con Silvia e dentro il suo frullatore emotivo, quello che conosce solo chi, nella partita della riproduzione, pesca la pagliuzza più corta. Ma ci mette anche di fronte alle nostre reazioni: quanto spesso, davanti al dolore altrui, rispondiamo con giudizi invece che con una semplice domanda “Come stai?”. Per secoli l’infertilità è stata letta come problema sociale più che medico. Solo nel momento in cui viene finalmente ricondotta a cause biologiche, si sposta lo sguardo: da colpa a condizione che richiede assistenza. Le strutture sanitarie tengono il passo; la società invece è ancora ferma al giudizio morale.</p>
<p>E la GPA? Rientra tra le “tecnologie ibride” descritte da <a href="https://www.libreriacortinamilano.it/scheda-libro/autori-vari/antropologia-e-riproduzione-attese-fratture-e-ricomposizioni-della-procreazione-e-della-genitorialita-in-italia-9788870432107-325633.html?srsltid=AfmBOorepb4HbdxrL90IyjDlXHNP90QQnyDbaO6jLRx6qpGVntQyRYH_" rel="noopener">Laura Mamo</a>: pratiche in cui il concepimento diventa un processo consapevole e pianificato, e la genitorialità un percorso costruito nel tempo. Coinvolge più attori: gestanti, donatrici, personale medico, genitori intenzionali, e richiede diversi livelli di mediazione. Liberiamoci della parola “capriccio”, quindi, qui si parla di determinazione: non diversa da quella di chi pianifica rapporti a scopo fecondazione con calendario e orologio alla mano. Vale ricordarlo ai tanti “mariti delle Moniche”: perché riconosciamo la forza di chi magari affronta un trapianto e non quella di chi lotta contro l’infertilità? Nata per rispondere all’impossibilità di portare avanti una gravidanza, la GPA è oggi riconosciuta dall’OMS come tecnica di sostegno alla riproduzione e può rappresentare un’opzione terapeutica per esempio in caso di sindrome di Rokitansky, cioè di assenza di utero. Spiazzante, di primo acchito, la scelta di <em>M(Other)</em> di raccontare una GPA in cui donatrice e gestante coincidono (non la norma oggi). Ma Fava ha le idee chiare: la donazione di gameti consente di ribadire che la biologia non definisce il legame genitore-figlio; la GPA “tradizionale” permette forse di mostrare la spontaneità di Silvia e Carmela: nessun mediatore, solo la loro scelta.</p>
<p>Fare un figlio con la GPA significa realizzare il processo riproduttivo al di fuori dei corpi che cresceranno il bambino. Significa seguire un progetto genitoriale desiderato e pianificato ma lungo un percorso complesso, fatto di procedure, tempi disallineati e incertezze, in cui fallimenti e cambi di rotta sono una costante nel cammino. Proprio da questa complessità nasce la ricchezza che contraddistingue la GPA quando viene realizzata alla luce del sole: un intreccio di relazioni tra donatrici, gestanti e genitori intenzionali. Si costruisce un legame simbolico ed emotivo, gli antropologi parlano di “misteriosa efficacia della relazionalità”, che ruota attorno all’esperienza straordinaria della nascita di un bambino.</p>
<h2 id="il-racconto-trasparente---sophie">Il racconto trasparente - Sophie</h2><p>Generare un figlio significa anche costruire per lui o lei fin da subito una storia chiara e coerente, capace di ricongiungere il bambino alle relazioni che hanno reso possibile la sua nascita. Una storia trasparente, radicata nel reale, fatta di decisioni, emozioni e desideri, per una narrazione accessibile e completa che riconosca il contributo di ciascuno e renda il concepimento un racconto condivisibile.</p>
<p>Sophie non gode di questo privilegio:</p>
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<p>Quando te lo dico? A che età devo… quando avrai otto-nove anni, quattordici, venti? E come te lo dico? Ti dirò: “Una stella ti ha portata da me”. No, orribile. Ti dirò, ti dirò, ti dirò “Una donna mi ha aiutata a farti nascere!”</p></blockquote>
<p><em>M(Other)</em> definisce con precisione il patto tra due donne, che è alla base di qualunque GPA ben regolamentata: è fatto di motivazioni, responsabilità, reciprocità. Sophie rappresenta invece ciò che in Italia, tra divieti e sanzioni, viene messo a rischio: il diritto dei figli a conoscere le proprie origini fin da subito. Un errore già visto nelle adozioni, quando la verità arrivava tardi e causava traumi. Oggi il clima di paura intorno alla GPA rischia di portare le famiglie a rimandare o sospendere il racconto delle origini, come se dai genitori adottivi non avessimo imparato nulla.</p>
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<p>Mia madre mi disse che le sarebbero rimasti pochi mesi di vita e che non era stata lei a partorirmi. Durante quell’anno ho conosciuto Carmela. Ho odiato mia madre e poi l’ho amata di nuovo. E poi l’ho persa. Ho avuto solo un anno per rimettere insieme i pezzi di questa storia. La mia, la sua, la loro, la nostra. Ho le mani di Carmela. “Se potessi tornare indietro lo rifarei”, e rideva, rideva. Mamma tu piangevi. Adesso so quanto mi hai voluta e desiderata e amata sopra ogni cosa. E da quando te ne sei andata Mà, ho smesso di chiedermi ogni come, quando e perché. Sono nata e basta.</p></blockquote>
<p>Studi recenti, come quello <a href="http://psycnet.apa.org/fulltext/2023-63676-001.html" rel="noopener">longitudinale</a> del 2023 di Susan Golombok, mostrano che ciò che conta, per l’equilibrio famigliare, non è il legame biologico o gestazionale, ma la qualità delle relazioni. Famiglie nate da donazione di gameti o da GPA presentano livelli simili di benessere psicologico e qualità relazionale rispetto alle altre, laddove si garantisce ai figli la stessa spontaneità nel racconto di cui beneficiano le persone nate da concepimento spontaneo. Oggi molte persone nate da GPA sono adulte e raccontano la propria <a href="https://www.radioradicale.it/soggetti/275976/lia-giartosio-goretti" rel="noopener">esperienza</a>: non ricordano come sono nate, né vogliono che questo sia il principale argomento di discussione a tavola. Siamo nate, dicono, e siamo semplicemente felici che sia andata così.</p>
<h2 id="sipario">Sipario</h2><p>«La prima volta che ho sentito Rossella leggere <em>M(Other)</em>», racconta Renato Sarti, «mi ha colpito la bellezza del testo e il fatto che, pur già premiato, fosse passato inosservato. L’abbiamo prodotto per la delicatezza con cui sono tratteggiati i personaggi: puro artigianato teatrale. Che il tema sia scottante per noi è secondario: al Teatro della Cooperativa abbiamo sempre lavorato su temi scomodi. Il teatro deve dare fastidio, sorprendere e dare fastidio».</p>
<p>Nessuno schieramento, nessuna bandiera, lo sottolineano Fava e Sarti. Non è questo l’obiettivo di <em>M(Other)</em>. Sono tre donne che diventano una, nella gravidanza e in Rossella, e che mettono in luce l’imprevedibilità della vita: sofferenze, scelte, salti nel vuoto. Si esce da Via Hermada con la sensazione di aver finalmente capito. Tre donne che sono una e che siamo tutte, nella pressione che la società esercita e nell’empatia che dovremmo avere nei confronti di storie che non conosciamo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Artemis II: il lato in ombra della corsa alla Luna</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna/</guid><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 08:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>libri</category><description>Il diluvio mediatico collegato alla missione Artemis II che, con tutti i suoi record, ha fatto dimenticare i problemi sulla rampa di lancio nonostante il costo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il diluvio mediatico collegato alla missione Artemis II che, con tutti i suoi record, ha fatto dimenticare i problemi sulla rampa di lancio nonostante il costo esorbitante del lanciatore, forse ci inducono a concentrarsi sui dettagli piuttosto che sull’intero impianto del programma di ritorno alla Luna.</p>
<p>Per questo è estremamente utile leggere il libro <a href="https://www.apogeonline.com/libri/ritorno-sulla-luna-paolo-attivissimo/?srsltid=AfmBOorlcaALfTyzYkTGxrEyCiQvdJcYd0KIcnKjY_nbkiJqTkgc8Mak" rel="noopener"><em>Ritorno sulla Luna - Dal sogno di Apollo alla sfida di Artemis</em> </a> (Apogeo, 218 pagine), in cui Paolo Attivissimo si è dato l’ambizioso compito di fare il punto sul programma Artemis in tutte le sue sfaccettature.</p>
<p>Dopo un succinto ripasso del programma Apollo, con tutti i suoi strascichi complottistici che hanno visto lo stesso Attivissimo in prima linea nello smontare le fake news che continuano a circolare nel web, il libro descrive molto bene tutte le problematiche che la NASA ed i suoi partner internazionali si trovano ad affrontare per tornare sulla Luna.</p>
<p>Oltre mezzo secolo dopo Apollo, i nodi dei voli umani al di là dell’orbita circumterrestre sono identici a quelli che aveva dovuto affrontare il programma Apollo.</p>
<p>Certo, la tecnologia ha fatto enormi passi avanti, i computer sono straordinariamente più potenti, ma le necessità degli esseri umani sono sempre le stesse mentre i finanziamenti disponibili non sono neanche lontanamente paragonabili a quello che la NASA riceveva negli anni ’60, dopo il famoso discorso <a href="https://www.rice.edu/jfk-speech" rel="noopener">We choose to go to the Moon</a> tenuto da Kennedy nel settembre 1962 nello stadio della Rice University di Houston.</p>
<h2 id="il-crollo-dei-finanziamenti-di-artemis">Il crollo dei finanziamenti di Artemis</h2><p>Artemide, come ci racconta la mitologia, è la sorella gemella di Apollo, ma il finanziamento che riceve il programma intitolato alla dea della Luna è tutt&rsquo;altro che uguale: è anzi solo una frazione di quello assegnato originariamente al programma Apollo. Una differenza che è ben evidenziata da questo grafico (che riporta le spese corrette per l’inflazione al 2025) prodotto dalla <a href="https://www.planetary.org/" rel="noopener">Planetary Society.</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/artemis-ii-lato-ombra-corsa-luna-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1401" height="759" loading="lazy" decoding="async">
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<p><strong>Artemide vs. Apollo: finanziamento</strong></p>
<p>Benché Artemis sia descritta come una tappa della nuova corsa allo spazio, il finanziamento non sta al passo con la retorica. Al suo picco, la NASA ha finanziato il programma Apollo con 42 miliardi di dollari all&rsquo;anno (cifra corretta per l&rsquo;inflazione al 2025). Il finanziamento di Artemis non ha superato i 10 miliardi.</p>
<h2 id="tornare-sulla-luna-è-stata-una-decisione-politica">Tornare sulla Luna è stata una decisione politica</h2><p>A chi si chieda perché tanti sforzi per tornare sulla Luna ad oltre mezzo secolo dall’esaltante epica di Apollo, Attivissimo spiega che si tratta di una decisione politica che vede l’amministrazione americana, e di conseguenza la NASA, costruire la retorica della nuova corsa allo spazio.</p>
<p>Non è un caso che l’Amministratore della NASA Jared Isaacman nella conferenza stampa dopo il lancio di Artemis II abbia parlato di una corsa contro un &ldquo;vero rivale geopolitico&rdquo; intenzionato a sfidare la leadership americana nel &ldquo;dominio dello spazio&rdquo;.</p>
<p>Leadership che si direbbe piuttosto traballante, se lo stesso Isaacman quando ha annunciato la ristrutturazione della sequenza delle missioni Artemis, seguita dalla cancellazione della stazione cislunare Gateway a favore della base lunare, ha più volte detto “stiamo cercando di fare l’impossibile”.</p>
<p>Forse è per questo che il programma Artemis è in continua evoluzione, con accordi internazionali che saltano come birilli, dal momento che la sospensione (leggi cancellazione) della stazione cislunare Gateway rende obsoleti gli accordi in base ai quali erano stati costruiti i pezzi della stazione stessa che, a questo punto, dovranno trovare un diverso utilizzo.</p>
<p>Forse questi frenetici cambiamenti non hanno colto di sorpresa Paolo Attivissimo che nel suo <em>Ritorno sulla Luna</em> ha più volte specificato di raccontare l’architettura del programma come era nota al momento di andare in stampa, a fine 2025.</p>
<p>Mentre questi cambi un corso d’opera testimoniano il nervosismo della NASA sulle tempistiche dell’allunaggio, non influiscono sulla qualità del lavoro di Attivissimo, che offre un quadro realistico della nuova corsa alla Luna, una corsa che la NASA non può perdere, ma che ha difficoltà a vincere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La stella che più brilla in cielo, parlare di morte con i bambini</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini/</guid><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 08:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>humanities</category><description>Nano per Matilde è la stella che più brilla in cielo e ogni sera la cerca e le augura la buonanotte.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stella-piu-brilla-cielo-parlare-morte-bambini-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nano per Matilde è la stella che più brilla in cielo e ogni sera la cerca e le augura la buonanotte. Matilde ha da poco compiuto due anni e Nano è il cocker spaniel inglese, fulvo, che per 14 anni ha accompagnato la vita della mamma di Matilde. Nano, intelligente, socievole e giocherellone se ne è andato da poco ma era stato ben presente nel mettersi in piedi, camminare, cadere e giocare di Matilde. La strada scelta dalla mamma di Matilde è stata quella di raccontarle che Nano è andato in cielo ed è diventato una stella. Qualche tempo dopo il primo racconto e gli auguri quotidiani serali, Matilde ha chiesto alla mamma: “Mamma anche tu diventerai una stella?”.</p>
<p>Quando una stella muore, la sua luce continua a propagarsi per molto tempo, come il ricordo di una persona, di un animale caro può durare oltre la sua vita.</p>
<p>[…]</p>
<p>Martino ha tre anni e mezzo e dopo aver ascoltato la lettura di una delle tante storie classiche dell&rsquo;infanzia con la morte di una protagonista o di un animale (la Regina Cattiva di Biancaneve, la nonna di Cappuccetto Rosso, il Re Leone…), chiede alla mamma “Ma anche tu mamma devi morire?” Non è facile rispondere in modo appropriato alla domanda di Martino, ma intorno ai 4 anni (e poi per tutta la vita) le domande sulla vita e quindi anche sulla morte ci accompagnano.</p>
<p>[…]</p>
<p>I bambini e le bambine fanno spesso domande sulla morte, mettendo in imbarazzo gli adulti, affannati a trovare risposte che quasi sempre non hanno perché da sempre hanno rifuggito dal porsele, rimandando al poi, al dopo e al se proprio. Tuttavia il crescere implica un continuo confronto (anche) con le perdite, il dolore e il lutto. Tacere, nascondere, negare sono spesso atteggiamenti ritenuti protettivi a giustificazione (anche) di incapacità e di limiti da parte degli adulti. L’accompagnamento istruttivo alla crescita dovrebbe essere invece l’opposto, dovrebbe essere positivo, trasparente e il più possibile veritiero della quotidianità.</p>
<p>Nasce così questo scritto, con la consapevolezza dei limiti, per riflettere sulle domande dei bambini e le bambine, in particolare quelle più critiche per gli adulti, perché li mettono in difficoltà, prima di tutto con sé stessi, come è il caso di trattare della morte.</p>
<p>Ho scelto di indicare alcune possibilità, in termini di approcci e possibili strumenti da usare, su come costruire una risposta, forse non appropriata perché in quest’area è pressoché impossibile ritenersi nel giusto, ma che sia almeno razionale, ponderata, costruttiva, condividendo con la mamma di Matilde e quella di Martino, ma anche con altri genitori, nonni ed educatori, possibili azioni formative per tutti.  </p>
<p>Perché “i bambini che riescono ad essere bambini hanno molta magia e molta fortuna”, ma quei bambini e quelle bambine che hanno genitori che contribuiscono a farli essere tali hanno molta più magia e fortuna.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Accanto a te. L’ascolto dell’esperienza suicidaria nella pratica clinica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica/</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><category>libri</category><description>Quando una persona sceglie di togliersi la vita, chi rimane e affronta il lutto per la perdita non può evitare di porsi delle domande.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/accanto-te-ascolto-dell-esperienza-suicidaria-pratica-clinica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando una persona sceglie di togliersi la vita, chi rimane e affronta il lutto per la perdita non può evitare di porsi delle domande. C’era qualcosa che avrei potuto fare? Forse c’era un modo per essere più utile? Ci sono stati dei segnali, delle richieste di aiuto magari, che non ho saputo cogliere? Avrei potuto cambiare il corso degli eventi? Era da tanto che pensava al suicidio?</p>
<p>Sono gli interrogativi che accompagnano dal primo momento familiari, partner, figli e amici, per i quali inizia un periodo di elaborazione del lutto estremamente complesso. Al contempo, se la persona che si è suicidata era seguita in una terapia, anche quelli che si pone il professionista della salute mentale che ha perso un paziente. Durante i colloqui clinici era emerso questo rischio? Lo avevo individuato, approfondito e quantificato? Avevo fatto quanto in mio potere per tenere al sicuro il mio paziente? Oppure la condizione, seppur così grave, era in qualche modo passata in secondo piano? Gli strumenti che ho usato sono stati adeguati, personalizzati per la sua situazione, erano aggiornati?</p>
<p>È proprio a loro, ai clinici, che si rivolge <em>Accanto a te. L’ascolto dell’esperienza suicidaria nella pratica clinica</em> (il Mulino 2026, 232 pagine, 24€) di Serena Bruno, dottore di ricerca in Psicologia dinamica e clinica in Sapienza-Università di Roma e specializzanda in psicoterapia presso la Scuola di psicoterapia dell’Adolescenza e dell’Età Giovanile a indirizzo psicodinamico, insieme a Patrizia Velotti, docente di Teorie dell’interpretazione individuale e gruppale in psicologia clinica e Psicopatologia delle relazioni di coppia e genitoriali in Sapienza-Università di Roma. </p>
<p>Il libro inizia con una densa sezione teorica, che ci accompagna attraverso la percezione e il racconto del suicidio nella storia, insieme alla scienza che se n’è occupata. Se la neurobiologia ha identificato dei cambiamenti nel sistema serotoninergico collegati al rischio suicidario, infatti, e gli studi di neuroimaging hanno mostrato che le aree del cervello coinvolte nella mentalizzazione sono ipofunzionanti nei soggetti con storie di trauma e comportamenti suicidari, siamo comunque ancora lontani dal poter spiegare interamente questa complessità con la biologia. Siamo, invece, sempre più inclini a considerare la salute del corpo e quella della mente come aspetti che vanno di pari passo, in scambio e connessione costanti, con un approccio olistico e anticipato - in altre parole - dal medico e psicanalista Franz Alexander già negli anni ‘60: «Ogni malattia è psicosomatica».</p>
<p>Ripercorrendo la storia del suicidio, colpisce subito come a osservarlo siano state tante lenti diverse, ognuna delle quali ha espresso a suo modo un giudizio, ha attaccato un’etichetta morale, con sguardi che per secoli sono stati molto lontani dall’approccio psicologico e psichiatrico moderno. Se nel mondo greco e romano veniva raccontato come atto di coerenza etica, per preservare la propria integrità, libertà e ideali, soprattutto dal IV secolo in poi iniziò a insinuarsi la percezione religiosa. Togliersi la vita era andare contro la volontà degli dei, commettere un peccato, ed è questa l’accezione che rimase e si rafforzò per tutto il Medioevo.</p>
<p>Solo intorno al 1700 sarebbe riemersa l’idea del suicidio come atto che permette alla persona di autodeterminarsi, anche di - come in passato - ripristinare un senso di dignità o valore perduti; in parallelo, le discipline psichiatriche avrebbero cominciato a mettere sulla bilancia le ingiustizie sociali da un lato e la “debolezza” mentale del soggetto suicida dall’altro. </p>
<p>Così, spiegano le autrici, si andò gradualmente verso una visione del suicidio non solo come sintomo, bensì come condizione complessa tra biologico, psicologico e sociale: «[&hellip;] Il quadro che emerge non somma semplicemente perdite significative, vulnerabilità personali o disfunzioni ambientali, ma mostra piuttosto come queste forze, nel loro intreccio dinamico, possano progressivamente erodere la capacità dell’individuo di fronteggiare gli urti della vita, incidendo su autostima, qualità relazionale e senso di continuità del Sé». Arrivati al 1964 sarebbe nata così la suicidologia, termine coniato da Edwin S. Schneidman, considerato il padre della disciplina e fondatore della American Association of Suicidology. </p>
<p>Secondo i <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/suicide" rel="noopener">dati dell&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità</a>, ogni anno più di 720mila persone muoiono per suicidio, che è la seconda causa di morte nella fascia d’età 15-29, e la terza in quella 15-44. Si tratterebbe tuttavia di una sottostima, perché il fenomeno è difficile da tracciare per via di credenze religiose, autopsie effettuate solo di rado e i <a href="https://www.fascicolosanitario.gov.it/portale/sistema-di-codifica-icd-9-cm" rel="noopener">codici ICD</a> non uniformi attribuiti ai casi. Gli uomini che muoiono per suicidio sono, in media, circa il doppio delle donne. </p>
<p>Anche se oggi guardiamo al suicidio con occhi diversi rispetto al passato, spiegano le autrici, nei manuali diagnostici restano differenti modi di intenderlo. Può essere sintomo o criterio diagnostico per disturbi psichiatrici maggiori, come depressione, disturbo bipolare o borderline, oppure disordine indipendente (il SBD, Suicidal Behavior Disorder, che richiede almeno un tentativo negli ultimi 24 mesi e specifici criteri di esclusione) o ancora una condizione estremamente complessa che tocca conflitti interiori, regolazione affettiva e modalità disfunzionali nelle relazioni (prospettiva psicodinamica, PDM-2). </p>
<p>Anche per questo motivo, come strumento di supporto ai colleghi, Bruno e Velotti presentano l’intervista SOPHI, Suicide-related Outcome Personal History Interview (ispirata all’Indiana Psychiatric Illness Interview) che attraverso una conversazione tra terapeuta e paziente esplora 4 macroaree cliniche fondamentali: storia di vita, comprensione delle proprie difficoltà psicologiche associate all’esperienza suicidaria, pervasività delle tendenze suicidarie e aspettative future. </p>
<p>I punteggi complessivi ottenuti nell’intervista si basano sulle risposte del paziente, e permettono al clinico di capire quanto questi sia consapevole del proprio disagio psicologico, come collochi i tentativi di suicidio nella propria storia personale e se riesca a vedere un futuro, delle prospettive. Questo si traduce in linee guida sull’intervento da mettere in atto, e permette di capire se il paziente sia a basso, medio o alto rischio. Nella seconda parte del libro, Bruno e Velotti riportano tre casi studio nei quali è stata impiegata SOPHI, mostrandone nel dettaglio l’interpretazione e come è stata usata per guidare il percorso terapeutico.</p>
<p>Il filo conduttore del libro, tra storia, teoria e casi studio, sembra essere uno: dopo secoli di interpretazione, studio, analisi scientifiche e progressi in tutte le discipline che affrontano il tema del togliersi la vita, non possiamo dire di aver davvero compreso cosa spinge al suicidio. Se la vita valga la pena di essere vissuta, e se sì cosa la renda tale, è forse la domanda esistenziale più vasta e irrisolta. Quando in una persona profondamente sofferente questo interrogativo incrocia la salute del corpo e quella mentale, il terapeuta deve avvalersi degli strumenti più moderni a disposizione, ma restando, di fatto, estremamente flessibile nell’ascolto. </p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dentro la stanza ginecologica: perché il design è anche una questione di salute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute/</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>libri</category><description>Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dentro-stanza-ginecologica-perche-design-questione-salute-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.  L’esperienza è condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica. C’è una differenza, però, rispetto al solito: infatti non siete lì in quanto paziente ma siete voi stesse la figura medica. Per una volta avete il potere e il privilegio di decidere: cosa cambiereste di questo ambiente per sentirvi più a vostro agio durante la visita?</p>
<p>Abbiamo fatto la stessa domanda a Chiara Alessi, che si occupa di cultura materiale e design, nello specifico di design come strumento critico di genere. Nel suo ultimo saggio, <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159828" rel="noopener"><em>La sedia del sadico - Il design sul corpo delle donne</em></a> (edito da Laterza), Alessi analizza come gli oggetti della pratica medica - dalla sedia ginecologica allo speculum - non siano strumenti neutri, ma dispositivi che riflettono e riproducono rapporti di potere, standard che si basano sul corpo maschile e una storica marginalizzazione dell’esperienza delle pazienti, con effetti concreti sull’accesso alle cure e sulla salute.</p>
<p>«Penserei a un lettino che non rinforzi l’idea di gerarchia e di subalternità del corpo della donna rispetto al medico. Uno spazio che permetta invece di stare di fianco, non uno di fronte all’altra: guardare insieme, nella stessa direzione, imparando anche a riconoscere il proprio corpo», spiega Alessi. L’autrice parla di una «forma di condivisione orizzontale: non più qualcuno che osserva e qualcuno che subisce, ma due soggetti che esplorano insieme».</p>
<p>Questa visione non è poi così assurda. Basta attingere all’immaginario femminista o guardare le immagini dei collettivi di self-help degli anni Settanta: le donne non sono mai davanti durante le visite, ma di fianco. In quel caso è la paziente stessa a governare la visita: può impugnare gli strumenti, guidare l’esplorazione del proprio corpo. «È un cambiamento che rivoluziona tutto senza, in realtà, cambiare quasi nulla. Se pensiamo la visita ginecologica come una performance, basta modificare alcune variabili - anche solo la posizione dei corpi nello spazio - perché cambi completamente il significato dell’esperienza», fa notare Alessi.</p>
<p>Questa idea di trasformare la visita si inserisce in una riflessione più ampia cui Alessi fa riferimento, quella della scrittrice e performer Terri Kapsalis. Negli anni Novanta, Kapsalis aveva proposto dei giochi di ruolo in cui la visita ginecologica veniva pensata come una vera e propria performance attoriale, con l’obiettivo di decostruire la nozione di “correttezza” clinica e immaginare un’esperienza radicalmente centrata sulla donna o meglio sulla singolarità di ogni donna.</p>
<p>In questa prospettiva, la visita non è un atto neutro e standardizzato, ma una scena costruita. Riprendendo Kapsalis: «Le pratiche ginecologiche sono ripetitive e strutturate al fine di situare il medico e l’oggetto dell’esame in modi molto specifici. In questo senso, la ginecologia è uno spettacolo ripetibile con ruoli, sceneggiature, scenografie, costumi e oggetti di scena specifici».<br>
È proprio qui che si apre lo spazio del possibile. Se la visita è una performance, allora basta modificare una variabile perché cambi l’intero significato dell’esperienza.</p>
<p>Alessi riporta un dato (indagine condotta con metodologia CAWI dall’istituto di ricerca Nomisma a inizio 2022 su un campione della popolazione italiana stratificato per età, sesso e area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli): il 24% delle donne indica tra le principali ragioni per sottrarsi alla visita ginecologica il “disagio”, segnalando come l’esperienza nella stanza ginecologica venga spesso vissuta come negativa. Questo è un elemento che, letto in chiave clinica, non può essere considerato secondario: se una pratica di prevenzione viene evitata, il problema riguarda direttamente la salute pubblica. Il disagio provato dalle donne resta ai margini del discorso medico: difficile da misurare, viene spesso normalizzato o ricondotto a fattori individuali come la soglia individuale del dolore, la sensibilità, o ancora fattori culturali o psicologici. A seguito di queste considerazioni, Chiara Alessi invita a spostare lo sguardo perché non basta chiedersi qual è il motivo per cui le donne evitano la visita, ma in che modo strumenti e spazi della pratica ginecologica contribuiscano a produrre quel disagio.</p>
<p>Se una procedura viene evitata, non è più solo un problema individuale: diventa un problema di salute pubblica e di accesso alle cure. Ciò può determinare conseguenze concrete come minore adesione agli screening, diagnosi più tardive, riduzione della fiducia nei confronti del sistema sanitario. Il punto, allora, non è soltanto capire perché le pazienti evitano i controlli, ma interrogarsi su cosa, nel contesto della visita, contribuisce a renderli evitabili.</p>
<p>Lo speculum rappresenta uno dei punti in cui questo disagio prende forma in modo più evidente. Nel libro, Alessi ne ricostruisce la storia mostrando come la sua introduzione e diffusione non siano avvenute in modo neutro, ma in un contesto in cui il corpo femminile veniva reso accessibile allo sguardo medico attraverso pratiche profondamente asimmetriche. Lo speculum, in questo senso, non è solo uno strumento che «serve a vedere meglio»: è un dispositivo che presuppone esposizione e immobilità e che organizza l’intera visita attorno a una logica in cui il corpo della paziente diventa oggetto di osservazione.</p>
<p>Questo assetto raramente viene messo in discussione. «La domanda che mi faccio nel libro», spiega Alessi, «è perché quel 24% di donne che non si sottopone alla visita per disagio non venga interrogato: c’è un problema con il lettino? Con il rumore dello speculum? Con il dolore o con ciò che rievoca?». Il punto, suggerisce, è che il disagio tende a essere interiorizzato. Il titolo del saggio <em>La sedia del sadico</em> richiama la caffettiera del masochista di Donald Norman, tra i più influenti studiosi di design contemporaneo, secondo cui quando un oggetto non funziona la responsabilità viene spesso attribuita all’utente, non al progetto. Così anche nella visita ginecologica, «Il problema viene riferito a se stesse», continua Alessi, rendendo difficile nominare un possibile limite del setting medico.</p>
<p>A rendere visibile quanto questa configurazione sia culturalmente costruita c’è anche l’Androchair, il prototipo che simula sul corpo maschile un’esperienza analoga a quella del lettino e della visita ginecologica. L’effetto è quello di un rovesciamento: ciò che per le donne è considerato normale viene percepito dagli uomini come inaccettabile. Non si tratta solo di una provocazione, ma di un dispositivo critico che svela il carattere non neutro di pratiche date per scontate. Questa apparente immutabilità degli strumenti ginecologici non è però inevitabile. Alessi cita l’esempio del water, dispositivo tutt’altro che ergonomico e che è rimasto sostanzialmente invariato per secoli. «Lo stesso vale per lo speculum e per molti strumenti ginecologici. La loro forma e il loro uso vengono percepiti come inevitabili e proprio per questo non vengono ripensati. C’è una risposta molto banale: la vagina è lì, non è cambiata la sua posizione nel corso della storia, la visita si fa in un certo modo e quindi gli strumenti sono sempre inevitabilmente quelli». In questa prospettiva, l’esperimento dell’Androchair non è solo una provocazione, ma un modo per riaprire il campo del possibile: mostrare che anche ciò che appare naturale e immutabile è in realtà il risultato di scelte progettuali e che quindi può essere modificato.</p>
<p>Se alcuni oggetti restano immobili perché non vengono messi in discussione, altri invece cambiano proprio quando entrano nel dibattito e vengono riappropriati da chi li usa. È il caso, come ricorda Alessi, del test di gravidanza, che segna un passaggio cruciale: per la prima volta una pratica medica esce dallo spazio clinico e diventa accessibile, gestibile in autonomia, sottraendo al medico il monopolio della diagnosi. È una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma la relazione con il proprio corpo. Lo stesso vale per le pratiche di self-help degli anni Settanta in cui strumenti semplici come lo specchio venivano utilizzati per osservare e conoscere direttamente il proprio apparato genitale. In questi contesti, la visita non è più qualcosa che “viene fatto” sul corpo, ma un processo attivo di esplorazione e apprendimento.</p>
<p>Un altro tema centrale è quello dello standard. Molti strumenti e protocolli medici si basano su un’idea implicita di corpo medio che si basa sul cosiddetto standard “dell’uomo medio” e che raramente corrisponde alla realtà. Questa semplificazione ha un costo e le conseguenze emergono ancora oggi e sono causa di differenze nella diagnosi, nei tempi di intervento, ma anche nella valutazione dei sintomi.</p>
<p>Il design non è estraneo a questo problema. Anche qui, la standardizzazione rischia di tradursi in esclusione o in adattamento forzato dei corpi reali. Scrive Alessi: «La progettazione, almeno quella in serie, a partire dall’epoca industriale è infatti tarata su un’unità di misura che si fa corrispondere all’“uomo medio”, con cui si intende individuo di sesso maschile, abile, occidentale e in buona salute, uno standard che ha prodotto in realtà molte più esclusioni, cioè individui difformi da quelle misure, che non corrispondenze».</p>
<p>Se il disagio nasce anche da strumenti e modelli pensati per un corpo astratto, la prospettiva futura non può limitarsi a migliorare l’esistente, ma richiede un cambio di sguardo più radicale. Non si tratta solo di progettare oggetti “più comodi”, ma di riconoscere la diversità dei corpi e delle esperienze come punto di partenza, non come eccezione da adattare a posteriori. Significa spostarsi da una medicina costruita su standard impliciti a una pratica capace di includere la variabilità, rendendo centrale l’esperienza di chi attraversa la visita. Alessi richiama una metafora efficace: quella di Starbucks, dove non esiste una misura unica ma ben 5 diverse misure di bicchiere per il caffè tra cui scegliere. «Non c’è un bicchiere giusto in assoluto», osserva, «ma una gamma di possibilità che tiene conto delle differenze». Applicata alla medicina, questa immagine suggerisce che non c’è un unico modello a cui conformarsi, ma un sistema capace di offrire alternative.</p>
<p>Poi Alessi conclude: «I clienti si portano addirittura le tazze da casa. E se anche le donne potessero andare alla visita ginecologica ciascuna munita del proprio speculum?».\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Humans of Research, dove si incontrano le storie della ricerca</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/humans-of-research/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/humans-of-research/</guid><pubDate>Fri, 27 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Francesco Aiello</dc:creator><category>arte</category><description>A Palazzo della Penna di Perugia, la mostra &amp;amp;lsquo;Humans of Research&amp;amp;rsquo; trasforma la comunicazione scientifica in esperienza: dodici storie e volti restituiscono la ricerca come processo umano, fatto di relazioni, tempo e domande.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/humans-of-research-ricerca.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/humans-of-research-ricerca.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A Palazzo della Penna di Perugia, la mostra «Humans of Research» trasforma la comunicazione scientifica in esperienza: dodici storie e volti restituiscono la ricerca come processo umano, fatto di relazioni, tempo e domande. Piuttosto che presentare risultati isolati, il progetto si concentra sulla dimensione umana della ricerca, rallentando il consumo visivo e creando spazio per un incontro autentico con la scienza come processo collaborativo e situato.</p>
<h2 id="unaltra-comunicazione-scientifica-è-possibile">Un&rsquo;altra comunicazione scientifica è possibile</h2><p>La comunicazione scientifica contemporanea tende a privilegiare i risultati, spesso strappati dal contesto che li ha resi possibili: restano i dati, le scoperte, le cifre, ma scompare il percorso. «Humans of Research» sceglie la direzione opposta. La mostra, aperta fino al 19 aprile 2026 a Palazzo della Penna, non presenta scoperte da ammirare ma ricercatori da incontrare — dodici, fotografati da Marco Giugliarelli, con le loro storie, le loro domande, le loro incertezze.</p>
<p>Il progetto è prodotto da Psiquadro, impresa sociale specializzata in comunicazione scientifica, e si inserisce in una riflessione più ampia su quali formati siano in grado di costruire una relazione autentica tra scienza e pubblico, lontana dalla semplice trasmissione di nozioni.</p>
<h2 id="i-dodici-ricercatori-in-mostra">I dodici ricercatori in mostra</h2><p>Le storie raccolte coprono un ampio spettro di discipline e istituzioni. Emidio Albertini lavora sulla genetica agricola all&rsquo;Università di Perugia; Boris Behncke studia la vulcanologia all&rsquo;Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania; Dario Boemia si occupa di immagine e giornalismo tra l&rsquo;Università IULM e il Boston College Italy; Martina Capriotti esplora gli ecosistemi marini all&rsquo;Università di Camerino.</p>
<p>Jummi Laishram lavora sulla nanotecnologia all&rsquo;Area Science Park di Trieste; Rossana Pasquino unisce ingegneria chimica e sport all&rsquo;Università di Napoli Federico II; Giorgio Patelli studia la medicina di precisione tra IFOM e l&rsquo;Università di Milano; Cecilia Emma Sottilotta analizza le relazioni internazionali all&rsquo;Università per Stranieri di Perugia. Le altre quattro storie completano un panorama che va dalla medicina rigenerativa alla storia medievale, dalla fisica alla sociologia.</p>
<h2 id="la-scienza-come-processo-situato">La scienza come processo situato</h2><p>Il punto di forza della mostra è l&rsquo;approccio epistemologico che la orienta: la conoscenza non nasce in isolamento. I ricercatori non sono individualità eroiche che producono verità in solitudine, ma persone inserite in reti di relazioni, istituzioni, collaborazioni e contesti culturali. Questa prospettiva — mutuata dalla sociologia della scienza — è al centro della scelta curatoriale di restituire non solo il «cosa» ma il «come» e il «chi» della ricerca.</p>
<p>Il formato scelto — ritratti fotografici accompagnati da testi narrativi — richiede una fruizione lenta, opposta al consumo rapido di immagini e notizie che caratterizza la comunicazione digitale contemporanea. Come ricorda Walter Benjamin, l&rsquo;«esperienza» si costruisce attraverso l&rsquo;interazione prolungata, non la ricezione immediata. La mostra prova a creare esattamente questo spazio.</p>
<h2 id="perché-questo-formato-conta">Perché questo formato conta</h2><p>Il progetto solleva una domanda rilevante per l&rsquo;intero campo della comunicazione scientifica: quale tipo di incontro vogliamo costruire tra la scienza e chi non la pratica professionalmente? La risposta prevalente punta su efficienza e accessibilità — infografiche, video brevi, divulgazione sintetica. «Humans of Research» risponde invece puntando sulla profondità, sull&rsquo;incontro con l&rsquo;altro, sul rallentamento.</p>
<p>Non si tratta di una proposta nostalgica o elitaria: è una scommessa sulla capacità del pubblico di reggere la complessità, se questa viene offerta attraverso narrazioni che la rendono accessibile senza impoverirla. Mostrare la ricerca come processo umano — fatto di dubbi, relazioni e tempo — può essere un modo per avvicinarla a chi la vive da lontano, senza ridurla a un elenco di risposte già trovate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Hamnet, dove il dolore diventa immortale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale/</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 08:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Steven Spielberg, produttore con Sam Mendes di Hamnet, ha deciso sin dall’inizio di proporne (anche insistendo) la direzione a Chloé Zhao.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/hamnet-dove-dolore-diventa-immortale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Steven Spielberg, produttore con Sam Mendes di <em>Hamnet</em>, ha deciso sin dall’inizio di proporne (anche insistendo) la direzione a Chloé Zhao, la regista di origine cinese che è diventata la prima e unica donna non bianca a vincere il premio alla miglior regia con <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Nomadland" rel="noopener"><em>Nomadland</em></a>, per il suo approccio olistico, per il suo dirigere emotivo ed emozionale: una regista dei sentimenti.</p>
<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Hamnet_-_Nel_nome_del_figlio" rel="noopener"><em>Hamnet. Nel nome del figlio</em></a> è l’adattamento cinematografico del <a href="https://www.guanda.it/libri/maggie-ofarrell-nel-nome-del-figlio-hamnet-9788823536708" rel="noopener">romanzo omonimo</a> della scrittrice irlandese <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Maggie_O%27Farrell" rel="noopener">Maggie O’Farrell</a>, co-autrice della sceneggiatura con Chloé Zhao. Un romanzo ispirato alla storia del figlio di William Shakespeare, la cui vita è stata pressoché dimenticata, ma il cui nome è divenuto immortale grazie a una delle opere teatrali più celebrate di tutti i tempi. La storia di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Amleto" rel="noopener">Amleto</a> si basa sulla leggenda di Amleth scritta nel XII secolo, cui William Shakespeare attinge per far fronte al dolore per la morte prematura del figlio, creando un capolavoro.</p>
<p>Approccio salvifico e terapeutico che Shakespeare, negli stessi anni aveva percorso con la scrittura del dramma storico <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Re_Giovanni" rel="noopener">Re Giovanni</a></em> (<em>King John</em>) con il celebre monologo sulla perdita del figlio pronunciato dalla Regina Costanza nell&rsquo;atto III, scena IV: «Il dolore occupa lo spazio del mio bambino assente, [&hellip;] riempie i suoi vestiti vuoti della sua forma / dunque, ho ragione io di amare il dolore?».</p>
<p><em>Hamnet</em> è una storia d’amore epica; una disgrazia che ha colpito la vita di William Shakespeare (Will) e di sua moglie Anne Hathaway (Agnes) viene trasformata in un’opera ben narrata così da risultare il miglior film drammatico ai Golden Globe 2026.</p>
<p>La recitazione di Jessie Buckley (l’attrice irlandese che «<a href="https://www.theguardian.com/culture/2026/jan/09/she-will-go-down-as-one-of-the-best-the-rise-of-jessie-buckley" rel="noopener">sarà ricordata come una delle migliori attrici</a>») e quella di Paul Mescal (anche lui irlandese e in veloce ascesa «<a href="https://www.sentieriselvaggi.it/paul-mescal-la-star-del-2024/" rel="noopener">in grado di interpretare ruoli più intimi e riflessivi e insieme a performance più fisiche</a>») insieme alla regia di Chloé Zhao sono gli aspetti particolare di questa pellicola, ma anche la straordinaria recitazione dei bambini, in particolare l’Hamnet di Jacobi Jupe, la cui morte non risulta un espediente narrativo, ma coinvolge lo spettatore in una tragedia. Delle otto candidature  ricevute alla 98ª edizione dei premi Oscar 2026 (miglior: film, regista, attrice protagonista, sceneggiatura non originale, casting, scenografia, costumi e colonna sonora originale) al Dolby Theatre di Los Angeles è stata premiata solo Jessie Buckley, che ha ricevuto la statuetta come miglior attrice protagonista e come ampiamente (e giustamente) previsto.</p>
<p>Non è l&rsquo;ennesimo adattamento cinematografico della più imponente e celebre tragedia shakespeariana. È la narrazione di una vicenda luttuosa. Lo strazio doloroso e insostenibile di una madre alla morte di un figlio undicenne e il senso di colpa di Will per non esserci stato in quel fatale evento. Il momento di lutto diffuso dalla peste è ben rappresentato dalla sofferenza dei due protagonisti nella fusione emozionale fortemente catartica e in parte comune, coinvolgente, tanto che Agnes piange fino all’ultima inquadratura e con lei il pubblico. Rimandando all&rsquo;elaborazione del lutto non da soli, ma anche in modo (di aiuto) partecipato.</p>
<p>Scenari naturalistici, lutto, sentimenti, racconto storiografico, tanti gli elementi alla base di questo film.</p>
<h2 id="william-e-anne">William e Anne</h2><p>Come spesso accade, la storia, se osservata da vicino, si rivela più sfumata e sorprendente di quanto una narrazione tramandata possa far credere. </p>
<p>La versione dominante, quella che vuole Shakespeare lontano, quasi fuggiasco, si basa in gran parte sull’assenza e su un lascito testamentario che è stato letto da molti come un atto di disprezzo, se non di vendetta silenziosa. Eppure non sembra che Shakespeare abbia mai smesso di considerare Anne parte integrante della propria vita. Non la moglie dimenticata, una figura secondaria, ma forse la compagna silenziosa di un’esistenza vissuta in bilico tra dovere e passione, una presenza costante, seppur discreta.</p>
<p>L’acquisto di New Place a Stratford-upon-Avon, nelle Midlands Occidentali del Regno Unito, una delle residenze più prestigiose del borgo, suggerisce un legame radicato, duraturo, e la volontà di costruire, anche a distanza, una dimora e una continuità. Stratford, sede del palcoscenico privato, intimo, dove l’identità familiare non era solo ricordo, ma realtà parallela. Un matrimonio che non si caratterizzava con la vicinanza quotidiana e in cui l’assenza non implicava necessariamente l’abbandono, così come la presenza non garantiva affetto (allora e come sempre). Certo un tempo (?) le relazioni matrimoniali erano spesso improntate a una logica di gestione patrimoniale, di alleanze sociali, di stabilità economica, ma la lettura di Maggie O’Farrelle di Chloé Zhao è più ottimista lasciando spazio all’intimità, alla cura delle relazioni, ai sentimenti e alle emozioni.</p>
<p>Il famoso lascito del <em>second-best bed</em> non va quindi inteso come un affronto come potrebbe apparire oggi, o un segno di disdegno, bensì come segno e simbolo affettivo dei coniugi (nella cultura del tempo il secondo letto era quello nuziale, usato dalla coppia nel corso della vita coniugale), un incarico a custudire il luogo della loro intimità. Indipendentemente da quanto spettasse ad Anne per legge. Inoltre ai tempi di Shakespeare, il letto era un oggetto costoso e lussuoso, generalmente considerato un prezioso cimelio da tramandare di generazione in generazione.</p>
<p>La vita (la realtà, il vissuto) è più complessa di quanto appaia e le narrazioni possano semplificare.</p>
<p>In un ambiente violento dove la mascolinità è primordiale, animalesca, istintiva, nasce la <a href="https://www.ilpuntoquotidiano.it/ridisegnati-i-veri-legami-tra-shakespeare/" rel="noopener">storia di William e Anne</a>, che è quella di vite che si intrecciano nel tempo, una storia intima e autentica, propria di un contesto storico, ma di due personalità che hanno condiviso un matrimonio. Ciascuno con una voce, un motivo, un passato proprio, come i personaggi dei drammi teatrali shakespeariani, anche nella realtà non solo nell’immaginazione. </p>
<h2 id="essere-o-non-essere">Essere o non essere</h2><p>Il monologo di Amleto &ldquo;Essere o non essere&rdquo; (Atto III, scena I), è il passaggio più famoso del dramma, il più conosciuto e abusato, anche impropriamente, come quando viene citato in associazione all&rsquo;immagine di Amleto che tiene in mano un teschio: scena che è nella parte finale del dramma e non nella centrale. Il monologo è un&rsquo;espressione della crisi esistenziale di Amleto, che tocca temi universali come il dubbio, la paura dell&rsquo;ignoto, la ricerca di un significato nella sofferenza umana, il confine tra la vita e la morte, il suicidio come fuga dalle ingiustizie della vita.</p>
<p>Un tormento nella ricerca dell’identità dell’essere, ma anche dell’avere e quindi anche del perdere qualcuno, qualcosa. Nel film ci sono alcuni dettagli che possono rimandare a questa lettura più profonda da parte delle sceneggiatrici, come l’uso di Hamnet e Hamlet che storicamente erano lo stesso nome (varianti trascritte in modo diverso negli archivi parrocchiali di Stratford-upon-Avon), fino al finale quando il figlio muore e il padre ne assegna il nome all’immortalità di un testo, alla vita eterna di un palcoscenico, un atto (d’amore) che rimane impresso nello spettatore. </p>
<p>È piacevole pensare alla costruzione cinematografica di Hamnet anche come l’elaborazione di una perdita per la stessa Chloé Zhao dopo la rottura dal suo partner sentimentale, il direttore della fotografia britannico Joshua James Richards. </p>
<p>Vivere la morte inaspettata di un figlio o una figlia è un evento profondamente traumatico, forse il più traumatico per i genitori (in particolare per le mamme) e l’intera famiglia. Il disagio psicologico può essere tanto grave da compromettere definitivamente le relazioni tra i componenti di un gruppo famigliare. Le famiglie in lutto sono estremamente vulnerabili e spesso incapaci di difendersi, di guarire dal dolore della perdita. La genitorialità è troppo spesso debole, perché impreparata (a partire dai singoli). Se nella famiglia c’è anche un altro bambino la perdita di un fratello o una sorella è profonda, indipendentemente che fossero vicini di età, gemelli, o più distanti nel relazionarsi, che avessero una storia comune o esperienze di vita simili. Tutti elementi inseriti anche in altri film (per esempio con la lentezza e il minimalismo eccessivi di Moretti ne <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_stanza_del_figlio" rel="noopener"><em>La stanza del figlio</em></a>, vincitore nel 2001 della Palma d&rsquo;oro al 54º Festival di Cannes,) ma che in <em>Hamnet</em> traspaiono con un sentimento e un’intensità che trascendono, facendo vivere le emozioni e affrontare quelle più dolorose anche allo spettatore.</p>
<p>Come la <a href="https://www.nytimes.com/2025/10/31/books/review/hamnet-maggie-ofarrell-book-club.html" rel="noopener">lettura del libro</a> anche la visione del film <em>Hamnet. Nel nome del figlio</em> ci lascia quindi con una nota di tenerezza e persino di speranza: anche il dolore più grande e il matrimonio (apparentemente) più infelice possono trovare un po&rsquo; di sollievo, un po&rsquo; di guarigione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>(Ri)guardare ER nel 2026</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ri-guardare-er-2026/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ri-guardare-er-2026/</guid><pubDate>Fri, 13 Mar 2026 09:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>salute</category><description>Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie ER , Medici in prima linea.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ri-guardare-er-2026-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ri-guardare-er-2026-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie <em>ER – Medici in prima linea</em>. Per chi l’aveva appassionatamente seguita ai tempi, <em>odi et amo</em>: da una parte ci toccano 15 anni di puntate da rivedere, dall’altra è l’occasione di immergersi in una serie nota, amata e che ha letteralmente fatto la storia di enorme successo dei medical drama. E, in questo modo, anche di farsi due conti su come è cambiata non solo la medicina <em>sensu strictu</em>, ma anche i suoi rapporti con la società e il modo di raccontarla.</p>
<p>Uscita per la prima volta nel 1994, <em>ER</em> era una serie di taglio tutto nuovo. D’altronde, è una creazione di uno scrittore e sceneggiatore che sapeva benissimo cosa avrebbe funzionato, come prova anche il suo <em>Jurassic Park</em>: Michael Crichton, nato a Chicago (dove è ambientata la serie) e lui stesso laureato in medicina alla Harvard Medical School. In effetti, <em>ER</em> nasce da uno dei suoi primi libri, <em>Five Patients</em> (tradotto in italiano come <em>Casi di emergenza</em>), del 1970. Diversamente da quanto può far pensare il titolo, nonché l’evoluzione successiva nella serie, <em>Five Patients</em> non è (solo) una serie di casi clinici raccontati in modo più o meno narrativo. È, semmai, una serie di saggi sulla storia della medicina, con un occhio lungo ai suoi sviluppi. Guai, quindi, leggerlo aspettandosi una versione scritta di <em>ER</em>.</p>
<h2 id="un-pronto-soccorso-senza-eroi">Un pronto soccorso senza eroi</h2><p>Quanto quel taglio nuovo proposto da <em>ER</em> abbia funzionato non lo dimostrano solo gli incassi e la critica, ma anche e soprattutto il ricco filone di medical drama che ne è seguito, e che ha visto nascere serie che vanno da <em>Dr. House</em> a <em>Grey’s Anatomy</em>, alle più recenti <em>The Resident</em> e <em>The Good Doctor</em>, fino alle recentissime coreane (per esempio <em>The Trauma Code</em>), senza dimenticare anche quelle a taglio comico come <em>Scrubs</em>. Dare una rinfrescata ai ricordi di <em>ER</em> riguardandola oggi significa anche accorgersi quanto ciascuna di esse abbia attinto dalla primigenia.</p>
<p>C’è qualcosa, però, che discosta <em>ER</em> dalle serie successive più del taglio specifico di ciascuna. È una rappresentazione del lavoro della medicina che non è (o è molto meno) eroica: certo, ci sono esempi di dedizione e scelte coraggiose, pazienti salvati in extremis, ma sono tutti de-enfatizzati, inseriti in una realtà medica fatta di confusione e burocrazia. L’aspetto che più fa emergere questa caratteristica di <em>ER</em> è anche quello che più caratterizza gran parte delle serie successive, che instaurano un copione praticamente standard: quello del colpo di genio, della malattia rarissima, dell’intervento impossibile. In <em>ER</em> non c’è nessuna cura miracolosa: la medicina segue la sua prassi, le linee guida, è scientifica – quella scienza fatta anche di errori e incertezze, come raccontava Beatrice Mautino <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/vertigine-mappa-capire-fidarsi-scienza/">nel suo libro <em>Vertigine</em></a>.</p>
<p>Senza dimenticare che si fa gioco di squadra, una squadra in cui, sia chiaro, infermieri e infermiere sono in campo tra i giocatori. Anche perché, a differenza di quanto avviene in altre serie, i medici e le mediche non hanno caratteristiche geniali: niente intuizioni giocando con bastone e pallina alla <em>Dr. House</em>, niente visualizzazioni a occhi aperti per trovare l’impossibile soluzione chirurgica alla <em>The Good Doctor</em>. Anzi, quando uno dei personaggi suggerisce all’arrogante chirurgo Peter Benton di provare a visualizzare l’intervento a occhi chiusi, descrivendo man mano gli organi, quello sbuffa e alza gli occhi al cielo. </p>
<p>Insomma, medici e mediche sono innanzitutto persone. Sono fallaci, patiscono il sonno e la confusione. Alcuni, anzi, non si fanno scrupoli a ricordare a sé stessi e agli altri che hanno una vita al di fuori dell’ospedale, importante quanto e forse più del lavoro: come Susan Lewis, che dice di no senza remore a turni aggiuntivi e riunioni per stare con la nipote. È di pochi giorni fa il <a href="https://www.censis.it/meno-lavoro-piu-vita/" rel="noopener">9° rapporto Censis-Eudaimon</a> sul welfare aziendale, che evidenzia come la stragrande maggioranza delle persone occupate vorrebbe più tempo per sé stessa e considera il benessere un diritto. Dati alla mano, l’ennesima evidenza di un cambio del paradigma mentale per cui la propria vita (e il suo successo) non coincide (necessariamente) con il lavoro. Neanche se sei medico. È senz’altro interessante che ci aiuti a ricordarlo una serie che ha ormai compiuto i 32 anni e che, di fatto, raccontava anche il concetto stesso di burnout prima che avesse un nome.</p>
<h2 id="la-medicina-cambia-ma-forse-le-rappresentazioni-cambiano-di-più">La medicina cambia, ma forse le rappresentazioni cambiano di più</h2><p><em>ER</em> è sempre stata molto nota anche per la sua precisione e correttezza nei casi clinici che racconta. Per chi in un modo o nell’altro lavora nel campo, rivederla oggi significa infatti anche notare quanto e dove siano cambiati approcci e pratiche. Niente più fiumi di lidocaina, per esempio. E la malattia che spaventa, lo spauracchio che attraversa una puntata dopo l’altra, non è più l’infezione da HIV/AIDS: i pazienti che si presentassero oggi al County General Hospital avrebbero ben altra prognosi. </p>
<p>A essere cambiata, però, non è solo la medicina. C’è tutta una società intorno: spettacolarizzata? Mica tanto. Come commenta Carla Bartezzaghi, specializzanda di medicina d’urgenza che ha trascorso un periodo proprio al County General Hospital (dove, testimonia, la sigla della serie è oggi la suoneria del centralino) «<em>ER</em> funziona ancora meglio se si pensa alla realtà statunitense. Per esempio, noi in Italia non abbiamo gli stessi numeri di pazienti con ferite da arma da fuoco, soprattutto pediatrici. Negli Stati Uniti, invece, è tutt’ora così».</p>
<p>E se il diritto al porto d’armi statunitense non è cambiato, altre cornici di rappresentazione dell’identità, delle abitudini e dell’inclusività forse sì. Un caso emblematico (ma attenzione, non unico) è quello delle storyline che riguardano persone LGBT, che riflettono la rivelazione dell’orientamento sessuale come problema, il timore della reazione dei familiari, la confusione tra identità di genere e travestitismo, la mediazione, sempre rispettosa ma spesso goffa, dei sanitari. Oggi l’inclusività, intesa come rappresentazione di minoranze e delle loro prospettive narrative, è quasi un presupposto per quasi ogni serie, medica o meno. Se non altro, un elemento atteso. Non c’era la stessa pressione sistematica ai tempi dell’uscita di <em>ER</em>, eppure i personaggi sono già una rappresentazione inclusiva. C’è il già citato Benton, che avanti nella serie scoprirà di essere stato probabilmente ammesso a medicina grazie alle quote riservate alle persone nere, e si trova a chiedersi quanto la sua carriera sia stata legata al merito e quanto alle politiche d’inclusione. O, altro possibile esempio interessante, Kerry Weaver con la sua stampella: non focus narrativo come avverrà con altre forme di rappresentazione delle disabilità (al netto degli usi impropri che della stampella farà il Dr House), ma parte integrante del personaggio. Non un problema da affrontare, ma parte dell’identità della persona.</p>
<p>E se oggi l’inclusività è essenzialmente un requisito, ER ci fa chiedere: qual è poi però la realtà fuori dagli schermi? Non sarà più vicina a quella di trent’anni fa? E, se è così, dove possiamo, se non trovare l’effetto catartico della rappresentazione scenica, almeno immedesimarci meglio?</p>
<p>Rivedere <em>ER</em> oggi è fare un salto nel passato, ritrovarsi in una <em>comfort series</em> che, in termini di capacità d’intrattenimento, non è invecchiata di un giorno. Ma è anche rendersi conto giocoforza di come a volte – indipendentemente dalle innovazioni mediche e tecnologiche – le rappresentazioni cambino in modo più sostanziale della realtà. </p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una bussola verso il pensiero critico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bussola-verso-pensiero-critico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bussola-verso-pensiero-critico/</guid><pubDate>Tue, 10 Mar 2026 08:43:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>Questo libro nasce con uno scopo: imparare a difendersi. Per proteggersi dalle cattive forme di ragionamento che produciamo in prima persona.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bussola-verso-pensiero-critico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bussola-verso-pensiero-critico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Questo libro nasce con uno scopo: imparare a difendersi. Per proteggersi dalle cattive forme di ragionamento che produciamo in prima persona, spesso in buona fede, e da quelle che altri indirizzano verso di noi con retoriche seducenti. Se non si parte da una correzione dei cattivi ragionamenti individuali, stante che gli individui sono la realtà di base nel mondo biologico, non ci si potrà aspettare, cioè non si potrà mai vedere, il prevalere della razionalità su scala sociale e culturale.</p>
<p>Ci si potrebbe chiedere se la necessità di una difesa come quella proposta sia davvero tale, ovvero se sia così importante cercare di fornire strumenti razionali per sfuggire a trappole cognitive e storture retoriche del pensiero. È davvero necessario uno strumento che rinforzi le capacità del lettore di riconoscere il cattivo pensare, i suoi strumenti terminologici e metodologici e le debolezze cognitive che tutti abbiamo e che gli pseudoscienziati e i ciarlatani di ogni ordine e grado sfruttano, ma anche noi stessi produciamo e ci troviamo a consumare?</p>
<p>[…]</p>
<p>Le nostre intuizioni non sono banali: sono il prodotto della selezione naturale, che tuttavia non è dotata di un’intelligenza antropomorfa. Grazie alle capacità complesse di cui l’evoluzione ci ha comunque fornito, abbiamo costruito società immensamente più articolate delle bande di cacciatori e raccoglitori. Società nelle quali, per poter funzionare e per permetterci di beneficiarne nei pochi decenni della nostra vita, sono necessarie competenze molto specifiche, unite a<br>
efficienti capacità di generalizzazione e di controllo delle intuizioni – in particolare di quelle morali e politiche, le più insidiose per la convivenza civile. Questa sfida non riguarda soltanto chi ha una scarsa istruzione, ma anche chi appartiene alle élite sociali. Essere parte di un’élite non implica, infatti, possedere le capacità critiche che ci si aspetterebbe, poiché le forze sociali che plasmano le élite nelle società complesse non premiano necessariamente tali competenze.</p>
<p>[…] In questo libro assumiamo, in modo operativo, ma secondo noi utile, che il pensiero critico consista nella capacità di identificare gli inganni e gli autoinganni cognitivi, e nell’uso di metodi per antagonizzarne gli effetti e selezionare i fatti e le spiegazioni più verosimili rispetto a qualche fenomenologia di interesse. Consideriamo questa definizione abbastanza inclusiva.</p>
<p>Abbiamo scelto la forma del lemmario, invece di una trattazione teorica del pensiero critico, perché questo formato rende immediatamente visibile ciò che vogliamo ottenere: non un’esposizione astratta di principi generali, ma una palestra concreta di applicazione del pensiero critico. Un manuale organico rischia di muoversi a un livello troppo alto, astratto, normativo, e di rimanere confinato nell’ambito delle buone intenzioni. Un lemmario, invece, costringe a calare i concetti dentro casi pratici, parole e idee che incontriamo ogni giorno.<br>
La struttura a voci indipendenti consente di mostrare come funziona lo strumento del pensiero critico in azione, esaminando i punti in cui il linguaggio viene manipolato, le tecniche retoriche usate per. confondere e i meccanismi psicologici che ci spingono a cadere nell’errore. <br>
È un approccio che permette di cogliere meglio la varietà dei contesti e la ricorrenza degli inganni, e di disinnescarli non in astratto, ma nel momento stesso in cui si presentano.<br>
Un altro vantaggio è la leggibilità. Ogni lemma è una porta di accesso autonoma, che il lettore può aprire e richiudere seguendo le proprie curiosità o urgenze, senza dover affrontare un discorso sistematico dall’inizio alla fine. Questo formato si presta anche a essere consultato in modo non lineare: un atlante del pensiero critico che ciascuno può percorrere a zig-zag, componendo il proprio percorso. Un lemmario, disposto in ordine alfabetico, permette letture in sequenza e per salti. La sua forza è nelle connessioni: la stessa parola riappare in contesti diversi; lo stesso bias si ripresenta sotto maschere differenti; lo stesso strumento metodologico consente di smontare tanto una pretesa terapeutica infondata quanto un autoinganno quotidiano. Suggeriamo di<br>
seguire queste ricorrenze, tracciare mappe personali, riconoscere la trama comune. L’abuso linguistico e lo sfruttamento dei bias raramente compaiono isolati: si richiamano, si rinforzano, lavorano all’unisono. Vederli insieme è già metà della difesa.<br>
Il lettore non solo apprende quali siano gli strumenti del pensiero critico, ma vede direttamente come si applicano nella pratica, e può interiorizzarli in modo più duraturo. <br>
Proprio per questo il lemmario ha anche una funzione didattica implicita più forte di una trattazione teorica: insegna per via di esempi, mostrando come riconoscere i meccanismi e<br>
come rispondere.<br>
Infine, il lemmario riflette la natura stessa del problema che affrontiamo. Gli abusi linguistici, le fallacie, i bias e le false credenze non si presentano mai in ordine sistematico: emergono in modo frammentario, disordinato, e vanno riconosciuti e smontati uno per uno. <br>
Rispondere a questa realtà con un lemmario significa adottare la forma più adatta al contenuto, costruendo uno strumento che non solo spiega, ma esercita e allena allo stesso tempo.<br>
Non offriamo un semplice elenco di procedure, benché la terminologia comprenda anche le modalità, sempre più affinate, attraverso cui la ricerca empirica consente di compiere scelte razionali. <br>
E per questo non abbiamo scritto il lemma «pensiero critico»: nelle nostre intenzioni, il libro stesso è quel lemma, poiché lo rappresenta più fedelmente di qualsiasi definizione astratta.</p>
<p>[…]</p>
<p>L’obiettivo non è insegnare «che cosa pensare», ma «come riconoscere quando pensiamo male» e «come riportare il pensiero sui binari del controllo».<br>
Così inteso, il libro non è un’enciclopedia né un manuale tecnico, ma una bussola. Ogni voce è un piccolo esercizio di smascheramento e di igiene concettuale; l’insieme è un addestramento a riconoscere i segnali d’allarme, a chiedere definizioni e contesti, a pretendere prove adeguate alla forza delle affermazioni. <br>
Se il lettore, passando di lemma in lemma, svilupperà l’abitudine a interrogare le parole e a vigilare sui propri automatismi, avremo raggiunto lo scopo. Con la speranza che<br>
l’esercizio vada oltre queste pagine, e che ciascuno, in modo indipendente, coltivi un percorso razionale e un dubbio metodologicamente disciplinato per ottenere dalla ragione i massimi frutti possibili.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sopravvivere alla crisi ambientale è un problema politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-ambientale-problema-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-ambientale-problema-politico/</guid><pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><category>ambiente</category><description>Nonostante decenni di conferenze internazionali e rapporti scientifici, le emissioni globali continuano a crescere. Non è un problema di mancanza di soluzioni: richiede una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni di governo mondiale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/crisi-ambientale-politica-vineis.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/crisi-ambientale-politica-vineis.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante decenni di conferenze internazionali e rapporti scientifici, le emissioni globali continuano a crescere. Luca Savarino e Paolo Vineis argomentano che questo non è dovuto alla mancanza di soluzioni tecniche, ma perché la loro implementazione richiede «una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni di governo mondiale». Il loro libro esamina perché la politica fatica ad affrontare le crisi ambientali e propone che la sopravvivenza richieda un ripensamento dell&rsquo;etica e della governance globale.</p>
<h2 id="la-visione-di-breve-periodo-della-politica">La visione di breve periodo della politica</h2><p>I politici operano entro orizzonti temporali ristretti, dando priorità agli interessi immediati e al consenso elettorale. La crisi ambientale ha giocato un ruolo marginale nelle recenti elezioni italiane, con schieramenti che si sono presentati su piattaforme sostanzialmente simili. Gli autori sostengono che le soluzioni tecniche — dalla cattura del carbonio all&rsquo;energia nucleare fino alla geoingegneria — risultano insufficienti senza una trasformazione etica e politica che le accompagni.</p>
<p>Alcuni governi sfruttano opportunisticamente le situazioni di crisi. L&rsquo;articolo cita l&rsquo;interesse di Trump per l&rsquo;acquisizione della Groenlandia in seguito alla fusione dei ghiacci, per accedere a minerali rari e risorse strategiche. In modo analogo, la Russia considera il riscaldamento artico come un vantaggio economico, grazie all&rsquo;apertura di nuove rotte navali e all&rsquo;accesso a risorse prima inaccessibili.</p>
<h2 id="il-declino-dellordine-liberale-internazionale">Il declino dell&rsquo;ordine liberale internazionale</h2><p>L&rsquo;ordine internazionale liberale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondato sull&rsquo;equilibrio tra economia di mercato e principi democratici, è in crisi. Le istituzioni internazionali perdono efficacia mentre il neo-liberalismo frammenta le società e intensifica le disuguaglianze. Il disimpegno americano dalle agenzie ONU che si occupano di ambiente e salute globale rappresenta un esempio emblematico di come l&rsquo;esercizio unilaterale del potere acceleri la crisi ecologica.</p>
<h2 id="quattro-argomenti-fondamentali">Quattro argomenti fondamentali</h2><p>Il libro di Savarino e Vineis articola la propria analisi intorno a quattro tesi principali. La prima è che la crisi ambientale esiste come fatto scientifico misurabile: le concentrazioni di gas serra, le ricostruzioni delle temperature e i dati sulla biodiversità sono fatti riproducibili, non opinioni. La seconda è che si tratta di un fenomeno complesso: le Nazioni Unite identificano una «triplice crisi planetaria» che colpisce simultaneamente il clima, la biodiversità e l&rsquo;inquinamento chimico, richiedendo una prospettiva «distale» capace di cogliere cause remote ed effetti di lungo periodo. La terza è che l&rsquo;origine è antropica: la crisi è il risultato di due secoli di modello economico e sociale occidentale, che ha reso l&rsquo;umanità una forza geologica. Gli scienziati chiamano questa epoca Antropocene. La quarta riguarda la distribuzione ineguale dei rischi: una minoranza contribuisce in modo sproporzionato alle emissioni, mentre le popolazioni più povere subiscono i danni maggiori in termini di salute, economia e coesione sociale.</p>
<h2 id="crisi-ambientale-e-salute">Crisi ambientale e salute</h2><p>Gli effetti del cambiamento climatico e dell&rsquo;inquinamento sulle malattie respiratorie e cardiovascolari sono ben documentati. Gli autori propongono la categoria epidemiologica di «sindemia» e quella di «patocenosi» per analizzare le malattie all&rsquo;interno dei loro contesti sociali, economici e ambientali. Le migrazioni climatiche rappresentano un caso esemplare: l&rsquo;aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi distruggono i raccolti, aggravano la scarsità d&rsquo;acqua e costringono popolazioni intere a spostarsi, esponendole durante i tragitti a malnutrizione e malattie infettive, e poi a condizioni di vita precarie nei luoghi di arrivo.</p>
<p>Gli autori rifiutano esplicitamente la narrativa del «siamo tutti sulla stessa barca»: i rischi a breve e medio termine si distribuiscono in modo profondamente diseguale tra nazioni, gruppi sociali e regioni geografiche.</p>
<h2 id="ripensare-la-responsabilità">Ripensare la responsabilità</h2><p>I concetti tradizionali di responsabilità presuppongono individui consapevoli con effetti misurabili e circoscritti nel tempo. La crisi ambientale è invece il risultato di processi collettivi di lungo periodo, in cui le pratiche quotidiane di miliardi di persone generano danni strutturali. Gli autori ricorrono al concetto di «crimini di sistema» di Luigi Ferrajoli e al modello della «tragedia dei beni comuni» di Garrett Hardin per mostrare come l&rsquo;emergenza ambientale sfugga agli schemi classici di attribuzione morale e giuridica. Fare appello alla responsabilità individuale — pur moralmente comprensibile — rischia di caricare i cittadini senza intaccare le strutture economiche e politiche che generano il problema.</p>
<h2 id="costruire-una-classe-ecologica">Costruire una classe ecologica</h2><p>Per uscire dall&rsquo;impasse, gli autori non enfatizzano i segni della catastrofe imminente — che rischia di produrre paralisi — ma propongono di costruire nuovi soggetti collettivi capaci di esercitare pressione politica. Riprendono la nozione di «classe ecologica» elaborata da Bruno Latour e Nikolaj Schultz: politicizzare la questione ambientale significa smettere di trattarla come una preoccupazione «universale» che non tocca nessuno in particolare. Solo quando i soggetti vulnerabili ai danni ambientali si riconoscono come membri di una classe ecologica globale — e non come vittime isolate — i politici potranno adottare le soluzioni necessarie.</p>
<h2 id="le-condizioni-minime-per-sopravvivere">Le condizioni minime per sopravvivere</h2><p>Il capitolo conclusivo del libro identifica alcune condizioni essenziali: un quadro scientifico condiviso, politiche educative efficaci, istituzioni adeguatamente scalate, strumenti per ridurre le disuguaglianze, una combinazione di azione individuale dal basso e decisioni vincolanti dall&rsquo;alto, e nuove alleanze tra scienze naturali, sociali e umane. L&rsquo;approccio evita sia l&rsquo;ottimismo tecnocratico sia il catastrofismo rassegnato, riconoscendo che sopravvivere alla crisi ambientale richiede di gestire conflitti, responsabilità e cooperazione in modo radicalmente diverso da quanto la politica contemporanea sia stata finora capace di fare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Imperialismo digitale: la tecnologia si intreccia alla guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra/</guid><pubDate>Thu, 05 Mar 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Dario Di Conzo</dc:creator><category>economia</category><description>Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande efficacia “lo spirito del tempo”.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA</em> di Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio, affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine globale.</p>
<p><em>Imperialismo digitale</em> non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.</p>
<p>Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII, con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.</p>
<p>Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare. La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste tecnologie negli apparati bellici.</p>
<h2 id="le-promesse-tradite-e-gli-effetti-reali-della-digitalizzazione">Le promesse tradite e gli effetti reali della digitalizzazione</h2><p>Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume. Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello sviluppo delle innovazioni radicali.<br>
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di rafforzare relazioni di dominio.</p>
<p>Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo, a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico “interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione. Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve. Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande capitale.</p>
<p>Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome, mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).</p>
<p>Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali, l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo: quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare, ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/imperialismo-digitale-tecnologia-si-intreccia-guerra-body-1.png.webp 926w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="926" height="592" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto). Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul tema (si veda, ad esempio, <em>La Cina ha vinto</em> di Alessandro Aresu).</p>
<h2 id="la-traiettoria-cinese-verso-lintegrazione-del-sistema-tecnologico-e-di-guerra">La traiettoria cinese verso l&rsquo;integrazione del sistema tecnologico e di guerra</h2><p>L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.</p>
<p>Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel 1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.</p>
<p>Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in base alle specificità settoriali e territoriali.</p>
<p>La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.</p>
<p>Se le GAFAM (<strong>G</strong>oogle, <strong>A</strong>pple, <strong>F</strong>acebook (ora Meta), <strong>A</strong>mazon, and <strong>M</strong>icrosoft) statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu, Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.</p>
<p>Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu (JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea legislativa della Repubblica Popolare.</p>
<p>L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico, perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della popolazione.</p>
<p>È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa da quella statunitense.</p>
<p>È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA, cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la sfera economica.</p>
<p>Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.</p>
<p>Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo, strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione strutturale del confronto globale.</p>
<p>Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.</p>
<p><em>Imperialismo digitale</em> è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso, accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Storia del pensiero scientifico tra ideali, potere e tradimenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/storia-pensiero-scientifico-ideali-potere-tradimenti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/storia-pensiero-scientifico-ideali-potere-tradimenti/</guid><pubDate>Fri, 27 Feb 2026 08:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Enrico Bergianti</dc:creator><category>libri</category><description>Così, nel 2017, l’attore e comico britannico Ricky Gervais spiegò al Late Show di Stephen Colbert perché si fida della scienza e non crede nella religione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/storia-pensiero-scientifico-ideali-potere-tradimenti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/storia-pensiero-scientifico-ideali-potere-tradimenti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Se venissero distrutti tutti i testi religiosi, poetici o narrativi, essi non esisteranno mai più come sono adesso, non verrebbero mai riscritti con le stesse parole, con le stesse storie. Ma se distruggessimo tutti i libri scientifici, tra migliaia di anni i fatti che hanno a che fare con la scienza verranno ristabiliti esattamente come li conosciamo noi oggi, perché gli esperimenti daranno sempre gli stessi risultati</p></blockquote>
<p>Così, nel 2017, l’attore e comico britannico Ricky Gervais spiegò al <em>Late Show</em> di Stephen Colbert perché si fida della scienza e non crede nella religione, rintuzzando una critica del conduttore che lo accusava di incoerenza. «Non credi in Dio ma credi in quello che dice Stephen Hawking!», lo pizzica Colbert, come a dire: tu quello che dice Hawking non puoi capirlo fino in fondo, le prove che Hawking abbia ragione sul Big Bang non le hai, eppure gli credi.</p>
<p>La folgorante risposta del comico inglese, al netto di inevitabili semplificazioni, riassume in poche parole alcuni dei valori intellettuali che caratterizzano la scienza moderna. Questi valori sono la fiducia negli esperimenti e nelle “sensate esperienze”, la possibilità di verificare, di confermare, di confutare una conoscenza, l’accessibilità del sapere, il rifiuto del principio di autorità. Cioè che non serve essere Stephen Hawking per accettare una verità scientifica.</p>
<p>Ma come sono nati questi valori? Quali idee li sorreggono e quali eventi storici li hanno favoriti, accelerati, talvolta rallentati e brutalmente ostacolati? Le risposte a queste domande trovano spazio nell’ultimo libro dello storico della scienza Marco Ciardi, docente dell’Università di Firenze: <a href="https://www.carocci.it/prodotto/storia-del-pensiero-scientifico?srsltid=AfmBOorxxYnGfDw1XS8-QVjP57b4Kf4u3snCfB9k1w3Ivu1PB2gBAGf2" rel="noopener"><em>Storia del pensiero scientifico. Da Galileo Galilei a Marie Curie</em></a>, edito da Carocci.</p>
<p>Come docente e saggista Ciardi si occupa ormai da più di trent’anni di storia della scienza, in particolare della chimica – è infatti uno dei principali biografi di Amedeo Avogadro a livello mondiale – e del rapporto tra scienza e società. Ha studiato il mito di Atlantide, le connessioni tra scienza e pseudoscienza, il legame indissolubile della scienza con la letteratura, la poesia, i linguaggi creativi e multimediali, come la radio, la televisione, il cinema, le serie televisive.</p>
<p>Nelle 250 pagine di <em>Storia del pensiero scientifico</em>, Ciardi riprende l’innesco del saggio <em>Terra. Storia di un’idea</em> (Laterza, 2013 – finalista al premio Galileo), nel quale ricostruiva nel dettaglio la storia dell’idea-Terra, rileggendo la cronologia delle varie scoperte legate al nostro pianeta fino alle imprese spaziali. Nel nuovo saggio non si sofferma su una teoria in particolare, ma allarga l’analisi alla scienza come impresa umana nel suo complesso.</p>
<p>La parola chiave del titolo del nuovo saggio dello storico fiorentino è dunque pensiero: un pensiero formalizzato da Galileo nel XVII secolo e al centro della prima parte del libro. La seconda sezione del saggio ricostruisce i principali filoni teorici della scienza moderna: il meccanicismo seicentesco, il successo dell’approccio analitico nel Settecento, la convinzione dell’unità della natura, la crisi sempre più seria dell’antropocentrismo – già colpito da Copernico e Giordano Bruno prima, quindi da Darwin e Freud poi – la vicinanza con l’Illuminismo e anche con il Romanticismo che portano poi la scienza a rivelarsi, almeno sul piano teorico, come straordinaria alleata del pacifismo e altrettanto abile facilitatrice della democrazia.</p>
<p>Poi però la storia ha mostrato che in alcune occasioni chi fa scienza ha clamorosamente tradito il pensiero scientifico: Ciardi ricorda, tra le altre cose, i gas tossici nelle trincee della Prima guerra mondiale, i manifesti razzisti a sostegno dei nazionalismi o del totalitarismo fascista in Italia, la bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki.</p>
<p>Perché tra teoria e realtà c’è di mezzo il potere: il potere della Chiesa che si batte contro Galilei perché il suo pensiero scientifico espone a un pericolo mortale il potere accademico (e non solo) dell’epoca, che aveva nell’impostazione aristotelico-tolemaica un fondamento irrinunciabile. E che Galilei stava pericolosamente minando. Oggi, a ormai 400 anni dall’abiura di Galilei – evento che non ha fermato la nascita e l’affermarsi della sua scienza – il potere continua a essere un antagonista del pensiero scientifico quando esso non produce conoscenze allineate a quello che serve al potere stesso: politico sì, ma anche economico e finanziario.</p>
<p>Il saggio di Ciardi si chiude quindi con l’analisi delle storture che affliggono oggi il mestiere di chi fa scienza e che rinnegano il pensiero scientifico: tra queste storture indica il tecnicismo quando è miope ed esasperato; le disparità di genere; l’allontanamento dal pacifismo e dall’universalismo della conoscenza professato da illustri donne e uomini che hanno fatto scienza nel passato, come Marie Curie e Albert Einstein. E anche un’eccessiva – o malriposta, a giudizio di Ciardi – fiducia in un certo tipo di pensiero economico, troppo indulgente, secondo lo storico, rispetto ad alcune conoscenze come la limitatezza delle risorse della nostra astronave Terra o il mito della crescita infinita, già sfatato anche alla fine degli anni Sessanta del Novecento dall’esperienza del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Club_di_Roma" rel="noopener">Club di Roma</a> di Aurelio Peccei e dal testo del MIT <em>The Limits to Growth</em> (1972).</p>
<p>Quella che presenta Ciardi nel suo saggio, quindi, è una storia aperta, inevitabilmente in itinere, dagli sviluppi ancora incerti e, anzi, oggi piuttosto cupi. Ciardi, però, ritiene che la scienza, anzi, il pensiero scientifico, quello di Galileo Galilei e Marie Curie, di Albert Einstein e Rachel Carson, possa ancora una volta essere quel sapere e quello strumento che potrà togliere l’umanità dallo stato di minorità – per citare Immanuel Kant, filosofo molto caro a Ciardi – in cui le tragedie di questo secolo ci stanno lasciando.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Medicina femminile plurale. Oltre i miti, oltre gli stereotipi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-femminile-plurale-oltre-miti-oltre-stereotipi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/medicina-femminile-plurale-oltre-miti-oltre-stereotipi/</guid><pubDate>Fri, 20 Feb 2026 09:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Silvia Bencivelli</dc:creator><category>libri</category><description>«Noi diciamo… che un medico maschio o un medico femmina hanno la stessa natura»: lapidario, questo Platone.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-femminile-plurale-oltre-miti-oltre-stereotipi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/medicina-femminile-plurale-oltre-miti-oltre-stereotipi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Noi diciamo… che un medico maschio o un medico femmina hanno la stessa natura»: lapidario, questo Platone. Ma anche ambiguo. Chi sono state davvero le mediche nella storia? Quanto del loro sapere è stato fondante per la medicina? È esistito uno &ldquo;sguardo di genere&rdquo; nella costruzione della medicina moderna? E dove lo troviamo, nella storia della medicina e nel suo presente? Sono le domande che guidano la penna di Daniela Minerva, giornalista medico-scientifica di lunga esperienza, che ripercorre in <a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/daniela-minerva-medicina-femminile-plurale-9788833944265/" rel="noopener"><em>Medicina femminile plurale</em></a>, appena uscito per i tipi di Bollati Boringhieri, la genesi di una medicina &ldquo;femminile plurale&rdquo;, costruita con la testa e le mani di donne dimenticate, espropriate nel proprio sapere da uomini che ne hanno sistematicamente cancellato merito e memoria.</p>
<p>Nella lettura di Minerva è forte e dichiarato lo stampo femminista. Ma è marcata anche la distanza da un femminismo ingenuo che ha fatto molti errori nella costruzione della propria storia. Il primo, il solito: leggere il passato con le lenti del presente, inventando eroine e miti che finiscono per semplificare una realtà complessa. Quando si celebra una Trotula, famosa medica salernitana, o piuttosto nome dato a testi medievali scritti almeno in parte con mano femminile, o una Rosalind Franklin, trasformata in mito femminista sul modello &ldquo;donna geniale e misconosciuta a cui uno stronzo ha rubato il merito&rdquo;, si perdono le tante colleghe che hanno tirato la carretta accanto a loro. Si perde la coralità. E si procede per idee indimostrabili lasciando campo aperto a riscritture del passato altrettanto distorte, peraltro necessariamente conformi alla misoginia di cui la nostra cultura è intrisa. Perché i testi da cui partire sono stati sempre, inevitabilmente, tutti scritti da uomini, e non si scappa. C&rsquo;è poi un secondo errore ricorrente in certi femminismi, verso cui Minerva punta il dito: l&rsquo;insistenza su una presunta vicinanza tra la donna e la natura, difficilmente definibile, fino al rifiuto completo della medicina scientifica per via della sua storia al maschile. E quindi vai di tisane e di fricchettonate che non curano niente e nessuno.</p>
<p>Ma allora dove deve poggiare lo sguardo femminista sulla scienza medica? Sul racconto della propria storia, dice Minerva: sulla costruzione di una propria, forte e dignitosa, identità. Ma un&rsquo;identità che per l’autrice non deve passare attraverso l&rsquo;essenzialismo, perché non è affatto detto che esista un modo femminile di fare medicina insito nella natura delle donne. Se qualcosa di specifico c&rsquo;è, è piuttosto un prodotto della storia: un&rsquo;eredità culturale millenaria, un&rsquo;intelligenza femminile forgiata da secoli di pratica, cura, esclusione e resistenza. Da recuperare e imparare ad apprezzare così com’è.</p>
<p>Il sapere medico femminile, prosegue Minerva, è esistito, eccome. Non è possibile il contrario. Le donne si sono sempre occupate della salute della propria famiglia o comunità e il loro sapere empirico, fondato sulla conoscenza di erbe e rimedi vari, ma anche foriero di grandi innovazioni (come è successo con la variolizzazione), è stato almeno fino alla nascita della medicina scientifica &ldquo;quello che funzionava&rdquo;. Mentre il sapere teorico, cristallizzato per millenni nell&rsquo;ipse dixit di Aristotele, Ippocrate e Galeno e formalizzato nelle università da cui le donne erano escluse, a lungo non è servito a niente di pratico. Così anche i medici, che dottamente discutevano del secondo, nella realtà molto probabilmente usavano il primo. Intanto, gli stessi uomini usavano la teoria per fondare una bio-misoginia che giustificava l&rsquo;esclusione delle donne dai recinti della medicina ufficiale. Cioè descrivevano la donna, da Ippocrate in poi, come un essere dal corpo difettoso, una versione umida e imperfetta di quello maschile, imbecille, inaffidabile: un &ldquo;ambiguo malanno&rdquo;, scrisse Esiodo, che l&rsquo;uomo era costretto a tenersi in casa per potersi riprodurre. Ed è anche così, esclusivamente per la sua “funzione riproduttiva”, che ci si è curati della salute femminile: la donna ridotta a utero, e tutte le sue malattie ricondotte a questo unico organo. Fino praticamente a ieri l’altro.</p>
<p>Così se nella medicina antica compaiono menzioni ad alcune mediche, è soprattutto per il loro impegno nella salute riproduttiva, nella gestione di fecondazione, gravidanza e parto. Il loro sguardo di genere a lungo si è potuto concentrare solo sulle aree legate alla riproduzione o all&rsquo;accudimento: ginecologia, pediatria, assistenza. Con poche figure straordinarie come Florence Nightingale e tante donne normali che per laurearsi ed esercitare hanno dovuto fare una fatica così.</p>
<p>Poi le cose sono cambiate, fino allo &ldquo;tsunami&rdquo; degli ultimi decenni, in cui la professione si è femminilizzata e si è finalmente imposto uno sguardo femminile sulla salute e un&rsquo;idea di salute genere-specifica. Certo: i divari rimangono e i soffitti di cristallo sono ancora belli spessi, ma i numeri parlano: nel dicembre 2023 le mediche in Italia hanno sorpassato per numero i colleghi maschi. Una femminilizzazione della professione che, secondo Minerva, cambierà le cose in maniera radicale, e lo sta già facendo. In questa parte del libro torna la Minerva giornalista: troviamo dati, interviste, attualità di una professione e di una cultura che stanno cambiando, al proprio interno e nel rapporto con il resto della società.</p>
<p>Ma dunque, esiste un modo femminile di fare scienza? Ci sono stati certo temi femminili e metodi femminili, come la filantropia. Ma sono stati frutto della segregazione in settori ritenuti meno degni, comunque vicini all&rsquo;idea di donna accudente ed empatica. Di certo però esiste una questione femminile. E il libro la affronta sui due piani di cui sopra: una ricca e documentata prima parte che dispiega la storia delle mediche antiche reinquadrandola in un racconto collettivo. E una seconda che arriva al dibattito interno alla comunità medica di oggi, con figure come Bernadine Healy — «una femminista con la collana di perle» — che negli anni Novanta lanciò la Women&rsquo;s Health Initiative aprendo le porte allo studio del modo in cui la medicina tratta le donne. Si può fare, si sta facendo. Va fatto, dice Minerva.</p>
<p>Quanto alla medicina, oggi ne abbiamo una fondata sulla scienza, e che funziona. L&rsquo;autrice, pur femminista, ci sta dentro senza ambiguità: vuole una medicina genere-specifica, più attenta alle donne, ma rifiuta la tentazione di riguardare al passato rischiando di dire baggianate antiscientifiche. Si parta da quello che abbiamo. Quel che è stato è stato: ma almeno non lasciamone tutto il merito ai maschi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>A spasso nella fisica moderna: l’elogio dell’infinitamente medio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/spasso-fisica-moderna-elogio-dell-infinitamente-medio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/spasso-fisica-moderna-elogio-dell-infinitamente-medio/</guid><pubDate>Tue, 10 Feb 2026 08:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Hykel Hosni</dc:creator><category>libri</category><description>Siete stanchi dell’ennesimo must di divulgazione scientifica di cui tutti parlano e che tutti regalano ma che, se provate a leggerlo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/spasso-fisica-moderna-elogio-dell-infinitamente-medio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/spasso-fisica-moderna-elogio-dell-infinitamente-medio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Siete stanchi dell’ennesimo <em>must</em> di divulgazione scientifica di cui tutti parlano e che tutti regalano ma che, se provate a leggerlo, scatena in tre pagine l’irrefrenabile effetto fantozziano <em>Corazzata Kotiomkin</em>? <a href="https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/a-spasso-nella-fisica-moderna-le-idee-e-gli-scienziati/" rel="noopener"><em>A spasso nella fisica moderna. Le idee e gli scienziati</em></a> (Castelvecchi editore, 2026) è il libro che fa per voi. Apritelo (rigorosamente a caso) e cominciate a leggere. Vi sentirete presto di partecipare a una chiacchierata schietta e colta, sulle “idee” e sugli “scienziati”  che appassionano i suoi quattro autori.</p>
<p>Il tono del volume è affidato alla fulminante battuta di Ennio Flaiano citata nell’introduzione: «Stanco dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente medio». Proseguendo nella lettura, scoprirete che è una descrizione particolarmente calzante della mentalità che sottende la meccanica statistica, l’area prediletta dagli autori.</p>
<p>Il volume è suddiviso in capitoli brevi, ognuno dedicato a un’idea o una biografia, presentati in ordine alfabetico, con due eccezioni. Il primo capitolo introduce il concetto di “passeggiata casuale”, vero e proprio leitmotiv del libro, e suo alfabetiere.  L’ultimo è una godibilissima filmografia fisico-scientifica. Certo, c’è <em>Interstellar</em> (ci mancherebbe!), ma non mancano chicche inaspettate, come <em>Viaggio allucinante</em>.</p>
<p>La passeggiata aleatoria non è solo un riuscito artificio retorico, utile a rendere il materiale fruibile a un pubblico eterogeneo per interessi e competenze. È anche una metafora del modo in cui si costruisce la conoscenza scientifica: a volte si inciampa (per così dire) in un risultato fecondo, altre ci si infila in un vicolo cieco; e talvolta si finisce per litigare con qualche collega, per ragioni più o meno nobili. I ventinove capitoli del libro offrono numerosi esempi di tutte queste possibilità. </p>
<h2 id="linfinitamente-medio-come-modo-di-pensare">L’infinitamente medio come modo di pensare</h2><p>La voce <em>Universalità</em> è rappresentativa dello stile di pensiero della fisica statistica e descrive il ruolo centrale dei “modelli” nell’avanzamento della conoscenza scientifica. Elaborare un modello, ci suggeriscono gli autori, significa padroneggiare l’arte sottile di scegliere quali informazioni tralasciare. Lo mostrano attraverso la Legge dei grandi numeri e il Teorema centrale del limite, le fondamenta matematiche e concettuali della disciplina. Qui è “l’infinitamente medio” che conta: il dettaglio microscopico non solo è impraticabile, ma spesso anche inutile. I risultati probabilistici chiariscono infatti sotto quali condizioni un sistema fisico possa essere descritto con precisione tramite poche grandezze “robuste”, tipicamente media e varianza. È un’idea che attraversa tutto il volume: dall’interpretazione bernoulliana della pressione come effetto medio (macroscopico) degli urti di un gran numero di molecole, al passaggio dalle medie temporali alle medie d’insieme nell’ipotesi ergodica, fino alla teoria dell’informazione, dove la quantità d’interesse non riguarda il singolo messaggio, ma l’informazione media prodotta dalla sorgente.</p>
<p>In un’epoca di inesauribile entusiasmo datacentrico, di <em>large language models</em> e di profilazione individuale,  l’idea che la costruzione della conoscenza scientifica proceda per opportuna omissione di dettagli può sembrare, a prima vista, poco “scientifica”. Ma non è così. La <em>forma mentis</em> dell’“infinitamente medio” aiuta invece a cogliere le ragioni matematiche del successo degli algoritmi di intelligenza artificiale, ai quali la fisica statistica ha dato e continua a dare un contributo notevole. Al tempo stesso, però, ci mette in guardia rispetto ai loro limiti intrinseci, discussi a più riprese nel volume.</p>
<h2 id="ossessione-competizione-e-ideologia">Ossessione, competizione e ideologia</h2><p>Un pregio non comune di <em>A spasso nella fisica moderna</em> è offrire uno sguardo “dall’interno” che i manuali tipicamente sacrificano alla causa dell’ortodossia didattica, e che viceversa, i testi divulgativi tendono a romanzare in modo stucchevole. Così, a più riprese, gli autori ci ricordano che la scienza è un prodotto umano. Anzi, umanissimo. È fatta di intuizioni brillanti, senza dubbio, ma anche di fegati ingrossati, ego smisurati, carriere mai costruite o repentinamente naufragate, passioni, opportunismi,  ossessioni.</p>
<p>Un ottimo esempio è il capitolo su Ludwig Boltzmann. La sua vicenda è descritta come un lungo corpo a corpo, finito male, con l’idea (o meglio, con la realtà) dell’atomo. In un’epoca in cui l’opinione corrente considerava gli atomi “utili finzioni matematiche” (qualcosa che serve a far tornare i conti ma che non esiste davvero), gli autori mostrano come, per Boltzmann, la convinzione che gli atomi costituissero la base della realtà fisica non fosse una semplice posizione accademica. Era un’ossessione, che lo portò a scontrarsi contro il muro del rifiuto dei suoi contemporanei: uno scontro che lo logorò profondamente. Gli autori ricordano inoltre come i suoi confronti con i “positivisti” seguaci di Mach assumessero i toni di battaglie tra fazioni in lotta per l’egemonia culturale della fisica europea. E come Boltzmann, psicologicamente fragile, non resse alla pressione.</p>
<p>Ancora più clamoroso è lo scontro raccontato nel capitolo dedicato ad Andrej Nikolaevič Kolmogorov tra Trofim Lysenko, biologo e agronomo di regime, che negava l’esistenza dei geni, e lo stesso Kolmogorov, che lo sconfessò ricorrendo a quello che oggi è noto come test di Kolmogorov–Smirnov. Ma la vicenda andò ben oltre il botta e risposta accademico. Gli autori ricordano a tal proposito la morte tragica di Nikolaj Vavilov, tra i genetisti più apprezzati dell’epoca, incarcerato dal regime stalinista con l’accusa di essere una spia britannica. Per non parlare, poi, dei danni incalcolabili inflitti all’agricoltura sovietica dalle pratiche antiscientifiche promosse da Lysenko.</p>
<h2 id="opportunismo-guerra-e-pacifismo">Opportunismo, guerra e pacifismo</h2><p>Politica, e con essa guerra e pacifismo, non sono in questo libro contorno biografico né digressione ornamentale. Sono piuttosto le direttrici principali grazie a cui gli autori mostrano che la scienza vive dentro la storia, in cui spesso viene trascinata a forza. </p>
<p>Per questo nel libro c’è di tutto. C’è l’opportunismo politico di Laplace che, come viene ricordato,  non esitava a rendersi indispensabile a chiunque fosse al potere. C’è il coinvolgimento militare di fisici come von Neumann, e dei molti fisici legati al Progetto Manhattan. E poi c’è Lewis Fry Richardson, una figura che gli autori ci invitano calorosamente a conoscere meglio. Richardson incarna un pacifismo praticato anche nella scienza. Pioniere delle previsioni meteorologiche basate sul calcolo numerico, e anticipatore del calcolo parallelo e distribuito, allo scoppio della Prima guerra mondiale decise di smettere di fare ricerca finanziata dal governo e, da obiettore di coscienza, si dedicò invece al soccorso sul campo. Finita la guerra, per alcuni anni evitò persino la ricerca meteorologica, temendo che potesse essere sfruttata a fini bellici. Scelse allora un’altra direzione: avviare lo studio matematico della “psicologia della guerra”, convinto che modellare i conflitti potesse aiutare a comprenderne le cause, e quindi a prevenirli. L’ammirazione degli autori per Richardson traspare con vividezza e, auspicabilmente, contribuirà alla sua (ri)scoperta (essendo rimasto a lungo un outsider della comunità scientifica).</p>
<h2 id="educazione-civico-scientifica">Educazione civico-scientifica</h2><p><em>A spasso nella fisica moderna</em> stimola la curiosità e invita all’approfondimento. Ma, a mio avviso, la lettura consegna un messaggio chiaro e autosufficiente:  dobbiamo smettere di pretendere certezze assolute dalla scienza. Da Maxwell a Poincaré,  i protagonisti del testo ci ricordano che l’incertezza non è un errore, ma una lente con cui osservare proprietà intrinseche della natura. La comprensione della probabilità e della statistica, dunque, non è un di più riservato agli addetti ai lavori: è uno strumento essenziale per non lasciarci paralizzare dall’incertezza, né da chi ha tutto l’interesse a strumentalizzarla,  dalle campagne antivacciniste al negazionismo climatico.</p>
<p>Da un lato, la comunità scientifica non deve ambire a dire «accadrà esattamente questo». Dall’altro, la società non deve aspettarsi profezie da oroscopo. Piuttosto, dovremmo cogliere ogni occasione, a tutti i livelli di istruzione, per insegnare ad accettare l’incertezza: «Alla luce dei dati, questo è lo scenario più probabile, e questo è il margine d’errore».  Non significa arrendersi all’ignoranza: significa imparare a orientarsi nella realtà per quella che è, con il ragionamento probabilistico come bussola contro il pensiero magico e false certezze di imbonitori e ciarlatani.<br>
Lasciatevi guidare  da Massimo Cencini, Andrea Puglisi, Davide Vergni e Angelo Vulpiani. Passeggiando con loro vi ritroverete presto a vedere la fisica (e buona parte della scienza) dismettere i cliché accademici, e diventare uno strumento di cultura.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Prostata enflamada, il buen camino di Checco Zalone</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/prostata-enflamada-buen-camino-checco-zalone/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/prostata-enflamada-buen-camino-checco-zalone/</guid><pubDate>Fri, 06 Feb 2026 08:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>comunicazione</category><description>La precarietà degli avvenimenti che caratterizza lo sviluppo del nuovo ordine della globalizzazione minaccia seriamente la salute e il benessere dell’intera.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prostata-enflamada-buen-camino-checco-zalone-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/prostata-enflamada-buen-camino-checco-zalone-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La precarietà degli avvenimenti che caratterizza lo sviluppo del <a href="https://www.areaonline.ch/Il-nuovo-Impero-Intervista-con-Toni-Negri-5154ef00" rel="noopener">nuovo ordine della globalizzazione</a> minaccia seriamente la salute e il benessere dell’intera umanità. Il discredito delle agenzie nazionali e internazionali e del loro operato per fini politici ed economici, privilegiando pratiche e teorie pseudoscientifiche, sono a testimoniare il rischio reale a cui si è esposti. Il <a href="https://www.hhs.gov/press-room/fact-sheet-us-withdrawal-from-the-world-health-organization.html" rel="noopener">ritiro degli Stati Uniti dall&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità</a>, le <a href="https://www.hhs.gov/press-room/cdc-acts-presidential-memorandum-update-childhood-immunization-schedule.html" rel="noopener">modifiche al programma di vaccinazione infantile</a> approvate dal segretario alla salute degli Stati Uniti Robert F. Kennedy Jr, le recenti <a href="https://www.hhs.gov/press-room/fact-sheet-historic-reset-federal-nutrition-policy.html" rel="noopener">linee guida dietetiche statunitensi</a> che invertono la direzione della piramide alimentare ponendo grande enfasi su proteine, grassi e latticini interi al vertice, relegando i cereali e la dieta mediterranea alla base sono alcuni degli esempi.</p>
<p>Anche la <a href="https://www.jclinepi.com/article/S0895-4356%2811%2900184-3/fulltext" rel="noopener">piramide delle evidenze</a>, quella costruita negli anni &lsquo;90 per rispondere in modo più appropriato a quesiti relativi a un intervento di salute, è continuamente minacciata di ribaltamento nel tentativo di innalzare al cielo l&rsquo;ampia base con le opinioni degli esperti, sotterrando l&rsquo;apice con le meta-analisi e le revisioni sistematiche. Fin dal suo inizio l&rsquo;Evidence-Based Medicine ha ricevuto <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10035760/" rel="noopener">notevoli critiche</a>, anche da pionieri dell&rsquo;epidemiologia clinica come Alvan Feinstein, che affermava:</p>
<blockquote>
<p>Il lodevole obiettivo di prendere decisioni cliniche basate sulle prove può essere compromesso dalla qualità e dalla portata limitate di ciò che viene raccolto come “migliore evidenza disponibile”. Tuttavia, l&rsquo;aura autorevole conferita alla raccolta può portare a significativi abusi che producono linee guida inappropriate o dogmi dottrinari per la pratica clinica.</p></blockquote>
<p>Ma passando dalla critica costruttiva, dalla ricerca e l&rsquo;uso appropriato delle evidenze, alla priorità attribuita alle sensazioni e percezioni dell&rsquo;esperto («al parlare con i colleghi») si inverte la direzione della scala verso il cielo e gli dei (della conoscenza basata sulle evidenze), dando maggior importanza all&rsquo;infrastruttura tombale della piramide. </p>
<p>Come <a href="https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2026/01/14/ministero-salute-dal-film-di-zalone-forte-impatto-sulla-prevenzione_7dcc3833-4732-439a-ae8a-65f757a6a54c.html" rel="noopener">ha dichiarato</a> Vincenzo Mirone, responsabile dell’Ufficio pazienti della Società italiana di urologia (SIU) dopo un mese di programmazione nelle sale del film <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Buen_camino" rel="noopener"><em>Buen camino</em></a>:  «Non abbiamo ancora dati numerici precisi, ma parlando con colleghi di diversi centri sul territorio, dopo l’uscita del film riscontriamo un incremento delle visite urologiche preventive». Fattore importante se mantenuto e implementato nel tempo e che rimanda anche a una valutazione circa l’efficacia e l’aggiornamento della <a href="https://www.osservatorionazionalescreening.it/content/gestione-dei-percorsi-di-diagnosi-precoce-il-tumore-alla-prostata" rel="noopener">Gestione dei percorsi di diagnosi precoce per il tumore alla prostata</a> e dell’applicazione delle <a href="https://www.iss.it/documents/20126/8403839/LG450&#43;AIOM_Ca_prostata_agg2024.pdf/9fdaefbf-f211-2364-a986-080f3fb445c7?t=1727858506223" rel="noopener">Linee guida Carcinoma della prostata</a>, così come dei risultati sinora raggiunti. In Italia attualmente il carcinoma della prostata è la neoplasia più frequente tra i maschi, con 40.500 nuovi diagnosticati nel 2022, il 19,8% di tutti i tumori maschili. Nel 2021 sono stati stimati 7.200 decessi per tumori della prostata, mentre la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è stata <a href="https://www.aiom.it/wp-content/uploads/2022/12/2022_AIOM_NDC-web.pdf" rel="noopener">pari al 91%</a>. L’eziologia del carcinoma prostatico è multifattoriale ed è il risultato di una complessa interazione tra fattori di rischio (età, etnia, storia familiare, fattori genetici, sindrome metabolica, obesità, stile di vita e dieta: fumo, consumo di alcolici, prodotti caseari, carne cotta a temperature molto elevate, cibi grassi e fritti) e fattori protettivi (diabete mellito/utilizzo di metformina, stile di vita e dieta: attività fisica, consumo di caffè, pomodori e soia). Una priorità di salute pubblica recentemente ribadita con la pubblicazione della quinta edizione del <a href="https://febs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/1878-0261.70197" rel="noopener">Codice europeo contro il cancro</a> (ECAC5) che raccomanda l’organizzazione di programmi di screening efficaci e sostenibili. Obiettivo che a tutt&rsquo;oggi deve essere ancora raggiunto con approcci diagnostici innovativi e non con il solo dosaggio del PSA (antigene prostatico specifico) proposto a fasce d&rsquo;età della popolazione. Il PSA è un biomarcatore sierico di prima linea raccomandato per lo screening del cancro alla prostata, tuttavia, presenta <a href="https://www.nature.com/articles/s41391-023-00765-0" rel="noopener">limitazioni critiche</a> per la bassa specificità, individua cioè anche tumori che progrediscono lentamente e porta a biopsie negative non necessarie e alla sovradiagnosi di tumori trascurabili.</p>
<h2 id="beneficio-economico-vs-rischio-culturale">Beneficio (economico) vs rischio (culturale)</h2><p>Di tutto questo, comprensibilmente, c’è poco o nulla in <em>Buen camino</em>, quindi prima di indicarlo come strumento completo e appropriato per una campagna di prevenzione secondaria una valutazione formale della sua efficacia andrebbe fatta, nonostante, o soprattutto, per l’enorme numero di spettatori che ha attratto. </p>
<p>«Il più grande successo della storia del cinema in Italia», come ha sottolineato Pier Silvio (Berlusconi) firmando il ringraziamento commerciale («grazie Checco») su un’intera pagina sui principali quotidiani italiani. Pier Silvio Berlusconi è vicepresidente esecutivo e amministratore delegato del Gruppo Mediaset ed è anche membro del consiglio di amministrazione di MFE-MediaForEurope, proprietaria di Medusa film e distributrice di <em>Buen camino</em>. </p>
<p>Uscito nelle sale il 25 dicembre, nel primo mese di programmazione il film ha raggiunto il totale di 72.511.250 euro di incassi con oltre 9 milioni di spettatori, recuperando ampiamente i <a href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/media/zalone-verso-il-record-di-incassi-il-nuovo-film-e-costato-28-mln-di-euro-pgdz88pu" rel="noopener">28 milioni di euro del budget</a> di produzione. <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Quo_vado%3F" rel="noopener"><em>Quo vado?</em></a>, il quarto film con Zalone, sempre con la regia di Gennaro Nunziante e la distribuzione di Medusa film (in quell&rsquo;occasione anche tra le case di produzione), uscito nelle sale il 1° gennaio 2016, ha incassato a tutt’oggi complessivamente 65.365.676 euro in Italia, rappresentando <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Film_con_maggiori_incassi_in_Italia" rel="noopener">uno dei maggiori successi</a> del box office italiano. Oggi <a href="https://cinema.everyeye.it/notizie/checco-zalone-classifica-definitiva-incassi-esordi-oggi-855646.html" rel="noopener">declassato dalla vetta</a> della montagna aurifera dei sei film con Checco Zalone protagonista.</p>
<p>A confronto, <em>La grazia</em> di Paolo Sorrentino (di cui <em>Scienza in rete</em> propone <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/dignita-grazia/">qui la recensione</a>) nei primi 15 giorni di programmazione nelle sale ha incassato 4.316.527 euro e supererà a breve gli incassi complessivi di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Parthenope_%28film%29" rel="noopener"><em>Parthenope</em></a> del 2024 che, con oltre 7,4 milioni di euro, ha rappresentato il maggiore incasso in Italia nella carriera di Paolo Sorrentino. Abilità e possibilità diverse dei produttori e dei distributori? Sì, anche. Ma un’offerta (culturale) diversa.</p>
<p>Più semplice nel trovare attenzione e risposta (anche economica e ben indotta) il prodotto di Zalone, meno catalizzatore il film di Sorrentino e il rapporto iniziale di 8 a 1 negli incassi e negli spettatori può sorprendere molti e deludere pochi. Un rapporto beneficio (economico) vs rischio (culturale), purtroppo, atteso, anche in considerazione dei precedenti film dei due registi, e dei due differenti generi di film: drammatico uno, commedia (molto) leggera l’altro. </p>
<h2 id="prevenzione-al-cinema-o-con-il-cinema">Prevenzione al cinema o con il cinema?</h2><p>Eppure molti si sono stupiti (qualcuno anche con invidia) di tanto successo. Come è stato per  Maria Rosaria Campitiello, capo del Dipartimento della prevenzione, ricerca ed emergenze sanitarie del Ministero della salute, al convegno <a href="https://www.iss.it/documents/20126/0/066D26_P%20Scheda.pdf/680a6295-01a3-eb74-041e-bcbf2ad82a95" rel="noopener"><em>Promuovere la salute, educare alla prevenzione: il ruolo condiviso contro l&rsquo;HPV</em></a> all&rsquo;Istituto superiore di sanità. Campitiello è così intervenuta: «Mi sono sentita un po&rsquo; sconfitta, perché sono tre anni che mi occupo di prevenzione e campagne di comunicazione, ma di fatto l&rsquo;impatto della nostra attività su quella che è la salute pubblica e sull&rsquo;adesione agli screening è sicuramente minore di quello che ha avuto Checco Zalone con qualche proiezione al cinema». Dote rara tra i politici e i funzionari pubblici quella di ammettere i propri limiti e gli errori del proprio operare, ma pressoché comune <a href="https://www.slowmedicine.it/slow/wp-content/uploads/2026/01/Slow-medicine-e-lo-screening-del-cancro-alla-prostata-elenco-adesioni.pdf" rel="noopener">quella del perseverare</a>. </p>
<p>Nella sceneggiatura di <em>Buen camino</em> non si narra di HPV, di screening o campagne di prevenzione, il target è sì il pubblico (e in proposito le evidenze confermano l’efficacia del lavoro fatto), non tanto la salute del vasto pubblico, risultati, comunque, ottenuti non «con qualche proiezione al cinema» (a indicare che il capo dipartimento è poco incline anche al cinema). Comunque, questa attenzione da parte di un direttore ministeriale potrebbe sollecitare sceneggiatori e produttori per le alternative ai contributi dei prossimi film, così da non doversi contendere solo i finanziamenti degli assessorati regionali al turismo, dopo i <a href="https://www.apaonline.it/news/noi-produttori-contro-i-tagli-al-cinema/" rel="noopener">tagli al Fondo Unico per il Cinema e l’Audiovisivo</a> da parte del Ministero della cultura. </p>
<h2 id="verso-la-fine-della-terra-per-ritrovarsi">Verso la fine della terra, per ritrovarsi</h2><p>Ma dove è diretto questo <em>Buen camino</em>? Sì certo alla cattedrale di Santiago de Compostela, nella Galizia in Spagna, e proseguendo addirittura per altri 89 km fino a Cabo Fisterra sull’oceano Atlantico, alla “fine della terra”. Ma perché? E come? </p>
<p>«Quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al Cammino. È il Cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo», scriveva Paulo Coelho in <a href="https://lanavediteseo.eu/portfolio/il-cammino-di-santiago/" rel="noopener"><em>Il Cammino di Santiago</em></a> del 1987, il suo primo romanzo, dopo aver percorso realmente il Cammino l’anno precedente, alla ricerca della propria strada nella vita. Un viaggio in cui la spiritualità o la riflessione individuale si confrontano con la realtà quotidiana, nei 25-30 giorni indicativi per percorrere gli 800 km del classico Cammino francese già descritto nel 1135 e riconosciuto Patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO. Gli incontri e le condivisioni sono stati raccontati anche in situazioni assurde, deliranti e romantiche, comunque, divertenti e appaganti. Anche il film di Gennaro Nunziante si attiene a questa narrazione, ma stereotipata, non originale perché non vissuta. Vive, però il potere della narrazione e della creatività cinematografica e della recitazione, come è il caso di Letizia Arnò, che <a href="https://www.fanpage.it/spettacolo/interviste/buen-camino-letizia-arno-il-film-e-cosi-amato-perche-permette-di-mettere-la-vita-in-pausa-per-unora-e-mezza/" rel="noopener">non ha mai percorso il Cammino</a> («Ma informandomi per il film mi è venuta voglia. Farei quello francese, è un’esperienza che può aiutare molto»). Arnò è Cristal, la figlia del protagonista, e lo intraprende e percorre per ritrovare sé stessa. </p>
<p>Il Cammino di Santiago è entrato nella sceneggiatura di molti film e nella realizzazione di registi, anche famosi, come <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_via_lattea_%28film_1969%29" rel="noopener"><em>La Via Láttea</em></a> del 1969, diretto da Luis Buñuel. Tra i più acclamati <em>Il cammino per Santiago</em> (<em>The Way</em>) del 2010 diretto da Emilio Estevez, mentre tra quelli più autentici, semplici, senza retorica ma capaci di emozionare, e intensi per la bellezza dei luoghi rappresentati, <em>Il mio cammino</em> dell’australiano Bill Bennett. Un film del 2024 quando decide di realizzare una versione cinematografica del suo libro, dieci anni dopo la pubblicazione. </p>
<p>Nel caso di <em>Buen camino</em> non c’è trasposizione letteraria, la sceneggiatura è pasticciata, con momenti nonsense, per raccontare la distanza e il riavvicinamento tra un padre cinquantenne (Checco Zalone) e la figlia Cristal (in onore allo champagne) che abita con la madre, ex modella e aspirante attrice negli spettacoli del suo compagno palestinese. Gli eccessi caricaturali dei personaggi si accompagnano a gag comiche scontate, banali e alcune scorrette, di una comicità lontana da quella del palco televisivo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zelig_%28programma_televisivo%29" rel="noopener">Zelig</a> (e ancor più da quella dello storico locale di Milano) su cui approdò Zalone nel 2005. Troppe battute infelici come quelle sulle docce dei campi di concentramento o sull’11 settembre, o su Tarek il nuovo compagno della moglie («Lui è l’unico palestinese che occupa un territorio, gaza mia») che irritano, come le risate, anche rumorose, di alcuni spettatori in sala.  </p>
<h2 id="un-filo-di-impegno-sociale">Un filo di impegno sociale</h2><p>La colonna sonora, con brani musicali in stile latinoamericano-ironico, conferma l’importanza e la capacità di Zalone nell’utilizzare un linguaggio semplice e divertente in una parodia di caratteristiche collettive, del costume italiano, che caratterizza (anche) i suoi film. Un intreccio di comicità, musica e (talvolta) impegno sociale che gli va riconosciuto. Già il 1° maggio 2020, durante la pandemia di Covid-19, Zalone pubblicò la canzone <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/L%27immunit%C3%A0_di_gregge" rel="noopener"><em>L’immunità di gregge</em></a> e il relativo video con Virginia Raffaele. Mentre il 30 aprile del 2021, quando era importante favorire le campagne di vaccinazione anti-Covid, soprattutto per gli anziani, Zalone uscì con il video musicale, ironico e intelligente, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_vacinada" rel="noopener"><em>La Vacinada</em></a>, girato in Puglia, con l’attrice Helen Mirren, premio Oscar nel 2007 come miglior attrice protagonista per <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/The_Queen_-_La_regina" rel="noopener"><em>The Queen</em> (<em>La regina</em>)</a> diretto da Stephen Frears.  </p>
<p>A chiudere dopo i titoli di coda il finale musicale di <em>Buen camino</em> è <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Prostata_Enflamada" rel="noopener"><em>Prostata enflamada</em></a>, una canzone sui sintomi, la cura e la prevenzione secondaria (esame della prostata) così come racconta il film, non sulla prevenzione primaria e le possibili cause. Forse a sottolineare che il target principale del film è il pubblico maschile, over 50? Essendo focalizzata sulla prostata l’attenzione di gran parte della sceneggiatura è ovvio il ruolo principale del maschio, anche se i sintomi della prostatite sono simili a quelli della <a href="https://doi.org/10.1093/cid/ciae653" rel="noopener">cistite</a>, che è un’infezione che una donna su due contrae almeno una volta nella vita. Ma forse questo sarà un possibile tema per la prossima sceneggiatura sotto l’egida del Ministero della salute. </p>
<p>Che il film sia una commedia popolare che, tra risate e gag, affronta temi profondi come padri e figli, spiritualità e crescita personale, come <a href="https://www.famigliacristiana.it/cultura-e-spettacoli/cinema-serie-tv-streaming/buen-camino-di-checco-zalone-non-e-un-capolavoro-ma-funziona-fa-riflettere-e-pop-e-riempie-le-sale-a-rischio-chiusura-daldp4s3" rel="noopener">affermato</a> da Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello spettacolo della CEI e direttore della <em>Rivista del Cinematografo</em>, si può anche concordare, dividendosi poi sulla profondità raggiunta nell’affrontarli. Che questo film «illumini la vita», come <a href="https://www.clonline.org/it/attualita/lettere/buen-camino-film-natale" rel="noopener">scritto da alcuni spettatori</a>, è comunque eccessivo, sebbene la scelta di andare al cinema sia legata a spinte emotive, più che razionali e quindi soggettive le attese e le conseguenti reazioni.</p>
<p>Che di questa illuminazione possano beneficiare anche scelte responsabili per la Salute pubblica è però sorprendente. Infatti, la già citata direttrice ministeriale ha aggiunto: «Preannuncio dunque, che nel 2026 il Dipartimento della prevenzione avvicinerà influencer, cantanti, attori e personalità del mondo della Tv, perché se il fine, anche da parte delle istituzioni, è raggiungere l&rsquo;aumento dell&rsquo;adesione agli screening, bisogna pensare all&rsquo;obiettivo e non al mezzo».</p>
<p>I media, come la radio e la TV, possono <a href="https://www.who.int/tools/your-life-your-health/a-healthy-world/people-s-roles/the-role-of-media-in-supporting-health" rel="noopener">fornire informazioni per migliorare la salute</a>, promuovere campagne di sensibilizzazione e avere un impatto sulle decisioni o attitudini che le persone prendono in tema (anche) di salute. Televisione, cinema e vie di comunicazione complementari <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK338334/" rel="noopener">possono contribuire</a> a veicolare anche i messaggi di salute pubblica, ma l’efficacia va di volta in volta verificata, anche come parte di un insieme di strumenti adottati per ogni specifica iniziativa o campagna. Tuttavia sono i luoghi di aggregazione reale e ideale (per esempio <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7723000/" rel="noopener">scuole</a>, <a href="https://jyx.jyu.fi/jyx/Record/jyx_123456789_84335" rel="noopener">stadi</a>, <a href="https://link.springer.com/article/10.1186/s12889-023-15501-5" rel="noopener">supermercati</a>, <a href="https://www.neighbourlylab.com/wp-content/uploads/2025/07/Understanding-the-role-shops-and-supermarkets-can-play-in-supporting-community-health-and-wellbeing.-An-insights-report-and-guide-for-local-services.-July-FV-1.pdf" rel="noopener">negozi</a>) che andrebbero privilegiati per promuovere  iniziative e comportamenti dove è la relazione tra docente e discente, promotore e beneficiario, il mezzo informativo ed educativo che fa anche aumentare l’adesione. Poi perché solo gli screening che sono mezzi di prevenzione secondaria e non contemplare anche gli altri livelli e azioni preventivi? Scegliere che siano gli influencer, i cantanti e gli attori i messaggeri e gli educatori di buone pratiche, a prescindere dal tipo di messaggio, di comunicazione e di relazione che si vuole instaurare con i cittadini, implica optare per un’azione rivolta a un pubblico passivo (gli spettatori), invece che per cittadini attivi e partecipi, perché educati, in un processo attivo e condiviso per il bene comune.  \</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I gatti della signora Augusta: storie di cura e Slow Medicine</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gatti-signora-augusta-storie-cura-slow-medicine/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gatti-signora-augusta-storie-cura-slow-medicine/</guid><pubDate>Fri, 30 Jan 2026 08:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Cagliano</dc:creator><category>libri</category><description>Anche se meno bellicosi degli attuali, i precedenti non sono stati anni di pace.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gatti-signora-augusta-storie-cura-slow-medicine-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/gatti-signora-augusta-storie-cura-slow-medicine-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Anche se meno bellicosi degli attuali, i precedenti non sono stati anni di pace. E in quella semibolgia continua mi sono capitati e ho recensito libri d’ogni genere, quasi tutti buoni. Quello di oggi però l’ho tenuto sempre vicino al tavolo, semisommerso da altri libri, come un memento etico. Presto me ne sarei occupato, dicevo a me stesso. E così, con colpevole ritardo, eccomi.<br>
Ho un legame sostanziale con Slow Medicine, un movimento e modello di cura che privilegia appropriatezza, ascolto e decisioni condivise, e con Marco Bobbio, cardiologo e membro del consiglio direttivo di <a href="https://www.slowmedicine.it/" rel="noopener">Slow Medicine ETS</a>. Infatti, se negli anni Novanta mi si è aperto il cancello sulla schifezza degli imbrogli sanitari, di cui ho iniziato a occuparmi, in parallelo m’informavo su come cercare di fare il giusto, anche per esempio leggendo i lavori di Bobbio. E poi ci sono i fatti di cronaca degli ultimi mesi, che rendono solo più attuale il contenuto de <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/i-gatti-della-signora-augusta/?srsltid=AfmBOoonXyeX-pqUWa_aeziDthpd0jpQf2coEuPl-XvK_8gOxHCmtMnl" rel="noopener"><em>I gatti della signora Augusta e altre storie slow di cura sobria e rispettosa</em></a> (Il Pensiero Scientifico Editore, 2023), scritto da un gruppo di autori e autrici tra cui appunto Bobbio.</p>
<p>Uno di questi fatti di cronaca è recente: è capitato a Roma a fine 2025, quando il primario di un reparto del Sant’Eugenio è stato arrestato per corruzione. <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/12/09/la-asl-roma-2-apre-un-fascicolo-e-sospende-il-primario-arrestato_f9af4d02-5c6d-4082-bb4e-d81d5069c57f.html" rel="noopener">Secondo l’Ansa</a> il medico avrebbe preso denaro come compenso per collocare i pazienti sotto dialisi in dimissione dall’ospedale nelle cliniche di imprenditori, i quali pagavano un ‘dazio’ di 3.000 euro per ogni malato che entrava da loro. In breve, il primario avrebbe eseguito delle specie di ‘raccomandazioni’ per cliniche, non per esami. Sono proprio fatti di cronaca di questo genere a rendere più attuale la lettura de *I gatti della signora Augusta. *</p>
<p>Forse Alfredo Zuppiroli, cardiologo, ha avuto un’idea chiarificatrice dello spirito del libro, che spiega nella premessa. Il volume va letto e apprezzato sia per ciò che dicono le sue pagine, sia perché è un libro di Slow Medicine e una griglia attraverso la quale vengono affrontati argomenti vari nei tempi più diversi. Se qualcuno si stupisse che il libro non parli del conflitto d’interessi, per esempio, la risposta potrebbe essere: «Ma ne hai letto la premessa?».  Che, tra l’altro, è già di per sé una spinta a leggere i successivi capitoli, che si accompagnano tra loro come frammenti di una stessa storia.</p>
<p>Nel primo, <em>Sobrietà</em>, Bobbio esordisce con il ricordo del manifesto di Slow Medicine, «Una medicina sobria implica la capacità di agire con moderazione, gradualità, essenzialità». Ma le cose vanno diversamente, osserva l&rsquo;autore; e, aggiungo io, ormai larga parte dei medici sembra più trumpiana di Trump, sedotta dal fanatismo dei consumi e dalla disinformazione. Molte volte sembrano camici bianchi ridotti a muoversi come zombie, nemici del tempo necessario per promuovere cultura. Esempi? «Il 12% delle coronarografie eseguite in pazienti con angina stabile risulta inappropriata; tra il 20 e il 50% d’indagini radiologiche non fornisce informazioni utili e quasi metà di quelle ambulatoriali è quindi sprecata». Poi – aggiungo – c’è il problema dell’antibiotico-resistenza. A leggere <a href="https://www.aifa.gov.it/-/l-uso-dei-farmaci-in-italia-rapporto-osmed-2024" rel="noopener">L&rsquo;uso dei farmaci in Italia - rapporto OsMed 2024</a>, bastava il dato sul consumo eccessivo per capire che consumiamo male, anche di antibiotici. E, prosegue Bobbio, il nostro organismo è molto più complicato di un’auto cui si aggiunge l’olio quando manca, eppure si continua a considerarlo così. Ecco dov’è l’errore che ci porta a danni d’ogni genere, dalla sovradiagnosi alla sovraprescrizione, dalla  sovradefinizione alla sovrapromozione. Risolverlo richiede cercare di de-diagnosticare: non significa smettere di capire, ma smettere di usare etichette in modo automatico per riassumere la complessità dei quadri clinici.</p>
<p>Quasi alla fine del capitolo si legge: «È necessario che le aziende sanitarie, gli ordini dei medici e le società scientifiche non abdichino la formazione alle industrie di prodotti e servizi sanitari, si impegnino a organizzare […] corsi di aggiornamento per […] prescrizioni consapevoli, ma soprattutto, creino il clima culturale…». È un compito enorme, ma credo si possa andare avanti, con lucida determinazione. </p>
<p>Nel capitolo successivo, <em>Rispetto</em>, scritto da Michela Chiarlo, una cosa mi ha colpito subito. «Esistono almeno due forme di rispetto: una più debole, prevede il riconoscimento e la preservazione di ciò che ha un valore; la seconda, più forte, prevede un coinvolgimento attivo». Non si tratta di un dettaglio o di vuoto formalismo, tutt’altro. È una distinzione cardine per chiunque svolga attività di assistenza a una persona sofferente o che ha sofferto. Nel <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845916861" rel="noopener"><em>Diario degli errori</em></a>, Flaiano riporta: «Ricordo della Clinica Pediatrica […]. Nel mezzo della corsia c’è un tavolo con un vaso di fiori. Stanotte è morto un bambino. Adesso un inserviente viene a portarselo via. È un uomo grosso, serio. Fa un pacchetto del piccolo cadavere e lo porta via, con quella delicatezza di cui soltanto gli uomini molto forti sono capaci. Vicino al tavolo, quasi senza fermarsi, toglie un fiore e lo infila nel pacchetto».</p>
<p>Paola Accardi scrive <em>Tempo di cura</em>, il terzo splendido capitolo. Riporta la vicenda di Giulio e del suo curante, che leggeva la cartella medica. Ma più passava il tempo, più i documenti medici «suggerivano [l’ipotesi diagnosticata perseguita] come completamente infondata e sbagliata». Perciò nuova visita, scoperta che il dolore non era nella sede riportata, decisione di nuova TC e non biopsia. Come dirlo però a Giulio? Le parole finali del racconto sono: «Dottore, la ringrazio e ho fiducia in ciò che ha detto, perché è l’unico che ha parlato così a lungo con me, che mi ha visitato e mi ha spiegato da dove veniva il dolore». Più avanti Accardi scrive che «senza relazione la cura non è <em>caring</em> ma <em>curing</em>, ovvero trattamento, tecnica». E questo perché entrare in relazione con un medico significa «dedicare tempo all’ascolto, promuovere la fiducia».</p>
<p>Accardi sviluppa la splendida immagine del tempo di cura in diversi modi lungo il capitolo, ma ne riprendo solo due. Il primo è nei gesti. La relazione interpersonale è arricchita da parole come da gesti, che si esprimono attraverso la corporeità mentre mediante il gesto di cura il corpo esprime i suoi significati, sostiene Accardi.  Il secondo è il «tempo del discernimento», dove fa approdare il concetto di evidence-based medicine, presentata secondo la definizione di David Sackett, uno dei suoi più importanti padri e diffusori. Secondo questa definizione, l&rsquo;evidence-based medicine è la sintesi - letteralmente, l&rsquo;integrazione - tra esperienza clinica, valori del paziente, migliori prove di efficacia della ricerca clinica nel processo decisionale per curare la persona. «Sta poi nel singolo caso - spiega Accardi - il decidere quali competenze pesino di più nella scelta delle opzioni [con] la contrattazione tra curante e curato».</p>
<p>Parlare dell&rsquo;accompagnamento, il quarto capitolo, invece è un po’ diverso, quasi soggetto a filosofie personali. Il racconto dell’autore Sandro Spinsanti forse lascerebbe sconcertati alcuni cardiologi, perché si parla dell’impianto di un contro-pulsatore aortico d’urgenza dopo un infarto cardiaco. Il paziente non lo aveva voluto: la vita lo aveva rifiutato e lui allora rifiutava la vita. «Dottore, per piacere, mi mandi a casa», chiede al medico. Domande che si presentano sempre più spesso negli ospedali col passare degli anni. Però si può fare qualcosa. Sin dall’inizio l&rsquo;approccio medical humanities, che integra medicina, etica e discipline umanistiche, ha avuto un certo successo, ma con dei limiti. È stata seguita dalla medicina narrativa, che ha valorizzato le parole, la comunicazione verbale tra le persone come formidabile supporto curativo. Poi è stato il momento di Slow Medicine, «un movimento a più voci e sinergico, che ha una revisione della pratica tradizionale e della cura». Il suo successo, sottolinea Spinsanti, viaggia su tre virtuali convergenze parallele: cure sobrie, rispettose e giuste.  </p>
<p>Nel quinto capitolo, <em>La bellezza dell’incontro</em>, Violetta Plotegher sembra presentare una vittoria col destino. Può accadere di tutto, spiega, persino che l’incontro tra il sofferente e il sanitario avvenga nella magia della cura della relazione. La ricerca attiva del problema può partire da una relazione tra esseri umani prima che si possano far vivi i segnali stessi della malattia. «Se il medico è l’esperto della terapia, il malato è l’esperto del convivere con la malattia». La semplice relazione contingente medico-malato spiega quella che è definita «una reciprocità che consideri il pari protagonismo» di curante e curato.  </p>
<p><em>I gatti della signora Augusta</em> si chiude con le riflessioni di Sandra Vernero, che riprende in poche pagine l’attività, lo spirito e soprattutto i risultati da Slow Medicine. Spiega il senso di quanto è stato fatto, il suo perché. E naturalmente la sua storia in Italia e i suoi legami con l’estero.</p>
<p>Spero possa capitare anche a voi di essere sedotti da un buon libro: uno di quelli che, come questo, rimane sulla mensola non come un libro concluso ma come un criterio di giudizio.</p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La dignità della grazia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dignita-grazia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dignita-grazia/</guid><pubDate>Fri, 23 Jan 2026 09:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><description>Il referendum sulla giustizia 2026 pone, a prescindere dal merito dei quesiti posti e dai pro e contra, che i diritti delle persone, della maggioranza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dignita-grazia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dignita-grazia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il referendum sulla giustizia 2026 pone, a prescindere dal merito dei quesiti posti e dai pro e contra, che i diritti delle persone, della maggioranza, dei cittadini “comuni” siano, ancora una volta, ampiamente limitati perché il linguaggio della pubblica amministrazione e della giurisprudenza è troppo spesso incomprensibile. Non è solo l’uso del burocratese, ma anche del vocabolario antiquato e spesso farraginoso delle disposizioni di legge, forse alla base anche delle diverse interpretazioni delle leggi da parte degli stessi giuristi e, ovviamente, dei politici. Sabino Cassese e Vladimiro Zagrebelsky, emeriti giuristi, si sono spesi molto, ma invano, in proposito. Un tema disatteso, sebbene interessi tutti e tutte, anche nei programmi scolastici nell’adempiere al loro mandato di istruzione e formazione. </p>
<h2 id="i-5-di-mattarella-i-1600-di-trump">I 5 di Mattarella, i 1600 di Trump</h2><p>Spesso si fa confusione parlando indistintamente di amnistia, grazia e indulto, ma quali sono le differenze tra questi tre istituti? Prima fondamentale differenza è che l’amnistia è una causa di estinzione del reato, mentre la grazia e l’indulto sono cause di estinzione della pena inflitta al condannato. L’amnistia travolge ogni effetto penale, la grazia e l’indulto estinguono solo la pena inflitta. Nel primo caso, laddove sia in corso un processo penale, questo verrà concluso con declaratoria di non luogo a procedere, nel secondo caso il processo continuerà ma il giudice ordinerà la non esecuzione della pena o l’esecuzione della pena residua.</p>
<p>Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a fine anno, ha firmato, ai sensi di quanto previsto dall’art. 87 comma 11 della Costituzione, <a href="https://www.quirinale.it/elementi/146634" rel="noopener">cinque decreti di grazia</a>. I provvedimenti di clemenza individuale hanno interessato: un condannato alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione per il delitto di evasione dagli arresti domiciliari; un condannato a sei anni, quattro mesi e venti giorni di reclusione per il delitto di omicidio volontario della moglie, affetta da malattia in stato terminale e con la quale era sentimentalmente legato da cinquant&rsquo;anni; un condannato alla pena di dieci mesi di reclusione per il delitto di truffa; un condannato alla pena detentiva della reclusione, espiata fino al 2014, e alla pena pecuniaria di novantamila euro di multa per delitti in materia di sostanze stupefacenti; un condannato alla pena complessiva di trenta anni di reclusione per delitti di concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. Tutti uomini. Dall’inizio del suo secondo mandato nel 2022 Mattarella ha concesso la grazia a 36 persone su più di 1.500 pratiche esaminate. Il procedimento della concessione della grazia si attiva a seguito di una richiesta ed è quindi legittimo chiedersi quanti dei 63.499 detenuti i presenti nelle carceri italiane alla data del 31 dicembre 2025, oltre 1.600 in più rispetto alla stessa data del 2024, potrebbero beneficiare della grazia. Quanti di loro sanno e sono assistiti per inoltrare la domanda?</p>
<p>Riflettendo di detenuti e clemenza esecutiva, il numero 1.600 rimanda anche al numero di provvedimenti firmati nel 2025 dal presidente statunitense Donald Trump, di cui oltre 1.550 rei di aver assaltato il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Una serie di atti non negli interessi del pubblico americano, ma unicamente dei suoi tornaconti politici, personali e finanziari, come <a href="https://www.wsj.com/politics/policy/a-visual-breakdown-of-trumps-pardon-spree-c8287388" rel="noopener">ha scritto</a> anche il <em>Wall Street Journal</em>. </p>
<p>Situazione fortunatamente diversa quella italiana, un segnale di profonda umanità e della necessità di legare il tempo, la memoria e la responsabilità soggettiva nel gesto del presidente Mattarella, cui si richiama la figura di Mariano De Santis il presidente della Repubblica del film <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_grazia_%28film_2025%29" rel="noopener"><em>La grazia</em></a> di Paolo Sorrentino. Interpretato da Toni Servillo, che per la migliore interpretazione maschile ha ricevuto la Coppa Volpi all'82ª Mostra internazionale d&rsquo;arte cinematografica di Venezia del 2025. </p>
<h2 id="una-riflessione-personale-e-collettiva">Una riflessione, personale e collettiva</h2><p>Roma, oggi. Mariano De Santis è appena entrato nel “semestre bianco” ed è alle prese con il bilancio finale del suo mandato di garante della Costituzione e al più complesso e gravoso bilancio esistenziale che si sovrappone, forse e comunque, necessariamente. Un personaggio che ben rappresenta il percorso cinematografico di Sorrentino e la crescita dall’autobiografia alla biografia, all’etica sociale: da <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_divo_%28film%29" rel="noopener">Il Divo</a></em> a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Youth_-_La_giovinezza" rel="noopener"><em>Youth-Giovinezza</em></a>, a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%88_stata_la_mano_di_Dio" rel="noopener"><em>È stata la mano di Dio</em></a> e a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Parthenope_%28film%29" rel="noopener"><em>Parthenope</em></a>, passando dal discusso <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_grande_bellezza" rel="noopener"><em>La grande bellezza</em></a>, nonostante abbia vinto il Premio Oscar come miglior film in lingua straniera nel 2014. Un regista narratore di storie, “libero” nel vedere, interpretare e raccontare eventi e percorsi di vita. Il Presidente è colto da laceranti dilemmi morali per i suoi ultimi atti ufficiali: le modifiche da apportare alla bozza di una proposta di legge sull’eutanasia (il diritto fondamentale di decidere la fine della propria vita) e la possibile concessione della grazia da accordare a due condannati per omicidio doloso: un uomo che ha ucciso la moglie affetta da patologia neurodegenerativa e una donna che ha ucciso il marito violento nel sonno. Dov’è il confine tra lo strumento giuridico, il giudizio con la sanzione della pena e la successiva clemenza?  Due eventi casuali nella loro concomitanza temporale, ma utili per una riflessione che da personale diventi collettiva.</p>
<p>A questo proposito c’è un altro elemento apparentemente casuale. Anche nel film di Sorrentino il Presidente ha una figlia, ben interpretata da Anna Ferzetti, che accompagna e sostiene il padre nella sua onerosa attività nell’interesse comune, di tutti. Apparentemente uno scambio di ruoli e di compiti generazionali. Ma non è così. È invece l’indicazione per una genitorialità che non ha una scadenza temporale, che non è unidirezionale, che si alimenta quotidianamente delle relazioni in autonomia, ma per una condivisione di valori e di azioni. </p>
<p>E la conferma arriva dalla realtà e non dalla ricostruzione filmica. Arriva dal <a href="https://www.quirinale.it/elementi/146684" rel="noopener">messaggio</a> di fine anno 2025 del Presidente Mattarella che in conclusione, rivolgendosi particolarmente ai più giovani li esorta: «Non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottant&rsquo;anni fa, costruì l’Italia moderna». </p>
<h2 id="il-coraggio-della-grazia">Il coraggio della grazia</h2><p>Bisogna essere coraggiosi oggi per concedere la grazia, ma anche esigenti, con sé stessi e insieme con gli altri, per un futuro migliore per tutti. Anche perché «nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». </p>
<p>Ci vogliono dignità e rispetto per creare relazioni umane autentiche e rispettose dei bisogni di ciascuno, in un mondo «dominato dappertutto dall&rsquo;impulso alla pubblicità; una brama del sensazionale in cui si gusta il piacere malvagio di lacerare veli», scriveva <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/lezione-eugenio-borgna-ascoltare-narrare-emozioni-chi-cura/">Eugenio Borgna</a> a proposito di dignità. Una <a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/la-dignita-ferita/" rel="noopener">dignità ferita</a>, quella del paziente psichico a cui faceva riferimento Borgna, accomunabile a quella del detenuto: entrambi hanno gli stessi diritti, che sono quelli di tutti «all&rsquo;attenzione, al rispetto, alla gentilezza, all&rsquo;accoglienza, alla comprensione, all&rsquo;ascolto e alle attese nella speranza». La grazia ha allora che fare con la dignità, con l’umanità, con gli interventi di cura e di riabilitazione, di recupero della fragilità e della vulnerabilità di un paziente, ma anche di un detenuto. La grazia è un atto di gentilezza, di leggerezza e anche di gioia, sia per chi la concede che per chi la riceve. \</p>
]]></content:encoded></item><item><title>2025: i libri scelti da Scienza in rete</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/2025-libri-scelti-scienza-rete/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/2025-libri-scelti-scienza-rete/</guid><pubDate>Fri, 19 Dec 2025 09:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>libri</category><description>Per chi ha ancora qualche regalo di Natale da fare, ma anche per chi vuole qualcosa di bello e interessante da leggere durante le vacanze, riproponiamo tutti i libri che abbiamo recensito nel corso del 2025. Parlano di scienza e non solo!</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Raccogliamo in questo articolo tutte le recensioni pubblicate quest&rsquo;anno, in ordine di apparizione su <em>Scienza in rete</em>. Si tratta di libri usciti perlopiù nel corso del 2025 o nell&rsquo;anno precedente, che riguardano i temi più vari, legati alla scienza nelle sue differenti e molteplici declinazioni e aspetti. Da leggere o da regalare, i nostri autori li hanno recensiti per noi e ce li presentano. </p>
<p>Alessandro Foti <em><a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/nuova-biblioteca-dedalo/stai-fuori.html" rel="noopener">Stai fuori! Come il Belpaese spinge i giovani ad andare via</a></em> Edizioni Dedalo, 216 pp., 17 euro </p>
<p>Alessandro Foti, ricercatore italiano che lavora al Max Planck di Berlino, nel suo recente saggio <em>Stai fuori!</em> allinea molti dati e numeri per mostrare come il vero rischio per l’Italia oggi non è l’immigrazione, ma una nuova ondata di emigrazione, che riguarda in primo luogo i giovani, molti dei quali laureati. Un fenomeno a senso unico, non compensato dall’arrivo di giovani provenienti dagli altri Paesi europei, che drena le risorse del Paese e lo priva delle energie indispensabili allo sviluppo. L’emorragia di giovani è un segnale d’allarme importante, che mette a nudo la mancanza di attrattività del nostro Paese, specialmente nel campo della ricerca, e che, se ancora trascurato, condanna l’Italia a non avere un futuro.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/nuova-grande-emigrazione-mette-rischio-futuro-dell-italia/">Recensione di Natalia Milazzo</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-1.jpg.webp" alt="Cover del libro Stai fuori!" width="320" height="481" loading="lazy" decoding="async">
</p>
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<p>Arturo Marzano *<a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815394101" rel="noopener">Storia di Gaza - Terra, politica, conflitti</a> *Edizioni Il Mulino, 464 pp, 26 euro</p>
<p>Un tempo oasi fertile, Gaza oggi è un recinto di macerie e dolore. La sua storia è cruciale per comprendere il conflitto israelo-palestinese e le dinamiche degli equilibri politici in Medio Oriente. Eppure la sua storia non è soltanto tragedia: Gaza è anche il luogo in cui sono nate esperienze di non violenza, dialogo, tolleranza e sfida al patriarcato; è stata abitata dalla vita quotidiana, da persone che resistono e immaginano il futuro. Arturo Marzano ricostruisce la vicenda della Striscia dalla fine dell’Ottocento a oggi, andando oltre pregiudizi e semplificazioni ideologiche.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/storia-gaza-terra-politica-conflitti/">Il webinar con Eva Benelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-1.jpeg.webp" alt="" width="400" height="616" loading="lazy" decoding="async">
</p>
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<p>Patrizia Caraveo <em><a href="https://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/ecologia-spaziale-patrizia-caraveo/9788836016112/3025" rel="noopener">Ecologia spaziale. Dalla Terra, alla Luna, a Marte</a></em> Hoepli Telescopi, 154 pp, 17,90 euro</p>
<p>L’ultimo saggio di Patrizia Caraveo segnala i rischi legati al numero sempre maggiore di satelliti che oggi vengono lanciati nello spazio, provocando inquinamento e pericoli in fase di lancio, di orbita e di rientro e contaminando fasce estremamente delicate della stratosfera. L’autrice, astrofisica italiana di fama internazionale, in questo saggio scorrevole, documentatissimo e molto appassionante richiama l’attenzione sul problema emergente dei pericoli – per l’uomo e per l’ambiente – legati ai lanci e soprattutto alla presenza sempre più massiccia e in rapida crescita di satelliti e altri oggetti orbitanti nello spazio che circonda la Terra. Si tratta di una tecnologia fondamentale, che offre servizi oggi cruciali e un tempo impensabili: ma occorre mettere mano a una regolamentazione vincolante per tutti, con urgenza, prima di arrivare a danni irreparabili.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rischiamo-avere-troppi-satelliti-orbita-urgente-occuparsi-ecologia/">Recensione di Natalia Milazzo</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-2.jpg.webp" alt="" width="500" height="750" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Kristoffer Hatteland Endresen <em><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/un-po-come-noi-storia-naturale-del-maiale-e-perche-lo-mangiamo/" rel="noopener">Un po&rsquo; come noi. Storia naturale del maiale (e perché lo mangiamo)</a></em> Codice Edizioni, 354 pp, 26 euro</p>
<p>Lo storico e giornalista Kristoffer Hatteland Endresen esplora la complessa relazione tra l&rsquo;essere umano e il maiale. Alternando la cronaca dell’esperienza personale in un allevamento intensivo, dati scientifici e riflessioni personali, offre un&rsquo;analisi a 360 gradi: dal ruolo storico e culturale del maiale fino agli aspetti controversi dell&rsquo;allevamento industriale, dell&rsquo;uso degli antibiotici e dell&rsquo;impatto ambientale.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/po-noi-maiale-storia-scienza-etica/">Recensione di Anna Giulia Lupi</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-2.jpg.webp" alt="" width="600" height="900" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Giuseppe Mussardo *<a href="https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/dio-gioca-a-dadi-con-il-mondo-la-storia-della-meccanica-quantistica/" rel="noopener">Dio gioca a dadi con il mondo. La storia della meccanica quantistica</a> *Castelvecchi editore, 588 pagine, 33,25 euro</p>
<p>Nel 1925, Werner Heisenberg, allora venticinquenne, mostrò per la prima volta come la meccanica quantistica potesse essere vista come una generalizzazione della meccanica classica. Ma la nascita della teoria viene fatta risalire al 14 dicembre del 1900, quando Max Planck, rispettato fisico teorico, presentò nella sede della Società di Fisica Tedesca a Berlino, la formula matematica che descriveva la radiazione emessa da un corpo nero, assieme alla sua interpretazione. La formula implicava che l’energia del sistema poteva assumere solo certi valori, non era cioè la familiare variabile continua su cui erano basate tutte le teorie fisiche sviluppate fino a quel momento, dalla meccanica, all’elettromagnetismo e alla termodinamica. Comincia in quel pomeriggio del 1900 il racconto che il fisico teorico Giuseppe Mussardo fa di questa entusiasmante e, per certi versi, unica avventura scientifica. Il libro mostra come lo sviluppo della teoria quantistica possieda tutte le caratteristiche delle grandi scoperte scientifiche. È un’impresa collettiva e corale, basata sul lavoro e sul confronto di tanti scienziati. È un processo incrementale, che costruisce sui risultati precedenti, li arricchisce, ne offre nuove interpretazioni. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi/">Recensione di Chiara Sabelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-3.jpg.webp 1035w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1035" height="1400" loading="lazy" decoding="async">
</p>
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<p>Giorgia Landolfo *<a href="https://www.nouseditrice.com/product/senza-spegnere-la-voce/" rel="noopener">Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne da Valentina Milluzzo a tutte noi</a> *Nous, 96 pp, 15 euro</p>
<p>La giornalista Giorgia Landolfo racconta la storia vera di una giovane donna morta di sepsi nel 2016 a Catania. Un aborto terapeutico le avrebbe salvato la vita, ma tutti i medici del reparto erano obiettori di coscienza. Lo scopo del libro non è certo di fomentare discordia tra pazienti e personale medico, ma di rendere le donne consapevoli dei propri diritti, in particolare nel campo della salute riproduttiva, e dei rischi che corrono in determinate situazioni. La retorica di chi si oppone all’aborto fa sempre riferimento alla volontà di chi sceglie di interrompere una gravidanza, all’offerta di aiuti economici e soluzioni alternative. Raramente si considera che a volte l’aborto è un intervento necessario per tutelare la salute e persino la vita della paziente. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo/">Recensione di Cristina Valsecchi</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-4.png.webp 768w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="768" height="794" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<hr>
<p>Silvia Bencivelli, *<a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/silvia-bencivelli-tre-colpi-di-genio-e-una-pessima-idea-9788833941929/" rel="noopener">Tre colpi di genio e una pessima idea. Ascesa e caduta di uno scienziato squinternato</a> *Bollati Boringhieri, 192 pp., 18 euro</p>
<p>Vita avventurosa e finale inglorioso di Charles-Édouard Brown-Séquard, medico, neurologo, endocrinologo ante litteram, luminare a lungo rispettato tra America ed Europa, autore di molte e importanti scoperte, e infine propugnatore di una presunta «miracolosa» soluzione acquosa per il rinvigorimento in età senile. La storia dell&rsquo;incredibile ascesa e del rovinoso declino di un medico dell’Ottocento, in un momento in cui dalla medicina ci si poteva aspettare di tutto. Silvia Bencivelli ha dialogato sul libro con Eva Benelli in un webinar trasmesso sul nostro sito. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-colpi-genio-pessima-idea-attesa-webinar-lautrice/">Inoltre ne abbiamo pubblicato un&rsquo;anticipazione.</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=IzSOsB0HzFE" rel="noopener">Webinar con Silvia Bencivelli ed Eva Benelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-5.jpg.webp" alt="" width="270" height="430" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Roberto Trotta <em><a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/il-cielo-stellato-sopra-di-noi" rel="noopener">Il cielo stellato sopra di noi. Storia dell&rsquo;umanità senza gli astri</a></em> Il Saggiatore, 456 pp, 29 euro</p>
<p>«Rischiamo di perdere per sempre il cielo stellato, protagonista indiscusso della letteratura, musica, mitologie e religioni di ogni cultura e tempo, e con esso la consapevolezza ecologica del nostro ruolo nell’Universo», racconta Roberto Trotta, astrofisico della Scuola internazionale di studi avanzati (SISSA) e autore di questo* <em>saggio, che racconta il ruolo dell&rsquo;osservazione e dello studio del firmamento tra storia e scienza, e di come rischiamo di perdere il legame con il “cielo stellato”. Michele Vadilonga Gattermayer ha approfondito con l&rsquo;autore alcuni degli aspetti trattati nel volume, come l&rsquo;universalità del cielo stellato, che ci accompagna da sempre e unisce l&rsquo;esperienza di tutti i popoli lungo la storia, la sua ciclicità intrinseca, il suo ruolo nello sviluppo dell&rsquo;<em>Homo sapiens,</em> il rischio di perderlo, ora</em> <em>che</em> *la maggior parte della popolazione vive in megalopoli in cui il cielo non si vede, e le sue conseguenze.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/perdere-cielo-stellato-intervista-all-astrofisico-roberto-trotta/">Intervista all&rsquo;autore di Michele Valdilonga Gattermayer </a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-6.jpg.webp" alt="" width="371" height="550" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Antonio Galdo, <em><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/il-mito-infranto/" rel="noopener">Il mito infranto. Come la falsa sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto</a></em> Codice Edizioni, 196 pp, 19 euro</p>
<p>Il saggio è una disamina delle realtà che, sotto il marchio della sostenibilità, remano di fatto contro agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: dall’alimentazione alla mobilità, dalle città “che escludono” alla “sanità di classe”, dalla moda all’energia. Quelle ne <em>Il mito infranto</em> sono riflessioni e, soprattutto, dati che si accumulano pagina dopo pagina e si fanno difficili da digerire, anche perché ci mostrano come troppo spesso le nostre scelte non siano in realtà consapevoli, ma frutto di un marchio (<em>green</em>, <em>sostenibile</em>, <em>biodegradabile</em>, <em>rispettoso dell’ambiente</em>…) che non tutti si possono permettere. E che proprio per questa ragione aumenta le diseguaglianze invece di ridurle, dimenticando che la sostenibilità è un concetto tanto ambientale quanto sociale. Anna Romano ha intervistato l&rsquo;autore.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo/">Intervista all&rsquo;autore di Anna Romano</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-7.jpg.webp" alt="" width="708" height="1062" loading="lazy" decoding="async">
</p>
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<p>Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli e Giovanna Guerzoni <em><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene/">Ripensare l&rsquo;Antropocene. Oltre natura e cultura</a></em> Carocci editore, 198 pp, 19 euro </p>
<p>Il libro nasce da un&rsquo;esperienza traumatica (la pandemia) e da un progetto (TerraFranca). Tutte e quattro le autrici insegnano all’Università di Bologna, occupandosi di settori disciplinari diversi: Govoni è storica delle interazioni scienza-società, Belcastro è biologa e antropologa, Bonoli è ingegnera delle materie prime, Guerzoni è antropologa dell’educazione, esperta di contesti multiculturali. Durante il confinamento, le quattro autrici, legate anche da amicizia, hanno cominciato a incontrarsi online e a interrogarsi su alcune questioni, certamente non nuove, ma che la pandemia ha messo in evidenza: perché distruggiamo l’ambiente? Quali strumenti abbiamo per affrontare la realtà del cambiamento climatico? Come possiamo dare un contributo? Nella discussione poi sono stati coinvolti studentesse e studenti, dando così vita al progetto TerraFranca. Il risultato è un libro molto interessante, in cui alle voci delle autrici, a ognuna delle quali si deve la stesura di un capitolo, si alternano le voci di giovani allieve e allievi che hanno risposto a un questionario a risposte aperte.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene/">Recensione di Cristiana Pulcinelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-8.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-8.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-8.jpg.webp 768w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="768" height="1135" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Simone Pollo, *<a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858155653" rel="noopener">Considera gli animali</a> *Laterza, 200 pp, 18 euro</p>
<p>Dall’alimentazione fino alla ricerca scientifica, non c’è quasi settore economico che, in qualche modo, non faccia uso di animali. Il nuovo saggio di Simone Pollo, filosofo e professore alla Sapienza Università di Roma, racconta molte cose che gli animalisti dovrebbero già sapere (si spera), ma oltre a quelle offre degli ottimi spunti di meditazione anche a loro. Chi proprio dovrebbe leggerlo, però, è chi non ha mai pensato seriamente al rapporto tra noi umani e le altre specie, ma che qualche domanda ogni tanto se l’è fatta<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/considera-animali-saggio-etica-scelte-convivenza-specie/">.</a></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/considera-animali-saggio-etica-scelte-convivenza-specie/">Recensione di Anna Giulia Lupi</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-9.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-9.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-9.jpg.webp 800w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="800" height="1200" loading="lazy" decoding="async">
</p>
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<p>Roberto Danovaro *<a href="https://www.edizioniambiente.it/catalogo/restaurare-la-natura" rel="noopener">Restaurare la natura. Come affrontare la più grande sfida del secolo</a> *Edizioni Ambiente, 232 pp, 19 euro</p>
<p>Se le condizioni del pianeta ci preoccupano, è difficile leggere un libro che tratta questi temi senza farsi venire una certa ansia. Perché il punto di partenza è chiaro: la nostra specie ha causato danni enormi, impattando significativamente il 75% delle terre emerse e il 66% dei mari. Nei prossimi 30 anni potremmo perdere da mezzo milione a un milione di specie. <em>Restaurare la natura</em>, dell’ecologo Roberto Danovaro, docente all’Università Politecnica delle Marche, inizia mettendoci di fronte a questa realtà e non fa sconti. Le Conferenze delle Parti sono state costellate di buone intenzioni, scrive l’autore, ma con poche azioni concrete. E proteggere non è più sufficiente, soprattutto perché in genere non vengono tutelate le aree più importanti per la biodiversità, ma quelle che creano meno conflitti con gli interessi economici: le otto aree più protette sono infatti “ecosistemi ghiacciati”, come il mare di Ross in Antartide o le Terre australi e antartiche francesi. Se tutelare non basta più, è arrivato il momento di ripristinare gli ecosistemi che abbiamo distrutto o compromesso. E, dati e casi studio alla mano, di riconoscere come il restauro sia un investimento che porta vantaggi in termini economici, di salute pubblica e di contrasto ai cambiamenti climatici. Eleonora Degano ha intervistato l&rsquo;autore.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/">Intervista all&rsquo;autore di Eleonora Degano.</a></p>
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<p>Antonello Pasini, <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/la-sfida-climatica-antonello-pasini/" rel="noopener"><em>La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento</em></a> Codice Edizioni, 166 pp, 18 euro</p>
<p>La sfida della crisi climatica è quella più importante del secolo, o comunque lo è insieme a poche altre tra guerre, minacce pandemiche e crisi della biodiversità. Il libro di Antonello Pasini riassume tutte le principali dimensioni umane coinvolte in questa sfida. Oltre a quella puramente scientifica, a cui sono dedicate molte pagine con dettagli e indicazioni utili, ce ne sono altre quattro: quella filosofica, che vede visioni del mondo scontrarsi, quella comunicativa, oggi attualissima, quella politica, delicata e importantissima, e infine quella “delle azioni” che le mette assieme tutte.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/sfide-climatiche/">Il podcast con l&rsquo;autore di Jacopo Mengarelli</a></p>
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<p>David Quammen, <a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/david-quammen/levoluzionista-riluttante-9788832857504-4468.html" rel="noopener"><em>L&rsquo;evoluzionista riluttante. Il ritratto di Charles Darwin e la nascita della teoria dell&rsquo;evoluzione</em>,</a> Raffaello Cortina Editore, 304 pp, 22 euro </p>
<p>Un ritratto vivido e originale di Charles Darwin, che racconta la lenta maturazione della teoria dell’evoluzione e mostra lo scienziato come uomo, sperimentatore e pensatore inquieto, ben oltre il mito del Beagle. David Quammen fa una presentazione del grande biologo che vuole essere snella, ma nella sua brevità è ricca, ricchissima di storia, documenti, citazioni che permettono di tracciare un quadro a tutto tondo di Darwin e del suo lavoro. Pubblicata per la prima volta nel 2006 (e in Italia nel 2008 per Codice Edizioni), quest’anno è uscita la nuova edizione per Raffaello Cortina con la prefazione del filosofo della biologia Telmo Pievani (una scelta perfetta per aprire un saggio dedicato all’evoluzionista più conosciuto al mondo). Quammen ha una scrittura incalzante, che riesce a essere romanzesca anche quando il suo lavoro non potrebbe essere più saggistico. Lo abbiamo imparato con <em>Spillover</em>, lo ritroviamo ne <em>L’evoluzionista riluttante</em>, nel quale sceglie volutamente di essere anche conciso.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/evoluzionista-riluttante-ritratto-darwin-riserbo-rivoluzione/">Recensione di Anna Romano</a></p>
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<p>Alessandro Chiarucci, <em><a href="https://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/le-arche-della-biodiversita-alessandro-chiarucci/9788836016136/3026" rel="noopener">Le arche della biodiversità. Salvare un po&rsquo; di Natura per il futuro dell&rsquo;uomo</a></em> Hoepli Telescopi, 182 pp, 18,90 euro</p>
<p>Alessandro Chiarucci, ordinario di Botanica ambientale all’Università di Bologna, accompagna in un intenso viaggio attraverso la storia della natura e della scienza, da Linneo a Darwin fino alla complessità della conservazione ambientale nell’era dell’Antropocene. E la racconta anche attraverso il lavoro di grandi studiosi come Edward O. Wilson con la sua radicale “Half Earth”, la proposta di destinare almeno metà della superficie del pianeta alla sola protezione della biodiversità. Il libro è per tutti, perché traccia un percorso scientificamente rigoroso ma divulgativo che accompagna chi legge nei secoli fino all’attuale crisi ecologica. Alla fine del libro, anche chi non era esperta o esperto di questi argomenti avrà la sensazione di aver fatto un bel salto in avanti: con più strumenti per capire in che stato si trova davvero il pianeta e, soprattutto, cosa possiamo fare concretamente per salvarlo.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano/">Recensione di Eleonora Degano</a></p>
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<p>Roberto Danovaro, Mauro Gallegati, <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858157640" rel="noopener"><em>Rigenerare il pianeta. L’alleanza necessaria tra scienza ed economia</em></a> Laterza, 128 pp, 14 euro</p>
<p>Il libro di Mauro Gallegati (economista) e Roberto Danovaro (ecologo) torna a ricordarci come scienza ed economia non possano che allearsi per affrontare la crisi climatica. Entrambi docenti all’Università Politecnica delle Marche, vantano una solida collaborazione che dovremmo considerare preziosa, perché non è scontato che l’economia dialoghi con la scienza, a maggior ragione con la scienza ambientale. E quest’approccio è quello che tiene uniti i capitoli del libro, breve, scorrevole e scritto con parole semplici. Adatto a chi ancora non ha (quasi) mai sentito parlare di crisi climatica e quello che si deve fare per risolverla tenendo conto dei temibili lati economici.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-economia-alleate-ambiente/">Recensione di Jacopo Mengarelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-4.jpg.webp 800w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina gallegati e danovaro" width="800" height="1200" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Edoardo Rosati, Gian Battista Ricci, <em><a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/la-mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana.html" rel="noopener">La mirabolante avventura dell&rsquo;anatomia umana. Dalle imbalsamazioni egizie alle moderne sale autoptiche</a></em> Edizioni Dedalo, 204 pp, 17 euro</p>
<p>Nonostante per alcune persone la dissezione umana sia una pratica che incute timore, è stata fondamentale per comprendere il funzionamento del nostro corpo e per imparare a curarlo. Le conoscenze dell’anatomia umana sono state un terreno fertile da cui hanno attinto le discipline mediche, ma anche numerose discipline artistiche, rivelando come questa materia affronti aspetti interiori importanti. Questo libro illustrato è adatto a chiunque abbia voglia di appassionarsi alla storia di questa materia. Edoardo Rosati e Gian Battista Ricci, giornalista il primo e disegnatore il secondo, descrivono il viaggio storico che ha portato alla nascita della scienza anatomica attraverso l’evoluzione della nostra umanità, della naturale curiosità che porta a voler scoprire come è fatto il corpo umano e cosa lo muove, lo anima e lo costituisce. I disegni di Gian Battista Ricci ci accompagnano in questo viaggio e ci permettono di visualizzare e comprendere meglio la complessità del corpo umano. Dalla dissezione alle cere anatomiche, dalla Grecia antica all&rsquo;Oriente, il libro racconta una storia affascinante e complessa, in cui medicina e arte si intrecciano per rivelare i segreti del corpo e della nostra umanità.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana-viaggio-scoperta-chi/">Recensione di Luca Marengo</a></p>
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<p>Maurizio Bonati, <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/il-cronico-trauma-della-guerra/?srsltid=AfmBOopAminL8QYPmPjDwA1HLP4WPItPCtd26e017T1zEPJQOzsiIomG" rel="noopener"><em>Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime</em></a> Il Pensiero Scientifico Editore, 256 pp, 20,90 euro</p>
<p>La guerra incide in modo molto profondo sulla salute delle popolazioni. Non solo aumenta l’esposizione ai rischi, ma anche indebolisce, a volte sino alla distruzione, i fattori di protezione, come le reti comunitarie, l’approvvigionamento idrico sicuro, i comportamenti positivi per la ricerca della salute, la stabilità sociale. Le prime vittime sono donne e bambini. A partire da queste osservazioni Maurizio Bonati, medico, già responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica e del Laboratorio per la Salute materno e infantile dell’Istituto Mario Negri IRCCS di Milano, ci offre una dettagliata e documentata analisi delle prolungate conseguenze che ogni conflitto esercita sulla salute delle popolazioni coinvolte. Abbiamo discusso con l&rsquo;autore dell’impatto della guerra e di come promuovere una cultura della pace insieme ad Angelo Stefanini, medico volontario del Palestine Children&rsquo;s Relief Fund e Claudio Tosi, formatore della federazione Cemea (Centri d&rsquo;esercitazione ai metodi dell&rsquo;educazione attiva). Introduce Fiorella Leone, del circolo Gianni Bosio.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/trauma-cronico-guerra/">Il webinar con Eva Benelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-5.jpg.webp" alt="" width="346" height="522" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Giulio Alfredo Maccacaro <a href="https://www.edizionipgreco.it/libro/9788868026332" rel="noopener">Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976</a> PGreco edizioni, 554 pp, 28 euro</p>
<p>Giulio Alfredo Maccacaro è stato uno dei più importanti protagonisti del profondo cambiamento che ha investito la scienza e la medicina negli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Il suo è stato un contributo che ha ribaltato il modo di intendere e operare nella scienza, ripensandone il ruolo, lo statuto, gli strumenti, le interazioni, le finalità. Ha rivoluzionato scienza e medicina negli anni Sessanta e Settanta, promuovendo una visione emancipatrice e democratica della salute. Studioso e militante, ha lottato per una medicina libera dal potere e attenta ai diritti e alla dignità di ogni persona. Gli scritti ripubblicati in questo libro risalgono al periodo più fervido e maturo della sua attività, 1966-1976, oltre che agli anni di maggiore rivolgimento della società italiana. Spaziano dalla biometria, alla critica della scienza, ai problemi dell’ambiente e della popolazione, alla politica sanitaria; esiste un filo rosso che lega uno scritto all’altro, in uno stile sempre accurato e incisivo. Scritti che restano “aperti”, rivolti cioè a un presente e a un futuro dove, come scrisse il suo stretto collaboratore Giorgio Bert, sia possibile scommettere sul cambiamento.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/maccacaro-sapere-cambiare/">Recensione di Chiara Giorgi</a></p>
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<p>Pietro Greco, <em><a href="https://lasinodoroedizioni.it/catalogo/fuori-collana/latomica-e-le-responsabilita-della-scienza/" rel="noopener">L&rsquo;atomica e le responsabilità della scienza</a></em> L&rsquo;asino d&rsquo;oro Edizioni, 168 pp, 15 euro</p>
<p>In questo saggio inedito, a ottanta anni dalle tragedie di Hiroshima e Nagasaki, Pietro Greco racconta come in un romanzo le storie &ldquo;segrete&rdquo; del nucleare nei paesi liberi e in Germania, ripercorrendo i passaggi che portarono alla decisione di costruire l’atomica e infine di usarla sulle due città giapponesi, nonostante Hitler fosse ormai sconfitto e il Giappone sull’orlo della resa. Nel corso della narrazione, l’autore focalizza l’attenzione sul rapporto tra scienza, politica e società, stimolando interrogativi fondamentali, in un continuo confronto con il presente. A partire dal libro di Pietro Greco, abbiamo fatto il punto su deterrenza ed equilibrio del terrore, sulle responsabilità storiche della scienza e di come i fisici hanno trovato nel trauma della bomba le ragioni di un impegno per la pace e il disarmo: sono intervenuti Giorgio Parisi, Premio Nobel per la fisica 2021; Ilaria Maccari, Istituto di fisica teorica Politecnico federale (ETH), Zurigo; Alessia Nota, Gran Sasso Science Institute (GSSI), L’Aquila; Giulia Venditti, Dipartimento Quantum Matter Physics Università di Ginevra.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/webinar/atomica-scienza-pace/">Il webinar con Giorgio Parisi di Luca Carra e Jacopo Mengarelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-7.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-7.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-7.jpg.webp 768w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="768" height="1135" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Diego Sala, *<a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/ossa-di-drago-lingue-di-pietra-e-altri-abbagli/" rel="noopener">Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli</a> *Codice Edizioni, 320 pp, 21 euro</p>
<p>Dalle ossa di drago ai pesci di pietra, l’umanità ha cercato per secoli di dare un senso ai fossili. Con rigore e ironia, Diego Sala racconta una storia fatta di intuizioni geniali, errori epici e serendipità. «Quand’è stata la prima volta che gli umani si sono messi a rovistare tra le pietre e hanno iniziato a raccogliere fossili?», è la domanda in apertura al primo capitolo. Ne nasce un saggio incredibilmente ricco, e non solo per gli “abbagli” che lo costellano – e che comunque valgono, da soli, un libro intero – ma anche e soprattutto per la ricostruzione di quel percorso tutt’altro che lineare che è stato la “paleontologia prima della paleontologia”. In effetti, forse, la vera domanda è: quando abbiamo capito cosa sono i fossili? È quindi dagli albori della nostra specie che la storia si dipana. Lo fa con grande gradualità, portandoci con delicatezza non solo attraverso le epoche ma anche attraverso i continenti.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ossa-drago-viaggio-fossili-prima-paleontologia/">Recensione di Anna Romano</a></p>
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<p>Andrea Crisanti, *<a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815392138#" rel="noopener">Reazione genetica a catena. Capovolgere le regole dell&rsquo;evoluzione</a> *Il Mulino, 152 pp, 15 euro </p>
<p>Il medico e microbiologo Andrea Crisanti racconta, a partire dal suo percorso personale, la nascita del gene drive, la biotecnologia che potrebbe eliminare malattie come la malaria intervenendo sulle zanzare vettori. Tra storia della ricerca e autobiografia scientifica, il saggio intreccia vicende personali, scoperte di laboratorio e riflessioni sulla lotta contro uno dei parassiti tutt’oggi più letali per l’essere umano. Crisanti ripercorre la storia del gene drive dalle origini, verso la fine degli anni Novanta, con i primi passi per modificare geneticamente le zanzare. Un problema non solo tecnico, ma anche pratico: se anche si può creare una zanzara geneticamente modificata in modo che non possa trasmettere la malaria, come farla diffondere? </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/reazione-genetica-catena-storia-gene-drive/">Recensione di Anna Romano</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-15.jpeg.webp" alt="" width="400" height="616" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Jonathan Glover, <a href="https://www.amazon.it/Humanity-Jonathan-Glover/dp/8842809705" rel="noopener"><em>Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo</em>,</a> Il Saggiatore (2002), 576 pp, prezzo variabile</p>
<p>Nel Novecento la promessa di un’umanità più giusta si è infranta contro genocidi, guerre mondiali, bombardamenti a tappeto e atrocità di massa. Come sono stati possibili gli 86 milioni di morti per cause di guerra nel periodo tra il 1900 e il 1989? Se queste morti fossero distribuite in pari misura in tutto il periodo (mentre circa i due terzi, cioè 58 milioni, sono dovuti alle due guerre mondiali), la guerra avrebbe ucciso 2.500 persone al giorno, ossia più di cento ogni ora del giorno e della notte per novant’anni. Questi dati hanno portato nel 1999 il filosofo Jonathan Glover a interrogarsi sulle ragioni etiche e psicologiche della guerra, e in particolare degli orrori del ‘900, con un libro che sarebbe poi stato tradotto in italiano nel 2002. Non perché la barbarie appartenga solo al XX secolo, ma perché nella storia di questo secolo la tecnologia ha fatto la differenza e le decisioni di pochi hanno significato morte e orrore per milioni di altri individui. E il XXI secolo non mostra certo un’inversione di tendenza. La sua riflessione, oggi più che mai attuale, interroga la psicologia morale della guerra e la necessità di un’etica che argini la disumanizzazione.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/umanita-perduta-guerre/">Recensione di Renata Tinini. </a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-16.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-16.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-16.jpg.webp 1062w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1062" height="1416" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Gianluca Ruggieri, <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858157602" rel="noopener"><em>Le energie del mondo. Fossile, nucleare, rinnovabile: cosa dobbiamo sapere</em>,</a> Laterza, 224 pp, 18 euro </p>
<p>Gianluca Ruggieri, nel suo *Le energie del mondo *fa esattamente ciò che promette nel titolo, rispondendo a possibili dubbi o domande in materia, e scrive un’analisi lucida e documentata su uno dei temi più caldi del momento. «In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri interlocutori è quella di essere ideologici. Ma è possibile fare un dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della civiltà umana per come la conosciamo? La nostra visione del mondo e di ciò che contiene, ovvero la nostra ideologia, influenzerà sempre e comunque l’interpretazione che diamo della realtà e le scelte che decidiamo di compiere — e per fortuna è così. Il punto è poterci ancorare a qualche certezza di fondo, così da diventare indipendenti, quantomeno nelle nostre opinioni», scrive Ruggieri. Un libro dietro al quale non è possibile non riconoscere il lavoro impressionante, e che permette a chiunque abbia interesse sul tema di comprendere tutte le sfaccettature di un argomento tanto attuale e impattante sulle nostre vite e sul nostro futuro.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri/">Recensione di Giulia Negri</a></p>
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<p>Beatrice Mautino *<a href="https://www.mondadori.it/libri/vertigine-beatrice-mautino/" rel="noopener">Vertigine. Storie di chi si affida alla scienza e di chi impara a farlo</a> *Mondadori, 204 pp, 18,50 euro</p>
<p>Nel suo ultimo libro Beatrice Mautino racconta cosa succede quando la paura incrina la fiducia nella razionalità e ci spinge verso cure miracolose e scorciatoie pseudoscientifiche. Aspettarsi che una persona rimanga razionale quando è spaventata e confusa non è - appunto - per nulla razionale. Ed è in quei momenti che il rischio di cadere in un baratro di farmaci miracolosi e cure cui si crede sulla parola. Vale per tutti, anche per le persone più formate e competenti. Lo spiega bene Beatrice Mautino, biotecnologa di formazione e divulgatrice di professione: lo ha vissuto lei stessa, dopo la diagnosi in un familiare di un tumore raro. Attraverso storie personali e collettive, che spaziano dalle illusioni del metodo Di Bella ai successi della terapia genica, Mautino costruisce un racconto lucido sulla fragilità e sul valore del metodo scientifico, mostrando come imparare a fidarsi della scienza significhi, prima di tutto, comprenderla.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/vertigine-mappa-capire-fidarsi-scienza/">Recensione di Anna Romano</a></p>
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<p>Roberta Villa, <em><a href="https://www.chiarelettere.it/libro/cattiva-prevenzione-i-pericoli-del-consumismo-sanitario-roberta-villa-9788832967128.html" rel="noopener">Cattiva prevenzione. I pericoli del consumismo sanitario</a></em> Chiarelettere, 200 pp, 17 euro </p>
<p>Uno screening può salvarmi la vita o magari rovinarmela inutilmente? L&rsquo;ultimo libro di Roberta Villa affronta il lato oscuro di una medicina altrimenti fondamentale e salvavita. Dagli screening utili e inutili, anzi pericolosi, ai popolarissimi check-up, alla affascinante ma insidiosa medicina predittiva, l&rsquo;autrice fa il controcanto alla cultura tanto in voga della ricerca della longevità e l&rsquo;accanito controllo e miglioramento dei sani, il cui mercato sta rubando spazio e centralità alla sanità pubblica, orientata all&rsquo;appropriatezza scientifica e sociale. Il libro ha la prefazione di Silvio Garattini ed è dedicato a Roberto Satolli, la cui domanda ricorrente (&ldquo;chi ci guadagna?&rdquo;) fa da bussola al saggio. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/tunnel-cattiva-prevenzione/">Recensione di Luca Carra</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-19.jpg.webp" alt="" width="400" height="600" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Alice Facchini <em><a href="https://www.erickson.it/it/ecoemozioni" rel="noopener">Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia</a></em> Erickson 92 pp, 15 euro</p>
<p>Parlare delle proprie emozioni, dando loro un nome e accettandole, spesso è difficile. Ancora più complicato, se si tratta di emozioni negative, è entrare in azione e lavorare per cambiare il nostro comportamento e la nostra realtà quotidiana per stare meglio. Ma c’è un livello di difficoltà ulteriore, e riguarda le ecoemozioni, o emozioni climatiche: comporta non lasciarsi sommergere dall’ansia, dalla rabbia o dal senso di impotenza. Anche se i cambiamenti necessari per salvare il pianeta ci sembrano enormi, e completamente fuori dalle nostre mani. Come parlare ai più giovani delle emozioni legate alla crisi climatica senza minimizzarle né lasciarsi travolgere? Questo è un libro che offre parole, strumenti e strategie per riconoscere l’ecoansia, trasformarla in consapevolezza e ritrovare un senso di azione possibile, tra scuola, famiglia e quotidianità. Alice Facchini, giornalista indipendente, e Matteo Innocenti, psichiatra, psicoterapeuta ed ecoterapeuta, con le illustrazioni di Iris Biasio, propongono un libro pensato per ragazze e ragazzi, ma utile anche a chi ogni giorno prova ad accompagnarli, come famiglie e insegnanti.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi/">Recensione di Eleonora Degano</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-20.jpg.webp" alt="" width="700" height="700" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Roberto Boffi, <em><a href="https://www.sonzognoeditori.it/libro/scheda-libro/4542725/i-tuoi-scudi-antismog" rel="noopener">I tuoi scudi antismog</a></em> Sonzogno, 176 pp, 17 euro</p>
<p>Roberto Boffi, primario di pneumologia all’Istituto nazionale dei tumori di Milano, passa in rassegna le possibili difese contro gli inquinanti, in casa e fuori. Una guida utile e fondata sulla miglior scienza per la migliore salute respiratoria a cui possiamo ambire nelle nostre città inquinate. Roberto Boffi è fra i principali esperti italiani di danni da fumo e da smog. E in questo libro troviamo buona parte di quel che c’è da sapere sulle varie forme di inquinamento, indoor e outdoor, e su come tenerle a bada, per quanto possibile.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento/">Recensione di Luca Carra</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-21.jpg.webp" alt="" width="411" height="595" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Cinzia Pozzi <em><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/malati_cinzia_pozzi/" rel="noopener">#malati</a></em> Codice edizioni, 176 pp, 16 euro</p>
<p>I social non sono la prima esperienza di condivisione virtuale della malattia. Non tanto tempo fa c’erano i blog e i forum, luoghi virtuali di aggregazione e scambio di informazioni ed esperienze. La grossa differenza è che sui social il rapporto non è più “alla pari”: c’è chi gestisce l’account, il content creator, insomma un protagonista intorno cui si raccolgono i follower. Non più tante persone che parlano tra loro, ma una persona che parla a molte. Cinzia Pozzi esplora come i social network abbiano trasformato il rapporto con la malattia, tra nuove comunità, rischi di esposizione e potenzialità di empowerment. Un viaggio tra algoritmi, narrazioni personali e fragilità che si fanno pubbliche, per capire come si sta male (e bene) nell’era digitale.</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/malati-social-cambiano-nostro-modo-vivere-malattia/">Recensione di Anna Romano</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-esterna-22.jpeg.webp" alt="" width="400" height="600" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Alfonso Lucifredi, *<a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/troppi-alfonso-lucifredi/" rel="noopener">Troppi. Conversazioni sulla sovrappopolazione e sul futuro del pianeta</a> *Codice Edizioni, 214 pp, 18 euro</p>
<p>Segnaliamo anche il libro del 2024 di Alfonso Lucifredi, naturalista e giornalista, che quest&rsquo;anno ha vinto il Premio Galileo 2025 per la divulgazione scientifica. Il testo è una raccolta fitta di dati e di interviste a esperti sui tanti temi che hanno a che fare con la demografia. Con l’autore abbiamo parlato di clima e consumo di risorse, cultura e religione, carne e alimentazione, ambientalismo e… estinzione. </p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/siamo-troppi-intervista-alfonso-lucifredi/">Il podcast di Jacopo Mengarelli</a></p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/2025-libri-scelti-scienza-rete-body-8.jpg.webp" alt="copertina lucifredi" width="600" height="900" loading="lazy" decoding="async">
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]]></content:encoded></item><item><title>#Malati: come i social cambiano il nostro modo di vivere la malattia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/malati-social-cambiano-nostro-modo-vivere-malattia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/malati-social-cambiano-nostro-modo-vivere-malattia/</guid><pubDate>Fri, 19 Dec 2025 06:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>comunicazione</category><description>In principio furono le scoperte scientifiche e gli avanzamenti tecnologici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/malati-social-cambiano-nostro-modo-vivere-malattia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/malati-social-cambiano-nostro-modo-vivere-malattia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In principio furono le scoperte scientifiche e gli avanzamenti tecnologici. Poi arrivarono i social. Che il nostro rapporto con la malattia sia profondamente cambiato nel corso dei secoli è evidente: dalla penicillina all’imaging diagnostico, dai vaccini agli interventi chirurgici, abbiamo imparato a curare malattie un tempo letali e identificare, anche in fase precoci, malattie un tempo sconosciute e invisibili. Non è una novità nemmeno che nel corso del tempo siano cambiati i rapporti tra medici e pazienti, né che siano cambiate comunicazione e accesso alle informazioni sui temi sanitari. Molto meno si riflette, però, su come il rapporto con la malattia – sia dal punto di vista di chi la vive, sia di chi la cura – sia cambiato nell’era dei social network.</p>
<p>I social newtork possono piacere o non piacere; c’è chi ci passa ore al giorno e chi non è iscritto a nessuna delle svariate piattaforme disponibili. C’è chi posta e chi si limita a interagire con contenuti altrui. Indipendentemente da quanto e come li si viva, però, c’è un aspetto che nessuno di noi può trascurare: sono uno strumento potentissimo. Proprio per questo capire il loro ruolo nelle diverse sfere della vita quotidiana diventa fondamentale, e proprio qui sta il merito di <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/malati_cinzia_pozzi/" rel="noopener"><em>#Malati. Com’è cambiato il nostro modo di stare male (o bene) nell’era dei social network</em></a> (Codice Edizioni, 2025) di Cinzia Pozzi, che lo indaga dal punto di vista della malattia.</p>
<p>«La condivisione è il nostro credo, e i social sono le nostre chiese», scrive Pozzi. Che ci piaccia o meno, quindi, tanto vale imparare a confrontarci con questa realtà (forse, si spera, non così assoluta). Per una persona con una malattia, cosa significa trovare sui social persone con la stessa malattia? Per chi quella malattia la racconta, cosa significa avere una community che segue la sua esperienza? Per chi la cura, cosa significa confrontarsi (oltre che col “dottor Google”) con la realtà dei social? </p>
<p>In <em>#Malati</em> ci sono tante riflessioni, troppe per una recensione. Partiamo però da una base: i social non sono la prima esperienza di condivisione virtuale della malattia. Prima (non tanto tempo fa) c’erano i blog e i forum, luoghi virtuali di aggregazione e scambio di informazioni ed esperienze. La grossa differenza, spiega Pozzi, è che sui social il rapporto non è più “alla pari”: c’è chi gestisce l’account, il content creator, insomma un protagonista intorno cui si raccolgono i follower. Non più tante persone che parlano tra loro, ma una persona che parla a molte. Ma, evidenzia ancora Pozzi, i social danno modo di fare anche un’altra cosa: mantenere un rapporto diretto con la propria community. Si risponde ai direct message e ai commenti, si creano contenuti per rispondere alle domande e alle curiosità dei follower. E non lo si fa più dietro a username più o meno improbabili, ma esponendo, oltre che le proprie emozioni ed esperienze, il proprio volto.</p>
<p>A guidare le dinamiche che ne conseguono c’è un algoritmo. È quello a decidere cosa vediamo, quale contenuto andrà bene e sarà visualizzato da più utenti. Con quali effetti? Spoiler: non possiamo dire buoni o cattivi, perché se c’è una cosa che <em>#Malati</em> rende evidente è che l’avvento dei social network, quando si parla di malattie, ha tanti vantaggi quanti svantaggi. C’è il non sentirsi soli, la possibilità di combattere lo stigma che ancora circonda tante, troppe malattie, c’è una nuova forza fatta dall’unione, che trova anche nuove parole: «Il vocabolario dei pazienti è in continua evoluzione, soprattutto da quando sono diventati anche degli utenti», scrive Pozzi. E nascono «nuove espressioni che riflettono il cambiamento di ruolo del malato, da passivo ricevente di cure ad attivo (almeno in teoria) protagonista della sua salute che oggi si impegna a “normalizzare” la percezione della malattia, ad “abitare” corpi “non conformi” e a impedire che i sintomi e soprattutto le persone che li vivono siano “invisibilizzati”».</p>
<p>Ma, dicevamo, «Ad alimentare un circuito distorto è il solito algoritmo che sostiene la circolazione dei post che “funzionano” senza badare troppo al loro contenuto, dimostrandosi così indifferente alla sofferenza umana». Così, anche senza andare sulle vere e proprie truffe, ci sono per esempio persone ormai guarite, ma che l’algoritmo rende invisibile se i contenuti non continuano a incentrarsi sulla malattia, imprigionandole (virtualmente) su quel tipo di narrazione. C’è anche il rischio, concretissimo, che proprio i social vadano a nutrire alcune malattie: un esempio su tutti, su cui si incentra <em>#Malati</em>, sono i disturbi del comportamento alimentare, con contenuti che dietro l’hashtag #recovery nascondono troppo spesso reel e post che di fatto incentivano il disturbo mentale. E poi, «Se da un lato i social network possono mettere in contatto chi sta male con persone con la stessa diagnosi creando un’opportunità di supporto reciproco tra gli utenti, dall’altro la sostituzione delle conversazioni faccia a faccia con interazioni solo virtuali può spingere le persone con psicopatologie, che vivono le relazioni con difficoltà, a isolarsi maggiormente nella vita oltre gli schermi». E che dire del cyberbullismo, o del rischio di disinformazione, della rinuncia alla privacy?</p>
<p><em>#Malati</em> affronta tutti questi temi in modo non solo completo ma anche solido, tra interviste con gli esperti (che in questo caso non sono certo solo i medici, ma anche content creator ed esperti in comunicazione e sociologia) e i dati disponibili dagli studi disponibili. Che sì, per ora sono scarsi e frammentati, ma qualche indicazione iniziano a darcela. Non dà risposte nette, perché i social network non sono né il bene né il male. Sono strumenti con cui dobbiamo confrontarci, ci piaccia o meno, e se non altro possiamo scegliere come usarli. Perché «Non è tanto come si evolve la tecnologia a disposizione a contare, quanto come i pazienti-utenti siano consapevoli di questo cambiamento e riescano ad adattarsi a esso».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Roberto Boffi: come difendersi dall’inquinamento</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento/</guid><pubDate>Fri, 12 Dec 2025 08:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel libro &amp;amp;ldquo;I tuoi scudi antismog&amp;amp;rdquo; (Sonzogno, 2025) Roberto Boffi passa in rassegna le possibili difese contro gli inquinanti, in casa e fuori. Una guida utile e fondata sulla miglior scienza per la migliore salute respiratoria a cui possiamo ambire nelle nostre città inquinate.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A un certo punto mi sono stufato. Stufato di scrivere al vento sui danni da inquinamento, come ho fatto per tanti anni. Bisognerebbe cominciare a raccontare cosa si può fare per minimizzare questi danni ormai certi, mi sono detto. In attesa che la politica - e purtroppo per quanto riguarda Milano anche la meteorologia - cambi, almeno impariamo a difenderci. Mentre pensavo a queste cose Roberto Boffi le ha fatte. Ed ecco il risultato, il libro <em>I tuoi scudi antismog</em> (Sonzogno, 2025). E chi se non lui, in effetti? Roberto Boffi è primario di pneumologia all’Istituto nazionale dei tumori di Milano ed è fra i principali esperti italiani di danni da fumo, e da smog. E in questo libro troviamo buona parte di quel che c’è da sapere sulle varie forme di inquinamento, indoor e outdoor, e su come tenerle a bada, per quanto possibile.</p>
<h2 id="rischi-da-non-sottovalutare">Rischi da non sottovalutare</h2><p>La prima parte del volume affronta l’impatto sanitario dell’inquinamento atmosferico, ma con cenni anche al suolo e alle acque. Boffi insiste sulla necessità di combattere il negazionismo e chiarisce come l’esposizione a particolato fine, biossido di azoto, idrocarburi policiclici aromatici e composti organici volatili contribuisca a un ventaglio di malattie cardio-respiratorie, oncologiche ma anche infettive, facilitate da un indebolimento immunitario cronico da smog. Particolare attenzione è dedicata all’intersezione fra inquinamento e cambiamento climatico, in particolare a causa dell’effetto di amplificazione che il riscaldamento esercita sugli effetti degli inquinanti. </p>
<p>Boffi è noto a molti anche per averli fatto smettere di fumare, e può succedere che - abbandonata la sigaretta - uno si senta ripulito e avviato verso un futuro di salute. Ma se vive in città in perenne infrazione dei limiti di polveri e ossidi di azoto come Milano, si tratta di un’illusione. Per quanto nei decenni il livello di inquinamento sia migliorato anche nelle grandi città, e l’abitudine del fumo sia a livello individuale certo la cosa in assoluto più dannosa, l’inquinamento rappresenta comunque un danno per tutti, e non di poco conto. In Italia infatti sono 70mila le morti annue da ricondurre allo smog, in Europa più di 300mila e nel mondo 8 milioni.</p>
<h2 id="cosa-fare-in-casa">Cosa fare in casa</h2><p>Ma torniamo al merito principale del libro: andare oltre la cattiva novella dei danni per dare informazioni pratiche di salute, che ciascuno può mettere in atto. Boffi accompagna il lettore dentro le stanze di casa, mostrando che l’inquinamento indoor non è un fenomeno minore, ma una delle principali fonti di esposizione. Primo messaggio: non sempre aprire le finestre migliora la qualità dell’aria di casa. L’autore invita a osservare il meteo, a sfruttare la pioggia come alleata nel pulire l’atmosfera e a evitare per esempio l’aerazione durante le giornate di calma piatta, quando le polveri sottili ristagnano per ore negli strati più bassi dell’aria urbana .</p>
<p>È una presa di posizione che contraddice consigli spesso ripetuti in modo acritico e che rimette al centro il ruolo dell’informazione scientifica: per respirare aria migliore, scrive l’autore, bisogna conoscere i dati giornalieri sul particolato, valutare il contesto e scegliere con consapevolezza quando “far entrare” l’aria esterna in casa e quando no.</p>
<p>Da qui si apre un percorso ricco di dettagli pratici. In cucina, per esempio, il libro mette ordine tra vecchie abitudini e nuove tecnologie. I fornelli a gas, ancora diffusi, rilasciano ossidi di azoto, particolato ultrafine nonché il cancerogeno benzene; i piani a induzione, invece, azzerano le emissioni dirette e rappresentano una soluzione più sicura per la salute respiratoria. Anche la scelta della cappa diventa parte di una strategia preventiva: non tutte sono uguali, e quelle filtranti - se non ben mantenute - possono riciclare nell’ambiente domestico gli stessi inquinanti che dovrebbero eliminare. Boffi svela gli equivoci più comuni, compreso quello della friggitrice ad aria, spesso percepita come innocua ma in realtà capace di generare composti volatili se usata male o a temperature troppo elevate .</p>
<p>In camera da letto, lo spazio dove respiriamo profondamente per molte ore, la cura dell’aria diventa quasi un rituale. L’autore invita a evitare l’accumulo di apparecchi elettronici come stampanti e router - spesso ignorati - e a privilegiare arredi privi di trattamenti chimici che rilasciano composti organici volatili tutt’altro che innocui. </p>
<p>Anche i prodotti per la pulizia, apparentemente associati all’idea di igiene, possono diventare sorgenti di inquinamento. Molti detergenti rilasciano sostanze irritanti e invita a preferire formulazioni semplici, evitando di pensare che quell’odore di pulito che otteniamo a forza di prodotti per la casa non coincida necessariamente con la salubrità dell’aria.</p>
<h2 id="piante-e-purificatori-per-unaria-più-pulita">Piante e purificatori per un’aria più pulita</h2><p>C’è poi una parte del libro che si legge quasi come un piccolo manuale botanico: quella dedicata alle piante “mangiasmog”. Le foglie assorbono formaldeide, benzene e altre sostanze che si accumulano negli ambienti chiusi, restituendo ossigeno e contribuendo a ridurre l’inquinamento indoor. L’autore passa in rassegna una cinquantina di piante da appartamento che aiutano particolarmente a migliorare la qualità dell’aria (come l&rsquo;aloe vera, la felce, le gerbere e il <em>Ficus benjamin</em>), quali esigenze hanno e dove collocarle.</p>
<p>Anche i purificatori d’aria possono aiutare. Il confronto tra filtrazione attiva e passiva permette di capire perché alcuni dispositivi richiedano manutenzione frequente mentre altri mantengano una capacità di depurazione costante nel tempo, insieme agli aspetti economici, la rumorosità, l’impatto ambientale dei filtri e altri aspetti.</p>
<h2 id="e-fuori-casa">E fuori casa?</h2><p>Ma usciamo di casa. Nel capitolo dedicato agli spostamenti, il lettore scopre che la bicicletta - simbolo della mobilità sostenibile non sempre è la scelta ideale, soprattutto nelle ore di punta. Talvolta in effetti basterebbe cambiare percorso, avendo tempo.</p>
<p>Molto importante il capitolo su come interpretare il vento nelle previsioni meteo, come riconoscere condizioni atmosferiche che favoriscono il ristagno degli inquinanti e quando e come correre in città: preferibili ovviamente i parchi alberati (e anche qui si potrebbero citare le specie più capaci di pulire l’aria, come il bagolaro) ma anche lungo i corsi d’acqua. E perché evitare le ore più calde e soleggiate (ancora di più se nel verde), a causa dell’aumento di concentrazione dell&rsquo;ozono. Ma per far questo sarebbe necessario avere un sistema di monitoraggio diffuso nella città che metta insieme le condizioni meteo con quelle della qualità dell’aria, zona per zona, ancora meglio strada per strada. Magari anche con qualche consiglio per i più fragili, la cui salute respiratoria è molto più a rischio. Anche questo sarebbe alla lunga un efficace “scudo anti smog”, come lo è peraltro questa bella guida di educazione alla salute respiratoria.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ecoemozioni, guida al pianeta che cambia per ragazze e ragazzi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi/</guid><pubDate>Fri, 05 Dec 2025 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Come parlare ai più giovani delle emozioni legate alla crisi climatica senza minimizzarle né lasciarsi travolgere? &amp;amp;ldquo;Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia&amp;amp;rdquo; è un libro che offre parole, strumenti e strategie per riconoscere l’ecoansia, trasformarla in consapevolezza e ritrovare un senso di azione possibile, tra scuola, famiglia e quotidianità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Parlare delle proprie emozioni, dando loro un nome e accettandole, spesso è difficile. Ancora più complicato, se si tratta di emozioni negative, è entrare in azione e lavorare per cambiare il nostro comportamento e la nostra realtà quotidiana per stare meglio. Ma c’è un livello di difficoltà ulteriore, e riguarda le ecoemozioni, o emozioni climatiche: comporta non lasciarsi sommergere dall’ansia, dalla rabbia o dal senso di impotenza. Anche se i cambiamenti necessari per salvare il pianeta ci sembrano enormi, e completamente fuori dalle nostre mani. </p>
<p>Se è frustrante e sopraffacente per gli adulti, lo è immensamente di più per i giovani. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi che sono spesso vincolati allo stile di vita della famiglia, che ancora non possono votare e non sempre hanno una comunità di riferimento di coetanei interessati ai temi ambientali, per confrontarsi.</p>
<p>Dalle loro domande, da quei loro «Ma cosa potrò mai fare io?» nasce il libro <a href="http://www.erickson.it/it/ecoemozioni" rel="noopener"><em>Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia</em></a> (Erickson, 2025) di Alice Facchini, giornalista indipendente, e Matteo Innocenti, psichiatra, psicoterapeuta ed ecoterapeuta, con le illustrazioni di Iris Biasio. Un libro pensato per ragazze e ragazzi, ma utile anche a chi ogni giorno prova ad accompagnarli, come famiglie e insegnanti. Inizia dando un nome alle cose: un glossario delle ecoemozioni più note. </p>
<p>C’è l’ecoansia, quell’ansia per gli incendi, le alluvioni e tutti gli eventi estremi, esacerbati dai cambiamenti climatici, che sempre più spesso sconvolgono il pianeta. Un&rsquo;ansia che riguarda il presente, il futuro, e la preoccupazione immediata per se stessi e la propria famiglia, i propri amici. E se il prossimo paese colpito da un’alluvione fosse il mio? Seguono la solastalgia, quella nostalgia per com’era un tempo l’ambiente in cui viviamo, ora degradato. L&rsquo;ecoparalisi, che impedisce di agire da quanto siamo sopraffatti. L’ecopreoccupazione, un costante rimuginare su cosa sarà della Terra, che ci lascia in stato di allerta costante. </p>
<p>Il glossario si conclude in positivo con l’eutierria, che ci fa sentire in sintonia con la natura, soprattutto quando abbiamo l’occasione di immergerci in essa, e infine la biofilia, che prende quasi la forma di uno stile di vita: sentirsi legati al pianeta, a tutte le sue creature, e cercare il più possibile la connessione con esso oltre ad adottare abitudini più sostenibili. Perché la natura, quel concetto così astratto, c’è ancora, non è tutto perduto, e possiamo entrarvi in contatto. Passando del tempo nel silenzio di un bosco, notando le piante di un’area verde vicino a casa, prendendoci cura di un giardino e molto altro.</p>
<p>Tramite spunti per attività e discussioni, che si possono impostare anche in classe, il libro incoraggia a riflettere sulle proprie ecoemozioni: quando le ho provate, che forma hanno preso? Perché è successo e come mi sentivo? Ma soprattutto, a cosa servono queste emozioni? Sono forse un problema, o da quelle sensazioni spesso spiacevoli posso trarre delle risorse e sentirmi motivata ad agire, ad esempio facendo rete con altre ragazze e ragazzi per parlare di temi ambientali e capire come far parte della soluzione? Come posso farmi prendere sul serio in casa, quando parlo alla mia famiglia di come potremmo cambiare le nostre abitudini per renderle più sostenibili?</p>
<p>Parlare di questi temi a scuola, oggi, è fondamentale, perché per diventare adulti che sanno regolare le proprie emozioni e usarle per ciò che sono, informazioni utili, è necessario che qualcuno fornisca a ragazze e ragazzi gli strumenti per farlo. Uno spazio tranquillo per parlarne. Un contesto non ostile nel quale discutere delle parole più adatte per incoraggiare il cambiamento. Un’occasione per confrontarsi con i propri coetanei. Ai più giovani non facciamo che ripetere che saranno loro a decidere le sorti della Terra, a dover fare la differenza, il tutto consegnando nelle loro mani un pianeta devastato da secoli di impattanti attività umane guidate dal profitto, dal consumismo, dal progresso a tutti i costi. E di questo gravoso incarico, così come della sua ingiustizia, <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2821%2900278-3/fulltext" rel="noopener">sono molto consapevoli</a>. </p>
<p>Le emozioni hanno un ruolo fondamentale per la nostra specie, sottolineano gli autori, perciò non vanno evitate ma ascoltate, capite. Tutte le emozioni, incluse quelle climatiche. Ma è quando la loro intensità si fa troppo forte, e ogni gesto quotidiano diventa una potenziale fonte di angoscia, che possiamo fare un passo indietro ed eventualmente chiedere aiuto. Nel raccontare le strategie per non farsi travolgere dalle ecoemozioni negative, il libro resta aderente al quotidiano: ridurre l’esposizione alle notizie che ci risucchiano e rendono sempre più pessimisti, staccarsi dai comportamenti poco sostenibili altrui che ci irritano ma non possiamo controllare e cercare pause nella natura reale, essendo presenti a ciò che possiamo toccare, vedere, annusare. Non servono mete spettacolari: anche dieci minuti nel verde fanno la differenza.</p>
<p>Quando poi le emozioni tornano gestibili, il libro invita ad attivarsi nel proprio concreto raggio d’azione: osservare cosa si può migliorare (a scuola e a casa), creare gruppi di confronto, avvicinarsi a realtà come quelle delle associazioni ambientaliste per conoscere persone che condividono le stesse priorità. Sono tutti passi concreti che restituiscono un senso di appartenenza e fanno sentire bene. Perché, come scrivono Facchini e Innocenti, non dobbiamo dimenticarlo mai: «Il problema non è l’ecoansia o la solastalgia, il problema è il cambiamento climatico!».</p>
<h3 id="altre-letture-per-saperne-di-più-sulle-ecoemozioni">Altre letture per saperne di più sulle ecoemozioni: </h3><p><em>Nove emozioni. La natura umana di fronte al pianeta che cambia</em> di Kate Marvel (Bollati Boringhieri, 2025)</p>
<p><em>Oltre l’ecoansia. Una guida pratica per navigare le emozioni della crisi climatica</em> di Matteo Innocenti, Gabriele Santarelli (FrancoAngeli, 2025)</p>
<p><em>Cambiamento climatico e salute mentale</em> di Paolo Cianconi, Luigi Janiri, Batul Hanife, Francesco Grillo (Raffaello Cortina Editore, 2023)</p>
<p><em>Ecoansia. I cambiamenti climatici tra attivismo e paura</em> di Matteo Innocenti (Erickson, 2022)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nel tunnel della cattiva prevenzione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tunnel-cattiva-prevenzione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tunnel-cattiva-prevenzione/</guid><pubDate>Tue, 25 Nov 2025 17:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>libri</category><description>Il libro di Roberta Villa &amp;amp;ldquo;Cattiva prevenzione&amp;amp;rdquo; (Chiarelettere, 2025) affronta il lato oscuro di una medicina altrimenti fondamentale e salvavita. Dagli screening utili e inutili, anzi pericolosi, ai popolarissimi check-up, alla affascinante ma insidiosa medicina predittiva, l&amp;amp;rsquo;autrice fa il controcanto alla cultura tanto in voga della ricerca della longevità e l&amp;amp;rsquo;accanito controllo e miglioramento dei sani, il cui mercato sta rubando spazio e centralità alla sanità pubblica, orientata all&amp;amp;rsquo;appropriatezza scientifica e sociale. Il libro ha la prefazione di Silvio Garattini ed è dedicato a Roberto Satolli, la cui domanda ricorrente (&amp;amp;ldquo;chi ci guadagna?&amp;amp;rdquo;) fa da bussola al saggio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tunnel-cattiva-prevenzione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tunnel-cattiva-prevenzione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È successo anche a David Cameron, di cui ci si ricorda più che altro per avere autorizzato il referendum sulla Brexit: dopo il test del PSA e ulteriori accertamenti, il politico britannico ha ricevuto diagnosi di tumore maligno ed è stato quindi sottoposto a una terapia focale che l&rsquo;ha eliminato pare senza spiacevoli conseguenze. Cameron ha quindi deciso di sensibilizzare i coetanei, poco inclini a preoccuparsi della loro salute, a farsi controllare di più e a tenere d’occhio possibili sintomi. Si è anche speso per l&rsquo;introduzione di uno screening nazionale mirato alla popolazione a rischio, <a href="https://www.theguardian.com/politics/2025/nov/23/david-cameron-reveals-he-has-prostate-cancer-and-calls-for-targeted-screening" rel="noopener">subito rilanciato</a> dalla direttrice dell&rsquo;associazione Prostate Cancer UK Chiara De Biase che ha ricordato i circa 12.000 morti all&rsquo;anno in Gran Bretagna, che come l&rsquo;Italia al momento non raccomanda lo screening. Fa eccezione la Lombardia, che l&rsquo;anno scorso ha lanciato lo screening della prostata dagli 50 anni fino ai 69, promosso con un gioioso augurio di  <a href="https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/servizi-e-informazioni/cittadini/salute-e-prevenzione/Prevenzione-e-benessere/prevenzione-tumore-prostata/prevenzione-tumore-prostata" rel="noopener">&ldquo;Happy screening to you&rdquo;</a>.</p>
<p>Un tema così attuale e controverso non poteva mancare nel libro <em>Cattiva prevenzione. I pericoli del consumismo sanitario</em> della giornalista scientifica (e laureata in medicina) Roberta Villa (Chiarelettere, 2025). Fra le varie storie raccontate nel libro, c&rsquo;è infatti quella del cinquantunenne John, che a seguito di un dosaggio del PSA un po’ sopra la norma prosegue nella spirale degli accertamenti fino a individuare con una biopsia un tumore maligno ancorché piccolo e indolente. Dopo mesi di penosi tentennamenti, John e la moglie scelgono di procedere con l&rsquo;operazione («&ldquo;Vogliamo stare tranquilli. Lo tagli via!&rdquo;, esclama la moglie al medico»). Tranquilli sì, ma anche un po&rsquo; scontenti, visto che l’operazione ha reso il marito incontinente e impotente. Molto probabilmente il tumore non sarebbe stata la causa della sua morte, chiosa l&rsquo;autrice, che ricorda il rischio di sovradiagnosi del test, aggiungendo che anche persone che hanno valori superiori a 10 nanogrammi/ml, quindi davvero alti, «Nella metà dei casi non hanno un tumore, mentre in circa il 15% dei casi di quelli con un PSA sotto i 4 ng/ml la biopsia può comunque svelare la malattia». Che non necessariamente è da curare se si tratta di tumori considerati a progressione lenta e gestibile. Si può capire l&rsquo;ansia di dover scegliere fra un improbabile male maggiore e un più probabile male minore conseguente alle cure. Il libro, con una serie di esempi e digressioni, serve anche a decidere in modo più consapevole.</p>
<p>Breve inciso personale sulla prostata. Anche a me è successo di avere un PSA fuori soglia, ma per fortuna il tutto si è risolto con una visita dall’urologo che non ha trovato nulla di preoccupante. Quando gli ho chiesto cosa potevo fare per prevenire sorprese future, mi ha risposto con un secco «Niente!». D&rsquo;accordo, la domanda era un po&rsquo; stupida, anche perché mi trovavo davanti a un chirurgo, per giunta fatalista e incattivito col mondo, che certo non aveva tempo nella vorticosa giostra di visite (private) che doveva smaltire nel grande centro oncologico pubblico, di darmi corda e condurmi - come invece fa il libro - a riordinare le idee su cosa si può considerare buona e cosa cattiva prevenzione. </p>
<p>La buona prevenzione reclama scelte non facili ma immensamente importanti come smettere di fumare e possibilmente anche di bere alcolici, moderarsi con carne e insaccati privilegiando frutta e verdure; fare attività fisica e dormire un congruo numero di ore.  I vaccini, altro presidio essenziale di salute, vengono menzionati nel libro, che però approfondisce soprattutto il lato oscuro della prevenzione. Un esempio è il business dei check-up, che molti contratti nazionali del lavoro riconoscono come bonus ai dipendenti, e che offrono spesso pacchetti di esami che inevitabilmente possono portare ad approfondimenti e talvolta operazioni inutili e pericolose, e a un aumento altrettanto improprio della spesa farmaceutica, e dell’ansia, secondo la bussola della evidence based medicine che guida le riflessioni di Villa. L’industria dei test viene sostenuta da messaggi che spingono verso la medicalizzazione di condizioni non necessariamente patologiche, come il sovrappeso e l’obesità, e per l&rsquo;abuso di esami, farmaci e gli onnipresenti integratori. Anche i medici hanno una parte, come noto, nell&rsquo;eccesso di prescrizione, non fosse che per mettersi al riparo da future cause di pazienti scontenti.  Per ovviare a questo forse servirebbe, secondo l’autrice, depenalizzare la colpa in medicina, che nella grande maggioranza dei casi si risolve in assoluzioni. Interessante anche la parte in cui l&rsquo;autrice affronta le &ldquo;trappole della medicina predittiva&rdquo;, in particolare la versione moderna della &ldquo;medicina delle 4 P&rdquo;: predittiva, preventiva, personalizzata, partecipativa, di cui vi lascio il piacere di scoprire tutte le promesse (prima di tutto longevità) dalla lettura del libro.</p>
<p>In questo variopinto mercato la sanità pubblica gioca in difesa, a registrare mestamente gli esami inutili (che vengono stimati intorno al 20-30% delle prestazioni) che contribuiscono alle liste d’attesa, generano nuovi interventi potenzialmente dannosi, e premiano il privato ai danni del pubblico. Sì perché la cattiva prevenzione contribuisce a scacciare quella buona. I pochi screening attualmente raccomandati non sono eseguiti in modo uniforme nel paese. Per esempio, mentre al Nord e al Centro l’83% delle donne si sottopone a controlli regolari alla cervice uterina, al Sud si scende al 69%. Anche la mammografia si presta a considerazioni interessanti, per esempio riguardo al rischio di sovradiagnosi, o alla abitudine di molti medici di associarle l’ecografia, per nulla raccomandata nelle donne più mature. </p>
<p>Aprire a nuovi screening significa passare il vaglio di linee guida e criteri aurei come i dieci punti di Wilson e Jungner (quanto è rilevante  la malattia in termini di salute pubblica? Esiste una cura? e via elencando). Alcuni potrebbero, con il maturare delle ricerche, entrare nella lista dei nuovi test da raccomandare ad alcune sotto-popolazioni. Come la TAC spirale (o la più semplice biopsia liquida) per i forti fumatori. Altri - promossi per legge nel 2023 in Italia come lo screening del diabete di tipo 1 e per la celiachia - rivelano secondo la Villa vantaggi più sfumati, come peraltro l’offerta dell’elettrocardiogramma agli sportivi e altri casi in cui la valutazione dei costi e benefici di popolazione diventa piuttosto complessa.</p>
<p>Alla fine, tutto questo setacciare i sani a caccia di malattie non deve far perdere di vista i più impellenti bisogni dei malati e di chi, per le circostanze o la cattiva sorte, è destinato ad ammalarsi davvero. Forse aveva ragione la dottoressa britannica Iona Heath a sostenere - come ricorda l&rsquo;autrice nella parte finale del libro - che il National Health Service dovrebbe chiamarsi più correttamente <a href="https://www.bmj.com/content/334/7583/19.full" rel="noopener">National Sickness Service</a>, il Servizio nazionale per la malattia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Vertigine, una mappa per capire (e fidarsi) della scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vertigine-mappa-capire-fidarsi-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vertigine-mappa-capire-fidarsi-scienza/</guid><pubDate>Fri, 31 Oct 2025 08:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Nel suo nuovo libro “Vertigine. Storie di chi si affida alla scienza e di chi impara a farlo” (Mondadori, 2025), Beatrice Mautino racconta cosa succede quando la paura incrina la fiducia nella razionalità e ci spinge verso cure miracolose e scorciatoie pseudoscientifiche. Attraverso storie personali e collettive, che spaziano dalle illusioni del metodo Di Bella ai successi della terapia genica, costruisce un racconto lucido sulla fragilità e sul valore del metodo scientifico, mostrando come imparare a fidarsi della scienza significhi, prima di tutto, comprenderla.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vertigine-mappa-capire-fidarsi-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/vertigine-mappa-capire-fidarsi-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Aspettarsi che una persona rimanga razionale quando è spaventata e confusa non è - appunto - per nulla razionale. Ed è in quei momenti che il rischio di cadere in un baratro di farmaci miracolosi e cure cui si crede sulla parola. Vale per tutti, anche per le persone più formate e competenti. Lo spiega bene Beatrice Mautino, biotecnologa di formazione e divulgatrice di professione, nel suo ultimo libro, <a href="https://www.mondadori.it/libri/vertigine-beatrice-mautino/" rel="noopener"><em>Vertigine. Storie di chi si affida alla scienza e di chi impara a farlo</em></a> (Mondadori, 2025). Lo ha vissuto lei stessa, dopo la diagnosi in un familiare di un tumore raro:</p>
<blockquote>
<p>La prima volta che ho provato fastidio nei confronti di un trial clinico che conteneva giustamente molto paletti e che, di nuovo giustamente, aveva durata lunga, mi è venuta paura. Come potevo provare fastidio per una cosa che sapevo essere giusta? </p></blockquote>
<p>Sono le primissime pagine del saggio, che spiegano anche il titolo: la vertigine di fronte a qual baratro in cui può essere così facile rischiare di cadere quando la speranza abbatte le balaustre della razionalità.</p>
<p>Mautino sceglie di analizzarlo, quel baratro. «Ho cercato di capire cos’è la speranza, ascoltando le storie degli altri e tentando di individuare gli elementi comuni, ho ragionato sui metodi e sul sistema provando a capire se si merita ancora la nostra fiducia». E lo fa attraversando i temi e i tempi: ripercorre la vicenda Di Bella della fine degli anni Novanta e storia e attualità dell’osteopatia; racconta il percorso che ha portato alla fecondazione in vitro e quello della terapia genica. C’è insomma la storia con l’attualità, così come ci sono il rigore dei dati e l’umanità delle interviste. Aspetto cruciale, queste ultime: sono le voci di chi la scienza l’ha fatta e quella di chi ha beneficiato dei suoi risultati, di chi ne racconta le sfide da ricercatore (o ricercatrice) e chi lo fa da paziente. </p>
<p>Mautino unisce anche la sua stessa voce: <em>Vertigine</em> non è certo un’autobiografia ma, con onestà e coerenza, l’autrice racconta anche i dubbi e le difficoltà che lei stessa ha vissuto, non solo nel confronto con quel tumore raro in famiglia, ma anche su problemi forse meno gravi ma non meno banali – soprattutto nel metodo, in quel solito baratro che possono aprirti davanti. Nello specifico, racconta di quando, per un problema di dermatite atopica sempre in famiglia, il medico abbia raccomandato il permenganato di potassio. Un trattamento che l’ha lasciata perplessa, certo, ma insomma, il medico «Saprà quel che fa». Invece, andando a scavare e nemmeno troppo in profondità, ne escono quelli che sono, per essere gentili, conflitti d’interesse e basi scientifiche «quantomeno traballanti». Perché per finire nel baratro, a volte, «Non è nemmeno necessaria la disperazione di una malattia grave. A volte bastano la frustrazione, un consiglio dato con troppa sicurezza, la potenza rassicurante di una comunità online e la difficoltà a mettere in discussione l’autorità o a navigare nell’incertezza».</p>
<p>Perché allora affidarsi alla scienza? Perché quel sottotitolo, <em>Storie di chi si affida alla scienza e di chi impara a farlo</em>? È qui il messaggio, potente e importante, di <em>Vertigine</em>: attraverso quelle storie e quei dati, ci mostra davvero perché affidarsi alla scienza, perché la ricerca scientifica meriti di essere sostenuta. Nonostante i suoi limiti, i tempi a volte lunghissimi di cui ha bisogno, le incertezze, le fallacie del sistema (per esempio, Mautino dedica delle validissime riflessioni ai problemi delle pubblicazioni scientifiche, di cui <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/frodi-scientifiche-nuova-truffa-processi-revisione/">abbiamo parlato</a> spesso anche su <em>Scienza in rete</em>); nonostante quella che a volte è anche la spietatezza del sistema, quella che nega, evidenze alla mano, la cura miracolosa. Perché, come conclude Mautino, «I metodi spietati della scienza possono non piacerci, ma non abbiamo tante alternative se vogliamo ottenere dei risultati». </p>
<p>Per capirlo e riuscire appunto ad affidarsi serve conoscere quei metodi, così da imparare anche a riconoscerli, a distinguerli dal baratro. In questo senso <em>Vertigine</em> è non solo un saggio, ma anche una buona mappa, di quelle da portare con sé, con le informazioni davvero importanti quando devi partire per un posto sconosciuto, o magari non devi partire ma ci pensi perché sai che è meglio essere preparati. Ed essere preparati, quando si parla di scienza e salute, può fare la differenza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una battaglia dopo l’altra: il caos vitale di Paul Thomas Anderson</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/battaglia-dopo-altra-caos-vitale-paul-thomas-anderson/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/battaglia-dopo-altra-caos-vitale-paul-thomas-anderson/</guid><pubDate>Fri, 24 Oct 2025 08:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Con &amp;amp;ldquo;Una battaglia dopo l’altra&amp;amp;rdquo;, Paul Thomas Anderson adatta con sorprendente energia il romanzo &amp;amp;ldquo;Vineland&amp;amp;rdquo; di Thomas Pynchon, trasformandolo in un film d’azione e di sentimenti, ironico e disordinato. Tra rivoluzionari in fuga e famiglie disfunzionali, Anderson costruisce un’epopea farsesca e commovente sull’America di oggi e di sempre, dove ogni lotta apre la strada alla successiva.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/battaglia-dopo-altra-caos-vitale-paul-thomas-anderson-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/battaglia-dopo-altra-caos-vitale-paul-thomas-anderson-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando nel 1990 Thomas Pynchon, uno dei più celebrati scrittori americani viventi, oggi 88enne, pubblicò <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/vineland-thomas-pynchon-9788806248604/" rel="noopener"><em>Vineland</em></a> fu una sorpresa perché era un testo scorrevole, leggero, divertente e accessibile.  Fino ad allora, la sua narrativa era caratterizzata dalla frammentazione, dal paradosso, dal citazionismo e dal rimando ad autori del passato. Caratteristiche dei lavori degli esponenti della letteratura postmoderna. Tutti elementi che mettono ancor oggi a prova la simpatia del lettore verso l’autore e le sue opere.  La sceneggiatura e l’adattamento cinematografico che il regista statunitense Paul Thomas Anderson ha costruito con <em>Una battaglia dopo l’altra</em> ricalca le caratteristiche della scrittura di Pynchon potenziando la scorrevolezza, l’azione e l’umorismo in un film di 162 minuti. </p>
<p>I film sono sempre più lunghi perché l’avvento del digitale ha drasticamente abbattuto i costi di lavorazione e i produttori e i distributori, pensando al ritorno al botteghino e sulle piattaforme streaming on demand, per attrarre autori e attori, mettono a disposizione ingenti risorse economiche. L’investimento della produzione per <em>Una battaglia dopo l’altra</em> pare sia stato intorno ai 130 milioni di dollari per i costi di natura tecnica e 70 milioni di dollari per le spese di promozione. Nel weekend di apertura il film ha conquistato il primo posto al box office incassando 48,5 milioni di dollari a livello globale e risultando un discreto successo per il regista, visto il suo storico poco esaltante con i precedenti nove lungometraggi. Tuttavia con questo incasso le previsioni non sono rosee per rientrare interamente dalle spese (incassare 300 milioni di dollari). Questo è oggi l’andamento dell’industria cinematografica mondiale. </p>
<h2 id="lungo-il-muro-della-vergogna">Lungo il muro della vergogna</h2><p>Il film apre con la liberazione di un gruppo di migranti detenuti in uno dei centri di permanenza temporanea ed espulsione tra Stati Uniti e Messico, a opera di militanti rivoluzionari che agiscono in California e in Texas liberando le persone intrappolate e compiendo azioni terroristiche contro le sedi del potere finanziario. Il diritto d’asilo al confine tra Stati Uniti d’America e Messico è inesistente, in violazione degli obblighi nazionali e internazionali degli Stati Uniti in materia di diritti umani, come <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2025/02/the-right-to-seek-asylum-does-not-exist-at-u-s-mexico-border/" rel="noopener">ha denunciato</a> anche Amnesty International. Le violazioni di Trump nel <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cvgd3rz47j4o" rel="noopener">militarizzare i confini</a> sono solo l&rsquo;inasprimento della politica di respingimento iniziata nel 1993 con la costruzione della barriera di separazione tra gli Stati Uniti e il Messico, il muro messicano o muro di Tijuana, o anche il muro della vergogna, come lo chiamano i messicani. </p>
<p>La frontiera fra il Messico e gli Stati Uniti è la rotta migratoria via terra più pericolosa al mondo. Nel 2022, l&rsquo;anno più cruento dell&rsquo;ultimo decennio in quella zona, <a href="https://www.iom.int/news/us-mexico-border-worlds-deadliest-migration-land-route" rel="noopener">sono stati registrati</a> 686 profughi morti o dispersi. La sequenza d&rsquo;apertura del film rimanda agli anni &lsquo;80, ma è più che attuale, interessa i confini americani e gli americani - dice Anderson -, ma anche i nostri confini (Mediterraneo e rotta Balcanica) e noi italiani. Storie di confini, di muri e di respingimenti che si mantengono nel tempo a cui la sceneggiatura di Anderson rimanda lo spettatore. </p>
<p>La storia è quella di Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio), rivoluzionario e bombarolo che, anche per attrazione della combattente per la libertà Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor), si unisce al collettivo “French 75” (French 75 è il nome di un cocktail elegante a base di gin, succo di limone, sciroppo di zucchero e champagne appartenente alla famiglia degli sparkling, il preferito di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in <em>Casablanca</em>, diretto da Michael Curtiz). </p>
<p>Bob, con Perfidia, è una delle colonne portanti del gruppo di ribelli. Tra i due nascono una relazione e anche una figlia, Willa (l’esordiente Chase Infiniti). Cercano di costruire una vita comune, ma senza successo, e si dividono. Sedici anni dopo, il presente del film, Bob vive sotto falso nome insieme alla figlia adolescente: ha abbandonato la causa e conduce un’esistenza appartata, da reietto, rallentato dalle droghe. </p>
<p>Il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), riproduzione del sergente maggiore Hartman di <em>Full Metal Jacket</em>, diretto da Stanley Kubrick, a capo del centro di detenzione della sequenza iniziale del film, misogino e suprematista bianco ossessionato da Perfidia, non ha mai smesso di cercarli e il suo ritorno in scena innesca una catena di eventi che trascinano lo spettatore… da una battaglia all’altra.</p>
<p>Si partecipa a inseguimenti, fughe a piedi, auto che si fanno lentamente largo in un corridoio tra corsie, dossi che ostruiscono la vista anche nei rettilinei desertici (deserto di Chihuahua a El Paso) con il pericolo in agguato che calamita lo spettatore. </p>
<p>Compare anche il <em>Sensei</em> messicano (!) Sergio St. Carlos (Benicio Del Toro), maestro di arti marziali di Willa che supporta Bob nella sua fuga dalla caccia del colonnello Lockjaw. Del Toro si muove lento, parla poco, osserva tutto. È il punto di riferimento della comunità sudamericana di Baktan Cross (città immaginaria che è una combinazione di Eureka in California ed El Paso in Texas) che insieme ad amici e familiari nasconde numerosi migranti aiutandoli a passare la frontiera. Una digressione questa di Anderson per mostrare come il dramma di Bob e Willa sia parte di un contesto più vasto, in cui l&rsquo;oppressione nei confronti di poveri e minoranze può, in parte, essere fronteggiata anche attraverso la solidarietà e l&rsquo;unità comunitaria. </p>
<h2 id="una-farsa-preziosa-di-sentimenti-ed-emozioni">Una farsa preziosa di sentimenti ed emozioni</h2><p>Un film disordinato, ma ricco di sentimenti ed emozioni e forse proprio per questo disarticolato e piacevolmente farsesco in alcune sequenze. Il film è ricco di tanti messaggi: sulla genitorialità e i gap generazionali; le minoranze di genere, le fragilità e le disabilità; il femminismo della femminilità bellica («La fica è per la guerra, è un’arma»); le contrapposizioni politiche («Le rivoluzioni iniziano sempre per combattere dei demoni, poi succede che quei demoni combattano loro stessi»); la ribellione, che genera tenerezza, di Bob in vestaglia che urla «Viva la Revolución!» con il pugno alzato a Benicio del Toro in azione; i poteri paralleli e le sette segrete con i suprematisti bianchi che pregano San Nicola del Christmas Adventurers Club; i gruppi (un tempo) alternativi, ora costituiti anche da suore che coltivano e fumano marijuana. Un film che vuole stare dalla parte delle donne, con il limite che l’autore è un uomo, ma l’intenzione va apprezzata. Perché al centro del film, in particolare nella prima parte, è posta l’esplosiva combattente per la libertà Perfidia Beverly Hills, a cui subentra Willa nell’intera seconda parte, e poi perché Anderson ritaglia una parte non simbolica per  Shayna McHayle, nota agli appassionati di rap come New York MC Junglepussy, che interpreta una rivoluzionaria che ha quello stesso nome di battaglia, in una scena lunga e importante in cui partecipa a una rapina in banca, e per il dialogo successivo che la riguarda in una conversazione tra vili suprematisti bianchi.</p>
<p>Tra le tante suggestioni per lo spettatore, una prevalente, quella della famiglia disfunzionale, tema particolarmente di attualità negli Stati Uniti anche per la <a href="https://nypost.com/2023/02/02/more-than-80-see-us-as-a-dysfunctional-family-poll/" rel="noopener">generalizzazione alla politica</a> che ne è stata fatta. E tuttavia, anche nella visione della famiglia disfunzionale Anderson è “contro” perché nonostante le apparenze mostra una famiglia Ferguson che garantisce l’evoluzione di tutti i suoi membri. Certo in modo originale nei processi intrapsichici e interpersonali, ma di relazioni che soddisfano i bisogni, e almeno alcune funzioni della famiglia. Bob e Perfidia sono un punto di riferimento emotivo e affettivo per Willa, ne soddisfano (a modo loro) i bisogni fisici, psicologici ed emotivi. Willa cresce e impara a socializzare, a condividere le opinioni, la cultura, i rituali e le credenze dei suoi genitori.</p>
<h2 id="musica-e-letteratura-nel-gioco-dei-rimandi">Musica e letteratura nel gioco dei rimandi</h2><p>Un film ricco di rimandi che accomunano letteratura e filmografia postmoderna, così che Anderson fa dire a Benicio Del Toro: «Sai cosa è la libertà? Non avere paura, come Tom Cruise nei suoi film». O ancora, in una delle scene chiave del film l’ex-rivoluzionario Bob è sdraiato sul divano di casa, con addosso una vestaglia scozzese (come la vestaglia del mitico Drugo de <em>Il Grande Lebowski</em> dei fratelli Coen), intontito da alcol e marijuana, mentre sul piccolo schermo della televisione passano alcune immagini de <em>La battaglia di Algeri</em> di Gillo Pontecorvo: un riferimento politico e tematico, ma anche ritmico musicale con la colonna sonora scritta da Ennio Morricone. Sì perché Una battaglia dopo l’altra è anche un film musicale (pare che Anderson abbia curato anche la colonna sonora di Jonny Greenwood), e ha nel cast quattro musicisti, con un colpo di scena nello scegliere la cantautrice e coreografa Teyana Taylor nel ruolo di Perfidia. </p>
<p>Musica di repertorio, ma utilizzata con abilità e appropriatezza in ogni sequenza. C&rsquo;è anche un testo in spagnolo, <em>Perfidia</em>, una canzone del 1939 del cantautore messicano Alberto Domínguez e la scelta di Anderson non è casuale. Infatti tra le opere di Domínguez c&rsquo;è una canzone intitolata <em>Frenesi</em>, che ha dato il nome al personaggio di <em>Vineland</em> poi ribattezzato Perfidia… il cerchio dei rimandi si chiude.</p>
<p>Un piacevole romanzo americano, questo film ben recitato da un Leonardo DiCaprio (forse ispirato anche dal cachet di 25 milioni di dollari, pochi rispetto ai 5 milioni e mezzo vinti da Sinner in soli due set al Six Kings Slam, oltre alla racchetta d’oro alla premiazione) che accompagna una selvaggia e sensuale Teyana Taylor, con la rivelazione della talentuosa Chase Infiniti, un Benicio del Toro in un personaggio tagliatogli su misura e Sean Penn che con il suo colonnello Lockjaw magistralmente interpreta le anomalie, i paradossi e le contraddizioni di un’intera nazione.</p>
<p>Un film americano, sugli Stati Uniti contemporanei, ma non solo, di un regista americano da sempre individualmente contro che usa uno strumento di comunicazione culturale quale è il cinema. </p>
<p>Così il film si conclude con un suggerimento contro la politica odierna, autoritaria, rozza, reazionaria, populista: scendere in piazza a manifestare. È quello che fa Willa, salendo in macchina, sotto la pioggia, intraprendendo un viaggio di tre ore per manifestare con il supporto del padre Bob: perché c&rsquo;è una battaglia dopo un&rsquo;altra&hellip; sempre e ovunque nel mondo. È il titolo del film, ma è la citazione di una frase di Angela Davis: «Non ci sarà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l&rsquo;altra».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lost Land: il cinema ancora contro il silenzio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lost-land-cinema-ancora-contro-silenzio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lost-land-cinema-ancora-contro-silenzio/</guid><pubDate>Thu, 09 Oct 2025 18:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>Il festival di Venezia non ha premiato solo il docufilm La voce di Hind Rajab. Nella sezione Orizzonti ha attribuito il massimo riconoscimento al giapponese Akio Fujimoto per il suo ultimo lavoro, Lost Land, che racconta di due bambini Rohingya in fuga dalle persecuzioni. Mai così tanti come ora bambini e bambine che scappano da guerre e aggressioni. E il cinema lo racconta. Nell&amp;amp;rsquo;immagine, una scena tratta dal film.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lost-land-cinema-ancora-contro-silenzio-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lost-land-cinema-ancora-contro-silenzio-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il cronico crimine di guerra di cui è vittima il popolo palestinese ad opera del governo israeliano e dei suoi sodali, così come l’invasione russa dei territori ucraini iniziata nel 2014 e intensificata a partire dal febbraio 2022, hanno distolto la già bassa attenzione dell’opinione pubblica non solo dagli altri conflitti in corso in oltre 50 Paesi nel mondo, ma dall’intensificarsi dei flussi migratori da parte di una moltitudine di persone in fuga da guerre o disastri climatici.</p>
<p>La Flotilla ha risvegliato una maggioranza di cittadini sonnolenta, delusa, impotente e rassegnata a manifestare almeno la propria contrarietà, ripudiando la guerra come previsto dalla Costituzione (art.11). Ma anche il cinema ha contribuito a scuotere le coscienze assegnando il Leone d’argento Gran premio della Giuria di Venezia 82 al docufilm <em>La voce di Hind Rajab,</em> della regista tunisina Kaouther Ben Hania, facendoci vedere la drammaticità di quello che subiscono le vittime: una realtà offuscata, taciuta, manipolata, contraddetta. Situazione comune a tutte le guerre, in particolare nei conflitti moderni sempre più ibridi, dove ai mezzi e metodi convenzionali le strategie di guerra associano mezzi non convenzionali, quali attacchi informatici, campagne di disinformazione, sabotaggio, manipolazione delle informazioni e interferenze politiche o economiche.</p>
<p>Di queste guerre ibride le vittime sono le popolazioni direttamente esposte nelle zone di conflitto, ma anche coloro che per delusione o disattenzione rinunciano a interpretare situazioni e azioni che negano i diritti… perché di altri, perché lontani.</p>
<h2 id="milioni-in-movimento">Milioni in movimento</h2><p>Il numero di migranti internazionali nel mondo nel 2024 è stato stimato dalle Nazioni Unite in 304 milioni, un valore quasi doppio di quello del 1990 (154 milioni). Un aumento dei rifugiati, dei richiedenti asilo e delle altre persone sotto protezione internazionale attribuibile in gran parte alle crisi umanitarie in diversi Paesi del mondo. In termini relativi è l’Oceania a presentare con il 21,5% la quota di migranti più elevata rispetto alla popolazione, seguita dal Nord America (15,9%), dall’Europa (12,6%) e dal Nord Africa e dall’Asia Occidentale (9,3%).</p>
<p>I bambini in fuga non sono mai stati tanti come oggi: il numero dei bambini sfollati in tutto il mondo è salito a 50 milioni, secondo l’Unicef. Le maggiori vie di fuga nel mondo sono la «rotta del Mediterraneo centrale», la «rotta dell’Asia sud-occidentale», la «rotta dell’Africa orientale» e la «rotta dell’America centrale». Percorsi tortuosi e multidirezionali, pericolosi per la sopravvivenza, che fanno lunghe deviazioni, attraversando più Paesi per raggiungere quelli di destinazione.</p>
<p>Nei primi mesi del 2025 l’Italia è il Paese europeo in cui è sbarcato il maggior numero di migranti: circa 30mila, un aumento del 16 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024, ma un calo del 54 per cento rispetto al 2023. In media gli arrivi dei primi sei mesi sono quasi il 40 per cento di quelli totali di fine anno.</p>
<p>Ed è ancora il cinema a illuminarci la visione del reale. In tema di migrazione la lista sarebbe lunga e di qualità. Possiamo ricordare <em>Green Border</em> di Agnieszka Holland del 2023, che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria a Venezia 80, a raccontare la disumanità ai confini d&rsquo;Europa attraverso la storia di una famiglia siriana che da Minsk cerca di raggiungere il confine tra Bielorussia e Polonia e, una volta entrata nell&rsquo;Unione Europea, raggiungere dei parenti in Svezia.</p>
<p>La giuria di Venezia 82 nella sezione <em>Orizzonti</em> ha osato maggiormente che non in quella del Concorso e ha premiato il giapponese Akio Fujimoto per il suo ultimo lavoro, <em>Lost Land</em> (Harà Watan). Il cineasta giapponese, attento con le sue opere a descrivere i flussi migratori in Giappone provenienti dalla Birmania (in <em>Passage of life</em>) o dal Vietnam (in <em>Along the Sea</em>), questa volta documenta, con la finzione della recitazione (comunque di attori non professionisti), la verità del vissuto di uno delle migliaia di viaggi della speranza, lunghi, pericolosi, disumani. Finzione e documentario per narrare la fuga di alcuni appartenenti alla minoranza Rohingya dalla Birmania in Bangladesh, per passare in Thailandia e arrivare (in pochi) in Malesia.</p>
<p><em>Lost Land,</em> girato in gran parte in Malesia, è stato realizzato con la partecipazione dell’associazione per rifugiati <a href="https://grassrootsjusticenetwork.org/" rel="noopener">Elom Initiatives</a>, un&rsquo;organizzazione attiva a Kuala Lumpur dal 2017 per supportare la comunità dei rifugiati in Malesia con programmi di istruzione, emancipazione femminile, prevenzione sanitaria e sostentamento.</p>
<h2 id="lost-land-racconta-di-un-popolo-tra-i-più-perseguitati">Lost Land racconta di un popolo tra i più perseguitati</h2><p>Paese d’origine dei Rohingya è il Myanmar (Birmania), afflitto da una crisi umanitaria causata da conflitti diffusi, disastri naturali, epidemie, contaminazione da ordigni esplosivi e mine antiuomo e collasso economico. A metà del 2024, il Myanmar si collocava al secondo posto a livello mondiale per intensità di conflitto e al quarto per rischio civile, con il 43% della popolazione esposta a conflitti. È anche tra i tre Paesi più colpiti da eventi meteorologici estremi, dovendo affrontare gravi shock come cicloni e inondazioni.</p>
<p>La popolazione dei Rohingya è una delle più perseguitate al mondo. Originari del Rakhine, territorio della Birmania occidentale al confine con il Bangladesh, sono di religione musulmana sunnita. È un popolo di oltre un milione di persone (sui 50 milioni di birmani), che risiede in Myanmar da secoli, da sempre duramente discriminato per ragioni religiose, sia da parte musulmana, sia buddista. Lo scontro etnico-religioso si è inasprito dopo l&rsquo;indipendenza dalla colonizzazione inglese. I Rohingya ancora oggi vivono nella condizione di “popolo senza Stato” e, in mancanza dello status di cittadini, sono particolarmente vulnerabili.</p>
<p>A partire dal 2017, anno caratterizzato dall&rsquo;acutizzarsi delle violenze, oltre 730.000 Rohingya si sono rifugiati nei campi profughi in Bangladesh; il 60% dei rifugiati sono bambini. Dopo il colpo di Stato del febbraio 2021 con la presa del potere da parte dell’esercito e l’arresto della leader birmana Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace nel 1991), la catastrofe umanitaria è diventata, se possibile ancora più grave, segnata dal crescere della violenza e degli arresti, aumentando i timori per tutta la società civile birmana, ma in particolare per il genocidio del popolo dei Rohingya già formulato dal Tribunale Permanente dei Popoli nella sessione svoltasi in Malesia nel settembre 2017.</p>
<p>I protagonisti di <em>Lost Land</em> sono ancora dei bambini: Shafi, quattro anni, e la sorella Somira, nove, lasciano un campo profughi in Bangladesh per intraprendere un viaggio verso la Malesia nella speranza di raggiungere uno zio là rifugiato. <em>Lost Land</em> non è solo cinema di denuncia sociale e politica, è cinema. Lo sono le sequenze in cui Shafi e Somira giocano a nascondino, anche in condizioni apparentemente assurde, e, come fanno i bambini, s’inventano un proprio mondo in cui cercano rifugio dalla cattiveria degli adulti e da quello che vedono e soffrono. Un cinema che rappresenta una intera comunità senza riconoscimento identitario se non quello fiducioso riposto nell’immaginario dei bambini, ma che si tiene lontano dal moralismo melenso e ipocrita di molti film con i bambini protagonisti (<em>I bambini ci guardano</em> di De Sica e Zavattini del 1943 come esempio per rimanere in Italia e a uno dei momenti storici che ha poi segnato una lunga produzione). <em>Lost Land</em> e <em>La voce di Hind Rajab</em> sono una denuncia del comportamento degli adulti a giudizio dei bambini: ruoli invertiti che dovrebbero farci riflettere e (re)agire.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fare chiarezza su tutte le energie in un libro di Gianluca Ruggieri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri/</guid><pubDate>Fri, 03 Oct 2025 08:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giulia Negri</dc:creator><category>ambiente</category><description>Gianluca Ruggieri, in &amp;amp;ldquo;Le energie del mondo&amp;amp;rdquo; (Laterza, 2025), offre un’analisi chiara e documentata su fossili, nucleare e rinnovabili, smontando falsi miti e ideologie, spiegando dati e tecnologie, e mostrando costi e sfide della transizione energetica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«In Italia il dibattito pubblico sull’energia ha la brutta tendenza a divagare su temi in realtà poco rilevanti (come il nucleare) mentre perde di vista le grandi dinamiche in corso (la crescita impetuosa dell’energia rinnovabile e degli accumuli elettrici), ignora le conseguenze pratiche della dipendenza dalle fonti fossili e sopravvaluta gli impatti e i costi delle alternative».</p>
<p>Gianluca Ruggieri, nel suo <em>Le energie del mondo. Fossile, nucleare, rinnovabile: cosa dobbiamo sapere</em> (Editori Laterza, 2025), fa esattamente ciò che promette nel titolo, rispondendo a possibili dubbi o domande in materia, e scrive un’analisi lucida e documentata su uno dei temi più caldi del momento. «In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri interlocutori è quella di essere ideologici. Ma è possibile fare un dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della civiltà umana per come la conosciamo? La nostra visione del mondo e di ciò che contiene, ovvero la nostra ideologia, influenzerà sempre e comunque l’interpretazione che diamo della realtà e le scelte che decidiamo di compiere — e per fortuna è così. Il punto è poterci ancorare a qualche certezza di fondo, così da diventare indipendenti, quantomeno nelle nostre opinioni», scrive Ruggieri.</p>
<p>Si fa presto, infatti, a parlare di energia: all’inizio impariamo subito a comprendere e distinguere concetti molto diversi, come energia e potenza, energia elettrica ed “energia e basta”, o termica, se si vuole essere precisi, energia primaria, energia finale ed energia utile. Bisogna aver ben chiaro di quale stiamo parlando, per confrontare eventuali dati in maniera corretta e sensata.</p>
<p>Prima della rivoluzione industriale, circa il 70% dell’energia meccanica veniva fornito dalla forza muscolare umana, il 30% da quella animale: l’avvento del fossile ha permesso lo sviluppo e la diffusione di macchinari moderni. «Alla fine del XX secolo ogni persona sul pianeta aveva a disposizione (in media) l’equivalente dell’energia prodotta da 20 schiavi che lavorassero a suo servizio al massimo dell’intensità, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno», scrive ancora Ruggieri. È il caso di dire, perciò, che il fossile “ha fatto anche cose buone”. Non possiamo ignorarlo. Dobbiamo, però, tenere conto di quello che è il suo costo, non solo in termini di riscaldamento globale. Negli ultimi settant’anni, infatti, la storia degli approvvigionamenti energetici è legata a doppio filo con quella di guerre e invasioni: abbiamo pagato petrolio e gas naturale con il sangue e/o venendo a patti con regimi autoritari e antidemocratici. Ma, nonostante questo, non siamo mai “al sicuro”, come l’invasione dell’Ucraina ci ha mostrato recentemente. Poi, appunto, non si può non parlare della crisi climatica, e del costo sociale ed economico che porta con sé: milioni di morti, centinaia di milioni — se non miliardi — di persone costrette a migrare. «Per quanto possa costare la transizione ecologica, l’inazione sarebbe infinitamente più costosa. Non per il pianeta, ma per le società umane. Ogni grado di aumento della temperatura riduce il PIL mondiale del 12%».</p>
<p>Oltre ai gradi sul termometro, non bisogna scordare l’inquinamento: secondo alcuni studi, infatti, un quinto delle morti a livello globale sarebbe da imputare alla pessima qualità dell’aria. Anche l’estrazione non è priva di problemi, tutt’altro. In più, c’è il problema dello spreco: per produrre energia dalle fonti fossili bisogna passare tramite una combustione, e tutte le tecnologie termiche sono inefficienti. Ogni volta sprechiamo più di quanto riusciamo a utilizzare. Ma perdiamo energia in tutte le fasi della filiera, dall’estrazione, alla lavorazione, al trasporto, alla produzione di energia elettrica o termica. Come scrive Ruggieri, «Il 62,5% dell’energia che usiamo non serve a niente, non svolge nessun lavoro. Semplicemente la buttiamo via perché le tecnologie termiche funzionano così». Verrebbe quasi da chiedersi perché non ci si sia sganciati prima dalla schiavitù del fossile: la verità non è solo che non ci siamo impegnati abbastanza, ma anche e soprattutto che c’era chi remava contro, per tutelare i propri interessi. Ottimi i consigli di lettura per saperne di più sono di <em>Mercanti di dubbi</em>, di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, e <em>I bugiardi del clima</em>, di Stella Levantesi.</p>
<p>Nel nostro piccolo, abbiamo sperimentato anche direttamente quanto le tecnologie termiche siano inefficienti: ricordate le lampadine a incandescenza? Le abbiamo utilizzate per un secolo, eppure solo il 5-10% dell’elettricità consumata veniva restituito come luce. Il resto scaldava solo l’aria. Ora impieghiamo lampadine che sono tra le 5 e le 7 volte più efficienti, e in genere durano fino a 20 volte di più. Nel caso delle tecnologie volte alla decarbonizzazione, però, il parametro dell’efficienza potrebbe essere fuorviante: se è vero che le centrali a gas e carbone raggiungono il 33-50%, i pannelli solari si attestano “solo” al 30%. La differenza, però, sta nel destino della risorsa impiegata: carbone, petrolio e gas, dopo la combustione, non ci sono più. Vento o radiazione solare, invece, non vengono consumati dall’uso, quindi ci sarebbe un miglioramento energetico anche a fronte di un’efficienza non eccelsa. Per chi sostiene che si tratti di contributi ancora marginali, suggerirei di riflettere sul fatto che siano, però, quelli in più rapida crescita. Non solo oggi, ma in generale, «a un ritmo senza precedenti nella storia del sistema elettrico globale». Ruggieri fa il confronto dei tempi impiegati dalle diverse fonti per passare da una produzione elettrica di 100TWh/annui a 1000TWh/annui (e questi ultimi sono oltre il triplo di quanta elettricità consumiamo in Italia in un anno): all’idroelettrico sono serviti 39 anni, al carbone 32, al gas 28, al nucleare e all’eolico 12. Il fotovoltaico ha impiegato 8 anni. E, cosa forse inaspettata, «la Cina da sola installa il doppio di eolico e fotovoltaico rispetto a tutti gli altri paesi sommati e ha raggiunto i suoi obiettivi per il 2030 con 6 anni di anticipo». Questa crescita così fulminea non era prevista nemmeno dall’International Energy Agency, che nel suo rapporto annuale World Energy Outlook — in cui analizza i possibili scenari futuri in ambito energetico — del 2015 ipotizzava che nel 2023 sarebbero stati installati 50TW di nuovi impianti fotovoltaici nel mondo. Il dato reale superava i 600TW…</p>
<p>Impariamo a conoscere le tecnologie di cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio, e del perché non siano tanto una soluzione, quanto più uno stratagemma, di cosa sia e come funzioni il mercato delle emissioni, tra limiti e successi, e della possibilità di introdurre una vera e propria tassa sulle emissioni. Importante anche limitare, sì, la nostra impronta individuale, ma senza perdere il focus su dove sia davvero la responsabilità — non è un caso che il primo calcolatore dell’impronta di carbonio sia stato sviluppato dalla ex British Petroleum, in una mirabile azione di greenshifting. Scopriamo tutti i colori dell’idrogeno, che dipendono da come viene prodotto, cosa sono i biocombustibili e quali sono le loro criticità, che spostarsi in un’auto a motore termico è, in fin dei conti, come farlo su una stufa (a ruote), utilizzando molta più energia del necessario, per poi analizzare nel dettaglio tutte le fonti rinnovabili.</p>
<p>Ne <em>Le energie del mondo</em> non può mancare la parte sul nucleare, sul quale giustamente Ruggieri scrive come sia complicato farsi un’idea oggettiva, pur non essendo una tecnologia nuova. Però, «I dati affidabili scarseggiano e la loro lettura appare influenzata da pregiudizi e premesse più o meno inconsapevoli». Con pochi esempi, spesso datati, con costi difficilmente confrontabili, informazioni non sempre di dominio pubblico — cosa che accade quando i programmi di sviluppo afferiscono all’ambito militare e non a quello energetico — e numerosi problemi di conflitti di interesse da parte di chi effettua le stime, non è banale tirare le somme, ma l’autore lo fa nel modo più razionale possibile.</p>
<p>Il libro è corredato da grafici, dati, interviste, approfondimenti, una nutrita bibliografia: la veste grafica è impressionante, in quello che credo sia l’unico saggio interamente a colori che ricordo di aver letto in tempi recenti, con i concetti più importanti già messi in evidenza, in arancione. Non è una lettura d’evasione, ma è un libro dietro al quale non è possibile non riconoscere il lavoro impressionante, e che permette a chiunque abbia interesse sul tema di comprendere tutte le sfaccettature di un argomento tanto attuale e impattante sulle nostre vite e sul nostro futuro.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’umanità perduta nelle guerre</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/umanita-perduta-guerre/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/umanita-perduta-guerre/</guid><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Renata Tinini</dc:creator><category>libri</category><description>Nel Novecento la promessa di un’umanità più giusta si è infranta contro genocidi, guerre mondiali, bombardamenti a tappeto e atrocità di massa. In &amp;amp;ldquo;Humanity&amp;amp;rdquo;, Jonathan Glover ha cercato di capire come sia stato possibile erodere la compassione e la dignità umana fino a ridurle al silenzio. La sua riflessione, oggi più che mai attuale, interroga la psicologia morale della guerra e la necessità di un’etica che argini la disumanizzazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio del XX secolo sembrava che l’umanità stesse liberandosi dal ciclo di guerre, barbarie e crudeltà che l&rsquo;aveva accompagnata per secoli. Dalla caduta di Napoleone erano infatti intercorsi quasi cento anni di pace pressoché ininterrotta, che facevano sperare in un futuro in cui i conflitti sarebbero stati risolti da una diplomazia sorretta da una condivisa legge morale. Come sono stati possibili, allora, gli 86 milioni di morti per cause di guerra nel periodo tra il 1900 e il 1989? Se queste morti fossero distribuite in pari misura in tutto il periodo (mentre circa i due terzi, cioè 58 milioni, sono dovuti alle due guerre mondiali), la guerra avrebbe ucciso 2.500 persone al giorno, ossia più di cento ogni ora del giorno e della notte per novant’anni.</p>
<p>Questi dati hanno portato nel 1999 il filosofo Jonathan Glover a interrogarsi sulle ragioni etiche e psicologiche della guerra, e in particolare degli orrori del ‘900, con un libro che sarebbe poi stato tradotto in italiano nel 2002, <a href="https://www.amazon.it/Humanity-Jonathan-Glover/dp/8842809705" rel="noopener"><em>Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo</em></a> (il Saggiatore, 2002). Non perché la barbarie appartenga solo al XX secolo, ma perché nella storia di questo secolo la tecnologia ha fatto la differenza e le decisioni di pochi hanno significato morte e orrore per milioni di altri individui.</p>
<p>E il XXI secolo non mostra certo un’inversione di tendenza. Secondo Oxfam Italia, ogni anno ci sono nel mondo almeno 100 conflitti armati in corso, considerando anche atti di violenza unilaterale da parte di gruppi armati organizzati. Il <a href="https://www.economicsandpeace.org/wp-content/uploads/2024/06/GPI-2024-web.pdf" rel="noopener">Global Peace Index del 2024</a>, pubblicato dall’Institute for Economics and Peace, mostra come nel 2024 fossero in corso 56 guerre, il numero più alto mai registrato dalla Seconda Guerra mondiale. Tra il 2018 e il 2023 gli Stati che utilizzano i droni a scopo militare è passato da 16 a 40, con un aumento del 150 per cento. Principalmente a causa dei conflitti in Ucraina e a Gaza, identificati come esempi di “guerre senza fine”, il livello medio di pace è peggiorato dello 0,56 per cento, sempre che i numeri abbiano un senso in questo contesto.</p>
<p>Proprio sul conflitto israelo-palestinese Glover ha pubblicato nel 2024 un testo, <em>Israelis and Palestinians: from the Cycle of Violence to the Conversation of Mankind</em>. Il libro stava per andare in stampa quando l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la reazione del governo israeliano lo ha reso ancora più attuale, come l’autore precisa nella prefazione. Il titolo riprende un termine del filosofo inglese Michael Oakeshott che potremmo tradurre come “dialogo tra esseri umani”. Partendo da una citazione di Orwell sulla guerra civile spagnola, «Tutti credono nelle atrocità del nemico e negano quelle della loro parte senza nemmeno esaminare le prove», Glover sostiene che il dialogo può prendere diverse forme, che vanno dall’esperimento della West-Eastern Divan Orchestra di Barenboim e Said al riconoscimento dei traumi reciproci, così da costruire una memoria condivisa, come si è cercato di fare in Sudafrica. Bisogna arginare i governanti che spesso alimentano il circolo vizioso di violenza e vendetta, sordi alle richieste di popoli che vogliono vivere in pace, portare i figli a scuola e passare del tempo con gli amici. Nel libro, Glover non prospetta facili ricette, ancora meno facili da proporre oggi dove è in corso la sistematica distruzione di Gaza e il perseguimento a tappe forzate di un progetto di genocidio da parte di Israele.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/umanita-perduta-guerre-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="3400" height="2706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ma torniamo al libro <em>Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo,</em> che nasceva dal tentativo di arricchire la comprensione dei fatti storici con domande filosofiche di natura morale. Il reciproco massacro della Prima guerra mondiale, la carestia terroristica dell’Ucraina, i Gulag, Auschwitz, Dresda, la ferrovia che i giapponesi fecero costruire ai prigionieri inglesi in Birmania, Hiroshima e Nagasaki, il Vietnam, la Rivoluzione culturale cinese, la Cambogia, il Ruanda, il crollo della Jugoslavia, sono tutte tessere di un puzzle agghiacciante, che ha come minimo comune denominatore l’erosione dell’umana compassione e dell’identità morale. Aggiungeremo oggi la guerra russo-ucraina, il conflitto israelo-palestinese, la situazione in Pakistan, Haiti, Yemen, Siria, Etiopia,  Sudan del Sud, Mali, Niger, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar. Nell’analizzare gli eventi storici Glover approfondisce la psicologia morale della guerra e del commettere atrocità – sia nel combattimento ravvicinato che in quello a grande distanza – distinguendola dalla violenza di massa non specificamente legata al contesto bellico, come gli assassini politici di Stalin, il razzismo di Hitler o il tribalismo del Ruanda. </p>
<h2 id="la-compassione-negata">La compassione negata</h2><p>Per quanto riguarda la guerra, l’autore traccia un percorso che va dal combattimento corpo a corpo della Prima guerra mondiale allo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, percorso caratterizzato da una graduale disumanizzazione del nemico, cui si nega dignità umana per poterlo cacciare e uccidere. La compassione viene così indebolita selettivamente, i soldati sono solidali tra di loro ma spietati con il nemico, visto come sub-umano o animale: i vietnamiti erano <em>gooks</em> (sporchi gialli) e lo sterminio dei soldati che battevano in ritirata durante la guerra del Golfo era chiamato “caccia al tacchino”. In questo panorama si stagliano isolati alcuni episodi in cui l’umanità ha il sopravvento, e il nemico torna a essere uomo. Il caso più clamoroso fu quello del Natale del 1914, quando soldati tedeschi e scozzesi uscirono dalle trincee, familiarizzarono col nemico e organizzarono una partita di calcio, vinta per 3 a 2 dai tedeschi, che suscitò le ire dei comandanti. </p>
<p>È chiaro che i comandi militari non potevano – e non possono – accettare che la compassione, il senso di umanità condivisa, aprano una breccia nell’armatura da robot costruita attorno al soldato. L’avvento del combattimento a distanza fu in questo senso determinante, ed è per questo che la tecnologia è la cifra delle atrocità del XX secolo. Glover ricostruisce le fasi principali dello scivolamento verso le uccisioni di massa a grande distanza, soprattutto di civili. È come se, messo in moto il meccanismo, nessuno avesse saputo o voluto fermarlo. A dare il via a questa china scivolosa fu il blocco navale effettuato dal governo inglese ai danni della Germania durante la Prima guerra mondiale: è difficile calcolarne il numero di vittime, le stime comunque si aggirano attorno agli 800.000 morti. Il blocco fu determinante sia per la nascita del risentimento nazionalistico tedesco sia, soprattutto, perché aveva creato un pericoloso precedente, dando il la alla formazione di una nuova psicologia della guerra, aperta allo sterminio in massa della popolazione civile. I politici inglesi non avevano certo in mente di affamare o rendere rachitici i bambini tedeschi ma, come nota Glover «l’identità morale è meno minacciata se le morti sono provocate negativamente, e se avviene indirettamente attraverso le azioni di molte persone, diluendo così il senso di responsabilità individuale». </p>
<h2 id="bombardamenti-a-tappeto-la-guerra-se-la-prende-con-i-civili">Bombardamenti a tappeto: la guerra se la prende con i civili</h2><p>Il blocco navale contro la Germania costituì il precedente dei bombardamenti aerei “convenzionali” contro popolazioni civili durante la Seconda guerra mondiale. La campagna di bombardamenti aerei si svolse in tre fasi distinte: nella prima, la tattica fu di bombardare esclusivamente gli obiettivi militari; non potendo essere abbastanza precisi, soprattutto durante i bombardamenti notturni, nella seconda fase gli Alleati passarono al bombardamento indiscriminato “a tappeto” (o, meglio, passarono dal bombardamento “a tappeto” non intenzionale a quello voluto); nell’ultima fase, dall’estate del 1944, pur avendo gli Alleati il dominio totale dei cieli e pur essendo possibile il bombardamento di precisione, l’obiettivo continuò a essere la popolazione civile. L’idea era che in questo modo si sarebbe fiaccato il morale del nemico, spingendolo a sollevarsi contro Hitler. Il risultato fu invece una maggiore coesione interna dei tedeschi e un ritardo nella fine della guerra.</p>
<p>Nei bombardamenti su Amburgo, tra il 24 luglio e il 3 agosto 1943, morirono circa 40.000 persone, in una tempesta di fuoco al cui centro la temperatura era di circa 800°. Racconta un testimone: «Donne e bambini erano carbonizzati al punto da essere irriconoscibili; quelli che erano morti per mancanza d’ossigeno erano stati meno consumati dal fuoco, ma i cervelli erano fuoriusciti dalle tempie esplose, e così gli intestini dalle parti molli sotto la cassa toracica». Il 13 febbraio 1945, a guerra ormai decisa, fu ripetutamente bombardata Dresda: più di 30.000 persone furono uccise e ai sopravvissuti occorsero più di tre mesi per seppellire i cadaveri. </p>
<h2 id="distanza-e-frammentazione-delle-responsabilità">Distanza e frammentazione delle responsabilità</h2><p>Ma quale struttura psicologica rese possibili simili gesti? Glover ricorda ancora una volta il ruolo fondamentale della distanza, la gente su cui cadevano le bombe era sempre lontana e invisibile, e la frammentazione della responsabilità, per cui ciascuno si sentiva solo una piccola parte di un grande ingranaggio manovrato da altri. </p>
<p>È questa la strada che portò a Hiroshima. Di primo mattino, il 6 agosto 1945, la bomba atomica chiamata “Little Boy” fu sganciata dall’Enola Gay su Hiroshima. L’esplosione provocò un enorme spostamento d’aria e liberò luce, calore e radiazioni nucleari. La temperatura al centro dell’esplosione era di circa 3.000°C. Molti vennero ridotti in cenere, le scene di orrore non avevano fine: «Vi era gente con gli intestini e il cervello che uscivano, occhi, nasi, orecchie erano completamente bruciati…». La bomba causò 140.000 morti, che salirono presto a 200.000 vista l’alta mortalità dei mesi successivi e che continuarono negli anni poiché si registrò un forte aumento delle leucemie e dei disordini genetici e cromosomici indotti dalle radiazioni. </p>
<p>Perché non si era pensato a una dimostrazione del potenziale distruttivo della bomba in un qualsiasi luogo deserto, per intimidire i giapponesi senza sterminarli? Il rifiuto di una dimostrazione innocua avvenne per le pressioni dei militari, che il presidente Truman era troppo debole per tenere a freno. Truman e i suoi ministri pensavano anche all’impressione che l’esplosione avrebbe fatto sull’Unione Sovietica, e in definitiva la decisione fu presa in una sorta di “vuoto morale”, che riguardò come è noto anche la maggior parte degli scienziati coinvolti nel progetto Manhattan, come ricorda Pietro Greco nel libro <a href="https://lasinodoroedizioni.it/catalogo/fuori-collana/latomica-e-le-responsabilita-della-scienza/" rel="noopener"><em>L’atomica e le responsabilità della scienza</em></a> (L’Asino d’oro, 2025). </p>
<p>Ma non è inevitabile che la politica agisca in modo così spietato. Nel 1962 Stati Uniti e Unione Sovietica evitarono la catastrofe nucleare, innescata dalla crisi dei missili di Cuba, riuscendo a sfuggire alla “trappola hobbesiana”, cioè alla decisione di usare per primi la violenza per paura della potenza dell’altro. Sia Kennedy sia Kruscev riuscirono a contenere lo strapotere dei militari, la cui deriva è spesso causa di guerre, e collaborarono per la pace. Kruscev scrisse a Kennedy una lettera personale che esprimeva la sua ripugnanza per la guerra e Kennedy, che aveva da poco letto <a href="https://neripozza.it/libro/9788854522183" rel="noopener"><em>I cannoni d’agosto</em></a> (tr. it. Neri Pozza) di Barbara Tuchman sullo scoppio della Prima guerra mondiale, in quei giorni parlò spesso con i suoi collaboratori di come tedeschi, inglesi, francesi, russi, austriaci fossero caduti nel vortice della guerra per «stupidità, antipatie personali, incomprensioni, complessi di superiorità o di inferiorità». La crisi si risolse grazie a un compromesso: Kruscev fu costretto a quella che parve un’umiliante ritirata, accettando che Kennedy non rendesse pubblico lo scambio, cioè il ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia contro quello dei missili sovietici da Cuba. Fu così evitata una terza guerra mondiale, e le colombe prevalsero sui falchi imponendo la loro ripulsa morale per una decisione che avrebbe significato morte e distruzione per milioni di persone. </p>
<h2 id="tribalismo-nazionalismo-e-genocidi">Tribalismo, nazionalismo e genocidi</h2><p>Le uccisioni di massa del XX secolo non sono avvenute solo durante guerre guerreggiate. Il caso prima ricordato di Gaza ne è un esempio, sul quale grava <a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session60/advance-version/a-hrc-60-crp-3.pdf" rel="noopener">pesantissimo il giudizio di genocidio proposto dagli esperti dalle Nazioni Unite</a> in capo allo Stato di Israele.</p>
<p>Anche ciò che avvenne in Ruanda verso la metà degli anni Novanta non fu una guerra ma un genocidio: quello dei tutsi da parte degli hutu. Le tribù hutu e tutsi non erano così divise come si potrebbe credere: parlavano la stessa lingua, avevano una cultura comune e vi erano tra i loro membri molti matrimoni misti. Il genocidio non fu un’esplosione spontanea di odio tribale, ma venne pianificato per ragioni politiche, in pratica per scongiurare un cambio della guardia al governo del paese. Fuori del Ruanda, le reazioni internazionali oscillarono tra l’indifferenza e una compassione che non si tradusse in azioni atte a fermare il massacro. Le Nazioni Unite non poterono intervenire per la mancanza dell’appoggio degli Stati Uniti, i quali aggirarono l’obbligo legale internazionale di agire contro i genocidi dando istruzioni ai funzionari del Dipartimento di Stato di non usare mai, a proposito del Ruanda, il termine “genocidio”. </p>
<p>Ciò che accadde nella ex-Jugoslavia è storia recente che ancora brucia. Il grande filosofo seicentesco Thomas Hobbes vedeva una sola strada per uscire dalla trappola della reciproca paura e della reciproca violenza: il Leviatano, un’autorità abbastanza forte da imporre la pace e da farla rispettare. Hobbes avrebbe potuto riconoscere in Tito il Leviatano della Jugoslavia. Ma l’equilibrio federale, imposto dall’alto, non aveva messo radici abbastanza profonde per poter sopravvivere alla scomparsa di Tito e l’ostilità “tribale” tra le repubbliche jugoslave, sapientemente fomentata, portò alla spirale di odio e morte che ebbe nell’assedio di Sarajevo il suo atroce paradigma. Nella ex-Jugoslavia circa il 40% delle famiglie era di etnia mista, quindi non dovevano essere in molti a volere conflitti etnici. Anche in questo caso, però – secondo la convincente ricostruzione di Glover – il potere seppe utilizzare l’istinto tribale per i suoi scopi. E le Nazioni Unite, accusa Glover, si rivelarono tutt’altro che un Leviatano. </p>
<p>Ma al di là delle analisi politiche, il filosofo si interroga sulle radici del conflitto tribale, superando la mera lettura “sociobiologica” dell’identificazione con il gruppo e della rivalità tra gruppi come aspetti naturali e integrandola con quella psicologica. </p>
<p>Nel nazionalismo la componente psicologica è fondamentale e una nazione è soprattutto una “comunità immaginata”. Uno dei punti di forza del nazionalismo è il contributo che può dare al rispetto di sé. Il filosofo Isaiah Berlin cita la nozione kantiana del “<a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845910746" rel="noopener">legno storto</a>” riferendosi, fra l’altro, al nazionalismo quale reazione all’oppressione e all’umiliazione, teoria che ben si attaglia alla situazione della Germania degli anni Venti. I seguaci di Hitler condividevano il suo rancore per la disfatta subita nella Prima guerra mondiale e una reazione comune consistette nel trovare dei capri espiatori: gli ebrei. Il nazionalismo di Hitler era di tipo tribale, basato non su una cultura comune ma su un’unità razziale, e divenne il programma politico di una nazione, secondo Glover, grazie a un pericoloso miscuglio di predisposizione all’obbedienza, conformismo, fede cieca e incrollabile, disumanizzazione del nemico.</p>
<p>Disumanizzazione che implicava - è bene ripeterlo - una distanza psicologica tra assassini e vittime. Nei campi gli internati erano trattati come animali, così come le vittime di orribili sperimentazioni mediche erano viste come cavie da laboratorio. Il gruppo chimico I.G. Farben scriveva da Auschwitz: «In relazione alla sperimentazione di un nuovo farmaco ipnotico, vi saremmo grati se poteste procuraci un certo numero di donne [&hellip;] Abbiamo esaminato la vostra proposta ma riteniamo eccessivo il prezzo di 200 marchi per soggetto. Possiamo proporvi una cifra non superiore ai 170 marchi a testa [&hellip;] Ricevute le 150 donne che avevamo ordinato. Nonostante le condizioni di deperimento, le riteniamo soddisfacenti [&hellip;] Eseguita la sperimentazione. Tutti i soggetti deceduti. Presto ci rimetteremo in contatto con voi per l’invio di un nuovo carico». </p>
<h2 id="la-frittata-di-stalin-mao-e-pol-pot">La “frittata” di Stalin, Mao e Pol Pot</h2><p>Tra le atrocità del XX secolo il libro di Glover annovera anche i 20 milioni di vittime del periodo stalinista, uccise da un regime che aveva fatto del terrore, dell’atomizzazione e del sospetto i suoi strumenti di controllo, in un delirio religioso di culto della personalità, dove il sistema fideistico implicava l’impegno a credere nell’assoluta bontà del fine e nell’inevitabilità dei mezzi utilizzati. Come scrisse Stalin nella sua poesia <em>Piazza Rossa</em>: «I russi possono anche aver fame e non aver vestiti né agi / ma non si può fare una frittata senza rompere le uova». Sempre secondo Glover, i veri eredi spirituali di Stalin non furono tanto i leader sovietici che gli succedettero, quanto piuttosto Mao Zedong in Cina e Pol Pot in Cambogia. La Rivoluzione culturale, a partire dal 1966, creò un clima di fanatismo e paura che coinvolse gran parte dei cinesi, come persecutori o come vittime, nell’obiettivo di creare una nuova identità morale, strettamente legata all’impegno totale verso la Rivoluzione. Ma la vetta più alta delle atrocità commesse in nome del fideismo cieco fu forse raggiunta dai Khmer rossi in Cambogia che, in nome di un’ideologia che mescolava stalinismo, maoismo e il mito agricolo dell’antico regno di Angkor, uccisero più di due milioni di persone su una popolazione di otto milioni di abitanti, svuotarono le città, sterminarono gli intellettuali, torturarono e uccisero in modo efferato. </p>
<p>Se ciò che è accaduto nel XX e continua ad accadere nel XXI appare come inestricabilmente legato alla psicologia dell’essere umano, spetta ancora all’uomo costruire un argine contro il mostro sempre in agguato, che spesso non è fuori ma dentro di noi. La risposta di Glover, che emerge ogni qualvolta riecheggia la sua domanda «Dov’erano i filosofi?», guarda a un’etica centrata sull’umano, e non su astratti valori, sulla partecipazione umana al destino altrui che non sia indebolita dalla distanza, fisica o psicologica, e che metta in scacco il conformismo e la cieca obbedienza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Per favore vieni! La voce di Hind e il cinema contro il silenzio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio/</guid><pubDate>Fri, 19 Sep 2025 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>pace</category><description>La storia di Hind Rajab, uccisa a sei anni insieme ai soccorritori che cercavano di salvarla, diventa un film che intreccia documentario e finzione per restituire la forza della sua voce e denunciare l’impotenza di fronte alla guerra. Diretto da Kaouther Ben Hania e sostenuto da grandi nomi del cinema internazionale, La voce di Hind è un’opera che invita a ricordare, a testimoniare e a non tacere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/favore-vieni-voce-hind-cinema-contro-silenzio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì 29 gennaio 2024, primo pomeriggio; nella Striscia di Gaza è in corso l’offensiva Spade di ferro, lanciata da Israele. Hind Rajab, bambina palestinese di 6 anni, è in auto, una Kia Picanto, con lo zio, la zia e tre cugini, a una stazione di servizio a Tel Al-Hawa, quartiere a sud di Gaza City. Stanno fuggendo, mentre la mamma di Hind e i fratelli più grandi sono scappati a piedi. I carri armati israeliani hanno preso di mira l’auto, causando la morte degli occupanti a eccezione di Hind, unica sopravvissuta in un’automobile crivellata di colpi (355 pallottole, una massa di lamiere contorte). Hind con il cellulare cerca di contattare i servizi di emergenza e dall’altro capo del telefono i soccorritori della Palestine Red Crescent Society (PRCS), cercano di calmarla e assisterla, mentre chiedono all’esercito israeliano di poterla raggiungere. Per tre ore Hind resta al telefono finché la sua chiamata si interrompe bruscamente. Nel frattempo la PRCS ha inviato due paramedici in suo aiuto, ma anche l&rsquo;ambulanza viene distrutta e i paramedici uccisi. Solo 12 giorni più tardi, quando i soldati israeliani si sono infine allontanati, una squadra della protezione civile palestinese ha raggiunto la zona trovando le vittime e la loro auto. A 50 metri dall&rsquo;auto giace l&rsquo;ambulanza carbonizzata.</p>
<p> Avvalendosi di tecniche di geolocalizzazione e di analisi audiovisive, il gruppo di ricerca inglese Forensic Architecture <a href="https://forensic-architecture.org/investigation/the-killing-of-hind-rajab" rel="noopener">ha documentato</a> che è stato un carro armato dell’esercito israeliano a uccidere Hind e i paramedici Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun. Sebbene alcune inchieste giornalistiche, tra cui quelle del quotidiano statunitense <em>The Washington Post</em> e di <em>Sky News</em>, oltre al lavoro di Forensic Architecture abbiano identificato con alta probabilità il carro armato che ha fatto fuoco sulla Kia Picanto e sull’ambulanza dei soccorritori, e il militare che era a capo del mezzo, le forze armate israeliane (Idf) non hanno mai ammesso la propria responsabilità. </p>
<blockquote>
<p>«Pronto, zio, resta con me!»<br>
«Raccontami cosa è successo. Sei nascosta?»<br>
«Sono da sola. Non c’è nessuno con me, ho solo un fratello. È a casa con la mamma».<br>
«Non sento il tuo nome. Io sono Omar. E tua sorella?»<br>
«Vieni a prendermi! Non ho sorelle»<br>
«E accanto a te?» <br>
«C’è solo Sara».<br>
«È ferita, può parlare?» <br>
«Dorme. Sono sola».<br>
«Lasciala dormire».<br>
«Ma sono tutti morti, ti ho detto che sono morti: tutta la mia famiglia!»<br>
«Nasconditi sotto i sedili. Non farti vedere. D’accordo?» <br>
« Sì»<br>
« Dove sono i tuoi genitori? » <br>
« Non c’è nessuno. Stanno sparando! Ci stanno sparando. Il carro armato è accanto a me!»</p></blockquote>
<h2 id="la-protesta">La protesta</h2><p>Il 30 aprile 2024, quando i manifestanti della Columbia University hanno preso possesso della Hamilton Hall, una sala notoriamente occupata dagli studenti nelle proteste del 1968 contro la guerra del Vietnam e contro il razzismo negli Stati Uniti, l’hanno ribattezzata Hind’s Hall, facendo cadere un grande striscione dalle finestre sopra l’ingresso dell’edificio. <br>
Il 7 maggio 2024 il rapper statunitense di successo internazionale Macklemore pubblica il singolo <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Hind%27s_Hall" rel="noopener"><em>Hind’s Hall</em></a> in sostegno alle proteste degli studenti, criticando i finanziamenti stanziati dagli Stati Uniti all&rsquo;esercito israeliano, nonché l&rsquo;accettazione da parte dei politici statunitensi di donazioni delle lobby filo-israeliane. Macklemore accusa inoltre Israele di genocidio e di applicare politiche di apartheid, e fa riferimento alla Nakba e all’assassinio di uomini, donne e bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Tutti i profitti sono devoluti all&rsquo;Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&rsquo;occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).</p>
<blockquote>
<p>«La gente non ha intenzione di andarsene<br>
Cosa c’è di minaccioso nel disinvestire e nel volere la pace?<br>
Il problema non sono le proteste, ma ciò per cui protestano:<br>
va contro ciò che il nostro Paese finanzia<br>
(Hey) Bloccate la barricata finché la Palestina non sarà libera <br>
[…]<br>
Cosa siete disposti a rischiare? Cosa siete disposti a dare?<br>
E se foste voi a Gaza? E se quelli fossero vostri figli?<br>
Se l’occidente facesse finta che voi non esistete,<br>
vorreste che il mondo prendesse posizione<br>
E gli studenti finalmente l’hanno fatto, prendiamocelo! »<br>
Macklemore</p></blockquote>
<p>Il 24 settembre 2024, in Belgio, è nata la <a href="https://www.hindrajabfoundation.org/" rel="noopener">Hind Rajab Foundation</a> (HRF) «per spezzare il ciclo dell&rsquo;impunità israeliana e onorare la memoria di Hind Rajab e di tutti coloro che sono periti nel genocidio di Gaza».</p>
<h2 id="il-percorso-fino-alloscar">Il percorso fino all’Oscar</h2><p>La storia di Hind Rajab è venuta alla luce dopo che la registrazione telefonica di Hind con i soccorritori è diventata virale sui social media. </p>
<p>Kaouther Ben Hania, regista tunisina, attivista politica, in corsa per gli Oscar 2024 con il docufilm <em>Four Daughters</em> su quattro sorelle due delle quali si assoldano all’Isis, lavora alla sceneggiatura su oltre settanta minuti di voci di chi era lì. La casualità ha favorito che potesse disporre delle registrazioni. Anche il <em>Washington Post</em> aveva fatto richiesta, però la persona della PRCS cui Kaouther Ben Hania si è rivolta è un cinefilo e conosceva i suoi lavori, così ha deciso di accogliere la sua richiesta e non quella americana. </p>
<p>I tempi medi per la realizzazione di un film sono intorno ai tre anni, ma in questo caso si sono notevolmente ridotti per scelta e impegno, perché questo efferato episodio non passasse sotto silenzio, perché assecondare il silenzio è rendersi complici. Il film è prodotto tra gli altri da Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer, Alfonso Cuaron, a testimonianza della solidarietà che la Palestina sta ricevendo. </p>
<h2 id="la-voce-di-hind-la-voce-di-gaza">La voce di Hind, la voce di Gaza</h2><p>La voce di Hind non è stata doppiata: è la sua voce, è la voce di Gaza, quella che molti israeliani vogliono silenziare, quella che non può essere tradita. Nel film i volontari della Mezzaluna rossa sono attori (i bravi Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury), nella realtà sono persone formate e provate alle emergenze più drammatiche, eppure piangono alternandosi al telefono per tranquillizzare Hind, per tenerla viva. E altrettanto si scagliano contro la burocrazia della guerra, con la richiesta all’esercito israeliano di concedere il corridoio per l’ambulanza. Un’ambulanza che è a soli otto minuti di distanza dall’auto di Hind, come ripetono insistentemente i volontari di PRCS. Concessione che arriverà in ritardo per la vita della bambina e non sarà rispettata per l’ambulanza dei soccorritori. </p>
<p>Un film a metà tra documentario e fiction che però rende partecipe lo spettatore dell’impotenza dei volontari di PRCS, una documentazione di ciò che realmente è avvenuto e, insieme, la testimonianza dell’impotenza di tutti noi. </p>
<p>La sequenza finale è un montaggio di bambini che giocano sulla spiaggia, quella che Hind amava molto, quella dove la si vede giocare con il fratello, quella che Trump e sodali <a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/voceeurodeputati/2025/09/17/lidf-continua-a-colpire.-smotrich-gaza-una-miniera-doro_de46e1f6-e571-4cd4-948b-084fd9528dc5.html" rel="noopener">vogliono trasformare in riviera</a>.</p>
<blockquote>
<p>«Dedico questo premio alla Mezzaluna Rossa e a coloro che salvano oggi le vite a Gaza. Sono dei veri eroi e cercano di ascoltare le grida delle persone a cui nessuno risponde. La voce di Hind è la stessa di Gaza. Il cinema ci dà coraggio; lei non c’è più ma la sua presenza è ancora qui, è nella sua voce, e risuonerà finché non ci sarà giustizia».<br>
Kaouther Ben Hania</p></blockquote>
<h2 id="un-film-da-vedere">Un film da vedere</h2><p>Il docufilm è una battaglia contro l’impotenza, contro una responsabilità condivisa, contro il silenzio o la ritardata denuncia, contro lo stare a guardare, senza menzogna e ricatti.  <br>
La giuria di Venezia 82 ha assegnato al film il secondo posto con il Leone d’argento Gran premio della Giuria.  Forse avrebbe potuto osare maggiormente e conferirgli il Leone d’oro, invece che assegnarlo a <em>Father Mother Sister Brother</em> di Jim Jarrmusch, americano come il presidente della giuria (Alexander Payne), ma bisogna essere comunque soddisfatti dell’esito delle trattative per la scelta di chi premiare. </p>
<p>La Tunisia ha scelto <em>La voce di Hind</em> per concorrere tra i titoli internazionali al prossimo Oscar. La produzione da parte di figure di rilievo del cinema americano potrà rappresentare un buon viatico, ma sarà il anche il botteghino dei prossimi mesi a incidere, quindi un film da andare a vedere e da invitare ad andare a vedere (in Italia nelle sale dal 25 settembre). </p>
<blockquote>
<p>«Spero che non si dimentichi il fatto che la storia di Hind è la storia di moltissimi bambini che devono essere salvati. Chiedo che questa situazione termini, che la sua anima riposi in pace mentre coloro che l’hanno uccisa non riescano a riposare. Liberiamo la Palestina».<br>
Wissam Hamada, mamma di Hind</p></blockquote>
<p>Il cinema è tante cose, diverse e comuni, per chi lo fa che per chi lo vede; è un tempo, uno spazio esistenziale, un modo d&rsquo;essere nel produrlo e nel guardarlo. Ecco, andare a vedere e sentire <em>La voce di Hind</em> è una scelta esistenzialista, pratica, per comprendere e testimoniare che la guerra è un crimine contro l&rsquo;umanità e le vittime sono civili e in particolare bambine e bambini, ma anche per dar voce alle vittime a cui è stata definitivamente tolta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Reazione genetica a catena: la storia del gene drive</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/reazione-genetica-catena-storia-gene-drive/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/reazione-genetica-catena-storia-gene-drive/</guid><pubDate>Fri, 22 Aug 2025 09:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Chi non ha mai pensato, almeno in una calda sera estiva, di liberarsi per sempre delle zanzare?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/reazione-genetica-catena-storia-gene-drive-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/reazione-genetica-catena-storia-gene-drive-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chi non ha mai pensato, almeno in una calda sera estiva, di liberarsi per sempre delle zanzare? Una possibilità che oggi non è più teorica, e non ha certo il solo ruolo di risolverci il fastidio delle punture o delle sveglie notturne per un ronzio troppo vicino all’orecchio. Lo scopo, infatti, sarebbe di portata ben più ampia: quello di eliminare in modo definitivo le malattie di cui questi insetti sono vettori.  A partire dalla malaria, che in effetti è stata la leva dello sviluppo di quella biotecnologia nota come gene drive – teoria una ventina d’anni fa, possibilità oggi.<br>
Alla storia del gene drive è dedicato <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815392138" rel="noopener"><em>Reazione genetica a catena. Capovolgere le regole dell’evoluzione</em></a> (il Mulino, 2025) di Andrea Crisanti, medico e microbiologo, professore all’Università di Padova e all’Imperial College di Londra – istituzione nella quale ha appunto avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo di questa biotecnologia. In effetti, il saggio è anche, almeno in parte, una biografia: quella di uno scienziato che, nel ripercorrere parte della sua carriera accademica, ripercorre anche lo sviluppo del gene drive con gli occhi di chi l’ha visto (e ha contribuito a farlo) nascere. </p>
<p>A dirla tutta, è anche, sempre almeno in parte, un saggio di storia, perché Crisanti non trascura di dedicare molto spazio alla malaria. L’abbiamo detto, è da questa malattia che parte tutto, e appare dunque dovuto, oltre che ragionevole, ripercorrere anche quel filone di studi che ha permesso di capirne l’origine e le modalità di trasmissione. Filone che inevitabilmente ci porta a qualche secolo fa, perché è solo verso la fine dell’Ottocento che, grazie ad alcuni scienziati, italiani compresi (come quel Camillo Golgi che darà il nome all’apparato cellulare, e ancor di più Giovanni Battista Grassi), fu possibile capire non solo che non è una generica <em>mala aria</em> a causare la malattia. Ci vogliono, invece, un protozoo (del genere <em>Plasmodium</em>) e una zanzara. Ma non una qualunque: serve una zanzara del genere <em>Anopheles</em>, infettata dal plasmodio. E, sia chiaro, la zanzara dev’essere femmina: vale la pena ricordare, infatti, che solo le femmine di zanzara sono ematofaghe e pungono, per nutrire con il sangue le uova della generazione successiva.</p>
<p>Insomma, questa la base. Lo sviluppo, quello che Crisanti ripercorre in modo tanto chiaro quanto appassionato, è la storia del gene drive. Una storia che ha qualche altra premessa: per esempio, i tentativi di liberarsi dalla malaria con il DDT, con le zanzariere e gli insetticidi. Tentativi che hanno avuto la loro efficacia, ma anche i loro fallimenti, in primis a causa dello sviluppo di resistenza da parte delle zanzare. Tanto che, nonostante la possibilità di prevenzione e la disponibilità di cure, tutt’oggi la malaria, come <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/malaria" rel="noopener">evidenzia</a> anche l’Organizzazione mondiale della sanità, è responsabile di milioni di morti, per la stragrande maggioranza in Africa e per la stragrande maggioranza tra i bambini al di sotto dei cinque anni. </p>
<p>Da cui la domanda di partenza: e se ci fosse un modo per liberarsene per sempre? Crisanti ripercorre la storia del gene drive dalle origini, verso la fine degli anni Novanta, con i primi passi per modificare geneticamente le zanzare, «l’animale più pericoloso» (almeno per la nostra specie), come le definisce Crisanti. Un problema non solo tecnico, ma anche pratico: se anche si può creare una zanzara geneticamente modificata in modo che non possa trasmettere la malaria, come farla diffondere? </p>
<p>Perché alle leggi della genetica non si scappa. Come spiega in modo molto chiaro Crisanti, se anche avessimo una zanzara con un cromosoma geneticamente modificato, una volta che si riproducesse con un individuo non modificato: «La probabilità che la modificazione genetica sia trasmessa alla generazione successiva è esattamente del 50% e rimarrà sempre a questo livello nelle generazioni successive. In assenza di effetti sulla capacità riproduttiva, la probabilità di trasmettere un tratto genetico è uguale a quella di ereditarlo e dipende dalla frequenza iniziale del tratto nella popolazione». In breve, per avere il 90% delle zanzare modificate in modo da non trasmettere il plasmodio «bisognerebbe rilasciare un numero di zanzare nove volte superiore a quello esistente in natura». Senza contare che, affinché il tratto si mantenga tra le generazioni, dovrebbe conferire un vantaggio riproduttivo.</p>
<p>È qui il deus ex machina del gene drive: “geni egoisti”, capaci di aggirare le leggi dell’ereditarietà di Mendel e che, se presenti su un cromosoma, sono in grado di copiarsi sull’altro. Assicurandosi, così, la trasmissione alle generazioni successive. </p>
<p>Crisanti ne racconta lo studio dai primi tentativi fino all’avvento della tecnologia CRISPR-Cas9, oggi la più sfruttata per il gene drive: il gene modificato porta anche le istruzioni per tagliare l’allele selvatico (cioè quello “originale”, presente sull’altro cromosoma) e copiarvi la sequenza modificata, rendendo il cambiamento ereditario e rapido nella popolazione. Una vera e propria reazione genetica a catena, appunto, che può portare per esempio alla nascita di zanzare esclusivamente maschi, incapaci di pungere e trasmettere il plasmodio – e anche di riprodursi.</p>
<p>Si diceva che il gene drive è oggi ben più che teoria. Ciò non significa che sia già stato effettivamente utilizzato nell’ambiente reale, ma gli studi sperimentali sono più che avanzati. Crisanti ne accenna alla fine del testo, citando anche i sistemi più innovativi, capaci di essere autolimitanti e dunque più facilmente controllabili. Sono cenni, ed è comprensibile perché <em>Reazione genetica a catena</em> è una storia delle origini, non dell’oggi. Ma, e questo va detto, si sente un po’ la mancanza di una riflessione più ampia sulle possibili implicazioni di questa tecnologia, difficile da contenere geograficamente se messa in atto, dagli impatti ecologici poco prevedibili (al di là dei problemi sanitari, le zanzare, sia da adulte che allo stadio di larva, sono una parte importante di varie reti alimentari), e che insomma solleva vari dubbi etici non meno che scientifici. Certo, non sarebbe la prima volta che la nostra specie causa l’estinzione di un’altra, né che lo facciamo volontariamente – ma finora la volontarietà ha riguardato patogeni come il vaiolo, non interi generi di insetti. </p>
<p>Comunque, per farsi venire i dubbi corretti bisogna innanzitutto conoscere ciò di cui si sta parlando. E questo Crisanti ci consente di farlo magnificamente. Offrendoci una storia che non è solo di ricerca, ma anche della passione che la anima: «Errori, insuccessi e frustrazioni non ci hanno mai scoraggiato né hanno demoralizzato i tanti ricercatori che si sono dedicati a questo progetto. Ci ha unito la consapevolezza di lavorare per lasciare alle generazioni future un mondo senza malaria».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ossa di drago: un viaggio tra i fossili prima della paleontologia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ossa-drago-viaggio-fossili-prima-paleontologia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ossa-drago-viaggio-fossili-prima-paleontologia/</guid><pubDate>Fri, 01 Aug 2025 09:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>libri</category><description>Dalle ossa di drago ai pesci di pietra, l’umanità ha cercato per secoli di dare un senso ai fossili. Con rigore e ironia, Diego Sala racconta in &amp;amp;ldquo;Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli&amp;amp;rdquo; una storia fatta di intuizioni geniali, errori epici e serendipità: la storia della paleontologia prima della paleontologia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ossa-drago-viaggio-fossili-prima-paleontologia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ossa-drago-viaggio-fossili-prima-paleontologia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Oggi i draghi rimangono nelle fiabe per i bambini e nei giochi di ruolo di persone un po’ meno bambine (anche decisamente adulte). Un tempo, popolavano il pianeta. Insieme a rondini di pietra, a cavalli del tuono che scendevano sulla Terra durante i temporali, a unicorni privi delle zampe posteriori, ai giganti: creature immaginate da frammenti d’ossa e impronte fossilizzate che hanno catturato tanto la curiosità quanto la fantasia dei nostri antenati. Tenendoli impegnati a cogitare per secoli.</p>
<p>È la storia che il divulgatore scientifico Diego Sala ha raccolto, con minuziosità e ironia, nelle pagine di <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/ossa-di-drago-lingue-di-pietra-e-altri-abbagli/" rel="noopener"><em>Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli</em></a>, pubblicato quest’anno da Codice Edizioni. «Quand’è stata la prima volta che gli umani si sono messi a rovistare tra le pietre e hanno iniziato a raccogliere fossili?», è la domanda in apertura al primo capitolo. Ne nasce un saggio incredibilmente ricco, e non solo per gli “abbagli” che lo costellano – e che comunque valgono, da soli, un libro intero – ma anche e soprattutto per la ricostruzione di quel percorso tutt’altro che lineare che è stato la “paleontologia prima della paleontologia”. In effetti, forse, la vera domanda è: quando abbiamo capito cosa sono i fossili?</p>
<p><em>Ossa di drago</em> parte dalle origini nel modo più letterale possibile, da quello che Sala chiama «il senso dei Neanderthal per l’arte»: perché i fossili, come rivelano anche alcune pubblicazioni recenti, hanno in qualche modo interessato i nostri stretti parenti da subito; alcuni venivano raccolti per essere dipinti e trasformati in ornamenti, comunque senza alcuna utilità pratica e strumentale. Scrive Sala: «È probabile che i fossili avessero qualche valenza artistica o, quantomeno, abbiano stimolato la curiosità di questi antichi umani verso le forme naturali».</p>
<p>È quindi dagli albori della nostra specie che la storia si dipana. Lo fa con grande gradualità, portandoci con delicatezza non solo attraverso le epoche ma anche attraverso i continenti. È uno dei grandi pregi del saggio. Certo, la storia dei fossili non può prescindere dalle scoperte avvenute in America (lo stesso Thomas Jefferson, prima di diventare presidente degli Stati Uniti, avrà la sua parte nello scenario della paleontologia americana, sebbene sempre senza evitare gli abbagli che costellano il saggio). Ma Sala fa di più che spostarsi tra America ed Europa: nel suo percorso di ricostruzione, infatti, riesce a non dimenticare qualche accenno agli altri angoli del globo. Alla Cina, per esempio, dove i fossili avevano un ruolo di primo piano nella medicina tradizionale – ma anche dove, forse, si è prodotta la più antica falsificazione di fossili, perché i “pesci di pietra”, racconta Sala, erano infatti ritenuti di buon auspicio, ma la quantità di fossili disponibile non era sufficiente a rispondere alla richiesta e venivano dunque falsificati da venditori dipingendo le pietre con la lacca.</p>
<p>La parola chiave del viaggio storico nella comprensione dei fossili, per Sala, è <em>serendipity</em>, la scoperta fatta per caso. Che però, si sa, non si basa sulla sola fortuna ma anche sulla capacità di riconoscere il valore di ciò che si è trovato, sull’apertura mentale e lo spirito di osservazione. In effetti è vero che in <em>Ossa di drago</em> abbonda la serendipity, peraltro a volte accompagnata da vicende da romanzo – a dirla tutta, l’impressione che lascia il saggio è che la paleontologia, almeno prima di essere tale, fosse fatta più da esploratori e avventurieri (amanti a volte delle scienze naturali, altre solo del denaro) che da scienziati. Ma questo non vuol dire che sia la sola serendipity a guidare il tutto. Perché l’altra metà della mela è la volontà di trovare risposte, che tra teorie balzane e qua e là rancori e truffe, ha anche, alla fine, saputo ricostruire la storia delle specie che hanno abitato il pianeta nel corso delle ere.  </p>
<p><em>Ossa di drago</em> si ferma, essenzialmente, alla prima metà dell’Ottocento e alla nascita della paleontologia in quanto tale. Anzi, la chiusura del saggio è proprio dedicata al come e quando è stato coniato il nome di questa scienza. In un certo senso, è strano viaggiare tra tanti abbagli e scoprire che la meta rimane a oltre un secolo di distanza dal nostro tempo. Leggendo, forse, ci si aspetterebbe il puzzle completo, quello in cui per esempio si inseriscono i tasselli della teoria dell’evoluzione di Darwin, della datazione radiometrica per datare i fossili, della paleogenetica di oggi.</p>
<p>Ma, tutto sommato, la scelta è comprensibile. Non solo il saggio avrebbe raggiunto proporzioni inquietanti ma, soprattutto, in questo modo ci lascia nel punto esatto in cui la matassa si dipana, e le deviazioni e le strade senza uscita che hanno costellato la storia della paleontologia vengono abbandonate.  Da lì in poi, la strada resta (abbastanza) lineare, e non rimane che seguirla.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bambini in carcere: l’arte ci interroga, ma la politica guarda altrove</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove/</guid><pubDate>Wed, 16 Jul 2025 08:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Siani</dc:creator><category>arte</category><description>L’arte ha il potere di richiamare emozioni, è spesso collegata alla realtà ed è un potente mezzo di scoperta, di conoscenza e talvolta di denuncia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bambini-carcere-arte-ci-interroga-politica-guarda-altrove-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’arte ha il potere di richiamare emozioni, è spesso collegata alla realtà ed è un potente mezzo di scoperta, di conoscenza e talvolta di denuncia. <br>
Nel cortile d’onore di palazzo Montecitorio da alcuni giorni è stata installata stabilmente l’opera dell’<a href="https://jago.art/it/" rel="noopener">artista italiano Jago</a>. La scultura, che si intitola <a href="https://jago.art/it/opere/look-down/" rel="noopener"><em>Look Down</em></a>, rappresenta un bambino rannicchiato su se stesso, in posizione fetale. Come scrive l’autore stesso: «Nasce da uno sguardo rivolto verso il basso, non per vergogna, ma per consapevolezza. È un invito a dirigere l’attenzione su ciò che troppo spesso ignoriamo: la povertà, l’abbandono, la fragilità che abita le nostre città e il nostro tempo. In questa opera si vuole raffigurare l’innocenza ferita di milioni di bambini, ma anche la promessa di un futuro che dipende da come sapremo proteggerli oggi». </p>
<p>Quindi, un’opera simbolo di povertà, discriminazione, indifferenza.</p>
<p>La stessa indifferenza della politica che con il decreto sicurezza, approvato dal Parlamento poche settimane fa, mette in carcere bambini innocenti con le madri detenute. Su <em>Scienza in rete</em> ne <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/periodo-detenzione-figli-parte-pena-inflitta-madri/">abbiamo parlato qui</a>. Detenute come Claudia, 24 anni, all&rsquo;ottavo mese di gravidanza, rinchiusa nel carcere di Lauro per madri con figli, come ci informa il garante delle persone private della libertà per la regione Campania Samuele Ciambriello. E Claudia è in carcere per un furto! </p>
<h2 id="indifferenza-o-ipocrisia">Indifferenza o ipocrisia?</h2><p>«L&rsquo;arte, nelle sue forme più diverse, non solo riflette la società, ma la interpella, la stimola, la accompagna nei suoi passaggi storici più complessi», ha commentato il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, durante la cerimonia d’inaugurazione dell’opera di Jago. Allora, ci sembra giusto interpellarci e interpellare la politica: è giusto che un bambino viva, ancor prima di nascere, la brutalità del carcere? È giusto che una donna viva in totale solitudine la felicità e le paure dell&rsquo;attesa di una nuova vita? Non poteva avere gli arresti domiciliari? O stare in case famiglie per detenute madri? Può mai una donna in gravidanza che non ha commesso reati di particolare gravità affrontare una vita in carcere? </p>
<p>Nel suo ultimo <a href="https://www.rapportoantigone.it/ventunesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/" rel="noopener">rapporto</a>, dal titolo signficativo di <em>Senza respiro</em>, l’associazione Antigone dà conto di eventi dolorosi accaduti proprio nel corso della gestazione a donne recluse. Per esempio, a Rebibbia, a causa di quello che è stato poi definito un parto precipitoso, una donna ha visto come unica figura “professionale” ad assisterla esclusivamente la sua compagna di cella. Ancora: a San Vittore una donna ha perso il proprio bimbo dopo aver accusato sintomi che forse avrebbero meritato una consulenza specialistica per essere decodificati adeguatamente.</p>
<h2 id="che-fine-fa-il-supremo-interesse-del-minore">Che fine fa il supremo interesse del minore?</h2><p>Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, con il suo approccio universalistico, garantisce e tutela la salute fisica e mentale della madre e del feto o del neonato durante la gravidanza e il parto. A ogni donna in gravidanza devono essere garantiti gli interventi appropriati di un percorso assistenziale prenatale di base che possa assicurare una gravidanza normale e intercettare ogni minima alterazione in tempo per offrire la migliore assistenza alla mamma e al  bambino o la bambina. Tutto ciò non è detto che lo si possa garantire a una donna gravida rinchiusa in un carcere. Senza fare sconti di pena a nessuno, si rispetti il supremo interesse del minore, così come prevede l’articolo 3 della <a href="https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/" rel="noopener">Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza</a>, che l’Italia ha firmato.</p>
<p>Nel lontano luglio 1929, Carmela, una giovane donna incinta, all’ottavo mese di gravidanza (proprio come Claudia) commette un ulteriore furto, viene arrestata  e condannata, ma la sua condizione di mamma in attesa obbliga il giudice a non mandarla in carcere ma a farle scontare la pena agli arresti domiciliari. <br>
Nel lontano 1929, infatti, il legislatore penale aveva rivolto attenzione al rapporto tra la madre detenuta e la prole, attraverso il possibile differimento dell’esecuzione della pena per la donna incinta e la madre di prole in tenera età.</p>
<p>A luglio 2025 Claudia commette lo stesso reato, ma il giudice non ha più l’obbligo del differimento della pena e Claudia con la sua creatura in utero viene rinchiusa in carcere.<br>
Oggi, con il decreto sicurezza: il reato è sempre lo stesso, la gravidanza è sempre la stessa, è il legislatore che è cambiato e purtroppo non in meglio. </p>
<p>E allora accanto all’opera di Jago a Montecitorio occorre mettere le sbarre.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La mirabolante avventura dell’anatomia umana: viaggio alla scoperta di chi siamo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana-viaggio-scoperta-chi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana-viaggio-scoperta-chi/</guid><pubDate>Fri, 13 Jun 2025 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Marengo</dc:creator><category>arte</category><description>Nonostante per alcune persone la dissezione umana sia una pratica che incute timore, è stata fondamentale per comprendere il funzionamento del nostro corpo e.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana-viaggio-scoperta-chi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana-viaggio-scoperta-chi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante per alcune persone la dissezione umana sia una pratica che incute timore, è stata fondamentale per comprendere il funzionamento del nostro corpo e per imparare a curarlo. Le conoscenze dell’anatomia umana sono state un terreno fertile da cui hanno attinto le discipline mediche ma anche numerose discipline artistiche, rivelando come questa materia affronti aspetti interiori importanti. <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/la-mirabolante-avventura-dell-anatomia-umana.html" rel="noopener"><em>La mirabolante avventura dell’anatomia umana</em></a> (edizioni Dedalo, 2025) è un libro di 204 pagine, illustrato e adatto a chiunque abbia voglia di appassionarsi alla storia di questa materia.</p>
<h2 id="tra-medicina-e-arte-un-dialogo-che-ha-portato-alla-conoscenza">Tra medicina e arte: un dialogo che ha portato alla conoscenza</h2><p>Fu Margaret Mead, celebre antropologa americana, a dire che la prova più antica di civiltà e cooperazione è un osso appartenente allo scheletro di un essere umano vissuto circa 15.000 anni fa, che presentava una frattura completamente rimarginata. Secondo Mead, ciò significava necessariamente che qualcuno si era preso cura di questa persona, permettendole di sopravvivere il tempo necessario per guarire. Basandoci su questa considerazione, studiare la storia dell’anatomia, le conoscenze che ha portato e le sue radici nella nostra cultura risulta essere qualcosa di molto umano. Ne <em>La mirabolante avventura dell’anatomia umana</em>, Edoardo Rosati e Gian Battista Ricci, giornalista il primo e disegnatore il secondo, descrivono il viaggio storico che ha portato alla nascita della scienza anatomica attraverso l’evoluzione della nostra umanità, della naturale curiosità che porta a voler scoprire come è fatto il corpo umano e cosa lo muove, lo anima e lo costituisce. Questa storia passa per un discorso molto più profondo, poiché le scienze anatomiche si sono quasi sempre dovute scontrare con le religioni e le credenze nei confronti di chi le studiava. I disegni di Gian Battista Ricci ci accompagnano in questo viaggio e ci permettono di visualizzare e comprendere meglio la complessità del corpo umano. Nel libro sono anche presenti dei QR code che permettono di visualizzare rapidamente alcuni dei riferimenti storici citati, tra cui quadri, statue e documenti scritti.</p>
<p>Il racconto non si limita alla componente scientifica: le cui radici della materia che tratta si diramano attraverso i confini di molte discipline. Uno di questi muri abbattuti divideva la medicina dal mondo artistico, perché le due materie sono da tempo strettamente legate. Ciò che descrivono gli autori è una vera e propria simbiosi tra le due: l’arte, che per ritrarre corpi sempre più realistici necessita di una conoscenza perfezionistica, e l’anatomia umana che richiede di essere rappresentata. Infatti, l’arte fu adottata dai medici poiché in grado di esprimere in modo semplice concetti complessi attraverso immagini simili a mappe del nostro corpo, che nel tempo si sono evolute diventando veri e propri pozzi di conoscenza anatomica. Era importante rappresentare il corpo in modo prima bidimensionale e poi tridimensionale per poter spiegare le forme, i funzionamenti e le posizioni di ogni organo e ogni tessuto, in modo da poter tramandare nella storia osservazioni e conoscenze. Infatti, l’insegnamento ha costituito una grande difficoltà per l’anatomia, principalmente perché le leggi e le credenze hanno sempre limitato questa pratica, ma anche perché lo studio dell’anatomia umana necessita di corpi umani che non sempre è stato possibile reperire. Le rappresentazioni visive permisero di tramandare la conoscenza anatomica riducendo la dipendenza da questi ultimi. Man mano che queste pratiche illustrative si sviluppavano, davano vita a un’arte sempre più apprezzata, prima dai medici e poi anche dal pubblico. Queste tecniche hanno dimostrato che anche il corpo umano privo di vita può diventare un qualcosa da mostrare, come nel capolavoro di Rembrandt <em>Lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp</em>.</p>
<h2 id="oltre-i-confini-politici-e-storici-fino-a-noi">Oltre i confini politici e storici, fino a noi</h2><p>L’interesse storico dell’anatomia umana viene descritto come legato a un insieme di leggi e di credenze che i due autori raccontano, permettendo di comprendere come l’anatomia e le dissezioni siano esse stesse legate alla sacralità del corpo. Infatti, la visione dissacrante dell’anatomia che qualcuno può avere non è una novità, ma un fenomeno che si osserva sin dall’antichità e una barriera contro la quale gli studiosi si sono spesso dovuti confrontare. Nonostante questo timore, scrivono gli autori, già nell’antica Grecia</p>
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<p>Aristotele sosteneva che, sebbene un corpo senza vita conservi le sembianze umane, esso perde lo status di persona. Per lui, una salma non incuteva più timore o mistero di un semplice oggetto inanimato come il legno, la pietra o il bronzo.</p></blockquote>
<p>Questa frase è il simbolo di un cambiamento che dà il via a una rivoluzione, poiché la Grecia conosce un’importante scuola di anatomia umana guidata da Erofilo ed Erasistrato che ispirerà generazioni e generazioni di medici fino ai giorni nostri. Attraverso la storia dell’anatomia si scopre che la curiosità riguardante il funzionamento del corpo umano è innata: la pratica di dissezionare un corpo a scopo scientifico compare in diverse epoche e anche in popoli molto distanti tra loro; lo dimostrano in particolare India e Cina, terre in cui si sono sviluppate conoscenze mediche in periodi in cui i contatti con il mondo occidentale erano improbabili. </p>
<p>Il dialogo legato alle scienze anatomiche sul funzionamento dei vari organi ha spesso acceso dibattiti che si sono estesi oltre i confini politici dei singoli regni. Rosati e Ricci narrano come la scienza sia legata a un certo grado d’incertezza che può essere superato grazie all’arguzia di alcune figure, alle tecnologie e alla capacità di porsi le domande giuste, ma anche a un dialogo tra persone che percorrono strade di ricerca diverse per cercare delle risposte simili. Ci insegnano anche come l’assenza di un metodo scientifico accurato abbia portato a errori che hanno necessitato di secoli di studi per essere corretti. Questa ricerca costante di verità ha permesso alla conoscenza anatomica di superare alcuni confini, sia all’interno dell’Europa che tra continenti diversi. I due autori ci ricordano come la medicina araba abbia influito particolarmente sulle conoscenze che abbiamo oggi, entrando anche nel linguaggio comune, attraverso termini come “nuca” o “retina”.</p>
<p>Anche l’Italia ricopre un ruolo importante in questa storia e <em>La mirabolante avventura dell’anatomia umana</em> racconta il contributo di alcuni dei suoi personaggi più celebri, come Marcello Malpighi, Giovanni Battista Morgagni, o Antonio Scarpa, ma anche il contributo di Leonardo Da Vinci. Inoltre, diverse regioni italiane hanno un ruolo particolarmente importante nello sviluppo dell’arte anatomica, grazie a significativi sviluppi nell’arte delle cere, statue tridimensionali raffiguranti il corpo sotto diversi punti di vista e con una precisione talvolta sorprendente. Molte delle città che hanno partecipato a questa corsa a una perfezione, non sempre dettata soltanto dalla medicina ma spesso anche da canoni artistici, hanno conservato un museo delle cere anatomiche, che si trovano per esempio in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. </p>
<h2 id="paura-e-mistero-da-ieri-a-oggi">Paura e mistero: da ieri a oggi</h2><p>L’idea dello studio dell’anatomia umana è circondata da un alone di mistero che arriva anche dalla cultura editoriale e cinematografica. Pensiamo per esempio al dottor Frankenstein e al suo mostro composto da pezzi staccati da diversi corpi e ricuciti insieme. Queste storie, benché immaginarie, giungono a noi da un passato reale e sono parte della storia dell’anatomia umana. Poiché si scontrava con i dogmi, le credenze, ci spiegano i due autori, chi ne era appassionato tendeva a circondarsi di mistero e stranezza. Alcuni di questi personaggi erano spinti da una curiosità estrema che poteva essere compresa solo parzialmente dai loro concittadini. Tra questi, Giovanni Aldini, chiamato “Il mago dell’elettricità”, un professore di fisica che conduceva pubbliche rappresentazioni per dimostrare il ruolo dell’elettricità nel nostro corpo. Altri personaggi, come i celebri Burke e Hare, non furono spinti dalla curiosità ma trovarono un vero e proprio business andando a dissotterrare cadaveri da vendere illegalmente.</p>
<p>Oggi l’anatomia è considerata per quello che è: un vero e proprio strumento d’indagine. Molti film, serie, come CSI, e libri sono riusciti a rendere questa scienza accettabile dalla maggioranza del pubblico. </p>
<p>Il libro si conclude con un messaggio rivolto al domani: l’evoluzione dell’anatomia umana è oggi legata a nuove forme d’insegnamento e a nuovi strumenti, eppure come ogni materia pratica ha bisogno di procedere per tentativi, se vuole garantire a generazioni di medici di avere i migliori strumenti per imparare un lavoro importantissimo. Quindi, ricorda che oggi è possibile <a href="https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1203177.pdf?_1580900469330" rel="noopener">donare</a> il proprio corpo alla scienza per permettere di far progredire la conoscenza e quindi gli strumenti di cui dispone per curare nuove persone.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scienza ed economia: alleate per l’ambiente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-economia-alleate-ambiente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-economia-alleate-ambiente/</guid><pubDate>Sat, 31 May 2025 11:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Roberto Danovaro e Mauro Gallegati hanno scritto un libro sulla crisi climatica vista dal punto di vista economico e ambientale fusi insieme. Un utile testo per ripercorrere tutti i dati e le sfide che ci attendono: &amp;amp;quot; Rigenerare il pianeta. L’alleanza necessaria tra scienza ed economia&amp;amp;quot; , per Laterza (2025).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo libro di Mauro Gallegati (economista) e Roberto Danovaro (ecologo) torna a ricordarci come scienza ed economia non possano che allearsi per affrontare la crisi climatica. Titolo e sottotitolo sono chiari: <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858157640" rel="noopener"><em>Rigenerare il pianeta. L’alleanza necessaria tra scienza ed economia</em></a> (ed. Laterza). Entrambi docenti all’Università Politecnica delle Marche, vantano una solida collaborazione che dovremmo considerare preziosa, perché non è scontato che l’economia dialoghi con la scienza, a maggior ragione con la scienza ambientale. E quest’approccio è quello che tiene uniti i capitoli del libro, breve, scorrevole e scritto con parole semplici. Adatto a chi ancora non ha (quasi) mai sentito parlare di crisi climatica e quello che si deve fare per risolverla tenendo conto dei temibili lati economici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina danovaro gallegati" width="1732" height="2835" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Si ricordano tutti i vari aspetti legati all’emissione dei gas serra, del fatto centrale che vadano ridotti fino allo zero netto entro il 2050 per evitare le conseguenze peggiori che avrebbero impatti ovunque sul pianeta e quindi sul nostro benessere. I dati, molti ma non troppi, intrecciano quelli ecologici e climatici con quelli economici e finanziari. Tra le varie riflessioni non poteva mancare l’eterno discorso sul PIL che non misura davvero il benessere, o comunque lo fa in modo parziale (ne abbiamo parlato in <a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/vero-benessere-si-misura-solo-pil/">questo podcast</a> con Enrico Giovannini); per altro Gallegati fa parte del comitato scientifico che ha definito gli indicatori del BES (il Benessere Equo e Sostenibile, che integra il PIL nelle leggi di bilancio, o almeno dovrebbe farlo). In più, si ricorda come la ricchezza prodotta dal capitalismo abbia avuto come enormi effetti collaterali la diffusa distruzione di ecosistemi, l’erosione di risorse naturali quasi oltre la loro capacità di rigenerarsi e, per l’appunto, gli squilibri climatici. Oltretutto, sottolineano gli autori, queste immense ricchezze sono distribuite in modo assolutamente iniquo, e questo non può che produrre ulteriori impatti sociali negativi; tra tutti, le ingiuste disuguaglianze nella capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.</p>
<p>La sensibilità ecologica di Danovaro si avverte nelle pagine che rammentano che la transizione energetica non può prescindere da una visione ambientale a tutto tondo. E quindi, accanto alle energie rinnovabili e alle varie soluzioni tecnologiche, bisogna avere cura della natura. Non semplicemente per principio, ma perché le evidenze scientifiche sono chiare e numerose: serve tutelare un numero crescente di aree naturali e allo stesso tempo ripristinarne altre, tra le altre cose per assorbire meglio gli impatti climatici crescenti. Già qualcuno ha sollevato qualche perplessità – anche comunicativa – sul fatto che esistano due COP diverse alle Nazioni Unite, una per il clima e una per la biodiversità. Come se questi due negoziati potessero procedere su binari paralleli. È sbagliato. E gli autori lo spiegano bene, anche se riconoscono le oggettive difficoltà nel quantificare il valore dei cosiddetti “servizi ecosistemici” garantiti da abbondanza di biodiversità.</p>
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<p>Negli ultimi decenni, il dibattito scientifico sulle metodologie di valutazione economica dei servizi ecosistemici è stato al centro di una discussione aperta e dinamica. Si tratta, come abbiamo visto, di benefici che gli ecosistemi forniscono all’umanità, tra i quali la fornitura di cibo, la regolazione del clima, la purificazione dell’acqua e molti altri. Sostanzialmente, i servizi ecosistemici trasformano risorse naturali in elementi che hanno un valore per l’essere umano. Come calcolare questo valore? […] la difficoltà sta proprio nel tradurre questa complessità in valori economici tangibili, anche quando il servizio ecosistemico è “intangibile”.</p></blockquote>
<p>Tra i temi affrontati c’è anche un’analisi poco scontata sulla stessa parola “sostenibilità” – al netto del significato che gli si attribuisce nei vari consessi. Per gli autori infatti ha più senso parlare di <em>meta-sostenibilità</em>, viste le limitazioni intrinseche del concetto stesso di sostenibilità.</p>
<blockquote>
<p>Perché non diventi un ossimoro, lo sviluppo sostenibile deve rispettare quattro condizioni: “(i) l’utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere inferiore al loro rinnovo; (ii) lo stock di risorse non rinnovabili non deve esaurirsi nel tempo; (iii) il processo di produzione deve ridurre ogni “perdita” da ogni fase; e (iv) l’inquinamento dell’ambiente non deve superare la capacità di tolleranza dell’ambiente stesso”. Vista l’impossibilità di rispettare le condizioni ii) e iii), quello a cui possiamo ambire è uno sviluppo <em>meta-sostenibile</em>, ovvero un’economia non erosiva ma rigenerativa in cui siano rispettate le condizioni i) e iv). È come la macchina del moto perpetuo: non può esistere, ma possiamo avvicinarci il più possibile riducendo gli sprechi e restaurando il capitale naturale che consumiamo attraverso il passaggio a un’economia rigenerativa, o <em>meta-sostenibile</em>, cioè che oltre a diminuire gli impatti ambientali provveda anche alle opere di restauro ecologico.</p></blockquote>
<p>I due autori illustrano un interessante confronto dei concetti di crisi e di debito, sia sul piano economico che su quello ambientale. La crisi economica, per quanto grave possa essere, quando è prodotta dall’interno del sistema economico, ha tempi di recupero molto più brevi di crisi ecologiche e ambientali. Queste ultime, visto che fanno i conti con entità fisiche materiali, se abbastanza gravi, potrebbero richiedere decine di anni se non secoli a far tornare l’ambiente naturale come era in origine. È lo stesso discorso per il debito. Prendere in prestito denaro e, per di più, per fare debito pubblico è possibile perché in ultima istanza il denaro non è che una convenzione sociale – oggi completamente dematerializzata per altro – e non certo una quantità fisica che si tocca con le mani.</p>
<blockquote>
<p>Il debito finanziario non è altro che un accordo contrattuale tra individui che sancisce un obbligo, per una delle due parti in causa, di restituire all’altra una data somma di denaro allo scadere di un certo periodo. Se questa somma non viene restituita, la parte lesa subisce una perdita e la parte insolvente andrà incontro a qualche tipo di sanzione. Tuttavia, il tessuto che tiene insieme l’economia e il mondo stesso rimane invariato; e così pure il capitale umano, fisico e naturale. D’altronde, la finanza non è altro che una convenzione creata dall’uomo per regolare i propri scambi. Si occupa solo di pezzi di carta ai quali attribuiamo un valore fittizio – anche se, ormai, più che di pezzi di carta bisognerebbe parlare di cifre su di un terminale. Per quanto possa essere utile, questo artifizio è intrinsecamente distante dalla realtà che ci circonda. Il debito ambientale, al contrario, è un impegno che assumiamo verso l’ambiente e la Terra stessa. […] A differenza del debito finanziario, che può essere usato per far crescere le attività e il livello di benessere di un sistema, prendere a prestito in termini ambientali significa sottrarre capitale naturale dal sistema a danno delle generazioni presenti e future, poiché i danni all’ambiente riducono la sua capacità di produrre quei servizi essenziali alla nostra vita e al nostro benessere. Questi danni impiegheranno decenni, nel migliore dei casi, per ripararsi – se e quando agli ambienti sarà consentito di rigenerarsi – o si trascineranno dietro un lungo elenco di costi di ripristino, come quelli destinati alle bonifiche, alla distruzione causata da alluvioni o incendi, maggiori spese sanitarie per patologie legate all’inquinamento, eccetera.</p></blockquote>
<p>Anzi, gli autori sostengono provocatoriamente che gli umani dovrebbero «accendere un mutuo finanziario per saldare il debito ambientale che abbiamo contratto».</p>
<p>I parallelismi e i confronti tra scienza ed economia continuano per molte pagine e con altri dati ancora, come quelli sui preoccupanti tassi di estinzione o quelli sui casi già avuti di indebitamento che hanno invero salvato dal collasso intere economie. O quelli sulla dieta e sulla demografia, e via dicendo.</p>
<p>Il capitolo finale è dedicato per intero all’elenco di soluzioni, buone pratiche ed esempi, che davvero non mancano di creare speranza, raccolti per sottoinsiemi operativi. Sono:</p>
<ul>
<li>Energia da fonti rinnovabili</li>
<li>Riduzione dei consumi energetici e gestione dell’energia</li>
<li>Mobilità sostenibile</li>
<li>Agricoltura e zootecnia sostenibili</li>
<li>Investire in capitale naturale</li>
<li>Combattere i cambiamenti climatici con la natura</li>
<li>Gestione delle risorse idriche</li>
<li>Tutela della biodiversità</li>
<li>Restauro degli habitat</li>
<li>Economia circolare</li>
<li>Tecnologie <em>green &amp; blue</em></li>
<li>Dalla terra al mare (cioè verso dove dovrebbe dirigersi la pressione antropica)</li>
<li>Le <em>nature-based solutions</em>.</li>
</ul>
<p>Insomma, in poco più di un centinaio di pagine, Roberto Danovaro e Mauro Gallegati riassumono lo stato dell’arte ambientale e climatico, con la lente innovativa dell’economia che ha capito la scienza ecologica. Se non avete ancora deciso cosa leggere sotto l’ombrellone (visto che l’estate ormai è alle porte), sapete cosa comprare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le arche della biodiversità: proteggere la natura oltre l'interesse umano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano/</guid><pubDate>Fri, 23 May 2025 09:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Anche se dovessimo causare una nuova estinzione di massa, la Terra sopravvivrà. E comunque, non è troppo tardi per cambiare rotta: “Le arche della biodiversità” di Alessandro Chiarucci ci guida in un viaggio tra scienza, etica e conservazione per salvare la natura - e noi stessi - anche ampliando il concetto tradizionale di conservazione, che diventa partecipata e radicata dal punto di vista culturale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Qualunque sia la devastazione che la nostra specie potrà, volontariamente o involontariamente, arrecare al nostro pianeta Terra, questo certamente sopravviverà all’uomo e la biodiversità tornerà, in un futuro lontano per la nostra scala del tempo, a fiorire anche se avremo creato una sesta estinzione di massa. [&hellip;] La specie Homo sapiens, e la sua civiltà, non potrà sopravvivere al degrado delle condizioni generali del Pianeta e dei servizi forniti dagli ecosistemi una volta che questi avranno collassato</p></blockquote>
<p>Anche per chi guarda al futuro del pianeta - dunque della nostra stessa specie - con un certo pessimismo, in queste parole c’è qualcosa di rassicurante: la Terra, in un modo o nell’altro, si riprenderà dagli effetti della nostra azione distruttiva. Ma non solo. Questo scenario da incubo è evitabile, se scegliamo oggi di porre un limite al nostro impatto negativo sul pianeta, ascoltando scienziati ed esperti che continuano a studiare, proporre idee e sviluppare strategie concrete per salvare ciò che ancora possiamo preservare <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/">o restaurare</a>. Il messaggio che lanciano è chiaro: non è troppo tardi, ma bisogna agire adesso. È un invito all’ottimismo, nonostante tutto.</p>
<p>Tra queste voci c’è anche quella di Alessandro Chiarucci, ordinario di Botanica ambientale all’Università di Bologna, che nel suo libro <a href="http://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/le-arche-della-biodiversita-alessandro-chiarucci/9788836016136/3026" rel="noopener"><em>Le arche della biodiversità</em></a><a href="http://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/le-arche-della-biodiversita-alessandro-chiarucci/9788836016136/3026" rel="noopener"><em>. Salvare un po&rsquo; di Natura per il futuro dell&rsquo;uomo</em></a> (Hoepli Telescopi, 2024) accompagna in un intenso viaggio attraverso la storia della natura e della scienza, da Linneo a Darwin fino alla complessità della conservazione ambientale nell’era dell’Antropocene. E la racconta anche attraverso il lavoro di grandi studiosi come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricordo-edward-wilson/">Edward O. Wilson</a> con la sua radicale “Half Earth”, la proposta di destinare almeno metà della superficie del pianeta alla sola protezione della biodiversità.</p>
<p>Il libro è per tutti, perché traccia un percorso scientificamente rigoroso ma divulgativo che accompagna chi legge nei secoli fino all’attuale crisi ecologica. Alla fine del libro, anche chi non era esperta o esperto di questi argomenti avrà la sensazione di aver fatto un bel salto in avanti: con più strumenti per capire in che stato si trova davvero il pianeta e, soprattutto, cosa possiamo fare concretamente per salvarlo.</p>
<p>Dal 1950, l’anno che segna ufficialmente l’inizio dell’Antropocene, si sono messi in moto quattro grandi processi che ne definiscono le caratteristiche. Prima di tutto, i tassi di erosione e trasporto dei sedimenti sono aumentati di dieci volte, a causa dell’urbanizzazione e dell’agricoltura intensiva. Poi ci sono i cicli naturali di elementi come carbonio, azoto, fosforo e vari metalli, che sono stati profondamente alterati. A questo si aggiungono enormi cambiamenti ambientali, il più evidente dei quali è il riscaldamento globale con tutte le sue conseguenze a livello planetario. Infine, l’intera struttura e il funzionamento della biosfera sono stati sconvolti: habitat naturali distrutti o degradati, specie in drastico calo o estinte, in parallelo a una crescente diffusione di specie domestiche e invasive. Tutti segni di un equilibrio ormai spezzato che ci mostra quanto sia urgente ripensare il nostro rapporto con la natura se vogliamo garantire una buona qualità della vita alle future generazioni. E, sul più lungo termine, se vogliamo sopravvivere.</p>
<p>In questo contesto di defaunazione, con la previsione di veder estinguersi fino a un milione di specie entro fine secolo, Chiarucci ci invita a non perdere di vista un altro aspetto: c’è ancora tanto da scoprire. Soprattutto tra quelle forme di vita ricchissime di diversità, ma che tendiamo a ignorare se non siamo appassionati del tema. Prendiamo i funghi, per esempio: finora ne abbiamo scoperte circa 120.000 specie, ma si stima che ne esistano tra i 2,2 e i 3,8 milioni. In pratica, conosciamo solo una piccolissima parte di questo regno: tra il 92 e il 97% dei funghi sul pianeta deve essere ancora descritto. Lo stesso vale per le piante. Molte delle nuove specie identificate negli ultimi anni, come le 30 varietà del genere <em>Camellia</em> scoperte in Cina nel 2019, potrebbero rivelarsi risorse preziose anche dal punto di vista alimentare. Segno che, nonostante il declino in corso, la biodiversità ha ancora molto da offrirci. Eppure sta proprio qui, nel non concentrarsi solo sull’aspetto utilitaristico, la chiave per un futuro diverso.</p>
<p>Per arrivare alla proposta dell’autore, il vero spostamento di prospettiva che ci propone non riguarda tanto i numeri, ma il modo in cui guardiamo alla natura. Un cambiamento che è prima di tutto etico. Quando si parla di biodiversità, tendiamo spesso a giustificarne il valore in termini di utilità: quanti benefici ci offre, quanta economia genera, a che cosa serve. Cibo, acqua, impollinazione e persino l’ossigeno che respiriamo sono i cosiddetti “servizi ecosistemici”, un linguaggio tecnico per dirci che, se distruggiamo la natura, stiamo distruggendo anche noi stessi. Quello che manca, secondo l’autore, è proprio una visione meno antropocentrica e più ecocentrica: l’idea, come ricorda nella prefazione Luigi Boitani - professore di zoologia a La Sapienza - che tutte le specie abbiano diritto di esistere, a prescindere dalla loro utilità per l’essere umano. È un principio etico semplice ma potente, che in un mondo ideale ci porterebbe a ridurre spontaneamente il nostro impatto sul pianeta. Così come già facciamo con i beni archeologici, che proteggiamo anche se non servono a niente di pratico, ma perché raccontano la nostra storia. Così dovremmo tutelare la natura per ciò che rappresenta, e non solo per quello che ci fornisce. Ma senza scordarci che, in realtà, ci tiene in vita.</p>
<p>Uno degli aspetti più stimolanti è l’ampliamento del concetto tradizionale di conservazione: non più limitato a parchi o riserve naturali, ma esteso anche a luoghi che, pur non essendo ufficialmente designati come tali, svolgono un ruolo fondamentale nella salvaguardia della biodiversità. Si tratta delle cosiddette <a href="https://www.worldwildlife.org/stories/oecms-a-new-paradigm-for-area-based-conservation" rel="noopener">OECM</a> (<em>Other Effective area-based Conservation Measures</em>), riconosciute dai principali quadri internazionali per la tutela della biodiversità e tra le quali rientrano, ad esempio, i Siti Sacri, ovvero aree di particolare rilevanza culturale e spirituale. Questi luoghi, come Ayer’s Rock in Australia o il monte Fuji in Giappone, sono stati protetti nel tempo grazie alla profonda connessione che li lega alle comunità locali, spesso senza alcun interesse economico, ma solo per rispetto e devozione. L’autore del libro dedica particolare attenzione a questo tema, tanto da aver coordinato uno studio <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10531-021-02296-3" rel="noopener">che ne ha mappati oltre 2.300</a>. Includere questi siti nei piani di conservazione globale, come il progetto 30x30 (che mira a proteggere almeno il 30% della superficie del pianeta entro il 2030), non solo rafforza l’efficacia delle strategie ambientali, ma crea anche un legame profondo e disinteressato tra le popolazioni e i loro territori, offrendo nuove opportunità per una conservazione partecipata e culturalmente radicata, non legata al solo sfruttamento del territorio e agli interessi economici.</p>
<p>L’autore ci invita a compiere una scelta consapevole e non più rimandabile: designare una rete di aree protette - le cosiddette &ldquo;arche&rdquo; che danno il titolo al libro - che godano della massima tutela ambientale possibile. Si tratta di territori in cui i processi naturali possano svolgersi in modo libero, senza interferenze o interventi umani di gestione, e che dovrebbero estendersi almeno al 10% della superficie terrestre. Una proposta ambiziosa, soprattutto in un’epoca in cui l’impatto della nostra specie ha raggiunto ogni angolo del pianeta. Anche in Paesi come l’Italia, dove formalmente l’estensione delle aree protette è già prossima a questa soglia, l’effettiva qualità della protezione spesso non è sufficiente: molte di queste zone, infatti, continuano a subire pressioni legate ad attività umane come il turismo o lo sfruttamento delle risorse.</p>
<p>Per garantire davvero la continuità dei processi naturali che sostengono la vita sulla Terra è invece fondamentale che questi territori siano, per quanto possibile, incontaminati. L’idea di Chiarucci non è dunque solo ecologica, ma anche profondamente etica: un patto tra umanità e natura per assicurare un futuro condiviso. «Non posso certo tradire il mio innato ottimismo», dice l’autore nelle sue conclusioni. E il nocciolo sta tutto qui: crediamo davvero nella possibilità di un futuro non più antropocentrico?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’evoluzionista riluttante: ritratto di Darwin tra riserbo e rivoluzione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/evoluzionista-riluttante-ritratto-darwin-riserbo-rivoluzione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/evoluzionista-riluttante-ritratto-darwin-riserbo-rivoluzione/</guid><pubDate>Fri, 16 May 2025 09:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>evoluzione</category><description>Nel saggio &amp;amp;ldquo;L’evoluzionista riluttante&amp;amp;rdquo;, ristampato quest’anno da Raffello Cortina Editore, David Quammen traccia un ritratto vivido e originale di Charles Darwin, raccontando la lenta maturazione della teoria dell’evoluzione e mostrando lo scienziato come uomo, sperimentatore e pensatore inquieto, ben oltre il mito del Beagle.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/evoluzionista-riluttante-ritratto-darwin-riserbo-rivoluzione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/evoluzionista-riluttante-ritratto-darwin-riserbo-rivoluzione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Gran Bretagna, 1859: vede la luce <em>L’origine delle specie</em>, il saggio che ha – tra molti dibattiti scientifici negli anni che seguirono – rivoluzionato la biologia, presentando la teoria dell’evoluzione basata sulla selezione naturale. Il suo autore, Charles Darwin, non avrebbe bisogno di presentazione: ciascuno di noi ha almeno un’idea vaga di chi sia e perché il suo nome risulti tanto noto. Molto meno nota è la persona di Darwin, la complessa gestazione della sua teoria, la vastità di studi in molti altri campi che ha portato avanti sostanzialmente fino alla sua morte.</p>
<p><em><a href="http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/david-quammen/levoluzionista-riluttante-9788832857504-4468.html" rel="noopener">L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzion</a></em><a href="http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/david-quammen/levoluzionista-riluttante-9788832857504-4468.html" rel="noopener"><em>e</em></a> è la presentazione che David Quammen fa del grande biologo. Una presentazione che vuole essere snella, ma nella sua brevità è ricca, ricchissima di storia, documenti, citazioni che permettono di tracciare un quadro a tutto tondo di Darwin e del suo lavoro. Pubblicata per la prima volta nel 2006 (e in Italia nel 2008 per Codice Edizioni), quest’anno è uscita la nuova edizione per Raffaello Cortina con la prefazione del filosofo della biologia Telmo Pievani (una scelta perfetta per aprire un saggio dedicato all’evoluzionista più conosciuto al mondo).</p>
<p>Quammen ha una scrittura incalzante, che riesce a essere romanzesca anche quando il suo lavoro non potrebbe essere più saggistico. Lo abbiamo imparato con <em>Spillover</em>, lo ritroviamo ne <em>L’evoluzionista riluttante</em>, nel quale sceglie volutamente di essere anche conciso. Non a caso, questa particolare biografia di Darwin non parte (come la sua teoria) dal viaggio sulla <em>Beagle</em>: quella, scrive Quammen, è una parte della sua vita fin troppo nota. Si tuffa invece a capofitto nella vita dello scienziato appena tornato in patria, all’inizio del 1837, e nella rapida popolarità che trovò nei circoli scientifici britannici per i lavori nati proprio dall’esperienza sudamericana. Un Darwin che si afferma come scienziato, insomma, per la gioia di un padre che, fino a pochi anni prima, del figlio aveva ben scarsa opinione. È anche un Darwin che inizia a riflettere sul matrimonio (fino ad arrivarci davvero).</p>
<p>Ma, in una raccolta di taccuini «tutti consacrati alla trasmutazione» (già qui si trova la famosa figura dell’albero evolutivo, affiancata da un sobrio quanto noto <em>I think</em>) e con una serie di «criptiche domande a chiunque sapesse qualcosa delle specifiche e bizzarre questioni che lo interessavano», i semi della teoria dell’evoluzione iniziano a germogliare proprio in questi anni.</p>
<p>Quammen li segue passo passo, frugando nelle lettere e nei molti altri scritti lasciati da Darwin. Delineando così quella figura affascinante dello scienziato che, ritiratosi dalla vita londinese, dalla sua casa a Downe intrattiene ricchi scambi epistolari con i colleghi dell’epoca; viaggiano via posta riflessioni, articoli, informazione, ma anche innumerevoli campioni di ogni specie. Perché, dalla campagna, portava avanti i suoi studi, a volte anche apparentemente bizzarri. «Si trasformò in uno sperimentalista, disseminando la casa e il giardino di progetti scientifici semplici ma astuti, spesso maleodoranti ma capaci di fornire informazioni utili», scrive Quammen. Il tutto per rispondere a svariate domande: per quanto i semi delle diverse piante possono restare in acqua rimanendo capaci di germogliare? E le uova di lucertola possono galleggiare in mare?</p>
<p>Da una domanda all’altra, da un esperimento all’altro, emergono dal quadro anche i molti personaggi che circondavano la figura di Darwin, in un continuo confronto scientifico ma anche in una vita familiare ricca e vissuta. Ci sono i lutti, a partire da quello per l’amata figlia Annie, i problemi di salute e i bizzarri ancorché inutili tentativi di porvi rimedio. C&rsquo;è anche molto spazio dedicato, giustamente, alla figura di Alfred Russel Wallace, giunto per vie indipendenti alle stesse conclusioni di Darwin e, in buona sostanza, spinta essenziale per la loro pubblicazione.</p>
<p>Perché passano gli anni, aumentano gli studi e gli scritti, ma Darwin rimane titubante – o riluttante, per scegliere l’aggettivo che titola il saggio. Ci vogliono circa trent’anni perché presenti pubblicamente le sue teorie (alla Linnean Society, insieme a quelle di Wallace e senza che nessuno dei due fosse presente) e arrivi alla pubblicazione de <em>L’origine delle specie</em>. Quammen ne segue i dubbi e le perplessità, che originano dalla consapevolezza del pieno significato della teoria dell’evoluzione per selezione naturale e dai buchi logici dei quali Darwin era ben consapevole (vale la pena ricordare che sarebbe voluto ancora un po&rsquo; di tempo perché fosse riscoperto il lavoro di Mendel per spiegare le variazioni su cui interviene la selezione naturale); segue il continuo rimaneggiamento dell’opera, da un’edizione all’altra (edizioni che peraltro, già dalla prima, trovavano un continuo successo di pubblico).</p>
<p>Segue anche il Darwin che invecchia e le reazioni della società scientifica alla sua teoria; per quest’ultima, Quammen non tralascia la lettura che ne possiamo fare oggi, con altre conoscenze, per poterla inserire appieno nel panorama della biologia. Da un’intervista con il biologo dell’evoluzione Douglas Futuyama, con cui ha una conversazione che s’incentra sulla pubblicazione del genoma umano e di quello di topo, conclude: «Ciò che Futuyama stava cercando di mostrarmi è che, dopo decenni di crescenti tensioni tra due discipline in competizione, persino i biologi molecolari cominciano ora ad ammettere che <em>tutta</em> la biologia è biologia evoluzionistica».</p>
<p>Ma non crediate che questi ultimi passaggi, dedicati agli studi, alle tecnologie, alle scoperte più recenti che hanno permesso di spiegare appieno la teoria di Darwin facciano sì che la figura della persona, scientifica e umana, rimanga in secondo piano. Attraversa ogni pagina: <em>L’evoluzionista riluttante</em> è davvero uno dei testi migliori per conoscerla e comprenderla.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Restaurare la natura: perché proteggere non basta più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/</guid><pubDate>Fri, 09 May 2025 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><description>Proteggere non basta più: per contrastare la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici bisogna ripristinare gli ecosistemi perduti. È la sfida del secolo, ma anche una grande opportunità: ne parliamo con l&amp;amp;rsquo;ecologo Roberto Danovaro, autore di &amp;amp;ldquo;Restaurare la natura&amp;amp;rdquo; (Edizioni Ambiente).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se le condizioni del pianeta ci preoccupano, è difficile leggere un libro che tratta questi temi senza farsi venire una certa ansia. Perché il punto di partenza è chiaro: la nostra specie ha causato danni enormi, impattando significativamente il 75% delle terre emerse e il 66% dei mari. Nei prossimi 30 anni potremmo perdere da mezzo milione a un milione di specie. <a href="https://www.edizioniambiente.it/catalogo/restaurare-la-natura" rel="noopener"><em>Restaurare la natura</em></a>, dell’ecologo Roberto Danovaro (Edizioni Ambiente, 2025), docente all’Università Politecnica delle Marche, inizia mettendoci di fronte a questa realtà e non fa sconti. Le Conferenze delle Parti sono state costellate di buone intenzioni, scrive l’autore, ma con poche azioni concrete. E proteggere non è più sufficiente, soprattutto perché in genere non vengono tutelate le aree più importanti per la biodiversità, ma quelle che creano meno conflitti con gli interessi economici: le 8 aree più protette sono infatti “ecosistemi ghiacciati”, come il mare di Ross in Antartide o le Terre australi e antartiche francesi.</p>
<p>Se tutelare non basta più, è arrivato il momento di ripristinare gli ecosistemi che abbiamo distrutto o compromesso. E, dati e casi studio alla mano, di riconoscere come il restauro sia un investimento che porta vantaggi in termini economici, di salute pubblica e di contrasto ai cambiamenti climatici. Un esempio? Il restauro dei mangrovieti nei Paesi asiatici, dove le mangrovie sono minacciate da inquinamento, acquacoltura e agricoltura. Ripristinare questi ambienti d’acqua salata, fortemente influenzati dalle maree, ha protetto quasi 300.000 persone dagli eventi alluvionali e - nelle sole Filippine - fa risparmiare 450 milioni di dollari l’anno in danni alle infrastrutture umane. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dedicato il decennio 2021-2030 al Restauro degli ecosistemi, identificandolo come priorità e chiedendo investimenti adeguati. A oggi i fondi pubblici rimangono la risorsa principale per questi interventi, ed è fondamentale che i governi pianifichino nuove modalità di finanziamento per incoraggiare una finanza sostenibile, anche nel privato.</p>
<p>In tutto il pianeta sono già in corso diversi progetti di restauro ambientale su larga scala, tra i quali troviamo: l’<a href="https://4p1000.org/?lang=en" rel="noopener">Iniziativa 4 per 1000</a> dedicata ai terreni agricoli; la <a href="https://www.bonnchallenge.org/" rel="noopener">Bonn Challenge</a>, che vuole ripristinare almeno 350 milioni di ettari di foreste e ambienti terrestri entro il 2030; il <a href="https://www.ecrr.org/" rel="noopener">Centro europeo per il restauro dei fiumi</a>, che vuole risanare le acque interne del continente; la <a href="https://www.unccd.int/our-work/ggwi" rel="noopener">Great Green Wall Initiative</a> in Africa per recuperare territori desertificati; la <a href="https://globalpeatlands.org/" rel="noopener">Global Peatlands Initiative</a> dedicata alle torbiere; <a href="https://regreeningafrica.org/" rel="noopener">Regreening Africa</a> per ripristinare gli ecosistemi naturali di 8 paesi africani, e la <a href="https://www.mangrovealliance.org/" rel="noopener">Global Mangrove Alliance</a>, che entro il 2030 mira a ripristinare almeno 15 milioni di ettari di mangrovie. La sfida più complessa saranno gli ambienti marini, dove i costi di un progetto di restauro sono anche 100 volte maggiori rispetto a quelli di un habitat terrestre: se per una foresta pluviale si attestano intorno a circa 8.800 euro/ettaro, per un banco di ostriche già si sale a oltre un milione. All’aumentare della profondità dell’habitat aumentano anche i costi per ripristinarlo, perché si rendono necessari macchinari costosi e subacquei sempre più specializzati.</p>
<p><em>Restaurare la natura</em> è un libro che comunica urgenza, ma racconta anche nel dettaglio - e sempre dati alla mano - come una soluzione alla degradazione ambientale ci sia e la necessità di ripristinare gli ecosistemi non sia più rimandabile. C’è molto da fare ma è nell’interesse di tutti, dal punto di vista dei servizi ecosistemici, della salute umana, della tutela della biodiversità e anche delle ricadute economiche di questi progetti. Ne abbiamo parlato con l’autore.</p>
<p><strong>I dati ci dicono che è prioritario restaurare la natura, ma possiamo davvero guardare con ottimismo alla possibilità che venga fatto in tempi rapidi? E stanziando i fondi necessari?</strong></p>
<p>In una prospettiva ampia, quella del secolo in cui viviamo, non solo dobbiamo essere ottimisti ma anche capire che non c’è altro modo: restaurare la natura è indispensabile. Nel libro cerco di spiegare che questa necessità non è un afflato ambientalista ma un ragionamento sostenuto da aspetti scientifici ed economici. Troveremo i finanziamenti? Dobbiamo trovarli, come in passato li abbiamo trovati per tutelare la biodiversità negli ambienti terrestri e marini. Nel 2024 è stata approvata la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-approvata-nature-restoration-law/">Nature Restoration Law</a>, la legge europea in materia ambientale più importante degli ultimi 40 anni e dedicata al ripristino degli ecosistemi degradati. In tal senso credo si viaggerà su due livelli. Da un lato c’è chi la attiverà in modo più convinto, investendo più risorse e di conseguenza ricavandone più benefici, perché alla fine si tratta di “ristrutturare la propria casa”. Non farlo sarebbe come ignorare delle opere d’arte vandalizzate dalla guerra, come ritrovarsi con il Colosseo bombardato e decidere di non restaurarlo per ragioni ideologiche. Dall’altro lato, chi volesse rallentare il processo di restauro della natura non solo rinuncerà ai benefici che porta ma pagherà anche lo scotto delle infrazioni al diritto europeo. Un rischio ulteriore è vedersi superati, anche da questo punto di vista, dai Paesi emergenti. Penso alla Cina, che ha già un piano di restauro ecologico molto avanzato sia per il mare che per la terra. Pensare che l’Europa venga scavalcata a causa di divisioni interne, anche quando avrebbe la possibilità di primeggiare, sarebbe l’ennesima beffa.</p>
<p><strong>Nel libro parla dei sussidi a pesca e agricoltura come un meccanismo che rende le attività dipendenti e controllate, spendendo risorse che sarebbero meglio investite nel restauro ecologico, del quale beneficerebbero anche le attività economiche.</strong></p>
<p>Il problema sostanziale è che molti degli impatti che l’essere umano ha generato sul pianeta derivano da un’agricoltura che è ormai un’industria del suolo, un meccanismo di produzione non più sostenibile e che consuma il 75% dell’acqua, della quale abbiamo sempre più bisogno. In più non incentiviamo le pratiche di agricoltura variegate né la pesca sostenibile; il meccanismo purtroppo è di interesse politico, si tratta di lobby molto forti che alle elezioni risultano determinanti. Quello che serve, e oggi si fa solo timidamente, è una trasformazione del settore. Se non abbiamo il coraggio di accantonare le pratiche più distruttive, la ragione è sempre politica. Un po’ come se per motivazioni politiche lasciassimo ammalare le persone, o scegliessimo di non curarle. Io spero si possa ripartire dai dati scientifici, oggettivi, ed è uno degli obiettivi del libro: la cura dell’ambiente non può diventare una questione politica.</p>
<p><strong>Il restauro che ambisce al massimo successo, scrive nel libro, deve anche coinvolgere le popolazioni locali e la cittadinanza così da renderle partecipi, evitando che ci siano aspetti di contrasto.</strong></p>
<p>Sì, in questo senso parliamo di una vera e propria rivoluzione dell’approccio. Con il restauro, l’idea è quella di sviluppare anche una nuova imprenditorialità diffusa, nuove opportunità di lavoro e nuove professionalità, che coinvolgano e diano un ruolo attivo a chi vive sul territorio. Se ci pensiamo questo accade già oggi in tutto il mondo: molti Paesi dell’Africa hanno enormi introiti derivanti dai parchi naturali, ma lo stesso vale per le Maldive o per la California, che ha cinque volte le aree protette dell’Italia. Senza il supporto locale, le aree protette lo sono solo sulla carta. Ma anche in vista di un turismo che vuole naturalità, l’ambiente è sempre più visto come una risorsa. Nel caso della tutela e della conservazione si “raccoglie” da ciò che esiste già, mentre con il restauro aggiungiamo un elemento in più, quello di investimento, che può offrire occasioni straordinarie. Per restare in Italia possiamo pensare alla baia di Bagnoli, e a cosa vorrebbe dire recuperarla insieme a tutto il retroterra industriale. A quanto varrebbe in termini ambientali e di salute, ma anche dal punto di vista del valore degli immobili. I benefici del restauro sono su molti livelli, non ultima l’importante natura economica.</p>
<p><strong>Quanto è importante la cooperazione internazionale, soprattutto per quanto riguarda i grandi progetti di restauro ambientale?</strong></p>
<p>Molto. E se per gli ecosistemi terrestri possiamo basarci sui confini, la questione si fa più complessa quando parliamo di quelli marini. Penso sarà necessario ragionare su più livelli, proprio in base alla portata dei progetti. Se pensiamo a iniziative come la Grande muraglia verde in Africa, che ha l’obiettivo di fermare l’avanzata del deserto, sono coinvolte le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, 20 Paesi africani e chiunque voglia aiutare in un’ottica di cooperazione internazionale. Ogni contributo è utile, e anche per questo sono convinto serva uscire al più presto dal contesto ideologico. Tutti devono cooperare, con i propri mezzi e in base alle proprie motivazioni: che sia l’amore per la natura, l’interesse per la salute umana o le prossime generazioni, l’obiettivo è comune e bisogna lavorare insieme. L’interesse collettivo deve prevalere rispetto a quello individuale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>“Considera gli animali”: un saggio di etica, scelte e convivenza tra specie</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/considera-animali-saggio-etica-scelte-convivenza-specie/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/considera-animali-saggio-etica-scelte-convivenza-specie/</guid><pubDate>Sun, 04 May 2025 10:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Giulia Lupi</dc:creator><category>animali</category><description>Edito da Laterza, il nuovo saggio del filosofo Simone Pollo invita a riflettere sul nostro rapporto con gli animali: tra allevamenti, emozioni, sperimentazione e possibilità di scegliere un&amp;amp;rsquo;altra strada.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/considera-animali-saggio-etica-scelte-convivenza-specie-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/considera-animali-saggio-etica-scelte-convivenza-specie-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dall’alimentazione fino alla ricerca scientifica, non c’è quasi settore economico che, in qualche modo, non faccia uso di animali. <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858155653" rel="noopener"><em>Considera gli animali</em></a> (Laterza, 2025), il nuovo saggio di Simone Pollo, filosofo e professore alla Sapienza Università di Roma, racconta molte cose che gli animalisti dovrebbero già sapere (si spera), ma oltre a quelle offre degli ottimi spunti di meditazione anche a loro. Chi proprio dovrebbe leggerlo, però, è chi non ha mai pensato seriamente al rapporto tra noi umani e le altre specie, ma che qualche domanda ogni tanto se l’è fatta.</p>
<h2 id="gli-animali-come-cibo">Gli animali come cibo</h2><p>Considera gli animali, appunto, a partire dal nostro rapporto con chi mangiamo, gli animali in quanto cibo. L’aspetto più rilevante del modo in cui il saggio affronta l&rsquo;argomento è il suo porci davanti al fatto che noi, oggi, almeno in tutto l&rsquo;Occidente, possiamo scegliere.</p>
<p>Gli altri animali non possono: un lupo non può vivere di spaghetti, insalata, pasta e fagioli. Fino a non molto tempo fa, neppure noi potevamo farlo: mangiare significava nutrirsi di quello che si poteva, fossero vegetali o animali. Era una necessità e, così come moltissimi animali non possono affatto scegliere perché non onnivori, anche la nostra specie e &ldquo;gli antenati&rdquo; avevano poco da scegliere in base a motivi etici.</p>
<p>Ma adesso le cose si sono messe in modo per cui possiamo decidere sia quello che mangiamo sia quello che non vogliamo mangiare. E questo cambia tutto: l’alimentazione non è più legata a ragioni di contingenza o di necessità. Oggi (di nuovo, almeno per quanto riguarda l’Occidente) si sceglie di essere vegetariani, così come di non esserlo. Pur tenendo conto di alcune variabili, come scrive Pollo:</p>
<blockquote>
<p>Se siamo in Italia e abbiamo un normale accesso al cibo la nostra sopravvivenza non dipende dal consumo di animali. Per un nativo dell&rsquo;Artico che non può andare al supermercato, ma deve cacciare una foca per sopravvivere, le cose sono diverse.</p></blockquote>
<h2 id="gli-allevamenti-e-la-produzione-di-arrosti-come-di-scarpe">Gli allevamenti e la produzione di arrosti come di scarpe</h2><p>Gli allevamenti industriali: numeri, specie, biomassa, metodi; se interessa (o non si teme) l&rsquo;argomento, la cosa migliore da fare è leggere il capitolo dedicato a questo tema. E ciò che dovrebbe restare, se si fa mente locale, è la follia raggiunta: produrre arrosti e bistecche con lo stesso sistema con cui si producono scarpe, elettrodomestici e mobili da ufficio, con la differenza che la catena di montaggio è costituita da esseri senzienti. Un aspetto, quest’ultimo, che non è che non venga preso in considerazione: semmai, quando si entra nel campo degli allevamenti, sembra proprio dimenticare che questa produzione riguarda esseri viventi.</p>
<p>Eppure, senza gli animali domestici (dagli schiavi di darwiniana memoria alle simbiosi mutualistiche con il gatto e soprattutto con il lupo, per il quale ormai <a href="https://www.nationalgeographic.com/animals/article/130302-dog-domestic-evolution-science-wolf-wolves-human" rel="noopener">si parla</a> di coevoluzione e di domesticazione reciproca) e senza l&rsquo;allevamento (e secondo molti studi senza il lupo) <em>Homo sapiens</em> avrebbe seguito una strada assai diversa. «È perfino difficile immaginare che aspetto avrebbe la vita nel XXI secolo se gli umani avessero continuato a vivere come cacciatori-raccoglitori. Di sicuro non saremmo gli stessi, e c&rsquo;è da chiedersi se saremmo ancora qui», sottolinea Pollo nel suo saggio.</p>
<h2 id="di-etica-ed-emozioni">Di etica ed emozioni</h2><p><em>Considera gli animali</em> tocca molti altri punti: gli animali che bene o male sono sfruttati in vari modi ed esistono per quello scopo, e gli animali con i quali invece il rapporto è affettivo (con relative forme di degenerazione). E poi l’innegabile, enorme impatto ambientale della carne, diretto e indiretto, che adesso non può più non essere considerato, nel valutare il rapporto tra noi e gli altri; e anche le alternative, inclusa l’ultima, quella della carne coltivata. Pollo parla anche della sinantropia, cioè la conseguenza del nostro essere specie talmente invasiva in termini di spazio fisico da aver fatto sì che molte specie selvatiche abbiano letteralmente imparato a sfruttare le città come nuove nicchie ecologiche.</p>
<p>Poi naturalmente l’uso di animali in ricerca e qui il saggio &ldquo;entra nel vivo&rdquo;: ma gli animali soffrono? Domanda retorica, trampolino per entrare nella sfera morale. Certo che soffrono, e provano emozioni (la paura e anche il dolore <a href="https://www.iasp-pain.org/publications/iasp-news/iasp-announces-revised-definition-of-pain/" rel="noopener">sono emozioni</a>, per la scienza): questo è ormai innegabile, e non è più moralmente accettabile ignorarlo. Pollo è un filosofo morale alla fine, ed è qui che dà il meglio.</p>
<p>Non manca un po’ di storia, nemmeno sotto questo aspetto. Per esempio, di come prima Darwin e poi l’etologia abbiano cambiato le cose, facendo sì che diventasse impossibile ignorare quelle emozioni e abilità cognitive che condividiamo con altre specie: «Lo studio del comportamento non ha solo aiutato ad espandere le nostre conoscenze: nel mostrare quanto possa essere ricco e complesso il mondo animale, l&rsquo;etologia è stata anche un vero e proprio motore di trasformazione morale».</p>
<p>Da filosofo, appunto, Pollo spiega anche le diverse posizioni nell&rsquo;ambito dell&rsquo;etica animale, approfondendo le correnti di specismo, abolizionismo, welfarismo, utilitarismo (cioè per esempio l&rsquo;interesse di chi mangia e di chi viene mangiato). Lo fa quel tanto da consentire di farsi un’idea della materia, che per molti si riduce agli animali “pucciosi” e ai topi da laboratorio, e invece, come spiega il saggio,</p>
<blockquote>
<p>Il mondo dell&rsquo;animalismo è variegato e ricco di sfumature, ma in generale esiste una grande distinzione tra chi ritiene più importante battersi per il riconoscimento di diritti fondamentali agli animali e abolire le pratiche di sfruttamento e chi invece pensa che sia necessario fare i conti con la realtà e impegnarsi per un miglioramento delle condizioni in cui gli animali vengono utilizzati.</p></blockquote>
<p><em>Considera gli animali</em>, comunque, non è un monologo: per chi vuole capire davvero come cambia il nostro rapporto con gli animali, sono imperdibili i dialoghi. Come quelli con Giorgio Vallortigara, neuroscienziato di fama internazionale noto principalmente per le sue ricerche sulla lateralizzazione cerebrale negli animali ma che ha anche contribuito significativamente allo studio della senzienza; e quelli con Peter Singer, padre del concetto di welfarismo e degli attuali movimenti per i diritti degli animali. E, sorpresa, c’è anche un paio di ricette di cucina sostenibile “a prova di scettici”, firmate da Chiara Pavan, vincitrice di diversi premi di cucina.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'inattualità come resistenza nell'era dell'Antropocene</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene/</guid><pubDate>Sat, 19 Apr 2025 10:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Un incontro per presentare il libro &amp;amp;ldquo;Ripensare l&amp;amp;rsquo;Antropocene&amp;amp;rdquo; è stato occasione per riflettere sulla crisi ambientale e la responsabilità di università e comunicatrici e comunicatori scientifici in un&amp;amp;rsquo;epoca in cui la scienza è sotto attacco, e persino le parole per descrivere il cambiamento climatico vengono messe al bando.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La platea che a inizio mese ha assistito all’incontro organizzato dall’Università di Tor Vergata e da Res viva - Centro interuniversitario di ricerche epistemologiche e storiche sulle scienze del vivente, era spaesata. Se avete un po’ di pazienza, fra poco vi diremo perché, ma intanto occorre una premessa.</p>
<p>L’occasione del ritrovarsi è stata la presentazione del libro <a href="https://www.carocci.it/prodotto/ripensare-lantropocene?srsltid=AfmBOort0M4PBFGXU8rWm3nNfs_JnMvY2LovvKWrw7T_BYmHB72Kl9ec" rel="noopener"><em>Ripensare l’Antropocene. Oltre natura e cultura</em></a> (Carocci editore, pp.198, euro 23,00), di Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli e Giovanna Guerzoni. Il libro, come è ben spiegato nell’introduzione, nasce da un&rsquo;esperienza traumatica (la pandemia) e da un progetto (TerraFranca). Tutte e quattro le autrici insegnano all’Università di Bologna, occupandosi di settori disciplinari diversi: Govoni è storica delle interazioni scienza-società, Belcastro è biologa e antropologa, Bonoli è ingegnera delle materie prime, Guerzoni è antropologa dell’educazione, esperta di contesti multiculturali. Durante il confinamento, le quattro autrici, legate anche da amicizia, hanno cominciato a incontrarsi online e a interrogarsi su alcune questioni, certamente non nuove, ma che la pandemia ha messo in evidenza: perché distruggiamo l’ambiente? Quali strumenti abbiamo per affrontare la realtà del cambiamento climatico? Come possiamo dare un contributo?</p>
<p>Nella discussione poi sono stati coinvolti studentesse e studenti, dando così vita al progetto TerraFranca. Il risultato è un libro molto interessante, in cui alle voci delle autrici, a ognuna delle quali si deve la stesura di un capitolo, si alternano le voci di giovani allieve e allievi che hanno risposto a un questionario a risposte aperte.</p>
<p>Il tentativo di superare gli steccati interni a un sistema universitario che si è ingabbiato in una pletora di settori scientifico-disciplinari (oggi sono ben 383, come scrivono le autrici), è riuscito: nel libro si discute da prospettive diverse di temi come il mito di una crescita senza sviluppo, la (presunta) dicotomia natura-cultura, lo sfruttamento delle risorse e l’assenza di una cultura dei limiti, il legame tra lo sfruttamento delle risorse e il patriarcato, la tecnologia e i suoi legami col colonialismo.</p>
<p>Insomma, di quello che ci ha portati dritti dritti nella nostra era, l’Antropocene, l’era in cui l’impatto delle attività degli esseri umani ha plasmato l’ambiente e il clima a livello planetario. Un’era che viene chiamata anche Capitalocene, Chthulucene, Wasteocene, a seconda se si vuole enfatizzare il ruolo del capitalismo nella crisi ecologica, quello delle interconnessioni sotterranee o quello dei rifiuti. Ma che comunque ha connotati tali da destare preoccupazione per la nostra stessa sopravvivenza. Ogni autrice (e vorremmo dire anche ogni studentessa e ogni studente) porta un pezzetto di conoscenza che compone il quadro complessivo del libro e che ci suggerisce come potremo adattarci all’Antropocene che abbiamo scatenato.</p>
<p>Fin qui tutto bene. Un libro interessante, due autrici presenti a discuterne con altri docenti. Perché allora il senso di spaesamento di cui parlavamo? La risposta è semplice: Trump. Il libro è stato chiuso prima che un uragano si abbattesse sulla scena politica mondiale. Nel giro di pochi mesi tutto è cambiato e, come hanno sottolineato Carmela Morabito, storica della psicologia e delle neuroscienze cognitive e Elena Gagliasso, filosofa della scienza, tutto quello di cui si parla nel libro sembra ora sotto schiaffo. E come può essere altrimenti se il presidente degli Stati Uniti ha chiesto addirittura la rimozione delle parole con cui parlare di questi temi dai documenti pubblici delle agenzie federali? Tra le parole vietate infatti non ci sono solo “transgender” e “preferenze sessuali”, ma anche “crisi ambientale”, “diseguaglianza”, “diversità”, “inclusione”, “malattia mentale”, “popolazioni vulnerabili”, “socioeconomico” e “socioculturale”. Il libro in pochi mesi di vita è diventato inattuale?</p>
<p>Lo siamo diventati tutti probabilmente, perché non abbiamo le parole e gli strumenti per affrontare questo nuovo mondo in cui la scienza è sotto attacco, la tecnologia corre in modo esagerato rispetto alla lentezza dei processi antropologici, il capitale è sempre più aggressivo e l’Europa si riarma (ricordate i trattati per il disarmo? Sembrano oramai cosa antica). Ma forse, come ha sottolineato Guerzoni, questo non è un fatto solo negativo: si può coltivare l’inattualità come strumento di resistenza. L’importante è mettersi in movimento e in rete. Ma proprio su questo punto, l’incontro è stato anche una occasione per un mea culpa: noi che questi temi studiamo e che sappiamo da tempo che sulla Terra ogni fenomeno e ogni vivente (e non) si trova all’intersezione con altri, che ogni gesto umano ha un effetto sul pianeta, non abbiamo saputo portare al di fuori dell’università questo sapere: per questo siamo corresponsabili della crisi che stiamo vivendo, ha detto Govoni.</p>
<p>A dirla tutta, corresponsabili siamo anche noi che lavoriamo nel campo della comunicazione. In particolare, parlo di chi negli ultimi anni si è occupato di raccontare la scienza al grande pubblico: non abbiamo avuto la voce abbastanza forte per dire quello che stava succedendo. Eppure lo sapevamo da tempo. Abbiamo visto la vittoria delle ideologie coloniali del dominio, dei dogmi della competitività ad ogni livello e l’illusione di una crescita economica infinita. Abbiamo visto l’aumentare delle ineguaglianze per quanto riguarda la salute e la crisi dei sistemi sanitari con la loro progressiva privatizzazione. Abbiamo ascoltato della impressionante perdita di biodiversità tanto da parlare della sesta estinzione di massa, abbiamo assistito al susseguirsi delle COP: 1, 2, 3… 29. Sempre più stanche e dai risultati deludenti. E abbiamo denunciato troppo poco o con voce troppo flebile. Certo, l’informazione ha subìto, come e forse più di altre categorie, le ingiurie della nostra epoca: precarizzazione, accelerazione dei tempi di produzione, dipendenza dal capitale, ma insomma, questo non ci rende meno colpevoli.</p>
<p>E ora che fare? Prima cosa, bisogna mantenere i luoghi di dialogo, come ha sottolineato Gagliasso, le COP sono ancora importanti per questo. E poi, bisogna individuare zone di interscambio, dicono le autrici del libro, dove applicare i risultati di tante conoscenze “per instaurare alleanze paritarie con altri punti di vista, generi e generazioni”. E forse, come ha detto lo studente che è intervenuto alla fine dell’incontro, bisogna alzare la voce. In tempi in cui probabilmente la resistenza è da preferire alla resilienza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mito infranto della sostenibilità: intervista ad Antonio Galdo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo/</guid><pubDate>Fri, 04 Apr 2025 08:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ne &amp;amp;ldquo;Il mito infranto&amp;amp;rdquo; (Codice Edizioni), il giornalista Antonio Galdo ci mostra, dati alla mano, come sotto il marchio della sostenibilità vengano proposti prodotti e soluzioni che, di fatto, contribuiscono ad aumentare le diseguaglianze, marciando contro ciò che è il vero sviluppo sostenibile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Considera lo spazzolino, il comune spazzolino da denti. Può essere un buon punto di partenza per iniziare a ragionare sulla sostenibilità e, soprattutto, su come possa diventare un’etichetta che troppo spesso ci fa perdere di vista il vero significato del termine.</p>
<blockquote>
<p>La vera sostenibilità sarebbe alla radice di un nuovo modello di sviluppo in grado di rimettere in moto l‘ascensore sociale, allargare il benessere, offrire opportunità di crescita a tutta la popolazione. La falsa sostenibilità ha reso invece il mondo più ingiusto, creando nuovi muri, nuovi privilegi a vantaggio di ristrette minoranze</p></blockquote>
<p>È così che si presenta nelle sue primissime pagine <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/il-mito-infranto/" rel="noopener"><em>Il mito infranto. Come la falsa sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto</em></a> (Codice Edizioni, 2025) di Antonio Galdo, giornalista e direttore del sito <em><a href="https://www.nonsprecare.it/?refresh_cens" rel="noopener">Non Sprecare</a></em>. Il saggio è una disamina di realtà che, sotto il marchio della sostenibilità, rema di fatto contro agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: dall’alimentazione alla mobilità, dalle città “che escludono” alla “sanità di classe”, dalla moda all’energia. Un esempio su tutti, forse financo banale, è diventato in questi giorni oggetto di battute sui social. Si può riassumere così: boicottare la Tesla è facile, se non hai i soldi per permettertela. Al di là della figura di Musk, l’auto elettrica è nell’immaginario comune (e in quello del marketing) il prototipo della mobilità sostenibile: ma chi può permettersela?</p>
<p>Quelle ne <em>Il mito infranto</em> sono riflessioni e, soprattutto, dati che si accumulano pagina dopo pagina e si fanno difficili da digerire, anche perché ci mostrano come troppo spesso le nostre scelte non siano in realtà consapevoli ma frutto di un marchio (<em>green</em>, <em>sostenibile</em>, <em>biodegradabile</em>, <em>rispettoso dell’ambiente</em>…) che non tutti si possono permettere. E che proprio per questa ragione aumenta le diseguaglianze invece di ridurle, dimenticando che la sostenibilità è un concetto tanto ambientale quanto sociale.</p>
<p>Il libro parte, e in realtà origina anche, proprio da uno spazzolino da denti. Galdo racconta come ne avesse acquistato uno con il manico di bambù, pubblicizzato appunto come più sostenibile rispetto al classico spazzolino in plastica, dalla degradazione interminabile. In breve tempo, però, il manico si è annerito e ha iniziato a puzzare. Galdo ha iniziato a informarsi, raggiungendo alcune conclusioni. Intanto, anche lo spazzolino di bambù non può poi considerarsi così sostenibile, dal momento che le setole sono di nylon e non biodegradabili. E poi, con il suo prezzo quasi doppio rispetto agli spazzolini in plastica, può a tutti gli effetti considerarsi un bene di lusso. Tanto da diventare, scrive nel libro, «la prova di come la sostenibilità stia stravolgendo la catena dei consumi, allargando sempre più la forbice tra una minoranza di consumatori verdi, green responsabili - chiamateli come vi pare - e una maggioranza che tira la cinghia perché intanto continua a scivolare indietro nella scala sociale».</p>
<p><em>Il mito infranto</em> può facilmente lasciare l’amaro in bocca al termine della lettura. Ma è soprattutto un libro per riflettere, un richiamo alle scelte consapevoli: ne abbiamo parlato con l’autore.</p>
<p><strong>Vicenda dello spazzolino a parte, da dove è nata l’idea di dedicare un saggio alla falsa sostenibilità?</strong></p>
<p>Quello della sostenibilità è un tema di cui mi occupo da tempo, a partire dal sito <em>Non Sprecare</em> che dirigo. E se il primo spunto è stato lo spazzolino di bambù, il secondo è stato quello che considero la bussola dello sviluppo sostenibile: gli obiettivi dell’Agenda 2030. Nessuno dei quali sarà raggiunto nella data prefissata. È importante notare che i primi di questi obiettivi non hanno a che fare con l’ambiente ma con la lotta alla fame, con la salute, con la parità di genere, con l’istruzione e l’accesso all’acqua. Perché la sostenibilità non può prescindere dalla riduzione delle diseguaglianze.</p>
<p>Ma ormai vediamo come le organizzazioni internazionali siano impotenti di fronte a questi problemi. Lo vediamo, e lo racconto ne <em>Il mito infranto</em>, con le COP per il clima, nelle quali il numero dei lobbisti accreditati supera ormai il numero degli Stati partecipanti. In breve, le organizzazioni internazionali non sono all’altezza della globalizzazione; non sono riuscite, cioè, a globalizzare quelle decisioni politiche che sono determinanti per una reale sostenibilità.</p>
<p><strong>Per un consumatore o consumatrice, la lettura del suo saggio può essere frustrante: cosa possiamo fare per rendere le nostre scelte realmente sostenibili?</strong></p>
<p>Dal punto di vista di chi considera la sostenibilità la vera scommessa per il futuro, il punto di partenza è: di che sostenibilità parliamo? Se è un’etichetta, non sappiamo cosa farcene. La vera sostenibilità è il cambiamento del modello di sviluppo, innanzitutto per ridurre le diseguaglianze; altrimenti rimane al massimo un’attività da “pollici verdi”. Dobbiamo insomma imparare a fare i conti con chi bara al tavolo della sostenibilità. Qui i giochi sono su due livelli: il primo è quello dei comportamenti e delle scelte dei singoli individui; il secondo quello delle scelte politiche. Per queste ultime, servono politiche internazionali che, come dicevo, siano all’altezza dell’attuale globalizzazione. Tanto più ora che assistiamo a una politica messa sotto scacco dalla tecnofinanza.</p>
<p>Per consumatori e consumatrici, invece, la questione si pone più in termini di scelte consapevoli e informate. Sia chiaro: sostengo la totale libertà di scelta del consumatore, perché solo in questo modo si possono tenere in considerazione i bisogni di tutti. Per fare un esempio personale, io stesso ho bisogno di acquistare acqua in bottiglia, con il consumo di plastica e le emissioni dovute ai trasporti che ne conseguono, per un problema di calcoli renali. Volendo tenere il <em>fil rouge</em> dello spazzolino da denti, vale la pena considerare che ha una qualità di setole non adatta a ogni persona. Ma se abbiamo gli strumenti informativi per le nostre scelte possiamo comunque orientare meglio i nostri consumi e stili di vita. Possiamo riuscire a guardare oltre l’etichetta e fare valutazioni più approfondite: le scelte sostenibili, anche quelle che non creano minoranze basate sul reddito, sono sempre possibili. Insomma, al tavolo della sostenibilità dobbiamo imparare a riconoscere chi trucca le carte.</p>
<p><strong>Esistono esempi, lezioni di sostenibilità genuina?</strong></p>
<p>Le possibilità ci sono, ed è su quelle che dovremmo concentrarci. Un esempio positivo viene dalle comunità energetiche, gruppi di cittadini, imprese, enti pubblici o associazioni che si uniscono per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile in modo collettivo e locale. È una realtà che esiste e che in un Paese come il nostro, con la sua tradizione comunitaria del territorio, rappresenta una soluzione per ottimizzare i costi e aumentare l’autosufficienza energetica. Ci sono voluti diversi anni per la regolamentazione in Italia e il quadro normativo (nonché i finanziamenti) sono tutt’ora fragili, ma il settore delle comunità energetiche rappresenta un buon esempio di sostenibilità da incentivare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perdere il cielo stellato. Intervista all’astrofisico Roberto Trotta</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perdere-cielo-stellato-intervista-all-astrofisico-roberto-trotta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perdere-cielo-stellato-intervista-all-astrofisico-roberto-trotta/</guid><pubDate>Fri, 21 Mar 2025 07:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Michele Vadilonga Gattermayer</dc:creator><category>libri</category><description>L&amp;amp;rsquo;astrofisico Roberto Trotta ci guida alla riscoperta del cielo stellato, patrimonio universale che stiamo perdendo tra inquinamento luminoso e satelliti artificiali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/perdere-cielo-stellato-intervista-all-astrofisico-roberto-trotta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/perdere-cielo-stellato-intervista-all-astrofisico-roberto-trotta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Rischiamo di perdere per sempre il cielo stellato, protagonista indiscusso della letteratura, musica, mitologie e religioni di ogni cultura e tempo, e con esso la consapevolezza ecologica del nostro ruolo nell’Universo», racconta Roberto Trotta, astrofisico della Scuola internazionale di studi avanzati (SISSA) e autore di <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/il-cielo-stellato-sopra-di-noi" rel="noopener"><em>Il cielo stellato sopra di noi. Storia dell’umanità senza gli astri</em></a>, pubblicato a marzo da Il Saggiatore. Il saggio racconta il ruolo dell&rsquo;osservazione e dello studio del firmamento tra storia e scienza, e di come rischiamo di perdere il legame con il “cielo stellato”. </p>
<p>Abbiamo approfondito con Trotta alcuni degli aspetti trattati nel saggio.</p>
<p><strong>Perché il cielo stellato è così importante per noi?</strong></p>
<p>Perché è uno dei pochi aspetti universali della vita umana. Il cielo stellato sopra di noi ci accompagna da sempre e unisce l&rsquo;esperienza di tutti i popoli lungo la storia. L&rsquo;aspetto più importante è che ha una ciclicità intrinseca: l&rsquo;alternanza del giorno e della notte, le fasi lunari, il ritorno periodico delle costellazioni, i movimenti dei pianeti. Questa ciclicità, dal punto di vista non solo pratico ma anche simbolico, ha influenzato la nostra esperienza sensoriale prima e l’indagine scientifica poi, ma anche la nostra capacità di vederci parte di un contesto naturale. Allo stesso tempo si è diffusa universalmente la visione di una natura non completamente controllabile o prevedibile, a causa di fenomeni la cui ciclicità sfuggiva alle culture prescientifiche, come le eclissi solari o le comete, inattese, spaventose e terrificanti proprio perché distruggono la ciclicità della natura.</p>
<p><strong>Questo ci riporta indietro nella nostra storia evolutiva. Qual è stato il ruolo del cielo stellato nello sviluppo di <em>Homo sapiens</em>?</strong></p>
<p>Uno dei temi del libro è andare a riscoprire collegamenti insospettabili o dimenticati con il cielo stellato. Uno di questi riguarda il fatto che siamo una specie che, da sempre, racconta delle storie. Le culture più antiche davano una grande importanza alla leggenda, al mito, raccontavano le storie oralmente e la maniera migliore per ricordarle era di ancorarle a oggetti o fenomeni naturali permanenti, che non sarebbero cambiati non solo nel corso di una vita umana ma di tante generazioni. Tutte queste conoscenze legate a storie, miti e fiabe dovevano essere imperiture e come tali sono state legate a qualcosa di permanente come gli oggetti celesti.</p>
<p>Il cielo stellato ha svolto il ruolo di àncora mnemonica su cui abbiamo appeso le nostre memorie collettive, non solo di storie e leggende, ma anche aspetti pratici come la navigazione e la misura del tempo.</p>
<p><strong>Tra gli effetti duraturi della visione del cielo stellato c’è anche la rivoluzione scientifica. Dunque, possiamo dire che ci ha lasciato solo influenze positive?</strong></p>
<p>No, ci sono anche degli effetti negativi insospettabili ma altrettanto importanti. Per esempio, c’è una connessione tra l’idea di regolarità di misura delle stelle e l’irregolarità di certi aspetti umani che l’eugenetica nazista voleva eliminare. Questo nasce con lo studio degli errori di misura degli astri fatti verso la fine del 1800. L’astronomo belga Adolphe Quetelet scoprì che la distribuzione degli errori astronomici si applicava anche a tutta una serie di affari umani come le misure del corpo, nascite e morti ma anche, secondo lui, alle capacità intellettuali e la propensione a commettere crimini. Si aprì quindi in modo imprevisto un nuovo ambito di studio quantitativo legata al concetto di “normalità”. Tutto ciò che usciva dalla distribuzione matematica normale era abnorme, aberrante, e come tale doveva essere eliminato. Queste idee hanno direttamente ispirato l’eugenetica nazista e sono all’origine del mito dell’”uomo medio” che la sociologia fa ancora fatica a scrollarsi di dosso.</p>
<p><strong>Stiamo rischiando di perdere il cielo stellato oggi?</strong></p>
<p>Purtroppo sì. Ormai la maggior parte della popolazione vive in megalopoli in cui il cielo non si vede. Non abbiamo più un&rsquo;esperienza genuina, anche perché i satelliti artificiali, in rapidissima crescita grazie ai vari Elon Musk, vanno a rovinare l&rsquo;effetto sublime del cielo stellato. Entro il 2035 potrebbero superare il numero delle stelle vere visibili. Rischiamo di perdere non solo la connessione simbolica con il cielo, ma anche la capacità di ammirarlo e di riconnetterci con questa presenza da sempre fondamentale e universale e che ora ci viene preclusa da questo doppio fenomeno: l&rsquo;inquinamento luminoso e l&rsquo;inquinamento satellitare.</p>
<p><strong>Quali potrebbero essere le conseguenze?</strong></p>
<p>Rischiamo di non poterci più riconnettere al nostro passato e le conseguenze culturali sarebbero paradossali. Da un lato siamo abituati a vedere immagini stupende dello spazio profondo attraverso i mezzi digitali, come quelle del James Webb Space Telescope. Dall&rsquo;altro però non siamo più in grado di percepire questa bellezza con i nostri occhi e i nostri sensi. E questo ha una conseguenza anche ecologica: lo spazio e il cielo stellato sono una delle frontiere della preservazione della natura che ci circonda, perché quello che non vediamo ci è sempre più lontano e ci importa sempre meno che venga distrutto.</p>
<p>La frontiera dello spazio satellitare segue una narrativa neoimperialista e neocolonialista: quei pochi che hanno i mezzi politici ed economici di accedere alle risorse e sfruttarle lo faranno. Questo avviene perché la nostra relazione non solo fisica ma culturale, simbolica e psicologica con il cielo stellato è ormai praticamente recisa.</p>
<p><strong>Cosa possiamo fare a riguardo?</strong></p>
<p>Il libro si chiude con l’invito a “diventare dei buoni antenati”. È un’espressione di Jonas Salk, l’ideatore del vaccino della polio. Io lo interpreto come un invito a riflettere su che genere di vita e di pianeta vogliamo lasciare ai nostri discendenti, pensando non solo al nostro bisogno attuale, concreto e limitato, ma a cicli temporali più grandi, intergenerazionali. Sarebbe bello se come civiltà riuscissimo a vivere un po&rsquo; di più seguendo il respiro delle stelle, con una prospettiva temporalmente e spazialmente più ampia e ad accettare il fatto che siamo temporanei ospiti di questa terra, minuscoli nella vastità del cosmo. Queste pillole di umiltà stellari forse ci aiuterebbero a cambiare direzione, controbilanciando l’arroganza di <em>Homo sapiens</em> che ha preso il controllo del pianeta e non ne sta facendo un buon uso. Questo significherebbe diventare migliori antenati, non solo per i nostri figli e i loro figli, ma anche per tutte le creature terrestri il cui destino è inestricabilmente legato al nostro.</p>
<p><strong>Pensa che ci riusciremo?</strong></p>
<p>Oggi non vedo segni molto incoraggianti, onestamente. Però per affrontare questo difficile passo su scala planetaria credo che sia utile mantenere un’attitudine di guerriglia. Forse non possiamo sabotare questo Golia enorme perché ha una potenza di fuoco che l&rsquo;individuo difficilmente può contrastare, però come persone e come comunità possiamo tenere accesa la fiamma del fatto che c&rsquo;è un&rsquo;altra maniera di intendere la vita, la società, il nostro rapporto con il cosmo e con l&rsquo;ambiente. Questo si può fare attraverso piccoli atti di guerriglia, di disobbedienza civile e scientifica, utilizzando la scienza e ciò che sappiamo dell&rsquo;Universo per prendere decisioni contrarie all’indirizzo planetario in cui stiamo andando.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Tre colpi di genio e una pessima idea: in attesa del webinar con l'autrice</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-colpi-genio-pessima-idea-attesa-webinar-lautrice/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tre-colpi-genio-pessima-idea-attesa-webinar-lautrice/</guid><pubDate>Wed, 12 Mar 2025 10:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>redazione</dc:creator><category>libri</category><description>Pubblichiamo per gentile concessione di Bollati Boringheri editore un estratto di &amp;amp;ldquo;Tre colpi di genio e una pessima idea&amp;amp;rdquo;, l&amp;amp;rsquo;ultimo libro della giornalista scientifica Silvia Bencivelli. Domani ne parleremo con l&amp;amp;rsquo;autrice: l&amp;amp;rsquo;appuntamento per il webinar è alle 17.00, in streaming sul nostro sito e canale YouTube.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tre-colpi-genio-pessima-idea-attesa-webinar-lautrice-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/tre-colpi-genio-pessima-idea-attesa-webinar-lautrice-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Tre colpi di genio e una pessima idea</em> è il titolo dell’ultimo libro di Silvia Bencivelli, e <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/webinar-13-marzo-tre-colpi-genio-pessima-idea/">ne parleremo</a> con l’autrice domani alle 17. Intanto, per farsi un’idea di che cosa si tratta, ecco una fulminea ricostruzione dell’epidemia di colera che colpisce l’isola di Mauritius nel 1854.</p>
<blockquote>
<p>Come aveva già fatto in precedenza, Brown-Séquard si butta nel dramma con inconsueta generosità e irragionevole entusiasmo. Port Louis si svuota, i negozi si chiudono, in migliaia si ammalano gravemente, i morti superano presto il centinaio, e alla fine si conteranno circa 170 decessi in un’isola di qualche decina di migliaia di abitanti. Lui di punto in bianco apre un ambulatorio, forse un vero e proprio ospedale, in collaborazione con un medico scozzese: in questo ospedale verrà trattato circa il 20 per cento delle persone contagiate in tutta l’isola, soprattutto poveri che nessun medico cura perché incapaci di pagare.</p>
<p>Ma Brown-Séquard e il collega scozzese non sono d’accordo sulle procedure: per lo scozzese, il trattamento del colera prevede salassi e docce fredde. Per Brown-Séquard, che lo ha imparato in Francia dal suo maestro François Magendie, la terapia è oppiacei e, in caso di sovradosaggio, caffè per compensare. E riposo assoluto. Noi oggi sappiamo che il metodo scozzese è sicuramente controproducente, mentre quello francese piuttosto inutile, con qualche aspetto di pericolosità. Ma siamo nel 1854 e per i due la questione è un vero dibattito scientifico sul quale hanno diverse frizioni. Intanto sull’isola cristiani, musulmani e induisti organizzano processioni colorate, ciascuno a modo proprio, per invocare santi e dèi e chiedere loro la cessazione delle sofferenze. Nemmeno questo funziona.</p>
<p>Un giorno, in una stanza dell’ospedale, una suora trova Brown- Séquard riverso sul pavimento in stato di incoscienza. È un momento drammatico, di cui non si sarà mai in grado di ricostruire la dinamica. Si scopre che il coma è dovuto all’ingestione di una grande quantità di oppio. Qualcuno pensa a un tentato suicidio, ma la cosa più probabile è che sia stato un autoesperimento incauto seguito da un tentativo di automedicazione per la fondata paura di essersi contagiato (trovo scritto che potrebbe aver ingerito il vomito di un paziente coleroso).</p>
<p>Comunque Brown-Séquard supera anche questa: grazie a poderose dosi di caffè per neutralizzare gli oppiacei, e a tutto il campionario di schiaffi con cui all’epoca si poteva curare una iniziale overdose, sopravvive. Sopravvive anche al colera. Dopodiché continua come prima: tiene lezioni e fa visite, e a Mauritius, come per la poesia, è un’autorità.</p>
<p>In una lettera, Ellen racconta ai suoi familiari di essere orgogliosa di lui e della gratitudine che riceve, e di aver visto coi suoi occhi persone fermarlo per strada e implorargli una visita. Intanto Brown-Séquard, oltre alle visite, fa esperimenti strani coi polli del pollaio che era di suo nonno, trapiantando sulle galline code di topo, creste di gallo e pinne di pesce.</p>
<p>Nello stesso periodo entra a far parte di una commissione speciale che dovrebbe scoprire la causa del colera. Non ci riesce: sarà appunto Robert Koch a identificare il vibrione, trent’anni più tardi. O meglio: sarà Koch a diventare famoso per questo, ma la verità oggi acclarata è che il vibrione colerico era stato identificato in quello stesso 1854 da un certo Filippo Pacini, medico di Pistoia.</p>
<p>Comunque, nonostante il gran daffare, nonostante sia celebrato come il coraggioso e generoso medico che ha salvato l’isola dal colera, premiato con una medaglia d’oro per il suo contributo alla lotta all’epidemia (la mortalità tra i suoi pazienti è stata del 28 per cento, contro il 71 per cento osservato nel resto dell’isola), Brown-Séquard ha un problema: si annoia. La vita ai tropici è lenta, rilassata, anche troppo, non ci sono grandi stimoli culturali, non si possono coltivare ambizioni. Così riprende armi e bagagli (e moglie) e torna negli Stati Uniti. La partenza da Mauritius questa volta viene celebrata in pompa magna, con orazioni pubbliche da parte delle autorità locali, medaglie e grandi e preziosi souvenir dell’isola da portare nella madrepatria francese. Ellen scrive: «Se il Dr. [così nel testo] fosse stato Salomone e io la regina di Saba, non avremmo ricevuto più attenzioni».</p>
<p>L’arrivo negli Stati Uniti, invece, non è affatto trionfale.</p></blockquote>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/tre-colpi-genio-pessima-idea-attesa-webinar-lautrice-body-1.png.webp" alt="" width="576" height="330" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">© 2025 Bollati Boringhieri editore, Torino</p>

]]></content:encoded></item><item><title>Morire di aborto mancato. In Italia, nel 21° secolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo/</guid><pubDate>Fri, 21 Feb 2025 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maria Cristina Valsecchi</dc:creator><category>libri</category><description>“Senza spegnere la voce” (Nous Editrice, 2025), della giornalista Giorgia Landolfo, racconta la storia vera di una giovane donna morta di sepsi nel 2016 a Catania. Un aborto terapeutico le avrebbe salvato la vita, ma tutti i medici del reparto erano obiettori di coscienza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/morire-aborto-mancato-italia-21-secolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Valentina Milluzzo aveva 32 anni ed era finalmente riuscita a coronare il sogno di una gravidanza. Aspettava due gemelli, era alla diciassettesima settimana di attesa. Il 29 settembre del 2016, nel corso di una visita di controllo, il ginecologo la informò che c’erano dei problemi. Il giorno stesso la donna fu ricoverata all’Ospedale Cannizzaro di Catania: aveva il collo dell’utero dilatato e uno dei due sacchi amniotici già affacciato in vagina. Era alle soglie di un aborto spontaneo. I medici del reparto, tutti obiettori di coscienza, le dissero che la gravidanza era in pericolo, ma che rimanendo ferma a letto c’era qualche speranza di salvarla. Nessuno le spiegò che in quelle condizioni molto probabilmente sarebbe insorta un’infezione delle membrane fetali che poteva costarle la vita. Nessuno le prospettò un aborto terapeutico per prevenire gravi conseguenze. Per diciassette giorni Valentina Milluzzo rimase ricoverata, a letto, con le gambe alzate per evitare l’espulsione spontanea dei due feti. Come era prevedibile, le membrane si infettarono, ma neanche allora i medici si decisero a procedere con un aborto spontaneo. La sorella di Valentina racconta che il ginecologo di turno disse: «Finché il cuore dei feti batte, non posso fare niente». Intervennero infine per liberare l’utero della donna nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, quando cessò il battito prima di uno e poi dell’altro feto. Meno di ventiquattro ore dopo Valentina Milluzzo morì, a causa della sepsi originata dall’infezione delle membrane, come risulta dall’autopsia effettuata sul suo corpo.</p>
<p>Quattro medici del reparto dove era ricoverata la donna sono stati riconosciuti colpevoli in primo grado di omicidio colposo nel 2022, ma assolti in appello perché il fatto non sussiste a novembre del 2024. Le motivazioni della sentenza di appello non sono state ancora pubblicate. La storia agghiacciante di Valentina Milluzzo è ricostruita nei dettagli sulla base delle carte processuali, delle perizie degli esperti e dei racconti dei familiari dalla giornalista Giorgia Landolfo nel saggio <em>Senza spegnere la voce</em> (Nous Editrice, 2025), affiancata da altre storie di donne che hanno scampato la tragedia per un soffio.</p>
<h2 id="i-limiti-dellobiezione">I limiti dell’obiezione</h2><p>La <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/05/22/078U0194/sg" rel="noopener">legge 194</a>, che regola nel nostro Paese l’accesso all’interruzione di gravidanza, prevede la possibilità per il personale sanitario di sollevare obiezione di coscienza e astenersi dal prendere parte alle procedure di interruzione di gravidanza, ma</p>
<blockquote>
<p>l&rsquo;obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.</p></blockquote>
<p>Il problema, come dimostra il caso di Valentina Milluzzo, è dove porre l’asticella del pericolo imminente. «Nelle condizioni in cui si trovava la donna, con il collo dell’utero dilatato e uno dei due sacchi protruso in vagina, alla diciassettesima settimana di gravidanza, era impensabile riuscire a protrarre l’attesa fino a portare i due feti, o almeno uno di loro, a un’età gestazionale tale da consentirne la sopravvivenza», spiega la ginecologa Elisabetta Canitano, presidente dell’Associazione Vita di Donna, che ha collaborato alla stesura del vademecum in appendice al libro. «Al contrario, era estremamente probabile che le membrane si infettassero. Al momento del ricovero, però, il pericolo di vita per la paziente non era imminente, quindi i medici obiettori hanno aspettato che le sue condizioni si aggravassero. Hanno aspettato il più possibile e quando ti avvicini troppo al ciglio di un burrone è facile perdere l’equilibrio e cadere di sotto. Avrebbero dovuto informare la paziente della gravità della situazione, del rischio per la sua sopravvivenza e della possibilità di richiedere l’intervento di un medico non obiettore per interrompere la gravidanza».</p>
<p>Dalla cartella clinica agli atti del processo non risulta che Valentina Milluzzo abbia ricevuto alcuna comunicazione in tal senso, né che abbia firmato un documento di consenso informato. Non essendo a conoscenza del rischio che correva, non ha potuto scegliere liberamente per se stessa e per la sua salute.</p>
<h2 id="una-necessità-di-salute">Una necessità di salute</h2><p>Situazioni analoghe a quella di Valentina Milluzzo sono abbastanza frequenti, anche se per fortuna finora non si sono verificate altre tragedie. «Mi capita di essere interpellata da donne ricoverate in ospedali dove tutti i medici sono obiettori di coscienza, con gravidanze problematiche, che temono per la loro incolumità», racconta Canitano. «In questi casi io consiglio di chiedere alla direzione della struttura la consulenza di un ginecologo esterno non obiettore. Si può fare, è un diritto della paziente ricoverata».</p>
<p>Lo scopo del libro di Giorgia Landolfo non è di fomentare discordia tra pazienti e personale medico, come lei stessa ha spiegato alla presentazione del volume, ma di rendere le donne consapevoli dei propri diritti, in particolare nel campo della salute riproduttiva, e dei rischi che corrono in determinate situazioni.</p>
<p>La retorica di chi si oppone all’aborto fa sempre riferimento alla volontà di chi sceglie di interrompere una gravidanza, all’offerta di aiuti economici e soluzioni alternative. Raramente si considera che a volte l’aborto è un intervento necessario per tutelare la salute e persino la vita della paziente.</p>
<p>«Una cosa è l’interruzione volontaria di gravidanza, o IVG, una cosa è l’interruzione terapeutica della gravidanza, ITG», spiega Augusta Angelucci, psicologa e psicoterapeutica che ha lavorato presso il Servizio Materno Infantile dell’Ospedale San Camillo di Roma. «Nel primo caso c’è una gravidanza imprevista e una donna che sceglie di non portarla a termine. Nel secondo caso c’è una gravidanza voluta che, spesso in fase avanzata, deve essere interrotta per ragioni di salute della donna oppure perché il concepito ha una patologia incompatibile con la sopravvivenza. Non si può ignorare la differenza, perché i due eventi hanno un impatto diverso sulla psiche della paziente».</p>
<p>A volte confondere interruzione volontaria e interruzione terapeutica è una strategia intenzionale per sminuire l’importanza dell’aborto come intervento medico. È quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove gli anti-abortisti repubblicani tentano di far passare il messaggio che non esistono circostanze in cui è necessaria l’interruzione di una gravidanza.</p>
<p>Nel corso dell’audizione di Robert Kennedy da parte della Commissione che ha approvato la sua nomina a capo del Dipartimento della Salute, la senatrice democratica Catherine Cortez Masto ha chiesto al candidato: «Supponiamo che una donna incinta con un’emorragia pericolosa per la sua sopravvivenza, dovuta a un aborto spontaneo incompleto, vada al pronto soccorso e il medico stabilisca che ha bisogno di un aborto d’urgenza, ma si trova in uno Stato in cui l’interruzione della gravidanza è vietata. Lei concorda sul fatto che la legge federale protegge il diritto di quella donna a cure d’urgenza?». Kennedy ha risposto «Non lo so».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Smettila di dire a Dio che cosa deve fare con i suoi dadi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi/</guid><pubDate>Tue, 04 Feb 2025 21:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><description>Edito da Castelvecchi nella collana Qbit, &amp;amp;ldquo;Dio gioca a dadi con il mondo&amp;amp;rdquo; di Giuseppe Mussardo racconta la storia della meccanica quantistica dal 1900 fino agli esperimenti di Clauser e Aspect negli anni Settanta e Ottanta che ne confermarono definitivamente la validità. Si inaugura intanto in questi giorni a Parigi l’International Year of Quantum Science and Technology, promosso dall’UNESCO.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Si è aperta ieri e prosegue oggi a Parigi la cerimonia di inaugurazione dell’International <a href="https://quantum2025.org/" rel="noopener">Year</a> of Quantum Science and Technology, promosso dall’UNESCO in occasione del centenario dallo sviluppo iniziale della meccanica quantistica, la teoria che spiega i fenomeni naturali che avvengono su scala atomica e subatomica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/smettila-dire-dio-cosa-deve-fare-suoi-dadi-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1660" height="994" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Copertina del saggio *Dio gioca a dadi con il mondo * di Giuseppe Mussardo.</p>
<p>Nel 1925, Werner Heisenberg, allora venticinquenne, mostrò per la prima volta come la meccanica quantistica potesse essere vista come una generalizzazione della meccanica classica. Ma la nascita della teoria viene fatta risalire al 14 dicembre del 1900, quando Max Planck, rispettato fisico teorico, presentò nella sede della Società di Fisica Tedesca a Berlino, la formula matematica che descriveva la radiazione emessa da un corpo nero, assieme alla sua interpretazione. La formula implicava che l’energia del sistema poteva assumere solo certi valori, non era cioè la familiare variabile continua su cui erano basate tutte le teorie fisiche sviluppate fino a quel momento, dalla meccanica, all’elettromagnetismo e alla termodinamica.</p>
<p>Comincia in quel pomeriggio del 1900 il racconto che il fisico teorico Giuseppe Mussardo fa di questa entusiasmante e, per certi versi, unica avventura scientifica nel <a href="https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/dio-gioca-a-dadi-con-il-mondo-la-storia-della-meccanica-quantistica/" rel="noopener">libro</a> appena pubblicato <em>Dio gioca a dadi con il mondo. La storia della meccanica quantistica</em> (Qbit, Castelvecchi editore, 2025, 588 pagine).</p>
<p>Mussardo è un fisico di grande esperienza, che nel 2005 ha fondato il gruppo di fisica statistica alla SISSA dove lavora tutt’oggi. Da diversi anni ormai affianca alla ricerca una feconda attività di divulgazione scientifica che lo ha portato a produrre documentari e libri sulla storia della fisica del Novecento e sui suoi protagonisti.</p>
<p>Il libro mostra come lo sviluppo della teoria quantistica possieda tutte le caratteristiche delle grandi scoperte scientifiche. È un’impresa collettiva e corale, basata sul lavoro e sul confronto di tanti scienziati. È un processo incrementale, che costruisce sui risultati precedenti, li arricchisce, ne offre nuove interpretazioni. È anche una storia sul rapporto tra fisica e matematica. Quest’ultima emerge come uno spazio di maggiore libertà in cui gli scienziati possono azzardare ipotesi rivoluzionarie. È, ancora, una storia su come, in fisica, teoria e dati si confrontino costantemente, si pongano domande reciproche, si diano conferme o si smentiscano. È infine una storia sulla fisica teorica, che in questo periodo acquisisce una sua dignità autonoma, superando le diffidenze degli scienziati nati nell’Ottocento ancora molto influenti nei primi decenni del Novecento.</p>
<p>Il libro è ricco di riferimenti biografici sui suoi protagonisti: Max Planck, Albert Einstein, Ernst Rutherford, Niels Bohr, Arnold Sommerfeld, Max Born, Wolfgang Pauli, Werner Heisenberg, Paul Adrien Maurice Dirac, Erwin Schrödinger, e tanti altri. Mussardo usa le loro storie personali per costruire il tessuto narrativo del libro, ma si spinge anche oltre. Mostra come le storie familiari e le personalità influenzino gli stili scientifici e cognitivi di ciascuno, e come queste si siano composte tra loro contribuendo all’evoluzione e, infine, all’accettazione di questa “teoria pazza” da parte della comunità scientifica.</p>
<p>La resistenza incontrata dalla meccanica quantistica è raccontata da Mussardo soprattutto attraverso la dialettica tra due personaggi che attraversano l’intero arco narrativo del libro, Albert Einstein e Niels Bohr.</p>
<p>Entrambi nati alla fine dell’Ottocento, ebbero ruoli molto diversi in questa storia. Albert Einstein propose per primo nel 1905 l’idea che la luce fosse composta da corpuscoli, indipendentemente dal fatto che interagisse con la materia. Ciascun corpuscolo secondo Einstein era dotato di una quantità di energia legata alla sua lunghezza d’onda, tramite la costante introdotta da Planck nel 1900 per spiegare la radiazione emessa da un corpo nero.</p>
<p>Partendo da questa teoria, sfruttando i nuovi dati che arrivarono nel primo decennio del Novecento sugli spettri di emissione degli atomi, e considerando il modello atomico proposto da Ernst Rutherford, Bohr stabilì le nuove regole del gioco atomico. Gli elettroni possono occupare solo certe orbite attorno al nucleo, piccolissimo e posizionato al centro dell’atomo. In queste orbite gli elettroni potevano rimanere stabilmente almeno per qualche tempo ed emettevano energia solo quando passavano da un’orbita all’altra. Con questa ipotesi Bohr riuscì a spiegare perché, illuminando gli atomi, questi emettano luce solo in corrispondenza di certe frequenze.</p>
<p>Bohr fondò la sua teoria sui fenomeni che osservava ed ebbe il coraggio di respingere le obiezioni che gli venivano mosse, convinto che il mondo che descriveva fosse ordinato da regole diverse da quelle conosciute fino ad allora. Una delle obiezioni più forti fu quella sull’instabilità degli atomi.</p>
<p>Rutherford, insieme ai suoi collaboratori Geiger e Marsden, aveva proposto un modello planetario per gli atomi, in cui il nucleo gioca il ruolo del sole e gli elettroni quello dei pianeti. L’atomo non era quindi uno spazio omogeneo, come sosteneva Joseph John Thomson, lo scopritore dell’elettrone, dal prestigioso Cavendish Laboratory a Cambridge. Al contrario era uno spazio sostanzialmente vuoto. Questa ipotesi era basata su un’osservazione straordinaria fatta dal gruppo di Rutherford all’Università di Manchester. Inviando delle particelle alfa (che più tardi si scoprì essere nuclei di elio) su una sottilissima lamina d’oro, una su diecimila veniva rimbalzata all’indietro e molte erano deviate di angoli maggiori di novanta gradi. Rutherford commentò così:</p>
<blockquote>
<p>È stata la cosa più sbalorditiva che mi sia mai capitata. Era incredibile, più o meno come sparare un proiettile da cannone contro un foglio di carta velina, e vederlo rimbalzare indietro.</p></blockquote>
<p>In una lettera del 1910 indirizzata al fisico americano Bertram Boltwood, Rutherford scrisse poi:</p>
<blockquote>
<p>Penso di poter proporre un modello atomico decisamente superiore a quello di J.J. [Thomson] per quanto concerne la spiegazione della diffusione delle particelle alfa. E penso inoltre che andrà straordinariamente d’accordo con i dati sperimentali.</p></blockquote>
<p>Ma gli elettroni, a differenza dei pianeti, hanno una carica elettrica, e le equazioni di Maxwell, la teoria sviluppata dal fisico inglese nell’Ottocento e celebrata per la sua compiutezza matematica e la sua capacità di spiegare i fenomeni elettrici e magnetici, prevede che muovendosi perdano energia. Conoscendo la carica elettrica e la dimensione delle orbite atomiche, i fisici di allora stimarono che l’atomo era destinato a dissolversi in qualche milionesimo di secondo. Ma Bohr resistette.</p>
<p>Einstein, che dopo il suo articolo sull’effetto fotoelettrico pubblicato nel 1905 si dedicò alla teoria della relatività ristretta e poi generale, fu il più illustre tra i critici della teoria di Bohr. Lo diventò soprattutto dopo che Heisenberg in pochi giorni del luglio 1925 trascorsi sull’isola di Helgoland dove si era recato per sfuggire ai pollini che a Gottinga gli causavano terribili febbri da fieno, diede inizio alla “seconda fase” di questa storia.</p>
<p>La teoria di Bohr, confermata da esperimento dopo esperimento e che era riuscita a spiegare le regolarità della tavola periodica di Mendeleev, trovava il suo fondamento nella “meccanica delle matrici” di Heisenberg, che costringeva però ad abbandonare i principi di causalità e determinismo.</p>
<p>Su questo Einstein non fu disposto a cedere, soprattutto quando l’interpretazione “di Copenaghen” portata alle sue estreme conseguenze indicò che certe caratteristiche del mondo atomico e subatomico “non esistono” se non c’è nessuno a osservarle e misurarle.</p>
<p>Bohr ed Einstein si incontrarono una prima volta durante l’estate del 1922 a Gottinga, quando il matematico David Hilbert invitò Bohr a tenere un ciclo di lezioni sulla sua teoria dei quanti. I due scienziati si piacquero e si scambiarono lettere amichevoli da lì in poi. Forse questo fu in parte dovuto all’atteggiamento che Bohr aveva verso la sua teoria, molto più critico e aperto allo scrutinio dei colleghi di quanto si potesse pensare. Lo dirà Heisenberg, anche lui a Gottinga quell’estate, a commento del suo primo incontro con colui che poi diventerà il suo grande maestro.</p>
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<p>Compresi per la prima volta che il punto di vista di Bohr sulla propria teoria era molto più scettico di quello che avevano a quel tempo altri fisici, per esempio Sommerfeld, e che la sua capacità di visione profonda della struttura della teoria non era il risultato di un’analisi matematica delle ipotesi di base, quanto piuttosto un’intensa attenzione ai fenomeni reali, così che gli era possibile sentire intuitivamente le relazioni più che derivarle formalmente. E così compresi: la conoscenza della natura è ottenuta in prima battuta in questo modo e soltanto come passo successivo si può riuscire a fissare la propria conoscenza in forma matematica, facendone oggetto di un’analisi razionale.</p></blockquote>
<p>Il loro confronto terrà banco anche in uno degli episodi più famosi di questa storia, il quinto congresso Solvay, organizzato a Bruxelles nel 1927. Mussardo affida ancora alle parole di Heisenberg la descrizione dell’atmosfera del congresso.</p>
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<p>Di solito ci incontravamo già a colazione in albergo, e Einstein cominciava a descrivere un esperimento ideale in cui secondo lui le contraddizioni interne dell’interpretazione di Copenaghen erano particolarmente visibili. Einstein, Bohr e io camminavamo insieme dall’albergo al palazzo dei congressi, e ascoltavo la vivace discussione tra loro due i cui atteggiamenti filosofici erano così diversi. […] All’ora di pranzo continuavano le discussioni tra Bohr e gli altri di Copenaghen. Di solito Bohr terminava l’analisi completa dell’esperimento ideale di Einstein entro il tardo pomeriggio e la mostrava a Einstein a tavola. Einstein non aveva alcuna obiezione a questa analisi, ma in cuor suo non ne era convinto.</p></blockquote>
<p>Il quinto congresso Solvay si chiuse con la vittoria di Bohr, e con questo scambio tra i due colleghi «Una volta di più» disse Einstein «vuoi convincermi che Dio giochi a dadi con il mondo». «Smettila per favore di dire a Dio che cosa deve fare con i suoi dadi» fu la risposta fulminante di Bohr.</p>
<p>Il sesto congresso Solvay nel 1930 fu l’ennesima occasione in cui Einstein cercò di sfidare la tenuta della meccanica quantistica attaccando il principio di indeterminazione con uno dei suoi esperimenti mentali. Bohr riuscì a smontarlo per l’ennesima volta, usando proprio la teoria della relatività generale. Einstein capitolò, convinto tuttavia che quella appena persa non fosse la guerra, ma solo una battaglia.</p>
<p>Il racconto prosegue con un capitolo che mostra come la meccanica quantistica abbia aperto la strada della teoria quantistica dei campi, nata dalle osservazioni del geniale e glaciale Dirac e che diventò in seguito il linguaggio della fisica delle particelle elementari e delle loro interazioni. Mussardo dedica poi un capitolo all’invenzione della bomba atomica, introducendo nel racconto scienziati come Oppenheimer, Fermi e Rabi, e tratteggia le luci e le ombre della figura di Heisenberg durante il regime nazista. La narrazione si conclude negli anni Sessanta, per raccontare l’episodio finale del confronto tra Einstein e Bohr.</p>
<p>Nel 1933 Einstein lasciò la Germania, dopo ripetuti episodi di violenza antisemita che gli fecero temere per la sua vita, e si stabilì a Princeton, in New Jersey, nel neonato Institute for Advanced Studies. Lì nel 1935 su sollecitazione di due suoi giovani collaboratori, Boris Podolsky e Nathan Rosen, Einstein riprese in mano la faccenda e insieme scrissero l’articolo diventato poi famoso con il nome di “paradosso EPR”, dalle iniziali dei tre autori. L’articolo venne anticipato da un titolo allarmato sul New York Times del 4 maggio 1935 “Einstein attacca la teoria quantistica. Lo scienziato e due suoi colleghi sostengono che nonostante la teoria sia corretta non è tuttavia completa.” Einstein si infuriò con Podolsky che aveva spifferato il contenuto del loro lavoro ai giornalisti prima che questo apparisse sulle pagine della rivista Physical Review, e indirizzò parole di fuoco al New York Times:</p>
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<p>È mia prassi discutere argomenti scientifici nei luoghi appropriati per farlo e deploro la pubblicazione di qualsiasi annuncio fatto su tali soggetti negli articoli di quotidiani.</p></blockquote>
<p>Era anche infastidito dal timore che l’argomento non fosse stato ben spiegato in quell’articolo e infatti per una sua formulazione chiara si dovette attendere il 1957. In quell’anno David Bohm e Yakir Aharonov riscrissero l’argomento EPR in termini della misura dello spin di due particelle in uno stato entangled e della possibilità di spiegarne i risultati tramite variabili nascoste, piuttosto che accettare l’idea che gli spin fossero indeterminati fino all’atto della misura e che solo questo li costringesse in uno stato preciso.</p>
<p>Einstein chiamava in causa le variabili nascoste per riportare la probabilità, introdotta in meccanica quantistica da Max Born nel 1926 a seguito dei lavori di Schrödinger, nei termini di quella che lui stesso aveva usato per descrivere il moto browniano. La probabilità secondo Einstein non era una caratteristica intrinseca della natura, ma era piuttosto conseguenza di un certo grado di ignoranza da parte dell’osservatore. Nel caso del moto browniano, Einstein sosteneva, usare distribuzioni di probabilità per le velocità delle molecole di un gas era un modo per evitare di seguirne le traiettorie individuali istante dopo istante. Allo stesso modo, dovevano esistere delle distribuzioni statistiche di certe variabili nascoste che gli sperimentatori non conoscevano. Come risultato, le loro osservazioni non potevano che essere una media inconsapevole su tali distribuzioni.</p>
<p>Il libro si conclude col colpo di genio dell’irlandese John Stewart Bell che negli anni Sessanta lavorava al CERN sia come fisico sperimentale, occupandosi di acceleratori di particelle, che come teorico. Ma non solo. Scrive Mussardo:</p>
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<p>A tempo perso coltivava uno strano hobby, quello di occuparsi dei fondamenti della meccanica quantistica, stando attento che questo suo interesse non interferisse con il lavoro per cui era pagato, presso il più grande centro europeo di fisica.</p></blockquote>
<p>Bell riuscì a costruire una quantità misurabile sperimentalmente che avrebbe permesso di capire se Einstein, Podolsky e Rosen avevano ragione: la sua famosa disuguaglianza. Saranno infine John Clauser nel 1972 e Alain Aspect nel 1982 a realizzare gli esperimenti in modo sufficientemente accurato da poter affermare che la disuguaglianza di Bell viene violata e quindi che la probabilità della meccanica quantistica è una proprietà intrinseca del mondo atomico e subatomico che descrive. Einstein non visse abbastanza per vedere questi risultati e morì convinto del suo punto di vista, ben sintetizzato in una lettera indirizzata a Max Born il 7 settembre nel 1944.</p>
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<p>Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi tra loro. Tu credi in un Dio che gioca a dadi e io in una legge completa e nell’ordine, in un mondo che esiste oggettivamente, che io, in un modo selvaggiamente speculativo, sto tentando di catturare. Lo credo fermamente, e spero che qualcuno scoprirà un modo più realistico, o piuttosto una base più tangibile di ciò che è stata mia sorte fare.</p></blockquote>
<p>Conclude così Mussardo il suo volume di quasi cinquecento pagine mostrando come davvero la meccanica quantistica sia stata una sfida all’intuito dei fisici del Novecento e come lo sia ancora oggi. Significativa è a questo proposito una frase pronunciata nel 1958 da Wolfgang Pauli con cui Mussardo apre il libro</p>
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<p>Quello che possiamo sperare di ottenere in fisica è semplicemente di fraintendere a un livello più profondo.</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>Se il corpo cambia, cambia l'anima, cambia la società: Emilia Peréz</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez/</guid><pubDate>Fri, 24 Jan 2025 08:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Maurizio Bonati</dc:creator><category>societa</category><description>Un’ovazione di nove minuti all’anteprima del festival di Cannes, il golden globe per il miglior film musicale, 13 nomination agli Oscar,  ma anche tante critiche in Messico, ancora prima dell’uscita nelle sale e ora un alternarsi di commenti positivi e negativi sulla stampa italiana ed europea. Emilia Perez racconta di un boss del narcotraffico che affronta un percorso di riassegnazione di genere e pone a noi spettatori domande esplicite e sotterranee. E, con buona pace di Trump che riconosce i soli generi maschile e femminile, induce a pensare ai corpi, anche rispetto alla cultura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/corpo-cambia-cambia-lanima-cambia-societa-emilia-perez-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Joaquín Archivaldo Guzmán Loera detto El Chapo (il tappo) è stato un potente boss del narcotraffico messicano, capo del cartello di Sinaloa, sin dagli anni ’80 fino al 2017, quando fu estradato negli USA dopo varie evasioni dalle carceri messicane e dopo aver fatto fuori gli altri cartelli, in particolare quello di Juárez. Deve scontare la pena dell’ergastolo in regime di massima sicurezza, mentre l’organizzazione è ora gestita dal figlio Ovidio Guzmán. Cinque i libri tradotti in italiano sulla storia de El Chapo, l’ultimo del 2024 (<em>El Chapo. La storia di uno dei narcotrafficanti più famosi del mondo,</em> di Terry Burrows). Dal 2018, tre stagioni su Netflix: dall’ascesa alla cattura, fino alla fuga. Numerosi i film sul narcotraffico, in particolare quello messicano, con attenzioni distribuite per i governi, i cartelli, le forze dell’ordine, i consumatori e, talvolta, i gruppi sociali coinvolti nella filiera produttiva. Tra le produzioni messicane: <em>El Chapo, la fuga del secolo</em>, film per la TV del 2016. Produzioni messicane, con attori e registi messicani che hanno entusiasmato gran parte dei messicani.</p>
<h2 id="un-film-anti-messicano">Un film anti messicano?</h2><p>Non altrettanto entusiasta l’accoglienza per la storia immaginaria di Juan “Manitas” Del Monte, boss di un cartello della droga che a un certo punto della vita decide di diventare donna: <em>Emilia Pérez</em>. Film del 2024, suggerito da un capitolo del romanzo <em>Écoute</em> del francese Boris Razon e diretto dal francese Jacques Audiard, interpretato dalla madrilena Karla Sofia Gascón, dalla statunitense di origini dominicane e portoricane Zoe Saldana, dalla statunitense con padre messicano Selena Gomez e, unica messicana, Adriana Paz che interpreta, però, un personaggio secondario. Produzione di più case tutte francesi con l’eccezione di una piccola messicana. Film girato in gran parte in uno studio francese, in lingua originale spagnola (non messicana) e inglese. Insomma, poco messicano per parlare di Messico, un’operazione del mercato cinematografico, in questo caso quello francese che, comunque, non dovrebbe stupire. Tuttavia molti messicani, ancor prima che il film fosse in distribuzione si sono pronunciati contro, sostenuti da diversi articoli di <em>El Paìs</em> o <em>Libération</em>. E ora anche da molti commenti italiani.</p>
<p>Anti messicano? “Manitas”, nome attribuito a Del Monte, non è forse casuale per rispondere alla domanda. Diversamente dallo spagnolo iberico “tuttofare”, in messicano significa “mano” nelle espressioni «dammi una mano, un aiuto». Ed è forse quello che chiede Del Monte, non solo per esempio a Rita, avvocata cinica e complice di un sistema giudiziario corrotto, ma a tutti, spettatori compresi, anche con i testi delle canzoni. Certo, a modo suo. Un po’ bene un po’ male, un po’ maschio un po’ femmina, un po’ madre un po’ padre, un po’ connivente un po’ antagonista, un po’ dalla parte dei malfattori un po’ dalla parte dei benefattori… tutto e il contrario di tutto come il profilo di ciascun personaggio, ma si può scegliere, si può aiutare a scegliere, si può condividere, come sembra indicarci Jacques Audiard con il finale. Basta riporre fiducia in sé e negli altri e “redimersi”. Bello a questo proposito l’inno <em>Las Damas que Pasan</em> interpretato da Adriana Paz, una rilettura delle <em>Passanti</em> di Brassens.</p>
<p>Un film musicale particolare dove le canzoni, anche quelle famose, utilizzano il testo della sceneggiatura, per cui sono parte integrante del racconto. La colonna sonora strumentale del film è stata scritta da Clément Ducol, mentre i brani originali sono stati composti dalla cantautrice francese Camille. Camille e Clément Ducol hanno vinto il Golden Globe 2025 per la miglior canzone originale con <em>El Mal</em> cantata da Zoe Saldaña, Karla Sofia Gascón e Camille. Infine, Selena Gomez, che nel film recita, canta anche alcune canzoni, tra cui <em>Mi Camino</em>.</p>
<p>Ma anche così molti messicani, a film uscito, non hanno comunque colto o apprezzato, alcuni si sono addirittura offesi. Jacques Audiard si è scusato in una intervista alla CNN <em>Latinoamérica</em>, sostenendo che funzione del cinema è porre domande e non dare risposte o indicazioni.</p>
<h2 id="quanto-sono-estreme-le-persone-non-binarie-per-la-società">Quanto sono estreme le persone non binarie per la società?</h2><p>Il film ha posto alcune domande esplicite a tutti gli spettatori; altre, più sotterranee, solo per alcuni. Tra le prime, quelle sui diritti ancora inevasi: di genere, del lavoro, della vita relazionale e della convivenza. Domande sull’abuso di potere da parte di politici e funzionari che agiscono senza scrupoli, sulla corruzione e le disuguaglianze sociali (<em>El mal</em>). E non solo in Messico.</p>
<p>Quelle meno esplicite sono le domande che possono sorgere dal percorso di Manitas Del Monte per cambiare il proprio sesso biologico. Dalla ricerca del centro medico a cui affidarsi, girando per il mondo, al trattamento più appropriato a cui sottoporsi e alle difficoltà, anche relazionali, personali e dell’intera comunità sociale a cui far fronte. Il tema dei diritti della comunità Lgbtiqa+ (persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali, asessuali e chiunque non si definisca eterosessuale) non è un’esclusiva messicana, ma globale. La <em>leyenda</em>, come la definisce Audiard per sottolineare il racconto immaginario del film e per ampliare l’esaltazione e l’esemplarità di un diritto negato, di un desiderio nascosto, sceglie una figura estrema come un boss del narcotraffico. Quindi una delle domande nascoste è: ma sono così estreme (alla società) le persone con identità di genere e orientamento sessuale che non aderiscono alla visione etero-normativa o binaria? In particolare le persone transgender?</p>
<h2 id="consapevolezze-precoci">Consapevolezze precoci</h2><p>«Lo so da quando avevo 4 anni. Vedevo altre ragazze e dicevo: &ldquo;Voglio essere così&rdquo;». Lo dice Karla Sofia Gascón in un’intervista, ma è quello che dice anche Manitas Del Monte al chirurgo che raccoglie l’anamnesi prima di decidere se operarlo. Quindi «ben prima della transizione, sanno già quello che vogliono essere». Con quale motivazione? «Se il corpo cambia, cambia l&rsquo;anima. Se l&rsquo;anima cambia, cambia la cultura. Se la cultura cambia, cambia la società».</p>
<p>Va bene, è solo un musical, ma induce a pensare ai corpi anche rispetto alla cultura, al percepito e al rielaborato personale di ciascuno. Quindi, non sarà che una parte della collettività messicana (ed europea e italiana) che è insorta contestando il film, si sia sentita vittima violata in “un sentimento collettivo” di fronte alla riassegnazione di genere e all’angoscia di castrazione che il percorso delle persone transgender da maschio a femmina suscita? Quel sentimento collettivo cui si riferisce Jung (<em>Sulla questione dell&rsquo;intervento medico</em>. Opere, volume XVIII, Bollati Boringhieri 1993).</p>
<h2 id="già-dal-2012-il-protocollo-olandese">Già dal 2012: il protocollo olandese</h2><p>Altre domande affiorano oltre lo schermo. Per esempio: che cosa sarebbe successo se la disforia di genere di Manitas Del Monte fosse stata trattata per tempo, in età puberale? Ovviamente non lo sappiamo, è anche difficile ipotizzarlo. Sì, perché la valutazione dei vari interventi psicologici e farmacologici nella disforia di genere in pubertà è scarsa e l’esito è affidato più a raccolte di <em>case stories</em> e non a studi clinici ed epidemiologici formali, sia a livello nazionale che internazionale. È anche il <a href="https://bioetica.governo.it/it/documenti/risposte/risposta-al-quesito-del-ministero-della-salute-sullutilizzo-della-triptorelina-nel-caso-di-diagnosi-di-disforia-di-genere/" rel="noopener">parere del Comitato Nazionale per la Bioetica</a>, che nel dicembre scorso si è infine pronunciato sull’uso della triptorelina per il trattamento della disforia di genere che è consentito in forma off-label da una <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/03/02/19A01426/sg" rel="noopener">determina</a> dell’Agenzia del farmaco del 2019.</p>
<p>Dopo tanto clamore, polemiche e annunci, che abbiamo raccontato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-giovani-transgender-mani-transfobiche/">qui</a>, il Cnb nei fatti ha riconfermato quanto <a href="https://bioetica.governo.it/it/documenti/pareri/in-merito-alla-richiesta-di-aifa-sulla-eticita-dell-uso-del-farmaco-triptorelina-per-il-trattamento-di-adolescenti-con-disforia-di-genere-dg/" rel="noopener">già comunicato</a> nel 2018. Tutto questo sebbene a livello internazionale il protocollo di trattamento, prima psicologico e poi anche farmacologico, sia pressoché comune, il cosiddetto <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00918369.2012.653300" rel="noopener">protocollo olandese</a>, pubblicato già nel 2012. L&rsquo;approccio olandese alla gestione clinica dei bambini prepuberi di età inferiore ai 12 anni e degli adolescenti a partire dai 12 anni con disforia di genere raccomanda una «valutazione approfondita di tutti gli aspetti vulnerabili e, quando necessario, un intervento appropriato». Aspetti vulnerabili difficili da valutare e intervento appropriato da garantire (anche) al giovane Manitas Del Monte, ma da tempo raccomandati per soggetti prepuberi o postpuberi con disforia di genere.</p>
<p>Quello che serve, tuttora, è un maggior numero di dati scientifici validati sull’efficacia e i rischi dell’uso dei bloccanti della pubertà, prodotti da studi clinici indipendenti finanziati anche dal ministero della Salute (come raccomanda il Cnb) e che comprendano la valutazione dell’intero percorso psicoterapeutico e psicologico, eventualmente psichiatrico e clinico-farmacologico a breve e a lunga distanza.</p>
<h2 id="i-pregiudizi-che-ostacolano-invece-di-accompagnare">I pregiudizi che ostacolano invece di accompagnare</h2><p>Della triptorelina il film non ci parla, ci dice solo della terapia ormonale sostitutiva inefficace durata due anni prima dell’intervento di riassegnazione di genere.</p>
<p>Ci dice però degli stessi pregiudizi, politici e culturali, che ostacolano invece di accompagnare chi ha bisogno di fare chiarezza per decidere se intervenire sulla propria identità di genere a partire dalla giovane età. Non possiamo sapere gli effetti di un percorso terapeutico precoce sulla disforia di genere di Manitas Del Monte, magari non sarebbe diventato narcotrafficante, con l’indotto di illegalità che si porta appresso.</p>
<p>Eppure è una domanda che la realtà ci pone quando i pregiudizi e le contrarietà prevalgono sull’imparzialità, l’obiettività, e l’equità di accesso a un diritto. Emilia Peréz questo diritto se l’è preso lottando per i propri sogni. <em>(Quiero quererme a mí misma Querer, sí, mi vida Querer, sí, lo que siento (es mi camino) Es mi camino Quiero quererme a mí misma (mi camino) Quererme así, toda (es mi camino) Quererme así como soy (mi camino))</em>. Forse perché era Manitas Del Monte, e gli altri?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un po’ come noi: il maiale tra storia, scienza ed etica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/po-noi-maiale-storia-scienza-etica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/po-noi-maiale-storia-scienza-etica/</guid><pubDate>Fri, 17 Jan 2025 07:42:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Giulia Lupi</dc:creator><category>ambiente</category><description>In Un po’ come noi. Storia naturale del maiale (e perché lo mangiamo) , lo storico e giornalista Kristoffer Hatteland Endresen esplora la complessa relazione tra l&amp;amp;rsquo;essere umano e il maiale. Alternando la cronaca dell’esperienza personale in un allevamento intensivo, dati scientifici e riflessioni personali, offre un&amp;amp;rsquo;analisi a 360 gradi: dal ruolo storico e culturale del maiale fino agli aspetti controversi dell&amp;amp;rsquo;allevamento industriale, dell&amp;amp;rsquo;uso degli antibiotici e dell&amp;amp;rsquo;impatto ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/po-noi-maiale-storia-scienza-etica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/po-noi-maiale-storia-scienza-etica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando un giornalista serio decide di scrivere su un argomento, prima si documenta bene, e magari cerca anche di avere esperienze dirette. È quello che ha fatto Kristoffer Hatteland Endresen in <em>Un po’ come noi. Storia naturale del maiale (e perché lo mangiamo)</em> (Codice edizioni, 2024). Non si sa se avesse in mente in partenza di scrivere un saggio o se si sia fatto prendere la mano, ma ne è uscito un report sulla storia condivisa dell’essere umano e del maiale: cultura, civiltà, scienza, a 360 gradi; il maiale c’è sempre stato, in ogni epoca, e il libro spazia su tutti gli aspetti del percorso condiviso.</p>
<p>Per fare le cose proprio bene, Endresen decide anche di farsi assumere e di lavorare in un allevamento di suini, sia pure con una certa difficoltà (i giornalisti in genere suscitano una notevole diffidenza tra gli allevatori).</p>
<p>Nel saggio, la cronaca e l’informazione sono alternate alle sue esperienze personali come suinicoltore; praticamente salta di palo in frasca e leggere è un po’ come stare su un treno la cui ferrovia corre in riva al mare: se si guarda a destra si vedono boschi e colline, a sinistra la spiaggia e le onde. Ma non è il lettore a decidere quando girare la testa bensì l’autore, e questo inizialmente può spiazzare un po’; il meccanismo si afferra però in fretta e poi si procede benissimo.</p>
<p>Si parte con un elenco di squisitezze gastronomiche a base di maiale, poi Endresen, dati alla mano, si domanda dove sono il miliardo di maiali allevati oggi nel mondo: pecore, vacche e polli in campagna si vedono (dove vive l’autore, cioè in Norvegia), maiali mai, neanche uno. Medita anche sul fatto che il maiale è presente già nella preistoria negli insediamenti umani, ma non è mai raffigurato. Nelle pitture rupestri ci sono cavalli, bovini, ovini, sia domestici che selvatici, ma non maiali. Eppure erano presenti, le loro ossa sono abbastanza frequenti, “smontate” come quelle degli altri animali che si cacciavano e mangiavano.</p>
<p>Il primo giorno di lavoro in allevamento è traumatico: ecco dove sono i maiali, ammucchiati a centinaia, spesso a migliaia, in capannoni chiusi, quasi bui, suddivisi in piccoli box nei quali sono ammassati gli animali nelle varie fasi di sviluppo. L’odore di ammoniaca lo prende alla gola e lo fa star male, cosa normale per chi non se lo aspetta, ma non molla. Però pensa che quei maiali «Qui dentro nascono, vivono sei mesi in uno spazio di circa un metro quadro per ciascuno e ne usciranno solo quando percorreranno il tratto che va dalla porta della stalla al furgone che li porterà al mattatoio». Un dettaglio al quale non pensa mai nessuno, finché non lo “vede”. Inizia così ad affrontare i temi della suinicoltura industriale, dell’uso di antibiotici e dello sviluppo di resistenze (che ovviamente interessa anche noi) e dei disastri conseguenti; o il tema dell’impatto ambientale dell’allevamento.</p>
<p>Poi, tornando dall’altro “lato della ferrovia”, Endresen assiste a un parto, alla nascita di una cucciolata. Decide di cercare di non farsi coinvolgere e cosa che pare funzionare, data la scarsa collaborazione dei cuccioli, che sono terrorizzati e fuggono o comunque si allontanano da lui ogni volta che cerca un contatto con loro.</p>
<p>Quindi sposta di nuovo lo sguardo e ripercorre la figura del maiale nella storia, dall&rsquo;antica Roma al Rinascimento, la battaglia della chiesa in tutta Europa contro la zoofilia, per ragioni religiose prima e di crudeltà poi. Ripercorre anche il percorso del maiale nella scienza, gli studi anatomici, da Galeno alle esercitazioni in vivo odierne. Maiali oggi usati per i trapianti, dalle valvole aortiche a interi organi (gli xenotrapianti, in fase di studio), previa modifica via ingegneria genetica; e le chimere, cioè maiali ai quali sono stati inseriti geni umani, usati per la ricerca.</p>
<p>Ma Endresen continua a ripercorrere anche la sua esperienza: i maialini crescono, vengono sottratti alla madre e messi in un recinto a ingrassare. Dubbi, scrupoli e ragionamenti sull’aspetto morale del mangiare questa carne, prodotta cioè in questo modo: «Mi assale una domanda che ho respinto troppo a lungo: posso mangiare questi maiali e sentirmi a posto con la coscienza?», si chiede. Riflette di etologia, neurobiologia, welfare, o meglio il fatto che l’assenza di sofferenza fisica <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4929415/" rel="noopener">non significa per niente benessere</a>, per animali senzienti e cognitivi. Tanto che in condizioni innaturali e fortemente stressogene i maiali sviluppano comportamenti aggressivi sia nei suoi confronti sia verso i conspecifici, a volte con conseguenze gravi, arrivando a uccidersi.</p>
<p>Finché, a un certo punto, si accorge che «In qualche modo sto diventando indifferente, i maiali si sono tramutati in oggetti, non sono più individui e ancor meno sono creature sensibili. Tutto questo influenza il modo in cui mi relaziono con loro, il modo in cui li tratto». Questo lo porta anche a domandarsi se il fatto che vengano allevati per essere mangiati giustifichi l’indifferenza nei confronti della qualità della loro vita a favore del maggior profitto.</p>
<p>E viene il giorno che i maialini che ha visto nascere e che ha allevato sono pronti da macellare, e di nuovo Endresen vacilla, di fronte alle loro urla disperate, anche se sa che è più che altro paura perché sono costretti a uscire per la prima volta nella loro vita dall’unico mondo che conoscono per salire sul furgone: «C’è un suono in particolare che mi colpisce, un lamento triste e addolorato che non può essere associato a null’altro se non a un pianto. Cerco di ignorarlo, ma non ci riesco, per la prima volta mi sorprendo a pensare: cosa diavolo stiamo facendo?». Naturalmente non vuole saltare nessun passaggio, quindi sale sul furgone dove vengono caricati e portati al mattatoio. Tutte le fasi della macellazione, nelle quali assiste con un filo di stupore alla conversione di un essere vivente e senziente in porzioni di carne pulite e rosee, non collegabili al loro “produttore”.</p>
<p>Il saggio si chiude con una domanda che Endresen si era già posto nelle prime parti del libro: «Ha ancora senso chiedersi se è possibile mangiare questi animali senza avere la coscienza sporca?». Non è una domanda etica, è una domanda e basta; a differenza di altri saggi sugli animali, infatti, niente nei toni e nello stile di scrittura punta all’emotività del lettore o alla sua morale. Quella di Endresen è proprio una cronaca asettica e distaccata, anche quando si pone domande o descrive certe situazioni. Sembra suggerire che sta al lettore scegliere e decidere l’atteggiamento nei confronti di quello che legge. E ci riesce molto bene.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La nuova grande emigrazione che mette a rischio il futuro dell’Italia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nuova-grande-emigrazione-mette-rischio-futuro-dell-italia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nuova-grande-emigrazione-mette-rischio-futuro-dell-italia/</guid><pubDate>Wed, 08 Jan 2025 09:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>libri</category><description>Alessandro Foti, ricercatore italiano che lavora al Max Planck di Berlino, nel suo recente saggio Stai fuori! allinea molti dati e numeri per mostrare come il vero rischio per l’Italia oggi non è l’immigrazione, ma una nuova ondata di emigrazione, che riguarda in primo luogo i giovani, molti dei quali laureati. Un fenomeno a senso unico, non compensato dall’arrivo di giovani provenienti dagli altri Paesi europei, che drena le risorse del Paese e lo priva delle energie indispensabili allo sviluppo. L’emorragia di giovani è un segnale d’allarme importante, che mette a nudo la mancanza di attrattività del nostro Paese, specialmente nel campo della ricerca, e che, se ancora trascurato, condanna l’Italia a non avere un futuro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nuova-grande-emigrazione-mette-rischio-futuro-dell-italia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nuova-grande-emigrazione-mette-rischio-futuro-dell-italia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Ho deciso di ragionare su questi temi perché li ho vissuti sulla mia pelle. L’ho fatto con curiosità e attenzione, ma spero senza la presunzione di avere una sola verità. Quello che voglio trasmettere, però, è un senso di urgenza». Così Alessandro Foti, ricercatore in immunologia al Max Planck Institute di Berlino dopo avere studiato Biologia alla Sapienza, spiega ai lettori che cosa l’ha spinto a scrivere <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/nuova-biblioteca-dedalo/stai-fuori.html" rel="noopener"><em>Stai fuori! Come il Belpaese spinge i giovani ad andare via</em></a> (Edizioni Dedalo, 216 pp., 17 euro), da pochi mesi in libreria.</p>
<p>La strada per andare a lavorare all’estero Foti la conosce perché l’ha percorsa: come l&rsquo;oltre milione di Italiani che sono emigrati all’estero negli ultimi dieci anni (l’equivalente dell’intera città di Napoli, terza città d’Italia, fa notare l’autore). La mobilità internazionale è un tratto distintivo dell’epoca in cui viviamo, si potrebbe obiettare: i giovani contemporanei sono sempre più internazionali, mobili e curiosi verso altre culture. Ma attenzione. Questo vale quando la mobilità è una scelta. Non quando è un obbligo, per mancanza di alternative, e quando le giovani generazioni vanno via e non ritornano più.</p>
<p>E poi, la questione più grave, dice ancora Foti, non è solo che i nostri giovani vanno altrove: è anche e soprattutto che da noi non ne arrivano dagli altri Paesi europei. «Nonostante i luoghi comuni sul seducente fascino del Belpaese, la realtà ci dice il contrario: i giovani italiani vanno in massa in Inghilterra, Germania e Francia, ma gli inglesi, i tedeschi e i francesi non ci pensano neanche a venire da noi, se non per fare le vacanze e mangiare la pasta o il gelato». Un tema, denuncia Foti, non all’ordine del giorno del dibattito pubblico. «Dai media generalisti e dalla propaganda politica è stato veicolato il messaggio dell’invasione degli immigrati sui barconi. Beh, si rimane a bocca aperta leggendo un dato interessante: in Italia dal 2018 al 2021 sono sbarcati 131.210 immigrati e negli stessi quattro anni hanno spostato la residenza all’estero 497.240 italiani (Fondazione Migrantes, 2022). Eppure la politica, il dibattito pubblico e direi buona parte della società italiana si è focalizzata solo sugli immigrati arrivati sui barconi, ignorando il fatto che la gente va via, più che venire in Italia».</p>
<p>Ma quali sono i motivi che spingono tanti giovani altrove? Il fattore push critico è stata la crisi del 2008-2009, che ha portato a un boom di nuovi emigrati italiani negli anni seguenti. «Nella realtà, complessivamente, gli italiani vedono ormai da anni un peggioramento delle proprie condizioni salariali e di potere d’acquisto, come dimostrano i principali indicatori sul tema. In particolare negli ultimi vent’anni l’Italia è uno dei pochi Paesi europei a non essere cresciuto, a non aver aumentato i salari e a vedere il potere d’acquisto dei propri cittadini in costante diminuzione». Inoltre, segnala ancora l’autore, siamo uno dei Paesi europei con il mercato del lavoro giovanile più fragile e un livello di occupazione tra le giovani generazioni molto basso. Non basta: i neolaureati italiani hanno più difficoltà a trovare un lavoro dignitoso: l’Italia è addirittura ultima in Europa per livello occupazionale dei giovani di 20-34 anni laureati (fino a tre anni dalla laurea)».</p>
<h2 id="lo-squilibrio-dei-cervelli">Lo squilibrio dei cervelli</h2><p>Se l’Italia ha visto nella sua storia molte altre emigrazioni, Foti sottolinea come una caratteristica di questa vera e propria nuova ondata emigratoria sia la presenza di un alto numero di giovani scolarizzati che lascia il Paese. «La vera differenza rispetto al passato è pertanto che adesso esportiamo giovani istruiti, spesso con alta formazione, scartati, se non maltrattati, dal mercato del lavoro italiano». Per quanto riguarda in particolare i laureati tra i 25-39 anni, Foti fa notare tra l’altro che in un solo anno (2021) ne abbiamo perso circa l’1,3%: e che il numero di laureati che espatriano, in rapporto al totale di chi emigra, va aumentando ogni anno. Fenomeno grave, se si pensa che l’Italia già forma pochi laureati (siamo 28esimi su 30 in Europa per numero di laureati) e pochissimi ne vengono in Italia da altri Paesi. È quindi, più che una fuga, uno squilibrio dei cervelli: vanno e non tornano e non ne arrivano di nuovi.</p>
<p>Un problema grave, come spiega Foti nel secondo capitolo, perché la perdita di giovani formati ha notevoli effetti negativi sulle regioni di partenza: incide negativamente sulla capacità di innovazione, sulla produttività, sulla crescita economica, fino a generare il declino sociale e culturale del territorio, creando un circolo vizioso. In particolare, nel saggio è sottolineata l’importanza del fattore istruzione, della formazione e delle idee come motore trainante della <em>knowledge economy</em>, vista come l’unica prospettiva futura per le economie occidentali post-industriali.</p>
<p>Da questo punto di vista, Foti mette in fila una serie di dati decisamente sconfortanti per il nostro Paese: a dispetto dei dati OCSE, che dicono che i Paesi con alto numero di lavoratori con formazione terziaria sono anche quelli con bassa disoccupazione e maggiore produttività, l’Italia si segnala in Europa non solo per basso numero di laureati, ma anche di lavoratori laureati (siamo terzultimi su 27), di laureati stranieri immigrati in Italia (siamo ultimi in Europa), mentre il livello di NEET, giovani che non lavorano, non studiano e non fanno formazione è tra i più alti al mondo. Come se non bastasse, l’Italia è secondo tra i Paesi OCSE per analfabetismo funzionale e ultima per studenti stranieri assorbiti nel mondo del lavoro. Come mai tanto grigiore?</p>
<h2 id="si-investe-troppo-poco-in-istruzione-e-ricerca">Si investe troppo poco in istruzione e ricerca</h2><p>Una spiegazione di tanti pessimi primati, spiega Foti, potrebbe essere il fatto «che l’istruzione sembra non avere un ruolo primario all’interno degli investimenti dello Stato». E infatti l’Italia è agli ultimi posti in Europa (quintultima) anche per investimenti in istruzione.</p>
<p>Un’attenzione particolare, comprensibilmente, è rivolta dall’autore al mondo dell’Università e della ricerca, quello che soffre di più del fenomeno dei cervelli in fuga. Basse retribuzioni, pochi contratti a tempo indeterminato, un sistema percepito come poco trasparente e non basato sul merito. «La riduzione dei finanziamenti pubblici nell’ultimo decennio ha avuto un forte impatto sulle risorse umane; tra il 2009 e il 2016 nelle università italiane il numero di professori ordinari, associati e ricercatori italiani è diminuito di 12.000 unità, una riduzione del 20% […]. Di conseguenza, il numero di ricercatori altamente qualificati che si trasferiscono fuori dall’Italia è notevolmente aumentato […] Un evidente segnale del fenomeno sono i risultati dei finanziamenti ERC: […] circa due terzi dei ricercatori italiani che hanno vinto gli ambìti ERC consolidator grants lavora in istituzioni straniere – con bassissime possibilità di rientro in Italia – e porta questi soldi nei già ricchi istituti esteri. Quindi, 36 italiani vincono gli ERC, ma solo 12 grants arrivano a istituzioni italiane. Invece, per esempio, 20 francesi vincono gli ERC, ma le istituzioni francesi ne ricevono 22 […] L’Italia è l’unico dei grandi Paesi europei ad avere uno squilibrio così forte – del quale neanche si parla – determinato dal progressivo smantellamento delle università e dell’accademia italiana». La crisi dell’accademia italiana deriva, secondo Foti, da due grandi temi: la mancanza cronica di finanziamenti e la mentalità conservatrice che attanaglia buona parte della classe dirigente accademica.</p>
<h2 id="come-affrontare-il-problema">Come affrontare il problema?</h2><p>Foti passa in rassegna nel terzo capitolo le proposte normative volte a rimediare al problema dei “cervelli in fuga”, che hanno finito per formare «una selva di leggi, norme e modifiche nella quale è facile perdersi». Il punto, però, sostiene Foti, è che non è con normative, spesso basate su sgravi fiscali, mirate alla nicchia dei neoemigrati che si può risolvere il problema, ma migliorando le condizioni generali di vita e di lavoro, delle quali usufruirebbero tutti gli italiani.</p>
<p>Una serie di progetti italiani e stranieri che hanno affrontato il problema sono passati in rassegna nei capitoli tre e quattro, che precede quelle che l’autore (al capitolo cinque) definisce una serie di “proposte e provocazioni”. Per quanto riguarda in particolare il mondo accademico, l’allineamento degli investimenti in istruzione, formazione e ricerca agli altri Paesi sviluppati (la quota che l’Italia dedica all’istruzione universitaria corrisponde allo 0,9% del PIL, contro una media OCSE dell’1,45%, ovvero all’Università arrivano circa 10 miliardi di euro in meno) secondo Foti deve andare di pari passo con una ristrutturazione del sistema accademico, che lo renda più meritocratico, trasparente e competitivo. Tra le proposte, l’abolizione dei concorsi, accompagnata da una valutazione della gestione degli istituti da parte della dirigenza universitaria, e la promozione della mobilità nazionale e internazionale, ispirata anche al sistema delle università tedesche che Foti conosce in prima persona. Certo, ci vorrebbe soprattutto una profonda riforma culturale che riguardi l’intero mercato del lavoro. Nel capitolo conclusivo l’autore vola più alto: «Servirebbe una visione più etica del lavoro, meno orientata allo sfruttamento e al mero profitto e più focalizzata sulla valorizzazione delle persone: la risorsa più importante di tutte! Migliori condizioni lavorative in Italia coincideranno con minori espatri e maggiore attrattività nei confronti dei nostri vicini europei».</p>
<p>Una conversazione con Ilaria Capua, al capitolo sesto, presenta alcune proposte e idee della scienziata, basate anche sulle sue esperienze personali.</p>
<p>Concludendo con le parole dell’autore: questo saggio molto documentato, chiaro e leggibile, ricco di dati e in grado di spaziare attraverso molti temi (molti più di quelli che possono entrare in una recensione) è «un invito a ragionare, a riflettere su cosa vogliamo diventare, sulla responsabilità, sulla fiducia, sull’attivismo».</p>
<p>Dedicato “a tutti quelli a cui non stanno bene le cose come sono”, sposa nella conclusione l’invito ai giovani di Goffredo Fofi: “Resistere, studiare, fare rete e rompere i coglioni”. Lo facciamo anche nostro, nella speranza che serva.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Generazione ansiosa perché troppo online?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/generazione-ansiosa-perche-troppo-online/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/generazione-ansiosa-perche-troppo-online/</guid><pubDate>Fri, 20 Dec 2024 07:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Valeria Esposito</dc:creator><category>libri</category><description>La Generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli (Rizzoli, 2024), di Jonathan Haidt, è un saggio dal titolo esplicativo. Dedicato alla Gen Z, la prima ad aver sperimentato pubertà e adolescenza completamente sullo smartphone, indaga su una solida base scientifica i danni che questi strumenti possono portare a ragazzi e ragazze. Ma sul tema altre voci si sono espresse con pareri discordi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/generazione-ansiosa-perche-troppo-online-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/generazione-ansiosa-perche-troppo-online-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>TikTok e Instagram sono sempre più popolati da persone giovanissime, questo è ormai un dato di fatto. Sebbene la legge Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA) del 1998 stabilisca i tredici anni come età minima per accettare le condizioni delle aziende, fornire i propri dati e creare un account personale, risulta comunque molto semplice eludere questi controlli, poiché non è prevista alcuna verifica effettiva. Oltre al fenomeno dilagante dei “baby influencers”, <a href="https://www.businessinsider.nl/40-of-kids-under-13-already-use-instagram-and-some-are-experiencing-abuse-and-sexual-solicitation-a-report-finds-as-the-tech-giant-considers-building-an-instagram-app-for-kids/" rel="noopener">si stima</a> che il 40% dei bambini e delle bambine americani sotto i tredici anni abbia creato un account su Instagram .</p>
<p>Eppure la Generazione Z, la prima ad aver sperimentato pubertà e adolescenza chini sullo smartphone, pare essere anche quella più ansiosa, depressa e soggetta a casi di autolesionismo.</p>
<p>C’è quindi correlazione tra uso degli smartphone in età puberale e i disturbi di cui soffrono le nuove generazioni? Jonathan Haidt, che insegna psicologia sociale alla Stern School of Business della New York University, non ha dubbi in proposito e porta numerosi dati a favore della sua tesi nel libro <em>La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli</em> (Rizzoli, 2024). Il saggio mira soprattutto a mettere in guardia i genitori sulle conseguenze della mancata vigilanza dei propri figli e figlie sull’uso di smartphone e social media. Non è quindi un’opera scientifica, ma un best seller tanto chiaro quanto assertivo e secondo molti critici semplicistico, se non addirittura fuorviante.</p>
<p>Crediamo utile quindi farne una sommaria sintesi per poi vedere le critiche. Come <em>Scienza in rete</em> ci piacerebbe aprire un dibattito sul tema, sicuramente d’interesse.</p>
<h2 id="uninfanzia-al-cellulare">Un’infanzia al cellulare</h2><p>Secondo Haidt il problema affonda le radici negli anni ottanta, quando i genitori, pur di proteggere figli e figlie, hanno preferito tenerli in casa davanti agli schermi. O anche solo per mangiare al ristorante in pace. All’inizio era la televisione il mezzo ideale di intrattenimento, oggi è stata sostituita da smartphone e tablet, dispositivi più versatili e connessi perennemente, e bambini e bambine con loro. Nella ricostruzione di Haidt, la riduzione o addirittura l’azzeramento dell’esperienza del gioco libero all’aperto influisce negativamente sulla capacità delle persone più giovani di gestire rischi e pericoli, rendendoli percepiti come più grandi di quanto siano. Privati o quasi di queste esperienze, bambini e bambine perdono l’opportunità di confrontarsi con la paura e l’insuccesso, aspetti fondamentali che il gioco, uno dei più potenti strumenti di apprendimento, permette di elaborare. Le possibilità di crescita tramite l’esperienza offline risultano così inibite, portando bambini e bambine ad essere più frustrati e apprensivi da adolescenti. Questo il filo del ragionamento dello psicologo americano.</p>
<p>Con i primi anni dieci del Duemila arriva la &ldquo;grande riconfigurazione”, come la chiama Haidt: l’infanzia e l&rsquo;adolescenza vengono calibrate completamente su smartphone, rete e social. L’autore individua quattro danni fondamentali di questa transizione:</p>
<ul>
<li>Deprivazione sociale: il tempo passato offline con gli amici si è drasticamente ridotto grazie alla diffusione degli smartphone. La pandemia da COVID-19 ha poi acuito ulteriormente la distanza sociale tra adolescenti.</li>
<li>Privazione del sonno: l’uso massiccio degli smartphone altera il ritmo circadiano dei più piccoli e peggiora la qualità del sonno.</li>
<li>Calo dell’attenzione: non soltanto la concentrazione è logorata dal continuo flusso di notifiche che arrivano sullo smartphone ma anche la presenza stessa del telefono nuoce al pensiero di ragazzi e ragazze e contribuisce alla distrazione continua, aprendo anche a interrogativi su chi soffre di ADHD: «L’ipotesi più diffusa è che chi soffre di ADHD cerchi lo stimolo dello schermo e la maggiore focalizzazione presente nei videogame. Ma il nesso causale potrebbe anche funzionare all’inverso? È possibile che un’infanzia fondata sul telefono aggravi preesistenti sintomi di ADHD? A quanto pare sì», scrive Haidt.</li>
<li>Dipendenza: i “mi piace” o le menzioni causano una scarica di dopamina nel cervello, facendo sì che venga rilasciato piacere ma non soddisfazione. In questo modo si innesca un meccanismo di assuefazione, simile a quello causato dal gioco con le slot-machine.</li>
</ul>
<h2 id="sempre-più-connessi-sempre-più-fragili">Sempre più connessi, sempre più fragili</h2><p>Nei capitoli successivi, Haidt passa in rassegna il fenomeno dei social. Non solo oggi sono dotati di algoritmi sempre più sofisticati per trattenere gli utenti quanto più possibile connessi sulle piattaforme, ma sono anche consapevoli dei loro effetti negativi sulla salute mentale nelle persone più giovani. Dai <em>Facebook papers</em> dal 2021 alla <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_24_2664" rel="noopener">recente indagine</a> della Commissione europea del 2024, emerge inoltre come l’attenzione di Meta si sia rivolta prepotentemente a questo nuovo target di infanzia e adolescenza, con il chiaro obiettivo di trarne nuovi profitti.</p>
<p>Le ragazze risultano le più colpite da disagi legati all’uso dei social dove domina l’immagine, quasi sempre manipolata da filtri: usano infatti Instagram e Tiktok in maggior misura dei ragazzi, rendendole vulnerabili al confronto sul proprio corpo. Una <a href="https://s.wsj.net/public/resources/documents/teen-girls-body-image-and-social-comparison-on-instagram.pdf" rel="noopener">ricerca</a> del 2020 ha evidenziato come il 30% delle ragazze intervistate quando si sentivano male per il proprio fisico, aggravavano la propria percezione quando usavano Instagram. Altri elementi con cui il genere femminile si misura quotidianamente sono il cyberbullismo, l’adescamento online, la diffusione e richiesta di immagini di nudo, che concorrono ad aumentare i disturbi.</p>
<p>I ragazzi, sull’altro fronte, non sembrano passarsela meglio. I videogiochi online inducono gli adolescenti a trascorrere ore e ore con altri utenti connessi, senza però costruire relazioni di qualità, con il risultato che solitudine e depressione prendono il sopravvento nelle loro vite. Anche l’abuso di pornografia, a cui i ragazzi accedono senza difficoltà dai loro dispositivi, distorce la sessualità e mina la percezione delle relazioni con l’altro sesso. «Con il perfezionamento delle personalità dell’IA generativa e con il loro trapianto in bambole e robot sessuali sempre più realistici, un numero crescente di uomini eterosessuali potrebbe prendere in considerazione uno stile di vita da hikikomori con una ragazza meccanica, preferibile alle migliaia di rifiuti ricevuti sulle app di dating», pronostica Haidt.</p>
<h2 id="limitare-luso-dello-smartphone-alle-persone-più-giovani">Limitare l’uso dello smartphone alle persone più giovani?</h2><p>Ma cosa si sta facendo per arginare il potere delle piattaforme, soprattutto in relazione a infanzia e adolescenza? Per l’autore ben poco, soprattutto riferendosi all’esperienza negli Stati Uniti. Poco, per esempio, sul tempo di qualità dedicato al gioco di gruppo all’aria aperta. Ancora troppo poco a scuola: oltre che spingere ragazzi e ragazze durante la ricreazione a passare più tempo con i coetanei e in aree gioco, Haidt suggerisce di bandire l’uso del cellulare per tutta la giornata scolastica, non solo durante le lezioni.</p>
<p>Infine è il turno dei genitori, a cui è dedicata l’ultima parte del libro. Pochi suggerimenti ma pratici: cercare di accrescere l’interazione con i propri figli e figlie nel mondo reale, favorire situazioni di incontro con i propri coetanei offline lontani da dispositivi e posticipare l’uso di smartphone e social media ai 16 anni.</p>
<p>Perché, come conclude Haidt: «La Grande Riconfigurazione dell‘infanzia, da basata sul gioco a basata sul telefono, è stata un fallimento di proporzioni catastrofiche. È tempo di mettere fine all’esperimento. Riportiamo a casa i nostri figli». Ma questa “riconfigurazione” ha basi effettivamente solide? E se sì, dipende davvero solo dai dispositivi e i social? Altre voci nel mondo della psicologia <a href="https://www.doppiozero.com/tutti-in-ansia-e-insicuri" rel="noopener">hanno una visione meno allarmistica</a> di Haidt sull’utilizzo dei social da parte di ragazzi e ragazze e sono dell’avviso che le soluzioni drastiche siano piuttosto ingenue, oltre che poco realistiche: la parola d’ordine è imparare a gestire i media, non limitarli. Sarebbe importante, in questo senso, che le persone adulte (genitori, insegnanti, educatori) si facessero carico della questione e aiutassero ragazzi e ragazze a esplorare questo nuovo mondo, senza lasciarli in balia della rete quando sono più grandi.</p>
<p>Altre ricerche <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-00902-2" rel="noopener">sottolineano</a> gli effetti tutto sommato positivi della rete nella socialità e sicurezza delle persone più giovani rispetto alle società dove internet è meno sviluppato. Inoltre, il tempo di esposizione sui social da parte di adolescenti non pare così rilevante. Resta poi da dimostrare che la causa di comportamenti depressivi o ansiosi sia da ascrivere in primo luogo alla connessione ai social o non piuttosto che questi agiscano al massimo come un rinforzo di certe condizioni psicologiche.</p>
<p>C’è anche modo di migliorare l’esperienza d&rsquo;uso dei social. «Introdurre una lista di <em>affordance</em> (funzionalità intuituive, ndr) dei social media, mutuandole dalla ricerca neurocognitiva e comportamentale, enfatizza il ruolo dell’utente (come la tecnologia viene percepita, interpretata e utilizzata) piuttosto che la progettazione tecnologica in sé» spiega Tiziana Metitieri <a href="https://www.valigiablu.it/internet-social-studi-psicologia-allarmismo/" rel="noopener">su <em>Valigia Blu</em></a>. «In questo senso, l’approccio delle affordance è essenziale per superare il determinismo tecnologico degli outcome di salute mentale che enfatizza eccessivamente il ruolo della tecnologia come motore degli effetti, ma trascura l&rsquo;autodeterminazione e l&rsquo;impatto delle persone&rdquo; nell&rsquo;uso dei social media e, aggiungo, dello spazio digitale in generale».</p>
<p>In definitiva, il dibattito sull&rsquo;uso dei social media da parte di bambini, bambine e adolescenti è tutt’ora complesso e divisivo, intrecciando opportunità di connessione e apprendimento con rischi per la salute mentale e lo sviluppo personale. Più che divieti servirebbe lavorare per una “ecologia della mente” applicata alla sfera digitale. A beneficio di giovani e no.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La scienza della risata: un dialogo tra neuroscienze ed etologia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-risata-dialogo-neuroscienze-etologia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-risata-dialogo-neuroscienze-etologia/</guid><pubDate>Fri, 29 Nov 2024 09:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>animali</category><description>Intervistiamo il neuroscienziato Fausto Caruana e l’etologa Elisabetta Palagi sul loro recente saggio dedicato alla risata, per capire come un comportamento così quotidiano da essere dato per scontato sia arrivato dalle indagini puramente filosofiche che lo hanno accompagnato per secoli a quelle biologiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/scienza-risata-dialogo-neuroscienze-etologia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/scienza-risata-dialogo-neuroscienze-etologia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Di recente abbiamo pubblicato la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-ridiamo-capire-risata-neuroscienze-etologia/">recensione</a> di <em>Perché ridiamo. Alle origini del cervello sociale</em> (il Mulino, 2024): un saggio che esplora un comportamento quotidiano, ma che ben di rado la letteratura scientifica ha indagato dal punto di vista evolutivo.</p>
<p>Oggi facciamo una chiacchierata con gli autori, il neuroscienziato Fausto Caruana, Primo Ricercatore presso l’Istituto di Neuroscienze del CNR di Parma professore all’Università di Parma, e l’etologa Elisabetta Palagi, professoressa all’Università di Pisa, per capire com’è nato il loro lavoro.</p>
<p><strong>Vi occupate di due campi che non è scontato vedere insieme. Com’è nata la vostra collaborazione?</strong></p>
<p><strong>Elisabetta Palagi</strong>. Ci siamo conosciuti di persona fin da convegno dedicato alle emozioni, nostre e delle altre specie, organizzato dal primatologo Frans de Waal e dal neuroscienziato Pier Francesco Ferrari, a Erice nel 2016. Entrambi lavoravamo sulla risata, ma in modo diverso: nel tempo abbiamo iniziato a scambiarci opinioni e riflessioni sul lavoro. Finimmo per pensare a un <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/full/10.1098/rstb.2022.0159" rel="noopener">volume speciale</a> della <em>Philosophical Transactions of the Royal Society</em> curato da noi e de Waal, con vari contributi da neuroscienze a etologia, interdisciplinare, per parlare del riso da un punto di vista naturalistico ed evoluzionistico. Oggi è infatti chiaro che la risata è un fattore biologico, non culturale – anche se questo aspetto è stato tutt’altro che scontato per secoli, durante i quali è stata considerata un comportamento esclusivamente umano e culturale. Così è nato il nostro libro, come tentativo di dare spiegazione biologica a concetti filosofici costruiti in precedenza.</p>
<p><strong>In che senso lavoravate entrambi sulla risata? In cosa consistono i vostri studi?</strong></p>
<p><strong>Fausto Caruana.</strong> Ho iniziato a studiare il riso per caso, collaborando con il centro di chirurgia dell’epilessia “Claudio Munari” dell’Ospedale Niguarda. Tra le procedure di indagine pre-chirurgica per lo studio dell’epilessia farmaco-resistente vi è la stimolazione cerebrale; è emerso così che alcune aree, quando stimolate, determinavano la risata. Sulle basi e i meccanismi cerebrali coinvolti nel riso c’era poco e nulla in letteratura scientifica (e tutt’oggi gli studi sono limitati), per cui ho iniziato ad approfondire questi studi. Anche perché sono vari – seppur rari - i contesti anche medici che coinvolgono la risata: è il caso per esempio della cataplessia, una perdita improvvisa e transitoria del tono muscolare, spesso scatenata da emozioni forti, inclusa la risata; oppure la sindrome pseudobulbare, resa celebre dal personaggio interpretato da Joaquin Phoenix in <em>Joker</em>, che scatena attacchi di risate (o pianto) incontrollabili, o infine le crisi gelastiche, attacchi epilettici che si manifestano proprio con il riso.</p>
<p><strong>EP.</strong> Mentre Fausto era interessato a quella che chiamo la “centralina” della risata, cioè i meccanismi cerebrali che la determinano, io ero invece interessata all’output comportamentale. Studiando il comportamento degli animali non umani, in particolare, volevo capire cosa succede quando un individuo mette in atto un particolare comportamento, come una risata o uno sbadiglio: come reagiscono gli altri? Come reagisce il gruppo sociale?</p>
<p>In particolare, porto avanti varie ricerche dedicate alla <em>play face</em>, un&rsquo;espressione facciale caratteristica di primati e altri mammiferi sociali caratterizzata da una bocca aperta e rilassata, spesso associata al gioco sociale. Proprio da quest’ultimo, infatti, nascono gli studi sulla risata nelle specie non umane: pur essendo a sua volta un comportamento rimasto a lungo trascurato, nel tempo ci si è resi conto di quanto fosse pervasivo - anche che è un modello perfetto per gli studi di comportamenti complessi. Da lì è nato anche l’interesse per la comunicazione messa in atto durante il gioco e, con esso, la risata. Importante ricordare, però, che il riso ha una natura dualistica: serve per comunicare agli altri, certo, ma rimane allo stesso tempo un’espressione delle emozioni del singolo individuo.</p>
<p><strong>Nel vostro libro appare in modo marcato come la risata sia rimasta, in un certo senso, appannaggio del mondo filosofico per diversi secoli. Solo in tempi più recenti sembra essere aver attirato anche l’interesse della comunità scientifica, grazie all’avanzare delle tecnologie d’indagine neuroscientifica da una parte e alle scoperte etologiche che evidenziano come molti comportamenti e capacità storicamente considerati propri dell’essere umano non sono affatto tali.</strong></p>
<p><strong>FC.</strong> È vero, la risata è stata molto a lungo materia d’indagine strettamente filosofica, ma in realtà già Darwin è stato - in questo come il altri campi - un apripista: fu tra i primi a considerarlo come una caratteristica condivisa con altre specie animali, che vedeva come il risultato dell&rsquo;evoluzione e di meccanismi neurologici comuni. In particolare, aveva fatto un tentativo interessante di spiegare la risata dal punto di vista evolutivo osservando come i cuccioli di scimpanzé emettano suoni simili a risate quando vengono solleticati e suggerendo che dunque sia risposta automatica e involontaria a situazioni di piacere o sollievo che si sviluppa come meccanismo di comunicazione sociale.</p>
<p>Ma anche dal punto di vista delle neuroscienze contemporanee è stato necessario del tempo per iniziare a indagarlo con una prospettiva evolutiva. Per molto tempo, infatti, l’interesse per il riso si concentrava sulla sua manifestazione motoria: non a caso la maggior parte della letteratura era focalizzata sul tronco dell’encefalo, una delle strutture più antiche e conservate del sistema nervoso centrale. Di fatto, era stato ereditato il messaggio, alla base della stragrande maggioranza dei lavori filosofici sulla risata, secondo il quale questa è strettamente legata allo humor: ma quest’ultimo sarebbe elaborato a livello corticale, mentre la coordinazione “di bassa lega” avviene in una struttura meno evoluta, cioè il tronco encefalico.</p>
<p><strong>Con il superamento dell’approccio filosofico tradizionale, si è aperta la strada a una maggiore collaborazione interdisciplinare. Ma come si integrano oggi le prospettive di filosofia, neuroscienze ed etologia nello studio della risata?</strong></p>
<p><strong>FC.</strong> Soprattutto negli ultimi trent’anni circa, la collaborazione tra neuroscienze ed etologia è cresciuta molto. Personalmente, ritengo che questo sia legato anche al fatto che all’incirca fino agli inizi del Duemila gli studi neuroscientifici tendevano a ispirarsi a quella che chiamo “metafora del computer”, cioè vedevano il cervello come un computer. E se questo ci ha permesso di capire i meccanismi di alcuni processi cognitivi, ignorava appunto quanto anche i processi cognitivi più complessi siano legati alla dimensione corporea (quindi al fatto di avere un sistema motorio, un sistema emozionale e un sistema sensoriale), e plasmati dall’evoluzione congiunta tra cervello e corpo. Questo ha riportato l’attenzione anche per la componente evoluzionista: così, sono cresciuti gli studi di neuroetologia.</p>
<p><strong>EP.</strong> In campo umanistico sembra essere invece rimasta una visione nella quale la mente prevale sul corpo, come fossimo un cervello su due gambe. Ma non possiamo ignorare le nostre connessioni con il mondo esterno: anzi, ogni organismo vive immerso in stimoli che devono essere processati. Anche la connessione tra due individui che ridono è motoria, prima che mentale: ridi tu e viene da ridere a me.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perché ridiamo: capire la risata tra neuroscienze ed etologia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-ridiamo-capire-risata-neuroscienze-etologia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-ridiamo-capire-risata-neuroscienze-etologia/</guid><pubDate>Fri, 22 Nov 2024 09:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>animali</category><description>Ridere è un comportamento che mettiamo in atto ogni giorno, siano risate “di pancia” o sorrisi più o meno lievi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/perche-ridiamo-capire-risata-neuroscienze-etologia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/perche-ridiamo-capire-risata-neuroscienze-etologia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ridere è un comportamento che mettiamo in atto ogni giorno, siano risate “di pancia” o sorrisi più o meno lievi. È anche un comportamento che ne ha attirato, di interesse: da parte di psicologi, linguisti, filosofi, antropologi, tutti a interrogarsi sul ruolo e sulle origini della risata. Ma, avvertono il neuroscienziato Fausto Caruana e l’etologa Elisabetta Palagi fin dalle prime pagine del loro libro, <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815389367" rel="noopener"><em>Perché ridiamo. Alle origini del cervello sociale</em></a> (il Mulino, 2024):</p>
<blockquote>
<p>Per secoli e secoli sulla risata sono circolate due assunzioni che a questo punto, però, pensiamo siano totalmente bloccate e hanno bloccato la strada a ogni progresso.</p></blockquote>
<p>Queste assunzioni sono la stretta connessione della risata allo humor e il suo essere peculiare e unica dell’essere umano. Cosa succede se vengono meno? Succede che dobbiamo rivedere le nostre teorie sul riso, che sono storicamente tre. Molto in breve si possono riassumere così: ridiamo per senso di superiorità (può sembrare cinico, ma è una teoria sostenuta da personaggi del calibro di Platone e Hobbes), per l’aspettativa violata o una sorta di operazione di debug cerebrale, oppure per il sollievo, come un rilascio di energia dopo un momento di tensione. Ciascuna di queste teorie ha dei punti di forza, ma non è difficile – anche leggendone descrizioni più accurate e approfondite – coglierne anche diversi punti di debolezza; certo lasciano fuori molto di ciò che porta a parecchie delle nostre risate quotidiane. Tutte e tre, inoltre, si basano di fatto su quelli che sono gli antecedenti cognitivi della risata: in altre parole, lo humor. E ignorano invece che, come è accaduto a diversi altri comportamenti e abilità (usare gli utensili, programmare le azioni, la presenza cultura e senso morale…), anche la risata non può più essere considerata prerogativa umana.</p>
<p>Ridono, a modo loro, gli altri primati, le iene, i cani, i ratti, i leoni marini e molte altre specie. «Nelle diverse specie di animali la risata può esprimersi attraverso molteplici varianti che si esplicano con una serie di attivazioni muscolari aggiuntive», scrivono gli autori. Ridono per segnalare le proprie intenzioni pacifiche e mitigare il rischio di conflitti, ma anche per il gusto e il piacere che provano per alcune azioni:</p>
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<p>Femmine di bonobo che si lanciano nel vuoto a occhi chiusi o con la testa coperta da un lenzuolo attraverso cui è chiaramente visibile la loro bocca spalancata sono un esempio di come anche giocare da soli con capriole o salti acrobatici possa essere altamente remunerativo, e quindi in grado di provocare un’emozione positiva nel soggetto. Chi non ha mai riso andando a tutto gas su un’altalena o un autoscontro!</p></blockquote>
<p>Nel corso del tempo, soprattutto a partire dal XX secolo, mentre l’etologia iniziava a evidenziare le falle di una natura unicamente umana della risata, le neuroscienze si stavano sviluppando a sufficienza per indagarne le basi neurali. Lavoro tutt’altro che semplice, dal momento che, per citare lo psicologo e neurologo Robert Provine, una delle principali figure di riferimento per lo studio della risata, è difficile ridere quando si è (virtualmente) messi su un vetrino e sotto la lente d’ingrandimento. Comunque, è proprio questo campo di studio ad aver individuato le strutture più strettamente correlate al riso, tra le quali la corteccia cingolata anteriore svolge il ruolo del direttore d’orchestra, coordinando altre strutture responsabili degli aspetti espressivi (per esempio le contrazioni della muscolatura facciale e la vocalizzazione) sia quelli soggettivi (per esempio il rilascio di oppioidi endogeni e dopamina). Non solo: la corteccia cingolata anteriore modula anche l’attività di aree legate alla sfera delle emozioni negative e al controllo del linguaggio. È questa caratteristica che può spiegare come la risata riesca sia a influenzare stati d’animo come la tristezza o la rabbia, sia a inserirsi nelle funzioni sociali.</p>
<p>È così che, attraverso una lunga serie di dati sperimentali, Caruana e Palagi guidano chi legge verso la loro teoria del riso, raccogliendo le fila di anni di ricerche e unendo le neuroscienze con gli studi sul comportamento animale per rispondere alla grande domanda: perché ridiamo? (E a questo punto: e perché ridono gli altri animali?) Dal punto di vista evolutivo, quali sono le origini di questo comportamento?</p>
<p>Quello del riso, rispondono Caruana e Palagi, è «un comportamento animale complesso che assolve ancestrali funzioni sociali – stringere legami, promuovere il gioco e le interazioni cooperative, diminuire la tensione – che condividiamo con molte altre specie animali. Abbiamo battezzato questo approccio “teoria dell’interazione sociale”». Una teoria con antecedenti illustri, a partire da qualche suggerimento (non formulato come teoria) dello stesso Darwin.</p>
<p>Insomma, la risata si rivela invece un comportamento antichissimo, universale, contagioso, ed elemento fondamentale di ciò che ha permesso il successo di tante specie, compresa la nostra: la socialità. Con buona pace tanto di Jorge da Burgos, il personaggio che ne <em>Il nome della rosa</em> arriva a uccidere e a distruggere l’opera perduta di Aristotele perché vi si «ribalta la funzione del riso, lo si eleva ad arte, gli si aprono le porte del mondo dei dotti», quanto della sua nemesi, Guglielmo da Baskerville, che pur rappresentando la personificazione della mente analitica e aperta continuava a considerarlo proprio dell’essere umano.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ama i tuoi microbi come te stesso</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ama-tuoi-microbi-te-stesso/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ama-tuoi-microbi-te-stesso/</guid><pubDate>Fri, 04 Oct 2024 17:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>libri</category><description>La pandemia di Covid-19 ha riacutizzato il timore dei microbi, già sollecitato dalle molte pubblicità che spingono a igienizzare e disinfettare. Un approfondito saggio, molto dettagliato e documentato, ci mostra che al contrario i microrganismi sono nostri preziosi alleati, indispensabili alla vita sulla Terra. In grandissima parte utili, devono essere tutelati e trattati con rispetto, anche perché possono aiutarci a difendere la sostenibilità stessa della nostra presenza sul Pianeta.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ama-tuoi-microbi-te-stesso-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ama-tuoi-microbi-te-stesso-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Preparatevi a un viaggio lungo, appassionante, molto documentato - e quindi anche piuttosto impegnativo - attraverso un immenso mondo di cui pochi immaginano l’estensione: quello dei microbi. Siamo di fronte a un saggio di divulgazione scientifica che, benché nel complesso sia chiaro e di lettura scorrevole, non risparmia alcune parti di approfondimenti tecnici, meglio apprezzabili da chi abbia qualche conoscenza di base nel campo della biologia.</p>
<p><em>I microbi salveranno il mondo? Proteggerli per sopravvivere,</em> di Duccio Cavalieri, Rino Rappuoli e Lisa Vozza (il Mulino, 248 pagine, 17 euro) spalanca le finestre sul mondo dei più antichi organismi viventi sulla Terra, comparsi ben prima di noi (quasi quattro miliardi di anni fa) e capaci di adattarsi fino a occupare ogni nicchia del Pianeta, anche le meno abitabili.</p>
<p>Scopo del saggio, affermano gli autori, è capovolgere la nostra percezione dei microbi: non uno sfondo impercettibile e indistinto, semmai minaccioso, alla vita dell’uomo, ma i veri protagonisti della vita sulla Terra, artefici di meccanismi biologici cruciali, molto più spesso per noi utili che pericolosi, e in poche parole indispensabili al nostro pianeta.</p>
<p>In primo luogo, ci spiegano gli autori, in assenza del mondo microbico la realtà e la vita per come le conosciamo non esisterebbero: non solo addio a pane, birra, vino, yogurt, formaggi, a tutti i cibi prodotti attraverso l’azione di microrganismi… la meno nota verità è che senza batteri non avremmo neanche frutta e verdura, perché le piante vivono grazie a batteri del suolo che fissano l’azoto. Senza la decomposizione, per la quale dobbiamo ringraziare altri microrganismi, la Terra sarebbe ricoperta di corpi, rifiuti e deiezioni. Senza microbi il pianeta perderebbe perfino il suo rinomato colore azzurro, dovuto alla fotosintesi con cui i cianobatteri delle acque ottengono energia e nutrimento in tutto il globo. E sono solo alcuni esempi: ma in sostanza, la verità è che senza microbi noi non esisteremmo proprio.</p>
<h2 id="i-microbi-patogeni-sono-solo-una-minoranza">I microbi patogeni sono solo una minoranza</h2><p>Del resto, gli autori ce lo ricordano chiaramente: è vero che si contano circa 1.400 specie di patogeni, ovvero in grado di farci del male. Ma sono un’infima minoranza, visto che si stima che le specie di microrganismi che vivono sulla Terra siano un trilione. E accanendoci ossessivamente contro i patogeni rischiamo di distruggere anche i microbi neutri o – peggio ancora – quelli utili o necessari. Gli autori propongono di cambiare atteggiamento e capire che i microbi possono essere parte della nostra salvezza e di quella del Pianeta: «I risultati dei più recenti studi ci fanno capire i danni potenziali della riduzione della diversità microbica, derivanti dalla globalizzazione e dall’uso eccessivo di antibiotici e sterilizzanti. I dati scientifici ci guidano anche a comprendere come difenderci dalle malattie e recuperare un ambiente più fruibile, utilizzando per questo i microrganismi giusti».</p>
<p>Nei primi capitoli il saggio ripercorre l’appassionante vicenda della scoperta del mondo dei microbi, a partire dalle prime osservazioni nel Seicento e passando per Pasteur, Koch, Petri, Vinogradskij; ci guida poi, anche approfondendo le più recenti tecniche che hanno consentito di leggere il genoma dei microrganismi, alla scoperta di “un regno vastissimo e antichissimo”, e delle relazioni che si instaurano tra i microbi e i loro ospiti, che provocano in entrambi cambiamenti imprevedibili.</p>
<p>Per quello che riguarda in particolare il nostro corpo, ogni adulto porta con sé circa due chilogrammi di microrganismi, fondamentali per la nostra salute: è il microbiota, che se squilibrato o alterato comporta un aumento di rischio di patologie sempre più comuni, come obesità, cancro, malattie autoimmuni e neurodegenerative; notevole la panoramica offerta dagli autori sugli studi scientifici che hanno confermato questi effetti.</p>
<p>Gli autori sottolineano come molte pratiche, tipiche della vita moderna, incidano negativamente sulla composizione del microbiota, a partire dall’alimentazione tipica dei Paesi avanzati, ricca di prodotti di origine animale e povera in fibre, verdure e legumi. La buona notizia è che modificando la dieta anche il microbiota si modifica rapidamente.</p>
<p>Non manca una parte importante dedicata all’importanza dei microbi per la maturazione del nostro sistema immunitario e alle malattie conseguenti alla perturbazione del sistema stesso: allergie, sindromi infiammatorie e malattie autoimmuni, in crescita soprattutto nelle società più ricche. Tra le ipotesi, anche quella che un’igiene eccessiva nei primi anni di vita impedisca al sistema immunitario di allenarsi a sufficienza attraverso l’incontro con molti e diversi microbi. Il sistema immunitario richiede infatti continui contatti microbici per imparare a distinguere amici e nemici.</p>
<p>Due capitoli sono dedicati infine al cruciale problema della resistenza antimicrobica e a come affrontarla in modo sostenibile. «Con antibiotici ad ampio spettro, come pure con i detergenti e gli sterilizzanti, rischiamo di eliminare insieme a pochi patogeni la grande diversità microbica che ci tiene in vita e in salute. L’impoverimento in atto può accelerare la corsa verso la prossima estinzione di massa, grazie anche ai patogeni resistenti a ogni trattamento che si stanno sempre più diffondendo. I microbi resistenti sono dovuti alle rapidissime capacità di evoluzione e adattamento di queste specie, ma sono anche selezionati dai nostri tentativi indiscriminati di eliminazione dei germi. Una deleteria deriva favorita anche dai cambiamenti climatici, dai conflitti umani e in ultima analisi dalla miseria». </p>
<p>Occorre quindi uscire dai meccanismi che provocano sia la perdita di diversità microbica sia l’emergere di patogeni resistenti ai trattamenti, anche ispirandosi a esempi tratti dal mondo naturale: oltre ai vaccini, virus in grado di uccidere i batteri, nuove tecnologie per mettere a punto antibiotici più specifici, probiotici con cui scalzare batteri nefasti.</p>
<h2 id="non-antropocene-ma-microbiocene">Non antropocene, ma microbiocene</h2><p>In conclusione, gli autori invitano a comprendere che “è indispensabile salvare il microbiocene per uscire indenni dall’antropocene”. Anche se l’uomo parla di “antropocene” perché si sente al centro della vita sulla Terra, infatti, il nostro pianeta è talmente plasmato dall’azione dei microbi che si dovrebbe parlare più correttamente di microbiocene, un’epoca iniziata quasi quattro miliardi di anni fa e che continuerà finché ci sarà vita sul pianeta: «Ogni piano per la conservazione della biodiversità terrestre, per essere realistico e sensato, non può non tenere conto della vitale necessità di preservare il mondo microbico. Abbiamo gli strumenti tecnici e di conoscenza per farcela, per proteggerci dalle infezioni e ridare salute a un ambiente impoverito e contaminato. Se usati bene, i microbi sono fabbriche potenti e operose, che in questa ardua impresa possono darci una mano davvero preziosa. Possiamo farcela se smettiamo di ignorare i microbi e cessiamo di considerarli soltanto come nemici».</p>
<p>Molto documentato e approfondito, il saggio di Cavalieri, Rappuoli e Vozza tratta l’argomento da un ventaglio di prospettive molto ampio, passando dalle spiegazioni scientifiche, che sono preponderanti, a considerazioni di tipo sociologico, come quando si sottolinea come guerre, crisi climatiche, migrazioni e povertà favoriscano le resistenze antimicrobiche; e arrivando a suggerimenti su come ciascuno può fare la propria parte per contrastare la resistenza antimicrobica, con comportamenti e usi più responsabili di strumenti essenziali come gli antibiotici. Una bibliografia essenziale (che occupa 11 pagine) completa il volume.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Risposta alle osservazioni di Bolloré e Bonnassies</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/risposta-osservazioni-bollore-bonnassies/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/risposta-osservazioni-bollore-bonnassies/</guid><pubDate>Wed, 02 Oct 2024 08:22:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>Visto che a Bolloré e Bonnassies piacciono gli aneddoti, apprezzeranno sicuramente questo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/risposta-osservazioni-bollore-bonnassies-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/risposta-osservazioni-bollore-bonnassies-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Visto che a Bolloré e Bonnassies <a href="https://www.scienzainrete.it/node/20232">piacciono gli aneddoti</a>, apprezzeranno sicuramente questo. Durante una lezione di logica matematica Bertrand Russell venne sfidato da uno studente: Ci dimostri che se 0=1 allora lei è il Papa. Una sfida congeniale per Russell, che si racconta rispose così. Aggiungiamo 1 a entrambi i lati dell’equazione ottenendo 1=2. L’insieme che contiene il Papa e me ha due elementi. Ma poiché 2=1 l’insieme contiene un elemento. Dunque il Papa sono io. </p>
<p>Oltre alla proverbiale arguzia, l’elemento centrale della “prova&quot; di Russell è lo slittamento semantico del verbo essere, reso possibile, attraverso passaggi logicamente corretti, da un’ipotesi falsa. Si tratta di uno slittamento analogo a quello che gli autori sembrano sottoscrivere nella loro replica dove usano il termine “prova” in modo diverso rispetto all’uso che ne fanno nel titolo del loro libro. Chi non intende “Dio, le prove, la scienza” come l’asserzione del fatto che la scienza fornisce prove per l’esistenza di Dio, fa un uso non standard della lingua (italiana). Eppure nella loro risposta affermano di non occuparsi di religione e neanche di teologia. Questo a dispetto dei capitoli che il libro dedica a Gesù e ai miracoli. La distinzione che elaborano tra “credere” e “avere fede” ci appare una distinzione lessicale che non sottende alcuna differenza sostanziale </p>
<p>Comunque non è nostra intenzione dimostrare che Dio non esiste o che la religione sia qualcosa di negativo, siamo interessati solo agli aspetti propriamente tecnici nell’ambito delle nostre competenze, cioè matematica e fisica. Li abbiamo già illustrati nel nostro articolo, ma evidentemente in modo non chiaro. Riproviamo. </p>
<p>Si parla di prova (in matematica si usa anche il termine dimostrazione, e più colloquialmente di teorema) quando l’ipotesi che A sia vera porta alla dimostrazione della verità di B. Dimostrare significa qualcosa di molto preciso e codificato dalla comunità matematica, ma che varia da contesto a contesto e che include, ad esempio, regole logiche e calcoli aritmetici che concorrono a definire la correttezza della prova. Qualsiasi sia il contesto però, se si parte da una premessa non vera si può arrivare più o meno dappertutto, come ci ricorda sagacemente Russell. </p>
<p>Se invece la premessa A è soggetta a incertezza, si argomenta in modo diverso rispetto alla prova matematica. Si ragiona secondo argomenti, magari sensati, ma non completamente sotto controllo, ottenendo una conclusione B che non è mai certa, ma che nelle situazioni migliori è altamente probabile. Per questo si usa spesso il termine congettura. Si tratta del metodo di prova proprio dell’inferenza induttiva, che gioca un ruolo insostituibile nella scienza pur essendo metodologicamente ineffabile. Per questo, a partire da David Hume, ha dato grossi grattacapi a chiunque abbia tentato di venirne (rigorosamente) a capo. </p>
<p>Le leggi fisiche, anche quelle famose e importanti non si dimostrano: non esiste una dimostrazione delle equazioni di Newton per la meccanica, o dell’equazione di Schrödinger per la meccanica quantistica. Ovviamente in ambito scientifico le prove (corrette) sono possibili solo in un ambito formalizzato e non necessariamente sono conclusive. Un esempio: esistono teoremi di meccanica analitica. In questo caso A è l’ipotesi che asserisce la validità delle equazioni di Newton, ma i risultati sono fisicamente rilevanti solo se le velocità in gioco sono basse rispetto alla velocità della luce e gli effetti quantistici sono trascurabili, quindi questi teoremi sono adeguati per la progettazione di navi e ponti, ma non per i semiconduttori. </p>
<p>Bolloré e Bonnassies nella loro risposta non resistono al luogo comune popperiano. E visto che lo mettono di mezzo, commentiamo. Condividiamo l’osservazione centrale dell’epistemologia di Popper e cioè che un’affermazione scientifica debba essere in linea di principio falsificabile. Ricordiamo questa banalità solo per porre una domanda agli autori: quali sono a loro avviso i fatti empirici non ambigui (nel senso chiarito dall’aneddoto di Russell) che, se osservati, dimostrerebbero la non esistenza di Dio? Perché quelli che loro articolano: l’universo non può aver avuto un inizio assoluto; la vita deve apparire naturalmente dalla materia; e via discorrendo, non sono né accettati né respinti in modo unanime dalla comunità scientifica. </p>
<p>Rielaboriamo, semplificandolo, il nostro argomento probabilistico. Immaginiamo una lotteria cui partecipano 10 milioni di persone. Per chi compra un biglietto la probabilità di vincita è decisamente piccola, una parte su 10 milioni. Ma un vincitore ci sarà sicuramente, diciamo il signor X. Dobbiamo forse pensare che il signor X sia un imbroglione con loschi contatti con i gestori della lotteria? Visto che la probabilità di vittoria è così bassa, il fatto che proprio lui abbia vinto dovrebbe forse far sorgere qualche sospetto sulla sua onestà? L’argomento riportato da Bolloré e Bonnassies secondo cui le costanti fisiche sono proprio quelle che ci permettono di esistere è esattamente dello stesso tipo: si osserva un evento improbabile e si conclude che non può essere successo per caso, preferendo l’ipotesi che sia piuttosto conseguenza di un “disegno intelligente”. Chissà cosa penseranno di Christine Wilson che nel maggio scorso ha vinto il Jackpot della lotteria dello stato del Massachussets due volte in dieci giorni. </p>
<p>Infine, la guerra ai passeri nella Cina di Mao. A nostro avviso illustra molto bene come la compatibilità tra responsabilità politica e profonda ignoranza non sia affatto prerogativa dei nostri tempi. Tuttavia, nel lavoro sulla dinamica delle popolazioni che ha gettato le basi per la moderna biomatematica, il grande matematico Vito Volterra ha mostrato che nei sistemi ecologici i feedback possono essere non banali e addirittura controintuitivi. Un incremento della pesca, ad esempio, può portare all’aumento di certe specie di pesci, e questo spiega quello che è successo con in passeri.  </p>
<p>Gli aneddoti e le citazioni possono essere divertenti e sono spesso utili, ma mai conclusivi. Come abbiamo già ricordato, a fare la scienza sono le persone e le singole persone, anche competenti, non sempre sono in accordo tra loro. Ma è più raro che siano intere comunità a esprimere opinioni infondate, e anche di questo abbiamo già parlato. Il consenso scientifico non è facilmente misurabile. Certamente non dal numero di copie vendute. Ci rallegriamo con Bolloré e Bonnassies per aver superato in questo i <em>Principia</em> di Newton, e comprendiamo, non senza bonaria invidia, il loro orgoglio. Ma questo non prova le loro tesi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Non possiamo dimostrare che Dio esista, ma abbiamo qualche prova</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/possiamo-dimostrare-dio-esista-abbiamo-qualche-prova/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/possiamo-dimostrare-dio-esista-abbiamo-qualche-prova/</guid><pubDate>Tue, 01 Oct 2024 09:20:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>Le dimostrazioni assolute appartengono al dominio teorico, come la matematica, dove un ragionamento corretto conduce a una conclusione immutabile. Nel mondo reale, però, le informazioni a disposizione sono sempre incomplete, e anche un ragionamento corretto può portare a conclusioni errate: gli autori del saggio Dio, la scienza, le prove rispondono all&amp;amp;rsquo; articolo di Hykel Hosni e Angelo Vulpiani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/possiamo-dimostrare-dio-esista-abbiamo-qualche-prova-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/possiamo-dimostrare-dio-esista-abbiamo-qualche-prova-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nell’articolo intitolato <em><a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/perch%c3%a9-scienza-non-pu%c3%b2-dimostrare-lesistenza-di-dio/hykel-hosni-angelo-vulpiani/2024-09-02">Perché la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio</a></em>, Hykel Hosni e Angelo Vulpiani scrivono che il libro <em>Dio, la scienza, le prove</em>, che abbiamo scritto e pubblicato recentemente in Italia per le Edizioni Sonda, si sbaglia cercando di dimostrare l’esistenza di Dio attraverso la scienza. Ma sono questi due autori, certamente di valore e il cui articolo non manca di interesse, a sbagliarsi, poiché il nostro libro non cerca affatto di dimostrare l’esistenza di Dio (nel senso di una dimostrazione assoluta); fornisce prove della sua esistenza, il che non è la stessa cosa!</p>
<p>Poiché questa confusione tra dimostrazione e prova è frequente e comprensibile, desideriamo rispondere qui al loro articolo iniziando a spiegare ai lettori la differenza tra dimostrazione (assoluta) e prova (relativa).</p>
<h2 id="cosè-una-dimostrazione-cosè-una-prova">Cos&rsquo;è una dimostrazione, cos&rsquo;è una prova</h2><p>Siamo tutti familiari con le dimostrazioni matematiche, che si chiamano anche prove assolute. Il teorema di Pitagora ne è una buona illustrazione. In questo teorema, Pitagora fornisce la prova assoluta che, nella geometria euclidea, il quadrato della lunghezza dell&rsquo;ipotenusa di un triangolo rettangolo è uguale alla somma dei quadrati degli altri due lati. Parliamo di 2.500 anni fa, e la prova che ne fornì all’epoca non è cambiata di una virgola.</p>
<p>Questo semplice esempio illustra le caratteristiche delle prove assolute: tutti finiscono per aderirvi; per questo motivo, è inutile fornire più prove assolute per dimostrare un&rsquo;affermazione o una tesi, esse sono universali e immutabili nel tempo. Tuttavia, esse esistono solo negli ambiti teorici (o formali) come la matematica e la logica pura. Questi ambiti astratti sono caratterizzati da regole e dati iniziali noti a priori. In un contesto del genere, un ragionamento applicato a dei dati noti e corretti conduce a una conclusione altrettanto corretta. </p>
<p>Ma le dimostrazioni, o le prove assolute, non esistono nell’ambito reale (ambito empirico).</p>
<p>In effetti, affinché un ragionamento corretto conduca con certezza a una conclusione corretta, è necessario disporre non solo di alcune informazioni corrette, ma di tutte le informazioni pertinenti al problema. Ma nel mondo reale, la realtà non ci è mai completamente nota; di conseguenza, non possediamo mai la totalità delle informazioni necessarie per descrivere una situazione reale. Questa è una verità spesso ignorata e terribilmente controintuitiva: un ragionamento corretto applicato a informazioni corrette ma incomplete può portare a una conclusione falsa, e questo ha spesso indotto coloro che avevano la responsabilità di prendere delle decisioni a commettere errori gravissimi.</p>
<p>Un aneddoto vero e tragico illustrerà questa sorprendente realtà.</p>
<p>Negli anni &lsquo;50, i raccolti di grano in Cina furono molto scarsi. I consiglieri responsabili del settore agricolo informarono Mao Tse-Tung che i passeri mangiavano una buona parte dei semi seminati, il che era vero. Mao fece il ragionamento corretto che, se si uccidevano gli uccelli, quella parte dei semi non sarebbe più stata mangiata da loro, il che era esatto, e quindi i raccolti sarebbero aumentati, il che si rivelò falso. La decisione di eliminare i passeri fu attuata nel 1958, durante il «Grande balzo in avanti», senza sperimentazioni preliminari, immediatamente e ovunque nel paese. Ne risultò una grande carestia che causò milioni di morti. In realtà, un’informazione pertinente al problema era sfuggita a Mao e ai suoi consiglieri: sebbene gli uccelli mangino effettivamente una parte dei semi, divorano anche i vermi e gli insetti che, mangiando e distruggendo i raccolti, provocano danni ben più gravi. Come si vede in questa storia, un solo dato non considerato ha portato a un risultato esattamente opposto a quello che il ragionamento iniziale lasciava sperare.</p>
<p>Le prove relative che caratterizzano l’ambito empirico non conducono quindi necessariamente all’adesione di tutti; per questo è auspicabile fornire più prove per stabilire un&rsquo;affermazione o una tesi.</p>
<p>Secondo Karl Popper, «nelle scienze empiriche, che sole possono fornire informazioni sul mondo in cui viviamo, le prove non esistono, se per &ldquo;prova&rdquo; intendiamo un fatto che stabilisce una volta per tutte la verità di una teoria» [1].</p>
<h2 id="le-prove-relative-del-dominio-empirico">Le prove relative del dominio empirico</h2><p>Nel dominio empirico, l&rsquo;approccio dello scienziato deve essere il seguente: osserva l&rsquo;universo, o un fenomeno particolare, e propone una tesi (o teoria) per spiegarlo. Cerca poi le implicazioni di questa teoria.</p>
<p>Se questa teoria non ha implicazioni osservabili nel mondo reale, non è scientifica e rimane una pura ipotesi. Secondo Karl Popper, affinché una teoria possa essere considerata scientifica, deve essere falsificabile, cioè deve avere implicazioni che possono essere contraddette dall’osservazione del mondo reale. (Nota che, alla luce di questa misura, le teorie dei multiversi non sarebbero teoricamente scientifiche, poiché non hanno implicazioni osservabili nel mondo reale).</p>
<p>Se la teoria ha delle implicazioni, queste verranno confrontate con ciò che può essere osservato nel mondo reale. Se le implicazioni della teoria sono in contraddizione con l’osservazione del reale, allora la teoria è falsa. Se le implicazioni sono conformi all’osservazione, ogni implicazione verificata costituendo una prova, si potrà concludere che la sua teoria è probabilmente vera (ma non di più).</p>
<p>Più alto è il numero di implicazioni verificate, maggiore è la convinzione che la tesi sia corretta, ma rimarrà sempre un salto intellettuale da fare, un giudizio da esprimere.</p>
<p>Osserviamo che l’approccio è lo stesso nel campo della giustizia. Il pubblico ministero presenta alla giuria un insieme di prove della colpevolezza dell’imputato. Ma, per quanto queste prove possano sembrare solide, non possono mai condurre a delle conclusioni certe, poiché alcune di esse potrebbero essere state abilmente manipolate; per questo motivo la giuria deve sempre, alla fine, esprimere un giudizio.</p>
<p>Per comprendere bene la relatività delle prove nell’ambito empirico, si deve notare che possono anche esistere prove contrarie. La teoria della gravità di Newton illustrerà questa sorprendente realtà. Fin dall&rsquo;inizio, diverse prove vere hanno confermato la teoria di Newton, in primo luogo la spiegazione del carattere ellittico dell&rsquo;orbita della luna, poi, in modo molto spettacolare, il ritorno della cometa di Halley. Queste due prove erano giuste e lo sono ancora.</p>
<p>Tuttavia, più tardi, nel 1919, l’esperimento dell’eclisse solare condotto da Eddington a Sundy, sull’isola di Príncipe, ha fornito la prova che la teoria di Newton non era corretta e che doveva essere sostituita da quella di Einstein.</p>
<p>Tutto ciò consente di comprendere bene la natura e la portata delle prove relative. Il lettore comprenderà quindi che l&rsquo;obiettivo del nostro libro non può essere di dimostrare l&rsquo;esistenza di un dio creatore, ma solo di fornire prove relative. Tuttavia, quando le prove relative sono numerose, convergenti e indipendenti, esse permettono all&rsquo;osservatore di raggiungere una convinzione al di là di ogni ragionevole dubbio.</p>
<h2 id="quali-sono-le-implicazioni-derivanti-dallesistenza-o-dallinesistenza-di-dio">Quali sono le implicazioni derivanti dall’esistenza o dall’inesistenza di Dio?</h2><p>Nell’ambito del reale, l’accertamento della verità di una tesi dipende quindi prima di tutto dall&rsquo;analisi delle sue implicazioni e dal risultato del loro confronto con il mondo reale [2].</p>
<p>Se si considera la tesi dell&rsquo;esistenza di un dio creatore, ci si accorge che non ha implicazioni utilizzabili.</p>
<p>Ma se si guarda alla tesi della non esistenza di Dio, ci si rende conto che ne ha molte (tutto ciò è spiegato nel capitolo 3 del nostro libro). Ora, per il nostro caso, questo è perfettamente sufficiente, poiché se la tesi dell’inesistenza di Dio può essere dimostrata falsa, ciò dimostra che la tesi opposta, quella della sua esistenza, è vera!</p>
<p>Citiamo le prime tre implicazioni di carattere scientifico della teoria della non esistenza di un dio creatore. Se Dio non esiste e l’Universo è costituito unicamente di tempo, spazio e materia, allora:</p>
<ol>
<li>L’Universo non può aver avuto un inizio assoluto.</li>
<li>Non può neanche essere finemente regolato, in particolare affinché vi appaia la vita.</li>
<li>La vita deve apparire tramite un processo spontaneo a partire dalla materia inanimata.</li>
</ol>
<p>Queste implicazioni sono sempre esistite, ma era impossibile dirne qualcosa fino a tempi recenti. È per questo che siamo realmente all&rsquo;alba di una rivoluzione, poiché le scoperte scientifiche moderne sono oggi in grado di dimostrare che queste tre implicazioni sono molto probabilmente incompatibili con la realtà osservabile, quindi false. Non entreremo qui nella presentazione di queste scoperte, poiché è l&rsquo;oggetto del nostro libro.</p>
<h2 id="la-scienza-può-parlare-dellesistenza-di-dio">La scienza può parlare dell’esistenza di Dio?</h2><p>Sempre nel loro articolo, Hosni e Vulpiani affermano che la scienza non può dire nulla riguardo all’esistenza di Dio, poiché si tratta di ambiti separati senza reciproca comunicazione. Questa affermazione è, a nostro avviso, del tutto inesatta, sia per l’esistenza di implicazioni verificabili della tesi della non esistenza di Dio, sia perché molti scienziati e filosofi di spicco ritengono che la tesi dell’esistenza di Dio sia effettivamente una tesi scientifica.</p>
<p>È il caso di Richard Dawkins, grande scienziato e uno dei leader dell&rsquo;ateismo contemporaneo, che nel suo bestseller <em>Per farla finita con Dio</em> afferma: «L’ipotesi di Dio è un’ipotesi scientifica sull’Universo, che deve essere analizzata con lo stesso scetticismo di qualsiasi altra» (p. 12); «O esiste, o non esiste. È una questione scientifica; forse un giorno conosceremo la risposta, e nel frattempo possiamo esprimere un giudizio molto forte sulla sua probabilità» (p. 56); «A differenza di Huxley, dirò che l’esistenza di Dio è un’ipotesi scientifica come un’altra. Anche se è difficile da testare in modo pratico, appartiene alla stessa categoria […] delle controversie sulle estinzioni del Permiano e del Cretaceo» (p. 58) [3].</p>
<h2 id="sono-possibili-dimostrazioni-assolute-dellesistenza-di-dio">Sono possibili dimostrazioni assolute dell’esistenza di Dio?</h2><p>Alcuni lo pensano e si riferiscono alle prove filosofiche classiche di San Tommaso, che hanno i loro sostenitori, o a quelle del matematico Kurt Gödel, che ha proposto una dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio. Questo approccio non fa certo l’unanimità, ma i ragionamenti corrispondenti non sono stati finora confutati. Il nostro libro menziona queste dimostrazioni perché esistono, ma dal nostro punto di vista è piuttosto la convergenza di tutti questi approcci a essere la cosa più convincente.</p>
<h2 id="prove-scientifiche-e-teologia-o-religione">Prove scientifiche e teologia o religione</h2><p>Hosni e Vulpiani scrivono anche che le prove scientifiche non si conciliano con la teologia e che abbiamo torto a mescolare le due cose. Ma si sbagliano anche su questo: noi non mescoliamo affatto, poiché non trattiamo né di teologia né di religione! Il nostro libro non è un libro di fede, religione o teologia. Ci interessa solo un’unica questione estremamente limitata ma molto importante: «Il nostro Universo è spiegabile senza l’esistenza di uno spirito creatore?» E per noi la scienza e la ragione contribuiscono entrambe a mostrare che oggi la risposta è chiaramente no!</p>
<p>Non è una questione di fede! La fede è un atto di adesione e di fiducia compiuto da una volontà libera, e questo supera di gran lunga la questione della conoscenza, che è l’unica cosa che ci interessa.</p>
<p>Due semplici esempi dimostreranno che fede e conoscenza dell’esistenza di Dio non sono collegate. Come primo esempio prendo il fatto che, come ogni francese, credo nell’esistenza di Macron anche se non l’ho mai incontrato; credo nella sua esistenza basandomi sulle testimonianze dirette e di ciò che mi dicono i media, ma non ho fede in lui! Il secondo esempio ci è offerto dal diavolo che crede nell’esistenza di Dio ma non ha fede in lui. La fede è adesione, non semplice credenza. La religione e la teologia si occupano di: chi è Dio? Cosa dice? Cosa vuole? Nessuna di queste domande è discussa nel nostro libro.</p>
<p>Per concludere, direi che l’argomento dell’esistenza di Dio è affascinante e interessa il pubblico più di quanto si creda spesso. È senza dubbio per questo che il nostro libro ha già venduto oltre 350.000 copie. Da parte nostra, siamo pronti e felici di continuare questo dibattito con Hykel Hosni e Angelo Vulpiani e con tutti coloro che lo desiderano.</p>
<h4 id="1-karl-popper-la-società-aperta-e-i-suoi-nemici-routledge-2011-pp-229-230-2-la-teoria-che-la-terra-è-rotonda-ha-come-implicazione-molto-semplice-che-partendo-in-linea-retta-si-torna-al-proprio-punto-di-partenza-è-su-questa-implicazione-che-cristoforo-colombo-si-è-lanciato-dalle-canarie-per-raggiungere-le-indie-3-richard-dawkins-per-farla-finita-con-dio-robert-laffont-parigi-2008">[1] Karl Popper, <em>La società aperta e i suoi nemici</em>, Routledge, 2011, pp. 229-230. [2] La teoria che la Terra è rotonda ha come implicazione molto semplice che, partendo in linea retta, si torna al proprio punto di partenza. È su questa implicazione che Cristoforo Colombo si è lanciato dalle Canarie per raggiungere le Indie. [3] Richard Dawkins, <em>Per farla finita con Dio</em>, Robert Laffont, Parigi, 2008.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Non è la fine del mondo. E un pianeta sostenibile è (ancora) possibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile/</guid><pubDate>Thu, 19 Sep 2024 18:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luciano Butti</dc:creator><category>ambiente</category><description>I problemi ambientali e la crisi climatica sono senz&amp;amp;rsquo;altro seri, ma affrontabili con azioni concrete e basate sui dati. È il punto centrale del saggio Non è la fine del mondo di Hanna Ritchie. Con un approccio ottimistico e critico, possiamo conciliare sviluppo sostenibile e salvaguardia ambientale, evitando scorciatoie come la decrescita demografica ed economica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il negazionismo ambientale e climatico è completamente infondato, perché il problema dell’inquinamento e quello del riscaldamento globale sono assai seri e richiedono misure radicali. Altrettanto infondata, tuttavia, è la convinzione che ormai non vi sia più nulla da fare, perché stiamo andando verso il disastro. Nel suo libro <em>Non è la fine del mondo. Come possiamo costruire un pianeta sostenibile</em> (pubblicato in italiano da Aboca Edizioni), Hanna Ritchie ci spiega che le soluzioni sono possibili. E che non sempre quelle che a molti di noi paiono le scelte migliori sono anche le più efficaci.</p>
<p>Secondo il <em>Guardian</em>, il libro è pieno di soluzioni utili e pragmatiche, tanto che «We urgently need her and people like her» (Abbiamo urgente bisogno di lei e di persone come lei). Sulla stessa linea la prestigiosa rivista <em>Science</em>: «As Ritchie demonstrates, a better future for both people and planet is possible and even achieveble» (Come dimostra Ritchie, un futuro migliore sia per le persone sia per il pianeta è possibile e possiamo perfino raggiungerlo). A condizione, naturalmente, che studiamo le varie questioni basandoci sui dati, e non su ideologie preconcette. Ma entriamo nei dettagli.</p>
<p>Hanna Ritchie è una scienziata ambientale, attualmente senior researcher all’Università di Oxford. Sin dall’introduzione, l’autrice si appoggia esclusivamente a dati solidi e scientificamente accertati. Per ammonirci, prima di tutto, sulle conseguenze del catastrofismo ampiamente diffuso fra gli ambientalisti. Questo determina, fra i giovani, una visione estremamente spaventata del futuro, con riflessi persino sulla volontà di avere dei figli. Come se stessimo viaggiando verso la fine del mondo. Ora, se questo fosse vero, ci sarebbe poco da fare. Ma l’estremo pessimismo verso la possibilità di un futuro sostenibile per il pianeta non è fondato. I principali indicatori di benessere sociale e ambientale sono infatti in miglioramento a livello globale: la percentuale di persone che vivono in estrema povertà, il numero di bambini che muoiono, il numero delle bambine e ragazze che non vanno a scuola, le percentuali dei bambini vaccinati anche nel Sud del mondo, la disponibilità di acqua pulita e di cibo, persino le emissioni climalteranti. Questo, naturalmente, se attiviamo non lo zoom ma il grandangolo, vale a dire se guardiamo ai fenomeni sociali sui tempi lunghi e da lontano.</p>
<p>Di fronte a questi dati, un ragionevole e critico ottimismo è un dovere, perché è il solo atteggiamento che determina conseguenze positive sia sul piano individuale che sul piano sociale. Non siamo “l’ultima generazione” e non dobbiamo ribellarci a una “estinzione” in corso. Pensare così porta molti, soprattutto giovani, a gesti distruttivi e di pessimismo e li allontana dall’impegno costruttivo per risolvere i problemi, secondo le indicazioni della scienza e con la giusta (ma non acritica) fiducia nella tecnologia. I giovani di oggi non sono “l’ultima generazione”, anzi, potrebbero essere la prima a conseguire un mondo nel complesso sostenibile, vale a dire un mondo in cui sia possibile conciliare un ragionevole sviluppo con la salvaguardia ambientale. Perché, per quanto controintuitivo ciò possa apparire, il mondo non è mai stato complessivamente “sostenibile”.</p>
<p>Il libro di Hannah Ritchie analizza in dettaglio alcuni fra i principali problemi ambientali che il mondo sta affrontando e dovrà (meglio) affrontare nei prossimi anni. Per ciascun problema, l’analisi parte da un&rsquo;affermazione di estremo pessimismo, presente e spesso dominante nel dibattito pubblico. Per dimostrare, sempre e solo con dati scientifici, che i problemi ambientali sono molto seri, ma concretamente affrontabili, se lo vogliamo. E che non stiamo sprofondando verso l’abisso. Il tutto con quattro fondamentali avvertenze preliminari. La prima è che i problemi ambientali da affrontare sono davvero gravi. In mani sbagliate, l’ottimismo critico professato dall’autrice può fare seri danni. Può aggravare le conseguenze dell’inquinamento, soprattutto verso chi vive in condizioni già disagiate. Non possiamo rilassarci pensando che, tutto sommato, non stiamo scivolando verso l’estinzione e che il mondo è ambientalmente migliore rispetto a un secolo addietro. Anzi, dobbiamo trovare una spinta per agire più e meglio, anziché cullarci nel pessimismo.</p>
<p>La seconda avvertenza è che, mentre riflettiamo sull’ambiente e pensiamo a cosa possiamo fare, anche nella nostra vita individuale, per migliorare la situazione, non siamo soli. Certo, vi sono forze che frenano l’azione per il miglioramento ambientale. Ma, in tutto il mondo, molti economisti, scienziati e tecnici, sia nelle agenzie internazionali che nei governi e persino nei consigli di amministrazione di molte grandi società, stanno lavorando per migliorare le cose. Stanno lavorando spesso nel silenzio e con grande fatica. Stanno lavorando seguendo le indicazioni della scienza.</p>
<p>Ancora, seguire le indicazioni della scienza è quanto anche ciascuno di noi deve provare a fare nella propria vita individuale. Perché non basta agire, nel nostro piccolo, per l’ambiente e il clima. Bisogna anche e soprattutto agire nel modo più efficace. Leggendo questo libro, scoprirete che in molti casi la nostra percezione di quanto è ambientalmente utile differisce dalla realtà.</p>
<p>Infine, occorre sapere e accettare che due scorciatoie, spesso sostenute con entusiasmo, non sono efficaci, né realistiche, per raggiungere la sostenibilità ambientale. La prima è quella di spingere la decrescita demografica. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, il numero dei bambini da 1 a 5 anni nel mondo ha raggiunto il suo picco nel 2017. Questo significa che la popolazione mondiale raggiungerà il suo picco intorno al 2080 (da 10 a 11 miliardi). Ora, anche ammesso che esistano modi umani per costringere le persone a non avere figli (o ad averne non più di uno), questo non risolverebbe i problemi dei prossimi vent’anni. Non siamo in troppi, sono le impronte ecologiche di ciascuno di noi a essere eccessive.</p>
<p>La seconda scorciatoia, tanto frequentemente invocata quanto irrealistica, è quella della decrescita economica (più o meno felice). Le nazioni ricche devono molto migliorare la propria sostenibilità. Ma non erano più socialmente e ambientalmente sostenibili quando erano più povere. Inoltre, per far accedere tutta la popolazione mondiale a standard di vita dignitosi, abbiamo ancora bisogno di crescita economica, purché sostenibile ambientalmente. Decine di migliaia di anni fa, gli umani potevano produrre energia solo bruciando legno. Poi si sono aggiunti carbone e olio. Tutte soluzioni ambientalmente insostenibili. Solo con la crescita e la tecnologia degli ultimi decenni sono state rese disponibili, e sono in grande (seppur ancora insufficiente) crescita, soluzioni sostenibili: il fotovoltaico, il solare, l’eolico, ecc.</p>
<p>Sulla base di queste interessanti premessi, il volume di Ritchie affronta in dettaglio sette fra i più gravi problemi ambientali: sostenibilità, inquinamento ambientale, cambiamento climatico, deforestazione, cibo, biodiversità, plastiche nell’oceano, pesca eccessiva nei mari. Per ciascuno di essi, vengono identificati i problemi e le possibili soluzioni. E vengono illustrati gli errori di valutazione che spesso compiamo anche nella nostra vita privata. Un problema alla volta, ne parlerò nei prossimi mesi. Ma nel frattempo, soprattutto se questa introduzione NON vi convince, cosa aspettate a comperare e leggere il libro?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Carne coltivata, un libro sulla rivoluzione tra etica e sostenibilità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita/</guid><pubDate>Fri, 13 Sep 2024 10:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Franca Braga</dc:creator><category>alimentazione</category><description>Edito da Fandango Libri, Carne coltivata. La rivoluzione a tavola è una stimolante lettura che offre una buona panoramica delle diverse visioni su questo cibo del futuro, stimolando in maniera critica e ben documentata il lettore a porsi domande non solo scientifiche, ma anche etiche, morali e politiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Uscito quest’anno nella collana Icaro di Fandango, che si prefigge l’obiettivo di “confrontarsi con le promesse e con le problematiche delle nuove tecnologie”, <em>Carne coltivata. La rivoluzione a tavola</em> di Arianna Ferrari (168 pp, 12 euro) risponde pienamente a questa impostazione, offrendo una discussione ben più allargata rispetto al dibattito sulla carne coltivata cui siamo ormai abituati, con posizioni fortemente polarizzate e in linea di massima limitate ad un confronto di questo cibo del futuro con il cibo tradizionale. L’autrice, che ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia ed è specializzata in questioni etiche e politiche legate alle innovazioni tecnologiche, ci accompagna in un percorso decisamente stimolante che tocca diversi punti.</p>
<p>Il libro si definisce adatto e rivolto al grande pubblico. In realtà la lettura presuppone una certa preparazione scientifica di base e le pagine non scorrono così leggere, ma ne vale la pena.</p>
<h2 id="la-carne-coltivata-è-artificiale">La carne coltivata è artificiale?</h2><p>La prima parte è una documentata introduzione alla storia della carne coltivata, dalle sue origini immaginate nel saggio sul futuro <em>Possible Worlds and Other Essays</em> del 1927 e nel noto <em>Fifty Year Hence</em> del 1932 scritto da Winston Churchill agli studi che a partire dagli anni Novanta hanno lavorato sulla produzione di carne in vitro, per arrivare alla presentazione pubblica del primo esempio concreto di carne coltivata: un hamburger. Era il 2013. Mark Post, ricercatore olandese, invitò 70 giornalisti alla conferenza stampa: su YouTube si può ancora trovare il video di promozione introdotto da Sergey Brin, cofondatore di Google e finanziatore convinto di questo cibo del futuro.</p>
<p>Segue un excursus sulle tecniche di produzione e sui punti critici ancora da risolvere, in primis la scalabilità del prodotto, che a oggi è ancora decisamente lontano da una modalità di produzione di tipo industriale.</p>
<p>Il secondo capitolo si apre con questa domanda: la carne coltivata è artificiale? La distinzione tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale è un tema di grande interesse. Cosa si intende per naturale? Tutto ciò che segue l’ordine della natura. E agire contro questo ordine sarebbe quasi come sostituirsi a Dio. Le riflessioni che ne conseguono sono assai complesse.</p>
<p>Ciò che – a torto o a ragione – è considerato “naturale” è ritenuto buono, sicuro, accettato. Si parla di “pregiudizio sulla naturalità”. Conseguentemente ciò che non segue l’ordine della natura è cattivo, pericoloso. Basti pensare all’avversione verso gli alimenti OGM. Percezione di artificialità che porta al disgusto, al rifiuto.</p>
<p>La carne coltivata è vista da molti come artificiale, perché fatta in laboratorio. Non importa se si parte da cellule animali e non si tratti di un prodotto sintetizzato in laboratorio. Quello che passa è la contrapposizione con la carne tradizionale. Ma è giusto porsi la domanda: la carne tradizionale è naturale? La selezione di animali da reddito resi sempre più produttivi con inseminazioni artificiali e altre procedure biotecnologiche è naturale?</p>
<h2 id="carne-coltivata-e-sviluppo-sostenibile">Carne coltivata e sviluppo sostenibile</h2><p>Uno dei vantaggi messo sempre in evidenza dai fautori della carne coltivata è il ridotto impatto ambientale di questo nuovo alimento. Arianna Ferrari analizza studi e dati disponibili e conclude che finora non è stata portata a termine un’analisi esaustiva di LCA (Life Cycle Assessment), che consenta di valutare in modo esaustivo l’impatto ambientale della carne coltivata, anche perché le valutazioni fatte sono tutte basate su modelli ipotetici e dati provenienti da esperimenti a livello di laboratorio.</p>
<p>Le variabili ancora incerte per il passaggio a una vera produzione di massa non consentono una valutazione corretta. Per esempio, uno dei nodi cruciali ancora da sciogliere è quello del liquido di coltura e la scelta finale potrebbe influenzare in maniera importante l’impatto ambientale. E poi c’è la variabile bioreattori. Come saranno i bioreattori in grado di consentire una produzione industriale? In questa incertezza non va dimenticato il ruolo giocato dalle informazioni mancanti in quanto coperte dal segreto industriale.</p>
<h2 id="la-carne-coltivata-e-il-rispetto-dei-diritti-degli-animali">La carne coltivata e il rispetto dei diritti degli animali</h2><p>Nel libro è dedicata una parte importante alla valutazione della carne coltivata come soluzione per eliminare la sofferenza animale e rispettare i diritti degli animali. Anche su questo punto l’autrice non si ferma alla semplicistica conclusione di vedere nella carne coltivata una soluzione poiché coltivo la carne e non devo uccidere gli animali. Il processo produttivo parte a oggi da una biopsia muscolare che è un atto che provoca stress all’animale. Quante volte è necessario prelevare cellule e da quanti animali?</p>
<p>Il ricorso agli animali potrebbe essere in futuro evitato nel caso di utilizzo di linee cellulari immortalizzate, capaci di riprodursi all’infinito. È un’ipotesi. Il ricorso a <a href="https://www.research4life.it/non-solo-sperimentazione-animale-luso-del-fbs-per-le-colture-cellulari/" rel="noopener">siero fetale bovino</a> è un altro aspetto critico per il benessere animale e anche su questo si sta muovendo la ricerca. E poi, ipotizzando l’impossibilità di abbandonare l’allevamento come fonte iniziale di cellule, è fondamentale che si passi a un allevamento estensivo per un numero decisamente inferiore di animali.</p>
<h2 id="la-carne-coltivata-nella-transizione-alimentare">La carne coltivata nella transizione alimentare</h2><p>La carne coltivata apre anche una questione politica. Sarà necessario risolvere i punti critici nella tecnologia produttiva, risolvere le questioni di sostenibilità e avere un’attenzione particolare ai diritti degli animali. Ma non basta. Bisogna pensare oggi a una politica di innovazione, al ruolo che potrà giocare la carne coltivata nella transizione alimentare verso modelli più sani, sostenibili e in grado di garantire la sicurezza alimentare intesa come security ovvero disponibilità per tutti di cibo sano e nutriente in quantitativi sufficienti. Modelli che prevedono una drastica riduzione degli apporti di proteine animali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perché la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-scienza-puo-dimostrare-esistenza-dio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-scienza-puo-dimostrare-esistenza-dio/</guid><pubDate>Mon, 02 Sep 2024 09:11:00 +0100</pubDate><category>dati</category><description>La dimostrazione dell&amp;amp;rsquo;esistenza di Dio su basi scientifiche e matematiche è un tema che, dopo aver affascinato pensatori come Anselmo e Gödel, torna nel recente libro di Bolloré e Bonnassies. Che però fa un uso della scienza del tutto inadeguato, oltre a cadere nell&amp;amp;rsquo;errore logico comune a tutti gli argomenti a sostegno del cosiddetto “disegno intelligente”.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/perche-scienza-puo-dimostrare-esistenza-dio-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/perche-scienza-puo-dimostrare-esistenza-dio-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La dimostrazione dell&rsquo;esistenza di Dio su basi razionali è un tema sul quale si sono cimentati giganti del pensiero, da Anselmo d&rsquo;Aosta a Gödel, passando per Tommaso d&rsquo;Aquino, Cartesio, Leibniz e Kant. Ma come è ben noto si tratta di argomenti non conclusivi. Non sorprende dunque che periodicamente si torni sopra questo vecchio problema, evidentemente mal posto.</p>
<p>Tra gli ultimi tentativi il <a href="https://sonda.it/prodotto/dio-la-scienza-le-prove/" rel="noopener">libro</a> di Bolloré e Bonnassies [1] sembra godere di un successo particolare. Pubblicato nel 2021, è stato tradotto in italiano nella primavera del 2024 e continuiamo a leggerne lodi senza riserve sulla stampa e sui media digitali. Il sottotitolo invoca «l’alba di una nuova rivoluzione». Ma c’è ancora qualcosa da dire su questo argomento? Ci sono novità dalla scienza in grado di colmare il vuoto dei tentativi precedenti? Benché il libro abbia venduto molto e attratto un certo interesse, non ci pare che ci siano novità reali rispetto ad Anselmo (morto all’inizio del XII secolo). Ci troviamo semmai solo un uso retorico e inappropriato di alcuni risultati scientifici, insieme a un errore logico comune a tutti gli argomenti a sostegno del cosiddetto “disegno intelligente”.</p>
<h2 id="qualche-coordinata">Qualche coordinata</h2><p>Gli autori del libro sostengono come ormai, basandosi sulla scienza, sia possibile dimostrare in modo inequivocabile l’esistenza di una divinità creatrice. All’estremo opposto dello spettro c’è chi, come Daniel Dennett, afferma senza mezzi termini che la fede religiosa sia una varietà di malattia della mente [2]. A scanso di equivoci e inutili polemiche, non ci sembra che una tra queste due posizioni debba essere corretta. La religione, più in generale la spiritualità, costituisce sicuramente una dimensione importante per qualcuno, ma questo non ha bisogno di avere una base scientifica. Ed è certamente comprensibile che chi le ha a cuore entrambe trovi stimolante la sfida di giustificare la propria fede su base scientifica. Ma non sempre il mescolamento di fede e scienza produce risultati positivi. Un’osservazione dello psichiatra Giovanni Jervis ci sembra illustrare bene il punto generale: «La nostalgia dell’infinito è rispettabile, ma se non riesce a diventare poesia alta subito diventa qualcosa di più basso e banale, ossia sentimentalismo e retorica». [3]</p>
<p>Bolloré e Bonnassies insistono con una retorica tanto consolidata quanto inconcludente: perché esiste un lungo elenco di importanti scienziati credenti, dimostrare l’esistenza di una divinità creatrice su basi scientifiche è del tutto possibile. Inutile dire che da un punto di vista logico questo argomento non ha alcuna rilevanza. Le convinzioni personali di chi ha fatto la storia della scienza non hanno nulla a vedere con la razionalità. La scienza è un’attività umana, nata per diversi motivi e praticata da persone che hanno vissuto immerse nel loro periodo storico. E così, sfogliando gli annali della storia della scienza, troviamo che i grandi scienziati sono distribuiti su tutte le possibili tipologie umane: atei (Laplace), religiosi (Maxwell), bigotti (Cauchy), eretici (Newton), guerrafondai (von Neumann), pacifisti (Richardson), conservatori (Gauss), rivoluzionari (Landau) e, più vicino ai nostri tempi, anche razzisti e sessisti (categorie egregiamente rappresentate da Watson, ma purtroppo non solo).</p>
<p>Non si tratta però dell’unico argomento di Bolloré e Bonnassies che elaborano una linea di ragionamento da loro stessi etichettata come “rivoluzionaria”. Pur concedendo che per quasi cinque secoli si sono accumulate scoperte scientifiche che suggerivano la possibilità di spiegare l’Universo senza la necessità di un Dio creatore, notano che negli ultimi tempi le cose starebbero andando nella direzione opposta. Un ruolo particolare in questo viene assegnato alla scoperta della termodinamica, da cui segue che l’universo si sta degradando dirigendosi verso una morte termica. Questo è a detta loro un cambiamento radicale di prospettiva, da cui discenderebbe l’esistenza di una divinità creatrice. Anche senza entrare in dettagli di storia della fisica, è opportuno inquadrare certi risultati ben noti nel loro contesto storico: la termodinamica non è esattamente una scienza giovane. Nasce all’inizio dell’Ottocento e la sua completa formalizzazione risale alla fine del diciannovesimo secolo. Analogamente il tema della morte termica, che inizia con un fondamentale lavoro di Ludwig Boltzmann del 1872, è stato un tema discusso ampiamente da grandi scienziati, come Kelvin, già a fine Ottocento. La speranza che la termodinamica costituisca un <em>game changer</em> nelle prospettive di dimostrare l’esistenza della divinità creatrice su basi scientifiche sembra dunque mal riposta.</p>
<h2 id="la-prova-scientifica-non-è-uno-strumento-adatto-alla-teologia">La prova scientifica non è uno strumento adatto alla teologia</h2><p>Il problema non è limitato alla termodinamica o alle altre aree della ricerca scientifica menzionate da Bolloré e Bonnassies. Si tratta piuttosto del fatto che, per loro natura, la dimostrazione matematica e la prova scientifica non sono strumenti adatti a dimostrare l’esistenza del Dio che avrebbe creato l’oggetto di indagine della scienza stessa.</p>
<p>Ricordiamo innanzitutto che non esiste alcuna dimostrazione matematica o prova scientifica che non muova da qualche ipotesi la cui verità è data scontata. La bontà di una conclusione scientifica dipende quindi da due fattori: la correttezza del ragionamento e la plausibilità di ciò che si dà per scontato, ovvero le ipotesi. Per questo una parte fondamentale del lavoro scientifico riguarda la giustificazione delle ipotesi.</p>
<p>Nella dimostrazione matematica, si danno per scontate le definizioni e le regole di inferenza. Possiamo, per esempio, concludere con certezza che un numero è dispari (B) se sappiamo che non è pari (A), perché sappiamo che tutti i numeri sono pari oppure dispari (A oppure B). Ma perché lo sappiamo? Perché siamo noi a definire cosa significa per un numero essere pari. E per le stesse ragioni sappiamo anche che tutti i numeri sono pari oppure dispari (se ci mettiamo prima d’accordo su cosa sono i numeri). All’ulteriore domanda su cosa giustifichi quello che stiamo dando per scontato, rispondono millenni di matematica, e tutto ciò che con successo si basa su di essa.</p>
<p>Il ragionamento scientifico sperimentale è più complicato perché sulla verità delle premesse c’è sempre un grado di incertezza che qualsiasi prova scientifica trasmette alla propria conclusione. Quindi tra le molte cose che si danno per scontate nella prova scientifica c’è il concetto di certezza pratica, grazie a cui si compie una mossa apparentemente contraddittoria: assumere la veridicità dei dati raccolti pur sapendo che potrebbero non essere del tutto “veri”. Questo rende qualsiasi ragionamento sperimentale un ragionamento probabilistico.</p>
<p>Con queste premesse possiamo chiederci che forma avrebbero una dimostrazione matematica e una prova scientifica dell’esistenza della divinità creatrice, e cosa darebbero per scontato. Spoiler: darebbero per scontata l’esistenza di qualcosa che assomiglia moltissimo alla divinità (creatrice).</p>
<h2 id="dimostrazioni-matematiche">Dimostrazioni matematiche</h2><p>Per quanto riguarda la prima, la fatica ci viene risparmiata dal più grande tra i logici moderni, Kurt Gödel. Nella sua rivisitazione matematica della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Prova_ontologica" rel="noopener">prova ontologica</a> di Anselmo troviamo una serie di ipotesi molto forti, tra cui una sulla necessità dell’esistenza di certe proprietà che, nel corso della dimostrazione, portano alla conclusione che esistono necessariamente proprietà del “tipo-divino”. Come tutte le conclusioni ottenute per dimostrazione matematica, anche quella di Gödel è persuasiva nella misura in cui lo è la verità delle sue premesse. A questo proposito lasciamo la parola a un altro logico, certamente meno famoso di Gödel ma tra i più brillanti che abbiamo avuto in Italia, Roberto Magari [2]: «In sostanza [&hellip;] Gödel deduce correttamente da certi assiomi la sua tesi (anche se bisogna mettersi d’accordo su che cosa possa significare ‘Dio’), ma non ci sono motivi di credere veri gli assiomi più di quanti ce ne siano per accettare direttamente la tesi».</p>
<h2 id="prove-scientifiche">Prove scientifiche</h2><p>Quali caratteristiche avrebbe invece una prova scientifica dell’esistenza della divinità creatrice? Sediamoci ancora una volta sulle spalle dei giganti. Uno dei primi esempi di test statistico di un’ipotesi scientifica, oggi uno degli strumenti centrali nella cassetta degli attrezzi della metodologia sperimentale, è stato condotto da John Arbuthnot all’inizio del ‘700. Osservando il registro dei battesimi di Londra dal 1629 al 1710 notò che in tutti gli 82 anni erano stati registrati (e quindi, probabilmente, nati) più bambini che bambine. I dati apparivano in aperto conflitto con l’ipotesi che bimbi e bimbe nascessero con uguale probabilità, proprio come se il sesso fosse il risultato del lancio ripetuto (senza memoria) di una moneta equilibrata. Se diamo per scontate queste ipotesi, allora un calcolo elementare ci fa vedere che la probabilità di osservare più maschi che femmine consecutivamente per 82 anni è molto, molto, molto bassa, 1 su 2⁸². Dunque, conclude correttamente Arbuthnot, è ragionevole assumere l’esistenza di uno squilibrio alla nascita che rende (leggermente, sappiamo ora) più probabile un maschio. Fino a qui tutto bene. Ma Arbuthnot va oltre e si chiede il perché di questo sbilanciamento. Trova la risposta in ciò a cui già crede: la provvidenza divina. Questa, immettendo nella comunità più maschi che femmine, consente (tra le altre cose) alle seconde di osservare il sacramento del matrimonio nonostante le ingenti perdite dei primi, che spesso non ritornano dalla guerra.</p>
<h2 id="la-negazione-del-caso">La negazione del caso</h2><p>La riflessione di Arbuthnot, pubblicata su <em>Philosophical Transactions della Royal Society</em> - una delle prime riviste scientifiche moderne - contiene un errore logico che, a quattrocento anni di distanza, ritroviamo sostanzialmente immutato nel tipo di argomento creazionista noto come “disegno intelligente”, e che si ritrova in tutto il volume di Bolloré e Bonnassies. Lo schema è questo. Si parte da osservazioni sperimentali, che chiameremo DATI. Si formula un’ipotesi che cattura l’idea che non ci sia alcuna divinità creatrice, cioè che i DATI che osserviamo siano dovuti al CASO. Poi si calcola P(DATI | CASO), cioè la probabilità di osservare i DATI se è vera l’ipotesi del CASO. Supponiamo infine che sia molto piccola, cioè che è estremamente improbabile che le nostre osservazioni siano frutto della pura casualità. Fino a qui tutto bene, come nel caso di Arbuthnot.</p>
<p>Il problema nasce dal passo successivo, cioè nella scelta di un’ipotesi da intrattenere al posto del CASO per la spiegazione dei DATI. Dal punto di vista logico la risposta è semplice: la negazione del CASO. Ma dal punto di vista pratico-scientifico, non è affatto chiaro cosa significhi di preciso. Torniamo ad Arbuthnot. L’ipotesi CASO è tradotta con l’uguale probabilità di M e F. La sua negazione è data dall’infinita scelta di tutte le coppie di numeri reali non negativi diversi da ½ che sommano a 1. Poiché la probabilità prende valori tra 0 e 1, le scelte possibili sono tante quanti sono i punti della retta. In questa infinità troveremo letteralmente di tutto, e quindi anche la divinità creatrice. Ce lo dice una serie di risultati probabilistici fondamentali che rispondono alla domanda se il disordine può essere fonte di regolarità [5-8]. L&rsquo;idea è che in una successione binaria che soddisfa una certa definizione precisa di “caso” ci sono, per ogni N, tutte le possibili successioni di lunghezza N di 0 e 1. Quindi se trascrivessimo la <em>Divina Commedia</em>, <em>Guerra e Pace</em> e <em>L’Odissea</em> in codice binario, nella successione a un certo punto apparirà la <em>Divina Commedia</em> seguita da <em>Guerra e Pace</em>, poi apparirà <em>L’Odissea</em> seguita dalla <em>Divina Commedia</em>, poi appariranno i versi alternati della <em>Divina Commedia</em> e de <em>L’ Odissea</em>, e così via attraverso il numero astronomico di tutte le combinazioni che possono venire in mente. La successione binaria associata a un numero a caso tra 0 e 1, quasi sicuramente, contiene più materiale della biblioteca di Babele di Borges, la storia del nostro Universo dal Big Bang ai nostri giorni, e anche tutto quello che succederà fino alla morte termica dell’universo.</p>
<p>L’errore di Arbuthnot, che si ritrova negli argomenti creazionisti fino a quello del libro di Bolloré e Bonnassies, è dunque il seguente. Rigettare un’ipotesi come “la vita è dovuta al caso” significa aprire a un’infinità di ipotesi alternative di cui non ha senso pensare che siano tutte scientificamente rilevanti. Tutt’altro. Giova ricordare che nel ragionamento scientifico la plausibilità delle ipotesi discende dalla fitta rete di fatti che a volte viene chiamata “teoria”. E quando questa non è sufficiente a delineare una spiegazione plausibile delle osservazioni, l’atteggiamento scientifico opportuno è quello di continuare con la ricerca scientifica, oppure sospendere il giudizio. Notiamo, per chiudere con Arbuthnot, che a oggi non c’è consenso su cosa spieghi i dati consolidati sul rapporto tra i sessi alla nascita. E forse la spiegazione potrebbe non esserci.</p>
<h2 id="improbabilità-usare-con-cautela">Improbabilità: usare con cautela</h2><p>Le prove che fanno leva sull’improbabilità delle osservazioni alla luce dell’ipotesi che viene testata con i dati sperimentali sono alla base della costruzione della conoscenza scientifica. Ma vanno applicate con estrema cautela metodologica. Il loro uso inappropriato, termine con cui si copre tutto lo spettro che va da “con leggerezza” a “in modo fraudolento”, è l’oggetto dell’accesa discussione metodologica sulla significatività statistica [9,10]. Una buona regola euristica emerge però chiaramente. Gli argomenti basati sull’improbabilità dell’ipotesi che si vuole confutare sono tanto meno affidabili tanto più ci si allontana da asserzioni appartenenti ad aree quantitative della scienza. Questo è il motivo per cui in molti sistemi legali si dà opportunamente per scontata la cosiddetta presunzione di innocenza. L’onere della prova, cioè, è a carico dell’accusa e non della difesa. Purtroppo, esistono molti esempi in cui questa norma di civiltà è stata contravvenuta portando a condanne basate non sulla ragionevole probabilità di colpevolezza, ma sull’esigua probabilità di innocenza [7,8].</p>
<h4 id="riferimenti">Riferimenti</h4><h4 id="1-m-y-bolloré-e-o-bonnassies-dio-la-scienza-le-prove-ed-sonda-2024-2-dc-dennett-rompere-lincantesimo-raffaello-cortina-2007-3-g-jervis-intervista-su-reset-settembre-ottobre-2007-pag44-4-roberto-magari-logica-e-teofilia-in-kurt-gödel-in-la-prova-matematica-dellesistenza-di-dio-8bollati-boringhieri-editore-20069-5-p-diaconis-and-b-skyrms-ten-great-ideas-about-chance-princeton-university-press-2018-6-cs-calude-and-g-longothe-deluge-of-spurious-correlations-in-big-data-foundations-of-science-22-595-2017-7-a-vulpianicaso-probabilità-e-complessità-ediesse-2014-8-h-hosniprobabilità-come-smettere-di-preoccuparsi-e-imparare-ad-amare-lincertezza-carocci-2018-9-v-amrhein-s-greenland-and-b-mcshane-retire-statistical-significance-nature-vol-567-pp-305307-2019-10-d-j-hand-trustworthiness-of-statistical-inference-j-r-stat-soc-ser-a-stat-soc-vol-185-no-1-pp-329347-2022">[1] M-Y Bolloré e O. Bonnassies. <em>Dio. La scienza, le prove.</em> (Ed. Sonda, 2024) [2] D.C. Dennett. <em>Rompere l’incantesimo</em> (Raffaello Cortina, 2007) [3] G. Jervis, intervista su <em>Reset</em>, settembre-ottobre 2007, pag.44 [4] Roberto Magari. <em>Logica e teofilia in Kurt Göde</em>l. In: “La prova matematica dell’esistenza di Dio”. 8Bollati Boringhieri Editore, 20069 [5] P. Diaconis and B. Skyrms. <em>Ten Great Ideas About Chance</em> (Princeton University Press, 2018) [6] C.S. Calude and G. Longo. <em>The deluge of spurious correlations in big data</em>. Foundations of science 22, 595 (2017) [7] A. Vulpiani. <em>Caso, probabilità e complessità</em> (Ediesse, 2014) [8] H. Hosni. <em>Probabilità: Come smettere di preoccuparsi e imparare ad amare l’incertezza</em> (Carocci, 2018) [9] V. Amrhein, S. Greenland, and B. McShane, “Retire statistical significance,” <em>Nature</em>, vol. 567, pp. 305–307, 2019 [10] D. J. Hand, “Trustworthiness of statistical inference,” <em>J. R. Stat. Soc. Ser. A Stat. Soc</em>., vol. 185, no. 1, pp. 329–347, 2022</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Vivere con le iene: un viaggio ad Harar</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vivere-iene-viaggio-harar/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vivere-iene-viaggio-harar/</guid><pubDate>Wed, 24 Jul 2024 09:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Le iene sono spesso considerate feroci e sleali, ma non nell&amp;amp;rsquo;antica città di Harar, in Etiopia orientale. Qui girano indisturbate tra i vicoli di notte e gli abitanti offrono loro cibo, rendendole attrazioni turistiche. In La vita segreta delle iene , edito da Adelphi, l&amp;amp;rsquo;antropologo Marcus Baynes-Rock racconta questa particolare relazione e i suoi incontri con le iene, offrendo una prospettiva del rapporto umani-selvatico che apre molti interrogativi. Ne parliamo con l’autore.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/vivere-iene-viaggio-harar-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/vivere-iene-viaggio-harar-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Malgrado il suo titolo italiano, <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845938818" rel="noopener">La vita segreta delle iene</a></em> non è un trattato sul comportamento delle iene, ma un libro complesso che mescola etnografia, etologia e diario di campo. L’autore, Marcus Baynes-Rock, antropologo australiano, racconta in queste pagine l’esperienza vissuta quando si è trasferito ad Harar, antica città dell’Etiopia orientale, per raccogliere i dati per il suo dottorato. La narrazione è a volte simile a un romanzo di formazione: con uno sguardo curioso, avventuroso, a volte dubbioso e altre volte entusiasta, l’autore accompagna il lettore nelle diverse fasi della sua ricerca di campo, portandolo tra i vicoli della città vecchia, Jugol, crocevia di popoli, culture e religioni.</p>
<p>Inizialmente interessato a una ricerca etnografica per comprendere gli adattamenti contro i predatori, Baynes-Rock è arrivato nel Corno d’Africa dopo aver letto il saggio dedicato alle iene del celebre etologo olandese Hans Kruuk, pubblicato nel 1972, e in particolare un passaggio in cui il biologo descrive la mansuetudine delle iene di Harar, caso unico in cui gli abitanti non guardano con terrore e spregio questi grandi carnivori ma ne tollerano la presenza per le strade e in alcuni casi le nutrono. Così, incoraggiato dal suo supervisore e armato di voglia di conoscenza, il giovane ricercatore si trasferisce per un anno ad Harar. All&rsquo;inizio non conosce nessuno e non parla la lingua locale: la sua ricerca è un foglio bianco e la sua testa un insieme di domande cui è complesso dare risposte, perché non ci sono molte fonti da cui partire. A rendere le cose più complicate è la decisione di non fare una classica ricerca etnografica basata sulla descrizione di usi e costumi umani, ma di includere come soggetti della sua ricerca gli animali stessi.</p>
<p>I grandi carnivori incutono un misto di attrazione e repulsione: sono animali che portano cuciti addosso simbolismi e stereotipi. Le iene sono sicuramente tra i meno fortunati, perché per esse predomina una visione prettamente negativa: anche nella lingua italiana sono sinonimo di slealtà, crudeltà e ferocia. Come racconta Baynes-Rock, questi pregiudizi affondano le radici nel nostro remoto passato, quando gli ominidi competevano con questi animali per l’accesso alle carcasse degli ungulati, resti delle prede di grandi carnivori come le tigri dai denti a sciabola. A questa ancestrale relazione competitiva si sommano l’aspetto sgraziato, il verso che ricorda una sinistra risata, le abitudini notturne, le potentissime mascelle e i grandi denti in grado di ridurre in frantumi anche ossa di grandi dimensioni, e le abitudini necrofaghe, che in alcuni casi le portano a disseppellire cadaveri. Infine la loro peculiare sessualità, con i genitali femminili esterni identici nell’aspetto a quelli maschili, definiti appunto pseudopeni. Esistono diverse specie di iena: la più abbondante in Africa, cui appartengono quelle di Harar, è la maculata. Contrariamente a quanto si crede, le iene non vivono cercando di sottrarre prede di altri ma sono ottime predatrici. Formano società matrilineari complesse, i clan, che possono contare centinaia di individui. Nel clan si distinguono gerarchie ben definite: le figlie ereditano il rango della madre, fino a quando essa non viene “destituita”. I maschi, più piccoli, sono al livello più basso e lasciano il gruppo in cui sono nati per unirsi ad altri intorno ai tre-quattro anni di età.</p>
<p>Ad Harar, Baynes Rock individua due distinti clan, che si trovano ai due estremi della città vecchia: il clan Sofi e il clan Aboker. Ognuno di questi fa riferimento a un “uomo delle iene”, rispettivamente Yusuf e Malugayta, che durante la notte le alimentano porgendo loro pezzi di carne serviti su un bastoncino, spesso tenuto in bocca, attorniati da un pubblico che osserva le potenti mandibole delle iene afferrare il boccone a pochi centimetri dalla testa o la mano di chi le alimenta, diviso tra la meraviglia e il terrore. Nel libro seguiamo le sorti del clan Sofi, insieme all’autore che ogni sera osserva iene e persone seduto sulle scale accanto a Yusuf. Nel suo anno ad Harar, Baynes-Rock stringe una relazione speciale con alcune giovani iene del clan Sofi: Baby, Kamareya, Willi, con le quali familiarizza al punto di seguirle nei loro spostamenti notturni fino alle tane, giocare con loro e provare a instaurare un contatto fisico.</p>
<p>Il rapporto tra Baynes-Rock e le iene, la descrizione documentaristica e precisa delle serate di alimentazione, gli spostamenti di questi animali tra i vicoli bui della città sono il punto di forza del libro, anche se a volte disturbante perché è quanto di più lontano dalla nostra concezione di coesistenza col selvatico e conservazione delle specie. Cibare un selvatico è rubargli un po’ della sua selvaticità, è creare un rapporto ravvicinato forzato e di dipendenza. Nel caso dei carnivori, significa anche creare situazioni potenzialmente pericolose. Eppure Baynes-Rock fa riflettere sul fatto che esistano prospettive e contesti completamente differenti e su come ogni situazione vada approfondita e studiata nella sua complessità. E proprio mentre si percepisce nella lettura un senso di disagio per la descrizione di questi animali urbani snaturati dalla vita selvaggia e legati all’elemosina di un pasto sicuro, l’autore rimette ulteriormente tutto in discussione portando i lettori nel Masai Mara, paesaggio naturale per eccellenza nel nostro immaginario, dove però i turisti, a centinaia, vanno su fuoristrada a osservare e fotografare la fauna, sostando a pochi metri da un predatore che consuma la sua preda. Segue le iene marcate con i ricercatori, vedendo che anche nel bel mezzo della natura le discariche offrono un pasto sicuro, o le osserva predare bestiame e magari cadere vittima del veleno con cui vengono ricoperte le carcasse per disfarsi dei predatori. E conclude che «La biologia non riguarderà mai organismi in ambienti naturali, ci saranno sempre esseri umani ai margini, con i loro animali domesticati e i loro veleni; esseri umani lì nel mezzo, sulle auto con le macchine fotografiche puntate, ed esseri umani che tracciano confini politici ed economici intorno ai poligoni verdi sulle mappe».</p>
<p>Un punto di vista diverso, a volte scomodo, distante dalla nostra cultura, che ci fa interrogare ancora una volta sul nostro rapporto col mondo selvatico. Abbiamo approfondito questi temi con l&rsquo;autore.</p>
<h2 id="la-vita-tra-i-mangiatori-di-ossa-intervista-a-marcus-baynes-rock">La vita tra i mangiatori di ossa: intervista a Marcus Baynes-Rock</h2><p><strong>I conflitti tra umani e iene sono presenti in molti luoghi, soprattutto a causa della predazione sul bestiame e/o di attacchi alle persone. Questo però non è vero per Harar: cosa la rende così particolare?</strong></p>
<p>Non c&rsquo;è bisogno che dica che le iene non sono popolari. Anche al di fuori dell&rsquo;Africa le persone le detestano. In tutta l&rsquo;Etiopia si riscontrano gli stessi atteggiamenti negativi, ma per varie ragioni sociali, culturali, politiche e pratiche le iene sono ampiamente tollerate. Per questo motivo la popolazione di iene in Etiopia è così numerosa ed è comune vederle di notte nelle città etiopi, compresa Addis Abeba. Ad Harar esiste un certo livello di denigrazione nei confronti delle iene. Se qualcuno è inaffidabile o ruba, lo si può chiamare “iena”. Nei racconti folcloristici di Harar, il personaggio della iena è solitamente rappresentato come pericoloso, avido, stupido. Ma queste caratterizzazioni negative sono affiancate da atteggiamenti positivi. La gente vede le iene come un beneficio in quanto puliscono la città, attirano il turismo, scacciano gli spiriti invisibili, trasmettono i messaggi dei sufi defunti che vegliano sulla città e tengono lontane le iene pericolose. Gli abitanti di Harar fanno una distinzione tra le iene della loro città e le iene di montagna. Mentre le iene di Harar sono ritenute benefiche, le iene di montagna che occupano le colline circostanti sono considerate pericolose. Spetta alle iene di Harar proteggere i cittadini dalle iene di montagna.</p>
<p><strong>Quali sono i fattori che contribuiscono alla tolleranza degli abitanti di Harar nei confronti delle iene? Crede che la religione o la tradizione giochino un ruolo importante?</strong></p>
<p>Credo che il sistema di credenze pre-islamico e animista della regione abbia avuto un&rsquo;influenza importante. E l&rsquo;introduzione dell&rsquo;Islam si è inserita in modi che hanno permesso di integrare e adattare le credenze animiste. Un elemento importante a questo proposito è il concetto islamico di <em>jinn</em>. Si tratta di spiriti invisibili potenzialmente dannosi che si ritiene possano possedere le persone. Le iene di Harar e di altre parti della regione fino alla Somalia sono ritenute un beneficio per le persone perché cacciano e mangiano i <em>jinn</em>. Le iene vengono persino utilizzate per curare le persone dalla possessione dei <em>jinn</em>; ho assistito a due occasioni in cui persone che si riteneva fossero possedute sono state esposte alle iene come cura. In pratica si tratta di un esorcismo, ma invece di preghiere e acqua santa si usa una iena.</p>
<p><strong>Utilizzare la fauna come attrazione turistica alimentandola è una questione alquanto controversa per la conservazione e rischia di rendere gli animali oggetto di commercializzazione. Non mi è chiaro se l&rsquo;abitudine di dare da mangiare alle iene sia nata perché i turisti lo richiedevano o se fosse qualcosa di già radicato nella tradizione del popolo harar. E se il vero motivo per cui la gente tollera le iene è che portano soldi ai turisti.</strong></p>
<p>Il turismo è una delle ragioni per cui le persone e soprattutto il governo di Harar hanno un atteggiamento positivo nei confronti delle iene, ma ci sono molti altri vantaggi che le persone percepiscono. È impossibile stabilire come sia nata l&rsquo;alimentazione delle iene orientata al turismo. Le guide turistiche ti diranno che si tratta di una pratica antica, ma non ho un&rsquo;opinione precisa al riguardo. Non penso che sia nata come risposta al turismo perché Harar è stata una destinazione fuori mano fin da quando è stata colonizzata dall&rsquo;impero cristiano. Per quanto riguarda l&rsquo;effetto sul comportamento delle iene, gli harar pensano che nutrirle sia necessario per evitare che attacchino le persone. Le iene non mi hanno mai attaccato, nemmeno nel cuore della notte nei vicoli, quindi forse c&rsquo;è qualcosa di vero in questo. O forse pensavano che non ci fosse abbastanza carne su di me per cui valesse la pena farlo.</p>
<p><strong>Cosa succede se una iena uccide o fa del male alle persone ad Harar?</strong></p>
<p>È estremamente raro che una iena uccida o attacchi qualcuno ad Harar. So solo di un bambino sottratto a una senzatetto che dormiva per strada. Quando la notizia si è diffusa, la gente del posto mi ha detto che non poteva essere stata una iena di Harar, ma una iena di montagna. In un altro caso, in una città vicina, c&rsquo;è stata una serie di attacchi da parte delle iene e un bambino è stato ucciso. Le autorità locali volevano intervenire senza però uccidere le iene. Hanno quindi rimosso la vegetazione in cui le iene si nascondevano. Il problema è stato risolto e gli attacchi sono cessati. Nella città di Koromi, un abitante del luogo mi ha detto che se una iena attacca una persona deve essere perché le persone non lasciano abbastanza cibo per le iene. Queste persone hanno adottato un approccio al conflitto tra umani e fauna basato sul tentativo di capire meglio le iene.</p>
<p><strong>Da un punto di vista antropologico, perché pensa che agli esseri umani piaccia così tanto nutrire gli animali selvatici?</strong></p>
<p>Credo che gli esseri umani siano l&rsquo;unica specie a dare da mangiare ad altri animali senza alcun beneficio apparente. Strano. Sono d&rsquo;accordo con lo scrittore Paul Shepard che parla di «inquietante somiglianza degli animali con noi, ma con una differenza». È come se fossimo attratti dagli animali perché c&rsquo;è qualcosa di noi che vediamo in loro e vogliamo capire, per accedere a quell&rsquo;aspetto di noi stessi. L&rsquo;ironia è che abbiamo creato una tale separazione tra noi e gli altri animali che, per quanti documentari sulla fauna selvatica guardiamo, per quante ore passiamo a osservarla dai nostri binocoli, per quanti sacchetti di noccioline offriamo, non riusciamo mai a ottenere da loro ciò che cerchiamo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Attenzione, c'è un salame nello spazio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/attenzione-ce-salame-spazio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/attenzione-ce-salame-spazio/</guid><pubDate>Mon, 22 Jul 2024 09:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>libri</category><description>Da Edizioni Dedalo è uscito Un salame nello spazio, divertente raccolta di scherzi a sfondo scientifico, burle architettate da scienziati, tecnici, divulgatori e riviste del calibro di Science e Nature . In questa versione per ragazzi e ragazze de Il pollo di Marconi, Vito Tartamella offre ai più giovani una lettura leggera e divertente, adatta anche sotto l&amp;amp;rsquo;ombrellone, ma che sollecita la curiosità e stimola il senso critico. Immagine realizzata con ChatGPT.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/attenzione-ce-salame-spazio-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/attenzione-ce-salame-spazio-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Anche gli scienziati scherzano. Eccome! Del resto, spiega Vito Tartamella, autore di <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/gli-asteroidi/un-salame-nello-spazio.html" rel="noopener"><em>Un salame nello spazio e altri scherzi da scienziati</em> (Edizioni Dedalo, 2024, 176 pagine, 16 euro),</a> gli scienziati “hanno uno spirito fanciullesco e giocoso: infatti hanno scelto un lavoro che consiste nell’esplorare i segreti della natura, creare invenzioni o mescolare materiali di vario genere per ottenere composti nuovi”.</p>
<p>In questa versione per ragazzi del fortunato <a href="https://edizionidedalo.it/collane/collane-attive/la-scienza-e-facile/6926-il-pollo-di-marconi.html" rel="noopener"><em>Il pollo di Marconi e altri 110 scherzi scientifici</em> (2022)</a> l’autore declina in un linguaggio semplice e fruibile, con schede brevi e immagini divertenti, il racconto di decine di scherzi, raggruppati in diversi capitoli: colpi di scena (come l’avvistamento della slitta di Babbo Natale da parte di due astronauti in orbita attorno alla Terra); troppo bello per essere vero (la macchina fabbrica-cibo di Edison); invenzioni fasulle, come il sito alimentato a patate; animali leggendari, malati immaginari; tiri mancini (tra cui la fetta di salame spacciata per foto di un pianeta ripresa dal telescopio James Webb che dà il titolo al libro); dedicato a… (articoli scientifici che contengono titoli di canzoni di cantanti come Bob Dylan); scienziati fantastici; scemo chi ci crede (come il servizio della BBC sulla raccolta degli spaghetti dagli alberi in Italia), false scoperte e molto altro.</p>
<p>Una lettura facile, piacevole e divertente, sicuramente adatta anche sotto l&rsquo;ombrellone, ma capace di stimolare la curiosità verso il mondo scientifico e il senso critico dei ragazzi e delle ragazze, presentando la figura degli scienziati con tratti decisamente più simpatici e avvicinandoli rispetto all’immagine paludata e severa che può derivare dalle letture scolastiche: da Leonardo da Vinci a Guglielmo Marconi, da Richard Feynman a Thomas Edison, da Benjamin Franklin e Isaac Asimov, leggendo questo libro si scopre che burle e scherzi sono piaciuti proprio a tanti. E in alcuni casi non solo gli scienziati hanno rivendicato l&rsquo;umorismo e l&rsquo;autoironia come aspetti importanti del loro modo di essere, ma da uno scherzo sono nate scoperte vere.</p>
<p>La descrizione degli scherzi è inserita nel relativo contesto scientifico, con spiegazioni brevi che aiutano a inquadrarlo e a volte a capire il senso più profondo della burla: per esempio l’articolo scientifico che sosteneva che il Covid era stato diffuso da un Pokémon è servito a smascherare una rivista che si spacciava per scientifica, ma in realtà non verificava minimamente le pubblicazioni. E Tartamella coglie l’occasione per spiegare “che da qualche anno sono sorte diverse riviste scientifiche che si spacciano per scientifiche ma non lo sono per niente: pubblicano qualunque cosa, basta pagare una certa cifra”. Gli scherzi diventano allora “modi di difendere la purezza della ricerca, mostrando le fonti inaffidabili e in cattiva fede”.</p>
<p>Allo stesso modo la descrizione del “Disturbo da deficit motivazionale” e del nuovo farmaco creato per curarlo, pubblicato come pesce d’aprile sul <em>British Medical Journal,</em> in realtà prende in giro le ditte farmaceutiche che esagerano la gravità di alcune malattie solo per spingere le persone a comprare medicine.</p>
<p>C’è poi il caso della rana volante, fotografata mentre fluttuava sopra il foro di un magnete, per convincere i colleghi del fisico russo Andre Geim che la maggior parte dei materiali di uso quotidiano sperimentano la forza di un intenso campo magnetico ricevendo una spinta verso l’alto. Esperimento stravagante, che fece vincere a Geim l’IgNobel (premi umoristico assegnato alle ricerche più stravaganti), ma gli insegnò anche che “cercare in direzioni lontane dal mio campo di lavoro può portare a risultati interessanti”. Considerazione decisamente profetica, visto che Geim, come racconta Tartamella, nel 2010 vinse il Nobel per la scoperta del grafene. E nel discorso di accettazione dichiarò di essere orgoglioso dell’umorismo e dell’autoironia che aveva sempre dimostrato: non per nulla, del resto, aveva inserito come coautore di uno studio sulla rotazione della Terra il suo criceto, sostenendo che aveva dato un contributo.</p>
<p>Quanto al senso critico, notevole scoprire, per esempio, che da una lettera pubblicata letteralmente per scommessa da un giovane ortopedico sul <em>New England Journal of Medicine</em> è nata la cattiva fama del glutammato di sodio, risultata poi immeritata. Un episodio che sollecita a prendere con le pinze i molti miti sull’alimentazione che circolano sui social e non solo.</p>
<p>Tra uno scherzo e l’altro, Tartamella introduce qualche paragrafo di approfondimento: dall’origine storica dei giorni dedicati agli scherzi, a come sono nate e funzionano le riviste di pubblicazioni scientifiche, all’IgNobel, premio per le ricerche strampalate, ma anche le regole degli scherzi, che spiegano come una burla deve o non deve essere organizzata.</p>
<p>Insomma <em>Un salame nello spazio</em> è una lettura piacevole e istruttiva, consigliabile per i ragazzi e le ragazze, che possono sfruttare questa strada per avvicinarsi al mondo della scienza dal suo lato più accattivante: perché se, come spiega Tartamella, “la scienza si basa su esperimenti di cui tutti possono vedere i risultati e soprattutto possono ripeterli” e “non c’è spazio per le bugie e gli inganni, di cui gli scienziati sono nemici giurati”, è vero anche che – come questo libro dimostra - “gli scherzi sono un modo per rimescolare le carte, rompere gli schemi e le abitudini, portare un clima di allegria”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Osservare senza preconcetti: la cinciallegra Star e la lezione sulla divulgazione scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica/</guid><pubDate>Fri, 12 Jul 2024 08:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>animali</category><description>Pubblicato da Adelphi alla fine del 2023, Star. Una cinciallegra di genio è un libro inusuale tra quelli di divulgazione scientifica. A scriverlo non è infatti una scienziata, ma una musicista amante del birdwatching, che ha raccolto le sue osservazioni negli anni passati a stretto contatto con cince, merli, cinciallegre, pettirossi e altre specie, precorrendo alcune delle scoperte sulle abilità cognitive e sociali degli uccelli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cosa rende un libro di divulgazione scientifica un bel libro di divulgazione scientifica? Se dovessi rispondere in breve, direi che è la qualità dei dati e degli studi che raccoglie, la logica con cui ne ricostruisce i legami. E, ovviamente, una scrittura fluida, comprensibile anche a chi meno conosce la materia trattata.</p>
<p>Leggendo <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845937798" rel="noopener"><em>Star. Una cinciallegra di genio</em></a> (Adelphi, 2023), mi sono resa conto che c’è qualcos’altro in grado di rendere affascinante un libro di divulgazione scientifica. Qualcosa che esula dal rigore degli studi: la capacità di osservare, e farlo a mente aperta, senza preconcetti.</p>
<h2 id="la-musicista-appassionata-di-birdwatchig">La musicista appassionata di birdwatchig</h2><p>Dell’autrice, Len Howard, è stata pubblicata una biografia un paio di anni fa (<em>Il cottage degli uccelli</em>, edizione Nottetempo, 2022), firmata dalla filosofa e ricercatrice Eva Meijer. Ma, per chi non l’avesse letta, vale comunque raccontare in breve la sua vita.</p>
<p>Nata nel 1894 a Wallington, nella South London, Howard è diventata musicista, violista per la precisione. Ma poco prima della Seconda guerra mondiale, nel 1938, lascia la carriera londinese e compra un pezzo di terreno in un paesino del Sussex, dove fa costruire quella che diventerà la sua casa: il Bird Cottage.</p>
<p>«Prima di trasferirmi a Bird Cottage non ero mai riuscita a studiare personalmente il comportamento degli uccelli, sebbene a Londra ci fosse un’ampia letteratura a disposizione nelle biblioteche», scrive Howard. Perché è proprio questo che fa nella sua nuova casa: osserva gli uccelli che frequentano il giardino e le zone circostanti. E, si può forse dire, loro osservano lei: e lo fanno abbastanza da capire di potersi avvicinare, arrivando anzi a farsi nutrire e curare, scegliendo addirittura come posatoi notturni aste delle tende e testata del letto.</p>
<p>Dalle osservazioni raccolte e diligentemente appuntate nel corso degli anni a Bird Cottage, Len Howard ha scritto due libri: <em>Bird as Individuals</em> (1952) e <em>Living with Birds</em> (1956). Non erano mai stati tradotti in italiano: <em>Star</em>, che li raccoglie entrambi, ha portato le due opere nella nostra lingua per la prima volta.</p>
<h2 id="senza-preconcetti">Senza preconcetti</h2><p><em>Bird as Individuals</em> è stato pubblicato con una prefazione di Julian Huxley, biologo noto per i suoi contributi al neodarwinismo. Scrive Huxley: «Miss Howard non potrà certo aspettarsi che gli studiosi di biologia accettino tutte le sue tesi, ma non c’è dubbio che le saranno molto grati per il suo lavoro; quanto a me, posso dire che ne sono rimasto avvinto e deliziato».</p>
<p>Chissà se Huxley immaginava anche solo vagamente quante delle teorie che emergono dal libro sarebbero state confermate nel corso degli anni.</p>
<p>Len Howard non era una scienziata, ma la sua capacità di osservare senza preconcetti le ha permesso di anticipare molti degli studi che sarebbero poi stati condotti in seguito (con più rigore, certo). Nel farlo, ha precorso alcune di quelle scoperte che sfatano l’idea che certe capacità siano prerogativa esclusiva della nostra specie: Howard riconosce la personalità (lei parla di individualità) degli uccelli; propone analisi finissime della comunicazione canora (d’altronde era musicista lei stessa) e dell’espressione delle emozioni (mentre alcuni scienziati faticano tutt’ora a riconoscere che specie diverse dai primati provino emozioni); evidenzia le loro abilità di apprendimento e <em>problem solving</em>. Il tutto partendo da una considerazione che guida la sua alternativa forma di ricerca: l’importanza di osservare gli animali nel loro ambiente naturale, invece che in laboratorio.</p>
<p>«Molto spesso il comportamento degli uccelli viene valutato in situazioni in cui gli animali sono terrorizzati dalla presenza dell’osservatore. Nessuno vorrebbe sottoporsi a un test d’intelligenza in condizioni di pericolo di vita, la sua o quella dei suoi figli» scrive. «Trovo che gli uccelli, e in particolare le cince, agiscano in modo intelligente in circostanze insolite, a meno che non siano in uno stato di agitazione dovuto alla paura».</p>
<p>Sia chiaro, non tutte le ipotesi di Howard sono state confermate (in effetti, c’è anche un bizzarro suggerimento, solo brevemente accennato, sulla capacità degli uccelli di comunicare per via telepatica). Ma non si può non riconoscerle il merito di averne invece anticipate tante altre.</p>
<h2 id="ecologia-e-toporagni">Ecologia e toporagni</h2><p>Alle osservazioni cognitivo-comportamentali, Howard aggiunge alcune considerazioni ecologiche. Racconta, per esempio, dei rischi dei gatti liberamente vaganti, sui quali tutt’oggi insistono gli zoologi; critica chi, trovato un nidiaceo caduto dal nido, se lo porta a casa senza avere le competenze per prendersene cura (anche qui, i Centri di Recupero Animali Selvatici devono ancora richiamare l’importanza di rivolgersi a persone competenti nel caso ci si imbatta in selvatici in difficoltà).</p>
<p>Più interessante ancora, anticipando in un certo senso di qualche anno <em>Primavera silenziosa</em> di Rachel Carson, Howard scrive: «Sia le cince bigie sia i codibugnoli sono ormai piuttosto rari, li vedo solo occasionalmente. Quando mi sono trasferita qui erano numerosi, ma come molte altre specie soffrono per la scarsità di cibo e di siti di nidificazione a causa dei veleni usati nell’agricoltura moderna, del taglio degli alberi e delle siepi e di molte altre pratiche dannose per gli uccelli. L’acqua nei fossi e negli stagni è spesso contaminata, soprattutto quando è utilizzata per spruzzare arsenico sulle colture».</p>
<p>Né si deve temere che il libro sia troppo monotematico. Gli uccelli in generale e le cinciallegre in particolare ne sono senz’altro i protagonisti: a Star, Testapelata, Piitur, Naomi, Tamburo, Pagliaccio e ai molti altri riconosciuti singolarmente e chiamati per nome, Howard non dedica solo le sue osservazioni, ma anche diversi (bellissimi) disegni, raccolti nel libro insieme alle fotografie che testimoniano la loro vita al Bird Cottage, appollaiati sull’autrice oppure intenti a interagire con oggetti come scatole di fiammiferi e teiere. Ma la sensibilità di Howard la porta a dedicare diverse pagine anche agli altri animali che la accompagnano nella vita al Bird Cottage: topi e toporagni, ricci, perfino ragni.</p>
<p><em>Star</em> può non essere definito un saggio scientifico propriamente detto. Forse, alla fine dei conti, nemmeno del tutto un’opera di divulgazione scientifica. Ma è di certo un libro che ci insegna a guardarci intorno, a osservare le specie che ci circondano con pazienza e senza preconcetti. Anche se, invece che in un cottage della campagna inglese, abitiamo in piena città: mentre terminavo di leggere le ultime pagine, ho notato un nido di merli davanti alla mia finestra. È stato con Star in mente che ho seguito, nei giorni successivi, le cure che i genitori prestavano ai piccoli e il loro successivo involo. È stata un’impresa quasi epica per i piccoli. E forse, senza avere la mente su quelle pagine, non l’avrei nemmeno notata.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Pubblicare in medicina: un libro sui problemi (e le possibili soluzioni) dell'editoria scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-libro-problemi-possibili-soluzioni-delleditoria-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pubblicare-medicina-libro-problemi-possibili-soluzioni-delleditoria-scientifica/</guid><pubDate>Fri, 14 Jun 2024 09:37:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>Un’industria ipertrofica cresciuta a spese dei meccanismi di produzione culturale della scienza. Un’industria dai profitti enormi e senza margini di rischio, capace di farsi credere indispensabile da chi la ingrassa credendo di non avere alternative. Il libro di Luca De Fiore, documentatissimo e spietato, procede per quattordici capitoli così, con un’analisi di rara lucidità sui meccanismi del, come recita lo stesso titolo, Sul pubblicare in medicina . Con il quindicesimo capitolo si rialza la testa e si intravede qualche possibile via d’uscita. Non facile, ma meritevole di essere considerata con attenzione soprattutto da chi, come ricercatore, passa la vita a “pubblicare in medicina”, o a cercare di.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/pubblicare-medicina-libro-problemi-possibili-soluzioni-delleditoria-scientifica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/pubblicare-medicina-libro-problemi-possibili-soluzioni-delleditoria-scientifica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A spanne il problema lo conosciamo tutti. Per fare carriera, un ricercatore ha bisogno di pubblicazioni. Le pubblicazioni, per definizione, devono essere pubblicate, e a pubblicarle sono le riviste scientifiche. Ma siccome, dicevamo, il ricercatore ha bisogno di pubblicare, i suoi articoli li regala alla rivista, anzi li manda speranzoso di vederli in pagina. Quindi scrive contenuti GRATIS, a differenza di quello che avviene in qualsiasi altro settore dell’editoria, dove gli autori sono pagati per scrivere e gli editori guadagnano dalla differenza tra i ricavi della vendita del giornale e i costi per la sua produzione, comprensivi dei compensi per chi scrive.</p>
<p>Nel caso delle pubblicazioni scientifiche non sono pagati nemmeno i reviewer, cioè i revisori che decidono se e come aggiustare gli articoli che andranno in pagina. La stima è che per gli editori privati si tratti di circa centotrenta milioni di ore di lavoro non retribuito, regalato loro soprattutto dai ricercatori pubblici. Quindi da ricercatori retribuiti dalla fiscalità generale, le nostre tasse. È un’anomalia non solo in confronto al resto del mercato editoriale. Come dice Richard Smith nella presentazione del libro <em>Sul pubblicare in medicina</em>, di Luca De Fiore (Il Pensiero Scientifico, 2023) gli editori delle riviste scientifiche sono aziende petrolifere che non devono fare la fatica di scavare buche: c’è qualcun altro che regala loro la benzina. Loro poi la rivendono a prezzi altissimi, per di più agli stessi che gliel’hanno regalata. Vi sembra normale?</p>
<p>Alla comunità scientifica no. Perciò sono anni che cerca di inventare scappatoie. Spoiler: finora, nessuna ha funzionato. Così abbiamo i numeri da capogiro che Luca De Fiore, direttore generale de Il Pensiero Scientifico Editore, ma anche saggista e grande esperto dei meccanismi della medicina, elenca sin dalle prime pagine. Più di cinque milioni di articoli scientifici pubblicati ogni anno e trentaseimila riviste scientifiche indicizzate, per un’industria da trenta miliardi di dollari annui. Cioè circa il 5% dell’intero mercato editoriale internazionale.</p>
<p>Sono numeri in crescita e la situazione è in rapido movimento, perché intanto sono arrivate l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/proliferazione-riviste-open-access/">ambiguità</a> del (per il resto benemerito) open access, le frodi sono cresciute (o finalmente abbiamo imparato a vederle), sono arrivati persino i truffatori veri e propri. Non solo. La digitalizzazione ha permesso la superfetazione delle testate tematiche e regionali dei grandi giornali. E la pandemia ha cambiato ancora più rapidamente le cose: si calcola che nel novembre 2020 sia stato pubblicato un articolo medico ogni tre minuti, e i preprint depositati presso gli appositi server, nati per accorciare i tempi tra la ricerca e la pubblicazione dei suoi risultati, hanno superato i mille al mese. Intanto il costo per l’opzione open access di un singolo articolo su <em>Nature</em> toccava i diecimila dollari.</p>
<p>Ma se a spanne, dicevamo, il problema lo conosciamo tutti, questi dettagli di certo no. Ed è meritoria l’operazione di De Fiore di mettere finalmente tutto in fila, in un ragionamento rigoroso, denso di testimonianze, ben documentato, e anche (beh, non è scontato) di facile lettura.</p>
<p>Dunque, chi di noi saprebbe dire il nome dell’azienda più grande del settore? Eccola: si chiama Relx, è nata dalla fusione tra Reed International ed Elsevier, registra una crescita del 9% annuo, e non fa solo riviste scientifiche: offre anche servizi di consulenza alle aziende farmaceutiche e si occupa di raccolta di finanziamenti per la ricerca. Insieme a lei, a costituire il 50% del mercato globale dell’editoria scientifica e tecnica, Wiley, Taylor &amp; Francis, Springer Nature e Sage. È a loro che i ricercatori di tutto il mondo regalano la benzina, per poi ricomprarla a caro prezzo.</p>
<p>Ma è tutto il sistema delle pubblicazioni che fa acqua. Proseguiamo coi dettagli. L’87% degli articoli più citati pubblicati dalle riviste indicizzate contiene la firma di un autore superprolifico: sono sempre loro, l’1% di tutto il pool mondiale dei ricercatori (quasi tutti maschi) che riesce a essere così furbo da mettere il proprio nome sotto la maggioranza dei paper pubblicati. Molti gli italiani, e non è un motivo di vanto nazionale. Altro esempio: l’Impact Factor, nato ormai sessant’anni fa per misurare l’impatto di una rivista calcolando quanto vengano citati i suoi articoli, è un indice ingestibile perché sale anche grazie ad articoli ritirati, ad articoli fallati ma ancora citati. E insieme all’h index, che dovrebbe misurare la produttività del singolo ricercatore, è all’origine del deprecabile fenomeno dell’autocitazione (scrivo articoli in cui cito i miei stessi articoli): altra specialità in cui i ricercatori italiani eccellono. Eppure questi indici sono citatissimi e vengono usati anche nei concorsi pubblici.</p>
<p>Se poi vogliamo andare nel fraudolento vero e proprio, come racconta benissimo De Fiore, troviamo di tutto. Cioè troviamo agenzie pirata di fabbricatori di paper (i <em>paper mill</em>) che, senza nessuna vergogna, si fanno pubblicità sui social media, chiedendo da qualche centinaio a qualche migliaio di euro a paper a seconda dell’IF della rivista e del posizionamento della firma. Troviamo persino riviste per le allodole: siti internet falsificati, del tutto simili agli originali, che si fanno pagare per pubblicare ma di fatto non esistono. E poi le famose riviste predatorie, quelle che ti mandano la mail dicendo che sei un bravissimo ricercatore e che loro vorrebbero tanto un tuo paper. Può sembrare strano, ma i confini della definizione di “rivista predatoria” sono sfumati. Così su queste riviste pubblicano in tanti, anche ricercatori di istituzioni serie provenienti da paesi con un sistema della ricerca avanzato.</p>
<p>E sfumato è un po’ tutto quanto. Come interpretare, per esempio, il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ritrattazioni-articoli-scientifici-problema-continua-crescita/">numero crescente di paper ritirati</a> (<em>retracted</em>) a botte di migliaia all’anno, con il record del 2023 di più di diecimila? Certo: rispetto ai cinque milioni di articoli scientifici pubblicati ogni anno sono piccola cosa, e comunque spesso si tratta di errori veniali (c’è anche il caso del premio Nobel che si è visto ritirare 17 articoli in un anno). Ma soprattutto: il fatto che esista il meccanismo della retraction dovrebbe far pensare a un sistema sano. Quindi bene. Però… però sono comunque diecimila articoli fallati pubblicati in un anno. Non vi fa paura?</p>
<p>E adesso proviamo a rialzare la testa: le soluzioni. Arriviamo così al famoso capitolo 15: sostanzialmente, due punti. Andrebbe ripensata tutta la ricerca per restituirle la sua vera priorità, quella del bene dei pazienti, e non degli interessi economici e politici di altri attori del sistema sanità. Quindi più finanziamenti pubblici, più indipendenza per chi li usa. Andrebbe poi rivisto il sistema della valutazione della ricerca e smantellato il feroce meccanismo del <em>publish or perish</em>, per permettere ai ricercatori di puntare più su quello che fanno che sull’ansia di pubblicarlo. Niente di tutto questo è impossibile: non è un libro dei sogni ma è un possibile futuro capace di diventare tanto più probabile quanto più abbiamo voglia di impegnarci a costruirlo. Il libro di Luca De Fiore è un ottimo inizio, ma solo un inizio. Dopo averlo letto, è chiaro che un contributo dobbiamo darlo tutti quanti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La povera innocenza della gente, calpestata dalla guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra/</guid><pubDate>Fri, 19 Apr 2024 10:36:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>La guerra incide in modo profondo sulla salute delle popolazioni. Non solo aumenta l’esposizione ai rischi, ma anche indebolisce, a volte sino alla distruzione, i fattori di protezione, come le reti comunitarie, l’approvvigionamento idrico sicuro, i comportamenti positivi per la ricerca della salute, la stabilità sociale. Le prime vittime sono donne e bambini. Pubblichiamo un estratto del saggio Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime (Il Pensiero Scientifico Editore) di Maurizio Bonati, di prossima pubblicazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/povera-innocenza-gente-calpestata-guerra-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una rappresentazione corale, che delle guerre descrive le terribili ricadute sulla salute, sulla vita e sul futuro delle persone e dei Paesi. E in cui ai dati, numerosi e solidi, si affiancano i vissuti, nella lettura che ne hanno dato scrittori, artisti, teatranti, filosofi, cantanti, testimoni e operatori di pace. Su <em>Scienza in rete</em> un’anticipazione del libro di Maurizio Bonati <em>Il cronico trauma della guerra</em>, dal 2 maggio in libreria.</p>
<h2 id="la-guerra-come-determinante-di-salute">La guerra come determinante di salute</h2><p>I determinanti sociali della salute sono le condizioni in cui le persone nascono, crescono, lavorano, vivono e invecchiano, i sistemi messi in atto per affrontare la malattia e l’insieme più ampio di azioni che plasmano le condizioni della vita quotidiana. Includono politiche e sistemi economici, programmi di sviluppo, norme sociali, politiche sociali e strutture politiche. I determinanti sociali della salute sono importanti perché affrontarli non solo aiuta a prevenire le malattie, ma promuove anche una vita sana e l’equità sociale.</p>
<p>[…] Ci sono enormi disuguaglianze nel garantire il diritto alla salute a tutti, sia tra nazioni che all’interno dello stesso Paese. […].</p>
<p>Disuguaglianze che si associano all’organizzazione politico-sociale di un Paese. L’indice di democrazia è un indice sintetico (con tutti i limiti sui criteri di classificazione e l’accuratezza delle stime delle variabili considerate) che contempla il processo elettorale e il pluralismo, il funzionamento del governo, la partecipazione politica, la cultura politica e le libertà civili di un Paese; diventa quindi un potenziale indicatore da associare allo stato di salute di una popolazione. L’ampio intervallo dei valori tra la “democrazia completa” dei pochi, con a capo la Norvegia, passando alle “democrazie imperfette”, quindi ai “regimi ibridi” per arrivare alle 59 nazioni classificate come “regimi autoritari” (ultimo classificato l’Afghanistan) sottolinea quanto l’affermazione della democrazia sia ancora lontana da raggiungere per troppi Paesi. L’indice di democrazia può quindi rappresentare un utile determinante strutturale associato alla disuguale distribuzione della salute all’interno della popolazione. Non basta quindi prendere in considerazione i determinanti della salute, ma occorre esaminare anche i determinanti delle disuguaglianze nella salute.</p>
<p>[…] Lo scoppio di un conflitto, acuto o prolungato, crea uno shock per le persone, le comunità e l’intera società tale da sovvertire le priorità di vita e sussistenza, quindi anche il valore, seppur in termini di macro indicazioni, dei determinanti della salute. Il benessere vissuto e quello atteso sono ben diversi da quelli antecedenti il conflitto. Durante la guerra aumentano le difficoltà di gestire le condizioni di vita quotidiane e i bisogni essenziali adeguati all’età, al genere, allo stato di salute, alla resilienza fisica e psicologica e allo stato socio-economico della popolazione, in particolare per le persone vulnerabili già prima della guerra e che il conflitto rende ancora più fragili. La guerra aumenta l’esposizione ai rischi per la salute (ad esempio, lo sfollamento, che porta all’esposizione a nuove infezioni, all’aumento della violenza, in particolare quella di genere, alla contaminazione ambientale) e attenua, anche sino alla distruzione, i fattori di protezione (ad esempio, le reti comunitarie, l’approvvigionamento idrico sicuro, i comportamenti positivi per la ricerca della salute e la stabilità sociale).</p>
<p>È la storia di tutte le guerre moderne ed è ampiamente documentata anche nella letteratura scientifica. Ne sono un esempio l’incremento dei casi di malaria durante la guerra nel Darfur, in particolare dopo il genocidio e con lo sfollamento di massa della primavera del 2004; l’aumentata prevalenza di malattie croniche respiratorie e cardiovascolari dopo la guerra in Bosnia e dopo quella in Siria; la crescita della mortalità materna in Burundi, in particolare nel tragico 1972 in cui venne compiuto un massacro ricordato come <em>ikiza</em> (catastrofe) e lo sfollamento di oltre 400.000 persone dal Paese; l’aumento di rapimenti e di prostituzione durante la guerra in Iraq. Sino ad arrivare all’ultima invasione russa dell’Ucraina e in attesa della documentazione sugli esiti, anche a distanza, dello sfollamento da Gaza City verso il Sud della Striscia.</p>
<p>Poco prima dell’invasione russa la popolazione ucraina contava 42 milioni di cittadini e si è ridotta, dopo l’attacco, a 28-31 milioni di residenti, in seguito alla fuga all’estero in massa di donne e bambini. Sono partite donne giovani, delle classi medio-alte, con livelli alti di scolarizzazione. Per gli uomini di 18-65 anni il governo aveva posto il divieto all’espatrio sin dall’inizio della guerra. Migrazione diversa da quella precedente l’invasione, quando sia donne che uomini andavano all’estero in cerca di lavoro; lavori umili, temporanei. Con il perdurare della guerra la migrazione diventa protratta, molte delle donne hanno trovato lavoro, i bambini frequentano le scuole, le politiche di accoglienza nei vari Paesi ospitanti cambiano e diventano più favorevoli: la prospettiva è che molte di queste donne e bambini non torneranno più in Ucraina. Questo è un fenomeno da contemplare tra i rischi a distanza della guerra sulla generazione successiva, sulla riduzione della popolazione, sul cambiamento dei bisogni, ma anche delle risorse.</p>
<p>La guerra è un macro determinante della salute e delle disuguaglianze nella salute che aumenta il bisogno di cura individuale e comunitaria, in particolare attraverso i determinanti intermedi che nel corso di un conflitto sono rappresentati, in particolare, da: sfollamenti, instabilità economica, povertà e malattie.</p>
<p>[…] Con le sommosse del febbraio 2011 scoppia la guerra civile in Libia che termina apparentemente con la caduta e l’uccisione di Gheddafi nell’ottobre dello stesso anno. Il Paese rimane però diviso e attraversato da scontri tra milizie islamiche e milizie libiche sino alla riunificazione, del marzo 2021. Dal 2010 al 2020 l’Indice di Sviluppo Umano della Libia passa da 0,739 a 0,703, dall’80° al 105° posto di 189 nazioni; il PIL pro capite quasi si dimezza passando da 18.663 a 10.630 dollari.</p>
<p>L’effetto della guerra sull’economia dei Paesi coinvolti è associato alle risorse del singolo Paese, ma anche al mercato globale, alle sue regole e alla sua organizzazione, all’indotto legale e illegale che genera. La Repubblica Democratica del Congo è il Paese più vasto dell’Africa subsahariana, dove bande armate, milizie non governative, ex militari e gruppi tribali alimentano un perenne conflitto che causa centinaia di migliaia di morti ogni anno, anche per il controllo delle immense risorse minerarie: il 70% delle riserve globali del coltan usato nei telefonini, il 30% dei diamanti, il 50% del cobalto per le batterie delle auto elettriche. È un Paese dove il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e 6 milioni di abitanti sono sfollati interni a causa dei conflitti. La guerra attiva il mercato delle armi, e non solo. Ad esempio, rodio, palladio e platino sono fondamentali per l’industria bellica (per i droni o le apparecchiature che guidano i missili). È quindi la guerra a spingere il mercato e il prezzo di questi “materiali preziosi”. Un mercato gestito da Russia e Cina. Materiali che valgono più dell’oro, 161 mila euro al chilo per il rodio, 32 mila euro per platino e palladio, la metà dell’oro, ma 40 volte il prezzo dell’argento. Metalli rari usati per ridurre le emissioni nei moderni catalizzatori delle vetture, incrementando i furti delle marmitte (un catalizzatore rubato vale fino a 300 euro) e alimentando un mercato illegale, con Serbia e Lituania come principali Paesi d’approdo.</p>
<p>L’ampio mercato illegale legato alla guerra, per generi e aree di produzione, potrebbe quindi rappresentare un ulteriore determinante della salute per i produttori, per i clienti e per le vittime.</p>
<h2 id="le-vittime">Le vittime</h2><p>Alla fine del 2020, circa 630 milioni di donne, bambine e bambini vivevano in situazioni di conflitto armato (l’8% dell’intera popolazione mondiale). Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, in tutto il mondo oltre 23,3 milioni di bambini e bambine di età inferiore ai 18 anni erano sfollati interni, di cui quasi 13 milioni erano in età di istruzione primaria e secondaria e 10,5 milioni avevano tra i 15 e i 24 anni. Circa la metà dei 53,2 milioni di persone che vivevano in condizioni di sfollamento interno a causa di conflitti e violenze […] erano bambini. Ai bambini vanno aggiunte anche le donne costrette ad abbandonare le loro case e luoghi di residenza: circa 20 milioni. Quindi, oltre due terzi degli sfollati o dei migranti a causa di conflitti bellici sono donne e bambini. Ma donne e bambini possono essere colpiti dai conflitti anche senza essere sfollati dalle loro case, esponendosi a un rischio maggiore di morbilità e mortalità a causa della violenza diretta e del deterioramento delle condizioni locali.</p>
<p>Dal punto di vista di un bambino, la guerra è un tipo di catastrofe paragonabile ai terremoti, alle carestie, ai cicloni e alle pestilenze epi- demiche. Con la differenza che la guerra è un atto volontario di alcu- ni e subito da altri, non è imprevedibile, perché costruito nel tempo. Differenze sostanziali che il bambino dovrebbe apprendere durante la crescita, nel suo percorso formativo. Il principe Mishkin di Dostoevskij non sapeva rispondere alla domanda perché i bambini muoiono, ma forse succede anche perché vengono “ingannati”.</p>
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<p>E mentre camminava per le strade e vedeva in ogni volto i segni di una fatica inutile, o alzava gli occhi verso i tetti delle case, su al cielo, per capire se c’era un senso, egli pareva trovarlo, e si rasserenava. Ma solo a una domanda, che lo investiva a ondate regolari con affanno, il principe Mishkin non sapeva rispondere: perché, Signore, i bambini muoiono? A un bambino si può dire tutto, tutto. Mi ha sempre sconcertato il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i piccoli, persino padri e madri i loro figli. Ai bambini non bisogna nascondere niente col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto per sapere. Che idea triste e infelice! E come si rendono ben conto i bambini che i genitori li considerano troppo piccoli e non in grado di capire, mentre invece capiscono tutto. I grandi non sanno che un bambino può dare consigli estremamente importanti anche nelle questioni più difficili. Oh Dio! Eppure quando uno di questi teneri uccellini ti guarda fiducioso e contento, ti vergogni di ingannarlo. (Da <em>L’idiota</em> di Fëdor Dostoevskij)</p></blockquote>
<p>Nel solo decennio 1985-1996 le vittime minorenni della guerra sono state 2 milioni di morti; 4-5 milioni di disabili; 12 milioni che hanno perso la casa, più di 1 milione rimasti orfani o separati dai genitori; circa 10 milioni psicologicamente traumatizzati (disturbo da stress post-traumatico). Con gli anni Novanta la crudeltà della guerra è ricomparsa in Europa prima nei Balcani, poi nel Donbass e nel 2022 nell’intera Ucraina.</p>
<p>“La guerra non risparmia mai i bambini, né quelli rapiti dalle loro case in Israele, né quelli che si nascondono dagli attacchi aerei o senza cibo e acqua a Gaza”, afferma Malala Yousafzal, nata in Pakistan nel 1997, la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014 insieme all’attivista indiano Kailash Satyarthi, “per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione”.</p>
<p>[…] I meccanismi attraverso i quali la guerra influenza la mortalità infantile sono molteplici, sebbene necessitino ancora di essere valutati in modo appropriato nei diversi contesti sociali, economici e politici di guerra. I determinanti più prossimi della mortalità infantile sono la salute materna e infantile, e quest’ultima può essere influenzata dai comportamenti materni. La salute materna può, ovviamente, essere compromessa durante la guerra a causa del ridotto accesso all’assistenza sanitaria, ma anche dei numerosi rischi cui una giovane donna in età fertile è esposta durante una guerra (tra i tanti rischi: violenza sessuale, compreso l’uso dello stupro come arma di guerra,2 quindi stress post-traumatico, gravidanze non pianificate e indesiderate; infezioni a trasmissione sessuale), oltre ovviamente delle condizioni sanitarie e sociali comuni all’intera popolazione prima e nel corso del conflitto.</p>
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<p>“Una volta mi hanno stuprata a turno in 12. Pensavo di morire. Mi hanno sbattuta talmente forte a terra che in parte ho perso l’udito. Da allora ogni notte ho gli incubi, mi sento una nullità. Ricordo ancora addosso il loro peso, porto i segni di quella violenza, come cicatrici indelebili, e a volte vorrei strapparmi via la pelle”.<br>
Grace, oggi trentenne, viene rapita dai ribelli nella Repubblica Democratica del Congo quando ha 10 anni e sta andando a scuola con i libri sottobraccio. È una delle testimonianze raccolte nel libro <em>La luce oltre il buio</em> di Antonella Napoli.</p></blockquote>
<p>[…] “Gli uomini fanno la guerra, le donne e i bambini ne pagano il prezzo” scriveva Juliet Dobson, editor del <em>British Medical Journal</em>, pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina.</p>
<h2 id="i-bambini-soldato">I bambini soldato</h2><p>In alcune situazioni belliche i bambini sono direttamente coinvolti nella violenza tra forze combattenti opposte. Ad esempio sono stati anche vittime prescelte nelle guerre civili genocide in Africa, quando a centinaia di migliaia sono stati uccisi e mutilati nel contesto di assalti corpo a corpo di grande ferocia. Il reclutamento o l’utilizzo di bambini nelle forze armate e nei gruppi armati è la coscrizione obbligatoria, che ha come fine l’arruolamento forzato di bambini in qualsiasi tipo di forza armata o gruppo armato. L’utilizzo di ragazzi e ragazze da parte di forze armate o gruppi armati può avvenire a qualsiasi titolo: come combattenti, cuochi, facchini, messaggeri, spie o anche oggetti di sfruttamento sessuale.</p>
<p>La Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, all’articolo 38 afferma che “gli Stati parti si impegnano a rispettare e a far rispettare le regole del diritto umanitario internazionale loro applicabili in caso di conflitto armato, la cui protezione si estende anche ai fanciulli, e adottano ogni misura possibile a livello pratico per vigilare che le persone che non hanno raggiunto l’età di quindici anni non partecipino direttamente alle ostilità”. La Corte penale internazionale ha dichiarato illegale come crimine di guerra l’arruolamento di minori di 15 anni. Tuttavia, si stima siano 300.000 i bambini soldato coinvolti direttamente nella violenza della guerra nel mondo. Il profilo tipico di un bambino soldato è quello di un ragazzo di età compresa tra gli 8 e i 18 anni, legato a un gruppo di coetanei armati, quasi sempre orfano, tossicodipendente o alcolista, spietato, analfabeta e pericoloso.</p>
<p>[…] I tipi estremi di violenza che i bambini subiscono durante il loro arruolamento nelle forze o gruppi armati comprendono l’essere costretti a guardare e prendere parte a omicidi, cannibalismo, stupri, matrimoni forzati e schiavitù sessuale, come risulta dalla documentazione su Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo ed El Salvador. Tra le adolescenti costrette ad arruolarsi è notevolmente aumentato il rischio di gravidanze indesiderate, problemi ginecologici e malattie sessualmente trasmissibili. Il processo di indottrinamento dei bambini e i metodi utilizzati per controllarli e isolarli prevedono abusi fisici e psicologici regolari, torture e la normalizzazione della violenza.</p>
<p>[…] Ci sono anche altre forme di violenza nei confronti dei bambini imputabili alla guerra. Una è quella dell’uso dei civili, e in particolare i bambini, come scudi umani. […] È, ad esempio, una delle accuse del governo ucraino contro l’esercito russo quella di aver usato bambini e intere famiglie come scudi umani in diverse località del Donbass a protezione di carri armati o di installazioni militari. Allo stesso modo il governo israeliano ha accusato Hamas di inviare gruppi di donne e bambini a fungere da scudi umani contro le truppe israeliane in occasione di attacchi nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Un’altra forma di violenza, a distanza dall’evento bellico, è quella subita dai bambini i cui genitori sono stati testimoni o hanno partecipato a conflitti armati e di conseguenza sono esposti a un rischio maggiore di abusi e abbandono come è stato dimostrato dopo i conflitti a Timor-Est, in Uganda, in Siria e in Libano, ma anche tra i figli dei veterani americani. La violenza è multidimensionale nelle sue manifestazioni, unidimensionale per le vittime che la subiscono.</p>
<h2 id="raccontare-la-guerra">Raccontare la guerra</h2><p>[…] Mazen Kerbaj, un artista multidisciplinare libanese, ha raccontato in disegni, fumetti e prosa un diario della guerra in Libano del 2006 (Beirut don’t cry). Ma essendo anche un apprezzato trombettista jazz il 16 luglio del 2006 si è registrato mentre suonava un duetto improvvisato alla tromba al suono delle bombe israeliane che cadevano vicino a dove viveva per comunicare nella sua interezza la spaventosa realtà di una sinfonia (Starry Night) fatta dal suono delle bombe, dagli allarmi innescati dall’attacco e da una tromba.</p>
<p>[…] Ci sono i libri di Storia, i saggi, i musei, i filmati, le canzoni e le composizioni varie, ma questo, per quanto importante ed essenziale, oggettivamente non basta. Anche la musica classica e operistica ha contrappuntato con ampia variabilità le guerre nei secoli. Una dimensione dell’informazione e della conoscenza meno partecipata e meno critica per celebrare o deplorare conflitti e inneggiare alla libertà.</p>
<p>C’è anche altro materiale, c’è il romanzare della letteratura formale in tema di guerra. Il contributo del romanzo storico, della biofiction, testimonianza, memoir, autobiografia e altro ancora di tutto ciò che “è frutto di immaginazione avvinghiata alle notizie storiche” (con Savina Dolores Massa). […] Ci sono poi, quei giochi di guerra dopo le ore di scuola, fra le strade di Budapest all’inizio della primavera, fatti dai ragazzi (solo maschi) della Via Pál. Adolescenti, “ragazzini”, tutti ancora incoscienti nell’inseguire con slancio le intricate trame dell’infanzia con la potenzialità di cambiare il mondo.</p>
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<p>Nell’inventare storie, i bambini impiegano l’intera personalità, quindi anche il pensiero logico e le facoltà di osservazione del reale e perciò portano al reale e non fuori da esso. Una parola, gettata nella mente a caso, provoca una serie infinta di reazioni a catena coinvolgendo suoni, immagini, analogie, ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa la memoria e l’esperienza, la fantasia e l’inconscio. La stessa mente interviene continuamente per respingere, ricordare, collegare, distruggere”<br>
Gianni Rodàri, <em>Grammatica della fantasia</em>.</p></blockquote>
<p>[…] “Per il proprio giudizio bisogna esserci” era il motto di Ryszard Kapuscinski, forse il più grande giornalista-scrittore che ha vissuto e raccontato i conflitti nel mondo di mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Riferimento professionale di molti inviati nelle zone calde, che “frequentano le guerre”, testimoni diretti che scrivono quello che vedono e conoscono al servizio del lettore. Ettore Mo è stato uno di questi. Un mestiere difficile e rischioso se non si vuole essere condizionati da veti, regolamenti e censure dei belligeranti.</p>
<p>L’antinomia del romanzare della letteratura è la narrativa non-fiction un percorso produttivo chiamato reportage o cronaca; la non-fiction è strumento e forma di narrazione di una guerra. Con María Sonia Cristoff lontano da una guerra “apro il quaderno di appunti su cui annoto idee, ipotesi, analogie, polemiche, appendici, inquietudini, riferimenti bibliografici, citazioni probabili e improbabili, e rileggo gli appunti come chi a un certo punto fa una pausa per ricontrollare una mappa.”</p>
<p>Clarissa Ward, principale corrispondente internazionale della CNN, da sempre presente nelle aree di conflitto, parlando del suo lavoro dice: “Il prezzo da pagare nel nostro lavoro è quello di testimoniare il dolore degli altri.” A volte il prezzo da pagare per questa testimonianza, per mostrare ad altri cosa è successo e cosa continua a succedere, per contagiare il maggior numero di persone sulla situazione in modo oggettivo, affinché contagino altri è molto alto e definitivo come è stato per la premiata scrittrice e poetessa ucraina Victoria Amelina vittima del bombardamento russo di un ristorante a Kramators’k nell’Ucraina orientale il 27 giugno 2023.</p>
<p>Ancora Clarissa Ward al quinto mese di gravidanza, intervistata in Ucraina da Francesca Mannocchi ebbe a dire: “Noi inviate siamo esposte ai rischi, come tutte le donne che lavorano. La maternità non è un atto singolo, ma un progetto di famiglia&hellip; Da quando sono madre, sono emotivamente più esposta e più sensibile alle sofferenze degli altri, tendo ad essere più fisica, ad abbracciare di più le persone, ad essere più coinvolta dalle storie di sofferenza delle persone normali”.</p>
<p>[…] La guerra è fatta anche di propaganda e di fake news da cui chi racconta la guerra deve difendersi nell’interesse suo e del lettore o ascoltatore. Il lavoro di verifica delle informazioni è spesso laborioso, difficoltoso, può mettere a repentaglio la sicurezza personale, necessita di tempo e di cambiamenti politici e individuali di chi è coinvolto. È ad esempio il caso degli arsenali di armi di distruzione di massa detenuti da Saddam Hussein: il grande falso che diede inizio alla guerra in Iraq nel 2003. Nonostante le certezze dell’amministrazione americana di George W. Bush sostenute anche dall’allora segretario di Stato Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite agitando una fiala contenente un liquido giallo, mai furono trovate armi di distruzione di massa in Iraq (se non alcuni vecchi depositi con avanzi di armi chimiche desuete). Solo nel 2015 si acquisisce la prova della menzogna (la post-verità quella che non turba) con l’intervista di France 5 ad Ahmad Chalabi, l’uomo politico scelto da Washington per guidare l’Iraq dopo Saddam Hussein e che nel 2001- 2002 fornì agli americani riferimenti e indicò persone utili a costruire il dossier menzognero sulle armi irachene di distruzione di massa.</p>
<p>“La menzogna di guerra è uno degli aspetti più odiosi della propaganda di guerra, e la peggior menzogna è quella di attribuire al nemico i propri crimini” afferma Edgar Morin in <em>Di guerra in guerra</em>.</p>
<p>[…] Raccontare “anche dopo” affinché non prevalga l’indifferenza, il silenzio, la disinformazione, l’impunità è il vissuto comune di molti inviati di guerra. Se durante la tragedia, mentre si è sul campo, la domanda di molti è: “Che cosa posso raccontare di più, oltre ai morti, ai cecchini, al dolore, alla fame?” dopo il dilemma, per chi vuole continuare a riferire ciò che ha visto a qualsiasi costo, è raccontare storie (apparentemente) non più attuali di testimoni e vittime e ancor più come farsi leggere o ascoltare.</p>
<p>Sono alcuni dei temi di <em>Reporters de guerre</em>, spettacolo teatrale messo in scena nel 2022 da Sébastien Foucault. Dopo sei anni di interviste e documentazione Foucault porta sul palcoscenico vittime e giornalisti che hanno vissuto il conflitto in Bosnia (1992-1995). Un’operazione fatta anche da Moravia: portare il giornalismo in teatro affinché informazione e conoscenza si manifestassero come componenti di un’unica essenzialità&hellip; contro l’indifferenza, anche verso la guerra, in particolare a distanza di anni. Alla fine di una guerra tra le macerie (simili a tutte le guerre) resta solo la parola (nelle sue varie espressioni) a salvare la memoria.</p>
<p><em>Maurizio Bonati,</em> Il cronico trauma della guerra. Donne e bambini le prime vittime*. 256 pagine, 22 euro, Il Pensiero Scientifico Editore *(in libreria dal 2 maggio)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rileggere Feyerabend: sfide ai dogmi della metodologia scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rileggere-feyerabend-sfide-dogmi-metodologia-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rileggere-feyerabend-sfide-dogmi-metodologia-scientifica/</guid><pubDate>Thu, 11 Apr 2024 20:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Guzzardi</dc:creator><category>evoluzione</category><description>Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Paul Feyerabend, filosofo della scienza, noto in particolare per il saggio Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, di cui il 16 aprile è in uscita una nuova edizione per Feltrinelli, a cura di Luca Guzzardi. Gli abbiamo chiesto di aiutarci a contestualizzare la visione di Feyerabend, che con il motto &amp;amp;quot; tutto va bene&amp;amp;quot; sottopone a una serrata critica i cinquant’anni di filosofia della scienza a lui precedenti, a partire da Karl Popper. Non una posizione “contro la ragione”, ma un monito a vigilare su qualsiasi concezione e metodo che voglia, magari subdolamente, prendere il sopravvento, e un invito a non lasciarsi governare dai loro cantori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rileggere-feyerabend-sfide-dogmi-metodologia-scientifica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rileggere-feyerabend-sfide-dogmi-metodologia-scientifica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è un’età dell’oro della filosofia della scienza, è forse la prima metà del Novecento. Mach, Poincaré, Duhem avevano impostato i temi portanti: gli ingredienti fondamentali delle teorie scientifiche e il ruolo dell’esperienza e dell’esperimento, la funzione delle ipotesi e degli errori, l’avanzamento della conoscenza e il cambiamento concettuale. Altri se ne sarebbero aggiunti grazie al Circolo di Vienna e ai suoi critici, a cominciare da Karl Popper: la svolta logico-linguistica, il dibattito sui criteri di scientificità e sull’importanza relativa delle procedure di conferma e confutazione e, più in generale, la pregnanza di standard razionali per la teoria del metodo scientifico. Si dibatteva sui criteri che portano a costruire e valutare le teorie che si succedono nella storia (induzione e procedure di verificazione per i neopositivisti del Circolo di Vienna; deduzione da congetture e tentativi di falsificazione per Popper e i suoi sodali), ma tutti sembravano concordare che il gioco della scienza necessitasse di regole — standard universali, validi in qualsiasi tempo e luogo — e di arbitri titolati a escogitarli e farli rispettare: i filosofi della scienza.</p>
<p>Ma le età dell’oro, si sa, non sono che idealizzazioni. Nel 1962 lo storico della scienza Thomas S. Kuhn, nel suo <em>La struttura delle rivoluzioni scientifiche</em>, mostrava che lo sviluppo di ogni scienza matura poteva venire interpretato come un alternarsi di rare fasi “rivoluzionarie” con lunghi periodi di “ricerca normale”, in cui le comunità scientifiche si raccolgono attorno a grandi quadri d’insieme (che Kuhn chiamava paradigmi), capaci di fornire ai loro membri risultati innovativi ed esempi di applicazione, e di suggerire problemi aperti su cui è possibile far prosperare il paradigma stesso. Il variare di quelli che per i sostenitori della purità del metodo erano elementi a contorno — la psicologia dei ricercatori, le interazioni sociali, le strutture istituzionali, le congiunture economiche e politiche — può indurre mutamenti persino nelle regole del gioco, sovvertendo criteri di razionalità che non si danno se non all’interno di un paradigma. La dinamica della scienza sembrava dettata per così dire dal suo bordo esterno.</p>
<p>Cosa rimane della ragione e del suo metodo, dunque? <em>Anything goes</em>, “tutto va bene”, avrebbe risposto di lì a poco Paul K. Feyerabend in un libro che suona come la ripulsa di quei primi cinquant’anni: <em>Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza</em>, la cui pubblicazione (1975), chiudeva una fase di gestazione durata almeno quindici anni. Feyerabend era nato a Vienna il 13 gennaio 1924 e lì si era formato. Ripresi gli studi interrotti dalla guerra — era stato arruolato nell’esercito dell’occupante nazista, e ferito gravemente — si era laureato dopo un percorso bizzarro: teatro, storia dell’arte, fisica, astronomia, filosofia. Negli anni dell’università, con alcuni amici e sotto la guida del filosofo austriaco Victor Kraft, aveva messo in piedi un club filosofico che aveva ripreso la tradizione del Circolo di Vienna. Negli incontri che il club organizzava aveva fatto la conoscenza di Wittgenstein e Popper. Come doveva raccontare nella sua autobiografia (<em>Ammazzando il tempo</em>, Laterza), Feyerabend avrebbe desiderato continuare gli studi col primo. Ma Wittgenstein morì poco prima che arrivasse a Londra; e così finì alla corte di Sir Karl.</p>
<p>Di Popper Feyerabend fu forse il critico più implacabile, e non poche pagine di <em>Contro il metodo</em> sono irriverenti attacchi a lui diretti. Il motto di Feyerabend, tutto va bene, si deve in gran parte alla sua passione per il teatro (“amavo scioccare la gente”, avrebbe ricordato nell’autobiografia) ma anche agli anni vissuti in una soffocante temperie di furore metodologico. È l’urlo liberatorio di chi infine riconosce «che l’idea di un metodo invariabile, o di una teoria invariabile della razionalità, poggia su una visione troppo ingenua dell’uomo e del suo ambiente sociale. A chi esamina il ricco materiale derivante dalla storia senza proporsi di impoverirlo per compiacere i propri istinti più bassi, la propria brama di sicurezza intellettuale intesa come chiarezza, precisione, ‘oggettività’, ‘verità’, diventerà chiaro che c’è un solo principio che possa essere difeso in tutte le circostanze e in tutti gli stadi dello sviluppo umano. È il principio: tutto va bene». Così il capitolo primo di <em>Contro il metodo</em>. Ma Feyerabend subito concludeva: «Questo principio astratto dev’essere ora esaminato e spiegato nei dettagli concreti». Il suo libro è un’analisi meticolosa e una giustificazione rigorosa di quello che, in più di un senso, fu un <em>coup de théâtre</em>.</p>
<p>Per Feyerabend <em>tutto va bene</em> andava inteso alla luce fioca ma paziente delle indagini storiche. Non significava che qualsiasi idea, a prescindere dalle condizioni in cui si presenta, andasse bene, ma che dalle condizioni in cui le idee si presentano non si può prescindere. Concezioni che in alcune circostanze paiono bizzarre, come l’idea di una Terra in moto pareva a Aristotele, si riscattano non appena quelle circostanze mutano — per esempio, una volta che accettiamo, con Galileo, di modificare le nostre “interpretazioni naturali” sulla caduta dei gravi. Dicevano gli aristotelici, con un ragionamento alla Popper: se la Terra si muovesse, un sasso in caduta libera da una torre atterrerebbe più lontano dalla (o più vicino alla) torre rispetto alla sua posizione di partenza sulla sommità. Ma così non è, dunque l’ipotesi di una Terra in moto è confutata. Risposta di Galileo: il moto della Terra trascina con sé il sasso che cade; non ci accorgiamo di spostarci solo perché tutto ciò che è sulla Terra si muove con essa anche mentre è in aria. Nel far ciò Galileo è razionale? Certamente sì, per noi. Ma la sua argomentazione violava le regole del gioco aristotelico: ne interrompeva la razionalità. Aristotele invocava l’esperienza; Galileo la riprogrammava ipotizzando ciò che chiamiamo inerzia, senz’altra ragione se non quella di portare acqua al proprio mulino: un’odiosa “ipotesi ad hoc”, nel linguaggio popperiano, escogitata per salvare la teoria che si va sostenendo. Se, all’epoca di Galileo, avessimo invocato gli standard razionali di Popper, avremmo dovuto dar ragione agli aristotelici, non agli alfieri della rivoluzione! Galileo ha ottenuto ragione perché ha saputo sfruttare abilmente “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni” per costruire un quadro costellato di ipotesi ad hoc, e tuttavia convincente. La sua strategia, razionale per i suoi innovativi standard ma irrazionale per gli avversari, andò bene. Mentre cessarono di andar bene altre opzioni. Sotto questo profilo, tutto va bene è un monito scettico, un modo per ricordarci che “tutte le metodologie, perfino le più ovvie, hanno i loro limiti”.</p>
<p>Si capisce il richiamo di Feyerabend all’anarchismo nelle sue varianti più libertarie e meno politicizzate, il quale «pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio un’eccellente medicina per l’epistemologia e per la filosofia della scienza». La versione ideale dell’anarchismo epistemologico, stando a <em>Contro il metodo</em>, era il dadaismo, con il suo gusto per l’utilizzo e l’accostamento di materiali i più diversi e la sua intrinseca critica all’idea stessa di opera d’arte. Feyerabend lo avrebbe ribadito in un testo poco noto, significativamente intitolato <em>Unterwegs zu einer dadaistischen Erkenntnistheorie</em> (alla lettera, “Verso una teoria della conoscenza dadaista”), che sarebbe stato ripreso e articolato in maniera più estesa in <em>La scienza in una società libera</em> (1978). Il saggio si apriva con una citazione dell’artista dada Hans Arp: «Il dadaista fa provare all’epistemologo caos e un lontano ma potente tremore, sicché cominciano a suonargli campanelli d’allarme, le sue teorie mostrano un cipiglio incerto e i suoi onori accademici si coprono di macchie». Ci riflettano i filosofi della scienza odierni, ora che gli onori accademici sono un ricordo di generazioni passate, le teorie procedono con manifesta incertezza, campane e campanelli non cessano di lanciare allarmi d’ogni tipo. “In questo tempo distrutto”, per dirla con Musil, in cui ancora vacilla «l’uomo con il punto fermo a, l’uomo razionale della sfera razioide», non pare rimanere che caos e quel lontano ma potente tremore.</p>
<p>Ma l’idea che ogni metodo abbia i suoi limiti non dovrebbe farci tremare senza speranza e gridare allo scandalo e alla bancarotta della ragione; dovrebbe ricordarci che un altrimenti è sempre possibile, e spronarci a trovare qualcosa che dopotutto possa andar bene — e invitarci al rispetto di altre innumerevoli, plausibili, impensate opzioni. Non dovrebbe dunque sorprendere lettrici e lettori dell’ultima edizione di <em>Contro il metodo</em> (1993) ora in uscita per Feltrinelli (l’edizione italiana era finora ferma alla prima edizione inglese del 1975) trovare scritto quanto segue: «Alla luce di alcune tendenze nell’educazione statunitense … in filosofia … e nel mondo in senso ampio, ritengo che ora si dovrebbe riconoscere alla ragione la maggior importanza possibile non perché essa sia e sia sempre stata fondamentale, bensì perché sembra necessaria per creare un approccio più umano in circostanze che oggi si presentano piuttosto frequentemente (ma che un domani potrebbero scomparire)». Ho il sospetto che con ciò <em>Contro il metodo</em> non perda ma anzi guadagni in radicalità. Non è, non è mai stato, “contro la ragione”, ma un monito a vigilare su qualsiasi concezione e metodo che voglia, magari subdolamente, prendere il sopravvento, e un invito a non lasciarsi governare dai loro cantori.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Comunità energetiche: un libro per capire la loro valenza ecologica e sociale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale/</guid><pubDate>Fri, 15 Mar 2024 11:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>energia</category><description>Le comunità energetiche rinnovabili segnano una svolta nella produzione e nel consumo di energia, puntando su fonti sostenibili e su una distribuzione decentralizzata. Gli incentivi economici, quali i contributi a fondo perduto del PNRR, facilitano l&amp;amp;rsquo;adozione di queste soluzioni che, oltre a diminuire le emissioni di CO 2, contribuiscono all&amp;amp;rsquo;indipendenza energetica. Una strategia che promuove l&amp;amp;rsquo;innovazione e la responsabilità ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il libro <a href="https://www.pacinieditore.it/prodotto/comunita-energetiche/" rel="noopener"><em>Comunità Energetiche: Esperimenti di generatività sociale e ambientale</em></a> (New Fabric, 2024) offre una panoramica approfondita sulle comunità energetiche rinnovabili (CER), partendo dalla definizione di autoconsumo singolo, collettivo, fino alla loro concretizzazione. La filosofia di fondo delle comunità energetiche è, infatti, quello da un lato di rendersi autonomi dal punto di vista dei consumi energetici, dall’altro quello di arrivare addirittura a erogare in rete le eccedenze, passando da uno schema centralizzato e ad uno distribuito della generazione e del consumo di elettricità, vuoi che questo avvenga per iniziativa d’un singolo, di un condominio (come il caso pionieristico di autoconsumo di <a href="https://www.aceapinerolese-energia.it/2021/05/14/inaugurato-a-pinerolo-il-primo-condominio-autoconsumatore-collettivo-operativo-ditalia-una-passo-avanti-verso-la-transizione-energetica/" rel="noopener">Pinerolo</a>) o di comunità territoriali più ampie (CET).</p>
<p>Ma il valore del libro non sta solo nell’approfondimento dei dati tecnici ed economici che rendono la soluzione delle comunità energetiche rinnovabili così importante per una prospettiva di rivoluzione verde anche in Italia. Come richiamato anche dal titolo, il libro di Giuseppe Milano (ingegnere e urbanista che si occupa di governo del territorio e di pianificazione energetica da anni) insiste anche sulla dimensione di attivazione sociale di queste comunità, che abilitano il passaggio dei suoi membri da semplici consumatori individuali a produttori e consumatori collettivi di energia (<em>prosumer</em>), con ciò che questo comporta in termini di consapevolezza economica ed ecologica. Tanto da richiamare su queste anche l’attenzione da parte del magistero cattolico, a partire dalla lettera enciclica <em>Laudato sì</em> di Papa Francesco.</p>
<h2 id="bollette-più-leggere-e-altri-benefici-economici-e-ambientali">Bollette più leggere e altri benefici economici e ambientali</h2><p>I benefici che lo sviluppo delle comunità energetiche, che da poco tempo grazie ai nuovi decreti e alle recentissime linee guida del Gestore dei servizi energetici (GSE) sono finalmente realizzabili anche nel nostro Paese, sono, quindi, di due ordini. Prima di tutto quello pratico, economico e ambientale, che di fatto rende questa soluzione conveniente oltre che allineato alla transizione verde. Milano sottolinea, infatti, come le comunità energetiche possono portare a una «riduzione delle bollette annuali di almeno il 15%-20%», ma anche al contrasto alla povertà energetica, al sostegno alle micro-imprese locali e a una significativa riduzione di CO2. Se si arrivasse all’obiettivo considerato minimo di installare grazie a queste comunità impianti di una potenza complessiva di 5GW entro il 2030 (ma secondo alcune previsioni si potrebbero anche sfiorare i 10 Gw ove fossero coinvolte anche le aziende più energivore), le emissioni di anidride carbonica si ridurrebbero di 1,35 milioni di tonnellate all’anno, con un beneficio economico annuo tra i 1,3 e 1,5 miliardi di euro. </p>
<p>Il libro passa in rassegna le principali leggi europee e nazionali che stanno aprendo una strada prima molto impervia e ancora oggi non del tutto spianata. Anche perché installare un impianto – o un sistema di impianti associati alla cabina primaria con potenza massima nominale di 1 Mw – di energie rinnovabili che serva una comunità, anche un solo condominio, richiede un investimento riassorbibile in un certo numero di anni. In italia al momento esiste grazie al PNRR un «contributo a fondo perduto, con cui coprire fino al 40% del costo sostenuto per realizzare un nuovo impianto al servizio di una comunità energetica o per potenziarne uno esistente, con una dote di 2,2 miliardi di euro», ma che riguarda i comuni più piccoli (le cosiddette aree interne che hanno una popolazione inferiore alle 5mila abitanti). D’altra parte gli incentivi all’autoconsumo rappresenteranno solo la punta dell’iceberg di un fenomeno destinato a crescere attraverso forme imprenditoriali a carattere mutualistico destinate a vivere di economie di scala, servizi ancillari e forme di trading energetico con la gestione dello <em>storage</em> dell’energia e l’eventuale distribuzione delle eccedenze alla mobilità elettrica. </p>
<p>Come spiega nel libro Sergio Olivero, responsabile dell’Energy Center del Politecnico di Torino, «le comunità energetiche (…) andranno viste come piccole aziende che non redistribuiscono dividendi, ma vantaggi sociali ed economici alla comunità, chiamata a organizzarsi attraverso cluster capaci di mantenere i flussi di cassa sul territorio. Ad esempio, installare un MW di fotovoltaico comporta un investimento di circa un milione di euro e, dunque, ove nascessero comunità energetiche territoriali più grandi da 4-5 MW verrebbero coinvolti più ingegneri e progettisti, più avvocati e fiscalisti, più installatori e manutentori di impianti, più informatici. Si creerebbero economie di scala virtuose e occasioni inedite di innovazione, oltre che di occupazione».</p>
<h2 id="gli-esempi-europei-e-i-prossimi-passi-in-italia">Gli esempi europei e i prossimi passi in Italia</h2><p>Dalla ricognizione del settore effettuata da Giuseppe Milano si capisce che l’Italia non è certo all’avanguardia in un movimento che ormai conta in Europa - soprattutto in Germania - circa due milioni  di cittadini per un totale di più 7.000 comunità energetiche, fra cui esperienze ormai storiche di “ecoquartieri” come quelli di Amburgo e Friburgo, ma anche nuove iniziative di democrazia energetica dove «sono particolarmente diffusi i sistemi di teleriscaldamento a biomassa, ai quali, per una efficiente gestione dei consumi domestici nel corso dell’anno, si stanno sempre più integrando gli impianti solari termici e i contatori digitali di ultima generazione per monitorare i consumi quotidiani».</p>
<p>Tutto questo ben presto sarà possibile anche in Italia: in attesa della pubblicazione entro il prossimo 8 aprile delle piattaforme attraverso le quali sarà possibile presentare le domande di ammissione alle tariffe incentivanti, è già disponibile il portale che ospita le «mappe rilasciate da E-Distribuzione che geolocalizzano le infrastrutture di alta tensione a cui dovranno collegarsi gli impianti di nuova o vecchia generazione che abiliteranno le configurazioni di autoconsumo diffuso e delle comunità energetiche». Grazie al movimento scaturito dal Green Deal europeo e le leggi che ne sono seguite, si sta quindi diffondendo anche nel nostro Paese un nuovo metodo di concepire la produzione comunitaria e distribuita di energia, che potrebbe non fermarsi all’energia, ma stimolare forme più integrate e avanzate di innovazione sociale e ambientale. Se ben progettate e realizzate, le comunità energetiche potrebbero quindi trasformarsi nella modalità più inclusiva e generativa per valorizzare l’istituto della partecipazione, per una cittadinanza attiva più consapevole, nonché nella testimonianza più efficace di democratizzazione dell’energia pulita.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La traduzione scientifica al tempo dell’intelligenza artificiale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/traduzione-scientifica-tempo-dell-intelligenza-artificiale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/traduzione-scientifica-tempo-dell-intelligenza-artificiale/</guid><pubDate>Mon, 19 Feb 2024 09:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Guzzardi</dc:creator><description>Nelle traduzioni (come in altri campi), “la possibilità d&amp;amp;rsquo;errore si annida in ogni riga”. In quest&amp;amp;rsquo;articolo, il filosofo Luca Guzzardi riflette sul lavoro di traduzione oggi, e in particolare quelle dei saggi e delle opere di divulgazione scientifica, partendo dall&amp;amp;rsquo;esempio della traduzione di Robert Oppenheimer. L’uomo che inventò la bomba atomica di Ray Monk, ragionando su come, pur senza abbandonare il ruolo umano, le IA possano darci una mano in questo tipo di lavoro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/traduzione-scientifica-tempo-dell-intelligenza-artificiale-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/traduzione-scientifica-tempo-dell-intelligenza-artificiale-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sosteneva Jorge Luis Borges, in un saggio del 1932 intitolato <em>Le versioni omeriche</em>, che «nessun problema è altrettanto consustanziale con le lettere e con il loro modesto mistero di quello che propone una traduzione». Borges aveva in mente la grande letteratura, ma mi chiedo se, nell’epoca di ChatGPT e dell’inglese come lingua globale, la questione non sia applicabile anche alla traduzione di saggi scientifici. Alla domanda sono spinto dalla recente lettura della biografia di Ray Monk, <em>Robert Oppenheimer. L’uomo che inventò la bomba atomica</em> (tr. it. di Giuseppe Bernardi, Bompiani, Milano 2014, ristampa luglio 2023).</p>
<p>Ho visto il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/oppenheimer-film-tratta-pari-scienza-etica/">quasi omonimo film di Christopher Nolan</a> lo scorso settembre, e questo ha avuto l’effetto di farmi cercare una biografia che colmasse ciò che non è giunto sullo schermo. Per ricchezza, dettagli e narrazione l’<em>Oppenheimer</em> di Monk non mi ha deluso, ed è stata una buona idea da parte di Giunti/Bompiani aver ristampato, nel luglio 2023, la biografia scritta da Monk, visto il prevedibile successo della pellicola al cinema. Tuttavia sarebbe stata l’occasione per rivedere a fondo una traduzione che, per usare un eufemismo, zoppica in più parti.</p>
<p>Ci sono tutti gli ingredienti di una cattiva resa. Sciatteria (il <em>nitrogen</em> inglese, cioè l’azoto, rimane per assonanza “nitrogeno”, termine più che obsoleto; e che dire di <em>to be instrumental</em>, riferito a una persona, cioè “rivelarsi fondamentale, essenziale”, tradotto con “essere lo strumento di”, p. 672, o <em>for all our futures</em> reso con un fantascientifico “per tutti i nostri futuri”, p. 1017); scelte lessicali infelici (“sviluppi teoretici” della fisica, p. 791, anziché “teorici”; “popolarizzazione della scienza”, pp. 993-995, anziché “divulgazione scientifica”; <em>conference</em>, cioè congresso o convegno, tradotto quasi invariabilmente con “conferenza” — tanto che a p. 937 si legge che Oppenheimer, evidentemente oratore d’instancabilità castrista, doveva “tenere la quarta di una serie di conferenze” e “la conferenza durò tre giorni”!); improprietà di linguaggio scientifico (meccanica “ondulare” anziché “ondulatoria”, p. 174; “funzione ondulatoria” anziché “funzione d’onda”, p. 218; “mu-mesone” e “pi-mesone” anziché le forme standard “mesone mu” e “mesone pi”). A volte poi la svista si trasforma in un vero e proprio errore di fisica: a p. 246, leggiamo che con la relatività «energia e materia non venivano più [enfasi mia] considerate come equivalenti» — che è esattamente l’opposto di ciò che l’equazione E=mc2 dice. Il fatto è che un <em>now</em> in inglese è stato letto come <em>not</em>, sicché “venivano ora considerate…” è diventato “non venivano più”. Che lo spin del fotone è una “integral unit” non significa che è “una unità integrale” (espressione priva di senso a p. 248) ma che è un numero intero e quel numero è 1. E la “potenza di un volt” della nota 4 a p. 264 è ovviamente il potenziale.</p>
<p>Ho qualche esperienza diretta di traduzione (e di errori), e so bene che la possibilità di sbagliare si annida a ogni riga, soprattutto in un libro lunghissimo come quello di Monk. Per svariate cause, tutte comprensibili: l’incompetenza, perché nessun traduttore può essere competente su tutto; la distrazione; la stanchezza che ti prende dopo pagine e pagine; la fretta e i tempi sempre troppo stretti… E allora, ritornando alla domanda di partenza, in un’epoca in cui l’inglese è sempre più diffuso, i saggi scientifici o di alta divulgazione sono per lo più in inglese e i libri anglofoni sono facilmente reperibili sul mercato on-line, ha ancora senso tradurre? Non potremmo lasciare il faticoso splendore della traduzione alle “versioni omeriche” borgesiane e a pochi altri cimenti letterari? Tanto più nell’era di ChatGPT e dell’ascesa dell’IA, dove qualunque scimmia un tantino intelligente — come siamo noi umani — può chiedere alla macchina di tradurre ciò che non sa o non capisce. Per quanto fallibile anch’essa, nel tempo l’intelligenza della macchina tenderà a sbagliare meno del suo equivalente scimmiesco.</p>
<p>Eppure, credo che la traduzione di saggi scientifici abbia e continuerà ad avere senso. Dietro questa risposta ci sono anzitutto motivazioni personali. La lettura — anche quella di un saggio — è per me spesso uno svago, e niente può sostituire la mia lingua nell’accendere l’immaginazione. Credo che questa sia un’esperienza comune, che riguarda soprattutto le forme narrative — forme tutt’altro che estranee ai libri di divulgazione o a molti trattati scientifici. La scienza è talvolta la continuazione del romanzo con altri mezzi. Si pensi, per esempio, all’<em>Origine delle specie</em> di Darwin ma anche a non poche pagine dell’<em>Ottica</em> di Newton o dell’einsteiniana <em>Esposizione divulgativa della relatività</em>. Ciò consente di apprezzare quanto Borges diceva del tradurre. Ogni traduzione modifica l’originale; toglie qualcosa, ma aggiunge anche qualcos’altro in termini di ricchezza concettuale e linguistica, qualcosa che non è definibile in anticipo ma dipende dalla trama di significati in cui si trova la lingua di arrivo al momento della traduzione. Ciò che questa aggiunge può aprire mondi rimasti inespressi nell’originale.</p>
<p>La chiave d’accesso a tali mondi sono le buone traduzioni — e qui è questione di metodo e di procedure. Una traduzione che sfocia in un libro pubblicato, specie di un saggio scientifico, non è mai (o non è più da tempo) un confronto a due fra l’originale e il traduttore o la traduttrice. È, invece, un lavoro collaborativo fra molteplici figure: chi traduce, una varietà di consulenti (talvolta un curatore o una curatrice, ma anche esperte ed esperti cui è doveroso chiedere un parere), chi svolge il lavoro di redazione. Ciò che giunge a lettrici e lettori è il risultato mediato di questa rete di operazioni per lo più sommersa, solo a tratti formale e riconoscibile. La questione dell’“errore” diviene allora secondaria, perché controlli plurimi e competenze incrociate rendono possibile ridurne il numero; nella maggior parte dei casi si tratterà di scelte consapevoli entro il ventaglio di possibilità dischiuso a un tempo dalla lingua di partenza e da quella di arrivo.</p>
<p>Il problema dell’edizione italiana dell’<em>Oppenheimer</em> di Monk non è un traduttore che non si è dimostrato all’altezza, ma la mancanza di questo lavoro di equipe, che ha impedito di aprire il ventaglio. Non credo che in ciò l’impiego dell’intelligenza artificiale si potrà rivelare una scorciatoia. Invece, ChatGPT e altre chatbot di IA possono legittimamente entrare nella rete dei collaboratori alla traduzione finale, ottimizzando e rendendo più preciso il lavoro e riducendo ulteriormente le sviste. Ai perplessi che non vorrebbero concedere ai non umani il ruolo di attori entro le reti cognitive, rispondo ricordando che Arthur C. Clarke annoverava HAL 9000, “il cervello e sistema nervoso dell’astronave” di <em>2001: Odissea nello spazio</em>, come il “sesto componente dell’equipaggio”. HAL viene trattato come un commilitone perché semplicemente lo è. Interagisce con gli umani e, se infine pare ribellarsi, è per eccessivo ossequio ai loro ordini. Fuor di metafora, non è che mi paia implausibile che una intelligenza artificiale possa diventare l’agente unico del tradurre; mi sembra, piuttosto, un fraintendimento della natura plurale della traduzione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Capire la complessità, accettare l’incertezza, preservare l’equilibrio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/capire-complessita-accettare-incertezza-preservare-equilibrio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/capire-complessita-accettare-incertezza-preservare-equilibrio/</guid><pubDate>Sat, 03 Feb 2024 20:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>salute</category><description>Antonio Bonaldi, medico, una lunga esperienza professionale e scientifica nell’ambito della sanità pubblica, nel volume Salute, medicina e dintorni raccoglie una serie di riflessioni su un ampio ventaglio di temi che riguardano la salute, mostrando come il mondo oggi sia fortemente interconnesso e ogni problema vada approcciato in modo sistemico, aggiungendo allo sguardo sulle cose quello sulle relazioni. Ci guida da questa prospettiva nel complesso mondo della medicina, mettendone in evidenza contraddizioni e incertezze, e offrendo al lettore elementi per capire e consigli per decidere meglio come occuparsi della salute propria e di quella del Pianeta.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/capire-complessita-accettare-incertezza-preservare-equilibrio-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/capire-complessita-accettare-incertezza-preservare-equilibrio-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mentre aumenta la consapevolezza che la salute di ciascuno di noi è in grande parte nelle nostre mani – tema che offre terreno fertile al fiorente mercato di sempre nuovi e non sempre attendibili rimedi, metodi, manuali per rimanere sani – cresce anche però la sensazione che orientarsi tra i meandri della medicina e farsi un’opinione su ciò che può essere utile o dannoso per la nostra salute non sia affatto semplice.<br>
Da questa constatazione di partenza muove Antonio Bonaldi, autore di <a href="https://www.torridelventoedizioni.it/libro/salute-medicina-e-dintorni/" rel="noopener"><em>Salute, medicina e dintorni – Consigli semplici per orientarsi in un mondo complesso</em></a> (Torri del Vento Edizioni, 2023, 235 pp., 20 euro), una raccolta di riflessioni su temi relativi alla salute e alla medicina, osservati, come sottolinea l’autore, da un punto di vista sistemico. La linea di fondo è che i più importanti problemi che minacciano l’umanità – e concretamente ciascuno di noi – sono interdipendenti, e vanno affrontati in modo integrato e interdisciplinare. Il che vale sia che si parli di salute, di clima, biodiversità, energia, migrazioni, finanza. Questo, spiega Bonaldi, implica un radicale cambiamento del modo in cui si osserva la realtà; all’attenzione alle cose in sé, bisogna aggiungere quella alle relazioni, affiancando ai classici rapporti lineari di causa-effetto i concetti che caratterizzano i sistemi complessi: interazione, auto-organizzazione, emergenza, imprevedibilità, paradosso, contingenza.<br>
Il libro offre quindi una serie di riflessioni, disposte organicamente – ma in capitoli molto agili, piuttosto brevi e sufficientemente autonomi da poter essere letti anche in ordine sparso, seguendo le proprie curiosità e i propri interessi – che riguardano benessere, salute, medicina, ambiente, osservati da una prospettiva sistemica, che vuole stimolare le capacità critiche del lettore, affinando la sua sensibilità e aiutandolo a decidere in modo informato.</p>
<h2 id="come-orientarsi-in-un-mondo-complesso">Come orientarsi in un mondo complesso</h2><p>Nella prima parte del saggio, <em>Orientarsi in un mondo complesso,</em> sono descritti i fondamenti della visione sistemica e della complessità: una lettura da cui può partire chi non abbia dimestichezza con questi concetti, non a caso posta all’inizio del libro. Inevitabili i riferimenti alla pandemia di Covid-19.</p>
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<p>Improvvisamente ci siamo resi conto che tutto ciò che sembra avere una vita autonoma è invece parte di un’immensa rete di relazioni che unisce uomini, animali, natura e società e che la concezione classica (meccanicistica) della scienza, basata sullo studio analitico delle parti non è più in grado di spiegare gli accadimenti e soprattutto di proporre soluzioni efficaci.</p></blockquote>
<p>Quanto avvenuto durante la pandemia è uno degli spunti di riflessione utilizzati per mostrare come nelle situazioni complesse le competenze specialistiche non siano sufficienti, ma sia necessario prepararsi a gestire anche ciò che ancora non si conosce, adattando le scelte all’incertezza e puntando sulla interdisciplinarietà. Ma anche per trarne insegnamenti da non scordare per il futuro.</p>
<p>In questa parte l’autore esplora le caratteristiche dei sistemi complessi, la loro capacità di generare proprietà che nascono dall’interazione tra i loro elementi, la necessità di considerare l’insieme delle relazioni, l’interdipendenza e l’unità delle cose, per renderci conto «della nostra finitezza e della nostra inseparabile appartenenza alla natura, ai suoi cicli e al suo percorso evolutivo, adoperandoci per rispettarne gli inafferrabili processi che la governano e ne assicurano la continuità».<br>
Tra i temi passati in rassegna: la difficoltà di fare previsioni, l’importanza di fare leva sul senso di responsabilità delle persone per affrontare le grandi emergenze della nostra epoca, l’importanza di collaborazione e solidarietà, il tempo della vita (e come riappropriarsene).<br>
Si tratta probabilmente della parte più densa del saggio, impegnativa alla lettura, anche se aiutata dallo stile scorrevole e chiaro e soprattutto dal continuo rimando a esempi concreti e conseguenze pratiche. Come i consigli per i “tessitori”, ovvero chi vuole imparare a integrare la visione analitica a quella sistemica (come chi tesse è attento a ordito e trama), ovvero sviluppare la specializzazione insieme alla integrazione, i due requisiti attraverso cui si sviluppano i sistemi complessi. A costo di rischiare lo spoiler, i cinque consigli meritano qui una citazione: sviluppare le relazioni, aprire la mente, portare rispetto, riconoscere la diversità, lavorare insieme.</p>
<h2 id="convivere-con-lincertezza">Convivere con l’incertezza</h2><p>La seconda parte del volume è dedicata in particolare ai limiti della conoscenza e alle distorsioni cognitive che possono indurre a scegliere in modo sbagliato e potenzialmente pericoloso per la salute. Ricordando che per Cèline “la verità è una menzogna che dura tutta la vita”, Bonaldi ricorda come l’illusione di possedere la verità assoluta non si addica alla scienza, che deve essere sempre libera.</p>
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<p>“Ciascuno deve essere libero di formulare nuovi quesiti, proporre nuovi ambiti di indagine, ipotizzare nuove spiegazioni, proporre nuove teorie, anche al di fuori delle concezioni prevalenti, in uno spirito aperto e costruttivo di cui la società deve farsi garante”.</p></blockquote>
<p>In questi capitoli Bonaldi passa in rassegna alcuni degli errori in cui la medicina è incorsa e continua a incorrere. Questa parte rispecchia anche la lunga esperienza dell’autore come presidente di <a href="https://www.slowmedicine.it/" rel="noopener">Slow Medicine,</a> l’organizzazione che da oltre vent’anni promuove una evoluzione culturale che porti a una medicina “sobria, rispettosa e giusta”.<br>
Ecco allora i capitoli sulle pratiche mediche a rischio di essere inappropriate, quando utilizzate in situazioni in cui la loro efficacia non è appoggiata a sufficienti prove scientifiche, con spreco di risorse pubbliche e rischi inutili per i pazienti; sulla talvolta mitizzata diagnosi precoce, che può finire col danneggiare le persone in buona salute; sulla vera e falsa prevenzione; sui lati negativi e potenzialmente dannosi degli screening; sul rischio (quasi sempre ignorato da chi si sottopone a un esame) della sovradiagnosi; sui conflitti di interesse e le pressioni del mercato; sugli inganni che possono nascondersi anche nei numeri, per esempio quando si parla di rischio.<br>
Sono pagine che raccolgono molto efficacemente i tanti lati non abbastanza noti della medicina contemporanea, aiutando ad affrontare la spinta a “fare sempre di più” che spesso la caratterizza: più esami, più screening, più farmaci, più cure… che aggravano inutilmente i servizi sanitari, togliendo risorse dove sarebbero invece necessarie. Bonaldi consiglia di praticare “un sano scetticismo”, e offre molte informazioni e suggerimenti che possono aiutare a comprendere e utilizzare meglio le informazioni sugli effetti dei trattamenti sanitari.</p>
<h2 id="preservare-lequilibrio-tra-ambiente-salute-e-medicina">Preservare l’equilibrio tra ambiente, salute e medicina</h2><p>Nella terza parte sono raccolti i capitoli che riguardano le grandi questioni ambientali attinenti alla salute. Come sottolinea Bonaldi, la nostra salute dipende dal contesto fisico e sociale in cui viviamo.</p>
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<p>Vivere in una comunità che pone attenzione alla vivibilità dell’ambiente, che promuove le relazioni sociali e agisce sulle disuguaglianze costituisce un tassello importante perché anche l’individuo goda di buona salute. La salute, come abbiamo già detto, non è solo una questione che riguarda la medicina. In pratica nessuna disciplina e nessun settore dell’organizzazione sociale possono ritenersi estranei alla salute. La salute è un affare di tutti!</p></blockquote>
<p>In questa parte sono trattati, in modo spesso anche molto concreto, i problemi che minacciano l’ambiente e le possibili soluzioni, con un focus particolare su che cosa dovrebbero fare i professionisti sanitari per realizzare un servizio sanitario di alta qualità, capace di salvaguardare la salute delle persone senza danneggiare il Pianeta.<br>
Non sono tralasciate le abitudini dei singoli: un capitolo è dedicato a come rendere più sostenibile la propria alimentazione e un altro illustra l’importanza dei microbi e il pericolo di un uso eccessivo di antibiotici. Sono incluse in questa parte alcune riflessioni su temi estremamente recenti, dalla Digital Health alla medicina personalizzata.</p>
<h2 id="una-guida-efficace-alla-riflessione-sulla-salute">Una guida efficace alla riflessione sulla salute</h2><p>Nel complesso, <em>Salute, medicina e dintorni</em> si presenta come una vera miniera di informazioni, sempre basate sulle prove scientifiche, e costituisce una guida molto utile alla riflessione. Un volume denso, sicuramente impegnativo, ma sempre chiaro, anche perché l’autore evita il ricorso alla terminologia tecnica che non sarebbe comprensibile al lettore laico.<br>
L’approccio al volume è comunque facilitato dal fatto che non si tratta di un saggio organico, ma di una raccolta di articoli, che si può leggere con molta libertà, perché l’autonomia dei capitoli (che si paga con qualche ripetizione) consente di gustarli anche singolarmente.<br>
L’attenzione particolare posta a offrire una lettura non solo interessante, ma anche utile, si riflette nella scelta di concludere i capitoli con alcuni consigli pratici, che aiutano a concretizzare e tradurre nella propria realtà quotidiana le riflessioni offerte dall’autore.<br>
La bibliografia che correda ogni capitolo offre sia la base scientifica su cui appoggiano i testi, sia spunti di approfondimento per chi li desidera.</p>
<p>È una lettura sicuramente consigliabile a chiunque sia interessato ad acquistare o accrescere la propria consapevolezza in un campo cruciale come quello della salute, e a capirne di più su questioni che a volte scoraggiano per la loro difficoltà intrinseca: considerando che la salute è una responsabilità importante per ciascuno di noi e, come impariamo proprio da questo libro, alla fine riguarda più la vita che la medicina e a tutti gli aspetti della vita si intreccia e si connette.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giulio Boccaletti: l'acqua è politica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giulio-boccaletti-lacqua-politica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giulio-boccaletti-lacqua-politica/</guid><pubDate>Wed, 17 Jan 2024 10:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>libri</category><description>Siccità di Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, è un&amp;amp;rsquo;opera che si colloca all&amp;amp;rsquo;intersezione tra politica, storia, geologia ed ecologia. Il libro analizza il tema dell&amp;amp;rsquo;acqua e della sua gestione, sottolineando come, dopo millenni di stabilità climatica, l&amp;amp;rsquo;Europa si trovi ora di fronte a nuove sfide relative alla risorsa idrica, causate da eventi estremi come siccità e alluvioni. Boccaletti enfatizza la necessità di una &amp;amp;ldquo;modernizzazione&amp;amp;rdquo; su larga scala, che richiede solidarietà internazionale e un approccio politico, per una gestione della risorsa più preziosa all&amp;amp;rsquo;altezza dei cambiamenti climatici in corso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giulio-boccaletti-lacqua-politica-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giulio-boccaletti-lacqua-politica-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Siccità</em> (Mondadori, 2023) è un libro politico, anche se intessuto di dati e notazioni storiche geologiche ed ecologiche. E ci serviva proprio. Soprattutto adesso che il governo italiano ha finalmente liberato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), peraltro oggetto di non poche critiche. E l’autore, Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, non lo nasconde. Dopo millenni di stabilità climatica, ora le risorse idriche nel continente europeo si comportano in un modo diverso rispetto al passato. I ghiacciai che si fondono, e che fra non molto spariranno, gli eventi estremi come siccità e alluvioni, gli eventi estremi in generale chiamano a nuove sfide. Ora ci tocca mettere mano una nuova “modernizzazione” - spiega Boccaletti - «la cui scala non si è vista in oltre un secolo. La nuova frontiera richiederà solidarietà tra le nazioni. Un progetto interamente politico».</p>
<p>Da sempre il territorio è stato &ldquo;ingegnerizzato&rdquo; per domare l&rsquo;acqua che lo percorre, che a tratti manca, che a volte lo sommerge con violenza esondando dai fiumi. La storia di città come Milano e del suo contado dal Quattrocento in poi, a cui l&rsquo;autore dedica alcune pagine, mostra quanto l&rsquo;acqua, incanalata e asservita ai bisogni di trasposto, agricoli e industriali, ma anche ricreativi, costituisca l&rsquo;infrastruttura delle nostre società ed economie. E così il patto che sta alla base del rifornimento di acqua potabile di New York e tante altre storie mostrano la necessità di governare le risorse idriche. Le mutate condizioni climatiche, che peraltro sembrano subire ogni anno che passa una preoccupante accelerazione, richiedono dunque una nuova &ldquo;ingegnerizzazione&rdquo;.</p>
<p>Le tecnologie sono importanti, ovviamente, ma le decisioni da prendere a livello europeo e italiano (per restare nel nostro) sono tali da richiedere un patto fra diversi portatori di interesse. E una governance non frammentata in un dedalo di enti, o demandata a autorità di bacino con scarse autonomia politica e capacità di spesa. C&rsquo;è molto da fare, insomma, e il tempo stringe.</p>
<h2 id="potere-e-gestione-dellacqua">Potere e gestione dell’acqua</h2><p>La gestione delle acque è sempre stato un requisito del potere dai tempi delle grandi inondazioni narrate dalla Bibbia o dagli antichi miti mesopotamici. Anche allora si trattava di mettersi in salvo, bonificare, e garantire l’acqua da bere e per coltivare. I grandi Imperi del passato - racconta Boccaletti anche nel suo altro monumentale libro, <em>Aqua: una biografia</em>, hanno edificato la loro potenza sul governo dell’acqua e del territorio.</p>
<p>Ancora oggi i paesi che hanno mantenuto in parte le <em>forma mentis</em> imperiale ne sono consapevoli. E’ il caso degli Stati Uniti che periodicamente intervengono con grandi investimenti per garantire al paese una sicurezza idrica sempre in forse. Non a caso parte dei 700 miliardi di dollari dell’<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Infrastructure_Investment_and_Jobs_Act" rel="noopener">Infrastructure Investment and Jobs Act</a> del 2021 è stato investito nello stoccaggio e convogliamento delle acque verso Ovest, in nuove reti di distribuzione potabile e nel risanamento di acque e terreni contaminati. Niente di simile o pochi spiccioli troviamo invece nel Next Generation EU, che in questo secondo l’autore rivela la mancanza di ambizione politica del progetto europeo.</p>
<h2 id="insicurezza-idrica-italiana">Insicurezza idrica italiana</h2><p>A scorrere i dati che Boccaletti rammenta in uno dei saggi iniziali di <em>Siccità</em>, si colgono la plasticamente le falle della sicurezza idrica italiana. L’acqua che ci piove in testa è sempre più o meno quella, 250-300 miliardi di metri cubi all’anno, ma distribuita durante l’anno in modo sempre più capriccioso e verrebbe da dire malevolo: ce n’è troppa quando non serve, poca quando manca. Da un terzo alla metà delle precipitazioni viene intercettato dalla vegetazione, per poi tornare in atmosfera come vapore, mentre il resto finisce nei fiumi e nelle falde (100-150 di metri cubi). Di questa, una buona metà resta a beneficio degli ecosistemi e l’altra viene impiegata per l’uso potabile (una quota piccola, il 3%) e molta di più per l’irrigazione (10-30 miliardi di metri cubi all’anno). Sembrerebbe che ci siamo e invece no, perché tutto si gioca in quel maledetto pendolo fra stagioni bagnate e stagioni asciutte, quando il sistema entra in crisi, i fiumi vanno in secca, ed esplode il conflitto fra usi in competizione fra loro: civili, industriali e agricoli. E nell’agricoltura fra colture insostenibili come le risaie (quasi la metà del consumo irriguo nazionale), le cerealicole, gli allevamenti intensivi, si gioca una partita difficile. L’incapacità di gestire gli usi idrici nelle stagioni siccitose segna il fallimento della politica, che in Italia non ha sviluppato un sistema abbastanza dinamico di licenze e diritti per rendere l&rsquo;acqua un bene fungibile e quindi cedibile a chi ne ha più bisogno. E nemmeno è riuscita, anche per opposizioni delle popolazioni locali, a garantire all’agricoltura e agli altri usi invasi e raccolte d’acqua sufficienti per i periodi di magra. L’insieme delle dighe e bacini italiani raccoglie infatti circa 10 miliardi di metri cubi d’acqua, la metà del fabbisogno agricolo, mentre la Spagna con i suoi 50 miliardi garantisce due anni e mezzo e gli Stati Uniti, con i suoi 700 miliardi, copre 4 annate. </p>
<h2 id="le-scelte-da-compiere">Le scelte da compiere</h2><p>Le soluzioni ingegneristiche tradizionali non sono le sole ad essere deficitarie. Affrontare la sicurezza idrica nel nuovo quadro climatico - in tempi di siccità ma specularmente anche nell’immancabile seguito di alluvioni - imporrebbe alla politica di pianificare la scelta delle colture più idonee, così come di gestire i boschi e gli altri habitat sempre in chiave di sicurezza idrogeologica. Ma i boschi che ricadono nei confini dei circa 8.000 comuni italiani sono in buona parte privati, come lo è di fatto la quasi totalità dei campi agricoli. Per questo motivo Boccaletti precisa che quando parla di politica non si riferisce solo a chi governa al centro e a livello locale, ma anche alla sensibilità, la conoscenza e l’educazione civica della popolazione, per buona parte da costruire o comunque aggiornare al nuovo quadro ambientale. Il paesaggio italiano non può in ragione della sua storicità e bellezza essere considerato intoccabile, per il semplice fatto che se non lo adatteremo noi al clima che cambia sarà il clima a sfigurarlo.</p>
<p>Buona parte della antologia degli scritti di Boccaletti affronta la natura politica, scientifica e culturale della gestione dell’acqua nel nostro paese, soffermandosi anche sulla tensione fra competenze tecnico-scientifiche e legittimità politica, a sua volta divisa fra pretese direttive del centro e istanze locali. «Serviranno una sintesi politica che descriva il paesaggio nazionale e una forte sussidiarietà che nella gestione assicuri la centralità dell’esperienza locale (l’acqua è sempre locale)», scrive Boccaletti. «E servirà che istituzioni preposte a coordinare, come le autorità di bacino, abbiano le risorse e il potere di negoziare».</p>
<h2 id="grandi-fiumi-grandi-risorse-grandi-problemi">Grandi fiumi, grandi risorse, grandi problemi</h2><p>La parte finale del libro è dedicato allo scenario internazionale, dove i problemi italiani scoloriscono davanti alla strutturale insicurezza idrica di molti paesi in via di sviluppo, nonostante i progressi registrati negli utlimi decenni in campo ambientale e sanitario. Un denso capitolo è dedicato anche alle guerre, che se non è corretto dire siano causate dall’acqua, hanno spesso trasformato fiumi e dighe in strumenti e occasioni belliche (si pensi al crollo della diga di Nova Kachovka nel giugno 2023 in Ucraina per mano russa). </p>
<p>Si ripercorrono così in una carrellata che a tratti ricorda il grande respiro storico di un Braudel le vicende politico-diplomatiche che si sono giocate in riva all’Indo, al Brahmaputra, al Mekong, al Nilo e al Giordano. Le trasformazioni che hanno interessato i grandi fiumi del pianeta ricapitolano infatti le grandi civiltà da cui sono scaturite, le loro epopee, il loro attuale disagio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giganti ghiacciati: il viaggio e le scoperte delle sonde Voyager</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager/</guid><pubDate>Tue, 16 Jan 2024 09:28:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>libri</category><description>Dalla progettazione delle loro missioni fino alle scoperte raccolte in oltre quarant&amp;amp;rsquo;anni di attività, Giganti ghiacciati , di Luca Nardi e Fabio Nottebella, è un inno alle sonde Voyager 1 e 2, lanciate nell&amp;amp;rsquo;ormai lontano 1977.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I dati raccolti e archiviati mantengono la loro validità anche dopo decenni. Infatti, un&rsquo;informazione vecchia di 40 o 50 anni può essere ulteriormente “spremuta” alla luce di nuove misure fatte con i telescopi sempre più potenti che entrano in funzione, oppure essere reinterpretata grazie a nuove simulazioni rese possibili da computer sempre più performanti. Ne abbiamo avuto recentemente un esempio con la rivisitazione delle immagini di Urano e Nettuno ottenute nel 1985 e 1989 dalla sonda Voyager 2, l’unica ad averli sorvolati. I dati raccolti e inviati a terra riga per riga, con la limitatissima capacità di trasmissione di bordo, erano stati elaborati dal JPL, che ne aveva fornito due iconiche immagini, azzurro pallido per Urano e blu intenso per Nettuno.</p>
<p>Ora ricercatori dell’Università di Oxford hanno rivisitato i dati, anche grazie alle immagini ottenute da terra e da HST e ne hanno fornito una nuova interpretazione, nella quale i due pianeti hanno colore molto simile. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-body-1.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-body-1.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-body-1.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2334" height="1640" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Crediti immagine: Patrick Irwin/University of Oxford/NASA. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/deed.it" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>

<p>Anche JWST ha immortalato i giganti gassosi ma, operando nell’infrarosso, non offre aiuto per capire il colore dei corpi celesti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/giganti-ghiacciati-viaggio-scoperte-sonde-voyager-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Crediti immagine: NASA/ESA/CSA/STScI/AndreaLuck.png). Licenza: CC BY 2.0 DEED" width="2560" height="1440" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Crediti immagine: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Quartet_of_Ringed_Giants_-_Jupiter,_Saturn,_Uranus_and_Neptune_-_NASA-ESA_JWST_Webb_Space_Telescope_%2853100897700%29.png" rel="noopener">NASA/ESA/CSA/STScI/AndreaLuck</a>. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/deed.en" rel="noopener">CC BY 2.0 DEED</a></p>

<p>Questa è solo una dimostrazione del continuo interesse suscitato dai pianeti esterni del sistema solare, cui è dedicato *<a href="https://edizionidedalo.it/giganti-ghiacciati.html" rel="noopener">Giganti ghiacciati. Sulle orme delle sonde Voyager alla scoperta di Urano e Nettuno</a> *(Edizioni Dedalo, 2023) di Luca Nardi e Fabio Nottebella. In effetti, il libro è un inno alle sonde Voyager 1 e 2, che, tra il 1979 e il 1989, hanno inanellato i passaggi ravvicinati (in gergo <em>fly-by</em>) di Giove e Saturno (e delle loro lune), seguiti, però solo per il Voyager 2, dall’esplorazione di Urano e Nettuno (con le loro lune ghiacciate), mentre il Voyager 1 veniva inviato verso le parti esterne del sistema solare.</p>
<p>Si trattò di una decisione in qualche modo “forzata” dalla scelta di fare un <em>fly-by</em> ravvicinato a Titano, ma rivelatasi in seguito molto azzeccata. Si chiama giustamente il “grand tour” del sistema solare, un “miracolo” reso possibile dall’allineamento dei giganti gassosi, che si ripete una volta ogni 175 anni.</p>
<p>Le missioni, lanciate nel 1977, sono ancora attive e, mentre Voyager 2 non sembra avere problemi, Voyager 1 a metà dicembre ha iniziato a inviare dati senza senso, facendo temere che qualcosa si sia guastato nel suo vetusto computer di bordo, che utilizza un software scritto negli anni ‘70 per computer e sistemi operativi che sono pezzi da museo. I tentativi di fare ripartire il sistema non hanno dato i risultati sperati e occorre rispolverare antichi manuali e avere molta pazienza. Voyager 1 è lontano e i segnali impiegano 22 ore e mezzo per raggiungerlo, quindi per sapere se lo spacecraft risponde ai comandi bisogna aspettare quasi due giorni.</p>
<p>La NASA è decisa a fare ogni sforzo per recuperare la sonda, che è uscita dalla sfera di influenza del Sole nell’estate del 2012 e, pur essendo ancora ben all’interno del sistema solare, è in una regione non più dominata dal vento solare. Voyager 2 è grossomodo alla stessa distanza dal Sole ma viaggia in una direzione diversa e ha passato l’eliopausa qualche anno dopo.</p>
<p>La storia della progettazione delle missioni, dell’approvazione (dopo una prima bocciatura), della costruzione, del lancio e di tutte le scoperte rese possibili dalle sonde attive da oltre 40 anni meritavano di essere raccontate e <em>Giganti ghiacciati</em> offre un&rsquo;avvincente panoramica di una straordinaria avventura scientifica. Durante i <em>fly-by</em> tutto doveva essere deciso in anticipo con grandissima precisione. Il tempo era pochissimo e i puntamenti da fare erano numerosi. Ogni immagine venuta male era un’occasione perduta per sempre, perché il passaggio di Europa, di Titano oppure dell’enigmatico Tritone non si sarebbe ripetuto. Questo è tanto più vero per Urano e Nettuno (con Tritone), che hanno avuto in Voyager 2 il loro unico visitatore.</p>
<p>I due <em>fly-by</em> del 1985 e 1989 hanno permesso di acquisire sui pianeti e sui loro satelliti informazioni importantissime che andrebbero approfondite con altre missioni - che, però, le agenzie spaziali sono restie ad approvare.</p>
<p>Solo Plutone era sfuggito ai Voyager. Infatti, al tempo del grand tour, quello che allora era il nono pianeta non era raggiungibile e questo lo aveva reso l’unico dei corpi principali del sistema solare a non avere ancora ricevuto la visita delle nostre sonde. Non restava che cogliere l’occasione che si è presentata nel 2006 con un allineamento favorevole tra Terra, Giove e Plutone, il quale ha permesso di sfruttare anche un calcio gravitazionale da Giove per rendere la missione New Horizons la sonda più veloce che abbiamo mai spedito per studiare i corpi del sistema solare. È un’occasione unica che si ripeterà tra due secoli, vista l’orbita del lontano Plutone. Pochi mesi dopo il lancio, avvenuto nel gennaio 2006, l’Unione Astronomica Internazionale, durante la sua assemblea mondiale ad agosto a Praga, ha declassato Plutone a minipianeta, cosa che non è stata affatto apprezzata dalla NASA. Purtroppo era stato scoperto un altro corpo ben più lontano di Plutone ma con massa superiore: l’hanno chiamato Eris, come la dea della discordia che fece nascere la guerra di Troia. Chiaramente ci dovevano essere numerosi oggetti simili al di là di Nettuno, non potevano essere tutti dei nuovi pianeti.</p>
<p>Così la sorte di Plutone (più piccolo della nostra Luna) venne decisa, cambiando la sua classificazione, non il suo interesse come rappresentante della terza zona del sistema solare, quella al di là di Nettuno. Per questo Neri e Nottebella hanno incluso Plutone trai i <em>Giganti ghiacciati</em>. Una licenza planetaria: sicuramente il piccolo Plutone è ghiacciato e il <em>fly-by</em> di New Horizons nel 2015 ha dato risultati assolutamente inaspettati, rispettando la grande tradizione dei Voyager.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sguardi femminili disvelano il cosmo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sguardi-femminili-disvelano-cosmo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sguardi-femminili-disvelano-cosmo/</guid><pubDate>Thu, 21 Dec 2023 11:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Ilaria Ampollini</dc:creator><category>arte</category><description>L’esplorazione e lo studio dell’Universo sono profondamente interconnessi alle modalità con cui i corpi celesti sono stati di volta in volta raffigurati e.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’esplorazione e lo studio dell’Universo sono profondamente interconnessi alle modalità con cui i corpi celesti sono stati di volta in volta raffigurati e ritratti, tanto che il rapporto dialettico tra l’astronomia e le sue immagini è uno dei più intensi e intriganti nella storia del pensiero scientifico. Il convegno <a href="https://lastatalenews.unimi.it/photographs-from-outer-space-female-archaeology-of-image-data" rel="noopener"><em>Photographs from Outer Space. A Female Archaeology of Image-Data</em></a>, promosso dall&rsquo;Università Statale con Human Hall, nell&rsquo;ambito del progetto PNRR Musa, ne ha dato un’ulteriore prova. Le tante e preziose voci, che sono state coinvolte dagli organizzatori Barbara Grespi e Luca Guzzardi, docenti presso il Dipartimento di Filosofia della Statale, hanno dato vita a un quadro composito e caleidoscopico, attorno a tra assi tematici principali quali l&rsquo;astrofotografia, le donne astronome e la cultura visiva.</p>
<p>Riflettendo sulle trasformazioni che nel tempo hanno interessato le rappresentazioni visuali degli oggetti astronomici, molti penseranno a Galilei e ai magnifici acquerelli della Luna che realizzò nel 1609, mentre osservava il satellite terrestre con il cannocchiale. Ad altri, invece, verranno forse in mente i globi celesti, tra i quali gli splendidi esemplari seicenteschi di Vincenzo Coronelli, che conquistarono persino Luigi XIV, oppure quelli tascabili, che si diffusero nel corso del Sette e Ottocento, a beneficio dei tanti appassionati di pianeti e costellazioni. Altri ancora si saranno ricordati della celebre mappa di Marte disegnata nel secondo Ottocento da Schiaparelli, in cui sono ben distinguibili quei canali che furono al centro di un vero e proprio fraintendimento linguistico (la traduzione inglese in <em>channels</em> fece pensare a canali artificiali e dunque alla presenza di costruttori…marziani). Sono solo alcuni esempi e nessuno di questi rende per altro conto di quello che fu un vero e proprio punto di svolta, occorso verso la metà del XIX secolo, ovvero l’invenzione della fotografia e il conseguente sviluppo della fotografia astronomica.</p>
<p>Diversi interventi del convegno hanno fatto opportunamente luce su questo passaggio, sulle nuove sfide che ha aperto e sui nuovi ruoli, molti di questi attribuiti specificamente alle donne, che hanno acquisito importanza. Guy Consolmagno, direttore della Specola Vaticana, ha per esempio ricordato le suore che parteciparono alla costituzione della <em>Carte du Ciel</em>, progetto che vide il via a Parigi nel 1887. Emilia Ponzoni, Regina Colombo, Concetta Finardi e Luigia Panceri, originarie della Lombardia e provenienti dall’Istituto Suore di Maria Bambina, catalogarono 481.215 stelle. Sulla base delle lastre fotografiche, queste suore calcolarono infatti posizione e brillantezza degli astri. Similmente, la keynote di A. S. Aurora Hoel (Norwegian University of Science and Technology) è stata l’occasione per dare spazio alle “donne calcolatrici” dell’Osservatorio di Harvard, sostanzialmente il corrispettivo statunitense alle suore del Vaticano e al Bureau des Dames dell’Osservatorio di Toulouse. Ingaggiate da Edward Pickering, Henrietta Swan Leavitt, Annie Jump Cannon, Williamina Fleming e Antonia Maury diedero un contributo fondamentale nella storia dell’astronomia -e alcune di loro non restarono certo relegate al ruolo di soli “computer umani”.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Le calcolatrici di Harvard, in un’immagine datata attorno al 1890" width="1532" height="1198" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Le calcolatrici di Harvard, in un’immagine datata attorno al 1890</p>

<p>Oggi, la fotografia astronomica è tra le protagoniste di un’ulteriore trasformazione, laddove le immagini vengono ottenute tramite rielaborazioni algoritmiche di una enorme mole di dati. Come ha ben mostrato Brooke Belisle, ricostruendo le rappresentazioni della Luna nella storia, dalle prime immagini stereoscopiche, che miravano a restituire un adeguato effetto di profondità, si è arrivati alle fotografie da smartphone, frutto di algoritmi che hanno alimentato il dibattito sull’autenticità dell’immagine ottenuta. Mentre la stereoscopia si basava proprio sul tentativo di riprodurre fedelmente la modalità di visione dell’occhio umano, sulla base degli studi sia di ottica che di fisiologia che caratterizzarono il XIX secolo, al contrario le immagini HDR che otteniamo oggi con gli smartphone non restituiscono in alcun modo quello che l’occhio umano, da solo, è capace di vedere. Questo rende l’apparecchio fotografico molto più simile al telescopio e al microscopio, trasformandolo di fatto in una protesi che non registra più l’atto della visione, nel momento in cui si compie, bensì mostra a posteriori allo sguardo umano ciò che era/non era visibile. È sicuramente interessante constatare che le tecnologie avanzate dei nostri smartphone ci fanno sostanzialmente toccare con mano problematiche analoghe a quelle con cui si confronta la Big Science.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-2.jpg.webp" alt="Foto stereoscopica della Luna (1858-59)" width="384" height="192" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Foto stereoscopica della Luna (1858-59).  <a href="https://blog.scienceandmediamuseum.org.uk/hidden-treasures-collection-stereo-images-moon/" rel="noopener">© Science Museum Group collection</a>. Creative Commons <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/it/deed.it" rel="noopener">BY-NC-SA</a></p>

<p>Paradigmatico e vero e proprio punto di svolta è stata, com’è noto, la prima fotografia di un buco nero.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="La prima immagine di un buco nero" width="1280" height="746" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">La prima immagine di un buco nero. Credit: <a href="https://www.eso.org/public/images/eso1907a/" rel="noopener">EHT Collaboration</a></p>

<p>Non è certo un caso che vari relatori vi abbiano fatto riferimento, tra i quali Francesco Giarrusso, dell’Università Cattolica di Milano, e Om Sharan Salafia, dell’Osservatorio Astronomico di Brera. Allo stesso soggetto è inoltre dedicato il documentario realizzato nel 2020 dal celebre storico della scienza Peter Galison (Harvard University) - che durante il convegno ha peraltro tenuto una <em>keynote lecture</em> che ha visto intrecciarsi il tema dell’oggettività a quello del ruolo delle donne nell’indagine scientifica.</p>
<p><em>Black Holes. The Edge of All We Know</em>, proiettato al termine della seconda giornata, ha il merito di raccontare, grazie anche all’aiuto di animazioni, l’impresa collettiva che ha portato alla fotografia di un buco nero situato nella galassia M87, a 55 milioni di anni luce dalla Terra (Scienza in rete ne ha parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/impossibile-splendida-immagine-buco-nero/">qui</a>). Dopo che la rete di radiotelescopi dell’Event Horizon Telescope Collaboration ha raccolto dati da cinque diversi continenti, e dopo che i dati sono stati sincronizzati, i diversi teams hanno iniziato a lavorare in parallelo per estrapolare da quei dati una “fotografia” del buco nero. I gruppi non hanno mai comunicato l’uno con l’altro, fino a quando non si sono riuniti per svelarsi a vicenda le immagini ottenute. La somiglianza delle immagini ha dato modo agli scienziati di ritenere di aver effettivamente tra le mani la prima fotografia di un buco nero. In parallelo, Galison ha seguito la collaborazione tra Andrew Strominger, Malcolm J. Perry e Sasha Haco, i tre fisici che hanno lavorato al fianco di Stephen Hawking nel tentativo di determinare le informazioni che il campo gravitazionale di un buco nero conserva circa la materia inghiottita. Anche in questo caso, emerge prepotentemente il senso della scienza come impresa collettiva, ancor più significativo quando tra i protagonisti c’è Hawking (morto durante le riprese del film), la cui figura è spesso sbrigativamente ascritta allo stereotipo del genio in solitaria. Malinconicamente, Strominger confida a Galison che dopo aver collaborato per così tanto tempo con Hawking, lo rende molto triste l’idea di non poter più aver accesso ai suoi pensieri.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="La locandina del film" width="1600" height="2400" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">La locandina del film. Credits: <a href="https://www.blackholefilm.com/images" rel="noopener">https://www.blackholefilm.com/images</a></p>

<p>Vale infine la pena menzionare uno degli <em>artist talk</em>, quello che ha visto Rossana Galimi, dottoranda presso il Dipartimento di Filosofia (Università Statale di Milano) dialogare con Ulrike Kuchner (University of Nottingham). La Kuchner è un’astrofisica di formazione (ha ottenuto il dottorato all’Università di Vienna) e artista: i suoi lavori si pongono lungo l’intersezione tra astronomia e arte, esplorando errori e incertezze, che Kuchner definisce come lo strumento più importante, e potente, della scienza.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-5.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-5.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/sguardi-femminili-disvelano-cosmo-body-5.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Un’immagine dell’installazione Data with Empathy di Ulriche Kuchner" width="3326" height="1867" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Un’immagine dell’installazione <em>Data with Empathy</em> di Ulriche Kuchner.</p>

<p>I suoi progetti seguono sostanzialmente due direzioni: da una parte, la volontà appunto di rendere visibile quello che la scienza tende a voler nascondere, ovvero i passi falsi; dall’altra, il desiderio di non solo incoraggiare, ma anche strutturare una collaborazione continuativa tra artisti e scienziati. Alla base, la convinzione che l’arte sia un veicolo irrinunciabile con cui la scienza può oggi trovare nuove modalità di dirsi e rappresentarsi. Così, tra le iniziative portate avanti dalla Kuchner, troviamo quella di un laboratorio in cui arte e scienza coesistono e partecipano alla costruzione del sapere. E qui non si può non pensare a Bruno Latour: non solo a una delle sue ultime <a href="https://www.science.org/content/article/bruno-latour-veteran-science-wars-has-new-mission" rel="noopener">interviste</a>, nella quale ribadiva la necessità per il mondo della ricerca di raccontarsi nel suo farsi, errori e incertezze compresi, sia ovviamente al volume <em>Laboratory Life</em> (1979), scritto a quattro mani con Steve Woolgar, in cui i due sociologi entrarono in un laboratorio per assistere “dal vivo” alla produzione di un fatto scientifico.</p>
<p>Ecco, alla luce dell’intervento di Ulrike Kuchner e dei tanti spunti offerti dal convegno, viene da chiedersi se gli artisti assolveranno in futuro il compito che è stato dei sociologi della scienza; osserveranno, cioè, come lavora la ricerca scientifica per offrirle nuovi modi di comprendersi, raccontarsi e rappresentarsi – siano questi modi fotografie algoritmiche, documentari o creazioni artistiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le scienziate raccontate con un gioco: un libro bello anche da regalare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienziate-raccontate-gioco-libro-bello-regalare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienziate-raccontate-gioco-libro-bello-regalare/</guid><pubDate>Mon, 18 Dec 2023 09:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>libri</category><description>Pensato per bambine e bambini, ma in fondo godibile anche per gli adulti, La scienza? Un gioco da ragazze! dà voce a 27 scienziate che raccontano in modo divertente, e anche emozionante, la loro storia. Per ognuna di loro una scheda offre spiegazioni e spunti di approfondimento (libri, film o podcast) sulla materia che hanno studiato, oltre a spazio per la creatività, invitando le piccole lettrici e i piccoli lettori a scrivere o disegnare sul libro stesso, personalizzandolo. In più, insieme al libro ci sono 54 carte per un “memory game” tutto in chiave femminile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/scienziate-raccontate-gioco-libro-bello-regalare-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/scienziate-raccontate-gioco-libro-bello-regalare-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ipazia, che ha sempre avuto la passione per osservare il cielo notturno. Maria Gaetana Agnesi, che si annoia con le bambole e ama la matematica. Ada Lovelace, che immagina il codice oggi utilizzato per programmare i computer. Mary Anning, che scopre fossili sulle scogliere. Eva Mameli, che parla con le piante ed è la prima donna a ottenere una cattedra di Botanica (oltre che la mamma di Italo Calvino, lo scrittore che ha trasformato la scienza in poesia). E poi naturalmente Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Valentina Tereškova, Katalin Karikò, Samantha Cristoforetti… e tante altre, famose o meno note, sono 27 grandi donne di scienza, che si sono dedicate alle discipline scientifiche con passione e grandi risultati, spesso sfidando e vincendo i pregiudizi del tempo. Molte volte il loro contributo non è stato riconosciuto o è stato sottovalutato e la paternità delle loro scoperte è stata attribuita ai colleghi.<br>
Ognuna di loro parla di sé, della sua vita, dei suoi studi e delle sue scoperte in prima persona. In generale si rivolge direttamente a lettrici e lettori, ma a volte, come Marie Slodowska Curie, scrive una commovente lettera a sua figlia. Oppure, come Margherita Hack, lascia la parola a uno dei suoi gatti.</p>
<h2 id="un-libro-non-solo-da-leggere">Un libro non solo da leggere</h2><p>Tra le 27 scienziate di cui Ilaria Canobbio, biologa, docente all’Università di Pavia, e Cecilia Osera, scientific officer presso l’IFOM, raccontano la storia in <a href="https://www.universshop.it/store/product/la-scienza-un-gioco-da-ragazze-di-cecilia-osera-e-ilaria-canobbio" rel="noopener"><em>La scienza? Un gioco da ragazze!</em></a> (Univers Edizioni, 2023, 111 pp., 23 euro) ci sono quelle famose e note a tutti, ma anche quelle che meriterebbero di essere conosciute di più, perché hanno dato contributi rimasti in ombra: come Mileva Marić, moglie di Einstein, che collaborò alla elaborazione della teoria della relatività o Rosalind Franklin, che scattò la prima fotografia del DNA. Notizie che potrebbero incuriosire e sorprendere anche qualche adulto.<br>
La scelta delle scienziate spazia nel tempo, da Ipazia a Cristoforetti, e percorre il mondo, includendo anche scienziate cinesi, come Madame Wu e Tu Youyou, e iraniane, come Maryam Mirzakhani. Non è stata dimenticata la biologa considerata la madre del movimento ambientalista, Rachel Carson, autrice di <em>Primavera silenziosa</em>. Il racconto della loro vita di scienziate è accattivante, nella necessaria brevità, anche grazie alle belle illustrazioni di Paolo Francescutto, sintetico, ma chiaro, capace di trasmettere emozioni e di incatenare lettrici e lettori alla pagina. Spesso sono raccontate le difficoltà affrontate e superate, i mancati riconoscimenti, ma anche il sostegno ricevuto da genitori e insegnanti, la stima di colleghe e colleghi, e i risultati ottenuti grazie a determinazione e tenacia.<br>
Molto stimolanti le schede di approfondimento, una per ogni scienziata, proposte per chi vuole appagare maggiori curiosità, che spiegano il significato di parole e concetti un po’ difficili e propongono ulteriori letture o film e podcast, per incoraggiare alla ricerca di altre informazioni: il viaggio attraverso le vite delle scienziate diventa così un viaggio attraverso la scienza stessa, un percorso che consente di scoprire le diverse materie toccate, dalla matematica alla fisica, dalla biologia all’etologia, dall’ingegneria alla farmacologia.<br>
Il libro non è poi solo pensato per essere letto passivamente: nello spazio “Mi piace perché”, che accompagna ogni scheda, le giovani lettrici e i giovani lettori sono invitati ad attivarsi, personalizzando il libro con la loro creatività, scrivendo i loro appunti e le loro riflessioni: e magari disegnando qualcosa nella cornice che compare nella stessa pagina.<br>
Insieme al libro ci sono poi 54 carte per giocare a Memory, da staccare e raccogliere nell&rsquo;apposita scatoletta montabile di cartone inclusa: per imparare a riconoscere nomi e volti delle scienziate, divertendosi.</p>
<h2 id="tutto-è-nato-da-un-gioco-sulle-scienziate">Tutto è nato da un gioco sulle scienziate</h2><p>Come spiegano le due autrici nell’introduzione, il libro nasce da un gioco: un memory game dedicato alle donne scienziate presentato a bambine e bambini durante la Notte Europea dei Ricercatori a Pavia, con l’intento di proporre i nomi e i volti di scienziate che hanno cambiato il mondo e raccontarne contestualmente la biografia e le scoperte.<br>
L’obiettivo era quello di scardinare alcuni preconcetti ancora presenti nella nostra società per cui alle bambine sono preclusi o sconsigliati alcuni percorsi di studio nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics): «Di fatto è pur vero ancora oggi che le differenze di genere nelle materie STEM (r)esistono e sono legate a pregiudizi culturali e sociali: la presenza nelle donne nelle STEM è inferiore a quella dei colleghi maschi a tutti i livelli e più evidente con l’avanzare della carriera. Basti pensare che solo 24 donne hanno ricevuto il Premio Nobel per la Scienza sui 340 assegnati nelle categorie fisica, chimica e medicina». Ne abbiamo parlato da poco <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/premi-nobel-top-cited-scientist-donne-ancora-poche/">anche su Scienza in rete,</a> del resto.<br>
Ecco perché le autrici hanno scelto di raccontare 27 scienziate nel tempo e nello spazio, che rappresentassero tutte le donne che hanno contribuito al progresso nella scienza, di molte delle quali si è purtroppo persa traccia.<br>
L’introduzione si conclude con questo bellissimo augurio, che facciamo anche nostro: «Ci auguriamo che questo libro e questo gioco possano accompagnare le bambine e i bambini tutti i giorni, cullarli nei sogni e ispirarli nelle scelte di vita, perché tutto è possibile, basta crederci fino in fondo. E speriamo che presto, in tutto il mondo, tutte le donne siano libere di poter studiare e realizzare pienamente i propri talenti».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Undici anni di scritti per Scienza in rete a firma Pietro Greco: l’e-book</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco/</guid><pubDate>Tue, 21 Nov 2023 16:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Undici anni di scritti per Scienza in rete, a firma Pietro Greco. Questo e-book raccoglie 240 dei suoi migliori articoli, dall&amp;amp;rsquo;ambiente alla fisica, dalle biografie di scienziati al rapporto tra scienza e società, dall’epistemologia alla politica della ricerca. Greco è stato un giornalista scientifico che ha contribuito più di altri alla promozione del concetto di «società della conoscenza», cercando di accrescere l’interesse per la scienza in un&amp;amp;rsquo;Italia non sempre attenta ai bisogni e all’importanza della ricerca.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Pietro Greco ha scritto per <em>Scienza in rete</em> oltre 350 articoli, dall’anno della sua fondazione nel 2009. Dopo la sua scomparsa a dicembre 2020, su idea di Luca Carra ed Eva Benelli, abbiamo deciso di raccoglierne alcuni in un libro. Il lungo processo di selezione e confronto ha portato a circa 240 articoli. Pieni di dati, riflessioni, informazioni. Il libro, in formato elettronico, si può acquistare sulle principali piattaforme online (tra cui <a href="https://www.ibs.it/per-societa-della-conoscenza-ebook-pietro-greco/e/9788831306355" rel="noopener">Ibs</a>, <a href="https://www.amazon.it/una-societ%C3%A0-della-conoscenza-ebook/dp/B0CLXQYP17/ref=sr_1_1" rel="noopener">Amazon</a> e <a href="https://www.mondadoristore.it/Per-societa-della-conoscenza-Pietro-Greco/eai978883130635/" rel="noopener">Mondadori</a>) al costo di 9,99 €.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/undici-anni-scritti-scienza-rete-firma-pietro-greco-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="pietro greco" width="1600" height="2560" loading="lazy" decoding="async">
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<p>I temi toccati dagli articoli sono innumerevoli: per agevolarne la lettura li abbiamo suddivisi tra ambiente, fisica, ricerca scientifica, scienza e società, storia della scienza e biografie di grandi personaggi. Gli argomenti trattati sono trasversali non solo a tutta la scienza, ma anche al resto del sapere. Non a caso Pietro Greco è stato uno dei giornalisti scientifici che ha contribuito di più alla promozione del concetto di “società della conoscenza”. Con questa locuzione si constata che oggi più che mai siamo circondati da bisogno di informazione e, al contempo, che questo bisogno deve essere soddisfatto adeguatamente. Si pensi solo al cosiddetto “consenso informato”, spesso, per la verità, piuttosto poco informato.</p>
<p>La società occidentale si trova in un processo continuo di democratizzazione, per citare Bobbio, la cui piena realizzazione non può prescindere dalla partecipazione di cittadini e cittadine consapevoli, formati e dotati di pensiero critico. Trasformare i cittadini in sudditi è un pericolo in agguato che ha rischiato di manifestarsi varie volte, per esempio con alcune riforme scolastiche di passati governi (Pietro Greco ha parlato anche di questo). La conoscenza deve essere quindi alla base di ogni decisione sia pubblica che privata: questo non è da intendersi come un fastidioso obbligo morale, quanto come un indiscutibile vantaggio sociale. Scegliere di vaccinarsi, passare alle energie rinnovabili, risparmiare risorse naturali, votare chi ha l’agenda politica migliore, per esempio, hanno effetti benefici innanzitutto su chi decide di farle.</p>
<p>Ovviamente, all’interno di questa ampia necessità di immergersi nel sapere, emerge il ramo più specifico del rapporto tra scienza e politica. Pietro Greco è stato infatti tra i promotori dell’iniziativa <em>Scienza in parlamento</em> che prevedeva l’istituzione di un ufficio permanente di consulenza scientifica parlamentare, come il <a href="https://post.parliament.uk/" rel="noopener">POST</a> in Regno Unito, per alzare il livello del dibattito politico a una posizione in cui le evidenze non sono in discussione. La nostra <a href="https://www.cortecostituzionale.it/documenti/download/pdf/Costituzione_della_Repubblica_italiana.pdf" rel="noopener">Costituzione</a> lo dà quasi per scontato: è indispensabile che l’esercizio tanto del voto quanto del governo della cosa pubblica (in senso lato) siano basati sulla conoscenza.</p>
<p>Vogliamo qui ricordare un’importantissima ulteriore eredità del giornalista ischitano. La formazione dei nuovi “comunicatori” della scienza. Che non sono solo semplici “divulgatori” (questo lo diceva molto spesso a lezione), ma attori a tutto tondo che hanno il compito di guidare la società proprio verso quegli obiettivi di conoscenza. Non ha molto senso chiedere di finanziare la ricerca scientifica (l’Italia ancora fa fatica a capirlo, ma dare soldi alla scienza fa crescere il PIL), se poi non si investe anche su chi la scienza la deve diffondere. Con questo spirito sono nati vari Master in comunicazione della scienza (e formule simili) in Italia, a partire dal primo alla SISSA di Trieste fondato proprio da Pietro Greco, come altri. Crediamo che sia importante rilanciare il ruolo centrale che questi corsi hanno. Fornire conoscenze e competenze solide per diffondere cultura scientifica - cosa molto diversa dal giornalismo di cronaca generalista - è infatti vitale. Servirebbe, forse, fare rete maggiormente tra queste figure, fornire loro un riconoscimento maggiore (si pensi ai titoli di studio richiesti dai bandi) e pubblicizzare di più l’esistenza dei Master stessi.</p>
<p>Questa è l’eredita principale di Pietro Greco, che non ha ovviamente lasciato solo a <em>Scienza in rete</em>, ma anche a Zadig stessa, <em>Tempo Medico</em>, <em>Radio3Scienza</em>, <em>Scienza Esperienza</em>, <em>Il Bo Live</em>, solo per citarne alcune, e in più di quaranta libri, come uno degli ultimi, <em>Homo</em>, quasi a testamento morale.</p>
<p>Quest’anno Zadig compie trent’anni. Come scriviamo nel libro, avremmo voluto volentieri festeggiarli insieme a Pietro Greco e a tanti altri amici, tra tutti Romeo Bassoli, con cui aveva condiviso la sua esperienza all’<em>Unità</em>. Come per tante altre realtà ed esperienze, Pietro è stato per noi un compagno di strada generoso. Ci piace l’idea di offrire a tutti i risultati di questa generosità di pensiero e di fatti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Capire il balenese: ascoltare per coesistere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/capire-balenese-ascoltare-coesistere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/capire-balenese-ascoltare-coesistere/</guid><pubDate>Fri, 03 Nov 2023 11:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><description>Se provate a cercare su un motore di ricerca come YouTube “whale sound” compariranno centinaia di video.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/capire-balenese-ascoltare-coesistere-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/capire-balenese-ascoltare-coesistere-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se provate a cercare su un motore di ricerca come YouTube “whale sound” compariranno centinaia di video. Molti di questi hanno l’etichetta “canti di balene per rilassarsi” e sottotitoli come “un’ora di relax con suoni di cetacei non-stop e senza musica”. Se non lo avete mai fatto, provate a ascoltare <a href="https://youtu.be/5tRMqbPH_pk?si=GhCzeh9rzqfabbeJ" rel="noopener">il canto delle megattere</a> e fatevi trasportare. Con quei suoni nella testa, immaginate il blu dell’oceano, di immergervi cercando di non sentirvi in preda alla vertigine mentre sotto di voi il blu si approfondisce e diventa nero. Un suono arcaico e magnetico, che incanta e rilassa chiunque lo senta. Ma non è sempre stato così, e se oggi molti di noi conoscono i versi di balene e delfini, fino all’inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo, si pensava ai mari come a liquidi regni del silenzio. Poi, i primi idrofoni, microfoni che possono essere immersi in acqua e registrare i suoni, hanno rivelato un paesaggio acustico marino inaspettato, pieno di click, schiocchi, crepitii, fischi e melodie che niente hanno da invidiare ai canti degli uccelli e al frinire dei grilli che si librano nell’aria in boschi e campagne (in buona salute). A questo mondo sonoro e all’esplorazione del suo significato è dedicato <em>Come parlare il balenese</em>, il bel libro del biologo e documentarista inglese <a href="https://www.tommustill.com/" rel="noopener">Tom Mustill</a>, edito in Italia da <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/come-parlare-il-balenese" rel="noopener">Il Saggiatore</a>.</p>
<p>Nel settembre del 2015, l’autore si trovava in vacanza nella baia di Monterey, in California, un posto famoso per la ricchezza di cetacei, dove ogni giorno partono numerose barche per portare i turisti a osservare balene e delfini di tante specie diverse. Mustill era su un kayak con una sua amica, incantato e anche un po’ intimorito di trovarsi a pelo d’acqua circondato da enormi cetacei. Poi il timore divenne paura reale: all’improvviso, dalla profondità dell’oceano si librò in aria, con un impressionante salto, una megattera, proprio sopra il kayak, per poi rituffarsi trascinando con sé i due malcapitati, risucchiati nel profondo e poi rispediti in superficie grazie alla spinta dell’enorme volume d’acqua spostata dal gigantesco cetaceo. Incredibilmente, Mustill e la sua amica erano usciti incolumi dall’incidente, anche se comprensibilmente scioccati, e si ritrovarono loro malgrado protagonisti di un <a href="https://youtu.be/8u-MW7vF0-Y?si=fn0WwIAC2ZnXLYop" rel="noopener">video virale</a> sul web. Rivedere la scena da un’altra prospettiva regalò a Mustill una sorta di maggiore veridicità all’incredibile accaduto, e lo pose di fronte a  martellanti interrogativi: perché la megattera aveva saltato vicino al kayak? E più in generale: perché le megattere saltano fuori dall’acqua? È vero, come commentaò una sua amica cetologa guardando al rallentatore il video, che la balena aveva invertito l’atterraggio per evitarli, accortasi di loro all’ultimo? Perché esistono tantissime storie di persone salvate in qualche modo dai giganti del mare? E come comunicano questi animali? Cosa si dicono? Alla ricerca di queste risposte Mustill incontra studiosi di cetacei sparsi in tutto il mondo, rendendosi conto che «di molte specie di cetacei non sappiamo nulla, solo piccoli pezzi delle loro vite, qualche avvistamento, ritrovamento di corpi spiaggiati, registrazioni di alcuni suoni».</p>
<h2 id="un-ascolto-che-salva-la-natura">Un ascolto che salva la natura</h2><p>La scoperta dei canti delle megattere si deve a <a href="https://rogerpayne.com/" rel="noopener">Roger Payne</a>, celebre biologo marino, che ha dedicato la sua vita allo studio e alla tutela dei cetacei. Nel 1967 Payne pubblicò su <em>Science</em> <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.173.3997.585" rel="noopener">uno studio</a>  in cui rivelava che questi canti hanno una struttura, fatta di strofe e ritornelli che si alternano seguendo un ordine ben preciso. Ogni canto dura dai 5 ai 20 minuti, si interrompe quando la balena sale in superficie per respirare e poi ricomincia da capo. Prima della pubblicazione scientifica, però, Payne decise di fare arrivare la potenza delle sue scoperte al grande pubblico, convincendo una casa discografica a incidere *<a href="https://open.spotify.com/album/5h96FXOFTdfJxanqdzoczd" rel="noopener">Songs of the humpback whales</a>, *un disco con le registrazioni delle megattere. Il disco fu allegato alla quarta di copertina del National Geographic, arrivò nelle case delle persone, meravigliò e commosse gli ascoltatori con tutta la sua incantevole potenza. Come ha raccontato Mustill alla presentazione del suo libro al <a href="https://www.festivalscienza.it/programma-2023/come-parlare-il-balenese" rel="noopener">festival della scienza</a> di Genova: «prima della pubblicazione delle canzoni, le balene erano per tutti solo “stupidi pesci”. Quei suoni le hanno rese vicine a noi, e le persone hanno iniziato a usarle per protestare contro l’industria baleniera».</p>
<p>Tra il 1950 e il 1960 l’industria baleniera era infatti <a href="https://ourworldindata.org/whaling" rel="noopener">ai suoi massim</a>i con un prelievo annuo di decine di migliaia di cetacei, sfruttati per le carni e, soprattutto, per l’olio (che serve ai cetacei proprio per emettere e recepire i suoni e comunicare tra loro), in tempi antichi usato per dare luce alle lampade e poi riscoperto un ottimo lubrificante per macchinari industriali. Anche l’ambra grigia, un secreto solido e oleoso dell’intestino dei capodogli, era un ricercato ingrediente per l’industria dei profumi. «Il prelievo industriale è stato fermato perché abbiamo iniziato ad ascoltare le balene» dice Mustill. Roger Payne aveva intuito la potenza di quei suoni, e capì che era fondamentale usarla per salvare le balene, ormai decimate, per impedire che davvero gli oceani si tramutassero in regni silenziosi. Il suo fu un gesto visionario e anche anticonvenzionale per un ricercatore, che prima ancora di pubblicare i suoi studi e di restituirli alla comunità scientifica, decise di usarli come grido di allerta contro le nostre rovinose azioni.</p>
<h2 id="le-nuove-frontiere-per-la-conservazione">Le nuove frontiere per la conservazione</h2><p>Il progresso tecnologico è stato fondamentale nel campo dell’etologia, strumenti sempre più raffinati ci hanno permesso di scoprire cose un tempo impensabili della vita degli animali. Grazie a collari in grado di emettere segnali radio, abbiamo iniziato a seguire gli spostamenti degli animali con antenne simili a quelle televisive, usate a piedi o montate su jeep o aerei ultraleggeri. Oggi possiamo farlo comodamente seduti davanti al computer grazie ai GPS, raccogliendo dati precisissimi anche in posti in cui sarebbe stato impossibile andare di persona. Fototrappole nascoste in natura ci permettono di vedere gli animali mentre si muovono nel loro ambiente, telecamere a infrarosso ci consentono di vedere nell’oscurità, i bat detector rilevano gli ultrasuoni prodotti dai pipistrelli, i radar e gli idrofoni quelli dei cetacei. Abbiamo iniziato a studiare come si comportano gli animali in tempi recenti, la nascita dell’etologia risale agli anni Trenta del Novecento, e da allora abbiamo scoperto sempre più cose. Sappiamo che i delfini si chiamano per nome, con fischi firma che identificano i singoli individui, sappiamo che il barrito degli elefanti non è che uno dei suoni che i pachidermi usano per comunicare, sappiamo che molte specie, inclusi diversi cetacei, hanno una cultura, apprendono e si tramandano i canti, e hanno dialetti specifici in aree geografiche diverse. Abbiamo scoperto che gli altri esseri che con noi abitano il pianeta sono complessi, hanno identità e personalità distinte, comunicano, hanno sentimenti, sono immensamente lontani dagli oggetti animati descritti da Cartesio.</p>
<p>Quanto ancora ci può aiutare la tecnologia a approfondire la conoscenza degli animali è l’interrogativo che anima le pagine di <em>Come parlare il balenese</em>. Oggi abbiamo a disposizione una potenza computazionale incredibile, una tecnologia affascinante e a tratti inquietante, che, se ben governata, può permetterci di approfondire le nostre conoscenze del mondo animale. Un esempio è il progetto <a href="https://happywhale.com/home" rel="noopener">Happywhale</a> che combina <em>citizen science</em> e software di riconoscimento. Le code delle megattere sono infatti caratteristiche per ogni individuo, una sorta di impronte digitali, e un tempo i ricercatori si basavano su foto ben fatte da analizzare a schermo per identificarle a occhio. Happywhale raccoglie immagini caricate da utenti in tutto il mondo e usa un algoritmo per l’identificazione e la catalogazione. Ad oggi (ma il numero è in costante crescita) sono  state raccolte quasi 720000 immagini, che hanno permesso di identificare 103131 individui  e di ricostruire attraverso gli avvistamenti le migrazioni delle balene e la struttura dei gruppi. Grazie ai ricercatori di Happywhale, Mustill ha scoperto che la megattera che gli è piombata addosso era un maschio, nome in codice CRC12564.</p>
<p>E poi c’è chi sta proprio cercando di tradurre il balenese: è il progetto multidisciplinare <a href="https://www.projectceti.org/" rel="noopener">CETI</a> (Cetacean Translation Initiative) che raggruppa biologi, esperti di robotica, programmatori, analisti, linguisti e crittografi. Il focus delle <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2589004222006642" rel="noopener">ricerche</a> sono i capodogli , conosciuti ai più come Moby Dick, il leviatano del romanzo di Melville. Attraverso un software che lavora un po’ come i traduttori automatici, e che è in grado di decodificare automaticamente i suoni, il team di CETI sta cercando di creare una sorta di alfabeto dei capodogli. I primi risultati hanno già permesso di capire che i suoni dei capodogli sono molto più ricchi di quello che si credeva, e creati, come il nostro linguaggio, dalla combinazione di fonemi. I software permettono di distinguere e identificare i singoli individui, e così si è visto che hanno conversazioni che ricordano le nostre: un capodoglio aspetta che finisca di “parlare” un altro individuo prima di rispondere. Di più: combinando droni e uno speciale microfono che aderisce alla pelle dei cetacei simulando la presa a ventosa delle remore, i ricercatori possono accoppiare a riprese video i suoni emessi sott’acqua.</p>
<p>Insomma, la tecnologia, e l’AI in particolare, promette nuovi scenari, in cui forse saremo in grado di tradurre i linguaggi di alcuni animali. «Quello che troveremo cambierà la prospettiva filosofica su noi stessi» dice Tom Mustill. «La tecnologia ci aiuta a ridefinire le nostre idee. Per esempio, non sapevamo ci fossero microbi finchè non abbiamo usato i microscopi. Interagire con le altre specie potrebbe aiutarci a vivere in modo più collaborativo e mutualistico. D’altro canto, il rischio è che, se scoprissimo come dialogare con gli animali potremmo usare questo per manipolarli, inquinare i loro linguaggi, e utilizzarli per i nostri scopi». Cosa che d’altronde già succede, delfini e beluga purtroppo sono stati usati in diverse occasioni come <a href="http://https://www.nationalgeographic.com/animals/article/140328-navy-dolphin-sea-lion-combat-ocean-animal-science" rel="noopener">strumenti per le azioni militar</a>i. Ma il punto di Mustill sta nell’importanza di sperimentare, di tentare nuove strade guidati dall’obiettivo di tutelare il mondo naturale dalle costanti minacce che ancora rendono difficile il futuro di molte specie di cetacei. L’inquinamento acustico creato da barche, estrazione di petrolio e altre attrezzature umane ostacola le comunicazioni degli abitanti marini. Il passaggio delle imbarcazioni <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0003347215003735" rel="noopener">ammutolisce</a> letteralmente le megattere , per non parlare dei <a href="https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2017.00295/full" rel="noopener">sonar militari</a> che causano spiaggiamenti di massa di numerose specie di delfini. Moltissimi cetacei <a href="http://https://iwc.int/management-and-conservation/bycatch" rel="noopener">si impigliano e muoiono soffocati nelle reti da pesca</a>, siano esse in funzione o una delle tante fantasma che fluttuano nelle correnti: si stima che ogni anno nel mondo siano circa 300000 quelli che muoiono in questo modo. Il traffico nautico rende alquanto complessi gli spostamenti delle balenottere azzurre che devono letteralmente cercare di schivare le navi, come dimostra uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-021-82220-5" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Nature Scientific report</em>s dai ricercatori della ong cilena Ballena azul (qui <a href="http://https://www.instagram.com/p/CKwwplnpsDl/?utm_source=ig_web_copy_link&amp;igshid=MzRlODBiNWFlZA==" rel="noopener">una animazione</a> del percorso ad ostacoli che devono affrontare).</p>
<h2 id="lempatia-nasce-dalla-comprensione">L&rsquo;empatia nasce dalla comprensione</h2><p>Studiare la complessità degli animali e dei loro linguaggi ci cambia, in parte ci toglie quel senso di essere speciali in questo mondo, il che, per alcuni, è fastidioso. Ci pone domande etiche, rispetto alle azioni che compiamo, e ci mette in condizioni di poter essere più solidali. « L&rsquo;empatia può nascere solo dalla comprensione, e la comprensione deriva dall&rsquo;informazione e dalla comunanza. Non nasce dal nulla, ma quando si impara a conoscere la vita degli altri e si trovano dei parallelismi con la nostra vita» afferma Mustill. Uno dei rischi è passare dall’antropodiniego della scienza classica, che rifiuta la possibilità di pensieri complessi e sentimenti negli animali, all’antropomorfismo, ovvero a una totale umanizzazione e attribuzione agli animali di modi di interpretare il mondo uguale al nostro. «Credo che siano entrambi sintomi della mancanza di esposizione: dell&rsquo;immaginare gli animali piuttosto che viverli». E sono entrambi modi sbagliati di pensare all&rsquo;alterità animale. Se negare ogni forma di pensiero articolato e sentimento negli animali, riducendoli a oggetti animati  è riduttivo, è vero che ogni specie ha il suo universo sensoriale con cui esplora il mondo, e forzatamente non può avere lo stesso modo di percepire e sperimentare la vita di un essere umano. La chiave, come dice Mustill, è quella di ascoltare in modo acritico, liberandoci dai preconcetti. Uscire dall&rsquo;antropocentrismo che ci porta ad ascoltare solo noi stessi, e provare a sentire il mondo intorno a noi. Scrutiamo le stelle, esploriamo lo spazio alla ricerca di altre forme di vita, le immaginiamo in romanzi e film, attribuendo agli alieni abilità (il più delle volte mostruose) diverse dalla nostra. Ma poniamo poca attenzione a quello che c&rsquo;è di diverso intorno a noi, su questo pianeta.</p>
<p>Insomma, la conoscenza è la chiave della coesistenza e della tutela, come dimostra il disco di Payne, che ha salvato molte balene da una imminente estinzione negli anni Settanta. E poi ci vuole un po&rsquo; di fiducia nel futuro. «Spesso pensiamo di essere cattivi. Pensiamo di essere come un cancro sulla terra. Pensiamo di essere un problema terribile a causa delle cose terribili che facciamo. Ma il rischio, facendo così, è che diventi una profezia che si autoavvera: se gli animali sono condannati non c’è niente da fare e quindi li rendiamo ancora più condannati. Nell’ultima intervista che ho fatto a Roger, quando stava morendo, mi ha detto che era molto pessimista per la direzione in cui stiamo andando, ma al contempo ottimista, perché la natura umana può cambiare molto rapidamente nelle sue concezioni e quindi nelle azioni» commenta Tom Mustill.</p>
<p>Poco prima di morire, lo scorso giugno, Roger Payne ha scritto un <a href="https://time.com/6284884/whale-scientist-last-please-save-the-species/" rel="noopener">bellissimo articolo</a> per il Time. In esso afferma “la sfida consiste ora nel capire come motivare noi stessi e i nostri simili a fare della conservazione delle specie la nostra vocazione più alta, qualcosa che non potremo mai rimandare, sminuire o cancellare. Come possiamo trasmettere questa idea al mondo intero? La chiave è l&rsquo;ispirazione. […] Credo che forme di vita straordinarie come le balene possano farci focalizzare sull&rsquo;urgenza di porre fine alla nostra distruzione del mondo naturale. Molti dei problemi più gravi dell&rsquo;umanità sono causati dal disinteresse per le voci degli altri, compresi i non umani&quot;. Come dargli torto?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando la natura infrange le nostre leggi. Recensione di Wanted! di Mary Roach</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-natura-infrange-nostre-leggi-recensione-wanted-mary/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-natura-infrange-nostre-leggi-recensione-wanted-mary/</guid><pubDate>Wed, 25 Oct 2023 08:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Che succede quando la natura irrompe nei nostri spazi e non rispetta le nostre regole? Questa la domanda al centro del libro di Mary Roach, edito in Italia da Aboca edizioni, che indaga in modo acuto e ironico il nostro rapporto con animali e piante che turbano la nostra tranquillità. Unica pecca una bufala tutta italiana a tema lupo che fa capolino tra le pagine e disturba la lettura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/quando-natura-infrange-nostre-leggi-recensione-wanted-mary-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/quando-natura-infrange-nostre-leggi-recensione-wanted-mary-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cosa succede quando la natura interferisce con le nostre attività? Se i gabbiani distruggono eleganti allestimenti di rose per un’importante cerimonia religiosa, gli alci attraversano all’ultimo la strada, gli orsi rovistano nei rifiuti o mettono il naso dentro le tende e gli alberi cascano in testa alle persone? Come ci mostra Mary Roach nel suo libro <em>Wanted! Quando la natura reagisce alla prepotenza dell’uomo e infrange le sue leggi</em>, edito in Italia da Aboca edizioni, la nostra risposta non è quasi mai la tolleranza.</p>
<p>Il libro si apre con un carteggio del 1659 tra cinque comuni dell’Italia settentrionale, in cui si fa riferimento a un procedimento giudiziario a carico di alcuni bruchi per ripetuti danni alle coltivazioni. Questi bruchi furono chiamati a presentarsi sul banco degli imputati per rispondere dei loro reati il 28 giugno, ma ovviamente, malgrado i cartelli inchiodati agli alberi del bosco, nessuno di loro si recò in tribunale. Il processo si svolse lo stesso, con un avvocato d’ufficio. La sentenza fu clemente, riconosceva ai bruchi di poter vivere liberamente e felicemente, ma patto che ciò non “compromettesse la felicità dell’uomo”. Questa frase riassume in modo eccezionale il nostro rapporto con gli animali, che non è poi così tanto cambiato a quattro secoli di distanza. Certo, rispetto ai nostri antenati seicenteschi abbiamo qualche punto in più: esistono conoscenze scientifiche, una maggiore consapevolezza dell’importanza di tutelare il mondo naturale (anche se le nostre azioni vanno in direzione opposta) e una pluralità di sentimenti verso i nostri coinquilini del pianeta. Ma, in fin dei conti, sta ancora tutto lì: gli animali (e in generale la natura) sono belli finché non ci danno fastidio, e se lo fanno diventano nocivi, nemici, qualcosa da controllare.</p>
<p>Nel suo viaggio intorno al mondo per scoprire come vengono affrontati i conflitti con la fauna (ma anche con le piante) Mary Roach incontra biologi, tecnici, ingegneri, persone che dedicano la loro vita a cercare di trovare una soluzione affinché gli animali non compromettano la felicità dell’uomo. Così frequenta un corso per diventare un CSI dell’identificazione dei carnivori responsabili di attacchi alle persone, si aggira di notte nel centro di Aspen, Colorado, per spaventare gli orsi neri americani che frugano in cassonetti mal gestiti dalle persone, visita in India campi devastati dagli elefanti e foreste “assediate” dai leopardi, a Dehli ascolta i lamenti di chi si trova macachi dentro casa che, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, fanno irruzione e devastano tutto. Chi si occupa di fauna cerca soluzioni, perché spesso chi ci dà fastidio e turba la nostra felicità è una specie a rischio di estinzione. In altri casi sono specie comuni, vincitrici dell’Antropocene, che hanno saputo trovare un modo di prosperare in ambienti profondamente trasformati da azioni umane, e in fondo sono un po’ “colpevoli” di questo, perché invadono i nostri spazi prepotentemente.</p>
<p>Mary Roach alterna reportage e riflessioni e aneddoti, e condisce il tutto con una scrittura molto ironica che evidenzia gli aspetti grotteschi di questa nostra caccia agli armamenti per disfarci dei problemi selvatici. Un esempio è la storia dell’aeroporto militare costruito nel 1941 nelle isole Midway, sperdute nel bel mezzo del Pacifico, a metà strada tra America e Giappone. Questo atollo è casa per diverse specie di uccelli marini, inclusi gli albatros dai piedi neri, ed è diventato tristemente famoso nel 2009 per un <a href="https://www.albatrossthefilm.com/" rel="noopener">reportage</a> sulla moria dei pulli nutriti con la plastica da ignari genitori. Ma torniamo al 1941: costruito l’aeroporto, strategico in tempi di guerra, l’esercito si trovò a fare i conti con gli abitanti alati dell’isola, che incappavano nei motori o impedivano l’atterraggio. Come racconta Roach, iniziò una vera e propria operazione militare per disfarsi di quelli che venivano definiti “stupidi uccelli” (gooney birds): alcuni uomini armati di manganello passavano sette ore al giorno, ogni giorno, a uccidere con mazze e bastoni gli albatros. Ma malgrado una carneficina impressionante, con una stima di ottantamila uccelli uccisi, il problema si ripresentò tal quale nella stagione successiva. Si sperimentarono fucili, <em>bazooka</em>, mortai, sempre con risultati modesti di eradicazione. Poi nel 1957 vennero arruolati degli scienziati che iniziarono variegati esperimenti, dalla naftalina nei nidi all’introduzione di serpenti, per fare posto ai velivoli militari a discapito degli uccelli marini. Niente mai funzionò, ma alla fine dei conti, quando l’aeroporto fu dismesso, nel 1993, si constatò che il numero più alto di incidenti registrato fu proprio mentre si torturavano gli albatros per scacciarli. Oggi al posto dell’aeroporto c’è una riserva marina, ma i poveri albatros sono comunque sotto il nostro indiretto attacco, uccisi dalla plastica che si accumula in mare.</p>
<p>Unica pecca del libro, che sorprende verso la fine e rompe l’incanto di questa documentata e divertente analisi, è una notizia falsa ambientata proprio in Italia, riportata dalla scrittrice così come gliela comunica il suo intervistato, senza una verifica della veridicità del messaggio. Mary fa visita allo Stato Vaticano, dove il problema sono i gabbiani che devastano gli allestimenti floreali per le messe papali e tra i vari che intervista c’è un bioeticista, Padre Carlo, che lavora alla Pontificia Accademia per la Vita, per parlare dell’enciclica papale <em>Laudato sì. Sulla cura della casa comune</em> e di come ci si pone, dunque, rispetto al cercare di disfarsi da animali fastidiosi. Segue una serie di riflessioni stimolanti, ma poi il religioso “cita l’esempio della reintroduzione dei lupi in zone dell’Italia in cui c’era sovrappopolamento di cervi e cinghiali”. Questa affermazione fa sobbalzare dalla sedia qualsiasi zoologo, ancor di più chi si impegna per una divulgazione scientifica che sia corretta. Ho sperato, leggendo, che la scrittrice correggesse nelle frasi successive di commento quanto dichiarato dal suo intervistato, con una verifica delle informazioni, ma purtroppo questo non accade, anzi viene rincarata la dose. Ho provato a contattare la scrittrice, ma senza successo. L’ufficio stampa dell’editore italiano si è mostrato molto gentile, ma di fatto non potranno aggiungere una errata corrige che menzioni che quanto riferito è una <em>fake news</em>. Una di quelle radicate, dure a morire, di quelle che aumentano i conflitti già di per se accesi con il lupo. Il predatore è infatti tornato a popolare la nostra penisola negli ultimi cinquant’anni grazie a una serie di fattori naturali quali lo spopolamento delle aree interne nel secondo dopoguerra, la ripresa del bosco, l’aumento delle prede e la tutela legale. Contrariamente ad altre specie, come cervi, caprioli, stambecchi, camosci e, tra i carnivori, l’orso sulle Alpi, non ci sono però mai state reintroduzioni del lupo. Cervi e cinghiali inoltre sono soggetti al prelievo venatorio, l’introduzione di un predatore per abbassarne il numero è pura fantasia, di ispirazione d’oltreoceano. Altrove nel mondo, in effetti, si è tentato di rimediare a errori umani con altri errori, è il caso dell’Australia, dove, dopo aver rovinosamente introdotto i conigli sono state introdotte le volpi, ma le volpi poi hanno iniziato a predare i marsupiali locali, sommando un danno ecologico a un altro. Ma niente di tutto questo è successo in Italia con i lupi. Insomma un gran peccato, a venti pagine dal finale trovare questa grandissima imprecisione, che mina un po’ la fiducia nella veridicità di altri aneddoti riportati nei capitoli precedenti. Anche se, nella maggior parte degli altri capitoli gli intervistati sono esperti di fauna, e i fatti riportati sono corretti e documentati, salvo un problema di traduzione italiana, che usa come sinonimo orso nero e orso bruno (che sono due specie distinte e con comportamenti differenti).</p>
<p>A parte il dispiacere per aver trovato una vecchia e falsa leggenda, il libro resta una piacevole lettura, piena di spunti sul nostro rapporto con gli animali, che evidenzia quanto ancora c’è da fare per trovare un modo per condividere gli spazi e affrontare in modo pragmatico e pacifico i problemi che possono insorgere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Oppenheimer, un film che tratta alla pari scienza ed etica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/oppenheimer-film-tratta-pari-scienza-etica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/oppenheimer-film-tratta-pari-scienza-etica/</guid><pubDate>Sun, 27 Aug 2023 13:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabio Terragni</dc:creator><category>pace</category><description>Quella del fisico Robert Oppenheimer è una vicenda controversa e ricca di luci e ombre; già oggetto di numeroso biografie, ora è protagonista dell&amp;amp;rsquo;omonimo film diretto da Christopher Nolan: lo recensisce per Scienza in rete Fabio Terragni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/oppenheimer-film-tratta-pari-scienza-etica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/oppenheimer-film-tratta-pari-scienza-etica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È vero: non è stato Robert Oppenheimer a “inventare” la bomba atomica. Il più tragico conseguimento della scienza e della tecnologia del &lsquo;900 è frutto del primo esempio di Big Science: il Progetto Manhattan, lo sforzo senza precedenti condotto dal governo americano per anticipare la Germania nazista, che è costato oltre due miliardi di dollari e che ha coinvolto decine di migliaia di fisici di primissimo piano, di ingegneri e tecnici.</p>
<p>Ma a Oppenheimer è toccata una sorte speciale: dopo aver creato e guidato per tre anni la città laboratorio di Los Alamos, dove è stata fisicamente creata la bomba, in piena Guerra Fredda ha osato mettere in dubbio la strategia americana della corsa agli armamenti, e in modo particolare alla bomba a idrogeno. Tanto è bastato perché i suoi scrupoli morali, le sue posizioni politiche, il suo aperto sostegno ai negoziati di controllo della proliferazione delle armi nucleari nell’America Maccartista, lo facessero precipitare dalle stelle alle stalle, dai vertici degli apparati scientifico-militari USA al sospetto di collusione con l’Unione Sovietica, da eroe della nazione all’esclusione dall’accesso alle informazioni più segrete e sensibili. Verrà riabilitato anni dopo, solo quando una commissione del Senato avrà chiarito la strumentalità delle accuse mossegli. Ma nel frattempo sarà stato umiliato: il Prometeo americano, colui che ha rubato l’energia atomica agli Dei per consegnarla nelle mani dell’uomo, avrà subito il suo supplizio.</p>
<p>Il percorso personale di Oppenheimer è ben noto ed è stato raccontato da diverse biografie; è una vicenda controversa, piena di luci e di ombre e, come tutto il Progetto Manhattan, ancora materia di discussione per gli storici della fisica. Mi guardo bene dal voler esprimere un parere a riguardo. Come spettatore appassionato di scienza, voglio invece esprimere un’opinione sul film che il regista inglese Christopher Nolan ha recentemente tratto dal libro di Kay Bird e Martin Sherwin, vincitore del Premio Pulitzer nel 2006. È semplice: andatelo a vedere! Credo che sia destinato a rimanere nella storia del cinema, anche perché ha il coraggio di trattare una vicenda storica di grande attualità, come quella legata alla produzione e all’uso degli ordigni atomici, rendendola al tempo stesso archetipica e profondamente umana. I temi sullo sfondo sono gli stessi che agitano il pensiero dalla “scoperta” del fuoco: l’ambizione e la frenesia della conoscenza, l’imbrigliamento della potenza naturale, l’uso del superpotere che ne deriva, la lotta per il controllo, le angosce della responsabilità. Temi che risuonano nella contraddittoria personalità di Oppenheimer, resa in maniera magistrale dal regista e dall’attore che lo interpreta, Cillian Murphy.</p>
<p>Il film è diviso in tre parti, che – come sempre accade nella cinematografia di Nolan – non si svolgono in serie, ma in parallelo. I tre tempi della vita del fisico americano (dalla formazione accademica in Europa, all’introduzione della meccanica quantistica negli Stati Uniti, all&rsquo;edificazione di una scuola di fisica avanzata negli USA, alla bomba; la messa in stato di accusa nel &lsquo;54; la riabilitazione a opera di una commissione senatoriale nel &lsquo;58) si intrecciano e come in un thriller disvelano lentamente la verità. Tre ore di tensione, di passione, in cui si incontrano le compagne e i compagni di vita del fisico, le sue aspirazioni intellettuali, le sue debolezze, ma anche molti protagonisti della scienza del secolo scorso, i fisici che l’hanno resa grande, come Einstein, Born, Bohr, Heisenberg, Szilard, Fermi. Come in un improbabile corto circuito, Nolan riesce a portare il grande pubblico a vivere l’avventura della scienza e le preoccupazioni che ne derivano, nel caso specifico quelle che hanno condotto i fisici del 900 prima a promuovere le ricerche sull’utilizzo bellico dell’energia nucleare, per scongiurare il rischio di un dominio tecnologico del Nazismo, e poi a chiedere di non utilizzare quella prima bomba contro il Giappone, o addirittura a cercare il bando assoluto.</p>
<p>Devo ammettere la mia ammirazione. Nolan, regista e autore, riesce a non banalizzare le domande della scienza, anche le più complesse e di difficile comprensione (come i buchi neri o i paradossi spazio-temporali), rendendole fruibili e appassionanti per tutti, in alcuni casi addirittura poetiche, come in <em>Interstellar</em>. Gli attori, i più importanti, corrono a recitare nei suoi film, rendendo interpretazioni indimenticabili, come a mio parere è quella di Robert Downey Jr. in <em>Oppenheimer</em>. E in questo suo ultimo film riesce a dar dignità alla supposta <em>naïveté</em> dell’etica della responsabilità, che qui fronteggia e sfida la <em>hybris</em> scientifica e tecnologica e la logica spietata della lotta per il potere, in una dialettica difficile, contraddittoria, non lineare, dall’esito non scontato. La settima arte, quella della cinematografia, con Nolan tratta alla pari la scienza e l’etica.</p>
<p>Se potessimo trovare la stessa consapevolezza nei protagonisti della storia contemporanea, governi e grandi imprese tecnologiche, il dialogo sulle questioni del momento – come il cambiamento climatico e l’intelligenza artificiale – forse potrebbe essere meno banale e più risolutivo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trafficanti di natura: il commercio illegale di piante e animali selvatici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trafficanti-natura-commercio-illegale-piante-animali-selvatici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trafficanti-natura-commercio-illegale-piante-animali-selvatici/</guid><pubDate>Thu, 10 Aug 2023 17:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><description>Il saggio Trafficanti di natura del giornalista scientifico Rudi Bressa, pubblicato quest&amp;amp;rsquo;anno da Codice Edizioni, offre una panoramica su alcuni degli esempi più significativi (e non molto conosciuti) di una minaccia sommersa quanto rilevante: il traffico illegale di specie animali e vegetali. E di come sta danneggiando la biodiversità da cui dipende la nostra stessa specie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/trafficanti-natura-commercio-illegale-piante-animali-selvatici-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/trafficanti-natura-commercio-illegale-piante-animali-selvatici-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Finiscono nelle case come oggetti d’arredamento o animali da compagnia, in pentola come piatto forte per menù di lusso, in pillole e preparati di varia natura come ingredienti della medicina tradizionale. Sono rettili, mammiferi, pesci, animali di ogni genere – e in effetti neanche solo animali, ma anche piante. Che in comune hanno proprio questo: un elevato apprezzamento da parte del mercato, che guida un traffico tanto illegale quanto pericoloso perché, oltre a mettere a rischio la conservazione di molte specie, danneggia gli ecosistemi da cui noi stessi dipendiamo – senza contare i rischi collaterali <a href="https://oggiscienza.it/2020/06/04/zoonosi-traffico-animali-selvatici/index.html" rel="noopener">come quello di zoonosi</a>.</p>
<p>Al commercio illegale di specie selvatiche è dedicato <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/trafficanti-di-natura/" rel="noopener"><em>Trafficanti di natura</em></a>, il saggio del giornalista ambientale e scientifico Rudi Bressa, pubblicato quest’anno da Codice Edizioni. Una panoramica lucida e documentata su un mercato in parte conosciuto, ma con ancora molti lati oscuri. Se da un lato, infatti, il traffico di animali o derivati iconici come l’avorio, le scaglie di pangolino o il corno di rinoceronte si sono guadagnati spesso il loro posto sui media e sono oggetto di numerose indagini e studi, dall’altra per specie meno conosciute il problema è rimasto troppo spesso trascurato.</p>
<h2 id="fenomeno-vasto-eppure-sottostimato">Fenomeno vasto, eppure sottostimato</h2><p>Guardando ai numeri, dobbiamo partire da una considerazione: tutto ciò che sappiamo del traffico illegale di selvatici ci proviene solo da informazioni indirette. Questo per la natura stessa del commercio che, essendo illegale, avviene di nascosto, al di fuori dei canali e dei monitoraggi ufficiali: le informazioni che possiamo racimolare sono quelle provenienti dai sequestri, che danno un’idea della dimensione del fenomeno, ma ne rappresentano una sottostima, la parte per così dire fallita del mercato nero.</p>
<p>Il che è davvero allarmante, perché non si tratta di cifre di lieve entità: le oltre cento tonnellate di zanne di elefante bruciate nel 2016 nel parco nazionale di Nairobi; le sette tonnellate di scaglie di pangolino (corrispondenti a circa 17.500 individui) sequestrate a maggio dalla dogana nigeriana; i 4.400 rettili vivi (tra cui coccodrilli, alligatori, tartarughe, serpenti, lucertole, gechi) sequestrati nel 2019 dall’Interpol con l’operazione denominata &ldquo;Blizzard&rdquo;; i 12,3 milioni di cavallucci marini essiccati sequestrati dalla marina peruviana nel 2019. Sono solo alcuni dei molti, troppi esempi che possiamo trovare nelle pagine del libro, e che spiegano anche perché le stime sul commercio di specie selvatiche possano avere uno scarto ampio tra una fonte e l’altra. In breve, come scrive Bressa: «È un po’ come le sostanze stupefacenti: le quantità sequestrate sono spesso solo la punta dell’iceberg e danno solo una stima di quali siano le reali quantità che circolano a livello globale».</p>
<h2 id="dagli-asini-al-teak-le-specie-di-cui-non-si-parla">Dagli asini al teak: le specie di cui non si parla</h2><p>D’altronde, si diceva, per alcune specie scarseggiano anche le informazioni. All’attenzione altissima rivolta ad alcuni animali (e ai derivati che se ne ricavano), <em>Trafficanti di natura</em> ha il pregio di affiancare specie di cui ben di rado di sente parlare e per le quali scarseggiano anche gli studi. L’esempio più eclatante è quello dell’asino: scrive Bressa che, al netto di una mancanza di dati uniformi, gli asini sono sempre meno nel vecchio continente, soppiantati nel corso del XX secolo dalle macchine agricole e oggi allevati per pochi scopi specifici (dagli interventi assistiti con gli animali alla produzione di latte d’asina); il progenitore selvatico sopravvive negli appena 600 individui sparsi in alcune regioni africane, messo in difficoltà dalla perdita di habitat, dalla caccia e dalla competizione per le risorse con il bestiame domestico.</p>
<p>Eppure proprio l’asino, o meglio la sua pelle, ha oggi una domanda altissima sul mercato: è infatti usata per la preparazione dell’<em>ejiao</em>, una gelatina che fa parte della medicina tradizionale cinese ed è prescritta per i più svariati problemi di salute, da quelli della pelle alla prevenzione degli aborti. Si tratta di un problema nato solo negli ultimi anni, ma che ha portato a un boom di domanda con conseguente crescita degli allevamenti, concentrati nei Paesi africani, cui si affianca un traffico illegale fatto di furti dei capi alla popolazione locale, per la quale l&rsquo;asino è spesso ancora fondamentale per il sostentamento; oppure si pratica il commercio legale, ma usato per nascondere il commercio di specie protette. E che sta facendo calare drasticamente la popolazione di asini in alcuni Paesi.</p>
<p>Se, d’altronde, rimangono spesso ignorate dai media alcune specie animali (magari, come nel caso dell’asino, perché il commercio avviene in aree lontane dall’Italia: come scrive Bressa, «chi di voi ha mai sentito parlare dell’<em>ejiao</em>?»), questo è ancora più vero per le specie vegetali. Che non sono invece ignorate a livello commerciale: <em>Trafficanti di natura</em> ne cita molte, dedicando un intero capitolo al teak, considerato “il re dei legni”, ma che è anche (come titola il capitolo stesso) “legno insanguinato”. Coltivato nelle zone tropicali e subtropicali di tutti i continenti, il più ricercato è però quello proveniente dal Myanmar, che ne rappresenta il principale produttore al mondo. A scapito, però, della foresta primaria: si stima che in vent’anni, tra il 1990 e il 2020, sia andato perduto il 27% delle foreste del Paese e un terzo della deforestazione sia attribuibile proprio alla produzione di legname. Inoltre, spiega Bressa, «il costosissimo legno, insieme a molte altre materie prime di cui il Paese è ricco, è considerato il carburante per una delle dittature militari più sanguinarie che l’ex Birmania abbia mai conosciuto» (il riferimento è, ovviamente, al colpo di stato militare del 2021).</p>
<h2 id="perché-il-traffico-di-specie-selvatiche">Perché il traffico di specie selvatiche?</h2><p>Questo per fare qualche esempio sulle specie. Che dire degli usi? Perché queste piante e questi animali sono così intensamente oggetto del traffico, a volte anche legale, a volte del tutto illegale? Le ragioni sono svariate, perché si va dall’arredamento o, come nel caso del teak, all’industria navale, all’alimentazione, al desiderio di uno status symbol rappresentato da un animale da compagnia o da un pranzo esotico. È innegabile che torni più volte, di pagina in pagina, un ruolo forte anche della medicina tradizionale (non solo cinese) che, con i suoi ingredienti, sta mettendo in seria difficoltà diverse specie. Di fronte a questi impieghi variegati ma, verrebbe da dire, un po’ futili o quantomeno leggeri (per molti preparati della medicina tradizionale non è stato verificato alcun effetto), sorge spontanea la domanda: chi compra questi animali o derivati? Perché sono così importanti?</p>
<p><em>Trafficanti di natura</em> prova a offrire una risposta, riportando gli studi – che non sono pochi – che cercano di tracciare gli identikit degli acquirenti. Nel caso del pangolino, per esempio, il consumo della sua carne in Africa sembra niente più di un’abitudine consolidata insieme ad altri alimenti parte del bushmeat, come lo scimpanzé o il leopardo; in Asia è uno status symbol per pasti di lusso. Secondo un sondaggio dell’ong TRAFFIC, che monitora il commercio di fauna selvatica, gli uomini cha acquistano i prodotti derivati dalla tigre sono di solito</p>
<blockquote>
<p>Sulla cinquantina, socievoli, estroversi e in cerca del rispetto dei loro coetanei; usano la colla di ossa di tigre come medicina o afrodisiaco, mentre regalano altri prodotti derivati dalla tigre (dal vino agli artigli) per assicurarsi il rispetto della famiglia o dei propri superiori.</p></blockquote>
<p>Si potrebbe pensare allora che il fenomeno non sia altro che un effetto di culture lontane dalla nostra. Ma non è affatto così, e rimarcare il ruolo dell’Europa e dell’Italia è senz’altro uno dei grandi pregi del saggio: il traffico illegale ci coinvolge, eccome. Non solo come hub o riferimenti per l’export in alcuni casi (per l’anguilla, che non può essere riprodotta in cattività e dev’essere allevata partendo dallo stadio larvale, i Paesi più coinvolti dal mercato nero sono Spagna, Francia e Portogallo) ma anche come diretti consumatori. Per esempio, Bressa dedica un intero capitolo al mercato delle molte specie di uccelli catturate illegalmente in Italia per l’alimentazione o per essere usate come richiamo dai cacciatori, o perfino come pet.</p>
<p>C’è una domanda che risuona forte e chiara in tutte le pagine di <em>Trafficanti di natura</em>. È una domanda cui il libro non pretende (e lo esplicita) di fornire risposta, ma che ne rappresenta la conclusione principale: come possiamo fermare questo mercato, prima che porti definitivamente all’estinzione le specie coinvolte o finisca di massacrare ecosistemi già duramente provati da tante attività antropiche? Basteranno le azioni di sensibilizzazione, servono pene più severe (e più applicate)? Vietare il commercio di alcune specie farà più danni che l’aumento di controlli, o potrebbe essere una valida soluzione? Rispondere è più urgente e importante che mai, per trovare il modo di fermare un mercato che, tra domanda e offerta, si comporta «come se la natura fosse un parco a tema da sfruttare per gioco, se si hanno abbastanza soldi e potere».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I vantaggi del metodo scientifico nell’era della post-verità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita/</guid><pubDate>Fri, 28 Jul 2023 11:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><description>Una doppia recensione di Marco Taddia, dedicata a due libri sulla verità: Le gioie della scienza (Bollati Boringhieri, 2022), di Jim Al-Khalili, e Quale verità? Mentire, fingere, nascondere (ripubblicato nel 2023 da La Nave di Teseo), di Umberto Eco.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È opinione diffusa che la bulimia informativa di cui molti si lamentano abbia contribuito non poco a farci entrare, da qualche decennio, quasi senza accorgercene, nell’era della post-verità. Siamo disorientati da un sovraccarico di notizie, fake-news e smentite, cosicché non è raro provare un certo imbarazzo se sentiamo il bisogno di formarci un’opinione sulla verità dei fatti.</p>
<p>Il termine post-verità si riferisce a una «Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all&rsquo;emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l&rsquo;opinione pubblica» (Treccani). Pare che il primo a parlare di <em>Post-Truth</em> sia stato il drammaturgo serbo-americano Steve Tesich, che nel 1992 lo utilizzò nell’articolo <a href="https://www.thefreelibrary.com/A&#43;government&#43;of&#43;lies.-a011665982" rel="noopener"><em>A Government of Lies</em></a>.</p>
<p>Ci chiediamo talvolta se sia possibile riacquistare, con l’aiuto del metodo scientifico, un minimo di controllo della situazione, insomma se è ancora possibile riuscire a distinguere il vero dal falso. Secondo Jim Al-Khalili (Bagdad, 1962), la risposta è affermativa e ce lo spiega in una delle otto brevi lezioni per esercitare il metodo scientifico contenute nel saggio <em>Le gioie della scienza</em> (Bollati Boringhieri, Torino, 2022). Al-Khalili è noto ai lettori italiani appassionati di divulgazione scientifica perlomeno da una decina d’anni, quando uscì, sempre per Bollati Boringhieri, <em>La fisica del diavolo. Maxwell, Schrödinger, Einstein e i paradossi del mondo</em> (2012). Al-Khalili è un fisico quantistico, docente di fisica teorica e di comunicazione scientifica all’Università del Surrey, presente spesso sui canali televisivi britannici e curatore di una serie radiofonica per BBC-Radio 4.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita-body-1.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita-body-1.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita-body-1.jpeg.webp 1247w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1247" height="1920" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><em>Le gioie della scienza</em>, tradotto da Laura Servidei, conferma le doti di Al-Khalili come eccellente divulgatore. Il primo capitolo del libro, intitolato <em>O è vero o è falso</em>, è, con ogni probabilità, quello più attinente alle esigenze di chi sente il peso dell’odierno eccesso di informazione. Chi ne avesse la possibilità potrebbe leggerlo in parallelo con quanto scrisse sull’argomento il nostro Umberto Eco (1932-2016) in un arco di tempo che va dal 1969 al 2013 e che è stato recentemente ripubblicato da La Nave di Teseo (Milano, 2023), sotto il titolo <em>Quale verità? Mentire, fingere, nascondere</em>. In una bustina di Minerva del 1996 Eco spiegava perché nel corso delle campagne elettorali si dicevano molte bugie; scriveva: «…la vita va così un poco dappertutto. Ma è certo che talora si sente la nostalgia di qualcuno che ci dica la verità, solo la verità, nient’altro che la verità». Tuttavia, chi poteva riuscirci, se dai suoi scritti <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/06/10/dove-sta-la-verita-per-umberto-eco-e-solo-unillusione/7189243/" rel="noopener">si arriva perfino a sospettare</a> che egli ritenesse la verità un’illusione? Infatti, qualche anno dopo (1969), parlando dell’obiettività delle notizie, scriveva che «il compito del giornalista non è quello di convincere il lettore che egli sta dicendo la verità, bensì di avvertirlo che egli sta dicendo la “sua” verità». Una buona notizia, diceva Eco, è quella che distingue tra testimonianza sui fatti e testimonianza sui valori. L’obiettività, secondo Eco, significa dire «non si dà una notizia se non interpretandola, se non altro per il fatto di sceglierla».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/vantaggi-metodo-scientifico-nell-era-post-verita-body-2.jpg.webp" alt="" width="536" height="729" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ma torniamo ad Al-Khalili, in un terreno più favorevole per gli scienziati. Egli ci consiglia di non accettare acriticamente tutto quello che vediamo o che ci viene detto, tenendo in considerazione tutte le prove affidabili e tutte le possibili opzioni, perché le verità oggettive esistono «indipendentemente dal fatto che ci si creda o meno».</p>
<p>Non è possibile qui parlare degli altri sette capitoli, ovvero sette lezioni per esercitare il metodo scientifico nella vita quotidiana, ma non si può trascurare quello che ci esorta a riconoscere i nostri pregiudizi prima di giudicare le idee degli altri, per non divenire prede del cosiddetto pregiudizio di conferma. Al-Khalili ci ricorda che «Tutti tendiamo a sentirci più a nostro agio protetti nella nostra bolla, circondati da persone che la pensano come noi…la nostra visione del mondo viene amplificata e si rafforza attraverso la ripetizione e la conferma…sviluppando pregiudizi e preconcetti che diventano molto difficili da rimuovere». Il pensiero scientifico può aiutare a “vaccinarci” contro questo e altri punti ciechi e Al-Khalili spiega in che modo.</p>
<p>Un altro capitolo d’attualità, in un mondo che fa emergere spesso la faziosità, è quello che ci esorta a non temere di cambiare idea, evitando quella che gli psicologi chiamano “dissonanza cognitiva”. Oggi che prolifera il “complottismo” è salutare anche la lezione che ci insegna a difenderci da esso, sotto le diverse forme in cui può disturbare il nostro bisogno di chiarezza.</p>
<p>Insomma, siamo di fronte due libri non solo di gradevole lettura ma anche molto utili, che si integrano a vicenda. Quello di Al-Khalili è arricchito da un glossario, una bibliografia e una ventina di consigli di lettura per approfondire gli argomenti trattati. È un’occasione di arricchimento personale che, una volta di più, ci mostra quello che l’autore chiama «la vera bellezza della scienza».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La cura inaspettata, un libro sulle due facce dell’HIV</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cura-inaspettata-libro-due-facce-dell-hiv/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cura-inaspettata-libro-due-facce-dell-hiv/</guid><pubDate>Wed, 12 Jul 2023 07:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><description>Una storia lunga quarant’anni: è quella ripercorsa ne La cura inaspettata (Mondadori, 2023) di Alessandro Aiuti e Annamaria Zaccheddu, dedicato ad HIV e a come da “peste del secolo” sia diventato (anche) un valido alleato della terapia genica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/cura-inaspettata-libro-due-facce-dell-hiv-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/cura-inaspettata-libro-due-facce-dell-hiv-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In varie storie e film un nemico pericoloso finisce per rivelarsi, inaspettatamente, un prezioso alleato. A volte, questo capita anche nella realtà – perfino in quella biomedica.</p>
<p>È quanto successo con i virus, o almeno alcuni. Come l’HIV, per esempio: e proprio all’HIV è dedicato <a href="https://www.mondadori.it/libri/la-cura-inaspettata-aiuti-alessandro-annamaria-zaccheddu/" rel="noopener"><em>La cura inaspettata</em></a> (Mondadori, 2023), il libro di Alessandro Aiuti, vice-direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica di Milano e direttore dell’Unità Operativa di Immunoencologia pediatrica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. A firmare con lui queste pagine è Annamaria Zaccheddu, biotecnologa che lavora nella comunicazione scientifica di Fondazione Telethon.</p>
<h2 id="storie-di-famiglia">Storie di famiglia</h2><p>Questo è un libro che racconta della ricerca e delle sue sfide, ma è anche, almeno per certi aspetti, una storia di famiglia. Seguendo una logica linea temporale per “presentare” HIV, il virus responsabile dell’AIDS, infatti, la prima parte del saggio è dedicata agli albori dell’epidemia, dai primi casi segnalati negli Stati Uniti alla sua comparsa in Italia. Dove Fernando Aiuti, padre di Alessandro, è diventato uno degli esperti principali sulla malattia, seguendola in prima linea già dai primi casi segnalati, per poi contribuire non solo allo studio dell’AIDS ma anche alla lotta allo stigma che ha portato e purtroppo <a href="https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=105420" rel="noopener">porta ancora</a> con sé. È ancora famosa, infatti, la <a href="https://www.testhiv.it/hiv-rosaria-iardino-niente-campagne-istituzionali-cosi-il-virus-dilaga" rel="noopener">foto</a> che lo immortala a dare un bacio a Rosaria Iardino, una donna sieropositiva, per dimostrare che la saliva non rischia di trasmettere il virus.</p>
<p>L’ansia della ricerca per individuare le cause dell’AIDS, fino all’identificazione del virus responsabile e prima del tutto sconosciuto; la sofferenza dei pazienti malati, compresi i bambini cui il virus era trasmesso per via materna; le difficoltà nel trovare una terapia efficace, che ha rappresentato una vera e propria sfida per il mondo biomedico (solo nel 1996 si è arrivati alla prima terapia anti-retrovirale, la cosiddetta HAART): sono tutti aspetti che il libro trasmette in modo chiaro, profondamente umano, anche grazie alle parole di chi vi è passato in prima persona. Si sente, insomma, il profondo coinvolgimento dell’autore, che ha seguito le orme paterne in più di un senso.</p>
<p>Alessandro Aiuti, infatti, non solo ha anch’egli portato avanti gli studi in medicina (sebbene, racconti, la passione per il lavoro di laboratorio gli avesse inizialmente fatto pensare di seguire gli studi in biologia), ma si è anche dedicato alle immunodeficienze. Se, però, l’immunodeficienza causata da HIV è del tipo detto “acquisito” (dal virus, appunto), le ricerche di Alessandro Aiuti si sono orientate invece alle immunodeficienze primitive, un vasto gruppo di malattie congenite che determinano una perdita di funzionalità, totale o parziale, del sistema immunitario. L’origine di queste malattie è genetica: ed è proprio qui che torna in campo HIV.</p>
<h2 id="hiv-lalleato-inatteso">HIV, l’alleato inatteso</h2><p>Aiuti e Zaccheddu seguono questo virus nel lungo percorso che ha compiuto nell’ambito della terapia genica. Il primo indizio del ruolo che HIV avrebbe potuto avere viene da un articolo apparso su <em>Science</em> nel 1996, proprio lo stesso anno che ha visto arrivare le prime valide terapie per contrastarne l’infezione. Lo <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.272.5259.263" rel="noopener">studio</a>, che vedeva come primo autore l’italiano Luigi Naldini, dimostrava che HIV poteva essere modificato ed essere così impiegato come vettore di geni, consentendo anche d’integrarli in modo stabile nel DNA. Questo lavoro, condotto su cellule umane e murine in cultura, rappresenta una pietra miliare della storia dei vettori virali nella terapia genica, e ha permesso l’ingresso ufficiale dei vettori lentivirali, derivati da HIV, tra i possibili candidati. È il primo passo di quello che Aiuti e Zaccheddu chiamano un “paradosso virale”: il nemico può diventare un alleato; il patogeno, un farmaco di precisione.</p>
<p>L’accoglienza all’idea di usare un virus temuto come HIV per la terapia genica, per inciso, non è stata inizialmente del tutto calorosa. Da una parte, «l’HIV e l’AIDS facevano ancora troppa paura» e, dall’altra, non era ancora chiaro, né scontato quanto applicabile fosse la pratica. Nonostante qualche battuta d’arresto, però, la terapia genica è riuscita ad arrivare in clinica. L’Italia, in questo senso, ha avuto un ruolo primario.</p>
<p>È di nuovo il 1996 quando viene costituito l’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget), che ha anche rappresentato il primo posto di lavoro per Aiuti. È qui che nasce la prima terapia genica basata su cellule staminali, approvata nel 2016, usata per il trattamento dell’ADA-SCID, un tipo d’immunodeficienza dovuta alla mancanza di un particolare enzima. Ed è qui che nasce anche quella per il trattamento della leucodistrofia metacromatica. Si tratta di una malattia metabolica dovuta all’assenza o al malfunzionamento di un enzima, a causa del quale l’organismo accumula sostanze dette sulfatidi in vari organi, soprattutto nel cervello: i sintomi si presentano nell’infanzia e peggiorano progressivamente fino a portare alla morte in giovane età. La terapia messa a punto all’SR-Tiget, <a href="https://www.telethon.it/storie-e-news/news/dalla-fondazione/via-libera-in-europa-a-libmeldy-prima-terapia-genica-approvata-per-la-leucodistrofia-metacromatica/" rel="noopener">approvata nel 2020</a>, consente di inserire un vettore lentivirale, derivato da HIV, nelle cellule staminali del paziente: una volta reinfuse, le cellule sono in grado di raggiungere il cervello e replicarsi esprimendo il gene mutato – e, di conseguenza, consentendo la produzione del gene mancante o malfunzionante.</p>
<h2 id="sfide-anche-etiche">Sfide, anche etiche</h2><p>Questi quarant’anni di storia di malattia, cura e ricerca hanno molti fronti e campi ancora da esplorare; per esempio, SR-Tiget sta tutt’ora portando avanti sperimentazioni per una terapia genica, basata su un vettore lentivirale, per il trattamento della sindrome di Wiskott-Aldrich, un’immunodeficienza primitiva legata a una mutazione sul cromosoma X (infatti interessa quasi esclusivamente i maschi). </p>
<p>Alle considerazioni sui risultati e le prossime frontiere della ricerca, comunque, <em>La cura inaspettata</em> affianca anche considerazioni di ordine etico che non possono essere ignorate. Per esempio, Aiuti e Zaccheddu riportano del rischio di ritiro dal mercato di Strimvelis, il farmaco usato per la terapia genica di ADA-SCID di cui abbiamo parlato poco fa, perché, come annunciato nel marzo 2022, l’azienda produttrice voleva concentrare le proprie attività su altre malattie. «La decisione di Orchard Therapeutics e, più in generale, lo scenario di disinvestimento dalla terapia genetica per le malattie genetiche rare in Europa ci ha molto demoralizzato», scrivono gli autori. «È innegabile però che per sviluppare e mantenere sul mercato farmaci così complessi, destinati a pochi pazienti all’anno, sia difficile sul lungo periodo». Le ragioni sono diverse, a partire da quelle di ordine economico.</p>
<p>Ma, continuano, «È inaccettabile che terapie in grado di cambiare la vita di bambini come quelli raccontati in queste pagine non siano disponibili soltanto per motivi economici. Tuttavia, il modello attuale di sviluppo è insostenibile e va ripensato».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’Infinito in un infinito</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/infinito-infinito/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/infinito-infinito/</guid><pubDate>Fri, 23 Jun 2023 07:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Tommaso Maccacaro</dc:creator><category>numeri</category><description>Tra il concetto d&amp;amp;rsquo;infinito numerico e la poesia leopardiana, l&amp;amp;rsquo;esercizio matematico dell&amp;amp;rsquo;astrofisico Tommaso Maccacaro per “sconvolgere la mente” di chi legge.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/infinito-infinito-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/infinito-infinito-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Di infinito ho già scritto tempo addietro (vedi <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/infinito-no-grazie/">qui</a> su <em>Scienza in rete</em>). Ma è un concetto che, di ricorrente, mi ossessiona. Dunque lo riaffronto.</p>
<p>Come fisico, e in particolare astrofisico, ho un po’ imparato a maneggiarlo anche perché, in fisica, l’infinito è cosa rara, ed è spesso indice di un problema matematico da risolvere, proprio per eliminarlo. È l’infinito tutto matematico, piuttosto, che mi disturba - e di infiniti, i matematici ci insegnano che ce ne sono molti. C’è quello grande-grande; è il primo che abbiamo incontrato. Ci è successo da piccoli, quando imparando a contare, ci hanno insegnato – e ci è sembrata cosa naturale, addirittura intuitiva – che ai numeri interi si può sempre aggiungere uno. I numeri diventano sempre più grandi e, come i rotoloni di una ben nota marca di carta igienica, non finiscono mai. Si può procedere con il +1 fino all’infinito.</p>
<p>Più o meno contemporaneamente abbiamo imparato che oltre all’infinito grande-grande c’è anche un infinito piccolo-piccolo. Si prende un numero e lo si divide per due. E poi ancora e ancora. Diventa sempre più piccolo, infinitamente piccolo, ma rimane un numero positivo diverso da zero. Anche qui si può andare avanti con le divisioni fino all’infinito.</p>
<p>Forse, proprio perché con questi due infiniti ci conviviamo fin da bambini, ci conviviamo tranquillamente. Non ci preoccupano, non ci spaventano. Ma dovrebbero. I fisici non hanno questo problema. Non si può dividere la materia infinite volte. Prima o poi si arriva a una singola molecola, poi agli atomi, ai protoni, neutroni ed elettroni e poi ai quark e lì, almeno per ora, ci si deve fermare. Concluse le scuole elementari abbiamo incontrato i numeri irrazionali. Numeri che non possono essere espressi come il rapporto tra due interi. Numeri, come la radice quadrata di due - la lunghezza della diagonale di un quadrato di lato unitario - che sono caratterizzati da un numero infinito di cifre casuali, cioè non ricorrenti. Quindi questi numeri non sono mai perfettamente noti. Per farlo dovremmo conoscere tutte le loro cifre decimali. Ma l’ultima non esiste. Che è molto diverso dal dire che non la conosciamo. Proprio non esiste. E già questo dovrebbe preoccupare. Perché “infinite cifre decimali, casuali” è un concetto devastante.</p>
<p>Per apprezzarne la ragione, e capirne le implicazioni, consideriamo, per il gusto dell’esercizio mentale, un altro infinito, a mio avviso il più bello di tutti, quello del Leopardi.</p>
<p><em>Sempre caro mi fu quest’ermo colle,<br>
e questa siepe, che da tanta parte<br>
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.<br>
Ma sedendo e mirando, interminati<br>
spazi di là da quella, e sovrumani<br>
silenzi, e profondissima quïete &hellip;</em></p>
<p>e così via fino a</p>
<p><em>e il naufragar m’è dolce in questo mare.</em></p>
<p>Bene, non ve ne siete mai accorti ma tutta la poesia è contenuta nelle cifre decimali della radice quadrata di due. Come? E soprattutto, dove?</p>
<p>L’intera lirica consiste di 552 caratteri: lettere dell’alfabeto, spazi e punteggiatura. Possiamo banalmente definire a=01, b=02, c=03, … z=26, A=27, B=28, e così via includendo anche spazi, apostrofi, virgole, punti, etc. Definito questo codice, il primo verso della poesia diventa quindi:</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/infinito-infinito-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/infinito-infinito-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/infinito-infinito-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1608" height="158" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>E, in maniera compatta:</p>
<p><strong>43051316180553030118155313095306215317210519205605181315530315121205</strong></p>
<p>Così facendo l’intera poesia diventa una lunga stringa di cifre, 1104 per la precisione. Che Leopardi mi perdoni!</p>
<p>Bene. Poiché le cifre di radice 2 sono infinite e casuali, a un certo punto della loro sequenza, diciamo a partire da una qualche posizione che non conosciamo, troveremo esattamente la sequenza delle cifre che compongono l’infinito di Leopardi. Per strano che possa sembrare è proprio così. Possiamo in parte controllare che la cosa succeda veramente.</p>
<p>Nel sito della NASA: (<a href="http://apod.NASA.gov/htmltest/gifcity/sqrt2.1mil" rel="noopener">apod.NASA.gov/htmltest/gifcity/sqrt2.1mil</a>) si trova elencato il primo milione (10^6) di cifre decimali di radice 2. Se cercate all’interno della loro sequenza troverete che vi sono 9934 occorrenze della stringa “43”, 955 di “430”, 101 di “4305” e 8 di “43051”. Se avessimo esaminato non un milione ma mille miliardi (10^12) di cifre decimali avremmo trovato con tutta probabilità un’occorrenza dell’intera parola “Sempre”. Con diecimila miliardi di miliardi di cifre (10^22) avremmo molto probabilmente incontrato “Sempre caro”. Dunque per trovare l’intera poesia si tratta di considerare un numero sufficientemente maggiore di cifre decimali, ma sempre un’inezia a confronto con il numero infinito di cifre di radice 2. La probabilità di trovare l’intera lirica (descritta come abbiamo fatto qui da un numero di 1104 cifre) diventa praticamente del 100% se si considerano un po’ più di 10^1104 cifre decimali. Un numero grande, inimmaginabile, più grande di un googol (10^100) ma più piccolo di un googolplex (10^googol) e comunque minuscolo se paragonato a infinito.</p>
<p>Una volta capita questa cosa, ma veramente capita, e cioè che radice 2 contiene la codifica dell’<em>Infinito</em> di Leopardi, la mente ne deve risultare sconvolta. La mia lo è. Si apre l’abisso ed è un abisso senza fondo. Perché? Per le sue implicazioni. Perché allora, dentro ai decimali di radice 2, se ci sta l’<em>Infinito</em> ci deve stare, da qualche altra parte, anche il <em>Canto notturno di un pastore errante dell’Asia</em>, tutte le <em>Operette morali</em>, e poi la <em>Gerusalemme liberata</em>, l’<em>Orlando furioso</em>, i <em>Promessi sposi</em>, tutti i libri di Camilleri e le opere di Shakespeare, tanto in lingua originale che tradotte. E non c’è limite. Infinito non ha limite. Dunque i decimali di radice 2 contengono l’intero scibile umano. Ho fatto il conto: tutti i libri mai scritti, da Gutenberg in poi (e in tutto il mondo) sono codificabili con una stringa di 10^18 - 10^19 cifre. Per codificare tutti i caratteri dei tanti alfabeti – latino, greco, cirillico, arabo, ebraico, etc. – serviranno non due ma tre cifre. Ma tant’è; anche fossero quattro, infinito è uno spazio dove c’è sempre posto.</p>
<p>E se ciò non basta a far vacillare la nostra capacità di capire l’infinito, pensate che Leopardi ha scritto i suoi testi nei primi anni del 1800. I decimali di radice 2 invece son lì da sempre. Dunque contenevano la lirica prima ancora che venisse concepita. Altre vertigini. Tra i decimali di radice 2 sono nascosti non solo tutti i libri scritti sino ad oggi ma anche quelli che sono in un cassetto in attesa di un editore e quelli che verranno scritti in futuro…</p>
<p>La mente vacilla. È l’infinito, bellezza! Inconcepibile. Mi disturba.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scienza, politica e società: in affanno, e a ragione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-politica-societa-affanno-ragione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-politica-societa-affanno-ragione/</guid><pubDate>Sat, 03 Jun 2023 07:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giuliana Rubbia</dc:creator><description>È nata la nuova Collana editoriale Scienziati in affanno? , di CNR Edizioni, curata da tre ricercatrici che si occupano di tematiche ambientali e problematiche di scienza, politica e società: Alba L’Astorina, Cristina Mangia e Alessandra Pugnetti. Qui la recensione del primo volume, Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/scienza-politica-societa-affanno-ragione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/scienza-politica-societa-affanno-ragione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono situazioni scomode che non si vogliono o non si possono vedere, problemi ridotti al mero aspetto tecnico, temi difficili da affrontare: c’è un elefante nella stanza. Per un’esposizione del 2006 a Los Angeles, l’artista Banksy installava in una stanza un <a href="https://banksyexplained.com/barely-legal-los-angeles-2006/" rel="noopener">imponente elefante</a> dipinto in oro e rosso con lo stesso motivo della tappezzeria per richiamare l’attenzione sulla povertà nel mondo, evidentissima e ignorata. Sono molte le situazioni “scomode” che affliggono oggi il nostro quotidiano, in un momento storico in cui i cambiamenti ecologici, culturali e sociali nel nostro pianeta sono molti e di diversa natura. Restando nella metafora di Banksy, chi oggi nella scienza si sforza di mettere a fuoco e distinguerle, cercando quelle risposte “chiare e univoche” che la società chiede, non può dirsi esente da incertezza e inquietudine. Su questa base è nata la nuova Collana editoriale <a href="https://www.cnr.it/it/scienziati-in-affanno" rel="noopener"><em>Scienziati in affanno?</em></a> di CNR Edizioni, curata da tre ricercatrici, attive sulle tematiche ambientali e le problematiche di scienza, politica e società, Alba L’Astorina, Cristina Mangia e Alessandra Pugnetti.</p>
<p>Il titolo rende esplicito l’affanno di chi si spende in contesti di per sé ad elevata complessità e incertezza, quali per esempio le questioni sanitarie o socio-ambientali, ma per le quali è urgente prendere decisioni. Anche il punto di domanda è voluto, a sottolineare l’apertura del tema a un confronto critico e ad altre prospettive. Ma qui si rileva ugualmente l’osservazione di un altro elefante, il <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Blind_men_and_an_elephant#/media/File:Blind_monks_examining_an_elephant.jpg" rel="noopener">pachiderma della favola indiana</a> citata dal filosofo Silvio Funtowicz, ideatore – insieme a Jerome Ravetz - della scienza post-normale (PNS), di cui si è parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/scienziati-societa-sull-orlo-crisi-nervi/">anche su <em>Scienza in rete</em></a>. Cinque uomini ciechi cercano, intorno a un elefante, di indovinare che cosa stanno toccando. Ognuno di loro si forma un&rsquo;idea in base alla propria parziale percezione: la zampa sembra un albero, la proboscide un serpente, la coda una corda; solo un osservatore esterno può formarsi un&rsquo;idea esatta della situazione. Ma quando non vi è alcun osservatore esterno, un risultato simile, o almeno paragonabile, può essere conseguito solo mettendo insieme le osservazioni di tutti, creando cioè un lavoro di squadra.</p>
<p>Alla scienza post-normale è dedicato il primo volume della Collana, <a href="https://www.cnr.it/it/scienziati-in-affanno#PNS" rel="noopener"><em>Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche</em></a>, un approccio che si offre quando si verificano quattro condizioni: fatti incerti, presenza di diversi interessi o valori dei soggetti coinvolti, poste in gioco elevate e decisioni urgenti. Tutte condizioni, queste, che rendono problematico il ricorso alla sola evidenza scientifica per prendere decisioni o predisporre politiche regolatorie. Davanti a quali e quanti elefanti restiamo oggi ciechi o invece riusciamo, insieme, a cogliere dei tratti distintivi?</p>
<p>Davanti a problemi complessi sono necessari più punti di vista. Il volume propone riflessioni e studi di caso partendo dalle comunità estese di pari, realtà in cui i cittadini entrano a pieno titolo tra i produttori e revisori di conoscenza. Un progetto per la definizione di un piano di mitigazione del rischio da frana di una città nell’entroterra campano, per esempio, presentava aspetti problematici e divergenze di interessi; al progetto hanno contribuito un team di ricerca interdisciplinare insieme ad alcuni residenti, e ciò ha consentito di mettere a fuoco oltre alle soluzioni iniziali un’ulteriore soluzione, elaborata sulla base delle priorità condivise, come soluzione di compromesso. Secondo un approccio post-normale, a un problema complesso, la qualità non risiede tanto in una verità, per sua natura incerta, ma nella ricerca di un compromesso, da ottenere attraverso una procedura basata su regole consensualmente accettate e condotta in modo trasparente. Si guardi, dunque, non tanto alla soluzione migliore, quanto al metodo per trovarla.</p>
<p>Le riflessioni nel volume proseguono entrando nello specifico di emergenze ambientali e sanitarie, affrontate prevalentemente in Italia, che hanno messo in evidenza l’urgenza delle decisioni. Sono illustrate poi le necessità di educare alla post-normalità, e pratiche di partecipazione e co-creazione. Infine, vengono fatti emergere i nodi politici della scienza post-normale e vengono richiamate le principali iniziative europee in cui sono presenti riferimenti a questo approccio, per esempio nella Agenzia Europa per l’Ambiente (EEA) o nel Centro di Competenza sulla Democrazia Partecipativa e Deliberativa della Commissione Europea. Il volume raccoglie esperienze e riflessioni di oltre 50 tra autori e autrici, con due articoli introduttivi e 38 articoli di approfondimento e studi di caso, in italiano, con un linguaggio e uno stile di scrittura pensato per un vasto pubblico. È scaricabile gratuitamente dal sito del CNR, <a href="https://www.cnr.it/it/scienziati-in-affanno#1PNS" rel="noopener">qui</a>, unitamente a un compendio di tutti i riassunti in inglese.</p>
<p>L’affanno del titolo della Collana è temperato dal sollievo che possiamo provare nel leggere i vari contributi, esperienze condivise da altri ricercatori e ricercatrici, testimonianze autentiche su sfide cruciali e attualissime.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Numeri visti di sbieco, la recensione di un viaggio tra matematica e storia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-visti-sbieco-recensione-viaggio-matematica-storia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-visti-sbieco-recensione-viaggio-matematica-storia/</guid><pubDate>Wed, 31 May 2023 07:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>libri</category><description>Luca Carra recensisce Numeri visti di sbieco (Edizioni Clichy), di Tommaso Maccacaro e di Claudio Maria Tartari: rispettivamente un fisico e uno storico che s&amp;amp;rsquo;inoltrano in un viaggio “da -1 a infinito”.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/numeri-visti-sbieco-recensione-viaggio-matematica-storia-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/numeri-visti-sbieco-recensione-viaggio-matematica-storia-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I numeri hanno anche una storia, che più si retrocede nel tempo più sfuma in leggenda e si mescola volentieri anche con antichi riti e religioni. Il bello del libro di Tommaso Maccacaro e di Claudio Maria Tartari (<a href="https://edizioniclichy.it/libro/numeri-visti-di-sbieco/" rel="noopener"><em>Numeri visti di sbieco</em></a>, Edizioni Clichy, 2023) è che si tratta davvero, come recita il sottotitolo, di una «insolita passeggiata da meno uno a infinito».</p>
<p>Prima del meno uno, in realtà, venne l&rsquo;uno, la cui invenzione si perde nella notte dei tempi. Probabilmente si conta già nel Paleolitico superiore, se si interpretano le tacche sugli ossi di Lembombo (Sudafrica) e di Ishango (Lago Edoardo) come una prima forma di numerazione. Una tacca sola è l’unità, alla quale seguono spontaneamente le successive, mettendo in grado l’uomo di rappresentare con una certa finezza, per esempio, i concetti di scarsità, abbondanza e sufficienza relativi al cibo da mangiare. Potrebbe quindi non essere un caso che in Sanscrito la parola “numero” derivi da <em>namas</em>, che vuol dire “dose di cibo”, in greco dalla parola <em>nomos</em> (regola, legge) e in romano <em>nummus</em>, che sta a indicare la quantità di misura in uno scambio. Ma, tornando al numero 1, gli autori osservano come in lingua zulu si dica <em>nyi</em> che significa “stato di solitudine”.</p>
<p>Doveva ben essere forte la solitudine dell&rsquo;uno, in attesa che arrivassero gli altri man mano che le lineette incise sui legni e sugli ossi nelle società primitive trovassero ciascuna il suo nome. Benché la prima serie a formarsi sia stata quella dei numeri naturali, è curioso notare come all’inizio non ci fosse lo zero, concetto controverso e per molti secoli rifiutato sia dai Romani sia dagli altri popoli mediterranei che proprio non riuscivano a digerire questo non-numero.</p>
<p>Come spesso accade nella storia remota della aritmetica è nella valle dell’Indo intorno al III secolo aC che ci dobbiamo spostare per trovare nel Manoscritto di Bakhshali un sistema metrico decimale comprensivo anche del numero zero. Che per la cronaca si chiama “zero” dal persiano antico <em>sef(e)r</em>, che indica il vuoto, che poi trasmigrerà nell’arabo <em>zifr</em> e che Fibonacci tradurrà come <em>zephirum</em>.</p>
<p>Lo zero provoca qualche imbarazzo ai matematici, perché se nelle somme e sottrazioni non porta problemi, nella moltiplicazione e soprattutto nella divisione sì. Il fatto che un numero diviso per zero sia un’operazione senza senso lo si stabilì solo ai tempi di Newton e Leibniz, che con il calcolo infinitesimale in qualche modo ci misero una pezza, ma è bene sapere che n/0 ossessionò per secoli i più fini intelletti matematici, come l’indiano Mahavira, che dopo il fallimento del conterraneo Brahmagupta, sostenne che la divisione lasciava il numeratore inalterato, mentre Bāskara era convinto erroneamente che facesse infinito.</p>
<p>Anche l’infinito non è propriamente un concetto che si maneggia con facilità, e che come spiega il libro negli ultimi capitoli procurò parecchi imbarazzi a fior di filosofi e matematici. Per Aristotele valeva solo in potenza e mai in atto, quindi via dai piedi. Euclide proprio non lo prendeva in considerazione. Fu Georg Cantor a fine Ottocento che addomesticò l’infinito, anzi meglio sarebbe dire gli infiniti, mostrando come gli insiemi delle diverse serie di numeri erano sì numerabili ma con infiniti diversi. Quindi anche gli infiniti sono infiniti, come diceva Cantor «unendliche Unendlichkeiten». Qualcosa di simile - spiegano Maccacaro e Tartari, lo avevano già intuito i Jainisti nel I millennio a.C. nella regione subhimalayana. La loro matematica commista a misticismo distingueva fra numeri numerabili, innumerabili e infiniti, e fra questi si potevano distinguere cinque diverse categorie di infinito.</p>
<p>A questo punto avete capito che un libro così non lo scrive solo un matematico, infatti i due autori integrano competenza molto diverse: Tommaso Maccacaro è un fisico che fra i tanti incarichi che ha ricoperto è stato presidente dell’INAF, oltre che fondatore, come presidente del Gruppo 2003, del giornale che state leggendo ora. Mentre Claudio Maria Tartari è uno storico e paleografo oltre che per molti anni maestro elementare dedito all’area logico-matematica.</p>
<p>Si diceva dell’uno, dello zero e dell’infinito. Ma andiamo al -1. Questa esistenza negativa sfidava la logica ancora di più della non-esistenza dello zero. Almeno quella occidentale, perché nella Cina del III secolo a.C. i numeri negativi convivevano tranquillamente con quelli positivi quanto meno nei libri matematici Chiu Chang delle scuole confuciane, probabilmente perché questa notazione si accordava con la dialettica di pieno/vuoto, positivo/negativo del pensiero cinese. È il procedimento algebrico tuttavia che usa correntemente anche i numeri negativi, anche prima della sua nascita ufficiale nel IX secolo con al-Kwārizmi da cui prese il nome. Sembra però di capire dalle nostre guide che in Occidente i numeri negativi si fecero strada dal XIII secolo grazie all’influsso della matematica necessaria ai commerci, che certo avevano bisogno di annotare i debiti, oltre che i crediti, e quindi quantità con un “-” davanti, da cancellare il prima possibile. Nel Rinascimento i numeri negativi smettono di essere considerati “numeri assurdi”. Anzi, questi diventano cool, per esempio con la nota identità di Eulero e^(iπ)=-1. «Dunque» scrivono Maccacaro e Tartari «-1 può essere visto come una sintesi di saggezza: è il risultato di un opportuna ma semplice combinazione di alcune delle più significative entità matematiche: uguaglianza, moltiplicazione e potenza dei tre numeri più famosi della matematica».</p>
<p>È ovvio che gli autori non hanno scelto mai numeri banali ma per una ragione o per l’altra sempre interessanti, talvolta molto problematici. Si pensi a √2, la cui soluzione costò la vita al pitagorico Ippaso di Metaponto. O al “numero più grande del mondo”, che non riveleremo. O infine <em>alpha</em>, ovvero 1/137, venerato dai fisici come la costante di struttura fine, che «si ottiene dividendo il quadrato della carica elettrica e per il prodotto della velocità della luce c e della costante di Planck <em>h</em> e moltiplicando il tutto per 2 π».</p>
<p>Splendido. Feynman la definì «uno dei più grandi misteri della fisica». E chi sono io per contraddirlo? Le pagine che Maccacaro e Tartari dedicano ad <em>alpha</em> danno al dilettante l’impressione di uno snebbiamento, che però dura poco. Il brutto, ma in fondo il bello dei libri che parlano di fisica e matematica, è che ti portano ad annusare delle prelibatezze che non potrai mai mangiare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come internet è stata fatta a pezzi e come si può aggiustare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/internet-stata-fatta-pezzi-si-puo-aggiustare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/internet-stata-fatta-pezzi-si-puo-aggiustare/</guid><pubDate>Tue, 09 May 2023 22:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Il libro Internet fatta a pezzi di Vittorio Bertola e Stefano Quintarelli ripercorre la storia di Internet dagli anni &amp;amp;lsquo;90, mettendo in luce l&amp;amp;rsquo;evoluzione della rete e le sue trasformazioni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/internet-stata-fatta-pezzi-si-puo-aggiustare-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/internet-stata-fatta-pezzi-si-puo-aggiustare-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Your browser does not support the audio element.</p>
<p>Ecco il suono della libertà per un giovane degli anni 90’. Quando il modem faceva silenzio scattava una frenesia tutta nuova. Non era come aprire un libro o un giornale: avevi i minuti contati. Per collegarsi a Internet a metà anni novanta bisognava prima pagare il provider locale e poi gli scatti telefonici: il prezzo per poter viaggiare in mondi mai visti prima. Si saltava da un link all&rsquo;altro come in una specie di giungla, con lentezza e senza la guida invisibile degli algoritmi.</p>
<p>A distanza di anni la rete è diventata un bene essenziale, fonte di ricchezza e terreno di scontro tra potenze. Ma in che modo e per quali ragioni?</p>
<p>lo spiegano bene nel loro libro <em>Internet fatta a pezzi</em> (Bollati Boringhieri) <a href="https://bertola.eu/assumiamolo/chi_sono.php" rel="noopener">Vittorio Bertola</a>, che negli anni novanta, poco più che ventenne era già un pioniere della rete e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Quintarelli" rel="noopener">Stefano Quintarelli</a> che nel 1996 creò il primo e più grande provider italiano e oggi si dedica alla dimensione politica della rete.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/internet-stata-fatta-pezzi-si-puo-aggiustare-body-1.jpg.webp" alt="" width="270" height="458" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="la-notevole-storia-di-internet">La notevole storia di Internet</h2><p>La narrazione segue questo percorso. C’era una volta una grande comunità che ha creato una rete libera e transnazionale. Questa comunità sperava di unire il mondo e superare gli stati nazione di cui rifiutava regole e imposizioni. Ma la rete non si è autoregolamentata come sperato, così gli stati hanno avuto buon gioco a farsi avanti e sottoporre la rete a nuovi vincoli. Anche le aziende hanno recintato ampi spazi tanto da contendere agli stati il controllo della ricchezza e del potere. Altri gruppi di interesse stanno ora premendo per avere nuove regole che riducano la frammentazione e riportino, almeno in parte, Internet sul tracciato iniziale. </p>
<h2 id="internet-era-troppo-seria-per-lasciarla-agli-informatici">Internet era troppo seria per lasciarla agli informatici</h2><p>Il primo capitolo del libro, “Per efficienza e per orgoglio” descrive il funzionamento della comunità che stava organizzando la rete: chiunque poteva proporre una modifica all’Internet Engineering Task Force, i partecipanti decidevano se adottarla o no e ne proponevano a loro volta. Non c’erano votazioni, il testo veniva recepito quando si esaurivano le obiezioni. Un processo che ha ispirato, poi, i teorici della democrazia diretta. L’entusiasmo era tale che l’attivista per i diritti e delle libertà digitali John Perry Barlow nel 1996 presentò al World Economic Forum di Davos la &ldquo;<a href="https://web.archive.org/web/20170208045604/https://w2.eff.org/Censorship/Internet_censorship_bills/barlow_0296.declaration" rel="noopener">Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio</a>&rdquo;, in cui si leggeva:</p>
<blockquote>
<p>“Non avete sovranità sul luogo in cui ci riuniamo. […] Il cyberspazio non si trova all’interno dei vostri confini”.</p></blockquote>
<p>I capitoli successivi sono dedicati a comprendere perché non sia andata così.</p>
<p>Con l’ingresso in rete di una moltitudine di persone, nazioni, aziende e altri gruppi di interesse le questioni da dirimere si fecero più complicate e difficili da risolvere con la semplice partecipazione. Anche perché, come spiegano Bertola e Quintarelli, le regole erano, e sono, in gran parte scritte da e per l’occidente (e sempre più da e per un suo sottoinsieme, i giganti della Silicon Valley) e non sempre vengono accettate pacificamente dal resto del mondo. </p>
<h2 id="nazioni-e-aziende-amano-proteggere-gli-utenti">Nazioni e aziende amano proteggere gli utenti</h2><p>C’è un passo che rivela il punto di vista che gli autori hanno assunto per raccontare la storia dell’evoluzione di Internet.</p>
<blockquote>
<p>“La democrazia partecipativa, infatti, ha un semplice problema che nessuno è ancora riuscito davvero a risolvere: chi ha molti interessi particolari e molto denaro per sostenerli può semplicemente partecipare in modo molto più attivo degli altri, sommergendo la concorrenza nella lotta per il consenso. Se poi, come in questo caso, nessuna istituzione ha un reale potere coercitivo, e le aziende private possono anche rifiutarsi di seguire il consenso e le richieste degli altri portatori d’interesse, di fatto l’unico potere politico resta in mano a chi domina l’industria e i relativi ricavi, ossia, in questo caso, i gruppi di potere economico degli Stati Uniti, con la parziale aggiunta del potere pubblico cinese in alcuni settori in cui quell’industria ha già ottenuto il predominio. È dunque evidente il nocciolo del problema che porterà poi al dominio delle cosiddette big tech: la mancanza di un qualunque sistema istituzionale e giuridico su scala mondiale in grado di costringere i poteri privati a sottostare al pubblico interesse globale.”</p></blockquote>
<p>Da una parte le aziende che hanno potuto costruirsi una posizione di dominio ora tentano di difenderla chiudendo i consumatori in recinti in cui pascerli. D’altro canto, gli stati (in particolare alcuni stati), vorrebbero innalzare altrettante barriere per rafforzare il controllo sui propri cittadini.</p>
<p>Queste tendenze hanno lentamente cambiato volto al progetto originale della rete, l’hanno fatta a pezzi. Nel libro, sotto questa prospettiva, si trovano scanditi i passaggi essenziali di questo percorso in uno sguardo di insieme che tiene il dettaglio a una giusta distanza.</p>
<h2 id="un-nuovo-capitolo-di-internet-sarà-scritto-in-europa">Un nuovo capitolo di Internet sarà scritto in Europa?</h2><p>Nel capitolo “Un talento tutto europeo”, gli autori provano a capire se l&rsquo;Europa, finora attrice non protagonista, riuscirà nel tentativo di regolamentare il settore secondo i propri princìpi.</p>
<blockquote>
<p>“Non era mai accaduto prima che un singolo legislatore procedesse in un tempo così breve a una tale sequenza di nuove norme su ogni aspetto di Internet e della società digitale, dalla concorrenza alla rimozione dei contenuti, dall’analisi dei dati all’Intelligenza Artificiale […] Le grandi aziende americane e lo stesso governo di Washington, superata l’incredulità iniziale, non hanno gradito la svolta, e non ne hanno nemmeno troppo compreso le ragioni profonde”.</p></blockquote>
<p>Scopriamo che un grande italiano, Stefano Rodotà, primo presidente del Garante della privacy, è stato l’ispiratore di questo processo. Bertola e Quintarelli riescono a spiegare le ragioni profonde di queste norme che, inizialmente snobbate dalle aziende e recepite con fastidio persino dagli utenti (a cominciare dal click sul pulsante dei cookie) ora stanno effettivamente incidendo sullo sviluppo futuro di Internet. </p>
<p>Il finale è aperto: quale Internet avremo in futuro non si sa, ma l’invito sotteso al libro è quello di non lasciarsi scappare di mano un’altra volta il governo di questo strumento e diventare cittadini digitali più consapevoli ed esigenti.</p>
<p>Infine, perché i soldi hanno sempre un ruolo, quasi come un bonus track troviamo un capitolo in cui gli autori, con molta efficacia, hanno inquadrato il tema dei bitcoin. Esistono innumerevoli testi che vogliono “spiegare bene” cosa siano le criptovalute e la blockchain: finalmente ne abbiamo uno che ci riesce davvero. Grazie!</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Immagini, parole e musica contro la guerra: riflessioni a margine della notte degli Oscar</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/immagini-parole-musica-contro-guerra-riflessioni-margine-notte/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/immagini-parole-musica-contro-guerra-riflessioni-margine-notte/</guid><pubDate>Mon, 27 Mar 2023 11:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><description>La guerra riempie le cronache e assedia i nostri pensieri: partendo da Niente di nuovo sul fronte occidentale , da cui è stato tratto recentemente un film che a marzo ha vinto ben quattro Oscar, Simonetta Pagliani propone una riflessione - ragionando d&amp;amp;rsquo;immagini, parole e musica contro la guerra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/immagini-parole-musica-contro-guerra-riflessioni-margine-notte-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/immagini-parole-musica-contro-guerra-riflessioni-margine-notte-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>&hellip; pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. [&hellip;] Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d’impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.</p>
<p>(Erasmo da Rotterdam, <em>Elogio della follia</em>, 1511)</p></blockquote>
<p>Il romanzo <em>Niente di nuovo sul fronte occidentale</em> (Im Westen nichts Neues) di Eric Maria Remarque, pubblicato dapprima a puntate sul giornale tedesco <em>Vossische Zeitung</em> e poi in volume nel gennaio del 1929, finì nel primo rogo di libri organizzato dai nazionalsocialisti, perché &ldquo;antipatriottico&rdquo;; il suo autore fu privato della cittadinanza tedesca e costretto all&rsquo;esilio. Nel 1931, Mondadori provò a stamparlo in Italia facendo pressioni su Mussolini che, però, ne consentì solo l’uscita con la stampigliatura «Edizione per l&rsquo;estero», ma non la distribuzione. Dal romanzo sono stati tratti, nel corso dei decenni, tre film, l&rsquo;ultimo dei quali, uscito l&rsquo;anno scorso su Netflix, è stato giudicato miglior film straniero e ha riscosso quattro premi Oscar nella cerimonia del 12 marzo 2023.</p>
<p>Per il critico cinematografico Paolo Mereghetti, che vede nell&rsquo;attribuzione degli Oscar uno specchio dei tempi e dei sensi di colpa e una sorta di <em>excusatio non petita</em>, i membri dell’Academy sarebbero stati spinti ad attribuire le statuette a <em>Niente di nuovo sul fronte occidentale</em> per «&hellip; la voglia di mettersi la coscienza in pace, premiando un film sulla guerra che del massacro e della carneficina sui campi di battaglia fa inquietante oggetto di spettacolo». Di altro parere è il suo collega Mauro Donzelli, secondo cui il film è fedele allo spirito del libro nel mostrare «la follia di un vicolo cieco di violenza alimentata da calcoli e ripicche, falso orgoglio, ostinazioni e principi capaci di convincere giusto nelle sale nobili dei palazzi dei quartier generali, senza alcun interesse per la realtà, fra i soldati e chi rimaneva a casa&hellip; Un ritratto disperato e senza speranza, grigio e marrone come il fango, con gli unici tocchi di colore rappresentati dal rosso del sangue» (fotografia e scenografia hanno preso l&rsquo;Oscar).</p>
<p>Il regista Edward Berger ha girato il film tra marzo e maggio 2022, ma aveva dato mandato allo scenografo Christian Goldbeck di scavare 250 di metri di trincee e ricreare un vastissimo campo di battaglia in un&rsquo;area della Repubblica Ceca già nel gennaio 2021 e l&rsquo;incarico di trasporre su schermo il romanzo gli era stata affidata l&rsquo;anno prima: i tempi erano, quindi, &ldquo;non sospetti&rdquo; di alcuna presa di posizione nei confronti della guerra in Ucraina. Ma l&rsquo;arte ha la caratteristica di parlare dell&rsquo;attualità, pur senza prenderne le mosse. E questo film la riecheggia fin dalla scelta del suo teatro d&rsquo;azione, quella linea del fronte occidentale che, dal primo all’ultimo giorno della guerra, si è spostata solo di poche centinaia di metri, per contendersi i quali 20 milioni di soldati (tedeschi, francesi, inglesi, americani e uomini provenienti da colonie) si sono avvicendati in cinque anni di logoramento in trincea, con 4 milioni di morti e 10 milioni di feriti.</p>
<p>Nella colonna sonora (premiata con l&rsquo;Oscar), Volker Bertelmann distilla tutto quest&rsquo;orrore in tre sole note che sembrano emesse dai cingoli di un carro armato. Pur con i debiti distinguo, è enorme il salto concettuale e formale rispetto al <a href="https://www.youtube.com/watch?v=NWrFe2D6iAc&amp;feature=youtu.be" rel="noopener">vortice di accordi (e di parole)</a> che, nel 1962, Benjamin Britten volle opporre ai suoni apocalittici della <em>Sonata al chiaro di luna</em>, nome in codice del bombardamento a tappeto protratto per undici ore con cui, l’8 novembre del 1940, la Luftwaffe rase al suolo Coventry.</p>
<p>Come scrive W.G. Sebald in <em>Storia naturale della distruzione</em> (Adelphi 2001): «Il fuoco, levandosi nel cielo in vampe alte duemila metri, attirava a sé l&rsquo;ossigeno con una violenza tale che le correnti d&rsquo;aria raggiunsero la forza di uragani e rintronarono come poderosi organi nei quali fossero stati tirati all&rsquo;unisono tutti i registri».</p>
<p>Dell’antica cattedrale gotica resistettero alcune mura e un pinnacolo, che vennero incorporati nella nuova architettura di Basil Spence, a perpetuo monito. Nell&rsquo;imponente messa da <em>requiem</em> (da poco eseguita all&rsquo;Auditorium di Milano) che scrisse per la consacrazione della ricostruita cattedrale, Britten alternò i versi latini della tradizione liturgica con quelli scritti in trincea da Wilfred Owen (qui riportati in appendice). Il giovane poeta inglese aveva combattuto nella Prima guerra mondiale, contro i ragazzi di Remarque. Seppur congedato nel 1917 per &ldquo;shock da granata&rdquo; (era rimasto bloccato per tre giorni in una buca durante la battaglia della Somme), dopo un periodo in ospedale Owen volle tornare nel Nordest della Francia, per riunirsi ai compagni, e il 4 novembre 1918 vi fu ucciso; la notizia raggiunse i suoi genitori una settimana dopo, mentre tutta l’Inghilterra stava festeggiando l’armistizio. Tra gli effetti personali restituiti c&rsquo;era un taccuino fitto di poesie (pubblicate nel 1931 in edizione completa), la cui crudezza è pari a quella della sceneggiatura del film di Berger.</p>
<p>Soprattutto colpisce, nei versi inseriti da Britten nell&rsquo;<em>Offertorio</em>, come contrappunto al testo latino <em>sed signifer sanctus Michael repraesentet eas in lucem sanctam: quam olim Abrahae promisisti et semini ejus</em>, la condanna di chi ha portato i giovani al massacro: Abramo, che sta levando il coltello sul figlio Isacco all&rsquo;altare del sacrificio, anche se il messaggero di Dio gli dà il permesso di uccidere al suo posto un ariete, non si ferma.</p>
<p><em>But the old man would not so,<br>
but slew his son,<br>
And half the seed of Europe,<br>
one by one</em></p>
<p>(Ma il vecchio non volle fare così,<br>
ma scannò suo figlio e metà del seme d&rsquo;Europa,<br>
a uno a uno)</p>
<h3 id="appendice--the-next-war">Appendice | <em>The Next War</em></h3><p>Là fuori, amichevolmente abbiamo camminato incontro alla Morte;<br>
Ci siamo seduti e abbiamo mangiato con lei, fredda e mite, –<br>
Le abbiamo perdonato di averci rovesciato la gavetta sulle mani.<br>
Abbiamo annusato il verde odore denso del suo fiato, –<br>
Gli occhi nostri piansero, ma il coraggio non ebbe un fremito.<br>
Ci ha sputato addosso pallottole, e ha tossito Shrapnel.<br>
Ci unimmo in coro quando cantava a gola spiegata<br>
E fischiammo mentre ci radeva con la falce.<br>
Oh, la Morte non è mai stata nostra nemica!<br>
Ridevamo di lei, ci alleammo contro di lei, vecchia conoscenza,<br>
Nessun soldato è pagato per prendere a calci la sua potenza.<br>
Ridevamo, sapendo che uomini migliori sarebbero arrivati<br>
E guerre più grandi, quando ogni combattente si vanta fiero<br>
Di lottare contro la Morte - per la Vita - e non contro gli uomini - per le bandiere.</p>
<h3 id="strange-meeting"><em>Strange meeting</em></h3><p>Mi parve di esser sfuggito alla battaglia<br>
In una profonda galleria buia, scavata molto tempo fa<br>
Tra massi di granito sezionati da guerre di titani.<br>
Ma anche lì dormienti ammassati gemevano<br>
Troppo svelti nel pensiero o nella morte per farsi scuotere.<br>
Poi, mentre li tastavo, uno balzò su, e mi fissò<br>
Riconoscendomi afflitto negli occhi sbarrati,<br>
Le mani levate in penosi gesti quasi benedicenti.<br>
E dal suo sorriso riconobbi quel luogo tetro,<br>
Dal suo sorriso morto seppi che ci trovavamo all’Inferno.<br>
Da mille dolori era segnato il volto di quell’ombra,<br>
Ma dalla terra di sopra là non scorreva sangue,<br>
Né armi sparavano sorde, o ululavano lungo i cunicoli.<br>
“Strano amico”, dissi, “non c’è di che piangere qui”.<br>
“No”, disse l’altro, “Solo gli anni disfatti,<br>
Lo scoramento. La speranza che fu tua<br>
Anche per me fu vita; andai sfrenato a caccia<br>
Della più sfrenata bellezza del mondo,<br>
Che non vive in occhi calmi o nei capelli intrecciati,<br>
Ma irride il fermo scorrere delle ore.<br>
E se soffre, soffre in modo più ricco che qui.<br>
Perché la mia allegria avrebbe potuto allietare molti,<br>
E del mio pianto qualcosa sarebbe rimasto<br>
Che adesso deve morire.<br>
Intendo la verità non detta,<br>
La pietà della guerra, la pietà distillata dalla guerra.<br>
Ora gli uomini si contenteranno di quanto abbiamo devastato,<br>
Oppure, scontenti, il loro sangue ribollirà fino a traboccarne.<br>
Saranno fulminei come fulminea è la tigre.<br>
Nessuno romperà i ranghi, mentre compatte le nazioni deraglieranno dal progresso.<br>
Il coraggio era mio, e il mistero,<br>
La conoscenza era mia, e la maestria:<br>
Per evitare la marcia di un mondo in ritirata<br>
Mi diressi a cittadelle vane e senza mura.<br>
Poi, quando molto sangue avesse inceppato le ruote dei loro carri,<br>
Sarei corso a lavarle con l’acqua di dolci fonti,<br>
Anche con verità troppo profonde per essere contaminate.<br>
Senza limiti avrei versato il mio spirito<br>
Ma non con ferite; non con l’abominio della guerra.<br>
Fronti di uomini han sanguinato dove non c’era ferita.<br>
Io sono il nemico che uccidesti, amico mio.<br>
Ti ho riconosciuto in questo buio: così mi guardavi accigliato<br>
Ieri mentre mi attraversavi con il pugnale e mi uccidevi.<br>
Ti schivai, ma con riluttanti e fredde mani.<br>
Ora dormiamo…</p>
<h3 id="dulce-et-decorum-est"><em>Dulce et decorum est</em></h3><p>Piegati in due, come vecchi sotto dei sacchi,<br>
Con le ginocchia che si toccano, tossendo come streghe, noi lanciavamo maledizioni nel fango,<br>
Fino ai bagliori improvvisi [dove] ci voltavamo e prendevamo a trascinarci verso il nostro accampamento.<br>
Gli uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso gli stivali<br>
Ma tiravano avanti, con il sangue come scarpe.<br>
Tutti procedevano zoppi; tutti ciechi;<br>
Ubriachi di fatica; sordi perfino al sibilo delle stanche lontane Five-Nines che cadevano dietro.<br>
Gas! GAS! Veloci, ragazzi!—Una frenesia di armeggi<br>
Mentre indossiamo i goffi elmetti appena in tempo;<br>
Ma qualcuno stava ancora urlando e inciampando,<br>
E dibattendo come un uomo nel fuoco o nella calce viva&hellip;<br>
Pallidi, attraverso gli annebbiati riquadri [delle maschere] e la densa luce verde,<br>
Come sotto a un mare verde, io l&rsquo;ho visto annegare. In tutti i miei sogni, davanti al mio sguardo impotente,<br>
Si tuffa verso di me, barcollando, soffocando, annegando.<br>
Se, in alcuni sogni affannosi, tu potessi camminare<br>
Dietro al vagone in cui noi lo gettammo<br>
E osservare gli occhi contorcerglisi nel suo viso,<br>
Il suo viso rimanere appeso, come un diavolo stanco di peccare;<br>
Se tu potessi sentire, per ogni colpo, il sangue uscire sgorgando dai polmoni rovinati dalla schiuma<br>
Ripugnante come un cancro, amaro come il bolo delle vili, incurabili piaghe su lingue d&rsquo;innocenti,—<br>
Amico mio, tu non racconteresti con un simile entusiasmo ai bambini ardenti per un po&rsquo; di gloria disperata, l&rsquo;antica Menzogna: <em>Dulce et decorum est<br>
Pro patria mori.</em></p>
<p>Wilfred Owen</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un viaggio cosmografico attraverso la Commedia di Dante</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/viaggio-cosmografico-attraverso-commedia-dante/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/viaggio-cosmografico-attraverso-commedia-dante/</guid><pubDate>Fri, 24 Mar 2023 11:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>universo</category><description>Sperello di Serego Alighieri e Massimo Capaccioli, due importanti astronomi italiani, si sono impegnati a rendere comprensibile la visione di Dante a un pubblico globale. La ricostruzione del contesto storico accompagnato dalla spiegazione dei dettagli astronomici forniscono innumerevoli motivi per tornare a rileggere la Commedia a settecento anni dalla sua composizione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/viaggio-cosmografico-attraverso-commedia-dante-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/viaggio-cosmografico-attraverso-commedia-dante-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 2021 è stato il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, giustamente considerato il più noto e di gran lunga il più influente poeta italiano. Ciò ha scatenato una fiorente produzione di libri e documentari incentrati principalmente sul suo capolavoro la <em>Divina Commedia</em>, un viaggio epico attraverso l&rsquo;Universo come era conosciuto nel XIV secolo, la cui lettura è obbligatoria per tutti gli studenti italiani. Difficilmente considerato un compito facile, capire la <em>Commedia</em> è uno sforzo che comprende innumerevoli ore in un arco temporale di tre anni, uno per ogni <em>cantica</em>.  Quando ero studente, dovevamo leggere (e sperare di capire) 11 canti sui 33 di ogni <em>cantica</em>. Inoltre, ci è stato chiesto di memorizzare le sezioni più rilevanti poiché il mio professore credeva nel potere dell&rsquo;apprendimento a memoria. Ricordo distintamente quanto lo odiassi, ma in qualche modo riesco ancora a recitare lunghi tratti delle terzine di Dante. Dubito che questo sia il modo migliore per far apprezzare a un adolescente la <em>Commedia</em>, ma non posso offrire un metodo migliore poiché quando si tratta di capire il significato della poesia di Dante, le sfide sono molte. La lingua è antica e oscura e spesso il significato è tutt&rsquo;altro che ovvio per i lettori di oggi. In effetti, Dante sta parlando ai suoi contemporanei, dando per scontata la loro competenza su tutte le complessità storiche e politiche dell&rsquo;Italia medievale in cui le città erano costantemente in lotta tra loro schierandosi con il papa o l’imperatore, che stavano combattendo aspramente per stabilire la supremazia dell’uno sull’altro.</p>
<p>Poiché, durante il suo viaggio, Dante incontra decine di protagonisti del suo tempo, per districare le sottigliezze politiche bisognerebbe sapere chi è chi. Tuttavia, anche se abbastanza complesso, questo non è sufficiente per capire la <em>Commedia</em>.</p>
<p>Per apprezzare davvero il capolavoro di Dante, bisogna anche essere consapevoli del suo panorama culturale e della sua visione del mondo, <em>cioè</em> la sua conoscenza della geografia unita alla sua conoscenza della scienza, principalmente l&rsquo;astronomia, ma anche la meteorologia, una materia che appartiene alla prima sfera dei cieli. In effetti, Dante era uno studioso esperto e una mente enciclopedica che padroneggiava tutta la conoscenza del suo tempo.</p>
<p>Ciò che è difficile per gli studenti italiani, che dovrebbero già avere in qualche modo familiarità con le impostazioni storiche e culturali, diventa molto più difficile per un lettore straniero che molto probabilmente non è a conoscenza di tutto ciò, ma vorrebbe poter apprezzare la posizione di Dante nel panorama globale del mondo letterario medievale.</p>
<p>Ecco perché due importanti astronomi italiani si sono impegnati a rendere comprensibile la visione di Dante a un pubblico globale. Per Sperello di Serego Alighieri, egli stesso discendente diretto di Dante, è una questione familiare mentre per Massimo Capaccioli è un modo per rendere omaggio alla conoscenza medievale dell&rsquo;astronomia quando questa scienza era il GPS, il calendario e l&rsquo;orologio dell&rsquo;umanità.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/viaggio-cosmografico-attraverso-commedia-dante-body-1.jpg.webp" alt="Copertina The Sun and the Other Stars of Dante Alighieri" width="450" height="667" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Sebbene il titolo <em>The Sun and the Other Stars of Dante Alighieri</em> (World Scientific, Singapore, 2022) indichi un focus astronomico, il libro è straordinariamente completo, coprendo tutti gli aspetti del mondo di Dante.</p>
<p>Prima di immergersi nella biografia di Dante, gli autori si soffermano nella storia di questo periodo in cui l&rsquo;Italia offriva un panorama molto complicato, i cui dettagli sono profondamente radicati nella <em>Commedia</em>.</p>
<p>L&rsquo;ambientazione storica è importante anche per comprendere la vita di Dante, che fu plasmata dalle lotte politiche che lo resero una figura di spicco a Firenze fino al 1302, quando i suoi nemici vinsero e lui fu condannato a morte, quindi a un esilio perpetuo. Fu costretto a cercare ospitalità e protezione presso le corti di governanti amici che approfittarono delle sue capacità politiche come ambasciatore. Non si conoscono molti dettagli certi sui suoi continui viaggi. Dapprima fu a Verona, poi a Sarzana, a Parigi (forse), da qualche parte in Casentino, di nuovo a Verona e a Ravenna. Sebbene obbligato a essere una sorta di cortigiano, Dante continuò a essere uno studioso di alto rango scrivendo importanti saggi come De <em>Vulgari Eloquentia</em>,<em>Convivio</em> e <em>De Monarchia</em> in cui spiegò il suo punto di vista sulle carenze dei governanti italiani. Scrisse anche <em>epistole (lettere</em>) di grande visibilità all&rsquo;imperatore, ai cardinali e, infine, agli amici fiorentini. Non cercava certo l&rsquo;oblio al contrario, ha voluto rendere forte e chiaro il suo punto di vista.</p>
<p>Avrebbe voluto tornare a Firenze dove viveva ancora la sua famiglia, ma, nonostante i capricci politici, la sua ostinata attitudine a rifiutare compromessi non aiutò e continuò a essere bandito da Firenze e morì a Ravenna nel 1321.</p>
<p>Gli autori hanno fatto davvero un bel lavoro per preparare il lettore a immergersi nella <em>Commedia</em>.</p>
<p>Poco si sa della <em>genesi della Commedia</em>, probabilmente fu concepita intorno al 1307 ma il viaggio immaginario ebbe luogo all&rsquo;inizio del secolo. Dante non fornisce una data per l&rsquo;inizio della sua avventura, sarebbe stato troppo facile. Fornisce piuttosto una serie di indizi astronomici: la Luna era piena quando Venere era visibile al mattino nella costellazione dei Pesci, mentre il Sole era in Ariete e Marte insieme a Saturno in Leone. Potrebbe essere stata la primavera del 1300, primo anno giubilare della storia, ma questa scelta non corrisponde alla posizione di Venere, che potrebbe essere soddisfatta posticipando la partenza un anno dopo, nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1301. A causa delle sottigliezze del calendario fiorentino, era ancora l&rsquo;anno giubilare, quindi questa data sembra abbastanza plausibile.</p>
<p>Tutto sommato, il viaggio di Dante attraverso l&rsquo;Inferno, il Purgatorio e il Paradiso fu piuttosto veloce, poiché terminò alla mezzanotte del 31 marzo nella gloria dell&rsquo;Empireo.</p>
<p>Anche se ricordo ancora l&rsquo;inizio della <em>Commedia</em>, avevo dimenticato tutti i dettagli astronomici e mi è piaciuto molto leggere il capitolo sul calendario della Commedia che segna il punto di partenza della parte astronomica del libro. I successivi riguardano la Luna, i pianeti (<em>cioè</em> Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove e Saturno, seguendo la visione tolemaica), le Stelle, la Via Lattea (con un&rsquo;interessante deviazione sulle Nubi di Magellano, che Dante certamente non vide, anche se avrebbe potuto sentire parlare di mappe celesti arabe che li raffiguravano). Gli ultimi capitoli trattano argomenti più speculativi come la possibilità che Dante avrebbe potuto immaginare un Universo curvo, illimitato ma finito.</p>
<p>Scrivere questo libro deve aver richiesto molto lavoro, ma il risultato è notevole poiché fornisce innumerevoli motivi per aprire la <em>Commedia</em> e rileggerla.</p>
<h2 id="traduzione-dallinglese-dellarticolo-the-sun-and-the-other-stars-of-dante-alighieri-pubblicato-su-il-nuovo-saggiatore-rivista-della-società-italiana-di-fisica" class="titolo-minore">(Traduzione dall&rsquo;inglese dell&rsquo;articolo &ldquo;<a href="https://www.sif.it/riviste/sif/sag/recensioni/alighieri-capaccioli" rel="noopener">The Sun and the Other Stars of Dante Alighieri</a>&rdquo; pubblicato su Il Nuovo Saggiatore, rivista della Società italiana di fisica).</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Animali non umani: un viaggio alla scoperta delle altre culture</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/animali-umani-viaggio-scoperta-altre-culture/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/animali-umani-viaggio-scoperta-altre-culture/</guid><pubDate>Thu, 09 Mar 2023 09:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Cos’è la cultura? Per secoli ci siamo raccontati di essere gli unici esseri viventi sulla Terra in grado di fare pensieri complessi, provare emozioni, comunicare, imparare e trasmettere conoscenza ai nostri simili. Ma si tratta di un grosso abbaglio, come ci racconta l’ecologo Carl Safina in Animali non umani (Adelphi, 2023)</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/animali-umani-viaggio-scoperta-altre-culture-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/animali-umani-viaggio-scoperta-altre-culture-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Ciò che è naturale non sempre viene naturale: molti animali devono apprendere dai loro anziani come diventare ciò che sono destinati ad essere». Con questa frase si apre <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845937033" rel="noopener"><em>Animali non umani</em></a>, un lungo e appassionante saggio in cui l’autore, Carl Safina, esplora la cultura e la socialità animale, trasportando il lettore nei suoi viaggi e condividendo con lui la meraviglia della scoperta. Scorrendo le pagine si naviga sulle acque cristalline a largo di Dominica per incontrare le famiglie di capodogli, poi si scrutano le fronde verdi dell’Amazzonia peruviana per scorgere la meravigliosa livrea rossa gialla e blu delle are scarlatte, e infine si cammina nell’aria umida e calda delle foreste ugandesi per sedersi di fianco agli scimpanzé. E osservando tutti questi animali, insieme ai ricercatori che li seguono con passione da lungo tempo, ci rendiamo conto di quanto simili e nel contempo distanti da noi siano le altre specie che popolano il pianeta. Simili a noi, perché provano emozioni, hanno personalità, creano legami intensi e hanno bisogno degli altri per imparare a vivere e sopravvivere (il titolo originale del saggio non a caso è <em>Becoming wild</em>, ovvero <em>Diventare selvatici</em>). Diversi, perché hanno forme, dimensioni, abilità e sensi molto differenti dai nostri, e quindi lo è il loro modo di sperimentare l’ambiente, di comunicare e di apprendere.</p>
<p>In <em>Animali non umani</em>, Safina riprende il filo di una matassa che ha iniziato a dipanare nel suo precedente saggio, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845932496" rel="noopener"><em>Al di là delle parole</em></a> (sempre pubblicato in Italia da Adelphi), mettendo in crisi l’antropocentrismo che ha segnato a lungo le credenze comuni e le scienze naturali stesse, e che ancora fatica a scomparire. Safina è un biologo, un professore universitario, oltre a uno scrittore di saggi pluripremiati. I suoi libri hanno un perfetto equilibrio tra il rigore scientifico che documenta in modo meticoloso ogni affermazione, e una narrazione che cerca di andare oltre quel che si cerca di descrivere con statistiche e modelli matematici.</p>
<p>L’etologia è nata nel 1900, quindi è poco più di un secolo che si è iniziato a sistematizzare l’osservazione e lo studio del comportamento degli animali, a decifrarne i linguaggi e le abitudini. Ma per lungo tempo gli etologi sono stati imprigionati da un tabù, quello che Safina chiama “antropo-fobia”, cioè la paura di antropomorfizzare gli animali. Il che è in parte corretto: non possiamo attribuire il nostro modo di vivere e sentire a esseri viventi diversi da noi. Noi non sentiamo gli ultrasuoni come i pipistrelli o i delfini e nemmeno gli infrasuoni degli elefanti e delle balene, non vediamo l’ultravioletto che guida gli insetti ai fiori, di notte siamo ciechi al contrario di un gatto, non potremmo mai annusare gli odori alla stregua di un cane o un orso, né ricordare perfettamente a memoria come uno scimpanzé la localizzazione e lo stato di maturazione dei frutti di migliaia di alberi sparsi nell’intricata foresta tropicale. Questa “antropo-fobia” ha però portato gli scienziati a compiere l’errore opposto: quello di ridurre gli animali a poco più di oggetti animati, negando così le evidenze. «Se non troviamo difficile dire che un animale abbia fame, sete o sonno, non dovrebbe essere così complicato pensare che possa provare divertimento, paura, ansia, piacere, benessere, aggressività», afferma Safina. Sebbene questo atteggiamento stia cambiando nella biologia moderna, continua a incontrare sacche di resistenza di una visione scientifica tradizionale e ortodossa, tramandata e divulgata al grande pubblico. Eppure, lo stesso Darwin aveva indagato le emozioni degli animali, dedicando un saggio all’argomento, <em>L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali</em>. Affermare che un elefante o un capodoglio o uno scimpanzé provino emozioni non significa affermare che compongano la sera poemi o scrivano saggi sul senso della vita o compiano scoperte scientifiche (e d’altra parte non tutti gli esseri umani lo fanno!), ma riconoscere loro capacità che li accomunano a noi in quanto mammiferi, esseri viventi dotati di circuiti cerebrali e ormoni simili: «È una questione di prospettiva. Non esistono animali come l&rsquo;uomo, ma al contempo non ci sono animali come gli elefanti o come le balene o come le aquile. La nostra principale limitazione è che siamo chiusi dentro la nostra prospettiva e fatichiamo a osservarci a distanza. Poiché pensiamo di essere il punto di riferimento, tutto il resto non può che fallire, non riuscendo a fare le cose come noi. Ogni specie è diversa. Ma allo stesso tempo tutte le specie sono simili: tutte sono legate da un rapporto di discendenza» commenta Carl Safina.</p>
<p>Il passo successivo al riconoscimento delle emozioni è quello di ammettere l’esistenza di una cultura animale, andando ancora una volta a decostruire una convinzione umana molto radicata: quella di essere speciali perché unici capaci di apprendere e dotati di tradizioni culturali, al contrario degli animali che sono guidati dall’istinto. Come in noi ci sono comportamenti universali, che trascendono il luogo e le tradizioni in cui siamo nati e cresciuti (pensiamo a espressioni facciali come il pianto o il sorriso), così molte specie hanno un mix di istinto e di apprendimento. In tanti casi questo si limita al periodo tra la nascita e la maturazione sessuale. Nelle specie che hanno sistemi sociali complessi, invece, c’è un vero e proprio trasferimento di competenze o conoscenze. Così i capodogli vivono in gruppi di femmine imparentate, più famiglie si riconoscono parte di un clan, al cui interno si parlano dialetti specifici. Una famiglia di capodogli collabora nella crescita e nella difesa dei piccoli e socializza esclusivamente con i membri del proprio clan, e ignora gli altri. Una cosa simile succede nelle orche: nel Pacifico nordoccidentale, ci sono orche che si nutrono esclusivamente di pesci e altre solo di mammiferi. Pur appartenendo alla stessa specie e vivendo nelle stesse acque, si evitano, perché hanno linguaggi, strategie di caccia e abitudini diverse. A guidare gli spostamenti di un gruppo di elefanti (molto simile a quello dei capodogli!) è la matriarca, la più anziana, che conosce tutte le fonti di acqua e di cibo, nonché il tragitto migliore per arrivarci. I branchi di lupo, un tempo descritti come governati da rigide gerarchie e da lotte di potere, non sono altro che famiglie molto legate, che cooperano nella difesa del territorio e nella caccia, e in cui i figli imparano dai genitori a conocere il territorio e a predare.</p>
<p>Safina ci racconta di elefanti, lupi, capodogli, pappagalli, orche e scimmie antropomorfe. Nessuna di queste specie è immune alle minacce umane: alcune sono decimati dal traffico illegale, altre vengono braccate per via dei conflitti con le attività produttive o per la loro cattiva fama, quasi tutte si trovano a fare i conti con ambienti fortemente impattati e frammentati dall’azione antropica. Studiare la cultura animale è quindi importante anche per vincere la sfida della conservazione, in un Antropocene che vede la biodiversità fortemente minacciata. «Non dovremmo mai arrivare a perdere o eliminare tutti gli individui di una specie da una regione perché le reintroduzioni non potranno mai restituire la cultura, la conoscenza di come vivere in quel luogo» spiega Safina. «Molti uccelli e mammiferi imparano dai genitori e dagli individui più anziani cos’è il cibo, dove si trova, dov’è l’acqua, cos’è pericoloso e quali sono le rotte di migrazione. Per alcune specie, acquisire culturalmente alcune conoscenze è cruciale per la sopravvivenza. Per altre non è così fondamentale. Per animali che vivono in gruppi sociali strutturati, come molti primati e gli elefanti, la sopravvivenza è essenzialmente impossibile senza il sapere degli anziani».</p>
<p>Scendere dal piedistallo in cui ci siamo arrogantemente posizionati è purtroppo un percorso lento. Ci siamo sempre sentiti superiori alle altre creature, il punto di arrivo dell’evoluzione, la specie più intelligente del pianeta, quella dal cervello più grande e sviluppato, l’unica in grado di costruire, l’unica dotata di un linguaggio e l’unica dotata di sentimenti. Eppure, proprio con L*’origine delle specie* Darwin ci dice che non esiste alcuna posizione speciale per gli esseri umani, e poi il progresso scientifico ci mostra la grande complessità degli altri animali, sia in termini di adattamenti fisici che comportamentali. Allora perché non riusciamo ad accettare che si tratta di diversità e non di superiorità? Per Safina, facciamo davvero molta fatica a rivolgere il nostro reale interesse agli animali, <a href="https://youtu.be/-wkdH_wluhw" rel="noopener">a voler capire chi sono e apprezzarli per quello che sono</a> perché siamo sempre troppo ego-riferiti e in cerca di una risposta che ci dica qualcosa in più su di noi. L’ultimo animale che incontriamo in <em>Animali non umani</em> è lo scimpanzé. Anzi, per la precisione  due comunità distinte di scimpanzé che abitano nelle foreste tropicali dell’Uganda: Waibira e Sonso. Gli scimpanzé condividono più del 98% dei nostri geni. Ancora oggi molti li confondono con una sorta di abbozzo di un nostro antenato primitivo, mentre sono semplicemente altri primati che vivono con noi ora su questo pianeta, e che, come troppe altre specie, sono in un drastico declino a causa della deforestazione e del commercio illegale. Ogni comunità di scimpanzé è diversa, per composizione, numerosità, e tradizioni. Non tutte sanno fare le stesse cose o hanno gli stessi equilibri sociali. Ogni gruppo che scompare è un pezzo di cultura che si perde per sempre.</p>
<p>Riusciremo a uscire dal nostro storico antropocentrismo e guardare agli altri esseri viventi per quello che sono? Riusciremo a sentirli più affini e a dare un valore alla loro esistenza o lasceremo che molte specie scompaiano e con esse la loro ricchezza culturale? Potrà mai la conoscenza aiutarci a provare empatia e a trovare una via per la coesistenza? Questi i grandi interrogativi con cui ci lascia il libro. «Abbiamo molto lavoro da fare» risponde Safina. «Purtroppo, facciamo fatica a credere che altri esseri umani siano simili a noi e abbiano le stesse esigenze. Credo però che per molti sia più facile avere compassione per gli animali che per le persone. Certamente abbiamo bisogno di provarla per tutti e due. E dobbiamo lavorare in contemporanea su entrambi i problemi. Se non lo facciamo, rischiamo non solo di impoverire il mondo vivente, ma anche di perdere la nostra umanità».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Donne nella scienza: una strada che parte da lontano, porta lontano e non è priva di rischi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/donne-scienza-strada-parte-lontano-porta-lontano-priva/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/donne-scienza-strada-parte-lontano-porta-lontano-priva/</guid><pubDate>Wed, 08 Mar 2023 09:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>societa</category><description>L’8 marzo è un’occasione per fare il punto sul ruolo delle donne nella scienza. Il saggio Donne nella scienza – La lunga strada verso la parità , di Maria Pia Abbracchio e Marilisa D’Amico, in uscita in questi giorni, ci aiuta sia a recuperare il contributo fondamentale, anche se spesso invisibile od oscurato, apportato dalle scienziate nella storia, a partire dal passato più lontano; sia a valutare i grandi (ma ancora insufficienti) progressi verso le pari opportunità di genere fatti fino a oggi, anche grazie alla nostra Costituzione; sia a mantenere alta l’attenzione verso i rischi che si profilano per il futuro, in particolare in relazione all’Intelligenza Artificiale, settore attualmente a larga prevalenza maschile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/donne-scienza-strada-parte-lontano-porta-lontano-priva-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/donne-scienza-strada-parte-lontano-porta-lontano-priva-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Entrambe professoresse ordinarie all’Università degli Studi di Milano, Maria Pia Abbracchio di Farmacologia e Marilisa D’Amico di Diritto costituzionale, entrambe prorettrici, le due autrici di <em>Donne nella scienza – La lunga strada verso la parità</em> (FrancoAngeli, 2023) hanno vissuto anche personalmente la difficile ed entusiasmante strada di una vita dedicata alla ricerca. E la raccontano nella terza parte del libro, con la consapevolezza che la testimonianza, la comunicazione dell’esperienza, con tutte le sue emozioni, e della conoscenza è fondamentale anche per incoraggiare le ragazze giovani a intraprendere senza paura gli studi verso cui interesse, capacità e passione le spingono.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/donne-scienza-strada-parte-lontano-porta-lontano-priva-body-1.jpg.webp" alt="" width="400" height="599" loading="lazy" decoding="async">
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<p>La provenienza da due campi del sapere differenti apporta al saggio una originalità particolare, perché permette di osservare la corsa a ostacoli affrontata dalle donne che vogliono praticare la ricerca da un punto di osservazione duplice: quello delle discipline scientifiche e quello del diritto, in particolare con una sottolineatura del ruolo della Costituzione nel garantire – almeno in teoria, perché per passare davvero ai fatti ci vorrà ancora fatica – la parità di opportunità per i generi.</p>
<h2 id="le-donne-scienziate-ci-sono-ma-non-si-vedono">Le donne scienziate ci sono, ma non si vedono</h2><p>Una strada, quella della scienza, che, come racconta la prima parte del libro, per le donne è stata a lungo proibita, piena di ostacoli, ingombra di pregiudizi. Il saggio mostra come l’idea che le donne siano “prive di mentalità analitica”, o che “non amino la matematica”, o che ingegneria e fisica non siano “adatte per loro” siano basate su stereotipi radicati nel passato, che continuano a permanere, anche in forma inconscia e quindi ancora più subdola e pericolosa. Questi “preconcetti impliciti” sono oggi finalmente oggetto di attenzione e consapevolezza, ma hanno fortemente agito nel limitare la presenza delle donne nella scienza, almeno in quella ufficiale. Per secoli.</p>
<p>Le autrici passano in rassegna le teorie, oggi ampiamente screditate, attraverso le quali la scienza stessa propugnava una differenza innata tra maschi e femmine, che renderebbe le donne non idonee alla carriera scientifica. Teorie che, ci fanno notare le autrici, già Socrate nel quinto secolo avanti Cristo era stato in grado di smantellare, sostenendo che l’inferiorità femminile era dovuta semplicemente alla mancanza di istruzione. Eppure sono state teorie capaci di allungare i loro tentacoli fino ai nostri giorni, se ancora nel 1960 alcuni scienziati sostennero, come racconta il libro, che le donne non potevano diventare astronaute a causa delle mestruazioni.</p>
<p>Le autrici ripercorrono tutto il peso del pregiudizio, capace non solo di ostacolare alle donne l’accesso al mondo della scienza, ma anche di nasconderne i risultati, quando nonostante tutto le donne riuscivano a lavorare e anche eccellere in questo campo, minimizzandoli e sottovalutandoli.</p>
<p>Ecco dunque il lungo elenco di donne scienziate “invisibili, ma presenti”: dalle “calcolatrici umane” che erano reclutate per affiancare gli scienziati maschi nell’astronomia; alle scienziate che lavoravano al fianco dei loro mariti, a cui andava poi tutto il merito dei risultati; o alle scienziate che hanno visto attribuire a colleghi maschi le loro scoperte fondamentali, come Nettie Stevens e Rosalind Franklin, pioniere degli studi sul DNA. Un fenomeno talmente diffuso da avere un nome: “Effetto Matilda”, coniato dalla storica della scienza Margaret W. Rossiter nel 1993 per descrivere la natura sessista del mancato riconoscimento delle donne nella scienza. Un termine che da allora ha ricevuto centinaia di citazioni, tra cui quella nell’articolo <a href="https://gap.hks.harvard.edu/matilda-effect-science-communication-experiment-gender-bias-publication-quality-perceptions-and" rel="noopener"><em>The Matilda effect in Science Communication</em></a>, che dimostrò nel 2013 che i lavori realizzati da scienziate ricevono sistematicamente meno citazioni di lavori analoghi fatti da colleghi uomini.</p>
<p>Eppure le donne nella scienza ottengono risultati eccellenti e fin dall’antichità: anzi, le autrici fanno notare che paradossalmente si possono ricordare scienziate apprezzate e riconosciute pubblicamente più in passato che nell’era moderna. Nel libro è ricordata la celebre Ipazia, vittima del fondamentalismo religioso, ma anche nomi meno noti, come Maria la Giudea e Trotula, la prima donna medico, rappresentante di grandissimo rilievo e magistra della famosa scuola medica salernitana. Un capitolo è dedicato in particolare alla scarsa presenza delle donne tra chi vince premi scientifici: è citato uno studio di cui si è occupato di recente un <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-022-01506-4" rel="noopener">editoriale</a> di <em>Nature</em>. Lo studio, condotto da due ricercatrici dell&rsquo;Università di Birmingham ha analizzato le caratteristiche di circa 9.000 vincitori di premi prestigiosi nell’ambito delle scienze della terra e della cardiologia: oltra al Nobel, molti altri premi devoluti da istituzioni o società scientifiche riconosciute come autorevoli a livello nazionale o internazionale, a partire dal XVIII secolo. L’analisi ha dimostrato che i premi assegnati a scienziate non superano il 15%. E che la percentuale scende a 12 se i premi sono conferiti alla memoria di scienziati maschi, quasi che perfino l’intitolazione del premio diventi un fattore discriminante.</p>
<h2 id="limportante-apporto-delle-costituenti-alla-parità-di-diritti-fra-generi">L’importante apporto delle Costituenti alla parità di diritti fra generi</h2><p>Nella seconda parte del saggio, partendo dalle origini antiche della discriminazione, che affonda le radici nelle consuetudini sociali della società greca e romana ma è stata rafforzata durante i regimi totalitari come nazismo e fascismo, si ripercorre il percorso che ha portato verso l’affermazione del principio di uguaglianza, in ogni campo, con una sottolineatura molto interessante del ruolo avuto in questo cammino non soltanto dalla nostra Costituzione, ma in particolare dal ruolo, nella sua formulazione, delle Costituenti. Come ricorda il libro: «È soprattutto grazie al lavoro delle Costituenti se il principio di uguaglianza fra donne e uomini, nella sua duplice ottica formale e sostanziale, è oggi così chiaramente sancito in Costituzione. Si deve infatti ad Angela Merlin l’introduzione al primo comma dell’art. 3 Cost. dell’inciso “senza distinzioni di sesso”, che precisa il divieto di discriminazioni di genere. Ed è merito della più giovane fra le costituenti, Teresa Mattei, l’aggiunta nel secondo comma dell’art. 3 Cost. dell’espressione “di fatto”, la quale impone alla Repubblica di rimuovere concretamente gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la piena eguaglianza degli individui. La mera parità formale, infatti, non poteva essere considerata sufficiente».</p>
<p>A partire dalla grande portata innovativa del testo costituzionale, nel saggio ci si sofferma quindi sulla faticosa strada per portare le norme a una reale attuazione, negli ambiti emblematici del pubblico impiego, dell’impresa e dell’università, dove nonostante i progressi il raggiungimento della piena parità non è ancora stato raggiunto: disparità permangono nella progressione di carriera, nella retribuzione, anche in diversi aspetti relativi all’università, nonostante la crescente attenzione posta su questo aspetto.</p>
<h2 id="donne-e-intelligenza-artificiale-unemergenza-da-colmare-al-più-presto">Donne e Intelligenza Artificiale: un’emergenza da colmare al più presto</h2><p>In particolare, le autrici lanciano l’allarme su quella che potrebbe rappresentare una pericolosa inversione di tendenza rispetto al percorso virtuoso che vede una crescente inclusione delle donne nelle materie scientifiche: la marcata carenza delle immatricolazioni femminili delle aree ICT (Information and Communication Technologies), solo il 13%, il che produce un notevole scompenso di genere tra gli operatori del settore. Come ricordano le autrici, portando l’attenzione su un tema di cui non si parla molto: «Il <em>Digital Divide</em> di genere, sia in termini di accesso che di uso o formazione agli strumenti digitali, è alimentato da una serie di stereotipi che continuano a rafforzare la percezione che le tecnologie non siano adatte a ragazze e donne, tant’è vero che non è troppo accentuato nei bambini, ma aumenta con il passare degli anni […] Di conseguenza, gli algoritmi con i quali vengono addestrati i robot per l’analisi digitale dei dati sono disegnati per il 90% da uomini bianchi, il che introduce stereotipi anche inconsapevoli non soltanto nei confronti del genere femminile, ma anche delle etnie nere e di altre minoranze. Non solo, ma la mancanza di donne nella progettazione degli algoritmi impedisce di sfruttare la grande ricchezza che può derivare dal confronto positivo tra punti di vista differenti».</p>
<p>La situazione è purtroppo particolarmente grave nel nostro Paese, che si colloca solo al 25° posto in termini di parità di genere nell’utilizzo di strumenti digitali.</p>
<p>Se, insomma, nel suo complesso il saggio, molto documentato e ricco di testimonianze e riferimenti, traccia una storia che mostra come per le ragazze e le donne che vogliono dedicarsi allo studio delle materie scientifiche la situazione sia in continuo miglioramento, dall’altro indica anche come si prospettino nuovi rischi, in particolare nel campo digitale. Si deve dunque sempre mantenere molto alta l’attenzione, con una continua azione attiva per promuovere la parità di genere, in particolare nelle carriere STEM, sia per garantire una vera parità all’interno di questi settori, ma anche perché una maggior presenza di donne nella produzione di algoritmi può prevenire ulteriori discriminazioni e promuovere l’uguaglianza. Anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza offre strumenti che avranno un impatto positivo in questo senso, sottolineano le autrici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Tutto quello che avreste voluto sapere sulla diplomazia scientifica (ma non avete mai osato chiedere)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tutto-quello-avreste-voluto-sapere-diplomazia-scientifica-avete/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tutto-quello-avreste-voluto-sapere-diplomazia-scientifica-avete/</guid><pubDate>Thu, 02 Mar 2023 10:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>In un momento in cui c’è particolare bisogno di diplomazia, arriva sugli scaffali il libro Ragione di Stato, ragione di scienza di Giacomo Destro (Codice edizioni, 2023), dedicato per buona parte alla diplomazia scientifica. Ma anche, come vedremo, alle varie forme - non tutte entusiasmanti - in cui si è declinato il rapporto fra scienza  e politica negli ultimi due secoli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/tutto-quello-avreste-voluto-sapere-diplomazia-scientifica-avete-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/tutto-quello-avreste-voluto-sapere-diplomazia-scientifica-avete-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Con diplomazia scientifica si intendono parecchie cose, ma in prima approssimazione possiamo dire che ci troviamo nel campo dei rapporti fra scienza e politica internazionale, vale a dire quelle attività gestite tipicamente da agenzie internazionali che si sostanziano in accordi e trattati sui più diversi temi ed emergenze planetarie. </p>
<p>La ricerca scientifica ha spesso bisogno della diplomazia per proiettarsi sulla scena internazionale con grandi sfide e progetti. La politica a sua volta ha bisogno della scienza, per esempio per tenere aperto un dialogo altrimenti difficile fra Paesi in conflitto, oppure per governare alla luce di dati e conoscenze situazioni complesse come il cambiamento climatico o una pandemia.</p>
<p>Dalla lettura del libro <em>Ragione di Stato, ragione di scienza</em> di Giacomo Destro (Codice edizioni, 2023) si può affermare grossolanamente che se la scienza è stata negli ultimi secoli il motore dei grandi cambiamenti tecnologici e quindi sociali ed economici, ma con un rapporto ancillare con la politica, con il passare del tempo è cresciuto anche il suo peso nella governance delle questioni di rilievo internazionale, com’è normale che sia in una “società della conoscenza”, o, come preferisce chiamarla Destro, “dei Big Data”.  Tuttavia sarebbe un errore pensare che gli scienziati si possano sostituire a diplomatici e politici, come vedremo nella disamina del libro.</p>
<h2 id="il-technion-e-la-politica-scientifica-del-sionismo">Il Technion e la politica scientifica del Sionismo</h2><p>Il libro si apre con la suggestiva ricostruzione della nascita del Technion nel 1912 a Haifa. Ben prima che nascesse lo Stato di Israele nel 1948, la tessitura diplomatica delle cancellerie europee e mediorientali consentì infatti l’istituzione del primo Politecnico voluto dalla comunità ebraica proprio in Palestina, affinché, almeno nelle intenzioni dell’epoca, tutti potessero godere dei frutti dell’innovazione tecnologica. Ragione per cui anche le autorità arabe presenziarono alla posa della prima pietra del Technion a Haifa. Poi, come noto, la storia si andò complicando con la nascita dello Stato d’Israele, ma probabilmente la situazione dei rapporti arabo-israeliani sarebbe ancora più critica senza le collaborazioni scientifiche della rete di atenei in Medio Oriente.</p>
<p>Uno dei centri di maggior collaborazione fra israeliani, palestinesi e ricercatori di stati arabi è l’acceleratore di particelle SESAME (Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East), attivo da pochi anni in Giordania dopo una lunga gestazione. SESAME in realtà non è altro che il “vecchio&quot; Sincrotrone BESSY1 d Berlino, che, grazie all’iniziativa del CERN e dell’Unesco si decise di ricollocare in Giordania proprio per favorire la cooperazione scientifica in Medio Oriente. </p>
<h2 id="il-capolavoro-diplomatico-del-cern">Il capolavoro diplomatico del CERN</h2><p>Il libro di Giacomo Destro fa luce anche sulla storia politica del CERN, pietra miliare della diplomazia scientifica. Con quello che nel 1954 venne chiamato Consiglio Europeo per le Ricerche Nucleari, infatti, la nascente Comunità Europea vide la possibilità di avviare un programma di ricerca di respiro continentale costruendo a Ginevra un acceleratore di particelle che doveva essere più potente di quello in costruzione a Berkeley, in California, e che oggi ospita il Large Hadron Collider (LHC). </p>
<p>Con i suoi migliaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo, il CERN rappresenta una sorta di ONU della ricerca e di fatto tiene aperta una collaborazione nel campo neutro della fisica delle particelle. Anche se con qualche problema, vista l’impasse sulle affiliazioni dei ricercatori russi e bielorussi negli articoli che riguardano gli esperimenti condotti nell’LHC dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e al momento <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-00503-5" rel="noopener">risolta con un compromesso</a>.</p>
<p>Altri grandi progetti come ITER sulla fusione nucleare, il radiotelescopio SKA in costruzione in Sudafrica e Australia, e la Stazione spaziale internazionale (ISS) sono esempi di collaborazione scientifica dopo la Guerra Fredda. </p>
<p>Solo con un grande impulso diplomatico sono potute sorgere - spiega Destro - queste cattedrali della Big Science, che a loro modo costituiscono occasioni di dialogo e coesione in un mondo tutt’altro che pacificato.</p>
<p>Ma certo la diplomazia non può tutto, a volte nemmeno salvaguardare i buoni rapporti fra le diverse comunità scientifiche nazionali investite dalla guerra. Un esempio l’abbiamo proprio ora sotto gli occhi: dalla prima invasione russa della Crimea (2014), e ancora di più dopo l’invasione iniziata il 24 febbraio scorso, le collaborazioni scientifiche dei ricercatori russi e ucraini sono profondamente cambiate. Come documenta una <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-00552-w?utm_source=Nature&#43;Briefing&amp;utm_campaign=780218d1c5-briefing-dy-20230227&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_c9dfd39373-780218d1c5-43639537" rel="noopener">analisi condotta da <em>Nature</em></a>, gli ucraini hanno via via abbandonato i lavori in comune con i russi per aumentare quelli con i polacchi, mentre i russi hanno aumentato decisamente le collaborazioni con cinesi e indiani e ridotto quelle con Stati Uniti e Germania. </p>
<h2 id="il-difficile-equilibrio-fra-scienza-e-politica-e-la-figura-del-mediatore-onesto">Il difficile equilibrio fra scienza e politica e la figura del “mediatore onesto”</h2><p>La geopolitica può interferire non poco sull’attività scientifica e la sua aspirazione alla neutralità e all’universalismo. In alcuni ambiti, tuttavia, come la ricerca spaziale e la sfida climatica, la diplomazia scientifica può contare su istituzioni capaci di garantire un processo politico e scientifico condiviso. È il caso per esempio dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), di cui Giacomo Destro ricostruisce la genesi nel 1988 e il complesso <em>modus operandi</em> dei suoi periodici rapporti, che costituiscono poi la base dei “Riassunti per i decisori politici” (<em>Summary for policy makers</em>) e dei negoziati climatici che hanno luogo nelle Conferenze delle parti (COP). </p>
<p>In questo denso e interessantissimo capitolo del libro si possono apprezzare i diversi ruoli degli attori che partecipano alle COP, dai lobbisti e attivisti, agli esperti scientifici, ai veri e propri negoziatori: ciascuno a suo modo un insostituibile ingrediente di quella che Destro chiama la “zuppa della diplomazia”. «Una zuppa che si cucina molto lentamente. Ma spesso, una volta cotta, è assai nutriente».</p>
<p>I ricercatori giocano un ruolo chiave nei negoziati sul clima, in diverse vesti a seconda delle attitudini: scienziati puri e volutamente impolitici, scienziati lobbisti al servizio di qualche causa o interesse, quindi particolarmente “vocali” e schierati. Oppure, ricorda Destro, consulenti scientifici al servizio delle decisioni politiche che possono essere ricompresi nella figura ideale del “mediatore onesto” (<em>honest broker</em>), <a href="https://www.cambridge.org/core/books/honest-broker/A41AD4D7D14077165807DBE057B5FAF9#fndtn-information" rel="noopener">proposta anni fa da Roger Pielke jr nel suo omonimo libro</a>.</p>
<p>Scrive Destro: «La caratteristica principale del mediatore onesto appare quella di sforzarsi di rendere esplicite le varie opzioni per il <em>decision maker</em>. Se il lobbista si presenta come portatore di una risposta universale (anche se ciò è parzialmente falso) e l’arbitro invece si ritira nel proprio recinto di conoscenza laddove la domanda sia troppo “politica”, il mediatore onesto, nel modello di Pielke, è colui il quale chiarisce che esistono più opzioni di risposta, ma contestualmente fornisce anche gli strumenti per ridurre tale scelta». </p>
<p>Sembra quindi essere questa la figura chiave che rende le competenze scientifiche necessarie, anche se non sufficienti, alla deliberazione politica. </p>
<h2 id="le-quattro-sfide-della-diplomazia-scientifica">Le quattro sfide della diplomazia scientifica</h2><p>Ma quali sono le sfide principali che deve affrontare oggi la diplomazia scientifica? Se il clima è al momento la più visibile, secondo Destro se ne possono citare almeno altre tre: </p>
<ul>
<li>la regolamentazione dell’esplorazione e colonizzazione dello spazio, che vede crescere la competizione privata in una sfera gestita solo fino a pochi anni fa da grandi programmi nazionali pubblici; </li>
<li>la regolamentazione dei dati e delle tecnologie che su di essi si basano; altra dimensione in cui i grandi monopoli digitali privati giocano un ruolo cruciale, con risvolti etici, economici e politici altrettanto rilevanti;</li>
<li>infine il pieno coinvolgimento delle comunità scientifiche dei Paesi in via di sviluppo, ancora ai margini del progresso della conoscenza scientifica globale. </li>
</ul>
<p>Su questo ultimo punto , in particolare, l’Italia può giocare un ruolo importante, sia per la sua posizione geografica, sia per l’esistenza di istituzioni come la Sissa (dove peraltro lavora l&rsquo;autore del libro) e il Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam di Trieste, che richiamano molti ricercatori e studenti anche dai Paesi in via di sviluppo.</p>
<h2 id="la-scienza-alle-prese-con-la-volontà-di-potenza-degli-stati-leviatano">La scienza alle prese con la volontà di potenza degli Stati-Leviatano</h2><p>Come suggerito dal titolo <em>Ragione di Stato, ragione di scienza</em>, il libro di Giacomo Destro non tocca solo il tema della diplomazia, ma più in generale il rapporto fra scienza e politica che fra Ottocento e Novecento è segnata dal coinvolgimento degli scienziati sia nell&rsquo;avventura imperialista, sia nella due guerre mondiali, con la lunga coda della guerra fredda. </p>
<p>Soprattutto in questa parte del libro, Destro racconta con felice vena narrativa alcuni episodi e personaggi che ci mostrano il volto obliquo e talora agghiacciante della ricerca. La mente corre al progetto Manhattan e alle successive conversioni pacifiste di molti fisici. Per restare nella galleria delle infamie, pochi invece conoscono la storia del medico e generale dell’esercito giapponese Ishi Shirō che a capo di circa tremila fra scienziati e tecnici dell’Unità 731 sperimentò epidemie provocate da vari patogeni su villaggi della Manciuria dal 1939 al 1945, sterminando in veri e propri esperimenti di guerra batteriologica circa mezzo milione di cinesi. Proprio come i volenterosi carnefici di Josef Mengele nella Germania nazista. Sulla scorta di queste conoscenze, Shirō architettò un’offensiva finale contro gli Stati Uniti, nota con il nome di “Operazione fiori di ciliegio nella notte”, che fu tuttavia bruciata sul tempo dalle atomiche su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945. </p>
<p>Il medico giapponese, pur consapevole di venir meno al giuramento di Ippocrate, non rinnegò mai la superiore istanza di fedeltà all’Impero del Sol Levante. Che lo ricompensò lasciandolo uomo libero fino alla morte per malattia nel 1959, non prima di aver riferito al responsabile medico dell’Esercito statunitense Murray Sanders tutto quello che aveva appreso con i suoi mortiferi esperimenti.</p>
<p>Si dipanano quindi nel libro altre avvincenti storie di guerra, spionaggio e intrighi internazionali, dove la ricerca scientifica è piegata di volta in volta agli interessi del colonialismo, del nazionalismo o dell’ideologia, come la surreale vicenda della biologia anticapitalista di Lysenko, responsabile di carestie e milioni di morti in terra sovietica. </p>
<p>Ma ho spoilerato fin troppo. Leggetevi il <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/ragione-di-stato-ragione-di-scienza/" rel="noopener">libro</a>, è come un romanzo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La fisica italiana di INFN raccontata da Lucia Votano: storia, vita e misteri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fisica-italiana-infn-raccontata-lucia-votano-storia-vita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fisica-italiana-infn-raccontata-lucia-votano-storia-vita/</guid><pubDate>Tue, 31 Jan 2023 13:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>materia</category><description>Il libro di Lucia Votano Una storia di successo (Di Renzo Editore, 2022) è un intreccio di vita vissuta, storia dell&amp;amp;rsquo;INFN e principali scoperte e misteri della fisica italiana e non solo dello scorso secolo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/fisica-italiana-infn-raccontata-lucia-votano-storia-vita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/fisica-italiana-infn-raccontata-lucia-votano-storia-vita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È da poco uscito il libro <em>Una storia di successo</em> edito da Di Renzo Editore (2022, 15€, 184 pagine) di Lucia Votano, fisica, dirigente di ricerca emerita all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Si tratta di un racconto che mescola un po’ di storia dell’INFN, un po’ di biografia dell’autrice e un po’ di storia della fisica soprattutto nucleare e subnucleare.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/fisica-italiana-infn-raccontata-lucia-votano-storia-vita-body-1.png.webp" alt="" width="365" height="509" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Fin da subito vengono evocate icone della fisica quali Edoardo Amaldi e Gilberto Bernardini, fino agli altri di via Panisperna: Segrè, D’Agostino e Majorana. Sono loro a porre le basi culturali scientifiche del futuro INFN e in generale della ricerca fisica in Italia, sin dalla teorizzazione del neutrino, la cui antiparticella (antineutrino) costituisce assieme al protone e all’elettrone il prodotto del decadimento radioattivo del neutrone. E poi ovviamente la fissione nucleare con Enrico Fermi, raggiunta credendo di aver generato i famosi elementi “transuranici”. Tanti altri i nomi illustri anche non italiani, come Millikan e Yukawa, tra tutti, che a qualunque studente di fisica suoneranno molto familiari. E si arriva, in questa prima parte di libro, al momento più tragico per la fisica italiana ed europea: le leggi razziali del 1938, un vero «disastro», come disse Amaldi. Con il Manifesto della razza firmato da dieci scienziati italiani in cui si affermava che le razze umane esistono, la propulsione innovativa del mondo fisico italiano crollò rovinosamente. Addirittura, ricorda Lucia Votano, nel 1931 solo una ventina su oltre 1.200 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo.</p>
<p>In netto contrasto con questo brutto capitolo, la nascita dell’INFN, nel 1951 come istituto del CNR, si apre con il rifiuto «di partecipare a ricerche i cui risultati non potessero circolare liberamente nella comunità scientifica internazionale e, in particolare, di continuare gli studi sulla fissione nucleare, per evitare ogni commistione con possibili usi militari». L’INFN diventa mano a mano un ente sempre più autorevole dove gran parte dei collaboratori è personale universitario associato ai programmi scientifici, i cui obiettivi principali sono sempre stati «lo sviluppo della ricerca fondamentale teorica e sperimentale in fisica nucleare e subnucleare».</p>
<p>Scrive Votano che l’Istituto è «l’unico tra gli enti pubblici di ricerca a essere governato non da un Consiglio di amministrazione, ma dal Consiglio direttivo» formato dai direttori delle varie sedi, e che quindi risponde molto meglio ai bisogni effettivi dei ricercatori. Purtroppo, fin dalla prima presentazione del piano pluriennale, il vizio dei governi italiani è sempre stato quello di non finanziare la ricerca su base pluriennale, per l’appunto, mantenendo precario e incerto il tessuto scientifico italiano rispetto all’estero. Nonostante questo, l’INFN ha sempre avuto una vocazione internazionale, coinvolgendo innumerevoli paesi nei suoi progetti e partecipando, tra gli altri, alla realizzazione e alle ricerche del CERN. Il primo esempio di scienza davvero internazionale che non è però mai stato riconosciuto tra le radici fondative dell’Unione Europea, a testimonianza di una latente avversione al mondo scientifico da parte della politica e, tristemente, del mondo della cultura, sulla scia inaugurata da Croce e Gentile.</p>
<p>Anche il CERN, sottolinea Votano, bandisce ricerche per la creazione di nuove armi e, nei laboratori, i paesi collaborano in modo pacifico, indipendentemente dai conflitti in corso, come l’attuale tra Russia e Ucraina. Secondo l’autrice, infatti, la recente decisione del <em>Council</em> del CERN di escludere la Russia dai paesi osservatori non può che essere una brutta notizia, dal momento che in questo modo non si fa altro che indebolire ulteriormente le possibilità di pacificazione, che dovrebbero vedere nella scienza un modello da seguire.</p>
<p>Il ricordo passa alla nascita dei Laboratori di Frascati e dal ruolo che ebbe Giorgio Salvini in questo. «Il suo sguardo sembrava scrutare e giudicare il livello di comprensione di quello che stavi dicendo […]. Confesso che più di una volta ho evitato accuratamente di sedergli vicino sul bus». Tra il 1954 e il 1958, il terreno incolto ispezionato dai visionari occhi di Salvini si trasformò nel luogo in cui si è poi osservato il primo fascio di elettroni.</p>
<p>Sono vari nel libro i rimandi al passato e alle altre grandi personalità, come Enrico Mattei o Bruno Touschek. La zia di quest’ultimo diede il nome al primo prototipo di sincrotrone ad “anello di accumulazione”: AdA, per l’appunto. E poi ci fu ADONE, molto più potente, dismesso nel 1993. Da qui si passa ad altri scorci di storia della fisica, quando si è via via capito che le quattro forze fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, debole e forte) coinvolgono particelle fondamentali – quark, leptoni e neutrini – e sono descritte da particelle “mediatrici” – i fotoni, le particelle W^(±) e Z⁰ e i gluoni. Tutto spiegato dal Modello Standard. Modello che però è già entrato in crisi, soprattutto dopo la scoperta del Bosone di Higgs, la particella che conferisce la massa a tutto il resto della materia dopo il Big Bang.</p>
<p>Votano spiega anche cos’è il Large Hadron Collider e il suo erede più grande prossimo a venire, illustra perché non si vede niente prima di 380mila anni dal Big Bang, perché non ha senso chiedersi cosa c’era prima e tanto altro. Come il grande mistero della scomparsa dell’antimateria – che ricorda un po’ quando a casa si perdono i calzini: dov’è finita, visto che all’inizio c’era? E non è un po’ imbarazzante che tutti questi ragionamenti riguardano la materia nota, che risulta essere il 4,9% del totale? Il resto è in gran parte energia oscura e materia oscura, che chissà cosa nascondono. L’autrice ricorda Vera Rubin, Kent Ford, la radiazione cosmica di fondo fino ad arrivare alle Teorie di Grande Unificazione e a quella “del Tutto”, che ha anche dato il nome all’omonimo film.</p>
<p>In tutto questo percorso di ascesa dal grande abisso del fascismo, l’INFN ha avuto un ruolo primario, anche se poco noto e considerato, fino all’ultima grande scoperta delle onde gravitazionali con l’interferometro VIRGO. Da non dimenticare infine il primato dei laboratori del Gran Sasso, costruiti approfittando dei lavori per l’autostrada A24, a oggi «la più grande e avanzata infrastruttura al mondo dedicata alla fisica astroparticellare» che è il campo di ricerca principale di Lucia Votano.</p>
<p>Solleticando il lettore con i misteri e le scoperte della fisica, l’autrice si lascia talvolta pervadere da riflessioni sul proprio trascorso e sul futuro della scienza in Italia che, come è facile immaginare, esprime attraverso la preoccupazione di una politica troppo disattenta, che forse non ha compreso ancora appieno quanto importante sia la ricerca per la cultura del paese.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La musica nel cervello: scienza, non magia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/musica-cervello-scienza-magia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/musica-cervello-scienza-magia/</guid><pubDate>Fri, 20 Jan 2023 10:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>mente</category><description>Percezione e creazione musicale di Alice Mado Proverbio racconta con aneddoti, spiegazioni e analisi approfondite tutto quello che accade nel nostro cervello quando interagisce con la musica. Avviso per i musicisti (e non solo): la musica non è un fenomeno magico, bensì un oggetto indagabile con i metodi della scienza, il che lo rende ancora più interessante.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/musica-cervello-scienza-magia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/musica-cervello-scienza-magia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se volete approfondire i curiosi fenomeni di cosa accade quando la musica entra nel nostro cervello, il libro <em>Percezione e creazione musicale</em> (Zanichelli, 2022, 29,50€, 210 pagine) di Alice Mado Proverbio, neuroscienziata all&rsquo;Università Milano-Bicocca può fare per voi. Si tratta di un manuale di approfondimento di vari aspetti neuroscientifici in campo musicale, che può essere letto con vari gradi di profondità, da un livello di facile comprensione, se non addirittura aneddotico, sino alla lettura di grafici e immagini (di cui è ricco) ottenute con le varie tecniche di misura dell’attività cerebrale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/musica-cervello-scienza-magia-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/musica-cervello-scienza-magia-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/musica-cervello-scienza-magia-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="2267" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il libro esplora moltissimi aspetti neuroscientifici interessanti, come la specializzazione emisferica nell’elaborazione della musica. L’abilità musicale «eccezionale», per esempio, è associata a un aumento del volume della corteccia dell’emisfero sinistro. In generale, l’emisfero destro è più olistico rispetto al sinistro (come noto): si occupa per esempio di discriminare il tipo di accordi, considerandoli oggetti unitari e non una sovrapposizione di singole note. Nei musicisti, saper riconoscere le singole note di un accordo, e nel complesso analizzare maggiormente il contenuto musicale, è correlato per l’appunto a un maggior utilizzo dell’emisfero sinistro rispetto ai non musicisti.</p>
<p>Il ruolo dell’emisfero sinistro, come si legge nel libro, entra in gioco in modo simile a quanto accade per il linguaggio parlato, in particolare nella comprensione sintattica della musica (o dei testi). I musicisti sanno riconoscere se una semplice successione di accordi rispetta le regole armoniche standard (del cosiddetto “sistema tonale”) oppure se le viola. È stato visto, attraverso la registrazione dei «potenziali correlati a eventi» (ERP), come nei musicisti la risposta detta “P600 sintattica” (a 600 millisecondi dal segnale in input) fosse tanto più ampia quanto più “sbagliato” fosse l’accordo finale di una determinata sequenza. Esiste quindi una relazione tra le regole dell’armonia – consolidatesi nel corso degli ultimi 250 anni – e i segnali elettrici prodotti nel cervello.</p>
<h4 id="nota-la-registrazione-dellerp-event-related-potential-potenziale-correlato-a-eventi-avviene-tramite-una-media-di-segnali-ottenuti-con-lelettroencefalografia-o-elettroencefalogramma-eeg-in-risposta-a-un-determinato-input-visivo-tattile-uditivo-elettrico-una-volta-eliminato-il-rumore-di-fondo-è-uno-strumento-che-permette-di-seguire-lattività-del-cervello-in-tempo-reale-e-si-presenta-come-una-serie-di-picchi-positivi-o-negativi-dopo-vari-millisecondi-dallo-stimolo">Nota: la registrazione dell’ERP (<em>event-related potential</em>, potenziale correlato a eventi) avviene tramite una media di segnali ottenuti con l’elettroencefalografia o elettroencefalogramma (EEG) in risposta a un determinato input visivo, tattile, uditivo, elettrico, una volta eliminato il rumore di fondo. È uno strumento che permette di seguire l’attività del cervello in tempo reale e si presenta come una serie di picchi positivi o negativi, dopo vari millisecondi dallo stimolo.</h4><p>Un altro tema trattato è quello dell’immaginazione musicale, in varie forme, ovvero la capacità del cervello di crearsi immagini corrispondenti a certi stimoli musicali, anche senza una particolare formazione musicale. In uno studio del 2019, leggendo il pentagramma o ascoltando il suono corrispondente, dei pianisti presentavano un «output corticospinale verso la muscolatura della mano [che] aumentava progressivamente insieme alle richieste di estensione della stessa, come se […] eseguissero realmente il movimento immaginato».<br>
Sulla stessa scia rientra il fenomeno del “tarlo nell’orecchio”. Chi ha visto il film di animazione <a href="https://youtu.be/pI1PY1dxdYs" rel="noopener"><em>Inside Out</em></a> ricorderà come il cervello di tanto in tanto faceva risuonare nella testa della protagonista un motivetto completamente fuori contesto, memorizzato da piccola. Esperienza che tutti noi proviamo per esempio con i motivetti degli spot pubblicitari. Riguarda l’immaginazione cosiddetta involontaria. Anche di questo si parla nel libro di Proverbio. E molto nota ai musicisti è la pratica del “ripasso silenzioso” (eseguita per esempio prima di una lezione, un esame o un concerto). Il cervello in questo caso si avvale dell’immaginazione cinestetica, motoria ed emotiva, della visualizzazione dello spartito senza averlo davanti e anche della “udi-zione”, «che consiste nel sentire la musica internamente in assenza di suono reale, come fosse un’allucinazione».</p>
<p>Sono moltissime le curiosità di cui si parla nel libro, alcune note da tempo e altre scoperte più di recente. Perché per esempio tutti sanno riconoscere una musica triste? Sembrerebbe che gli elementi caratterizzanti di un brano triste, come gli accordi minori, siano sovrapponibili in parte a quelli della prosodia (il ritmo, l’accentazione e l’intonazione del linguaggio parlato, che va oltre la grammatica) del discorso triste. È stato proposto «che la musica potrebbe coinvolgere circuiti neuronali dedicati all’elaborazione di vocalizzazioni emotive biologicamente rilevanti». Questa stretta relazione con la regolazione delle proprie emozioni è infatti emersa anche nelle testimonianze raccolte di quattro musicisti italiani e riportate nel libro: Giovanni Sollima (noto violoncellista), Luca Santaniello (primo violino dell’Orchestra Sinfonica di Milano), Fulvio Liviabella (tra i violini primi della Filarmonica della Scala) e Mariangela Vacatello (pianista del Conservatorio F. Morlacchi).</p>
<p>Dopo aver parlato del fastidioso disturbo della distonia (Camilla Fiz ne <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/storie-mondo-sommerso-distonia-musicisti/">ha già scritto su <em>Scienza in rete</em></a>), viene affrontato il tema degli effetti terapeutici della musica. Innanzitutto, ascoltare un brano con un certo ritmo spinge il paziente a sincronizzare la frequenza dell’elettroencefalogramma con quella del suono ascoltato. Un altro effetto rilevante che la musica ha sul nostro corpo è la correlazione tra brani caratterizzati da sonorità «violente e dissonanti» e aumento della pressione sanguigna diastolica.</p>
<p>Analogamente, musica rilassante, calma o anche familiare, «è ampiamente dimostrato […] possa alleviare il dolore oncologico, oppure ridurre l’intensità del dolore e la pressione sanguigna sistolica nei pazienti durante il recupero postoperatorio, nonché ridurre i livelli di stress e la frequenza cardiaca nei pazienti con malattia coronarica e cancro». E la musica aiuta anche a ridurre i livelli di stress nei pazienti con sclerosi multipla. Scrive Proverbio che «il potere terapeutico della musica dipende dal fatto che va a stimolare regioni uditive ed emotive che normalmente elaborano la voce umana e le sue sfumature emotive […], il che si traduce in un’azione consolatoria e curativa», fungendo da analgesico: è stato dimostrato che l’ascolto musicale «stimola i centri del rinforzo […] e del piacere».</p>
<p>Non finisce qui: praticare il canto in pazienti malati di Parkinson e sclerosi multipla, fornisce un aiuto alle cure mediche nel potenziare e curare il sistema cardiovascolare e polmonare, andando a stimolare la muscolatura associata alla respirazione (si veda <a href="https://youtu.be/ME3ideMOJws" rel="noopener">questo noto video</a>). Sembrerebbe poi che l’ascolto prolungato della musica aumenti la longevità delle persone.</p>
<p>Continuando sul filone sanitario, il libro parla anche della grave patologia che afflisse Beethoven progressivamente nella sua vita e che tutti conoscono: la sordità. Nel capitolo dedicato, si illustra come probabilmente il compositore «soffrisse di avvelenamento al piombo cronico», ipotesi sostenuta sia dagli alti livelli di piombo trovati nelle ossa in profondità, sia dal «rattrappimento dei nervi cocleari» coerente con un «contatto prolungato con metalli pesanti come il piombo». Non fu la sifilide quindi, ma piuttosto l’abitudine di bere «vino ungherese di bassa qualità, che veniva tipicamente addizionato di piombo (pratica illegale ma comune all’epoca) per migliorarne l’aroma e il sapore». Probabilmente, il carattere poi sviluppato da Beethoven in seguito alla sua patologia contribuì a creare confusione nella mente dell’autore al punto di non sapere individuare il modo corretto di leggere il metronomo, e cioè se leggere il numero subito sotto alla tacca o subito sopra. Non è di poco conto, perché, come sanno molti interpreti, i tempi di metronomo indicati in partitura da Beethoven risultano spesso troppo veloci: non è colpa quindi solo del “rallentamento” interpretativo del periodo romantico e post-wagneriano (successivo a Beethoven).</p>
<p>A chiudere il libro, quasi in modo macabro, è presente un capitolo con in principali dati clinici e neuropatologici di alcuni grandi compositori della storia, estratti dai più aggiornati reperti anatomici degli autori. Sappiamo, per esempio, che Vivaldi soffriva di cardiopatia (anche se forse a volte fingeva, per scappare da situazioni inopportune); Bach era molto miope, diabetico e forse arteriosclerotico; Mozart aveva un’insufficienza renale (ma non soffriva di sindrome di Tourette, probabilmente); Chopin ne aveva più di tutti: enfisema, fibrosi cistica, bronchiectasie, tubercolosi, cirrosi epatica, insufficienza pancreatica e parecchie altre. Ma anche Haydn, Rachmaninov, Gershwin. Oltre a farci riflettere su quanto sia evoluta la medicina oggi rispetto anche solo ai primi anni del ‘900, queste patologie non sono trascurabili nella storia dei musicisti, perché, responsabili di inevitabili ricadute psicologiche, potrebbero aver interferito sensibilmente con la creatività degli autori citati.</p>
<p>Volendo estrarre una morale, rivolta in particolare ai musicisti, ma non solo: è bene considerare la musica non come un fenomeno spirituale o addirittura magico (come spesso si tende a credere, tramite aneddoti e racconti su certi musicisti e certe interpretazioni), ma come un fenomeno umano indagabile con i metodi della scienza. Non è l’autrice a dirlo, ma Roberto Prosseda, noto pianista e concertista, che del libro ha scritto la presentazione iniziale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>"Non abbiamo fatto un buon lavoro nello spiegare quanto la biologia possa essere flessibile", intervista a Frans de Waal</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-fatto-buon-lavoro-spiegare-quanto-biologia-possa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-fatto-buon-lavoro-spiegare-quanto-biologia-possa/</guid><pubDate>Tue, 20 Dec 2022 08:08:00 +0100</pubDate><description>Dopo aver recensito Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo, abbiamo voluto scambiare quattro chiacchiere con l&amp;amp;rsquo;autore.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/abbiamo-fatto-buon-lavoro-spiegare-quanto-biologia-possa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/abbiamo-fatto-buon-lavoro-spiegare-quanto-biologia-possa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diversi-quando-primatologo-affronta-tema-genere/">aver recensito</a> <em>Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo</em>, abbiamo voluto scambiare quattro chiacchiere con l&rsquo;autore, il primatologo Frans de Waal, per sapere cosa lo ha spinto a occuparsi delle questioni di genere e avere un suo parere sulla ricerca in questo e in altri campi dell&rsquo;etologia. Ecco la nostra intervista.</p>
<p><strong>Nei suoi studi (e nei suoi libri), lei ha affrontato diversi temi, indagando negli altri animali aspetti che vanno dalle emozioni all&rsquo;intelligenza. Com&rsquo;è arrivato al tema del genere, e cosa l&rsquo;ha spinta ad affrontarlo?</strong></p>
<p>Mi sembra che ci sia un grande scetticismo nelle questioni che riguardano il genere. Si sente molto spesso, nei media, che il genere è una questione culturale, qualcosa di inventato che possiamo facilmente modificare. E mi sono accorto che, ogni volta che tengo una conferenza e parlo delle differenze legate al sesso nel comportamento, le persone vogliono saperne di più. Credo che questo dipenda dal fatto che, in genere, non riescono ad avere risposte dagli psicologi o da altri scienziati del comportamento umano, perché molti di loro sono ormai riluttanti – e forse scettici - a parlare di differenze di sesso, si mettono nei guai se dicono “gli uomini fanno di più questo e le donne fanno di più quest&rsquo;altro”. Come primatologo, invece, io posso parlarne in un modo più facile da accettare, descrivendo semplicemente ciò che vediamo nei primati.</p>
<p>Ecco perché ho voluto scrivere un libro su questi temi. All’inizio volevo parlare solo di maschi e femmine e di come si differenziano nei primati, negli esseri umani e così via. Ma, con mia stessa sorpresa, mi sono trovato ad affrontare anche il tema della diversità di genere, perché mentre scrivevo ho notato che conosco molti individui che si comportano in modo diverso dai modelli tipici maschili e femminili. Proprio come negli esseri umani, abbiamo maschi e femmine tipici, ma anche un’enorme variabilità individuale nei comportamenti legati al genere. Così ho iniziato a esplorare anche un po&rsquo; questo aspetto.</p>
<p><strong>Lei mette bene in chiaro, nel corso di tutta la trattazione, che ciò che possiamo osservare nei nostri parenti più prossimi non è motivo di giustificazione per i nostri comportamenti o per scelte controverse e discriminatorie. Qual è allora il valore di studiare gli aspetti relativi a sesso e genere nelle altre specie? In altre parole, perché ritiene sia importante cercare di conoscerne gli aspetti biologici, distinguendoli da quelli culturali?</strong></p>
<p>Naturalmente, c&rsquo;è sempre una componente biologica nel comportamento umano; non esiste un comportamento puramente culturale. E non esiste perché, in fondo, cos&rsquo;è la cultura? Non una forza esterna, come il tempo atmosferico: la cultura siamo noi stessi. Ci influenziamo a vicenda e chiamiamo questa influenza cultura. Anche gli altri primati hanno una cultura: imparano molte cose nel corso della loro vita, tanto più che gli scimpanzé e i bonobo diventano adulti intorno ai 16 anni, quindi hanno un&rsquo;enorme quantità di cose da apprendere e tempo per farlo. La cultura, insomma, interagisce sempre con la “natura”, come si dice. Gli esseri umani si presentano fondamentalmente in due forme: femminile e maschile, e alcune forme intermedie, e il nostro comportamento è modellato dall&rsquo;ambiente ma anche dalla nostra biologia. Ambiente e biologia non possono essere facilmente separati: si pensa di poterlo fare, di poter dire &ldquo;questo è puramente biologico e questo è puramente culturale&rdquo;, ma le forme pure non esistono; è sempre, sempre un&rsquo;interazione tra biologia e ambiente. Lo stesso vale per le altre specie.</p>
<p>Ci troviamo quindi a fare un confronto complesso, in cui vediamo che alcuni aspetti sono universali e si trovano in tutti gli esseri umani del mondo e in tutti i primati. E, se sono universali, allora molto probabilmente la biologia è in qualche modo coinvolta. Poi ci sono differenze che si presentano tra un Paese e l’altro negli esseri umani, o da una specie all’altra nei primati. Quindi non sono universali e, in questo caso, possiamo dire che si tratta di aspetti più flessibili. Penso comunque che sia importante guardare alla biologia: non possiamo sfuggirle.</p>
<p>Allo stesso tempo, la biologia viene spesso rappresentata in modo semplicistico - e devo dire che noi biologi siamo stati in parte responsabili di questa visione. Per esempio, negli anni &lsquo;70 e &lsquo;80, abbiamo avuto libri come quelli di Richard Dawkins, che dicevano che siamo schiavi dei nostri geni, che siamo qui per eseguire i loro programmi. È un modo molto deterministico e riduzionistico di guardare al comportamento umano o animale: noi non siamo schiavi dei nostri geni. Noi biologi abbiamo narrato di animali ed esseri umani in modo semplicistico anche facendo affermazioni come: &ldquo;abbiamo un comportamento tipico maschile e uno tipico femminile&rdquo;, mentre c&rsquo;è, invece, un&rsquo;enorme variabilità. Se guardiamo in una foresta, vediamo subito che anche due alberi della stessa specie sono diversi tra loro. La variabilità individuale è onnipresente e guida l&rsquo;evoluzione, che non potrebbe avvenire se gli individui non fossero diversi nel loro corredo genetico.</p>
<p>Purtroppo, l’eccessiva semplificazione che abbiamo fatto ha portato la biologia a diventare il nemico nel dibattito sul genere, perché viene spesso percepita come rigida e inflessibile e come se la strada tra genetica e il comportamento umano fosse a senso unico. Invece no: è una strada a doppio senso. Penso che quando le persone sono sospettose o deluse riguardo alla biologia nel dibattito sul genere, sia perché non abbiamo fatto un buon lavoro nello spiegare quanto la biologia possa essere flessibile nelle persone, e quanto lo sia anche negli altri primati. Nel mio libro ho descritto singoli primati che sono un po&rsquo; diversi dagli altri: alcuni hanno un comportamento più omosessuale che eterosessuale; alcuni non si comportano secondo il tipico modello di genere della specie. Anche qui, c’è molta variabilità individuale, e ho cercato di spiegare che la stessa variabilità che vediamo nella società umana la vediamo anche nelle società degli altri primati.</p>
<p>L&rsquo;unica grande differenza che vedo tra noi e gli altri primati è che noi siamo più intolleranti nei confronti di queste differenze. Non ho mai notato che gli altri primati si facciano problemi o che rifiutino gli individui diversi, ma la società umana è molto legata a norme e regole, tende a fare classificazioni e porre etichette su tutti i comportamenti. Credo proprio che questa sia la differenza maggiore.</p>
<p><strong>Globalmente, a che punto ritiene che sia la ricerca in tema di sesso e genere negli altri animali? E quanto interesse raccoglie tra gli scienziati?</strong></p>
<p>Noi primatologi (e credo che questo valga anche per molte altre persone che studiano il comportamento animale) dobbiamo lavorare ancora molto su questo tema: finora abbiamo cercato i modelli più tipici. Facciamo lo stesso nella società umana, per la quale parliamo di &ldquo;uomini tipici&rdquo; e &ldquo;donne tipiche&rdquo; e molto meno di coloro che sono atipici. Ma direi che, in un gruppo di primati, un individuo su dieci, o forse uno su venti, non si comporta esattamente come ci si aspetterebbe che si comportasse in termini di ruolo o di comportamento di genere. Credo che lo stesso valga per la società umana. Dobbiamo accettare che la variabilità esiste ed è molto comune. Di recente ho visto alcuni articoli, uno dei quali riguardava il comportamento omosessuale degli scimpanzé in natura; per i bonobo è noto da molto, molto tempo - di solito li definisco bisessuali, perché non credo che facciano una grande distinzione tra fare sesso con un maschio o con una femmina, quindi per loro il termine omosessuale non è nemmeno applicabile. Ma in altri animali abbiamo un po&rsquo; trascurato l&rsquo;argomento e ci siamo concentrati sul comportamento più comune, che abbiamo considerato essere quello eterosessuale, mentre anche lì c&rsquo;è molta variabilità. Dobbiamo concentrarci di più su questi modelli legati al genere e su tutta la variabilità che esiste, e anche sulla personalità - come facciamo negli esseri umani.</p>
<p><strong>Lei ha lavorato su tanti aspetti diversi dell&rsquo;etologia degli animali: possiamo chiederle di cosa si sta occupando, o intende occuparsi, adesso? In che direzione pensa di indirizzare il suo lavoro?</strong></p>
<p>Ora sono in pensione e non faccio molta ricerca: ormai, la maggior parte della mia attività è nel tenere conferenze e scrivere libri. Tuttavia, mi occupo ancora un po’ di empatia, un argomento che mi interessa molto. Mi interessano le differenze di empatia tra scimpanzé e bonobo, tra maschi e femmine, tra giovani e anziani. La ricerca sull&rsquo;empatia ora si è estesa a molte altre specie: cani, delfini, elefanti&hellip; Ci sono anche molti studi sui roditori, come topi e ratti, che spesso considerano anche gli aspetti neuroscientifici dell’empatia. Questo è un campo che sta diventando molto importante. Da circa 25 anni, gli studi si concentrano sulla cognizione e sull&rsquo;intelligenza animale e ogni settimana escono diversi articoli su questi temi.</p>
<p>Ma credo che le emozioni, la coscienza e la consapevolezza, quindi la vita interiore degli animali, e in particolare il modo in cui esprimono le emozioni e quanto siano importanti per loro, stia diventando un argomento emergente. Tanto più che molti studi al riguardo coinvolgono sempre più le neuroscienze. Per quanto riguarda i primati, gli studi di neuroscienze sono più difficili, soprattutto se vogliamo evitare, come penso che sia giusto, gli studi invasivi. Dobbiamo infatti iniziare a condurre gli studi di neuroscienze sugli altri primati nello stesso modo in cui le facciamo per la nostra specie, per la quale una persona è posta in uno scanner e si osserva come il cervello risponde alle domande o alle situazioni che vengono presentate. Credo che questo avverrà in futuro per tutte le specie: d&rsquo;altronde, sta già accadendo per esempio con i cani. Vi sono infatti alcuni studi nei quali si addestrano i cani a stare fermi in uno scanner e si osserva ciò che avviene nel cervello. Questa è la direzione in cui credo si debba andare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Diversi: quando un primatologo affronta il tema del genere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diversi-quando-primatologo-affronta-tema-genere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diversi-quando-primatologo-affronta-tema-genere/</guid><pubDate>Mon, 19 Dec 2022 11:32:00 +0100</pubDate><description>In Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo (Raffaello Cortina Editore, 2022), il primatologo Frans de Waal tratta i temi del sesso e del genere raccontando quanto avviene nei nostri parenti più stretti, gli scimpanzé e i bonobo. Fornendo, così, spunti di riflessione affascianti per iniziare a superare, in modo il più possibile consapevole, i pregiudizi e le diseguaglianze.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/diversi-quando-primatologo-affronta-tema-genere-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/diversi-quando-primatologo-affronta-tema-genere-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sesso e genere: succede spesso di affrontarli in modo puramente culturale, come fossero frutto esclusivo della nostra società, in una data area del mondo e in un certo momento storico. Se poi andiamo inserendo considerazioni più strettamente legate alle basi biologiche che caratterizzano il sesso degli individui (cioè, a grandi linee, i cromosomi che distinguono i maschi dalle femmine, insieme ai caratteri sessuali che li accompagnano) e il genere (inteso come il ruolo e posizione sociale che la nostra cultura attribuisce ai sessi), altrettanto spesso lo si fa in modo parziale, se non datato e financo errato. E invece, approfondire le caratteristiche e le differenze dei sessi e dei generi studiando le altre specie potrebbe essere importantissimo per capire meglio anche quelle della specie umana. Sia ben chiaro: studiare le altre specie animali non significa trovare una formula magica per giustificare o guidare ciò che succede nella nostra specie. La natura, si sa, è di una varietà impressionante: propone specie che formano coppie stabili e altre promiscue, così come propone numerosissimi esempi di altruismo ed empatia, ma anche violenze d’ogni genere, dall’accoppiamento forzato all’infanticidio. Tuttavia, capire meglio dal punto di vista scientifico quanto le differenze tra maschi e femmine sono legate alla genetica e quanto invece alla cultura, significherebbe capire anche quali aspetti sono “artefatti” delle credenze e conoscenze di un’epoca, da quell’insieme che forma la cultura di una società. Evitando di forzare l’uno o l’altro aspetto (biologia e cultura) per giustificare le scelte sociali e politiche.</p>
<h2 id="guardare-ai-primati-non-umani">Guardare ai primati non umani</h2><p>È in quest’ottica che si pone l’ultimo libro di Frans de Waal, primatologo olandese e professore all’Emory University, negli Stati Uniti, noto tanto per i suoi studi quanto per le sue opere di divulgazione: nel corso della sua lunga carriera scientifica, infatti, ha pubblicato diversi libri dedicati soprattutto ai primati non umani per raccontare alcuni dei temi su cui ha concentrato le sue ricerche, dalle dinamiche politiche degli scimpanzé alle emozioni degli animali. Con <em>Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo</em> (Raffaello Cortina Editore, 2022), il ricercatore affronta per la prima volta il tema del genere, trattando e analizzando alcuni dei comportamenti che tanto bene conosciamo (o crediamo di conoscere) riguardo alla nostra specie, dalla dominanza alla cura della prole, dall’omosessualità al gioco nei piccoli. E lo fa mettendo bene in chiaro, ribandendolo, anzi, in tutto il corso della narrazione, che conoscere queste differenze non significa in alcun modo giustificare eventuali discriminazioni.</p>
<p>«Occorre comunque notare che quando parliamo di diseguaglianza di genere soltanto una delle due parole comporta un problema, e <em>non</em> è genere», scrive de Waal fin dalle prime pagine. Per lui, le differenze sono un arricchimento, un valore, e riconoscerle non significa certo incentivare disparità di trattamenti economici o sociali.</p>
<p>Nel suo libro, de Waal si concentra soprattutto sui nostri due parenti più stretti: lo scimpanzé e il bonobo, quello che lui stesso definisce «il nostro cugino hippy». Nella scelta di raccontare in parallelo queste due specie così simili morfologicamente da essere state considerate una sola per lungo tempo (i bonobo sono stati riconosciuti come specie a sé stante, su base anatomica, solo nel 1929), già si nota dove risiedono molti degli errori che ancora spesso possiamo osservare nella narrazione delle differenze di sesso e genere. Infatti, le maggiori conoscenze che abbiamo sugli scimpanzé (dovute a una frequentazione di più lunga data) li hanno resi il modello di confronto con gli umani per eccellenza, eppure la distanza genetica che ci separa dai bonobo è esattamente la stessa che ci separa dagli scimpanzé. Solo che questi ultimi sono piuttosto aggressivi e i gruppi riconoscono una gerarchia maschile. Al contrario, le società dei bonobo, guidate dalle femmine, sono molto più tolleranti, nonché note per la loro ricchissima vita sessuale. Tanto che, racconta de Waal, quando a una conferenza illustrò il potere delle femmine tra i bonobo, un professore esclamò: «Ma che problemi hanno quei maschi?!».</p>
<h2 id="equivoci-sulla-dominanza">Equivoci sulla dominanza</h2><p>Ma parlare di dominanza per riconoscere privilegi all’uno o all’altro sesso significa aver capito poco della dominanza stessa. Infatti, spiega l’etologo, la dominanza è contraddistinta dalla capacità di combattere, ma anche dal rango sociale, dal potere e perfino dal prestigio, che de Waal riferisce all’esperienza e alle capacità che portano alcuni individui a fare da riferimento e a venire emulati dagli altri. Sono quindi molti e variegati i fattori che entrano in gioco, e la dominanza appare ben più sfaccettata di come a volte venga raccontata o ci possa apparire: lo dimostra bene Mama, la scimpanzé cui il primatologo aveva già dedicato l’apertura de <em>L’ultimo abbraccio</em>, il suo libro dedicato alle emozioni degli animali.</p>
<p>Mama ha guidato il suo gruppo per oltre quarant’anni, fino alla morte in tarda età, risolvendo conflitti e partecipando attivamente alle lotte di potere dei maschi, per i quali raccoglieva sostenitori (che in seguito le sarebbero stati debitori del supporto).</p>
<p>In altre parole, se andiamo a indagare le basi biologiche della dominanza dell’uno o dell’altro sesso, non solo ci troviamo le due specie a noi più vicine a presentare due modelli drammaticamente diversi ma, soprattutto, dobbiamo riconoscere che, come scrive de Waal: «Le strutture sociali, qualche volta, sono più rigide della biologia che le supporta. Anche se è sempre poco saggio ignorare la biologia, non possiamo nemmeno semplificare troppo attribuendole la responsabilità dei ruoli sociali».</p>
<h2 id="appartenenza-di-genere-tra-i-primati-non-umani">Appartenenza di genere tra i primati non umani</h2><p>In questo senso, vale la pena notare che tanto i bonobo quanto gli scimpanzé, come diverse altre specie di primati (e non solo) sono specie culturali, che si trasmettono le conoscenze da una generazione all’altra fondando delle vere e proprie usanze. Per esempio, le popolazioni di scimpanzé dell’Africa occidentale rompono le noci utilizzando sassi o altri oggetti duri, una tecnica non praticata dalle popolazioni orientali non per la mancanza di strumenti adeguati ma perché <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0047248484710207" rel="noopener">non hanno avuto modo di apprendere la tecnica</a>, dal momento che, in Costa d’Avorio, le due popolazioni sono separate dal fiume Sassandra.</p>
<p>Al momento, gli studi hanno preso in scarsissima considerazione il ruolo della cultura negli aspetti sociali, come possono essere alcuni elementi legati al genere. Tuttavia, de Waal suggerisce che il genere non sia un’esclusiva di noi umani: tra i primati si osserva che di solito i piccoli tendono a emulare gli individui del loro stesso sesso, il che potrebbe portarli a rafforzare il loro ruolo di genere attraverso l’imitazione e l’osservazione.</p>
<p>Naturalmente, non possiamo sapere come scimpanzé e bonobo percepiscano la propria appartenenza di genere. Se però presupponiamo, come fa de Waal, che anche tra i primati non umani il genere è uno spettro che raccoglie moltissime sfumature tra i due estremi di “maschile” e “femminile”, non dovrebbe stupire troppo neanche la scoperta che tra i nostri parenti ci siano individui dal genere non conforme al sesso. de Waal ci racconta quindi di Donna, una scimpanzé con alcune caratteristiche fisiche più vicine a quelle dei maschi (come l’essere più pelosa della maggior parte delle femmine, e capace di drizzare i peli di tutto il corpo per incutere maggior timore, come fanno i maschi) e che «si comportava come se facesse parte del mondo maschile», partecipando ai giochi dei maschi e unendosi a loro quando «facevano gli spacconi». Quasi ogni gruppo che ha conosciuto, scrive de Waal, aveva almeno un individuo non conforme al proprio genere.</p>
<h2 id="il-gioco-e-il-genere">Il gioco e il genere</h2><p>Un aspetto senz’altro affascinante riguardante la cultura è quello del gioco nei piccoli. L’idea di regalare, o anche solo fare distinzioni, tra i giochi “da bambina” e quelli “da bambino” tra noi umani è spesso spesso malvista: una forzatura verso il simulare (o fare pratica) nel comportamento materno delle femmine giocando con le bambole, per esempio, o nella lotta con armi finte nei maschi. Al gioco, de Waal dedica il primo capitolo di <em>Diversi</em>, quello che forse più di tutti ci aiuta a capire perché ha senso cercare di conoscere il comportamento delle altre specie prima di dare giudizi netti sul nostro. Così il primatologo racconta sia osservazioni sul campo, sia esperimenti legati proprio alle preferenze di gioco nei primati non umani, che mostrano come in effetti la preferenza per giochi come macchinine o palloni sia molto più comune nei maschi, mentre le femmine scelgono più frequentemente bambole e peluche. Le giovani scimmie, anzi, possono “adottare” anche oggetti diversi: de Waal, per esempio, descrive una scimpanzé della colonia ospitata al Burgers’ Zoo, Amber, che per settimane si era portata in giro una scopa trattandola come fosse il suo cucciolo.</p>
<p>Insomma, se effettivamente alcuni elementi, come il colore rosa “da femmine” e quello azzurro “da maschi” non sono altro che una scelta culturale (in questo caso, meglio ancora, commerciale), altri potrebbero rispondere a propensioni biologiche diverse – e vale la pena saperlo, se vogliamo evitare d’influenzare bambini e bambini scegliendo giocattoli che li forzino verso un particolare ruolo di genere.</p>
<h2 id="una-questione-di-istinto">Una questione di istinto?</h2><p>La preferenza delle bambine per le bambole, allora, può essere ridotta a una questione d’istinto materno? Come la maggior parte delle persone che si occupano di etologia, de Waal tende a rifuggire dal termine istinto, perché sono davvero pochi i comportamenti animali (sicuramente per i primati, ma vale per molte altre specie) che si siano dimostrati del tutto innati, guidati dalla genetica. Se è innegabile che maschi e femmine siano equipaggiati in modo molto diverso per quanto riguarda la cura della prole, non possiamo comunque dimenticare che l’apprendimento influenza profondamente i comportamenti innati: le femmine imparano col tempo e l’esperienza a curarsi dei propri piccoli e, tra scimpanzé e bonobo, possono fare molta pratica occupandosi dei figli delle compagne, come vere baby sitter. Allo stesso tempo, spiega de Waal, i maschi sono tutt’altro che incapaci di aver cura dei più piccini: in natura <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31183583/" rel="noopener">sono stati osservati</a> scimpanzé che hanno adottato piccoli rimasti orfani (e di cui non erano necessariamente i genitori), occupandosi di loro come avrebbe fatto una madre. E in cattività, un maschio posto da solo, senza una femmina, in una gabbia con un cucciolo cerca inizialmente d’ignorarlo, perfino ritirandosi in un angolo, ma finisce poi per comportarsi come farebbe una femmina, prendendolo in braccio e rassicurandolo. È una questione di potenzialità, sottolinea l’etologo: la distinzione tra i ruoli che si osserva comunemente non significa che i maschi, all’occorrenza, non siano in grado di far emergere comportamenti di cura.</p>
<p>Insomma, <em>Diversi</em> non spiega, né pretende di farlo, le cause biologiche o culturali che ci portano alle differenze di genere che caratterizzano la nostra società, neppure intende giustificare le discriminazioni sulla base di quanto possiamo osservare nei nostri parenti più prossimi o su quanto emerge dagli studi sugli umani. Presenta, invece, spunti di riflessione importanti per iniziare a superare, in modo il più possibile consapevole, i pregiudizi e le diseguaglianze, senza cercare di negare le differenze. «L’ambiente sociale non ha in mano tutte le carte», ci ricorda de Waal e, soprattutto, tutto quello che facciamo riflette l’interazione tra geni e ambiente. «Poiché la biologia rappresenta solo metà dell’equazione, possono sempre verificarsi dei cambiamenti».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Clima 2050, come si studiano i cambiamenti climatici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-2050-si-studiano-cambiamenti-climatici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-2050-si-studiano-cambiamenti-climatici/</guid><pubDate>Fri, 02 Dec 2022 16:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><description>Due esperte del clima e lead author del sesto rapporto IPCC, spiegano in un libro come si studiano i cambiamenti climatici, quali previsioni possiamo fare sulle loro conseguenze, e perché in questo contesto è così importante la collaborazione internazionale. Marco Taddia recensisce Clima 2050 - La matematica e la fisica per il futuro del sistema Terra , di Annalisa Cherchi e Susanna Cherchi (Zanichelli, 2022).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/clima-2050-si-studiano-cambiamenti-climatici-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/clima-2050-si-studiano-cambiamenti-climatici-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un recente <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-022-03763-9" rel="noopener">articolo</a> di <em>Nature</em>, datato 21 novembre 2022, si è concentrato sugli aerosol atmosferici che rendono di cattiva qualità l’aria di alcuni tra i paesi più poveri e popolati della Terra, attribuendo loro una responsabilità precisa negli eventi estremi e aggiungendo, al contempo, un’altra incognita ai temi climatici. Infatti, purtroppo non si sa se tali aerosol sono destinati ad aumentare, diminuire o stabilizzarsi. L’incertezza a tale proposito, per quanto riguarda i prossimi 20-30 anni, è grande e non sappiamo se contribuiranno ad aumentare di 0,5°C la temperatura nel 2050.</p>
<p>Se l’effetto degli aerosol si farà sentire è in dubbio, mentre per quanto riguarda il riscaldamento globale nel suo complesso le idee sembrano più chiare, anche dal punto di vista economico. Un report del Deloitte Center for Sustainable Progress diffuso durante il World Economic Forum di Davos (giugno 2022) ci ha informato che senza intervenire sui cambiamenti climatici i costi sull’economia globale <a href="https://www2.deloitte.com/xe/en/pages/about-deloitte/press-releases/deloitte-research-reveals-inaction-on-climate-change-could-cost-the-world-economy-usd-178-trillion-by-2070.html" rel="noopener">ammonterebbero</a> nei prossimi cinquant&rsquo;anni anni a ben 178 trilioni di dollari USA, ovvero un taglio del 7,6 dollari sul GDP nel 2070. Come sappiamo da anni, insomma, le previsioni non sono incoraggianti. Alla fine di novembre dell’ormai lontano 2015, in vista dell’apertura della conferenza COP21 (Parigi, 30 novembre-12 dicembre), commentando l’<a href="https://www.dnv.com/Publications/dnv-gl-annual-report-2015-64621" rel="noopener">Annual Report</a> della società DNV GL, notoriamente uno dei più importanti enti di certificazione, i giornali ne traevano conclusioni piuttosto fosche prevedendo per il 2050 un mondo sotto pressione, con il 60% degli ecosistemi a rischio, temperature in aumento tra i 3 e i 6 gradi centigradi, mari più alti di un paio di metri, 200 milioni di &ldquo;rifugiati climatici&rdquo;, una domanda di energia elettrica aumentata del 57% e coperta ancora per l’81% dai combustibili fossili.</p>
<p>Tutto ciò per dire che vale veramente la pena interrogarsi, ricorrendo all’aiuto di chi conosce la scienza del clima, su un futuro che poi non è così lontano come sembra. Ci viene in aiuto <em>Clima 2050 - La matematica e la fisica per il futuro del sistema Terra</em>, di Annalisa Cherchi e Susanna Cherchi (Zanichelli, 2022), pubblicato nella popolare collana &ldquo;Chiavi di lettura&rdquo;. I nomi delle autrici sono una garanzia di competenza, perché entrambe lavorano presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del CNR e, nel febbraio 2018, sono state selezionate come Lead Author per il sesto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change pubblicato ad agosto 2021. Corti è anche Executive Editor di Climate Dynamics, rivista di Springer Nature. Le due ricercatrici hanno inoltre curato per Scienza in rete la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/riscaldamento-globale-sintesi-prima-parte-sesto-rapporto-ipcc/">sintesi dei risultati del primo volume dell&rsquo;ultimo rapporto IPCC 2021 sulle basi fisiche del cambiamento climatico</a>, di cui sono state co-autrici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/clima-2050-si-studiano-cambiamenti-climatici-body-1.png.webp" alt="" width="534" height="826" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il libro consta di sei capitoli, che dopo aver chiarito la differenza fra meteo e clima, spiegato l’effetto serra e come si osserva il clima che cambia, si occupano nell’ordine del clima del prossimo futuro, di fisica e matematica del clima, di cambiamenti climatici e loro conseguenze e della collaborazione in atto a livello internazionale specialmente a livello IPCC. Viene da dire, finalmente! Era ora che qualcuno ci spiegasse in termini chiari e concisi, senza supponenza e con toni pacati, tutto ciò che può orientarci nella valutazione delle tante informazioni, talora contraddittorie, che ci vengono fornite dai media.</p>
<p>Sfogliando il libro, un paio di grafici che troviamo alle pp. 34 e 35 attirano subito l’attenzione del lettore. Il primo mostra l’andamento della temperatura media superficiale globale rispetto al periodo di riferimento, ovvero la differenza rispetto alla media 1850-1900. Si può notare che la tendenza al riscaldamento lineare negli ultimi cinquant’anni (0,15°C per decennio) è quasi il doppio di quella degli ultimi 150 anni. L’altro grafico mostra invece che le temperature osservate combaciano con quelle ottenute dai modelli solo se questi considerano le attività umane. In conclusione, gli elementi forzanti di origine naturale non sono sufficienti a spiegare il riscaldamento degli ultimi decenni. Le autrici ci spiegano che i modelli climatici completi si basano su leggi fisiche rappresentati da equazioni matematiche, qui riportate, che vengono risolte utilizzando una griglia tridimensionale del globo (fig. 7, p. 42). Nel cap. 5, relativamente alle conseguenze, aggiungono anche che il cambiamento climatico non riguarda tutte le parti del globo in modo uniforme ma piuttosto che è possibile identificare pattern caratteristici nel cambiamento di temperatura e precipitazioni.</p>
<p>Il libro contiene anche un elenco delle fonti consultate, una parte intitolata <em>Quattro miti da sfatare</em> e alcune pagine interessanti dal titolo <em>Forse non sapevi che</em>. Proprio tra i miti da sfatare, per esempio che sia troppo tardi per agire contro il cambiamento climatico, le autrici lanciano un messaggio di speranza: non è assolutamente troppo tardi e non lo sarà per decenni. La nostra azione o inazione, determinerà quanto il mondo si scalda. A questo proposito ricordiamo che si è conclusa da poco la COP27 di Sharm el-Sheikh con l’approvazione da parte dell’Assemblea Plenaria di un documento finale che presenta anche qualche aspetto positivo. Per quanto riguarda il riscaldamento globale l’obiettivo di contenerlo entro 1,5 gradi è stato mantenuto, così come è stata apprezzabile l’istituzione di un fondo per i ristori delle perdite e i danni dei cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili, mentre per altri aspetti i risultati sono stati deludenti. Si rimanda ad altri contributi apparsi sulla stampa e <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/secchio-vuoto-cop27/">anche su questo giornale</a> per un esame più dettagliato dei risultati. Secondo Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea, essi non sono sufficienti a contrastare i cambiamenti climatici e a mitigarne gli effetti. In particolare, il documento non dice niente sulla riduzione o eliminazione dei combustibili fossili. Si alternano quindi allarmi e speranze, studi e inchieste, previsioni e smentite con il risultato di confonderci talvolta le idee.</p>
<p>Al termine della recensione di un libro denso di contenuti ma agile nella forma, che preferisce ai toni apocalittici e agli anatemi toni persuasivi, piace ricordare l’impegno, la passione e la mobilitazione di tanti giovani tesa a sollecitare un’azione più decisa dei governi in questo campo. Alcuni, lo hanno fatto anche con la musica e la poesia e, se volete ascoltare le loro voci, eccoli <a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PLNGYdFUDxjh0rpIwuhK3m1_p6vY1DxZDt" rel="noopener">qui</a>.</p>
<h2 id="questa-recensione-apparirà-anche-sul-blog-la-chimica-e-la-società" class="titolo-minore">Questa recensione apparirà anche sul blog <a href="https://ilblogdellasci.wordpress.com/" rel="noopener">La Chimica e la Società</a>.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Cronaca di un safari a Bookcity Milano a caccia di scienza e ambiente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cronaca-safari-bookcity-milano-caccia-scienza-ambiente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cronaca-safari-bookcity-milano-caccia-scienza-ambiente/</guid><pubDate>Fri, 25 Nov 2022 13:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Siamo stati a Bookcity Milano 2022, cercando gli incontri di scienza più curiosi o significativi, tra crisi climatica, ambiente, virus, poesia e comunicazione (e qualche politico).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/cronaca-safari-bookcity-milano-caccia-scienza-ambiente-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/cronaca-safari-bookcity-milano-caccia-scienza-ambiente-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Bookcity Milano è una stratificazione di eventi, tanti in contemporanea, tantissimi in totale. Nel <a href="https://www.bookcitymilano.it/" rel="noopener">sito</a>, per scorrere le pagine dei vari giorni programmati, dagli eventi della mattina agli ultimi della sera, ci vogliono alcune ore. Tra i vari, molti parlano anche di scienza.</p>
<h2 id="transizione-ecologica-in-tempi-di-guerra">Transizione ecologica in tempi di guerra</h2><p>La nostra gita per Bookcity inizia giovedì 17 novembre alla Fondazione Corriere della Sera. Qui si susseguono un paio di eventi sulla transizione ecologica organizzati da Telmo Pievani, che hanno toccato tutti i punti importanti della sfida che ci troviamo di fronte. Edoardo Vigna del <em>Corriere</em> <a href="https://youtu.be/PGoj0Vfj6hg" rel="noopener">dialoga</a> con Silvia Francescon (esperta di governance globale), che porta il suo punto di vista sui negoziati climatici, dalla COP27 a quelli passati a cui ha partecipato; con Nicola Armaroli che, pur ricordando che l’energia elettrica italiana è prodotta al 40% da energia rinnovabile, dice che il &ldquo;corridore&rdquo; della transizione ecologica dovrà correre sette volte più velocemente rispetto al passato per arrivare al traguardo al 2050. E con Edoardo Borgomeo, che si intende di acqua e lavora per la Banca Mondiale, che testimonia quanto il mondo della finanza stia facendo grossi passi avanti, seppur insufficienti, per inglobare ambiente e sociale nei meccanismi economici odierni.</p>
<p>Un bel quadretto dal titolo <em>Il sogno di Greta finisce a Kiev?</em> - suggerito dal presidente della Fondazione, dice Pievani - a cui segue <a href="https://youtu.be/LGclHRvDI1I" rel="noopener">una seconda parte</a> condotta da Elisabetta Tola di <em>Radio3Scienza</em>. Stefano Caserini (docente di mitigazione del cambiamento climatico) ha preparato una presentazione sul perché noi umani fatichiamo a percepire la crisi climatica come un problema attuale, sempre che non colpisca le nostre tasche. La palla passa a Elisa Palazzi (climatologa) - per altro entrambi reduci dalla COP27 - che racconta di un <em>side event</em> sulla guerra a cui ha assistito a Sharm El-Sheikh: i conflitti sono concause e &ldquo;co-conseguenze&rdquo; di crisi ambientali varie, così come la fame e la povertà. È poi Antonello Pasini, climatologo, a ricordare che l’anticiclone delle Azzorre del colonnello Bernacca è ormai sempre più sostituito da quello africano (e quindi dai contraccolpi nordici freddi conseguenti).</p>
<h2 id="la-terza-missione-anche-in-carcere">La terza missione&hellip; anche in carcere</h2><p>Si arriva quindi a venerdì 18: un incontro fitto di persone che raccontano di terza missione della Statale di Milano (l’incontro si svolge nell’ampia e affrescata Sala Napoleonica di via Sant&rsquo;Antonio), e dei ruoli di enti filantropici come Fondazione Cariplo, grazie ai quali il territorio gode di impatti benefici di progetti (anche avveniristici, racconta la vicepresidente). L’intervento che colpisce di più - almeno chi scrive - è quello del direttore del Carcere di Bollate, Giorgio Leggieri, che ricorda come la reclusione non debba essere solo &ldquo;pena&rdquo;, ma anche un modo in cui i detenuti possono iniziare una nuova vita, tra le altre cose, laureandosi. </p>
<h2 id="quammen-pievani-e-capua">Quammen, Pievani e Capua</h2><p>È l’intervista di Telmo Pievani a David Quammen che mette il cappello alla serata, nei locali della Triennale. Dopo i saluti di Stefano Boeri, un breve ma intenso scambio di domande e risposte ripercorre dall’inizio la storia di Covid-19 e della &ldquo;profezia&rdquo; che Quammen fece ben prima dello scoppio della pandemia. Raccontando le sue interviste via Zoom a tanti scienziati, tra cui quello che ha chiamato il proprio gatto Zika (che burlone), l’autore ci ricorda che moltissimi virus non sono affatto cattivi (come quelli &ldquo;innestati&rdquo; nei nostri geni), mentre altri scateneranno per certo le prossime pandemie.</p>
<p>Il solco aperto da Quammen viene ripreso da Ilaria Capua sabato mattina in Bocconi. Mentre ad ascoltarla appare anche Mario Monti, suo ex compagno di partito, Capua ricorda ai presenti che è ora di fare il vaccino antinfluenzale, oltre che la quarta dose dell’anti-Covid. E quindi il discorso affronta il problema comunicativo di come convincere i pochi refrattari a vaccinarsi, di certo non insultandoli, piuttosto usando opportunamente le emozioni, senza mentire (per esempio sull’esistenza di studi in laboratorio di virus molto pericolosi) e soprattutto partendo dalla scuola. &ldquo;Più vaccini per tutti&rdquo;, potremmo dire, ma anche &ldquo;meno antibiotici a caso&rdquo;: questo pure è un tema affrontato.</p>
<h2 id="stronzo-bestiale-e-altri-scherzi-scientifici-al-museo-della-scienza">Stronzo bestiale e altri scherzi scientifici al Museo della Scienza</h2><p>Dopo una pausa pranzo molto rapida, si va al Museo della Scienza Leonardo Da Vinci dove Rocco Tanica e Vito Tartamella - di <em>Focus</em> - si esibiscono in una quasi performance esilarante sui tanti scherzi di scienziati burloni fatti a colleghi e riviste. Come la storia di Stronzo Bestiale, apparso in un articolo scientifico accettato solo dopo il suo inserimento come autore, seppure inesistente. Oppure lo scherzo che alcuni scienziati hanno fatto a gente e autorità di polizia costruendo un finto UFO; oppure la storia della tafazzina, una molecola isolata dopo un lavoro da masochisti, proprio come il Tafazzi di Giacomo di Aldo, Giovanni e Giacomo. Come non ricordare poi l’esposizione dell’aereo invisibile di Wonder Woman, che ha attirato l’attenzione di molti curiosi in America.</p>
<h2 id="incontri-serendipitosi">Incontri serendipitosi</h2><p>Finita la parentesi comica, su cui si potrebbe riflettere per migliorare la comunicabilità di vari argomenti scientifici, si torna alla conferenza classica nella sede in via Festa del Perdono dell’Università di Milano. Qui, un dialogo tra scienza e filosofia sulla serendipità (dedicato a Giulio Giorello, Pietro Greco e Nanni Bignami) vede coinvolti ancora Pievani, con Manuela Monti (biotecnologa all’Università di Pavia), Andrea Parravicini e Carlo Alberto Redi. Quest’ultimo in particolare mostra il suo spirito di &ldquo;apritore di parentesi&rdquo; che intrattiene l’aula tra una frecciatina e l’altra al Ministro Lollobrigida sulla carne sintetica. Dal pubblico un intervento ricorda l’intervista di Pievani al ragazzino che aveva rammentato a Bruno Vespa che i pipistrelli sono mammiferi e non uccelli: il giovanissimo ornitologo, Francesco Barberini, guarda un po’, è presente in sala, proprio vicino a noi!</p>
<h2 id="la-magia-degli-alberi">La magia degli alberi</h2><p>Bookcity, come è ovvio, parla soprattutto di libri, tanti libri.  Moltissimi saggi, ma anche raccolte di poesie, come quelle presentate all’ultima giornata, domenica 20, nella piacevole cornice di Boscoincittà, nella stalla restaurata e rifunzionalizzata a sala convegni di Cascina san Romano. Luca Carra e Filippo Pizzoni moderano un dialogo tra Lucio Montecchio, Mino Petazzini su <a href="https://www.lafeltrinelli.it/poesia-degli-alberi-antologia-di-libro-vari/e/9788832231403" rel="noopener">poesie</a> e <a href="https://www.ibs.it/germogli-libro-lucio-montecchio/e/9788854952874?gclid=CjwKCAiA7IGcBhA8EiwAFfUDsTusKzqJLjKSI3fYuRPqnyn4hjr-3x-n2TJFJunpUsupMwAG0gFR4hoC0J0QAvD_BwE" rel="noopener">racconti</a> che parlano di alberi. Montecchio, che insegna patologia forestale all&rsquo;Università di Padova, regala pure ai presenti una ghianda di quercia da piantare (con tanto di istruzioni via QR code). Al termine, Giulio Crespi, che ha contribuito alla progettazione vari decenni fa del Boscoincittà, sottobraccio ci fa fare un giro panoramico del parco fino al laghetto. Primo esempio italiano di forestazione urbana.</p>
<p>Di incontri scientifici e simili ve ne erano anche altri, ma non potendo usufruire del teletrasporto, abbiamo dovuto fare una selezione. Crisi climatica, pandemie e comunicazione, che sono probabilmente i più grandi temi con impatti direttissimi sulla società attuale, a Bookcity c’erano. Speriamo che questo incrementi di qualche grammo la consapevolezza del pubblico lombardo (e non solo, visto che molti erano anche gli eventi in streaming) e porti un po’ di cittadinanza scientifica in più, pilastro trasversale a tutti gli incontri (almeno, a quelli a cui siamo stati).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il lato artistico di Louis Pasteur</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lato-artistico-louis-pasteur/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lato-artistico-louis-pasteur/</guid><pubDate>Thu, 17 Nov 2022 15:25:00 +0100</pubDate><dc:creator>Pietro Dri</dc:creator><description>Louis Pasteur, di cui il 27 dicembre ricorre il bicentenario della nascita, è ben noto per le sue scoperte scientifiche. Molto meno conosciuto è invece il suo lato artistico: eppure, secondo alcuni storici della scienza, la sua passione per l&amp;amp;rsquo;arte avrebbe anche influenzato le sue ricerche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>E se Louis Pasteur avesse scelto la carriera artistica, invece di quella scientifica? La domanda, nel duecentesimo anno dalla sua nascita, non è così peregrina ed è sostanziata da prove dell’amore di Pasteur per l’arte, prove che porterebbero anche a riconsiderare il suo carattere ritenuto da sempre scontroso, cupo e presupponente. Sotto la calotta rigida dello scienziato la vena artistica avrebbe invece plasmato un uomo capace di passioni e di momenti di svago. Alcuni storici della scienza^(1,2) hanno recentemente dedicato parte del loro lavoro proprio a smascherare il grande scienziato, togliendogli l’allure divina e dimostrando come la sua sensibilità artistica non l’abbia solo condotto in gioventù a coltivare la passione della pittura, ma anche che questa sia servita nelle sue ricerche successive. Arte e scienza si sarebbero riflesse, condizionandosi a vicenda, influenzando Pasteur lungo tutta la sua vita.</p>
<h2 id="un-pittore-adolescente">Un pittore adolescente</h2><p>È al collegio di Arbois che Pasteur giovinetto apprende i rudimenti della pittura, di tutte le materie le dieci ore a settimana di disegno sono le uniche che aspetta con ansia per potersi esercitare, tanto che il suo maestro, Étienne-Charles Pointurier, parla di lui come del “mio piccolo Michelangelo”. Il suo primo cimento di cui è rimasta traccia è un ritratto a pastello della madre Etiennette (vedi figura 1) fatto a 13 anni: «Egli aveva compreso e reso nel dipinto, meglio di un disegnatore più abile, il carattere della fisionomia materna», scriverà nel 1917 l’accademico René Bazin. «La bocca è stata studiata come facevano i maestri. Il labbro superiore è sottile, lungo, serrato, l’inferiore è pieno come una ciliegia e un poco sporgente al centro. È una bocca che non ricorda alcuna di quelle che si fanno copiare agli allievi delle classi di disegno. Essa trasmette l’idea della discrezione, della serietà ma anche della possibilità di un sorriso o di una smorfia quando i bambini non si comportano bene. Il genio dell’osservazione è già presente».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-1.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-1.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-1.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="2098" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Crediti immagine: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/File:Fran%C3%A7oise_Foliot_-_Mus%C3%A9e_Pasteur_-_Portrait_de_Jeanne-%C3%89tiennette_Roqui.jpg" rel="noopener">Wikimedia Commons</a>. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en" rel="noopener">CC BY-SA 4.0</a></p>

<p>I dipinti dei due anni successivi sono sempre ritratti di familiari o conoscenti. Secondo Patrice Debré, uno dei biografi più importanti di Pasteur,³ «la caratteristica di questi pastelli è l’estremo classicismo delle linee, la fredda precisione dell’osservazione. Pasteur era così ossessionato dalla rappresentazione della realtà da perdere tutta l’immaginazione. L’effetto di questi ritratti è di estrema precisione, della cura per ogni dettaglio senza il ricorso ai colori per creare un’atmosfera. Non ci sono dubbi che la mano dell’artista è sicura e con talento, ma non c’è inventiva o poesia in questi soggetti convenzionali ispirati dai ritratti ufficiali dipinti da Ingres o David. In una parola, Pasteur dimostrò a se stesso di essere un conservatore nella pittura così come dimostrerà di essere un rivoluzionario nella scienza».</p>
<h2 id="un-periodo-di-sola-arte">Un periodo di sola arte</h2><p>Nell’ottobre del 1838 Pasteur lascia il suolo natio per recarsi a Parigi nel Quartiere latino per motivi di studio. Sarà una esperienza molto negativa, tanto che Pasteur stesso chiede a suo padre di tornare a casa, dove si dedica soprattutto all’arte in maniera quasi frenetica. Nel 1839 realizza 18 ritratti sempre a pastello e tutti accomunati dall’osservazione attenta e dall’amore per i dettagli, siano essi gli abiti o i gioielli, le pettinature o gli sguardi o i tratti psicologici. Pasteur cerca infatti di interpretare la persona che ha davanti dopo averla osservata pazientemente per lunghe ore, come emerge dal ritratto di una suora, Claudine Parpandet, un’anziana clarissa che aveva salvato le reliquie della santa, Sainte Colette de Corbie, fondatrice del suo ordine, di cui Pasteur coglie l’aspetto austero e i tratti caratteristici della vecchiaia.</p>
<p>Sarà negli anni successivi che Pasteur progredisce nella sua arte grazie agli insegnamenti di Charles-Antoine Flajoulot, che insegnava al Collegio reale di Besançon, il cui atelier era frequentato da un altro giovane di belle speranze, Gustave Courbet, di tre anni più anziano di Pasteur e nato a una cinquantina di chilometri da casa sua. Sembra però che il futuro grande pittore non abbia avuto contatti con il futuro grande scienziato, se non negli anni della vecchiaia su posizioni politiche opposte e non condividendo alcuna idea sulla pittura e sui soggetti da ritrarre, osservazione di cui non meravigliarsi considerata la prorompente protagonista dell’<em>Origine del mondo</em>.</p>
<p>Nonostante un discreto successo e apprezzamento a livello locale, dopo aver realizzato una quarantina di ritratti, Pasteur è costretto però ad appendere&hellip; il pennello al chiodo. Il padre prevede per lui tutt’altro futuro come insegnante ed è forse emblematico che l’ultimo ritratto eseguito nel 1842 sia proprio quello di Jean-Joseph Pasteur, il padre, che con sguardo severo e abbigliamento irreprensibile decide che cosa è bene per il proprio figlio (vedi figura 2).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-2.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-2.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-2.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1600" height="2251" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2. Crediti immagine: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/File:Fran%C3%A7oise_Foliot_-_Mus%C3%A9e_Pasteur_-_Portrait_de_Jean-Joseph_Pasteur.jpg" rel="noopener">Wikimedia Commons</a>. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en" rel="noopener">CC BY-SA 4.0</a></p>

<h2 id="dallarte-alla-scienza-il-passo-è-breve">Dall’arte alla scienza il passo è breve</h2><p>La prima grande scoperta di Pasteur riguarda la chiralità. All’inizio del secolo, Eilhardt Mitscherlich stava studiando l’isomerismo e fece questa osservazione di cui non riusciva a darsi ragione: </p>
<blockquote>
<p>L’acido paratartarico e l’acido tartarico, nonostante la loro composizione chimica identica, la loro forma cristallina identica e il loro peso specifico identico, differiscono nella loro capacità di comportarsi rispetto alla deviazione della luce polarizzata. L’acido tartarico ruota il piano della luce, mentre l’acido paratartarico non ha alcun effetto&hellip; Ciò che è tanto strano in questo fenomeno è che la natura e il numero degli atomi, il loro rapporto e la loro distanza sono esattamente gli stessi&hellip;</p></blockquote>
<p>Pasteur comincia da qui, studiando in dettaglio l’acido tartarico che fa ruotare la luce verso destra. Nota così che una delle faccette del cristallo è più lunga delle altre e questa faccetta consente ai cristalli di deviare la luce verso destra anche in forma disciolta. È insomma l’asimmetria a consentire la deviazione della luce. Con questa idea in testa Pasteur prosegue i suoi studi sull’acido gemello, il paratartarico, partendo dal presupposto che questo sia neutro alla polarizzazione della luce perché simmetrico. È perciò molto sorpreso quando scopre, con il goniometro, che anche le faccette dell’acido paratartarico sono asimmetriche.</p>
<p>Dove sta dunque la soluzione? L’enigma invece di sciogliersi sembra intricarsi. Di fronte a questo ostacolo Pasteur non abbandona il campo ma anzi ha il merito di andare oltre: con un’intuizione, che si sarebbe dimostrata felice, applica alla chimica i principi della geometria spaziale: l’unica spiegazione plausibile è l’esistenza di due tipi di cristalli, gli uni destrogiri, gli altri levogiri. Si mette allora all’opera con un lavoro certosino, esaminando uno a uno i cristalli di acido paratartarico, scoprendo che sono costituiti in realtà da due cristalli, ambedue asimmetrici, gli uni levogiri e gli altri destrogiri. Pasteur li separa e prepara due soluzioni distinte da sottoporre all’esame della luce polarizzata. Il risultato? I cristalli destrogiri si comportano come i cristalli di acido tartarico, deviando la luce verso destra; i cristalli levogiri, come ipotizzato da Pasteur, deviano la luce verso sinistra, in maniera netta. Pasteur ha il merito di comprendere subito l’importanza della sua osservazione: non solo ha sciolto l’enigma di Mitscherlich, ma ha anche posto le basi di una nuova scienza, la stereochimica, stabilendo il principio dell’asimmetria molecolare e delle molecole come oggetti tridimensionali. Come scrive Debré: «Scoprendo il principio della asimmetria, Pasteur non ha fatto null’altro che forgiare una chiave, e questa chiave ha aperto la porta a tutta la moderna biologia». Ma è possibile che l’arte abbia giocato un ruolo in questa scoperta? Forse sì e il segreto si troverebbe in una litografia fatta da Pasteur a un compagno di studi, Charles Chappuis, nel 1841 (si può trovare <a href="https://phototheque.pasteur.fr/fr/asset/fullTextSearch/WS/HOME_MENU/node/173/slug/oeuvre-artistique-de-louis-pasteur/nobc/1/page/1/sorting/oldest" rel="noopener">qui</a>, insieme ad altre opere di Pasteur).</p>
<p>Il procedimento della litografia prevede che si usi una pietra calcarea levigata che viene disegnata con una matita grassa e poi spennellata con un liquido acquoso. Passando l’inchiostro sulla pietra questo viene trattenuto dalle parti grasse e respinto dalla restanti acquose; quando perciò si passa al torchio, il foglio che viene impresso riceve solo l’inchiostro delle parti disegnate. In questo modo si ha una copia esatta ma speculare del disegno fatto sulla pietra. E qui sta il legame tra arte e scienza nel caso di Pasteur. È grazie alla conoscenza del principio della litografia che Pasteur immagina che la spiegazione del fenomeno stia nella specularità, e nasce così la chiralità, che deve il nome alla mano essendo la destra specchio della sinistra e viceversa. È d’altra parte Pasteur stesso che in una lettera ai suoi genitori scrive:</p>
<blockquote>
<p>Ieri ho terminato il ritratto che avevo iniziato su una pietra litografica. Credo di non aver mai fatto nulla di così ben disegnato e così realistico. Tutti coloro che l’hanno visto lo trovano sorprendente [&hellip;]. Solo che ho molta paura di una cosa, che il ritratto su carta non sia bello come quello su pietra; è quello che succede sempre; quindi ho avuto cura, mentre lo realizzavo, di guardarlo spesso allo specchio.</p></blockquote>
<p>Per cui secondo Joseph Gal:</p>
<blockquote>
<p>Pasteur adolescente era perfettamente consapevole degli effetti dell’inversione allo specchio già nel 1841 e il giovane chimico nel 1848 era già a conoscenza dell’idea dell’immagine invertita non sovrapponibile. Ciò fa pensare che la familiarità con l’immagine litografica rovesciata abbia facilitato il riconoscimento della chiralità dei cristalli.⁴</p></blockquote>
<p>A ciò si aggiungono le doti di osservazione meticolosa dimostrate dal giovane Pasteur per realizzare i suoi ritratti, che ha riversato nell’osservazione certosina dei cristalli fino a scoprire il motivo del loro comportamento opposto.</p>
<h2 id="dalla-scienza-allarte-il-passo-è-breve">Dalla scienza all’arte il passo è breve</h2><p>Pasteur ha 41 anni, ha già fatto molte scoperte [vedi tabella], e viene nominato professore di Geologia, fisica e chimica applicate alle belle arti all’Ècole des Beaux-Arts di Parigi. Qui cerca di fornire basi scientifiche alle tecniche pittoriche e architettoniche. Si occupa anzitutto della conservazione nel tempo dei pigmenti usati nella pittura, dopo aver studiato ciò che al riguardo avevano scritto il Vasari, Leonardo e analizzato varie tecniche pittoriche. Come afferma lui stesso: «Voglio insegnare il buon uso scientifico dei materiali e degli ingredienti della pittura per far sì che sia durevole, per non compromettere la durata dei futuri dipinti». Per questo motivo Pasteur viene considerato un precursore del laboratorio del Louvre che si occupa di questi problemi: «Pasteur è alla base della ricerca che oggi viene condotta con tutti i metodi della chimica fisica: l’esame ottico delle vernici, lo studio dei pigmenti con la spettrometria UV, la fluorescenza a raggi X e la microsonda elettronica, lo studio dei leganti con la spettrometria IR e la cromatografia, il ruolo delle vernici e l’influenza della luce sull’invecchiamento. Il laboratorio di ricerca dei Musei di Francia, che dirigo, può essere orgoglioso di continuare la ricerca iniziata da Louis Pasteur» ha dichiarato Madeleine Hours.</p>
<p>Ma nelle sue lezioni Pasteur insegna anche ai futuri architetti l’importanza del riscaldamento, della illuminazione e della ventilazione degli edifici, basandosi sulle sue osservazioni in campo di igiene sanitaria. Pasteur stesso in una nota alle sue lezioni di fisica e chimica scrive: «In alcune circostanze io ho visto chiaramente l’alleanza possibile e desiderabile della scienza e dell’arte».⁵</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/lato-artistico-louis-pasteur-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1508" height="816" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="avrebbe-potuto-essere-un-grande-pittore">Avrebbe potuto essere un grande pittore?</h2><p>Torniamo ora alla domanda iniziale: com’era Pasteur come pittore? Avrebbe potuto avere successo? Qui i giudizi sono discordanti.</p>
<p>Un suo contemporaneo, Durand Gréville, critico d’arte, scrive nel 1888: «Molti dei nostri pittori che hanno vinto un riconoscimento al Salone non hanno mai disegnato con tanta accuratezza. Nessuno può rammaricarsi che Pasteur abbia scelto la strada della scienza. Ma se avesse voluto avrebbe potuto avere le sue soddisfazioni come pittore e sarebbe diventato un grande artista». «Per fortuna Pasteur ha scelto la strada della chimica, che concorrente abbiamo avuto in meno!» rincalza un altro suo contemporaneo, il pittore Jean-Léon Gérôme, guarda caso nemico degli impressionisti e cultore del neoclassicismo francese.</p>
<p>Di parere diametralmente opposto è un commentatore odierno, il già citato Debré: «Se Pasteur avesse scelto la pittura come professione, sarebbe probabilmente diventato niente più che uno degli artisti ambulanti che vagano di città in città in cerca di pochi franchi per fare il ritratto al farmacista del paese o al capo della polizia locale». Secondo Annick Perrot, conservatrice onoraria del Museo Pasteur di Parigi, per avere successo nella pittura «avrebbe dovuto cambiare il suo stile. Preferiva lo stile classico alle innovazioni e alle nuove forme annunciate dagli impressionisti. Suo nipote Louis Pasteur Vallery-Radot raccontava che più volte al Musée de Luxembourg il nonno passando nella sala Caillebotte, che esponeva i dipinti di Monet, Sisley, Pissarro, Manet, lo prendeva per mano e gli diceva: “Vieni, non guardare”».²</p>
<p>Colpisce il fatto che Pasteur, descritto sempre come un lavoratore assiduo, che non aveva neppure tempo da dedicare alla famiglia («Vostro padre è assorbito nei suoi pensieri», scriverà la madre alla figlia in occasione di un anniversario di matrimonio, «mi racconta poco, dorme poco, si alza all’alba e, in una parola, continua la vita che ho iniziato con lui trentacinque anni fa»),¹ avesse il tempo di girare per musei, eppure diverse lettere indirizzate alla moglie descrivono le sue visite nei musei delle città in cui veniva invitato a tenere conferenze. Visite che portavano via mezze giornate alla sua alacre attività («ho trascorso quattro ore nelle gallerie&hellip; Non puoi immaginare nulla di più toccante e straordinario di un lavoro artistico» scrive in una lettera da Dresda), ma sempre e solo apprezzando la classicità. E questo è stato anche il suo approccio alla scienza, in cui cercava chiarezza ed equilibrio, sia nella raccolta delle prove sia nelle sue teorie. Lo stesso nell’arte cercava bellezza e armonia nelle dovute proporzioni, per questo non poteva tollerare gli impressionisti, che erano aperti all’incertezza nella natura e nell’arte, e neppure i realisti, che non cercavano la grazia e la bellezza nei loro dipinti.</p>
<h2 id="riferimenti-bibliografici-1-hansen-b-pasteurs-lifelong-engagement-with-the-fine-arts-uncovering-a-scientists-passion-and-personality-ann-sci-202178334-86-2-perrot-a-pasteur-sous-le-savant-lartiste-comptes-rendus-chimie-202225171-7-3-debré-p-louis-pasteur-flammarion-1994-4-gal-j-pasteur-et-les-beaux-arts-in-louis-pasteur-le-visionnaire-universcienceeditions-de-la-martiniere-2017-5-pasteur-l-notes-pour-les-leçons-de-physiques-et-de-chimie-appliquées-aux-beaux-arts-in-oeuvres-de-pasteur-réunies-par-pasteur-vallery-radot-vol-vii-masson-parigi-1939-222-262-6-cavaillon-j-m-louis-pasteur-between-myth-and-reality-biomolecules-2022doi103390biom12040596x" class="titolo-minore">Riferimenti bibliografici 1. Hansen B. Pasteur’s lifelong engagement with the fine arts: uncovering a scientist’s passion and personality. Ann Sci 2021;78:334-86. 2. Perrot A. Pasteur: sous le savant l’artiste. Comptes Rendus Chimie 2022;25:171-7. 3. Debré P. Louis Pasteur. Flammarion, 1994. 4. Gal J. Pasteur et les Beaux-Arts, in Louis Pasteur le visionnaire, Universcience/Editions de la Martiniere, 2017. 5. Pasteur L. Notes pour les leçons de physiques et de chimie appliquées aux Beaux-Arts, in OEuvres de Pasteur, réunies par Pasteur Vallery-Radot, vol. VII, Masson, Parigi, 1939, 222-262. 6. Cavaillon J-M. Louis Pasteur: between myth and reality. Biomolecules 2022;DOI:10.3390/biom12040596x</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Zuppa su Van Gogh. Ma c'è il vetro, ed è una buona causa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/zuppa-van-gogh-ce-vetro-buona-causa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/zuppa-van-gogh-ce-vetro-buona-causa/</guid><pubDate>Mon, 14 Nov 2022 19:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><description>I diversi imbrattamenti, in Europa, di quadri famosi a opera di gruppi di attivisti che chiedono attenzione per la crisi climatica ha fatto molto discutere, arrivando anche sulle pagine delle riviste scientifiche. La riflessione di Simonetta Pagliani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/zuppa-van-gogh-ce-vetro-buona-causa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/zuppa-van-gogh-ce-vetro-buona-causa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 14 ottobre ultimo scorso, alcuni attivisti del gruppo Just Stop Oil hanno lanciato barattoli di zuppa di pomodoro sul dipinto <em>I girasoli</em> di Vincent Van Gogh, appeso alla National Gallery di Londra, per poi incollarsi le mani alla parete del museo gridando: «Cosa vale di più: l&rsquo;arte o la vita?». Il 23 ottobre, gli attivisti del gruppo tedesco Letzte Generation a Potsdam hanno lanciato purè di patate su un dipinto di Claude Monet, per ricordare alla società che l&rsquo;uso dei combustibili fossili sta uccidendo tutti. Una protesta simile si è prodotta anche al Prado di Madrid, in cui attiviste di Futuro Vegetal si sono incollate alle cornici di due quadri di Goya e a Roma, dove quattro ragazze del gruppo Ultima Generazione hanno gettato zuppa di piselli contro <em>Il seminatore</em> di Van Gogh (che, però, era protetto da un vetro) esposto a palazzo Bonaparte. Quest&rsquo;ultimo atto è stato immediatamente definito &ldquo;ignobile e da condannare fermamente&rdquo; dal ministro della cultura.</p>
<h2 id="provocazioni-stimolanti">Provocazioni stimolanti</h2><p>Va detto che proprio chi chiude gli occhi sulle (in)certezze del futuro, è spesso più disposto a scandalizzarsi per le offese alle certezze del passato; tuttavia, anche persone sinceramente allarmate dall&rsquo;emergenza climatica e disposte a sacrifici personali per avere una parte nell&rsquo;attenuarla, guardano agli imbrattamenti dei capolavori del genio umano con un fastidio talvolta privo di riflessione. Chi scrive (una volta recitato il <em>mea culpa</em> per la sua prima reazione epidermica) ha quindi trovato stimolante guardare a queste provocazioni da punti di vista più ponderati, come quello espresso da Andrea Lavazza che, in un lungo <a href="https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-zuppa-sul-vetro-di-un-dipinto-pi-grave-che-alterare-il-clima" rel="noopener">articolo</a> sul quotidiano <em>Avvenire</em> ha fatto notare che non si è mai sentita nessuna ferma condanna dei tanti che utilizzano un jet privato per andare in vacanza in un paradiso tropicale (due tonnellate di CO₂ in atmosfera per ogni ora di volo). Il giornalista ragiona con onestà intellettuale sulla liceità della disobbedienza civile e delle manifestazioni d&rsquo;intralcio alla quotidianità, quando sono finalizzate a rendere la gente consapevole del bene supremo della sopravvivenza della specie, ma ammonisce che è necessario trovare un attento equilibrio tra il successo della provocazione e i livelli del danno causato (il riferimento è a una protesta di ambientalisti che in Germania ha ritardato il soccorso di una ciclista, poi deceduta).</p>
<h2 id="pare-che-servano">Pare che servano</h2><p>La discussione è rimbalzata anche nelle pagine di una prestigiosa rivista scientifica: sull&rsquo;ultimo numero di <em>The Lancet Planetary Health</em> è stato pubblicato un <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2822%2900287-X/fulltext" rel="noopener">editoriale</a> che assegna ai gesti di provocazione ambientalista prima raccontati una buona capacità di risvegliare le coscienze intorpidite (un recente sondaggio commissionato dal quotidiano <em>Guardian</em> ha rilevato che il 66% di un campione rappresentativo della popolazione britannica sostiene l&rsquo;azione diretta non violenta a favore dell&rsquo;ambiente) e lo fa sulla base dei dati oggettivi prodotti da una revisione sistematica della letteratura, pubblicata sul portale ScienceDirect. L&rsquo;<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0921800922000180" rel="noopener">analisi</a>, che ha esaminato 57 studi sulla strategia dei movimenti sociali che si sono opposti all’estrazione, al trasporto, alla raffinazione di carbone, petrolio e gas in 29 nazioni, ha rilevato che, in 26 casi, le azioni di protesta avevano bloccato o ritardato (con almeno provvisorio risparmio di gas serra) un progetto oppure avevano promosso l&rsquo;emanazione di nuove leggi. Negli USA, per esempio, la Keystone XL pipeline è stata ritardata fino al blocco da parte della neo-insediata amministrazione Biden; in Germania, l’Alleanza per il clima dal 2008 ha bloccato 18 delle 30 nuove centrali a carbone previste, evitando così quasi 95 milioni di tonnellate di CO₂ emesse; nella Repubblica ceca il movimento Limity jsme my (“Noi siamo i limiti”) è riuscito a impedire l’espansione di miniere di carbone; nel Perù, un movimento di gruppi indigeni ha bloccato un decreto che avrebbe consentito la vendita ad aziende multinazionali del 60% dell’Amazzonia peruviana.</p>
<p>Le strategie adottate dai gruppi presi in esame erano multiple e diversificate e andavano dalla protesta alle attività di lobbying, dalla campagna mediatica alla disobbedienza civile e alle azioni giuridiche. In pochi casi è stata esercitata violenza, di solito causata dall&rsquo;intervento della polizia o dell&rsquo;esercito; disobbedienza civile e lavoro di lobby si sono dimostrate le strategie più efficaci. Le proteste non violente anche estreme, d&rsquo;altronde, hanno una lunga tradizione in Occidente, dal momento che hanno caratterizzato il movimento per i diritti civili dei neri negli USA e la richiesta del voto delle suffragette britanniche; anche quelle azioni, all&rsquo;epoca, vennero considerate controproducenti, ma la storia le ha promosse come necessarie e meritevoli.</p>
<h2 id="cè-di-peggio-per-esempio-chi-non-reagisce-allemergenza-climatica">C&rsquo;è di peggio, per esempio chi non reagisce all&rsquo;emergenza climatica</h2><p>Mai come in questo momento la parola &ldquo;emergenza&rdquo; può essere usata nel suo significato proprio: i passi avanti contro i gas serra fatti a livello globale non sono sufficienti e le recenti decisioni dei governi britannico e tedesco di appoggiare l&rsquo;estrazione di petrolio e gas o del governo svedese di sciogliere il suo ministero dell&rsquo;Ambiente mostrano la pochezza dell&rsquo;impegno politico per la mitigazione del cambiamento climatico. Nonostante tre decenni di ricerche che hanno chiarito le cause e gli impatti dei cambiamenti climatici, le emissioni globali di anidride carbonica sono oggi del 60% più elevate che nel 1990. Un recente <a href="https://www.annualreviews.org/doi/abs/10.1146/annurev-environ-012220-011104" rel="noopener">studio</a> ha esplorato questo fallimento attraverso nove obiettivi tematici, che coprono le questioni di governance climatica, d&rsquo;industria dei combustibili fossili, di geopolitica, d&rsquo;economia, di modelli di mitigazione, di sistemi energetici, d&rsquo;iniquità, di stili di vita e d&rsquo;immaginario sociale. Il filo conduttore che li lega è il ruolo centrale del potere o, meglio, dei poteri, politico-economico, privatistico, dogmatico o ideologico. In questo contesto, sostiene l&rsquo;editoriale di <em>Lancet PH</em>, atti di protesta clamorosi possono forse essere utili per attirare l&rsquo;attenzione del pubblico sulla debole azione dei governi. Non devono far mancare le loro voci gli scienziati e gli operatori sanitari: gruppi internazionali come Scientist Rebellion, Doctors for Extinction Rebellion (in cui è attivo il direttore di <em>Lancet</em> Richard Horton) e Doctors for the Environment stanno già aiutando a legittimare proteste più ampie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Diario di una cellula: un viaggio alla scoperta del corpo umano che si sviluppa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa/</guid><pubDate>Thu, 03 Nov 2022 08:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jolanda Pisano</dc:creator><description>Diario di una cellula (De Agostini, 2022) è l&amp;amp;rsquo;ultimo libro del biologo e divulgatore scientifico Graziano Ciocca, con illustrazioni di Lorenzo De Felici: un viaggio alla scoperta dello sviluppo di una nuova vita, dalla fecondazione alla nascita. La recensione di Jolanda Pisano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cosa potrebbe raccontare una cellula nell&rsquo;utero mentre si sviluppa in una bambina? Lo ha immaginato Graziano Ciocca, biologo e divulgatore della scienza, nella sua ultima opera <em>Diario di una cellula - come si forma e cresce il corpo umano</em>. Pubblicato da De Agostini a settembre 2022 (15,90 €), è un viaggio che inizia dall&rsquo;unione di ovulo e spermatozoo e si conclude con il parto. Tra la scienza del corpo umano e le divertenti vignette di Lorenzo De Felici, è una lettura leggera e curiosa di 192 pagine per bambini, ragazzi, genitori.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/diario-cellula-viaggio-scoperta-corpo-umano-si-sviluppa-body-1.jpg.webp 1000w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1000" height="1419" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>In seguito a un rapporto sessuale, sono 200 milioni gli spermatozoi che cercano di raggiungere la cellula uovo: come la popolazione di Italia, Francia e Germania messe insieme. Ma solo poche centinaia di essi raggiungeranno l’utero. È con quest’avventura che inizia la storia di ognuno di noi. A raccontarla è una bambina, tramite l’ironica penna di Graziano Ciocca, biologo e divulgatore della scienza. Dal concepimento al parto, una biografia in nove mesi. <em>Diario di una cellula - come si forma e cresce il corpo umano</em> è il quarto libro dell’autore, pubblicato nella collana POP di De Agostini (192 pagine, 15,90 €).</p>
<p>«Piacere di conoscervi, sono una cellula appena formata dall&rsquo;unione dei gameti di mamma e papà. E un giorno sarò una bambina». Così la protagonista inizia a descrivere le tappe della sua crescita: la formazione dello zigote, la prima settimana, il primo mese, lo sviluppo del feto e poi l’ultimo trimestre, fino alla nascita. Ogni capitolo è un viaggio leggero e stupefacente all’interno del corpo umano, arricchito da riferimenti irresistibili e vignette divertenti.</p>
<p>I capitoli descrivono i progressi e le funzioni delle diverse parti che si formano. Si parte dagli aspetti genetici, per spiegare perché la protagonista è femmina; poi si toccano cuore e apparati, il sangue, la digestione, le strutture che supportano la sopravvivenza dell’embrione come il sacco vitellino. L’autore racconta anche dei cambiamenti meno conosciuti, ad esempio gli abbozzi di coda e le tasche branchiali che si trasformeranno nel corso della crescita all’interno del grembo materno. </p>
<p>Graziano Ciocca sceglie di evidenziare le parole tecniche in grassetto, lasciando tra virgolette o a colori le licenze umoristiche. Le vignette, con un tratto attento all&rsquo;anatomia anche se comiche, aiutano a sottolineare concetti importanti. Come l&rsquo;illustrazione dell&rsquo;utero, che mostra le sue strutture ma si accompagna all&rsquo;immagine di due spermatozoi che si scambiano indicazioni stradali: «Facile: vai diritto, imbocchi una tuba [di Falloppio, il canale che conduce agli ovari, NdR] e sei arrivato». Ma anche se l&rsquo;altro prende appunti, non c&rsquo;è verso che capisca. Non è un caso se la protagonista li soprannomina</p>
<p>“scematozoi</p>
<p>”. </p>
<p>Insomma, la scienza si mescola all’umorismo nella collaborazione fra Graziano Ciocca, che con il suo primo libro (<em>I tori odiano il rosso</em>) ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica, e Lorenzo De Felici, colorista, disegnatore e scrittore di numerose serie illustrate a livello internazionale.</p>
<p>«Pur muovendomi in un ambito artistico/narrativo, quello dei fumetti, ho sempre sentito molto vicino a me il campo scientifico. Entrambi i miei genitori sono biologi, entrambi sono stati professori, quindi sin dall&rsquo;infanzia sono rimasto sempre affascinato dall&rsquo;indagine scientifica e dalla divulgazione» ci ha raccontato Lorenzo De Felici. «Lavorare a fianco di Graziano, che nei suoi libri riesce a sposare ogni volta perfettamente intrattenimento ed insegnamenti, rappresenta la fusione perfetta tra queste mie due passioni dal sapore familiare».</p>
<p>I due, infatti, avevano già collaborato per realizzare <em>Bufale bestiali - perché gli animali non sono quello che crediamo</em>, un’altra perla della collana POP di De Agostini. Graziano Ciocca ci racconta di aver incontrato e apprezzato Lorenzo De Felici molto prima, perché figlio di conoscenti e amico di amici. «Mi piaceva troppo il suo stile, il suo umorismo» spiega. E la prima collaborazione è stata premiata con una seconda opportunità di lavorare insieme: «Mi hanno detto: “Squadra che vince non si cambia”».</p>
<p>Nella loro nuova opera, la protagonista narra le diverse tappe della sua crescita con entusiasmo, sorpresa, qualche volta indignazione: con il suo carattere vivace, rende il tono della storia variopinto. Ad esempio, alla settimana 26 ci porta a scoprire la comparsa dell&rsquo;udito quando sente per la prima volta un nome proposto per lei: Greta. Successivamente, potrà commentare le diverse opzioni emerse nel corso dei mesi, la voce dei genitori, la musica: prospettive un po&rsquo; tenere e un po&rsquo; buffe che consentono di toccare argomenti scientifici.</p>
<p>Lo sviluppo è un processo articolato, che, nonostante sia avvenuto centinaia di miliardi di volte nella storia dell’umanità, sembrerebbe fantascientifico. Graziano Ciocca lo rende in modo semplice e chiaro, con metafore efficaci e riferimenti a episodi in cui i neogenitori possono rivedersi facilmente. Ad esempio, l&rsquo;embrione racconta: «Abbiamo scoperto che se aumentiamo l’ormone beta-hCG, lei [la donna in gravidanza, NdR] sente la nausea. Allora ci siamo fermate un attimo e ci siamo dette: “Ragazze, siamo qui a rubare nutrimento, ospitate nel suo tessuto, ed è così che la ringraziamo?” … È durata un minuto. Poi abbiamo raddoppiato le beta».</p>
<p>Pensieri ed episodi che Graziano Ciocca ha sperimentato in prima persona. Infatti, è alla sua prima figlia che deve l&rsquo;ispirazione per il libro. È dedicato a lei, e a lei è ispirata la protagonista. Come ci ha raccontato il divulgatore, è emozionata: «Il primo giorno di scuola, a una sua amichetta di quattro anni ha sussurrato: “Ti posso dire un segreto?&hellip; Io sono fatta di cellule!”».</p>
<p>Tuttavia, la bambina è ancora piccola per poter leggere l’opera. «Avevo in mente un target di secondaria di primo grado, la seconda media» spiega Graziano Ciocca. In effetti, dai bambini di questa età ha ricevuto spesso domande sull&rsquo;argomento, in occasione dei laboratori scolastici che svolge per l&rsquo;ente di divulgazione scientifica da lui co-fondato nel 2009, G.Eco. </p>
<p>I primi lettori a cui Graziano Ciocca ha sottoposto il libro avevano intorno ai 10 anni. Ma anche una bambina di 7 ha letto e apprezzato <em>Diario di una cellula</em>, consigliandolo ai suoi compagni di classe, e alcuni genitori lo hanno scoperto insieme ai figli. Come nel caso di un undicenne che ha raccontato all&rsquo;autore di aver chiesto alla madre: «Mamma, ma tu hai avuto due figli, com’è possibile che non sapessi tutte queste cose?». Infatti, <em>Diario di una cellula</em> è ricco di nozioni che possono soddisfare anche la curiosità degli adulti. Anche molte battute sono adatte per loro, con i riferimenti a canzoni delle Spice Girls e degli Iron Maiden, a personaggi come Spiderman, ai vicini rumorosi e altri parallelismi con la vita reale che strappano sorrisi.</p>
<p>Insomma, <em>Diario di una cellula</em> può intrattenere e arricchire a ogni età, dai 10 anni circa in su. Bello da scoprire in famiglia, per stupirsi insieme di ciò che si potrebbe vedere nell’utero durante lo sviluppo di un embrione. E scoprire, infine, qual è il vero nome che i genitori della protagonista sceglieranno per lei.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Paura della scienza, dalla religione ai no-vax</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/paura-scienza-religione-no-vax/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/paura-scienza-religione-no-vax/</guid><pubDate>Wed, 12 Oct 2022 09:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Renata Tinini</dc:creator><category>salute</category><description>Non stupisce che gli evangelici siano contro la scienza. L’interpretazione letterale delle Sacre Scritture rappresenta un forte legame identitario nei gruppi cristiani che si sentono minacciati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/paura-scienza-religione-no-vax-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/paura-scienza-religione-no-vax-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non stupisce che gli evangelici siano contro la scienza. L’interpretazione letterale delle Sacre Scritture rappresenta un forte legame identitario nei gruppi cristiani che si sentono minacciati dalla laicizzazione della cultura. Nella Bible Belt, che va dal Kansas alla Louisiana, l’evoluzionismo è una teoria al pari di quella creazionista e, per salvare il racconto della Bibbia, si può insegnare che l’universo sia stato creato 6.000 anni fa, che le leggi della fisica non siano costanti nel tempo e che i dinosauri continuassero a circolare fino al Medioevo, come d’altra parte dimostrerebbero le pitture che raffigurano San Giorgio e il drago.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/paura-scienza-religione-no-vax-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/paura-scienza-religione-no-vax-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/paura-scienza-religione-no-vax-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2198" height="2647" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><a href="https://www.ibs.it/paura-della-scienza-eta-della-ebook-enrico-pedemonte/e/9788812009350" rel="noopener"><em>Paura della scienza. L’era della sfiducia dal creazionismo all’intelligenza artificiale</em></a> (Treccani, 2022), di Enrico Pedemonte, è un viaggio “nei luoghi dove si annida la paura nella scienza”, un viaggio fatto di persone e di incontri, di battaglie vinte e perse, di riflessioni su soggetti e oggetti dell’impresa scientifica. La recensione di Renata Tinini.</p>
<p>Conoscendo le leggi spietate del profitto, possiamo capire che gli industriali siano stati spesso contro la scienza. Il marketing delle aziende è riuscito, nel corso dell’ultimo secolo, a vendere soluzioni radioattive per curare l’artrite e il diabete, a reclamizzare i raggi X contro la depressione e dentifrici al radio per denti più bianchi, nonostante i danni delle radiazioni fossero già ampiamente noti. Le strategie utilizzate dall’industria, pur nelle diverse declinazioni, condividono una tecnica: disinformare. Lo fa l’industria del tabacco che semina dubbi sull’effettiva dannosità del fumo con investimenti milionari in progetti destinati a creare incertezze e scetticismo tra il pubblico, lo fa l’industria degli aerosol che difende i CFC erigendosi a paladina del capitalismo e del libero mercato contro gli scienziati bolscevichi che, a detta degli stessi industriali, vorrebbero minare l’<em>American way of life</em>. E lo sta facendo ancora per ammorbidire la necessaria transizione climatica. </p>
<p>Che anche gli ambientalisti siano stati a più riprese contro la scienza è una conseguenza della polarizzazione emotiva che si è creata relativamente al rapporto uomo-natura e al nostro diritto di manipolare il vivente. Possiamo brevettare esseri viventi? Il Golden Rice salverà veramente la vita di milioni di bambini o le aziende biotech ci stanno ricattando per conquistare nuovi mercati? Possiamo fidarci della Monsanto che durante la guerra del Vietnam produceva il defoliante usato dalle truppe americane contro i vietcong?</p>
<p>I no-vax hanno ovviamente sfiducia nella scienza. Alcuni perché credono ancora nella validità dello studio di Andrew Wakefield sulla correlazione tra vaccini e autismo, nonostante sia stato ampiamente e più volte smentito. Altri perché vedono nei vaccini, soprattutto in quelli recenti contro Covid-19, “armi biologiche”, o addirittura “armi di distruzione di massa”, in un cortocircuito tra posizioni anti potere e anti scienza che dilaga grazie alla pervasività dei social. Talvolta le posizioni si mescolano: gli evangelici sono no-vax perché i vaccini sarebbero sviluppati con feti abortiti, chi diffida del capitalismo guarda con sospetto alla velocità con cui sono stati creati i vaccini.</p>
<p>I filosofi spesso si sono distinti per la pratica del sospetto. In questo esercizio del dubbio metodico, talvolta l’esito non sono le cartesiane idee chiare e distinte ma un attacco al potere che userebbe la scienza per instaurare uno stato d’eccezione, arrivando a paragonare il Green Pass alle leggi razziali, come recentemente sostenuto da Giorgio Agamben. La scienza è la nuova religione da abbattere, strumento subdolo del totalitarismo che controlla attraverso la medicina il corpo vivente di noi umani. Siamo lontani anni-luce dall’esaltazione illuministica della scienza, grimaldello contro la superstizione e viatico kantiano per “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità”. La lettura sociologica derubrica il discorso scientifico a narrazione, a costruzione intersoggettiva socialmente condivisa. Bruno Latour - appena mancato - ha contribuito a seppellire le pretese di verità e oggettività. La post-verità non aiuta la scienza.</p>
<p>Ma il vero affondo di Enrico Pedemonte al lettore di <a href="https://www.ibs.it/paura-della-scienza-eta-della-ebook-enrico-pedemonte/e/9788812009350" rel="noopener"><em>Paura della scienza. L’era della sfiducia dal creazionismo all’intelligenza artificiale</em></a> (Treccani, 2022) arriva al sesto capitolo, dove ci viene detto che anche gli scienziati sono contro la scienza. L’ossimoro non vuole seminare sconcerto ma riportare lo scienziato alla sua umanità, che in questo caso va intesa come fallibilità. Gli scienziati sbagliano, mentono, truffano, manipolano. Non tutti, anzi pochissimi, ma ne basta uno per incrinare il santino. Gli scienziati devono pubblicare tanto e in fretta, le <em>peer review</em> non sono sempre attendibili, la crescente privatizzazione della ricerca scientifica fa sì che la si associ al potere e non al bene pubblico. Sono i finanziamenti privati a decidere i progetti di ricerca e si stanno erodendo i quattro pilastri su cui secondo il sociologo Robert Merton si regge la fiducia nella scienza: universalismo, comunalismo, disinteresse e scetticismo organizzato.</p>
<p>Il direttore di <em>The Lancet</em>, Richard Horton - lo stesso che aveva pubblicato il discusso articolo di Wakefield sulla correlazione tra vaccino e autismo - auspica un “giuramento di Ippocrate” per gli scienziati, tema già espresso da Bertolt Brecht nel suo <em>Vita di Galileo</em>, dove lo scienziato pisano così si rivolge ad Andrea Sarti:</p>
<blockquote>
<p>Se io avessi resistito, i fisici avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile al giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. (…) Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza</p></blockquote>
<p>Il viaggio di Pedemonte nei luoghi dove si annida la paura nella scienza è fatto di persone e di incontri, di battaglie vinte e perse, di riflessioni su soggetti e oggetti dell’impresa scientifica, visti con il rigore dello scienziato e la curiosità del giornalista (ma anche con la curiosità dello scienziato e il rigore del giornalista sul campo). Laureato in fisica, Enrico Pedemonte è stato a lungo temuto e venerato caposervizio scienza de L&rsquo;Espresso, quando L&rsquo;Espresso era L&rsquo;Espresso.</p>
<p>Verso la fine il libro compie un’apparente deviazione e si avventura nel campo forse più affascinante e inquietante dell’impresa scientifica: la cosiddetta intelligenza artificiale. Tra progetti antropologici che mirano a una simbiosi tra vita fisiologica e intelligenza artificiale, visioni di “soluzionismo tecnologico” in cui i dati sono il nuovo petrolio, applicazioni di riconoscimento facciale utilizzate dai governi, algoritmi che stravincono a scacchi e a Go, database open source di strutture proteiche, il lettore non sa se esultare o preoccuparsi. Verso la fine del libro si tirano le fila di quello che, ormai è chiaro, più che un excursus nella scienza è stato una riflessione sul potere e sull’uso della scienza che il potere ha fatto e sta facendo. La rete è un grande esperimento di anarchia o è il luogo dove i poteri (politici, economici) si esercitano attraverso la propaganda e la manipolazione? Il flusso ininterrotto di informazioni vere e false aiuta la democrazia o è un modo per annegarla nell’indistinto?</p>
<p>Se è ancora valido il motto di Francis Bacon “sapere è potere”, chi detiene oggi la conoscenza? E quindi il potere?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una (non) modesta proposta ai partiti per una sanità in salute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/modesta-proposta-partiti-sanita-salute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/modesta-proposta-partiti-sanita-salute/</guid><pubDate>Tue, 20 Sep 2022 12:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eugenio Paci</dc:creator><description>In questa breve e improvvisata campagna elettorale si è notato nei diversi programmi elettorali la difficoltà ad affrontare nella loro complessità il tema sanità e welfare; una proposta, solo apparentemente modesta, viene dal libro di Carlo Saitto e Lionello Cosentino, La sanità non è sempre salute, i cui temi trattati richiedono si apra una discussione nella sanità pubblica italiana.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/modesta-proposta-partiti-sanita-salute-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/modesta-proposta-partiti-sanita-salute-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La pubblicazione del libro di Carlo Saitto e Lionello Cosentino (S&amp;C), <em>La sanità non è sempre salute</em> (Il Pensiero Scientifico Editore, 2022), precede il confronto elettorale, ma la sua lettura è ancor più interessante alla luce di quanto discusso nei programmi dei diversi schieramenti politici che hanno presentato proposte e idee per la sanità e il welfare mediamente piuttosto convenzionali.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/modesta-proposta-partiti-sanita-salute-body-1.png.webp" alt="" width="712" height="1000" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il libro è originale anche perché è scritto da due autori che hanno una importante esperienza nella gestione di un sistema sanitario, quello della Regione Lazio. Se Cosentino è un politico della sinistra di lungo corso nella gestione della sanità, Carlo Saitto, medico, ha un ricco passato di lavoro clinico e di sanità pubblica e, negli ultimi anni della sua carriera, di Direttore Generale nelle ASL della Regione Lazio. Si aggiunge ai due autori una prefazione che è una riflessione a firma di Walter Tocci, esponente di primo piano di un mondo della sinistra politica e intellettuale, sempre molto impegnato nel cercare di dare indirizzi e riposte al sistema del servizio pubblico a Roma - e non solo - e in specifico nella sanità e nel welfare. È quindi rappresentata, già nei nomi degli autori, la rilevanza dell’esperienza a cui essi si possono riferire.</p>
<p>L’ ambizione di S&amp;C non è stata quella di scrivere un libro descrittivo di dati epidemiologici né di teoria organizzativa. È una proposta che sembra venire da un mondo a parte, lontano da ciò che correntemente si legge e che tuttora troviamo centrale nei programmi elettorali; provocatorio nella sua asciutta modalità di analisi della sanità, del welfare e, obiettivo centrale della indagine, delle diseguaglianze nella salute. Non si dilunga con le usuali ricette, risposte organizzative, corporative o sindacali. La principale originalità di questo libro è infatti quella di proporre, con competenza, un drastico percorso di rottura, una via di uscita forte dalla situazione di crisi del sistema di salute e sanitario. Rapporti, osservatori sulla salute, relazioni scientifiche, anche approfondite, giacciono in tanti scaffali di libreria, più o meno aggiornati; essi sono raramente corredati con proposte interessanti e praticabili, spesso non aspirano o non riescono a divenire pratica sociale e gestionale.</p>
<p>Nonostante Tocci proponga di affidarsi alla indignazione dei cittadini, l’impressione, che io credo di condividere con gli autori, è che abbiamo oggi molti strumenti, culturalmente e scientificamente forti, a partire dai valori di riferimento, in primis quelli costituzionali, evidenze scientifiche già applicate in sanità pubblica e flussi informativi di popolazione che, pur con tutti i limiti, permettono di andare oltre l’ “indignazione”, che in questi anni troppo spesso si è accompagnata all&rsquo;incapacità di costruire strade praticabili per ridurre le diseguaglianze.</p>
<h2 id="la-mortalità-per-municipio-di-residenza-a-roma">La mortalità per municipio di residenza a Roma</h2><p>Sin dall’incipit, il libro si concentra sulla praticabilità della proposta: mettere al centro gli obiettivi di salute per la popolazione; e offre alcuni strumenti per farlo in concreto, ponendo al centro dell’interesse la riduzione delle diseguaglianze socioeconomiche. Questo richiede di usare le informazioni disponibili in un modo che sia condiviso, rispettoso delle competenze tecniche, con una esplicita dichiarazione dei propositi, con capacità professionale e visione politica e, non ultimo, con la partecipazione dei cittadini. Nella sua apparente semplicità, la proposta è invece una grande sfida e i cittadini la possono girare a quei politici e tecnici che, se i ruoli sono chiari e le risposte, per quanto possibile, valutabili, spesso misurabili, potranno accoglierla localmente per puntare a una migliore sanità universalistica, cioè capace di offrire assistenza e cura con risposte egualitarie ai diversi bisogni di salute.</p>
<p>Partire dalla mortalità per causa a Roma, la città dove ogni Municipio è una città di medie dimensioni e quindi appartiene a un tutto, il Comune di Roma, evidenzia le contraddizioni della metropoli, con i suoi squilibri e le sue ingiustizie, più che non l’analisi di intere regioni. È una dimensione sociale naturale, che nasce dall’effettiva realtà di un’area metropolitana. Certamente un’analisi simile potrebbe essere prodotta anche per la realtà nazionale, o all’interno di una regione, così come definita dai confini amministrativi, ma qui si respira un forte senso di unità che il parlare di una città complessa come Roma consente. L’analisi statistica, che ci accompagna nella lettura in forma piacevolmente ripetitiva, è essenziale, scheletrica e parla con franchezza e forza. Per un epidemiologo, come io sono, abituato a leggere complesse elaborazioni o modelli statistici, rendere nudo il dato, e quindi diretto il messaggio comunicativo, è accettabile a fronte delle tante volte in cui la comprensione viene oscurata dalla complessità del metodo analitico e dalla prolissità delle tabelle. Ad altre sedi spetterà verificare se l’analisi complessa o l’uso di altri strumenti o flussi informativi possa confermare o meno le conclusioni che qui permettono a S&amp;C di raffigurare gli andamenti della diseguaglianza nel tessuto sociale metropolitano.</p>
<p>Per chi segue questo tipo di pubblicazioni, queste non sono scoperte, né in Italia né in altri paesi; esistono molti convincenti e autorevoli studi epidemiologici che vanno in questa direzione e offrono dati e metodi di valutazione. Trasformarli in obiettivi pragmatici, descritti in maniera leggibile da tutti, suggerendo di usarli come base delle azioni di cambiamento dello stato di salute in una popolazione apre la strada a una conoscenza della diseguaglianza e della fragilità sociale che sia leva e misura del cambiamento.</p>
<p>La mortalità per diabete, e il suo confronto con quella attribuita a malattie mentali, sono presentate per ogni municipio romano nelle tabelle 2.3 e 2.4 a pagina 23 del libro. È ben conosciuta la gravità del diabete in mancanza di un percorso assistenziale organizzato che nel libro gli autori considerano elemento centrale di una politica sanitaria efficace. Purtroppo, è anche ben noto quanto poco un modo di lavorare per percorso di salute sia adottato nelle nostre realtà e non solo in quelle socialmente più deboli e professionalmente meno presidiate. Il tasso standardizzato di mortalità è decisamente ben correlato al valore del reddito per area di residenza (qui aggregato se superiore ai 27.000 euro annui). La sua rappresentazione grafica è incisiva, la quota di variabilità spiegata dalla diseguaglianza spinge prima facie all’indignazione.</p>
<p>Non sorprende, invece, che non vi sia un’evidente correlazione con la mortalità per malattie mentali, un insieme di cause composito, espressione di storie clinico assistenziali e servizi di sostegno variabili. La malattia mentale è meno direttamente misurabile con la mortalità e raccoglie quadri diversi, in particolare le demenze, patologie che riguardano persone anziane che colpiscono le famiglie anche con redditi più alti. Molti soffrono della carenza generale della struttura di welfare in Italia, un problema di assistenza all’anziano e alla patologia cronica come quella mentale che in Italia non riguarda solo i meno abbienti (anche se per loro è più grave) ma in larga parte anche i gruppi sociali a medio reddito (che sarebbe sbagliato definire ricchi). In questo caso probabilmente ci sarebbe bisogno di più indicatori e magari di una rappresentazione maggiore di queste fasce medie, su questi aspetti assai fragili.</p>
<p>Il tumore del seno, la causa di morte oncologica più frequente nelle donne, mostra un andamento contradditorio che viene confermato quando si guardi anche ai ricoveri (o all’incidenza di malattia). Ci sono altri fattori in gioco nella popolazione: donne più giovani o immigrate (fertilità come fattore protettivo), ma c’è anche un disaccoppiamento tra incidenza del tumore (o ricoveri) e mortalità, che può essere attribuito alla diversa efficacia del percorso diagnostico terapeutico non solo per ragioni di diseguaglianza di accesso alle cure ma anche per una differente risposta per fascia di età o per differenziata risposta locale del sistema sanitario, che può riflettere la sua diseguale distribuzione o suo utilizzo. L’interpretazione diviene più complessa (incluso l’impatto dello screening organizzato) ma non inficia la rilevanza della mortalità come indicatore; spinge però a studiare con maggiore profondità le varie fasi del percorso di salute. È questa, si deduce anche da questi esempi più critici, la chiave di volta proposta per coniugare indagine epidemiologica, politica sanitaria e valutazione.</p>
<h2 id="una-proposta-troppo-modesta">Una proposta troppo modesta?</h2><p>Un sistema sanitario universalistico che non veda cosa accade nella sua popolazione di riferimento e interviene solo per aumentare l’offerta di prestazioni non misura e valuta ciò che ha contribuito a cambiare e quindi disattende al suo compito. La valutazione del sistema sanitario oggi, nella sua forma migliore, è attenta all’esito di singole prestazioni, solo raramente si spinge alla valutazione di percorsi assistenziali e comunque opera in una prospettiva prevalentemente medica e individuale. Trasforma poi il giudizio sulle performance individuali in una valutazione dell’azienda, del singolo operatore o del servizio sanitario regionale mettendo sempre al centro l’offerta e la qualità delle prestazioni. Il recente <a href="https://www.agenas.it/comunicazione/primo-piano/2110-presentato-il-sistema-di-misurazione-e-valutazione-della-performance-delle-aziende-ospedaliere-di-agenas-e-laboratorio-mes-scuola-superiore-sant%E2%80%99anna" rel="noopener">rapporto nazionale di valutazione delle aziende ospedaliere</a> redatto da Agenas e Sant’Anna di Pisa, per esempio, si basa sui due sistemi di misurazione consolidati - il Programma Nazionale Esiti e il Sistema di Valutazione dei Sistemi Sanitari Regionali - e aggiunge una prospettiva di analisi nuova, perché fotografa l’assetto organizzativo e scelte economico-gestionali delle aziende ospedaliere. Questi sono, in fase sperimentale e ancora limitata, i principali momenti di valutazione non economica del sistema sanitario italiano e sappiamo quanto ancora poco influiscono sul governo del sistema.</p>
<p>Molto si risolve nella costruzione di una “classifica” come quella sui LEA, che ha riscontro per qualche giorno nei titoli dei giornali e dei media e ove ciò che conta è la regione che arriva per prima o quella che ha qualche indicatore insufficiente. Manca una lettura per obiettivi di assistenza e cura che consideri la salute della popolazione, individuata non come luogo amministrativo ma come comunità di problemi e di intervento. La politica e le istituzioni non conoscono in cosa hanno contribuito a cambiare la salute e tantomeno se riescono a controllare le diseguaglianze da un punto di vista della popolazione, un obiettivo che è fondativo del nostro servizio sanitario a livello regionale e nazionale. Ancora meno esse si confrontano su come agire praticamente sulle diseguaglianze economiche e sociali nei bisogni e nell’offerta di servizio. Non mancano le descrizioni dello stato epidemiologico attuale di singole ASL, manca l’elaborazione di dati finalizzata al cambiamento per la popolazione e quindi azioni consapevoli e misurabili su obiettivi di salute che non siano estemporanee ed esemplari.</p>
<p>L’apparentemente modesta proposta (non nel senso di Swift, i nostri tempi non concedono la forte satira) di concentrare la decisionalità di politica sanitaria sugli obiettivi di salute di popolazione pone, secondo me, problemi di gestione del sistema sanitario che vanno oltre quelli che gli autori individuano nel libro. S&amp;C pongono infatti al centro del cambiamento il distretto, individuato, insieme al Comune con le sue articolazioni, come il luogo “mitico” dove ritrovare una comunità consapevole e l’energia necessaria per cambiare. Della complessità del cambiamento, ovviamente, gli autori sono più che consapevoli, come si legge nella loro introduzione, ove si ripercorrono i problemi della struttura istituzionale, a partire dal titolo V della Costituzione fino alla valutazione e al sistema dei LEA e la limitazione della gestione politica delle regioni e del centralismo. Non azzardano però valutazioni su quanto l’attuale assetto gestionale aziendale sia compatibile e possegga la cultura per andare nella direzione che suggeriscono.</p>
<p>Nella sua prefazione, invece, Tocci lamenta più esplicitamente un dibattito nazionale ripiegato all’interno di tradizionali politiche ministeriali e regionali, che finisce per risolversi in ricette tradizionali: la richiesta di più finanziamenti e più servizi. Conclude riconoscendo agli autori il coraggio di confutare alla radice gli argomenti, sia quelli dei conservatori dell’establishment sia le sterili rivendicazioni, ma identifica, io credo correttamente, nella responsabilità culturale e professionale del servizio la differenza nella attuale gestione dell’ospedale rispetto a quella del territorio. Io intendo questa sua affermazione esprima l’esigenza di rimettere al centro del servizio sanitario una cultura multi-professionale che non sia frammentata tra ospedale, territorio e medicina di famiglia. Una mancanza di finalità comuni resa evidente dalla pandemia di Covid-19, nell’offerta non governata del welfare per l’anziano e i fragili, nella sostanziale frattura, presente già dagli albori, tra medicina territoriale e ospedaliera (anche grazie al pesante contributo che a questa frattura culturale ha dato l’università di medicina). La crescente crisi dell’attuale assetto burocratico e procedurale del sistema pubblico lo rende refrattario al cambiamento, una difficoltà che Tocci vede “incastellata nella fortezza dell’azienda sanitaria”, un tipo di azienda che è un vecchio arnese. Abbiamo a che fare con aziende “false”, gestori di budget che sono programmati in modo sempre più lontano dalle esigenze (e non parliamo del bisogno legato alla diseguaglianza, che nella politica sanitaria attuale non esiste), in sostanza programmate centralmente e strutturalmente impossibilitate a rispondere all’innovazione, anche tecnologica, che è sempre più necessaria nei servizi di welfare e di cura. Il rapporto tra la gestione della sanità e la politica affonda nella storia della nascita del sistema sanitario con la legge 1978 e si è risolto oggi nella predominanza dei governatori e del burocratismo ministeriale (centralismo, lo chiama Tocci) che ha contrassegnato la storia di questa pandemia sia a livello di gestione nazionale che regionale.</p>
<p>In questa breve e improvvisata campagna elettorale si è notato nei diversi programmi elettorali la difficoltà ad affrontare nella loro complessità il tema sanità e welfare. Pochi hanno ripensato alle difficoltà evidenti che l’assetto derivante dai 21 sistemi sanitari regionali durante la pandemia hanno comportato nell’emergenza, ma che sono presenti anche nella vita quotidiana del nostro servizio sanitario. D’altra parte, l’impronta burocratica e centralista si evidenzia nelle risposte che anche oggi si stanno configurando, con la prevalente attenzione alle infrastrutture (PNRR) e alle liste degli standard organizzativi (di fatto poco considerando la cultura multi-professionale necessaria al cambiamento).</p>
<p>Sui temi proposti da questo libro bisognerà che si apra una qualche discussione nella sanità pubblica italiana. Leggendo un libro come questo se ne intuiscono le ragioni - anche se si hanno pareri diversi sull’analisi e le proposte da fare - e forse si possono ritrovare le motivazioni anche professionali che costituiscono la ragion d’essere della sanità come servizio pubblico. L’esigenza di una riforma che vada in profondità, ridefinisca gli obiettivi e gli strumenti di gestione affrontando nodi che sono cruciali per i cittadini, richiede di considerare in questa ottica questioni come il rapporto pubblico-privato o l’insieme dei problemi del lavoro nella sanità e nel welfare. Ormai non si può solo continuare a lamentare la crisi del sistema; è di modeste proposte come queste che occorre cominciare a parlare. Questo libro getta il sasso nello stagno, ma non prende atto, e secondo me è il suo limite, che lo stagno è quasi vuoto - e non parlo di risorse - cioè corre il rischio di non suscitare neanche una piccola onda. Non bisogna nascondersi che le direzioni in cui andare possono essere tante, gli interessi, le sensibilità professionali, politiche, corporative molteplici. È una sfida che chi ritiene che il sistema sanitario pubblico universalistico (oggi parte integrante di un sistema di welfare), nelle diverse forme assunte in Europa e in pochi altri paesi del mondo, sia tuttora la risposta migliore deve accettare in modo aperto. Mettere al centro la salute della popolazione e della persona, la qualità professionale e lavorare per la riduzione delle diseguaglianze, non burocraticamente ma coinvolgendo i cittadini e i professionisti, è la politica più difficile, nel senso buono del termine.</p>
<p>Ho espresso, insieme con altri interventi, alcune posizioni su queste esigenze in un <a href="https://epiprev.it/page/bisogna-curare-la-sanita-pubblica-perche-un-nuovo-ssn-possa-curare-la-salute-degli-italiani" rel="noopener">contributo su <em>Epidemiologia e Prevenzione</em></a>, perché mi sembra che questa esigenza di cambiamento, debba avere una risposta adeguata e coinvolgente di tutti i protagonisti. Questo libro definisce la novità dello scenario su cui si dovrebbe lavorare per il cambiamento, consapevoli dell’esistenza di interessi, analisi e visioni diverse su come risolvere i problemi che sono ormai evidenti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La chimica a portata di mano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/chimica-portata-mano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/chimica-portata-mano/</guid><pubDate>Fri, 15 Jul 2022 10:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><description>La chimica nel monolocale, di Stefano Cinti, è una raccolta di brevi articoli o post che forniscono una base di cultura generale per la chimica, trattando i temi più disparati: dalle reazioni che portano alla lievitazione della pizza al perché le mani raggrinziscono in acqua. La recensione di Marco Taddia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/chimica-portata-mano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/chimica-portata-mano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per vedere la chimica in azione non occorre andare chissà dove, magari in un grande stabilimento petrolchimico o farmaceutico, in una fabbrica di detersivi o di cosmetici oppure, ancora, in un laboratorio analisi: basta invece guardarsi attorno in casa propria, anche se si tratta di un monolocale. Questa è il tipo di esplorazione che ci propone Stefano Cinti, professore associato di Chimica analitica presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli, con il libro <em>La chimica nel monolocale</em> (tab edizioni, 2022).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/chimica-portata-mano-body-1.jpg.webp" alt="" width="424" height="601" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>I soci della Società Chimica Italiana sanno che oltre a guidare il Gruppo di Ricerca <a href="https://uninanobiosensors.com/" rel="noopener">uniNanobiosensors</a> del suo dipartimento, Cinti coordina attualmente anche le attività del Gruppo per la Diffusione della Cultura Chimica, di cui <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/task-force-diffondere-cultura-chimica/">si è parlato</a> tempo fa anche su questo giornale. Pur senza dichiararsi “paladino” della chimica, si capisce che ci tiene a dimostrare che l’accezione negativa che accompagna il termine “chimica” è spesso ingiustificata. Lo fa senza ricorrere a toni impositivi, come capita spesso di osservare in altri casi e la sua, se così si può dire, è una divulgazione “gentile”, rispettosa dell’ascoltatore. È piaciuto, a chi scrive, che Cinti, laddove tenta di spiegare il significato del pH, uno scoglio dell’impresa divulgativa, aggiunga “Non spaventatevi, è molto semplice” (p. 165).</p>
<p>Se abitate in un bi-trilocale non abbiate alcuna remora a leggere il libro, va bene comunque. Cinti spiega infatti, nell’introduzione, perché ha scelto quel titolo, mostrando il parallelismo fra il suo libro, il monolocale e le rispettive funzioni. Così come il monolocale può essere un punto di partenza verso abitazioni di maggiore ampiezza, così il libro lo è verso una maggior cultura di base e testi più approfonditi. Intanto, si può dire che si tratta di un buon avvio e che l’accesso agli argomenti è facilitato dalla sua struttura. In pratica è una serie di brevi post indipendenti l’uno dall’altro, lungo ciascuno poco più di tre pagine, ravvivati dai disegni di Lucia Gastoldi. Gli “articoli” o post sono poco più di una cinquantina, divisi tra cucina, camera da letto e bagno, più una miscellanea. I titoli sono allettanti e talvolta contengono avvertenze curiose e utili a chiunque, come queste: <em>Vino: non aspettate troppo</em>, <em>Ricordate di togliere le birre dal freezer!</em>, <em>Alluminio in fogli e vaschette: cosa c’è da sapere</em>, <em>Smalto per le unghie? Chiedete all’imbianchino</em>, <em>Tutti uniti contro le zanzare</em>, <em>Tra sole e pelle…non mettere il vetro</em>.</p>
<p>Ma facciamo una rapida escursione, a campione, fra i testi. Cominciamo dal primo: <em>Pizza: è tutta questione di gas</em>. Sappiamo che Cinti è nato a Roma ma da napoletano acquisito, parlando di chimica in cucina, non poteva partire che dal piatto più famoso della città partenopea. Ha ragione a dire che «probabilmente non tutti sono a conoscenza delle reazioni chimiche che portano alla formazione del nostro cavallo di battaglia». Parte proprio dall’inizio a spiegare come si può preparare una pizza gustosa e spiega bene perché l’acqua per impastare farina e lievito deve essere tiepida per “svegliare” i microorganismi ivi contenuti. Lasciamo ai lettori il piacere di leggere come va a finire la storia, forse tra le migliori della serie. Con un pizzico di ironia osserviamo che a Cinti, probabilmente, piace cucinare e apprezzare la buona cucina, visto che qua e là non mancano la citazione di altri piatti, come il tiramisù, il ciambellone e la carbonara. D&rsquo;altronde l’aveva detto poco prima: «C’è chi sostiene che il chimico sia un bravo cuoco. Secondo me è vero anche il contrario!».</p>
<p>Saltando dalla cucina al bagno, è davvero ben riuscito anche il pezzo intitolato <em>Il curioso mistero delle mani raggrinzite…</em> che, giustamente, presenta due interpretazioni del fenomeno. Tra l’altro, proprio in questi giorni, abbiamo appreso che <a href="https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/ora-sappiamo-perche-le-dita-in-acqua-diventano-raggrinzite/" rel="noopener">è uscito</a> uno studio molto interessante sul tema.</p>
<p>Non può mancare, in una recensione che si rispetti, qualche accenno critico. C’era proprio bisogno di citare, seppure tra parentesi, nel pezzo intitolato <em>Contro la pressione!</em>, l’equazione di Clausius-Clapeyron a beneficio di lettori che supponiamo digiuni di chimica? Ancora, laddove si parla di ipoclorito (p. 174), la collocazione infelice delle frasi potrebbe far credere, al lettore sprovveduto, che la natura ossidante appartiene non solo all’ipoclorito ma anche alla povera ammoniaca. Sono, in fin dei conti, minuzie che non sminuiscono affatto la validità del lavoro. Si capisce che il libro è scaturito quasi di getto dalla mente dell&rsquo;autore, sull’onda dell’entusiasmo e della passione per la chimica e la divulgazione, ma forse andava posta maggior attenzione nella correzione delle bozze. Si potrà facilmente rimediare in una riedizione.</p>
<p>Il libro è raccomandabile a tutti, cominciando dagli “allergici” alla chimica, proseguendo con i chimici di professione che potranno rinfrescare le nozioni acquisite a suo tempo, per finire con i docenti che vi troveranno spunti per intavolare qualche simpatica discussione con i loro allievi. A proposito di coloro che “non hanno mai capito niente di chimica”, mi piace citare un bell’articolo dello scrittore messicano Juan Villoro (Città del Messico, 1956) pubblicato sul quotidiano <em>Reforma</em> e ripreso <a href="https://www.internazionale.it/opinione/juan-villoro/2019/06/12/chimica-primo-levi" rel="noopener">da <em>Internazionale</em></a> il 12 giugno 2019. Riferendosi alla chimica, scriveva: «Non ho la minima idea di come io abbia potuto essere promosso in una materia della quale non ho mai saputo nulla e della quale ricordo solo l’odore acido dell’esplosione». Aggiungeva quindi «Per colmare la nostra insicurezza pensiamo che quello che non ci interessa ci sia sostanzialmente estraneo. Eppure per la chimica non può essere così». Spiegando perché aveva cambiato idea, aggiungeva che la sua vera “conversione” era arrivata con <em>Il sistema periodico</em> del chimico e scrittore Primo Levi. A coloro che vorranno riconciliarsi con la chimica tramite il libro di Cinti raccomandiamo, fatte le debite e rispettose proporzioni, di proseguire con <em>Il sistema periodico</em>, un’opera imperdibile che li porterà a scoprire analogie impreviste tra gli elementi chimici e i comportamenti umani.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Da Stalingrado a Vita e destino: la parabola dell'URSS nei due capolavori di Vasilij Grossman</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stalingrado-vita-destino-parabola-dellurss-due-capolavori-vasilij/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stalingrado-vita-destino-parabola-dellurss-due-capolavori-vasilij/</guid><pubDate>Wed, 18 May 2022 19:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simonetta Pagliani</dc:creator><description>Vasilij Grossman (Berdychiv, 1905 - Mosca, 1964). Vita e opere: Study Center Vasily Grossman .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/stalingrado-vita-destino-parabola-dellurss-due-capolavori-vasilij-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/stalingrado-vita-destino-parabola-dellurss-due-capolavori-vasilij-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>«I decadenti non sono pericolosi per lo Stato, sono semplicemente inutili, non interessano; tra decadentismo e realismo socialista non c&rsquo;è un baratro. Si è discusso molto su cosa fosse il realismo socialista. È uno specchio, al quale Stato e partito chiedono: &ldquo;Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più bello del reame?&rdquo; e lui risponde &ldquo;Tu, partito caro, tu, governo, tu, Stato! Il più bello sei tu&rdquo;. Mentre alla stessa domanda i decadenti rispondono &ldquo;Sono io il più bello, io, io, io!&rdquo;. Non mi pare una gran differenza. Il realismo socialista è l&rsquo;affermazione dell&rsquo;eccezionalità dello Stato, il decadentismo di quella dell&rsquo;individuo&hellip; I decadenti non s&rsquo;interessano all&rsquo;uomo e all&rsquo;uomo non si interessa nemmeno lo Stato. Altro che baratro. Ma Čhecov, lui si è caricato sulle spalle la mai nata democrazia russa; il cammino di Čhecov è il cammino di libertà della Russia. Forse soltanto Balzac ha introdotto così tanti personaggi nell&rsquo;immaginario collettivo. Anzi, no, nemmeno lui: medici, ingegneri, avvocati, insegnanti, professori, proprietari terrieri, bottegai, industriali, istitutrici, lacchè, universitari, impiegati di ogni livello, venditori di bestiame, bigliettai, mezzane, sacrestani, arcipreti, contadini, operai&hellip; forzati di Sachalin&hellip; Čhecov ha portato nel nostro immaginario tutta la Russia nella sua imponenza, con tutte le sue classi, tutti i ceti sociali e le età&hellip; Ce li ha portati tutti democraticamente, da autentico democratico russo.</p>
<p>E, come nessuno aveva fatto prima di lui, nemmeno Tolstoj, ha detto: siamo prima di tutto esseri umani, uomini, persone. Ha detto che l&rsquo;importante è che gli uomini siano prima di tutto uomini e solo poi arcipreti, russi, bottegai, tatari, operai. Lo capite? Non siamo buoni o cattivi perché siamo arcipreti o operai, tatari o ucraini. Siamo tutti uguali perché siamo esseri umani&hellip; Čhecov è la bandiera più grande che abbia mai garrito sulla Russia nei mille anni della sua storia: l&rsquo;alfiere della democrazia buona, della vera democrazia russa, della dignità dei russi, della libertà russa. Perché il nostro umanitarismo è sempre stato intollerante, crudele e settario. Da Avvakum a Lenin umanitarismo e libertà sono stati partigiani, fanatici e hanno sempre sacrificato l&rsquo;uomo all&rsquo;umanità astratta.</p>
<p>Quando proclama di non volersi opporre al male con la violenza è intollerante persino Tolstoj, perché non ha in mente l&rsquo;uomo, ma Dio. Per lui ciò che conta è che trionfi l&rsquo;idea della bontà, ma gli uomini di Dio cercano sempre di inculcarteLo con la forza, il Divino, e in Russia, poi, non si fermano di fronte a nulla: ti infilzano, ti ammazzano. Čhecov ha detto: Dio si faccia da parte e si facciano da parte le cosiddette grandi idee progressiste. Partiamo dall&rsquo;uomo, mostriamogli bontà e attenzioni chiunque egli sia, arciprete, contadino, industriale milionario, forzato di Sachalin, cameriere in un ristorante. Iniziamo rispettando, compatendo, amando l&rsquo;uomo, altrimenti non ne verrà nulla. È questa la democrazia, la democrazia mai nata del popolo russo. In mille anni i russi ne hanno viste di tutti i colori, hanno visto la grandezza e la megalomania. Una cosa non hanno mai visto, invece: un sistema democratico. Ed è proprio questa la differenza tra Čhecov e il decadentismo. A un decadente lo Stato può dare una scoppola o un calcio nel sedere. Mentre di Čhecov non capisce l&rsquo;essenza, la profondità e per questo lo tollera. La democrazia vera, la democrazia dell&rsquo;uomo, non si addice ai sovietici».</p></blockquote>
<p>In questa conversazione tra amici davanti a un the, che avviene a pagina 240 di <em>Vita e destino</em>, nella povera stanza di un accademico delle scienze e di sua moglie, è racchiusa la summa poetica di Vasilij Grossman. Di questo romanzo (Vasilij Grossman, <em>Vita e destino,</em> Adelphi, 2008) è stato finalmente tradotto in italiano, per i tipi di Adelphi, quello che oggi si definisce prequel, intitolato <em>Stalingrado</em> (come voleva il suo autore, in sostituzione dell&rsquo;apocrifo <em>Per una giusta causa</em>, imposto perché echeggiava la frase pronunciata da Molotov nell&rsquo;annuncio di guerra alla Germania). Il romanzo era stato scritto tra il 1943 e il 1949, nell&rsquo;immediatezza della battaglia e pubblicato nel 1952, un anno prima della morte di Stalin (Vasilij Grossman, *Stalingrado, *Adelphi, 2022).</p>
<p>Della battaglia di Stalingrado, Grossman era stato testimone oculare; nato in Ucraina, di formazione chimico, ma appassionato di fisica, aveva passato tre anni sul fronte est europeo come corrispondente di guerra per la rivista dell&rsquo;esercito sovietico <em>Krasnaja Zvezda</em> (Stella rossa). Al seguito dell&rsquo;Armata rossa, era anche entrato nei campi di sterminio di Treblinka e Majdanek e fu tra i primi a raccontare il genocidio degli ebrei nell&rsquo;Europa orientale.</p>
<p>La questione ebraica, in Ucraina soprattutto, era lo sfondo buio e dolente dell’Europa a ferro e fuoco di Grossman: dolente certamente per lo scrittore, che aveva perso la madre, Ekaterina Savel’evna, assassinata con altre trentamila persone dai tedeschi, nel settembre 1941 a Berdychiv, sua città natale; buio e opaco per il potere sovietico, che non ammetteva altro olocausto che quello dei suoi venti milioni di morti nella Grande guerra patriottica. Quando questa ebbe fine, Grossman vide scemare le speranze di un allentamento del giogo del regime e metastatizzare il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sinfonia-n-13-sostakovic/">cancro dell&rsquo;antisemitismo</a>.</p>
<p>Così, da <em>Stalingrado</em> a <em>Vita e destino</em>, la sua scrittura passa dall&rsquo;epica alla compassione priva di retorica, quando racconta l&rsquo;imprescindibile lotta contro il nazismo sulle rive del Volga o le vicende dei civili sfollati o le sofferenze non solo di chi è prigioniero nei lager nazisti, ma anche di chi è finito nel gulag sovietico. Qui, menscevichi ormai cancellati dalla Storia e bolscevichi della prima ora che però hanno deviato dalla linea del partito (oppure hanno solo fatto un passo falso parlando di Stalin) sono sopravvissuti miserabili, accomunati da un pervicace amore per la loro terra e nell&rsquo;invocazione della vittoria.</p>
<p>In questi due libri, è la guerra a unire e separare le vite e i destini, a forgiare le convinzioni e i desideri ed è la guerra a sublimare, almeno per il tempo della sua durata, la profonda scissione tra l&rsquo;individuo (irripetibile, fragile e fallace, ma capace di amore e di sacrificio) e lo Stato, vero e proprio Golem costruito per difendere i deboli e degenerato a dispensare a suo arbitrio il diritto alla vita. Il male si cela sotto le apparenze di un bene astratto e universale, per conseguire il quale sono autorizzate nefandezze di ogni entità, dai piccoli tradimenti e soprusi fino allo sterminio per fame di intere comunità agricole.</p>
<p>Nelle quasi 800 pagine del romanzo continuamente s’insinua, nelle conversazioni al fronte o dentro le case, l’allusione al &ldquo;Trentasette&rdquo;, sempre bastante anche quando appena accennata. Nelle purghe staliniane, tra il 1936 e il 1939, stando gli archivi del NKVD (<em>Narodnyj komissariat vnutrennich del</em>), Commissariato del popolo per gli affari interni, furono condannati a morte per controrivoluzione circa 225.000 persone e, in particolare, nel 1937 furono celebrati i più vasti processi che portarono alla deportazione o all&rsquo;esecuzione di presunti cospiratori (fonte Fondazione Alexander N. Yakovlev).</p>
<p>In quegli anni, le forze armate sovietiche epurarono quasi tutti i comandanti di corpo d&rsquo;armata e 35.000 ufficiali su 144.300; così, allo scoppio della guerra, furono richiamati in servizio dai campi di prigionia quelli ancora in vita e dovettero essere formate nuove leve, che inizialmente non furono adeguate, nel respingere i tedeschi. Non lo tace Vasilij Grossman e la sorte del secondo libro della sua epopea, quindi, non stupisce. Il primo, <em>Stalingrado</em>, era stato più volte modificato, su richiesta della censura, per assoggettarlo a istanze ideologiche (“per una giusta causa&quot;), tanto che, per varare l&rsquo;attuale edizione, è stato necessario un difficile (talvolta arbitrario) lavoro di ricostruzione delle intenzioni originali di Grossman. Invece, quando, nell&rsquo;ottobre 1960, presentò <em>Vita e destino</em> alla rivista <em>Znamja</em> (bandiera), dopo quasi dieci anni di scrittura, lo scrittore era definitivamente convinto che la verità non può mai essere controrivoluzionaria («Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda e chi legge ha il dovere civile di conoscere questa verità»).</p>
<p>Il prestigio di Grossman era tale che gli venne dato un congruo anticipo &ldquo;a scatola chiusa&rdquo;, ma, dopo aver letto il libro, il caporedattore lo passò ai funzionari del partito, che lo bollarono come antisovietico («Perché mai dovremmo aggiungere il vostro libro alle bombe atomiche preparate dai nostri nemici contro di noi?»). Il KGB sequestrò tutte le copie esistenti del romanzo, ma non seppe delle due che erano state in precedenza affidate agli amici Semen Lipkin e Vjačeslav Loboda per un parere. Grossman inviò una lettera di protesta al segretario generale del PCUS Nikita Chruščëv:</p>
<blockquote>
<p>Io chiedo la libertà per il mio libro al quale ho dedicato la vita&hellip; non l&rsquo;ho rinnegato e non lo rinnegherò. Ritengo, come prima, di aver scritto la verità, di averla scritta amando e compiangendo gli uomini, credendo negli uomini.</p></blockquote>
<p>Vasilij Grossman morì a 59 anni il 14 settembre 1964, senza aver visto la pubblicazione del libro. La copia in mano a Lipkin, incompleta e fotografata in due microfilm con l&rsquo;aiuto dei dissidenti Vladimir Vojnovič e Andrej Sacharov, arrivò in Svizzera nel 1980 e fu stampata dalla casa editrice L&rsquo;Age d&rsquo;Homme, fondata da uno scrittore serbo; venne poi stampata in Francia e quattro anni dopo in Italia, da Jaca Book. Nell&rsquo;URSS, il romanzo uscì nel 1989, nello spiraglio della <em>glasnost</em>. Nello stesso anno, gli eredi di Loboda consegnarono agli eredi di Grossman, che la pubblicarono a Mosca, la seconda copia del romanzo, integrale e con le correzioni autografe dell&rsquo;autore (ora conservata alla Houghton Library dell&rsquo;Università di Harvard). L&rsquo;edizione italiana di Adelphi del 2008 ha tradotto questa stesura.*</p>
<p>Nel luglio 2013, con una solenne cerimonia, il governo russo ha restituito 13 scatole di carte sequestrate allo scrittore a sua figlia Ekaterina (che porta il nome della nonna uccisa dai nazisti), per volontà della quale ora i documenti sono a disposizione del pubblico presso l&rsquo;Archivio di Stato russo della letteratura e dell&rsquo;arte.</p>
<p>* Dal settembre del 2020 è disponibile l&rsquo;audiolibro integrale (41 ore) di <em>Vita e destino</em>, prodotto dalla casa editrice Emons.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La tavola di Mendeleev, versione coatta</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tavola-mendeleev-versione-coatta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tavola-mendeleev-versione-coatta/</guid><pubDate>Tue, 26 Apr 2022 14:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><description>Illustrazioni tratte dal libro Chimica coatta , Momo Edizioni, 2022.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/tavola-mendeleev-versione-coatta-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/tavola-mendeleev-versione-coatta-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante l’ampia letteratura che riguarda la Tavola Periodica di Mendeleev, non l’avevamo mai sentita raccontare in romanesco, versione ‘coatta’, per dimostrare ai giovani che gli elementi sono gli ingredienti che </p>
<blockquote>
<p>costituiscono qualsiasi fregnaccia che hai attorno, dal supplì che te magni in pizzeria, alle stelle e i pianeti che indichi come un idrante impazzito quando vai in gita ai Castelli</p></blockquote>
<p>A cominciare dal titolo, un po’ strampalato ma adatto al contenuto, come non essere incuriositi da <em>Chimica Coatta</em> (Momo Edizioni, 2021) anche se gli “anta” sono passati da un pezzo? Perciò, superata la diffidenza iniziale, anch’io ho letto questo libro e vi confesso, sottovoce, che mi sono divertito parecchio, ritrovandomi a ridere di gusto in più occasioni. Non ho potuto seguire appieno il consiglio di Roberta Fulci, redattrice e conduttrice di Radio3Scienza che ne ha scritto l’introduzione, ossia di leggerlo poco alla volta e a voce alta, magari in compagnia, per immaginare il personaggio capitolino che racconta la storia. Mi è bastato tuttavia tornare con la mente alle scene e ai dialoghi di <em>Un sacco bello</em>, film cult del 1980, nonché all’impareggiabile interpretazione del Coatto Enzo, a opera di Carlo Verdone.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/tavola-mendeleev-versione-coatta-body-1.jpg.webp" alt="" width="329" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Però, badate bene, leggere un libro di tal fatta e recensirlo qui è tutt’altra cosa. Ero incerto: può capitare a chi scrive di libri, così come può capitare ai lettori di fronte alla scelta di acquistarli. Mi sono sentito in buona compagnia quando ho letto ciò che l’italianista Claudio Giunta <a href="https://claudiogiunta.it/2022/02/su-sangue-nellottagono-di-alessandro-dal-lago/" rel="noopener">ha scritto</a> di recente su un libro dedicato all’antropologia delle Mixed Martial Arts (<em>Sangue nell’ottagono. Antropologia delle arti marziali miste</em>, di Alessandro Dal Lago):</p>
<blockquote>
<p>Né il mio carattere poco bellicoso, né l’età abbastanza avanzata avrebbero dovuto giustificare l’interesse verso pratiche che mi sono sempre state (e restano) estranee</p></blockquote>
<p>Pratiche che, peraltro, erano state oggetto di un corso richiesto dagli studenti di una scuola romana per “imparare a menarsi, ma come si deve”. Richiesta che ci appare singolare ma è il caso di chiederci se sappiamo veramente ciò che interessa ai ragazzi e se non dovremmo sforzarci un po’ di più per capirne le esigenze, diverse dalle nostre. Nel mio caso l’estraneità verso l’eloquio che attinge al lessico del “coatto”, lingua in cui è scritto il libro, insieme all’allergia verso la parlata sguaiata tipica dei borghesi che vogliono apparire disinibiti, avrebbe dovuto tenermi lontano da queste pagine e, invece, ci sono cascato.</p>
<p>Ora però è necessaria qualche precisazione perché, per qualcuno, il termine “coatto” si addice più alla cronaca giudiziaria (per esempio “domicilio coatto”) che alla chimica. Se diamo un’occhiata allo Zingarelli 2022, apprendiamo che, nel gergo corrente, derivato dal dialetto romanesco, <em>coatto</em> <a href="https://dizionaripiu.zanichelli.it/cultura-e-attualita/le-parole-del-giorno/parola-del-giorno/la_parola_del_giorno__quatto__coatto__acquattare/" rel="noopener">vuol dire</a> anche «Giovane emarginato, spec. in una grande città | Persona rozza e volgare che imita passivamente gli aspetti peggiori della moda e del costume» (se volete saperne di più sulla sua origine potete leggere <a href="https://www.facebook.com/274010929444226/posts/1387392918106016/" rel="noopener">qui</a>).</p>
<p>Il libro nasce dall’esperienza de <em>La Scienza Coatta</em>, un progetto di divulgazione scientifica dell’Associazione di Promozione Sociale (APS) Tavola Rotonda (Roma), nato su Facebook nel 2015. A un trio di menti ‘diaboliche’ (Paolo Barucca, Letizia Scacchi e Sandro Iannaccone) si sono aggregati, via via, volontari e volontarie. Per <em>Chimica Coatta</em>, i rinforzi (Marco Carlotti, Stefano Cinti e Sara Tortorella) sono venuti dal Gruppo Interdivisionale di Diffusione della Cultura Chimica (SCI). C’è da dire che questo apporto si avverte sensibilmente, perché la pur giocosa trattazione della materia non esce quasi mai dai binari della correttezza, rivelando una solida e vasta preparazione chimica. Viene in mente una citazione famosa di Umberto Eco che diceva</p>
<blockquote>
<p>Sia di monito per le generazioni a venire: scherzare, sì, ma seriamente</p></blockquote>
<p>A proposito dello scherzare con la scienza osservo, in sintonia con gli autori, che il loro sforzo di dimostrare che gli scienziati «non fanno parte di quel mondo ovattato, serioso, accademico e impenetrabile che molti credono» è il benvenuto - ma attenzione a non esagerare.</p>
<p>Il libro è un’escursione nella tavola periodica, che interessa un totale di 53 elementi soffermandosi, per una pagina o poco più, su ciascuno di essi, informando sul gruppo di appartenenza, la sua storia, le proprietà chimico-fisiche e le applicazioni. Sono inclusi quelli appartenenti alle prime tre righe (1-39) e altri presi un po’ a caso. Alla fine del libro, per alcuni degli esclusi si giustifica l’assenza. Volete conoscerne una breve, eccola: </p>
<blockquote>
<p>Dell’indio nun se parla perché nun è In ma Out. (Ahah)</p></blockquote>
<p>Non abbonderò di citazioni dal libro perché avrei dovuto ricorrere sovente all’uso di asterischi, come si fa in televisione per nascondere le parolacce, ma non posso esimermi dal segnalare alcune cadute di stile, come quando i coniugi Curie vengono tramandati ai “coatti” come «i Ferragnez da’a chimica». La pagina dedicata a ciascun elemento esordisce con un titolo divertente e ce n’è per tutti i gusti: <em>Brillo cor Berillio</em>, <em>Statte Boro</em>, <em>Sul grande raccordo anulare…NaNaNaNa</em>, <em>Scandalioso</em>, <em>Arsenico ma non Lupin</em>, <em>W er tungsteno</em>. Dopo il titolo segue un commento, ecco quello del mercurio: «E a te dove ti mettiamo, firmato Dmitrij Mendeleev co la febbre».</p>
<p>Per fortuna , in un riquadro c’è il simbolo chimico e il numero atomico…Venendo ai testi sono sicuro che per qualcuno risulteranno un po’ oscuri. Per esempio, a proposito della leggerezza dell’alluminio, lo sapevate</p>
<blockquote>
<p>che se vòi la maghina che piotta, non te pòi fa n’Hummer. Ce pòi fa er coatto, però pesa ‘n botto e consuma pure ‘n botto</p></blockquote>
<p>Per quanto riguarda il berillio, lo sapevate che i suoi sali sono dolci come «na sorchetta doppio schizzo alle 5 de matina»? Per chi ne avesse bisogno, ricordo che in rete si trovano dizionari romanesco-italiano che qui sarebbero necessari.</p>
<p>Un cenno alle vignette di The Sando che illustrano, per così dire, questa escursione tra gli elementi chimici. Posso dire che da un autore che <a href="https://it-it.facebook.com/thesando/" rel="noopener">si presenta</a> come “innovatore” mi aspettavo qualcosa di meglio? “Daje”!</p>
<p>In conclusione, avvicinarsi alla chimica in questa maniera regala un po’ di buonumore, per di più a buon mercato. Non direi che il libro lo faccia sempre con “grazia”, come scrive la brava Fulci, ma piuttosto con la bonaria volgarità del “coatto” di periferia. Lasciatemi però esprimere un piccolo dubbio: c’era proprio bisogno di ricorrere al vocabolario dei “coatti” per diffondere l’interesse per la chimica? Non ne sono sicuro, anche perché sono d’accordo con chi sostiene che <a href="https://www.pandoracampus.it/scriverebene" rel="noopener">bisogna scrivere bene per pensare bene</a>.</p>
<p><em>Questo articolo è parzialmente ripreso da</em> La Chimica e l’Industria Newsletter*, marzo 2022*</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sidereus Nuncius 2.0, i messaggeri celesti per scoprire l'Universo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso/</guid><pubDate>Tue, 08 Feb 2022 21:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giovanni Peres</dc:creator><category>universo</category><description>Sidereus Nuncius 2.0. I messaggeri celesti della nuova astronomi a (Mondadori Università, 2021) è l&amp;amp;rsquo;ultimo libro di Patrizia Caraveo, nel quale l&amp;amp;rsquo;astrofisica racconta gli ultimi progressi scientifici alla scoperta dell&amp;amp;rsquo;Universo. La recensione di Giovanni Peres.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Puntando per la prima volta un telescopio verso gli oggetti celesti, Galileo scoprì una realtà insospettata e così, con il suo <em>Sidereus Nuncius</em> fornì una visione innovativa e rivoluzionaria dell’Universo. Il piccolo, piacevole libro scritto da Patrizia Caraveo (<em>Sidereus Nuncius 2.0</em>, Mondadori Università 2021), vuole già nel titolo collegarsi alla rivoluzione dell’astronomia dovuta a Galileo: da diversi anni (argomenta l’autrice) è in corso una nuova rivoluzione nel mondo dell’astronomia e della scienza grazie a nuovi “messaggeri celesti”. La creazione e l’utilizzo di strumenti radicalmente innovativi, negli ultimi decenni, ha spalancato nuove “finestre” sull’Universo portando così, come aveva già fatto Galileo, alla scoperta di fenomeni e scenari precedentemente insospettati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2022/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2022/sidereus-nuncius-2-0-messaggeri-celesti-scoprire-luniverso-body-1.jpg.webp 1000w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1000" height="1418" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Anche se, occorre ammettere, l’impatto dal punto di vista filosofico e metodologico di Galileo sulla scienza fu persino più profondo, la similitudine è molto azzeccata. Il libro inizia descrivendo molto brevemente le prime rivoluzioni dell’astronomia, da Galilleo al ‘900, per poi passare agli inizi del 1900 alla classificazione spettrale delle stelle, alla scoperta dei raggi cosmici e al concepimento della relatività generale. Da qui continua un percorso storico toccando, in modo sintetico ma comprensibilissimo e accurato, i vari punti salienti che concorrono a formare il quadro attuale dell’astronomia: la scoperta dell’espansione dell’Universo, la nascita della radioastronomia, e poi dell’astronomia X, le scoperte di buchi neri, di stelle di neutroni e della radiazione di fondo cosmico, la rivelazione dei neutrini prodotti dal nucleo del Sole e via via fino a parlare della prima rilevazione di onde gravitazionali alla fine del 2016 e alla prima immagine pubblicata nel 2019 di un buco nero, quello enorme che si trova al centro di M87, una galassia gigante nell’ammasso della Vergine.</p>
<p>In questo percorso il libro via via racconta quali siano i nuovi messaggeri di informazione: una volta le onde radio, un’altra i neutrini, un’altra ancora Oumuamua (“il messaggero che viene da lontano” in lingua hawaiana), il primo, enigmatico e suggestivo, asteroide di sicura provenienza da un altro sistema solare e pertanto messaggero interstellare; e poi i raggi cosmici, i campioni di materiale extraterrestre e tanto altro.</p>
<p>Tutti questi messaggeri celesti ci hanno fatto scoprire scenari prima impensabili, fra cui la radiazione di fondo cosmico, buchi neri super-massivi nei nuclei delle galassie, migliaia di sistemi planetari e fusioni di buchi neri, per nominarne solo alcuni. Non a caso il sottotitolo del libro è “I messaggeri celesti della nuova astronomia”. Negli anni più recenti, la capacità di utilizzare insieme i vari messaggeri, così da svelare aspetti differenti e complementari dei complessi eventi astronomici dandone un quadro più ricco e completo, ha dato vita alla “astrofisica multi- messaggero”. Uno dei migliori esempi, peraltro descritto nel libro, è dato dalla scoperta, nel 2017, della prima “controparte” di una sorgente di onde gravitazionali recanti la chiara firma di una fusione di stelle di neutroni; quasi in simultanea era arrivato il segnale di un lampo gamma che aveva consentito di individuare meglio la posizione della sorgente (i rivelatori gravitazionali sono ancora molto grossolani nel determinare la direzione di provenienza del segnale), quindi era iniziata la ricerca spasmodica di segnali in altre bande da quella parte di cielo e poi, finalmente, la scoperta nella banda X, dopo alcuni giorni, della kilonova, esplosione con le caratteristiche, appunto, della fusione di due stelle di neutroni, e l’evidenza nelle righe spettrali della creazione di elementi chimici pesanti. Una serie di eventi che ha recentemente segnato il trionfo dell’astrofisica multi-messaggero.</p>
<p>Non mancano, poi, altri aspetti; per esempio l’autrice, correttamente non può fare a meno di notare come nell’astronomia (così come nella scienza più in generale) le donne siano spesso state costrette a ruoli secondari, se non marginali, e spesso vittime di ingiustizie: “Oltre a non essere aperte alle studentesse, le università non contemplavano nemmeno la presenza di donne tra lo staff di ricerca e di insegnamento”, scrive Caraveo a proposito del team di donne che aiutarono Pickering nella classificazione stellare fino agli inizi del ‘900, come pure “non venne ritenuta degna di dividere con loro il premio e non venne nemmeno menzionata” a proposito di Jocelyn Bell, studentessa con un ruolo fondamentale nella scoperta delle pulsar e che non venne, appunto, nemmeno menzionata, a proposito dell’assegnazione del premio Nobel a Hewish, suo professore, e a sir Martin Ryle nel 1974.</p>
<p>Per fortuna, aggiunge chi scrive, nel tempo le cose sembra che vadano migliorando e, per esempio, nel 2020 una donna, Andrea Ghez, ha vinto a pieno titolo il premio Nobel per i suoi studi del buco nero al centro della nostra Galassia. Patrizia Caraveo è una ricercatrice di primissimo piano che ha avuto e ha un ruolo molto importante nell’astrofisica, soprattutto in quella delle alte energie, e conosce profondamente i temi affrontati perché in molti di essi ha lavorato producendo eccellenti risultati scientifici.</p>
<p>Il libro è un’ottima introduzione alle varie tematiche, comprensibile ma fedele alla scienza, aggiornato fino ai giorni nostri, pur con qualche piccolo refuso comprensibile in questa prima edizione. Gli argomenti spaziano su moltissimi temi, praticamente tutti quelli d&rsquo;interesse per l’astrofisica moderna.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La fabbrica del mondo, viaggio dentro la comunicazione della scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fabbrica-mondo-viaggio-dentro-comunicazione-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fabbrica-mondo-viaggio-dentro-comunicazione-scienza/</guid><pubDate>Tue, 11 Jan 2022 14:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>La prima delle tre puntate de “La fabbrica del mondo”, lo spettacolo di Marco Paolini e Telmo Pievani, è andata in onda su Rai 3 sabato 8 gennaio ed è stata subito convincente e appassionante. Lo spettacolo è un percorso e una riflessione sulla scienza e sulla sua comunicazione, nella cornice del rapporto dell’uomo con l’ambiente, e il suo merito  è la collaborazione tra un uomo di scienza esperto e rigoroso e un uomo di teatro, in grado di portare con sé anche un pubblico che non ne può più di pandemia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/fabbrica-mondo-viaggio-dentro-comunicazione-scienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/fabbrica-mondo-viaggio-dentro-comunicazione-scienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chi scrive ha scelto, ormai da molti anni, di non guardare più la televisione, ma ha pensato che <em>La fabbrica del mondo</em>, lo spettacolo di Marco Paolini e Telmo Pievani, meritava un’eccezione. E non se ne è pentita.</p>
<p>La prima delle tre puntate è andata in onda su Rai 3 lo scorso sabato 8 gennaio ed è stata subito convincente, interessante, appassionante. Si è riso e si è pianto, potremmo dire, e questa è la formula vincente per qualsiasi spettacolo. Insieme si è parlato di scienza, con un rigore garantito dal filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, che peraltro non è alla sua prima esperienza di spettacolo (proprio sabato pomeriggio per la terza rete aveva interpretato il virus Sars-Cov-2 nell’ambito della trasmissione <em>Tutta l’umanità ne parla</em>, questa volta alla radio).</p>
<p>“Pipistrelli e virus” trattava il primo incontro e, chiaro, si sarebbe finito col parlare della pandemia. Il percorso, però, l’ha presa alla lontana, con Angelo Lombardi, l’amico degli animali della Tv anni ’60 che porta in scena un coccodrillo vivo, ma anche con il ricordo preciso e ammirato di Rachel Carson e del suo <em>Primavera silenziosa</em>, il libro che segna l’inizio del pensiero ecologico e del suo impatto sulla società. «La Carson - ricorda Pievani - scriveva benissimo e il suo libro vendette decine di migliaia di copie, introducendo alcune idee visionarie per l’epoca, come il rispetto e l’umiltà per la natura». Alcune sue pagine molto dure sui rapporti tra l’industria e la scienza le valsero critiche pesanti, ma anche l’attenzione del presidente Kennedy, che dopo averla ascoltata istituì una commissione che portò infine alla messa al bando del DDT. E questa è la cifra di tutto lo spettacolo: un percorso e una riflessione sulla scienza e sulla sua comunicazione.</p>
<h2 id="non-solo-abitanti-ma-artefici">Non solo abitanti, ma artefici</h2><p>La cornice, ampia, di questo percorso è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, a partire dall’idea di Gaia fino agli obiettivi dell’Agenda 2030. «Noi sulla Terra non siamo solo abitanti, è improprio definire il pianeta come una casa, siamo la specie che ha inciso di più sulla sua trasformazione, quello che facciamo assomiglia piuttosto al lavoro in una fabbrica immensa», spiega Paolini. Da qui il titolo <em>La fabbrica del mondo</em>. E l’ambientazione in una vecchia manifattura della Marzotto, in territorio vicentino. All’attuale pandemia, alle sue origini e a quello che succede nel rapporto tra virus e ospiti, ci si arriva attraverso la storia delle prime indagini su altre epidemie, la Sars, Marburg, si ragiona di zoonosi, di virus emergenti.</p>
<p>Paolini e Pievani ci fanno riflettere sulla pressione antropica che mette in contatto specie che finora non si incontravano, sull&rsquo;attuale velocità dei trasferimenti, sui virus che prendono l’aereo e in poche ore cambiano continente. È quello che David Quammen ha raccontato nell’ormai celeberrimo <em>Spillover</em> e che Marco Paolini ci fa rivivere con le storie dei cacciatori di virus, come quel “batman da 120 chili” che si cala in fondo a una grotta africana alla ricerca dei responsabili di un focolaio di Marburg: i pipistrelli.</p>
<p>È tutto vero, documentato, lo conferma anche David Quammen, in persona, intervistato dai due. Ma è anche teatro, emozione. Ecco, il gigantesco merito di questa trasmissione è la collaborazione tra un uomo di scienza esperto e rigoroso e un uomo di teatro che conosce (e bene) il suo mestiere ed è in grado di portare con sé anche un pubblico che non ne può più di pandemia. Dei wet market e dei pipistrelli probabilmente tutti abbiamo già sentito parlare, dell’origine del Covid si è discusso fin quasi alla nausea, del lavoro dei ricercatori sappiamo ormai tutto, ma Paolini ce li rende umani, ce li fa vedere. (Come in <em>Shakespeare in love</em>, quando il predicatore che ha cercato in tutti i modi di impedire lo spettacolo peccaminoso rimane rapito dalla storia di Giulietta e Romeo e piange disperato alla loro morte). E del teatro c’è perfino il coro greco, con i corvi “meccatronici” di Marta Cuscunà che intervengono a commento. Che tutto questo avvenga in televisione (va bene sulla terza rete e non esattamente in prima serata) ci dice che, volendo, si può. Che non siamo proprio obbligati ad assistere alla sfilata dei virologi e alle esternazioni dei personaggi più improbabili. Che quella cosa difficile che è la comunicazione della scienza può arricchirsi di formule che richiedono forse solo un po’ di intelligenza e di coraggio. E quando, in chiusura Marco Paolini si commuove raccontando della morte del medico Carlo Urbani, noi ci commuoviamo con lui. La comunicazione ha funzionato.</p>
<p><em>Per chi se l’è perso, <a href="https://www.raiplay.it/video/2021/12/La-fabbrica-del-mondo-Pipistrelli-e-virus---Puntata-del-08012022-b32dd214-13cc-4b96-9442-136bc4d980c9.html" rel="noopener">qui</a> la puntata</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Pensieri della mosca con la testa storta, un libro per indagare le origini della coscienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pensieri-mosca-testa-storta-libro-indagare-origini-coscienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pensieri-mosca-testa-storta-libro-indagare-origini-coscienza/</guid><pubDate>Fri, 07 Jan 2022 08:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>animali</category><description>L’ultimo libro del neuroscienziato Giorgio Vallortigara, Pensieri della mosca con la testa storta , è un viaggio tra le teorie e gli studi dedicati a indagare la coscienza - partendo dai cervelli minuscoli di api, mosche, limuli e altri invertebrati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/pensieri-mosca-testa-storta-libro-indagare-origini-coscienza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/pensieri-mosca-testa-storta-libro-indagare-origini-coscienza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cervelli minuscoli, con poche manciate di neuroni se confrontati con gli 86 miliardi di neuroni dei cervelli umani, che aprono la strada allo studio di quella che è una delle frontiere più intriganti per le neuroscienze: la coscienza. Cosa ne sappiamo a oggi, e cosa ci possono insegnare al riguardo i cervelli in miniatura di animali come api e mosche? È a queste domande che – senza pretesa di risposta univoca e completa – si dedica l’ultimo libro di Giorgio Vallortigara, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845934964" rel="noopener"><em>Pensieri della mosca con la testa storta</em></a> (Adelphi, 2021).</p>
<h2 id="dalle-abilità-cognitive-alla-coscienza">Dalle abilità cognitive alla coscienza</h2><p>Molte delle abilità che ritenevamo uniche dell&rsquo;essere umano, come la capacità di usare strumenti o di programmare le azioni, si sono nel tempo dimostrate condivise con molte altre specie. Ma se gli esempi più noti riguardano animali come i corvidi o i primati, meno noto è che anche il mondo degli invertebrati offre esempi che possono apparirci sorprendenti: è il caso delle api in grado di riconoscere i volti umani o distinguere tra un quadro di Monet e uno di Picasso. E, poiché i loro cervelli sono molto più piccoli di quelli dei mammiferi, questo fa sì che siano anche particolarmente utili per lo studio di queste abilità. Come Vallortigara spiega in una recente <a href="https://www.research4life.it/vertebrati-invertebrati-e-coscienza/" rel="noopener">intervista</a> sul sito di Research4Life, però, le abilità cognitive e la coscienza, intesa come capacità di avere esperienze, di essere senziente, non sono la stessa cosa: «Dimostrare che una certa specie sia in grado di fare qualcosa di cognitivamente complesso (come risolvere un problema o programmare un’azione) non ci dice nulla del fatto che abbia una coscienza e consapevolezza di sé». Uno dei molti aspetti che rende interessante e importante, in termini etici, indagare la coscienza degli animali non umani è per esempio quello della sperimentazione animale. Infatti, come spiega l’approfondimento di Research4Life, la direttiva europea che ne garantisce la tutela riconoscendone la capacità di provare dolore e sofferenza riguarda i vertebrati, lasciando invece esclusi gli invertebrati (con l’esclusione dei cefalopodi).</p>
<p>Ma, anche tenendo in conto la distinzione tra abilità cognitive e coscienza, rimane la domanda: se per alcune abilità cognitive minime è sufficiente una manciata di neuroni, si può dire lo stesso anche del fenomeno della coscienza? Nello studio di questo ancora misterioso processo sono state proposte diverse teorie che chiamano in causa dimensione del cervello, numero di neuroni, organizzazione cerebrale… <em>Pensieri della mosca con la testa storta</em> le affronta tutte, e da ciascuna si discosta. Per esempio, parlando di dimensioni del cervello, Vallortigara cita il caso dei cetacei: per alcuni delfini, si è parlato molto del loro grande cervello; eppure, andando a guardare le diverse specie di cetacei, si osservano dimensioni variabili, così come è variabile il rapporto tra il peso relativo del cervello quando confrontato con specie di simili dimensioni. Infatti, come suggeriscono i risultati del lavoro condotto da Paul Manger, neuroanatomico dell’Università di Witwatersrand (Johannesburg), la dimensione potrebbe essere correlata alla temperatura delle acque dove vivono le diverse specie, più che a particolari abilità cognitive: nei cervelli più voluminosi non vi sono più neuroni, che risultano invece abbastanza dispersi, bensì più cellule gliali, che contribuiscono al controllo termico del tessuto, e i cetacei con i cervelli più voluminosi sono proprio quelli che vivono nei mari più freddi.</p>
<p>E cosa possiamo dire del numero di neuroni? Come riporta Vallortigara, il confronto tra il numero dei neuroni delle diverse specie varia in modo differente: per esempio, nei roditori il volume del cervello aumenta più dei neuroni contenuti (per cui una specie di taglia piccola può contenere più neuroni di una specie di dimensioni maggiori), mentre nei primati i neuroni aumentano allo stesso tasso con cui si accrescono i cervelli. Altri animali mostrano densità maggiori di neuroni: pappagalli e corvi, scrive il neuroscienzato, hanno circa il doppio dei neuroni di scimmie di simile peso, soprattutto nella regione cerebrale che corrisponde alla corteccia dei mammiferi, solo che sono più strettamente impacchettati – un aspetto che potrebbe facilitare la comunicazione cellulare, per esempio durante un compito cognitivo, perché in questo modo i neuroni si trovano più vicini tra loro.</p>
<h2 id="una-mosca-protagonista">Una mosca protagonista</h2><p>La teoria che sposa Vallortigara è dunque che caratteristiche come il nostro &ldquo;surplus&rdquo; di neuroni siano legate ai “magazzini di memoria” e all’attesa di vita, due elementi tra loro collegati. E,</p>
<blockquote>
<p>Se tutto ciò è vero, vengono meno i motivi per ritenere che i fondamenti della vita mentale siano connessi a una soglia critica di grandezza o di complessità del sistema nervoso. Al contrario, dovrebbe essere possibile enucleare questi fondamenti con più facilità là dove le strutture nervose si presentino in uno stato essenziale, così come deve essere accaduto con i primi animali, per cercare di capire la comparsa di creature senzienti</p></blockquote>
<p>Dove possiamo trovare questo stato essenziale? Negli invertebrati, appunto&hellip; In una mosca, per esempio, come quella che dà il titolo al libro. La <em>mosca con la testa storta</em> è un’<em>Eristalis tenax</em> o mosca drone, caratterizzata dalla livrea che ricorda quella di una vespa. Nel 1950, questa mosca è stata impiegata in un esperimento, condotto da Erich von Holst (collaboratore del più famoso Konrad Lorenz), nel quale le veniva ruotata la testa di 180 gradi, un&rsquo;operazione permessa dal suo collo molto flessibile, cosicché l’occhio sinistro e il destro si trovano in posizioni invertite. L’idea era di studiare l’afferenza sensoriale, cioè gli impulsi che gli organi di senso mandano al sistema nervoso, e l’efferenza motoria (gli impulsi inviati dal sistema nervoso alla periferia). In particolare, von Holst aveva intuito che, quando si muove, l’organismo deve essere in grado di tenere in conto gli stimoli prodotti dal movimento stesso. In altre parole, quando ci muoviamo sentiamo, percepiamo in modo diverso da quando siamo fermi ed è qualcosa di diverso da noi a muoversi. Questo, per fare un esempio, spiegherebbe come mai un verme si ritrae e si avvolge su sé stesso se lo tocchiamo con un dito o un bastoncino, mentre non mette in atto lo stesso meccanismo difensivo quando a toccarlo sono le particelle di terra, i sassolini, le radici che lo toccano sul corpo quando si muove.</p>
<p>La mosca con la testa dritta, posta in un particolare cilindro a strisce bianche e nere in movimento, si muove nella stessa direzione per stabilizzare il proprio campo visivo. La mosca con la testa storta, invece, inizia a ruotare su sé stessa in piccoli cerchi per poi immobilizzarsi. Questo perché vi è un processo a retroazione positiva a causa del quale più la mosca ruota su sé stessa, più aumenta la differenza tra l’atteso e il percepito. La capacità di discriminare ciò che “avviene fuori” da ciò che viene prodotto dal soggetto, e che questo possa essere la base della distinzione tra sé e non sé, secondo il ricercatore, avrebbe origine nella capacità di muoversi degli animali. Come scrive Vallortigara,</p>
<blockquote>
<p>Il mio argomento è semplicemente che prima dell’evoluzione del circuito di reafferenza il tocco di un oggetto sulla superficie del corpo produceva solo la reazione corporea, e che soltanto con l’invenzione della copia efferente, resa necessaria dalla locomozione attiva, le sensazioni hanno iniziato a “sentirsi”</p></blockquote>
<p>Certo, come anticipato, <em>Pensieri della mosca con la testa storta</em> non offre una spiegazione univoca sul processo della coscienza ma anzi sembra far nascere più domande di quante siano le risposte che offre. D’altronde, della coscienza sappiamo ancora relativamente poco e, come avverte lo stesso Vallortigara nelle prime pagine del volume, “da qualche parte bisogna pur cominciare”. E farlo, come fa il libro, partendo dal cercare di capire quali siano le condizioni minime e necessarie per l’apparizione della coscienza, è un compito non banale e affascinante da leggere, nonché una buona base di partenza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perché l'editing genetico fa bene alle piante. E all'uomo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-lediting-genetico-fa-bene-piante-alluomo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-lediting-genetico-fa-bene-piante-alluomo/</guid><pubDate>Tue, 04 Jan 2022 10:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Pescarmona</dc:creator><category>libri</category><description>Ne I semi del futuro. Dieci lezioni di genetica delle piante , scritto dal ricercatore Michele Morgante e dalla divulgatrice scientifica Caterina Visco, vengono affrontati problemi come la natura e la sostenibilità, a cui si risponde con biotecnologie ed editing genetico. La recensione di Francesca Pescarmona.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/perche-lediting-genetico-fa-bene-piante-alluomo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2022/perche-lediting-genetico-fa-bene-piante-alluomo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Così piccoli e leggeri, i semi sono alla base del nostro sostentamento dagli albori dell’umanità. «Un seme è un concentrato di tecnologia. È il custode delle caratteristiche genetiche desiderate e ottenute con tante difficoltà. Chi produce, possiede o distribuisce un seme ha in mano un tesoro» afferma Michele Morgante, biotecnologo e professore ordinario di genetica all’Università di Udine dove dirige anche l’<a href="https://appliedgenomics.org/en/" rel="noopener">Istituto di Genomica Applicata</a>, nel suo primo libro di divulgazione, <em>I semi del futuro. Dieci lezioni di genetica delle piante</em> (Il Mulino, 2020). Secondo Morgante, i semi sono vita, nascita e divenire. Il futuro, sebbene ancora ignoto, è fondato su certezze presenti. Come i semi stessi, senza cui non esiste evoluzione, di specie e di ecosistemi.</p>
<p>Il libro - che compie due anni ma che è ancora assolutamente attuale - è strutturato come un dialogo con la giornalista scientifica Caterina Visco. Domanda dopo domanda, si ricostruisce una realtà poco nota e a tratti demonizzata dall’opinione pubblica. Visco propone una serie di questioni, dalle più banali alle più impegnative, diventando portavoce di dubbi e incertezze popolari.</p>
<p>La prima considerazione che viene presentata è di natura storica. Effettivamente l’addomesticamento, in questo caso di piante ma con diretto riferimento anche all’allevamento, stabilisce gli inizi della civilizzazione e della società umana. Rientra tra le primissime tecnologie che hanno portato a un’importante evoluzione culturale della nostra specie. L’ecosistema agricolo stesso è infatti una biotecnologia. Fuorviante il nesso, radicato nei luoghi comuni, tra agricoltura e natura. Secondo l’autore, l’agricoltura è una sottile, ma evidente, negazione dell’espressione naturale della Terra. Tutti i prodotti coltivati o da allevamento che conosciamo oggi sono frutto di selezioni genetiche, con radici lontane, incroci e riproduzioni. Il concetto di naturale ha perso il suo attaccamento alle leggi spontanee, convertendosi in sfruttamento delle risorse.</p>
<h2 id="sono-tutti-ogm">Sono tutti OGM?</h2><p>Proprio a metà delle lezioni viene affrontato uno degli argomenti centrali del libro. Viene spiegata, passo per passo, la distinzione tra le tecnologie di modificazione genetica operabili sui semi. Il termine OGM (Organismo Geneticamente Modificato), generico e volgarizzato dalla società, lascia una sorta di macchia indelebile; su cui tutti hanno un parere ma nessuno (o quasi) è informato realmente. Per esempio, sapevate la differenza tra trasgenesi, cisgenesi ed editing genetico?</p>
<p><strong>La</strong> <strong>trasgenesi</strong> è un intervento di ingegneria genetica che trasferisce nella pianta un gene non appartenente alla specie e proveniente da una specie non incrociabile con essa. La scelta, come nei casi più noti e discussi, può ricadere su geni provenienti da batteri per conferire caratteristiche a livello agronomico (per esempio la resistenza agli erbicidi) con conseguente riduzione dell’impatto ambientale oppure per renderla resistente a insetti fitofagi.</p>
<p><strong>La cisgenesi</strong>, invece, consiste nel trasferire un gene, nella sua forma nativa, proveniente dalla stessa specie o da una specie incrociabile e sessualmente compatibile. Il risultato? Un prodotto equivalente a quello che avrei potuto ottenere con incrocio tradizionale.</p>
<p><strong>L&rsquo;editing genetico</strong>, infine, il più popolare dei quali è CRISPR/Cas9, è tutt’altra storia. Si tratta di una “semplice” (anche se di semplice non ha nulla) correzione dei geni attraverso mutazioni senza introdurre alcun gene esterno. Quest’ultimo metodo permette di agire su caratteri complessi. Morgante si schiera con particolare favore verso questa tecnica, sicuramente meno invasiva perché non cambia il corredo genetico della specie se non in maniera simile a quanto fa la mutazione spontanea. Semplificando, una proteina taglia il DNA in un punto preciso usando una corta molecola di RNA come guida per scegliere il punto di taglio. L&rsquo;editing, con la sua precisione, si rivela utile ad esempio per la formulazione di colture resistenti ad alcuni patogeni.</p>
<p>Il comparto vitivinicolo, che deve fare ampio ricorso alla chimica per contrastare malattie e cambiamenti climatici, otterrebbe particolare giovamento dall’utilizzo di questo tipo di intervento genetico. Il metodo del miglioramento genetico tradizionale basato su incrocio e selezione è escluso a priori in questo campo perché, mescolando i geni, si darebbe origine a una nuova varietà. Conoscendo la peculiarità e l’attenzione verso DOP e IGP dei vini italiani sarebbe impossibile utilizzare vigneti non contemplati dai disciplinari. L’editing lascerebbe immutata la varietà tranne che per la caratteristica oggetto di modificazione e quindi anche le sue caratteristiche peculiari.</p>
<h2 id="si-parla-di-sostenibilità-ma-ci-si-nutre-di-biotecnologie">Si parla di sostenibilità… ma ci si nutre di biotecnologie</h2><p>Non mancano gli accenni ai risvolti positivi, sia ambientali che economici, delle biotecnologie in campo agronomico. Uno degli obiettivi prefissati dall’Unione Europea, e condivisi dal nostro Paese, è la riduzione ed eliminazione di prodotti chimici nel comparto agricolo.</p>
<p>A questo proposito Morgante dedica l’ultimo capitolo, la decima lezione al tema più attuale di tutti: «l’editing promette di riuscire a risolvere problemi legati alla sostenibilità». Intervenire in questo senso significa trattare caratteri complessi come la tolleranza della siccità, la produzione (che si riflette anche sull’aspetto economico) e l’ottimizzazione delle risorse.</p>
<p>Un aspetto particolarmente interessante è il miglioramento dell’efficienza produttiva. La crescita della popolazione mondiale si tramuta velocemente in un problema di sicurezza alimentare, sia come <em>food security</em> che come <em>food safety</em>. Non solo aumenta la popolazione ma, lo sviluppo e la ricchezza di questa, ne rende sempre più impattanti le esigenze (ne è un esempio il consumo di carne in Cina). La conseguenza è immediata ed evidente sullo sfruttamento di risorse e suoli.</p>
<p>Anche in questo caso, un intervento migliorativo permetterebbe di liberare terreni per riportarli allo stato naturale, senza intaccare ulteriormente gli ecosistemi naturali.</p>
<h2 id="criticità-allitaliana">Criticità all’italiana</h2><p>L’opposizione alle tecnologie genetiche nel nostro Paese è forte. A detta di Morgante, i fattori scatenanti sono principalmente due: la mancata percezione dei benefici e la distanza tra quotidianità e agricoltura. Effettivamente in campo agricolo la comunità scientifica fatica a comunicare ai consumatori i vantaggi a causa della scarsità di conoscenza e conseguente chiusura all’innovazione. Siamo tutti sempre più distanti dall’agricoltura quindi tendiamo a idealizzarla, finendo col pensare che il vecchio sia buono.</p>
<p>La tecnologia ha enormi potenzialità, ma necessita di una conoscenza diffusa. L’aspetto della sostenibilità, come abbiamo visto, ruota intorno alla difesa delle piante dai nemici (insetti, funghi, batteri, eventi climatici) e quindi la sua produttività è l’integrale della capacità della pianta di difendersi. Se dobbiamo invidiare qualcosa al passato sicuramente è l’apertura verso l’adozione di novità tecnologiche in campo agricolo. Che continuano con i nuovi sviluppi della genetica vegetale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giorgio Parisi: semplice, eppure complesso</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-parisi-semplice-eppure-complesso/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giorgio-parisi-semplice-eppure-complesso/</guid><pubDate>Fri, 24 Dec 2021 11:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><description>Sono da poco usciti due brevi libri che raccolgono le testimonianze di una vita dedicata alla ricerca fisica, quella di Giorgio Parisi: In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi (Rizzoli, Saggi, 2021) e la seconda edizione del libro La chiave, la luce e l’ubriaco (Di Renzo Editore, Dialoghi, 2021). Due scritti per riflettere sui temi della complessità, delle relazioni tra fisica e altre discipline, dell’importanza del finanziamento alla ricerca e finanche dei criteri estetici nelle teorie fisiche. Immagine (rielaborazione di Sergio Cima): Laura Sbarbori, The Nobel Prize medal and diploma were presented to physics laureate Giorgio Parisi at Sapienza University in Rome, Italy on 6 December 2021. Giorgio Parisi – Photo gallery. NobelPrize.org. Nobel Prize Outreach AB 2021. Sat. 18 Dec 2021 .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/giorgio-parisi-semplice-eppure-complesso-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/giorgio-parisi-semplice-eppure-complesso-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se volete conoscere meglio Giorgio Parisi, fisico italiano insignito del premio Nobel, dovreste leggere questi due libri da poco usciti, che raccolgono storie, aneddoti, ma anche curiosità sui sistemi complessi e sulla scienza in generale. <em><a href="https://rizzoli.rizzolilibri.it/libri/in-un-volo-di-storni/" rel="noopener">In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi</a></em> (Rizzoli, Saggi, 2021), 128 pagine 14€, dedicato alla moglie Daniella Ambrosino, e la seconda edizione del libro <a href="https://www.direnzo.it/it/prodotto/libro-giorgio-parisi/" rel="noopener"><em>La chiave, la luce e l’ubriaco</em></a> (Di Renzo Editore, Dialoghi, 2021), 80 pagine 12€.</p>
<p>I due libri sono una raccolta di scritti e interviste che tracciano un percorso nella fisica teorica del secolo scorso e sulle ripercussioni che questa ha avuto e sta avendo sul presente. Tra tutti il tema della complessità, sotto i riflettori del grande pubblico per lo meno dal recente premio Nobel assegnato allo scienziato italiano assieme a due climatologi. Atmosfera e vetri di spin, tra le altre cose, sono infatti accomunate dall’essere gli ormai noti sistemi complessi. Ma come si può definire un sistema complesso, rispetto a uno speculare sistema “semplice”, o “elementare”? Giorgio Parisi spiega che un sistema complesso è un sistema descritto da leggi fenomenologiche che non discendono immediatamente dalle leggi che descrivono il comportamento dei singoli componenti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/giorgio-parisi-semplice-eppure-complesso-body-1.png.webp" alt="giorgio parisi" width="285" height="424" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’esempio ormai più noto, e che dà il titolo al primo dei due libri, sono gli stormi di storni. Fantasmagoriche forme che si muovono in cielo – quello di Roma al tramonto, si scrive nel libro – il cui comportamento collettivo non è deducibile banalmente dalla somma dei comportamenti dei singoli volatili. Giorgio Parisi racconta quanto coinvolgente fosse capire e definire le condizioni sperimentali per ricreare i voli di storni al computer, in particolare come passare da filmati (tantissimi) bidimensionali a simulazioni in 3D. Probabilmente l’aspetto più affascinante in tutto questo è che mentre l’uomo si ingegna, l’animale prosegue a comportarsi in modo “naturalmente” complesso.</p>
<blockquote>
<p>Spesso vicino agli storni appare il falco pellegrino, che cerca la sua cena; se non ci si fa caso passa inosservato […]. Nonostante il falco pellegrino sia un rapace con un’apertura alare di un metro, che può raggiungere in picchiata velocità superiori ai 200 chilometri l’ora, gli storni non sono una facile preda. Una collisione in volo con uno storno, infatti, potrebbe provocare una frattura nelle fragili ali del falco, incidente sicuramente mortale. Il falco non osa quindi entrare dentro lo stormo e cerca di acchiappare gli esemplari isolati ai bordi […]. Alcune delle evoluzioni più spettacolari degli storni sono proprio causate dai loro tentativi di sottrarsi ai ripetuti attacchi del falco pellegrino, che deve farne un gran numero prima di catturare una preda.</p></blockquote>
<p>Nel caso degli stormi di storni, i singoli componenti sono già esseri viventi essi stessi complessi, e tuttavia la complessità dei sistemi emerge anche considerando costituenti molto più basilari, come i neuroni. Si conosce molto di questi: se ricevono un segnale elettrico sufficiente si eccitano e mandano a loro volta segnali ai neuroni vicini, e questo è anche facilmente simulabile al computer. Ma quando si mettono insieme miliardi di neuroni in un cervello umano emergono comportamenti del tutto inaspettati: pensieri, emozioni, pazzie, malattie, memoria, possibilità di essere psicanalizzato, e via dicendo. Proprietà estremamente complesse, anzi, forse molto più complesse di quelle di una galassia, come ripeteva spesso la nota astrofisica italiana Margherita Hack.</p>
<p>Si può dire che trovare le leggi che descrivono i sistemi complessi è essa stessa un’impresa complessa. Come caricare i bagagli in macchina. Anzi, questa è forse la metafora che si avvicina di più ai famigerati vetri di spin, dice Parisi. Il tempo che impiegano le molecole di alcuni materiali vetrosi a raggiungere un punto di equilibrio è analogo concettualmente a quello che si impiega per capire qual è il modo ottimale di sistemare le valigie nel baule della macchina.</p>
<p>La cosa davvero coinvolgente è che la fisica dei sistemi complessi permea una moltitudine di fenomeni molto comuni della vita quotidiana, oltre che esotici vetri di spin. Giorgio Parisi ne porta infatti una rassegna, che potrebbe idealmente allungarsi a piacere. È un problema di fisica complessa, per esempio, capire in che modo si accartoccia un foglio di carta, e comprendere come mai il volume della sfera di carta ottenuta appallottolandolo non è uguale alla somma del volume delle due sferette che si hanno se si appallottolano le due metà di foglio. È complesso capire cosa cambia se al posto della carta si usa l’alluminio. È complesso riuscire ad arrivare a delle formulazioni matematiche che descrivano la propagazione dell’acqua in uno scottex. È complesso capire come si comportano le dune di sabbia. Per poi arrivare al comportamento dei metalli, del DNA, dei mercati finanziari e delle connessioni neuronali del nostro cervello. Tutte cose che quotidianamente occupano la nostra vita, più o meno.</p>
<p>Nel capitolo <em>Come nascono le idee</em>, Giorgio Parisi affronta anche il modo in cui gli scienziati arrivano a una intuizione, citando Henri Poincaré e Jacques Hadamard:</p>
<blockquote>
<p>C&rsquo;è una prima fase di preparazione in cui si studia il problema, si legge la letteratura scientifica, si fanno i primi infruttuosi tentativi di soluzione. Dopo un periodo che può essere compreso tra una settimana e un mese, questa fase si esaurisce in quanto non vengono fatti progressi. C&rsquo;è poi un periodo d&rsquo;incubazione in cui il problema viene abbandonato (almeno consciamente). L&rsquo;incubazione termina di colpo con un momento d&rsquo;illuminazione; questa avviene spesso in una situazione non correlata al problema che si vuole risolvere, ad esempio parlando con un amico, anche di argomenti non connessi.</p></blockquote>
<p>Chiaramente dopo è necessario passare alla dimostrazione rigorosa vera e propria, ma è significativo come l’intuizione sia sostanzialmente paragonabile a quella che si verifica in campo artistico, dalla poesia alla musica. Ancora su questo, Giorgio Parisi scrive quanto poi «in fisica e in matematica è impressionante la sproporzione tra lo sforzo per capire una cosa nuova per la prima volta e la semplicità e naturalezza del risultato una volta che i vari passaggi sono stati compiuti». Così come non è percepibile il lavoro di mesi o anni dietro la <em>Gioconda</em> di Leonardo o la <em>Nona sinfonia</em> di Beethoven.</p>
<p>Nel primo come nel secondo libro, <a href="https://www.direnzo.it/it/prodotto/libro-giorgio-parisi/" rel="noopener"><em>La chiave, la luce e l’ubriaco</em></a>, vengono riportate numerose esperienze personali. Gradevole da ricordare è l’aneddoto che Giorgio Parisi racconta, a proposito del comportamento – complesso, ovviamente – delle farine.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/giorgio-parisi-semplice-eppure-complesso-body-2.jpg.webp" alt="giorgio parisi" width="228" height="330" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<blockquote>
<p>Se mischiamo sabbia e farina, i singoli granelli avranno proprietà diverse […]. In Italia, il fenomeno è stato persino al centro di una disputa giudiziaria: una ditta che forniva e lavorava grano duro mi contattò telefonicamente per cercare un aiuto per dimostrare la propria buona fede. Quando si lavora il grano, bisogna separare il tipo tenero da quello duro, utilizzato per fare la pasta. A livello commerciale, è ammesso solo un 5% di grano tenero in quello duro […].</p></blockquote>
<p>E continua:</p>
<blockquote>
<p>A un controllo della Guardia di Finanza, è risultato che un campione di grano raccolto da uno dei silos di questa ditta conteneva il 10% di grano tenero. Il grano veniva tutto da un produttore, che garantiva meno del 3% di grano, il quale aveva sentito un mio intervento televisivo nel quale spiegavo che due elementi disomogenei se agitati tendono a separarsi. Secondo il produttore era evidente che il campione era stato prelevato da una zona ad alta concentrazione di grano tenero! I finanzieri non avrebbero dovuto affidarsi a un singolo campione, preso da un unico punto. La spiegazione era molto ragionevole, ma declinai di fare una perizia legale in quanto erano necessari un certo numero di esperimenti per verificare la correttezza di questa ipotesi e il tutto mi avrebbe portato via molto tempo.</p></blockquote>
<p>Che si tratti di farine o di galassie, la descrizione fisica delle cose è, tra le scienze, probabilmente la più intrisa di matematica, assolutamente necessaria per individuare dei formalismi che descrivano il meglio possibile il pezzo di realtà che si sta studiando. Un processo del tutto analogo a un’eventuale descrizione, a parole, di un quadro. Si possono individuare delle leggi fondamentali, come si diceva poco fa, che descrivono le caratteristiche di base (se il quadro è una natura morta, un autoritratto, …) così come si possono ottenere delle leggi fenomenologiche che vogliono descrivere aspetti più specifici e più complessi (tutte le possibili differenze tra la grandissima varietà di nature morte o di autoritratti che esistono).</p>
<p>Ecco, di qualunque tipo di legge si tratti, un fatto che può sembrare assurdo, ma in realtà particolarmente presente tra i fisici, è l&rsquo;attribuzione di un valore estetico alle leggi stesse. Come ricorda Giorgio Parisi, le due teorie della relatività di Einstein (ristretta e generale) sono teorie esteticamente tra le più belle. Non si sta parlando solo di un bello “esteriore”, diciamo così, come quello che molti matematici possono scrutare nella famosa formula di Eulero: e^(iπ) + 1 = 0. Il bello che “conta” (visto che parliamo anche di matematica) è un bello di tipo funzionale. In altre parole, un formalismo bello è anche quel formalismo che permette molto facilmente di spostarsi dalla realtà alla matematica astratta – quella che si può scrivere solo “con carta e matita” – fare i vari conti e ritrasferire il risultato al mondo reale per interpretare cosa abbiamo ottenuto. Idealmente, ma neanche tanto, ci si può tranquillamente dimenticare del fenomeno che si sta studiando e fare solo matematica, grazie a un <em>bel</em> formalismo. Un bello dal doppio valore quindi. Come gli antichi greci avevano il &ldquo;bello e buono&rdquo; (<em>kalòs kai agathòs</em>) sul piano morale, così i fisici hanno un &ldquo;bello e buono&rdquo; sul piano funzionale, operativo.</p>
<p>Su questo, entra a gamba tesa anche il ruolo dei calcolatori che, indubitabilmente, accelerano moltissimo quei conti che se si facessero solo scrivendo su un foglio di carta, quest’ultimo finirebbe spesso appallottolato assieme a un grande cumulo di sferette di carta – pronte a loro volta per essere studiate. Diamo nuovamente la parola a Giorgio Parisi sul tema del formalismo e dei calcolatori:</p>
<blockquote>
<p>I legami che l’oggetto di una ricerca ha con il mondo esterno contribuiscono a renderlo pesante e complicato da manovrare. Il formalismo, viceversa, ci permette di portare gli oggetti a un livello di astrazione matematica che rende agevole la ricerca. Mi ha molto colpito una frase, di cui non ricordo l’autore, che diceva: «Quando i calcolatori saranno intelligenti e capaci di associare automaticamente a un numero la forma del simbolo con cui è rappresentato, ad associarvi il suono nelle varie lingue che conosciamo, a rammentarci tutte le volte che lo abbiamo incontrato nel passato […], allora i calcolatori diventeranno lenti come gli umani a fare le operazioni aritmetiche».</p></blockquote>
<p>Ma il libro racconta anche della miriade di legami che la fisica ha con il resto delle discipline, tra tutte la biologia, che aveva interessato lo stesso Schrödinger. Non si riesce a capire, per esempio, come da singole cellule di cui si conosce il comportamento, si possa arrivare alla complessità di un gatto, e se questo si possa studiare con gli stessi strumenti matematici della fisica, come la meccanica statistica. Giorgio Parisi fornisce una possibile spiegazione su questa sorta di incompatibilità tra fisica e biologia, affermando che «la fisica è una scienza assiomatica (con assiomi selezionati dagli esperimenti), in cui tutte le leggi sono deducibili, sia pur faticosamente, da pochi principi primi, mentre la biologia è una scienza storica, in cui si studiano i prodotti della storia su questo pianeta».</p>
<p>Temi, questi, estremamente interessanti, tanto i più legati a moti di curiosità («se dobbiamo occuparci di problemi che non ci divertono, che cosa li facciamo a fare»), quanto i più protesi a ricadute applicative. Tutto questo, come si sostiene spesso, non può essere precarizzato da una scarsa attenzione verso la scienza e la ricerca. Non poteva infatti che terminare su questi argomenti il libro-intervista a Giorgio Parisi: sul problema che gli studenti universitari italiani «non hanno tempo di riflettere» a causa di un numero eccessivo di corsi, sulla necessità che i dottorati siano assorbiti da società (dalle imprese, dalla pubblica amministrazione) e che non abbiano come unico obiettivo le permanenza nell’accademia, infine – e non ci stancheremo mai di ripeterlo neppure qui dalle pagine virtuali di <em>Scienza in rete</em> – sulla necessità di aumentare i finanziamenti alla ricerca di base e applicata.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>"Senti chi parla": alla scoperta dei linguaggi degli animali</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali/</guid><pubDate>Wed, 22 Dec 2021 07:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Danze spettacolari e colorate, canti melodiosi, percussioni, suoni che viaggiano profondi a centinaia di chilometri di distanza per comunicare amorose.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Danze spettacolari e colorate, canti melodiosi, percussioni, suoni che viaggiano profondi a centinaia di chilometri di distanza per comunicare amorose intenzioni, effetti speciali fatti di colori cangianti e scintillanti, e ancora odori, tracce, luci… Il <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/senti-chi-parla/" rel="noopener">nuovo libro</a> di Francesca Buoninconti, naturalista e giornalista scientifica, ci trascina in un lungo e appassionato viaggio nell’universo della comunicazione animale, in cui scopriamo che letteralmente ogni animale, dai minuscoli insetti alle gigantesche megattere, ha un ricco repertorio per comunicare. «L’idea del libro è nata sia perché la comunicazione animale è un tema che mi ha sempre incuriosito, sia perché mancava in Italia un testo su questo argomento che non fosse universitario» dice Buoninconti. Esperimento riuscito, dato che il libro è un compendio ricco di approfondimenti, e curiosità scientifiche, narrate con una prosa accattivante.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali-body-1.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali-body-1.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/senti-chi-parla-scoperta-linguaggi-animali-body-1.jpeg.webp 854w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="854" height="1280" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Parlando di comunicazione, probabilmente gli animali a cui viene più spontaneo pensare sono gli uccelli, i cui canti più o meno aggraziati ci fanno compagnia dalle campagne alle città. Alcuni, come gli storni e gli usignoli, hanno repertori vasti che possono ampliare nel corso della vita, specializzandosi in canti “più alla moda”. Altre specie sono dei maestri nell’imitazione, come gli uccelli lira, il cui canto si compone di strofe “plagiate” da altre specie. Senza andare troppo lontano anche le nostre ghiandaie si dilettano nell’imitazione di altre specie. Animali dotati di capacità musicali simili, anche se vivono in tutt’altro ambiente, sono i cetacei, canterini dei mari, in particolare le megattere, in cui i maschi si esibiscono in concerti composti da diversi canti, articolati in strofe, che durano anche 20 minuti. E a proposito di giganti, anche gli elefanti sfoggiano un ricco repertorio sonoro. E pensare che fino agli anni Ottanta si credeva che i pachidermi fossero in grado di produrre un unico verso, lo “strombazzante” barrito, mentre in realtà emettono una serie di articolati suoni bassi e infrasuoni: ruggiti, abbai, grugniti, e, soprattutto, dei borbottii, i <em>rumble</em>. Si tratta di infrasuoni estremamente bassi, intorno ai 12 Hz, che coprono distanze incredibili: nelle ore notturne, quando le alte temperature e l’umidità della savana offrono una tregua, possono essere uditi a 10 chilometri di distanza su un’area di 300 chilometri quadrati. Gli elefanti quindi comunicano con questi suoni nelle ore notturne, lo fanno per salutarsi, per corteggiarsi, per riunire il gruppo prima di intraprendere un viaggio alla ricerca di fonti d’acqua. Se già stupisce la capacità sonora degli elefanti, sicuramente è inaspettata la loquacità dei loricati, ovvero coccodrilli, alligatori e simili, che invece nella nostra immaginazione sono pressoché muti. «Si tratta di un falso mito che ci portiamo dietro fin da bambini, legato alla celebre canzone <em>Il coccodrillo come fa?</em> del Piccolo coro dell’Antoniano» dice Buoninconti. «In realtà sono dei gran chiacchieroni: il verso in inglese si chiama <em>bellow</em>, non c’è una traduzione in italiano, è una sorta di muggito in si bemolle che viene emesso nel periodo del corteggiamento, e fanno dei veri e propri cori, associati a delle danze a pelo d’acqua e in immersione».</p>
<p>E anche tante specie di uccelli si esibiscono in danze più o meno complesse. Gli amanti dei documentari si saranno probabilmente imbattuti nei corteggiamenti degli uccelli del paradiso, in cui esibiscono i colori sgargianti del loro piumaggio attraverso danze e movenze al nostro occhio eccentriche e persino buffe. Sicuramente meno conosciuto è il fatto che esistono ragni che fanno la stessa cosa: i ragni pavone, piccoli abitanti dell’Australia, che hanno addomi coloratissimi e iridescenti sfoggiati in danze di corteggiamento complesse. «I maschi dei ragni pavone si esibiscono in particolari danze in cui scuotono l’addome colorato. Si tratta di movenze caratteristiche di ogni specie, ma ci sono dei tratti in comune a tutto il genere cui appartengono, <em>Maratus</em>, dei passi che ci aiutano a ripercorrere la filogenesi, e questo succede anche negli uccelli» racconta Buoninconti. «Tutti gli anatidi, per esempio, fanno danze di corteggiamento che iniziano sempre con un inchino, poi il maschio schizza la femmina con dell’acqua e fa il <em>preening</em>, cioè alza l’ala e si pulisce il piumaggio con il becco. Queste coreografie condivise sono la traccia di un’evoluzione comune, che serve a veicolare messaggi ben precisi. Pulendo il piumaggio dietro l’ala il maschio mette in evidenza lo specchio alare e la femmina può valutarne i colori e scegliere il partner. La qualità del piumaggio indica infatti la fitness dell’individuo e la qualità della sua dieta, per esempio alcuni colori sono più sgargianti se la dieta è ricca di carotenoidi. La comunicazione animale è parsimoniosa, un segnale codificato e standardizzato che fornisce informazioni a un partner viene quindi conservato. Lo stesso succede nei <em>Maratus</em>: tutti questi ragni hanno una danza di corteggiamento in cui il maschio alza l’addome e usano tutti il terzo paio di zampe, che muovono per aria sventolandole».</p>
<p>E pensare che Aristotele considerava gli animali esseri non senzienti perché privi di “logos”, ovvero di parola e, quindi, di ragione. E in tempi più recenti, Cartesio li assimilava a oggetti meccanici, perché privi di linguaggio e quindi incapaci di sentimenti. E di anima, per Sant’Agostino. Perdendosi tra le pagine di <em>Senti chi parla</em>, ricche di esempi, la certezza antropocentrica di essere gli unici esseri senzienti, privilegiati detentori della capacità di provare sensazioni ed esprimerle, si sfalda inevitabilmente. «Gli animali hanno molto in comune con noi in fatto di comunicazione. Alcuni, ad esempio, hanno delle vere e proprie velleità artistiche, o ci sono specie che mentono con intenzione, e in molti casi c’è un processo intenzionale di apprendimento» racconta Buoninconti. «Gli uccelli hanno un parallelismo perfetto con la nostra specie. Appena nati, i pulcini sono silenziosi, se si escludono i richiami per i genitori, le cosiddette <em>begging calls</em>, essenzialmente sono in ascolto. In seguito iniziano a emettere qualche suono, e imparano a “cantare” attraverso prove e tentativi. Un altro esempio di trasmissione culturale è quello dei dialetti, anche gli animali hanno cioè variazioni regionali: vale per i segnali sonori, con esempi tra gli uccelli, i cetacei e anche gli ululati dl lupo, ma anche per quelli luminosi come per le lucciole».</p>
<p>L’etologia, lo studio del comportamento animale, è una disciplina relativamente giovane, risalente al secondo dopoguerra, premiata dal <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/medicine/1973/summary/" rel="noopener">Nobel nel 1973</a>, nelle figure di Konrad Lorenz, Nikolaas Timbergen e Karl von Frisch. In particolare a von Frisch si deve lo studio della comunicazione delle api e la loro danza a otto che indica alle compagne dove andare in cerca di cibo per il loro alveare. La consapevolezza che gli animali comunicano è giovane, ed è in continua evoluzione l’interpretazione dei loro segnali, un tempo relegati alla mera risposta agli stimoli di natura istintiva. «Il confine tra noi e gli altri animali si fa sempre più sottile. Il libro parte da Aristotele che sosteneva che gli uccelli cantano per allietare noi umani, ma poi nel corso della nostra storia abbiamo visto che non è proprio così. Ci siamo sempre creduti superiori e abbiamo misurato il mondo come lo misuriamo coi nostri sensi trascurando la possibilità per altri viventi di usarne altri. Tutto questo finché non è caduto il primo pregiudizio, cioè che a comunicare fossero solo gli uccelli perché più “evoluti” o i mammiferi “più vicini a noi”: quando si è scoperto il ricco repertorio comunicativo degli invertebrati, così diversi da noi e che sentono e vedono il mondo in modo in modi completamente distanti dai nostri» conclude Francesca Buoninconti.</p>
<p>Così polpi, seppie e calamari cambiano colori rapidissimamente per scambiarsi informazioni, o i pirosomidi, piccolissimi esserini gelatinosi che formano lo zooplancton, comunicano tra loro nelle immense colonie che formano attraverso giochi di luce emessi grazie alla bioluminescenza conferita da batteri simbionti. Se si è piccoli e numerosi serve muoversi in modo coordinato, sfruttando le correnti e orientando delle ciglia. E i lampi di luce blu-verde consentono questa coordinazione. Parlando di bioluminescenza non si può non citare quelle che noi volgarmente indichiamo come lucciole, che appartengono a un nutrito gruppo di coleotteri, i Lampiridi, accomunati dalla capacità di emettere segnali luminosi (bioluminescenza) ritmati, che servono a scambiarsi informazioni. Le specie nostrane emettono luce chiara, ma ci sono specie che si illuminano di blu, di verde o di giallo, e la comunicazione si basa sul numero di impulsi luminosi al secondo, che differisce da specie a specie, ma anche tra popolazioni. Un affascinante scintillio che avvolge di magia le serate estive, e che è minacciato un po’ ovunque da perdita di habitat, pesticidi, inquinamento luminoso, nonché dall’eccessiva presenza di turisti umani che ambiscono a portare a casa una foto o quanto meno un ricordo delle lucine sospese prodotte da questi intriganti insetti. In effetti anche in fatto di comunicazione animale la presenza umana si fa sentire, come un segnale di disturbo che limita la possibilità di scambio tra le altre specie. Così l’inquinamento acustico, sia sulla terra ferma che sotto i mari rende sempre più complicata la comunicazione per le specie animali che sono abituate ad affidare i messaggi alla propria voce. Le megattere decidono di non cantare più quando passano i traghetti, e si chiudono in un mutismo prolungato durante le prospezioni sismiche. Cantare in contesti rumorosi richiede un maggiore dispendio energetico, non gestibile da tutte le specie. Il rumore limita la possibilità di captare i messaggi e interpretarli. E, poiché c’è una componente culturale nel canto, l’inquinamento acustico ha un effetto sull’apprendimento e la trasmissione, con una conseguente diminuzione dei dialetti. Insomma, come commenta nel libro Francesca Buoninconti «potremmo dire in sostanza, che perdiamo pezzi del paesaggio sonoro. Ogni luogo ne ha uno: è la colonna sonora composta dai suoni prodotti da tutte le specie che abitano quell’ambiente, uomo compreso, e dai suoni e dai rumori ambientali. L’estinzione di una specie modifica questa colonna sonora». Un altro prezzo che paghiamo nell’Era da noi dominata: quello di cancellare un repertorio comunicativo prima ancora di averlo compreso.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quattordici lupi, un libro per raccontare il rewilding di Yellowstone</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quattordici-lupi-libro-raccontare-rewilding-yellowstone/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quattordici-lupi-libro-raccontare-rewilding-yellowstone/</guid><pubDate>Tue, 21 Dec 2021 14:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Pubblicato da Editoriale Scienza, Quattrodici lupi è un libro per ragazzi, il primo che recensiamo da alcuni anni: è la storia del ripopolamento del lupo al Parco Nazionale di Yellowstone, forse una delle più studiate nella letteratura scientifica per i profondi effetti che ha avuto sull’ambiente. Un volume che riesce a riportare la straordinaria complessità con cui gli elementi degli ecosistemi sanno intrecciarsi tra loro, e che può far riflettere anche noi italiani di fronte al naturale ritorno del lupo nei nostri boschi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/quattordici-lupi-libro-raccontare-rewilding-yellowstone-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/quattordici-lupi-libro-raccontare-rewilding-yellowstone-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da alcuni anni, ormai, non ci capita più di recensire su queste pagine libri per ragazzi e bambini. Ci piace però l’idea di ricominciare, sia perché alcuni di essi sono – crediamo – davvero una via per avvicinare la scienza ai più giovani sia perché… sono piaciuti anche a noi lettori adulti! È il caso di <a href="https://www.editorialescienza.it/it/libro/quattordici-lupi-libro-per-bambini.htm" rel="noopener"><em>Quattordici lupi</em></a> (Editoriale Scienza, 2021), di Catherine Barr, ecologa e giornalista che, prima di dedicarsi ai libri per ragazzi, ha lavorato prima con Greenpeace e poi al Natural History Museum di Londra. Le illustrazioni del volume sono invece di Jenni Desmond, già vincitrice, nel 2016, del premio del <em>New York Times</em> per il miglior libro illustrato per l’infanzia per il suo <em>The polar bear</em>.</p>
<p><em>Quattordici lupi</em> ripercorre una storia che già molti altri libri e articoli hanno riportato, citato, preso ad esempio - anche se mai con la prospettiva di raccontarla ai ragazzi: si tratta dell’operazione di rewilding del Parco di Yellowstone, il primo parco nazionale del mondo (è stato infatti fondato nel marzo 1872). Qui, nel 1995, i quattordici lupi che danno titolo al libro sono stati trasportati dal Canada via elicottero, debitamente sedati, e, previo un periodo in vaste aree cintate per l’ambientamento, sono stati rilasciati liberi nel Parco. Erano i primi a rimettere piede su quei territori fin dalla fine degli anni Venti (anche se negli anni successivi ne sono stati introdotti altri): l’attività di caccia, infatti, aveva completamente eliminato la popolazione di Yellowstone.</p>
<h2 id="storie-di-mancanze-e-ritorni">Storie di mancanze e ritorni</h2><p>Quando si parla di ecosistemi, si sa, si parla di molti elementi tutti direttamente o indirettamente connessi gli uni con gli altri, e dove l’alterazione dell’uno influenza gli altri a cascata. Quando l’“elemento lupo” è sparito dal Parco, uno dei primi e più evidenti effetti si è potuto osservare sugli erbivori, in particolare il wapiti (<em>Cervus elaphus canadensis</em>), una sottospecie di cervo reale del Nord America e dell’Asia nord-orientale. Sebbene sia la preda principale per molte delle specie che popolano il Parco, come gli orsi e, in parte, i coyote, nonché per i visitatori umani (il sito del Parco di Yellowston <a href="https://www.yellowstonepark.com/things-to-do/wildlife/yellowstone-elk-feed-the-parks-wildlife-predators/" rel="noopener">riporta</a> che la caccia al wapiti è un’attività significativa per Wyoming, Montana e Idaho, i tre Stati in cui ricade il Parco), l’assenza del lupo ha avuto un impatto significativo sulla popolazione del wapiti. Nei circa settant’anni prima della reintroduzione del lupo, infatti, la popolazione di wapiti di Yellowstone era cresciuta abbastanza da danneggiare la vegetazione. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0006320711004046" rel="noopener">studio</a> pubblicato pochi anni fa su <em>Biological Conservation</em>, nel quale gli autori propongono un’analisi della catena tri-trofica che comprende il lupo, il wapiti e alcune specie vegetali a 15 anni dalla reintroduzione del lupo, riporta che all’inizio degli anni Novanta la popolazione di cervo superava i 15.000 esemplari. Questo aveva avuto diverse conseguenze: la vegetazione, in particolare pioppi, salici e altre specie decidue, era declinata, e con essa gli uccelli che vi nidificavano e i castori, la cui attività di costruzione delle dighe aveva contribuito a proteggere gli argini dei fiumi; con la loro assenza, è iniziata l’erosione.</p>
<p>Il ritorno del lupo a opera umana ha profondamente rimodellato questo paesaggio ecologico, tanto da farne uno degli esempi di rewilding più citati e studiati in letteratura. Gli effetti si sono innanzitutto fatti sentire sul wapiti, la cui popolazione è diminuita a vantaggio delle specie vegetali e, con esse, degli animali che vi sono associati. Particolarmente interessante notare che l’effetto non è dipeso esclusivamente e in modo diretto dalla maggior predazione su questo cervo ma da come ne ha modificato il comportamento. Con il ritorno del loro predatore principale, infatti, i wapiti hanno anche iniziato a evitare le zone in cui erano più vulnerabili agli attacchi – almeno, come evidenzia un <a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2018/06/180622104544.htm" rel="noopener">articolo</a> del 2018, nei momenti della giornata in cui il lupo è più attivo.</p>
<p>In generale, questi fattori hanno fatto sì che la vegetazione potesse riprendersi; uno degli effetti più significativi è stato l’incremento delle popolazioni di castoro (aiutate anche, di nuovo, dalla reintroduzione di alcuni esemplari): le 49 colonie presenti nel Parco nel 1996 <a href="https://www.nps.gov/yell/learn/nature/beaver.htm" rel="noopener">erano diventate</a> 127 nel 2007. E sebbene questo non dipenda esclusivamente dal miglioramento della vegetazione, e in particolare dei salici che ne rappresentano un’importante risorsa alimentare, innegabile è stato l’effetto positivo di questa ripresa, che ha ripristinato habitat umidi di cui beneficiano anche anfibi, uccelli, insetti…</p>
<h2 id="la-complessità-delle-dinamiche-ecosistemiche">La complessità delle dinamiche ecosistemiche</h2><p>L’azione di rewilding del lupo di Yellowstone è stata un’occasione di studio straordinaria per molti ricercatori. E, nel tempo, le ricerche hanno in parte ridimensionato il ruolo che questo predatore ha avuto nelle modifiche avvenute nel Parco. Per esempio, analizzando i dati raccolti nell’arco di dieci anni, uno <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rspb.2012.2977" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Proceeding of the Royal Society B</em> ha evidenziato come in effetti la sola predazione del lupo sugli erbivori non sia sufficiente a ripristinare l’ecosistema ripariale del parco; un ruolo preponderante lo avrebbe avuto, invece, l’azione del castoro stesso, che ha modificato le condizioni idrologiche, migliorando la produttività dei salici. Ancora, come <a href="https://www.iltascabile.com/scienze/tornare-selvaggi/" rel="noopener">riporta</a> un articolo de <em>Il Tascabile</em>, un periodo di caccia particolarmente lungo e intenso e un periodo di siccità possono aver contribuito a ridurre la popolazione di cervi prima della reintroduzione del lupo.</p>
<p>Allo stesso tempo, altri lavori mettono in luce come il lupo abbia agito sulle dinamiche ecologiche del Parco in modo non immediatamente intuibile, per esempio contribuendo a rafforzare la resilienza dei wapiti alle condizioni climatiche: in anni di scarsità d’acqua (quando dunque è maggiore la scarsità di vegetazione di cui i cervi possono nutrirsi), i lupi predano di più i maschi, consentendo alle femmine di riprodursi. E la possibilità di mantenere stabile la popolazione di wapiti, che prima del ritorno del lupo era soggetta a forti variazioni legate soprattutto alle condizioni climatiche, li aiuta a <a href="https://www.nationalgeographic.com/animals/article/yellowstone-wolves-reintroduction-helped-stabilize-ecosystem" rel="noopener">fronteggiare meglio i periodi di siccità</a>, che potrebbero aumentare a causa dei cambiamenti climatici. D&rsquo;altronde, come <a href="https://www.wolf.org/wp-content/uploads/2013/09/333scienceindangersanctifying.pdf" rel="noopener">scrive</a> David Mech, tra i massimi esperti mondiali di lupo, a proposito delle controversie e del ruolo di questa specie, a volte descritto quasi come salvifico e a volte fortemente ridimensionato:  “the wolf is neither a saint nor a sinner except for those who want to make it so”.</p>
<p>Non tutte le conseguenze del ritorno del lupo, né i lavori che ne ridimensionano il ruolo nel modellare l’ecologia del Parco di Yellowstone, sono affrontate in <em>Quattordici lupi</em>. D’altronde, questo è un libro per ragazzi e, se c’è un aspetto che emerge con chiarezza da questi studi, è che le dinamiche ecologiche osservate sono straordinariamente complesse. Tuttavia, il libro ha proprio questo merito: riuscire a riportare anche ai più giovani, con chiarezza, la complessità degli ecosistemi, e il profondo intreccio che ne collega i diversi elementi, dal lupo alle piante passando per gli altri animali, fino ai più piccoli, che possono <a href="https://www.berkeley.edu/news/media/releases/2003/11/04_wolves.shtml" rel="noopener">beneficiare delle carcasse delle prede</a>. E, mentre le belle illustrazioni restituiscono al lettore lo splendore dell&rsquo;ecosistema descritto, la narrazione, che riesce a prendere in considerazione anche alcuni piccoli aspetti della biologia del lupo (la caccia al crepuscolo, i rischi per i cuccioli), diventa particolarmente attuale per noi che abitiamo un territorio in cui il lupo è tornato in modo naturale, senza azioni di ripopolamento. Oggi, di fronte al vasto dibattito cui assistiamo per la ripresa del lupo in Italia, può davvero valer la pena leggere e far leggere anche <em>Quattordici lupi</em>, proprio per ricordarci che le conseguenze della sua presenza possono senz’altro essere di grande beneficio per l’ambiente ma, soprattutto, non sono scontate, né immediatamente intuibili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il silenzio delle bestie e le parole degli stupidi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/silenzio-bestie-parole-stupidi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/silenzio-bestie-parole-stupidi/</guid><pubDate>Tue, 21 Dec 2021 07:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristian Fuschetto</dc:creator><category>animali</category><description>Gli animali sono muti? Da Aristotele a Heidegger, si è sempre detto così. Un filone di ricerche sempre più complesse ha negli ultimi decenni dimostrato il contrario. Si potrebbe pensare che la scienza abbia ridato la parola ai muti ma forse, più correttamente, si dovrebbe dire che la scienza ha trovato il modo di donare l’udito ai sordi, cioè, agli umani. La questione animale non è la questione animalista, o almeno non è solo questo. La questione animale ha a che fare con la capacità di una cultura di pensare la complessità. «Dobbiamo essere capaci, osserva la filosofa Elisabeth de Fontenay, di decostruire l&amp;amp;rsquo;arroganza del carattere dell&amp;amp;rsquo;uomo senza offendere l&amp;amp;rsquo;umanità».</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/silenzio-bestie-parole-stupidi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/silenzio-bestie-parole-stupidi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Si potrebbe dire degli animali quello che Nietzsche diceva dei libri (almeno di tutti quelli scritti prima di lui), e cioè che sono sospetti di apologia dell’umano. Parlare di animali è sempre stato il miglior viatico per parlare dell’essere umano, della sua differenza, della sua unicità. I viventi senza logos di Aristotele, le insensibili macchine cartesiane così come gli “esseri poveri di mondo” di Heidegger sono lo specchio di tutto quello che l’uomo non è e, in questo modo, il miglior modo per farsi un’idea su cosa debba autenticamente essere. Gli animali funzionano come paradigma oppositivo, meglio li definiamo e più sappiamo di noi stessi.</p>
<h2 id="il-folle-ovvero-lanimale">Il folle, ovvero l&rsquo;animale</h2><p>In una millenaria tradizione di autoanalisi, l’uomo si è dunque guardato attraverso la lente dell’animale per scoprirsi, ma soprattutto per riconoscersi, ogni volta diverso. E poiché gli occhiali di lenti ne hanno due, potremmo dire che l’altro efficacissimo filtro attraverso cui l’uomo ha messo a fuoco la propria immagine è stata la follia. Anche in questo caso il filtro funziona per negazione. Per capire quanto sia stretto questo legame, la filosofa francese Elisabeth de Fontenay invita a sostituire nella prefazione del celebre volume di Michel Foucault sulla <em>Storia della follia nell’età classica</em> le parole “folle” e “follia” con le parole “animale” e “animalità”. Ne viene fuori un esperimento interessante. «Non c’è linguaggio comune [tra follia e ragione]; o piuttosto, non c’è più; la costituzione della follia come malattia mentale, alla fine del XVIII secolo, notifica la rottura del dialogo, pone la separazione come già acquisita, e sprofonda nell’oblio tutte quelle parole imperfette nelle quali si operava lo scambio della follia con la ragione. Il linguaggio della psichiatria, che è monologo della ragione sopra la follia, non ha potuto stabilirsi se non sopra questo silenzio. Non ho voluto fare la storia di questo linguaggio, piuttosto l’archeologia di questo silenzio».</p>
<h2 id="le-bestie-stanno-zitte">Le bestie stanno zitte?</h2><p>Uscito nel 1998, il libro in cui la pensatrice mette in opera l’archeologia del silenzio animale ha un titolo molto significativo, si chiama <em>Le silence des bêtes,</em> “Il silenzio delle bestie” (<a href="https://www.franceculture.fr/emissions/a-voix-nue/elisabeth-de-fontenay-la-voix-de-ce-qui-est-muet-45-le-vivant-cette-enigme" rel="noopener">qui</a> un suo intervento sul tema per <em>France Culture</em>). E in effetti nella galleria degli specchi che hanno proiettato di volta in volta l’immagine “autentica” dell’uomo, quello rappresentato dalla parola occupa senz’altro un posto privilegiato. L’uomo è tante cose, ma prima e più di tutto è l’animale che parla, è il vivente “in cammino verso il linguaggio”. E se questo è vero, gli altri animali non potranno che essere muti. E invece no. Anche gli animali parlano, eccome.</p>
<h2 id="modernità-ferita-a-morte">Modernità ferita a morte</h2><p>Gli animali non solo parlano, ma hanno anche i dialetti. Sulla costa di San Francisco, per dire, distanti non più di cinquanta miglia l’uno dall’altro, a Marin, a Berkeley e a Sunset Beach, vivono tre comunità di passeri corona bianca che parlano tre differenti dialetti. Lo misero in luce già negli anni Sessanta Peter Marler e Miwako Tamura in una serie di ricerche pioneristiche per la zoosemiotica e catastrofiche per l’universo mentale dell’uomo del Novecento. Nati nel post-strutturalismo e nel pieno dissolvimento delle grandi narrazioni che hanno strutturato la modernità (chi si azzarderebbe oggi a pensare che natura o storia abbiano uno scopo?), sarebbe tuttavia fuorviante credere che l’antropocentrismo sia morto il 24 novembre del 1859, data di pubblicazione dell’<em>Origine delle Specie</em>. E nemmeno l’<em>Origine dell’Uomo</em> (1871) e, soprattutto, <em>L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali</em> (1872), hanno sferrato colpi mortali. Darwin, diciamo così, apre una breccia e ferisce a morte, ma l’elaborazione del delitto richiede tempo.</p>
<h2 id="heidegger-a-capo-della-resistenza">Heidegger a capo della resistenza</h2><p>Nel 1930, per esempio, nei <em>Concetti fondamentali della metafisica</em>, Martin Heidegger cristallizza quella che sarà ancora per molti decenni la cornice teorica della riflessione sul tema con parole divenute presto un mantra nelle aule della facoltà di filosofia di mezzo mondo: «La pietra è senza mondo; l’animale è povero di mondo; l’uomo è formatore di mondo». Il potere di fabbricare mondi, di dar vita alla storia, spiega Heidegger, nasce dalla parola e dal linguaggio. Non solo l’essenza dell’uomo è nel linguaggio ma lo è in modo tale che il linguaggio non è una “cosa” che l’uomo possa padroneggiare ma come una realtà verso cui l’uomo è in cammino e da cui lui stesso è posseduto. Heidegger è un genio e nell’inventarsi il primato del Linguaggio (un altro nome per dire l’Essere) rinnova il primato dell’uomo. Essere privati della parola significa rimanere ancorati all’ambiente, agli automatismi dell’azione e della reazione, alla meccanicità dello stimolo e della risposta, significa cioè rimanere avvinghiati a una catena che non contempla alcun margine di libertà. Il dubbio insinuato da Darwin sulla fondatezza di queste gerarchie non è un suo problema, Heidegger esiste e con lui buona parte della cultura filosofica del XX secolo.</p>
<h2 id="scienze-e-altre-disillusioni">Scienze e altre disillusioni</h2><p>L’etologia intanto avanza, e dagli anni Sessanta ai giorni nostri una crescente messe di articoli, ricerche e discipline non ha fatto altro che contribuire a disinventare la centralità dell’uomo, mettendo in luce come proprio la qualità distintiva per eccellenza, la parola, non fosse poi così distintiva. Si potrebbe pensare che la scienza abbia ridato la parola ai muti ma forse, più correttamente, si dovrebbe dire che la scienza ha trovato il modo di donare l’udito ai sordi. Una bella sintesi delle ricerche condotte dalle scienze della comunicazione animale vengono descritte con puntualità e leggerezza da Francesca Boninconti in *<a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/senti-chi-parla/" rel="noopener">Senti chi parla. Cosa ci dicono gli animali</a> *(Codice edizioni), un libro che ha il merito di parlare dei linguaggi degli animali senza cadere nella trappola dell’antropomorfismo.</p>
<h2 id="il-dialetto-degli-animali">Il dialetto degli animali</h2><p>Molti uccelli, fa notare la naturalista, imparano, copiano e tramandano di generazione in generazione il canto, praticamente inalterato, dando vita a una vera e propria tradizione canora. Adottano una strategia ispirata al cosiddetto “pregiudizio conformista”, fino a poco tempo fa considerato prerogativa degli umani. «I dialetti, probabilmente, si sono sviluppati per superare problemi di interferenza acustica, barriere ecologiche differenti, tipi di fogliame diverso nei boschi o il rumore delle città. Ancora non se ne sa molto, ma di sicuro diverse popolazioni di una stessa specie hanno sviluppato una “sottocultura” canora differente. E proprio come nelle lingue umane, l’esperienza sociale un fattore che incide fortemente nell’elaborazione del canto».</p>
<p>Assai curioso e per molti versi stupefacente è il caso delle api, che parlano danzando. All’aumentare della distanza tra la risorsa alimentare e l’alveare, la cosiddetta danza circolare si trasforma in una danza di transizione, e quando la distanza è ancora maggiore diventa una vera danza a otto. Per cui, per esempio, nel caso dell’<em>Apis mellifera ligustica</em> entro i 20 metri si ha una danza circolare, oltre si ha una danza di transizione, e quando si superano i 40 metri di distanza la bottinatrice esegue la danza a otto. «E se ve lo state chiedendo, la distanza che determina il passaggio da un tipo di comunicazione varia da una specie all’altra, mentre da sottospecie a sottospecie ci sono piccole differenze nella fase oscillatoria o nella curva con cui viene descritto l’8». Anche le api hanno i dialetti.</p>
<h2 id="il-mondo-è-complesso-meno-arroganza-please">Il mondo è complesso? Meno arroganza, <em>please</em></h2><p>Se gli animali parlano, gli animali sono dunque come l’essere umano? No. Ma anche su questo punto la complessità condensata nelle parole di Darwin secondo cui la differenza è “di grado e non di genere” meriterebbe altre riflessioni. Non si tratta di tracciare confini più aderenti alla realtà o di cancellare l’idea stessa di una differenza. «Dobbiamo essere capaci - osserva Elisabeth de Fontenay - di decostruire l&rsquo;arroganza del carattere dell&rsquo;uomo senza offendere l&rsquo;umanità». Ecco un aspetto importante. Il gioco stesso di erigere identità su paradigmi oppositivi manifesta in fondo una debolezza non più sostenibile al cospetto di un mondo che non smette di palesare una complessità crescente. Il fatto che le scienze ci rendano il mondo incomprensibile, come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/incantevole-morte-realta-labatut-vertigini-pensiero-scientifico/">dice</a> Benjamin Labatut, non è una buona ragione per lasciarsi cullare nel mito. Se le cose si complicano, il meglio che si possa cominciare a fare è evitare di impettirsi sperando di nascondere il disappunto.</p>
<h2 id="perché-la-questione-animale-parla-di-noi">Perché la questione animale parla di noi</h2><p>La questione animale non è la questione animalista, o almeno non è solo questo. La questione animale non riguarda solo l’etica della relazione tra specie, riguarda prima ancora la capacità di una cultura di saper rintracciare identità senza far leva su criteri oppositivi. La questione animale ha a che fare con la capacità di una cultura di pensare la complessità. Tornano in aiuto in tal senso le riflessioni di Jacques Derrida. Derrida ha dedicato alla questione dei confini che intercorrono tra l’uomo e l’animale gli ultimi anni della sua ricerca. Ne <em>L’animale che dunque sono</em>, uscito postumo nel 2006, Derrida invita a fare attenzione alla stessa parola “animale” (su YouTube è possibile trovare un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Ry49Jr0TFjk" rel="noopener">breve passaggio di Derrida sul tema</a>). “L’ Animale”, dice, è una parola “inquietante”. «È inquietante l’uso al singolare di una nozione così generale come “L’ Animale”, come se tutti i viventi non umani potessero essere raggruppati nel senso comune di questo “luogo comune”. […] In questo concetto tuttofare sarebbero chiusi, […] tutti i viventi che l’uomo non riconosce come suoi simili, prossimi o fratelli». E aggiunge: «Ogni volta che si dice “L’ Animale”, ogni volta che il filosofo, o chiunque altro, dice al singolare e senza aggiungere altro “L’ Animale”, pretendendo così di indicare ogni essere vivente tranne l&rsquo;uomo, ebbene, ogni volta, il soggetto di tale frase, quel “si”, quell’ “io” dice una stupidaggine». Prima di ingaggiare il nuovo gioco delle differenze, ci si fermi a riflettere: meglio stare zitti che parlare e togliere ogni dubbio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Comunicare ambiente e salute in tempi di pandemia: una sfida possibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile/</guid><pubDate>Thu, 04 Nov 2021 15:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><description>È da poco uscito il libro Comunicare ambiente e salute. Aree inquinate e cambiamenti climatici in tempi di pandemia (Edizioni ETS, 2021), a cura di Liliana Cori, Simona Re, Fabrizio Bianchi, Luca Carra. Il libro è il primo della collana PiGreco, dedicato a Pietro Greco, scomparso lo scorso dicembre 2020, e affronta la grande tematica della comunicazione nel fronteggiare la relazione tra ambiente e salute. Il libro offre materiali e riflessioni sul piano teorico e applicazioni pratiche. Le esperienze sono maturate nel corso della realizzazione del progetto CISAS del CNR, il Centro Internazionale di Studi Avanzati su Ambiente, ecosistema e Salute umana.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È di questo autunno l’uscita del nuovo libro <em>Comunicare ambiente e salute</em>, a cura di Liliana Cori, Simona Re, Fabrizio Bianchi e Luca Carra, con sottotitolo <em>Aree inquinate e cambiamenti climatici in tempi di pandemia.</em> Il libro è stato presentato lo scorso 11 ottobre al Convegno della <em>Scuola Scienza &amp; Società</em> di Ischia, città natale di Pietro Greco, scomparso lo scorso dicembre, a cui è dedicata la collana PiGreco e di cui il libro è l’opera inaugurale. Convegno quest’anno dedicato ai cambiamenti del clima e del benessere, contesto in cui il libro si inserisce perfettamente, come vedremo a breve. Il libro è stato anche al centro del convegno su “Percezione e comunicazione del rischio in tempi di pandemia e infodemia”, organizzato dal Dipartimento di Economia dell’Università di Messina martedì 26 ottobre. Sarà presentato nelle prossime settimane in diverse città, si segnala in particolare <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile-locandina-23-nov_link.pdf">il webinar del 23 novembre ore 18</a> a cura di Zadig Srl e <em>Scienza in rete - Le Voci della Scienza</em>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/comunicare-ambiente-salute-tempi-pandemia-sfida-possibile-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="cisas" width="1685" height="2483" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Come scrivono Fabrizio Bianchi e Luca Carra nell’introduzione, intitolata <em>Alla ricerca del tempo perduto</em>, il libro nasce dall’esperienza del progetto di ricerca CISAS (Centro Internazionale di Studi Avanzati su Ambiente, ecosistema e Salute umana), che dal 2016 ha studiato tre aree connesse ai Siti di Interesse Nazionale (SIN) di Augusta/Priolo, Milazzo/Pace del Mela e Crotone. Riflessioni, quelle del libro, sviluppate nel <a href="https://www.facebook.com/scienzainrete/videos/699260637370308" rel="noopener">convegno del 16 e 17 novembre 2020</a> ospitato da <em>Scienza in rete</em>, con molti riferimenti a quanto presentato nel primo libro del progetto CISAS, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-ricerche-fermare-lecocidio/"><em>Ambiente e salute nei siti contaminati</em></a> (ETS 2021, a cura di Mario Sprovieri, Liliana Cori, Fabrizio Bianchi, Fabio Cibella e Andrea De Gaetano).</p>
<p>Facendo seguito ai preziosi insegnamenti di Pietro Greco, il testo dà una particolare importanza all’aspetto della cittadinanza scientifica per una società democratica della conoscenza e del pieno coinvolgimento dei cittadini nell’impresa scientifica. A questo proposito, ampio spazio è dato alla partecipazione dei cittadini negli studi epidemiologici e nei percorsi comunicativi, delle mamme coinvolte in studi di coorte, e agli studenti e docenti di scuole, immersi in «cornici di struggente bellezza paesistica e naturale» contaminati da siti petrolchimici e industriali, come scrivono Bianchi e Carra.</p>
<p>I SIN, continuano i due curatori, «rappresentano i laboratori […] dove si può toccare con mano l’intreccio di diseguaglianze sociali e contaminazioni ambientali di vario genere, insieme ad una altrettanto vivace presa di coscienza della crisi ambientale in atto». Il tentativo, ambizioso quanto necessario, è quello di tenere insieme gran parte dei problemi ambientali che sono stati individuati con gli ormai noti <a href="https://www.stockholmresilience.org/research/planetary-boundaries.html" rel="noopener">Confini planetari</a> (<em>Planet boundaries</em>), dagli inquinanti vari ai cambiamenti climatici, dall’uso dell’acqua alla perdita di biodiversità. Effetti questi della «<em>Great Acceleration</em> avviatasi con la Rivoluzione Industriale e impennatasi negli ultimi settant’anni in direzione di quella che è stata individuata come la Sesta Estinzione delle specie, e che sta già mettendo a rischio le possibilità di vita del 40% dell’umanità», come ricorda Elena Gagliasso nella postfazione.</p>
<p>Non sono solo gli studi dei tre siti meridionali a nutrire i capitoli, ma anche le testimonianze di uno degli eventi forse più incredibili che hanno colpito l’umanità negli ultimi due anni, la pandemia di Covid-19. Di questo argomento scrivono Paola Michelozzi e Manuela De Sario, con il capitolo <em>La comunicazione del rischio dei cambiamenti climatici in epoca Covid-19</em>, Guido Signorino con il capitolo sulle <em>Determinanti socioeconomiche e stima della percezione del rischio nel Covid-19</em>, e diffusamente anche Andrea Cerase nel capitolo <em>Principi, aspetti etici e diritti nella comunicazione del rischio</em>.</p>
<p>La pandemia, come noto, ha generato un vorticoso flusso di informazioni tra scienza e società, che non può che aver segnato permanentemente la relazioni tra ricercatori e cittadini. Con Covid-19 si è avuta la dimostrazione che la scienza non produce risultati infallibili, ma che costruisce il consenso nella continua verifica degli stessi. Gagliasso descrive con umorismo la parabola della ricerca scientifica durante la pandemia: «Dopo un iniziale ritorno tardo-positivistico alla figura taumaturgica dell’esperto-demiurgo, faro di rassicurazione e certezze, nell’<em>après-coup</em> di pochi mesi si passava al disincanto per la mancanza di una soluzione magica della tragedia pandemica».</p>
<p>Originale il capitolo dedicato a quelli che Simona Re chiama <em>Gli asintomatici della crisi climatica</em>, per cui nonostante la maggior parte dei cittadini siano esposti sempre di più agli impatti della crisi climatica, sembrano non manifestare preoccupazione per questo. Scrive Re, che ciò avviene non tanto per una carenza di informazioni scientifiche solide, bensì per motivi psicologici, in risposta ai quali si rende necessaria una maggiore capacità comunicativa da parte degli attori mediatici e istituzionali, che dovrebbero, per esempio, fare più attenzione alle emozioni e dare più importanza alle soluzioni piuttosto che agli impatti negativi.</p>
<p>Certo, serve poi che i decisori politici facciano la loro parte, ecco quindi che subentra il tema della <em>governance</em> che, come dicono Bianchi e Carra, deve considerare anche le «responsabilità morali e legali rispetto agli eventi e a come bisogna prepararsi per evitarli o gestirli». La scienza è cruciale anche per questo e in particolare, incalza Gagliasso nella postfazione, «non potrà non raccordarsi con l’etica, né tanto meno con la politica economica». Insomma, nell’attuale mondo complesso, la scienza non può che permeare ogni angolo della società, dal più piccolo nucleo familiare – che magari vive nei pressi di un sito contaminato – al più alto organo politico.</p>
<p>Riecheggia in queste righe, ancora una volta, il bisogno di cittadinanza scientifica tanto cara a Pietro Greco. E Liliana Cori, nel Capitolo <em>Cittadini e scienza, dalla consultazione alla coproduzione</em> ne ricorda un desiderio:</p>
<blockquote>
<p>Sarebbe auspicabile e possibile la nascita di un istituto nazionale che studi in maniera interdisciplinare la comunicazione della scienza e che la metta in pratica al servizio delle istituzioni pubbliche. Un istituto che metta insieme diverse competenze profondamente interdisciplinari come quelle di storici, economisti, filosofi, comunicatori, insieme per ragionare intorno a quella componente essenziale della democrazia della conoscenza che è oggi la comunicazione della scienza.</p></blockquote>
<p>Altri spunti sulla <em>governance</em> e la comunicazione del rischio si trovano nei capitoli di Luigi Pellizzoni, Daniela Marsili, Liliana Cori, Fabrizio Bianchi e, con un focus sugli aspetti antropologici, anche di Francesco Zanotelli, Mara Benadusi, Irene Falconieri, Alessandro Lutri, Andrea Filippo Ravenda. Si possono leggere ulteriori contributi anche di Guglielmo Bonaccorsi e Chiara Lorini, Gaspare Drago, Silvia Ruggieri, Annalaura Carducci, Guido Signorino. Infine, specialmente sul tema della cittadinanza scientifica e la partecipazione pubblica, il libro ospita capitoli scritti da Barbara Allen, Rosy Battaglia, Silvia Ruggieri, Gaspare Drago, Fabio Cibella e Giuseppe Cuffari.</p>
<p><em>Comunicare ambiente e salute</em>, rafforza la convinzione della necessità di gruppi multidisciplinari per affrontare la complessità in cui siamo immersi: una condizione vitale e irrinunciabile che lega come un filo rosso tutti i capitoli e traccia una rotta dalla quale pare difficile discostarsi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Stefania Salmaso: il vero antidoto è la conoscenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza/</guid><pubDate>Wed, 29 Sep 2021 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>salute</category><description>Leggere L’antidoto di Stefania Salmaso (Mondadori, 2021) è stato come rivedere il film di questo anno e mezzo di pandemia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/stefania-salmaso-vero-antidoto-conoscenza-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1800" height="1010" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Leggere <em>L’antidoto</em> di Stefania Salmaso (Mondadori, 2021) è stato come rivedere il film di questo anno e mezzo di pandemia. L’ho dovuto leggere due volte, perché la prima avevo troppe interferenze con i ricordi, le preoccupazioni e la scarica di attivismo che ha spinto la nostra redazione a rincorrere ogni giorno qualche esperto in grado di interpretare quel che stava succedendo sotto i nostri occhi (Salmaso compresa, che nella stesura del libro si è avvalsa del contributo redazionale della nostra colaboratrice Cristiana Pulcinelli).</p>
<p>Da questo punto di vista la prima lettura del libro è stato un ripasso di quanto accaduto, del come e del perché abbiamo fatto quel che abbiamo fatto e soprattutto non siamo riusciti a fare quello che avremmo dovuto fare. Ma è a una seconda lettura che ho colto meglio le ragioni della nostra impreparazione - storiche, oggettive, non necessariamente frutto di colpe individuali - e il perché del titolo. L’&ldquo;antidoto&rdquo;, infatti, non rimanda in prima battuta ai vaccini che così tanto ci stanno aiutando in questo frangente. L’antidoto è la consapevolezza che la mossa vincente contro la pandemia sono i nostri comportamenti individuali, l’adesione alle regole, ma soprattutto la comprensione di quanto sta accadendo.</p>
<p>Il libro è lo specchio di chi lo scrive: Stefania Salmaso, come molti ormai sanno, non è solo una valente epidemiologa delle malattie infettive, capace peraltro di rendere chiari nel suo racconto concetti quali la “forza di infezione, l’ ”indice di riproduzione”, gli “eventi superdiffusori” e tutto quanto ci serve per capire la dinamica di Covid-19. Salmaso è stata anche a capo fino al 2015 del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (CNESPS) dedicato proprio a rispondere alle minacce pandemiche, in particolare quelle influenzali. Quindi una donna di sanità pubblica che unisce alla lettura scientifica delle malattie quella organizzativa, politica e sociale. Il senso del lavoro impostato al CNESPS è infatti stato proprio quello di seguire un «approccio razionale su dati condivisi per coordinare le risposte alle pandemie». «La risposta - scrive l’autrice nelle ultime pagine del libro - deve essere collettiva, includendo le decisioni istituzionali, ma soprattutto quelle dei singoli cittadini».</p>
<p>Il libro ha il pregio di mettere in fila i motivi di questa carenza, esposti con equanimità ma non minore nettezza nel capitolo VII: “Le contromisure”. Il ventunesimo secolo - spiega Salmaso - si è aperto con un grande fermento planetario verso la <em>preparedness</em>. Dovevamo essere pronti, ma a cosa? Agli attacchi terroristici, agli incidenti industriali, ma anche alle pandemie, che tuttavia la sanità dei paesi avanzati tendeva a considerare eventi del passato e soppiantati una volta per tutti dall’emergere delle malattie non trasmissibili. A inizio millennio l’Organizzazione mondiale della sanità aveva più volte messo in guardia contro il ritorno di pericolose pandemie influenzali, e l’Italia si era adeguata con piani e strategie. Quando nel 2009 era stata dichiarata l’emergenza pandemica, il Paese non si trovava impreparato, tanto che per rispondere all’arrivo di H1N1 anche noi abbiamo ordinato 25 milioni di dosi di vaccino e poi effettivamente acquistati 10 milioni. In realtà l’attivazione del piano pandemico avvenne allora in condizioni di pandemia calante, i vaccini non vennero impiegati, la stampa si scagliò contro l’enorme spreco e la minaccia del virus influenzale derubricato a operazione di marketing farmaceutico. Da allora, spiega Salmaso, «il sistema di reazione alla pandemia divenne un argomento controverso, e parlare ancora di preparazione e aggiornamento dei piani era quasi considerato imbarazzante e guardato con sospetto».</p>
<p>L’Italia si girò dall’altra parte per occuparsi di cose giudicate più importanti. Imperversava la crisi economica, bisognava rendere il sistema più efficiente, ossia, come osserva maliziosamente l’autrice, «ridurre le risorse impiegate per raggiungere i risultati richiesti». Il rientro dalla spesa pubblica imponeva sacrifici, fra i quali il taglio, dal 2009 al 2017, di 46.500 addetti del comparto della sanità. Le cure primarie vennero progressivamente indebolite creando unità territoriali più vaste e con meno personale. Negli stessi anni i vincoli di bilancio spinsero al dilagare della sanità privata anche in un settore cui non è vocata, come quello della sanità territoriale. Anche il sistema di coordinamento Stato-Regioni e di governo complesso delle emergenze pandemiche venne prima indebolito poi disarticolato.</p>
<p>Arriviamo così, spensierati e con una sanità pubblica impoverita, al 30 gennaio 2020, quando dalla Cina viene lanciato l’allarme dei primi casi di pandemia di Coronavirus. Poco dopo l’OMS dichiara la pandemia. Sotto schiaffo, l’Italia risponde mettendo la gestione operativa dell’emergenza nelle mani della Protezione Civile. Ottima per i terremoti, meno per un fenomeno complesso come una pandemia, che - come osserva l’autrice - «è un evento le cui dimensioni cambiano continuamente, tocca tutte le zone geografiche, i soccorritori ne restano vittime a loro volta, e dura diversi mesi, durante i quali i problemi si sommano e si aggravano, e si diversificano le esigenze di assistenza, di prevenzione e di informazione della popolazione».</p>
<p>Sul punto non c’è bisogno di scrivere altro, l’abbiamo vissuto. C’è però un altro passaggio in cui il libro ci fa capire che quanto è successo non si può ascrivere alla sola miopia politica, che ha rappresentato piuttosto l’antefatto. Ha giocato nel nostro (e altrui) fallimento anche un’impreparazione cognitiva. Per quanto David Quammen nel suo <em>Spillover</em> sostenga che il mondo avrebbe dovuto aspettarsi proprio una pandemia da nuovo coronavirus, la percezione delle sanità pubbliche di mezzo mondo non era quella. Anziché spiegare tutto <em>dopo</em> che le cose sono accadute, Salmaso compie l&rsquo;utile esercizio di raccontare cosa in effetti non si sapeva <em>prima</em> che accadessero. E se da un lato i modelli in uso per simulare la progressione delle pandemie influenzali insegnavano che dai primi casi in Cina l’incendio si sarebbe diffuso ovunque nel giro di due mesi, molte altre cose erano ignote. «Non si avevano dati precisi sulla contagiosità dei malati, non si sapeva se persone che non tossivano o non avevano febbre potessero essere portatrici dell’infezione, e, soprattutto, se fossero in grado di trasmettere il contagio. Dal nuovo virus ci si aspettava un comportamento simile a quello dell’influenza, che ha un tempo di incubazione breve (1-3 giorni) e in cui il maggior rischio di contagio è nei primi 3-5 giorni dall’esordio dei sintomi delle persone infette. (…) della presenza di infezioni asintomatiche nell’influenza non si parla mai».</p>
<p>Da qui le incertezze, gli errori di giudizio e le latenze che hanno impedito di evitare la prima ondata nelle regioni del Nord Italia con la soluzione ideale del <em>contact tracing</em> unita all’isolamento degli infetti e dei sospetti, e il doloroso ma efficace ricorso ai ripetuti <em>lockdown</em>.</p>
<p>L’Italia non è la Cina, e nemmeno la Corea del Sud, dove l&rsquo;insieme di una buona intelligence, l’uso avanzato (e obbligatorio) delle app di tracciamento e la sospensione dei diritti alla privacy ha consentito una gestione più efficace della pandemia.</p>
<p>Certo è però che gli ostacoli oggettivi che hanno rallentato la risposta alla prima ondata in Italia non possono essere fatti valere per la seconda ondata, preparata in agosto, covata a settembre ed esplosa in tutta la sua virulenza fra ottobre e novembre 2020, e riportata almeno provvisoriamente sotto controllo grazie ai vaccini in questi mesi.</p>
<p>Quando tutto questo sarà finito, ci metteremo forse a contare i nostri errori, le nostre imprecisioni, i nostri giudizi azzardati. <em>L’antidoto</em> ci aiuta in questo esame di coscienza. «Negli ultimi cento anni le malattie flagello sono state fortemente controllate o eliminate, tanto che, almeno fino al 2020, molti di noi hanno pensato che l’epoca delle grandi pestilenze fosse definitivamente finita e che avessimo ormai il controllo sulle malattie infettive». Spesso il passato ritorna, anche se - come ricorda Salmaso - non più con i 50 milioni di morti della peste di Giustiniano, i 200 milioni dei quattro anni della peste del ‘300, e i 50 milioni della spagnola.</p>
<p>Ora, con tutto il male che possiamo dire dell’Antropocene, gli antidoti ci sono, ma bisogna saperli usare meglio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>W la CO2: l'ultimo libro di Gianfranco Pacchioni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/w-co2-lultimo-libro-gianfranco-pacchioni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/w-co2-lultimo-libro-gianfranco-pacchioni/</guid><pubDate>Wed, 25 Aug 2021 10:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jolanda Pisano</dc:creator><category>clima</category><description>W la CO 2 : possiamo trasformare il piombo in oro? , pubblicato da Il Mulino (2021, 208 pagine, 15 euro), è l&amp;amp;rsquo;ultimo libro del chimico Gianfranco Pacchioni. Se rimuovessimo tutta l’anidride carbonica presente nell’atmosfera, «la vita sulla Terra si fermerebbe integralmente. Morirebbero tutti, dai batteri agli esseri superiori. Sarebbe un pianeta senza vita». Pacchioni parte da qui, per riabilitare la reputazione di un gas che viene ormai associato esclusivamente agli effetti distruttivi della crisi climatica, e ne spiega le potenzialità anche per combattere il cambiamento climatico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/w-co2-lultimo-libro-gianfranco-pacchioni-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/w-co2-lultimo-libro-gianfranco-pacchioni-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quanto può essere interessante la storia di un gas? Ci risponde, sorprendendoci, Gianfranco Pacchioni, chimico premiato nel 2009 con la medaglia Blaise Pascal per la scienza dei materiali dalla European Academy of Sciences, professore di chimica dei materiali all&rsquo;Università di Milano-Bicocca e membro dell&rsquo;Accademia Nazionale dei Lincei. Attraverso metafore e similitudini suggestive, immagini esplicative, box di approfondimento e storie affascinanti, l&rsquo;autore dipinge la complessità del rapporto tra esseri umani, ambiente e biossido di carbonio. Un gas al quale dobbiamo la vita, anche se spesso gli attribuiamo soltanto ruoli negativi. Se rimuovessimo tutta l’anidride carbonica presente nell’atmosfera, come ci ha spiegato Pacchioni in un’intervista, «la vita sulla Terra si fermerebbe integralmente. Morirebbero tutti, dai batteri agli esseri superiori. Sarebbe un pianeta senza vita».</p>
<p>Questo è l’oggetto dell’ultimo libro firmato da Pacchioni, <em>W la CO₂: possiamo trasformare il piombo in oro?</em>, <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815291134" rel="noopener">pubblicato</a> da Il Mulino (2021, 208 pagine, 15 euro). Il volume inizia con il racconto di una pubblicità, un piccolo spot che mostra l’anidride carbonica come qualcosa da eliminare. La frase conclusiva - “abbasso la CO₂!” - è stata la scintilla che ha spinto Pacchioni a scrivere. Prende questo pregiudizio diffuso e lo ribalta attraverso un viaggio tra le potenzialità di questo gas e l’importanza che ricopre per la vita. Ci conduce nel percorso che la CO₂ intraprende per entrare a fare parte di noi, da una roccia calcarea all’atmosfera a uno dei nostri 100 miliardi di neuroni.</p>
<p>Racconta poi delle conseguenze fatali di una concentrazione troppo alta di anidride carbonica in ambienti chiusi, come durante la perdita di ossigeno sull’Apollo 13 che non finì in tragedia solo grazie alla costruzione di filtri improvvisati. Ma l’autore parla anche di tutte le altre applicazioni della CO₂: il ghiaccio secco, il vino, le brioche, la produzione di caffè decaffeinato e molto altro.</p>
<p>Il viaggio continua con la nascita del nostro pianeta. Perché oggi non saremmo qui se non fosse per l’anidride carbonica, responsabile dell’effetto serra che ha reso la Terra abitabile. Tra i primi incredibili passaggi della vita e i cambiamenti del nostro mondo, l’autore ci mostra in modo semplice e chiaro i meccanismi che hanno portato alla nostra esistenza. Includendo, naturalmente, uno dei processi più importanti della natura: la fotosintesi, spiegata in modo ottimo nella sua straordinaria complessità, dalla quale l’ossigeno - e così la vita come la conosciamo oggi - nasce quasi per caso.</p>
<p>Sono storie di un gas, ma anche degli scienziati (e non solo, come nel caso di Jacob Schweppe, l’inventore dell’acqua gassata) che l’hanno indagato. Vite molto interessanti (dalla fine spesso drammatica), piene di successi e insuccessi, riconoscimenti e litigi, rivoluzioni e viaggi, scontri con giganti dei combustibili fossili che per denaro hanno gettato dubbi sulla pericolosità dell’eccesso di CO₂. L’autore descrive poi il processo di presa di coscienza dell’importanza del riscaldamento globale, dall’Ottocento, con la sconosciuta Eunice Newton Foote, a oggi, tra scontri politici e movimenti sociali. Certo, spiega Pacchioni, lo scetticismo trova in parte fondamento: ci sono anche delle variazioni naturali del livello di CO₂ nell’atmosfera. Ma poi chiarisce, con semplicità, anche le prove che mostrano in modo inequivocabile il drammatico impatto umano sul riscaldamento globale.</p>
<p>Come ha commentato l’autore durante l’intervista, «se potessimo togliere la CO₂ in eccesso, dopo un po’ di tempo la Terra tornerebbe a equilibrarsi e a raffreddarsi. I processi atmosferici hanno dei tempi di equilibrazione lenti: la CO₂ che stiamo emettendo oggi resterà in atmosfera per centinaia, migliaia di anni. Quindi, il problema climatico non è facile da risolvere. Possiamo contenere in parte il cambio di temperatura; tornare indietro è pressoché impossibile.»</p>
<p>Quindi, quali sono le prospettive? Negli ultimi capitoli, l&rsquo;autore si sofferma sulle potenzialità della CO₂. Non sono pochi i problemi, ma le ricette per uscirne ci sono.</p>
<p>«Si sente dire tutti i giorni: “riduciamo la CO₂, riduciamo le emissioni!”. Da qui al 2030 l’obiettivo dell’Unione Europea è di ridurre le emissioni del 55%. Il 45% resta, e questa è l’Unione Europea: tutti gli altri Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, non raggiungeranno neanche una frazione di questo obiettivo. Non solo: se anche smettessimo di produrre la CO₂, quella che abbiamo già immesso rimarrà nell’atmosfera. Dovremo imparare a riutilizzarla, che vuol dire catturarla e trasformarla. La strada è generare tanta energia rinnovabile, produrre l’idrogeno grazie alla scissione dell’acqua, combinarlo con la CO₂ dopo averla catturata e trasformarla in sostanze utili. L’altra via di cui si parla oggi è di prendere la CO₂ e stoccarla in giacimenti, ma ci sono problemi e comunque non sarebbe un riutilizzo.»</p>
<p>In questo viaggio, dall’origine al futuro, emergono anche altre nozioni interessanti, che s’intersecano con la storia per renderla più chiara e ricca. Come alcuni numeri sorprendenti sull’ambiente, sulle piante e sulla fisiologia umana. Uno splendido libro di divulgazione scientifica, in cui si intrecciano storie e metafore per parlare di ambiente, complessità e storia della scienza, rapporto scienza-società e tantissime curiosità interessanti. Chiaro e completo, trasmette molto bene il messaggio: la via d&rsquo;uscita c&rsquo;è, dobbiamo solo saperla cogliere.</p>
<p>«Possiamo contribuire tutti, ma non attraverso le strade che oggi vengono pubblicizzate. Il problema climatico è diventato una straordinaria opportunità per le aziende: tutti propongono prodotti più ecologici e sostenibili. Sono piccoli contributi, meglio che niente, ma il problema è molto più profondo. Se vogliamo salvare il pianeta dovremo veramente cambiare i nostri costumi, dovremo essere molto più parchi, molto più attenti a tutte le risorse che utilizziamo, rinunciare anche ad alcune cose. Ci vuole un contributo individuale molto importante, non dev’essere fanatismo ma ci vuole un atteggiamento molto consapevole. Per esempio, la carne produce un sacco di CO₂. Ci sono tantissimi comportamenti che si possono mettere in atto.»</p>
<p>Cambiando concretamente le nostre abitudini e unendo agli sforzi attuali quelli per il riutilizzo dell&rsquo;anidride carbonica, da cui possiamo ricavare tantissime risorse, potremo fare la differenza. Viva la CO₂.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Armati di scienza: il nuovo libro di Elena Cattaneo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/armati-scienza-nuovo-libro-elena-cattaneo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/armati-scienza-nuovo-libro-elena-cattaneo/</guid><pubDate>Sat, 21 Aug 2021 09:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Matilde Silvia Schirru</dc:creator><category>libri</category><description>Scienziato è chi la scienza fa, ma non solo. Nell’ultimo libro della ricercatrice e senatrice Elena Cattaneo c’è spazio per un credo scientifico da declinare nella vita politica e civica di tutti i giorni e per tutti. In 120 pagine, il libro edito da Raffaello Cortina Editore è una lettura critica e motivante per una società democratica ad alto valore di merito, progresso e di pace.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/armati-scienza-nuovo-libro-elena-cattaneo-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/armati-scienza-nuovo-libro-elena-cattaneo-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Potremmo leggerlo come una vera e propria “chiamata alle armi”, quella della Senatrice, farmacologa, biologa, professoressa Elena Cattaneo, in <em>Armati di scienza</em>, <a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/elena-cattaneo/armati-di-scienza-9788832853179-3487.html" rel="noopener">pubblicato</a> a maggio da Raffaello Cortina Editore. Una chiamata rivolta a tutti: cittadini, studenti, scienziati, politici.</p>
<p>Ma non c’è una guerra da combattere. È piuttosto un prepararsi, un restare pronti, addestrarsi a far parte di una società civile e consapevole dell’importanza del conoscere, dotata dell’unica arma che può tradurre l’agire etico in un metodo rigoroso, al servizio dell’intera umanità: la scienza, appunto.</p>
<p>In appena 120 pagine, il <em>modus operandi</em> dei ricercatori diventa così un codice etico per una società evoluta e pacifica.</p>
<p>Nel libro, Cattaneo documenta le vicende degli ultimi anni riguardanti la politica della ricerca scientifica pubblica in Italia e le relazioni tra scienza e politica nel nostro paese, talvolta controverse. Lo descrive non solo dal punto di vista della ricercatrice, ma anche dal punto di vista della senatrice della Repubblica, sempre vigile sul rapporto quotidiano tra politica e scienza, nelle diverse declinazioni della gestione della cosa pubblica: dal sistema sanitario, all’agricoltura, e altri.</p>
<p>Dalle iniziali polemiche che hanno accompagnato la proposta - per molti versi innovativa - dello Human Technopole, all’analisi della demonizzazione dell’utilizzo di fitofarmaci e glifosato in agricoltura, passando da esempi di pseudoscienza e ignavia di stato, con il caso Di Bella e Stamina.</p>
<p>La dedica del volume a Rossella Panarese e Pietro Greco, recentemente scomparsi e colonne del giornalismo scientifico in Italia, per omaggiare il loro contributo alla cultura della scienza in Italia.</p>
<p><em>Armati di scienza</em> si rivela come lettura attuale per riproporre l’importanza della scienza nella nostra società, e soprattutto nel suo travagliato rapporto con la politica, come visto anche nei mesi roventi della pandemia. Tutto tricolore è anche l’orgoglio amaro dell’etica eroica di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano in formazione dell’Università di Cambridge, barbaramente torturato nel 2016 a Il Cairo, per mano dei servizi segreti egiziani, probabilmente proprio perché anche lui voleva far valere l’etica di un ricercatore “armato di scienza”.</p>
<p>Tuttavia - sebbene in condizioni per fortuna molto diverse che in altri Paesi non democratici - occorre spesso far valere le ragioni della scienza per vigilare anche in Italia sul contributo che i risultati della ricerca possono portare alle nostre vite, dalla salute alla sicurezza alimentare, contro le manipolazioni politiche che abbiamo visto emergere durante la pandemia per non cedere alla superstizione e alla pseudoscienza. Tra gli esempi, Cattaneo ingaggia una polemica non certo popolare con certe posizioni italiane ed europee a favore di un potenziamento dell’agricoltura biologica, che non sembra tener conto del contributo che anche altre forme di agricoltura potrebbero portare alla difesa della biodiversità, per esempio minimizzando il consumo di suolo a favore degli ecosistemi naturali, massimizzando nel contempo la produzione primaria necessaria per i bisogni alimentari della popolazione.</p>
<p>Il libro, con il tono accorato e talvolta polemico che è proprio alla scienziata, riesce in effetti a trasmettere l’urgenza di un impegno maggiore dei ricercatori di raccontare, di divulgare l’esito dei propri studi, anche condividendone e discutendone pubblicamente gli obiettivi, in un rapporto franco con la politica.</p>
<p>L’ultimo capitolo del libro è dedicato alla pandemia di Covid-19 e alla straordinaria risposta della scienza che in soli 12 mesi ha saputo mettere a punto i vaccini contro il virus SARS-CoV-2, ma non altrettanto nelle capacità di intelligence e di tracciamento dei casi. E qui ritorna la domanda più volte reiterata dalla Cattaneo di maggiori finanziamenti alla ricerca pubblica nazionale, soprattutto in ambito biomedico, e più in generale di un maggiore impegno per estendere la campagna vaccinale ai paesi meno sviluppati, come traguardo di civiltà.</p>
<p>Rinnegare la scienza o indebolire il suo contributo allo sviluppo umano raggiunto nell’ultimo secolo significa anche rinnegare le opportunità di prosperità, sicurezza alimentare e stabilità economica e sociale di cui soprattutto i paesi occidentali hanno potuto beneficiare. Anche per questo motivo, per dirlo con le parole della Cattaneo, “spetta ai ragazzi non cedere alla paura di conoscere”.</p>
<p>Il libro è anche un ottimo esempio di comunicazione scientifica, dove il <em>reality</em> delle battaglie quotidiane della senatrice si intreccia con il racconto della sua ricerca di laboratorio a favore delle persone colpita dalla malattia di Huntington, a cui Elena Cattaneo ha dedicato buona parte della sua carriera.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’intelligenza dei materiali e il filo di Arianna</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-materiali-filo-arianna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-materiali-filo-arianna/</guid><pubDate>Thu, 05 Aug 2021 12:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><category>libri</category><description>Il chimico Marco Taddia recensisce Menti Parallele. Scoprire l’intelligenza dei materiali di Laura Tripaldi (Effequ, Firenze 2020, 232 pagine), un libro dedicato all’intelligenza dei materiali, naturali e artificiali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/intelligenza-materiali-filo-arianna-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/intelligenza-materiali-filo-arianna-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo sapevate che la seta del ragno ha una tenacità che supera quella di pressoché qualsiasi altro materiale conosciuto, oltre alla capacità di adattare la propria risposta meccanica agli stimoli che riceve? Lasciamo al lettore il gusto di approfondire altre caratteristiche di questo materiale soft, come la “supercontrazione” e la capacità di “auto assemblarsi”, nel bel libro di Laura Tripaldi <em>Menti Parallele. Scoprire l’intelligenza dei materiali</em> (<a href="https://www.effequ.it/saggi-pop/menti-parallele/" rel="noopener">Effequ</a>, Firenze 2020, 232 pagine), dedicato all’intelligenza dei materiali, naturali e artificiali.</p>
<p>Ma perché dedicare tanta attenzione, proprio adesso, a una seta che viene prodotta da almeno 200 milioni di anni nel ventre di un organismo che siamo abituati a considerare poco evoluto? Il motivo è che dovendo scegliere un materiale esemplare, una sorta di prototipo che possa indicare la direzione da seguire per progettare i materiali del futuro, la tela di ragno, secondo Laura Tripaldi, andrebbe al primo posto. Possiamo crederle, vista la sua competenza nel campo dei materiali. Infatti, oltre a essere laureata in chimica è dottoranda in Scienza e Nanotecnologia dei Materiali all’Università di Milano Bicocca. Tripaldi, originaria di Varese (1993), è una provetta divulgatrice, collabora a diverse riviste online e anche su <em>Il Tascabile</em> troviamo suoi interessanti <a href="https://www.iltascabile.com/author/laura-tripaldi/" rel="noopener">contributi</a>. Del suo libro <a href="https://www.raiplayradio.it/audio/2021/04/Senso-materiale-566fcdcc-b98f-419f-9a78-ba468f5d087b.html" rel="noopener">si è parlato</a>, tra l’altro, anche a Radio3 Scienza.</p>
<p>Il suo è un volume affascinante, di alta divulgazione, per lettori disposti a fare i conti con la complessità. Denota una solida formazione culturale, anche in campo filosofico, ragguardevole per la sua giovane età. Va letto fin dall’introduzione, perché lì si sottolinea subito il ruolo dell’interfaccia, facendoci capire che è un concetto tutt’altro che banale. Dovremmo immaginarla come una regione materiale in cui due corpi, in interazione reciproca, possono mescolarsi producendo un ibrido completamente nuovo. Questa idea, scrive: «può essere il punto di partenza per ripensare, più in generale, il nostro rapporto con la materia che ci circonda». Aggiornando il concetto di mente, si vede che l’essere umano perde il monopolio dell’intelligenza e si può capire che non solo i mammiferi ma anche gli invertebrati, le piante e i funghi si possono considerare soggetti di un nuovo universo percettivo e relazionale. Da questo punto di vista si può partire alla ricerca di una radice comune di tutte le intelligenze presenti nella materia.</p>
<p>I primi due capitoli “La tela di Aracne” e “Molte teste” sono dedicati a vere e proprie meraviglie della natura. Oltre la seta del ragno, trattata nel primo, nel secondo si parla di una melma policefala (<em>Physarum polycephalum</em>) il cui plasmodio è capace di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=2UxGrde1NDA&amp;t=6s" rel="noopener">comportamenti strabilianti</a>. La “melma” è un organismo vivente che costruisce la sua intelligenza sulla membrana cellulare posta all’interfaccia con l’ambiente, per coglierne i segnali e interagire con esso. Si potrebbe accostare agli <em>smart material</em> attuali, come le leghe a memoria di forma o ai più recenti <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-020-03153-z" rel="noopener"><em>soft robot</em></a>. L’evoluzione di questi ultimi conta su dispositivi, tra cui la “pelle elettronica” o e-skin, che potrebbe essere utilizzata per fornire ai robot una sensibilità al tatto <a href="https://advances.sciencemag.org/content/4/2/eaaq0508" rel="noopener">simile alla pelle umana</a>. Il libro si sofferma a lungo sul concetto di mente estesa, che investe la natura stessa della cognizione, oltreché su quello della embodied cognition che trova le sue radici nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty, la cui <em>Fenomenologia della percezione</em> (1945) è un classico della filosofia.</p>
<p>Il terzo capitolo tratta dei sistemi complessi perché i comportamenti “intelligenti” dei materiali sono spiegabili solo alla luce delle teorie della complessità. Dobbiamo ricorrere alla comprensione della struttura relazionale interna dei materiali, se vogliamo spiegarci in qualche modo i fenomeni di un universo dinamico e multiforme. Le nanotecnologie e l’azione su scala nanometrica, sia in termini di manipolazione che di replicazione, sono ampiamente trattate. Si parla di <em>self-assembly</em> statico e <em>self-assembly</em> dinamico, anche in relazione allo sviluppo e al funzionamento della vita.</p>
<p>Non mancano riferimenti storici fondamentali come quelli al fisico Henri Bénard e alle sue celle di convenzione, oltreché ad Ilya Prigogine (Nobel 1977) che introdusse il concetto di struttura dissipativa. Poco prima della conclusione del capitolo si trova un passaggio chiave in cui l’autrice ci spiega che «progettare materiali complessi significa estendere la nostra mente alla relazione con altre menti per allargare le nostre potenzialità cognitive e percettive». Tutto ciò deriva dal fatto che la nostra capacità di comportarci in maniera intelligente è legata non solo al cervello ma anche al tessuto linguistico culturale e sociale in cui siamo immersi.</p>
<p>Gli ultimi due capitoli “Mostri viventi” e “La materia del futuro” fanno riflettere a fondo. Il primo è forse quello che spicca su tutti gli altri per arditezza di contenuti, ruotando attorno all’idea di una nuova continuità tra la materia vivente e quella non vivente. È merito della chimica, della scienza dei materiali e delle nanotecnologie se oggetti sempre più indistinguibili dagli organismi viventi stanno cominciando a vedere la luce. Diventano allora possibili nuove relazioni feconde con la materia. L’autrice insiste particolarmente sul pensiero di Donna Haraway, filosofa statunitense (<em>Le promesse dei mostri</em>, 1992), il cui nome è legato alla figura del cyborg e al femminismo, per ritrovare «una continuità perduta con la natura, scoprendo che non esistono barriere rigide tra materia inanimata, vita e tecnologia». Sempre citando Haraway, la nuova visione della scienza che scaturisce da queste idee, implica «la nostra liberazione dalle narrazioni encomiastiche e solari della storia della scienza e della tecnologia come paradigmatiche del razionalismo».</p>
<p>Il capitolo finale del libro si sofferma in larga parte sul legame tra alcune correnti del pensiero politico femminista e la tecnologia. Può darsi che la sottolineatura di questo legame possa disorientare qualcuno ma alla fine ci sembra che da Sadie Plant, Luce Iragaray, Karen Barad (fisica e filosofa) e da Jane Bennet (filosofa), si possa imparare qualcosa di vero e molto utile. In definitiva queste filosofe e scienziate ci consigliano di uscire dal labirinto in cui ci siamo cacciati ricorrendo a tecnologie più simili al filo di Arianna che alle ali di Icaro «forse più umili e meno ambiziose, ma astute e flessibili, capaci di entrare in relazione con la complessità della realtà in cui viviamo».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Intelligenza artificiale: due libri per farsi una (buona) idea</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-due-libri-farsi-buona-idea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/intelligenza-artificiale-due-libri-farsi-buona-idea/</guid><pubDate>Tue, 27 Jul 2021 09:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Hykel Hosni</dc:creator><category>intelligenza-artificiale</category><description>Il dibattito pubblico sull&amp;amp;rsquo;intelligenza artificiale tende a essere sempre più polarizzato. Due libri di recente pubblicazione, ancora non tradotti in italiano, possono aiutare ad andare oltre tale polarizzazione: sono Artificial Intelligence. A Guide for Thinking Humans, di Melanie Mitchell (Pelican, 2020) e The Road to Conscious Machines The Story of AI, di Michael Wooldridge (Pelican, 2021). La recensione di Hykel Hosni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/intelligenza-artificiale-due-libri-farsi-buona-idea-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/intelligenza-artificiale-due-libri-farsi-buona-idea-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;intelligenza artificiale ci riguarda. A chi fa ricerca offre opportunità senza precedenti, in primo luogo in biologia e medicina. Alle imprese offre opportunità di sviluppo che, secondo opinioni sempre più comuni, sono analoghe a quello permesso dall&rsquo;invenzione della macchina a vapore. Alla società, infine, offre la possibilità di beneficiare universalmente e direttamente, e su una scala prima mai osservata, di tutti questi progressi. Il sistema universitario italiano si sta rapidamente attrezzando per far fronte al repentino incremento della domanda professionale in questo ambito, e per garantire a questo settore uno sviluppo tecnico-scientifico di medio periodo. Così in pochi anni sono stati inaugurati corsi di studio a vocazione multidisciplinare e internazionale in intelligenza artificiale, mentre da pochi giorni sono scaduti i termini per presentare le candidature al primo anno del <a href="https://www.phd-ai.it/" rel="noopener">dottorato nazionale in intelligenza artificiale</a>.</p>
<p>Il grande impatto sociale di ciascuna delle opportunità sopra menzionate e i pericoli associati hanno polarizzato sempre di più il dibattito pubblico intorno all’intelligenza artificiale, che spesso si articola in posizioni acritiche fatte da un lato di eccessi di entusiasmo per la tecnologia che promette di risolvere tutti i problemi scientifici, sociali e umani d&rsquo;un sol colpo, e dall&rsquo;altro di un corrispondente e marcato disfattismo luddista. Va da sé che le vere opportunità di progresso, così come la comprensione adeguata dei rischi associati, vadano cercate nel mezzo. Ma cosa ci sia nel mezzo, non è sempre facile da capire.</p>
<p>Fortunatamente due saggi di recente pubblicazione sono a disposizione di chi volesse andare oltre la polarizzazione. Si tratta di <a href="https://www.penguin.co.uk/books/294649/artificial-intelligence/9780241404836.html" rel="noopener"><em>Artificial <em>Intelligence</em>. A Guide for Thinking Humans</em></a>, di Melanie Mitchell (Pelican, 2020, 448 pagine) e <a href="https://www.penguin.co.uk/books/307639/the-road-to-conscious-machines/9780241333907.html" rel="noopener"><em>The Road to Conscious Machines The Story of AI</em></a>, di Michael Wooldridge (Pelican, 2021, 416 pagine).</p>
<p>Consiglio la lettura di entrambi non perché incarnino (le) due fazioni antagoniste. Tutt&rsquo;altro. Si tratta di saggi scritti con cura da persone autorevoli, ma che affrontano l’argomento con tagli distinti. In entrambi i casi il lavoro editoriale è pregevole e questo rende accessibile, a chiunque legga con attenzione, il nocciolo della questione che riguarda appunto lo stato di fatto relativo alle opportunità scientifico-economiche e i pericoli sociali connessi all&rsquo;intelligenza artificiale.</p>
<p>La pluralità dei punti di vista è una condizione fondamentale per la comprensione dell&rsquo;intelligenza artificiale che, come mostrato dagli autori, resiste fortunatamente a qualsiasi tentativo di definizione. Anzi, entrambi prestano attenzione a ricordare come la scelta dell&rsquo;espressione <em>intelligenza artificiale</em> fosse stata considerata insoddisfacente dal suo stesso proponente, il matematico (di formazione) John McCarthy, che al proposito ha chiosato «un qualche nome dovevamo pur darglielo». In quel plurale è compreso anche Claude Shannon, figura più nota e co-organizzatore della scuola estiva di Dartmouth del 1956, considerata l’atto di nascita ufficiale dell&rsquo;intelligenza artificiale – anche se come ricorda Wooldridge in apertura, l&rsquo;articolo <em>Computing Machinery and Intelligence</em>, pubblicato nel 1950 da Alan Mathison Turing, è senza dubbio la prima riflessione programmatica sul tema dell’intelligenza meccanica.</p>
<p>Il taglio di Wooldridge è esplicitamente storico. L&rsquo;autore proviene dalla tradizione logica dell&rsquo;intelligenza artificiale, di cui racconta il lungo inverno con un&rsquo;interessante commistione di autocritica e nostalgia. Comprensibile per chi ha avviato la propria carriera in un&rsquo;area di ricerca di cui ha rapidamente compreso l&rsquo;irrealizzabilità delle aspettative alimentate dell&rsquo;<em>overstatement</em> dei suoi promotori scientifici, e della politica che per motivi vari, in vari momenti, si è dimostrata sensibile a quell&rsquo;eccesso di ottimismo. Ma come succede in tutti gli ambiti, eccedere nelle aspettative è il modo più sicuro di costruire il fallimento.</p>
<p>La storia dell&rsquo;intelligenza artificiale (IA) è infatti punteggiata di lunghi inverni, seguiti da periodi di repentine riprese di interesse (e finanziamenti), motivate da successi spesso insperati – le primavere dell&rsquo;IA. L&rsquo;ultima di queste ha avuto inizio pochi anni fa, quando si sono presentate simultaneamente due tipi di condizioni: la diffusione (quasi) universale di Internet e la disponibilità di processori grafici capaci di elaborare una mole di dati senza precedenti a una velocità senza precedenti. In questo contesto, un&rsquo;idea che molti alla fine del ventesimo secolo consideravano ormai chiaramente infeconda, ha dato avvio alla prima stagione in cui molte promesse vengono rapidamente mantenute. L’idea in questione è quella delle reti neurali, lo strumento di punta della tecnologia di apprendimento meccanico (<em>machine learning</em>). Non sorprende quindi che entrambi i volumi dedichino ampio spazio a illustrarla, e non sorprende che questi siano i capitoli in cui la lettura richiede maggior impegno che, in entrambi i casi, sarà molto ben ripagato.</p>
<p>Una differenza importante tra i due volumi si osserva nel confronto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Come indica il sottotitolo, questo è il taglio scelto da Melanie Mitchell, autorevole esponente dell&rsquo;impostazione cognitivista in intelligenza artificiale. Qui si prende sul serio l&rsquo;obiettivo di creare sistemi computazionali capaci di attribuire significati paragonabili a quelli umani agli aspetti rilevanti del mondo. Questo mette al centro della discussione la (mancanza di) comprensione che caratterizza anche i più straordinari, e fino a pochi anni fa impensabili, traguardi raggiunti dall&rsquo;apprendimento meccanico. Mitchell dedica pagine molto appassionate a illustrare le ragioni secondo le quali le tecniche attuali non ci permettono di considerarci vicini ad aver risolto il problema dei &ldquo;significati&rdquo;: dai significati linguistici alla comprensione di livello umano delle immagini.</p>
<p>Entrambi i volumi aiutano a cogliere un punto certamente sottile: i successi della nuova primavera dell&rsquo;intelligenza artificiale, per quanto sorprendenti, sono parziali, nel senso di essere confinati a problemi specifici. Se pensiamo all&rsquo;intelligenza artificiale come disciplina scientifica, non c&rsquo;è alcuna notizia in questo – le soluzioni scientifiche tendono spesso a essere locali e migliorabili. Le cose cambiano radicalmente se consideriamo le applicazioni di questi sistemi ‘imperfetti’ in ambiti distinti dalla ricerca, di cui gli algoritmi utilizzati in ambito medico e le automobili a guida autonoma costituiscono due esempi particolarmente rilevanti.</p>
<p>Wooldridge dedica una riflessione molto interessante alle prime, le applicazioni mediche, partendo da una battuta di Geoffrey Hinton a cui si deve l&rsquo;idea originale della tecnologia nota come <em>convolutional neural network</em> e che ha dato luogo a risultati eccellenti nella classificazione delle immagini. Durante una lezione (in un ospedale) nel 2016, Hinton ha paragonato le persone impiegate in radiologia a Willy il Coyote sull&rsquo;orlo del precipizio prima di aver guardato giù. A questa immagine popolare ha aggiunto una frase che continua oggi ad agitare gli animi «dovremmo smettere di formare persone in radiologia». La provocazione è chiara: i sistemi di apprendimento automatico garantiscono già ora prestazioni superiori a quelle umane, dunque perché perseverare in una linea di formazione subottimale?</p>
<p>Il motivo è ben illustrato da Wooldridge nel caso particolare, e più in generale da Mitchell, e consiste nella fragilità della tecnologia rispetto agli attacchi cosiddetti contraddittori (<em>adversarial</em>). In uno scenario ipotetico in cui la diagnostica per immagini fosse affidata ad algoritmi di apprendimento automatico, si creerebbe un incentivo alla modifica strategica delle immagini in modo tale da indurre il sistema in errore, magari a vantaggio di società private di assicurazione sanitaria o collaborazioni pubblico-privato.</p>
<p>Problemi analoghi emergono con i veicoli autonomi: è molto facile sabotare i segnali stradali per indurre i sistemi di navigazione automatica in errori potenzialmente fatali. Lo schema che emerge è dunque il seguente: se il riconoscimento algoritmico di immagini è uno dei motivi per cui l&rsquo;intelligenza artificiale sta vivendo una nuova ed economicamente molto florida primavera, l&rsquo;applicazione di questa tecnologia nel mondo reale rivela limiti e pericoli che a oggi non abbiamo ancora modo di quantificare.</p>
<p>Per farlo è fondamentale evitare l&rsquo;effetto-Frankenstein. Wooldridge affronta senza particolare <em>understatement</em> la questione, molto gradita a certi canali di comunicazione, della cosiddetta singolarità, cioè l&rsquo;avvento di una superintelligenza che rapidamente porterà a distruzione il genere umano. La sezione dedicata al tema ha un titolo che non lascia adito a dubbi: &ldquo;The singularity is bullshit&rdquo; (La singolarità è una cazzata). Piuttosto che la minaccia di una superintelligenza, Mitchell è preoccupata di fenomeni già molto diffusi, come quello dei <em>deep fake</em> con cui diffondere, molto rapidamente e globalmente, contenuti falsi praticamente indistinguibili da quelli genuini. L&rsquo;intelligenza artificiale in questo senso non pone problemi etici radicalmente nuovi, ma mette i principi etici e, in modo ancora più diretto, quelli giuridici davanti a nuove sfide tecnologiche. Ma ancora una volta stiamo parlando di una tecnologia ancora molto poco compresa. Si pone dunque il problema di raggiungere innanzitutto una comprensione scientifica dello strumento tale da permetterci di regolamentarlo.</p>
<p>Sarebbe auspicabile vedere presto in libreria le traduzioni italiane di questi due saggi. Questo garantirebbe che l’opera di demistificazione dell’intelligenza artificiale che compiono possa raggiungere un pubblico più ampio possibile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come crescere bambini che non diventino degli stronzi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crescere-bambini-diventino-stronzi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crescere-bambini-diventino-stronzi/</guid><pubDate>Sun, 25 Jul 2021 00:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Chiara Sabelli</dc:creator><category>libri</category><description>Da quando è cominciata la pandemia un anno e mezzo fa, mia figlia che adesso ha tre anni, ha passato molto tempo a casa, mentre io e mio marito lavoravamo chiusi a turno in una stanza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/crescere-bambini-diventino-stronzi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/crescere-bambini-diventino-stronzi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da quando è cominciata la pandemia un anno e mezzo fa, mia figlia che adesso ha tre anni, ha passato molto tempo a casa, mentre io e mio marito lavoravamo chiusi a turno in una stanza. Ci siamo divisi il tempo di cura e di lavoro equamente, e mio marito cucina e si occupa della casa forse più di quanto non faccia io. Eppure, quando è il mio turno di lavoro mia figlia si dispera e piangendo dice che non vuole che io lavori. Al contrario, quando è il turno di mio marito, lo accompagna alla scrivania e gli augura buon lavoro.</p>
<p>Nonostante la nostra attenzione nell’organizzazione della vita familiare, mia figlia ha evidentemente già aspettative diverse nei nostri confronti e capire come gestirle è tutt’altro che semplice. Per questo è stato un sollievo imbattersi nel libro appena pubblicato dalla giornalista scientifica Melinda Wenner Moyer, <em>Come crescere bambini che non siano stronzi. Strategie per una genitorialità migliore basate sulle prove scientifiche</em> (<a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/618206/how-to-raise-kids-who-arent-assholes-by-melinda-wenner-moyer/9780593086933" rel="noopener">G.P. Putnam&rsquo;s Sons</a>, 352 pagine, 20 luglio 2021).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/crescere-bambini-diventino-stronzi-body-1.jpg.webp" alt="" width="295" height="445" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Crediti immagine: <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/618206/how-to-raise-kids-who-arent-assholes-by-melinda-wenner-moyer/9780593086933" rel="noopener">G.P. Putnam&rsquo;s Sons</a>.</p>

<p>Wenner Moyer, che ha tenuto una colonna sulla genitorialità per la rivista online statunitense <em>Slate</em> e scrive regolarmente per il <em>New York Times</em> su questi temi, ha fatto un lavoro di ricerca della letteratura scientifica approfondito e ha intervistato numerosi esperti, sintetizzando e rendendo estremamente comprensibili risultati e pareri. La struttura del libro è particolarmente riuscita e rende la lettura agile e piacevole. Soprattutto, Wenner Moyer stabilisce subito un contatto con i genitori frustrati, raccontando le sue personali esperienze con i due figli, e traduce i risultati degli esperimenti condotti dagli scienziati in consigli pratici. Ognuno degli argomenti che tratta è estremamente rilevante, dall’egoismo fino al sessismo e al razzismo e credo che molti genitori che si pongono interrogativi su questi temi possano trovare riflessioni e risposte intelligenti e che vanno al di là di questioni morali o di norma sociale.</p>
<p>Il capitolo intitolato “Le ragazze non lo sanno fare. Come crescere bambini che non siano sessisti” chiarisce prima di tutto come i nostri figli distinguano il genere già da molto piccoli e perché questo accada. In una lunga conversazione con la psicologa Rebecca Bingler, che ha dedicato la sua ricerca a capire come i pregiudizi si sviluppano nei bambini, l’autrice discute degli esperimenti condotti negli ultimi quarant’anni che hanno mostrato, per esempio, che l’attenzione verso il genere deriva prima di tutto dal fatto che è una caratteristica che nominiamo sempre nel parlato. Per riferirci a qualcuno diremo più probabilmente “signore” o “signora” piuttosto che “persona” (e questo è ancora più frequente in lingue come l’italiano che raramente hanno termini neutri).</p>
<p>In una serie di esperimenti condotti negli anni Novanta, Bingler e i suoi collaboratori hanno fatto indossare all’arrivo a scuola ad alcuni bambini una maglietta rossa e ad altri una blu e poi hanno osservato che tipo di comportamenti avevano rispetto a questa nuova “categoria sociale” a seconda dell’attenzione che gli educatori davano al colore delle magliette. Se gli educatori non nominavano in alcun modo il colore delle magliette, era molto raro che i bambini di un gruppo sviluppassero pregiudizi verso quelli dell’altro gruppo. Invece, se gli educatori davano attenzione alle magliette, seppure in maniera neutra (per esempio accogliendo i bambini al mattino dicendo “ciao rossi e blu”), i bambini sviluppavano pregiudizi.</p>
<p>In un altro esperimento pubblicato su <em>Science</em> nel 2017 si è visto che, pur distinguendo i generi, le bambine tendono a internalizzare l’idea di essere meno brillanti dei bambini sopra i sei anni di età e, in un altro ancora, pubblicato sulla rivista <em>Child Development</em> nel 1977, che i bambini sono più frequentemente vittime di bullismo se si comportano in modi considerati femminili rispetto a quanto accade per le bambine che si comportano “da maschi” (questo succede purtroppo, perché i pari percepiscono che i bambini che si comportano da bambine stanno rinunciando al ruolo di “potere” che viene con la mascolinità).</p>
<p>A partire da questi risultati, Wenner Moyer elenca quattro strategie che possono contrastare il sessismo: controllare il proprio linguaggio, contrastare gli stereotipi che arrivano dall’esterno (e penso che questa possa essere una spiegazione delle aspettative di mia figlia), incoraggiare amicizie con bambini di sesso diverso e parlare della discriminazione di genere esplicitamente soprattutto con bambini dai cinque o sei anni in su.</p>
<p>Riguardo la seconda strategia, la scelta dell’abbigliamento e dei giochi da proporre è molto rilevante, anche se non tutta nelle mani dei genitori, e devo ammettere che è estremamente faticoso gestire il flusso di “regali rosa” che si ricevono già prima della nascita di una bambina. Su questo il consiglio è estremamente pratico: organizzare liste di regali selezionati tra cui chiedere a parenti e amici di scegliere.</p>
<p>L’autrice sottolinea poi che anche i genitori più attenti alla questione di genere possono avere comportamenti che confermano alcuni stereotipi che invece vorrebbero che i figli non assorbissero (altro punto che penso possa spiegare le aspettative di mia figlia). Noi stessi cresciamo con l’idea che uomini e donne abbiano ruoli diversi e spesso non ci rendiamo conto quanto questa convinzione sia radicata. Quindi, Wenner Moyer richiama l’attenzione non solo su questioni esplicite come la distribuzione del tempo di cura, pure quella importante soprattutto durante la pandemia che ha visto le donne farsi carico ancora una volta di una parte sproporzionata di questo lavoro a discapito della vita professionale, ma anche sugli atteggiamenti che riguardano i genitori personalmente. Per esempio, incoraggia i padri a parlare delle proprie emozioni ed esporre le loro vulnerabilità e le madri a non mostrarsi ossessionate dal loro abbigliamento o aspetto fisico.</p>
<p>Del resto, uno dei messaggi centrali del libro è che i bambini non imparano da quello che i genitori dicono ma piuttosto da quello che i genitori fanno.</p>
<p>Questo punto è al centro di un altro tema che Wenner Moyer affronta nel suo libro è quello dell’altruismo. Nel primo capitolo “Tutto riguarda me. Come crescere bambini che non siano egoisti”, l’autrice racconta come la ricerca abbia mostrato che la strategia migliore per crescere bambini che siano empatici e disponibili ad aiutare gli altri sia educarli alla comprensione delle proprie emozioni, prima di tutto aiutandoli a dargli un nome, con una risoluzione sufficiente. Farlo richiede tempo e pazienza, che non sempre i genitori hanno, ma su questo punto Wenner Moyer è estremamente empatica e consiglia di spiegare i propri sentimenti ed emozioni ai figli quando capita di avere una reazione aggressiva o aver perso la pazienza davanti a proteste o capricci. Una strategia che trovo particolarmente importante è quella di non negare le emozioni negative che i bambini manifestano e non sminuirle. I bambini hanno un altro sistema di riferimento rispetto al nostro e dunque l’importanza relativa che danno alle cose è necessariamente diversa dalla nostra e questo a volte può farci sembrare le loro reazioni sproporzionate.</p>
<p>Sull’importanza che i genitori hanno nel formare questo, così come altri, tratti psicologici, Wenner Moyer è molto convincente. Anche se i bambini e i ragazzi sono il risultato delle tante relazioni che hanno nella vita, l’impatto dei comportamenti e dell’esempio dei genitori è incomparabile, soprattutto nelle prime fasi della crescita.</p>
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]]></content:encoded></item><item><title>Mi chiamo Bill e vi dico io come salvare il Pianeta</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta/</guid><pubDate>Sun, 04 Jul 2021 07:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>In Clima, come evitare il disastro (La nave di Teseo, 2021), Bill Gates offre una mappa di come imbarcarci nella lotta alla crisi climatica: la recensione di Luca Carra. L’articolo, in forma leggermente ridotta, è stato pubblicato da L’Indice , numero di luglio 2021.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se un miliardario si occupa di clima serpeggia il sospetto che lo stia facendo per chissà quali reconditi motivi. Il fatto poi che il suddetto miliardario sostenga società impegnate nello sviluppo di nuove soluzioni verdi trasforma il sospetto in condanna. Rimane il fatto che <em><a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/clima-come-evitare-un-disastro/" rel="noopener">Clima, come evitare il disastro</a></em> (La nave di Teseo, 2021) sia un libro ben argomentato e altrettanto ben scritto. Se qualcuno ha guardato la serie Netflix su Bill Gates, saprà già che il più tecnofilo dei magnati ogni mese si fa preparare una borsa piena di libri per rifugiarsi per una settimana nel suo chalet in montagna a non far altro che leggere e bere coca cola, sua bevanda preferita.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/mi-chiamo-bill-vi-dico-io-salvare-pianeta-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1772" height="2516" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Le letture e le meditazioni che ne sono seguite hanno prodotto un libro convincente, anche se tipicamente americano, quindi ottimista di poter risolvere il più grande rompicapo ambientale con soluzioni prevalentemente tecniche. La politica, nel senso che noi europei diamo a questo termine, non è assente ma è certamente in ombra rispetto alla sconfinata fiducia che Bill Gates nutre nelle capacità trasformative della scienza. Perché questo è un altro aspetto ben sottolineato dal libro: credere di poter azzerare con l’attuale tecnologia al 2050 i circa 50 miliardi di emissioni globali di gas serra che ogni anno spariamo in atmosfera è un compito particolarmente arduo. Servirà investire miliardi nei prossimi trent’anni in ricerca e sviluppo, come si appresta a fare il presidente Biden, per integrare le attuali rinnovabili con idrogeno verde, sistemi efficaci di cattura e stoccaggio di carbonio, forse un nucleare più sicuro e pulito, e altro ancora.</p>
<p>Da qui a metà secolo altre cose importanti potrebbero cambiare. Per esempio il sistema economico potrebbe convertirsi alla circolarità, il che significherebbe scardinare un modello di sviluppo consumistico che produce merci che entrano sul mercato già con la data in cui si guasteranno e andranno sostituite. Questi aspetti, che di fatto mettono radicalmente in discussione il nostro modello di sviluppo incrementale, sono sì adombrati nel testo, ma fino a un certo punto. Gates in questo resta un campione del capitalismo, ma consapevole che per affrontare questa crisi epocale andranno previsti ingenti stimoli pubblici.</p>
<p>Questo per certi versi è il vero limite della prospettiva del libro. Ma dal mio punto di vista è anche un vantaggio. Bill Gates, che non è un francescano ma il fondatore di un immenso impero economico, interpreta la ricchezza come una benedizione, che come tale va però impiegata anche per il bene della società attraverso iniziative filantropiche che l’hanno reso celebre insieme alla (a breve ex) moglie Melinda con l’omonima fondazione. Perché questa prospettiva può essere un vantaggio? Perché l’autore non la nasconde, anzi vi fa continuamente riferimento, per esempio nel ricordare che nell’ambito della fondazione è nata l’iniziativa Breakthrough Energy, rivolta proprio a soluzioni rivolte alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. Ed è un vantaggio anche per un altro aspetto: il fatto che Bill Gates non pensi di utilizzare l’argomento della lotta al cambiamento climatico come leva per raddrizzare le molte storture che affliggono l’umanità (disuguaglianze, guerre, ecc.) è segno di un pensiero chiaro e distinto, e del realismo di un uomo di mondo.</p>
<p>Questo non ha impedito a Gates di disinvestire da tutte le azioni di aziende “fossili” e reinvestire in società verdi impegnate nello sviluppo di soluzioni sostenibili. Il libro richiama anche la nostra attenzione sul fatto che per liberarsi da un&rsquo;economia che brucia ogni giorno 15 miliardi di litri di petrolio, con un giro di affari di 5.000 miliardi all’anno, ci vuole un certo tempo. Non vale infatti in campo energetico la nota Legge di Moore, secondo la quale la potenza dei microprocessori raddoppia ogni due anni. L’efficienza delle fonti energetiche, dei motori e delle tecnologie connesse, infatti, sono progredite assai lentamente, portando all’affermazione prima del carbone, quindi del petrolio e infine del gas nell’arco di circa 150 anni. Bisogna insomma fare i conti con un’inerzia delle tecnologie e dell’industria energetica per superare la quale serve per l’autore «una transizione innaturalmente veloce». Come? Realizzando almeno tre cose: un accordo di tutti i paesi, almeno di tutte le economie avanzate; un investimento straordinario e duraturo in ricerca e innovazione; un sistema intelligente di incentivazione che metta le ali a tecnologie non ancora del tutto competitive rispetto a quelle tradizionali.</p>
<p>Il primo punto è banale da capire ma non da ottenere: ci sono paesi che di fatto resistono agli obiettivi fissati a Parigi nel 2015 (fermarsi a 1,5-2 C° di riscaldamento globale) e che andranno convinti con gli strumenti della diplomazia climatica (e con molti soldi e qualche compromesso).</p>
<p>Il secondo punto (molta ricerca e sviluppo) sembra altrettanto scontato, tranne per chi ritiene che l’obiettivo sia raggiungibile già con le tecnologie attualmente disponibili. Il che potrebbe anche essere vero, ma costringendo l’intero pianeta a una serie di vincoli demografici, economici e di metamorfosi comportamentale francamente irrealistica e forse nemmeno auspicabile.</p>
<p>Il terzo punto (incentivazione) si può riassumere in misure fiscali che premino le nuove tecnologie con un importo pari alla differenza di prezzo rispetto a quelle fossili (Gates lo chiama <em>green premium</em>). Un valore al momento, almeno per certe tecnologie, piuttosto alto, visto che un bicchiere di petrolio costa meno di uno di Diet Coke, ma che potrà essere accettato dalla maggioranza dei paesi solo quando, grazie alla maturazione delle nuove tecnologie, sarà abbastanza basso.</p>
<p>Il libro ha un altro pregio: è chiaro quanto può scriverlo un non esperto, ma intelligente e molto informato come Gates. Tanto che io lo farei adottare in tutte le scuole superiori insieme all’enciclica <em>Laudato Si’</em>, opera altrettanto chiara e ispirata ma di segno ovviamente diverso. Fra le altre cose, l&rsquo;opera ci guida attraverso i kilowatt, i megawatt e i gigawatt (il mondo consuma 5.000 gigawatt, gli Stati Uniti 1.000, un’abitazione americana media un po’ più di 1 kilowatt). Ci chiarisce una volta per tutte con una tabellina la differenza di efficienza, densità e capacità energetica fra fonti buone e cattive (la densità energetica dei combustibili fossili varia da 500 a 10 000 watt per metro quadro; il nucleare da 500 a 1.000; il solare da 5 a 20; l’eolico da 1 a 2).</p>
<p>Ciò non toglie che si debba andare il più speditamente possibile verso una «elettrificazione di tutti i procedimenti possibili. Ciò richiederà molte innovazioni», come spiega in un passaggio del libro. L’autore si diffonde anche sul complesso capitolo delle batterie, accumulatori e vettori energetici come l’idrogeno, essenziali per conservare e dispacciare l’energia prodotta da fonti discontinue come solare ed eolico. Ci spiega le prospettive ancora immature della cattura e stoccaggio del carbonio, necessaria secondo molti scenari per completare l’opera di decarbonizzazione. Affronta pure le soluzioni basate sulla natura (<em>nature based</em>) che dovranno informare le nostre future strategie di adattamento (in particolare la forestazione ma soprattutto l&rsquo;arresto della deforestazione, su cui insiste particolarmente), così come i cambiamenti che dovranno riguardare agricoltura e allevamenti (e quindi un&rsquo;alimentazione con meno carne), il mondo del lavoro e della formazione, la mobilità e la pianificazione urbana, e molti altri aspetti non strettamente tecnologici.</p>
<p>Nell’undicesimo capitolo, dedicato a “un piano per azzerare le emissioni”, Gates ricapitola le quattro mosse cruciali:</p>
<ol>
<li>Quintuplicare la ricerca e lo sviluppo nel campo dell’energia pulita e del clima nel corso del prossimo decennio;</li>
<li>Scommettere di più sui progetti di ricerca e sviluppo ad alto rischio e ad alto ritorno (per non disperdere le energie in mille rivoli improduttivi);</li>
<li>Indirizzare la ricerca e lo sviluppo verso le nostre esigenze prioritarie;</li>
<li>Collaborare con l’industria fin dall’inizio.</li>
</ol>
<p>Per Gates la “transizione ecologica” è alla fine un&rsquo;immane rivoluzione industriale e scientifica, che necessita di incentivi mirati a ridurre i rischi d’impresa, da ottenere all’inizio puntando sugli appalti pubblici per le forniture. Ma anche di un&rsquo;infrastruttura che consenta alle nuove tecnologie di penetrare nel mercato, e di dare un prezzo adeguato al carbonio. Il nuovo mercato verde, insomma, dovrà essere pronto entro e non oltre il 2030.</p>
<p>Nel suo complesso il libro è una mappa per imbarcarci subito nella lotta a quella che si profila come una potenziale sciagura planetaria a fronte della quale la stessa pandemia appare poca cosa. Ma il tutto con un tono sereno e costruttivo, come si capisce dall’invito contenuto nella penultima pagina: «Spero che i piani possano unirci al di là delle divisioni politiche (…) Nessuno ha monopolizzato il mercato con soluzioni efficaci per il cambiamento climatico. Che siate fautori del settore privato, dell’intervento governativo, dell’attivismo o di una qualche combinazione di questi elementi, ci sarà qualche progetto concreto che siete disposti ad appoggiare. Quanto alle idee su cui non siete d’accordo, forse sentite l’esigenza di pronunciarvi apertamente contro di esse. Spero però che dedichiate più tempo ed energie a sostenere ciò a cui siete favorevoli che a opporvi a ciò a cui siete contrari».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La salute è un diritto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-diritto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salute-diritto/</guid><pubDate>Fri, 28 May 2021 07:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><category>libri</category><description>La salute è un diritto. Giovanni Berlinguer e le riforme del 1978 , a cura di Fabrizio Rufo (Ediesse Futura) ripercorre la storia di tre importanti riforme del passato, tutte approvate nel 1978 e dietro la realizzazione delle quali c&amp;amp;rsquo;era, in qualche modo, Giovanni Berlinguer. Si tratta della Legge Basaglia che ha sancito la fine dei manicomi, della legge n. 194/78 che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza e della legge n. 833/78 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale. Insieme, queste riforme hanno portato l&amp;amp;rsquo;Italia all&amp;amp;rsquo;avanguardia nell&amp;amp;rsquo;assistenza socio-sanitaria. La recensione di Cristiana Pulcinelli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/salute-diritto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/salute-diritto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tre delle leggi che hanno maggiormente cambiato il nostro paese sono state approvate nello stesso anno: il 1978. Un anno davvero particolare. Basta ricordare alcuni avvenimenti accaduti in quei dodici mesi per rendersene conto: il 16 marzo in via Fani a Roma le brigate Rosse rapiscono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e uccidono cinque uomini della scorta, il 9 maggio il corpo senza vita di Moro viene ritrovato a Roma, mentre a Cinisi in Sicilia, Peppino Impastato viene ucciso dalla mafia, a giugno Giovanni Leone rassegna le dimissioni da Presidente della Repubblica (l’8 luglio sarà eletto Sandro Pertini), il 6 agosto muore papa Paolo VI e il 28 settembre il suo successore, Giovanni Paolo I.</p>
<p>In mezzo a questi eventi, fortemente destabilizzanti, il Parlamento approva a larga maggioranza (e quasi miracolosamente) le tre leggi cui facciamo riferimento e che hanno portato l’Italia all’avanguardia nel campo dell’assistenza socio-sanitaria: la n. 180/78, conosciuta come “Legge Basaglia” che ha sancito la fine dei manicomi, la legge n. 194/78 che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza e la legge n. 833/78 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale. Da quel momento in poi il nostro paese non è stato più lo stesso. Dietro la realizzazione di quelle tre leggi c’è sempre e in qualche modo la figura di Giovanni Berlinguer, “medico e igienista di formazione, politico per convinzione, umanista per natura”, come è stato definito nell’introduzione a un volume collettaneo che ripercorre quella storia (<em>La salute è un diritto. Giovanni Berlinguer e le riforme del 1978</em>, a cura di Fabrizio Rufo, <a href="https://www.ediesseonline.it/prodotto/la-salute-e-un-diritto/" rel="noopener">Ediesse Futura</a>, 223 pagine, 15 euro).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/salute-diritto-body-1.jpeg.webp" alt="" width="337" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>È interessante ripercorrere con gli autori la storia di quelle tre riforme partendo dal passato, quello che ormai pochi ricordano. Come era l’Italia prima? Fermiamoci a queste tre realtà: i manicomi, l’aborto, l’assistenza sanitaria.</p>
<p>Su come si presentavo i manicomi a metà del Novecento è sufficiente ricordare quello che disse Franco Basaglia quando nel 1961 entrò nell’ospedale psichiatrico di Gorizia per prendere servizio: “È un autentico lager”. Al momento dell’internamento le persone perdevano qualsiasi diritto, venivano spogliate della propria identità, di tutti gli effetti personali, perfino dei vestiti, sostituiti con una uniforme, e dei capelli che venivano rasati. Rinchiusi in spazi angusti, recintati da muri o reti, i pazienti subivano spesso violenze: picchiati, legati, torturati. Persino le posate per mangiare venivano loro negate, con la scusa che potevano essere utilizzate per ferire qualcuno. La categoria dei “matti” era molto ampia, vi rientravano infatti alcolisti, epilettici, persone con la sindrome di Down. Tutti considerati un pericolo da cui la società doveva difendersi.</p>
<p>Della questione dell’interruzione di gravidanza si occupava il codice Rocco, la legislazione varata dal ministro della giustizia Alfredo Rocco nel 1931 e rimasta inalterata dopo la fine della guerra. Il codice, che rispondeva alla volontà del fascismo di arrestare il calo demografico e alla concezione della maternità come servizio alla nazione, prevedeva una dura penalizzazione dell’interruzione di gravidanza e forti attenuanti invece per i reati originati dalla necessità di salvaguardare il decoro e l’onore familiare, compresi infanticidio, abbandono di neonato e aborto. Nel 1930 l’enciclica di Pio XI inoltre aveva elaborato una morale sessuale incentrata sulla difesa della vita fetale. La condanna dell’aborto tuttavia non voleva dire che l’aborto non ci fosse più. Al contrario, gli aborti clandestini si moltiplicavano con conseguenze drammatiche per la salute delle donne.</p>
<p>Prima del Servizio Sanitario Nazionale, la salute dei cittadini italiani era affidata al sistema delle casse mutue. Ogni ente mutualistico era competente per una categoria di lavoratori e per i loro familiari a carico. Un sistema in cui il diritto alla tutela della salute era garantito non al cittadino, ma al lavoratore (maschio), con la conseguenza che chi non rientrava in questa categoria era fuori dal sistema e poteva accedere alle cure solo se iscritto alle liste comunali degli indigenti di cui si occupava lo stato. Inoltre, esistevano importanti differenze tra le prestazioni delle diverse casse mutue. Contemporaneamente la situazione ospedaliera era fortemente carente con un numero di posti letto molto inferiore allo standard richiesto dall’OMS. Eppure, l’articolo 32 della Costituzione parlava del diritto alla salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Belle parole cui non corrispondeva una realtà.</p>
<p>Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, però, la società italiana si muove. Franco Basaglia nel 1961 comincia la sua esperienza a Gorizia, poi nel 1971 passa a Trieste e in questi anni elabora l’idea di chiudere i manicomi psichiatrici, sostenuto da un movimento di intellettuali e psichiatri.</p>
<p>Negli stessi anni cominciano le battaglie per la liberalizzazione dell’aborto sostenute da diversi attori con sfumature diverse: il movimento femminista, i radicali e, in ritardo, il PCI, anche se l’Unione Donne Italiane già discuteva di questi temi da tempo. Nel 1971, la sentenza della Corte Costituzionale cancella l’articolo 553 del codice Rocco che puniva “chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda contro di esse” e apre la strada al cambiamento.</p>
<p>Dei limiti dell’assistenza sanitaria si parlava già dalla fine degli anni Cinquanta e nel 1958 la CGIL approvò un documento in cui si chiedeva l’istituzione di un Sistema sanitario nazionale. Ma fu alla fine degli anni Settanta che l’incontro tra il pensiero laico e socialista (del PCI e del PSI) e quello della dottrina sociale della Chiesa, che trovava espressione politica in una parte della DC, permisero la nascita del Servizio Sanitario Nazionale. Una rivoluzione, verrebbe da dire, filosofica che vede “il superamento dello stato assistenziale per raggiungere uno stato di diritto”. La tutela della salute diventa un diritto di tutti i cittadini, di ogni età, sesso e censo. Le basi su cui poggiava la riforma erano la globalità delle prestazioni, l’universalità dei soggetti destinatari, l’eguaglianza di trattamento, il rispetto della dignità e della libertà della persona. Basi su cui vale la pena di riflettere oggi che il servizio viene attaccato da più fronti.</p>
<p>In tutti i luoghi in cui si dibatteva di questi temi e in prima persona a parlare con i protagonisti di queste battaglie troviamo Giovanni Berlinguer. Berlinguer ha speso buona parte della sua attività nell’impegno per rendere effettivo il diritto alla salute di ciascun individuo. “Una salute – come si legge nel libro - che è prodotto sociale, frutto della relazione fra gli individui, l’ambiente naturale e l’ambiente di vita e di lavoro”. L’interesse per la medicina nei luoghi di lavoro e quello per la prevenzione, i suoi lavori sulla bioetica quotidiana e sui determinanti sociali della salute si incontrano con i temi caldi di quegli anni. E si sostanziano nella sua attività come deputato, senatore e infine al Parlamento europeo dove si impegna a formulare proposte e a creare mediazioni. I suoi interventi, i suoi dubbi le sue battaglie sui temi delle tre riforme emergono dal libro e ci restituiscono una figura che non possiamo non rimpiangere. Ma soprattutto ci rafforzano l’idea che anche in momenti bui e difficili le cose possono cambiare. Se la politica fa il suo mestiere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La vista non è tutto, storie di scienziati non vedenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vista-tutto-storie-scienziati-vedenti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vista-tutto-storie-scienziati-vedenti/</guid><pubDate>Wed, 26 May 2021 08:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><category>libri</category><description>Marco Taddia recensisce L’universo tra le dita. Storie di scienziati ipovedenti o non vedenti (Efesto, 2021), di Michele Mele, che ripercorre la storia di dieci grandi scienziati privi della vista.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/vista-tutto-storie-scienziati-vedenti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/vista-tutto-storie-scienziati-vedenti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se leggete ad alta voce la formula che rappresenta la radice quadrata della somma di due numeri è molto probabile che vi esprimiate così: “radice quadrata di a più b” ma chi vi ascolta, per esempio al telefono, potrebbe fraintendervi. Per esempio potrebbe scambiarla per la somma di due addendi: la radice quadrata di a più b, quest’ultimo fuori dal segno di radice. Se dal telefono passiamo all’ambiente scolastico e in particolare agli studenti disabili, non vedenti o ipovedenti, imparare la matematica da un docente che parla ad alta voce presenta, in assenza di un supporto adeguato, non poche difficoltà.</p>
<p>Ne parla anche Michele Mele nel bel libro <em>L’universo tra le dita. Storie di scienziati ipovedenti o non vedenti</em> (Efesto, 2021), raccontando, tra le altre, la breve biografia di Abraham Nemeth (1918-2013), matematico, inventore e cieco dalla nascita.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/vista-tutto-storie-scienziati-vedenti-body-1.jpg.webp" alt="" width="329" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Mele tratta il problema con cognizione di causa, avendo al suo attivo una laurea magistrale in Matematica all’Università di Salerno, un PhD in Scienze Matematiche e Informatiche alla “Federico II” di Napoli ma soprattutto avendo conseguito questi titoli nonostante sia anch’egli ipovedente. Mele ci racconta che Nemeth, afflitto da degenerazione maculare e retinite pigmentosa fu aiutato amorevolmente dalla famiglia a seguire la sua vocazione, ossia i prediletti studi di matematica e, dopo una prima laurea in psicologia, conseguì la laurea magistrale in Matematica al Brooklyn College. Di Nemeth è il sistema di letture ad alta voce delle formule che prese il nome di <a href="https://www.seewritehear.com/learn/the-fundamental-problem-of-spoken-mathematics/" rel="noopener">MathSpeak</a>, successivamente inglobato nella prima sintesi vocale in grado di leggere la matematica. Diede il nome anche un codice che permette di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Nemeth_Braille" rel="noopener">scrivere le notazioni matematiche in Braille</a>, presentato nel 1952 e successivamente perfezionato più volte dallo stesso ideatore.</p>
<p>Mele ci presenta altri nove scienziati, tra i quali il chimico-imprenditore statunitense Henry “Hoby” Wedler (1987, Petaluma, California), laureato non soltanto in chimica ma anche in storia americana, fondatore con altri professionisti del progetto “Accessible Science” e vincitore del Diversity and Inclusion Award della RSC britannica.</p>
<p>I risultati ottenuti da questi scienziati dimostrano che il talento, la personale determinazione, il sostegno dei famigliari e degli insegnanti, consentono anche ai non vedenti di accedere ai più alti gradi degli studi in materie, come la chimica, che sembrerebbero escluderli. Tant’è che un altro chimico, anzi una chimica, spicca nella galleria di Mele. Si tratta di Mona Minkara, esperta di bioingegneria e assistant professor alla Northeastern University, College of Engineering.</p>
<p>Nata nel 1987 in una piccola cittadina del Maryland da immigrati libanesi, Minkara è di fede musulmana e pur essendo priva della vista è dotata di un’invidiabile forza di carattere. Questa è testimoniata anche dall’<a href="https://www.chemistryworld.com/careers/how-pragmatic-is-it-to-be-a-blind-scientist/3007425.articl" rel="noopener">intervista</a> rilasciata nel 2017 a Rachel Brazil di Chemistry World, organo della RSC. Quando aveva circa sette anni le fu diagnosticata, oltre a una degenerazione maculare, una distrofia dei coni e dei bastoncelli che le azzerò rapidamente il <em>visus</em>. Questo non le ha impedito di ottenere nel 2015 un dottorato in chimica. Lo scorso autunno Minkara ha tenuto un seminario sul tema <em>Computational Studies of Pulmonary Surfactant</em>. Gli argomenti includevano monostrati lipidici, proteine e sviluppo di farmaci, oltre a una discussione dei metodi computazionali, comprese simulazioni Monte Carlo e di dinamica molecolare, modellazione dell&rsquo;omologia e calcoli di docking molecolare. Qui non possiamo andare oltre se non ricordare che il surfattante (tensioattivo) polmonare riveste notoriamente un ruolo assai importante nella pandemia che sta affliggendo l’umanità. Minkara è arrivata a distinguersi nella comunità scientifica non solo per <a href="https://scholar.google.com/citations?user=yZmxIVgAAAAJ&amp;hl=en" rel="noopener">i suoi articoli</a> ma anche per aver <a href="https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/ed5009552" rel="noopener">proposto</a>, tramite il <em>Journal of Chemical Education</em>, l’implementazione di protocolli idonei ad accompagnare la formazione di studenti non vedenti in chimica fisica e computazionale.</p>
<p>Certo, per una persona priva della vista, il cammino per laurearsi in chimica richiede una serie di accorgimenti specifici, come spiega Cary Supalo in un <a href="https://nfb.org//sites/default/files/images/nfb/publications/bm/bm12/bm1207/bm120703.htm" rel="noopener">articolo</a> istruttivo. Gli sforzi da mettere in campo, sia da parte degli studenti che da parte dei docenti, devono rientrare in un quadro di tecniche messe a punto preventivamente, senza lasciar spazio all’improvvisazione.</p>
<p>Andando indietro nel tempo, il libro di Mele ci presenta altri matematici: Nicholas Saunderson (1682-1739), Leonhard Euler (1707-1783) e Lawrence Baggett (1939). È la prova che la matematica è particolarmente congeniale alle persone che soffrono di cecità, dotate di una capacità di astrazione fuori dal comune. A questo proposito, per saperne di più e in particolare sul potenziamento delle altre potenzialità sensoriali di queste persone, è utile rileggere il libro di Oliver Sacks <em>L’occhio della mente</em> (Adelphi, 2011). Ci aiuterà a capire meglio anche gli incredibili successi ottenuti dai restanti scienziati che compaiono nel libro di Mele: l’ingegnere civile John Metcalf (1717-1810), l’entomologo François Huber (1750-1831), il medico Jacob Bolotin (1888-1924) e l’ingegnere biomedico Damion Corrigan (1979). Si potrebbe pensare che questa galleria includa soltanto dei geni ma forse non è così: molto dipende dall’ambiente in cui sono cresciuti. Nel capitolo dedicato ad Huber, studioso della vita delle api, Mele scrive:</p>
<blockquote>
<p>Non è poi così difficile creare un ambiente inclusivo, un contesto che permetta alle menti dei non vedenti e degli ipovedenti di seguire una naturale vocazione</p></blockquote>
<p>Egli ci fornisce molti esempi in proposito, uno per ciascuno dei protagonisti. Aggiunge:</p>
<blockquote>
<p>la prova tangibile che i processi di inclusione non giovano soltanto ai più immediati destinatari, ma all’intera comunità, è che i loro benefici sono largamente superiori ai costi</p></blockquote>
<p>Circa le qualità personali che permettono a un non vedente di emergere, Mele a proposito di Bolotin afferma che fu un</p>
<blockquote>
<p>condensato di razionalità e capacità di sognare, nel quale non c’è mai stato spazio per alcuna traccia di autocommiserazione, a fare di questo ragazzo di umile famiglia uno dei più grandi americani di tutti i tempi</p></blockquote>
<p>La sua patria, tra l’altro, ne riconobbe i meriti riproducendo la sua effigie su una serie di francobolli emessi nel centenario della nascita. Mano a mano che si procede nella lettura, Mele ci convince che coloro ai quali la Natura ha tolto uno strumento che tanti non sfruttano in modo adeguato, non hanno bisogno di indulgente compatimento e, men che meno, di venire scoraggiati quando aspirano a traguardi impegnativi.</p>
<p>Occorre allora che genitori e insegnanti mettano da parte ogni pregiudizio, perché non è vero che gli studi scientifici, in particolare quelli di chimica, siano preclusi ai non vedenti.</p>
<p>In conclusione, gli esempi del libro e la documentazione citata dovrebbero costituire un messaggio di speranza per i giovani, di incoraggiamento per le famiglie e di stimolo agli insegnanti. Benché ipovedente, Michele Mele, attualmente assegnista all’Università del Sannio, guida con sicurezza di scrittura i suoi lettori alla scoperta di un mondo nuovo, meritevole di maggiore interesse.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Elettronica leggerezza dell’essere: da John Thomson al computer quantistico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/elettronica-leggerezza-dell-essere-john-thomson-computer-quantistico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/elettronica-leggerezza-dell-essere-john-thomson-computer-quantistico/</guid><pubDate>Mon, 24 May 2021 15:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristian Fuschetto</dc:creator><category>innovazione</category><description>Cristian Fuschetto ripercorre la storia della scoperta dell&amp;amp;rsquo;elettrone e le sue implicazioni nel XX secolo e a seguire, da Thomson ai transistor, passando da Calvino, per recensire il libro Il lampo dell’elettrone (Codice Edizioni 2021) di Vittorio Pellegrini.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/elettronica-leggerezza-dell-essere-john-thomson-computer-quantistico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/elettronica-leggerezza-dell-essere-john-thomson-computer-quantistico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quando accendiamo la televisione, lavoriamo al computer o stressiamo il nostro smartphone, quando molto più semplicemente siamo davanti a uno schermo (e si farebbe prima a dire quando i nostri occhi non ne siano incollati) siamo inconsapevoli testimoni di una specie di miracolo: la leggerezza dell’essere. Per capire di cosa si tratta prendo a prestito il genio e la prosa di Italo Calvino che, in una delle sue <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lezioni_americane" rel="noopener"><em>Lezioni americane</em></a>, esprime così il gioco di forza tra l’impalpabile potenza dei bit e la soccombente solidità delle cose: «È vero», scrive Calvino, «che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi». Calvino invita ad afferrare la forza “antigravitazionale” della rivoluzione informatica. «La seconda rivoluzione industriale», dice, «non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso».</p>
<h2 id="la-materia-è-informazione">La materia è informazione</h2><p>Erano gli albori dell’infosfera, la civiltà digitale scaldava i suoi silenziosi motori, internet era ancora una tecnologia da addetti ai lavori e il <em>world wide web</em>, l’internet per le masse, sarebbe stato inventato quattro anni dopo nei laboratori del CERN. Eppure nelle parole di Calvino il senso del rimescolamento ontologico tra materia e informazione è già chiarissimo. La materia è informazione e l’elettricità è il suo linguaggio. Oggi lo diamo per scontato, anche i più distratti avranno fatto caso all’intelligenza delle cose, al cosiddetto <em>internet of things</em>, alla connessione di tutto con tutto. Ma, come spesso accade, le cose ci piovono addosso, la storia ci precede senza lasciarci il tempo di prendere appunti. Nicolas Negroponte, fondatore del MIT di Boston, amava ripetere: «La tecnologia è come la tigre. O la cavalchi, la domi, o ti mangia». La lettura de <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/il-lampo-dellelettrone/" rel="noopener"><em>Il lampo dell’elettrone</em></a> (Codice Edizioni 2021) di Vittorio Pellegrini, è allora un utile strumento per non subire il presente o, se preferite, un ottimo dispositivo di protezione contro fastidiosi azzannamenti.</p>
<h2 id="quando-tutto-ebbe-inizio">Quando tutto ebbe inizio</h2><p>L&rsquo;elettronica è diventata la cifra della nostra esistenza in un tempo brevissimo, poco più di un secolo. Tutto comincia il 30 aprile 1897, quando Joseph John Thomson annuncia i risultati dei suoi esperimenti sui raggi catodici in una conferenza alla prestigiosa Royal Society inglese. Sconvolgendo una credenza bimillenaria, il fisico di Cambridge annuncia al mondo che l’atomo non è il mattone più piccolo della materia, squarcia l’indivisibile e inaugura lo spazio subatomico dove, scopre grazie a calcoli minuziosi, abitano particelle 1.700 volte più piccole dell’atomo di idrogeno, vale a dire di quello che allora si riteneva essere il pezzo di materia più leggero in assoluto.</p>
<h2 id="tubi-di-vetro-valvole-termoioniche-transistor">Tubi di vetro, valvole termoioniche, transistor</h2><p>La scoperta dell’elettrone è la premessa dell’informatica. La possibilità stessa di un elaboratore nasce con la scoperta di queste piccolissime particelle e della loro manipolabilità. Esperimento dopo esperimento diventa infatti ben chiaro che nella formulazione di operazioni aritmetiche i guizzanti elettroni possono prendere il posto delle pietre dell’abaco. Non è solo un cambio di tecnologia. Si assiste a un cambio di mentalità. Lo studio del comportamento di queste minuscole particelle subatomiche apre la possibilità di inventare isole di materia dove applicare nuovi codici. È da qui che nasce il linguaggio binario composto da bit, dove gli stati 1 e 0 vengono associati al passaggio o meno delle nuove particelle. Tutto cambia. I tubi sottovuoto in cui i pionieri dell’elettronica osservano le nuove forze sono infatti gli antesignani dei contenitori dei bit. Dalle valvole termoioniche al triodo, dai transistor ai computer quantistici, Pellegrini traccia l’incredibile avventura con cui la scienza del XX secolo non solo ha scoperto un pezzo di materia letteralmente inconcepibile (oltre l’atomo c’era il nulla), ma ha addirittura imparato a governarlo facendone la pietra angolare attraverso cui trasformare la nozione stessa di realtà.</p>
<h2 id="from-bit-to-it">From bit to it</h2><p>Dall’Eniac, il calcolatore voluto nel 1946 dal Governo degli Stati Uniti per determinare le traiettorie dei proiettili di artiglieria, costituito da 18.000 tubetti di vetro, 30 tonnellate distribuite su una superficie di 130 metri quadrati per una potenza di calcolo di 5.000 operazioni al secondo, ai transistor sviluppati negli anni Cinquanta nei leggendari Laboratori Bell, fino agli attuali transistor a singolo atomo, l’epopea dell’elettrone è la genealogia della civiltà digitale. «Si intravedono già nuovi orizzonti», osserva Pellegrini, «quelli in cui la meccanica quantistica, l’elettronica e il calcolo si fondono assieme». È la frontiera dell’informazione quantistica, annunciata su <em>Nature</em> il 23 ottobre 2019 come la tecnologia destinata a segnare la nuova “supremazia computazionale”.</p>
<h2 id="a-dare-forma-al-mondo">A dare forma al mondo</h2><p>“From bit to it” sentenziava alla fine degli anni Ottanta come un presocratico alla ricerca dell&rsquo;<em>archè</em> John Archibald Wheeler. «Tutto è informazione. Più rifletto sul mistero dei quanti e sulla nostra singolare capacità di comprendere il mondo in cui viviamo, più mi persuado che la logica e l’informazione possono avere un ruolo basilare nelle fondamenta della teoria fisica». A determinare la consistenza della materia non è la solidità dell’atomo ma la leggerezza dell’informazione. A dare forma al mondo non sono “le macchine di ferro” ma dei “bits senza peso” nati dal lampo di un elettrone.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Due libri su Galileo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/due-libri-galileo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/due-libri-galileo/</guid><pubDate>Thu, 20 May 2021 07:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>libri</category><description>Patrizia Caraveo recensisce i due libri di Alessandro De Angelis, professore di Fisica sperimentale all’Università di Padova, dedicati alla figura di Galileo Galilei e pubblicati quest&amp;amp;rsquo;anno: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze di Galileo Galilei per il lettore moderno (Codice edizioni) e I diciotto anni migliori della mia vita (Castelvecchi).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/due-libri-galileo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/due-libri-galileo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Galileo è una pietra angolare della nostra cultura. A lui si deve lo sviluppo del metodo scientifico che sta alla base della scienza moderna. Ma Galileo non era uno scienziato arroccato nella sua torre d’avorio: oltre ad avere passioni molto terrene, voleva scrivere per un pubblico più vasto di quello dei suoi colleghi. Da qui la decisione di usare l’italiano, piuttosto che il più togato latino, per i suoi libri della maturità.</p>
<p>Tuttavia, questo non è sufficiente per rendere i suoi ragionamenti immediatamente comprensibili al lettore moderno, perché il modo di argomentare e il linguaggio (letterario e matematico) di Galileo sono quelli di quattrocento anni fa. Ben venga, quindi, lo sforzo di Alessandro De Angelis, professore di Fisica sperimentale all’Università di Padova, di rendere più accessibile l’ultimo libro di Galileo <em>Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze</em>, scritto ad Arcetri negli anni degli arresti domiciliari dopo la condanna del Sant’Uffizio. È lo stesso De Angelis che spiega il motivo del suo tentativo di riscrivere il testo per facilitarne la comprensione</p>
<blockquote>
<p>Galileo non usa formule, non scrive F=ma. Lui interseca coni con piani… In questo senso è difficilissimo da leggere, io ho impiegato tre anni</p></blockquote>
<p>Tuttavia, vale la pena di fare uno sforzo per avvicinarsi a Galileo perché, continua De Angelis,</p>
<blockquote>
<p>la cosa sorprendente è che si studiano ancora oggi nello stesso modo in cui le presenta Galileo. Dunque è interessante vedere come è arrivato a esporle in quel modo</p></blockquote>
<p>È il testamento di Galileo fisico e contiene le dimostrazioni che ancora oggi si studiano nel corso di Fisica I.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/due-libri-galileo-body-1.png.webp" alt="" width="648" height="968" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Alessandro De Angelis, <em>Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze di Galileo Galilei per il lettore moderno</em>, <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/discorsi-e-dimostrazioni-matematiche-intorno-a-due-nuove-scienze/" rel="noopener">Codice edizioni 2021</a> (320 pagine, 25 euro)</p>
<p>Come <em>Il Saggiatore</em> e il <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo</em>, anche i <em>Discorsi e dimostrazioni</em> sono strutturati in forma di dialogo tra Simplicio, Salviati e Sagredo che si incontrano per discutere del testo, scritto in latino, di un professore padovano a proposito di meccanica e di scienza delle costruzioni. Entrambi i soggetti erano vecchi amori di Galileo che li aveva studiati fin dagli anni di Padova.</p>
<p>Ce lo racconta lo stesso autore in un secondo libro che ha dedicato al periodo padovano di Galileo. Nello scrivere <em>I diciotto anni migliori della mia vita</em>, Alessandro De Angelis si è basato sulle lettere che Galileo ha scritto e ricevuto dai suoi congiunti (madre, sorelle e fratello) dagli amici e da colleghi, primi fra tutti Keplero e Paolo Sarpi, e sugli appunti di lezione. Una voce narrante fornisce un intreccio realistico, ma, in realtà, immaginario, che permette al lettore di seguire gli eventi della vita dello scienziato. Scopriamo un Galileo perennemente assillato dalle richieste di danaro da parte della madre e delle sorelle che sono convolate a nozze promettendo cospicue doti ai loro mariti nella convinzione che i debiti sarebbero stati saldati dai due maschi della famiglia, il fratello maggiore professore a Padova e il più giovane musicista in giro per le corti europee. Mi sono veramente stupita dell’entità dell’impegno economico.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/due-libri-galileo-body-2.png.webp" alt="" width="696" height="968" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Alessandro De Angelis, <em>I diciotto anni migliori della mia vita</em>, <a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/i-diciotto-anni-migliori-della-mia-vita/" rel="noopener">Castelvecchi 2021</a> (250 pagine, 17,50 euro)</p>
<p>Galileo ha iniziato con uno stipendio di circa 300 ducati all’anno, poi cresciuti fino a 500, ma la dote della sorella Livia era di 1800 ducati, una cifra che si era andata a sommare alle rate di quella della sorella Virginia. Per fare fronte agli impegni, Galileo deve chiedere a più riprese anticipi di intere annualità del suo stipendio, cercando di fare quadrare i conti costruendo strumenti, quali il famoso compasso militare, tenendo studenti a pensione e facendo oroscopi. Doveva anche mantenere la sua famiglia, formata dai tre figli che Marina Gamba gli aveva dato nel corso degli anni, due bambine e un bambino. Non vivevano con lui, che, amante della solitudine, si era ben guardato dallo sposare Marina.</p>
<p>Scopriamo che è Fra’ Paolo Sarpi a far vedere a Galileo lo strumento ottico del quale si favoleggiava in Europa. Glielo aveva mandato un confratello da Parigi ma le immagini, pur ingrandite, sono poco nitide. Sarà sempre il frate a suggerirgli di andare a Murano dai mastri vetrai per farsi fondere del vetro di migliore qualità per le lenti che saranno alla base dello strumento che poi prenderà il nome di cannocchiale. Le migliorie apportate permetteranno le osservazioni epocali raccontate nel Sidereus Nuncius, che spianeranno anche la strada al ritorno a Firenze, mettendo fine ai 18 anni padovani.</p>
<p>Davanti a questa impressionante produzione galileiana, si direbbe proprio che Alessandro De Angelis, rientrato nel 2014 al dipartimento di fisica e astronomia “Galileo Galilei” di Padova dove si era laureato nel 1983, abbia beneficiato del <em>genius loci</em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il furto della notte: l’inquinamento luminoso tra conseguenze e soluzioni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/furto-notte-inquinamento-luminoso-conseguenze-soluzioni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/furto-notte-inquinamento-luminoso-conseguenze-soluzioni/</guid><pubDate>Mon, 03 May 2021 11:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>In Cieli neri. Come l’inquinamento luminoso ci sta rubando la notte , Irene Borgna racconta del viaggio che l’ha portata sotto i cieli più scuri d’Europa: un’occasione per riflettere sul problema, spesso sottostimato, dell’inquinamento luminoso, indagandone i danni che causa a noi e agli altri animali e le soluzioni per ridurlo. Dopo la lettura del libro, abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autrice.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/furto-notte-inquinamento-luminoso-conseguenze-soluzioni-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/furto-notte-inquinamento-luminoso-conseguenze-soluzioni-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non ha il cattivo odore dello smog e non ci disturba quanto il rumore del traffico: la maggior parte di noi non è probabilmente nemmeno consapevole dell’inquinamento luminoso e dei suoi danni, che pure non sono meno importanti di quelli di altre forme d’inquinamento. Proprio al problema dell’inquinamento luminoso è dedicato <a href="https://www.ponteallegrazie.it/libro/cieli-neri-irene-borgna-9788833314433.html" rel="noopener"><em>Cieli neri. Come l’inquinamento luminoso ci sta rubando la notte</em></a> (edizione Ponte alle Grazie, 2021, 15 €), di Irene Borgna, divulgatrice in campo ambientale e guida naturalistica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/furto-notte-inquinamento-luminoso-conseguenze-soluzioni-body-1.jpg.webp" alt="" width="663" height="980" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="un-viaggio-per-raccontare-linquinamento-luminoso">Un viaggio per raccontare l’inquinamento luminoso</h2><p>L’International Dark-Sky Association, organizzazione no profit dedicata alla protezione dell’ambiente notturno e tra i principali riferimenti in materia, <a href="https://www.darksky.org/light-pollution/" rel="noopener">definisce</a> l’inquinamento luminoso come “l’uso inappropriato o eccessivo di luce artificiale”. È una luce che disturba gli animali non umani in diversi modi, altera i nostri ritmi circadiani e, inoltre, ci priva di quel paesaggio notturno che pure ci ha accompagnato nella maggior parte della nostra storia: secondo il <a href="https://advances.sciencemag.org/content/2/6/e1600377" rel="noopener">nuovo atlante della luminosità artificiale del cielo notturno</a>, pubblicato su Science Advances nel 2016 (come aggiornamento della versione originale del 2001), la possibilità di vedere la Via Lattea (la “nostra casa nell’Universo”, come scrive Borgna) è preclusa a oltre un terzo dell’umanità.</p>
<p>L’approccio scelto da Borgna per raccontare delle conseguenze negative e delle possibili soluzioni a questa luce eccessiva è un po’ diverso dal solito: <em>Cieli neri</em>, infatti, non è un saggio in senso classico ma è, prima di tutto, una ricerca di quel cielo buio che abbiamo perduto. Ricerca che si svolge in camper, durante un viaggio la cui rotta</p>
<blockquote>
<p>è stata tracciata seguendo le mappe dell’inquinamento luminoso invece che l’atlante stradale</p></blockquote>
<p>Accompagnata dal compagno e dal loro cane, Borgna attraversa l’Europa risalendo dalle Alpi Marittime su fino al Mare del Nord, puntando alle località note per le loro notti ancora buie. In questo modo, <em>Cieli neri</em> diventa un’opera mista, un po’ libro divulgativo, un po’ racconto di viaggio. È attraverso le varie tappe del percorso che il libro porta a riflettere sull’impatto dell’inquinamento luminoso.</p>
<p>I danni sulla nostra salute sono noti da tempo ai ricercatori. Come spiegano Fabrizio Bianchi (primo autore anche dell’Atlante della luminosità artificiale) e colleghi in un <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S030147971100226X?casa_token=tBoQiV45uw8AAAAA:YaxDRPadr8rtIWSTdz_mcEpPPnLoRy3wDfSdz_ICsC1FZwWx2EVpqM45YQ_mzOCh8PO7rUym2ag" rel="noopener">articolo</a> di qualche anno fa, l’esposizione alla luce durante le ore notturne diminuisce la produzione di melatonina e determina un’alterazione del nostro ritmo circadiano, con conseguenze che possono includere dai disturbi del sonno a quelli metabolici. Diversi autori hanno inoltre <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1111/j.1600-079X.2007.00473.x" rel="noopener">suggerito</a> che i bassi livelli di melatonina potrebbero rappresentare un fattore di rischio per alcuni tipi di tumore.</p>
<h2 id="in-terra-in-cielo-in-mare">In terra, in cielo, in mare</h2><p>Forse ancor meglio documentati sono gli effetti sugli animali non umani: dagli uccelli ai mammiferi, infatti, la luce che prende il posto del buio durante la notte ha importanti conseguenze comportamentali ed ecologiche. Negli <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-018-21577-6" rel="noopener">uccelli</a>, per esempio, la luce notturna determina diversi effetti negativi che vanno dalle collisioni contro le costruzioni illuminate per i migratori notturni all’anticipazione delle ore di attività, alterazione della fisiologia riproduttiva e dei ritmi circadiani; ancora, l’inquinamento luminoso ha effetti importanti sui pipistrelli, per esempio sul foraggiamento delle specie insettivore, anche perché gli insetti stessi sono profondamente influenzati della luce notturna. Tanto, in effetti, che un <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0006320719307797" rel="noopener">articolo</a>  pubblicato a inizio 2020 suggeriva che l’inquinamento luminoso possa rappresentare un <em>driver</em> importante e sottovalutato del declino degli insetti. Per citare <em>Cieli neri</em>:</p>
<blockquote>
<p>non servirebbe un sindacato per tutte le falene e gli insetti notturni di questo pianeta, attratti e truffati da luci inutili, troppo potenti e troppo blu?</p></blockquote>
<p>Non sono risparmiati neanche gli ecosistemi acquatici. La luce artificiale di notte fa sì che, alla schiusa delle uova, i piccoli delle <a href="https://www.darksky.org/our-work/sea-turtle-conservation/" rel="noopener">tartarughe marine</a> si dirigano verso le strade illuminate invece che verso il mare; <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/gcb.14795" rel="noopener">causa stress ai coralli</a>; arriva a disturbare perfino i <a href="https://www.nature.com/articles/s42003-020-0807-6" rel="noopener">pesci e lo zooplancton nell’Artico</a>. Insomma,</p>
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<p>l’impressione è che dovunque un ricercatore si prenda il disturbo di sbirciare sotto le onde per verificare l’ipotesi che l’inquinamento luminoso faccia dei danni, trovi conferme</p></blockquote>
<h2 id="inquinamento-luminoso-e-diffusione-di-patogeni">Inquinamento luminoso e diffusione di patogeni</h2><p>Lo stretto rapporto tra noi e gli altri animali è stato ampiamente messo in luce dalla pandemia di Covid-19, ma vale la pena notare come le conseguenze delle nostre attività non partano solo da <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aids-hendra-nipah-ebola-lyme-sars-mers-covid/">deforestazione o commercio di animali</a>. In generale, alterare l’ecologia e il comportamento delle diverse specie significa mettere in moto reazioni a catena, spesso complesse. E questo vale anche per l’inquinamento luminoso.</p>
<p>A marzo, uno <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/abs/10.1098/rspb.2021.0253" rel="noopener">studio</a> ha mostrato per la prima volta la connessione tra l’inquinamento luminoso e la diffusione di patogeni: analizzando dei polli in diverse aree della Florida, i ricercatori hanno infatti osservato come l’esposizione a bassi livelli di luce notturna coincida con un maggior rischio d’infezioni da virus del Nilo occidentale, che ne è influenzato ancor più che da altri fattori come la densità di popolazione umana.</p>
<p>E già in passato era stato mostrato come l’inquinamento luminoso <a href="https://www.sciencemag.org/news/2018/01/light-pollution-may-promote-spread-west-nile-virus" rel="noopener">allungasse il periodo d’infezione del passero domestico</a>, potenzialmente favorendo la diffusione del virus.</p>
<p>Dopo la lettura del libro, abbiamo fatto qualche domanda all’autrice.</p>
<p><strong>In <em>Cieli neri</em>, scrive che quando s’inizia a interessarsi d’inquinamento luminoso, all’improvviso lo si nota ovunque: cosa ha iniziato a notare in Italia, anche eventualmente come confronto rispetto alle altre tappe toccate durante il viaggio?</strong></p>
<p>Quando siamo partiti, ero in linea con la media degli italiani, che considera l&rsquo;inquinamento luminoso un po&rsquo; la Cenerentola tra le varie forme di inquinamento, una sorta di &ldquo;male minore&rdquo;, che ha come conseguenza solo quella di interferire con le osservazioni di una manciata di astronomi e astrofili nerd un po&rsquo; fissati. La consapevolezza dei veri guasti che causa l&rsquo;eccesso di luce di notte e dell&rsquo;estensione del problema è arrivata proprio quando, una volta che ci siamo decisi a partire in camper con l&rsquo;idea di attraversare l&rsquo;Europa sotto ai cieli più bui che fossimo riusciti a trovare, ci siamo resi conto che ne erano rimasti pochi, pochissimi.</p>
<p>Allora ho iniziato a leggere come una disperata per documentarmi: dov&rsquo;era finita la notte? Chi l&rsquo;aveva rubata? Ho domandato a persone che hanno dedicato e dedicano tempo, studio e passione alla lotta all&rsquo;inquinamento luminoso, su tutti il professor Fabio Falchi e l&rsquo;ingegner Diego Bonata dell&rsquo;Associazione Cielo Buio, che mi hanno dedicato un sacco di tempo e cui sono molto grata.</p>
<p>E ho iniziato da subito a notare e ad annotare le cose che non andavano negli immediati dintorni di casa: punti luce sovrabbondanti che emettono luce fredda e che la spediscono dappertutto invece che solo dove strettamente necessaria, luci accese quando e dove non serve, insegne mal progettate, luci invadenti che filtrano da uffici deserti, parcheggi dimenticati e vetrine di negozi nel cuore della notte. In generale, in Italia tendenzialmente siamo sovrailluminati rispetto ad altri Paesi europei: siamo il Paese con la percentuale più elevata di territorio inquinato dalla luce artificiale a livello mondiale. Le notti degli italiani sono così illuminate che un quarto della popolazione non attiva più gli occhi nella modalità &ldquo;visione notturna&rdquo;. Spendiamo più di un miliardo di euro all’anno per l’illuminazione pubblica: abbiamo una potenza installata per superficie urbanizzata più che doppia rispetto a quella tedesca, doppia rispetto alla Francia e quasi quadrupla rispetto al Regno Unito. E usiamo impianti eccessivamente e inutilmente potenti, che sono dei veri e propri colabrodo di luce. Insomma, facciamo acqua, anzi luce, da tutte le parti.</p>
<p><strong>Il libro non è dedicato solo ai danni dell’inquinamento luminoso ma anche alle soluzioni che abbiamo per limitarlo, che sembrano relativamente semplici da adottare e in più sono associate a importanti risparmi energetici. Qual è secondo lei uno degli esempi più positivi?</strong></p>
<p>Il principio che ispira la lotta alla sovrailluminazione è semplice: perché le vie delle città siano sicure non deve esserci tanta luce, ma un’illuminazione di qualità che rischiara senza abbagliare, distribuita in modo uniforme con il minimo di punti luce, meglio se a luce calda, accesi solo quando è davvero utile. Ogni tanto quando si affrontano temi legati a problemi ambientali è umano farsi prendere da un senso di scoramento, ma per inquinamento luminoso le soluzioni tecniche ci sono già. Anzi, sono prescritte: la cosa più curiosa è che in molte regioni italiane abbiamo leggi ottime, quella che fa più arrabbiare è che non le rispettiamo. Una legge pionieristica ed efficace per contrastare l’inquinamento luminoso è stata per esempio quella della Lombardia, approvata nel 2000. Ce l’hanno copiata molti Paesi nel mondo, tra cui Repubblica Ceca, Slovenia, Cile, Francia. Nel 2012 l&rsquo;associazione <a href="https://cielobuio.org/" rel="noopener">Cielo Buio</a> ha denunciato con una lettera l&rsquo;eccessiva fotofilia italiana e proposto delle soluzioni concrete. C’è mancato tanto così che fosse approvata una legge nazionale bellissima, che ci avrebbe fatto milioni di euro ogni anno, rivedendo in modo razionale l’illuminazione delle città italiane…</p>
<p>Come contribuenti dello Stivale, dovremmo farci qualche domanda su come vengono utilizzati i nostri soldi: la spesa elettrica per l&rsquo;illuminazione pubblica nel 2017 <a href="https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2018/05/21/news/luce_pubblica_bolletta_salata_litalia_spreca_400_milioni-196951213/" rel="noopener">è stata</a> 1,7 miliardi di euro, pari a 28,7 euro pro capite rispetto a una media di 16,8 euro dei principali paesi europei&hellip; È il momento di mettere in pratica le misure di efficientamento che già sono disponibili!</p>
<p><strong>E perché queste strategie non sono più diffuse? Può essere dovuto al falso senso di sicurezza che ci ispira a volte la luce?</strong></p>
<p>Ci vuole una rivoluzione culturale! Siamo così abituati ad associare la luce alla sicurezza, che il solo prendere in considerazione l’idea di abbassarla di notte fa sentire noi, scimmie diurne che andiamo in panico quando i nostri occhi fanno cilecca, in tremendo pericolo. Ma non è vero che più luce vuol dire meno criminalità e meno incidenti stradali. Per esempio è dimostrato che troppa luce mal indirizzata può abbagliare i guidatori, e che luci bianche e intense cancellano più di quanto rivelano, accecando le vittime di violenza e persino le telecamere di sorveglianza. Al contrario, nei luoghi dove si è scelto di abbassare la luce nelle ore centrali della notte (succede in molti comuni in Francia) non è stato registrato un aumento dei reati o incidenti stradali. Si rimane a bocca aperta scoprendo la quantità di articoli scientifici che dimostrano la falsità di una delle nostre convinzioni più radicate, ovvero che i luoghi illuminati siano più sicuri (<a href="https://www.jstor.org/stable/23639132?seq=1" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://jech.bmj.com/content/69/11/1118" rel="noopener">qui</a> solo un paio di esempi).</p>
<p><strong>In <em>Cieli neri</em> evidenzia come l’inquinamento luminoso non sia solo un problema ambientale e sanitario ma anche un vero e proprio furto della bellezza del cielo stellato. Perché è così importante?</strong></p>
<p>La lotta all&rsquo;inquinamento luminoso non è solo una battaglia per astrofili frustrati. Sono in gioco l’ambiente, il risparmio energetico (e di emissioni di gas serra in atmosfera) ed economico, e la nostra salute. E c&rsquo;è qualcos’altro ancora. Ogni luce dispersa verso il cielo sottrae alla notte una parte di bellezza, la rende un posto più banale. Al di sotto di un certo numero di stelle, il cielo perde la sua capacità di mostrarci l’infinito.. Con meno stelle, il gioco non funziona: il cielo diventa insulso e muto. Questa soglia magica innesca uno stupore antico, un’intuizione delle dimensioni dell’universo che può lasciare meravigliati e sgomenti, ma mai indifferenti. È quello che chiunque può sperimentare quando scende sotto magnitudine cinque, quando cioè si immerge in una notte sufficientemente buia da percepire il cielo in tre dimensioni. Personalmente, penso che il cielo sia di tutti e che una notte buia con i suoi doni (il mistero, il coraggio, la meraviglia, la bellezza, l&rsquo;ispirazione, il senso di connessione) sia qualcosa che tocca le corde profonde dell&rsquo;umano che spetta a ciascuno difendere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La libertà è sopravvalutata: cervello, mente e ragionevoli sospetti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/liberta-sopravvalutata-cervello-mente-ragionevoli-sospetti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/liberta-sopravvalutata-cervello-mente-ragionevoli-sospetti/</guid><pubDate>Sun, 18 Apr 2021 09:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristian Fuschetto</dc:creator><description>Chi potrebbe mai negare l’esperienza soggettiva di prendere una decisione, di scegliere quale vestito indossare, cosa mangiare, che farne della propria esistenza? Chi mai potrebbe negare l’esistenza del libero arbitrio? Eppure, scrive Giuseppe Trautteur nel suo Il Prigioniero libero, da poco uscito per Adelphi, «allungare una mano per prendere un bicchiere d’acqua potrebbe coinvolgere l’intero Universo». La recensione di Cristian Fuschetto.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/liberta-sopravvalutata-cervello-mente-ragionevoli-sospetti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/liberta-sopravvalutata-cervello-mente-ragionevoli-sospetti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="il-cervello-è-un-pezzo-di-universo">Il cervello è un pezzo di universo</h2><p>Pensiamoci un attimo: se noi siamo il nostro cervello la libertà non esiste. «Il cervello è un pezzo normale, ancorché complesso, dell’Universo» osserva Giuseppe Trautteur nel suo <em>Prigioniero libero</em>, lasciando in fondo pochi margini alla possibilità di poter interpretare quelle che chiamiamo scelte come qualcosa di diverso da «accadimenti naturali perfettamente giustificati dalla situazione materiale del momento». Trautteur non è un determinista e nemmeno “solo” uno scienziato, è un uomo dalla vasta cultura e pertanto non privo di sospetti. È uno di quegli esseri umani cui molti altri umani tendono a dare credito anche se non ne capiscono bene il linguaggio e i problemi.</p>
<p>In qualche suo appunto Friedrich Nietzsche ebbe modo di annotare: «Tutti i libri scritti finora sono sospetti di apologia dell’umano». Si potrebbe dire lo stesso per il libero arbitrio. Cosa ne sarebbe dell’uomo se non fosse libero? E così, per paura della risposta, si tende a evitare la domanda o, tuttalpiù, a riporre l’interrogativo tra le bizzarrie della letteratura scientifica e l’incontinenza di quella filosofica.</p>
<h2 id="emergenza-complessità-e-altre-scappatoie">“Emergenza”, “complessità” e altre scappatoie</h2><p>Figura di spicco della teoria informatica, delle scienze cognitive e dei rapporti mente-macchina, Trautteur è consulente scientifico della Adelphi sin dagli anni Sessanta e, tra le altre cose, ha curato classici come <em>Psiche e natura</em> di Wolfang Pauli e <em>Verso un’ecologia della mente</em> di Gregory Bateson. È un uomo che sa di scienza e di filosofia, è appunto un uomo sospettoso, che non si lascia impressionare da paroline magiche come “complessità” ed “emergenza” che tanto piacciono a chi pretende di chiudere in fretta la questione di come dalla bruta materia possa nascere la libertà dello spirito.</p>
<p>«Molti uomini di scienza e di cultura - scrive Trautteur - aggirano il problema asserendo il determinismo di base del mondo e delle strutture elementari del cervello, ma inserendo tra il cervello e le loro esperienze artifizi, quali l’emergenza – magica parola – di entità reali (emergenza ontologica), a livelli intermedi che si vengono a creare convenientemente. Così i singoli neuroni sono cellule complesse, ma prive di libera volontà, mentre l’aggregato emergente dall’interconnessione di miriadi di neuroni – cervello, mente, mindbrain, ecc. – l’avrebbe acquisita». Più che una spiegazione è una scappatoia, così come quando si parla di complessità.</p>
<h2 id="la-scoperta-del-potenziale-premotorio">La scoperta del potenziale premotorio</h2><p>Accanto alla tesi basata sull’intransigenza delle leggi fisiche, per cui se è vero che tutto quello che accade nella mente accade anche nel cervello e se il cervello obbedisce a leggi fisiche non c’è ragione di credere che la mente debba fare eccezione (con quel che ne consegue per la libertà così come comunemente la intendiamo), c’è un altro ostacolo che i fan del libero arbitrio sono da tempo chiamati a considerare: lo strano ritardo che passa dall’azione nervosa necessaria per compiere un’azione e la consapevolezza di aver deciso di compierla. Quando decido di prendere un bicchiere dal tavolo si attivano dei nervi che azionano il movimento. E fin qui tutto chiaro. Quello che forse è meno ovvio è che quei nervi si attivano prima di decidere di afferrare il bicchiere. Scoperto da due ricercatori tedeschi negli anni ’60, all’origine di questo paradosso c’è il cosiddetto «potenziale premotorio», un’attività elettrica localizzata nella corteccia premotoria che prelude a un movimento volontario. «Si tratta dell’attività centrale di programmazione del movimento che precede l’eccitazione delle aree motorie vere e proprie che attiverà il muscolo», spiega Trautteur.</p>
<h2 id="il-corpo-precede-la-mente">Il corpo precede la mente</h2><p>Chi più di tutti ha approfondito il nesso tra il potenziale premotorio e la scelta libera è stato il neurofisiologo statunitense Benjamin Libet, che negli anni ’80 in pionieristici studi sulla coscienza è riuscito a costruire un dispositivo in grado di rilevare l’istante in cui avviene l’esperienza dell’intenzione di voler muovere un dito. Molti ne hanno seguito la scia e, senza ora scendere nei dettagli cronometrici, da quegli esperimenti risulta sempre verificato il dato per cui il potenziale premotorio preparatorio del movimento di un dito precede l’esperienza cosciente di voler muovere il dito.</p>
<p>Negli ultimi anni sono stati fatti esperimenti anche su scelte puramente mentali, con risultati simili a quelli di Libet. Il corpo precede la mente? Di recente la neurofisiologia ha sviluppato un nuovo modello, lo Stochastic Decision Model, che nelle intenzioni degli autori dovrebbe mettere la questione sotto una nuova prospettiva in grado di superare la querelle tra determinismo e libertà, ma Trautteur fa notare come gli stessi autori finiscano con l’ammettere che sebbene «la decisione di iniziare un’azione non può avvenire prima che il soggetto ne sia consapevole, possiamo identificare l’evento neurale di partenza con una decisione di cui possiamo diventare consapevoli solo poco più tardi». Il corpo precede la mente (senza punto interrogativo).</p>
<h2 id="credo-nella-libertà-non-ho-scelta">Credo nella libertà, non ho scelta</h2><p>Altro aspetto interessante è che tra i critici dei risultati di Libet, nessun autore, «dopo averne refutato i risultati neurofisiologici neganti il libero arbitrio, osi francamente affermarne la sussistenza, o almeno formulare qualche progetto di indagine o qualche ipotesi significativa in suo favore». Come se ci si potesse limitare a dire che non è fondata la critica al libero arbitrio, senza dover replicare con argomenti a favore del libero arbitrio. «Modeste litoti», commenta lo scienziato, che invece tra ipotesi di libertà quantistica, mind-wandering, fenomenologia della noia e disquisizioni teologiche registra con puntualità tesi e indizi a favore della libertà. La sensazione, tuttavia, è che la scelta per il libero arbitrio sia una forma di «apologia dell’umano». L’io è un parassita della libertà, dice Ian McEwan, formalizzando con efficacia come la rinuncia alla libertà non sia che un altro modo per rinunciare a sé stessi. Vengono allora in mente le parole di Isaac Bashevis Singer: «Credo nel libero arbitrio, non ho scelta».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nuove ricerche per fermare l'ecocidio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-ricerche-fermare-lecocidio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-ricerche-fermare-lecocidio/</guid><pubDate>Sun, 11 Apr 2021 15:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Non chiederti quanto costa fare una bonifica, chiediti quanto costa non farla.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/nuove-ricerche-fermare-lecocidio-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/nuove-ricerche-fermare-lecocidio-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non chiederti quanto costa fare una bonifica, chiediti quanto costa non farla.</p>
<p>Questo il mio primo pensiero quando sono arrivato alla 480esima pagina del libro <em>Ambiente e salute nei siti contaminati</em> (Edizioni ETS, 2021, 28 euro). Curato da Mario Sprovieri, Liliana Cori, Fabrizio Bianchi, Fabio Cibella e Andrea De Gaetano, il volume ospita il contributo di decine di ricercatori di CNR, Ispra, Arpa, Istituto superiore di sanità, il cui impegno ben fa meritare al libro il sottotitolo di “Dalla ricerca scientifica alle decisioni”.</p>
<p>L’Italia conta 42 siti di interesse nazionale (SIN), così definiti dalla legge 152 del 2006 e la cui lista è stata più volte rimaneggiata. In queste 42 macchie sulla cartina d’Italia troviamo i settant’anni di storia industriale italiana. Quindi stabilimenti petrolchimici, impianti siderurgici, manifattura e relative centrali elettriche, stabilimenti di amianto, interramenti di rifiuti tossici, insomma, quello che la rete a strascico della storia industriale italiana ha lasciato sul territorio. A questi 42 SIN aggiungiamo circa 30.000 aree regionali.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/nuove-ricerche-fermare-lecocidio-body-1.jpg.webp" alt="" width="500" height="569" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Nella figura i siti nazionali (SIN), attualmente 42. E sono: Venezia (P. Marghera), Napoli Orientale, Gela, Priolo, Manfredonia, Brindisi, Taranto, Cengio e Saliceto, Piombino, Massa e Carrara, Casal Monferrato, Balangero, Pieve Vergonte, Sesto San Giovanni, Pioltello - Rodano, Napoli Bagnoli - Coroglio, Tito, Crotone - Cassano - Cerchiara, Fidenza, Laguna di Grado e Marano, Trieste, Cogoleto, Bari, Sulcis, Biancavilla, Livorno, Terni, Emarese, Trento nord, Brescia, Broni, Falconara Marittima, Serravalle Scrivia, Laghi di Mantova, Orbetello, Porto Torres, Val Basento, Milazzo, Bussi sul Tirino, Bacino fiume Sacco, Officine Grandi riparazioni ETR Bologna, Giugliano (Na). Altri 9 SIN sono stati attribuiti alle competenze regionali. Il complesso di questi siti principali (nazionali e regionali) ammonta al 3% del territorio, per un totale di circa il 10% della popolazione.</p>
<p>Il bilancio è al momento fallimentare, come ammette nella prefazione il direttore di Ispra Alessandro Bratti. Dei trentamila siti regionali, infatti, quelli che alle analisi sono risultati non inquinati sono 10mila circa, e quelli che sono stati effettivamente bonificati circa 5.000. Ne restano da caratterizzare ed eventualmente sanare circa 15.000. Delle 42 aree nazionali, solo il 16% della superficie terrestre e il 12% marina (molte di queste aree sono infatti costiere) è stato bonificato. Pochissime aree, come Porto Marghera, restituite a nuovi insediamenti e imprese.</p>
<p>Fra i motivi di questa lentezza c’è spesso la difficoltà di potersi rivalere su società ormai fallite o che hanno cambiato ragione sociale, l’estenuante passaggio di carte da un ufficio all’altro della pubblica amministrazione, conferenze dei servizi, ricorsi al TAR, ma anche oggettive difficoltà e incertezze scientifiche nel caratterizzare i suoli contaminati e provvedere alla loro bonifica.</p>
<p>In questo modo stiamo non solo condannando milioni di persone a vivere in aree degradate e pericolose, sia dal punto di vista sociale sia sanitario. Stiamo anche sprecando miliardi di euro a fronte del vantaggio anche economico rappresentato dalla rigenerazione di queste aree. Fra le altre cose il libro ricorda come per due di questi siti di interesse nazionale - Gela e Priolo, in Sicilia - a fronte di un spesa di poco meno di 1 miliardo di euro destinato a opere di messa in sicurezza, il danno sanitario complessivo è pari a circa 10 miliardi di euro.</p>
<p>In attesa che nuove norme e accordi sveltiscano la macchina delle bonifiche, la ricerca scientifica gioca un ruolo cruciale per rendere questi processi di decontaminazione più mirati ed efficaci, e anche per immaginare come mitigare gli effetti sanitari su popolazioni che dovranno vivere ancora per anni in luoghi altamente inquinati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/nuove-ricerche-fermare-lecocidio-body-2.jpeg.webp" alt="" width="500" height="669" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Buona parte del libro è dedicato proprio a questi sforzi. L’attenzione si concentra soprattutto sul progetto CISAS, attivo dal 2016 grazie a un finanziamento del Miur e che coinvolge circa 150 ricercatori di diversi istituti CNR, Ispra, e altri centri di ricerca. I SIN esaminati sono quelli di Augusta-Priolo, Milazzo e Crotone. I primi due sedi di raffinerie, centrali elettriche e siderurgia, Crotone invece interessato da una storia di stabilimenti in cui si produceva zinco, fosfati e fertilizzanti azotati. Tutte e tre le aree, in particolare gli specchi mare antistanti, sono diventate per decenni la discarica di metalli pesanti, idrocarburi e composti organici che hanno inzuppato i sedimenti marini, ricircolando nelle acque e quindi attraverso il plancton nei pesci e nell’uomo. Tre laboratori a cielo aperto di ecotossicologia nel mezzo degli struggenti paesaggi siciliani e calabri che hanno visto per cinque anni avvicendarsi ricercatori nel tentativo di ricostruire le catene che ricollegano i veleni ambientali dalle matrici acqua, suolo e aria da un lato alle fonti industriali per una dovuta attribuzione di responsabilità, e dall’altro alla popolazione. Per far questo i ricercatori di CISAS hanno messo a punto nuovi modelli matematici, ecotossicologici e biogeochimici per tracciare i contaminati, i loro processi di degradazione chimica e magnificazione attraverso la catena trofica, in una inquietante percorso “<em>from sea to fork</em>”.</p>
<p>Di particolare interesse sono anche gli studi epidemiologici condotti su campioni di popolazione adulta nei tre siti, in modo da cogliere in questi volontari eventuali segnali di correlazione fra interferenti endocrini, metalli pesanti, composti organici e biomarcatori della funzionalità epatica (Priolo), tiroidea (Milazzo) e renale (Crotone), in modo che possano fungere in futuro da sentinelle di una contaminazione in atto. Com’è noto, infatti, soprattutto attraverso l’alimentazione le miscele di contaminanti possono contribuire allo sviluppo di oltre 200 diverse malattie, fra cui tumori, disturbi cardiaci e metabolici.</p>
<p>Un’attenzione speciale il progetto ha dedicato ai bambini, il cui percorso di salute comincia già in utero attraverso esposizioni ambientali della madre. Per questo è stato disegnato un progetto di biomonitoraggio sulla coorte materno infantile delle gravide dei tre siti che ha raccolto l’adesione di circa 800 volontarie, che hanno messo a disposizione della ricerca cordone e placenta, vero e proprio sunto dell’esposoma fetale. Quando i dosaggi dei contaminanti saranno disponibili, essi verranno incrociati con i dati dei questionari fatti alle mamme in cui sono state raccolte le informazioni sugli stili di vita e alimentari, cui seguiranno visite di controllo ai nuovi nati. La ricerca non è intesa a cercare malattie in bambini di norma - e per fortuna - sani, quanto a chiarire i meccanismi epigenetici, immunologici e metabolici che possono condizionare la salute lungo tutto l’arco della vita nelle aree contaminate. Studi epidemiologi come quello storico di <a href="https://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/14_maggio_08/nei-siti-industriali-contaminati-aumenta-rischio-ammalarsi-597c0fa0-d6a5-11e3-b1c6-d3130b63f531.shtml" rel="noopener">“Sentieri”</a>, infatti, hanno osservato nei siti nazionali eccessi di mortalità e ricoveri rispetto alle medie regionali sia per tumori sia per altre malattie, con aumenti anche di malformazioni alla nascita.</p>
<p>È interessante notare come le mamme siano state coinvolte attivamente nella partecipazione al progetto attraverso una ben studiata compagna di comunicazione ambientale che ha coinvolto anche medici, autorità e scuole.</p>
<p>Sarebbe bello che il libro riportasse l’interesse pubblico sul tema delle bonifiche, e che queste ripartissero con il piede giusto anche grazie agli strumenti analitici messi a punto dai ricercatori di CISAS. E che i piani di ripresa e resilienza, e più in generale di transizione ecologica, immaginassero una ripartenza esemplare proprio da queste aree. Non a beneficio di chi le ha ridotte in quello stato, ma sperimentando soluzioni innovative di bioeconomia rigenerativa, come suggerito nella parte finale del libro.</p>
<p><strong>Il libro &ldquo;Ambiente e salute nei siti contaminati&rdquo; verrà presentato in un webinar martedì 13 aprile dalle ore 14:00. Modera: Luca Carra. Intervengono: Alessandro Bratti (ISPRA), Daniela Corda (CNR), Fabio Trincardi (CNR), e gli autori. Per registrarsi clicca a questo <a href="https://register.gotowebinar.com/register/3784130209250980619" rel="noopener">link</a>.</strong></p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’incantevole morte della realtà: Labatut e le vertigini del pensiero scientifico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/incantevole-morte-realta-labatut-vertigini-pensiero-scientifico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/incantevole-morte-realta-labatut-vertigini-pensiero-scientifico/</guid><pubDate>Tue, 30 Mar 2021 16:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristian Fuschetto</dc:creator><category>libri</category><description>Benjamin Labatut dona carne e sangue alle vertigini del pensiero scientifico, ausculta i battiti che muovono teorie fisiche e matematiche apparentemente senza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/incantevole-morte-realta-labatut-vertigini-pensiero-scientifico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/incantevole-morte-realta-labatut-vertigini-pensiero-scientifico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Benjamin Labatut dona carne e sangue alle vertigini del pensiero scientifico, ausculta i battiti che muovono teorie fisiche e matematiche apparentemente senza cuore, inventa storie che aprono porte nella realtà. Della realtà ordinaria, che tutti conosciamo grazie ai nostri sensi, e di quella straordinaria, nascosta ma presentissima, che da circa un secolo alimenta le tecnologie di cui oggi nessuno potrebbe più fare a meno e che tuttavia “nessun’anima, viva o morta, ha veramente capito”. <em>Quando abbiamo smesso di capire il mondo</em>, edito da Adelphi, è un caso editoriale e sarebbe strano il contrario.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/incantevole-morte-realta-labatut-vertigini-pensiero-scientifico-body-1.jpg.webp" alt="" width="600" height="943" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="carnefici-della-verità">Carnefici della verità</h2><p>Labatut non si limita a tracciare la genealogia di formule matematiche abissali in grado di ridisegnare lo spazio e la geometria per arrivare al “cuore del cuore” delle cose, come quelle di Alexander Grothendieck e Shinichi Mochizuki, non si limita a ricostruire gli slanci sovrumani da cui nascono i calcoli di Karl Schwarzschild, che con infinito stupore di Einstein risolse le equazioni della relatività generale intravedendo la possibilità di una “lacerazione” del tempo e dello spazio; le ipotesi di Louis de Broglie, raffinato e bizzarro principe dal talento sconfinato che intuì la natura duale, materiale e immateriale, ondulatoria e corpuscolare, non solo della luce ma di tutta la realtà (“Non è solo la luce a subire questo sdoppiamento, ma ognuno degli atomi con cui Dio ha costruito l’universo”); le equazioni di Erwin Schrödinger, crepuscolare tombeur de femmes capace di catturare in una formula, la funzione d’onda, tutte le possibili evoluzioni di un qualsiasi sistema fisico, quasi fosse possibile fotografare migliaia di realtà parallele; le oscure matrici di Werner Heisenberg, inventore di un nuovo modo non solo di descrivere ma di pensare la fisica subatomica; Labatut non si limita a fare tutto questo, lo scrittore cileno intreccia le conquiste del pensiero scientifico in un romanzo psicologico in cui ogni personaggio è al tempo stesso vittima e carnefice di quel che comunemente va sotto il nome di verità.</p>
<h2 id="la-meccanica-quantistica-un-monolite-caduto-dallo-spazio">La meccanica quantistica? Un monolite caduto dallo spazio</h2><p>“Possiamo scindere gli atomi, ammirare la prima luce e predire la fine dell’universo con un pugno di equazioni, scarabocchi e simboli arcani che le persone normali, che pure controllano ogni minimo dettaglio della propria vita non comprendono. Ma non si tratta solo di gente comune: nemmeno gli scienziati capiscono più il mondo” dice nell’Epilogo il giardiniere notturno al protagonista, l’io narrante che in una manciata di capitoli conduce il lettore nella solitudine del genio, implacabilmente in preda delle proprie ossessioni fosse pure tra le trincee di una  guerra (Karl Schwarzschild e Fritz Haber), in castelli nobiliari rappezzati d’opere d’arte manicomiale (Louis de Broglie), in coffee shop tra ubriachi e prostitute o su isole sperdute (Werner Heisenberg), in sanatori (Erwin Schrödinger) o in comunità hippie (Grothendieck). “Prenda la meccanica quantistica – continua il giardiniere, ex matematico che parla della matematica come gli ex alcolisti parlano dell’alcol – la gemma sulla corona della nostra specie, la teoria fisica più precisa, più bella e di più vasta portata che sia mai stata concepita. Sta alla base di internet, dei telefoni cellulari e offre la promessa di un potere digitale paragonabile solo all’intelligenza divina. Ha trasformato il nostro mondo fino a renderlo irriconoscibile. Sappiamo come usarla, funziona per una sorta di miracolo, e tuttavia su questo pianeta non c’è una sola anima, viva o morta, che la capisca veramente. La mente non è in grado di districare i suoi paradossi e le sue contraddizioni. Sembra che questa teoria sia caduta sulla Terra come un monolite proveniente dallo spazio, e noi le giriamo intorno a quattro zampe tipo scimmie, giocandoci, lanciandole contro sassi e bastoni, ma senza un’autentica cognizione”. Non sono le iperboli narrative a dare ritmo alle pagine, cose del genere le hanno pensate e dette gli scienziati per primi ed è fin troppo facile ricordare le celebri parole di Richard Feynman, secondo cui “nessuno capisce la meccanica quantistica”. Ad appassionare non è (solo) l’elenco di paradossi che chiamiamo realtà o la scoperta di paesaggi mentali surreali puntualmente confermati da ogni esperimento, ad appassionare è la narrazione di questa mirabile insensatezza. Ma sia chiaro, quella di Labatut non è una denuncia nei confronti di una scienza divenuta incomprensibile, tutt’altro, la sua è una dichiarazione d’amore. Picasso amava ripetere che “Ogni atto di creazione è innanzitutto un atto di distruzione”, Labatut mette in mostra quanto questo sia vero anche per lo scienziato e non solo per l’artista, con la differenza che a morire ogni volta non è un’idea di realtà ma la realtà.</p>
<h2 id="squarci-nelluniverso-la-singolarità-di-schwarzschild">Squarci nell&rsquo;universo: la &ldquo;singolarità di Schwarzschild&rdquo;</h2><p>Prendiamo per esempio la reazione di Karl Schwarzschild all’ipotesi che pian piano stava balenando nella sua testa, passata alla storia come la “Singolarità di Schwarzschild”. Immerso nella carneficina della Grande Guerra, approfitta dei privilegi di tenente per farsi spedire riviste di fisica e, nel novembre del 1915, legge le equazioni sulla relatività generale pubblicate da Einstein. In meno di un mese le risolve, le invia al padre della relatività lasciandolo letteralmente basito, e ferito quasi a morte continua ad affinare i suoi calcoli. Si rende conto che, se applicati a una stella comune, le formule confermano quanto previsto da Einstein sulla curvatura dello spazio. Il problema nasce quando si ipotizza l’esistenza di una massa troppo grande in un’area troppo piccola, in quel caso i numeri gli fanno intravedere qualcosa di inconcepibile, la curvatura infinita dello spazio, una sorta di voragine senza fine separata dall’universo. Sono i buchi neri, solo mezzo secolo prima di essere concepiti. La sua è la reazione di un uomo atterrito. “L’immaginazione umana non riesce a trovare un solo luogo in cui gettare l’ancora” e l’alternativa non possono essere queste “sfere morte paragonabili a molecole di gas che volano da una parte all’altra in modo del tutto irregolare, al punto che il loro stesso caos sta per assurgere a principio”. Svela un mistero e trova l’incomprensibile.</p>
<h2 id="vedere-linvisibile-le-matrici-di-heisenberg">Vedere l&rsquo;invisibile, le matrici di Heisenberg</h2><p>E così pure Werner Heisenberg, che a poco più di vent’anni inventa una nuova fisica partendo da un solo assunto: possiamo parlare solo di ciò che possiamo osservare, cosa che per chi si occupa di particelle subatomiche può voler dire che non possiamo parlare più di niente. E invece no, perché ogni volta che un elettrone cambia orbita emette un fotone e questo può essere registrato su una lastra fotografica. Ecco, Heisenberg parte da qui, dalle tracce dei fotoni emessi dagli elettroni per capire cosa accade nell’infinitamente piccolo e, incredibilmente, ci riesce. È come dedurre tutte le regole del torneo di Wimbledon, da quanto deve essere tesa la rete all’obbligo (all’epoca) dei giocatori di vestirsi di bianco, solo potendo vedere le palline lanciate fuori dallo stadio. Anche per lui è pressoché impossibile cogliere la connessione tra le matrici inventate nel giugno del 1925 sull’isola di Helgoland e il mondo reale, fatto sta che funzionano. Labatut immagina l’incontro tra Heisenberg e il suo maestro, Niels Bohr. Passeggiano nel freddo inverno di Copenaghen, il giovane gli racconta la strana relazione binaria tra le proprietà degli oggetti quantistici, il fatto per cui meglio si conosce una variabile, peggio si conosceranno tutte le altre, la condanna per cui misurare con assoluta certezza la posizione di un elettrone significherà non poter sapere nulla della sua velocità, l’assurda condizione per cui, immobile o velocissima come la luce, quella porzione di materia sarà sistematicamente inaccessibile. “Bohr volle sapere se quelle relazioni si presentavano a qualsiasi scala della materia o solo a livello subatomico; Heisenberg gli assicurò che quelle relazioni funzionavano per gli elettroni esattamente come per loro stessi, benché l’effetto negli oggetti macroscopici fosse impercettibile e in una particella gigantesco”. Bohr vuole sapere se questo è un limite dovuto agli strumenti teorici o empirici dettati dal tempo, e Heisenberg, gelido, gli risponde di no. “Questo limite è costitutivo della realtà, nessun fenomeno può avere più attributi definiti contemporaneamente”. La sua prima intuizione di fermarsi solo a quanto osservabile era più vera di quanto potesse immaginare: non si può vedere un’entità quantistica per la sola ragione che essa non ha una sola identità. L’indeterminazione governa la struttura delle cose. Anche Heisenberg come Schwarzschild svela un mistero e trova l’incomprensibile.</p>
<p>Secondo Einstein “la fisica è un tentativo di afferrare concettualmente la realtà, quale la si concepisce indipendentemente dal fatto di essere osservata”. Il lavoro di Labatut è il racconto di come la scienza ha meravigliosamente finito per smentirlo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'infinito a teatro. Quando intervistai John Barrow</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/linfinito-teatro-quando-intervistai-john-barrow/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/linfinito-teatro-quando-intervistai-john-barrow/</guid><pubDate>Sun, 07 Mar 2021 04:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>arte</category><description>L&amp;amp;rsquo;intervista di 19 anni fa al matematico e cosmologo John Barrow al debutto dello spettacolo Infinities , cui il Piccolo Teatro di Milano dedica un evento lunedì 8 marzo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/linfinito-teatro-quando-intervistai-john-barrow-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/linfinito-teatro-quando-intervistai-john-barrow-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Diciannove anni fa, al Piccolo Teatro di Milano, debuttava <em>Infinities</em>, lo spettacolo di Luca Ronconi basato sul testo del cosmologo e matematico John Barrow. Lunedì 8 marzo, il Piccolo Teatro organizza, in collaborazione con il Politecnico di Milano, un incontro per ricordare lo spettacolo nel giorno in cui Luca Ronconi avrebbe compiuto 88 anni, a pochi mesi dalla prematura scomparsa di John Barrow (si può seguire la diretta sulla <a href="https://www.facebook.com/PiccoloTeatro" rel="noopener">pagina Facebook</a> del teatro). Diciannove anni fa, in attesa della prima di <em>Infinities</em>, Luca Carra intervistava Barrow per l&rsquo;<em>Unità</em>: un dialogo sugli infiniti, sulla libertà e l&rsquo;Universo che riproponiamo qui.</em></p>
<p>Milano, 7 marzo 2002 - Disegna una linea immaginaria nell’aria. Una curva ascendente che vorrebbe rappresentare l’Universo che si espande all’infinito, in una serie continua di inflazioni. Maglioncino scappato da inglese, ciuffo alla George Harrison anni ’60, John Barrow ha tutta l’aria di un bancario della City in vacanza in Italia. E quelle linee che disegna nell’aria potrebbero essere il resoconto di un’azione del Manchester United. Invece ci troviamo davanti a uno dei più grandi matematici e cosmologi viventi. Blair l’ha “appuntato”, come si dice da quelle parti, direttore del Millennium Project per far conoscere e amare la matematica a quel popolo di bevitori di birra. Oggi invece è a Milano invitato dalla Fondazione Sigma Tau e dal Centro culturale CMC per una conferenza sui paradossi dell’infinito. Che poi è l’argomento dello spettacolo teatrale <em>Infinities</em> che debutterà al Piccolo Teatro l’8 marzo (repliche fino al 28), una scommessa giocata insieme al regista Luca Ronconi per mettere in scena la scienza.</p>
<p>E che scienza. Due anni fa a Barrow è stato chiesto un testo che potesse essere rappresentato a teatro e che riguardasse i suoi interessi più radicati. La scelta era già fatta: non si poteva che parlare di infinito, origine dell’Universo e quisquilie simili. Anziché spaventarsi, Ronconi si è fatto intrigare dall’astrattezza del tema, al punto da prevedere un’opera che non ha personaggi e non ha trama. I volonterosi milanesi che si sottoporranno al supplizio culturale si troveranno così a spostarsi tra cinque sale diverse del teatro, in ognuna delle quali si rappresenta un “quadro” che ha a che fare con i tipici paradossi dell’infinito.</p>
<p><strong>Per esempio?</strong></p>
<p>«Il primo a cui ho pensato, il più umano, è il paradosso della vita eterna», racconta Barrow. «Tutti vorremmo vivere all’infinito, ma pensi alle complicazioni che sorgerebbero: assicurazioni che non saprebbero più come determinare il premio, la giustizia che si troverebbe impossibilitata a comminare pene proporzionate con l’eternità della vita; le religioni che si basano sulla promessa di una vita senza fine in scacco pure loro. Ma soprattutto ci troveremmo nella bizzarra situazione di vivere contemporanemanete con i nostri padri, nonni, bisnonni, trisavoli. La vita sarebbe una sequela infinita di consigli… il peso dell’esperienza altrui su di noi sarebbe tale da renderci impossibile una vita libera».</p>
<p><strong>Il tema della libertà ha a che fare anche con le nozioni più tecniche di infinito, per esempio in fisica e in cosmologia.</strong></p>
<p>«Infatti un’altra delle scene rappresenta proprio ciò che accade a concepire un universo infinito nel tempo e nello spazio. Per definizione, se l’Universo è, come credo, infinito nello spazio, allora tutto ciò che ha una pur minima probabilità di accadere accadrà infinite volte. In altre regioni dell’Universo ci sono in questo momento altri io e lei che stanno parlando della stessa cosa».</p>
<p><strong>Un Universo dove nulla è originale.</strong> </p>
<p>«Sì, dove anche gli eventi più cruciali sono accaduti infinte volte. Come la crocifissione e la incarnazione di Gesù. Sant’Agostino, riflettendo sulla circolarità del tempo, aveva immaginato una situazione del genere e ne era rimasto orripilato. Davanti all’infinito la gente si fa cogliere spesso da questo sentimento da angoscia. Eppure pensare l’infinito può essere anche una straordinaria esperienza intellettuale».</p>
<p><strong>Come spiega nell’ultimo suo libro tradotto in italiano <em>Da zero a infinito. La grande storia del nulla</em> (Mondandori), la matematica ha tratto il massimo giovamento per il suo sviluppo da due nozioni: quella di nulla (zero) e quella di infinito. Si può dire che è la sola scienza che è riuscita a domare l’infinito, a “contarlo”.</strong></p>
<p>«Certo. In un primo tempo anche nella matematica c’è stato sconcerto di fronte a questa dimensione. È stato proprio Galilei in uno dei suoi <em>Dialoghi</em> a notare un vero e proprio paradosso, anche questo raccontato nella pièce teatrale attraverso la metafora di un albergo con infinite camere: se noi enumeriamo la serie dei numeri naturali 1, 2, 3, 4, 5… e poi diciamo solo i numeri pari 2, 4, 6, 8… dovremmo concludere che i secondi sono la metà dei primi. E invece no, dice Galilei: basta unire con una freccia 1 con 2, 2 con 4, 3 con 6, e via di seguito all’infinito. La corrispondenza tra le due serie è biunivoca, quindi, in teoria i primi sono tanto numerosi quanto i secondi. Sarà il matematico Georg Cantor a fine Ottocento a mettere ordine in questa materia costruendo una matematica degli infiniti numerabili e non numerabili. È in quel momento che il pensiero moderno passa da una nozione aristotelica dell’infinito come pure potenzialità agli infiniti come oggetti attuali di calcolo. La matematica ne riceverà una spinta e un senso di libertà enorme».</p>
<p><strong>E il teatro riuscirà a domare l’infinito? Che cosa si aspetta John Barrow dallo spettacolo di Ronconi?</strong></p>
<p>«Sono pronto a farmi sorprendere. Non so davvero nulla di come il regista ha tradotto sul palcoscenico questi temi. È stata una mia decisione non interferire nella sceneggiatura. Ho discusso a lungo con Ronconi delle parti del mio testo che si prestavano meglio a una trasposizione sulla scena, ma non ho presenziato alle prove. Aspetto dunque con la sua stessa trepidazione la prima di Milano».</p>
<h4 id="box-zero-e-vuoto">BOX: Zero e vuoto</h4><p>I greci non ne amavano il concetto. Nella loro logica il nulla non trovava diritto di cittadinanza. E infatti a inventarlo sono stati gli indiani, il cui misticismo non trovava motivo di scandalo a inserire nella serie di numeri quel circolino che vuol dire, semplicemente, “niente”. Serviva, dato che quando a una quantità se ne sottraeva una uguale non si sapeva cosa scrivere come risultato. Non solo, serviva anche a creare le decine, le centinaia e via di seguito con un semplice spostamento nella posizione di quel circolino all’interno della cifra.</p>
<p>“Il sistema di numerazione indiano rappresenta probabilmente l’innovazione intellettuale di maggior successo mai escogitata da essere umano”, scrive John Barrow nel suo ultimo libro tradotto in italiano <em>Da zero a infinito. La grande storia del nulla</em>, in cui si può seguire la genealogia anche linguistica dello zero.</p>
<p>Sul Gange lo chiamarono <em>sunja</em>. Gli arabi presero a prestito il comodo concetto chiamandolo <em>safir</em>, che arrivando in Europa alla fine del medioevo attraverso la Spagna moresca venne ribattezzato <em>zephirum</em> in latino. Da lì in italiano divenne <em>zefiro</em>, poi <em>zevero</em>, che alla fine fu contratto in dialetto veneziano come zero.</p>
<p>Di nulla matematico si parla diffusamente nella prima parte del libro, ma a disputare la parte di protagonista allo zero è il concetto fisico e cosmologico di vuoto. Alla parte storica, in cui si narra la sequela di tentativi di Torricelli e degli altri fisici postgalileiani di ottenere il vuoto in un contenitore, segue una trattazione ancora più avvincente (anche se piuttosto ardua) della nozione di vuoto nella relatività generale e soprattutto nella fisica quantistica. Il motivo della trattazione non è di pura erudizione, se si pensa che proprio grazie all’idea di vuoto quantistico la cosmologia moderna ha potuto rendere conto dell’espansione dell’Universo a partire dal Big Bang e dell’esistenzea di galassie, stelle, pianeti. Dopo la teoria dei quanti, infatti, l’unico “vuoto” concepibile è un livello mimimo di energia che resta dopo che da un contenitore è stato tolto tutto ciò che si è riuscito a togliere.</p>
<p>Quelle impercettibili fluttuazioni di energie e particelle che restano anche nel vuoto cosmico primordiale sono, con tutta probabilità, le responsabili di quelle imperfezioni e addensamenti di energia e materia che durante i 15 miliardi di anni di espansione del nostro Universo hanno consentito la nascita per concrezione di tutti i corpi celesti. E grazie al carbonio, della nascita della vita.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il museo geologico avrà una casa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/museo-geologico-avra-casa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/museo-geologico-avra-casa/</guid><pubDate>Tue, 02 Mar 2021 15:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>terra</category><description>Veduta aerea del Museo delle Civiltà, dove verranno ospitati i reperti dello storico Museo Geologico, inaugurato nel 1885 e chiuso nel 1995.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>&ldquo;Oltre ‪100.000‬ di collezioni paleontologiche, provenienti principalmente da giacimenti in Italia, i più antichi risalenti a 570 milioni di anni fa; circa 55.000 campioni di collezioni lito-mineralogiche&hellip;una raccolta delle attrezzature e della strumentazione tecnico/scientifica utilizzata nel corso di 140 anni per il monitoraggio e l&rsquo;analisi del territorio.&rdquo;</p></blockquote>
<p>È una sintetica descrizione del Ministero della cultura di un patrimonio che pochi conoscono e al momento chiuso in casse di legno da trent&rsquo;anni ma che presto potrebbe tornare a vedere la luce: il Museo Geologico. Una delle collezioni più importanti d&rsquo;Europa che solo l&rsquo;impegno di una manciata di enti e associazioni, una su tutte <a href="https://www.italianostra.org/il-museo-geologico-nazionale-esce-dalloblio-dopo-17-anni/" rel="noopener">Italia Nostra</a>, ha salvato da un misero destino.</p>
<p>Eppure il museo nacque sotto i migliori auspici: fu uno dei primi musei nati dopo l&rsquo;unità di Italia, voluto fortemente da un uomo simbolo degli anni postunitari, Quintino Sella.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-1.jpg.webp" alt="" width="404" height="546" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Quintino Sella (1827-1884) nel 1870. </p>
<p>Più volte ministro delle finanze dal 1862 al 1873, ma anche grande studioso appassionato di mineralogia, Sella promosse la costruzione di un edificio per ospitare il Regio Ufficio Geologico e l&rsquo;annesso Museo Agrario-Geologico. Costruito dall’ingegner Raffaele Canevari in stile liberty, il palazzo fu inaugurato il 3 maggio 1885 alla presenza di re Umberto I. Quintino Sella, che morì nel 1884, non poté mai visitarlo ma lasciò al museo la sua collezione di reperti raccolti durante la sua attività di geologo e alpinista (Sella fu tra i fondatori del Club Alpino Italiano).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1389" height="1076" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Illustrazione dell&rsquo;inaugurazione del Museo Agrario-Geologico, Roma 1885.</p>
<p>Negli anni successivi il museo e il servizio geologico hanno prodotto risultati importanti. Lì sono stati raccolti e analizzati per decine di anni i campioni lapidei, minerari e paleontologici provenienti dal territorio italiano: una attività che ha permesso di elaborare la <a href="https://www.isprambiente.gov.it/Media/carg" rel="noopener">Carta geologica d&rsquo;Italia</a>, strumento fondamentale per la rappresentazione e lo studio del territorio e delle sue risorse. E la collezione si è arricchita di importanti collezioni di marmi antichi donati o acquistati dallo Stato italiano che ne ha fatto bella mostra nelle esposizioni universali in tutto il mondo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/museo-geologico-avra-casa-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Palazzo Canevari, prima sede del Museo geologico nazionale. Immagine: Wikipedia" width="1503" height="1080" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Palazzo Canevari, prima sede del Museo geologico nazionale. Immagine: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Canevari#/media/File:Ufficiogeologico.jpg" rel="noopener">Wikipedia</a>.</p>

<p>Nel 1995 si decise di ristrutturare il palazzo per portare a compimento l&rsquo;intento originale e farne il polo museale nazionale delle scienze della Terra: migliaia di fossili disposti su 2.400 metri quadrati vennero inscatolati e messi in un magazzino. Fino a oggi, perché da allora iniziò un percorso travagliato, tipicamente italiano.</p>
<p>Le strade del Museo geologico e di Palazzo Canevari si separarono: nel 2003 il governo, a caccia di liquidi, catalogò il palazzo -ormai vuoto e ancora in restauro- tra i beni da cartolarizzare e nel 2005 lo cedette a una società controllata dallo stato. Da allora si sono registrati vari passaggi di proprietà, fino a portare il palazzo tra i beni della Cassa depositi e prestiti che non ha mai inteso ripristinare il progetto originale. Non è andata meglio al museo: quasi se ne perse la memoria. Solo l&rsquo;ISPRA, che dal 2008 è custode degli oltre 150.000 reperti, ha tentato di valorizzare le collezioni allestendo un <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/museo" rel="noopener">museo virtuale</a> ma di fatto i reperti sono rimasti sepolti in un magazzino, in condizioni non ottimali di conservazione e senza alcuna prospettiva di essere restituiti al pubblico e alla comunità scientifica.</p>
<p>Fino al 9 febbraio 2021, quando -forse- la storia ha iniziato a prendere una piega più favorevole. Il Ministero della cultura e l&rsquo;ISPRA <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/news/firmata-convenzione-tra-mibact-e-ispra-per-la-valorizzazione-del-patrimonio-geologico" rel="noopener">hanno firmato una convenzione</a> che istituisce il Museo di Geopaleontologia italiana &ldquo;Quintino Sella&rdquo;. Incaricati di valorizzare le collezioni sono il Museo delle Civiltà in collaborazione con l&rsquo;ISPRA. Dovranno programmare progetti di comunicazione, didattica e ricerca. Una nuova vita al sogno di Quintino Sella.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Premio immeritato per «Il genio non esiste» di Barbascura X</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x/</guid><pubDate>Thu, 28 Jan 2021 19:57:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Rita Longo</dc:creator><category>libri</category><description>Secondo Anna Rita Longo, il libro di Barbascura X Il genio non esiste (e a volte è idiota) non è altro che un&amp;amp;rsquo;opera di mero intrattenimento, che contribuisce alla diffusione della disinformazione. L&amp;amp;rsquo;assegnazione del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica, secondo Longo, sarebbe dunque immeritato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Qualche tempo fa lessi la notizia della selezione dei libri finalisti per l’edizione 2020 del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica «Giancarlo Dosi», iniziativa che, per sua definizione, è «orientata a far conoscere e approfondire la cultura scientifica». Tra i libri selezionati c’erano opere che mi sono piaciute molto e qualcuna che definirei anche un piccolo capolavoro. In generale, si trattava di scelte che mi sembravano appropriate per gli scopi del premio, con l’eccezione di una: quella in seguito proclamata vincitrice assoluta. Si tratta del libro <em>Il genio non esiste (e a volte è un idiota)</em> di un autore noto con lo pseudonimo di Barbascura X, pubblicato per i tipi di Tlon. Argomento del libro è l’esame della biografia di alcuni noti personaggi della scienza dall’antichità all’età contemporanea, che dimostrerebbe l’assoluta inconsistenza della loro genialità e illustrerebbe le vere ragioni alla base delle loro scoperte. Credo che le motivazioni delle mie perplessità saranno chiare al termine di questa recensione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2021/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/premio-immeritato-genio-esiste-barbascura-x-body-1.jpg.webp 877w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="877" height="1388" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Nel complesso, sebbene non originale – i precedenti sono moltissimi – l’idea della smitizzazione e umanizzazione del genio è condivisibile. Il fatto di presentare i protagonisti di rivoluzioni scientifiche e tecnologiche come menti superiori totalmente avulse dai loro tempi è antistorica e superata. Nel corso del tempo, la storia della scienza ha sempre più spesso cercato di illustrare la temperie culturale nella quale è sorta e si è sviluppata una determinata innovazione, illuminando intrecci complessi di relazioni e contributi. Può anche essere molto utile allontanarsi dalle costruzioni agiografiche che hanno creato nel tempo delle figure monodimensionali e sicuramente poco realistiche. L’idea di per sé potrebbe, quindi, reggere. Uno dei concetti di fondo che l’autore sottolinea più volte è proprio il fatto che i grandi geni, pur non essendo, appunto, altro che «idioti» siano riusciti a raggiungere i loro scopi con perseveranza e studio, pur inanellando sequele di stupidaggini. Sembrerebbe, quindi, un buon messaggio di fondo a favore dell’impegno e dello studio con il quale anche l’«idiota» di turno può diventare il genio ricordato dalla storia.</p>
<p>Non male anche la scelta di inframmezzare l’esposizione con un po’ di debunking di alcuni noti miti: frasi mai dette dall’autore al quale sono comunemente attribuite, imprecisioni, false credenze e simili. Si può non essere d’accordo con le scelte stilistiche dell’autore, con il continuo tentativo di strappare crasse risate con un uso disinvolto e gratuito del turpiloquio (lo spettatore di YouTube, piattaforma su cui Barbascura X è molto attivo, non viene deluso dal suo beniamino), ma non è questo che ci scandalizza né può apparire nuovo a chi ricorda alcune pagine di Aristofane, Marziale, Orazio, Catullo e tanti altri. Semmai dopo un po’ stanca la mancanza di inventiva, perché le parole (e le parolacce) tendono a ripetersi e le gag reiterate hanno l’effetto esplosivo di un petardo bagnato. Il problema nasce dal fatto che l’economia generale del discorso contraddice queste premesse, anzi le rovescia del tutto. Se l’intento è sottolineare l’importanza dello studio e dell’approfondimento, risulta difficile conciliare questi elementi con il fatto che da tutti i capitoli, al netto delle battute da ultimo banco alle medie, si ricava invece la morale che tutto ciò che di importante è stato fatto dagli esseri umani è frutto di un cumulo di fattori in cui la parte del leone è svolta dal caso, dalla stupidità e da azioni vergognose. Faccio una premessa: devo forzosamente scegliere tra i molti esempi che potrei portare a sostegno delle mie argomentazioni.</p>
<p>Per ciascuno tra quelli citati provo almeno per sommi capi a indicare la motivazione del mio disaccordo con l’autore (anche se per illustrare ogni caso sarebbe necessaria una lunga argomentazione) e elencarli tutti occuperebbe un libro e non una recensione, che non può per definizione essere esaustiva negli apprezzamenti come nelle critiche a un testo. Se è vero che l’autore, di tanto in tanto, fa del debunking, è difficile riconoscergli una certa credibilità quando, per esempio, proprio nell’incipit, incappa in una citazione tutt’altro che sicura (anzi, probabilmente sospetta, se non certamente apocrifa) attribuita a Marie Curie («Non ho paura della perfezione, non la raggiungerò mai»), ma anche, per esempio, a Salvador Dalí, senza una chiara fonte. La frase della Curie è peraltro, come mi segnala il mio lettore di ebook, tra le più sottolineate dai lettori, che probabilmente contribuiranno a citarla a loro volta, sempre nel suo essere dubbia e senza fonte. Ho fatto l’esempio di questa frase, ma non si tratta certo dell’unica citazione data per certa anche se fortemente dubbia e questo fa un po’ specie visto che l’autore si prende gioco di chi adopera citazioni apocrife di Einstein. Questi sono aspetti piuttosto fastidiosi che un editing serio avrebbe dovuto contribuire a eliminare, insieme a qualche errore di ortografia e sintassi.</p>
<p>Difficile riuscire a vedere nell’autore un paladino dell’approfondimento e del duro lavoro se, per esempio, in buona parte delle storie raccontate, notiamo moltissima approssimazione. Nel raccontare di Leucippo, per esempio, prende posizione sul fatto di considerarlo uno pseudonimo di Democrito, citando, a conforto della propria tesi, Tannery: «se la appoggia uno che si chiama come una marca di tovaglioli da cucina non puoi che fidarti», scrive. Al netto della freddura, sarebbe forse stato onesto dire al suo lettore che questa è una tesi che non convince la maggior parte degli studiosi attuali, nonostante l’autorità della marca di tovaglioli. Per quanto la figura di Leucippo, come quella di tanti pensatori antichi, sia avvolta da molte incertezze, possiamo dire a Barbascura X che probabilmente no, Leucippo non è Democrito, anche se la distinzione delle tesi e del pensiero dell’uno e dell’altro è un problema difficile. Uno di quei problemi che necessitano di quello studio e di quell’approfondimento nei quali il libro di Barbascura X vorrebbe invitare a impegnarsi. Può anche darsi che alcuni trovino molto divertente una battuta come questa: «Che bella la filosofia. Alla fine è così che è nata: come l’arte di dire cose a caso ma con convinzione, sperando che nessuno se ne accorga». A me ricorda le battute che circolano da decenni tra i ragazzi del liceo, ma il rischio di trovarle in un libro popolare è che vengano prese un po’ troppo sul serio. Più che le battute che adoperano turpiloquio scatologico (piuttosto ripetitive, come si sottolineava), sono considerazioni di questo tipo che mi preoccupano, per il sottotesto che nascondono, e stupiscono particolarmente in un libro pubblicato da un editore che ha tra i suoi obiettivi la divulgazione filosofica e la promozione della sua importanza. Anche questo passaggio, peraltro, risulta tra i più sottolineati dai lettori.</p>
<p>Vediamo, poi, il modo in cui viene liquidato Epicuro:</p>
<blockquote>
<p>«anche lui gran paraculo di mestiere, che aveva sparato diverse supercazzole pseudoscientifiche nel tentativo di far tornare i conti [&hellip;] La cosa che mi affascina è che, nonostante sappiamo che tutto ciò che sia stato affermato da Epicuro sia tragicamente sbagliato, questi gancetti sono una versione semplificata molto ingegnosa dei legami chimici che Democrito non era stato in grado di immaginare. Anche se, a ben guardare, era nato semplicemente come un modo estremamente paraculo di far tornare i conti e mettere una pezza».</p></blockquote>
<p>Sempre prescindendo dallo stile, io vedo il rischio che passi l’idea che Epicuro non ha detto niente di particolare e che il suo unico contributo sia stato mettere gli uncini agli atomi. Il suo giovane lettore avrà l’idea di trovarsi di fronte a uno dei pensatori più influenti della storia? Personalmente ne dubito.</p>
<p>O, per esempio, a proposito di Empedocle, a un certo punto dice: «Non fa nulla se non ci stai capendo un cazzo, tanto son tutte stronzate». Vuol essere una battuta, lo so, ma il sottotesto a me non piace perché è un invito a liquidare, banalizzare ciò che non si conosce e non si capisce e ad appiattire la prospettiva storica. Subito dopo l’autore rincara la dose mettendo in ridicolo e fraintendendo il senso della teoria delle forze attrattive e repulsive che uniscono e separano le particelle, presentandola come una specie di applicazione alla fisica antica dei principi di un reality show come Primo appuntamento o, perché no, a questo punto, della logica di un’app di incontri. Come questo possa costituire un invito a capire e a sforzarsi per approfondire non è dato sapere.</p>
<p>O prendiamo l’esempio di una citazione «colta» che l’autore fa a sostegno della propria tesi:</p>
<blockquote>
<p>«D’altronde Democrito non casca in piedi manco con Dante, che nell’Inferno (Canto iv) lo definisce: ‘Democrito, che ’l mondo a caso pone’. Che caso. Insomma, Democrito che dice cose a caso e non spiega niente di questo caso, ma casualmente tutti hanno finito per credergli. Nemmeno lui sa il perché. Però oh, tanto di cappello».</p></blockquote>
<p>Piuttosto io direi tanto di cappello a Barbascura X che riesce, in un sol colpo, a fraintendere Dante e Democrito. Dante era un intellettuale cristiano del Medioevo e qui, nella sua prospettiva di autore cristiano, non può non condannare il ruolo riconosciuto da Democrito al caso nelle dinamiche naturali, perché, naturalmente, Dante riconosce nel mondo l’esistenza di un principio creatore e regolatore, identificato con il Dio cristiano. «A caso pone» non significa quindi, come vuole la «sapida» battuta di Barbascura X, «dire cose a caso (senza spiegare niente del caso)», perché quel «pone» ha un significato tecnico filosofico. Era una battuta, capisco, ma con un messaggio sottinteso che può arrivare al lettore e tradursi in disinformazione. Qui mi sarei, piuttosto, aspettata un elogio di Democrito – anche scritto con un linguaggio colorito, se proprio l’autore ci tiene tanto – che anticipa il ruolo del caso all’interno delle dinamiche naturali (si veda, per esempio, il ruolo delle mutazioni casuali nell’evoluzione delle specie) che Dante non poteva cogliere, ma un uomo di scienza del XXI secolo come Barbascura X sì. Molto più opportuno, a suo dire, trasmettere una nozione scorretta di analisi del testo e una banalizzazione storico-scientifica, perché evidentemente questo è ciò che pensa sia giusto fare quando ci si occupa di divulgazione.</p>
<p>Nel parlare di Darwin, l’autore dice:</p>
<blockquote>
<p>«Ma attenzione: Darwin giunse a queste conclusioni molti anni dopo il suo ritorno. Tuttavia questo ci dimostra un punto importante, ovvero che Darwin non ha detto nulla di nuovo. Ha solo unito i punti che il sacro culo gli aveva già allineato sul suo cammino, pronti e succosi affinché qualcuno li notasse».</p></blockquote>
<p>Sempre e solo una battuta per l’autore, ma, a parte l’errore palese sul fatto che Darwin concepì la sua teoria solo molti anni dopo il suo ritorno (basta guardare i taccuini per averne la prova, e lo stesso Barbascura X vi ha accennato, salvo poi contraddirsi), io vorrei sottolineare anche in questo caso il pericoloso sottotesto. Io non so che idea abbia l’autore di attività come «unire i punti» nel campo della scienza, che è per definizione, nell’accezione moderna, un’opera corale e se si renda conto del fatto che chiunque abbia proposto una teoria che fornisce un’interpretazione dei dati che abbiamo in nostro possesso ha, di fatto, unito i punti. Ma poi mi chiedo quale sia il messaggio che vuole che giunga al suo lettore, spesso giovane. Un innovatore scientifico è per lui più simile a un veggente che riceve una rivelazione totale da parte di una divinità della scienza? L’autore si imbarca anche in una descrizione approssimativa dei rapporti tra la teoria di Wallace e quella di Darwin, che lascia nel lettore il forte dubbio che Darwin sia stato disonesto e che abbia tentato di strappare a Wallace la sua scoperta. È andata così? No, ma la questione è complessa e certo liquidarla in questo modo è estremamente pericoloso, anche perché la faccenda della presunta primogenitura di Wallace è uno degli argomenti di cui gli antievoluzionisti di oggi si servono ideologicamente per colpire Darwin e la teoria dell’evoluzione. Per approfondire la questione, però, bisogna leggere e informarsi. Personalmente suggerirei di partire dal bel libro di Federico Focher <em>L’uomo che gettò nel panico Darwin. La vita e le scoperte di Alfred Russel Wallace</em>, edito da Bollati Boringhieri.</p>
<p>Anche un altro passo mette in evidenza un risultato contrario a quelli che erano gli scopi (se li ho compresi bene, condivisibilissimi) dell’autore. Ci sono alcuni brani in cui l’autore sottolinea l’importanza della parità di genere nella scienza e nella vita che chiaramente sono apprezzabili. Il problema è che non sempre gli esempi adoperati sono funzionali a sostenere questa tesi, anzi talvolta sono gravi e controproducenti semplificazioni. Prendiamo, per esempio, questo passo:</p>
<blockquote>
<p>«La società inglese del periodo vittoriano di Darwin, ad esempio, aveva un’idea assolutamente arretrata delle donne. Non per nulla avrete notato che nessuno degli scambi di idee di Darwin su materie scientifiche fu mai con una donna».</p></blockquote>
<p>Esaminiamo queste affermazioni. È vero che la società inglese vittoriana aveva un’idea assolutamente arretrata delle donne? Io, per esempio, per rispondere a questa affermazione avrei bisogno di un paio di ore di conferenza almeno. Mi sembra un discorso simile a quello di chi dice che il Medioevo è stato un «periodo buio» e liquida così la faccenda, appiattendo la prospettiva storica e senza spiegare «buio» in che senso e perché. Ma soprattutto un’affermazione di questo tipo lascia perplessi proprio a proposito di Darwin. Chiaramente Darwin – non ci si può stupire di questo – era uomo del suo tempo, ma, per esempio, l’autore sembra ignorare totalmente la stima e la fiducia che lo scienziato riponeva nella moglie, Emma Wedgwood Darwin, che considerò interlocutrice e collaboratrice privilegiata anche relativamente alla sua teoria dell’origine delle specie. Con questo non desidero commettere l’errore di Barbascura X di astrarre la figura di Emma Darwin dal suo contesto culturale e sociale, ma solo ribadire che la storia sociale e della scienza è una faccenda complessa e sfaccettata e liquidare così la storia della donna nell’epoca vittoriana non è certo un invito all’approfondimento e allo studio che – ricordiamo – vorrebbe essere lo scopo del libro. Per approfondire il discorso del ruolo di Emma Wedgwood Darwin anche (ma non solo) in rapporto alla teoria dell’evoluzione, suggerisco la lettura del bellissimo libro <em>Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca</em>, scritto da Chiara Ceci per Sironi Editore.</p>
<p>A volte il messaggio che passa, sottinteso ma chiaro, dà davvero i brividi. Se altrove l’autore rimarca, apprezzabilmente, l’importanza della lotta verso discriminazioni, pregiudizi, odio, il tono di alcuni passi sembra profondamente in contrasto con questo intento. Prendiamo come esempio la figura di Newton. Tralasciando le facili battute sui suoi studi di alchimia e teologia, segno di totale assenza di prospettiva storica e di ignoranza sul dibattito relativo al problema della demarcazione tra scienza e pseudoscienza, buona parte delle trovate che vorrebbero essere umoristiche sullo scienziato riguardano il fatto che probabilmente non abbia avuto relazioni sessuali, che fosse «vergine». Immaginate l’impatto di quelle che Barbascura X considera battute divertenti su un lettore che non sia sessualmente attivo per i motivi più vari, volontariamente oppure no, oppure, per esempio, su una persona asessuale. Naturalmente non faccio riferimento a chi aderisce a movimenti che contribuiscono a diffondere odio e misoginia, come i cosiddetti incel. Al di là del fatto che non possiamo avere una sicura conoscenza di ciò che abbia determinato la vita privata di Newton, mi chiedo se non ci si renda conto del messaggio che manda il fatto di fare della verginità di una persona un oggetto di facili battute.</p>
<p>Eppure, mi sembra che Tlon sia un editore che fa della lotta alle discriminazioni e del rispetto per tutte le persone uno dei suoi cavalli di battaglia. Immagino già che la principale delle argomentazioni a sostegno del lavoro dell’autore – così come è avvenuto per i suoi video – sia «è solo ironia». Ma è l’autore stesso che ci mette in guardia dal pericolo di essere fraintesi, perché dedica una sezione a spiegare che il pericolo di fraintendimento è sempre dietro l’angolo, citando l’esempio di una frase attribuita a Virginia Woolf (anche questa piuttosto sospetta se non certamente apocrifa, anche se Barbascura X non lo mette in rilievo) e di una canzone di Caparezza di cui si tende a stravolgere il significato. Peccato, però, che non traduca nei fatti questo suo avviso. In totale sincerità, quando mi sono accostata al libro di Barbascura X, non posso dire di averlo fatto con grandi aspettative, perché già conoscevo il personaggio attraverso la sua attività, che definisce «a cavallo tra divulgazione scientifica e stand-up comedy», che si svolge tra piattaforme di condivisione video, social network e performance teatrali.</p>
<p>Se dovessi dare una definizione dell’attività di Barbascura X, io parlerei, piuttosto, di pezzi di genere comico che usano un linguaggio spiccatamente gergale e abbondanza di scurrilità, all’interno di una cornice che usa come spunto argomenti scientifici (per esempio zoologia e scienze naturali). Per quel che ho visto, non mi sembra che l’intento principale di Barbascura X sia fare divulgazione o comunicazione della scienza e, a tratti, più che guardare alla grande tradizione della stand-up comedy, sembra ricalcare lo stile dei cinepanettoni o, in generale, di quei prodotti che basano la ricerca del sorriso su una limitata serie di gag accompagnata da sovrabbondanza di turpiloquio. In ogni caso, ho cercato comunque di accostami alla lettura con serenità e con il massimo dell’obiettività di cui sono capace ed è per questo che sono partita, ove ne riscontravo, dagli aspetti positivi dell’opera.</p>
<p>Vorrei concludere con un paio domande, che rivolgerei, oltre che all’autore, all’editore e all’organizzazione del premio di divulgazione scientifica che è stato conferito al libro in questione:</p>
<ul>
<li>L’uso sistematico della banalizzazione e dell’argumentum ad hominem, uniti alla mancanza di prospettiva storica, sono un invito ad avvicinarsi alla scienza e a riscoprire il valore dello studio e dell’approfondimento?</li>
<li>Si ritiene che la scelta della comicità scurrile costituisca di per sé un’innovazione, anche se è un cliché datato e abusato? E questa presunta innovazione merita di essere considerata un’operazione culturale che promuove la cultura scientifica?</li>
</ul>
<p>Siccome per me le cose non stanno in questi termini, suggerirei di considerare il libro di Barbascura X un prodotto di mero intrattenimento, che magari potrà attirare chi ama una comicità di questo tipo, ma che non credo rappresenti un contributo che promuove in alcun modo la conoscenza scientifica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Pietro Greco: arte e scienza per una democrazia della conoscenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pietro-greco-arte-scienza-democrazia-conoscenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pietro-greco-arte-scienza-democrazia-conoscenza/</guid><pubDate>Sat, 09 Jan 2021 22:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>arte</category><description>Pietro Greco ci lascia un manifesto documentatissimo sulla società della conoscenza con uno dei suoi ultimi libri, «Homo. Arte e Scienza». In un unico scritto condensa l’intera storia dell’umanità alla luce del rapporto fra attività artistica e scientifica, dimostrando quanto esse siano molto più connesse di quanto immaginiamo, proprio perché fanno parte della stessa cultura. Quella umana.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/pietro-greco-arte-scienza-democrazia-conoscenza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2021/pietro-greco-arte-scienza-democrazia-conoscenza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli ultimi libri che Pietro Greco ci ha lasciato in questo 2020 spicca sicuramente «Homo», con sottotitolo «Arte e scienza», edito da Di Renzo Editore. Probabilmente da considerare un (se no <em>il</em>) manifesto di tutta la sua ricca attività da comunicatore della scienza condensato in un unico scritto – dedicato alla memoria di entrambi i suoi genitori – dove si ripercorre la storia dell’umanità alla luce del rapporto tra arte e scienza, ma anche tra filosofia, comunicazione e politica.</p>
<p>In copertina, rossa, sono disegnate delle figure che ricordano le pitture rupestri, magari quelle in qualche grotta di origine carsica del Paleolitico superiore (come quelle di Altamira o di Lascaux); e, giustapposte, due formule, quella della gravitazione universale di Newton e quella della relatività generale di Einstein. Condensato in copertina il senso dell’intero libro, e cioè parlare, raccontare e dimostrare quanto arte e scienza siano intrinsecamente collegate e parte della stessa cultura, quella umana. Ogni tentativo di divisione di queste «due anime» risulta quindi innaturale, forzato, se non addirittura strumentale.</p>
<p>Restando alla copertina, o meglio al titolo, non è un caso che Pietro Greco abbia scelto «Homo» e non «<em>Homo sapiens</em>»: per quanto ne sappiamo oggi, infatti, l’arte preistorica non è stata solo prerogativa e caratteristica di noi <em>sapiens</em>, ma con ogni probabilità anche dei nostri «cugini» Neanderthal (<em>Homo neanderthalensis</em>), come scritto nei primi capitoli del libro. Pietro Greco spazza via fin da subito l’idea di centralità culturale incardinata sulla nostra specie - potremmo dire «<em>sapiens</em>-centrica» – allargando la visuale sulla base di quello che ci può dire la scienza.</p>
<p>Addirittura, Pietro Greco racconta come un qualche criterio estetico possa essersi sviluppato anche negli altri animali, prendendo a esempio l’esistenza della coda di pavone. Come è possibile che una coda così scomoda e ingombrante possa essere stata selezionata dall’evoluzione? Pare proprio che le femmine di pavone scelgano il maschio in base al «buon gusto», come direbbe Charles Darwin (andando in conflitto con il suo «amico di penna e coautore della teoria dell’evoluzione biologica» Alfred Russel Wallace), anche se questo potrebbe non corrispondere alla selezione dei «geni migliori». Per i non addetti ai lavori, quantomeno intrigante.</p>
<h2 id="arte-e-scienza-unosmosi-costante">Arte e scienza: un’«osmosi» costante</h2><p>La storia dei rapporti tra scienza e arte – o, in fin dei conti, dei rapporti tra l’umanità e la conoscenza – individua un gran numero di pietre miliari, dai Greci ai Romani, dal Medioevo al Rinascimento, e poi all’Illuminismo, al Romanticismo fino alla modernità. Quello che però differenzia la scienza e l’arte è forse la diversa «organizzazione» delle comunità di tutti gli scienziati e di tutti gli artisti. La seconda probabilmente caratterizzata da una meno visibile omogeneità, che invece si ritrova più facilmente nella comunità scientifica e che il sociologo Merton, come scrive Pietro Greco, individua nell’acronimo «CUDOS». Comunitarismo, universalismo, disinteresse, originalità, scetticismo sistematico.</p>
<p>Dopo aver ricordato l’origine ben più antica dell’arte, Pietro Greco ripercorre i punti salienti dell’origine della scienza che – come sostenuto sapientemente nei suoi volumi de «La Scienza e l’Europa» – nasce ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo prima di Cristo; alcuni dei nomi noti sono Euclide, Archimede, fino a Ipazia che chiude il lungo periodo di circa settecento anni in cui la città dei Tolomei è di fatto stata la capitale della scienza ellenistica. Passando dagli Indiani, dai Cinesi e dagli Arabi, la scienza torna poi in Europa per la prima volta tra l’XI e il XIII secolo, con le prime Università e per cui spicca la figura del sovrano illuminato Federico II di Svevia, e, dopo la peste del Trecento che decimò almeno un terzo della popolazione europea, l’Europa riscopre la scienza per la seconda volta nel Seicento con le figure di Galileo e di Newton.</p>
<p>Ed è proprio nel periodo di apparente assenza della scienza in Europa, nel Rinascimento, che si concentrano in una città, Firenze, le migliori menti in circolazione: Brunelleschi, Donatello, Masaccio, ma anche Leonardo, Michelangelo, Raffaello e non potremmo elencarli tutti. In questo periodo, dal Quattrocento, scrive Pietro Greco, «scienza e arte semplicemente si fondono, ancor più che nell’Antica Grecia, consentendo a un numero incredibilmente alto di geni di esprimersi» e creare «nuova conoscenza e nuova estetica». La scienza del periodo è quella che si chiama «scienza visuale» che quindi fonda nell’immagine e nella rappresentazione grafica (pittura, scultura, architettura, …) la sua essenza. Si pensi ai disegni di anatomia umana di Leon Battista Alberti, non possono essere di certo esclusivi né della scienza né dell’arte, ma a entrambe contemporaneamente; oppure all’uso quasi ossessivo della <em>sezione aurea</em> in gran parte delle opere artistiche e scientifiche come – giusto per fare uno tra i molteplici possibili esempi – nel celebre <em>Uomo vitruviano</em> di Leonardo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/pietro-greco-arte-scienza-democrazia-conoscenza-body-1.jpg.webp" alt="Una delle possibili applicazioni della sezione aurea nell’Uomo vitruviano" width="558" height="779" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Una delle possibili applicazioni della sezione aurea nell’<em>Uomo vitruviano</em>. Fonte: <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/2019/12/02/news/il_segreto_dell_uomo_vitruviano_e_nell_algoritmo_della_divina_perfezione-242453844/" rel="noopener">Repubblica.it</a>.</p>

<p>A questo punto Greco si chiede come possa essere possibile che in un determinato periodo e in un determinato spazio geografico vi sia stata tale concentrazione di genio, tanto artistico quanto scientifico, riferendosi in particolare a Leonardo, Michelangelo e Raffaello. La risposta dell’autore è semplice ma non banale: «Probabilmente esiste una diffusa e potenziale genialità – un potenziale creativo enorme – in ogni tempo e in ogni luogo. Ma questo potenziale deve trovare le condizioni adatte per esprimersi». Un’affermazione che vale ancora oggi e che condanna probabilmente molti talenti a non potersi sviluppare adeguatamente. In generale, anche il tema delle disuguaglianze, e dell’importanza di ridurle il più possibile, non è lasciato inesplorato da Pietro Greco, che lo riprenderà nei capitoli finali.</p>
<p>Ma torniamo a noi, facendo un balzo indietro nel tempo fino al VI secolo prima di Cristo circa, con Pitagora. È con lui che probabilmente si tessono le prime relazioni tra scienza e arte, o meglio, precisa Pietro Greco, tra matematica e musica. La musica risulta quindi forse la prima arte ad essere esplorata con gli strumenti del pensiero razionale; Pitagora infatti studia i rapporti numerici che identificano gli intervalli (cioè le distanze) tra le sette note della scala, do, re, mi, fa, sol, la, si (anche se allora non si chiamavano così): la musica risponde a un criterio di armonia universale basata sul numero – al più razionale, fra l’altro.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2021/pietro-greco-arte-scienza-democrazia-conoscenza-body-2.jpg.webp" alt="" width="569" height="136" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Sarà proprio la volontà di scardinare questo assioma che animerà l’attività di due musicisti e scienziati del XVII secolo, Vincenzio Galilei e Galileo Galilei, padre e figlio. La loro opera ha riportato dopo un paio di millenni la musica sotto un punto di vista prettamente scientifico, e per la precisione sperimentale (superando, per altro quello che nel Trecento era stato l’approccio visuale, come già specificato). Senza entrare nei dettagli, anche per non fare torto alle altre arti, la questione interessante da porsi è se e come Galileo sia stato o meno influenzato dal padre nella sua successiva attività scientifica. Ecco come risponde Pietro Greco:</p>
<blockquote>
<p>delle due l’una: o è il padre, Vincenzio, a fornire a Galileo l’<em>imprinting</em> epistemologico con cui il giovane si affermerà come pioniere della nuova scienza o è il figlio, che ormai ben conosce Archimede e il suo metodo, a fornire al padre l’epistemologia per realizzare una rivoluzione in musica. Per quel che vale, chi scrive propende per la seconda ipotesi. Ma non ci sono prove documentali.</p></blockquote>
<p>A ulteriore riprova di questa continua osmosi tra i nutrienti della scienza e i nutrienti dell’arte, possiamo ricordare quello che Italo Calvino diceva di Galileo e che Pietro Greco ovviamente sottolinea; dice Calvino, in una lettera sul Corriere della Sera ad Anna Maria Ortese, parlando della Luna: «Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa ad un grado di precisione e di evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose». Così, in un inciso, Calvino afferma senza farsi problemi che Galileo è il più grande scrittore (di prosa, preciserà) italiano. Senza entrare nel merito delle parole di Calvino ci limitiamo a confermare che l’«osmosi» tra scienza e arte c’è, ed è costante.</p>
<h2 id="fiumi-carsici-e-tracimazioni">Fiumi carsici e tracimazioni</h2><p>Pietro Greco si riferisce al rapporto arte e scienza come guidato da filoni conduttori generali, idee esplicative di fondo, come fiumi carsici che senza mai interrompere il loro percorso sotterraneo, di tanto in tanto affiorano. Gerald Holton, storico americano della fisica, chiama queste idee «<em>themata</em>» e, illustrandolo, Pietro Greco indica nell’esistenza dei «<em>themata</em>» la probabile causa degli avvenimenti, fra gli altri, di inizio Novecento. Fra tutti i protagonisti di inizio secolo ci sono Einstein e Picasso. Com’è possibile che entrambi, non si sa se venendo in contatto o meno, abbiamo quasi contemporaneamente rotto ogni certezza del mondo «classico», o concepito come «naturale», l’uno postulando il limite invalicabile della velocità della luce e l’altro superando la prospettiva comunemente intesa? È lo spirito dei tempi, sono i «<em>themata</em>» che, considerate certe «condizioni al contorno», riaffiorano. Le condizioni al contorno in questione possono riguardare, scrive Pietro Greco, «lo sviluppo delle nuove tecnologie [di metà Ottocento] – treni, radiotelegrafo, telefono – richiede un chiaro punto di riferimento temporale». Questo può aver innescato una serie di speculazioni mentali sulla natura della simultaneità che ha fatto concretizzare l’articolo di Einstein (a 26 anni) <em>Zur Elektrodynamik bewegter Körper</em> e <em>Les demoiselles d’Avignon</em> di Picasso (a 25 anni), rispettivamente nel 1905 e nel 1906.</p>
<p>Il Novecento è il secolo che inaugura la presenza del caos e la complessità come parte integrante della scienza quanto dell’arte, si pensi anche al principio di indeterminazione di Heisemberg, alla psicoanalisi di Freud, al fauvismo di Matisse o all’astrattismo di Kandinskij. Per non parlare poi degli stravolgimenti in campo musicale da Schönberg a Berg. E si potrebbe continuare, come Pietro Greco riesce a fare in relativamente poche pagine. Ecco una breve antica filastrocca riportata nel libro, sulla complessità, in particolare su quello che chiameremmo «effetto farfalla»:</p>
<blockquote>
<p>Per colpa di un chiodo si è perduto lo zoccolo;</p>
<p>per colpa dello zoccolo si è perduto il cavallo;</p>
<p>per colpa del cavallo si è perduto il cavaliere;</p>
<p>per colpa del cavaliere si è perduta la battaglia;</p>
<p>per colpa della battaglia il re ha perduto il suo regno.</p></blockquote>
<p>Ma il rapporto arte e scienza non è «solo» un andare «di pari passo», è anche una continua influenza reciproca: la scienza è stata ed è fonte di ispirazione per l’arte, e l’arte è stata ed è fonte di ispirazione per la scienza. Per non parlare poi degli impatti che il progresso tecnologico ha portato alla fotografia e poi al cinema, alla musica elettronica; oppure le indagini delle neuroscienze sul ruolo delle malattie nella mente degli artisti – malattie di ogni genere tra l’altro, quasi a suggerire che «un tocco di follia» sia un valore aggiunto. Pietro Greco pone giustamente anche il problema di come venga percepita l’arte dagli esperti e dai non esperti: secondo quanto ne sappiamo, diversamente, perché il cervello predispone certi canali culturali che vengono «rafforzati» dall’esperienza accumulata. E tanto altro si potrebbe dire su queste tracimazioni culturali, letteralmente di ogni genere.</p>
<p>Giacomo Leopardi è il poeta che maggiormente denuncia le derive del positivismo dei suoi contemporanei, individuando in anticipo il nemico dell’approccio scientifico alla complessità: il riduzionismo. Scrive Greco di Leopardi:</p>
<blockquote>
<p>Con il suo riduzionismo, imperante nella prima parte dell’Ottocento, la scienza non coglie e anzi perde la complessità del mondo. Non coglie le circostanze che sono il tessuto dell’infinita varietà della natura. E con ciò uccide la varietà stessa della natura. Quanto alle leggi universali della natura, sono limitate ai pochi fatti che conosciamo. Tutto il resto la scienza lo perde. Le sfugge il bello, anzi lo dissolve.</p></blockquote>
<p>Scagliandosi contro le tanto cantate «magnifiche sorti e progressive», Leopardi evoca anche un’anima ecologica, in particolare, scrive Pietro Greco:</p>
<blockquote>
<p>Come è possibile prendere sul serio l’idea cosmica di ordine armonioso della natura proposta dalla scienza, si chiede in uno dei pensieri dello Zibaldone, se lo sterminio senza fine (e senza fini) di milioni di animali, di milioni di piante, di milioni di semi di animali e di piante la sporca di sangue e la sommerge di dolore ogni giorno, ogni movimento?</p></blockquote>
<p>E a proposito di ecologia, Pietro Greco parla anche come la scienza dei cambiamenti climatici non sia rimasta chiusa in sé stessa ma, tracimando nell’arte, abbia contribuito a creare un vero e proprio genere letterario, la <em>cli-fi</em>, cioè la <em>climate fiction</em>.</p>
<h2 id="convivio-la-società-democratica-della-conoscenza">Convivio: la società democratica della conoscenza</h2><p>Potremmo dire che i primi undici capitoli sono un lunghissimo preambolo culturale che giustificano l’ultimo, il capitolo 12, «Il volo di Mercurio»: un vero e proprio manifesto – politico, perché no – sulla cittadinanza scientifica e sulla società della conoscenza, due perni fondamentali nel programma di comunicazione di Pietro Greco, dalla scienza alla didattica, dall’arte alla politica. </p>
<p>Tornando alla <em>climate fiction</em> e, in generale, all’ecologia – altro tema caro all’autore di «Homo» – il libro affronta (pure con una lieve ironia) anche gli effetti del processo accelerato di modernizzazione della società, che si impenna proprio a partire da quel secolo particolarissimo di cui abbiamo già parlato, il Novecento.</p>
<blockquote>
<p>I nostri figli, nati agi sgoccioli del XX secolo e in questo inizio del XXI, sono vissuti (e vivono tuttora) non solo in case ipertecnologizzate – televisioni con decine di canali, play station, iPod, iPad, iPhone, iQualsiasiCosa e soprattutto computer connessi con la grande rete globale – ma in un universo cognitivo completamente diverso [dalle generazioni precedenti]. Un bambino oggi è naturalmente in condizioni di fare operazioni diverse, forse anche cognitivamente più complesse, rispetto a quelle realizzate dal padre qualche decennio prima e dal padre del padre della generazione precedente. Nulla, dunque, più della scienza e dell’applicazione tecnologica della conoscenza scientifica, ha modificato il modo in cui le nuove generazioni si fanno un’idea del mondo.</p></blockquote>
<p>Questo processo – che ha portato tanta ricchezza ma anche tanto degrado ecologico e sociale – legittima la sempre maggiore necessità di comunicazione della scienza. E basandosi su quanto argomentato nel resto del libro, Pietro Greco arriva a dire che «i comunicatori di scienza devono sentirsi artisti. E comportarsi come tali». Come abbiamo visto, Galileo ne è stato una prova. Ma Dante di più.</p>
<p>Già, Dante Alighieri, che, segnatamente con il suo <em>Convivio</em>, mette gli estremi per una società della conoscenza, in pieno Medioevo. Se con il precedente <em>De vulgari eloquentia</em> Dante descrive il volgare quale nuova lingua da utilizzare, con il <em>Convivio</em> passa ai contenuti e il <em>Convivio</em> stesso è scritto in volgare, risultando comprensibile, quindi, a tutti.</p>
<p>Lasciamo la parola a Pietro Greco:</p>
<blockquote>
<p>Il <em>Convivio</em> è, infatti, il racconto di un banchetto. Festoso, come tutti i banchetti. Ma particolare. Perché al banchetto del <em>Convivio</em> non viene servito un cibo qualsiasi, ma il «pane degli angeli». Il pane cui tutti gli uomini – naturalmente, sottolinea Dante – aspirano: la conoscenza. Nel Convivio, il fiorentino parla di filosofia e di filosofia naturale, in maniera appunto conviviale. Ma non si sente un filosofo. Si sente un mediatore. Un poeta cui è concesso di accomodarsi ai piedi di coloro che, invece, siedono «a la beata mensa», i veri filosofi, e di cibarsi delle briciole che cadono dal tavolo della conoscenza. E a cui è concesso soprattutto di dispensarle, quelle briciole.</p></blockquote>
<p>Nel Trecento Dante aveva già definito tanto la società democratica della conoscenza, quanto la comunicazione della scienza. Pietro Greco, con «Homo», ha «introdotto» il manifesto di Dante quanto il suo; per parlare di quanto arte e scienza siano unite e per dimostrare che non poteva che essere altrimenti – vivendo l’umanità sullo stesso pianeta e avendo ognuno di noi un cervello «sostanzialmente simile a quello di tutti gli altri».</p>
<p>Abbiamo capito che la scienza e l’arte sono parte della stessa cultura, e allora concludiamo con una citazione dall’ultimo capitolo del libro di Pietro Greco, che è allo stesso tempo tanto razionale quanto colma di pathos:</p>
<p>«Conoscere è un bisogno naturale dell’uomo. Come il cibo. Come l’amore.»</p>
]]></content:encoded></item><item><title>'La matematica è politica' di Chiara Valerio, un'occasione sprecata</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/matematica-politica-chiara-valerio-unoccasione-sprecata/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/matematica-politica-chiara-valerio-unoccasione-sprecata/</guid><pubDate>Mon, 28 Dec 2020 09:28:00 +0100</pubDate><dc:creator>Hykel Hosni</dc:creator><category>numeri</category><description>Il libro &amp;amp;lsquo;La matematica è politica&amp;amp;rsquo; di Chiara Valerio è un&amp;amp;rsquo;occasione mancata per sostenere l&amp;amp;rsquo;importanza di una cultura matematica, e più in generale scientifica, per la politica. È questa l&amp;amp;rsquo;opinione di Hykel Hosni, logico all&amp;amp;rsquo;Università Statale di Milano, secondo il quale il libro dà un&amp;amp;rsquo;immagine fuorviante della matematica e del suo rapporto con i fenomeni sociali e le scelte politiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/matematica-politica-chiara-valerio-unoccasione-sprecata-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/matematica-politica-chiara-valerio-unoccasione-sprecata-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>‘La matematica è politica’ dice qualcosa sulla matematica e qualcosa sulla politica, ma a dispetto della predicazione del titolo, il centinaio di pagine della brossura non discutono né difendono alcuna tesi. Si tratta piuttosto di una raccolta di opinioni, pensieri, ricordi, impressioni e twittabilissimi innuendo che riguardano vagamente l’argomento-matematica e l’argomento-politica, ma che nulla argomentano sul legame che esiste tra loro. Il lessico richiede molto impegno e le pagine sono spesso faticose, ricche di incisi e interpunzioni. Non è infrequente trovare passaggi incomprensibili. Ecco un esempio: «La matematica è, tra le discipline di manutenzione, quella grazie alla quale si capisce che solo gli ortodossi fanno la rivoluzione.» </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/matematica-politica-chiara-valerio-unoccasione-sprecata-body-1.jpg.webp" alt="" width="221" height="378" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Chi non sa cosa sia una &ldquo;disciplina di manutenzione&rdquo;, come il sottoscritto, affronta questo dilemma: fare finta di aver capito e procedere, oppure rinunciare per assenza di strumenti. Chi invece capisce cosa Valerio intenda con quell’espressione, ammesso che sia comprensibile, affronta un quesito ulteriore: qual è la ragione per cui la matematica sarebbe l’unica, tra le discipline di manutenzione, a permetterci di attribuire agli ortodossi il peculiare compito di fare la rivoluzione? Per uscire dalla doppia impasse sembra legittimo assumere che nel saggio ci sia spazio per intere frasi che sono lì solo per la gratificazione di una scrittura incontinente. Ne menziono solo un’altra, su cui non riesco a formulare alcun commento: «Senza aritmetica, base dei conteggi, non potremmo costruire gli elenchi. E negli elenchi il tempo non passa. Dunque l’elenco – l’innocua lista della spesa – è il contrario della vita. Il prima e il dopo non sono importanti solo quando siamo nell’eternità. Cioè morti.» </p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare che quelle appena riportate siano solo le mie personali opinioni estetiche e che, non essendo io esperto di estetica, non siano particolarmente interessanti. Condividerei in parte l’obiezione. Tuttavia c’è un altro aspetto che ritengo importante commentare e che può essere di interesse più generale. Il volume non solo trasmette poca conoscenza, ma, fatto molto più serio, trasmette pseudo-conoscenza. Lo trovo un difetto imperdonabile per un libro che ambisce a costruire una consapevolezza a un tempo scientifica e civica. Ecco perché, nella mia opinione, questo saggio è meta-incoerente: fa come quel genitore che intima alla prole di metter giù il cellulare mentre manda sulla chat di famiglia la foto della prole che non mette giù il cellulare. </p>
<p>La meta-incoerenza parte dal titolo. &lsquo;Matematica e politica&rsquo; non avrebbe probabilmente acceso quattro volte le macchine di stampa in quattro settimane, ma avrebbe creato un’aspettativa più onesta – un volume in cui la scrittrice raccoglie le sue opinioni in merito. Ognuno, poi, avrebbe deciso se investire nella lettura di ciò che Chiara Valerio pensa sulla matematica e sulla politica. E invece il titolo scelto è impegnativo, crea un’aspettativa che va sostenuta. Predica la politicità della matematica. Predicato soddisfatto nel mondo reale, perché la matematica è attività umana, e quella umana è specie marcatamente politica. Per capirci, i panel di valutazione del Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) fanno politica quando decidono quali progetti sono meritevoli di finanziamento, così come i Consigli di Dipartimento animano una discussione politica quando decidono quali settori mettere in cima alla lista nella ripartizione dei nuovi punti organico. Queste scelte sono politiche, e la matematica vive innanzitutto grazie a queste scelte, visto che da più di un secolo si pratica quasi esclusivamente all’interno dell’università e grazie ai fondi che le vengono destinati. Chiara Valerio tuttavia non affronta la natura terrena e dunque politica della matematica. Non prende chiodi e martello per costruire un ponte tra matematica e politica. Decide invece di soffiare il vetro per costruire l’immagine, non particolarmente originale, di un’attività impalpabile, impersonale, a tratti ascetica, che non abbisogna di corpi messi in relazione, e spesso in contrasto, con altri corpi. </p>
<p>Soffermarsi sul titolo sarebbe superficiale. I titoli ben scelti aiutano a vendere i libri, e i libri è bene che si vendano. Ma non è solo il titolo a essere  meta-incoerente. Lo è anche il trattamento di quelli che nella mia comprensione sono i due temi principali del saggio. Il primo ha a che fare con il superamento di certi luoghi comuni sulla matematica che Chiara Valerio sembra considerare ostacoli alla diffusione ampia di una cultura matematica. Il secondo suggerisce che una dotazione più generosa di conoscenze matematiche eviterebbe obbrobri politici. </p>
<p>Rispetto al primo tema, le pagine di Valerio sono meta-incoerenti perché oppongono cliché a cliché, aforisma a mistificazione. Se si vuol trasmettere l’informazione che in matematica &ldquo;non esistono verità assolute&rdquo;, sarebbe decisamente meglio farlo evitando asserzioni apodittiche. Chi trovasse convincente la persuasione di Valerio si avvicinerebbe alla matematica con un punto di vista che mi sento di etichettare come sbagliato – quello secondo cui di matematica si può discorrere per sentito dire. Non è così. Perché la cultura matematica è basata sulla condivisione delle regole proprie dell’argomentazione. Ed è questa una delle caratteristiche auspicabilmente esportabili dal mestiere della matematica, alla convivenza civile prima, e alla prassi politica poi.<br>
Qui devo notare una forma di coerenza, anche se forse non intesa. L’argomentazione è del tutto assente dal volume esattamente come lo è dal dibattito politico contemporaneo. In questo senso &ldquo;la matematica è politica&rdquo;, nel libro di Valerio, diventa un’asserzione vera, ma in un modo che non migliora le cose. Valerio dimostra infatti che si può costruire un successo editoriale parlando di matematica nel modo prevalente con cui oggi si ragiona di politica: rifuggendo il confronto a cui espone l’argomentazione e usando artifici retorici volti a semplificare questioni complicate. Che occasione persa! La cultura matematica può infatti contribuire enormemente alla buona politica trasmettendo alla cittadinanza il valore fondativo dell’argomentazione. E invece Valerio sceglie la strada della semplificazione e dell’allusione che spiazza. E il risultato è disinformazione.  Prendiamo questa frase: «La magia del ragionamento deduttivo, e la sua fallacia, sta nell’evidenza che, se parti da qualcosa che chiami verità o assioma ma che è solo un punto di vista (che pur non essendo molto, è abbastanza per costruire un mondo), puoi giungere dovunque.» Gli assiomi sono punti di partenza non dell’attività matematica, ma della sua comunicazione e sono necessari, perché se non si chiariscono le premesse, non si può valutare la correttezza dell’argomento. Nessuno considera gli assiomi verità assolute. Chi fa matematica sa da dove vengano gli assiomi che usa: da anni, decenni, secoli e a volte millenni di stratificazione. Chi fa matematica sa che a seconda delle esigenze un assioma può diventare una definizione, o un corollario di altre definizioni che danno luogo ad altri assiomi. Non c’è nessuna magia nel ragionamento deduttivo, e non c’è alcuna fallacia. In questa frase Valerio intende (forse) suggerire che gli assiomi non vadano presi come verità assolute, suggerimento corretto. Forse vuole anche dire che se le premesse sono bizzarre, le conclusioni di un’argomentazione corretta non potranno che essere bizzarre. Tutto vero. Ma lo esprime in un modo tale da essere molto più fuorviante di quanto non sia informativo. </p>
<p>La meta-incoerenza non è un difetto che dovrebbe preoccupare solo una persona avvezza alla logica. Riconoscerla e rigettarla dovrebbe essere il punto di partenza del piano di permeazione culturale della matematica in politica. Prima ancora di entrare nel merito, prima ancora di decidere di allinearci o meno con una data opinione politica, dovremmo valutarne la coerenza. La coerenza dell’annuncio con le azioni e la coerenza delle azioni con il piano. In questo la matematica può fornire uno strumento di cittadinanza attiva. Infine,  di meta-incoerenza soffre anche la riflessione sul genere, con cui Valerio chiude un libro il cui protagonista è &ldquo;il matematico&rdquo;. </p>
<p>Anche se ritengo che quello della meta-incoerenza non sia un problema solo formale potrebbe essere considerato marginale se gli slogan di Valerio trasmettessero informazioni utili a farsi un’idea della cultura matematica. Purtroppo non è così.  Come si intuisce dalla caricatura sugli “assiomi”, sembra infatti che l’obiettivo non sia tanto quello di mettere in contatto con l’enorme ricchezza della cultura matematica, ma piuttosto di ribaltarne la percezione comune, impareggiabilmente scolpita nella cultura popolare da quel &ldquo;La matematica non sarà mai il mio mestiere&rdquo;, che i millennial probabilmente non hanno mai sentito. </p>
<p>Valerio comincia cercando di smontare l’idea che la matematica sia difficile e, soprattutto, che sia faticosa. Scrive: «Non ci sono filosofie e religioni altrettanto efficaci, non ci sono passeggiate nella natura che possano reggere il confronto del tempo e del silenzio che regala lo svolgimento di un esercizio di matematica.» L’immagine di serenità, quiete, pace ascetica, benessere ed equilibrio che la scrittrice evoca in questa frase stride molto con l’esperienza della pratica matematica. Al contrario di quanto dice Valerio ritengo probabile che la matematica non sia attività piacevole praticamente per nessuno. In matematica non si può avere l’impressione di aver capito, come invece capita su argomenti discorsivi. L’esercizio di matematica ci dice con sincerità spietata se ci riesce oppure no, e con sincerità forse ancora più spietata, se sappiamo da dove partire oppure no. L’esercizio ha una natura binaria, contrariamente “al tempo” e “al silenzio”, ed è questa natura che può portare a frustrazione immediata e duratura, se non trattata adeguatamente. La matematica non è facile da insegnare, perché non è facile trasformare, nelle persone che non abbiano già quell’inclinazione, la frustrazione in comprensione. Comprensione del progresso che si può fare pur non &ldquo;vedendo&rdquo; immediatamente la soluzione, o il modo di arrivarci. Su questi temi sono stati scritti volumi che potrebbero avere una funzione centrale in ogni biblioteca di classe, come &ldquo;How to solve it&rdquo; di George Polya (pubblicato in italiano da UTET con il titolo &ldquo;Come risolvere i problemi di matematica&rdquo;). Nessuno di questi volumi va vicino ad associare l’esercizio di matematica a una passeggiata nella natura, fortunatamente. E c’è un ottimo motivo: rivolgersi con queste immagini alle studenti e agli studenti che fanno fatica a fare matematica, magari non per colpa loro, potrebbe convincerli del fatto che farebbero meglio lasciar perdere, perché non è per loro. Il danno sarebbe enorme. E non importa se l’autrice si dichiara una di noi quando confessa di non essere più in grado di &ldquo;risolvere un’equazione differenziale&rdquo; – l’equivalente, nel contesto, di farsi vedere mentre condisce la pasta col sugo Star. Il danno ormai è fatto.</p>
<p>L’autrice prosegue poi nel ribaltamento della percezione comune della matematica con un altro slogan molto fuorviante: la matematica &ldquo;non ammette il principio di autorità&rdquo;. E invece sì. È vero che in matematica vale un principio di autorità molto diverso da quello religioso, ma nel libro di Valerio non si  trova traccia di questo confronto. L’autorità matematica – e scientifica – non si eredita, ma si guadagna, come tutte le forme di reputazione. Secondo Valerio il &ldquo;passante che pone una questione interessante&rdquo; si guadagna &ldquo;l’attenzione del matematico&rdquo; prima del &ldquo;cattedratico che pone una domanda ovvia&rdquo; perché &ldquo;prima di tutto, un matematico non risponde mai al chi ma sempre al cosa&rdquo;. Ora: è certamente vero che una dimostrazione corretta di un risultato interessante, rimane corretta e interessante indipendentemente da chi la pensa e scrive. Questa è teoria. In pratica,  il &ldquo;chi&rdquo; è fondamentale. Se la &ldquo;dimostrazione dell’esistenza di Dio&rdquo; è firmata da Gödel è interessante leggerla, perché magari si impara qualcosa sugli ultrafiltri. Se invece è firmata dall’entusiasta di turno, non è altrettanto interessante leggerla, perché probabilmente non ci si impara niente. Il tempo è limitato, le cose da fare sono tante, e le persone che passano sono troppe per poter ricevere la stessa attenzione dei professionisti che, per qualche motivo, Valerio chiama dispregiativamente “cattedratici”.</p>
<p>E parlando di Gödel si può vedere come il sovvertimento del principio di autorità in matematica sia sì possibile, ma estremamente raro. Nel 1931 Gödel dimostrò infatti che una convinzione di Hilbert fosse sbagliata. All’epoca Hilbert era riconosciuto come uno dei massimi matematici al mondo, un’autorità. Non si dà infatti a tutti l’occasione di stilare una lista di 23 problemi su cui far esercitare la comunità matematica e scientifica mondiale. Ora, I problemi di Hilbert non erano formulati in modo neutrale. Nel caso specifico, è noto che Hilbert ritenesse estremamente improbabile che l’aritmetica non si potesse dimostrare coerente. Tuttavia la sua fama, né la sua  l’autorità impedirono a un matematico di 28 anni di dimostrare che se la matematica è coerente, allora non si può dimostrare matematicamente la sua coerenza. Questo esempio, è l’eccezione e non la regola. Perché di menti come quella di Gödel se ne vedono raramente in giro. Al contrario Valerio scivola su una fallacia sottile, quella di pensare che ciò che hanno fatto nei millenni poche grandi figure sia tipico della matematica e di chi la fa. Come se ‘Blow-up’ fosse tipico di quello che si fa con una telecamera. Non è così. Non credo, tuttavia, si tratti di una pillola amara che dobbiamo digerire. In una battuta a Felix Smith, von Neumann ricorda che la matematica non si capisce, ma che alla matematica ci si abitua. Per fare matematica, è necessario accettare le premesse della disciplina, che in modo indiretto corrispondono alle opinioni delle persone più autorevoli dell’area. Chi fa matematica di professione a quelle premesse si abitua e ne fa cultura. Un Gödel ogni tanto ha la genialità per sovvertirle, perché a differenza del resto di noi, alle premesse non si è abituato, ma le ha capite. </p>
<p>Va benissimo dunque esortare alla genialità di chi è capace di sovvertire in matematica e altrove. È naturale ammirare queste persone, ed è umano invidiarle. Ma se l’obiettivo è allargare la base delle persone che della matematica mettano a frutto il modo di ragionare,  questo va calato nella pratica  e nella politica della matematica. Ambito in cui il principio di autorità esiste, ed è subito anche da persone insospettabili. Ce lo ricorda  Bruno de Finetti, probabilista che  Chiara Valerio cita più volte. </p>
<p>Nonostante le sue grandi capacità,  de Finetti si impose una fatica matematica non necessaria per non venire meno all’autorità dell’allora già defunto Pareto. In uno dei suoi tanti contributi fondamentali alla teoria della probabilità, de Finetti articolò un argomento molto sofisticato in cui giustificava l’uso di questa teoria come misura del grado di incertezza di una persona idealmente razionale che si trovi a decidere in un’opportuna situazione di scommessa. Che la persona sia &ldquo;ideale&rdquo; e che la situazione di scommessa sia &ldquo;opportuna&rdquo; sono ipotesi essenziali alla costruzione dell’argomento, e alla dimostrazione del teorema che ne consegue. Tanto essenziali quanto poco realistiche e motivo di perplessità per molti addetti ai lavori e per lo stesso de Finetti. Circa trent’anni dopo la pubblicazione del saggio del 1931 in cui questo argomento veniva sviluppato nel dettaglio, de Finetti avrebbe spiegato che ne esiste una formulazione logicamente equivalente ma dalle ipotesi assai più digeribili. Questa richiede l’uso delle &ldquo;funzioni di utilità&rdquo;, che nel 1931 de Finetti rifuggiva per motivi ideologici. Temeva, come ebbe a dire “le strida dei Beoti”. Temeva cioè che il concetto di utilità fosse percepito in senso &ldquo;benthamiano&rdquo; e quindi costituisse un passo indietro rispetto alla rivoluzione ordinale paretiana. Perché de Finetti si sentisse libero di usare questo concetto, fu necessario aspettare la fine degli anni 50, quando venne a sapere dal sodale Savage che nel loro volume ‘Teoria dei Giochi’ von Neumann e Morgenstern avevano fornito un’assiomatizzazione (!) del concetto di utilità attesa che riduceva questa nozione al confronto tra preferenze, metodologia pienamente consona  all’ordinalismo paretiano. E parlando di de Finetti, sorprende che “La matematica è politica” citi Probabilismo,  ma non commenti sul suo paragrafo conclusivo in cui si legge un’orribile apologia della marcia su Roma.</p>
<p>Alla discutibile operazione di restyling dell’immagine popolare della matematica  il volume di Valerio aggiunge il tentativo di convincere chi legge che possedere competenze matematiche garantisca una migliore esecuzione del mandato che democraticamente affidiamo alla classe politica. L’affermazione di Valerio a riguardo è la seguente: «[se] i nostri politici avessero studiato matematica, e se studiandola l’avessero capita, si comporterebbero diversamente rispetto alle cariche dello Stato che ricoprono». La motivazione addotta è l’ennesimo vago richiamo al bourbakismo: mettere la struttura al di sopra dell’oggetto. Ma anche qui ravvedo un’inopportuna semplificazione. La cultura matematica è necessaria, ma non sufficiente alla buona politica.</p>
<p>E parlando dell’importanza della matematica nella politica è necessario parlare anche dei limiti del suo uso, ragionamento molto naturale per chi fa matematica. </p>
<p>L’argomento è complicato, ma si può illustrare  osservando che per quanto la formazione matematica sia utile a sviluppare capacità di ragionamento corretto,  questo non sia un tipo di ragionamento immediatamente applicabile al mondo reale. Si tratta quindi di uno strumento da usare con molta cautela, e soprattutto con cultura. Con l’eccezione di una piccola ma agguerrita minoranza di persone che difendono una visione cosiddetta &ldquo;costruttiva&rdquo;, in matematica si ragiona spesso a partire dal presupposto noto come &ldquo;principio del terzo escluso&rdquo;. Per ogni asserzione A, delle due l’una: è vera “A” oppure è vera “non A”. Si usa spesso come premessa del ragionamento “per assurdo”. Ora questa forma di ragionamento può essere estremamente pericolosa se applicata acriticamente fuori dal dominio matematico. Il pericolo ovviamente è quello di condurre a conclusioni illogiche. Se applicato in contesti non matematici, il principio del terzo escluso porta rapidamente a una delle fallacie più usate dalla retorica politica , la cosiddetta &ldquo;falsa dicotomia&rdquo;. Si presentano due alternative come se fossero mutualmente esclusive e congiuntamente esaustive (esattamente come lo sono &ldquo;A oppure non A&rdquo;) e si argomenta, spesso con domande retoriche, che una è falsa. Dunque deve essere vera l’altra. La falsa dicotomia è presumibilmente l’artificio retorico che convince chi accetta l’argomento &ldquo;Chi non vuole i porti chiusi apra la porta di casa propria&rdquo;. La fallacia naturalmente risiede nel fatto che &ldquo;Chiudere i porti&rdquo; e &ldquo;accoglierli a casa vostra&rdquo; non sono alternative esaustive. Si osservi che la forza dell’argomento fallace sta nella sua semplicità: riduce un problema molto complicato a un’alternativa di cui è molto facile comprendere i termini. Questo permette di elaborare rapidamente una preferenza in merito. Sembra &ldquo;buon senso&rdquo;. Ma questo non è il compito della buona politica, che dovrebbe creare alternative anche là dove apparentemente queste non esistono – e ovviamente non è questo il caso: le alternative esistono, ma richiedono un’elaborazione politica, istituzionale e sovranazionale che al momento sembra scoraggiare tutte le parti interessate. </p>
<p>Il caso appena illustrato si può estendere al problema ben più complicato dell’applicazione degli strumenti matematici ai contesti sociali: dai modelli di previsione epidemiologica alla governance algoritmica. Il punto centrale è questo: ragionamenti perfettamente accettabili in matematica, richiedono una cura estrema affinché siano utili in domini non matematici. Passare il messaggio, come fa Chiara Valerio, che la competenza matematica sia direttamente applicabile in politica è dunque a un tempo sbagliato e pericoloso. </p>
<p>Ecco un esempio storicamente importante. Henry Poincaré, gioiello nella corona della matematica europea, definì &ldquo;scandalo della matematica&rdquo; l’uso della probabilità nelle &ldquo;scienze morali&rdquo;, come la giurisprudenza e la scienza politica. Si tratta di un’osservazione contenuta nella sua memoria per processo di appello ad Alfred Dreyfus, situazione in cui Poincaré sottolinea la necessità di distinguere le verità “scientifiche” da quelle “morali”, per il raggiungimento delle quali la scienza non può essere un veicolo. Questo scandalo, conclude Poincaré, ha fatto sì che matematici del calibro di Laplace e Condorcet arrivassero a conclusioni “prive di senso”. Poincaré di certo non sminuiva l’importanza della disciplina a cui ha dato contributi difficili da sovrastimare. Richiamava piuttosto l’attenzione sulla complessità delle faccende &ldquo;morali&rdquo; e su come queste non potessero essere appiattite al livello dell’idealizzazione necessaria al trattamento matematico. Per applicare la matematica fuori dal suo ambito originale è necessario dominare l’arte sottile di costruire i modelli o almeno di capirne le limitazioni. E per applicarla in modo utile, è necessario dominare l’arte ancora più sottile della cultura: storica, economica, sociale, giuridica, e ovviamente politica. Continuando con gli incisi storici, la difficoltà di dominare queste arti è il motivo per cui Jacob Bernoulli decise di non pubblicare in vita il testo che di fatto ha avviato la matematica della probabilità – la sua Ars Conjectandi.</p>
<p>Occorre osservare come con la rivoluzione digitale degli ultimi decenni, la rigidità della distinzione tra &ldquo;matematica&rdquo; e &ldquo;morale&rdquo; teorizzata da Poincaré sia stata superata dai fatti. Lo dimostra, su tutto, l’importanza in intelligenza artificiale del problema di definire e implementare i concetti di giustizia ed equità algoritmica. La qualità della democrazia del futuro prossimo dipenderà dalla nostra comprensione di questi concetti che attraversano longitudinalmente i campi, e che per questo motivo non ammettono una soluzione matematica &ldquo;semplice&rdquo;. Si tratta di questioni portate magistralmente all’attenzione del pubblico generale dalle matematiche Cathy O’Neil e Hannah Fry.</p>
<p>Ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare i problemi civili e sociali più importanti è una cultura matematica, e più in generale, scientifica. Il dramma della pandemia lo ha portato all’attenzione di tutti, anche dei più scettici. Dobbiamo dunque lavorare perché la matematica (e più in generale la scienza) venga riconosciuta come parte integrante della cultura. Ed è questa accezione più ampia di cultura che dovremmo esigere da chi sceglie di ricoprire cariche istituzionali. Non ci siamo, e per quel poco che ho potuto argomentare, il libro di Chiara Valerio non è probabilmente uno strumento utile ad arrivarci.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I silenzi della musica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/silenzi-musica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/silenzi-musica/</guid><pubDate>Tue, 08 Dec 2020 09:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>arte</category><description>La musica è forse l’arte più complessa, esiste solo nello scorrere del tempo e può essere approcciata da un punto di vista fisico-acustico, ma anche anatomico, fisiologico e neurologico. E che dire poi del silenzio? Il silenzio è musica? Come viene percepito e, soprattutto, esiste davvero? Gianni Zanarini affronta questi temi in due dei suoi libri, «Silenzio» (Doppiavoce, 2020) e «Invenzioni a due voci» (Carocci, 2015).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/silenzi-musica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/silenzi-musica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Il <strong>legame fra teoria musicale e conoscenza scientifica</strong> si presenta nel suo sviluppo storico come un affascinante dialogo tra due saperi che nel corso dei secoli si consolidano separatamente, ma nello stesso tempo si collegano in modo sempre più stretto», così Gianni Zanarini scrive nell’introduzione di <em>«Invenzioni a due voci».</em> È quasi artificiale una separazione netta tra l’arte e la scienza, a maggior ragione se tra le arti si sceglie la musica.</p>
<p>La particolarità della musica sta essenzialmente nel suo esistere solo nel momento in cui si decide di eseguirla. Si potrebbe dire lo stesso del teatro o del cinema, certamente, eppure chiunque potrebbe idealmente leggere le sceneggiature per immedesimarsi nel contesto teatrale o cinematografico; dall’altro lato, forse solo i musicisti più capaci sono in grado di immaginarsi tutti i suoni leggendo, magari, una partitura per orchestra sinfonica. La peculiarità del pensiero musicale, poi, sta anche nel suo lungo percorso espressivo: il compositore scrive lo spartito, lo spartito viene letto e proposto dal direttore agli orchestrali, gli orchestrali, leggendo le proprie parti e osservando il direttore, suonano lo strumento e, infine, i suoni amalgamati arrivano al pubblico.</p>
<p>Questo naturalmente crea una gamma di interpretazioni molto più ampia di quanto si possa pensare. Non basta, in altre parole, dare in pasto a un computer uno spartito per ascoltare a pieno tutta la musica, per quanto sia raffinata la sintesi informatica dei timbri. L’interpretazione, infatti, è data da tutta una serie di elementi (<em>rallentandi</em> e <em>accelerandi</em> non scritti, ma anche ritornelli arbitrari, cadenze improvvisate, …) e microelementi (piccolissime variazioni di dinamica – cioè di volume – e di agogica – cioè di tempo) che, di fatto, rendono nel complesso ogni esecuzione diversa dalle altre, unica.</p>
<h2 id="stimoli-acustici-orecchio-e-dissonanza">Stimoli acustici: orecchio e dissonanza</h2><p>Come Gianni Zanarini spiega nel suo <em>«Invenzioni a due voci»</em>, le variazioni di pressione dell’aria vengono intercettate dal timpano, in fondo al canale uditivo, che tramite martello, incudine e staffa (gli ossicini) trasmette l’informazione alla coclea. La coclea è divisa in due dalla membrana basilare che, vibrando in zone diverse a seconda della frequenza in ingresso, trasmette i segnali alle terminazioni nervose.</p>
<p>L’orecchio, secondo l’analogia del fisico <strong>Hermann von Helmholtz</strong> riportata da Zanarini, è come un «pianoforte segreto»: le vibrazioni vengono trasmesse per simpatia alle parti di membrana basilare che hanno la stessa frequenza di risonanza della nota suonata – come quando si liberano le corde del pianoforte dagli smorzatori (col pedale) prima di premere un tasto e le onde sonore vengono così trasmesse anche ad altre corde, che iniziano a vibrare. Lo stesso accade quando si prendono due diapason identici: se ne eccita uno solo e l’altro, andando in risonanza, inizia vibrare per simpatia grazie alle onde che si propagano nell’aria.</p>
<p>Tutto il complesso funzionamento del senso dell’udito (orecchio e, ovviamente, cervello), secondo gli studiosi, è probabilmente all’origine di un altro aspetto curioso della percezione musicale. Le distanze tra le note (che si chiamano «intervalli») si identificano con dei <strong>rapporti</strong> tra le frequenze, anche se noi le percepiamo come <strong>differenze</strong>. In altre parole, quando intoniamo la scala cromatica¹ (i sette tasti bianchi con inframezzati i tasti neri del pianoforte) abbiamo la netta sensazione di aggiungere sempre la stessa «quantità», anche se in realtà non stiamo aggiungendo ma moltiplicando sempre per lo stesso numero, nella fattispecie: radice dodicesima di due (circa 1.059463). Così, l’intervallo di ottava per esempio – come quello tra una nota Do e il Do successivo (un’ottava sopra, appunto) – ha sempre lo stesso rapporto 2:1 tra le frequenze delle due note; ma le differenze tra le frequenze sono diverse a seconda delle note che consideriamo. In appendice² è riportata una tabella con le frequenze in Hertz (Hz) di alcune note per lasciare che il lettore si diverta nei calcoli. Dall’immagine che segue emerge l’<strong>andamento esponenziale</strong> della successione delle frequenze delle note che vanno dal Do4 (con frequenza di circa 262 Hz) al Do6 (1047 Hz).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/silenzi-musica-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/silenzi-musica-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/silenzi-musica-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="frequenze scala musica" width="2055" height="1397" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 1. Quello che appare evidente da questo grafico è che i semitoni, cioè la distanza tra due note vicine, procedono per incrementi di «quantità» di frequenza sempre maggiori salendo verso le note acute (e, viceversa, sempre minori scendendo verso le note gravi). È da precisare che, nella fattispecie, è necessario scegliere un’accordatura opportuna per ottenere un simile andamento perfettamente esponenziale: il cosiddetto «temperamento equabile»; con altre accordature si osserverebbero dei leggeri scalini, pur restando intatto il rapporto costante delle ottave (e di altri intervalli).</p>
<p>La cosa interessante, come riferisce nei suoi due libri Gianni Zanarini, è che due frequenze vicine vanno a far vibrare la stessa regione dell’orecchio interno e questo fenomeno crea all’ascolto una certa asprezza, che i musicisti chiamano <strong>«dissonanza»</strong>. Se poi i suoni sono davvero molto vicini, si creano i cosiddetti «battimenti»: non si riescono a distinguere i due suoni separati, ma si sentono delle oscillazioni nell’ampiezza del suono risultante (lo sanno bene i chitarristi quando devono accordare a orecchio).</p>
<p>La musica continua a stupirci però, perché la dissonanza non si avverte solo quando si ascoltano due note vicine, ma anche con intervalli più «larghi» (uno dei quali è stato addirittura soprannominato <em>«diabolus»</em>!) e, in parte, anche a seconda degli strumenti che si prendono in considerazione. Perché?</p>
<p>Come sanno i fisici, ogni suono non puro (un suono puro è quello del diapason, per intenderci) è la risultante della sovrapposizione di più suoni puri con ampiezze diverse: è in questo modo che si viene a creare il timbro degli strumenti, ma anche delle voci e, in generale, di tutti i possibili eventi sonori. Questi suoni puri sovrapposti si chiamano «armonici» e tendenzialmente sono multipli interi del primo armonico «fondamentale» (quello che dà il nome alla nota che effettivamente udiamo). Ebbene, quando si suonano due note diverse, si produce una serie di armonici per ciascuna delle due note; viste le suddette relazioni matematiche che stanno dietro alla successione degli armonici, alcuni armonici fra le due serie coincideranno e altri no. La dissonanza tra le due note aumenterà quanto più diminuiscono gli armonici che coincidono tra le due serie rispettive. Questo fatto (qui descritto in modo semplificato) è particolarmente rilevante, perché gran parte della teoria musicale si basa proprio sull’alternanza tra dissonanza e consonanza, tra tensione e distensione.</p>
<p>Tutto ciò cos’è? Musica o fisica? O piuttosto entrambe?</p>
<h2 id="la-musica-come-percezione-del-silenzio">La musica come percezione del silenzio</h2><p>Che dire invece dell’assenza di suono, il silenzio, che sul pentagramma viene scritto come «pausa» dotata, per altro, degli stessi attributi temporali delle note scritte? Gianni Zanarini scrive in <em>«Silenzio»</em> che «nella musica come nel linguaggio, il silenzio è condizione necessaria per l’ascolto. È una pausa di silenzio quella che separa una parola dall’altra, una frase dall’altra, o anche una nota dall’altra, un motivo musicale dall’altro». Senza il silenzio, in altri termini, non ci sarebbe né musica né parola.</p>
<p>Ma non è di questo silenzio che parla Zanarini nel suo libro più recente, quanto piuttosto del «silenzio attivo, carico di emozioni che punteggia e arricchisce la comunicazione e l’ascolto. Anche in presenza di un silenzio attivo, e non solo in presenza di un flusso sonoro, la complessa rete di relazioni tra le diverse aree cerebrali svolge la sua straordinaria funzione di <strong>colorare ogni istante di emozioni, suscitare ricordi, anticipare il futuro</strong>». Potremmo parlare, per esempio, del silenzio che separa i movimenti delle sinfonie e che i frequentatori di teatri e sale da concerto sanno che non deve essere riempito di applausi. Quella pausa lunga e non scritta in partitura non è la fine dell’esecuzione – e non è nemmeno l’intervallo – ma è un silenzio denso ancora di carica emotiva: la musica è ancora in corso.</p>
<p>Leggendo <em>«Silenzio»</em> emerge chiaramente come il silenzio stesso <em>sia</em> musica. Seguendo questo concetto, nei primi anni ’50 del secolo scorso, <strong>John Cage</strong> – eclettico compositore statunitense – <strong>compose il silenzio più famoso di tutti: «4’33’’»</strong>. Un brano per qualunque strumento o voce, scritto in tre movimenti con le seguenti durate: 30’’, 2’23’’ e 1’40’’. All’inizio del brano la scritta <em>Tacet</em> è l’unica parola che appare. Se ancora non fosse chiaro, «4’33’’» è un brano dove non viene emessa alcuna nota; ma questo vuol dire forse che nessun suono è percepito?</p>
<p>John Cage è stato probabilmente ispirato dalla sua visita alla camera anecoica all’Università di Harvard, una stanza isolata acusticamente dall’ambiente esterno e allestita per eliminare qualsiasi eco (da cui il nome). Entrando in questo spazio e restandoci da soli non si percepisce alcun tipo di suono né rumore, avendo la sensazione di ascoltare il silenzio più assoluto. Ma, <a href="https://thevision.com/musica/john-cage-musica/" rel="noopener">come John Cage ha raccontato</a>, gli unici rumori che piano piano si iniziano a udire sembrano proprio essere quelli prodotti dal battito cardiaco e dall’attività cerebrale: il silenzio assoluto non è ascoltabile, che è come dire che non esiste.</p>
<p>In linea teorica, per i fisici, il silenzio assoluto ci sarebbe quando nulla vibra e tutto è fermo, configurazione che si ottiene nello stato termodinamico che si chiama «zero assoluto» o «zero Kelvin», cioè alla temperatura di -273.15°C (per altro, teoricamente e praticamente irrangiungibile). John Cage – magari tentato da uno spirito numerologico tipico della musica antica – potrebbe aver scelto di scrivere 273 (appunto) secondi musicali di silenzio, e cioè 4 minuti e 33 secondi. Non si sa se questo sia il significato originale, ma è piuttosto intrigante notare inoltre che, prendendo il modulo della sola parte intera (273 e non 273.15), è come se Cage volesse suggerire che, pur senza alcuna nota, «4’33’’» non è un silenzio <em>assoluto</em>. E di fatto è così, perché, durante l’esecuzione di «4’33’’», una volta che il pubblico capisce qual è il contenuto del brano, si iniziano a sentire fruscii, respiri e magari i suoni dall’esterno del teatro.</p>
<p>Gianni Zanarini prova a descrivere le sensazioni che possono aver colpito gli spettatori, in particolare della prima esecuzione del 1952.</p>
<blockquote>
<p>«Qualcuno rimane interdetto, forse addirittura scandalizzato. Con un gesto di impazienza sfoglia, con un leggero fruscio, il programma di sala in cerca di una spiegazione che non trova, si agita sulla sedia che scricchiola leggermente, sussurra qualcosa al suo vicino, che gli risponde con un’espressione sorpresa e incredula. E non senza una buona ragione: mai, nella storia della musica, è accaduto qualcosa di simile! Forse, però, altri hanno un vissuto diverso. Qualcuno si immerge anche qui, anche ora nel silenzio che precede ogni esecuzione, denso di attesa e animato da suoni appena percettibili: respiri, colpi di tosse, fruscio di programmi, bisbigli, scricchiolii. E, anche se un po’ sorpreso, interpreta la composizione come un invito a entrare con attenzione e concentrazione in questo silenzio vivo: un silenzio che è parte della musica, che è musica esso stesso».</p></blockquote>
<p>Oggi chiunque può ascoltare musica in rete (soprattutto durante un <em>lockdown</em>), ma quanto è stato detto finora fa capire che recarsi in teatro comporta una serie di azioni e di riti che coinvolgono in modo compiuto l’ascoltatore. La musica – anche quella che contiene pause più corte di 4 minuti e 33 secondi – non si limita quindi a essere un insieme di suoni, ma, come si evince leggendo <em>«Invenzioni a due voci»</em> e <em>«Silenzio»</em> di Gianni Zanarini, è una vera e propria esperienza immersiva e totale, fatta di suoni e di silenzi.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="lautore-dellarticolo-è-diplomato-in-pianoforte-e-laureato-in-fisicalautore-dei-due-libriè-flautista-e-docente-di-fisica-acustica" class="titolo-minore">L&rsquo;autore dell&rsquo;articolo è diplomato in pianoforte e laureato in fisica, l&rsquo;autore dei due libri è flautista e docente di fisica acustica.</h2><h2 id="1-la-scala-cromatica-è-fatta-da-dodici-note-consecutive-distanti-tra-loro-un-semitono-cioè-la-dodicesima-parte-di-unottava-lottava-è-lintervallo-per-cui-il-rapporto-tra-la-frequenza-più-alta-e-quella-più-bassa-è-2-una-scala-cromatica-può-essere-do-do-re-re-mi-fa-fa-sol-sol-la-la-si-do-la-scala-diatonica-invece-è-quella-in-cui-gli-intervalli-non-sono-solo-semitoni-ma-toni-il-doppio-di-un-semitono-e-semitoni-la-più-famosa-è-do-re-mi-fa-sol-la-si-do" class="titolo-minore">[1] La scala cromatica è fatta da dodici note consecutive distanti tra loro un semitono, cioè la dodicesima parte di un’ottava (l’ottava è l’intervallo per cui il rapporto tra la frequenza più alta e quella più bassa è 2). Una scala cromatica può essere «Do, Do#, Re, Re#, Mi, Fa, Fa#, Sol, Sol#, La, La#, Si, Do». La scala diatonica, invece, è quella in cui gli intervalli non sono solo semitoni, ma toni (il doppio di un semitono) e semitoni; la più famosa è: «Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, Do».</h2><h2 id="2" class="titolo-minore">[2]</h2><h2 id="frequenze-scala-diatonica-do-maggiore" class="titolo-minore"><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/silenzi-musica-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/silenzi-musica-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/silenzi-musica-body-2.png.webp 1120w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="frequenze scala diatonica do maggiore" width="1120" height="250" loading="lazy" decoding="async">
</h2><h2 id="bibliografia" class="titolo-minore"><strong>Bibliografia</strong></h2><h2 id="zanarini-g-invenzioni-a-due-voci-carocci-editore-città-della-scienza-roma-2015" class="titolo-minore">Zanarini G., <em>Invenzioni a due voci</em>, Carocci editore, Città della scienza, Roma, 2015.</h2><h2 id="zanarini-g-silenzio-doppiavoce-napoli-2020" class="titolo-minore">Zanarini G., <em>Silenzio</em>, Doppiavoce, Napoli, 2020</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Rivoltiamoci contro la finitudine</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rivoltiamoci-contro-finitudine/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rivoltiamoci-contro-finitudine/</guid><pubDate>Tue, 17 Nov 2020 07:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Pietro Greco</dc:creator><category>libri</category><description>Pietro Greco recensisce Finitudine. Un romanzo filosofico tra fragilità e libertà , l&amp;amp;rsquo;ultimo libro del filosofo della biologia Telmo Pievani: un dialogo tra Albert Camus e Jacques Monod in cui s&amp;amp;rsquo;intrecciano scienza e filosofia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/rivoltiamoci-contro-finitudine-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/rivoltiamoci-contro-finitudine-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ora lo sappiamo, ora la scienza ce lo dice: non solo ciascuno di noi è destinato a finire, ma lo stesso destino - sia pure con modalità e in tempi diversi - toccherà all’intera umanità, alla vita, al pianeta Terra, all’intero universo.</p>
<p>Ora lo sappiamo, ora la scienza ce lo dice: l’immortalità non può esistere. Né per gli umani, né per la Terra, né per l’universo stesso. La finitudine è l’essenza del mondo. E tutto ciò non ha un senso. Nella vicenda di noi umani, della vita, del pianeta Terra e dell’intero universo non c’è un senso. Di tutto ciò si può constatare semplicemente che avviene non possiamo dire perché avviene.</p>
<p>La vicenda cosmica, appunto, non ha un senso. È una vicenda tragica. Ancor più per noi umani, portatori di una finitudine consapevole. Ne deriva che la morte resta per noi uno scandalo, un mistero inaccettabile. E tuttavia l’amara verità della finitudine dell’universo mondo ci restituisce allora libertà, la tragica libertà di chi non crede più nei migliori mondi possibili, ma nemmeno si lascia intrappolare nel nihilismo più angoscioso. Proprio perché si intravede la libertà, per quanto vincolata, che la tragedia si trasforma in epica.</p>
<p>Possiamo (dobbiamo) rivoltarci contro questa conseguenza perversa della finitudine.</p>
<p>A ben vedere è questo il nucleo centrale del dialogo che si è consumato tra uno scrittore, Albert Camus, e un biologo, Jacques Monod, a partire dal 10 gennaio 1960, presso il Centre Hospitalier di Fontainebleau. Il dialogo è stato ricostruito da Telmo Pievani, filosofo della biologia in forze all’Università di Padova e comunicatore di scienza in giro per l’Italia intera, in un libro appena pubblicato da Raffaello Cortina: <em>Finitudine. Un romanzo filosofico tra fragilità e libertà</em> (2020, p.280, euro 16,00).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/rivoltiamoci-contro-finitudine-body-1.png.webp" alt="" width="700" height="1138" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il dialogo è immaginario. E non potrebbe essere diversamente, non fosse altro perché in quell’ospedale, nella cittadina a meno di 70 chilometri da Parigi, Albert Camus era morto il 4 gennaio 1960, in seguito a un incidente stradale. Telmo Pievani, con il passo dello storico – notevole la sua capacità di ricostruire le vicende politiche e le conoscenze scientifiche di quel tempo – fa intrecciare un dialogo filosofico e scientifico a quei due campioni del sapere e (quindi) della libertà.</p>
<p>Entrambi sono stati partigiani conto il nazifascismo, entrami si sono poi esposti in prima persona contro le falcidie di libertà nei regimi comunisti dell’Est. Sì, la <strong>libertà</strong> è un elemento essenziale – forse l’elemento essenziale – in questo nuovo libro di Pievani, il suo primo romanzo filosofico. La libertà è l’unica consolazione che gli umani hanno davanti al mistero inaccettabile della morte. E non è un caso, probabilmente, che questa considerazione tradotta in opera letteraria sia nata nella mente di Telmo Pievani come strumento di consolazione nel pieno del primo attacco del coronavirus SARS-CoV-2 all’inizio del 2020.</p>
<p>La trama del romanzo filosofico è semplice. I due, Camus e Monod (il biologo vincerà il premio Nobel per la Medicina nel 1965, dunque dopo l’epoca in cui si svolge il dialogo immaginato da Pievani – si incontrano in ospedale dopo l’incidente d’auto che ha coinvolto lo scrittore. Nel romanzo, Camus sopravvive all’impatto. E Monod, che lo conosce, lo va a trovare in ospedale. I due decidono così di scrivere un libro in cui, alla luce delle conoscenze scientifiche, si analizza la vicenda umana e la sua acquisita consapevolezza della finitudine cosmica. Il tutto alla luce della teoria dell’evoluzione biologica di Charles Darwin e delle recenti acquisizioni biologiche, compresa la scoperta della struttura a doppia elica del DNA avvenuta solo qualche anno prima, nel 1953, a opera di James Watson e Francis Crick. La trama prevede, ancora, che Jacques Monod scriva e poi, in ospedale, discuta della bozza con Albert Camus.</p>
<p>Il testo, come dicevamo, riassume le conoscenze scientifiche del tempo. Ma anche quelle politiche, segnate dall’incubo atomico: l’umanità ha appena acquisito la (tragica) capacità di distruggere sé stessa con quelle decine di migliaia di ordigni atomici che URSS e USA stanno accumulando nei loro arsenali. E pertanto discutono, i due, non solo di filosofia della scienza ma anche di filosofia della figlia di sua figlia, la <strong>tecnica</strong>.</p>
<p>Quello che scorre per pagine e pagine è un ordito opprimente: alla finitudine naturale gli umani – la Terra è vecchia, sostiene Monod con parole che sembrano un ammonimento, e anche la vita è vecchia –, grazie alla scienza e alla tecnica, hanno aggiunto una consapevole finitudine tessuta di sua propria mano. Sembra non esserci scampo. La conoscenza, invece di cercare una via d’uscita, sembra stia accelerando la consapevolezza.</p>
<p>I due si chiedono persino se la coscienza sia da considerarsi un vantaggio evolutivo o piuttosto una gravosa perché impotente palla al piede. Non è forse un accumulatore di angoscia la consapevolezza dell’asimmetria tra umani e (resto della) natura: lei, la natura, può ben essere indifferente alla sorte degli umani, <strong>gli umani non possono essere indifferente alle sorti della natura</strong>. Anzi, gli umani devono assumersi in carico le sorti della natura che stanno contribuendo a degradare.</p>
<p>Ma ecco che alla fine la tela della tragedia si squarcia. Bisogna insorgere contro la pena di morte generalizzata, proprio come i partigiani sono insorti conto la pena di morte decretata dai nazisti contro popolazioni inermi (a iniziare da ebrei, ma anche tsigane - rom e sinti  - e portatori di handicap) e contro la stessa civiltà europea.</p>
<p>La consapevolezza della finitudine di tutte le cose non dove consegnarci al nichilismo e al pessimismo cosmico. Dobbiamo usare la leva della libertà per lottare contro la morte e contro il male senza senso del mondo. Anche se non c’è in natura, il senso gli umani possono darselo, rivoltandosi contro la tirannia termodinamica, sfidando la finitudine con il progresso. Il modo più razionale e insieme empatico per dare un senso alla propria vicenda è di dare un corpo e un’anima alla propria libertà e lottare per diminuire le sofferenze e migliorare le condizioni di vita dei propri simili, presenti e futuri.</p>
<p>La storia umana, scrive Pievani, non è un destino già scritto. Possiamo spenderla, questa nostra precaria eppure preziosa esistenza, per costruire insieme un futuro desiderabile. Non siamo forse noi esseri finiti che conoscono l’infinito? E non è forse questo messaggio più di una consolazione, uno sprone ad agire anche in queta vicenda pandemica che altrimenti ci apparirebbe solo come una oscura conferma della nostra finitudine?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un Universo sempre più problematico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/universo-sempre-piu-problematico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/universo-sempre-piu-problematico/</guid><pubDate>Tue, 10 Nov 2020 11:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Elidoro</dc:creator><category>libri</category><description>Claudio Elidoro recensisce la nuova edizione per Carrocci de «L’universo oscuro. Viaggio tra i più grandi misteri del cosmo» di Andrea Cimatti. Nuovi capitoli e nuove illustrazioni per rendere conto dei misteri dell’Universo che in così pochi anni si sono presentati a fisici e astronomi. Cos’altro dobbiamo aspettarci?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/universo-sempre-piu-problematico-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/universo-sempre-piu-problematico-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A tre anni di distanza dalla prima uscita in libreria, <strong>Andrea Cimatti</strong> ha ritenuto opportuno proporre agli appassionati del cosmo una nuova edizione del suo «L’universo oscuro». Una nuova e interessante puntata della sua «sfida personale – come la definisce nella Prefazione – nel cercare di spiegare, e non semplicemente raccontare, ciò che del nostro Universo abbiamo compreso e quanto rimane ancora avvolto nel più completo mistero».</p>
<p>Non si tratta di una semplice ristampa, ma di una puntuale e attenta integrazione delle tematiche già presenti nella prima edizione con approfondimenti importanti, tutti trattati con la consueta chiarezza e il sapiente ricorso a immagini e schemi. L’appassionante viaggio tra i più grandi misteri del cosmo che l’autore ci propone è ancora lo stesso, ma si è arricchito di nuove tappe, di nuovi scorci e di nuovi misteri.</p>
<p>Il continuo annuncio di scoperte sembra raccontarci di una Astronomia in costante e frenetica evoluzione, ma sul versante della nostra conoscenza della «ricetta dell’Universo» si sta praticamente segnando il passo. La nostra conoscenza dei suoi ingredienti più importanti non è mutata e l’aggettivo «oscuri» che gli astronomi hanno appioppato a tali ingredienti è ancora perfettamente valido. Perché, allora, una nuova edizione?</p>
<p>Cimatti lo dice chiaramente fin dall’inizio: «Siamo all’inizio di un decennio che molto probabilmente rivoluzionerà la nostra visione dell’Universo, e in cui nuovi esperimenti e telescopi cercheranno di far luce sui grandi enigmi del Cosmo. Non si può ignorare quanto sta accadendo».</p>
<p>È proprio l’occhio attento alle ultime scoperte che ha indotto l’autore ad approfondire tematiche astronomiche attualissime quali le onde gravitazionali, i buchi neri e gli aloni di materia oscura. Non poteva neppure mancare un accenno al grosso problema che ultimamente sta affliggendo i cosmologi: il valore della costante di Hubble (dal quale dipende la stima dell’età dell’Universo). Proprio quando sembrava che la cosmologia potesse finalmente definire con precisione questo parametro chiave dell’evoluzione dell’Universo, infatti, ci si è trovati tra le mani la patata bollente di valori differenti e non riconciliabili tra loro! Semplici errori strumentali nascosti nelle complesse pieghe delle tecniche osservative impiegate, oppure qualcosa di più profondo e – potenzialmente – devastante per ciò che pensiamo di conoscere del cosmo?</p>
<p>Un Universo oscuro, insomma, che sembra divertirsi a nascondersi ancora di più.</p>
<h2 id="brani-dal-libro-luniverso-oscuro-di-andrea-cimatti">Brani dal libro «L’universo oscuro» di Andrea Cimatti</h2><h3 id="dal-capitolo-7-pp-125-127">Dal Capitolo 7 (pp. 125-127)</h3><blockquote>
<p><strong>Ci sono alternative alla materia oscura?</strong></p>
<p>Quanto appreso fino a ora ci lascia sicuramente molto perplessi. È possibile che da un lato ci siano così tante evidenze (indirette) della materia oscura, e che dall’altro sia così difficile rivelarla sperimentalmente e comprenderne la sua natura? In effetti, la situazione appare ormai così strana che alcuni scienziati pensano che dietro quello che noi chiamiamo materia oscura si possa nascondere qualche altro problema ancora più profondo. Se ci pensiamo bene, tutte le evidenze della materia oscura vengono da osservazioni astronomiche, e tutte si basano sull’assunzione della validità assoluta della fisica che conosciamo. Ad esempio, nel caso degli ammassi di galassie, delle galassie a disco e di quelle sferoidali nane, la necessità di invocare materia oscura deriva dall’applicazione delle leggi della dinamica e della gravitazione universale di Newton, che regolano le velocità con cui stelle e galassie si muovono all’interno di un sistema dotato di massa. Discorso analogo per le lenti gravitazionali, dove le loro caratteristiche sono sfruttate per dedurre la massa della materia non visibile assumendo valida la relatività generale di Einstein. E se invece le leggi di Newton e di Einstein non fossero valide universalmente? E se la gravità avesse un comportamento diverso da quello che pensiamo?</p>
<p>Queste domande potrebbero essere lecite. […] [Precedentemente] è stato descritto come la relatività generale abbia superato molti esami e verifiche. Tuttavia, non si è ancora raggiunta la certezza assoluta della sua validità universale su scale spazio-temporali diverse da quelle utilizzate nei test effettuati fino a oggi. Per tali motivi, si è sviluppata un’area di ricerca in cui vengono studiati scenari teorici completamente alternativi in cui la materia oscura non esiste, e dove la forza di gravità agisce in modo diverso da quello che abbiamo finora imparato. Sotto l’ombrello di quella che viene chiamata gravità modificata sono state proposte numerose teorie in cui le equazioni di Einstein (o semplicemente la legge di gravitazione universale di Newton) sono modificate in modo che sulle scale a noi conosciute riproducano le leggi note, ma che possano avere deviazioni quando sono applicate su scale molto grandi come quelle galattiche o cosmologiche.</p>
<p><strong>Ricapitolando</strong></p>
<p>Con l’assunzione che le leggi della fisica da noi conosciute siano universalmente valide, abbiamo esaminato i possibili scenari in cui la materia oscura potrebbe essere composta da materia ordinaria, ovvero dagli atomi e dalle particelle che conosciamo e di cui siamo fatti anche noi stessi. Ma siamo stati costretti a concludere che nessun candidato di questo tipo è in grado di fornire una spiegazione plausibile. Da questo risultato è quindi nata la necessità di invocare l’esistenza di un nuovo tipo di particella non ordinaria, dotata di massa ed elettricamente neutra che possa costituire la materia oscura. Le più svariate ipotesi sono state fatte sulle possibili masse di queste particelle, dai leggerissimi assioni alle wimp, fino alle pesantissime wimpzilla. E parallelamente sono stati sviluppati tre principali approcci sperimentali che mirano a identificare queste particelle sfruttando gli effetti prodotti da collisioni ad altissima velocità all’interno di acceleratori, o sperando nella collisione di una wimp con nuclei di atomi ordinari, o cercando di misurare i fotoni X o gamma previsti nei casi in cui le particelle oscure fossero soggette a processi di annichilazione o decadimento. A oggi però, nessun esperimento ha fornito risultati conclusivi. Tanto che è stato anche proposto che la materia oscura non esista neppure, e che siano invece la legge di gravitazione universale e la relatività generale a dovere essere modificate quando applicate alle grandi scale cosmiche. Vi ricordate come è iniziata tutta questa storia? Da alcuni personaggi che in una notte d’estate restavano incantati dallo spettacolo del cielo stellato e si facevano domande fondamentali su che cosa stessero osservando. A questo punto possiamo dare loro una prima risposta, anche se ancora molto incompleta. Quello che vedono brillare nel cielo non è altro che una piccola parte della materia presente nell’universo, ed è solo quella parte composta dalle particelle di materia ordinaria di cui siamo fatti anche noi. Non possiamo dare altre risposte ai nostri personaggi. A oggi brancoliamo ancora nel buio, un buio pieno di materia, ma oscura.</p></blockquote>
<h3 id="dal-capitolo-11-p-185">Dal Capitolo 11 (p. 185)</h3><blockquote>
<p>È il desiderio puro e innato dell’uomo di conoscere ed esplorare che spinge la ricerca scientifica a progredire, e insieme ad essa la nostra cultura e consapevolezza. Non è sufficiente questo? Dobbiamo per forza cercare “applicazioni pratiche” per convincerci dell’importanza della cosiddetta ricerca di base? Non credo proprio. L’errore di fondo consiste nel pensare che quello che non ha immediate applicazioni pratiche sia di fatto inutile e possa rappresentare uno spreco di risorse pubbliche o private. Niente di più sbagliato. E comunque, se proprio si vuole trovare una motivazione “concreta” per giustificare la ricerca di base, faccio un esempio che conosco molto bene. Prendiamo il problema dell’energia oscura. Che cosa ci può essere di più astratto e inutile? Quali ricadute ci potrebbero essere nella vita quotidiana? Apparentemente nessuna, ma in realtà tante. Infatti, il problema dell’energia oscura (un problema da ricerca di base) genera una lunga filiera di attività molto diversificate e anche molto concrete. Si comincia, infatti, dal puro problema scientifico mirato alla pura conoscenza, per poi passare alla progettazione e realizzazione concreta degli esperimenti migliori per risolverlo. Ma gli esperimenti richiedono strumentazione di altissimo livello tecnologico. E questo implica un forte coinvolgimento della ricerca applicata, che studia la fattibilità dell’esperimento e la necessità di ulteriori sviluppi tecnologici per raggiungere l’obiettivo posto dagli scienziati.</p></blockquote>
]]></content:encoded></item><item><title>Molecole di scrittura scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/molecole-scrittura-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/molecole-scrittura-scientifica/</guid><pubDate>Wed, 23 Sep 2020 16:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><category>libri</category><description>Marco Taddia recensisce Scrivere di scienza , di Daniele Gouthier (Codice Edizioni, 2019): un libro sulla scrittura e sulla divulgazione ma anche, più in generale, sulla comunicazione scientifica - e quindi su come “informare, appassionare, convincere, diffondere una cultura”.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/molecole-scrittura-scientifica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/molecole-scrittura-scientifica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se volete scrivere di scienza per la vostra e altrui soddisfazione, prima di tutto dovete chiedervi se ciò di cui vorreste scrivere può servire a qualcuno, individuare il tipo di pubblico al quale è destinato il vostro lavoro e, infine, individuare la vostra “molecola di scrittura”, applicando il motto “conosci te stesso”.</p>
<p>La “molecola” in questione, citata in <em>Scrivere di scienza</em> di Daniele Gouthier (Codice Edizioni, 2019) è il vostro punto di forza. Si può riferire al ritmo che vi è più congeniale, alla capacità di produrre aforismi brucianti, all’articolazione dei periodi e allo spazio di cui necessita il vostro modo di esprimervi. Una volta individuata, la “molecola” va perfezionata ma occorre tener presente che, in fase di rifinitura, è necessario spostare l’attenzione da lei ai propri punti di debolezza. Questa esortazione, quanto mai appropriata, è una delle tanti che Daniele Gouthier ci offre nel suo libro, derivato da cinque lustri di esperienza nel campo della comunicazione. Leggendolo con attenzione si capisce che <strong>non esiste un’unica facile ricetta</strong> per scrivere bene.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/molecole-scrittura-scientifica-body-1.jpg.webp" alt="" width="400" height="600" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Gouthier ci ricorda che “Lo stile è qualcosa di sottile che ha un impatto forte su ciò di cui si scrive. Ognuno deve cercare il proprio ed educarlo”. Un altro utile suggerimento, valido per tutti, è quello di tenersi in allenamento, come nello sport. A tal proposito, il detto di Apelle, <em>Nulla dies sine linea</em> (“Nessun giorno senza una linea”) può applicarsi vantaggiosamente anche alla scrittura scientifica.</p>
<p>Oggi si avverte particolarmente l’esigenza di disporre di buoni comunicatori. La giornalista scientifica Roberta Villa, autrice dell’introduzione, mette in luce l’intreccio, mai tanto stretto come oggi, tra gli scienziati e la società. I ricercatori, scrive Villa: “dipendono, per i loro finanziamenti dalle scelte della politica o direttamente dalla gente comune e i loro risultati hanno un effetto che può risultare travolgente per la vita delle persone”. Purtroppo il mondo della scienza, specie in Italia, è parecchio sulle difensive, teso a ristabilire sempre “la verità scientifica”, per contrastare bufale e imbroglioni di ogni tipo. È una contrapposizione che <strong>non aiuta la comunicazione scientifica</strong> e, citando Gouthier, ricorda che l’obiettivo della scienza “non è convertire né schierarsi […]. Piuttosto, è fare cultura, stimolare una sensibilità scientifica, favorire un pensiero rigoroso e razionale”.</p>
<p>La pandemia di Covid-19 ha dimostrato che una riflessione sulla scrittura scientifica s’impone anche agli addetti ai lavori. Circa tre mesi fa, il filosofo e giornalista Fabio Gironi ha condotto un dialogo a più voci su questo tema spinoso con la stessa Roberta Villa, Giorgio Sestili e Alexander Bird. Tre persone che, come scrive Gironi, “in maniera diversa, durante i mesi dell’emergenza sanitaria hanno provato a fare ordine, a riportare al pubblico in modo chiaro un quadro epidemiologico complesso e, soprattutto, in costante evoluzione” (il resoconto si trova <a href="https://www.iltascabile.com/scienze/comunicare-scienza-covid19/" rel="noopener">qui</a>).</p>
<p>Fino a qualche decennio fa, negli ambienti universitari e specialmente in ambito chimico, occuparsi di divulgazione scientifica era considerato una perdita di tempo e coloro che si impegnavano in tale attività erano ritenuti dei ricercatori falliti. Oggi, almeno a parole, le cose sono molto cambiate, anche se la gratificazione, in termini di progressione di carriera, è inesistente. Aumentano quindi i “divulgatori” ma non sempre raggiungono i risultati sperati, forse perché agiscono sulla base della sola “ispirazione” - dimenticando una celebre frase di Thomas A. Edison secondo il quale il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% sudorazione. In sostanza, anche per divulgare <strong>occorre essere preparati</strong> e anche i ricercatori migliori debbono imparare a farlo perché è un mestiere diverso dal fare ricerca.</p>
<p>Gouthier ha tutte le carte in regola per essere ascoltato. Presentando se stesso dice: “Sono più di vent’anni – venticinque, compresi quelli in cui ho fatto un po’ di ricerca “dura” – che giro attorno alla scienza e alla matematica, allo scrivere e al raccontarne. Lo faccio come autore, come formatore di insegnanti e come docente”. Egli infatti insegna al Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA ( Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. Non è al primo libro perché ne ha scritto altri quattro: “Il bello della matematica”, “Le parole di Einstein”, “Il solito Albert e la piccola Dolly” e “Dar la caccia ai numeri”.</p>
<p>A proposito del libro, occorre subito precisare che non tratta solo di divulgazione ma anche di altre forme di comunicazione della scienza. Gouthier ce lo ricorda nel capitolo 7, intitolato “Le ragioni per cui scrivere”, laddove sottolinea che “divulgare e comunicare” sono azioni differenti. Divulgando, scrive, “si cerca di rendere fruibile, comprensibile e vicino un qualche contenuto scientifico”. Invece, in termini generali, quando si comunica professionalmente, ci si pone l’obiettivo di “informare, appassionare, convincere, diffondere una cultura”.</p>
<p>Oltre che sulla divulgazione, il libro si concentra su <strong>giornalismo, ricerca e insegnamento</strong>. A volte i confini che marcano i rispettivi campi di azione sono labili e non è raro che lo stesso individuo ne pratichi più di uno. Il sottotitolo del libro è il seguente: “Esercizi e buone pratiche per divulgatori, giornalisti, insegnanti e ricercatori di oggi”. Si può dire che Gouthier, nei limiti dello spazio a disposizione, centri in pieno i suoi obiettivi. In otto densi capitoli, ciascuno corredato da esercizi stimolanti e disseminato di inserti che evidenziano “piccole buone abitudini”, tutti i principali aspetti della comunicazione e della scrittura scientifica vengono trattati. L’autore lo fa con leggerezza, fluidità, semplicità e chiarezza. Le stesse caratteristiche che insieme al giusto equilibrio tra rigore ed efficacia comunicativa vorremmo ritrovare più spesso nell’editoria scientifica divulgativa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Mi muovo, dunque sono</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mi-muovo-dunque/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mi-muovo-dunque/</guid><pubDate>Tue, 21 Jul 2020 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><description>La metafora della mente come un computer, sia pure particolarmente complesso, ha dominato a lungo le scienze cognitive nel corso del Novecento.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/mi-muovo-dunque-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/mi-muovo-dunque-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La metafora della mente come un computer, sia pure particolarmente complesso, ha dominato a lungo le scienze cognitive nel corso del Novecento. Ma la sua origine, risalendo indietro nel tempo, la possiamo trovare in un periodo della storia in cui di computer ancora nulla si sapeva, e cioè al XVII secolo. Fu allora che Cartesio scavò quel “fossato metafisico” tra il corpo (<em>res extensa</em>) e la mente (<em>res cogitans</em>). Una divisione che comporta una doppia riduzione: da un lato la riduzione del corpo a una macchina che ci dà sensazioni o produce movimento ma solo di tipo meccanico, dall’altra della mente al “cogito”, ovvero ciò che produce rappresentazioni mentali, o potremmo dire l’elaborazione lineare delle informazioni sensoriali che esita in un comportamento intelligente.</p>
<p>Insomma, secondo questa teoria la mente sarebbe una sorta di scatola nera che sta tra un input (le sensazioni) e un output (i movimenti volontari, il comportamento intelligente), ma di natura sostanzialmente diversa rispetto alla materia, ovvero al corpo, come – diceva Cartesio - il fontaniere è di natura diversa rispetto alla fontana che manovra.</p>
<p>Come si vede l’analogia tra la mente e il computer è già tutta qui. Oggi, tuttavia, questa metafora è messa in crisi dal cosiddetto “<strong>paradigma motorio</strong>”, ovvero un modello di come funziona il nostro apparato cognitivo che si è sviluppato negli ultimi anni e che è basato su una concezione della mente del tutto diversa: una mente non separata ma radicata nella corporeità e nelle capacità di movimento di un individuo. E, d’altro canto, un movimento che è azione e quindi conoscenza, sia pure a un livello “più basso”. Secondo questo paradigma, non ci sono una mente e un corpo separati tra loro, ma c’è qualcosa di unitario e integrato che potremmo chiamare “mentecorpo”. Di conseguenza, “l’analogia classica cervello-computer va letta al contrario: i cervelli non sono macchine sofisticate, semmai le macchine sono cervelli imperfetti”, imperfetti proprio perché non hanno gambe, braccia, testa, insomma un corpo.</p>
<p>Carmela Morabito, storica della psicologia e delle neuroscienze cognitive, nel suo nuovo libro “<strong>Il motore della mente</strong>” (editori Laterza, pp.164, euro 18,00), affronta proprio il tema del paradigma motorio e ci racconta come questa idea in realtà sia apparsa più volte nel corso della storia della riflessione sulla mente, come un fiume carsico che a volte viene in superficie per poi rituffarsi sotto terra e rimanere nascosto a lungo fino al momento in cui riemergerà.</p>
<p>Tanti i nomi che Morabito richiama, da Locke e Hartley fino a Bergson, Piaget e Lurija. Ma forse vale la pena soffermarsi su alcuni momenti di questa carrellata storica. Il primo coincide con l’opera di Alexander Bain, filosofo scozzese che nella seconda metà dell’Ottocento capisce quanto il movimento sia al centro dello studio della mente: “L’attività motoria – scrive – è una condizione necessaria dell’esistenza della coscienza”. I suoi studi si intrecciano con quelli della neurofisiologia del tempo che approfondisce le conoscenze sulle basi neurologiche del movimento. Secondo Bain, i movimenti casuali di esplorazione e le sensazioni piacevoli e spiacevoli sono i mattoni a partire dai quali si sviluppano la conoscenza, la volontà e addirittura la morale e i rapporti sociali.</p>
<p>Molti studiosi riprenderanno in vario modo le tesi di Bain, ma una dimostrazione scientifica di questa ipotesi ci sarà solo negli anni Novanta del secolo scorso quando all’università di Parma Giacomo Rizzolatti e i suoi collaboratori scoprono i neuroni specchio. La storia è nota, ma vale la pena ricordarla. Nel laboratorio di Rizzolatti c’è un macaco sotto osservazione. Ma il macaco a sua volta osserva i suoi osservatori e quando vede uno di loro sgranocchiare delle noccioline, alcuni neuroni nel suo cervello si attivano. Sono i neuroni che normalmente si attivano quando il macaco compie un’azione, per esempio sgranocchia le noccioline, ma in quel momento il macaco non sta compiendo nessuna azione, è solo spettatore di quella azione. È la scoperta dei <strong>neuroni specchio</strong>: neuroni dell’apparato motorio che si attivano sia quando si compie un movimento sia quando si vede compiere un movimento. È questo il mattone della nostra capacità di rappresentarci gli stati mentali dell’altro e prevederne i comportamenti. Ovvero è il mattone dell’empatia e della nostra socialità.</p>
<p>Il seguito di queste ricerche, racconta Morabito, ci porta ad affermare che “l’attivazione delle aree motorie è implicata in tutte le varie funzioni del sistema cognitivo, un sistema dinamico e integrato con la capacità di prevedere simulando il comportamento proprio e altrui”. Una simulazione “incarnata”, automatica e involontaria ma che è una forma di conoscenza, sia pure primordiale e corporea.</p>
<p>La terza tappa del percorso che vogliamo richiamare ci porta ai primi anni Duemila, quando, scrive Morabito, “è stata formulata l’idea di una vera e propria conoscenza motoria, espressione di una forma di ‘intelligenza subcorticale’ del movimento che non ha una rappresentazione esplicita e nemmeno simbolica, ma che partecipa all’emergenza di qualunque livello simbolico come condizione necessaria”. Cioè il corpo in movimento è la condizione di possibilità della nostra conoscenza più “alta”, compreso il linguaggio. Questo apre a sua volta la strada a una prospettiva evolutiva sulla coscienza: con l’evoluzione del cervello umano diventiamo capaci di prevedere il risultato dell’azione solo simulandola, senza avere bisogno della esperienza diretta. Ma l’origine rimane l’agire del nostro corpo. La mente quindi, potremmo dire con una formula, è cervello più corpo. E forse questo è quello che intendeva anche Wittgenstein quando scriveva “Il corpo umano è la migliore immagine dell’anima umana”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ragazzi, leggete Primo Levi!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ragazzi-leggete-primo-levi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ragazzi-leggete-primo-levi/</guid><pubDate>Tue, 02 Jun 2020 09:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Taddia</dc:creator><category>libri</category><description>Talvolta, il ricordo di alcuni libri può rimanere strettamente legato alle circostanze in cui li abbiamo letti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/ragazzi-leggete-primo-levi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/ragazzi-leggete-primo-levi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Talvolta, il ricordo di alcuni libri può rimanere strettamente legato alle circostanze in cui li abbiamo letti. Nelle prime settimane di quarantena, quando l’appuntamento più atteso era quello delle ore 18 con la Protezione Civile per avere notizie sull’avanzare della pandemia, chi scrive ha avuto tra le mani “Primo Levi. La chimica delle parole” di Paolo Di Paolo (La Nuova Frontiera, 2019).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/ragazzi-leggete-primo-levi-body-1.jpg.webp" alt="" width="641" height="1000" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La collana ‘Scrittori del ‘900’, cui appartiene il libro, è destinata ai giovani e costituisce un tentativo di far fronte alle carenze scolastiche avvicinandoli ad autori contemporanei un po’ trascurati o studiati frettolosamente, con l’aiuto di scrittori che possono accompagnarli alla scoperta del ‘maestro’. Il ‘compagno’ che prende il lettore quasi per mano, guidandolo a conoscere o a rileggere Levi è Paolo Di Paolo (Roma, 1983). Si tratta di un autore giovane, colto e di talento, che ha al suo attivo diversi libri, alcuni dei quali hanno ricevuto importanti riconoscimenti. I lettori che seguono Radio 3 lo avranno sicuramente apprezzato come conduttore del programma ‘La lingua batte’.</p>
<h2 id="lincontro-intervista-con-roth">L&rsquo;incontro-intervista con Roth</h2><p>Il suo ‘Primo Levi’ prende lo spunto da una intervista che Levi concesse a Philip Roth nel 1986 e che venne poi pubblicata da <em>The New York Times Book Review</em> il 12 ottobre 1986. La versione italiana apparve su <em>La Stampa</em> il 26 e 27 novembre dello stesso anno. Alcune vicende legate a questa intervista e in particolare ad alcune difformità nei testi pubblicati, <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/philip-roth-e-le-tre-interviste-primo-levi" rel="noopener">è stata descritta</a> da Marco Belpoliti nel maggio 2018.</p>
<p>Il libro di Di Paolo rievoca innanzitutto due giornate della vita di Levi, quella dell’intervista con Roth, rilasciata durante un fine settimana del settembre 1986 e quella della morte, avvenuta in circostanze drammatiche nell’aprile 1987. L’autore ordina il resoconto della prima secondo i vari momenti temporali e lo fa con precisione quasi scrupolosa. Viaggiando nei pensieri di Levi, ne rivive la quotidianità, dal sorgere del sole al calare della notte, attraverso la mattina, il mezzogiorno e la sera. Sono circa sessanta pagine che descrivono un giorno importante per chi deve confidarsi a uno scrittore famoso, giunto a Torino dall’altra sponda dell’Atlantico solo per lui. Si erano già incontrati una volta a Londra, il 16 aprile dello stesso anno, ma ora si trattava di un’intervista tesa a cogliere la personalità letteraria di Levi.</p>
<p>Mentre pensava all’imminente colloquio, Levi passava in rassegna mentalmente gli argomenti sui quali avrebbe desiderato soffermarsi con l’americano. Pensava alla sua proverbiale timidezza, ai suoi ricordi, al suo essere ebreo e anche alla fede religiosa che non possedeva. Rovistava insomma tra i suoi pensieri, come succede a ciascuno di noi quando si prepara ad un appuntamento importante e questo fornisce a Di Paolo gli spunti per citare brani dei libri di Levi che ne rivelano il carattere. Questi inserti sono evidenziati in caratteri azzurri nel libro e taluni rivivono nelle sobrie illustrazioni di Giulia Rossi, che l’abbelliscono con tocco lieve.</p>
<p>Roth raggiunse l’abitazione di Levi nel pomeriggio e volle essere accompagnato a visitare la fabbrica di vernici in cui aveva lavorato per anni, prima come ricercatore poi come dirigente. Il tema del rapporto tra fabbrica e letteratura appassiona particolarmente l’americano che nel colloquio ricorda altri due scrittori, Sherwood Anderson e Italo Svevo, entrambi impiegati in fabbriche di vernici.</p>
<p>Levi fu particolarmente felice che Roth avesse insistito a lungo su questo tema, invece di porgli le solite domande. La sera, meditando sulla conversazione pomeridiana riscoprì, ancora una volta, che il suo modo di vedere il mondo rimaneva legato alla figura di Faussone detto Tino, il protagonista de “La chiave a stella”. Con la notte, anzi al mattino presto, quando non riusciva a riaddormentarsi tornavano alla mente anche le scie degli incubi che lo tormentavano e delle risposte che non riusciva a darsi. Facile, per chi ha letto i suoi libri, immaginare dove si dirigevano quei cupi pensieri, a partire dal campo di detenzione di Fossoli fino al tatuaggio 174.517 con cui fu marchiato appena giunto in campo di concentramento. Le luci dell’alba non calmavano il tormento, mentre si faceva strada sempre più la convinzione che i testimoni veri di quell’orrore avrebbero dovuto essere quelli che avevano perso la vita, non quelli che l’avevano fortunosamente salvata.</p>
<h2 id="perché-i-giovani-dovrebbero-leggerlo">Perché i giovani dovrebbero leggerlo</h2><p>Di Paolo dedica soltanto una pagina e mezza alla giornata che porta la data 11 aprile 1987. Fa bene perché intorno al gesto di Levi si sono già fatte molte, forse troppe, congetture. Ancora poche pagine alla fine del libro, divise in due parti. Nella prima leggiamo la testimonianza di un’amica di Levi, la scrittrice Edith Bruck (Tiszabercel, 1932), mentre nella seconda l’autore spiega ai giovani perché dovrebbero almeno provare a leggere Levi.</p>
<p>Raramente un invito è parso, anche a chi scrive e giovane non è più , così umanamente coinvolgente. Scrive Di Paolo:</p>
<blockquote>
<p>Senza passare per l’opera di Levi, è impossibile capire il secolo che abbiamo alle spalle</p></blockquote>
<p>Ricorda che Levi scommetteva tutto sulle parole, scegliendole una per una, con la massima cura, per sfidare, come ogni scrittore, il mistero dell’umano. Non era sicuro di venirne a capo, ma intanto scriveva e scriveva, cercando il meglio. Anche noi, in quei giorni cupi, non eravamo sicuri di nulla ma alla sfida della razionalità non potevamo rinunciare. Leggere, capire, approfondire il significato delle parole di un autore come Levi, vissuto in circostanze così drammatiche, aiutava anche a resistere in quei giorni difficili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Albert Einstein e l'arte</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/albert-einstein-larte/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/albert-einstein-larte/</guid><pubDate>Thu, 21 May 2020 20:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giuseppe Caglioti</dc:creator><category>arte</category><description>Un personaggio universale, uno scienziato straordinario. Sulle sue opere e sulla sua vita sono stati versati fiumi di inchiostro e digitati migliaia di.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/albert-einstein-larte-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2020/albert-einstein-larte-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata. L’immaginazione abbraccia il mondo.<br>
Albert Einstein (1929)</p></blockquote>
<p>Einstein. Un personaggio universale, uno scienziato straordinario. Sulle sue opere e sulla sua vita sono stati versati fiumi di inchiostro e digitati migliaia di gigabyte: un mare di informazioni forse più vasto del suo immenso archivio, custodito presso la Hebrew University di Gerusalemme.</p>
<p>Una frazione non trascurabile delle affermazioni attribuite a questo personaggio leggendario non corrisponde fedelmente al suo pensiero; inoltre, come suol dirsi, tradurre (ad esempio dal tedesco all’inglese e poi dall’inglese all’italiano) è un po’ tradire. Per ridurre il rischio di propinare inesattezze ho attinto quasi esclusivamente a due fonti autorevoli e affidabili, nelle quali ogni citazione è inquadrata nel suo contesto con accuratezza notarile (v. i primi due riferimenti in Bibliografia).</p>
<p>Per Einstein,</p>
<blockquote>
<p>Kant è una sorta di strada con tante, davvero tante pietre miliari. E allora tutti i cagnolini arrivano e depongono il suo contributo su queste pietre</p></blockquote>
<p>Questa metafora, riferita al grande filosofo e forse, in prospettiva, anche a se stesso, potrebbe essere interpretata come un velato invito al rispetto della riservatezza. Una riprova?</p>
<blockquote>
<p>La mia vita è una cosa semplice che non interesserebbe a nessuno. È un fatto noto che io sono nato è questo è tutto ciò che è necessario</p></blockquote>
<h2 id="il-pensiero-di-einstein">Il pensiero di Einstein</h2><p>Comunque, siamo irretiti nell’era orwelliana del “grande fratello” e dei social. E il <em>Quotable</em> che compare nel titolo del primo riferimento in Bibliografia mi esorta a metabolizzare alcune delle considerazioni di Einstein e a deporle senza scrupoli sulle pagine che seguono.</p>
<p>Negli scritti di Einstein è possibile sia ravvisare una moderata correlazione dell’arte col suo pensiero scientifico sia registrare una forte influenza della musica sulla sua vita. Per Einstein “Tutte le religioni, l’arte e le scienze sono rami di uno stesso albero”. E quest’albero è rappresentato dal pensiero. Lo si deduce da tante sue affermazioni, ad esempio:</p>
<blockquote>
<p>&hellip; l’essenziale, nell’esistenza di un uomo come me, è costituito soprattutto da ciò che egli pensa e da come egli pensa, non già da ciò che egli fa o subisce</p></blockquote>
<p>Una misura della forza del pensiero di Einstein è fornita dalla relatività generale, forse la più importante tra le sue creazioni. Di questa teoria, sconvolgente e coinvolgente è la previsione secondo cui lo spazio, ossia il campo gravitazionale, può vibrare. Il pensiero, davvero rivoluzionario, del nostro spazio che vibra – e che, sia pure impercettibilmente, fa vibrare anche noi che nello spazio siamo immersi – contagiò come un virus le centinaia di fisici e ingegneri che per oltre mezzo secolo si sono impegnati nella verifica sperimentale dell’esistenza delle onde gravitazionali. Una tenacia premiata, un secolo dopo la formulazione della teoria, con la registrazione del collasso di due buchi neri: una catastrofe terrificante verificatasi in pochi decimi di secondo a una distanza spazio-temporale di oltre un miliardo di anni luce e registrata il 14 settembre 2015. Eppure lo stesso Einstein dubitava sulla possibilità di realizzare una strumentazione dotata di una sensibilità sufficiente per rilevare i debolissimi segnali associati alle onde gravitazionali: a detta del grande cosmologo Stephen Hawking, Einstein non credeva nell’esistenza dei buchi neri, il cui collasso, a distanze fortunatamente astronomiche, costituisce una delle poche sorgenti di onde gravitazionali sufficientemente potenti per produrre nell’intero universo un fremito dello spazio-tempo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-1.png.webp 950w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="A sinistra, Franco Grignani, Trauma spaziale, 1965 (cortesia di Daniela Grignani). A destra, due buchi neri coalescono sprigionando le onde gravitazionali registrate il 14…" width="950" height="440" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">A sinistra, Franco Grignani, Trauma spaziale, 1965 (cortesia di Daniela Grignani). A destra, due buchi neri coalescono sprigionando le onde gravitazionali registrate il 14 settembre 2015, cinquant’anni dopo l’intuizione dell’artista (immagine a cura di Luigi Cocchiarella tratta dal video-notizia dell’immane trauma spazio-temporale)</p>

<p>Torniamo all’albero del pensiero. Tralasciando le religioni, che secondo Einstein degenerano spesso in pretesti per l’innesco di guerre e per l’esplosione di violenze, ci focalizziamo sul ramo dell’arte, con un occhio di riguardo sul rapporto tra arte e scienza.</p>
<h2 id="einstein-e-il-rapporto-tra-arte-e-scienza">Einstein e il rapporto tra arte e scienza</h2><p>Einstein usava raramente la parola arte, eppure poneva l’arte ai vertici della creatività e dell’attività dell’uomo. Egli nutriva una grande stima per Albert Abraham Michelson, che dedicò la sua vita alla misura della velocità della luce e col suo interferometro mostrò, in collaborazione con E.W. Morley, che la luce viaggia con velocità costante, svincolata dal movimento del sistema di riferimento. In occasione del centenario della nascita di Michelson (1952), Einstein esprimeva così l’ammirazione per questo personaggio:</p>
<blockquote>
<p>Io penso sempre a Michelson come a un artista nella scienza. La sua più grande gioia sembrava derivare dalla bellezza dell’esperimento e dall’eleganza del metodo impiegato¹</p></blockquote>
<p>Per Einstein non era né bello né elegante un fatto: che il passaggio da un sistema di riferimento a un altro sistema di riferimento in moto rettilineo uniforme rispetto al primo, potesse essere descritto da due operazioni matematiche formalmente diverse: le trasformazioni di Galilei per i fenomeni meccanici e le trasformazioni di Nendrik Anton Lorentz per i fenomeni elettromagnetici. Fu verosimilmente un’esigenza estetica che indusse Einstein, affascinato dalla semplicità, a formulare la teoria unificante della Relatività Ristretta, secondo la quale le trasformazioni di Lorentz si applicano anche ai fenomeni meccanici. È con questa immagine che Einstein esprime la sua stima per Lorentz:</p>
<blockquote>
<p>Una meraviglia di intelligenza e squisita sensibilità. Un’opera d’arte vivente!<br>
(1911)</p></blockquote>
<p>Con non minore entusiasmo Einstein apprezza l’opera geniale di Niels Bohr:</p>
<blockquote>
<p>[che Bohr abbia fatto] la scoperta delle principali leggi delle righe spettrali e dei gusci degli elettroni atomici unitamente al loro significato per la chimica appare a me come un miracolo …. Questa è la più alta forma di musicalità nella sfera del pensiero</p></blockquote>
<p>Soltanto in un paio di circostanze Einstein cita la scultura e le arti figurative. Eppure, come accenneremo più avanti, verosimilmente le sue opere scientifiche hanno influenzato importanti movimenti dell’arte visiva sviluppatisi in Europa all’inizio del secolo scorso.</p>
<h2 id="einstein-e-la-musica">Einstein e la musica</h2><p>Molto intenso è invece il rapporto di Albert Einstein con la musica:</p>
<blockquote>
<p>Se io non fossi un fisico, sarei probabilmente un musicista. Io vedo la mia vita in termini di musica …. Nella mia vita traggo il maggior godimento dal mio violino</p></blockquote>
<p>Qui di seguito ulteriori conferme. In una lettera a Hans Albert, il suo figliolo allora undicenne (marzo 1915), spicca, tra altri consigli:</p>
<blockquote>
<p>… Non trascurare il tuo piano, mio Adn, tu non sai quanto piacere puoi dare agli altri, come pure a te stesso, quando puoi suonare piacevolmente la musica</p></blockquote>
<p>Successivamente, nel novembre dello stesso anno:</p>
<blockquote>
<p>… Al piano, suona soprattutto i pezzi che ti piacciono anche se il tuo maestro non te li assegna. Tu impari meglio da quelle cose che così tanto ti piace fare che neanche ti accorgi che il tempo sta passando. Spesso sono tanto assorbito dal mio lavoro che dimentico perfino di andare a mangiare</p></blockquote>
<p>L’anno dopo:</p>
<blockquote>
<p>sono molto contento che il piano ti piaccia così tanto. Ne ho anch’io uno nel mio appartamentino, e lo suono ogni giorno. Suono anche il violino. Forse potresti impratichirti nell’accompagnamento del violino, così possiamo suonare a Pasqua, quando stiamo insieme</p></blockquote>
<p>Albert amava il violino. Tuttavia, ormai avanti negli anni, il tempo dedicato alla musica è assorbito dal piano:</p>
<blockquote>
<p>il piano si presta assai più del violino all’improvvisazione, anche per suonare da solo, e io suono il piano ogni giorno. Inoltre adesso sarebbe per me fisicamente troppo faticoso suonare il violino</p></blockquote>
<p>Albert, dunque, prediligeva la musica. È spontaneo chiedersi percné. Per azzardare una risposta appare utile analizzare il suo pensiero sulla natura della scienza e dell’arte. Prendiamo allora ancora spunto dalle sue parole:</p>
<blockquote>
<p>Là dove il mondo cessa di essere lo scenario dei nostri desideri e delle speranze personali. Là dove lo affrontiamo come esseri liberi ammirandolo, interrogandolo e osservandolo, allora entriamo nel mondo dell’arte e della scienza. Facciamo scienza quando ricostruiamo nel linguaggio della logica ciò che abbiamo visto e sperimentato, e facciamo arte quando comunichiamo tramite forme le cui connessioni non sono accessibili alla mente cosciente eppure intuitivamente attribuiamo loro qualcosa di significativo<br>
(1921)</p></blockquote>
<p>Con riferimento, in particolare, alla scienza: “Tutta la scienza non è altro che un affinamento del pensiero comune”, un affinamento finalizzato a formulare, privilegiando la semplicità e la precisione, concetti che vanno correlati in un quadro logicamente coerente: concetti i quali si fondano su esperienze sensoriali eventualmente potenziate e arricchite grazie a strumenti vieppiù raffinati e sensibili².</p>
<p>Torniamo dunque alle forme e alle connessioni che caratterizzano l’opera d’arte. Consideriamo in particolare la musica classica, in quanto Einstein non nascondeva che “La mia conoscenza della musica moderna è molto limitata”. Spiccata era la sua preferenza sia per Mozart (“La musica di Mozart è così pura e bella che io la vedo come una riflessione della bellezza interiore dell’universo”) sia per Bach: “Questo è ciò che devo dire sulla vita e sul lavoro di Bach: ascoltalo, suonalo, amalo, rispettalo e tieni chiusa la bocca”).</p>
<h2 id="perché-tanto-amore-per-bach-una-congettura">Perché tanto amore per Bach? Una congettura</h2><p>Dal canto mio ascolto, m’impegno nel suonare, rispetto e adoro Bach. Ma non posso tener chiusa la bocca, non posso astenermi dal proporre ai miei 34 lettori di condividere una riflessione sulla struttura della musica di Bach, una musica che, a mio avviso, ancora più fedelmente di quella di Mozart riflette la ‘bellezza interiore dell’universo’.</p>
<p>Infatti, così come avviene per le strutture e le creature naturali, il linguaggio della musica di Bach è ricco di forme simmetriche e di riduzioni o cambiamenti della simmetria.</p>
<p>Forme simmetriche – riflessioni, glisso-riflessioni, centri di inversione – abbondano nelle frasi delle composizioni di Bach; emblematica è l’intera composizione palindroma il Canone del gambero nella Offerta Musicale, che può essere ascoltata indifferentemente dal principio alla fine oppure, retrocedendo; dalla fine al principio. Le sue fughe, nelle quali l’idea tematica, per inseguir sé stessa, sé stessa fugge lungo lo spartito, si basano sulla simmetria traslazionale (guarda caso, la simmetria traslazionale nella fisica implica – e nell’arte evoca – una velocità costante).</p>
<p>E ancora. Così come avviene nelle strutture naturali – sia nelle trasformazioni di fase all’equilibrio (ad esempio l’acqua che cristallizza in fiocchi di neve) sia nelle instabilità dinamiche di sistemi allontanati dall’equilibrio (si pensi ad esempio al Giant’s Causeway nel Nord-Est dell’Irlanda, un mega-cristallo di giganteschi prismi in prevalenza esagonali, formatosi presumibilmente a partire da una massa fluida incandescente durante una potente eruzione vulcanica) – nella musica di Bach il passaggio da una frase alla successiva s’identifica con uno stato critico caratterizzato da un cambiamento della simmetria: è, questo, uno stato carico di ambiguità, in corrispondenza del quale nella mente di chi ascolta si sovrappongono la memoria della frase precedente e l’immagine della frase che segue: due stati incompatibili la cui collaborazione/competizione può ingenerare catartiche tensioni emotive.</p>
<p>Riduzioni della simmetria si susseguono anche nelle sue “Variazioni”. Insomma, viene in mente un antico aforisma zen, “La bellezza è una deliberata, parziale rottura di simmetria”.</p>
<p>Un altro motivo della predilezione di Einstein per la musica classica? La precisione matematico-fisica che ne caratterizza la struttura non ha eguali nelle altre arti. Del resto già nel 1712 Leibnitz scriveva che “la musica è un nascosto esercizio di aritmetica della mente, di una mente che non sa di contare”. Per inciso, può apparire strano che tanta precisione nella musica, in particolare nella musica di Bach, possa conciliarsi con l’ampio spazio che essa dischiude all’immaginazione di chi ascolta. Ma tanto strano non è: nella fisica quantistica, quanto più precisa è la misura della posizione di una particella tanto più indeterminata è la velocità che l’atto stesso della misura le impartisce.</p>
<p>Veniamo ora alle connessioni tra le forme, soffermandoci oltre che sull’organizzazione strutturale delle note che si allineano nelle melodie dello spartito, anche sulle connessioni che non sono accessibili alla mente cosciente. A differenza delle stridenti sovrapposizioni degli strilli nei talk show televisivi, nei civilissimi dialoghi tra le Due Voci o le Tre Voci delle “Invenzioni” di Bach le connessioni espletano in sinergia due funzioni: durante un ascolto verticale le connessioni tra le voci melodiche configurano l’armonia, durante un ascolto orizzontale esse impegnano inconsciamente la mente in un gioco di selezioni tra le voci stesse. Un gioco dinamico, quest’ultimo, che ricorda il principio di sovrapposizione della meccanica quantistica e i possibili stati in cui la ‘funzione d’onda’ (mentale) può statisticamente inconsciamente scegliere di collassare.</p>
<p>Si dirà: ognuno ascolta il suo concerto. Ma nel caso della musica il numero di connessioni che la mente inconsciamente può attivare è assai limitato. Anche questo fatto concorre a liberare l’immaginazione, assecondata dalla precisione cui tanto si atteneva Einstein nella sua produzione scientifica.</p>
<p>Ascoltando alcuni rari passi delle composizioni di Bach la mente è portata inconsciamente a connettere e identificare due significati tra loro incompatibili, compressi in una sola stringa melodica di note. Ciò accade ad esempio nel Preludio della “Partita III per violino solo in Mi maggiore” di J. S. Bach, BWV 1006, a partire dalla diciassettesima battuta.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-2.png.webp 1004w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Dalla battuta 17 alla battuta 43 del Preludio della “Partita III per violino solo in Mi maggiore” di J. S. Bach, BWV 1006" width="1004" height="395" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Dalla battuta 17 alla battuta 43 del Preludio della “Partita III per violino solo in Mi maggiore” di J. S. Bach, BWV 1006</p>

<p>Nessuno potrà mai verificarlo, ma è quasi certo che Einstein, con almeno uno dei suoi dieci violini, si è esercitato più volte a suonare questa Partita con velocità diverse, nell’intento di attivare mentalmente l’alternanza bi-melodica insita nella stringa lineare delle note. Un’alternanza che ricorda da vicino la successione di inversioni prospettiche attivata mentalmente durante la percezione dinamica del cubo di Necker (1832) – antesignano delle immagini ambigue dell’arte cinetica – oppure della classica immagine vaso-profili utilizzata nella sua tesi universitaria dallo psicologo Edgard Rubini che, guarda caso, fu compagno di studi di Niel Boh. Un’alternanza che ricorda anche, su scala atomica, il <em>tunneling</em> quantistico di una particella che attraversa periodicamente la barriera della doppia buca di potenziale in cui la particella è intrappolata.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-3.png.webp" alt="" width="357" height="318" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-4.png.webp" alt="" width="362" height="315" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>In alto, il cubo di necker; in basso, la classica immagine ambigua vaso-profili. I due possibili modi di percepire questa immagine si combinano additivamente secondo una modalità che ricorda da vicino il principio di sovrapposizione degli stati quantistici</p>
<p>In definitiva, guidato dall’ascolto della musica (di Bach), il pensiero uditivo comune corre sul crinale dell’ambiguità, in uno stato critico in cui confluiscono le simmetrie strutturali del ritmo e delle frasi e il menù delle possibili connessioni melodiche: tra le frasi o addirittura, come si diceva, in casi rari all’interno della singola frase.</p>
<h2 id="einsten-e-il-futurismo">Einsten e il futurismo</h2><p>E ora, un’ultima riflessione, circoscritta all’impatto che presumibilmente l’opera di Einstein ebbe sull’arte visiva del primo Novecento. Nel 1905, l’<em>annus mirabilis</em> della relatività ristretta, Einstein scardinava la visione galileiana dello spazio assoluto e del tempo assoluto facendo leva, oltre che sulla costanza della velocità della luce in ogni sistema di riferimento, sull’invarianza della distanza tra due ‘punti-evento’ nella metrica quadridimensionale dello spazio-tempo introdotta da Hermann Minkowski.</p>
<p>L’anno dopo, nel 1906, Pablo Picasso, con “Les Damoiselles d’Avignon” spaccava in blocchi adiacenti lo spazio classico e dava l’avvio al movimento del Cubismo. In un contesto in cui l’invenzione del cinema (1895) aveva polarizzato l’attenzione della gente sulle spettacolari rappresentazioni delle immagini-movimento, fu verosimilmente incisiva l’influenza che la nuova concezione einsteiniana ebbe sulla pittura del primo Novecento.</p>
<p>Col “Manifesto del Futurismo” (1909) la velocità e il tempo irrompono nello spazio della tela:</p>
<blockquote>
<p>Lo Spazio e il Tempo morirono ieri</p></blockquote>
<p>Questa affermazione di Filippo Tommaso Marinetti e dei suoi rivoluzionari compagni riecheggia l’incipit dell’ultima conferenza tenuta da Hermann Minkowski nel dicembre 1908 alla 80^(th) Assembly of German Natural Scientists and Physicians:</p>
<blockquote>
<p>&hellip; Lo spazio di per sé e il tempo di per sé sprofonderanno in mera ombra e soltanto una sorta di unione tra loro sopravvivrà</p></blockquote>
<p>Non posso abusare ulteriormente dell’attenzione di chi sia arrivato a leggere fin qui: il cagnolino di Giacomo Balla, col velocissimo movimento della coda evocato dalla simmetria ‘traslazionale’ mostra di non poter più resistere al bisogno di scappare a deporre questo omaggio ad Albert Einstein sulla (n+1)-esima pietra miliare della sua strada.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2020/albert-einstein-larte-body-5.png.webp 1004w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912" width="1004" height="810" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912. Crediti: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giacomo_balla.jpg" rel="noopener">Wikimedia Commons</a>. Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en" rel="noopener">CC BY-SA 4.0</a></p>

<h2 id="note" class="titolo-minore">Note</h2><h2 id="1-mi-sia-consentito-di-trarre-spunto-da-questo-elogio-di-einstein-per-segnalare-che-michelson-nel-1902-così-aveva-scritto-i-venture-to-predict-that-in-the-not-very-distant-future-there-may-be-a-color-art-analogous-to-the-art-of-sound--a-color-musicin-effetti-la-previsione-di-michelson-si-è-avverata-ad-esempio-nel-quiè-presentato-un-autoritratto-policromo-de-il-canto-degli-italiani-il-video-dellinno-di-mameli-è-stato-realizzato-da-giuseppe-caglioti-in-collaborazione-con-giovanni-dangelo-claudio-pirovano-marco-giola-marco-marcon-goran-ramme-e-tatiana-tchouvileva-nellambito-del-progetto-musicolor-co-finanziato-dal-politecnico-di-milano-la-color-music-preconizzata-da-michelson-utilizza-un-cromo-fonoscopio-analogico-il-cui-funzionamento-si-basa-sul-fatto-che-come-una-bolla-di-sapone-al-sole-assottigliandosi-sotto-lazione-della-gravità-si-irida-per-interferenza-dei-colori-dellarcobaleno-così-un-film-ipomicrometrico-surfattante-illuminato-da-una-luce-bianca-per-effetto-dellazione-congiunta-della-gravità-e-della-pressione-della-musica-eo-della-voce-si-deforma-localmente-e-riflette-i-raggi-colorati-in-direzioni-controllate-dal-suono" class="titolo-minore">1. Mi sia consentito di trarre spunto da questo elogio di Einstein per segnalare che Michelson, nel 1902, così aveva scritto: “I venture to predict that in the not very distant future there may be a color art analogous to the art of sound – a color music”. In effetti la previsione di Michelson si è avverata. Ad esempio, nel <a href="https://www.youtube.com/watch?v=U3B71SdIBv8" rel="noopener">qui</a> è presentato un autoritratto policromo de &ldquo;Il canto degli italiani”. Il video dell’Inno di Mameli è stato realizzato da Giuseppe Caglioti in collaborazione con Giovanni D’Angelo, Claudio Pirovano, Marco Giola, Marco Marcon, Goran Ramme e Tatiana Tchouvileva nell’ambito del Progetto Musicolor, co-finanziato dal Politecnico di Milano. La <em>color music</em> preconizzata da Michelson utilizza un cromo-fonoscopio analogico il cui funzionamento si basa sul fatto che come una bolla di sapone al sole, assottigliandosi sotto l’azione della gravità si irida, per interferenza, dei colori dell’arcobaleno, così un film ipomicrometrico surfattante illuminato da una luce bianca, per effetto dell’azione congiunta della gravità e della pressione della musica e/o della voce si deforma localmente, e riflette i raggi colorati in direzioni controllate dal suono.</h2><h2 id="2-un-esempio-indicativo-dellincredibile-sensibilità-raggiunta-dalla-moderna-strumentazione-è-offerto-proprio-dalla-registrazione-delle-onde-gravitazionali-gli-interferometri-laser-tra-loro-distanti-migliaia-di-chilometri-che-hanno-segnalato-in-coincidenza-temporale-il-verificarsi-di-quella-immane-perturbazione-cosmica-sono-stati-attivati-da-segnali-inimmaginabilmente-deboli-basti-pensare-che-laliquota-di-energia-gravitazionale-che-nel-settembre-2015-investì-lintero-territorio-italiano-ammonta-a-circa-250-joule-grosso-modo-pari-allenergia-spesa-per-salire-su-un-autobus" class="titolo-minore">2. Un esempio indicativo dell’incredibile sensibilità raggiunta dalla moderna strumentazione è offerto proprio dalla registrazione delle onde gravitazionali: gli interferometri laser, tra loro distanti migliaia di chilometri, che hanno segnalato in coincidenza temporale il verificarsi di quella immane perturbazione cosmica, sono stati attivati da segnali inimmaginabilmente deboli: basti pensare che l’aliquota di energia gravitazionale che nel settembre 2015 investì l’intero territorio italiano ammonta a circa 250 Joule, grosso modo pari all’energia spesa per salire su un autobus.</h2><h2 id="bibliografia" class="titolo-minore">Bibliografia</h2><h2 id="the-ultimate-quotable-einstein-collected-and-edited-by-alice-calaprice--prefazione-di-freeman-dyson-princeton-university-press-and-the-hebrew-university-of-jerusalem-2011" class="titolo-minore">The Ultimate Quotable EINSTEIN, Collected and edited by Alice Calaprice – prefazione di Freeman Dyson, Princeton University Press and The Hebrew University of Jerusalem, 2011</h2><h2 id="albert-einstein--opere-scelte-a-cura-di-enrico-bellone-bollati-boringhieri-torino-1988" class="titolo-minore">Albert Einstein – Opere scelte, a cura di Enrico Bellone. Bollati Boringhieri. Torino, 1988  </h2><h2 id="albert-abraham-michelson-light-waves-and-their-uses-university-of-chicago-press-1902" class="titolo-minore">Albert Abraham Michelson, Light Waves and Their Uses, University of Chicago Press (1902)</h2><h2 id="giuseppe-caglioti-e-tatiana-tchouvileva-progetto-musicolor--il-cromo-fonoscopio-analogico-e-le-sue-possibili-applicazioni-istituto-lombardo-rendiconti-scienze-140-107-112-2006" class="titolo-minore">Giuseppe Caglioti e Tatiana Tchouvileva, Progetto Musicolor – il cromo-fonoscopio analogico e le sue possibili applicazioni, Istituto Lombardo, Rendiconti Scienze, 140, 107-112 (2006)</h2><h2 id="giorgio-benedek-and-giuseppe-caglioti-graphics-and-quantum-mechanicsthe-necker-cube-as-a-quantum-like-two-level-system-in-l-cocchiarella-ed-icgg-2018proceedings-of-the-18th-international-conference-on-geometry-and-graphics-series-advances-in-intelligent-systems-and-computing-809-vol1-springer-international-publishing-ag-part-of-springer-nature-2019-pp-161172" class="titolo-minore">Giorgio Benedek and Giuseppe Caglioti, Graphics and Quantum Mechanics—The Necker Cube as a Quantum-like Two-Level System, in L. Cocchiarella (Ed.), &ldquo;ICGG 2018—Proceedings of the 18th International Conference on Geometry and Graphics&rdquo;, series Advances in Intelligent Systems and Computing, 809, Vol.1, Springer International Publishing AG part of Springer Nature 2019, pp. 161–172</h2><h2 id="giuseppe-caglioti-con-tatiana-tchouvileva-e-luigi-cocchiarella-odi-et-amo--dalle-ambiguità-percettive-al-pensiero-quantistico-prefazione-di-giorgio-benedek-mimesis-edizioni-2020-in-pubblicazione" class="titolo-minore">Giuseppe Caglioti con Tatiana Tchouvileva e Luigi Cocchiarella, ODI et AMO – dalle ambiguità percettive al pensiero quantistico, prefazione di Giorgio Benedek, Mimesis Edizioni, 2020 (in pubblicazione)</h2>]]></content:encoded></item><item><title>La Sala delle Asse svelata dal laser</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sala-asse-svelata-laser/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sala-asse-svelata-laser/</guid><pubDate>Mon, 07 Oct 2019 14:28:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>arte</category><description>La mostra “Leonardo mai visto” al Castello Sforzesco di Milano consente di apprezzare il restauro, ancora in corso, del secondo capolavoro di pittura murale di Leonardo da Vinci dopo il Cenacolo. Un restauro esemplare, che ha portato inaspettatamente alla luce nuove decorazioni e abbozzi grazie anche all’impiego del laser.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non sappiamo cosa abbia visto Luca Beltrami quando entrò nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco di Milano intorno al 1894. Stranamente nessuna fotografia ne documenta lo stato. Eppure, varcando la soglia della sala posta nella torre nordorientale del Castello, Beltrami capì, grazie ai documenti, che lì probabilmente si trovava un’opera di Leonardo e della sua scuola, coeva al Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Il descialbo (<a href="http://www.silviaconti.it/descialbo/" rel="noopener">http://www.silviaconti.it/descialbo/</a>) effettuato da Paul Müller Walde permise di mettere in luce i resti di un arioso pergolato di gelsi a coprire la volta in un intreccio di rami e foglie, un filo variamente annodato nel viluppo vegetale che per diciotto tronchi scende lungo le pareti.</p>
<p>Iniziata nell’aprile 1498, Leonardo la lasciò incompiuta perché costretto a lasciare Milano nel settembre 1499 insieme a Ludovico il Moro per l’arrivo dei francesi, nuovi padroni della città. Non è dato sapere dunque in che stato si trovasse la Sala delle Asse quando il Beltrami mise mano al restauro-rifacimento del Castello, palestra dei più grandi artisti italiani, dal Filarete al Bramante. Eletta a residenza della corte ducale da Ludovico Maria Sforza detto il Moro, il Castello passò dai francesi agli spagnoli, quindi agli austriaci tornando infine in mani italiane, adibito di volta in volta a fortezza, caserma, stalla.</p>
<p>E così anche la Sala fu coperta nei secoli da diversi strati di intonaco.</p>
<h2 id="i-restauri-novecenteschi">I restauri novecenteschi</h2><p>È certo però che quando Luca Beltrami lavorò al recupero della Sala, sulla parete nordoccidentale fosse apparso il disegno di un tronco che si fa strada fra le pietre di una balza, quasi a volerle divellere secondo il gusto dell’epoca (Mantegna, ma anche Dürer). Preso per un abbozzo più tardo, il monocromo (come poi fu chiamato) non fu incluso nel restauro della volta che Beltrami commissionò a Ernesto Rusca nel 1901. E per fortuna, visto che il restauro della volta fu una ridipintura “di pesante meccanicità”, come scrisse il Berenson, che si sovrappose al capolavoro quattrocentesco e che venne successivamente alleggerito da un secondo restauro realizzato nel 1955 da Ottemi della Rotta.</p>
<p>Probabilmente, nelle intenzioni di Leonardo, il tutto doveva giustapporre la misteriosa forza della Natura rappresentata dal monocromo con la “simmetrica chiarezza dell’ordinamento umano” (ancora Berenson) della pergola, motivo iconografico ripreso dagli antichi e divenuto canone nei poeti di corte, che lasciò un segno duraturo nell’arte e nella decorazione di simili sale dei secoli successivi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Asse - Volta (dopo i restauri di E. Rusca e di O. Della Rotta). © Comune di Milano, tutti i diritti riservati (Foto Haltadefinizione® 2012)" width="1474" height="1474" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Asse - Volta (dopo i restauri di E. Rusca e di O. Della Rotta). © Comune di Milano, tutti i diritti riservati (Foto Haltadefinizione® 2012).</p>

<h2 id="il-nuovo-restauro-e-il-ruolo-del-laser">Il nuovo restauro e il ruolo del laser</h2><p>Per decenni la Sala delle Asse si è mostrata al pubblico del Castello nella versione del restauro di Ottemi della Rotta del 1955. Sempre più studiata dagli specialisti per il probabile contributo di Leonardo e della sua “famiglia” (come l’artista chiamava i suoi aiuti), ma sostanzialmente dimenticata, la Sala deperiva anno dopo anno. Fino a quando, nel 2006 un finanziamento della sezione milanese di Italia Nostra rendeva possibile un cantiere di studio dell’opera effettuate da Anna Lucchini sotto la direzione dell’allora direttrice del Castello Maria Teresa Fiorio, in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Le indagini chimiche e di diagnostica fotografica mostravano un diffuso inquinamento salino che stava pregiudicando irreversibilmente il monocromo, mentre la pergola nella volta, trasformata dall’intervento di Rusca, rivelava, attraverso indizi, come parte della pittura quattrocentesca fosse ancora recuperabile. Peraltro, il confronto fra la pittura antica in alcune lunette della sala delle Asse con parti vegetali del Cenacolo rivelavano, secondo Lucchini, una tecnica di esecuzione simile, per stesure successive, di pigmenti verdi e colpi di luce su una base scura, in terra d’ombra e nero.</p>
<p>A quella prima diagnosi seguiva, alcuni anni dopo, il nuovo restauro. Avviato nel 2013 ad opera dell’Opificio delle Pietre Dure e sotto la direzione di Michela Palazzo e Cecilia Frosnini (<a href="http://www.saladelleassecastello.it/protagonisti/" rel="noopener">http://www.saladelleassecastello.it/protagonisti/</a>), il restauro ha riguardato prevalentemente le pareti da cui è stata rimossa la spalliera in legno risalente all’intervento dello studio d’architettura BBPR negli anni cinquanta, e che ha riportato alla luce con la rimozione delle scialbature degli ultimi secoli i disegni preparatori dei tronchi nodosi che sorreggono la pergola, rami, tracce di arbusti e la sorpresa di un gruppo di case in lontananza. Sulla volta, invece, il restauro ha alleggerito le ridipinture successive per indagare la pittura originaria; un’attività che probabilmente occuperà i restauratori negli anni a venire.</p>
<p>Un restauro complesso, insomma, che ha svelato nuovi tratti del capolavoro millimetro dopo millimetro con un lavoro sfinente di anni. Anche grazie all’impiego del laser, con cui la specialista vicentina Anna Brunetto è intervenuta per rimuovere strati di descialbo particolarmente resistenti e, in alcune parti, le ridipinture novecentesche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-2.jpg.webp 1024w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Restauratori al lavoro con il laser" width="1024" height="735" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Restauratori al lavoro con il laser.</p>

<p>Ci è più familiare pensare al laser in fisica o in medicina, dove a diverse lunghezze d’onda viene ormai comunemente impiegato in chirurgia, odontoiatria, urologia e in molte altre specialità. In realtà il laser viene utilizzato da qualche decennio anche nel restauro dei beni culturali, ma mai forse con risultato così straordinari come nella Sala delle Asse.</p>
<p>“Si è scelto il laser di diversi tipi per la sua elevata capacità di discriminazione e gradualità di rimozione degli strati” spiega Brunetto. “Gli strati di scialbo si presentano disomogenei, con uno spessore variabile tra 400 e 800 micron, molto tenaci e fortemente aderenti all&rsquo;intonaco di preparazione sottostante, che invece si presenta molto tenero e compromesso. La difficoltà principale è che non conosciamo la localizzazione delle possibili tracce di decorazione, e neppure la loro forma e quantità. Quindi la maggior parte delle volte, quando si trova una traccia che può essere a carboncino o a pennello, la si circoscrive e la si segue con il laser”.</p>
<p>A seconda dei casi, sono stati impiegati laser a neodimio (con lunghezza d&rsquo;onda a 1064 nanometri), a olmio (2100 nanometri) e a erbio (2940 nanometri). Come microchirurghi, i restauratori procedono con un primo alleggerimento degli strati più corposi di intonaco con bisturi. Quindi, conclude Brunetto, “a seconda delle zone si può intervenire in più modi: o con gli strumenti a neodimio scelti a seconda delle dinamiche di ablazione fototermiche e fotomeccaniche più appropriate per quell&rsquo;area, oppure utilizzando un dispositivo laser a erbio, con il quale lo scialbo viene indebolito per uno spessore di pochi micron, e successivamente rimosso col bisturi”.</p>
<p>Ed ecco come vediamo oggi la Sala nel nuovo allestimento della mostra “Leonardo mai visto” (16 maggio 2019 - 12 gennaio 2020) con cui il Comune di Milano e la direzione del Castello hanno voluto ricordare il cinquecentesimo anniversario della morte dell’artista, anche attraverso una scenografica installazione multimediale curata da Francesca Tasso e Michela Palazzo e realizzata da Culturanuova di Massimo Chimenti. La volta dipinta a pergola, con stemmi e quattro targhe commemorative, i tronchi che scendono fino all’altezza di quattro metri dove l’opera s’interrompe, incompiuta e in parte cancellata da intonaci posteriori fino a terra; una tribuna da cui si può apprezzare da vicino lo splendido monocromo restaurato. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Asse - Monocromo (particolare della radice), post 1498. © Comune di Milano, tutti i diritti riservati (Foto Mauro Ranzani 2015)" width="1600" height="851" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Asse - Monocromo (particolare della radice), post 1498. © Comune di Milano, tutti i diritti riservati (Foto Mauro Ranzani 2015).</p>

<h2 id="una-storia-lunga-cinque-secoli">Una storia lunga cinque secoli</h2><p>Fino a quando Leonardo non si mise all’opera nell’aprile del 1498, la Sala era rivestita di assi di legno a tutta altezza per riparare la corte di Ludovico dal pungente freddo umido degli inverni milanesi. Smontate le “asse” e allestite le impalcature, Leonardo cominciò probabilmente l’opera dalla volta a scendere. Secondo contratto, avrebbe dovuto finire nel settembre del 1498. Cinque mesi paiono un po’ pochi anche per un artista instancabile come Leonardo, che aveva appena concluso il Cenacolo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, e che prestava parecchi altri servigi al Moro: l’ideazione di costumi, gioielli, scene per le feste a corte, ma anche macchine da guerra, opere urbanistiche, e poi bozzetti, studi su piante, ritratti… Le cose, insomma, andavano per le lunghe.</p>
<p>La Sala delle Asse doveva servire da luogo di ricevimento e di rappresentazione politica del ducato appena concesso dall’imperatore Massimiliano I d’Austria. La Sala si trova nella Torre Falconiera giusto a fianco delle stanze private, a pochi passi dal giardino ricavato per la moglie Beatrice d’Este e il Barco (la tenuta di caccia), ingentilita a ridosso del castello da un laghetto, siepi e boschetti, di cui la pergola della Sala rappresentava l’illusionistica prosecuzione interna.</p>
<p>Le feste, nel volgere del 1498 - come la mitica <a href="https://www.raicultura.it/storia/articoli/2019/02/ESL-Article-Item-b32f4d58-dddd-4e6c-ae1b-cc1c345e0646.html" rel="noopener">festa del Paradiso</a> di pochi anni prima - erano in realtà ormai un pallido ricordo in una corte intristita dalla morte nel 1497 di Beatrice per la nascita del terzo figlio, con Ludovico in lutto e sempre più preoccupato per la instabilità del ducato e l’incombere dei francesi. Restava vivo però il bisogno in Ludovico di coronare il sogno di Galeazzo Maria Sforza e rafforzare con nuove decorazioni la magnificenza di una corte, crocevia di dignitari e ospiti di riguardo.</p>
<p>Ancora sotto l’influenza della recente visita a Mantova, in particolare della Camera degli Sposi del Mantegna, e del viaggio nelle ville di delizia Estensi, ricche di richiami mitologici, paesaggi e verzure d’ogni genere, Ludovico aveva affidato a Leonardo e ai suoi aiutanti l’unica altra sua pittura murale dopo il Cenacolo, oggi sopravvissuta. Leonardo aveva lavorato anche nelle Salette nere, ma nulla è rimasto di tale decorazione.</p>
<p>Il fatto che Leonardo abbia contribuito alla progettazione ed esecuzione dell’opera è confermato dal ritrovamento della lettera del cancelliere ducale Gualtiero da Bascapé, e in particolare da questo passaggio:</p>
<blockquote>
<p><em>“A la saleta negra non si perde tempo. Lunedì si disarmerà la camera grande da le asse (…) Magistro Leonardo promete finirla per tutto Settembre, et che per questo si potrà etiam goldere: perché li ponti ch’el fara lasarono vacuo de soto per tuto”</em>.</p></blockquote>
<p>Da questa ardita impalcatura sospesa ci si si era messi a disegnare e poi dipingere a tempera la volta, quando i francesi irruppero a Milano nel 1499. In quel momento, con tutta probabilità la volta mostrava all’apice lo scudo con gli stemmi inquartati degli Sforza (aquila nera e biscione) e degli Estensi (aquile e gigli) da cui si dipartiva l’intreccio di foglie e bacche di gelso, mentre sulle pareti restavano sparse tracce a carboncino di paesaggio da traguardare fra i tronchi della pergola.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/sala-asse-svelata-laser-body-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Asse - Volta, particolare dello stemma centrale (dopo i restauri di E. Rusca e di O. Della Rotta). © Comune di Milano, tutti i diritti…" width="1600" height="2218" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Asse - Volta, particolare dello stemma centrale (dopo i restauri di E. Rusca e di O. Della Rotta). © Comune di Milano, tutti i diritti riservati (Foto Haltadefinizione® 2012).</p>

<p>La scelta del gelso come specie prevalente della pergola ha molti significati che si intrecciano. In latino il gelso è <em>morus</em>, come il Moro, così chiamato perché scuro (<em>“sozo”</em>) alla nascita, come si era lamentata la madre Bianca Maria col marito Francesco Sforza subito dopo il parto. Il gelso era un probabile omaggio al duca, quindi, ma anche all’industria del baco da seta, molto diffusa nel ducato (Ludovico l’aveva appena fatto piantare anche nella tenuta di campagna, la Sforzesca). Non possono mancare peraltro i significati morali propri del gelso, la “pianta più saggia” secondo la <em>Storia naturale</em> di Plinio il Vecchio, perché l’ultima a mettere fuori i fiori in primavera, senza rischiare di soccombere alle gelate. Dal <em>morus</em> deriverà il nome che i milanesi diedero alla Sala “dei moroni”.</p>
<h2 id="incompiuta-per-caso-o-per-scelta">Incompiuta per caso o per scelta?</h2><p>L’arrivo dei francesi a Milano con Luigi XII, nel 1499, scompaginò i piani anche nella Sala delle Asse, iniziata appena un anno prima e lasciata dunque incompiuta. Leonardo si allontanò da Milano insieme alla corte degli Sforza. Ma in realtà vi torno dopo alcuni anni passati a Mantova, Venezia e Firenze, nel 1508, invitato dal governatore francese Charles d’Amboise, dove restò fino al 1514. Eppure non riprese l’opera lasciata incompiuta. Perché? C’è da dire che Leonardo, nella sua vita piuttosto movimentata e piena di impegni che non sempre riusciva a rispettare, lasciava spesso opere incompiute. E come suggerisce il direttore del Castello Sforzesco Claudio Salsi -  forse l’incompiutezza non è casuale e rientra in una concezione dell’arte tipica di quell’epoca, una vera e propria &ldquo;estetica dell&rsquo;incompiuto”. Ma questo resta uno dei tanti enigmi irrisolti del più grande genio del Rinascimento.</p>
<h4 id="note-e-bibliografia"><strong>Note e Bibliografia</strong></h4><h4 id="parte-di-questo-articolo-è-stato-pubblicato-sul"><em>Parte di questo articolo è stato pubblicato sul <a href="https://www.italianostra.org/la-riscoperta-della-sala-delle-asse-n-504/" rel="noopener">Bollettino n. 504 di Italia Nostra</a>.</em></h4><h4 id="leonardo-da-vinci-la-sala-delle-asse-del-castello-sforzesco-allombra-del-moro-a-cura-di-claudio-salsi-alessia-alberti-cinisello-balsamo-2019"><em>Leonardo da Vinci. La Sala delle Asse del Castello Sforzesco. All’ombra del Moro</em>, a cura di Claudio Salsi, Alessia Alberti, Cinisello Balsamo, 2019.</h4><h4 id="leonardo-da-vinci-la-sala-delle-asse-del-castello-sforzesco-la-diagnostica-e-il-restauro-del-monocromo-a-cura-di-michela-palazzo-francesca-tasso-cinisello-balsamo-2017"><em>Leonardo da Vinci. La Sala delle Asse del Castello Sforzesco. La diagnostica e il restauro del Monocromo</em>, a cura di Michela Palazzo, Francesca Tasso, Cinisello Balsamo, 2017</h4><h4 id="maria-teresa-fiorio-anna-lucchini-nella-sala-delle-asse-sulle-tracce-di-leonardo-in-raccolta-vinciana-fascicolo-xxxii-2007-pp-101-140">Maria Teresa Fiorio, Anna Lucchini, <em>Nella Sala delle Asse, sulle tracce di Leonardo</em>, in “Raccolta Vinciana”, Fascicolo XXXII, 2007, pp. 101-140.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Fritz Kahn, il nonno dell’infografica scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica/</guid><pubDate>Mon, 02 Sep 2019 00:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Renata Tinini</dc:creator><category>arte</category><description>Chi non ha mai immaginato, da bambino, che la macchina perfetta del nostro corpo fosse controllata da piccoli omini preposti alle più diverse e sofisticate.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Chi non ha mai immaginato, da bambino, che la macchina perfetta del nostro corpo fosse controllata da piccoli omini preposti alle più diverse e sofisticate funzioni? Triturare il cibo, comandare a un braccio di alzarsi, sentire il profumo delle rose… E quanti di noi sono rimasti affascinati dai viaggi nel corpo umano, accompagnati da Piero Angela? Fritz Kahn riesce ad appagare le nostre fantasie infantili coniugandole a chiarezza e rigore. Se c’è un padre (o un nonno) della divulgazione scientifica per mezzo dell’infografica, quello è sicuramente lui.</p>
<p>Ebreo tedesco (1888-1968), laureato in medicina a Berlino nel 1907, appassionato di microbiologia e meteorologia, grande lettore di testi filosofici, specializzato in ginecologia, medico nell’esercito durante la prima guerra mondiale (debilitato e denutrito, venne per qualche tempo accudito da una famiglia italiana), organizzatore di spedizioni geologiche in Palestina e al Circolo Polare Artico - dove contrasse una polmonite che curò con un viaggio nel Sahara - vittima dal 1933 della propaganda antisemita nazista, emigrato a Gerusalemme, a Parigi e poi negli Stati Uniti grazie all’intercessione di Einstein, Fritz Kahn scrisse numerosi best-seller (tra l’altro inseriti dai nazisti nelle liste dei libri proibiti) che appagano tutte le nostre curiosità scientifiche senza pedanteria, utilizzando metafore apparentemente naif ma che riproducono in modo ineccepibile il fenomeno naturale che vuole spiegare. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-1.png.webp 1222w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1222" height="1222" loading="lazy" decoding="async">
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<p>La sua opera più famosa è sicuramente il poster “Der Mensch als Industriepalast” (L’uomo-fabbrica) del 1926, nel quale, quasi anticipando le atmosfere langhiane di Metropolis (che uscì nel 1927), trasforma graficamente il corpo umano in un’industria con una efficiente struttura organizzativa, dai manager ai colletti bianchi agli operai.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1748" height="2480" loading="lazy" decoding="async">
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<p><a href="https://vimeo.com/6505158" rel="noopener">Der Mensch als Industriepalast [Man as Industrial Palace]</a> (da <a href="https://vimeo.com/machinatorium" rel="noopener">Henning M. Lederer</a>/<a href="https://vimeo.com" rel="noopener">Vimeo</a>)</p>
<p>Nelle sue numerose opere, i continui rimandi tra natura e tecnologia rendono chiare e divertenti le spiegazioni dei comportamenti del corpo umano. L’uomo-macchina di La Mettrie non è più una semplice metafora, ma una puntuale rappresentazione del funzionamento dell’organismo umano. Le nostre palpebre funzionano come tergicristalli, il sistema nervoso come un sistema elettrico, il sistema visivo come una macchina fotografica. Queste infografiche, ideate da Kahn e commissionate a brillanti disegnatori dell’epoca, sono molto più esplicative di tante immagini realistiche che molti lettori potrebbero trovare disturbanti se non addirittura “splatter”. I rimandi culturali sono molti e il lettore curioso di scienza si divertirà a seguire il viaggio di una cellula nel torrente sanguigno come fosse un nuovo Gulliver se non addirittura un Odisseo alle prese con bizzarre creature e inusitati scenari.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-3.jpg.webp 770w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="770" height="564" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se poi siete fan di rubriche alla “Forse non tutti sanno che…”, Kahn non vi deluderà. Lo sapevate che la pressione del cuore potrebbe sollevare un montacarichi dal piano terra al quarto piano in un’ora? O che se si facesse confluire in un solo capello la crescita quotidiana di tutti i capelli, questo crescerebbe di un metro ogni 40 minuti? O che in 70 anni di vita un uomo mangia l’equivalente di 1.400 volte il suo peso (forse oggi Kahn dovrebbe rivedere questa informazione…). E se vi ha divertito l’inizio del film di Woody Allen “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere”, l’immagine delle “tribolazioni dello sperma dell’uomo nel corpo femminile” tratte dal libro sulla “Vita sessuale umana” vi daranno nozioni scientificamente corrette con un pizzico di umorismo, così come la fisiologia dell’erezione rappresentata come un sistema di leve e pompe, dove l’erezione viene stimolata dall’immagine di una donna piacente e l’impotenza dall’immagine di una vecchia strega.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/fritz-kahn-nonno-dell-infografica-scientifica-body-4.jpg.webp" alt="" width="355" height="500" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Da bravo divulgatore, Kahn si proponeva soprattutto di fornire un’utile educazione scientifica di base, tesa a migliorare la salute e il benessere dei lettori. Spiega così come si cura una ferita, perché è importante il lavaggio delle strade per eliminare le polveri e i batteri, e mostra anche interesse e preoccupazione per chi lavora in ambienti poco salubri, elencando i livelli di nocività nelle diverse professioni. Per approfondire l’opera di Kahn, si può consultare la monografia “Fritz Kahn. Infographics pioneer”, Taschen Bibliotheca Universalis, curata dai fratelli Uta e Thilo von Debschitz, rispettivamente giornalista di salute e designer. Il libro raccoglie 350 illustrazioni corredate da didascalie in tedesco, inglese e francese, oltre a tre testi originali di Kahn ed un saggio sulla vita e le opere dello scienziato. E in questo periodo in cui tanto si parla di cambiamento climatico (senza fare poi molto), è interessante vedere come Kahn prospettasse nel futuro una Berlino sott’acqua.</p>
<p>La TED Talk sul pioniere dell&rsquo;infografica Fritz Kahn</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Leonardo scienziato polifunzionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/leonardo-scienziato-polifunzionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/leonardo-scienziato-polifunzionale/</guid><pubDate>Mon, 17 Jun 2019 00:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Cima</dc:creator><category>libri</category><description>Leonardo scienziato, di Enrica Battifoglia ed Elisa Buson, è un libro di 130 pagine che ha il pregio di raccontare la vita di Leonardo da una prospettiva non.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/leonardo-scienziato-polifunzionale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/leonardo-scienziato-polifunzionale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Leonardo scienziato, di Enrica Battifoglia ed Elisa Buson, è un libro di 130 pagine che ha il pregio di raccontare la vita di Leonardo da una prospettiva non comune. Come si capisce dal sottotitolo: “Macchine, invenzioni e curiosità di un genio normale”. Crediamo di sapere molto su Leonardo da Vinci, orgoglio nazionale, abbiamo visto le sue opere, documentari, film, le sue macchine ricostruite sono sparse in musei e parchi divertimenti di tutta Italia. La figura di Leonardo è così diventata una icona, a suo modo distante: che uomo straordinario, che cervello fuori dal comune.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/leonardo-scienziato-polifunzionale-esterna-1.jpg.webp" alt="" width="300" height="467" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Le autrici di questo libro invece, attraverso una narrazione puntuale e precisa di episodi significativi e citazioni dei suoi testi più illuminanti, raccontano una storia diversa: non un genio solitario che si è caricato sulle spalle un mondo arretrato e gli ha fatto fare un balzo di secoli ma di un uomo curioso, aperto, capace di collegare concetti, e conoscenze ma anche persone, per ideare nuovi progetti e migliorare gli esistenti. In questo modo i vari capitoli, ciascuno dedicato a uno degli ambiti di studio di Leonardo, scopriamo, o riscopriamo, un Leonardo meno mitico ma più reale: tutto già esisteva, le grandi macchine scenografiche per allietare le feste di corte, i carri da guerra, gli studi di anatomia. A questo Leonardo aggiunge il suo tocco, intuizioni geniali, soluzioni fuori dagli schemi. Soprattutto aggiunge la sua mano, un modo di disegnare e progettare, quello sì, decisamente straordinario: un genio della visualizzazione. “Il disegno, per Leonardo, aveva un potere che andava ben oltre quello della parola”, sostengono le autrici che qui fissano la chiave del suo successo: disegni capaci di rendere leggibili i fenomeni che descrive. Dagli apparati umani alle forme geometriche, tanto che Pacioli, il grande matematico dell’epoca, fa illustrare a Leonardo i suoi concetti geometrici: un successo editoriale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/leonardo-scienziato-polifunzionale-body-1.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2019/leonardo-scienziato-polifunzionale-body-1.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/leonardo-scienziato-polifunzionale-body-1.jpeg.webp 1080w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1080" height="1080" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Poliedri disegnati da Leonardo per la <em>Divina proportione</em> di Luca Pacioli.</p>
<p>Aveva una qualità molto moderna Leonardo: sapeva vedere e  interpretare nei fenomeni le regolarità, i pattern. Ecco un esempio:</p>
<blockquote>
<p>Li circoli della rami degli alberi segati mostrano il numero degli anni suoi e quali furono più umidi e più secchi secondo la maggiore o minore loro grossezza. E così mostrano gli aspetti del mondo dov’essi erano volti; perché più grossi sono a settentrione che a meridio.Straordinario, chiaro, preciso. Altro pregio del libro: aver selezionato tra i testi di Leonardo alcuni passi davvero belli, quasi una mini antologia.</p></blockquote>
<p>Una delle domande più frequenti con cui si chiude una tipica discussione su Leonardo è: chissà cosa farebbe oggi. Robotica, ingegneria, spazio? Tentano di rispondere in una carrellata di interviste Roberto Cingolani dell&rsquo;IIT, l&rsquo;astronauta Luca Parmitano, gli scienziati Elena Cattaneo, Ilaria Capua, Guido Tonelli, Cristiano dal Sasso, l&rsquo;imprenditrice Diana Bracco. Un filo rosso lega le loro risposte: recuperiamo la sua visione unitaria della scienza e del mondo. <br>
Leonardo ci pare unico e distante, quasi incomprensibile perché la nostra epoca di saperi parcellizzati è distante dal Rinascimento. Leggendo il libro ci si fa l’idea che Leonardo non avrebbe retto una vita passata a studiare un’unica disciplina, si sarebbe annoiato. Dopo aver capito e progettato una mano robotica l’avrebbe lasciata a metà, non avrebbe nemmeno pubblicato un paper. Forse sarebbe quello che oggi si chiama “un polifunzionale” e farebbe quello che fece a suo tempo: studierebbe come ricollegare i frammenti dei vari saperi cercando di farci vedere e capire i concetti di machine learning, intelligenza artificiale, genetica, entalgement dispiegati all’interno di un grande quadro coerente. Sarebbe di nuovo bellissimo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Migranti: Quelli che affrontano i problemi e quelli che li fronteggiano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/migranti-quelli-affrontano-problemi-quelli-li-fronteggiano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/migranti-quelli-affrontano-problemi-quelli-li-fronteggiano/</guid><pubDate>Fri, 03 May 2019 14:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paolo Vineis</dc:creator><description>Un&amp;amp;rsquo;operazione di salvataggio nell&amp;amp;rsquo;ambito dell&amp;amp;rsquo;operazione Triton, il 15 giugno 2015.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/migranti-quelli-affrontano-problemi-quelli-li-fronteggiano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/migranti-quelli-affrontano-problemi-quelli-li-fronteggiano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Secondo la Banca Mondiale nel 2050 vi saranno 140 milioni di migranti per motivi legati al cambiamento climatico: la desertificazione, il depauperamento delle aree fertili, la mancanza d’acqua, l’aumento del livello del mare e così via. Sarà un esodo drammatico, in cui è probabile che moltissimi moriranno senza lasciare traccia di sé, come la maggior parte dei 1.000 migranti affondati con il “Barcone” che nell’aprile del 2015 si rovesciò al largo della Libia. Ma non tutti sono rimasti senza nome, grazie allo straordinario lavoro svolto da Cristina Cattaneo e la sua équipe e documentato nel bellissimo libro <em>Naufraghi senza volto</em> (Raffaello Cortina editore, 2018).</p>
<p>Secondo alcuni quanto successo negli ultimi anni è solo un fenomeno temporaneo destinato a esaurirsi e usato ad arte dalla politica per motivi elettorali. Niente di più sbagliato. Le proiezioni relative al cambiamento climatico non potrebbero essere più chiare e non si vede una soluzione nel breve o nel medio termine. Certamente non la cattura dell’anidride carbonica, ma neppure lo sviluppo delle energie rinnovabili, considerata la lentezza con cui il mercato e la politica rispondono a un’esigenza divenuta immediata. La minaccia del cambiamento climatico, con la sua sequela di impatti umani e ambientali, richiede grande lungimiranza e incisività. Putroppo la Strategia Energetica Nazionale - per cui il governo Gentiloni aveva stanziato 175 miliardi fino al 2030 - è divenuta lettera morta, e l’attuale governo non sembra avere un piano energetico né una strategia di mitigazione del cambiamento climatico, problema ritenuto evidentemente di second’ordine.</p>
<p>Questa lunga premessa serve a dire che l&rsquo;estrema miopia dei sovranisti, che si illudono di risolvere i problemi chiudendo i confini e respingendo i barconi, non fa altro che prepararci a una catastrofe, quando lo scontro tra una crescente xenofobia (tutta ideologica) e la realtà delle migrazioni di massa assumerà proporzioni ben maggiori rispetto a quelle attuali. Inutile ricordare che i “sacri confini della patria” che sono sottesi all’ideologia sovranista sono del tutto fittizi:</p>
<blockquote>
<p>I confini non sono fenomeni naturali; esistono nel mondo solo nella misura in cui gli uomini li considerano come significativi<br>
(A.C. Diener, J. Hagen: <em>Borders.</em> Oxford University Press, 2012)</p></blockquote>
<p>Il libro di Cattaneo è esemplare per impegno civile, chiarezza e sobrietà. Cattaneo è medico legale all’Università di Milano, a capo di un’équipe specializzata nel “dare il nome” a persone che ne sono prive. Questa attività richiede di ricorrere a tecniche molto complesse e sofisticate, ed è esclusivamente mossa dalla <em>pietas</em> per le vittime e le loro famiglie. Ma dai reperti dell&rsquo;équipe della Cattaneo emerge molto più della <em>pietas</em>. Per esempio, i profili che si ricavano dalla ricostruzione post-mortem delle biografie delle vittime sono quasi ortogonali al comune pregiudizio salviniano di immigrati delinquenti e terroristi. Le vittime sono perlopiù studenti in viaggio verso università migliori di quelle in patria, ragazzi normali in cerca di opportunità all’estero (come molti di noi hanno fatto).</p>
<p>È un’umanità aperta al mondo, consapevole delle interconnessioni create dalla globalizzazione, ma che si scontra con la chiusura di una classe media occidentale timorosa di perdere i propri privilegi. Una testimonaniza di Cattaneo:</p>
<blockquote>
<p>Non riuscivo a immagine questi ragazzi durante quel percorso infernale (Etiopia, Sudan e Libia, nota mia), gli stessi che festeggiavano le lauree, i matrimoni, che si fotografavano a casa mentre ballavano e che avevano Facebook. La nipote, che avevamo conosciuto attraverso i racconti dello zio, nelle immagini più recenti indossava una maglietta lilla e una collanina con strass simili a Swarovski, identici a quelli della mia figlioccia - ancora una volta, dettagli sovrapponibili alla mia, alla nostra vita quotidiana</p></blockquote>
<p>Viene da chiedersi che cosa è successo in Italia in questi ultimi quattro anni. Nel 2015 vi fu una straordinaria mobilitazione intorno al progetto lanciato da Cristina Cattaneo, che divenne rapidamente una “bandiera” di cui andare fieri (così come dovremmo andare fieri di quell’altro grande italiano, Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa). Per usare le parole dell’autrice,</p>
<blockquote>
<p>Ancora oggi mi sembra incredibile e commovente pensare a come le più grandi agenzie italiane come la Marina Militare, l’Università, i Vigili del Fuoco insieme a molti altri si siano spesi - in un periodo storico in cui, a parlare di supporto ai migranti, si viene spesso trattati con sufficienza o biasimo - non solo per recuperare un barcone pieno di vittime dalla pelle scura, ma anche per trattarli come tratteremmo mille europei “bianchi” morti in un ipotetico incidente aereo&hellip;</p></blockquote>
<p>Per associare qualche numero al racconto, nel 2017 sono arrivati in Italia circa 117.000 migranti vivi, mentre 2.800 sono morti, un numero enorme. Negli ultimi anni si è registrata una drastica diminuzione delle domande di asilo nell’UE, passate da 1.261.000 nel 2016 a 705.000 nel 2017 ma, all’opposto, una crescente domanda politica di “difesa” delle frontiere dell’ Europa, come espressa, per esempio, dal ministro Salvini:</p>
<blockquote>
<p>Il problema non è respingere i migranti all’interno dell’UE ma difendere le frontiere europee<br>
(Ansa. Salvini meeting Conte for migrant talks. <em>Ansa</em>, 20.06.2018)</p></blockquote>
<p>Ma a fronte della riduzione del numero di migranti, il rischio di mortalità per traversata marina è andato aumentando, raggiungendo il 5% nel 2018 (5 su 100!). Qualunque sia la spiegazione, la mortalità in aumento indica che evidentemente l’insieme dei dispositivi di salvataggio in mare è del tutto inadeguato. L’impreparazione del governo (dei governi) ad affrontare (non “fronteggiare”) il problema delle migrazioni nei prossimi decenni è irresponsabile. Una politica efficace (ma non sta a me dirlo) dovrebbe coniugare obiettivi umanitari a breve termine con obiettivi strategici. Il trasferimento di migranti clandestini è un affare colossale gestito da grandi organizzazioni mafiose. Questo è il problema, non respingere qualche decina di poveracci per guadagnare voti.</p>
<p>In quanto alla sfida umanitaria, l’impegno di Cristina Cattaneo è esemplare, perché antepone la <em>pietas</em> al suo livello più basilare (“dare un nome”) alle ragioni di Stato o alle ragioni di comodo (la mancanza di fondi), dimostrando che “si può fare”. Non solo si può fare ma si può fare bene, cioè con tecniche all’avanguardia che comportano l’esame dei liquidi bologici e degli organi (per esempio per identificare infarti pregressi nel cuore), e prelievi di ossa o muscoli per analizzare il DNA. Le pagine sul recupero dei resti umani dal Barcone sono particolarmente agghiaccianti ma anche lineari e sobrie. Ricordano alcune pagine di Primo Levi sui lager.</p>
<blockquote>
<p>Non c’era modo di evitare ad alcuno di loro [i volontari coinvolti] il trauma del primo contatto, della vista, dell’odore di ciò che avrebbero dovuto toccare, abbracciare, sollevare. (&hellip;) Alla fine, la comprensibile repulsione potreva essere superata soltanto dalla consapevolezza non solo dell’importanza tecnica del loro operato ma anche dell’estrema <em>pietas</em> del gesto che si apprestavano a compiere. E questo fu esattamente ciò che accadde.</p></blockquote>
<p>Vi sono momenti storici in cui il “tono” generale della società può cambiare repentinamente e, con il contributo di una massa di manovra ingenua e spesso ignorante, passare da quell’impegno civico esemplare dimostrato da una scienziata umanista come Cristina Cattaneo al pregiudizio xenofobo del blocco di Visegrad. Che peccato, e che vergogna.</p>
<h2 id="la-versione-originale-di-questarticolo-è-apparsa-su-l-aprile-2019" class="titolo-minore">La versione originale di quest&rsquo;articolo è apparsa su <em><a href="https://www.lindiceonline.com/" rel="noopener">L&rsquo;indice dei libri del mese</a></em>, aprile 2019</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Il futuro incerto della salute</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-incerto-salute/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/futuro-incerto-salute/</guid><pubDate>Fri, 29 Mar 2019 00:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Geddes da Filicaia</dc:creator><category>libri</category><description>Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due agili libri da parte di protagonisti della sanità italiana: Giuseppe Remuzzi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/futuro-incerto-salute-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/futuro-incerto-salute-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due agili libri da parte di protagonisti della sanità italiana: Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerca Mario Negri e Walter Ricciardi, già Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e Presidente della World Federation of Public Health Associations. Il tema, il filo rosso su cui si articolano i rispettivi contributi è “La Salute”, parola che ricorre – con evidenza di caratteri tipografici – in entrami i titoli: Giuseppe Remuzzi: La salute (non) è in vendita¹; Walter Ricciardi: La battaglia per la salute². L’iniziativa editoriale è di un qualche rilievo, non solo per l’autorevolezza di entrambi gli autori, ma anche perché proposta da un editore, Laterza, fra i più longevi e rilevanti del Paese; una casa editrice generalista nell’ambito della saggistica e dello scolastico, con una recentissima apertura verso la narrativa.</p>
<h2 id="due-libri-divergenti">Due libri divergenti</h2><p>Tali elementi: autori e casa editrice, determinano il rilievo che è stato dato, anche promozionale, alle due pubblicazioni che intendono rivolgersi a un ampio pubblico. Un elemento estremamente positivo poiché della salute, in termini di politiche sanitarie, si tratta e si discute assai poco, anche in occasione di rilevanti scadenze politiche, a differenza di problemi sanitari specifici e talora marginali, di innovazioni pseudo miracolose, di medicine sedicenti (in termini di efficacia) alternative.  I due libri, pur non contrapponendosi totalmente, non seguono uno stesso indirizzo e, a una attenta lettura, evidenziano orientamenti divergenti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2019/futuro-incerto-salute-body-1.jpg.webp" alt="" width="266" height="400" loading="lazy" decoding="async">
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</p>
<p><strong>Giuseppe Remuzzi</strong> afferma in modo esplicito, e lo ha ribadito anche in un recente confronto con l’ex ministro della sanità Girolamo Sirchia (<em>La Lettura</em>, 20 gennaio 2019), che salute e mercato sono due categorie completamente diverse le cui strade non dovrebbero incrociarsi mai. Tale orientamento, che viene ampiamente motivato non solo su base etica, ma essenzialmente con dati ed esempi, viene puntualmente riaffermato nella “…convinzione che la salute è un diritto e non un bene da lasciare alle dinamiche del libero mercato”. Consapevole di come con i soldi si arrivi ad influenzare in modo indebito le politiche sanitarie e di come l’industria della salute – citando a tale proposito Arnold Relman, editor del <em>New England Journal of Medicine</em> – finisca per rispondere prioritariamente alle esigenze degli azionisti, propugna una attenta legislazione in materia e un potenziamento della ricerca indipendente. L’autore a tal fine riporta dati e fornisce esempi, ricordando come i malati che “non rendono”, vale a dire i grandi traumi, le infezioni gravi, gli anziani non autosufficienti, i malati di Aids, siano a carico degli ospedali pubblici. In base a tale orientamento ritiene necessario chiudere le porte al privato finanziatore. Nei confronti del privato (accreditato) erogatore invece ipotizza e auspica una sinergia  quando il pubblico è carente, senza pretendere di sostituirlo, condividendo così da entrambi gli attori la finalità di base, cioè il bene dell’ammalto.</p>
<p>Il libro di <strong>Walter Ricciardi</strong> offre anche un rapido excursus sull’istituzione del servizio sanitario nazionale inglese e su quello italiano, la cui legge fu approvata nel 1978 superando così, afferma l’autore il precedente sistema, che “…prevedeva cittadini di serie A, quelli coperti da una «mutua» assicurativa, i quali potevano godere di cure da questa rimborsate, e cittadini di serie B, che pagavano di tasca propria o, in caso di incapienza, venivano inseriti in liste di «poveri» da assistere caritativamente”. Viene inoltre evidenziato il definanziamento del Fondo sanitario nazionale per circa 25 miliardi denunciando “…un progressivo aumento delle morti evitabili e una diminuzione nell’aspettativa di vita alla nascita che è oggi, per i cittadini di molte regioni meridionali, notevolmente inferiore rispetto a quella delle regioni centro – settentrionali”. Dopo aver toccato rapidamente altre tematiche, quali lo stato di salute degli italiani, l’aumento della cronicità e le ampie differenze regionali che l’approvazione dell’autonomia regionale differenziata – credo che su tale tema l’autore concorderà con me – inevitabilmente amplificherà, i due capitoli finali sono dedicati a &ldquo;Cosa aspettarsi dal futuro&rdquo; e a &ldquo;Istruzioni per un futuro migliore&rdquo;.</p>
<h2 id="difficili-previsioni">Difficili previsioni</h2><p>Per il futuro Ricciardi sposa l’idea che la situazione del nostro Servizio sanitario sia insostenibile dal punto di vista economico e finanziario non solo, mi pare, nei tempi prossimi, ma anche in quelli lontani. Cioè non all’interno della previsioni del Def, fino al 2021, ma anche fra quarant’anni, quando le previsioni di spesa pubblica oscillano fra il 7,5% e l’8% del Pil³. Non si può che prendere atto di questa pessimistica previsione, fedeli a quanto enunciava il fisico Niels Bohr: “Le previsioni sono sempre difficili, specie se riguardano il futuro”! Sembra che tali accadimenti, tali scelte rilevanti in ambito economico, sociale, e della vita delle persone, siano predeterminate e non conseguenti alle politiche pubbliche, che in questi anni hanno ritenuto che il benessere della popolazione si basasse solo sul libero mercato (cito liberamente dal libro di Giuseppe Remuzzi), mentre dovremmo imparare che la medicina ha molto da imparare da Marx (senza bisogno di essere marxisti). Qui invece cito  Richard Horton, editor del <em>Lancet</em>, che lo stesso Remuzzi richiama nel suo testo.</p>
<p>Le istruzioni per un futuro migliore vengono in prima istanza rivolte alla politica e sono in larga parte condivisibili:</p>
<ul>
<li>Dovrebbe smetterla di fare soltanto proclami elettorali: la sanità dovrebbe essere materia bipartisan.</li>
<li>Dovrebbe predisporre una regia nazionale coordinata con le regioni.</li>
<li>Dovrebbe attuare una rigorosa programmazione.</li>
<li>Dovrebbe stanziare la giusta quantità di risorse.</li>
<li>I manager dovrebbero essere scelti sulla base del loro curriculum e della loro esperienza e dovrebbero essere valutati per i risultati sanitari ed economici; i professionisti devono essere adeguatamente formati e aggiornati.</li>
<li>I cittadini devono essere adeguatamente formati e informati.</li>
</ul>
<p>Le probabilità che tutto ciò si verifichi e che gli appelli dell’autore vengano accolti sono sostanzialmente nulle, secondo l’autore stesso. Infatti Ricciardi classifica, per ciascuna proposta, le probabilità di accoglimento, che risultano quindi medio basse per tre ipotesi, basse per due e quasi nulle per una. Forse il motivo di fondo è che le politiche sanitarie non sono bipartisan, ma, come afferma il più autorevole economista sanitario americano, sono “Atti politici intrapresi per fini politici”⁴. Atti per i quali bisogna lottare, fare cioè una “battaglia” (parola del titolo del libro!), appunto, per la salute.</p>
<p>La battaglia, invece, viene affidata al singolo individuo con una appendice in 12 punti. I primi dieci sono indicazioni di “educazione sanitaria”, analoghe a quelle che altri autorevoli colleghi hanno di volta in volta dispensato sui supplementi salute dei principali quotidiani, qui presentati in maniera sintetica, convincente e con riferimento agli ultimi dati. Una informazione impeccabile, che tuttavia non provocherà, ovviamente, le auspicate modifiche nella alimentazione, nell’abitudine al fumo, nel consumo di sale, di bevande zuccherate, nella attività fisica etc. Al di là del richiamo un po’ generico alla necessità di “salute in tutte le politiche”, i cambiamenti auspicati sarebbero raggiungibili se ci si mobilitasse per aumentare le aree verdi, i percorsi pedonali, le tasse sulle bevande zuccherate, il costo delle sigarette. In altri termini per politiche preventive eque e di provata efficacia.</p>
<h2 id="le-assicurazioni-private-sono-davvero-un-rimedio">Le assicurazioni private sono davvero un rimedio?</h2><p>Gli ultimi due suggerimenti riguardano la conoscenza della sanità della propria Regione e il farsi una assicurazione sanitaria integrativa. Conoscere la sanità della Regione in cui uno vive è certamente utile, anche per prendere atto, come rileva l’autore, che varie Regioni del sud sono deficitarie per quanto concerne la qualità dei servizi sanitari e la loro accessibilità. Quindi Ricciardi suggerisce, “…a maggior ragione se si abita in una delle regioni citate nel paragrafo precedente…” di stipulare un’assicurazione sanitaria o di aderire ai sistemi di welfare aziendali, che l’autore giudica sempre più qualificati.</p>
<p>Qui le divergenze fra i due libri esaminati sono più evidenti. Remuzzi ricorda, giustamente, che “Chi ha un’assicurazione fa molti più esami e molte più visite specialistiche e alla fine si rivolge alle  strutture pubbliche, e le liste di attesa invece che diminuire aumentano”. I costi delle assicurazioni sono elevati, con aumenti più accentuati della spesa sanitaria pubblica (e anche di quella out of pocket) e inevitabilmente gravano sui bilanci familiari. È noto peraltro che le offerte assicurative e i sistemi di welfare aziendale sono spesso non qualificati⁵ e in larghissima parte sostitutivi e non integrativi delle prestazioni erogate dal Servizio sanitario pubblico. Quello che lascia perplessi, di quest’ultima indicazione, è di ipotizzarla come “rimedio” in particolare per quelli che abitano nelle varie regioni meridionali indicate. Infatti, come noto, la spesa sanitaria privata (e quindi la disponibilità per una assicurazione) è sostanzialmente correlata al reddito e le differenze di reddito pro capite fra le regioni citate e quelle del nord sono enormi (ad esempio: Calabria =15.676; Campania = 16.936; Lombardia = 35.234; Emilia Romagna = 32.468). Se poi si ipotizza un ricorso al welfare aziendale mi pare altamente improbabile che questo risolva il deficit di assistenza sanitaria in Campania e in Calabria, che hanno una disoccupazione rispettivamente del 20,9% e del 21,6%, a confronto dell’Emilia Romagna con il 6,6% e della Lombardia del 6,4%.</p>
<p>È evidente che il welfare sanitario aziendale si sta espandendo grazie ad una sostanziosa defiscalizazzione (incomprensibile per prestazioni LEA) e si sta concentrando, inevitabilmente, in alcune regioni più ricche e sulla popolazione maggiormente garantita da un’occupazione stabile, specie in grandi aziende. Si accentueranno conseguentemente le diseguaglianze fra giovani e adulti, fra occupati e disoccupati o precari, venendo così a creare cittadini di serie A e cittadini di serie B, così definiti dall’autore in riferimento al periodo precedente la Riforma sanitaria. Si amplificheranno inoltre anche  le attuali differenze regionali, problematica che a Walter Ricciardi desta, giustamente, una condivisibile e rilevante preoccupazione.</p>
<h2 id="bibliografia-1-giuseppe-remuzzi-la-salute-non-è-in-vendita-pag-136-bari-editori-laterza-2018-2-walter-ricciardi-la-battaglia-per-la-salute-pag-99-bari-editori-laterza-2019-3-ministero-delleconomia-e-delle-finanze-dipartimento-della-ragioneria-generale-dello-stato-le-tendenze-a-medio-lungo-periodo-del-sistema-pensionistico-e-socio-sanitario-rapporto-n-19-roma-luglio-2018-4-fuchs-v-chi-vivrà-salute-economia-e-scelte-sociali-milano-vita-e-pensiero-2002-5-donzelli-a-castelluzzo-g-in--appropriatezza-di-tanta-sanità-integrativa-quotidiano-sanità-12022019" class="titolo-minore">Bibliografia 1. Giuseppe Remuzzi. La salute (non) è in vendita, pag, 136. Bari: Editori Laterza, 2018. 2. Walter Ricciardi. La battaglia per la salute, pag. 99. Bari: Editori Laterza, 2019. 3. Ministero dell’Economia e delle Finanze. Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato. Le tendenze a medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario. Rapporto n. 19, Roma, Luglio 2018. 4. Fuchs V. Chi vivrà? Salute, economia e scelte sociali. Milano: Vita e Pensiero, 2002. 5. Donzelli A, Castelluzzo G. In – appropriatezza di tanta Sanità integrativa. Quotidiano Sanità, 12.02.2019.</h2><h2 id="pubblicato-su-saluteinteernazionaleit-il-20-marzo-2019" class="titolo-minore">Pubblicato su <a href="http://www.saluteinternazionale.info/2019/03/la-salute-e-o-non-e-in-vendita/" rel="noopener">Saluteinteernazionale.it</a> il 20 marzo 2019</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Quanto è agitato il cielo gamma</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-agitato-cielo-gamma/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-agitato-cielo-gamma/</guid><pubDate>Mon, 28 Jan 2019 07:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Mappa del cielo gamma in cui sono visibili i raggi gamma di energia superiore a 1 miliardo di elettronvolt (1 Gev) osservati per 5 anni dal satellite Fermi della NASA. Nella immagine spicca il piano della nostra Galassia che produce la maggior parte dei fotoni gamma catturati dagli strumenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/quanto-agitato-cielo-gamma-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2019/quanto-agitato-cielo-gamma-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A fine Settecento Immanuel Kant poteva ancora dire: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Un bel paragone che voleva farci intendere che la nostra moralità era scolpita dentro di noi allo stesso modo in cui il cielo stellato brillava - immoto e maestoso - sopra le nostre teste.</p>
<p>Se Kant avesse potuto leggere il libro “L’universo violento” (diffuso a fine gennaio dal <em>Corriere della Sera</em>) scritto dall’astrofisica Patrizia Caraveo in forza all’INAF, forse non avrebbe scritto quella bella frase. Il cielo, infatti, oggi ci appare tutt’altro che tranquillo. Se allarghiamo il nostro orizzonte oltre l’astronomia ottica per abbracciare tutto lo spettro elettromagnetico, scopriamo i fotoni gamma che possono essere prodotti solo nel corso di fenomeni “violenti”, per esempio nei getti energetici potentissimi di particelle che originano dalle attività galattiche e stellari.</p>
<p>E’ il “cielo gamma” quello raccontato in questo libro affascinante da una delle protagoniste dell’astrofisica delle alte energie. Patrizia Caraveo, insieme al marito Giovanni (Nanni) Bignami (da poco scomparso), ha dedicato buona parte della sua carriera di astrofisica nel dare la caccia ai fotoni gamma che sgorgano dai dischi di materia risucchiata nell’inghiottitoio dei buchi neri posti al centro di quasi tutte le galassie, o che originano da pulsar o supernove nascoste nella trama del bel cielo stellato kantiano.</p>
<p>Caraveo ricostruisce la storia di questa lunga caccia ai fotoni gamma, iniziata con palloni negli anni ‘60 del secolo scorso, a cui sono seguiti i numerosi satelliti che hanno continuato la caccia sopra la nostra atmosfera che ci scherma provvidenzialmente dalla pioggia di raggi gamma, fino ad arrivare all’utilizzo dell’atmosfera stessa come rivelatore grazie all’utilizzo di speciali telescopi a terra. Via via con una migliore approssimazione della loro origine e direzione.</p>
<p>La mappa più chiara e completa - al momento - di questa tempesta energetica ci viene restituita dalle immagine del satellite Fermi operato dalla NASA e che abbiamo riportato qui sopra. Si vede chiaramente una striscia giallo-rossa che occupa il piano della nostra Galassia dove viene catturata la maggior parte dei raggi gamma prodotti dagli ancora più elusivi raggi cosmici, costituiti da protoni ed elettroni, nel loro passaggio nel mezzo interstellare. I protoni si scontrano con i protoni vaganti nel cosmo, mentre gli elettroni interagiscono o con fotoni di luce o nuclei di idrogeno, sempre producendo fotoni gamma. Sopra e sotto il piano luminescente che reca le tracce di questa attività, troviamo invece molti altri puntini meno luminosi che sono le altre sorgenti gamma celesti. Per ora la missione Fermi ne ha catalogati più di 3.000, fra galassie particolarmente attive (più della metà), stelle di neutroni pulsanti, una dozzina di resti di supernove, nuvole di pulsar, nove e stelle binarie (per vedere le mappe con le diverse sorgenti gamma vai <a href="https://svs.gsfc.nasa.gov/11342" rel="noopener">qui</a>).</p>
<p>La catalogazione di questo universo irrequieto è ancora in corso. Per completarla serviranno strumenti più sofisticati e potenti, nuovi satelliti e telescopi a terra, come la rete dei 100 telescopi Cherenkov (<em>Cherenkov Telescope Array</em>), distribuiti in due località nell’emisfero Nord e Sud, a cui l’INAF sta collaborando con la realizzazione di piccoli telescopi di nuova concezione, dotati come sono di un doppio specchio.</p>
<p>Il contributo italiano allo studio dei raggi cosmici dal quale è poi scaturito l’interesse per l’astronomia gamma viene attentamente ricostruito dall’autrice, dai primi esperimenti di Domenico Pacini a inizio Novecento, seguiti dalla spedizione in Etiopia di Bruno Rossi (1933), che scoprì la carica positiva dei raggi cosmici, quindi dalla scoperta dei positroni da parte di Giuseppe Occhialini. La comunità scientifica italiana ha poi partecipato alla maggior parte delle missioni di astronomia X e gamma, con le sonde Beppo-Sax, XMM-Newton, Integral, Swift, Agile e Fermi.</p>
<p>Ciò che affascina nel racconto di Caraveo è soprattutto l’emergere negli ultimi anni di una astronomia multimessaggero capace di integrare osservazioni ottiche, radio, gamma e ad altre lunghezze d’onda, con le informazioni raccolte attraverso le onde gravitazionali e i neutrini per stringere l’assedio ai residui misteri dell’universo, come l’origine dei raggi cosmici. In questo nuovo campo ci sono stati due recenti exploit nella osservazione dell’onda gravitazionale il 17 agosto 2017 da parte dei due rivelatori LIGO (USA) e VIRGO (Italia) e la “cattura” appena un mese dopo di un neutrino super energetico nei ghiacci antartici di IceCube. Due notizie che hanno avuto l’onore dei telegiornali e che la grande maggioranza delle persone ha seguito con uno stupore pari all’ignoranza di quanto fosse accaduto.</p>
<p>Il libro è certamente utile per diminuire questa ignoranza, senza nulla togliere allo stupore.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il neutrino parla italiano, ma sta imparando il cinese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/neutrino-parla-italiano-sta-imparando-cinese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/neutrino-parla-italiano-sta-imparando-cinese/</guid><pubDate>Wed, 03 Jan 2018 01:59:00 +0100</pubDate><dc:creator>Pietro Greco</dc:creator><category>politica-della-ricerca</category><description>Lucia Votano quando dirigeva i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Credit photo LNGS-INFN.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/neutrino-parla-italiano-sta-imparando-cinese-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2018/neutrino-parla-italiano-sta-imparando-cinese-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il neutrino parla italiano, ma sta imparando il cinese. Volessimo riassumere in uno slogan il racconto che Lucia Votano fa del suo oggetto principale di studio, il neutrino appunto, nel nuovo libro, <em>La via della seta. La fisica da Enrico Fermi alla Cina</em> appena pubblicato con l’editore Di Renzo (novembre 2017; pp. 127; € 12,50), questo ci sembra il più calzante. Il fatto è che la proposta editoriale della prima donna chiamata a dirigere un grande centro di ricerca in fisica, il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, non riguarda solo i neutrini e neppure solo la fisica delle alte energie, ma il modo con cui “una persona cresciuta nel profondo Sud, una donna e una scienziata” ha attraversato e sta ancora attraversando la terza transizione significativa nella storia dell’economia umana, quella dalla società e dall’economia classica alla società e all’economia della conoscenza.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2018/neutrino-parla-italiano-sta-imparando-cinese-body-1.jpg.webp" alt="" width="360" height="499" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Non sappiamo se è stato deciso a tavolino, ma certo i capitoli del libro procedono con la stessa capacità di oscillazione che hanno i neutrini che, viaggiando nello spazio, passano da uno all’altro di tre diversi sapori.</p>
<h2 id="i-quattro-sapori-del-viaggio-di-lucia-votano">I quattro sapori del viaggio di Lucia Votano</h2><p>I sapori che si intrecciano nel viaggio di Lucia Votano sono almeno quattro. Ma prima si seguirli è meglio chiarire chi è l’autrice: una signora nata a Villa San Giovanni in Calabria appena dopo la guerra e laureatasi in fisica a Roma nel 1971, ha lavorato come “sperimentale” ai Laboratori Nazionali di Frascati, al CERN di Ginevra e al DESY di Amburgo, oltre che ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso (il più grande laboratorio sotterraneo al mondo di fisica delle astroparticelle) e che ora collabora al progetto JUNO, in fase di preparazione in un enorme laboratorio sotterraneo in Cina, a 43 chilometri dalla città di Kaiping, nella provincia del Guangdong. Lucia Votano è stata la prima donna a dirigere la Divisione Ricerca dei Laboratori che l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare possiede a Frascati e, soprattutto, come abbiamo già detto, la prima donna a dirigere i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, tra il 2009 e il 2012, coordinando il lavoro di almeno 950 persone altamente qualificate di cui il 60% straniere. Fino a quando un’altra italiana, Fabiola Gianotti, non ha assunto la direzione del CERN, il primo gennaio 2016, Lucia Votano è stata probabilmente la donna che ha raggiunto la vetta più alta nella direzione di un grande centro di ricerca internazionale in fisica.</p>
<h2 id="scienziata-del-profondo-sud">Scienziata del “profondo Sud”</h2><p>Basterebbe questo a rendere interessante il racconto della sua vita di scienziata. Ma nel libro appena pubblicato Lucia Votano mescola, come abbiamo detto, quattro sapori. Che proviamo a riassumere.</p>
<p>Il primo è quello di “persona del profondo Sud”. Questo primo sapore è quello del realismo: se vuoi essere protagonista della società della conoscenza, se vuoi fare “grande scienza”, devi lasciare il paese natìo ed emigrare. Era vero a metà degli anni ’60 per una diciassettenne diplomata dallo sguardo lungo, è purtroppo vero tuttora, salvo eccezioni che, per quanto significative – talvolta molto significative –, restano tali. Il Mezzogiorno – tanto più quello profondo – è fuori dalla società della conoscenza. Sempre più fuori, verrebbe da dire.</p>
<h2 id="scienziata-donna">Scienziata “donna”</h2><p>Il secondo sapore nella ricostruzione della sua vita di Lucia Votano riguarda l’essere donna. La scienziata riconosce di non aver avuto troppi impedimenti nella sua carriera per il fatto di appartenere a un genere a lungo tenuto lontano dai laboratori. Ma è anche vero che alcuni impedimenti li ha avuti e li ha dovuti superare con una forza e una determinazione che in genere non vengono richiesti a un maschio. Ma Lucia Votano non ne fa un fatto personale. E neppure interpersonale. Bensì denuncia l’asimmetria strutturale che nei laboratori di ricerca, come nel resto del mondo del lavoro, ancora distingue tra i generi, a tutto svantaggio delle donne.</p>
<h2 id="ricercatrice-di-fisica-del-neutrino">Ricercatrice di fisica del neutrino</h2><p>Il terzo sapore proposto da Lucia Votano è quello della ricercatrice in fisica. In particolare della fisica delle particelle. E in particolare della fisica del neutrino. Non entriamo nei dettagli. Diciamo solo che, nel corso della sua vita da ricercatrice, Lucia Votano ha potuto osservare dall’interno l’evoluzione di questa fisica: dallo zoo di particelle emerso con esperimenti e osservazioni innovativi subito dopo la guerra, alla sistemazione in una sorta di nuova tavola di Mendeleev delle particelle subatomiche affermatasi con la definizione del Modello Standard delle Alte Energie, fino alla dimostrazione dell’oscillazione del neutrino, tra la cause principali dell’attuale ricerca di nuova fisica oltre il Modello Standard. In tutta questa storia i fisici italiani, compresa Lucia Votano, hanno avuto un ruolo da protagonisti assoluti. Tanto da definire una “via italiana alle alte energie” con la sostanziale invenzione dei collider.</p>
<p>Nella fisica del neutrino questo protagonismo è ancora più marcato. E va da Enrico Fermi e dalla sua elaborazione della teoria dell’interazione debole dove l’elusiva particella ha trovato la sua giusta collocazione, a Bruno Pontecorvo, padre tra l’altro della teoria dell’oscillazione, allo stesso Ettore Majorana per finire alla Collaborazione Opera che nel 2012 al Gran sasso e in stretto rapporto con il CERN di Ginevra ha fornito la prima dimostrazione diretta dell’oscillazione prevista da Pontecorvo. Ebbene di tutta questa storia Lucia Votano fornisce una ricostruzione veloce ma efficace ed efficiente, con lo sguardo di chi ne è stata co-autrice. E non marginale.</p>
<h2 id="scienziata-in-un-paese-in-declino">Scienziata in un Paese in declino</h2><p>Infine, quarto sapore, c’è quello della scienziata che ha piena consapevolezza del suo ruolo sociale (e delle responsabilità che ne derivano). Ricordando, di capitolo in capitolo, il suo essere persona del profondo Sud, donna e scienziata impegnata in un settore di punta, Lucia Votano ricostruisce la storia d’Italia nel dopoguerra e il rapporto tra il nostro paese e la ricerca scientifica. In questo periodo la scienza italiana ha raggiunto vette altissime in fisica (e il Gran Sasso ne è esempio) e non solo in fisica. Ma il paese non se n’è accorto, consegnando se stesso a una lunga stagione, che ormai dura da trent’anni, di declino, prima relativo e ora assoluto. Lucia Votano rimarca il fatto che il nostro paese ha difficoltà a innovare e, quindi, a svilupparsi economicamente. E lega questa difficoltà al pessimo modo con cui tratta la scienza. Due i punti principali di crisi di questo rapporto: gli scarsi finanziamenti e l’esorbitante burocrazia. Ma, in realtà, ce n’è un terzo, più profondo. La scarsa cultura scientifica del paese che trae origine dalla scarsa domanda di scienza del suo sistema produttivo.</p>
<h2 id="lesempio-cinese">L’esempio cinese</h2><p>Con un’analisi comparata, Lucia Votano propone le diverse scelte che da alcuni lustri stanno compiendo molti paesi asiatici: dapprima il Giappone, poi la Corea del Sud poi, soprattutto, la Cina. Lucia Votano fece il suo primo viaggio nel paese del Dragone nel 1990 e osservò una Cina ai margini della grande scienza. Ora vi ritorna come collaboratrice del progetto JUNO, che da solo costa quasi quanto l’intero budget annuale dell’INFN. A essere cambiato non è solo lo skyline delle città cinesi, con teorie di grattacieli prima inesistenti, ma è la cultura di un paese che mostra, coi fatti, di voler costruire il suo futuro puntando sulla scienza.</p>
<p>Il libro si chiude con una pluralità di messaggi. Ai giovani e, soprattutto, alle donne giovani: non abbiate timore di intraprendere la carriera scientifica. Al paese: se vogliamo uscire dalla spirale di declino, dobbiamo entrare nella società della conoscenza, mostrando, in particolare, di credere nella scienza. E, infine, alla comunità scientifica: cari colleghi non abbiate paura di impegnarvi nella comunicazione e, più in generale, nel curare i rapporti con il resto della società, sia per contrastare “le ‘post-verità’ o le false notizie”, sia per affermare una cultura diffusa che riconosca “l’assoluta rilevanza della conoscenza come valore in sé e come motore trainante del benessere sociale ed economico della nazione”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Eugenetica: i limiti della manipolazione genetica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/eugenetica-limiti-manipolazione-genetica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/eugenetica-limiti-manipolazione-genetica/</guid><pubDate>Fri, 08 Sep 2017 00:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gaspare Polizzi</dc:creator><category>libri</category><description>Esplora i limiti etici e scientifici dell&amp;amp;rsquo;eugenetica e della manipolazione genetica in questo approfondimento sul libro di Città Nuova Editrice.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Il libro, che inaugura la nuova collana <em>Dossier</em> di Città Nuova Editrice (Pietro Greco, Umberto Galimberti, Mario De Caro, Laura Palazzani, Giuseppe Noia, Paolo Benanti, <em>Eugenetica. C’è un limite alla manipolazione genetica?</em>, a cura di Giulio Meazzini, Città Nuova Editrice, Roma 2017, pp. 160, € 12,00), presenta un saggio introduttivo di Pietro Greco, <em>Le sfide delle nuove biotecnologie</em>, seguito da quattro interviste di Giulio Meazzini ai filosofi Umberto Galimberti e Mario De Caro, alla giurista Laura Palazzani, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica, e al medico e chirurgo Giuseppe Noia, direttore del Day Hospital di ginecologia e medicina fetale del Policlinico Agostino Gemelli di Roma, da un saggio conclusivo del francescano Paolo Benanti, ingegnere e docente di bioetica, e da tre allegati: <em>Estratto della Raccomandazione CM/Rec(2016)8</em>, con la quale il Consiglio d’Europa chiede agli Stati membri la non discriminazione in ambito assicurativo sulla base di caratteri genetici; <em>È brevettabile ciò che esiste in natura</em> di Paolo Benanti e <em>La dignità di una gravidanza difficile</em> di Giuseppe Noia.</p>
<p>Il titolo traccia con chiarezza il perimetro di intervento del libro, indicato da tre parole-chiave: “eugenetica”, “limite” e “manipolazione genetica”.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2017/eugenetica-limiti-manipolazione-genetica-body-1.jpg.webp" alt="" width="571" height="1000" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="eugenetica-come-geneterapia">Eugenetica come geneterapia</h2><p>La parola-titolo è molto forte: l’Enciclopedia Treccani definisce “eugenetica”. La “disciplina che si prefigge di favorire e sviluppare le qualità innate di una razza, giovandosi delle leggi dell’ereditarietà genetica”. E aggiunge: “a partire dagli anni Cinquanta, con gli studi sul patrimonio genetico dell’uomo si è fatta strada una nuova e. tecnologica, che persegue tre direttrici: <em>a</em>) la selezione genotipica dei soggetti a rischio di manifestare una malattia, per mezzo della diagnosi prenatale e l’aborto dei soggetti indesiderati, o più precocemente, con la diagnosi pre-impiantatoria ( e. selettiva o <em>creativa</em>); <em>b</em>) la selezione germinale, mediante la scelta di gameti raccolti e conservati in banche apposite e utilizzati nell’ambito delle tecniche di fecondazione artificiale ( e. preventiva); <em>c</em>) la geneterapia, mediante la modificazione dell’informazione genetica contenuta nelle cellule somatiche, nelle cellule germinali e negli embrioni umani prodotti in vitro ( e. curativa)”.</p>
<p>In effetti il libro si occupa soprattutto dell’ultima direttrice dell’“eugenetica tecnologica”, la “geneterapia”. E presuppone quindi che tale capacità di intervenire per modificare il genoma umano sia un risultato acquisito della ricerca in biotecnologia.</p>
<p>In effetti, la metodologia CRISPR-Cas9 (<em>Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats</em>, realizzata tramite la proteina Cas9) permette di modificare, senza alcun ostacolo tecnico, il genoma umano, oltre che quello di tutti gli organismi viventi. Un libro recente della giornalista scientifica Anna Meldolesi – <em>E l’uomo creò l&rsquo;uomo. CRISPR e la rivoluzione dell&rsquo;editing genomico</em> (Bollati Boringhieri, Torino 2017) – permette di capire che cos’è la CRISPR, come può essere utilizzata e quali interrogativi bioetici pone. Si tratta di una biotecnologia messa a punto da diversi ricercatori tra il giugno 2012 e il gennaio 2013, che utilizza virus e batteri per modificare il genoma di cellule vegetali, animali e umane con una procedura di “taglia e incolla” ben nota a tutti i fruitori di programmi informatici di scrittura, grazie alla quale è possibile cancellare geni, rimuovere segmenti difettosi o introdurne di estranei per modellare (o correggere) il DNA a piacimento. Il passaggio successivo, realizzato proprio in questi giorni, è consistito nella modificazione di geni di embrioni umani portatori di malattie genetiche. Ricercatori dell&rsquo;University of Oregon coordinati da Shoukrat Mitalipov hanno pubblicato su <em>Nature</em> il 2 agosto 2017 l&rsquo;articolo <em>“Correction of a pathogenic gene mutation in human embryos”</em>, che descrive un intervento su embrioni umani con la biotecnologia CRISPR, che ha “tagliato” la mutazione della proteina Mybpc3 dal gene difettoso responsabile della cardiomiopatia ipertrofica, malattia genetica che può provocare l’insufficienza cardiaca fino alla morte improvvisa per un arresto cardiaco. Se gli embrioni, così trattati, fossero cresciuti in un utero femminile, sarebbero bambini sani. E forse si sarebbe potuto salvare anche il piccolo Charlie Gard, ucciso dalla sindrome da deplezione del DNA mitocondriale, sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale.</p>
<h2 id="le-implicazioni-bio-etiche-dellediting-genomico">Le implicazioni bio-etiche dell&rsquo;editing genomico</h2><p>Il cosiddetto “editing genomico” viene considerato nel libro una nuova forma di “eugenetica”. Non è irrilevante ricordare che si tratta di una biotecnologia brevettata da tre diverse imprese genetiche, la Caribou Biosciences e la Crisp Therapeutics di Jennifer Doudna ed Emanuelle Charpentier, e la Editas Medicine di Feng Zhang, sostenute da centri di ricerca come l’University of California di Berkeley le prime due e l’Harvard University e il Mit di Boston la terza. La competizione scientifica intorno alla CRISPR è tuttora in corso e non condurrà soltanto a far ottenere il premio Nobel per la medicina, ma a gestire un mercato che è valutato nell’ordine dei miliardi di dollari. Le linee di applicazione sono molto ampie: dalla creazione di nuove piante di interesse alimentare senza intervenire con geni di altre specie, ovvero superando lo stadio degli Ogm, alla immunizzazione dai parassiti trasmessi dalle zanzare, alla cura fin dall’embrione di malattie genetiche oggi incurabili. Si contano circa diecimila patologie genetiche, legate alla mutazione di un singolo gene, che potrebbero essere cancellate dalla CRISPR.</p>
<p>È evidente che la CRISPR ponga con radicalità problemi bioetici essenziali.</p>
<p>Da un lato, essa lascia intravedere la sconfitta definitiva di gravissime patologie genetiche, con la conseguente riduzione dei loro costi sociali e sanitari, da reindirizzare in altri settori della ricerca medica, ad esempio nella lotta contro il cancro. Dall’altro, tramite la CRISPR si potrebbero modificare caratteristiche somatiche dell’embrione, secondo le preferenze di medici, genitori o di potenti leader religiosi e/o politici. E gli interessi economici in gioco sono molto rilevanti.</p>
<p>Di questi problemi si discute nel libro. Pietro Greco, nella presentazione introduttiva sulla storia della bioetica e sui problemi da essa sollevati, tocca il punto di maggior difficoltà delle questioni bioetiche quando – facendo leva sulle riflessioni proposte da Maurizio Mori e Giovanni Fornero in <em>Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto</em> (Le Lettere, Firenze 2012) – mette a confronto la bioetica cattolica, di tipo assiomatico, e quella laica, basata su evidenze empiriche e teoriche. E dimostra come l’asimmetria delle due visioni del mondo che ne stanno alla base conduce a un “problema indecidibile”, nel momento in cui il confronto teorico si trasforma in decisioni di etica applicata che si configurano nel campo del diritto degli Stati: “I fautori della bioetica laica sostengono che gli Stati debbano svolgere il ruolo, neutrale, di arbitro, lasciando libertà a tutti di aderire alla propria visione del mondo. I fautori più oltranzisti della bioetica cattolica sostengono, al contrario, che alcuni dei loro principi – non a caso definiti ‘non negoziabili’ – hanno valore universale, e dunque devono essere assunti in forma di legge dagli Stati” (p. 21). La posizione di Greco è pragmatica: “non c’è altro da fare, invece, che cercare, pragmaticamente, di volta in volta un compromesso” (p. 22), ma sempre in maniera trasparente e per quanto possibile democratica. Una posizione che si sostanzia anche con lo sviluppo incrementale delle conoscenze genetiche e delle loro applicazioni: “almeno da un punto di vista quantitativo, le conoscenze genetiche sono enormemente aumentate” (p. 29). Lo sguardo futuribile che emerge dalla presentazione di Greco si apre su una “medicina predittiva”, che oltrepassa sia quella curativa che quella preventiva, aiutando a scoprire tramite <em>screening</em> genetici “i “fattori interni”, individuali, che, per una specifica persona in un dato contesto ambientale, possono favorire l&rsquo;insorgenza di una malattia” (p. 34). Al suo seguito, sono prevedibili farmaci personalizzati, in funzione del “farmaco che meglio si adatta al profilo genetico del paziente, per aumentare il tasso di precisione della cura” (p. 41).</p>
<h2 id="il-senso-del-limite">Il senso del limite</h2><p>L’altro termine che richiede una riflessione è “limite”. In questo caso è necessario l’apporto di competenze afferenti ai saperi più diversi, filosofia, sociologia, medicina, bioetica, diritto, nonché una messa a problema del ruolo dei cittadini nel merito delle decisioni pubbliche e politiche che tali nuove biotecnologie richiedono con sempre maggiore urgenza.</p>
<p>In un libro molto efficace – <em>Limite</em> (il Mulino, Bologna, 2015) – Remo Bodei riflette su come “oggi si elidono le linee di separazione” (p. 21) tra vivente e non vivente e su come viene a costruirsi un uomo nuovo, non grazie a utopie politiche e sociali, ma tramite l’ “antropotecnica”: “ora l’uomo nuovo si sta effettivamente cominciando a fabbricare, ma grazie all’‘antropotecnica’, che si serve dei metodi e dei progressi delle biotecnologie, della farmacologia e della medicina” (pp. 22-23). La centralità e l’attualità di tale indicazione è indiscutibile oggi, che diventano oggetto di dibattito pubblico e politico – ben testimoniato in <em>Eugenetica</em> – le tecniche di procreazione, di modificazione e sostituzione degli organi, di prolungamento strumentale della vita, ovvero i mezzi artificiali che incidono sulla nascita, le funzioni e la configurazione dei nostri corpi, il loro mantenimento in vita. Bodei può concludere indicando lo slittamento dell’attenzione sociale dal desiderio, spesso religioso, di immortalità a quello, secolare dell’allungamento della vita. L’invito critico a <em>Imparare a distinguere</em> richiede per Bodei una “morale sufficiente” (p. 118), un “illuminismo ben temperato”, che accetti come irreversibile, e nel fondo migliore, l’allargamento dell’ “orizzonte dei possibili” (p. 109) che la modernità ci lascia in eredità, anche tramite le biotecnologie, ma che impegni alla responsabilità, che si risolve nel riconoscere e distinguere i limiti individuali e collettivi. Per evitare che il loro superamento esondi verso una catastrofica dismisura.</p>
<h2 id="i-rischi-della-terapia-genetica">I rischi della terapia genetica</h2><p>A consuntivo della sua presentazione Greco illustra i rischi da evitare per la terapia genetica e specificamente per la CRISPR, individuandone tre gruppi. I rischi di natura epistemologica, ovvero la confusione tra “predestinazione” e “predisposizione” e la credenza, infondata, che “nel nostro genoma sarebbe racchiusa, pura ed essenziale, la nostra natura individuale e collettiva. L’essenza della nostra umanità” (p. 45). I rischi di natura socio-economica – che considera i più gravi – che condurrebbero a un’ulteriore diseguaglianza nel diritto alla salute, tra i pochi in grado di curarsi con la terapia genetica e i molti non tutelati. A tal fine Greco richiede di “rivedere profondamente sia il nostro welfare sanitario sia il sistema di produzione di nuove conoscenze nell’ambito della biomedicina” (p. 49). Infine i rischi culturali, ovvero quelli connessi al diffondersi dell’idea di “una malintesa eugenetica. Se la tecnica me lo consente e ho soldi a sufficienza, un domani potrei utilizzarla per far sì che i miei figli nascano non solo sani, ma anche con i capelli biondi e con gli occhi azzurri” (ivi). Per una migliore conoscenza delle questioni in gioco sono d’aiuto – nel libro – le interviste a Laura Palazzani e a Giuseppe Noia, che forniscono utili indicazioni da un punto di vista giuridico e medico (Noia con una marcata prospettiva cattolica).</p>
<h2 id="oltre-le-battaglie-ideologiche">Oltre le battaglie ideologiche</h2><p>Dinanzi a questi nuovi scenari l’unica soluzione che possa evitare inutili e dannose battaglie ideologiche rimane l’impegno – promosso da Greco e nell’insieme dal libro – a rifiutare il luddismo, quale emerge nella sostanza dall’intervista di Umberto Galimberti che sostiene che “la tecnica non ha scopi, ha solo risultati di procedure, procedure che si avviano ma non sono controllabili”, (p. 62), che “l&rsquo;umanesimo è davvero finito” (p. 67) e che “nel rapporto uomo-macchina, comanda la macchina, non l&rsquo;uomo” (p. 68), come pure la tecnofilia, per “stabilire compromessi, purché non al ribasso”, “dando una sempre maggiore soddisfazione alla domanda crescente di nuovi diritti di cittadinanza, che molti chiamano di ‘cittadinanza scientifica’”» (p. 52).</p>
<p>È una soluzione simile a quella proposta da Mario de Caro, che sottolinea la complessità delle questioni bioetiche e la necessità di un impegno comune di filosofi e scienziati, che cerchino di porre le questioni in modo tale che vi siano “discussioni aperte e pubbliche che consentirebbero a governo e parlamento di decidere” (p. 77). Ma anche a quella proposta da Bodei nel libro sopra ricordato, perché in entrambi i casi si propongono la riflessione e il dialogo sui limiti possibili e praticamente realizzabili nello sviluppo delle biotecnologie, nel segno di un “illuminismo ben temperato”.</p>
<p>Su una posizione simile, ma maggiormente debitrice al contributo fornito dall’Enciclica <em>Laudato si’</em> di Papa Francesco, si orienta Benanti, che ricorda il tremendo potere delle tecnoscienze e il peso della mentalità tecnocratica dominante, sostenendo che “il problema della tecnica è un problema di fini da scegliere per orientare l’utilizzo dei mezzi tecnici” (p. 135). Secondo Benanti “il compito primo che appare come eticamente vincolante è quello di <em>abitare i luoghi civili di gestione dell’innovazione</em> orientandola verso forme sempre maggiormente umane, essendo presenti e fornendo argomentazioni efficaci nel dibattito pubblico che a questa innovazione soggiace” (pp. 138-139). In questa direzione vengono rifiutate “risposte caso per caso fragili e temporanee” (p. 139), soprattutto in merito alle biotecnologie, in quanto “la vita, nella sua fragilità, ci è affidata e la tecnologia può essere un meraviglioso modo per tutelarla e proteggerla o il più efficiente dei modi per sterminarla” (p. 140).</p>
<p>Tutto sommato, mi sembra che nel libro prevalgano l’ “illuminismo ben temperato” e il pragmatismo del caso per caso rispetto a più netti, e pur sempre meno negoziabili, orientamenti cattolici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Albert Einstein, la relatività e la ricerca dell’unità in fisica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/albert-einstein-relativita-ricerca-dell-unita-fisica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/albert-einstein-relativita-ricerca-dell-unita-fisica/</guid><pubDate>Mon, 21 Sep 2015 15:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sergio Ferrari</dc:creator><category>libri</category><description>Esplora la vita e le teorie di Albert Einstein, dalla relatività alla sua incessante ricerca di una teoria unificata in fisica. Un viaggio affascinante.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nell’aprile del 1955 moriva <strong>Albert Einstein</strong>, lo scienziato che per riconoscimento unanime aveva raggiunto le massime vette della conoscenza scientifica, offrendo all’umanità la possibilità di avere del mondo e del suo modo di esistere una visione generale e unitaria.<br>
Una visione che traduceva per la prima volta la continuità tra spazio e tempo, tra materia ed energia, dando di questa continuità una dimostrazione razionale e che, come tale, sarebbe stata confermata anche dall’esperienza. Senza, tuttavia, poter superare la contraddizione con la teoria corpuscolare e, come tale, discontinua, che pressoché parallelamente si era affermata nel mondo della fisica. Un dualismo che Einstein deve accettare perché quella teoria ha tutti i numeri per essere accolta. Tranne il potere di superare la ricerca di una unità nella lettura e nella interpretazione della natura. E questo sarà il “lavoro” di Einstein dopo l’elaborazione nel 1905 della teoria della relatività speciale e poi nel 1915 della teoria della relatività generale, sino agli ultimi giorni dell’aprile 1995. </p>
<p>Nel suo nuovo libro <strong>Pietro Greco</strong> offre un’avvincente ricostruzione di questa vicenda personale di Einstein non solo ripercorrendo una storia durata svariati decenni, ma anche attraverso una preziosa introduzione in cui si legge di quella “mania” del ricercatore moderno, che inizia da Galileo e Newton. Cioè da quando la scienza perde la sua natura metafisica in cambio dell’assunzione di valori razionali come la dimostrazione, la verifica, la coerenza, conservando tuttavia, nel caso di Einstein, quella concezione derivante dalla “seduzione ionica”, cioè dalla metafisica dell’intima unità della natura; una convinzione metafisica che, ovviamente, non poteva essere accettata dal nostro scienziato per il quale era necessaria una concezione e una dimostrazione scientifica. La mancata unificazione tra la teoria del continuo e quella corpuscolare – il “marmo pregiato e il legno scadente”, come ironicamente le definisce Einstein – non era, tuttavia, un errore attribuibile all’una o all’altra, ma “semplicemente” indicava la necessità di superare – nel caso della teoria corpuscolare – il punto cui era arrivata, che non poteva essere considerato come conclusivo. Il lavoro dei fisici avrebbe dovuto essere questo. Come rileva Greco, la probabilità che dopo il 1905 proprio Einstein potesse essere il fisico “pregiudicato” per un tale successo, dipendeva anche dal fatto che il “giovane fisico pensa  e agisce al di fuori di ogni costrizione di pensiero. Non ha vincoli accademici. Non ha problemi di carriera. Non ha maestri né piste di ricerca prestabilite. Può pensare alla grande. Può sciogliere come crede le briglie della sua creatività  e della sua visione del mondo.”.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/albert-einstein-relativita-ricerca-dell-unita-fisica-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2015/albert-einstein-relativita-ricerca-dell-unita-fisica-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/albert-einstein-relativita-ricerca-dell-unita-fisica-body-1.jpg.webp 1000w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1000" height="1459" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Una attività – quella della ricerca scientifica – che si regge nel rispetto rigoroso di alcuni princìpi  ovvi, e cioè la razionalità, la coerenza, la dimostrazione – senza i quali non solo non ci sarebbe sviluppo della conoscenza, ma nemmeno la ricerca stessa della conoscenza. Tuttavia tutte quelle altre condizioni di cui – come Greco ci ricorda -  Einstein gode, giocano, non solo nel caso di Einstein, una parte rilevante nella creazione e intuizione di ipotesi interpretative tali da costituire dei passaggi storici nella costruzione della nostra conoscenza. Questo bagaglio complessivo ha una dimensione etica che si riflette nella qualità della società e della vita sociale segnandone la qualità.  Questa qualità etica non è e non potrebbe essere l’oggetto del libro in questione. Tuttavia l’autore riesce a trasmettere qualcosa anche in questa direzione;  non si tratta di una deviazione ma di un necessario arricchimento senza il quale una personalità come quella di Einstein perderebbe una componete essenziale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giancarlo Pinchera, energetico pioniere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giancarlo-pinchera-energetico-pioniere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giancarlo-pinchera-energetico-pioniere/</guid><pubDate>Sat, 04 Apr 2015 10:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>Scopri la storia di Giancarlo Pinchera, ingegnere e pioniere dell&amp;amp;rsquo;efficienza energetica in Italia, figura chiave nella discussione sull&amp;amp;rsquo;energia post-crisi del 1973.</description><content:encoded><![CDATA[<p>In una sorta di <em>damnatio memoriae</em> siamo costretti a riaffrontare vecchi problemi ambientali come se fossero nuovi. E’ il caso dell’energia, dove ogni anno riscopriamo il risparmio e l’efficienza energetica, il Negawatt al posto del Megawatt, magari riprendendo parole d’ordine di nuovi guru, dimenticandoci che di risparmio ed efficienza in Italia si era cominciato a parlare in forme nuove subito dopo la crisi energetica del 1973.<br>
Protagonista di quella <em>nouvelle vague</em> fu <strong>Giancarlo Pinchera</strong>, dapprima, laureato in ingegneria chimica, convintissimo che la nuova tecnologia nucleare potesse, nel dopoguerra, trarre l’Italia dalla sua povertà di risorse e garantire uno sviluppo illimitato. Poi sempre di più convinto che lo sviluppo avesse in realtà dei limiti - nelle risorse e nelle sue stesse emissioni, che pochi anni dopo avrebbero inaugurato la stagione del riscaldamento globale. E che la via dell’atomo fosse lastricata di buone intenzioni, ma anche di insidiosi incidenti (Three Mile Island 1979; Chernobyl 1986) e - in un paese affetto da sismicità fisica e istituzionale come l’Italia - di un’incertezza gestionale di fondo (vedere problema scorie, per esempio). </p>
<p>Ci ricorda queste e altre cose il recente libro di <strong>Pietro Greco</strong> <em>Giancarlo Pinchera.</em> <em>Pioniere dell’efficienza</em>.<br>
La storia di una vita che, partire dalla nascita nel 1933 a Cassino, vede il nostro laurearsi in ingegneria chimica, far parte dei primi programmi nucleari italiani del dopoguerra e del loro squallido tramonto per ragioni politiche culminato nell’arresto di <strong>Felice Ippolito</strong>, presidente del CNEN, nel 1963, vittima di una imboscata ordita dal non ancora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2015/giancarlo-pinchera-energetico-pioniere-body-1.jpg.webp" alt="" width="376" height="626" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il periodo di lavoro di Giancarlo Pinchera nel nucleare proseguì per qualche tempo al centro di Casaccia dell’ENEA studiando i reattori autofertilizzanti, quando comincio a incrociarsi con la militanza nel partito comunista italiano.<br>
Il tramonto e il definitivo seppellimento dell’opzione nucleare in Italia si interseca con la crisi petrolifera del 1973 e la conseguente austerity, con i servizi al telegiornale delle famiglie che uscivano in bicicletta. Il tema dell’austerità divenne, in un famoso discorso dell’allora segretario del Partito comunista italiano <strong>Enrico Berlinguer</strong> (1977), un invito all’austerità, di fatto una lotta allo spreco. Austerità che all’epoca fu poco capita ma che in realtà coglieva lo spirito dei tempi, la nascita della sensibilità ambientale, annunciata da opere come i limiti dello sviluppo del Club di Roma (animato dall’&ldquo;ingegnere della FIAT&rdquo; <strong>Aurelio Peccei</strong>) e sistematizzata nel <em>Cerchio da chiudere</em> di <strong>Barry Commoner</strong>. </p>
<p>Sulle ceneri del nucleare nasce l’ambientalismo italiano, di cui Pinchera fu uno dei protagonisti insieme a molti altri: da <strong>Nicola Caracciolo</strong> e <strong>Mario Fazio</strong> di Italia Nostra a F<strong>abrizio Giovenale</strong>, <strong>Chicco Testa</strong> ed <strong>Ermete Realacci</strong> di Lega per l’ambiente (poi Legambiente), a <strong>Fulco Prates</strong>i e <strong>Gianfranco Bologna</strong> del WWF. Insieme a <strong>Gianni Silvestrini</strong>, <strong>Umberto Colombo</strong> e altri esperti d’energia, Pinchera capì già negli anni settanta che il profilarsi della crisi energetica, ecologica e climatica del pianeta chiedeva soluzioni diverse: non antitecnologiche ma neppure ipertecnologiche, piuttosto soluzioni consapevoli della complessità del tema e non prive di una loro eticità di fondo. </p>
<p>Da qui l’idea che la strada maestra sarebbe dovuta diventare ben presto la decarbonizzazione dell’economia, quindi l’archiviazione delle fonti fossili, lo sviluppo della ricerca e dell’innovazione soprattutto nel campo delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e del risparmio nei consumi. In questo modo si poteva prefigurare quella &ldquo;società neotecnica”, di cui in Italia parlò per la prima volta un altro protagonista di quella stagione, il “merceologo” <strong>Giorgio Nebbia</strong>, che in un convegno organizzato da Italia Nostra nel 1979 la dipingeva come una società “che prevede città meno congestionate, una distribuzione equilibrata della popolazione e delle attività umane nel territorio, il recupero dei centri storici e delle città minori, che prevede sistemi di trasporto con minori consumi di energia e di inquinamento”. Non quindi un ritorno alle candele ma un modo diverso, democratico e partecipato di sviluppare soluzioni tecnologiche compatibili con la tutela dell’ambiente e la valorizzazione delle caratteristiche del Belpaese. </p>
<p>A questo progetto culturale e politico (in parte fallito) Pinchera diede tutto se stesso, sia come studioso (dal solare all’auto elettrica, agli effetti dell’inquinamento dell’aria ai gas climalteranti), sia come <em>civil servant</em>: prima nel ministero dell’ambiente diretto da <strong>Giorgio Ruffolo</strong> (e poi da <strong>Carlo Ripa di Meana</strong>), poi, con la vittoria di <strong>Francesco Rutelli</strong> alle comunali di Roma nel 1993, in qualità di direttore della società di gestione dei rifiuti della capitale (AMA), per la quale immaginò e in parte realizzò una rivoluzione organizzativa e culturale, puntando al dimezzamento della quantità di rifiuti da conferire in discarica, avviando i primi inceneritori a recupero di energia, ma anche insistendo su un diverso modo di collocare gli impianti del trattamento rifiuti attraverso un “controllo rigorosissimo fatto di con la sorveglianza della comunità”. </p>
<p>La morte prematura per ictus che lo colse il 2 settembre 1995 aprì una terribile ferita umana e culturale in quel fronte ancora troppo esile, ancora minoritario, che infatti non riuscì a portare a compimento il “sogno neotecnico” e a tradursi nell&rsquo;ethos di una nuova classe dirigente del paese. Almeno a giudicare dal perdurare, anno 2015, delle centrali a carbone, delle terre dei fuochi, dell’epilogo dell’ILVA e delle numerose altre “primavere silenziose” italiane.<br>
Il seme di Giancarlo Pinchera ha fruttato, ma l’albero sta crescendo ancora. Crescerà, ma quanta fatica, quanta intelligenza, quanta lotta serviranno ancora?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La scienza in Europa. Un viaggio tra passato e futuro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-europa-viaggio-passato-futuro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-europa-viaggio-passato-futuro/</guid><pubDate>Tue, 25 Nov 2014 14:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cerroni</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Scopri il legame tra scienza ed Europa, dalle origini al futuro. Un saggio che evidenzia il ruolo cruciale della scienza per l&amp;amp;rsquo;identità e lo sviluppo europeo. Leggi ora.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Con il primo volume del trittico che <strong>Pietro Greco</strong> (<em>La scienza e l’Europa. Dalle origini al XIII secolo</em>, L’Asino d’Oro) sta dedicando alla scienza e all’Europa, ovvero, più in generale, alla relazione scienza-società nel corso della storia, si inaugura felicemente anche in Italia il filone pubblicistico in cui alta divulgazione scientifica e rigorosa saggistica si fondono senza mai confondersi. Siamo di fronte, infatti, a una narrazione avvincente e a un saggio a tema assai ben focalizzato. Il messaggio è chiaro, è alto, e merita tutta la nostra attenzione: la scienza ebbe nel passato un ruolo decisivo nella formazione dell’Europa e questa, se non vuole perdere la propria identità, deve riscoprirne al più presto la centralità per il suo sviluppo futuro. Dunque, è anche attualissimo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2014/scienza-europa-viaggio-passato-futuro-body-1.jpg.webp" alt="" width="348" height="499" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Pietro Greco è ben noto ai lettori di <em>Scienzainrete</em>, come giornalista scientifico e come intellettuale, osservatore attento di quelle dinamiche scienza-società che ci stanno conducendo nella <em>società della conoscenza</em>, una società che, speriamo sia, a un tempo, democratica e basata sulla scienza. Cioè, che sappia superare la dicotomia tutta moderna fra una democrazia di (quasi) tutti e la produzione di conoscenza scientifica da parte di una (piccola) élite. Così possiamo, infatti, leggere la doppia tendenza contemporanea verso una <em>open science</em> e una <em>citizen science</em>. Ma queste tendenze solo recentemente divenute vistose, hanno un radicamento profondo nella storia.</p>
<p>I registri della narrazione del libro, non a caso, sono due: la storia d’Europa e delle sue interazioni con il resto del mondo, da un lato, e la storia della scienza planetaria, che tanto ha avuto a che fare con l’Europa, dall’altro.<br>
Ecco dinnanzi ai nostri occhi scorrere i grandi protagonisti della Storia, ma prendere anche corpo i problemi più attuali di questi anni e le soluzioni che nel passato si possono rintracciare. Si viene così configurando una panoramica storica unica per le relazioni fra scienza e società, questo il tema cardine dell’opera, in una porzione tanto ristretta di mondo quanto in continua interazione con tutto il globo, l’Europa, ma si delinea quasi una teoria della Civiltà. E, dunque, una chiave di lettura decisiva per la crisi nella quale ci dibattiamo.</p>
<p>Un punto chiave è nel fatto che le stagioni della grande innovazione sono sempre state economiche, sociali e intellettuali, nella teoria, nella pratica e nelle produzioni, segno che fra le tre “scienze” di Aristotele c’è un intimo legame che è vitale tenere vivo.</p>
<p>Inoltre, tali innovazioni sono sempre state inibite ogni qualvolta si sono incontrati tre fattori. Troppo grandi rendite di posizione (di qualunque privilegio si trattasse), per i pochi stimoli a innovare. Troppo piccoli innovatori, per la scarsa capacità (soprattutto economica) a farlo. Un sistema di governo dell’economia e della finanza, dell’educazione e della produzione culturale miope, per l’incapacità di alimentare lo sguardo lungo di una classe di grandi innovatori. Ogni volta ci si è ritrovati in uno smarrimento epistemologico, per cui si è smarrito il senso intrinseco della scienza, la scienza (della natura e della società) come valore (dell’umanità), e con essa i valori da investire nel futuro. Si diffonde, allora, la consapevolezza del declino, molto prima della fine, che, però, diviene ineluttabile. E la fine arriva allora in anticipo.</p>
<p>La scienza, come la civiltà, lavora sul tempo lungo, come la saggezza del buon padre di famiglia e la lungimiranza dei sovrani illuminati d’un tempo. A chi si lascia guidare dal solo tempo immediato il peggio che può accadere, e accade, non è di svanire nel dimenticatoio della storia; ma che la morte arrivi quando di una vita degna di esser vissuta da tempo non è rimasto più nulla. In nome del primato dell’azione (“il fare”), del breve termine (“la scienza applicata”) e dell’utile immediato non si sacrifica solo la scienza teoretica o la cultura classica. Ma il futuro. Il tempo, infatti, non scorre per noi come per gli antichi. Per noi, ricchi di memorie più di loro, il tempo si sedimenta. E su ogni strato si erge una nuova città, una nuova psiche e una nuova idea. C’è un’intima connessione tra tutti i tempi e tutte le forme di conoscenza come fra tutte le cose umane dalle quali non ci sentiamo estranei.<br>
Ogni volta che un carro da guerra è stato guidato con l’ottusa caparbietà di una mosca cocchiera nel mettere le braghe al mondo, la mordacchia alle idee e un clock alla creatività si era di fronte a un sintomo e a un catalizzatore della decadenza. Fra i primi a cadere sotto i colpi dell’inciviltà ci sono sempre stati anche intellettuali: la civiltà viene fatta a pezzi con tutti i veri innovatori, almeno metaforicamente. Se va bene, almeno.</p>
<p>Un libro che tratta di questi temi è importante, dunque, soprattutto oggi. Ci fa riflettere sulla doppia natura della scienza: se per un verso essa è davvero <em>innaturale</em>, poiché va oltre i dati e gli interessi immediati e inventa modelli e mondi artificiali, cioè non riscontrabili nell’immediatezza dell’esperienza, per altro verso essa è parte costitutiva dell’Europa, anzi della civiltà umana, dunque della <em>natura del genere umano</em>. E ciò è mostrato dalle civiltà che, ostacolata la scienza, hanno segato il ramo su cui si erano trionfalmente sedute. La scienza, insomma, non è solo un mezzo, potentissimo, di sviluppo dell’umanità, ma anche un fine, quale valore caratteristico della natura umana, come storicamente si è venuta costituendo. Questo magnifico ‘accidente congelato’ è delicato quanto costitutivo del nostro essere umani. E l’invito implicito è a difenderlo gelosamente. L‘attenzione del lettore è sempre tenuta salda sul tema cardine, ma attorno viene costruito l’ordito di temi difficili, filosofici e scientifici, politici e culturali, presentati sempre con il rigore del saggista e la pregevole chiarezza del divulgatore.</p>
<p>In conclusione, e in attesa dei prossimi due volumi di questa opera monumentale, nell’antichità come oggi, la ricetta della prosperità salta fuori chiarissima nel mix di educazione, scienza, cultura, immaginazione politica, innovazione e libera creatività intellettuale. Tutto sommato, ovvio: no? Evidentemente, no; non è ovvio a tutti, almeno dalle nostre parti. Lo sviluppo senza ricerca è stato del resto teorizzato proprio nel nostro Paese allorquando se ne avviava il declino, accompagnandolo verso un esito che è ormai spalancato senza veli dinnanzi ai nostri occhi.<br>
Da quando avevo i calzoni corti, il definanziamento della nostra educazione e della nostra ricerca continua a essere una realtà in controtendenza rispetto al resto del mondo che corre incontro al futuro. E questa è politica suicida per un Paese dalla nostra storia.</p>
<p>C’è da augurarsi, perciò, che questo libro vengo letto molto dai giovani che non sanno come costruirsi il proprio futuro e da tutti coloro che, dinnanzi alle giovani generazioni, hanno la responsabilità di avviargliene il cantiere. Chissà come descriveranno questi anni, quale giudizio daranno di queste nostre scelte, di questi nostri rinvii, quando si volgeranno indietro a guardarci dritti negli occhi. Siamo alla vigilia del crollo o di un nuovo Rinascimento? Forse, dobbiamo metterlo nel conto, <em>tertium non datur</em>: è probabile che si sia davvero a una biforcazione storica. Ma prima che parta l’ultimo treno per il futuro, prima che questo triste destino sia scritto, abbiamo sempre un attimo. Un attimo che possiamo dilatare con l’immaginazione sociologica di Charles Wright Mills, per guardarci allo specchio, metterci in mezzo agli scambi ferroviari e cambiare destinazione, liberando tutte le ancora eccellenti risorse della scienza italiana ed europea, di ogni scienza, e attivando la partecipazione democratica al circuito della conoscenza, di ogni cittadino. Adesso che il Ventesimo secolo è solo un lontano ricordo, sarebbe ora di smentire il detto cinico e nichilista, forse il peggiore, secondo il quale &ldquo;la storia insegna che dalla storia non si impara&rdquo;. Accettiamo, dunque, lezioni. E impariamola una buona volta la lezione presentata in questo libro.<br>
Ecco l’utilità di questa lettura. Ecco l’utilità degli intellettuali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Vivere di cultura? Si può, ma soprattutto si deve</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vivere-cultura-si-puo-soprattutto-si-deve/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vivere-cultura-si-puo-soprattutto-si-deve/</guid><pubDate>Tue, 21 May 2013 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Daniela Palma</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Vivere di cultura? Il mondo lo fa da sempre, e oggi più ieri. E’ questa l’ardita “provocazione” che Bruno Arpaia e Pietro Greco lanciano con il loro libro</description><content:encoded><![CDATA[<p>Vivere di cultura? Il mondo lo fa da sempre, e oggi più ieri. E’ questa l’ardita “provocazione” che <strong>Bruno Arpaia</strong> e <strong>Pietro Greco</strong> lanciano con il loro libro “La cultura si mangia!”: un ricco e complesso racconto traboccante di dati e riferimenti fattuali, che ci mostra come il motore dello sviluppo sia la cultura e non, come vorrebbero farci credere, la finanza. Certo, non è facile smontare cumuli ideologici che hanno consolidato, specialmente in Italia, un nuovo senso comune, profondamente avverso alla cultura, e ancora più ostile ad essa a fronte di una crisi che impone prima di tutto di pensare a come mettere insieme il pranzo con la cena.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2013/vivere-cultura-si-puo-soprattutto-si-deve-body-1.jpg.webp" alt="" width="371" height="626" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Già, ma cosa si intende per cultura? Gli autori sono consapevoli che quando si parla di cultura è facile scivolare nella vaghezza, offrendo così il destro a più di un attacco teso a dimostrarne l’inconsistenza. E proprio per fugare ogni possibile ambiguità essi richiamano un ideale “triangolo della cultura”, mutuato da una replica di Umberto Eco a Tremonti, che sentenziava che “con la cultura non si mangia”. I pilastri della cultura sono rappresentati dalla “creatività” nel senso più esteso possibile, dalla formazione, e dalla ricerca scientifica. Si tratta in definitiva delle fondamentali declinazioni del “sistema della conoscenza” dal quale nessuna prospettiva di sviluppo può prescindere. Nell’ultimo trentennio la storia ci mette di fronte a l’incessante avanzare di una “<strong>economia della conoscenza</strong>” che risponde ai bisogni dello sviluppo con sempre più cultura. L’aspetto per così dire più tangibile emerge dalla straordinaria crescita registrata dalla produzione di beni <em>high-tech</em> in tutta l’economia mondiale, iniziando dai paesi di vecchia industrializzazione, per arrivare ai nuovi colossi industriali, come Cina, India e Brasile. E il mistero è presto spiegato: Arpaia e Greco ci ricordano che dal 1990 al 2012 “non solo la spesa mondiale in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico è quasi quadruplicata in assoluto passando da meno di 400 miliardi di dollari l’anno a oltre 1400 miliardi (1469, per la precisione). Ma è aumentata anche l’intensità di ricerca (gli investimenti in R&amp;S rispetto al Pil).” Insomma, siamo di fronte ad un vero e proprio tornante storico poiché “mai tanti paesi hanno contribuito così tanto allo sviluppo della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. E poiché i flussi di conoscenze, di ricercatori, di investimenti tra tutti questi poli distribuiti per il pianeta sono sempre più intensi, è possibile affermare che mai il mondo della scienza è stato così vasto ed integrato.” Ma il fatto che tutta questa trasformazione coinvolga più immediatamente la realtà economica, non deve trarre in inganno, portando a pensare che quando si parla di creatività (e quindi di arte, architettura, letteratura, solo per citare alcune delle tematiche più “incriminate” dai detrattori della cultura) ci si collochi al di fuori di questa autentica rivoluzione. Ed è presto detto: non solo perché esiste anche un’<strong>industria della cultura</strong> in senso stretto, ma perché di creatività si nutre continuamente la progettazione degli spazi umani, con un impatto sistemico sui valori dello sviluppo che va ben oltre la redditività economica (pur non escludendola). E va da sé, naturalmente, che un substrato culturalmente ricco deve essere continuamente nutrito: la cultura ha bisogno di formazione adeguata, e per gli standard sempre più elevati che si stanno traguardando è necessario come minimo iniziare a considerare normale una società in cui il numero dei laureati sia consistente.</p>
<p>A ben vedere, la proposizione del “triangolo della cultura” lascia pur sempre trasparire una giusta ansia di giustificazione, che il martellamento ideologico contro la cultura quasi impone. Ma la trattazione di Arpaia e Greco sottende un’idea di cultura assai più globale, com’è quella che efficacemente propone il famoso genetista e antropologo <a href="https://www.scienzainrete.it/italia150/luigi-luca-cavalli-sforza/">Luigi Luca Cavalli Sforza</a> nel saggio “<a href="http://www.ibs.it/code/9788875780876/cavalli-sforza-luigi-l-/evoluzione-della-cultura.html" rel="noopener">L’evoluzione della cultura</a>”, in cui si afferma che “La parola cultura ha molti significati. Vogliamo usare quello più generale: l’accumulo globale di conoscenze e di innovazioni, derivante dalla somma di contributi individuali trasmessi attraverso le generazioni e diffusi al nostro gruppo sociale, che influenza e cambia continuamente la nostra vita.” Cavalli Sforza chiarisce quindi che “L’evoluzione culturale, nel suo insieme, è determinata dalla somma delle innovazioni e delle scelte o più, più esattamente, dall’accettazione o meno di queste innovazioni da parte della società e da quali innovazioni vengono accettate […] La storia della cultura è quindi la storia delle innovazioni: quali sono state proposte, quali hanno avuto fortuna e perché.”</p>
<p>Cultura, innovazione ed evoluzione del genere umano sono dunque questioni inestricabilmente collegate.</p>
<p>Ma c’è di più. Arpaia e Greco non si accontentano di spiegarci il valore fondamentale della cultura, e sollevano il velo dietro cui si sta consumando la crisi italiana. Una crisi che, al di là dell’aggravio che il quadro di depressione europea produce, ha anche una sua specificità che è figlia legittima dello “<strong>sviluppo senza ricerca</strong>”, una chimera che il nostro Paese insegue da anni accumulando un sempre maggiore ritardo di crescita rispetto ai maggiori Paesi europei (confermato peraltro anche dai dati sul Pil nell’attuale fase di recessione). Per questo motivo l’Italia ha perso e continua a perdere competitività, scende nelle classifiche dell’istruzione, mentre lascia a spasso i laureati (perché il <em>low profile</em> del suo sistema produttivo non li contempla) e accumula debiti commerciali nei prodotti <em>high-tech</em> (togliendo così spazio allo sviluppo del Pil). La crisi europea, ancorché grave, sta così fungendo da formidabile alibi per occultare la voragine dentro la quale l’Italia sembra destinata a infilarsi, a meno di cambiamenti di rotta. Anche nel quadro di risorse più razionate Paesi come Francia e Germania hanno fatto diversamente. Ma all’Italia ormai non “è rimasto più molto tempo”, concludono gli autori. E noi speriamo che il loro messaggio si diffonda quanto più possibile, in primo luogo per la ricostruzione di un senso comune che renda stridente e inaccettabile il perdurare di politiche insensate.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ciao dottor Jannacci</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ciao-dottor-jannacci/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ciao-dottor-jannacci/</guid><pubDate>Sat, 30 Mar 2013 08:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Scopri la formazione di Enzo Jannacci come medico e le sue esperienze in ospedale e come medico della mutua in un&amp;amp;rsquo;intervista del 2006. Un racconto unico.</description><content:encoded><![CDATA[<p><em>In un&rsquo;intervista del 2006 il grande cantante racconta a modo suo la sua formazione e la sua esperienza da medico, prima in ospedale, inseguendo il sogno dei trapianti, poi come umanissimo &ldquo;medico della mutua&rdquo;.</em></p>
<p>La storia di quel giornalista che intervista Jannacci e alla fine scopre che non ha registrato niente. Potrebbe benissimo essere il soggetto di una sua canzone, ma purtroppo è la premessa di questa intervista. Nella quale il giornalista, confidando nel nastro che gira diligentemente, non ha nemmeno preso appunti perché gli scocciava perdere le smorfie di Jannacci, le parole smozzicate, i sensi unici delle sue perifrasi, le pause, gli occhi al soffitto, il lucore della sua anima da milanese, che è come il sole che fa ciao dalla nebbia. Memoria aiutami. Avanti, gira il tuo nastro e restituiscimi intero questo incontro, alla vigilia del settantunesimo compleanno del nostro.</p>
<p><strong><em>Senta dottor Jannacci, perché lei è un medico, giusto?</em><br>
E.J.</strong> Che schifo sono diventati gli ospedali. L&rsquo;anno scorso ho avuto una polmonite, quest&rsquo;anno per un incidente ho avuto un trauma cranico. Al policlinico era come essere nell&rsquo;astanteria di un macello: gente che girava e non capiva niente, il radiologo che “dovrebbe arrivare alle 11”. Come <em>dovrebbe</em> arrivare? O arriva o non arriva, ma che gente è questa. Intanto io sono qui con la testa rotta, magari muoio e lui dovrebbe arrivare. Ma in America uno così lo licenziano in giornata.</p>
<p><em><strong>Lei ha studiato in America?</strong></em><br>
Mi sono specializzato in America, in chirurgia generale, prima alla Columbia. Se lei conosce New York è quell&rsquo;edificio bianco, grande, dove fanno l&rsquo;ostetricia, la pediatria, curano gli alcolisti, eccetera. Poi sono stato al Queens. Mi è servito, ho fatto centinaia di ernie, appendici, stomaci. Ogni tanto protestavo perché mi dicevano di operare a sinistra ma l&rsquo;ernia era a destra. Lei non si preoccupi Jannacci, lei operi, lei è un tecnico. Ho capito, un tecnico&hellip; Ho due belle mani per la chirurgia, ma a me è sempre piaciuto seguire il poveraccio anche dopo. Perché il problema non è tanto l&rsquo;intervento: è prima e dopo, la preparazione, evitare le infezioni.</p>
<p><em><strong>E le canzoni in quel periodo?</strong></em><br>
Mi hanno fatto incazzare quelli di Canzonissima, nel &lsquo;69, quando non mi hanno fatto cantare “Ho visto un re”. Allora ho smesso di cantare in pubblico per molti anni e così sono andato in America per quattro anni. L&rsquo;inglese l&rsquo;ho imparato là in una scuola per ispanici.</p>
<p><em><strong>Ma quando ha cominciato a cantare?</strong></em><br>
Da giovane. Studiavo pianoforte e armonia al conservatorio, poi per tirare su qualche soldo, mentre studiavo medicina, suonavo in giro: Desio, Gallarate. Ci davano duemila lire e la pastina.</p>
<p><em><strong>Perché ha scelto medicina?</strong></em><br>
Perché ho scelto medicina&hellip; per aiutare, è bella la medicina. Si studiava tanto, non c&rsquo;era la televisione che rimbambiva con i quiz di Amadeus, Gerry Scotti, che in un giorno guadagnano più di un medico in un anno. Che c. di mondo. Con quell&rsquo;altro che ancora dice che non ha perso le elezioni. Prendiamo il tennis: è come se Federer che perde al <em>tie break</em> contro Nadal non gli stringesse la mano ma si mettesse a contestare la partita. Sono uomini senza dignità.</p>
<p><em><strong>Non le piace più questa Italia?</strong></em><br>
Ogni tanto mi chiamano a parlare nelle scuole. Ai bambini gli fanno studiare le mie canzoni. Una volta ho chiesto che cosa gli piacerebbe fare da grandi. Non so, l&rsquo;archeologo, il giornalista, il medico&hellip; Un bambino mi ha risposto che vuole fare tanti soldi e andare in televisione.</p>
<p><em><strong>Dunque, studi intensi, cabaret, concerti, poi comincia la carriera in ospedale, negli anni sessanta.</strong></em><br>
Agli studenti di medicina consiglio di fare qualche anno in chirurgia generale, chirurgia d&rsquo;urgenza. Lì si impara veramente. Ho lavorato prima al Policlinico di Milano, poi al Sacco. Al Policlinico il primario era un buffone: passava, tastava l&rsquo;addome duro come un tamburo di un operato di cistifellea. “Beva un po&rsquo; di vino, che le fa bene” gli diceva. Ho avuto comunque dei grandi maestri: ho trapiantato fegati con Galmarini, ho anche conosciuto Starzl. E poi Azzolina, che operava i bambini, Lonato&hellip;.</p>
<p><em><strong>Cosa le dicevano i colleghi della sua attività canora?</strong></em><br>
Chi faceva dello spirito si prendeva una sberla, così, giusto per chiarire. Ma in genere no, andava bene. Anche se avevo la fama di sinistro. Il primario al policlinico mi chiamava il “comunardo”. “Cosa dice il nostro comunardo, operiamo solo i bambini poveri meridionali?”; questo era il livello. Io mi limitavo ad osservare che l&rsquo;ospedale pubblico era una garanzia, che per le malattie gravi lo sceglievano anche i ricchi. Anche perché i bambini al quarto piano, dove si pagava, venivano visti dal medico due volte al giorno. Al nostro piano, in chirurgia, 24 ore su 24. Anche al Sacco mi hanno sopportato, per esempio quando scrivevo alle dimissioni del paziente sulla cartella clinica “Buone condizioni di salute, nonostante le cure prestategli”.</p>
<p><em><strong>Lei ha fatto anche il medico di medicina generale?</strong></em><br>
Ho fatto il medico della mutua, sì. Avevo l&rsquo;ambulatorio in via Sismondi, mi hanno anche fregato la targhetta, chissà perché. Ma io ero un po&rsquo;, come dire&hellip; diverso dal giro. Andavo in Svizzera a comperare la ranitidina, che non c&rsquo;era ancora in Italia. Tornavo con un bel pacco per i miei pazienti. mi facevano anche lo sconto.</p>
<p><em><strong>Era un massimalista?</strong></em><br>
Ma figuriamoci, mai avuto più di 300 pazienti. E come si fa se no? Io per vedere tre persone ci metto un pomeriggio. Visitavo al massimo 15 pazienti alla settimana, e senza orari. E poi andavo a domicilio. Se mi telefonava uno con una voce un po&rsquo; così pigliavo e andavo; certe cose bisogna capirle al volo, e non stare con il culo sulla sedia. Poi c&rsquo;è la vecchina che si vergogna e ti telefona: “Venga pure domani dottore”. Ma che domani, signora. E gli arroganti, quelli che ti chiedono tre giorni di malattia per andare a fare il pubblico nei talk-show. Gli scocciatori, che mentre visito il bambino gli urlano di non piangere. Ma che pianga, no! Sa solo piangere, cosa deve fare? Mi lasci capire. Fuori signora, fuori, mi lasci lavorare.</p>
<p><em>&hellip;Natalia, che hai capito che all&rsquo;ospedale di Milano<br>
sei la numero trentotto giù in lista d&rsquo;attesa<br>
&hellip;</em><br>
<em>&hellip;Natalia, con la valvola nel cuore messa dalla parte sbagliata</em><br>
*già, ma queste son cose che la canzone non dice mai, mah.</p>
<p> *</p>
<p>1979, Ultima spiaggia.<br>
Da Fotoricordo (tratto da Enzo Jannacci, Poetastrica.<br>
Canzoniere ragionato, Einaudi stile libero, 2005). </p>
<p>Fonte: Tempo Medico, 2006</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Open access, il nuovo paradigma</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/open-access-nuovo-paradigma/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/open-access-nuovo-paradigma/</guid><pubDate>Mon, 20 Aug 2012 08:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Pietro Greco</dc:creator><category>libri</category><description>Scopri il nuovo paradigma dell&amp;amp;rsquo;open access e come la scienza moderna è nata abbattendo il paradigma della segretezza. Approfondisci l&amp;amp;rsquo;importanza della comunicazione scientifica trasparente.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Paolo Rossi, lo storico delle idee scomparso a inizio d’anno, sosteneva che la scienza moderna è nata, nel Seicento, abbattendo un paradigma: il «<strong>paradigma della segretezza</strong>». Comunicando tutto a tutti. E consentendo a tutti di essere critici di tutti.</p>
<p>John Ziman, un fisico teorico ed esperto del «lavoro degli scienziati», come recita il titolo di un suo libro, sosteneva che la scienza è un’<strong>attività sociale</strong> che tende a raggiungere un «consenso razionale d’opinione» sul più vasto campo possibile. L’attività scientifica ha due dimensioni: una privata (osservare la natura, elaborare spiegazioni), l’altra pubblica (comunicare i risultati dell’indagine, sperimentale o teorica). La seconda parte è altrettanto importante della prima. Non c’è scienza senza comunicazione della scienza. E infatti il sistema di comunicazione è l’istituzione sociale fondamentale della comunità scientifica. Istituzione caratterizzata dalla sua totale trasparenza e accessibilità.</p>
<p>È tenendo conto di queste due assunzioni che, probabilmente, la <em>Royal Society di Londra</em> ha licenziato, nelle scorse settimane il rapporto <a href="http://royalsociety.org/policy/projects/science-public-enterprise/report/" rel="noopener"><em>Science as an open enterprise</em></a>, redatto da un vasto gruppo di lavoro diretto da Geoffrey Boulton, professore emerito di geologia dell’Università di Edimburgo. Il rapporto è chiaro fin dal titolo: la scienza è e deve essere un’<strong>impresa aperta</strong>. L’indagine trasparente è il suo cuore pulsante. La comunicazione pubblica delle teorie scientifiche – e dei dati sperimentali e delle osservazioni su cui si basano – consente a tutti di analizzarle, farle proprie, criticarle, rigettarle del tutto o utilizzarle per nuove indagini e per produrre nuova conoscenza. I successi della scienza dipendono dalla sua potente capacità di autocorrezione. E la potente capacità di autocorrezione della scienza, ricorda la Royal Society, dipende a sua volta dalla totale trasparenza del suo sistema.</p>
<p>Per lungo tempo il sistema di comunicazione della scienza si è basato sull’uso di riviste (con <em>peer review</em>, con analisi critica ex ante da parte di colleghi esperti dell’autore) in abbonamento. Il primo esempio storico sono le <em>Philosophical Transactions</em>, pubblicate a partire dal 1665 proprio dalla Royal Society. Ebbene, oggi ci sono quattro fatti a imporci di ridare forma per conservare la sostanza del valore e della prassi di «comunicare tutto a tutti».</p>
<p>Il primo è l’<strong>enorme crescita della comunità scientifica</strong>: in poco più di un secolo il numero di ricercatori è aumentato di due ordini di grandezza, passando da circa 80.000 alla fine del XIX secolo agli oltre 7 milioni attuali. La crescita è stata accompagnata, negli ultimi anni da una rapida internazionalizzazione. Sia nel senso che si fa scienza in molti più paesi, sia nel senso che fanno scienza sempre più gruppi di persone provenienti da paesi diversi. Tutto ciò ha portato a un incremento enorme della comunicazione: sia nel numero di articoli pubblicati, sia nel numero delle riviste che li pubblicano. Ma, combinato con lo sviluppo delle tecnologie, ha comportato un aumento ancora più esplosivo della quantità di dati prodotti e conservati.   </p>
<p>Il secondo fatto è l’<strong>enorme cambiamento nelle tecnologie della comunicazione</strong>. Ora con i computer e le reti di computer è davvero possibile comunicare tutto a tutti in tempo reale. Tuttavia a ostacolare la comunicazione di tutto a tutti ci sono gli altri due fatti.</p>
<p>Il primo è la <strong>difficoltà di accesso alla comunicazione</strong>. È impossibile sia per problemi di spazio fisico, sia per problemi di costi di abbonamento spesso esorbitanti, che una qualsiasi istituzione possa allestire biblioteche capaci di contenere tutta la comunicazione scientifica.<br>
Il secondo ostacolo è la richiesta delle imprese private che, ormai, finanziano larga parte della ricerca nel mondo – ma anche di molti stati, per motivi di sicurezza – a <strong>tenere segreti piuttosto che a comunicare i risultati della ricerca</strong>. Questi fatti sono in contraddizione tra loro. Ed è giunto il tempo di sciogliere i nodi. E i nodi, sostiene la Royal Society possono essere sciolti in un unico modo: ripristinando la totale trasparenza della scienza. Comunicando tutto a tutti. Le tecnologie ce lo consentono: basta creare riviste in rete e “open access”. Occorre la volontà e un minimo di risorse.</p>
<p>La “scienza aperta” con riviste in rete e “open access” può diventare un obiettivo politico: dei governi o, magari, dell’Unione Europea.</p>
<p>La “scienza aperta” con riviste in rete e “open access”, sostiene la Royal Society, deve diventare un obiettivo della comunità scientifica e dei governi. Per almeno otto diversi motivi. Sei sono, per così dire, interni alla comunità scientifica: conservare la capacità di autocorrezione senza la quale non c’è scienza; rendere accessibile le informazioni a tutti, perché questo è il motore per la produzione di nuova conoscenza; creare un sistema che consenta di incrociare l’enorme quantità di dati disponibili (l’incrocio di una quantità enorme di dati potrebbe portare a un nuovo paradigma nella scienza, il quarto, dopo i classici due – l’elaborazione delle teorie e la ricerca sperimentale – e dopo l’avvento della simulazione al computer); pubblicare non solo gli articoli, ma tutti i dati che hanno consentito la loro elaborazione (fatto impossibile su supporto cartaceo); sperimentare nuove forme di simulazione al computer; sperimentare  tecnologie che facilitano la creazione di nuove forme di collaborazione e la formazione di nuovi network di ricerca.</p>
<p>Gli altri due motivi che consigliano – quasi impongono – la creazione di un sistema di comunicazione in rete “open access” riguardano i <strong>rapporti tra scienza e società</strong>. La trasparenza assoluta è una condizione essenziale per aumentare la fiducia dei cittadini non esperti nella scienza. Inoltre la comunicazione in rete e “open access” consente un più fitto dialogo tra comunità scientifica e cittadini. Ne abbiamo dato notizia in un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/libero-accesso-dati-scienza-libera/">precedente articolo</a>: il governo inglese ha già annunciato di aderire alla proposta della Royal Society.</p>
<p>È importante che lo faccia anche l’Italia. Sia per creare le premesse di una “società democratica fondata sulla conoscenza” sia per non rimanere ancora una volta indietro in un processo che è, anche, di innovazione tecnologica. Ma è importante che l’obiettivo della Royal Society – da sottoporre ad analisi critica, ovviamente – sia fatto proprio dall’Unione europea. La scienza, la capacità di innovazione tecnologica e la conoscenza diffusa hanno regalato per mezzo millennio al vecchio e piccolo continente un ruolo primario nel mondo. Se vuole uscire dalla crisi è dalla scienza, dall’innovazione tecnologica e dalla conoscenza diffusa che l’Europa deve ripartire.</p>
<p><em>Scienzainrete</em> farà la sua parte, in Italia e in Europa, perché questi processi si avviino.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Einstein aveva ragione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/einstein-aveva-ragione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/einstein-aveva-ragione/</guid><pubDate>Fri, 13 Jul 2012 08:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>pace</category><description>Non sono solo le nuove scoperte della fisica che ci dicono che Einstein aveva ragione. In qualche modo anche la storia e la politica ci portano alla stessa</description><content:encoded><![CDATA[<p>Non sono solo le nuove scoperte della fisica che ci dicono che Einstein aveva ragione. In qualche modo anche la storia e la politica ci portano alla stessa constatazione. Albert Einstein non è stato solo un genio della fisica, il più grande. E&rsquo; stato anche un ispiratore della politica. Non di quella politicante che ben conosciamo, ma di quella alta, visionaria dei grandi personaggi che hanno forgiato il XX secolo, da Roosevelt a Gandhi, da Russel a Nehru. Bene ha fatto Pietro Greco a scegliere come titolo della sua ricognizione del pensiero politico del fisico tedesco, dunque, <em>Einstein aveva ragione. Mezzo secolo di impegno per la pace</em> (ScienzaExpress, 2012). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2012/einstein-aveva-ragione-body-1.jpg.webp" alt="" width="237" height="300" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La pace, prima di tutto. Nato in Germania, a Ulma, nel 1879 e morto a Princeton nel 1955, l&rsquo;ebreo non praticante Albert Einstein compie un percorso a suo modo esemplare attraverso due guerre mondiali, la rivoluzione dei Soviet, l&rsquo;olocausto nazista, la nascita dello Stato di Israele, l&rsquo;atomica su Hiroshima e Nagasaki, lo stalinismo e il maccartismo, la guerra fredda. Formidabili sì quegli anni, vissuti da Einstein da protagonista sia per aver scosso dalle fondamenta l&rsquo;edificio della fisica newtoniana con la messa a punto in due riprese della relatività, speciale nel 1905, e generale nel 1915 (con la prima conferma sperimentale nel 1919), sia per aver dato un contributo determinante alla nascita del pacifismo moderno.</p>
<h2 id="pacifista-militante">Pacifista militante</h2><p>La carneficina della prima guerra mondiale fa maturare in Albert - prima impiegato all&rsquo;Ufficio brevetti di Berna, poi docente in diverse università in Svizzera e in Germania – un pacifismo <em>istintivo</em> e, via via sempre più <em>radicale</em>, come ben spiega Greco. Al punto da spingere il già noto professore di fisica a prendere posizione, in piena guerra, per l&rsquo;obiezione di coscienza totale. Non basta essere pacifisti - diceva. Bisogna essere pacifisti militanti. Il ragionamento di Einstein era che se una moltitudine di giovani si fossero rifiutati di arruolarsi nell&rsquo;esercito, lo Stato avebbe avuto difficoltà a punirli tutti con il carcere, e lo spirito bellico si sarebbe dileguato. Ingenuo e geniale allo stesso tempo. Fin dalle prime riflessioni, in lui la pace è un valore non negoziabile, come apprende nelle sue letture giovanili di Kant (in particolare del suo scritto sulla <em>Pace perpetua</em>, oltre che della <em>Critica della ragion pura</em>, che legge a 13 anni!). Per difendere la pace serve l&rsquo;unione di tante volontà: l&rsquo;esempio individuale non basta. Ecco allora la necessità che il pacifismo esca dalla sfera della coscienza individuale per farsi movimento politico. </p>
<p>La prima guerra mondiale termina con la disfatta e l&rsquo;umiliazione a Versailles della Germania, costretta a cedere Alsazia e Lorena e a pagare straordinari debiti di guerra in oro. Matura pericolosamente in quegli anni lo spirito di vendetta e il cieco nazionalismo che troverà un interprete mefistofelico nell&rsquo;austriaco Adolf Hitler. Ma prima dell&rsquo;avvento del nazismo nel 1933, la Germania conosce le speranze del socialismo, la vertiginosa libertà intellettuale della Repubblica di Weimar, l&rsquo;illusione spartachista di Rosa Luxemburg rapita e assassinata nel 1919 insieme al sodale Karl Liebknecht. </p>
<p>In questa temperie Einstein si fa portavoce mondiale della triade pacifismo, socialismo e democrazia, che lo mette al riparo dal fascino esercitato dalla cosiddetta “democrazia popolare” dei Soviet, rendendolo inviso, alla lunga, sia ai regimi comunisti sia a quelli &ldquo;liberali&rdquo;. Verso la fine degli anni &lsquo;20 l&rsquo;Europa, messa in ginocchio dalla crisi economica, è percorsa dal veleno dell&rsquo;antisemitismo nazista, che spinge Einstein a lasciare la Germania per la Svizzera e in seguito, a partire dal 1933, per Princeton, negli Stati Uniti d&rsquo;America, dove restarà fino alla morte. </p>
<h2 id="la-bomba">La <em>bomba</em></h2><p>La seconda guerra mondiale (1939-1945) – come osserva acutamente Greco - “muta le condizioni di contorno” inducendo il fisico a mutare atteggiamento verso una opzione pacifista e non-violenta (predicata da Gandhi in quegli anni di resistenza al dominio della corona britannica in India). Viene infatti giudicata inadatta a fronteggiare le “forze del male” che sempre più chiaramente si delineano in Europa e che egli coglie da subito, senza i tentennamenti – quando non i tradimenti – di molti altri intellettuali, primo fra tutti il “nazificato” Martin Heidegger. Per quanto i campi di sterminio siano ancora di là da venire, la persecuzione degli ebrei è già una realtà, che genera come antidoto il movimento sionista e un nuovo esodo verso la Palestina. Einstein aderisce al movimento, ma di nuovo a modo suo, accettando la necessità di una terra d&rsquo;asilo ma rifiutando la costituzione di un nuovo Stato. Albert resta, in cuor suo, un libertario, allergico a ogni nazionalismo e statolatria. Come insegnava Kant, la pace si potrà pure installare sulla Terra a patto che i popoli superino le chiusure nazionaliste federandosi sotto un unico ordine mondiale a cui rimandare almeno l&rsquo;uso legittimo della forza. </p>
<p>Ma le armate del Fuhrer dilagano in Europa, rendendo sempre più insostenibile il credo pacifista. Einstein, per usare l&rsquo;espressione di Greco, si “autosospende” da pacifista militante. Anche perché proprio in quegli anni dal cilindro della fisica esce l&rsquo;idea della <em>bomba</em>. Prima Otto Hahn e Lise Meitner, poi Enrico Fermi, osservano il fenomeno della fissione nucleare:  l&rsquo;uranio, bombardato da neutroni, si spezza, decadendo in bario, un atomo di massa notevolmente più piccola. Dov&rsquo;è finita la massa mancante? Sarà Lise Meitner a suggerire che la chiave sta proprio nella celebre formula di Einstein: E=mc². I resto della massa si trasforma in energia. In un grammo di uranio che subisce una fissione completa l&rsquo;energia è pari alla combustione di 3 tonnellate di carbone.</p>
<h2 id="signor-presidente">Signor presidente&hellip;</h2><p>L&rsquo;amico Leo Slizard sarà fra i primi a comprendere le conseguenze di quella scoperta: in pochi anni si potrebbe produrre una bomba capace di distruggere un&rsquo;intera città. I suoi inviti a non divulgare i particolari delle sperimentazioni che si moltiplicano a cavallo fra il 1939 e il 1940 tra Francia, Stati Uniti e Germania restano inascoltati. E il guaio è che il terzo Reich ha gli scienziati (Heisenberg) e i laboratori adatti per arrivare prima degli altri a confezionare questo inusitato strumento di morte. Einstein coglie al volo l&rsquo;entità della nuova minaccia, sospende il suo impegno pacifista e si decide a scrivere la famosa lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. E&rsquo; il 2 agosto 1939: “<em>Signor Presidente, alcune ricerche svolte recentemente da E. Fermi e L. Slizard (&hellip;) mi inducono a a ritenere che un elemento, l&rsquo;uranio, possa essere trasformato nell&rsquo;immediato futuro in una nuova e importante fonte di energia</em>”. </p>
<p>La lettera prosegue invitando il presidente alla massima vigilanza. Ma ci vorranno ancora tre anni - l&rsquo;attacco giapponese a Pearl Harbour (7 dicembre 1941) e la conseguente entrata in guerra degli Stati Uniti, nonché la dimostrazione della reazione a catena da parte di Enrico Fermi, realizzata in uno scantinato a Chicago il 2 dicembre 1942 – perché maturino le condizioni scientifiche e politiche per l&rsquo;avvio del Progetto Manhattan, diretto da Robert Oppenheimer. Il resto, purtroppo, è storia ancora ben impressa nella coscienza collettiva: il 16 luglio viene fatta esplodere la prima bomba atomica sperimentale ad Alamogordo. E, benché nel frattempo il terzo Reich sia già caduto nella operazione a tenaglia delle truppe americane e sovietiche, il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica viene fatta eplodere sopra Hiroshima. Il 9 agosto segue Nagasaki.</p>
<h2 id="apocalisse-atomica">Apocalisse atomica</h2><p>Lo spirito di una possibile apocalisse atomica è ormai uscito dalla bottiglia. Rimettercelo diviene l&rsquo;ossessione degli ultimi dieci anni di vita di Albert Einstein. Il fisico – ormai vera e propria icona pop della cultura e del costume al pari di Gandhi e Charlie Chaplin, più volte finito in copertina su <em>Time</em> e intervistato dai <em>media</em> di mezzo mondo – chiude il periodo di “autosospensione” per forgiare un pacifismo del tutto nuovo, all&rsquo;altezza delle nuove sfide che si trova a fronteggiare. Il mondo gioca con la possibilità reale, che si affaccia per la prima volta nella storia grazie anche allo sviluppo tecnico-scientifico, della sua completa autodistruzione. Sull&rsquo;orlo del baratro Einstein si chiede – e ci chiede – che direzione vogliamo prendere. Il bivio è chiaro, almeno nella sua mente: da una parte la proliferazione nucleare governata da militari, industria e scienziati acquiescenti, teso a instaurare l&rsquo;equilibrio del terrore; dall&rsquo;altra il disarmo e il libero esercizio della scienza finalizzato al progresso. </p>
<p>Inutile dire che, almeno fino a quando ha dominato la contrapposizione fra USA e URSS, la prima via ha avuto la meglio. Ma leggendo il libro di Greco ci chiediamo quanto peggiore e pericoloso sarebbe stato lo scenario mondiale senza la testimonianza di Einstein. Senza di lui, senza Bertrand Russel con il quale firmò il famoso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_Russell-Einstein" rel="noopener">appello per la pace e il disarmo</a> a pochi giorni dalla sua morte nel 1955, forse il movimento per il disarmo atomico (come il Pugwash) non avrebbe avuto la stessa forza. L&rsquo;Agenzia atomica internazionale non avrebbe forse varato negli stessi termini il programma <em>Atom for peace</em>. E la scienza avrebbe sicuramente durato fatica a salvaguardare la propria autonomia dai programmi di secretazione della ricerca sull&rsquo;atomo da parte dei militari.</p>
<h2 id="il-senso-di-colpa-dei-fisici">Il senso di colpa dei fisici</h2><p>Per alcuni anni subito dopo la seconda guerra mondiale l&rsquo;immagine di Einstein ha risentito della paternità della bomba che qualcuno a voluto accordargli. Cosa storicamente non vera, giacché il fisico di Princeton non volle partecipare al progetto Manhattan e si limitò a schierarsi con gli Alleati negli anni del grande scontro con l&rsquo;asse nazifascista. Ma su di lui quell&rsquo;ombra rimase indelebile, e lo portò ad accollarsi la sua parte di responsabilità per l&rsquo;innocenza perduta della scienza. Lo strenuo impegno per la pace e l&rsquo;utopia di un governo mondiale che togliesse ai singoli Stati l&rsquo;uso legittimo della forza fu il suo modo di riscattare più che se stesso una intera comunità di scienziati.</p>
<p>Il libro di Greco narra tutto questo non tralasciando aneddoti (gustosi quelli sulla sua infanzia e i suoi problematici matrimoni) e approfondimenti di aspetti meno noti al pubblico, come la farsa della fisica nazista che si scaglia violentemente contro la teoria ebraica della relatività. O come l&rsquo;invito del governo ebraico a diventare presidente dello Stato di Israele dopo la morte di Chaim Weizmann, che Albert declinò con un certo imbarazzo. O come lo straordinario sviluppo del movimento pacifista internazionale e dei “fisici atomici per la pace”, che ancora oggi è alle prese con il rallentamento del disarmo dopo le speranze accese da Gorbaciov e dalla caduta del muro di Berlino. </p>
<p>Greco ha ragione: Einstein aveva pienamente ragione, e il libro mostra molto bene quanto poco gli si attagliasse il cliché del fisico perso nei suoi pensieri e distaccato dal mondo. Voto per rendere il libro obbligatorio nelle scuole secondarie.</p>
<p>Per <a href="http://www.scienzaexpress.it/presa-diretta/118-einstein-aveva-ragione.html" rel="noopener">acquistare</a> il libro: Pietro Greco, Einstein aveva ragione, Scienza Express, 2012<br>
Gli scritti di Einstein sulla rete: <a href="http://www.alberteinstein.info/" rel="noopener">http://www.alberteinstein.info/</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il compasso umano-tecnologico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/compasso-umano-tecnologico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/compasso-umano-tecnologico/</guid><pubDate>Fri, 01 Jul 2011 10:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Federico Gustavo Pizzetti</dc:creator><category>innovazione</category><description>Esplora il libro Diritto, scienza, nuove tecnologie di Amedeo Santosuosso, che analizza l&amp;amp;rsquo;impatto delle innovazioni sul diritto e sull&amp;amp;rsquo;individuo.</description><content:encoded><![CDATA[<p>“Questo libro parla del diritto riguardo alle applicazioni scientifiche e tecnologiche, oggi”. Inizia così &ldquo;Diritto, scienza, nuove tecnologie*&rdquo;,* l’ultimo lavoro di Amedeo Santosuosso, studioso di fama internazionale, Consigliere presso la Corte d’appello di Milano, docente presso l’Università di Pavia e presidente dell’ECLT, Centro europeo di ricerca interdipartimentale all&rsquo;avanguardia negli studi sul diritto, le scienze, nelle nuove tecnologie.</p>
<p>Il tema è affrontato lungo due articolate direttrici, rispetto alle quali emergono, in particolare, due significativi costrutti teorici. La prima direttrice riguarda la specifica disciplina giuridica di alcuni macrosettori nei quali le scienze e le tecnologie contemporanee hanno inciso in profondità sull’individuo, sui suoi costitutivi essenziali, sulle relazioni col proprio corpo e con gli altri: la salute e l’autodeterminazione del paziente, anche in situazioni “critiche”, quali la sopravvivenza, in stato di vigilanza o di irreversibile incoscienza, grazie a “biomacchinari”; la genetica e la riproduzione umana, coi correlati problemi posti dalla libertà di ricerca scientifica sulle cellule staminali e sull’embrione, e dalla brevettabilità del vivente; e infine le frontiere rappresentate dalle ultime acquisizioni neuro-scientifiche, dalla robotica, dalla biologia sintetica, dalla progettazione di ambienti intelligenti artificiali.</p>
<p>Centrale è, in questo panorama, il concetto di “compasso umano-tecnologico”, proposto e sviluppato dall’autore lungo l’intera opera. Lo scenario tecnologico verso il quale ci si sta dirigendo, infatti, è caratterizzato da uno straordinario incremento ed ampliamento delle facoltà umane ben al di là dei limiti posti dalla natura.</p>
<p>Uno sviluppo, questo, che spinge il diritto non soltanto a rielaborare e adattare al nuovo contesto i valori costituzionali e le libertà fondamentali della persona (dignità umana e identità personale; libertà del corpo e autodeterminazione; “privacy”; libertà di domicilio; libertà di comunicazione e di manifestazione del pensiero; libertà di associazione; diritto alla salute; protezione del soggetto debole …), ma altresì a porsi l’interrogativo di chi detenga il potere di delineare i confini biologici e relazionali dell’individuo, in una prospettiva radicalmente diversa rispetto a quella che aveva connotato il pensiero giuridico del passato, ampiamente centrata sul rapporto fra libertà individuale e autorità statuale, da una parte, e fra le persone fisiche (e giuridiche) e i beni economici, dall’altra. Una prospettiva, questa, rispetto alla quale la posizione dell’autore è che la linea che comprende l’individualità, che si estende man mano che la tecnica permette, nella metafora usata, la divaricazione delle asticelle del compasso, è tracciata dall’individuo stesso, che – si sottolinea –  “ne ha la comprensione e l’autorità”.</p>
<p>La seconda direttrice analizza il modo di essere del diritto nella nuova realtà tecnologizzata. In proposito, Santosuosso individua alcune dinamiche emergenti: l’apertura di ciascun sistema giuridico alla contaminazione da parte di regole e soluzioni casistiche elaborate in altri ordinamenti statali (perlomeno all’interno del mondo occidentale), spinta anche dall’omogenea diffusione delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche da un Paese all’altro, e il ruolo sempre più incisivo assunto dalla giurisprudenza, anche grazie alla sua vicinanza al “caso concreto” e ai tratti di novità che quest’ultimo può presentare a séguito del continuo sviluppo scientifico e tecnologico.</p>
<p>L’autore propone così una nuova struttura teorica per il diritto nell’era “new tech”, rimarcando come una legge, una sentenza presentano, oggi, una sorta di duplice “stato”: l’uno, ordinario, tipico della loro collocazione nel sistema giuridico nazionale di riferimento, e l’altro, speciale, frutto del significato e del contenuto che derivano dalla loro circolazione a livello transnazionale, e dalle interrelazioni, concettuali e applicative, che si sviluppano fra realtà giuridiche diverse.</p>
<p>Emerge, in tal modo, la visione del fenomeno giuridico come un “network” o “landscape”, all’interno del quale i rapporti fra diritto, scienza e tecnologia sono vagliati attraverso il concetto, introdotto ed elaborato dall’autore, del “campo di connessioni controllate” (e “non locali”) tra ciascuna “particella giuridica elementare” e altre particelle giuridiche, e fra nuclei concettuali propri del diritto e quelli di altre discipline (scientifiche, umanistiche), in un ordine complessivo assai variegato, non gerarchicamente strutturato, non uniforme nello spazio e nel tempo, composto da attori diversi con diverse legittimazioni, ampiamente influenzato dalla scienza e dalla tecnologia, a cavallo fra le frontiere.</p>
<p>Il libro di Amedeo Santosuosso che, nelle intenzioni si rivolge in particolare agli studenti (secondo la migliore tradizione manualistica dell’Università), è in realtà uno strumento fondamentale e prezioso di conoscenza e riflessione per tutti: per il giurista che, oltre all’aggiornata e completa panoramica di settore, è sollecitato a interrogarsi in modo nuovo sulle più avanzate trasformazioni della sua stessa disciplina; per lo scienziato, che, grazie all’attenzione interdisciplinare dell’Autore, vi troverà concetti giuridici esposti in un modo per lui accessibile; per la società civile, alla quale è offerta la prospettiva del diritto su questioni oggetto di attualissimi e accesi dibattiti all’interno dei quali, spesso, predominano solo le ottiche filosofiche, etiche o religiose.</p>
<p>Merita attenzione, infine, l’immagine di copertina prescelta dall’Autore – un particolare de “L’astronomo” di Jan Vermeer – dal momento che essa sembra per certi aspetti costituire una chiave di lettura, di tipo simbolico, dell’intero volume.</p>
<p>Se si vuole, infatti, la finestra illuminata che vi compare dà l’idea dell’orizzonte, sempre “al di là” della presente realtà, della conoscenza scientifica e delle potenzialità della tecnologia; la luce che si spande uniformemente sulla scena e l’armonia complessiva della composizione pittorica ispirano, come tutto il volume, una serena fiducia nel progresso e invitano a “sdrammatizzare” i problemi che quest’ultimo genera, per meglio cercare e trovare la loro equilibrata soluzione; il compasso appoggiato sul tavolo richiama il “compasso umano-tecnologico”; il globo al centro rappresenta la dimensione “transnazionale-globale” che caratterizza il diritto nelle sue relazioni con la scienza e la tecnologia; e infine i libri aperti restituiscono l’immagine di uno studioso che fa la propria parte fino in fondo nell’affrontare le sfide poste dai tempi, col senso di rispetto e di attenzione che si deve alla natura e all’uomo (allegoricamente rappresentato dalle mani delicatamente appoggiate).</p>
<p>È quel che in quest’opera fa con approfondito rigore, raffinata originalità, lucido equilibrio e passione genuina Amedeo Santosuosso.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Zenit per orientarsi nella cultura scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/zenit-orientarsi-cultura-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/zenit-orientarsi-cultura-scientifica/</guid><pubDate>Thu, 16 Jun 2011 23:43:00 +0100</pubDate><category>libri</category><description>Scopri Zenit, la nuova collana editoriale che racconta storie di scienziati italiani per avvicinare soprattutto i giovani alla cultura scientifica e alle sue scoperte.</description><content:encoded><![CDATA[<p>“Ogni scienziato ha contratto un debito nei confronti dei propri simili: presentare il frutto dei suoi studi nella forma più chiara, più semplice e più modesta possibile”. Questo pensiero di Karl Popper ispira l&rsquo;azione del Gruppo 2003 e del suo sito Scienziainrete. Anche la collaborazione con l&rsquo;editore Dalai nella preparazione della collana Zenit è un contributo in questa direzione.</p>
<p>La collana, che si apre con il volume di Pietro Greco <em>I nipoti di Galileo</em> - storie di scienziati italiani di successo in varie discipline (leggi l&rsquo;<a href="Ci%20siamo%20chiesti%20come%20farlo,%20e%20abbiamo%20concluso%20che%20per%20avvicinare%20i%20giovani%20alla%20scienza%20serve%20a%20poco%20lamentarsi.%20Meglio,%20molto%20meglio%20raccontare%20le%20storie">anticipazione</a>)- vuole far conoscere i protagonisti italiani della scienza a livello mondiale – nonché le conseguenze culturali, sociali, economiche e ambientali delle loro scoperte. Suo obiettivo dichiarato è avvicinare soprattutto i giovani e gli studenti ai nuovi orizzonti della scienza. Ci siamo chiesti come farlo, e abbiamo concluso che per avvicinare i giovani alla scienza serve a poco lamentarsi. Meglio, molto meglio raccontare le storie, le idee e i risultati ottenuti dai nostri colleghi che contribuiscono, in Italia o all’estero, a consolidare l’era della conoscienza.. Anche in un Paese largamente estraneo al metodo e alla cultura scientifica, ci auguriamo che i libri di questa collana contribuiscano a trasmettere il senso di sfida, il fascino e la passione che caratterizzano la ricerca scientifica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2011/zenit-orientarsi-cultura-scientifica-body-1.jpg.webp" alt="" width="576" height="768" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><strong>I primi quattro volumi previsti della collana Zenit sono:</strong><br>
<em>I nipoti di Galileo</em>, del giornalista Pietro Greco, storie esemplari di successi scientifici italiani in diversi campi disciplinari, dai neuroni specchio, alle staminali, dalla robotica alla genetica.<br>
<em>I guardiani della vita</em>, di Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas, un quadro per tutti sulle forze segrete del nostro corpo, le scoperte e le prospettive dell’immunologia del terzo millennio (in libreria settembre 2011)<br>
<em>Storia naturale della mente</em>, di Telmo Pievani ed Edoardo Boncinelli, summa delle ricerche degli ultimi anni sul nostro cervello e sulle scoperte che ne spiegano i meccanismi. (in libreria marzo 2012)<br>
<em>La cosa più grande che c’è</em>, di Giulio Tononi e Marcello Massimini, neuroscienziati che hanno sviluppato la Teoria dell’informazione integrata per misurare oggettivamente la capacità del cervello di generare coscienza. I loro studi sono molto conosciuti negli Stati Uniti, dove lavora Tononi (in libreria marzo 2013)</p>
<p><strong>In cantiere per il 2012, vi sono altri due libri in fase di progettazione:</strong><br>
Il primo a firma di Pier Mannuccio Mannucci (direttore scientifico dell’Ospedale Maggiore di Milano) sui danni dell’inquinamento per la salute a livello planetario.<br>
Il secondo di Camillo Ricordi dell’Università di Miami (tra i massimi esperti nel trapianto di “insulae pancreatiche”) sul diabete, le possibilità di cura col metodo Ricordi e le ricadute sociali per i malati.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La risorsa infinita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/risorsa-infinita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/risorsa-infinita/</guid><pubDate>Thu, 23 Jul 2009 19:26:00 +0100</pubDate><dc:creator>Carlo Bernardini</dc:creator><category>ricerca-scientifica</category><description>Scopri &amp;amp;lsquo;La risorsa infinita&amp;amp;rsquo;, il libro di Greco e Silvestrini che esplora la natura della conoscenza, la società democratica e l&amp;amp;rsquo;economia dell&amp;amp;rsquo;informazione.</description><content:encoded><![CDATA[<p><em>La risorsa infinita</em>. Ecco il nuovo libro di <strong>Pietro Greco e Vittorio Silvestrini (Editori Riuniti, 2009, ppgg 286, euro 15,50)</strong>. Prendetelo. Andate subito a pagina 69: troverete le domande chiave, nel capitolo che si intitola &ldquo;La natura della conoscenza&rdquo;. <em>E&rsquo; possibile, e come, ricomporre in forme desiderabili gli equilibri distrutti dalla perturbazione che chiamiamo era dell&rsquo;informazione e della conoscenza? E&rsquo; possibile e come, costrire una società democratica della conoscenza? L&rsquo;economia dell&rsquo;informazione e della conoscenza è necessariamente un&rsquo;economia di mercato? La cultura economica nella società dell&rsquo;informazione e della conoscenza è, necessariamente, una cultura neoliberista fondata sul valore unico e assoluto del mercato?</em> Tutti, dico tutti, siamo in preda al panico per come stanno andando le cose del mondo: per la prima volta, chiunque si guardi intorno, ha mille motivi grandi e piccoli per dubitare che consumi, risorse, ricchezze possano crescere senza limite; a differenza però da quelli che Antonio Ruberti chiamava i &ldquo;beni immateriali&rdquo;, che forse non crescono abbastanza. Il motivo del panico è che il sistema &ldquo;umanità&rdquo; sembra mancare di quello che i fisici chiamano &ldquo;long range order&rdquo;, ordine a lungo raggio, una condizione essenziale per rendere compatibili tutte le cose che facciamo, che vogliamo, che immaginiamo possibili. Sono talmente tante, che la delusione e gli scrupoli serpeggiano nell&rsquo;intera comunità umana: un disperato e tacito &ldquo;non possiamo farcela&rdquo;.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2009/risorsa-infinita-body-1.jpg.webp" alt="" width="200" height="281" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questo libro arriva a buon punto, non è affatto un semplice repertorio dei problemi, è molto di più di così. Se posso fare un complimento agli autori, arriva a spiegare come stanno le cose, sino alla terribile e vergognosa crisi economica ultima arrivata, costruendo ciò che richiederebbe una collaborazione di sociologi, filosofi, economisti, politici e giuristi come non si è mai vista. La cultura dissociata in cui viviamo ha bisogno di queste ricomposizioni prima che tutta la Terra diventi Kiribati (§ 6.1). Ma ormai, la sola cosa che ci possiamo permettere senza freni e limiti è &ldquo;capire&rdquo;; e invece sembra che questa sia una capacità in regresso. Un tempo sembrava possibile avere una cultura enciclopedica, ora non lo è più e le banche dati non la sostituiscono affatto. Siamo su una strada in cui non basta riempirsi la bocca di &ldquo;complessità&rdquo; per venirne fuori. Bisogna abbandonare vecchie e dannose abitudini e convinzioni circa il consumo e il mercato che, se mai qualcuno non ci avesse creduto, non si autoregolano affatto.</p>
<p>Vorrei che questo libro fosse una lettura obbligatoria nella scuola secondaria superiore: possibile che sia necessario imbottirsi di metafisiche, di lingue morte, di religioni, di storie delle arti e non di &ldquo;fatti del mondo moderno&rdquo;? Dove si pescano oggi le idee? Sui giornali o in televisione? Come si fa a capire che cosa vuol dire assicurare una vita vivibile a 6 miliardi di persone? Questo libro, credetemi, è un passo avanti: non dico risolutivo, ma grande. Se non è questo a creare consapevolezza, non so come si fa: è una &ldquo;filosofia pratica dell&rsquo;umanità&rdquo;, non un elenco di fatti del mondo lontano da noi o una teoria scientifica della conservazione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La Luna, tra scienza e letteratura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/luna-scienza-letteratura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/luna-scienza-letteratura/</guid><pubDate>Fri, 05 Jun 2009 08:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giuseppe O. Longo</dc:creator><category>arte</category><description>Scopri come la Luna ha ispirato scienza e letteratura, dai miti antichi alle scoperte moderne, in un viaggio affascinante attraverso la storia e la cultura.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Già dal titolo si intuisce l&rsquo;impegno programmatico dell&rsquo;autore: unire scienza e narrazione. Impegno ardito, ma in linea con la ricomposizione, da molti ormai auspicata, della tradizionale frattura tra le &ldquo;due culture&rdquo;. Sulla copertina una foto affascinante di Edoardo Romagnoli ci ricorda che andando lungo la spiaggia in una notte di plenilunio la striscia luminosa che l&rsquo;astro d&rsquo;argento proietta sull&rsquo;acqua punta decisa verso ciascuno spettatore, dandogli la convinzione di essere l&rsquo;unico destinatario di quel sidereo messaggio: la luna si rivolge a ciascuno di noi, a ciascuno parla. Chiacchierona, ciarliera, a volte pettegola, la luna è sempre prodiga di notizie, suggestioni, miti.</p>
<p>Il libro - &ldquo;L&rsquo;astro narrante. La luna nella scienza e nella letteratura italiana&rdquo;, di <strong>Pietro Greco</strong>, pubblicato da Springer-Verlag Italia, Milano, 2009, pagg. 294, € 22,00 - è organizzato secondo un asse cronologico che va dal passato profondo al presente: dai Caldei ai Sumeri, dai Babilonesi agli Egizi, approdando ai Greci, dai filosofi presocratici ad Aristotele, e passando poi in rassegna i grandi astronomi e matematici dell&rsquo;Ellenismo, in una cavalcata affascinante che offre all&rsquo;autore il destro per fornirci da una parte una quantità di informazioni astronomiche rigorose sul nostro satellite e dall&rsquo;altra per illustrarci le sue diverse facce presso i diversi popoli.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2009/luna-scienza-letteratura-body-1.jpg.webp" alt="" width="333" height="500" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Quest&rsquo;anno la luna è protagonista di due ricorrenze storiche importanti: nel 1609 Galileo Galilei punta il cannocchiale verso la luna e inizia la splendida avventura della scienza moderna; nel 1969 Neil Armstrong lascia la sua orma sulla polvere della luna e inaugura l&rsquo;era avventurosa dell&rsquo;esplorazione extraterrestre. Ma la luna è molto altro: ci parla del tempo e delle sue scansioni, dello spazio e delle sue coordinate. E, soprattutto, la luna è il punto d&rsquo;incontro di letteratura, filosofia e scienza: da Dante a Galileo, da Bruno a Leopardi, da Ariosto a Calvino questo curioso e fecondo <em>ménage à trois</em> ha prodotto una messe di sogni, risultati scientifici, ipotesi filosofiche, teorie matematiche, chiavi di lettura del mondo.</p>
<p>E a ciascuno di questi grandi letterati, filosofi e scienziati Greco dedica un denso capitolo, intessuto di notizie biografiche, di citazioni e di considerazioni, dimostrando che la separazione forzosa di letteratura e scienza, di immaginazione e rigore, è più frutto di gelosie accademiche, di ritorsioni o risentimenti che di necessità culturale: anzi, la complessità incommensurabile del mondo postula una molteplicità di mappe, di descrizioni, di punti di vista, che magari non riescono a fondersi, se non nelle opere dei grandissimi, ma che certo si devono giustapporre per aiutarci a comprendere. Se l&rsquo;uomo è una &ldquo;macchina semantica&rdquo; che va cercando il senso del suo essere in questo mondo, è bene che in questa sua ricerca si valga di tutte gli strumenti che ha a disposizione: mito, storia, filosofia, scienza e tecnologia. In fondo sono tutte forme diverse e complementari di narrazione. E questa ricerca di senso, presente in tutti gli autori visitati, si fa esplicita nelle eterne questioni esistenziali poste alla luna dal leopardiano pastore errante dell&rsquo;Asia.</p>
<p>Tra i capitoli più interessanti di questo libro tutto interessante vi è l&rsquo;ultimo, dedicato come quello precedente a Italo Calvino e intitolato &ldquo;La Luna e la vocazione profonda della letteratura italiana&rdquo;. Greco afferma che &rsquo;la scienza può essere narrata&rsquo; e sostiene questa sua tesi con le parole di Calvino, che trova in Galileo la fusione perfetta del grande scienziato e del grande scrittore. Non è un caso che Calvino sia stato, tra gli scrittori italiani contemporanei, quello che più si è impegnato a trarre ispirazione dalla scienza, ma, insieme, quello che più ha rivalutato il mito e apprezzato le fiabe e le leggende.</p>
<p>Nota della redazione: Pietro Greco, autore del libro recensito, è condirettore di Scienzainrete.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le due culture</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/due-culture/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/due-culture/</guid><pubDate>Thu, 28 May 2009 18:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Fedrizzi</dc:creator><description>Scopri il dialogo tra arte e scienza, ripercorrendo il tema delle due culture nato dalla celebre lettura di C.P. Snow. Un confronto tra scienziati, filosofi e artisti.</description><content:encoded><![CDATA[<p>&ldquo;Non si può comprendere il mondo senza suonare il piano&rdquo; diceva il grande fisico Wolfgang Pauli.</p>
<p>Guardo questo libro e sorrido, mi pervade una sensazione di compiacimento. Ho visto nascere l&rsquo;idea che ha portato alla sua realizzazione e ora, finalmente, eccolo lì. Lo apro, annuso le sue pagine ad occhi chiusi e ripercorro la sua storia e i suoi argomenti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2009/due-culture-body-1.jpeg.webp" alt="" width="711" height="1080" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Carafoli, Ernesto; Danieli, Gian Antonio; Longo, Giuseppe O. (Eds.). The Two Cultures: Shared Problems. 2009, XIV, 324 p. 115 illus. 67 euro.</p>
<p>&ldquo;The two cultures: shared problems&rdquo; è il titolo. Ma è anche il titolo del Simposio pensato due anni fa a Venezia per ripercorrere il tema del dialogo tra le due culture: l&rsquo;arte e la scienza. Il titolo è stato ripreso dalla celebre Lettura di C.P. Snow del 1959, durante la quale per la prima volta troviamo una distinzione tra la cultura letteraria e la cultura scientifica. Le due discipline venivano contrapposte, la letteratura (alla quale solo più tardi sarà associata anche l&rsquo;arte) era intesa come la cultura tradizionale che niente aveva a che fare, e forse nemmeno ci teneva, con la scienza.</p>
<p>La divisione tra le due culture è stata superata col tempo tanto che ora l&rsquo;ambizione è di ricercarne i punti di incontro. E proprio da questo desiderio ha avuto origine l&rsquo;iniziativa di offrire un forum ad alcuni dei più importanti scienziati, filosofi ed artisti contemporanei: dal confronto del loro proprio bagaglio di esperienze e conoscenze poteva nascere un brillante dialogo sulle analogie, piuttosto che sulle distinzioni, tra scienza e arte. E così difatti è stato.</p>
<p>Nell&rsquo;anno che celebra il cinquantesimo anniversario della lettura di Snow, esce appunto con questo libro la raccolta degli atti dello speciale Simposio di Venezia. La tradizionale distinzione tra le due culture appare approssimativa dopo la lettura di questo volume. Scopriamo infatti che la ricerca della verità da una parte e la ricerca della bellezza dall&rsquo;altra hanno in comune il fine della conoscenza, vale a dire il dare un senso alla realtà. Senza dimenticare che entrambe le culture creano a partire dall&rsquo;intuizione e giungono al prodotto tendendo sia alla verità che alla bellezza.</p>
<p>Il problema del tempo e del suo significato, il senso dell&rsquo;infinito e del nulla sono punti di grande importanza per entrambe le culture. Ma i grandi problemi hanno significato proprio perché la mente umana è in grado di pensarli. E l&rsquo;essere umano è naturalmente attratto dalla bellezza della poesia, della pittura e della musica. Ma quali sono i motivi storici che si nascondo dietro questi temi? Quali sono le caratteristiche micro-anatomiche del cervello coinvolte nella formulazione del pensiero? Ed infine, quali sono i parametri per definire l&rsquo;oggettività del senso estetico? Questi sono stati alcuni degli spunti che hanno dato il via all&rsquo;affascinante confronto tra menti brillanti. Ed il confronto è una delle componenti più importanti che ritroviamo anche nel libro. Come se fossimo proprio al Simposio, ogni capitolo ci riporta fedelmente lo scambio di opinioni avvenuto al termine di ogni contributo, un confronto diretto che porta alla nostra attenzione i dubbi di chi ha voluto partecipare. Un dialogo in piena regola.</p>
<p>La lettura non è sempre facile, la peculiarità di alcuni argomenti può apparire difficoltosa, ma la competenza degli autori vale lo sforzo di provare a cimentarsi con i temi affrontati.</p>
<p>Ce n&rsquo;è per tutti i gusti: lo scienziato troverà appagante ritrovarsi nei ragionamenti della scienza, il letterato nelle dissertazioni letterarie, il filosofo nelle argomentazioni logiche e l&rsquo;artista nell&rsquo;analisi delle opere d&rsquo;arte, ma non solo, e il musicista nella visione matematica e psicoanalitica della musica. Ma il coinvolgimento nella lettura nasce dalla versatilità degli autori, dalla disponibilità a confrontarsi sia con i temi della scienza o che dell&rsquo;arte. Troviamo allora il matematico che cerca la simmetria della natura, o che illustra i paradossi del tempo, il biochimico ed il fisico che si domandano da dove ha origine la percezione della bellezza, il pianista che legge i suoi spartiti in chiave psicologica, e così via. Affascinante.</p>
<p>Nella prima parte del libro siamo guidati da fisici, matematici e filosofi alla scoperta delle teorie sull&rsquo;inizio e sullo scorrere del tempo (G.Veneziano, J.J.A. Mooji), sull&rsquo;evoluzione dell&rsquo;Universo (R. Durrer), sul concetto del vuoto (L. Boi) e del nulla (E. Mazzarella), fino ad arrivare ad una piacevole dissertazione filosofico-letteraria sui paradossi del procedere del tempo (P. Odifreddi). La seconda parte ci porta nel campo dell&rsquo;intelligenza e della percezione delle emozioni, iniziando col punto di vista scientifico-anatomico (G. Vallortigara, E. Goldberg) per passare a quello psicoanalitico (J. Rasche), spiegandoci le sensazioni legate all&rsquo;ascolto della musica. L&rsquo;ultima parte, prosegue con la definizione di bellezza e creatività dal punto di vista dello scienziato (M. du Sautoy, G. O. Longo, E. Carafoli), del filosofo (M. Ferraris) e dell&rsquo;artista (M. Botta, M. Pistoletto).</p>
<p>Li leggiamo tutti, di seguito. Ciò che resta alla fine è la sensazione di sedere in una postazione privilegiata, dalla quale  osservare con occhi spalancati e incuriositi una nuova visione della scienza e dell&rsquo;arte. E rimanere alla fine sorpresi da quanto scienza e arte, in fondo, hanno in comune.</p>
]]></content:encoded></item></channel></rss>